Trump vs Spinoza. Iran: pena di morte come misura amministrativa: da 1000 a 2000 persone impiccate all’anno e centinaia di fucilati sui tetti dei palazzi (fonte: Amnesty International) nell’Iran di Ruhollah Komeini e di Alì Kamenei. E del defunto Alì Larjiani, quello “…che amava Kant” (copyright “Repubblica”), dopo aver fatto ammazzare piazze e strade piene di giovani. Ahò “Repubblica”, che titoli fai? Ovvero, del filosofo buono che pensa e scrive del bene e del male, e del politico squilibrato e pericoloso, che pensa di vincere le guerre contro la Storia. Il vero bene, per Baruch Spinoza è – letteralmente – “diventare più forti in armonia con l’ordine eterno della Natura (Deus – sicut aeterna necessitas omnium – sive Natura)”, accettando che nella natura non vi è né bene né male (cf. Nietzsche), ma solo “realtà” fattuale. Passioni, malattie, incomprensioni, inimicizie, violenza… è/sono la vita dove posso combattere per il vero bene, che è tale, e per il filosofo, “solo-con-gli-altri” (su questa asserzione così netta non sono del tutto d’accordo con Spinoza), con la “fortitudo”, cioè la fortezza. Non si deve pre-tendere di “capire”, ma ci si deve attivare per “com-prendere”. “Stoico”, “buddhista”, “cristico”, anzi “gesuano”: Spinoza, anche per riflettere utilmente sulla “guerra grande” di queste settimane mesi anni decenni dentro ottanta anni di “pace”. Obbligherei Donald J. Trump, quest’uomo pericolosamente narcisista, ovviamente con l’aiuto di qualcuno, perché il presidentone è un analfabeta letterale e concettuale, a leggere Baruch Spinoza, e a studiare la storia della Persia, che risale a più di 5000 anni fa. Vorrei fare una domanda semplice all’ANPI e all’ARCI (leggi sotto). Da ultimo un pensiero di pietà per Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, anarchici, morti mentre perparavano una bomba (leggi sotto)
(NOTA per i miei gentili lettori e le mie gentili lettrici: siccome spesso vengo richiesto di trattare qualche specifico argomento, anticipo che nelle prossime settimane i temi riguarderanno: a) il piccolo Domenico d’Italia, b) una storia macabra e grottesca accaduta poco dopo la Seconda guerra mondiale nel mio paese, Rivignano, c) Jurgen Habermas e la sua eredità sociologica e filosofico-morale (gli articoli potranno non essere pubblicati cronologicamente in questo ordine).
Mi sto chiedendo da settimane se e come dire qualcosa di sensato sulla “guerra continua”, o “mondiale a pezzetti” (copy di papa Francesco), poiché se ne parla ovunque e spesso in modo scomposto, disinformato, manipolatorio, essenzialmente bugiardo (tipo Travaglio, che è un mentitore seriale) o militante, che è sinonimo di militonto. Se ne può parlare in tanti modi, quello accademico un po’ paludato, quello giornalistico-informativo, che può essere equilibrato o schierato, quello giornalistico chiaramente propagandistico, quello politico informato e intelligente e quello politico militante/militonto, deturpatum adjectivum repeto.
Ristudiando un po’ il pensiero di un grande del pensiero occidentale moderno, di un ebreo-portoghese cittadino d’Olanda, Benedetto de Espinosa o Baruch Spinoza, che si è interessato dell’uomo–agente–libero e dunque responsabile di azioni buone o male, ho forse trovato una utile pista per poterne parlare brevemente in modo non scontato. E magari consigliarne la lettura a qualcuno.
Proporrò due parole più avanti, a commento del testo più coerente col tema qui proposto, l’Ethica more geometrico demonstrata, che Baruch scrisse fra i trenta e i quarant’anni, sapendo che egli morì giovane, quarantacinquenne, solo e abbandonato, maledetto dai suoi correligionari, con le seguenti parole asperrime, spietate, pronunziate nella Sinagoga di Amsterdam, dopo che il filosofo trentacinquenne ebbe ricevuto, nudo dalla cintola in su, le trentanove frustate previste e il calpestio degli astanti, come punizione corporale per l’eretico:
“I Signori del ma’amad [consiglio degli anziani]comunicano alle vostre Grazie che, essendo venuti a conoscenza da qualche tempo delle cattive opinioni e della condotta di Baruch de Spinoza, si sforzarono in diversi modi e promesse di distoglierlo dalla cattiva strada. Non potendo porre rimedio a ciò e ricevendo per contro ogni giorno le più ampie informazioni sulle orribili eresie che praticava e sugli atti mostruosi che commetteva, e avendo di ciò numerosi testimoni degni di fede che deposero e testimoniarono soprattutto alla presenza del suddetto Spinoza, egli è stato riconosciuto colpevole; esaminato tutto ciò alla presenza dei Signori rabbini, i Signori del ma’amad hanno deciso, con l’accordo dei rabbini, che il suddetto Spinoza sia messo al bando ed escluso dalla Nazione d’Israele a seguito del cherem che pronunciamo ora in questi termini: Con l’aiuto del giudizio dei santi e degli angeli, noi escludiamo, cacciamo, malediciamo ed esecriamo Baruch de Spinoza con il consenso di tutta la santa comunità, in presenza dei nostri libri sacri e dei seicentotredici precetti in essi racchiusi. Formuliamo questo cherem come Giosuè lo formulò contro Gerico. Lo malediciamo come Elia maledisse i figli e con tutte le maledizioni che si trovano nella Legge. Che sia maledetto di giorno, che sia maledetto di notte; che egli sia maledetto durante il sonno e durante la veglia, che sia maledetto quando entra e che sia maledetto quando esce. Voglia l’Eterno accendere contro quest’uomo tutta la Sua collera e riversare su di lui tutti i mali menzionati nel libro della Legge. E voi restiate legati all’Eterno, vostro Dio, che Egli vi conservi in vita. Sappiate che non dovete avere con (Spinoza) alcuna relazione né scritta né verbale. Che non gli sia reso alcun servizio e che nessuno l’avvicini a meno di quattro cubiti. Che nessuno viva sotto lo stesso tetto con lui e che nessuno legga alcuno dei suoi scritti.”
Per comprendere meglio chi è stato Baruch Spinoza.

E veniamo al nostro tempo e alla guerra grande e diffusa attuale, figlia di guerre e di false paci precedenti. Ogni guerrra sta dentro i confini di guerre e di paci. Qualcuno, più di uno, ha scritto (e ci credeva veramente) che la guerra è lo stato ordinario delle relazioni tra popoli, nazioni e città, mentre la pace sarebbe solo un intervallo tra due guerre. In realtà, le storie, che sono tante quanti i popoli e le nazioni (non la Storia, beninteso, ché troppo aulica e falsificabile dai vincitori di ogni tempo e luogo) ci raccontano che effettivamente i periodi di pace sono stati veramente pochi e brevi.
Ne ricordo un paio di importanza persino meta-storica: quella che è stata chiamata Pax Augustea (qualche decennio successivo alla vittoria di Ottaviano Augusto su Marco Antonio alla fine del primo secolo avanti Cristo) e il secondo dopoguerra del ventesimo secolo (durata ottanta anni, però intervallati da diverse guerre, tra le quali alcune atroci, come quelle balcaniche – assai crudeli – degli anni ’90, a due passi da noi del Nordest).
Ora, il conatus potentiae di Trump sbatte contro e frantuma l’harmonia mundi possibile, che è già devastata, dove altri sciagurati si sono mossi, illusi visionari, e crudelmente criminali, come Putin e come Netaniahu (a volte, anzi molto spesso, mi capità di pensare alla Giustizia dell’Incondizionato per questo crudele capo di governo), tacendo d’altri.
Conoscenza e dolore, oppure conoscenza è dolore? Tutti e due i sintagmi hanno valore, sia quello con la congiunzione sia quello con la copula, s’intende. Viviamo un inizio del terzo millennio crudelmente barocco, tanto assomigliando al ‘600 delle guerre di religione, secolo che iniziò con sullo sfondo il rogo di Campo de’ Fiori, acceso sul finire dell’anno ultimo del secolo precedente, per ardere Filippo da Nola, detto Giordano Bruno, che aveva compreso come l’infinito universo e i mondi fossero diversi da come insegnava la Chiesa di Roma.
Libertas est laetitia mentis, et beatitudo, animique tranquillitas (è la pace secondo Agostino d’Ippona). E secondo Baruch, l’uomo d’Amsterdam.
Per lui, per Spinoza, l’odio intristisce, impoverisce, se si è consapevoli del mondo e di Dio, Deus-sive-Natura. Non devi odiare, (a me per nulla caro) Benjamin Netaniahu dal sorriso perfidamente lombrosiano, perché vuoi essere infelice? Perché sembri infelice. E se sembri infelice lo sei. L’apparire della tua infelicità è l’essere della tua infelicità, che si diffonde tra tutti coloro con i quali hai contatti. Netaniahu, non ti dico vergognati, ti dico specchiati! E aspettati anche qualche mano vindice. E pentiti, se ci riesci, per tentare di salvare la tua anima, ma non so se sei in tempo, ché lo sa solo l’Incondizionato Dio.
Per Spinoza, bisogna avere desideri adeguati, non desideri smodati. E’ nella natura delle cose, che è perfetta, che ci siano i contrasti, che sono come spigoli che si innestano in angoli acuti.
Un’altra cosa, caro Baruch: se ho capito bene, in un certo scholium tu raccomandi di non fare così: se una cosa la dice uno va bene, ma se dice la stessa cosa un altro non va più bene. E’ come se tu facessi l’immagine del militante ideologista, che è un superstizioso, come quelli del Medioevo, che interessavano il potere religioso, che era altrettanto superstizioso.
Sulla fortuna, altro nome della finitezza umana, o sorte o destino, (cf. l’ìstemi in Severino) Spinoza riprende (prop. 49) la dizione che Aristotele scrisse nella Grande Etica: la fortuna (…) è tutto ciò che l’uomo non controlla, oggi diremmo – in punta di diritto – le circostanze. Quanto importante sia ciò che non dipende dal talento del singolo uomo, dalla sua “mente” (è il nome che Spinoza dà all’anima, imitando – un po’ curiosamente – sant’Agostino), non si sa.
L’uomo è dominato dagli eventi esterni, scrive Baruch, e vive passioni correlate a quegli eventi (cf. III parte della citata Ethica). La finitezza ricomprende le passioni, che non sono né buone né male, un po’ come in Aristotele, il quale però sostiene che devono essere dominate, quasi da stoico, ma senza le “esagerazioni” di questa scuola.
Come le onde del mare sono agitate da venti contrari così l’uomo è agitato dalle passioni, addirittura canta il filosofo razionalista. E dunque la libertà può dipendere solo dalla capacità dell’uomo di cercare di determinare le onde (della vita), non di opporglivisi. Occorre essere causa suorum actionum.
In un certo senso, se Dio è Natura e l’uomo è parte della Natura, l’uomo può acquisire nella Natura un pezzo di libertà. Una pietra che cade non conosce la gravità, così l’uomo è determinato dalla gravità della sua finitezza. Spinoza ama queste similitudini.
Nella IV parte dell’Ethica il filosofo propone un cambiamento: la virtù umana può opporsi alla “fortuna”, quando riesce a superare il suo istinto di seguire il peggio pur conoscendo il meglio (troviamo “echi paolini” involontari in questa asserzione? cf. Rm 7,15). Forse si possono erodere spazi alla fortuna per impedirle di determinarci del tutto.
Vorrei provare a dirlo a coloro (e ne conosco) che spiegano le loro azioni male con l’essere stati determinati a compierle dentro un progetto muto e incoercibile, oppure in ragione di un’educazione repressiva. Troppo comodo, carissimi, incolpare il fato o terzi.
Bisogna essere audaci, dunque, ricordandoci di essere parte della Natura divina, che può determinare qualcosa, perché la mente può essere attiva proponendo idee adeguate (quelle definite da Renè Descartes chiare e distinte), cioè non modificabili. Un po’ come i teoremi del triangolo, che sono indipendentemente veri l’uno dall’altro, a partire dagli assiomi dimostrabili che il triangolo è una linea spezzata chiusa avente tre angoli, e che la somma degli angoli interni del triangolo stesso è di 180°, con l’angolo piatto che si sviluppa sommando gli spazi graduati (°) di un triangolo in una linea sola.
Se io non conosco altri teoremi, pur sapendo che esistono, ciò non significa che il teorema di Pitagora non sia più vero. E ciò, per Spinoza, vale per ogni cosa. Per lui, avere idee adeguate diventa avere-parte dell’Intelletto infinito di Dio. Anche se nei limiti umani.
L’uomo in qualche modo de-forma la realtà acquisendo la realtà esterna, che è data, ma è differentemente assunta dagli uomini singoli. L’irriducibile unicità di ciascuno di noi, oooh, alquanto improbabile e perfin risibile “professor” Luigi Di Maio, invitato dall’accademia londinese a insegnare colà le dinamiche geopolitiche del Vicino e del Medio Oriente attuali.
In qualche modo Spinoza richiama, (per alcuni) sorprendentemente, Platone, quando afferma che la mente umana è eterna (in Dio), e di qui il suo immanentismo presuppone – a mio avviso – anche il Severino degli eterni essenti, nonostante Baruch non si riferisca mai a una metafisica. Ma forse a una matematica, che in un certo senso è una metafisica, perché abita l’intelletto divino, e quindi la Natura, e quindi noi esseri umani. Bello, vero?
Comunque nella vita morale, e quindi politica, non possiamo essere veramente liberi. Per Spinoza il bene è l’utile comune, che è difficile da calcolare perché si dipana nel tempo. Non so se Lenin (e i suoi emuli più radicali, financo le Brigate Rosse, dove qualcuno Spinoza lo ha letto) abbia letto Spinoza, oltre a Marx, ma se l’avesse letto, si sarebbe sentito rinforzato nel suo agire, salvo non sapere che Spinoza non avrebbe approvato la violenza rivoluzionaria, perché violatrice della Natura del tutto, che va compresa e accompagnata nel suo sviluppo, che è un “togliersi dai viluppi”. A mio avviso Spinoza ai nostri tempi, come Aristotele, sarebbe stato un socialista democratico.
Il filosofo non trascura il tema del limite, soprattutto nell’etica, limite che riguarda anche l’idea del bene, laddove il bene è la gioia (non la felicità, che per Spinoza e anche per me non esiste!) e il male è il dolore, la tristitia, come reazione degli eventi esterni, nella fortuna-sorte-destino. Si tratta comunque sempre di lottare per conquistare gli spazi possibili di bene consapevole.
Vincere la fortuna è eticamente fondato, è moralmente plausibile, ma senza pensare di poterlo fare sempre. Fin dal peccato di Adamo, chiamato originale, Spinoza afferma che è la presa di coscienza della condizione umana, del bene e del male, della fortuna, degli eventi esterni. In questa visione, Dio, essendo al di là del bene e del male (Nietzsche), non conosce il bene e il male. L’uomo sì. In questo senso Spinoza può apparire “a-teo”, sia per l’ebraismo sia per il cristianesimo, ma valorizzando il desiderio del bene e della gioia egli colloca l’uomo, nella sua irriducibile diversità individuale, sulla strada di poter condizionare il male che viene dall’esterno. In questo senso, mi permetto di considerarlo anche un po’ “buddhista” e un po’ “cristico”, o forse, meglio dire, “gesuano”.
L’unica strada da percorrere è dunque quella della conoscenza che permette il discernimento del bene rispetto al male. E questa è una lezione per la politica di ogni tempo.
Si pensi a quanto farebbe bene che i politici, a partire dal più potente di questi tempi, Donald J. Trump, riuscissero a capire che anche la portaerei Lincoln è una barchetta nel mare della storia, e che la fortuna, dopo che avrà sconfitto il regime iraniano (cosa in sé buona e giusta, ma ottenuta con metodi errati), continuerà a determinare oltre il bene e il male (cari Americani, che cosa sono gli stati canaglia?) il flusso degli eventi oltre il vostro impero transeunte.
E’ passato nel tempo un impero, politicamente, giuridicamente e moralmente, più grande e storicamente più importante del vostro, l’Impero Romano, lasciando tracce nel tempo e nella storia, e così passerà anche il vostro. Fate in modo, studiando Spinoza (è un invito che rivolgo alla politica d’ambo i lati e alle accademie americana e di tutti i paesi), dopo avere studiato Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso d’Aquino, Kant e Nietzsche, anzi, studiate Spinoza prima degli ultimi due, di comprendere l’esigenza di superare la pericolosa ybris che attualmente determina il vostro agire, perché la Natura e la Cultura sono più forti di voi e di ogni altro.
La conoscenza, gnòsis+epistème+sophìa+phrònesis, è la vera virtù capace di elevare l’uomo. Così è per Spinoza, così sia per noi. Così dovrebbe essere per Donald J. Trump, per Netaniahu, per Putin…
Trump vincerà tatticamente e militarmente questa guerra insensata contro l’attuale “impero persiano”, ma la perderà politicamente, culturalmente e antropologicamente, come è capitato e càpita spesso agli Americani dopo il 1945. Quest’uomo, pericolosamente narcisista, ora pretende che le altre nazioni lo aiutino in un’impresa che ha deciso da solo, e da cui ora non sa come districarsi e svincolarsi.
I Persiani, nel V secolo avanti Cristo a momenti avrebbero conquistato L’Europa, se non fosse stato per la superiore sapienza greca logica e filosofica, che ispirò i due strategòi, comandanti dell’esercito e della flotta greci, il generale Milziade a Maratona e l’ammiraglio Temistocle a Salamina. Allora i Persiani non cedettero, ma fecero acccordi, fino ad Alessandro il Macedone, che li conquistò, ma per soli vent’anni. Poi la Persia risorse.
L’Impero Romano, più che combatterli, li scansò, perché aveva capito che si trattava di un impero e di una cultura umana, politica e militare immensa, competitiva perfino per loro, che erano la più grande potenza del mondo da secoli. Quelli erano i Persiani, anche se nel tempo si chiamarono Parti, Seleucidi e Sasanidi. E prima ancora erano Elamiti e Arjan, o uomini nobili, e poi Medi, fino a Ciro il Grande, che unì gli uni e gli altri.
Ciro era un grande sovrano, che costruì un impero basato sul rispetto. I nazisti pensavano che l’arianesimo fosse la razza pura, ma non capirono nulla. La religione dei Persiani era la guerra della luce contro il buio, del bene contro il male: si chiamò zoroastrismo, mazdeismo, da cui il grande ceppo biblico-evangelico-coranico, dopo la liberazione del Popolo ebraico da Babilonia.
Spero che gli Americani sappiano chiedere scusa ai Persiani e al mondo se il massacro di Madib è avvenuto con un loro Tomahawk. Vergogna a tutti, anche se si fosse trattato di un massacro dei pasdaràn, come qualche altra info spiega, perché il missile potrebbe essere stato di fabbricazione sovietica, e dunque “danno collaterale” autoinflittosi dai Persiani per ragioni di propaganda crudele (cf. CNN e Washington Post). Leggo cose diverse sul Times e sul Washington Post: sul primo giornale alcuni testimoni iraniani affermano di preferire che Americani ed Israeliani continuino i bombardamenti, perché altrimenti i teocratici “riprendono i massacri” (parole loro), sul secondo quotidiano leggo che comunque non ci sarà una rivolta interna a seguito dell’intervento americano-israeliano (parole di altri Persiani).
La guerra, che è la più irrazionale e diuturna attività umana, è questa cosa qui.
Epperò, non dimentichiamo che nell’Iran di Ruhollah Komeini e di Alì Kamenei, dal 1979 in poi la pena di morte è stata comminata meramente come misura amministrativa, anche se non esclusivamente (oltre che ai nemici politici, basta partecipare a una manifestazione contro il regime teocratico per essere considerato tale, anche ai trafficanti di droga e agli apostati della religione) di repressione: da 1000 a 2000 persone impiccate all’anno nelle piazze, appese lentamente alle gru edili, e centinaia fucilate sui tetti (fonte: Amnesty International). Come nei primi due anni del Terrore francese e come nell’Unione Sovietica di Giuseppe Stalin. Per non parlare dell’oppressione delle donne.
Ciò detto, l’antropologia e la cultura (speriamo degli Americani stessi!) vinceranno sempre contro la forza bruta di ministri della guerra come Mr Hegseth (che, ridicolo!, vuole scegliere solo i fotografi che lo ritraggono come “bello guaglione”, direbbe Romano Prodi) e tronfi miliardari in politica come Donald J. Trump. Oh Presidente bullo e sbruffone, 93 milioni di Persiani, età media poco più di trent’anni, non ti ringrazieranno mai, anche se il regime clerical-militarista dovesse cadere, perché la Persia è un impero che dura da millenni, nonostante gli assassini Komeini e Kamenei, non tricentenario, anzi men che tale, come quello che ritieni “tuo”, mentre già cominci a dire che Cuba ti piace tanto!
Una per me triste nota di colore sul quotidiano Repubblica di qualche giorno fa. Con un articolo ricordava l’uccisione del killer di massa Larjani con questo titolo: “Un pragmatico che amava Kant“. Ho letto che leggeva anche Husserl e Heidegger. Chissà se è vero. Anche Stalin amava i grandi scrittori russi dell’800, mentre Hitler amava ascoltare la musica di Richard Wagner. Alì Larjani è stato l’organizzatore, cioè l’autore per interposte polizie, delle ultime decine di migliaia di ammazzati per le strade, in due giorni oltre 40.000 (fonte: come sopra). Un commento condiviso con l’amico Claudio: lettore sì di Kant, di quello che scrisse “Per la pace perpetua”, trattatello giovanile del filosofo, pubblicato dall B.U.R., la Biblioteca Universale Rizzoli, che lessi da liceale. Oppure di Eva Kant, la bella e sensuale (come Eleonora duchessa d’Aquitania e di Guascogna, contessa di Poitiers e regina consorte di Francia e d’Inghilterra, come moglie di Enrico II, secondo l’autorevole parere del professor Natalino Sapegno), compagna di Diabolik.
Infine, vorrei fare una domanda semplice all’ANPI e all’ARCI. Ho visto che in quel di Roma hanno maltrattato una patriota iraniana, Leila Khaki, che cercava di capire le ragioni delle proteste di piazza italiane. Cari “compagni” (questa è una domanda che vi faccio io), perché non rispondete alla sua domanda? Perché non vi va bene sostenere i patrioti iraniani, voi che siete i “partigiani” di oggi? Vi interessa che poco prima dell’attacco americano, la teocrazia militarista aveva ammazzato quaranta cinquantamila giovani, e che un paio di mesi fa solo le minacce di quel pazzoide presuntuoso ignorante e pertanto arrogante di Trump ha impedito l’impiccagione lenta di un migliaio di giovani persiani? E che dal 1979, l’anno del ritorno in Iran di Ruollah Komeini la teocrazia islamica che opprime i Persiani ha impiccato da mille a duemila persone all’anno.
Come la mettiamo con il vostro internazionalismo anticolonialista? Non c’è qualche contradictio in adjecto nel vostro agire? Se non capite il latino tommasiano ve lo traduco in privato. Sempre che sia di vostro interesse.
Da ultimo un pensiero di pietà per Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, anarchici, morti mentre preparavano una bomba, vittime di un pensiero errato sotto il profilo intellettuale, morale e pratico politico. Le forze di sinistra dovrebbero avere il normale coraggio di parlarne, come faccio io. Cari Alessandro e Sara, non sono più i tempi di Felice Orsini e di Gaetano Bresci, nè, lo so anche se non vi conoscevo, di quelli voi avevate la tempra morale e intellettuale. Mi dispiace. Vi auguro il perdono, dopo la resipiscenza e l’espiazione.
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