Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

“Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato la metà che era rimasta, non quella che era andata persa” disse Alex Zanardi dopo l’incidente al Lausitzring il 15 settembre 2001; un’altra volta durante una premiazione registrarono queste parole: “mi tremano le gambe dall’emozione”, ironia nel dolore diventato gioia, ovvero tre vite per una vita

(PROSSIMAMENTE: “Un boato antico, i settantacinquemila di San Siro come al Circo Massimo di due millenni fa”; oppure “Quando l’ideologia fa a pugni con la verità, la ragione umana cede alla superbia”. Deciderò lunedì prossimo)

LA PERDITA E LA VITA. “IL TUTTO E IL TOTALMENTE”. L’INTERO

Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato la metà che era rimasta, non quella che era andata persa” disse Alex Zanardi dopo l’incidente al Lausitzring in Germania il 1 maggio 1999. Una frase che dice tutto anche se non totalmente (direbbe un filosofo scolastico), del suo modo di intendere la vita.

Cosa significa tutto ma non totalmente? Sembrerebbe una tautologia a rovescio, cioè una ripetizione dello stesso concetto, ma non lo è. Esploriamone la ragione: la totalità di una cosa, nel caso della vita è… la vita stessa, se la si conserva come nel caso dell’incidente di Zanardi, poiché non si può essere un po’-vivi e un po’-morti, o si è vivi o si è morti (tertium non datur, o “del terzo escluso”, Aristotele, Fisica 8, Metafisica 12; dottrina della ragion sufficiente in W.G. Leibnitz), ma è evidente che, privato delle gambe, si tratta di un vita non completa come struttura umana, che così soffre di una carenza importante. E’ per questo che la dizione “tutto e totalmente” ha senso.

In qualche modo l’assenza delle gambe rappresenta il “totalmente”, che manca alla vita.

Si può dire che anche senza le gambe Alex era un uomo “intero”? Anche se il suo essere un corpo animato era un tutto, ma non totalmente, come uomo era intero.

(Alex Zanardi)

LA “CULTURA DELLA PRETESA”

Viviamo un tempo nel quale la cultura della “pretesa” e quella dei “diritti” quasi prevalgono su tutte le altre culture. “Pretesa” e “diritti” sono due concetti molto diversi ma, in un certo senso, si possono mettere in relazione per discuterne in una disputatio capace di ascolto reciproco. Non ne parlerei mai in un dibattito politico, soprattutto se penso al significato più profondo del termine “dibattito”, che significa “prendersi a pedate nel c.”

Va osservata da subito una differenza fondamentale fra “pretesa” e “diritto”, perché nel primo termine è insito il vizio dell’egoismo impiantato sull’egocentrismo, e a volte anche sul narcisismo, mentre il secondo termine non comprende alcuna sfumatura di egoismo, salvo quando “pretende” di porsi come un qualcosa che nulla ha a che fare con i “doveri”, vizio molto diffuso da circa mezzo secolo.

“Pretesa” etimologicamente è un deverbale latino composto dal prefisso pre/pro e dal verbo tendere. Il significato letterale è dunque, immediatamente, una tensione-per-avere-qualcosa-prima-di-un-altro, indifferentemente se l’altro necessiti in quel momento di precedere chi-pretende qualcosa per ragioni legate a una situazione esistenziale o di amministrazione corretta della giustizia. Un esempio: credere di avere la precedenza su un’altra persona in una situazione nella quale vi è una discussione relativa a un giudizio su due soggetti, laddove chi crede di avere la precedenza non accetta la decisione di una entità superiore, che sia diversa dalla propria pretesa: in pratica, quando un dipendente è geloso se non invidioso della promozione di un collega che non ritiene più meritevole di lui stesso, mentre il decisore lo pensa e coerentemente decide.

LA CULTURA DEI DIRITTI. UN ESEMPIO IMPORTANTE

I diritti sono una dimensione etica della convivenza umana che si è consoliidata nei tempi, sia mediante le varie legislazioni, sia tramite lotte sociali che si sono sviluppate nei secoli. Fino agli ultimi due secoli le differenze sociali erano anche differenze legislative che marcavano possibilità e stati di vita estremamente contrastanti, tra categorie e segmenti sociali di persone indigenti o addirittura in miseria, e categorie possidenti, aristocratiche o borghesi strettamente connesse al potere.

Anche solo individuando un ambito, quello del lavoro, possiamo fare un esempio illuminante: esattamente fino a 60 anni fa in Italia era possibile licenziare chiunque senza motivarne le ragioni. Allora i sindacati CGIL, CISL e UIL e le forze popolari, sia di governo (DC, PSI, PSDI, PRI), sia di opposizione (PCI, PSIUP) lavorarono in modo da far emanare la L. 604 (1966), che introduceva il divieto di licenziamento del lavoratore se non per giusta causa (rissa, aggressione, appropriazione indebita, etc.) e giustificato motivo (oggettivo, consistente nel venir meno di una specifica posizione lavorativa in azienda, e soggettivo, consistente nel venir meno delle capacità di lavoro di una persona, che risulterebbe non più collocabile in azienda), anche se solo per le aziende con più di 35 dipendenti, escludendo dunque la stragrande maggioranza delle imprese italiane.

Quattro anni dopo, nel 1970 (il 20 maggio per la precisione) il Governo emanò la celeberrima Legge 300 “Statuto dei diritti dei lavoratori”, redatta dal professor Gino Gigni, socialista, che ebbi modo di conoscere, la quale alzò la copertura dai licenziamenti per le aziende con almeno 16 dipendenti, nonché il diritto di organizzazione sindacale, il diritto alla sicurezza del lavoro, etc. La Legge 300 è stata poi modificata, pur permanendo la sua struttura di base, costituendo anche esempio per molte legislazioni del lavoro in parecchi paesi del mondo.

Possiamo tranquillamente affermare che in Italia, sia la legislazione del lavoro, sia la legislazione della sicurezza, sia la legislazione sulla salute pubblica socio-sanitaria, sono tra le più avanzate del Pianeta.

Oltre a questo fondamentale esempio, nei decenni successivi si è sviluppata una “cultura dei diritti” che progressivamente è scivolata verso una “cultura della pretesa”, come nel caso di considerare un diritto la maternità per altri: in questo caso si confonde, sia eticamente, sia giuridicamente, un desiderio con un diritto. Un desiderio individual-soggettivo non può mai diventare diritto in quanto desiderio, a meno che non ritenga che i diritti sono a geometria variabile, a seconda della posizione sociale e dei mezzi economicci di una persona. In questa visione etica utilitaristico-egoistica a qualcuno sarebbe permessa qualsiasi cosa, ad altri no. Sarebbe classismo, elitismo, narcisismo e, in definitiva, una manifestazione suprema del peggiore dei vizi morali, la superbia, che è quella magistralmente espressa, non solo nei trattati di etica classici greco-latini, da Aristotele, passando per Seneca, fino a Tommaso d’Aquino, o kantiani, ma forse – anche meglio – dalla dottrina socio-morale del Marchese del Grillo.

LA CULTURA DEI DIRITTI E DEI DOVERI

Il maggior maestro di questa endiadi logica ed etica “Diritti&Doveri” a mio avviso, è l’avvocato Giuseppe Mazzini, che ebbe a scrivere un pamphlettino ancora attualissimo “Dei doveri dell’uomo”.

In sintesi, questo libretto fu destinato dal Mazzini ai lavoratori, alle classi operaie del tempo, che si stavano socialmente formando. Il suo pensiero cerca di sottolineare l’esigenza di conformare, all’interno del pensiero risorgimentale, il primato individualista dei “diritti” alla necessità morale e sociale dei “doveri” per raggiungere l’Unità d’Italia e un Bene comune, e anche per riequilibrare i rapporti di forza all’interno della costituenda comunità nazionale. Un pensiero laicissimo molto prossimo a quello cristiano.

Mazzini decise di scrivere l’opera (pubblicata originariamente a puntate sull’Apostolato Popolare e poi in volume) per contrastare le dottrine materialiste e anche le teorie socialiste, a quel tempo pienamente marxiane e sostenitrici di una lotta di classe anche violenta, metodologia che il Mazzini aborriva (lui era piuttosto dell’idea di far saltare per aria re e sovrani vari. Contestualizzando ed evitando l’anacronismo, si può comprendere una certa incoerenza del rivoluzionario democratico). Per il patriota genovese, invocare solo i diritti rischiava di sfociare nell’egoismo individuale. Al contrario, l’adempimento dei doveri verso se stessi, la famiglia, la Patria e l’Umanità era l’unico collante in grado di unire gli italiani e spingerli alla rivoluzione nazionale.

Recupererei perfino per la scuola dell’obbligo italiana una lettura obbligatoria del libretto mazziniano.

L’ACCONTENTARSI

Il lettore potrà chiedersi la ragione del trattatello sui diritti soprastante, ma, proseguendo se ne comprenderà la ragion d’esser lì collocato.

L’immediata accezione del verbo riflessivo “accontentarsi” non è positiva, soprattutto per gli indefessi “cacciatori-di-felicità”, come sembra fu il presidente degli Stati Uniti d’America Thomas Jefferson, autore materiale della bellissima Costituzione americana, che si propone di favorire l’accesso alla… felicità a tutti i cittadini della grande Nazione allora costituentesi. Jefferson, grande proprietario terriero, non “vedeva” forse molto la felicità dei suoi schiavi, che comunque pare trattasse meglio di altri colleghi proprietari.

Thomas Jefferson, pur scrivendo che tutti gli uomini sono creati uguali, possedeva centinaia di schiavi. Li considerava una sua proprietà perssonale e familiare, nonché base del suo stile di vita. Sebbene evitasse punizioni estreme e si opponesse formalmente al traffico internazionale, li sfruttò economicamente per tutta la vita e mantenne in schiavitù persino i suoi figli illegittimi. Contraddictio in adjecto. La felicità, termine abusato ovunque nei nostri tempi, termine mal trattato e banalizzaato ovunque e comunque, non sapendo che la sua radice sanscrita “fe” rinviaa al concetto originario di fecondità, la fecunditas latina.

Oppure il concetto che Platone fa esprimere a Socrate ne La Repubblica, secondo il quale la felicità è data semplicemente dall’essere giusti. Ci proviamo?

Io, invece, preferisco parlare di gioia, come penso preferisse anche Alex. La mia gioia quando una gentile ematologa mi telefonò per dirmi che la chemio stava facendo sfracelli del tumore; quella di Zanardi quando si ritrovò vivo in ospedale, e quando si mise alla guida della sua handbike per partecipare alla prima gara.

L’accontentarsi è un essere-contenti-di-qualcosa, non anelando ad altro che non si potrebbe possedere, peraltro senza che cambi l’essenza della propria vita (pensiero che – a mio avviso – non appartiene a molti).

Forse che è gente da poco chi si accontenta?

LA LIBERTÀ

Libertas consistit ubicumque homo suorum actuum dominus est (la libertà si trova ovunque l’uomo è signore dei suoi atti), come leggerezza che ti porta altrove, perché scelgo uno tra due beni, conoscendoli. Zanardi si è lasciato addomesticare dal limite, senza urlargli contro, sapendo di avere il tutto-della-vita-in-quanto-vivo, anche se non totalmente, perché privo delle gambe. Libertà come intelligenza-assolutamente-rapida-portante-altrove…

La libertà non è un fare-ciò-che-si-vuole ma un volere-ciò-che-si-fa. Il volere di Alex, di uomo rimasto con un litro di sangue dopo l’incidente del 2001, è stato quello di sopravvivere, mostrando come la libertà sia una scelta dentro il limite umano.

LA CULTURA DEL LIMITE

Alex Zanardi è stato un campione e un maestro della “cultura del limite”, limite che la sua situazione dopo l’incidente gli ha posto, limite che ha accettato come una nuova condizione della sua umanità, che è rimasta “completa” in una vita che continuava e di una mente che pensava anche di più, e forse più profondamente di prima. Dopo un grande dolore, e io lo ho provato, si diventa più forti e più determinati di prima (Nietzsche ebbe a dire “ciò che non ti uccide ti fortifica“). Si riesce così ad apprezzare anche le cose piccole, che si riproporzionano e diventano grandi, come la telefonata della dottoressa di cui ho parlato sopra.

Il limite è il limes, cioè il confine oltre il quale ci sono altri territori inesplorati. Anche il dolore è un confine, ma lui diceva che “Quando in una gara ti accorgi di avere dato tutto, tieni duro altri 5 secondi“. E forse poi altri 5…

ALEX MAESTRO NATURALE, DALL’AUTOMOBILISMO ALLA HANDBYKE

Due parole sulla sua storia.

Il gravissimo incidente del 2001 provocò la perdita di ambedue le gambe ad Alex, che dovette imparare a convivere con questa mancanza. Se sant’Agostino avesse potuto commentare la tragedia e la perdita di Alex, avrebbe potuto mostrare come il male non abbia una sua propria essenza, ma sia piuttosto costituito da una perdita, in questo caso del bene integrale delle gambe: defectio boni, perché ogni-cosa-che-è-è-bene… e se manca, è mancanza di quel bene.

La sua vita cambia radicalmente, finché non incontra la possibilità di valorizzare il proprio corpo in un altro modo, con la bicicletta-a-mani. Troppo faticoso un novello endiadico lemma? Non so perché non la si chiami in italiano, senza il bisogno di sdoganare il termine inglese handbyke. Ma è una malattia diffusa, l’anglofilia, che va ben oltre alla necessità pratica di conoscere questa bella lingua così diffusa nel mondo.

Nato il 15 Settembre come Pelè, è morto il I Maggio come Ayrton Senna. Due date che significano, come il mio 9 febbraio, data nella quale morì Eluana Englaro, che era stata moltissimo nei miei pensieri, come ora lo sono la povera Chiara Poggi e il suo fidanzato Alberto, rimasto senza di lei.

Zanardi è il secondo Alex nel mio cuore, dopo il caro amico Langer, mancato troppo tempo fa, era poco più che un ragazzo.

Essere vivi significa essere vulnerabili.

Anche ad Alex Zanardi non mancava nulla, perché l’anima sua era purissimamente intatta come specchio dell’intero universo.

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