Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

Il desiderio di verità e di giustizia è insito nell’anima dell’uomo, oppure ha più ragione, ad esempio, Thomas Hobbes con la sua tesi che l’uomo è prevalentemente un aggressore per l’altro uomo (Homo homini lupus)?

PROSSIMAMENTE: “Della libertà umana per il senso comune, nonché dai Maestri greci e da sant’Agostino e Tommaso d’Aquino, passando per Renè Descartes, Thomas Hobbes, Johann Gottfried Leibnitz, David Hume, John Locke, Immanuel Kant, Martin Heidegger, Jean-Paul Sartre, padre Cornelio Fabro e fino alle neuroscienze contemporanee“

***

Per “anima”, termine fondamentale riportato nel titolo, intendo la misteriosa e profondissima area che possiamo collocare tra la psiche e lo spirito (per chi ci crede). Due parole su questa… parola, non per soffermarmici, perché ciò richiederebbe tutto il resto della mia vita activa (cioè, a Dio piacendo, tutta la vita che mi resta), ma perché è citata nella frase che rinvia al necessario binomio verità e giustizia. Solo per questo.

Peraltro, sull’anima hanno scritto tantissimo maestri di pensiero di tutte le epoche e di ogni nazione, da Aristotele a James Hillman, per noi Occidentali.

Rispondo immediatamente alla retorica domanda del titolo: sì, come esseri umani abbiamo bisogno di verità e giustizia come dell’aria che respiriamo. Si tratta di un “sentire”, più che di un “pensare” o di un ragionare. Si tratta di un desiderio interiore che si manifesta quando qualche cosa appare fuori posto, o sembra ingiusta e di converso “giusta” – paradossalmente – verso chi non merita, ma andrebbe punito.

Se verità e giustizia mancano ci sentiamo come in un affanno, quasi provando una mancanza di respiro. Posso dire che è la sensazione che provo quando vedo – ad esempio – che la giustizia penale non fa il suo corso, o sbaglia condannando innocenti, non essendo io mai stato un “manettaro”, come si dice con frase da “bar sport” (con tutto il mio rispetto per i bar sport, che anch’io frequento per parlare con gli uomini come me che parlano anche di sport). Pertanto, son convintamente-convinto che siano preferibili dieci colpevoli impuniti, piuttosto che un solo innocente condannato e incarcerato.

Mentre rifletto sulla condanna (che mi sta sul…) del dottor Alberto Stasi, per me innocente, che grazieadio dopo dieci anni di carcere, da qualche mese dorme a casa sua, ancora formalmente condannato, o del signor Salvatore Parolisi, condannato a “soli” sedici anni con rito abbreviato per l’omicidio efferato della moglie Carmela “Melania” Rea, mi inquieto per ragioni opposte.

Provo una dolorosa rabbia per ciò che ha fatto Erika De Nardo con il manipolabile fidanzatino Omar oltre vent’anni fa, massacrando la propria madre e il fratellino, ma da molti anni già libera, auspice il fin troppo generoso don Antonio Mazzi; provo una dolorosa rabbia per ciò che non mi convince della sentenza per l’omicidio della povera Meredith Kercher, che la spudorata Amanda Knox ricorda nelle sue vergognose pieces teatrali; ovvero, non sono per nulla convinto delle motivazioni della condanna del signor Massimo Bossetti per la morte della piccola Yara, e infine, per il caso di Erba, dove due persone semplici sono condannate all’ergastolo per una strage, sulla cui colpevolezza nutro forti dubbi.

La giustizia, dunque, non fa sempre il suo corso razionale ed eticamente fondato sulla verità, e spesso crea ingiustizia. Beniamino Zuncheddu ha trascorso 32 anni in carcere per due omicidi che non ha commesso. Come si fa a sopportare in tutta una vita una cosa del genere? Un terzo delle persone incarcerate in Italia sono in attesa di giudizio e quindi, per la Legge italiana, sono innocenti fino a sentenza in giudicato ex Corte di Cassazione. Sto parlando di circa 20.000 persone!

Si legge nei trattati filosofici antichi, come nell’Etica Nicomachea di Aristotele (che il filosofo scrisse per istruire a un comportamento eticamente fondato il figlio Nicomaco), che verità e giustizia sono un binomio impossibile da separare, poiché esprime l’esigenza etica, giuridica e sociale fondamentale di accertare i fatti reali di un illecito o di una violazione dei diritti di ogni singolo uomo nella società, e l’obbligo di dover applicare conseguentemente una sanzione o una riparazione equa.

Nei trattati moderni e dei nostri tempi si assiste spesso alla separazione fattuale di questi termini. Ad esempio, il diritto penale riformato (per l’Italia dal ministro Cartabia) prevede che non si possa neanche rinviare a processo una persona se un Giudice per l’Udienza Preliminare (G.U.P.) non riesce a considerare plausibili le ragioni (indizi/ prove che devono essere gravi, precise e concordanti) per una condanna, con il rischio – a mio avviso – di sostituirsi, quasi, a una Corte d’Assise.

Il giudizio che porta a una sentenza, cioè l’assoluzione o la condanna devono farsi in dibattimento tra le parti, dove debbono essere rispettati i diritti costituzionali della difesa, che rappresenta un cittadino innocente fino a sentenza passata in giudicato, ma dove la Pubblica accusa rappresenta lo Stato (memento homo!, mi riferisco a certi avvocati, maschi o femmine che siano), non prima del dibattimento, cara professoressa-Ministro Cartabia!

Certamente questo costituisce una crescita dello stato di diritto, ma rischia – se non opportunamente vigilato – anche di premiare i furbi o coloro che godono di protezioni improprie. Infatti, la rigida distinzione concettuale che si fa tra verità processuale e verità fattuale esprime proprio questa dicotomia, generando talvolta una situazione – sul piano filosofico – di giustizia formale senza verità effettuale.

Una situazione del genere mi pare inaccettabile anche per il valore, a mio avviso, ontologico, che intrinsecamente possiede l’aggettivo “formale”, da “forma”, perché la forma-è-la sostanza, cosicché la giustizia–formale dovrebbe corrispondere alla giustizia sostanziale, e dunque di fatto.

Ripropongo in tre righe la mostrazione-logica del mio asserto: se la statua del David di Michelangelo non avesse la forma di quel bel giovine e atletico uomo che conosciamo, esposto alla Galleria dell’Accademia di Firenze, essa sarebbe solo un mucchio informe di materia prima marmorea, scelta con cura estrema nelle famose Cave di Carrara, come usava fare il Nostro.

La forma è la sostanza.

Può accadere che, se in un processo un soggetto (colpevole) riesce a dimostrare che le prove dell’innocenza sono significative almeno – più o meno – quanto quelle della sua colpevolezza, di fronte a una giuria popolare in qualche modo obiettivamente condizionabile, poiché ascolta spesso passivamente le cronache giudiziarie in tv, o altrove, può farla franca.

Il mio caro lettore ha già capito che mi sto riferendo anche in questo domenicale a qualche concretissimo caso di attualità, che mi sta a cuore moltissimo, per la sua simbolicità di valenza storica.

LA GIUSTIZIA, COME VIRTUS CARDINALE E PRINCIPIO MORALE, E LA VERITÀ COME STATO DELLA REALTÀ

La giustizia, sia come virtù (assieme alla prudenza, alla fortezza e alla temperanza fa parte dell’elenco delle virtù umane già elencata da Aristotele, e poi ripreso e implementato da Padri della Chiesa antica e dai teologi come Giovanni Climaco, da Agostino, da Gregorio Magno a Tommaso d’Aquino, per tacere di altri), sia come prassi ha una enorme incombenza nella dottrina morale occidentale: l’accertamento della verità, che a sua volta dà senso alla giustizia, in un virtuoso circuito biunivoco. Basterebbe questa considerazione per dare il corretto valore al tema della verità, che perfino deborda da questa dimensione, concernendo nientemeno la medesima questione della conoscenza.

E’ vero che l’uomo è andato sulla Luna? E’ vero che la terra è rotonda? E’ vero che uccidere è male? E’ vero che… e che… e che? Conosco anche qualche “terrapiattista” che pensa di avere ragione e ti aggredisce se non gli credi, oppure qualche sovranista che ritiene la razza bianca superiore, o qualche male informato obiettivamente inconsapevole antisemita epperò rigorosamente militante a sinistra, e – bene che vada – ti insulta se non aderisci alla sua posizione. Vedi, caro lettore, quanto è importante il tema della verità? Lo so che lo sai, ma è solo per dire, anche per me.

La questione del vero (il latino veritas, il greco alètheia), che primariamente non è questione di giustizia, ma di scienza dell’essere delle cose, ha affaticato filosofi, legislatori, teologi e giuristi da quasi quattro millenni (dal codice di Hammurabi, ai libri biblici di Esodo, Levitico, Deuteronomio, a Solone, alle Tavole del Diritto romano, al Corpus iuris civilis di Giustiniano, al Corano, e poi fino a noi), muovendo l’umana ricerca nei campi più elevati delle dottrine dei concetti, della critica della conoscenza e della scienza etica antica, moderna e contemporanea. In questa sede dobbiamo stare in mezzo fra filosofia e diritto. I grandi del pensiero umano classico, più volte altrove citati, hanno sempre cercato di associare la nozione di vero (come verità) alle nozioni di buono e di bello, come se il concetto trascendentale (cioè generale) di vero potesse rappresentare tutti i concetti trascendentali di ordine positivo, così come se ciascuno degli altri potesse svelare il vero, in quanto buono e bello. Il termine genesiaco tob, riferito alla Creazione, riassume e ricomprende tutti questi campi semantici.

Questa “circolarità” e quasi “sostituibilità” terminologica è perfino rassicurante, quasi consolante, come se la pervasività del senso e del significato, in qualche  modo comune, di questi concetti ci desse una specie di maggiore sicurezza nell’analisi dei fatti e atti umani, e di tutte le cose.

Adaequatio intellectus et rei (lat: concordanza dell’intelletto e dell’oggetto), è l’espressione sintetica formulata dalla gnoseologia classica (Aristotele, Averroè, san Tommaso, ma anche, in un certo altro modo, da Cartesio in poi, fino a Hegel). Non fu poi più individuata un’espressione migliore, anche se il filone idealista la rovesciò, parlando di adaequatio rei ad intellectum, cioè di adeguamento dell’oggetto al modo di comprendere dell’intelletto, a dire degli idealisti, da intendersi come la necessaria reazione ad una visione troppo materialistica (ecco la confusione semantica fra materialismo e realismo!): adaequatio intellectus ad rem, cioè la concordanza dell’intelletto all’oggetto.

Sappiamo oggi di quali disastri tale concezione sia stata indirettamente fomentatrice se non portatrice: una gnoseologia meramente soggettivistica – a mio avviso – conduce direttamente al relativismo soggettivo e quindi a quello morale. Abbiamo detto altrove che sia Hitler (e Idi Amin Dada, etc.) sia Stalin (e Pol Pot e Karadgic, etc.) sono figli differentemente deformi di quella concezione. L’elenco proposto non vuol significare una comparazione meccanicistica tra i personaggi citati, beninteso, poiché tragicamente attivi in tempi, luoghi e situazioni diverse. Voglio dire che – se studiamo bene la storia – comprendiamo come le varie storie, le vicende del caporale austriaco e del georgiano sono state assai differenti, nella tragedia.

Era stato Immanuel Kant, già preso dalla grande stagione dell’Aufklärung (illuminazione) a tentare una specie di composizione fra le due posizioni, quella realista della tradizione e quella idealista, nata con Descartes, suggerendo nella Critica della ragion pura, una via: in sostanza Kant sosteneva che gli oggetti, o enti extramentali (io, tu, le cose, il mondo, la vita, etc.) sono conoscibili solo in tanto in quanto si rappresentano in un concetto mentale (sono quindi fenomeni, dal verbo deponente greco fàinesthai, manifestarsi), ma non in se stessi (o noùmeni, dal termine greco noùs, intelletto). In un certo senso, ad esempio sotto il profilo psicologico, la visione kantiana è abbastanza condivisibile, perché ognuno percepisce le cose per come esse si rappresentano alla mente, ma si può obiettare che ogni cosa esiste anche in sé, ed è compito della ricerca scientifica, nelle varie discipline e tra le discipline, esplorarne i principi e gli elementi costitutivi. La fatica della ricerca della verità per la giustizia: così si potrebbe completare il titolo di questa riflessione.

IL CONCETTO DI VERITÀ IN MARTIN HEIDEGGER

Una straordinaria ipotesi sulla verità è presente in Martin Heidegger che in Essere e Tempo (1927) e in opere successive ha proposto il significato di verità come non-svelamento, dal termine greco (platonico) alètheia (ἀλήθεια): con il termine la verità è dunque concepita come non–svelamento o non-nascondimento, così come nel verbo ri-velare, che nell’accezione comune significa far-vedere-una-cosa, ad e. nella frase “io ti rivelo (una cosa)”, ma che etimologicamente può significare l’esatto contrario, con la particella “ri” che propone un velare-di-nuovo, analogamente al al verbo ri-chiamare. Heidegger mantiene il termine in un’area semantica molto ambigua, perché gli serve per (a suo avviso) depurare la metafisica classica da una certa confusione fra le nozioni di ente (participio presente del verbo essere) e di essere (infinito presente dello stesso verbo). Non procedo oltre, perché il discorso richiederebbe pagine e pagine e un impegno extra l’argomento odierno.

Personalmente ritengo che questo tema metafisico sia stato proposto in maniera insuperata da Tommaso d’Aquino (che Heidegger cita e apprezza), il quale ha valorizzato anche il concetto di essenza, come sostanza-costituente-l’essere-di-un-ente. Ad e.: la mia umanità è la mia essenza, lo è di me come ente-che–è-un-essere-umano.

Il fatto è che nel tempo la filosofia ripensa sempre sé stessa: qualcuno sostiene che l’intera storia della filosofia occidentale sia una specie di continua chiosa a… Platone. Non sono molto d’accordo, mentre qualche mio collega e amico forse condivide tale tesi.

Interessante è l’etimologia del termine greco alètheia: alfa privativo (a-): prefisso di negazione (“senza”); lèthe (λήθη): radice legata al nascondimento e all’oblio (da cui prende nome il mitologico fiume Lete, l’acqua della dimenticanza degli Inferi). Infatti, il suo significato letterale è il seguente: “ciò che non è nascosto”, “ciò che viene portato alla luce”. Nel Novecento, Heidegger ha ripreso l’alètheia contrapponendola al concetto latino di veritas (inteso poi come corrispondenza tra intelletto e cosa, adaequatio), definendola come uno spazio di luce (Lichtung) in cui l’essere si lascia manifestare.

Posto che tutti i pensatori d’ogni tempo si sono occupati della verità come di uno dei temi principali della riflessione filosofica, e non potendo io qui ricordarne se non alcuni, concludendo il paragrafo su Heidegger, ritengo utile citare il maggior lavoro di uno dei suoi più importanti allievi, Hans Georg Gadamer (1900-2002!), cioè Wahrheit und Methode, Verità e metodo, il suo grande lavoro sull’ermeneutica, sulla filosofia dell’interpretazione, che personalmente utilizzai nella stesura del mio così chiamato (per brevità) “libro nero”: La Parola e i Simboli nella Bibbia per una Filosofia dell’Eros.

…E IN LUDWIG WITTGENSTEIN

Per “equilibare” un po’ le citazioni di pensatori contemporanei, dopo la filosofia ermeneutica di Heidegger, che riteneva la grande poesia il vero ricettacolo e manifestazione dell’essere (mi pare in Sentieri interrotti, Heidegger scrive “la poesia è la casa dell’essere”) e – implicitamente – della verità, colgo da Ludwig Wittgenstein (ingegnere, matematico-logico oltre che filosofo), il maggiore rappresentante della filosofia linguistico analitica, qualche altra suggestione.

Per Wittgenstein la filosofia non aggiunge conoscenza agli uomini, ma offre uno strumento critico per la conoscenza acquisibile con le varie scienze, dalle quali solamente la conoscenza del mondo procede.

Nel Tractatus Logico-philosophicus, la sua opera maggiore e più nota, uno smilzo libretto densissimo organizzato su sette punti e diverse glosse o scholia, la verità è legata alla corrispondenza tra linguaggio e realtà, nei modi seguenti: a) una proposizione ha senso ed è vera se “raffigura” uno stato di cose che sussiste realmente nel mondo (è un fatto); b) capire una proposizione significa sapere cosa accade se essa è vera; c) le proposizioni complesse sono funzioni di verità delle proposizioni elementari, calcolabili tramite le tavole di verità, che egli propone; d) gli enunciati della logica sono tautologie o contraddizioni, perché non descrivono fatti del mondo, ma mostrano la struttura logica del linguaggio stesso.

In seguito, Wittgenstein con le Ricerche Filosofiche e con il trattato Della Certezza modifica un po’ la sua linea di pensiero per quanto attiene il linguaggio e l’utilizzo dei suoi termini, proprio con riferimento alla conoscibilità della verità. Propone allora: a) la teoria dei Giochi linguistici, laddove il significato degli atti linguistici non è più ancorato a una rigida corrispondenza con i fatti, ma dipende dal gioco linguistico in cui le parole vengono usate; b) la verità non è una proprietà metafisica unica, ma si lega alle regole condivise all’interno di pratiche di vita umane; c) la verità di un’affermazione si connette a criteri di verifica riconosciuti socialmente, e operativi all’interno di un contesto, come dire, se si dà un giudizio politico sul governo Meloni bisogna osservarlo nel contesto storico e socio-politico attuale, per rapporto ai governi precedenti, non su una militanza (ottima lezione per chi non riesce mai a staccarsi dalla propria militanza quando esprime un giudizio politico!); d) il fondamento della certezza si basa sul fatto che ciò che consideriamo vero in modo indiscutibile non si fonda su un’ulteriore prova razionale, ma appartiene allo sfondo indiscusso delle nostre azioni e della nostra “immagine del mondo”: “Se il vero è ciò che è fondato, allora il fondamento non è né vero né falso” (in assoluto, aggiungo io).

Ascoltando l’ottimo professore Luigi Perissinotto, lo sento citare un passo pubblicato da Wittgenstein in un’operetta meno conosciuta di cui non ricordo il titolo: interpellato sullo scetticismo di Hume intorno ai “miracoli” di Gesù raccontati nei Vangeli, e in particolare su quello raccontato in Giovanni 2 con l’episodio delle Nozze di Cana, rispose: “Basterebbe che sostituissimo al verbo credere (al miracolo, ndr) il verbo amare (…), così facendo intuire come l’area dei “credenti” in un atto buono si allargherebbe enormemente, e perché la trasformazione dell’acqua in vino, su richiesta di Maria che vedeva molto rattristata la mamma dello sposo la cui festa di nozze era rimasta priva di vino, aveva generato il sorriso grato, a Maria, della mamma dello sposo. Wittgenstein voleva dire che un sorriso rivolto a una persona che ne ha bisogno è il miracolo che ognuno può fare ogni giorno.

Dico volentieri che, anche se non ne ho frequentato molto le dottrine, come appassionatamente ha fatto il mio amico e collega Claudio dell’amata Portogruaro (cui invio un affettuoso saluto), che dell’austriaco è un esperto cultore, Wittgenstein mi intriga non poco.

Mi piacerebbe far esercitare qualche giurista in carriera (procuratori, giudici e avvocati) sulle proposizioni wittgensteiniane.

VALUTARE E GIUDICARE

Tornando ai Greci (in particolare al Parmenide del poema Sulla natura), la verità non è una formula astratta o un giudizio logico costruito dall’uomo, ma una realtà che si mostra da sola quando le viene tolto il velo dell’oscurità. Si contrappone alla doxa che è l’opinione mutevole e incerta, come quella – specialmente – di giornalisti e opinionisti televisici, che sono i campioni della dòxa, cioè dell’opinabile falsificabile.

Venendo a noi, si può dire che ognuno è chiamato a giudicare le cose, per dare significato al proprio rapporto con il mondo, con le cose del mondo, e soprattutto con gli altri, cercando di interpretare ciò che percepisce alla luce piena di una sapienza e di un intelletto aperto.

Giudici e politici, confessori e psicologi, ma ciascun uomo non deve dimenticare che la verità è spesso sfuggente, nascosta, composita e apparentemente contraddittoria, ma accessibile e sanante per ogni spirito umano, se la si ricerca con cura e rispetto della fatica della ricerca stessa

Questo detto, il mio gentile lettore valuti, ma con serenità, il profluvio di enormi e innumerevoli panzane, balle, e menzogne che hanno proferito, senza il minimo senso di vergogna, come nel caso (che per me segnerà la storia d’Italia) del garbuglio e dei falsificatori del racconto della tragedia di Garlasco.

UN INSEGNAMENTO EVANGELICO SULLA GIUSTIZIA

Nel Vangelo secondo Matteo (cap. 20, 1-16) una parabola narrata da Gesù racconta di come un possidente agricolo trattò in modo (forse) un po’ strano gli operai presi a giornata per lavorare nella sua vigna. Infatti, al momento di pagarli al tramonto del sole, ordinò al soprastante di retribuire tutti con eguale compenso, sia coloro che avevano iniziato a lavorare al levar del sole, sia coloro che avevano cominciato più tardi in vari momenti nel corso della giornata, e perfino quelli che erano stati chiamati nel campo alla undicesima ora (le nostre 17 attuali circa), vale a dire quasi a fine giornata.

Come è naturale, ciò suscitò delle proteste da parte di coloro che avevano lavorato tutta la giornata, ma il padrone della tenuta chiese loro se gli era stato dato il salario pattuito. La risposta fu positiva, e ciononostante il dubbio circa un’ingiustizia rimase, forse, in diversi di loro.

GESÙ, COME SEMPRE, SPIAZZA GLI ASTANTI (E NOI PURE)

Gesù, il Rabbi di Nazaret, stupisce gli astanti con il suo racconto, soprattutto per il loro (e nostro) senso comune (a volte il “buon senso” è abbastanza stupido) che intende la giustizia come una retribuzione sempre matematicamente proporzionata alla prestazione, specialmente come giustizia di scambio (cf. Aristotele in Etica a Nicomaco – Libro quinto, e Tommaso d’Aquino in Summa Theologiae – Secunda secundae, Quaestiones 57-122), di cui riporto un brevissimo passo della Quaestio 58, a 1: Iustitia est constans et perpetua voluntas ius suum cuique tribuendi (trad. mia: La giustizia è una costante e perpetua volontà di assegnare a ciascuno ciò di cui egli ha diritto).

Si tratta del famoso detto “A ciascuno il suo“: il grande quesito che qui è posto è come analizzare, studiare e definire quanto spetti a ciascuno, e questo è compito della filosofia morale, del diritto, del sindacato e della politica. Si pensi alla difficoltà di trovare un punto di incontro equo e razionale in una trattativa sindacale per il rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (mie esperienze nella vita precedente), dove, se i lavoratori rivendicano giustamente di poter migliorare il loro reddito da lavoro, le imprese devono calcolare con attenzione e competenza quanto è possibile destinare a salari e stipendi in un equilibrato bilanciamento dei costi aziendali, che devono prevedere anche tutte le altre voci di spesa (uscite) per investimenti, ammortamenti e sviluppo dei mercati, ragion necessaria per il consolidamento della occupazione stessa dei lavoratori, e un conseguente positivo contributo alla coesione sociale.

Ma, tornando al racconto evangelico, Gesù ha in mente anche altro: ha in mente le necessità di ogni essere umano che è diverso da ogni altro, e perciò pone su un piano di equa giustizia o di giusta equità il pagamento uguale per tutti, perché tutti hanno i medesimi bisogni vitali. Inoltre, vi può essere anche un’altra sottesa – e non da tutti conosciuta – ragione: quel padrone dei campi avrebbe potuto avere delle pendenze retributive passate con alcuni lavoratori (il racconto non lo dice, ma nemmeno lo esclude, e si sa quanto questi racconti fossero a volte parziali o ellittici di alcuni aspetti), e pertanto con l’occasione di quella paga, aveva deciso di sanare, come si dice, il debito pregresso.

Le due virtù si rinviano a vicenda, la giustizia garantendo il principio morale dell’unicuique suum (a ciascuno il suo dovuto), mentre l’equità tutela il diritto derivante dalla posizione oggettiva dei soggetti coinvolti nella relazione interpersonale (su questo tema ci può aiutare molto Edmund Husserl che ho brevemente trattato un paio di settimane fa) e di gruppo, e i meriti individuali, soggettivi, che sono irriducibilmente unici.

E’ chiaro che tale “combinato disposto morale” non può valere sempre, ma nel caso della parabola è un richiamo all’ulteriorità di una Giustizia più giusta di quella meramente retributiva, cioè quella che i Greci chiamavano epichèia.

In questa ottica di giustizia si deve comunque avere sempre attenzione difendere il “bene maggiore” (sempre inteso secondo un’etica del fine, dove il fine è l’uomo stesso) costituito dal bene collettivo come può essere un’azienda, i dipendenti e le loro famiglie, anche a scapito di un “bene minore” che può essere il reddito da capitale finanziario.

Una meditazione sul testo evangelico qui citato potrebbe servire anche ai politici che a volte paiono vivere fuori dal mondo, perché il Maestro insegna cose-che-sono-nel mondo anche se non-sono-del-mondo.

SANT’AGOSTINO INSEGNA

Tra le innumerevoli citazioni filosofiche che pone il tema della relazione tra verità e giustizia, ne scelgo una di sant’Agostino, che riguarda la verità: “Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas, et si tuam naturam mutabilem inveneris, trascende et te ipsum“, ovvero “Non uscire fuori, ritorna in te stesso; nell’uomo interiore abita la verità, e se scoprirai mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso” (De vera religione, 39, 72).

In questo testo Agostino sembra adombrare la presenza di Dio stesso nell’anima umana, quando l’uomo fa posto a Dio stesso, che è Verità, nel profondo della propria anima (cf. Johannes Meister Eckhart).

CONCLUDENDO

Circa la domanda retorica del titolo se l’uomo abbia insito nell’anima l’esigenza di giustizia nella verità, paragonando questo concetto con le opinioni filosofico-politiche di Thomas Hobbes (che in questo articolo ho citato solamente a titolo di esempio di un pensiero cinico, e non abbiamo studiato, ma lo faremo in futuro parlando di dottrine politiche), concludo dicendo che, a mio avviso, il filosofo inglese, nel suo testo maggiore The Leviathan, ha voluto mettere in guardia l’uomo dal rischio di vedere in ogni altro uomo un avversario da combattere, e perciò suggerisce di usare la ragione nel governo della cosa pubblica e degli interessi generali, scegliendo, nel suo caso, una via autoritaria (che personalmente non condivido).

Prossimamente, quando tratterò della libertà, ci sarà particolarmente utile il pensiero di Jean-Paul Sartre con la sua tesi in base alla quale “gli uomini sono condannati a essere liberi“, ma vedremo in quale senso il filosofo francese si esprime in questo modo: non certo per essere contrario alle libertà civili e politiche dei singoli e dei popoli, anche se la sua vita e le sue scelte non furono prive di profonde contraddizioni. Ma non interpellerremo solamente il buon Jean-Paul domenica prossima, poiché sarà in ottima compagnia.

Post correlati

0 Comments

Leave a Reply

XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>