Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

L’umanità è contro il pianeta Terra: la “guerra” più pericolosa in atto è questa: la “guerra” contro l’intero ecosistema. Potrebbe aiutarci a comprendere il gravissimo tema e problema il filosofo Georg Wilhelm Friedrich Hegel, proprio oggi, sia per la sua enorme influenza avuta sul pensiero occidentale, sia per il potenziale teorico-analitico ancora presente e utilizzabile? Consideriamo i pregi (enormi) e anche qualche difetto – azzardo affermare – di un acutissimo pensatore e di un formidabile sistema filosofico capace come pochi altri di interpretare la realtà, importantissimo anche per le due “scuole” filosofiche che ha lasciato (in parte inconsapevolmente), quella definita come “destra” di Christian Weisse, tra altri, laici e credenti, e quella definita come “sinistra”, fonte e fondamento del pensiero di Ludwig Feuerbach, di Bruno Bauer, di David Strauss, che all’inizio era scrivibile alla “destra” di Karl Marx e di altri, per quanto hanno lasciato al mondo le due “scuole”. Scelgo di riprendere una ipotetica lezione di Hegel sul tema del rapporto tra umanità e pianeta Terra, piuttosto che quella di altri pensatori meno sistematici, proprio per la enorme complessità del problema. Interpellerei volentieri anche qualche pensatore dell’Oriente, le cui filosofie e religioni conosco poco, per cui non oso “orecchiare” meramente ciò che non mi è familiare, sapendo comunque che il Siddartha Gautama o Shankara, ad esempio, possono ispirare moltissimo sotto il profilo della morale generale del rispetto dell’ambiente

PROSSIMAMENTE: “Secondo te tutti i reati sono anche peccati e viceversa?” qualche anno fa un’amica giurista mi rivolse questa domanda, che non è neanche molto strana, ma è senz’altro difficilissima.

L’umanità è in guerra contro il pianeta Terra, quindi con sé stessa. Azzardo una frase che pare un titolo giornalistico, del quale ha il clamore e lo schiamazzo finalizzato alla captatio dell’attenzione di un pubblico, che si divide tra infinite categorie, tra l’attentività più intellettualmente onesta e la distrazione superficiale più pericolosa e “disonesta”.

Oso parlare di un pensatore che non conosco molto bene, proprio perché ne parlo raramente e, soprattutto, riconosco la sua enorme importanza nella storia del pensiero contemporaneo e delle sue conseguenze culturali e politiche. Dico subito quanto fu importante la sua teoresi filosofica per il giovane Karl Marx, e su altri pensatori successivi. Prima di scrivere qualcosa sul filosofo teologo di Stuttgart, di Jena e di Berlino, devo ri-studiarlo un po’, per vedere come possiamo trarrre utiiità per loggetto della riflesssione odierna.

(Georg Wilhelm Friedrich Hegel)

LA SITUAZIONE ECOSISTEMICA

Stavo per intitolare l’articolo cone il termine “crisi” ecosistemica, ma se uso immediatamente questo termine, devo sempre ricordare che lo intendo nell’accezione fondamentale, greca, di “giudizio”, non di situazione difficile e negativa. “Situazione” è un termine che mi permette di partire da un sintetico giudizio non ideologico sulla situazione, appunto.

Non mi permetto di parlare da esperto biologo, da metereologo, da geologo o da ambientalista eclettico (ve ne sono fin troppi), ma da un punto di vista filosofico, con particolare attenzione al quadro etico delle decisioni umane che hanno portato a questo stato di cose.

La rivoluzione industriale

Tra fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo in Europa, soprattutto in Gran Bretagna e nell’area germanica, a seguito delle scoperte tecnoscientifiche di nuove energie, come il vapore, e di combustibili fossili utilizzabili in modo massiccio, come il carbone, la produzione dei beni utili alla vita umana si evolvette da manifattura artigianale di piccole serie di oggetti, a una dimensione che venne chiamata ben presto industriale, superando i limiti del movimento generabile dalle acque correnti e dal vento (molitura e siderurgia). Nacquero le tecnoscienze, che furono (e sono) la nuova ratio, che non è un termine nato dal penisero filosofico, ma da quello economico.

Ciò comportò una concentrazione massiccia di stabilimenti e di materiali, nonché di persone che dalla campagna si portarono nelle zone urbane per lavorare nei nuovi opifici. Si trattò di una rivoluzione paragonabile a quella avvenuta una decina di millenni fa con la stanzializzazione delle popolazioni e lo sviluppo dell’agricoltura (cf. il concetto “di toglimento della ingens silva primitiva” di Carl Schmitt, che poi nutrì tragicamente di significati disumani il Lebensraum, lo spazio vitale del nazismo), relegando il nomadismo a una minoranza.

Fu la prima “aggressione” all’ambiente, in cambio di uno sviluppo e di un nuovo benessere mal diviso tra gli uomini (Marx).

Ricordo in tema il bel convegno cui partecipai nel 2014 alla Facoltà teologica in quel di Bologna, assieme al padre Giovanni Bertuzzi e a Francesco Guccini, il cui titolo era Ratio operandi, ovvero Intelligenza economica dell’agire umano nel mondo, che era particolarmente orientato al tema della sostenibilità ambientale e al contributo positivo delle giovani generazioni.

L’uso dei combustibili fossili, carbone e petrolio, fino al… nucleare

La rivoluzione industriale richiese l’uso massiccio di combustibili fossili, carbone e petrolio, da bruciare direttamente o indirettamente al fine di utilizzare il moto a vapore, che fu decisivo per l’industrializzazione e per i trasporti (ferrovia e piroscafi).

In seguito la scoperta dell’elettricità rinforzò ulteriormente il sistema industriale, utilizzando ancora il carbone e l’idroelettrico, oltre al petrolio e al gas nel frattempo scoperti.

Lo sfruttamento del territorio e l’inquinamento

La ricerca di minerali, carbone, ferro, etc., è stata negli ultimi due secoli pervasiva, occupando larghe parti di territorio in tutto il mondo. L’antropizzazione progressiva, fino al superamento di 8 miliardi di esseri umani sulla terra, ha prodotto lo sviluppo delle città esistenti e di megalopoli di dimensioni inusitate, di decine di milioni di abitanti, specialmente in Asia, in Africa e in America Latina, mentre nell’emisfero settentrionale le città “storiche” hanno conservato dimensioni contenute.

Industria, agricolura intensiva e aree urbane hanno prodotto sempre più rifiuti, creando problemi enormi per il loro smaltimento o per il riutilizzo come “metrie seconde”. Solo da pochi anni, e non dovunque, si sono predisposti piani urbani per le popolazioni, ed extraurbani per le attività industriali ed agricole, tesi a gestire sfridi e rifiuti della vita e sociale e di quella produttiva.

Restano enormi problemi su questo tema da almeno due punti di vista: il primo riguarda l’assenza di progetti e programmi in tema in vaste zone, soprattutto in Asia, Africa e America del Sud, non trascurando il fatto che non ovunque, anche nelle zone più sviluppate, si è provveduto a sufficienza; il secondo concerne il problema dei rifiuti pericolosi e inquinanti, che è il centro di enormi interessi economici e politici, e occasione di operazioni criminali di gruppi e persone senza scrupoli.

Le guerre endemiche scoppiate o costanti in diverse parti del mondo sono un’aggravante di questo drammatico problema. Solo per esemplificare, ricordo la vicenda tragica di Ilaria Alpi, che trovò la morte in Somalia qualche decennio fa, per essere entrata in possesso di informazioni pericolose.

Un particolare e gravissimo inquinamento stanno soffrendo mari e oceani.

Concludo questa parte ricordando che da poco più di ottant’anni l’umanità sta facendo i conti con l’atomo, avendo scoperto l’enorme potenza distruttiva dell’energia nucleare che però, se ingabbiata con intelligenza, può costituire una fonte energetica alternativa meno inquinante dei combustibli in uso, richiedendo più razionalità e meno ideologia (caro popolo Italiano del referendum che fece morire l’energia nucleare civile in Italia!)

La deforestazione

Quanto accadde nell’epoca sopra citata, quando gli esseri umani deforestarono per ricavare spazi dalla Silva Magna o Ingens per l’allevamento e l’agricoltura, sta in parte continuando, ma in modo dannoso per l’ambiente e anche per il microclima: un esempio è ciò che, a cicli alterni, a seconda di chi governa il Brasile, sta avvenendo negli ultimi anni in Amazzonia. Il Presidente Bolsonaro ha recentamente accettato e favorito la deforestazione, mentre Lula difende la foresta amazzonica.

Le guerre con i nuovi sistemi bellici

Quando si combatteva all’arma bianca per svariati millenni o con le prime armi da fuoco dal XVI secolo, non si può dire che le guerre inquinassero più di tanto. Dal XX secolo, però, con lo sviluppo e l’utilizzo di armi sempre più potenti, i campi di battaglia sono stati non solo luoghi di massacri indicibili, ma anche aree contaminate dai corpi, si pensi a Verduno alla zona della Somme, dove in qualche mese morirono oltre un milione di soldati Tedeschi e Francesi, e dall’uso di armi chimiche come il gas iprite. In Vietnam gli Americani USA, che sbagliarono tutte le mosse militari effettuate dopo la Seconda Guerra mondiale, usarono il napalm, che deforestava per scoprire i guerriglieri Vietcong, agilissimi abitatori della giungla.

Il ritiro dei ghiacci, tsunami e frane

Da anni si osserva un ritiro dei ghiacci mediante uno scioglimento progressivo dovuto all’innalzamento della temeprature media del pianeta. Tsunami (Indonesia nel 2004, Fukushima in Giappone nel 2011)e terremoti si susseguono con frequenza…

Quella odierna in Nepal.

Problema non secondario sta nascendo dalla produzione di batterie per i motori elettrici e la stessa Intelligenza Artificiale non può essere trascurata come potenziale fonte di inquinamento.

Peraltro, qui non tratto, se non per accennarne l’esistenza, dell’inquinamento acustico e di quello visivo presenti soprattutto negli agglomerati urbani.

L’amico Claudio mi suggerisce di citare anche i cosiddetti Cicli di Milankovic, come concausa delle variazioni climatiche, che sono: l’eccentricità dell’orbita della Terra, l’inclinazione dell’asse terrestre, che cambia, e la processione degli equinozi (che a me ricorda un po’ le processioni intratrinitarie Padre-Figlio-Spirito, alla cui Unica Deità dovremmo chiedere forse un ausilio, perché mi pare che con la nostra sola intelligenza non ce la stiamo facendo, come suggeriva fortemente di chieder grazia – mezzo millennio fa – frate Martin Lutero)

LE CONTROMISURE

Cito, a titolo di esempio, solo un paio di iniziative: il Club di Roma nel, 1968 e il Protocollo di Kyoto del 1997

Il Club di Roma è stato fondato nel 1968 come associazione internazionale senza fini di lucro, che comprende scienziati, economisti e altri studiosi, impegnata ad analizzare i problemi globali e la sostenibilità della Terra.

Il Protocollo di Kyoto è un trattato internazionale (firmato solo da una parte degli stati e non da tutti i maggiori inquinatori del pianeta, come gli USA e la Cina), datato dicembre 1997 in una riunione tenutasi a Kyoto in Giappone, documento politico atto ad attuare politiche finanziarie, economiche e produttive capaci di contrastare il surriscaldamento globale, ed è il primo grande accordo giuridicamente vincolante in materia ambientale. Gli obiettivi del Protocollo sono i seguenti:

ridurre le emissioni globali di sei gas serra (tra cui anidride carbonica, metano e ossido nitroso); un taglio complessivo di almeno il 5% (ispirato al periodo 2008-2012) rispetto ai livelli registrati nel 1990; vincolava principalmente i Paesi industrializzati e a economia in transizione, considerati i maggiori responsabili storici delle emissioni; firmato nel 1997, è diventato effettivo solo il 16 febbraio 2005 dopo la ratifica della Russia, che ha permesso di raggiungere il quorum del 55% delle emissioni globali; ha introdotto strumenti di mercato come il Carbon Trading (commercio delle quote di emissione) e il Clean Development Mechanism

Vi è stato poi un secondo periodo di impegno (Emendamento di Doha) e il passaggio successivo con l’Accordo di Parigi, non sempre rispettati, nemmeno dagli stati contraenti.

Tutto ciò è stato sufficiente ad invertire la tendenza? No.

IL BENE GENERATO DALLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Il bene generato e la crisi dell’ecosistema

La rivoluzione industriale nelle sue varie fasi ha indubbiamente migliorato la vita delle persone, ma in maniera squilibrata, per cui intere aree del mondo non ne hanno usufruito. Si assiste al paradosso delle alluvioni e nel contempo a siccità generali che mettono a rischio la vita di milioni di persone, soprattutto in Africa e in Asia.

La crisi dell’ecosistema è il progressivo degrado della biosfera terrestre causato dalle attività umane, che si manifesta principalmente attraverso il crollo della biodiversità, il cambiamento climatico e l’inquinamento globale. Questo fenomeno, spesso definito come la più grande emergenza ecologica dall’estinzione dei dinosauri, minaccia direttamente la salute, l’economia e la sopravvivenza stessa della specie umana.

COME POSSIAMO TRARRE DAL PENSIERO DI HEGEL (ANCHE SE – SU QUESTO TEMA – AVREI POTUTO SCEGLIERE PROFICUAMENTE ARISTOTELE, AGOSTINO, SPINOZA, KANT, LEOPARDI, NIETZSCHE O HEIDEGGER, TRA ALTRI) UN AIUTO PER QUESTE GRAVI QUESTIONI CONCERNENTI LA NATURA E L’UOMO, E IL LORO BIUNIVOCO RAPPORTO

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, nato a Stoccarda nel 1770 e morto a Berlino nel 1831, è stato un teologo e filosofo gigantesco. Illuminista e cultore della filosofia antica, attento ai movimenti socio-politici del suo tempo, come la Rivoluzione francese e i moti nazionali, Hegel ha cercato di contemperare il suo pensiero filosofico con la struttura morale del Cristianesimo, soprattutto con riferimento a Gesù di Nazaret, di cui ha scritto una vita. Nella Fenomenologia dello spirito, la sua prima grande opera, il filosofo si occupa di ontologia-metafisica, epistemologia, logica ed etica, cercando di costruire una struttura di pensiero unitaria e coerente. Nelle opere della maturità, poi, Hegel elabora un ampio e articolato “sistema” in cui trovano un posto e un senso tutte le scienze, le arti, le istituzioni, e ogni altra espressione della ragione di tutti gli uomini di tutti i tempi.

Viene accusato da più parti di costituire il prodromo filosofico di tutti i sistemi totalitari che gli furono successsivi, di sinistra e di destra, tramite Marx da un lato e – incredibilmente – di Nietzsche dall’altro. Si tratta di un processo alle intenzioni subdolo e inaccettabile, anche se l’interpretazione di ogni pensiero, come hanno insegnato Schleiermacher, Nietzsche, Heidegger, Gadamer e Pareysono, tra altri, va sempre considerata come un contributo soggettivo alla riflessione comune dell’uomo. Io non sono “hegeliano”, ma ritengo che il suo pensiero, per la sua robustezza logica, possa essere utilizzato anche ai nostri tempi e per i nostri problemi.

UTILIZZIAMO LA DIALETTICA LOGICA HEGELIANA

Tutta la filosofia secondo Hegel ha come proprio oggetto il “pensiero” inteso nel senso di pensiero oggettivo (dunque non come prodotto e attività cognitiva di un soggetto umano). Pensiero nel senso di razionalità immanente al reale, come si ricava dalla nota formulazione hegeliana secondo cui “ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale“.

La massima va interpretata in un duplice senso:

1) che l’elemento razionale non è un prodotto esclusivamente soggettivo, cognitivo, che appartiene a un soggetto umano, ma è qualcosa che costituisce la struttura interna di tutte le cose naturali, e di ogni realtà in generale. È pensiero vero, razionale tutto ciò che trova corrispondenza, conferma nella realtà;

2) che ciò che è reale non è un che di estraneo e refrattario al pensiero ma, al contrario, è qualcosa di internamente articolato da una forza attiva che è il pensiero stesso.

Tutto ciò che esiste, esiste realmente ed effettualmente solo se il pensiero lo può pensare razionalmente.

Questa duplice tesi potrebbe essere utile per costruire un pensiero razionale condiviso, atto ad affrontare tutti i problemi generali dell’uomo-nel-mondo.

Inoltre, la tesi hegeliana della corrispondenza tra realtà e razionalità non deve essere assolutamente intesa in chiave morale-comportamentale o relativa alla scienza etica del giudizio sull’agire umano libero buono o malo, poiché siamo in ambito logico-razionale.

La logica e il procedere di una categoria in un’altra è regolato secondo Hegel da un movimento dialettico. Tuttavia, la dialettica di Hegel – come scrive lo studioso hegeliano L. Lugarini – “non soggiace allo schema tesi-antitesi-sintesi né ad altra intellettualistica schematizzazione”, ma “nasce – piuttosto – per la ‘negatività’ inerente al peculiare contenuto dei diversi concetti e consiste nel togliersi delle unilateralità che lo infirmano e nel trapassare di un determinato concetto in un altro“.

Si tratta di un aiuto a superare la fissità cerebrale di certe tesi che rendono incapaci di comprendere il reale, come autoinganni dovuti a una sorta di pigrizia logica. E allora, come si vede, sono smascherate tutte le vulgate para-marxiane e para-nietzscheane che si sono diffuse negli ultimi due secoli.

Si pensi, ad esempio, a coloro che, nella vicenda di Chiara Poggi, non accettano aprioricamente che le cose non siano andate come scritto nella sentenza di condanna di Alberto Stasi.

Avessero la voglia, l’umiltà e le energie per studiare un po’ di Hegel, posto che sappiano chi sia, gli gioverebbe assai.

Ciò che si chiama sviluppo dialettico dunque non è altro che l’Aufhebung (il toglimento); essa consiste nel pensare una determinazione logica al di là della sua indipendenza, assolutezza e immediatezza, ma nel considerarla sempre come “momento“ di un intero, come “un che di riflesso”, un “passaggio”, un “divenire” (eracliteo). La mediazione di un contenuto logico, però, non è il risultato di un’operazione del filosofo, o del soggetto umano in generale, ma è la struttura interna e immanente a ogni cosa, di cui la logica è l’esposizione. Per fare un esempio: non è Hegel a mediare nell’unità superiore del divenire, le determinazioni di essere e di nulla (il nulla logico è solo la negazione di un-qualcosa-che-è. Ad esempio: io-sono-il-nulla-di-Dio, ovviamente), ma sono le stesse determinazioni di pensiero (le Denkbestimmungen) a contenere in sé quel riferimento ad altro, e infine all’unità concreta di cui sono momenti. E quindi a una possibile verità. Anche qui la dimensione giuridica, in ogni campo, da quello penale individuale a quello universale ecosistemico, ne trarrebbe vantaggi.

In quale modo, dunque, la logica hegeliana ci potrebbe aiutare a comprendere il nostro tema, che è diventato un grande problema, cioè un qualcosa-nel-quale-l’umanità ha inciampato, e in questo senso è anche uno scandalo morale?

A mio avviso, razionalizzando tutti gli elementi necessari: il pianeta Terra, la vita umana, le risorse disponibili, che non sono infinite, il loro utilizzo, il senso delle cose utili e necessarie come priorità, conseguenti, e coerenti scelte politiche degli stati e delle strutture internazionali, si potrà recuperare ciò che attiualmente si sta sprecando, semplicemente per operare scelte razionali per la vita umana, .

Il flusso logico del pensatore tedesco può sistematizzare questi elementi facendoli funzionare.

Interpellerei volentieri anche qualche pensatore dell’Oriente, le cui filosofie e religioni conosco poco, per cui non oso “orecchiare” meramente ciò che non mi è familiare, sapendo comunque che il Siddartha Gautama o Shankara, ad esempio, possono ispirare moltissimo sotto il profilo della morale generale del rispetto dell’ambiente, e quindi del pianeta Terra e di noi stessi abitatori fortunati e spesso colpevolmente inconsapevoli.

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