Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

Io esisto solo adesso che scrivo, esisterò solo quando leggerò, ma il presente che vivo adesso, anche se non sarà più tale quando leggerò, è eterno, perché nessuno, neanche Dio potrà cancellarlo. La scrittura e la lettura del testo sono determinate dal tempo cronologico, ma sono anche fuori dal tempo cronologico, perché questo tempo è l’eterno (cf. Emanuele Severino). Dopo avere interpellato Albert Einstein, vi propongo un esercizio sul tema del tempo: la lettura di parte del Libro XI de le Confessioni di sant’Agostino, la parte che riguarda il “tempo”, e di qualche mia considerazione successiva ad ogni “numero” del testo agostiniano

PROSSIMAMENTE:

  • “L’eros è più forte del lògos?“

PROEMIO. ESSERE, ESSENZA, ENTE

Scrivo questo breve saggio filosofico accettando un invito da parte di un conoscente-quasi-amico (cosa che mi capita oramai abbastanza sovente) a tale “intrapresa”, ma chiarisco che questo testo è rivolto a chiunque legga i miei “domenicali”, con preferenza per chi mi vuol bene, per gli amici, e per i miei studenti che nel tempo sono andati avanti nel… tempo, con me, stando ancora nel mio tempo.

Gli eterni essenti sono ciò che l’essere stesso, che è il concetto-sostrato di ogni ente, può mostrare mentre tu-sei, mentre io-sono. Eternamente viene ciò che è, da un prima. Il divenire appare come ogni momento che passa non-è, perché il suo essere è. Perenne. Più o meno questa è stata la tesi fondamentale di Emanuele Severino, che in questa sede – in qualche misura – mi sento di condividere, anche se non del tutto.

(Emanuele Severino)

Dentro i testi dottrinali, la tentazione della poesia lirica pervade tutta la filosofia di Emanuele Severino, che – in generale – talvolta condivido e non condivido talaltra, coerentemente. Si tratta di una diversa forma di metafisica, vicinissima e distante nello stesso tempo dalla metafisica classica dei grandi Greci, dei pensatori Medievali, di quelli Moderni e anche dei Contemporanei.

La Metafisica è ciò-che-sta-dopo-la-fisica come ci insegnò Andronico di Rodi, ordinatore dei libri dello Stagirita (Aristotele). Inoltre, metafisica è sia teologia sia onto–logia, cioè dottrina dell’ente e dell’essere, e dottrina del “divino”. L’ente è il participio presente del verbo essere, ma il filosofo bresciano preferisce chiamarlo essente. L’ente–essente è, simpliciter, ciò-che-è, soggetto od oggetto od altro che sia.

Tra essere e ente, Tommaso D’Aquino collocava l’essenza, che consiste in ciò-per-cui-l’ente è-cio-che-è. Un esempio: l’umanità è la mia e anche la tua essenza, caro lettore, così come lo è la “caninità” e la “gattità”, che sono le essenze – rispettivamente – dei cani e dei gatti, ovviamente al di fuori di ogni classificazione biologica linneana e ss.

Anni addietro in una mia attività collaterale che quasi nessuno conosce, scrissi questa breve lirica, pubblicata da tempo e ristampata l’anno passato (e non sarà l’ultima volta che conoscerà la stampa, poiché sto preparando una nuova breve silloge):

Metà tà phisikà

Se l’ente è,/ non è il niente// perché se fosse il ni-/ ente non sarebbe/ l’ente,// piuttosto, se sembra che/ l’ente balli il tango col ni-/ ente,// si tratta di un suo scomparire/ prima del nuovo riapparire/ (dell’ente). (R. Pilutti, pubblicata ne Il canto concorde del trovatore inesistente, ed. Segno, Tavagnacco 2020-2025)

C’entra, forse, con l’argomento – proprio à là Severino – ma con un pizzico di aura quasi palazzeschiana.

Ricordi, caro lettore, La fontana malata che fa clop clop cloppete clop?

Clof, clop, cloch,/ cloffete,/ cloppete,/ clocchete,/ chchch…// È giù nel/ cortile,/ la povera/ fontana/ malata; che spasimo!/ sentirla/ tossire./ Tossisce,/ tossisce,/ un poco// Clof, clop, cloch,/ cloffete,/ cloppete,/ clocchete,/ chchch…// È giù nel/ cortile,/ la povera/ fontana/ malata;/ che spasimo!/ sentirla
tossire.// Tossisce,/ tossisce,/ un poco/ di nuovo/ tossisce.// Mia povera/ fontana,/ il male/ che hai/ il cuore/ mi preme.// Si tace,/ non getta/ più nulla.// Si tace,/ non s’ode/ romore/ di sorta,/ che forse…/ che forse/ sia morta?// Orrore!/ Ah! no./ Rieccola,/ ancora/ tossisce.// Clof, clop, cloch,/ cloffete,/ cloppete,/ clocchete,/ chchch…// La tisi/ l’uccide./ Dio santo,/ quel suo/ eterno/ tossire/ mi fa/ morire,/ un poco/ va bene,/ ma tanto!// Che lagno!/ Ma Habel!/ Vittoria!/ Andate,/ correte,/ chiudete/ la fonte,/ mi uccide/ quel suo/ eterno/ tossire!// Andate,/ mettete/ qualcosa/ per farla/ finire,/ magari…// Magari/ morire.// Madonna!// Gesù!// Non più!// Non più.// Mia povera/ fontana,/ col male/ che hai,/ finisci/ vedrai,/ che uccidi/ me pure.// Clof, clop, cloch,/ cloffete,/ cloppete,/ clocchete,/ chchch…//
(Aldo Palazzeschi, Tutte le poesie, Mondadori)

La poesia lirica è il modello/ genere letterario più affine alla metafisica, per la sua modalità essenziale, sintetica, imaginifica… che si attaglia (mi pare) molto bene al lessico altrettanto essenziale e sintetico della metafisica, anzi delle diverse metafisiche, antica (Platone-Aristotele), medievale (Averroè- Tommaso d’Aquino), moderna (Descartes-Leibnitz) e contemporanea (Husserl-Heidegger).

Metaphisica numquam cessat essendi (non muore mai).

IL TEMPO SECONDO ALBERT EINSTEIN

Secondo Albert Einstein, il tempo non è conteggiato da un orologio universale e assoluto, ma è un concetto relativo cangiante a seconda della gravità e della velocità. Il tempo è un’illusione e non scorre uguale per tutti. Fino al 1905, quando Einstein presentò la sua teoria della relatività ristretta, spazio e tempo erano considerati grandezze assolute. Con Einstein, invece, il tempo divenne qualcosa di relativo: due osservatori che si muovono in modo diverso possono percepire lo scorrere del tempo in maniera diversa. Funziona così: un orologio in movimento scorre più lentamente rispetto a uno fermo. È un effetto impercettibile nella vita di tutti i giorni, ma reale e misurabile. Questo fenomeno è noto come dilatazione temporale e spiega, per esempio, perché un astronauta che viaggia a velocità elevatissime invecchierebbe un po’ meno rispetto a chi resta sulla Terra.

(Albert Einstein)

Dieci anni dopo, con la teoria della relatività generale (1915), Einstein fece un passo in più: scoprì che anche la gravità può influenzare lo scorrere del tempo.

Secondo questa teoria, la gravità non è una forza invisibile, ma una curvatura dello spaziotempo causata dalla massa. Più ci si trova vicino a una grande massa, più il tempo rallenta.

Perfino sulla Terra, queste differenze si possono misurare. A causa della forma leggermente schiacciata del pianeta, la gravità ai poli è più forte (circa lo 0,4% in più) rispetto all’equatore. Ciò significa che un orologio posto ai poli scorre un po’ più lentamente rispetto a uno all’equatore, anche se la differenza è minima.

Per verificare davvero la teoria di Einstein servivano strumenti ultra precisi, più affidabili degli orologi meccanici o al quarzo. Negli anni Cinquanta arrivò la svolta con la nascita dell’orologio atomico, capace di misurare il tempo attraverso la vibrazione degli atomi.

Grazie a questa tecnologia fu possibile testare la relatività anche sulla Terra. Gli orologi atomici, infatti, riescono a registrare differenze di tempo di pochi miliardesimi di secondo, confermando le previsioni di Einstein con una precisione sorprendente.

Nel 1971 due scienziati, Joseph Hafele e Richard Keating, misero alla prova la teoria in modo geniale. Presero quattro orologi atomici al cesio e ne lasciarono uno fermo a terra. Gli altri tre furono portati a bordo di aerei che volarono intorno al mondo, uno verso est e l’altro verso ovest.

Al loro ritorno, gli orologi non segnavano più lo stesso tempo. Quello che aveva volato verso est (nella stessa direzione della rotazione terrestre) risultò indietro di pochi miliardesimi di secondo, mentre quello verso ovest era leggermente avanti. Il motivo? Due effetti diversi: a) la velocità degli aerei ha rallentato gli orologi in volo (relatività ristretta) e, b) la quota più alta degli aerei, dove la gravità è minore, ha fatto scorrere il tempo un po’ più velocemente (relatività generale).

Il risultato fu chiaro: Einstein aveva ragione. Il tempo non è uguale per tutti, e persino sulla Terra scorre in modo diverso a seconda di dove ci si trova e di come ci si muove.

Propongo la tesi einsteiniana anche in un altro modo, che l’amico professor Andrea Vacchi, fisico e astrofisico, ha ben spiegato al festival È Storia, in Gorizia, dove fummo correlatori in un seminario sul tema del Sacro, qualche mese fa.

La spiegò come segue: la stella più vicina alla terra dopo il nostro Sole è Proxima Centauri, che si trova a 4,24 anni luce, cioè a una distanza che si ottiene con questa moltiplicazione: 300.000*60*60*24*365*4,24 anni, pari a km. … (caro lettore fai la moltiplicazione, se vuoi). La luce che viaggia a 300.000 km al secondo ci mette 4,24 anni per raggiungere la Terra dalla stella citata: pertanto, se avessimo un telescopio di incommensurabile potenza, stando su Proxima Centauri potremmo vedere sulla Terra ciò che accadeva 4,24 anni fa, e magari anche persone in seguito decedute.

Se ciò è vero, come si può affermare che il tempo è assoluto e uguale per tutti indipendentente da dove si trovi un qualsiasi osservatore?

Vediamo ora come la pensava in tema sant’Agostino.

ESISTE SOLO IL PRESENTE (AGOSTINO, LE CONFESSIONI, LIBRO XI)

Vivo nel tempo presente, mentre ieri vivevo nel presente di un giorno passato, e domani (se Dio lo vorrà) vivrò nel presente di domani. Tutto è eternamente presente in un fluire-divenire soltanto apparente, certamente vero nell’invecchiamento delle cellule e dei corpi, ma non-vero in assoluto (cf. Einstein, che ha mostrato scientificamente ciò che sant’Agostino aveva già intuito metafisicamente).

(Sant’Agostino)

Vi propongo un esercizio in tema: la lettura di parte del Libro XI de le Confessioni di sant’Agostino, la parte che riguarda il “tempo”, e di qualche mia considerazione successiva a ogni numero, tramite degli scholia o glosse, cioè dei commenti esplicativi del testo agostiniano, come si usava fare in passato, specialmente nell’Antichità classica fino al Medioevo e oltre, in qualche caso.

Le Confessioni sono una specie di autobiografia spirituale, nella quale il filosofo narra come incontrò il Cristianesimo, per diventarne un propugnatore convinto e convincente, al punto da costituire lo snodo culturale tra le dottrine filosofiche greco-latine e il messaggio evangelico. Egli fu molto di più, perché sant’Agostino, alla faccia dei Francesi che ritengono sia stato l’Illuminismo settecentesco a fondare l’idea di Europa, è – se si vuole essere onesti intellettualmente – il vero punto d’inizio dello spirito occidentale che ha irrorato di sapienza – certamente oggi indebolita – ma che potrebbe ritrovare nella lezione del grande vescovo Berbero-Algerino nuova linfa di rinascita.

CONFESSIONES, LIBRO XI

Il tempo. Un’obiezione

10. 12. Non sono forse pieni della loro vecchiezza 65 quanti ci dicono : “Cosa faceva Dio prima di fare il cielo e la terra 66? Se infatti, continuano, stava ozioso senza operare, perché anche dopo non rimase sempre nello stato primitivo, sempre astenendosi dall’operare 67? Se si sviluppò davvero in Dio un impulso e una volontà nuova di stabilire una creazione che prima non aveva mai stabilito, sarebbe ancora un’eternità vera quella in cui nasce una volontà prima inesistente? La volontà di Dio non è una creatura, bensì anteriore a ogni creatura, perché nulla si creerebbe senza la volontà preesistente di un creatore. Dunque la volontà di Dio è una cosa sola con la sua sostanza. E se nella sostanza di Dio qualcosa sorse che prima non v’era, quella sostanza viene chiamata erroneamente eterna. Che se poi era volontà eterna di Dio che esistesse la creatura, come non sarebbe eterna anche la creatura?”.

Scholium&Glossa

Agostino si chiede, al suo solito modo, dialogando con sé stesso (cf. Soliloquia), se sia sensata una domanda circa ciò che facesse Dio prima della creazione. Propone di non separare la volontà di Dio da Dio stesso, per cui se Dio è eterno, altrettanto lo è la sua volontà, che perennemente crea, anche ciò che l’uomo non conosce. La domanda, quindi, non è sensata.

Tempo ed eternità

11. 13. Quanti parlano così non ti comprendono ancora, o sapienza di Dio 68, luce delle menti. Non comprendono ancora come nasce ciò che nasce da te e in te. Vorrebbero conoscere l’eterno, ma la loro mente volteggia ancora vanamente 69 nel flusso del passato e del futuro. Chi la tratterrà e la fisserà, affinché, stabile per un poco, colga per un poco lo splendore dell’eternità sempre stabile, la confronti con il tempo mai stabile, e veda come non si possa istituire un confronto, come il tempo dura per il passaggio di molte brevi durate, che non possono svolgersi simultaneamente, mentre nell’eternità nulla passa, ma tutto è presente, a differenza del tempo, mai tutto presente; come il passato sia sempre sospinto dal futuro, e il futuro segua sempre al passato, e passato e futuro nascano e fluiscano sempre da Colui che è l’eterno presente? Chi tratterrà la mente dell’uomo, affinché si stabilisca e veda come l’eternità stabile, non futura né presente, determini futuro e presente? Sarebbe la mia mano capace 70 di tanto, o la mano della mia bocca produrrebbe con parole un effetto così grande?

Scholium&Glossa

Qui Agostino affonda il suo ragionamento con la usuale perizia. L’uomo, per il filosofo, è in grado di cogliere il fluire del tempo avendo individuato le ricorrenze metereologiche delle stagioni e il loro ordinato ritorno annuale, mediante la scienza astronomica e con il “senso comune”, che caratterizza la sua intelligenza, incapace – però – di cogliere ciò che non appartiene al normale flusso della logica deduttiva, ma la supera, poiché interpella facoltà intuitive indisponibili alla generalità degli uomini. Solo la metafisica può porsi su un versante conoscitivo capace di intuire l’eterno. La sola fisica astronomica non può farcela.

Dio non faceva alcunché

12. 14. Ecco come rispondo a chi chiede: “Cosa faceva Dio prima di fare il cielo e la terra 71“. Non rispondo come quel tale, che, dicono, rispose, eludendo con una facezia l’insidiosità della domanda: “Preparava la Geenna per chi scruta i misteri profondi”. Altro è capire, altro è schernire. Io non risponderò così. Preferirei rispondere: “Non so ciò che non so”, anziché in modo d’attirare il ridicolo su chi ha posto una domanda profonda, e la lode a chi diede una risposta falsa. Invece dico che tu, Dio nostro, sei il creatore di ogni cosa creata; e se col nome di cielo e terra s’intende ogni cosa creata, arditamente dico: “Dio, prima di fare il cielo e la terra, non faceva alcunché”. Infatti, se faceva qualcosa, che altro faceva, se non una creatura? Oh, se io sapessi quanto desidero con mio vantaggio di sapere, allo stesso modo come so che non esisteva nessuna creatura avanti la prima creatura!

Scholium&Glossa

In questo passo Agostino scherza ironicamente, con la famosa frase sulla Geenna (l’inferno) che Dio preparerebbe per chi gli rivolge domande improprie, manifestando superbia. Ricordiamo il commento dell’ipponate in Genesim, dove si parla dell’albero della conoscenza del bene e del male, metafora del vizio della superbia umana. Si tratta di domande improprie, sembra adombrare Agostino.

Non v’è tempo senza creazione

13. 15. Se qualche spirito leggero, vagolando fra le immagini del passato, si stupisce che tu, Dio che tutto puoi e tutto crei e tutto tieni, autore del cielo e della terra, ti sia astenuto da tanto operare 72, prima di una tale creazione, per innumerevoli secoli, si desti e osservi che il suo stupore è infondato. Come potevano passare innumerevoli secoli, se non li avessi creati tu, autore e iniziatore di tutti i secoli? Come sarebbe esistito un tempo non iniziato da te? e come sarebbe trascorso, se non fosse mai esistito? Tu dunque sei l’iniziatore di ogni tempo, e se ci fu un tempo prima che tu creassi il cielo e la terra 73, non si può dire che ti astenevi dall’operare. Anche quel tempo era opera tua, e non poterono trascorrere tempi prima che tu avessi creato un tempo. Se poi prima del cielo e della terra non esisteva tempo, perché chiedere cosa facevi allora? Non esisteva un allora dove non esisteva un tempo.

Scholium&Glossa

Con eleganza, Agostino cita il richiedente-cose a Dio come “spirito leggero”, leggero perché – secondo il filosofo – chiedere se prima dell’inizio del tempo Dio non operasse, è assurdo, in quanto, o il tempo creato è quello che si sta vivendo tuttora, oppure non c’è luogo o stato delle cose (dell’essere) che possa definirsi in qualche modo.

L’eternità divina superiore ai tempi

13. 16. Ma non è nel tempo che tu precedi i tempi. Altrimenti non li precederesti tutti. E tu precedi tutti i tempi passati dalla vetta della tua eternità sempre presente; superi tutti i futuri, perché ora sono futuri, e dopo giunti saranno passati. Tu invece sei sempre il medesimo, e i tuoi anni non finiscono mai 74. Ituoi anni non vanno né vengono; invece questi, i nostri, vanno e vengono, affinché tutti possano venire. I tuoi anni sono tutti insieme, perché sono stabili; non se ne vanno, eliminati dai venienti, perché non passano. Invece questi, i nostri, saranno tutti quando tutti non saranno più. I tuoi anni sono un giorno solo 75, e il tuo giorno non è ogni giorno, ma oggi, perché il tuo oggi non cede al domani, come non è successo all’ieri. Il tuo oggi è l’eternità. Perciò generasti coeterno con te Colui, cui dicesti: “Oggi ti generai” 76. Tu creasti tutti i tempi, e prima di tutti i tempi tu sei, e senza alcun tempo non vi era tempo.

Scholium&Glossa

Il filosofo sembra si prenda un po’ gioco del suo interlocutore proponendo stilisticamente falsi contraddittori, che in realtà sono logicissimi. In sintesi, Dio, con cui direttamente dialoga, non vive nella scansione di tempi, periodi, evi calcolabili come per le vite umane, ma in un istante, il sempre attuale, l’hic et nunc, e sussiste senza alcun bisogno della nozione del tempo (cf. Esodo 3, 14 eyè asher eyè, io sono colui che sono). L’essere per sé sussistente.

Il concetto di tempo

14. 17. Non ci fu dunque un tempo, durante il quale avresti fatto nulla, poiché il tempo stesso l’hai fatto tu; e non vi è un tempo eterno con te, poiché tu sei stabile, mentre un tempo che fosse stabile non sarebbe tempo. Cos’è il tempo? Chi saprebbe spiegarlo in forma piana e breve? Chi saprebbe formarsene anche solo il concetto nella mente, per poi esprimerlo a parole? Eppure, quale parola più familiare e nota del tempo ritorna nelle nostre conversazioni? Quando siamo noi a parlarne, certo intendiamo, e intendiamo anche quando ne udiamo parlare altri. Cos’è dunque il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente. Due, dunque, di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono, dal momento che il primo non è più, il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse sempre presente, senza tradursi in passato, non sarebbe più tempo, ma eternità. Se dunque il presente, per essere tempo, deve tradursi in passato, come possiamo dire anche di esso che esiste, se la ragione per cui esiste è che non esisterà? Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo, se non in quanto tende a non esistere.

Scholium&Gglossa

Riprendo l’ultima frase di Agostino “(…) Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo, se non in quanto tende a non esistere.” Ecco: dopo aver spiegato umilmente di non saper rispondere a chi gli chiedesse che cosa sia il tempo, ma di sapere che cosa sia in cuor suo, il filosofo conclude come il tempo non possa esistere, visto che ogni istante del presente, immediatamente non è, perché lo si dà per passato, e così ogni istante di futuro ancora non è, così come il passato è… passato. Si potrebbe dire che Agostino – in questo passo – propone una nozione di tempo come oggetto inconcepibile, inafferrabile, pressoché assurdo.

La durata del passato e del futuro

15. 18. Eppure parliamo di tempi lunghi e tempi brevi riferendosi soltanto al passato o al futuro. Un tempo passato si chiama lungo se è, ad esempio, di cento anni prima; e così uno futuro è lungo se è di cento anni dopo; breve poi è il passato quando è, supponi, di dieci giorni prima, e breve il futuro di dieci giorni dopo. Ma come può essere lungo o breve ciò che non è? Il passato non è più, il futuro non è ancora. Dunque non dovremmo dire di un tempo che è lungo, ma dovremmo dire del passato che fu lungo, del futuro che sarà lungo. Signore mio, luce mia 77, la tua verità non deriderà l’uomo anche qui? Perché, questo tempo passato, che fu lungo, lo fu quando era già passato, o quando era ancora presente? Poteva essere lungo solo nel momento in cui era una cosa che potesse essere lunga. Una volta passato, non era più, e dunque non poteva nemmeno essere lungo, perché non era affatto. Quindi non dovremmo dire del tempo passato che fu lungo: poiché non troveremo nulla, che sia stato lungo, dal momento che non è, in quanto è passato. Diciamo invece che fu lungo quel tempo presente, perché mentre era presente, era lungo. Allora non era già passato, così da non essere; era una cosa, che poteva essere lunga. Appena passato, invece, cessò all’istante di essere lungo, poiché cessò di essere.

Scholium&Glossa

Agostino mette in questione anche la possibilità di definire lungo o breve un intervallo/ periodo di tempo passato o futuro. Di un periodo lungo (ad e. di cento anni ) o breve (ad e. di dieci giorni) del passato, una volta passato non si può affermare che sia stato lungo o breve, poiché ogni istante, sia del periodo lungo sia del periodo breve, si trasformava da presente a passato. La sottigliezza del ragionamento si mostra nella sua controintuitività sorprendente.

La durata del presente

15. 19. Consideriamo dunque, anima umana, essendoti dato di percepire e misurare le more del tempo, se il tempo presente può essere lungo. Che mi risponderai? Cento anni presenti sono un tempo lungo? Considera prima se possano essere presenti cento anni. Se è in corso il primo di questi cento anni, esso è presente, ma gli altri novantanove sono futuri, quindi non sono ancora. Se invece è in corso il secondo anno, il primo è ormai passato, il secondo presente, tutti gli altri futuri. Così per qualsiasi anno intermedio nel numero dei cento, che si supponga presente: gli anteriori saranno passati, i posteriori futuri. Perciò cento anni non potranno essere tutti presenti. Considera ora se almeno quell’unico che è in corso sia presente. Se è in corso il primo dei suoi mesi, tutti gli altri sono futuri; se il secondo, il primo è ormai passato, gli altri non sono ancora. Dunque neppure l’anno in corso è presente tutto, e se non è presente tutto, un anno non è presente, perché un anno si compone di dodici mesi, e ciascuno di essi, qualunque sia, è presente quando è in corso, mentre tutti gli altri sono passati o futuri. Ma poi, neppure il mese in corso è presente: è presente un giorno solo, e se il primo, tutti gli altri sono futuri; se l’ultimo, tutti gli altri sono passati; se uno qualunque degli intermedi, sta fra giorni passati e futuri.

Scholium&Glossa

Il filo logico di Agostino è stringente. In questo passo analizza come si possano definire gli anni nell’ambito di un secolo, e poi i mesi di un anno e infine i giorni di un mese. Ogni unità di queste tre misure non può essere definita passato, presente o futuro, poiché le tre parti del tempo con-vivono costantemente senza escludersi mai.

15. 20. Ecco cos’è il tempo presente, l’unico che trovavamo possibile chiamare lungo: ridotto stentatamente alla durata di un giorno solo. Ma scrutiamo per bene anche questo giorno, perché neppure un giorno solo è presente tutto. Le ore della notte e del giorno assommano complessivamente a ventiquattro. Per la prima di esse tutte le altre sono future, per l’ultima passate, per qualunque delle intermedie passate le precedenti, future le seguenti. Ma quest’unica ora si svolge essa stessa attraverso fugaci particelle: quanto ne volò via, è passato; quanto le resta, futuro. Solo se si concepisce un periodo di tempo che non sia più possibile suddividere in parti anche minutissime di momenti, lo si può dire presente. Ma esso trapassa così furtivamente dal futuro al passato, che non ha una pur minima durata. Qualunque durata avesse, diventerebbe divisibile in passato e futuro; ma il presente non ha nessuna estensione. Dove trovare allora un tempo che possiamo definire lungo? Il futuro? Non diciamo certamente che è lungo, poiché non è ancora, per poter essere lungo; bensì diciamo che sarà lungo. Quando lo sarà? Se anche allora sarà ancora futuro, non sarà lungo, non essendovi ancora nulla, che possa essere lungo; se sarà lungo allora, quando da futuro ancora inesistente sarà già cominciato ad essere e sarà diventato presente, così da poter essere qualcosa di lungo, con le parole or ora riferite il tempo presente grida di non poter essere lungo.

Scholium&Glossa

Ora Agostino analizza una sola giornata, che è fatta di 24 ore e di particelle (i 60 minuti per ogni ora) che volano via in particelle ancora più minute, i secondi, e così via, in una divisibilità infinita. Agostino in questo passo pare intuire il calcolo infinitesimale che avrebbe interessato passa un millennio dopo il grande Johann Gottfried Leibnitz, concludendo che l’unico tempo “concreto”, il presente, non ha estensione.

La misurazione del tempo

16. 21. Eppure, Signore, noi percepiamo gli intervalli del tempo, li confrontiamo tra loro, definiamo questi più lunghi, quelli più brevi, misuriamo addirittura quanto l’uno è più lungo o più breve di un altro, rispondendo che questo è doppio o triplo, quello è semplice, oppure questo è lungo quanto quello. Ma si fa tale misurazione durante il passaggio del tempo; essa è legata a una nostra percezione. I tempi passati invece, ormai inesistenti, o i futuri, non ancora esistenti, chi può misurarli? Forse chi osasse dire di poter misurare l’inesistente. Insomma, il tempo può essere percepito e misurato al suo passare; passato, non può, perché non è.

Scholium&Glossa

Agostino si pone il tema della percezione degli eventi che sono-nel-tempo, e che si realizzano in intervalli di tempo, che in sé non può essere mai misurato.

L’esistenza del passato e del futuro

17. 22. Io cerco, Padre, non affermo. Dio mio, vigilami e guidami 78. Chi vorrà dirmi che non sono tre i tempi, come abbiamo imparato da bambini e insegnato ai bambini, ossia il passato, il presente e il futuro, ma che vi è solo il presente, poiché gli altri due non sono? O forse anche gli altri due sono, però il presente esce da un luogo occulto, allorché da futuro diviene presente, così come si ritrae in un luogo occulto, allorché da presente diviene passato? In verità, chi predisse il futuro, dove lo vide, se il futuro non è ancora? Non si può vedere ciò che non è. Così chi narra il passato, non narrerebbe certamente il vero, se non lo vedesse con l’immaginazione. Ma se il passato non fosse affatto, non potrebbe in nessun modo essere visto. Bisogna concludere che tanto il futuro quanto il passato sono.

Scholium&Glossa

Agostino ipotizza una certa misteriosità del presente, poiché, egli afferma che “esce da un luogo occulto“, cosicché è possibile descriverli solo con l’immaginazione, non con la pretesa di raccontarli realisticamente. Presente, passato e futuro sono in uno, anche se la percezione li suddivide in tre.

Presenza del passato e del futuro

18. 23. Lasciami estendere, o Signore, la mia ricerca, tu, speranza mia 79. Fa’ che nulla disturbi il mio sforzo. Se il futuro e passato sono, desidero sapere dove sono. Se ancora non riesco, so tuttavia che, ovunque siano, là non sono né futuro né passato, ma presente. Futuro anche là, il futuro là non esisterebbe ancora; passato anche là, il passato là non esisterebbe più. Quindi ovunque sono, comunque sono, non sono se non presenti. Nel narrare fatti veri del passato, non si estrae già dalla memoria la realtà dei fatti, che sono passati, ma le parole generate dalle loro immagini, quasi orme da essi impresse nel nostro animo mediante i sensi al loro passaggio. Così la mia infanzia, che non è più, è in un tempo passato, che non è più; ma quando la rievoco e ne parlo, vedo la sua immagine nel tempo presente, poiché sussiste ancora nella mia memoria. Se sia analogo anche il caso dei fatti futuri che vengono predetti, se cioè si presentano come già esistenti le immagini di cose ancora inesistenti, confesso, Dio mio, di non saperlo. So però questo, che sovente premeditiamo i nostri atti futuri, e che tale meditazione è presente, mentre non lo è ancora l’atto premeditato, poiché futuro. Solo quando l’avremo intrapreso, quando avremo incominciato ad attuare il premeditato, allora esisterà l’atto, poiché allora non sarà futuro, ma presente.

Scholium&Glossa

Se Agostino, come qualsiasi di noi, ripensa alla sua infanzia e giovinezza, la pone nel presente della sua mente, così come se immagina che cosa potrebbe accadere in un domani. La memoria è quanto viene riportato alla coscienza dai ricordi: memoria da mens, ricordi da cor, vale a dire che la memoria è un atto della mente e i ricordi sono un atto del cuore. Mente e cuore, cor ac mens sono gli strumenti che unificano passato, presente e futuro, nella nostra anima.

La predizione del futuro

18. 24. Qualunque sia la natura di questo arcano presentimento del futuro, certo non si può vedere se non ciò che è. Ora, ciò che è, non è futuro, ma presente, e così, allorché si dice di vedere il futuro, non si vedono le cose, ancora inesistenti, cioè future, ma forse le loro cause o i segni, già esistenti. Perciò si vedono non cose future, ma cose già presenti al veggente, che fanno predire le future immaginandole con la mente. Queste immaginazioni a loro volta già esistono, e chi predice le vede presenti innanzi a sé. Mi suggerisca qualche esempio l’innumerevole massa dei fatti. Se osservo l’aurora, preannuncio la levata del sole. L’oggetto della mia osservazione è presente; quello della mia predizione, futuro: non futuro il sole, che esiste già, ma la sua levata, che non esiste ancora. Però non potrei predire nemmeno la levata senza immaginarla dentro di me come ora che ne parlo. Eppure né l’aurora che vedo in cielo è la levata del sole, quantunque la preceda, né lo è l’immagine nel mio animo: queste due cose si vedono presenti, per poter definire in anticipo quell’evento futuro. Dunque il futuro non esiste ancora, e se non esiste ancora, non si può per nulla vedere; però si può predire sulla scorta del presente, che già esiste e si può vedere.

Scholium&Glossa

La mente può presagire ciò che ancora non è, così come l’alba prelude all’aurora e l’aurora al levar del sole. Ogni cosa è unita a quella che le succede e a quella che la precede, in un cammino senza fine. L’esperienza di un’alba può far pensare che ci sarà un’altra alba, così come il finire del giorno rimembra il sonno ristoratore. Un ripetersi infinito di ciò che non è ancora, ma sarà, e poi sarà stato.

Il mistero della profezia

19. 25. Quindi tu, che sei il re del tuo creato, in che modo insegni alle anime il futuro? L’hai pure insegnato ai tuoi profeti. In che modo insegni il futuro, se per te nulla è futuro? O meglio, in che modo insegni le cose presenti che riguardano le future? Ciò che non è, non si può evidentemente insegnare. Il tuo procedimento qui è troppo lontano dalla mia vista, ha superato le mie forze, non vi potrò giungere 80; ma potrò con le tue, quando lo concederai tu, dolce lume dei miei occhi 81 occulti.

Scholium&Glossa

Agostino invoca la prescienza divina che infonde nei profeti, che non sono coloro che prevedono il futuro, ma coloro che parlano nel presente, in modo chiaro, davanti al re (Nathan che rimprovera Davide per il peccato compiuto non negandogli un futuro riconciliarsi con Dio: 2 Samuele 12, 1. 7, 10), perché solo Dio conosce ciò che è stato, che è e che sarà nel tempo eterno.

Un’inesattezza del linguaggio corrente

20. 26. Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa. Mi si permettano queste espressioni, e allora vedo e ammetto tre tempi, e tre tempi ci sono. Si dica ancora che i tempi sono tre: passato, presente e futuro, secondo l’espressione abusiva entrata nell’uso; si dica pure così: vedete, non vi bado, non contrasto né biasimo nessuno, purché si comprenda ciò che si dice: che il futuro ora non è, né il passato. Di rado noi ci esprimiamo esattamente; per lo più ci esprimiamo inesattamente, ma si riconosce cosa vogliamo dire.

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Agostino qui gioca con la semantica affermando e negando: prima afferma che non si può parlare di presente, passato e futuro, ma in seguito precisa che si può rimediare, nel rispetto dei nostri limiti, dicendo che si può dare un “presente del passato” come memoria, un “presente del presente”, che già fugge, e un “presente del futuro”, che è solo immaginazione.

Misurazione di spazi di tempo

21. 27. Dissi poc’anzi 82 che misuriamo il tempo al suo passaggio. Così possiamo dire che questa porzione di tempo è doppia di quella, che è semplice, o lunga quanto quella; oppure, misurandola, indicare qualsiasi altro rapporto fra porzioni di tempo. In tal modo, come dicevo, misuriamo il tempo al suo passaggio. Se mi si chiedesse: “Come lo sai?”, risponderei: “Lo so perché misuriamo, e non possiamo misurare ciò che non è, e non è né il passato né il futuro”. Il tempo presente, poi, come lo misuriamo, se non ha estensione? Lo si misura mentre passa; passato, non lo si misura, perché non vi sarà nulla da misurare. Ma da dove, per dove, verso dove passa il tempo, quando lo si misura? Non può passare che dal futuro, attraverso il presente, verso il passato, ossia da ciò che non è ancora, attraverso ciò che non ha estensione, verso ciò che non è più. Ma noi non misuriamo il tempo in una certa estensione? Infatti non parliamo di tempi semplici, doppi, tripli, uguali, e di altri rapporti del genere, se non riferendoci a estensioni di tempo. In quale estensione dunque misuriamo il tempo al suo passaggio? Nel futuro, da dove passa? Ma ciò che non è ancora, non si misura. Nel presente, per dove passa? Ma una estensione inesistente non si misura. Nel passato, verso dove passa? Ma ciò che non è più, non si misura.

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Il “già” e il “non-ancora” sono gli estremi attraverso cui transitano tutti i “presente” di un qualcosa che accade nelle nostre vite di esseri umani. Ogni momento è un transito da un attimo a quello successivo e, in verità, se ci si pensa bene, ogni attimo è – contemporaneamente – “passato, presente e futuro”. Omnia in unum et unum in omnia.

Supplica a Dio

22. 28.Il mio spirito si è acceso dal desiderio di penetrare questo enigma intricatissimo. Non voler chiudere, Signore Dio mio, padre buono, te ne scongiuro per Cristo, non voler chiudere al mio desiderio la conoscenza di questi problemi familiari e insieme astrusi. Lascia che vi penetri e s’illuminino al lume della tua misericordia, Signore. Chi interpellare su questi argomenti, a chi confessare la mia ignoranza più vantaggiosamente che a te, cui non è sgradito il mio studio ardente, impetuoso delle tue Scritture? Dammi ciò che amo. Perché io amo, e tu mi hai dato di amare.Dammi, o Padre, che davvero sai dare ai tuoifigli doni buoni 83; dammi, poiché mi sono proposto di conoscere e mi attende un lavoro faticoso 84, finché tu mi schiuda la porta 85. Per Cristo ti supplico, in nome di quel santo dei santi nessuno mi disturbi. Anch’io ho creduto, perciò anche parlo 86. Questa è la mia speranza, per questa vivo: di contemplare le delizie del Signore 87. Ecco, tu hai stabilito i miei giorni decrepiti 88, ed essi passano, e non so come. Noi parliamo di tempo e tempo, di tempi e tempi. “Quanto tempo fa lo disse!”, “Quanto tempo fa lo fece!”, e: “Da quanto tempo non lo vedo!”, e: “Questa sillaba ha una durata di tempo doppia di quell’altra, breve”: così diciamo e udiamo, così ci facciamo comprendere e comprendiamo. Sono espressioni chiarissime, usatissime; eppure sono estremamente oscure, e astrusa è la loro spiegazione.

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Ora Sant’Agostino prega il Signore quasi scusandosi per l’azzardo di volere penetrare, se pure con il suo aiuto, i misteri della natura e del tempo. Chissà se Tommaso d’Aquino otto secoli dopo si sarà sentito ispirato da questo passo, quando, similmente ad Agostino, si scusò con Dio dopo avere cercato di mostrarne l’esistenza con le cinque prove cosmologico-metafisiche, che lo lasciano, però insoddisfatto, perché la pretesa di conoscere Dio è comunque, sempre, un atto di superbia. Agostino pare voler far trasparire questo suo sentimento, quasi come Tommaso dei conti d’Aquino, come quando, per sincera umiltà, parla dei suoi giorni come “decrepiti”, nella fragile finitudine dell’uomo che anche lui è.

Il tempo e il movimento

23. 29. Ho udito dire da una persona istruita che il tempo è, di per sé, il moto del sole, della luna e degli astri; e non assentii. Perché il tempo non sarebbe piuttosto il moto di tutti i corpi? Qualora si arrestassero gli astri del cielo, e si muovesse la ruota del vasaio, non esisterebbe più il tempo per misurarne i giri e poter dire che hanno durate uguali, oppure, se si svolgono ora più lenti, ora più veloci, che gli uni sono più lunghi, gli altri meno? E ciò dicendo, non parleremmo noi stessi nel tempo? e non vi sarebbero nelle nostre parole sillabe lunghe e brevi per la sola ragione che le prime risuonarono per un tempo più lungo, le seconde più breve? O Dio, concedi agli uomini di scorgere in un fatto modesto i concetti comuni delle piccole come delle grandi realtà. Esistono astri e lumi del cielo quali segni delle stagioni, dei giorni e degli anni 89, esistono, è vero; ma come io non oserei affermare che la rivoluzione di quella rotella di legno sia il giorno, neppure quel saggio oserà dire che perciò non sia un tempo.

23. 30. Io desidero conoscere il valore e la natura del tempo, lo strumento con cui misuriamo i movimenti del corpo e diciamo che uno di essi è per esempio lungo il doppio di un altro. Questo cerco di sapere: si dà nome di giorno non solo al periodo in cui il sole permane sopra la terra, secondo il quale si distingue il giorno dalla notte, ma anche all’intera rotazione che il sole compie da oriente a oriente, secondo la quale si dice: “Passarono tanti giorni”, designando con i giorni anche le notti rispettive, che non si considerano a parte; ebbene, poiché il giorno si completa col movimento rotatorio del sole da oriente a oriente, io cerco di sapere se il giorno è il movimento stesso, oppure il periodo in cui si compie, oppure l’una cosa e l’altra. Se il giorno fosse il movimento del sole, avremmo un giorno anche quando il sole compisse quel suo corso nello spazio di tempo di un’ora; se fosse il periodo in cui si compie, non vi sarebbe giorno quando l’intervallo fra una levata e l’altra del sole fosse breve come quello di un’ora sola, ma il sole dovrebbe effettuare la sua rotazione ventiquattro volte per colmare un giorno intero; se fosse l’uno e l’altro, non si potrebbe parlare di giorno né quando il sole percorresse tutto il suo giro nello spazio di un’ora, né quando passasse tanto tempo col sole fermo, quanto ne impiega abitualmente il sole a compiere l’intero circuito da mattino a mattino. Quindi ora non cercherò più di sapere cosa sia ciò che chiamiamo giorno, ma cosa sia il tempo, con cui misuriamo la rotazione del sole, per il quale diremmo che la compì nella metà dello spazio di tempo abituale, qualora l’avesse compiuta nello spazio di tempo in cui si compiono dodici ore; e diremmo, confrontando queste due durate, che la seconda è semplice, la prima doppia, anche qualora la rotazione del sole da oriente a oriente avesse talvolta quella durata semplice, talvolta questa doppia. Dunque non mi si dica che il tempo è il movimento dei corpi celesti. Quando il sole si fermò all’appello di un uomo per dargli modo di concludere una battaglia vittoriosa, il sole era fermo 90, ma il tempo procedeva, tant’è vero che la battaglia fu condotta e finita nello spazio di tempo ad essa sufficiente. Vedo dunque che il tempo è in qualche modo un’estensione. Ma vedo veramente, o mi vedo vedere? Tu me lo chiarirai, o Luce, o Verità 91.

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“(…) Dunque non mi si dica che il tempo è il movimento dei corpi celesti”, in questo modo Agostino, a un certo punto del passo precedente, si rivolge all’interlocutore, che sono io e che sei tu, caro lettore, quando descrive il percorso del sole nelle dodici ore del giorno e il suo “nascondersi” nelle dodici ore della notte. Mi pare quasi di credere (forse il mio è un azzardo) che Agostino intuisca che il sistema aristotelico-tolemaico che poneva la Terra al centro dell’universo, attorno alla quale il Sole si muoveva in circolo o con un’ellisse, potesse essere falso, e che, siccome non si poteva misurare il tempo con il “movimento” dell’astro solare, forse si sarebbe potuto ipotizzare che non ci fosse neppure quel… movimento. Noi sappiamo che c’è, invece, un altro movimento del Sole, ma questo movimento è nella Galassia e che questa si muove a sua volta in una dimensione incomparabilmente più vasta.

Il tempo misura del movimento

24. 31. Mi comandi di approvare chi dicesse che il tempo è il movimento di un corpo? No certo. Nessun corpo si muove fuori dal tempo; questo lo intendo: tu lo dici. Ma che il movimento stesso del corpo sia il tempo, questo non lo intendo: tu non lo dici. Di un corpo che si muove, misuro col tempo la durata del movimento, da quando inizia a quando finisce. Se non ho visto quando iniziò, e continua a muoversi di modo che non vedo quando finisce, mi è impossibile misurarlo, a meno di misurarlo da quando inizio a quando finisco di vederlo. Vedendolo a lungo, riferisco soltanto che è un tempo lungo, senza riferire quanto, poiché, per dire anche quanto, facciamo un confronto, ad esempio: “Questo è quanto quello”, oppure: “Questo è doppio di quello”, e così via. Se invece avremo potuto rilevare nello spazio il punto da cui è partito e il punto in cui arriva un corpo in movimento, oppure le sue parti, qualora si muova come un tornio, possiamo dire in quanto tempo si è effettuato il movimento del corpo o di una sua parte da un punto a un altro. Il movimento del corpo è dunque cosa distinta dalla misura della sua durata. E chi non capisce ormai a quale delle due nozioni conviene dare il nome di tempo? Infatti, se anche un corpo alternamente si muove e sta fermo, noi misuriamo col tempo non soltanto il suo movimento, ma anche la stasi. Diciamo: “Stette fermo tanto, quanto si mosse”, oppure: “Stette fermo due, tre volte più di quanto si mosse”; oppure indichiamo altri rapporti, misurati con precisione o a stima, più o meno, come si suol dire. Dunque il tempo non è il movimento dei corpi.

Scholium&Glossa

Ecco che il filosofo giunge a concludere che il tempo non è dato dal movimento dei corpi, ma ne è distinto. Infatti un corpo può muoversi in diverse misure del tempo, ma non può mai costituirne misura assoluta, poiché ricade nell’infinito succedersi dei momenti che procedono dal passato al futuro passando per il presente, e diventando essi stessi presente eternamente transeunte.

INFINE

Desidero ringraziare coloro che hanno iniziato la lettura di questo mio discorso sul tempo, e hanno avuto la pazienza e il rispetto per il mio sforzo, da essere giunti fino a questo momento, fino a queste ultime parole, che scrivo nell’unico tempo che mi è dato per scriverle.

Ma ringrazio anche chi si è fermato prima, e non può leggere questo ringraziamento.

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