Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

Salute e sicurezza nella vita dell’uomo… (l’Unione Europea mi suggerirebbe di aggiungere “…e della donna”, ma io sono dispettoso, e non lo faccio). Intervista in tema di salute e sicurezza del lavoro pubblicata sulla rivista specializzata “Promozione salute”

(Sono onorato che mi sia stata richiesta l’intervista che segue, estratta da un’ottima rivista specializzata sui temi della salute umana, che sta trovando un suo spazio politico, sindacale e mediatico r. p.)

Le domande sono a cura del dottor Francesco Vaccari, direttore della rivista Promozione salute. 

Caro professor Pilutti, grazie per aver accettato questa conversazione. Prima di entrare nel tema, ti chiederei di presentarti brevemente: chi sei, di cosa ti occupi oggi e qual è il filo rosso che lega il tuo percorso di filosofo, consulente e docente-formatore.

(Salute&Sicurezza nel lavoro)

R. sono di famiglia operaia e ho svolto tutti i miei studi lavorando, dal conseguimento della maturità classica al glorioso Ginnasio Liceo J. Stellini di Udine (peraltro lavorando durante le lunghe vacanze scolastiche di quei cinque anni), in poi.

Come formazione accademica, possiedo: una Laurea in Scienze politiche e sociali, e due Dottorati di Ricerca, in Teologia sistematica e in Filosofia teoretica e morale, preceduti dalle lauree magistrali. Inoltre ho conseguito un Master in Filosofia pratica che mi ha consentito di assumere per un biennio (peraltro in pieno periodo Covid) la Presidenza di Phronesis, l’Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica.

Presiedo diversi Comitati etici in aziende nazionali e multinazionali, in Friuli Venezia Giulia e in Veneto, nelle quali svolgo generalmente anche attività di Consulenza direzionale e di supporto alle Proprietà e delle loro Famiglie.

Ho svolto e svolgo docenze e seminari in Università civili (di Sociologia industriale a Economia) e pontificie (concernenti le discipline filosofico-teologiche), nelle sedi di Udine, Padova e Bologna. Svolgo anche formazione aziendale per figure responsabili e lavoratori.

Ho scritto diversi volumi di carattere saggistico e narrativo-letterario, con diversi riconoscimenti.

Amministro un blog omonimo che tratta di attualità e di argomenti culturali, socio-politici ed etici.

Infine, mi pare si noti un collegamento sostanziale tra la mia formazione e le mie attività, conciliando gli aspetti teorici studiati con quelli applicativi e pratici, soprattutto per quanto riguarda i temi Etici e le loro applicazioni nel campo dei Diritti & Doveri delle Imprese e dei Lavoratori.

1.         Perché oggi è così importante parlare di salute nei luoghi di lavoro? In che modo il contesto lavorativo può diventare uno spazio di crescita, di equilibrio e di prevenzione, piuttosto che solo di produzione?

R. È importante parlare di salute nei luoghi di lavoro, così come assumere comportamenti coerenti con la necessità di tutelarla, perché il lavoro e il suo tempo costituiscono una parte essenziale della vita umana nel quotidiano, dove si spendono energie fisiche e mentali, che debbono essere gestite con equilibrio e razionalità per il fine di una vita buona. Tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori è certamente il primario obiettivo morale di una sana etica del lavoro, che deve saper contemperare questo bene-valore con la necessità della costruzione dei beni materiali che generano il reddito aziendale. Non dimentichiamo che ogni impresa economica vive solo delle sue risorse autoprodotte e vendute sui mercati: conditio sine qua non per qualsiasi altra iniziativa. Detto in modo più franco e diretto: se un’azienda non guadagna (ricavi meno spese, semplificando al massimo) non può pagare nessuno, a partire dai dipendenti e dagli istituti previdenziali, né può ottenere crediti bancari per investire le risorse necessarie per l’innovazione.   

Anche le dottrine economiche progressiste classiche (di fine ‘800) convengono su questa necessità. Se poi si riesce a coinvolgere i lavoratori in un progetto di sviluppo razionale, si possono generare le condizioni per una condivisione – oserei dire “sociale” dei beni generati. Ricordo in proposito le dottrine politico-economiche del grande politologo ed economista tedesco Eduard Bernstein (1850-1832), espresse nella seconda parte del cosiddetto Programma di Erfurt 1891, che faceva parte della dottrina socio-politica del Partito Socialdemocratico di Germania (SPD), completato in un senso riformistico dal Programma di Bad Godesberg nel 1959. Nell’occasione la dottrina marxista non fu più considerata valida sotto il profilo programmatico riivoluzionario, ma sotto quello analitico-economico, che confermava una sua sostanziale importanza.

Non posso non accostare a questa citazione, anche le parti essenziali delle Encicliche sociali della Chiesa cattolica, a partire dalla Rerum Novarum di papa Leone XIII (1891), della Quadragesimo Anno di papa Pio XI (1931) e di papi più vicini a noi come Paolo VI (Populorum progressio 1967), Giovanni Paolo II (Centesimus annus 1991), Benedetto XVI (Caritas in Veritate 2009) e Francesco (Laudato si 2015). Ambedue le fonti dottrinali, quella laica e quella teologica, costituiscono l’ossatura teorica della Costituzione della Repubblica Italiana del11948.     

Viviamo in tempi nei quali si dovrebbero recuperare le migliori dottrine poliitiche e sociali in tema di partecipazione dei lavoratori al fatto economico (cf. art. 46 della Costituzione della Repubblica Italiana), mentre molte forze si disperdono nei rivoli di un falso e pericoloso rivoluzionarismo già sconfitto dalla storia.

2.    La promozione della salute è spesso interpretata in chiave tecnica o sanitaria. Dal tuo punto di vista filosofico e antropologico, cosa significa davvero “promuovere salute” nel lavoro?

R. Gli aspetti tecnicali, diciamo, sono importantissimi, ma debbono essere ispirati da un profondo convincimento interiore psicologico e morale, che ognuno deve a se stesso, ai propri cari e anche ai propri colleghi con i quali si condividono le giornate. Comportamenti corretti e rispettosi del benessere proprio e altrui sono possibili a partire da un sentimento di grande rispetto per la vita, che ha inizio con la tutela dell’incolumità quotidiana di ciascuno e di tutti, in azienda come nella vita personale esterna.

3.         Attività fisica, alimentazione e benessere: tre dimensioni molto concrete. Come possiamo restituire loro un significato più profondo, legato alla qualità della vita e alla dignità della persona?

R. Sappiamo che le mode a volte ci condizionano, e sempre in modo superficiale. Il termine wellness, come altre parole inglesi, vanno per la maggiore, ma se non si intende bene il significato di benessere, che deve essere innanzitutto equilibrio interiore, si rischia di essere solo dei superficiali “modaioli”. Il bene-essere è ciò che dice il sintagma costituito dalle due parole bene e essere, dove il concetto di bene è caratterizzato e collocato nel tempo della storia personale dal verbo: benessere significa non solo stare-bene, ma più ancora essere-nel-bene, comportarsi bene, laddove l’equilibrio tra attività fisica, alimentazione corretta, attività culturali e riposo si dispiegano in modo equilibrato e armonioso. Mi spiego meglio: se una persona non vive in modo buono la sua propria vita, l’aggiunta di ginnastica e di cibi di alta qualità non basta a creare benessere, poiché risulterebbe un distacco, quasi uno iato tra la vita spirituale connotata dalla vita buona, oserei dire virtuosa, e quella pratica, concreta, reale, quotidiana. L’esito non potrebbe essere un vero bene-essere, ma solo un racconto autoconsolatorio.

4.         La sicurezza sul lavoro viene tradizionalmente vista come prevenzione del rischio fisico. In che modo si collega, invece, alla più ampia idea di benessere e alla cura dell’essere umano nella sua interezza?

R. Sviluppiamo un po’ un concetto precedente, quello della domanda 2: si può dire che il benessere non si misura quantitativamente, perché si manifesta a un livello più essenziale, quello spirituale, che comprende sia la ragione logica, sia il sentimento emotivo, che contribuiscono a scegliere le strade migliori per il bene proprio e degli altri. Se abbiamo bisogno, quando descriviamo noi stessi, di distinguere la nostra struttura umana almeno in corpo e psiche, o corpo e anima o corpo e spirito, in realtà dobbiamo considerare noi stessi come una struttura unitaria di persona, dove gli aspetti della cura fisica non possono essere disgiunti da quelli di una cura per il nostro equilibrio psicologico, affettivo, comportamentale e morale, come insegnano le più recenti neuroscienze.

Altrimenti, si può dire che stare-bene è collegato a un fare-bene il bene proprio e quello degli altri.

5.         L’uomo come essere relazionale e simbolico. Quale ruolo hanno le relazioni, il senso di appartenenza e la cultura aziendale nella costruzione di ambienti di lavoro sani?

R. L’uomo è un essere irriducibilmente singolo, di per sé quasi “incomunicabile”, ma se resta solo tale scegliendo l’egocentrismo, non può farcela, perché le difficoltà esterne, le circostanze e gli eventi indipendenti dalla volontà individuale, impongono la collaborazione tra diversi, sviluppando la Qualità delle relazioni intersoggettive, con l’ascolto vero e il rispetto reciproco. E’ importante curare bene la comunicazione intersoggettiva-interpersonale, senza fare della comunicazione un fine: il fine, infatti, resta la ricerca di una qualità buona nella relazione: la comunicazione è al servizio della qualittà relazionale.

Ogni “io” deve essere percepito dagli altri come un Individuo che si pone non come un soggetto autocentrato, individualista, egocentrico e narcisista (si noti il climax ascendente!), ma come un soggetto umano-persona, certamente consapevole delle proprie prerogative di unicità soggettive e irripetibili in qualsiasi ruolo abbia, ma non portatore di un sentimento prepotente di aggressività e di dominio sugli altri per un malinteso senso di superiorità antropologica e morale. Se per ruolo siamo tutti diversi (un capo è un capo e un collaboratore è un collaboratore), in dignità umana siamo tutti uguali! Non dimentichiamolo.

6.         Filosofia e impresa sembrano mondi distanti. Quale contributo può offrire il pensiero filosofico alle organizzazioni che vogliono promuovere salute e benessere in modo autentico?

R. Non è vero che filosofia e impresa sono molto distanti. Si tratta di capire bene ciò che può significare “pensiero filosofico” in ambito lavorativo: il pensiero filosofico inteso come uno studio accademico delle varie dottrine filosofiche storiche non serve molto, se non a chi manifesti uno specifico interesse per esso: quello che è indispensabile è una visione generale della vita, che è filosofica, dove vengono collocati i beni nella giusta scala di priorità, in testa alla quale vi è la propria salute psico-fisica, da cui tutti i beni umano hanno inizio. Ogni pensiero e ogni azione umana hanno un “perché filosofico”, dato che sono (devono essere) guidati dalla ragione discorsiva o logica argomentativa, se non sono condizionati dalle emozioni momentanee. Ciò non significa che le emozioni non abbiano un ruolo importante, al contrario, ma non possono e non devono essere dominanti. Nel nostro argomento le emozioni sono decisive per dare una coloritura originale, umanamente unica a ciò che si fa per stare bene. Un esempio: lo stare-bene di uno sportivo può produrre la gioia della vittoria o anche di una buona prestazione nella competizione, e ciò è bene. E anche per chi sportivo non è.

7. Come si potrebbe sintetizzare la situazione della sicurezza del lavoro sotto il profilo legislativo e degli effetti normativi ai nostri tempi?

Le aziende devono attenersi alle norme legislative in tema di tutela della salute e sicurezza del lavoro. Dal dopoguerra in poi, dopo il primo decennio che era stato focalizzato sulla ricostruzione postbellica, il legislatore ha iniziato ad emanare leggi specifiche e molto dettagliate in tema. Nel 1955 il D. Lgs 547 in tema di antinfortinustica, testo di straordinaria precisione, ma improntato a una sorta di idealismo positivista (si tratta di un ossimoro linguistico) in base al quale l’evoluzione tecno-scientifica e la sua applicazione su macchine e impianti avrebbero doovuto riuscire ad evitare gli infortuni sul lavoro fino – possibilmente – a farli scomparire. I fatti hanno dimostrato che ciò non è possibile. L’anno successivo, nel 1956, il Legislatore ha emanato il D. Lgs. 303 sull’igiene del lavoro, i cui esiti sono stati molto buoni, ma non hanno ovviamente risolto tutti i problemi dell’ambiente, del microclima, del rumore, etc.

Negli anni successivi sono stati emanati altri decerti collegati ai due decreti generali, come quello sui cantieri edili. Lo sviluppo economico e industriale e l’aumento del numero di lavoratori ha fornito lo spunto per una revisione generale della legislazione per la sicurezza del lavoro. Nel frattempo anche l’Unione Europea emanava una decina di specifiche direttive in tema. Nel 1994 il Governo emanò il Decreto legislativo 626, rimasto negli annali come una sigla notissima, che ricomprese tutte le normative precedenti inserendo però una novità fondamentale: il ruolo dell’uomo, dell’operatore e del preposto, i cui comportamenti sono decisivi per la tutela umana. Entrano in campo il medico di fabbrica, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e il RSPP, o Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione.

Le cose migliorano non poco, finché nel 2008 viene emanato il Decreto legislativo oggi vigente, l’81 del 2008, successivemante completato da altri testi.

Il numero di infortuni, compresi quelli mortali, cresciuti costantemente fino alla fine degli anni ’90, inzia a diminuire, in ragione di questa legislazione e di comportamenti sempre più responsabili. Negli ultimi anni, però, vi è stata una ripresa degli infortuni che richiede ancora più attenzione.

Una sola osservazione: forse si potrebbero rivedere le norme sanzionatorie, che spesso risultano più punitive che costruttive. E’ l’educazione alla responsabilità individuale e verso i colleghi (cf art. 9 della Legge 300 Statuto dei diritti dei lavoratori), e ad un’etica del lavoro equilibrata tra diritti e doveri, che fa la differenza.

8.         Uno sguardo al futuro. Secondo te, come può evolvere la cultura della salute nei luoghi di lavoro nei prossimi anni? Cosa possiamo fare oggi — come educatori, formatori o dirigenti — per favorire questo cambiamento?

R. A mio avviso, dobbiamo ritenere fondamentale concentrarci su un aspetto, che è forse il più preoccupante e impegnativo dei nostri tempi: quello delle difficoltà che vive da qualche tempo il “pensiero critico”, cioè la capacità di conoscere e razionalizzare ciò che accade, senza farsi dominare da passioni negative, pregiudizi, preconcetti e ideologismi, scegliendo sempre la via paziente della razionalità, senza dimenticare di coltivare un giusto equilibrio empatico verso gli altri.

Non dimentichiamo anche l’importanza dei Codici etici previsti dal Decreto legislativo 231 del 2001, che rinforzano obiettivamente le politiche di tutela della salute e sicurezza del lavoro previste dalla legislazione specifica, con uno strumento di controllo autonomo ed esterno, definito Organismo di vigilanza, la cui attività è molto considerata dalla pubblica Giurisdizione.

Solo con queste premesse potrà evolvere positivamente nei luoghi di lavoro anche la cultura della tutela della salute e sicurezza del corpo e dello spirito, che sono intrinsecamente connesse e reciprocamente indispensabili.

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