Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

Una riflessione filosofica per questi tempi di paci difficili e di guerre “facilissime” da iniziare (per Trump in particolare, il narciso autoreferenziale sé putante fasullo conclusore di guerre), quasi impossibili da terminare, sempre stupide e molto crudeli: qui ricordo Jürgen Habermas, l’ultimo della “Scuola di Francoforte” (della quale componenti fondamentali sono stati, oltre al su citato, Theodor Adorno, Max Horkheimer, Herbert Marcuse e Walter Benjamin), un gruppo di filosofi e sociologi, ricercatori della verità attuale. Habermas è stato un “illuminista” contemporaneo, nutrito – da giovine – anche del Romanticismo tedesco del grande Friedrich Wilhelm Joseph Schelling, cui non cedette mai, per gli aspetti più perigliosamente auspici della Germania ancestrale, come fecero molti altri (tra i quali alcuni decenni prima fece il funereo Joseph Goebbels)

(Prima di parlare di Habermas, siccome la lucida e crudele follia della guerra continua, desidero richiamare alcuni passi delle Sacre scritture ebraico-cristiane, non sperando che il germanoide Drumpf-Trump le legga o che qualcuno gliele segnali o gliele legga, ma semplicemente per chi le leggerà.

Ecco, a te viene il tuo re./ Egli è giusto e vittorioso,/ umile, cavalca un asino,/ un puledro figlio d’asina./ Farà sparire il carro da Guerra da Efraim/ e il cavallo da Gerusalemme,/ l’arco di guerra sarà spezzato,/ aggiungerà la pace alle nazioni.” – Zc 9.9-10; “Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno” – Mt 26,52; “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non vi ascolterei: le vostre mani grondano sangue” – Is 1,15).

I testi del profeta Zaccaria, del Vangelo secondo Matteo, che cita Gesù mentre rimprovera un discepolo, probabilmente Simon Pietro, che sta reagendo violentemente all’arresto del Maestro da parte delle guardie del Tempio, e del profeta Isaia, ci “comandano” di capirne l’estrema gravità morale, e di respingere il delitto della guerrra.)

JÜRGEN HABERMAS E LA “SCUOLA DI FRANCOFORTE”

In verità, Jürgen Habermas non mi ha mai molto intrigato quando approcciavo curiosamente il pensiero contemporaneo da liceale. A diciassette-diciott’anni preferivo leggere Marcuse tra i “francofortesi”, ed è normale, perché i ggiovani variamente dde sinistra di allora lo preferivano, magari in quelle edizioni a buon prezzo disponibili nei negozietti dei libri usati. Ho in biblioteca una copia de L’uomo a una dimensione, edito da Feltrinelli.

Diversi miei (all’incirca) coetanei compravano libri di quel genere e poi li leggevano fino a pagina 15 o 20. Qualche volta anch’io, perché avevo bisogno di passare ad altro, ad esempio alle mirabolanti avventure del giustiziere a cavallo Tex Willer (che aveva avuto una moglie Navajo, Lilith, figlia del capo Freccia Rossa), di cui seguivo le eroiche vicende in nome della giustizia e della libertà, “portate avanti” (espressione tipicamente sessantottina) sulla canna della Colt 45. All’inizio nel formato “strisce”, e in seguito nel formato albo mensile, di cui penso di avere in casa quasi tutto il migliaio di copie edite da Sergio Bonelli fin dagli anni ’60. Era il mito americano di cui canta anche Guccini in Amerigo, un suo zio emigrante in Pennsylvania.

Pensiero e azione, avrebbe forse chiosato il buon avvocato, terrorista e pedagogo Bepo Mazzini, troppo dimenticato ai nostri giorni disarmati di cultura.

Domanda ai miei cari lettori e alle care lettrici: ma Tex Willer, ranger del Texas, così manesco e pistolero, era di destra come i trumpisti di oggi, o di sinistra come Garibaldi? Per me era chiaramente un libertador, non un violento toutcourt “ontologico-morale”.

(Jürgen Habermas)

Poi mi son rivolto ad altro, nei miei interessi, prima alla psicologia e alla sociologia (Weber, Fromm, Jung, i miei autori preferiti da giovane) e alla politica e poi alla filosofia classica e nella teologia, dai Magni Greci, passando per Origene, Agostino, i Medievali scolastici (Tommaso e Bonaventura specialmente, senza trascurare qualche mistico à là Johannes Meister Eckhart), Baruch Spinoza, Immanuel Kant, Hegel&Marx, curando sia la filosofia sia la teologia, fino a quelle del XIX secolo, che termina con Federico Nietszche e ad alcuni contemporanei come Martin Heidegger, Edmund Husserl, Karl Jaspers, Giovanni Gentile, Romano Guardini ed Emanuele Severino, tre tedeschi e tre italiani.

Ho ripreso in mano il pensiero di Habermas, quando è stata pubblicata la sua conversazione con Joseph Ratzinger, prima che questi diventasse Benedetto XVI, e poi ho recuperato con maggiore interesse quello che è forse il lavoro maggiore di Habermas, Teoria dell’agire comunicativo, che avevo acquistato qualche anno prima.

Evito di impancarmi in sintesi insufficienti su questo ottimo pensatore, perché non conosco a sufficienza il suo pensiero, chiedendo aiuto al valoroso collega torinese Maurizio Ferraris, che ha scritto del filosofo tedesco domenica 15 marzo scorso sul Corriere della Sera.

Solitamente si considera Jürgen Habermas il massimo erede della cosiddetta Scuola filosofica e sociologica di Francoforte, anche se tale giudizio pone agli osservatori dei problemi e delle contraddizioni.

Il professor Ferraris sottolinea l’importanza di quanto Habermas ebbe a scrivere criticando i suoi predecessori della Scuola Francofortese Max Horkheimer e Theodor Adorno, a suo tempo non del tutto convinti di poter riporre nell’illuminismo una grata fiducia come unico fautore del progresso umano (cf. Dialettica dell’Illuminismo, 1947). Habermas fa un passo in più, perché riesce a vedere anche gli aspetti di limite di quel grande rivolgimento culturale che cambiò il modo di pensare occidentale.

Habermas è stato un testimone di settant’anni di storia e di filosofia mondiale: all’inizio, è un ragazzo che riesce a non farsi arruolare nella Hitler-Jugend, come invece non riusci a un suo grande successivo interlocutore, Joseph Ratzinger, che era nato nel 1927, due anni prima del filosofo. Più avanti proporrò un cenno su quel dialogo originale e proficuo tra il futuro papa Benedetto XVI e il professore francofortese.

Habermas si laurea nel 1954 con una tesi sulla tensione tra assoluto e storia in Schelling, avendo come docenti figure come Erich Rothacker e Oskar Becker, di antiche simpatie nazionalsocialiste, reintegrati nell’accademia tedesca dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Il lavoro su Schelling guidato da due professori come quelli citati ha certamente messo il giovane Habermas a confronto con gli elementi più profondamente estremi del romanticismo filosofico presente nel grande filosofo ottocentesco. È dunque abbastanza plausibile che il neolaureato abbia cercato nell’opposta dottrina dell’illuminismo una uscita di sicurezza da un ambito cultural-esistenziale che aveva drammaticamente rappresentato e costruito il recente “destino” della Germania con la tragedia cui l’aveva condotta il nazismo, la guerra, la sconfitta, la miseria del popolo, la fine di una Patria pur tanto amata, ritenuta a buon titolo una Grande Nazione.

Non dimentichiamo che Schelling era il filosofo per eccellenza di quel Romanticismo su cui s’era addottorato, tramite lo “schellinghiano” Wilhelm Von Schutz, il Ministro della propaganda del Terzo Reich, Joseph Goebbels! Di contro, ricordo con affetto che l’amico professor Giorgio Giacometti, mio successore alla Presidenza di Phronesis, l’Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica, ha conseguito il dottorato di ricerca sul giovane Schelling, ma non per questo… anzi, Giacometti è un buon cristiano politicamente riformista. E… romantico il giusto, se me lo permette.

PERSONE CHE HANNO CAMBIATO IDEA

L’illuminismo e la democrazia sono stati spesso un’uscita di sicurezza per militanti delle posizioni estreme, nomi che potrei citare a iosa, ma per la sinistra ne cito solo due, uno russo-sovietico, il regista Elia Kazan diventato cittadino americano, dopo avere compreso la verità sul comunismo stalinista, e uno italiano, Antonio Giolitti, che dopo l’invasione dell’Ungheria da parte del Patto di Varsavia nel 1956, passò dal PCI al PSI. I “pentiti del comunismo” sono figure che, dopo aver sostenuto o militato in organizzazioni comuniste o regimi di estrema sinistra, hanno rinnegato tale ideologia, spesso denunciandone i crimini, la natura repressiva o la violenza. Il fenomeno riguarda sia ex militanti di base sia intellettuali e figure politiche, spesso a seguito della disillusione verso lo stalinismo o i regimi del socialismo reale.

Per le vicende dell’uscita dalla destra possiamo ricordare due figure, la prima di un iitaliano, Davide Lajolo, che ebbe una vita ricca di cambiamenti. Di famiglia discretamente agiata, il giovane Davide potè studiare sino al conseguimento della licenza di maturità classica. Proprio a causa delle precarie condizioni economiche familiari, invece dell’università frequenta la Scuola ufficiali dell’esercito, uscendone alla metà degli anni Trenta come sottotenente. Avvicinatosi al fascismo, partecipa alla guerra civile spagnola e, rientrato in Italia nel 1938, dirige il periodico fascista “La sentinella adriatica”. Viene richiamato alle armi e combatte sui fronti albanese, greco, jugoslavo, rientrando in patria col grado di capitano. Proprio l’esperienza delle guerre del regime lo allontana irrevocabilmente dal fascismo e, dopo l’8 settembre 1943, attraverso settimane di riflessioni e sofferenze interiori, sceglie la via della lotta partigiana. Con un gruppo di giovani di Vinchio forma nell’inverno 1943-44 un primo gruppo di combattenti. Ben presto diviene uno dei comandanti dell’8° divisione Garibaldi, quindi, nella tarda estate 1944, capo di stato maggiore delle divisioni garibaldine del Basso Monferrato. Divenuto comunista, dopo la fine della guerra intraprende una carriera giornalistica intrecciata con la sua attività letteraria e nel campo della cultura. Dal 1958, per tre legislature, viene eletto deputato nelle fila del PCI. (biografia tratta dal web).

La seconda che cito è l’esperienza di un tedesco, Kurt Gerstein. Il regime punta all’inquadramento dei giovani nella Gioventù hitleriana. In dicembre Baldur von Schirach, capo della Hitler-Jugend, annuncia lo scioglimento dei circoli della gioventù evangelica e la loro integrazione nella Gioventù hitleriana, concorde il vescovo della Chiesa del Reich nominato da Hitler, mons. Ludwig Müller. Gerstein, dirigente di spicco dei circoli, scrive con altri a Schirach per manifestare la propria «costernazione»; da solo firma un altro telegramma più duro a Müller dove parla di “pugnalata, vergogna e tristezza”. L’opposizione di Gerstein è netta, ma ancora circostanziata, perché accompagnata dalla ribadita fedeltà agli ordini del Führer, che viene prudentemente escluso dalle critiche. L’opposizione è limitata ancora alla politica religiosa del regime. Ma presto, al linguaggio ambiguamente ossequioso, seguono fatti espliciti. Nel gennaio 1935, Gerstein è protagonista di una clamorosa protesta pubblica al teatro di Hagen durante una rappresentazione di ispirazione anticristiana organizzata dalla Gioventù hitleriana, interrompendo dalla prima fila la rappresentazione davanti a membri del partito in uniforme che reagiscono picchiandolo e ferendolo. Alle lezioni di Bibbia che continua a tenere, non esita a invitare i giovani cristiani a lasciare la Hitler-Jugend e a denunciare il “nuovo paganesimo” anticristiano. Ma le contestazioni hanno ormai superato l’ambito religioso, aveva già biasimato, nei giorni dell’assassinio di Engelbert Dolfuss in Austria, i piani pangermanici del nazismo perseguiti con delitti. L’etica di Kurt, fondata su una fede intransigente, cominciava a mettere in discussione l’adesione politica al nazismo. (Brano ampiamente tratto dal web)

JÜRGEN HABERMAS E L’ILLUMINISMO

Habermas, inserito nel pieno dell’Illuminismo tedesco di Christian Wolff e Immanuel Kant, è consapevole di quanto quel tipo di filosofia antropologica (non di antropologia filosofica) fosse assai distante dal romanticismo del sangue, della terra e della volontà, che avrebbero trovato, su piani diversi, la loro piena e formidabile espressione in Schopenhauer e soprattutto in Wagner. A quel punto Habermas getta un ponte verso il pensiero anglosassone contemporaneo di John Austin, di Talcott Parsons, che è anche un sociologo, e di Charles Sanders Peirce, una riflessione filosofica di taglio cosmopolitico e neo-illuministico, come attestato dalla collaborazione durata settant’anni con la Frankfurter Allgemeine Zeitung, quotidiano fondato nel 1949, di tendenze liiberal-conservatrici, a da una vita poco accademica, ma molto da viandante pensatore.

Habermas cerca di smarcarsi da certe posizioni molto “germaniche”, come quella di Karl Löwith secondo cui in ogni filosofo tedesco si nasconde un predicatore protestante (il cui pulpito può essere occupato da figure ben più sinistre), proponendo la priorità del confronto dialogico, orientato verso la creazione di una politica guidata dalla ragione e di una verità stabilita dal consenso dei ricercatori. La sua idea è che il dialogo filosofico razionale possa sedare i dèmoni e che lo spazio pubblico possa diventare il luogo in cui gli individui si confrontano non con la forza ma con argomenti, trasformando il conflitto in discussione e la decisione politica manifestazione non del principio di autorità, ma del principio di ragione.

Il mondo tedesco che Habermas ha conosciuto era ancora intriso del volontarismo schopenhaurianoprotonazionalsocialista di Karl Schmitt, per contrastare il quale il Nostro ha recuperato il tema illuministico della Ragion Logica, scegliendo l’immenso tema della Comunicazione Interumana con il possente volume della Teoria dell’agire comunicativo (questo il titolo della sua opera maggiore, in due volumi, del 1981). Habermas vi propone quella che considerava, in cuor suo, la propria critica (neo-kantiana) della ragion pura, non più centrata solamente sulla “struttura della conoscenza” (di tipo neo-aristotelico), ma sulle “condizioni della comunicazione razionale tra soggetti umani”.

Trattando dell’agire comunicativo, Habermas è il grande filosofo della democrazia. L’altro suo testo è La fine di una utopia, utopia che nella fattispecie è il lavoro, che deve essere progressivamente sostituito dalla comunicazione operativa. In altre parole, la modernità non trova più solamente nel lavoro in sé stesso la propria promessa di emancipazione, ma nel dialogo pubblico e nella razionalità condivisa. Tesi che condivido solo per la parte che evidenzia la nuova centralità della comunicazione come strumento indispensabile di una più efficace qualità relazionale.

Egli completa il suo lavoro teso a un recupero della centralità della ragione nel mondo contemporaneo, quando critica decisamente pensatori come Michel Foucault e Jacques Derrida, scrivendo il discorso Moderno, postmoderno, neoconservatorismo come Discorso filosofico della modernità, poiché vede nei due filosofi francesi un irrazionalismo pericoloso, quasi come quello tradizionalmente germanico.

Nel 2001, pochi giorni dopo l’attentato alle Twin Towers, Habermas si riconcilia con Derrida conferendogli a Francoforte il premio “Adorno”. Condivisero che il terribile, tragico, inaspettato evento aveva un valore anche per la filosofia. Evidentemente qualcosa era andato storto, e la razionalità occidentale e il suo sistema di valori non s’imponeva per le proprie prerogative intrinseche. Oggi quel processo è ancora più evidente. Il lavoro è sempre più sostituito dalla comunicazione ma non nel senso auspicato da Habermas. Adorno aveva detto che la società dei mass media è la realizzazione perversa del sapere assoluto di Hegel. La società dei social media è la realizzazione perversa della teoria della comunicazione di Habermas: tutti comunicano e adducono ragioni, ma questo porta al disprezzo del sapere e all’incuria nei confronti della ragione.

Riprendo il citato articolo di Maurizio Ferraris, quando lui si chiede che cosa abbia pensato Habermas delle frasi smozzicate con cui il Comandante in Capo (il “germanoide pazzo” Drumpf-Trump) ha dichiarato guerra all’Iran qualche settimana fa. Condivido il pensiero di Ferraris: la storia ha insieme smentito e confermato il verdetto di Habermas.

Smentito, perché la comunicazione non necessariamente salva: può corrompersi e degradarsi molto al di là di quanto poteva prevedere con le esperienze che aveva alle spalle, e non erano inezie. Ma anche confermato, perché il sonno della ragione produce i mostri, come pensavano gli illuministi.

IL DIALOGO TRA JÜRGEN HABERMAS E JOSEPH RATZINGER

Mi pare importante chiudere questo articolo, ricordando il dialogo che il filosofo ebbe con il cardinale Ratzinger prima che questi fosse eletto papa Benedetto XVI.

Si è trattato di nuova capacita di confronto aperto, senza complessi di inferiorità o superiorità né da una parte né dall’altra, tra pensiero cristiano e pensiero laico.

Il dialogo – scriveva Michele Nicoletti nell’introduzione alla prima edizione in volume del confronto tra Habermas e Ratzinger, pubblicata da Morcelliana con il titolo Etica, religione e Stato liberale e negli anni più volte ristampato – è stato un evento in sé, per l’incontro e la discussione tra due personalità così singolari e così influenti nel mondo intellettuale dei laici e dei credenti, ma assume una rilevanza ancora maggiore se si analizzano attentamente i contenuti dei due interventi. Tra la tentazione secolarista che bolla ogni forma di cultura religiosa come regressione irrazionale e la tentazione integralista che vuole imporre autoritariamente le verità di un’unica fede religiosa, Habermas e Ratzinger aprono la prospettiva di una società postsecolare in cui laici e credenti scoprano il dialogo non solo come strumento di necessario compromesso, ma come metodo per il ritrovamento di se stessi. La filosofia ritrovi il gusto della “tradizione” e la religione il gusto dell’intelligenza.”

In quel dialogo, Habermas sosteneva che “bisogna comprendere la secolarizzazione culturale e sociale come un processo di apprendimento doppio, che obbliga tanto la tradizione dell’Illuminismo, quanto la tradizione della dottrina religiosa a riflettere sui propri rispettivi limiti. Il cattolicesimo, che pure intrattiene un pacifico legame con il lumen naturale, tuttavia non lascia in via di principio, se comprendo bene, alcuna possibilità per una definizione autonoma nel senso di indipendente dalla Rivelazione della morale e del diritto“. E rispondeva Ratzinger: “Anche se la cultura secolare di una razionalità rigorosa, di cui ci ha dato un’immagine impressionante Habermas, è largamente dominante e crede di essere il fattore che lega tutto, la comprensione cristiana della realtà è, come sempre, forza operante. I due poli si trovano in diverse posizioni di vicinanza o di tensione, in atteggiamento di disponibilità ad apprendere reciprocamente o di più o meno deciso rifiuto“.

Il serrato confronto ha portato al fine a un progressivo riconoscimento reciproco. Habermas osservava (ai tempi di quel dialogo eravamo circa due decenni fa e poco più): “Confrontarsi con temi attuali, quali la riforma dello Stato sociale, la politica dell’immigrazione, la guerra in Iraq (oggi – crudele ironia della storia – in Iran, ndr), l’abolizione dell’obbligo di leva, non significa solo trattare singole strategie politiche: si tratta di temi che implicano, invece, l’interpretazione controversa di principi costituzionali e, quindi, ne va del modo in cui vogliamo comprenderci alla luce delle molteplicità delle nostre maniere di vita e del pluralismo delle nostre visioni del mondo e delle nostre convinzioni religiose”.

Il filosofo laico riconosce che la religione diventa così non soltanto un fattore sociale da considerare, ma anche un indicatore etico di sensibilità umana, capace – anche in chi si dichiara laico – di contrastare le derive “patologiche” che si manifestano tanto nel laicismo dogmatico quanto nei fondamentalismi religiosi.

Su questo punto il cardinale Ratzinger osservava: “In merito al terrorismo, per esempio, sono in forte accordo con quanto ha esposto Habermas su una società “postsecolare”, sulla disponibilità ad apprendere e sull’autolimitazione da entrambi i lati. Noi avevamo visto che vi sono nella religione delle patologie estremamente pericolose… Ma allo stesso tempo vi sono anche patologie della ragione, una hýbris della ragione, che non è meno pericolosa… Io parlerei quindi di una necessaria correlatività tra ragione e fede, ragione e religione, che sono chiamate alla reciproca purificazione al mutuo risanamento, e che hanno bisogno l’una dell’altra“.

A me par di ascoltare Tommaso d’Aquino, imitato dal giovane Karol Wojtyla che lo studia assieme agli scritti di Edith Stein, prima di pubblicare la sua tesi dottorale Persona e Atto, per il quale la ragione e la fede sono come le ali che supportano il volo dell’uomo elevantesi dalla sua condizione limitata e limitante di essere-finito. (Aaah quanto sento il mio essere-finito in certi giorni!)

Vorrei concludere con questa riflessione: è necessario concepire la secolarizzazione della società moderna come un processo di apprendimento, crescita e “sviluppo” (come “toglimento di viluppi”) morale complementare, nel quale ragione e religione – in quanto fede nella trascendenza dello spirito – possano confrontarsi seriamente, non solo sul piano etico, ma anche sul piano dei fondamenti cognitivi e intellettuali, per contribuire insieme all’interpretazione e alla gestione della vita umana individuale e collettiva.

Per l’unico e condiviso fine del Bene Comune. su questo piccolo Pianeta e magari… oltre.

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