Le “crisi” del nostro tempo: in tema di “noi” e di “loro”, di Occidente (1 miliardo di persone) – che insegna a vivere al mondo, avendo pacificamente dei meriti – e Oriente più Sud del mondo (7 miliardi di persone), che “deve” imparare, ma ha comunque molto da insegnare al mondo; la “crisi” tra valori diversi e a volte incompatibili; la “crisi” di “identità” e “rappresentanza” nelle antropologie diverse, in particolare tra quelle orientali e quelle occidentali; la “crisi” nella politica, che qui da noi si manifesta con la disaffezione alla partecipazione democratica; la “crisi” qualitativa dell’attuale sindacalismo confederale; la “crisi” della militanza politica e del pensiero critico, che a volte confliggono gravemente nella coscienza delle singole persone, nelle relazioni intersoggettive, nei e tra i gruppi politici, provocando gravi danni relazionali intersoggettivi e anche sociali, al punto che personalmente mi affliggo quando la militanza “ideologista”, preciso, non ideologica, che è legittima e fruttifera, sopraffà il pensiero critico e crea un impoverimento dei rapporti tra le persone, talora perfino rovinando cordialità e amicizie. Forse è tempo di trovare una conciliazione tra la fisica della realtà e la metafisica della trascendenza, tra individuo e collettività, tra Occidente e Oriente
PROEMIUM HISTORICUM-PHILOSOPHICUM
Si parla da decenni, e più ancora negli ultimi anni, in ogni ambito umano, sociale e culturale, tipica del nostro Occidente, di codesta amplissima crisi, che è certamente generata da molteplici fattori sociali, politici e culturali.
Come ho scritto spesso, ma l’amica professoressa Elena mi suggerisce di inserire anche in questa sede la precisazione linguistica, qui utilizzo il termine “crisi” nella sua accezione semantica greca, che rinvia all’atto del “giudicare-scegliere”: infatti, in greco “giudice” si dice kritès. E poi abbiamo “critica”, “pensiero critico”, che è il pensiero-giudicante del discernimento, etc.
Prima di tutto la duplicità è tra Oriente e Occidente, che significa -rispettivamente – collettività e individuo, dove la prima vale soprattutto e la seconda deve essere-dentro la prima senza subirla. In questo dibattito la grande filosofia greca e il cristianesimo, e infine l’illuminismo che ha prodotto in Occidente le democrazie parlamentari, hanno avuto parte preponderante nella costituzione di un modello che si è sempre ritenuto il migliore (tra i peggiori, come ironizzava il talvolta pessimo Sir Churchill).
C’è stata una pretesa di egemonia sul mondo, quasi del tutto realizzata nell’ultimo mezzo millennio tramite le varie stagioni del colonialismo, quella dell’Occidente, che comunque ha avuto meriti indubbi nella crescita della conoscenza della natura, soprattutto a partire dal XVI, quando la scienza mise in moto la tecnica, mentre in Oriente, dove vi era una scienza – ai tempi – almeno equivalente, ciò non accaddde.
Esamineremo inoltre che cosa si intende con il concetto socio-politico di “rappresentanza” e con il concetto psico-sociologico di “identità”. Richiamerò i concetti frontalmente reciprocamente contrastanti di “ideologia” e di “ideologismo”, per rapporto con il pensiero critico, che l‘ideologismo rischia di danneggiare fino ad annichilirlo.

Si tratta di un discorso complesso che richiede alcune premesse riguardanti definizioni sintetiche di rappresentanza e identità. Quando si analizzano le cose del mondo e della vita umana, si rischia di “perdersi” in credenze vane e fallaci. Tutto è quasi sempre molto più complesso di quanto comunemente si pensi, e dove non lo è, la “cosa”, l’ambito analizzato è almeno complicato, un’articolazione delle cose e degli oggetti varia e spesso sorprendente per la sua intrinseca vastità.
Ad esempio, quando cerchiamo di comprendere le ragioni per cui noi non capiamo i Russi e loro non capiscono noi.
Quanto viene detto, scritto o proclamato dal vivo e nei media apertis verbis coramque populo, è dunque solo una parte della verità delle cose, intesa come manifestazione della realtà. Solo per memoria: la verità delle cose dovrebbe (deve) sempre coincidere con la realtà oggettiva. Veritas (sit, melius dicere, est) sicut res. Questo è un fatto che mi prende interiormente e mi turba moralmente, specialmente quando constato che la verità fattuale non coincide con la verità processuale (quella che non racconta la realtà, ma la finzione dell’inganno e dell’imbroglio dolosi), nei procedimenti penali (come ad e. nella terribile vicenda di Garlasco e, aggiungo, in quelle di Erba e di Yara Gambirasio, così come nel caso di Garlasco, ritengo siano in carcere degli innocenti). Ma anche nelle piccole cose quotidiane è meglio (dire) la verità piuttosto che indulgere nella menzogna, della quale tutti pecchiamo o rischiamo di peccare (qualche volta).
Ricordo quando mia mamma Luigia mi indicava in modo un po’ negativo una persona che era costretta a frequentare per collaborazione, dicendomi che era “finta”. Ero piccolo, ma da allora questo aggettivo mi ha sempre colpito.
COMPLESSITA’, COMPLICAZIONE ED ETERNITA’ DEGLI ENTI
Per comodità richiamo una breve descrizione dei due concetti di complessità e di complicazione, avendone parlato già più volte in questa sede. Per complessità si intende (Prygogine, De Toni e altri 1980 e ss.) una varietà non quantificabile di oggetti fisici (ad e. le galassie) o neuro-psichici (ad e. il cervello umano) strettamente connessi e necessariamente interfunzionali; per complicazione si intende oggetti “matematizzabili”, vale a dire descrivibili e quantificabili numeristicamente, come può essere una macchina utensile, un computer o un’automobile.
Non posso non terminare questa premessa con una citazione del filosofo Emanuele Severino, cui in una certa misura mi riferisco quando cerco di comprendere o tenere-dentro (non di “capire”, o “impadronirmi”, ché sarebbe troppo) la realtà. Io credo con lui che l’uomo abbia bisogno della “trascendenza” e di dimensioni come il sacro, il religioso e il divino (o teologale), indipendentemente dalla credenza in un Dio assoluto e incondizionato (il titolo “Incondizionato” riferito a Dio mi convince molto). Con il filosofo mi accosto all’idea che tutte le cose, tutto-ciò-che-è costituisca un qualcosa di eterno se pure nel più limitato senso di immortale, che è un essere-eterno da un inizio, lasciando solo Deo l’eternità come interminabili vitae tota simul et perfecta possessio, dove non si danno prima e poi (è la definizione aristotelica del tempo), e in questo “assomigli” al dio, anzi a Dio, proprio quello di Genesi 1, 27 (“Dio creò l’uomo a sua immagine”). Propongo una riflessione: se solo Dio è eterno, le cose/azioni/fatti umani, una volta accaduti sono-per-sempre, poiché neppure l’Incondizionato può a quel punto farli non essere accaduti (l’accadere non è, a mio avviso, il capitare descritto dalle lingue umane di Wittgenstein) e perciò esistiti.
Solo in un presuntuosissimo universo a stringhe, ovvero oltre l’orizzonte degli eventi dove tutto si ferma per sempre, potrebbero darsi gli eterni essenti di Severino. Potrebbe essere quello il punto non spaziale, ma di stato-dell’essere, nel quale fisica e metafisica coincidono: Dio e l’intelligenza si ri-compongono.
DELL’IDEOLOGIA E DELL’IDEOLOGISMO. VALORI, ETICA E MORALE
Molte volte ho affermato e scritto che l’ideologia è una struttura legittima e necessaria di idee umane sulla vita individuale, collettiva e socio-politica, per indirizzare secondo una criteriologia di valori morali e politici la stessa vita individuale e collettiva. Nella modernità si attribuisce al termine valori una accezione differente rispetto al più generico principi nonché al più – filosoficamente e teologicamente preciso – virtù. Valori, princìpi e virtù potrebbero essere considerati sinonimi se ci mettessimo d’accordo tutti su un concetto generale: “l’uomo deve agire, come insegnava cristianamente e razionalmente Immanuel Kant, in modo da non considerare nessun suo simile come mezzo, ma sempre come fine (e quindi deve darsi da fare per una giustizia giusta e per la solidarietà di tutti verso tutti). Praticamente impossibile, e pertanto i tre termini non possono essere considerati sinonimi, anche se si può “perdonarne” un uso impreciso nel linguaggio quotidiano.
In altre parole, anche il nazismo presentava dei “valori” come il pangermanesimo, la tradizione arcaicissima del Walhalla dei superuomini, la superiorità della razza ariana, che per noi sono dis-valori, anti-valori. Ovviamente, per quanto concerne gli dei e gli eroi antichi del Nord non sto deprecando la sublime musica di Richard Wagner.
Un altro esempio di “valori”, che noi “occidentali” riteniamo sbagliati, anzi disumani: l’infibulazione e la mutilazione dei genitali delle bambine invalso nelle culture tribali africane sussunte in parte in regioni e da popoli islamizzati. In questo caso l’èthos, cioè il costume è caratterizzato dall’èthnos, cioè dall’elemento antropologico culturale. Ecco la ragione per cui non si possono ritenere sinonimi, se non solo etimologicamente in termini linguistici greco-latini, i termini etica (èthos, èthou) e morale (mos, moris).
Ciò detto, distinguiamo l’ideologismo dall’ideologia. Il primo termine è semanticamente una deformazione del secondo. Ideologisti si possono considerare gli oggetti delle seguenti narrazioni. Desidero operare questa distinzione per salvare il valore semantico e morale dell’ideologia.
Un primo esempio, per me deludente e anche doloroso, è quello delle recenti posizioni di molta parte della sinistra sulla politica internazionale: quasi sempre con le bandiere sbagliate, ovvero, mediaticamente è sembrata essere condizionata dagli estremisti spacca vetrine, anche quando si è presentata con le vesti ufficiali di un sindacato, oppure con la fascia tricolore di un sindaco ansioso di premiare una strana e ambigua e intellettualmente disonesta signora. Anche per questo sono addolorato: perché il sindacato è stato e deve essere altro da quella roba lì. E altrettanto le istituzioni democratiche. Spero che la sindaca di Firenze non imiti il suo collega di Reggio Emilia e di qualche altro comune italiano.
Un altro esempio: fa specie ascoltare Macron (il 2027 non è lontano, evviva!) quando accusa di neocolonialismo gli USA trumpiani che vogliono controllare la Groen-landia in funzione antirussa e anticinese. La Francia non può tenere lectiones magistrales a nessuno, vista la sua storia degli ultimi due tre secoli. Chiedere per credere agli Africani che vivono al di sopra dell’Equatore o ai Vietnamiti. Chiedere degli Inglesi agli Indiani e a molti altri popoli del mondo. Chiedere degli Italiani ai Libici e agli Etiopici-Eritrei. Potrei continuare l’elenco citando Spagna e Portogallo, che ebbero ruoli colonialistici di primissimo piano nella storia dell’ultimo mezzo millennio. Certamente noi, i Francesi e gli Inglesi abbiamo costruito in quelle lontana plaghe scuole, ospedali e strade, abbiamo portato anche cultura e sanità, ma abbiamo anche imposto un dominio di sfruttamento.
Gli Americani USA sono una cosa diversa. Hanno due secoli e mezzo scarsi di storia nazionale, e il loro colonialismo è stato inframmezzato da interventi indispensabili anche militari nello scenario mondiale. Gli USA non sono solo Vietnam e Trump (bastano le metonimie per capirci), perché sono anche il presidente Woodrow Wilson (anche se non amava molto l’Italia), il presidente Franklin D. Roosevelt, il generale Dwight Eisenhower.
Un’altra riflessione previa: se, da uomo di sinistra, provo da tempo a porre la questione dell’ideologia come fonte e matrice di azione politica, e la questione dell’ideologismo come de-formazione e fallacia, non riesco a superare un muro invalicabile (almeno fino ad ora): anche i miei interlocutori più colti e intelligenti non riescono a oltrepassare il blocco mentale della militanza, per cui trovano il modo di indulgere anche sulle peggiori nefandezze della propria parte, non riconoscendo mai neppure meriti oggettivi alla parte avversa.
Qualcuno mi risponde, quando gli dico che in Italia, ora, una sinistra guidata da Schlein e Landini non è la mia sinistra, che comunque è la sinistra con la quale starà fino alla morte. In questo caso mi tocca pensare a una sospensione “fisica” dello spirito critico e del pensiero che dallo spirito è prodotto. Che fare? rinunziare a battagliare per l’autonomia dell’intelligenza dalla politica? certamente no.
Un altro paio di esempi: leggo sull’Unità di qualche gorno fa questo titolo, mas o menos: “Trentini libero nonostante Giorgia…” Allora: siccome oramai è invalso parlare male di Meloni sempre, comunque, in qualsiasi caso e per qualsivoglia tema o problema, si scrivono titoli di questo tipo. E’ evidente che il retropensiero del titolista unitariano è il seguente: dato che il Governo Meloni non ha riconosciuto l’elezione truffaldina di Maduro alla presidenza del Venezuela del 2024, il truffatore stesso ha voluto vendicarsi, mentre l’Unità, non solo non riconosce alcun merito al Governo italiano, al Ministero degli Esteri, alla nostra Intelligence, che è tra le migliori del mondo, etc., ma imputa a Meloni di avere “liitigato” con Maduro in qualche modo causando l’arresto di Trentini e di alcune decine di altri italiani presenti sul territorio di quel paese.
Non ho voglia di commentare tanta idiozia salmonica (non salomonica, beninteso, ma proprio salmonica, nel senso che quei formidabili pesci che sono i salmoni vanno controcorrente, e quindi in metafora vanno contro la verità).
Il secondo esempio: un’altra persona di sinistra di cui sono molto amico, quando parlo del mio interesse per il trucido caso di Garlasco, nel quale è stato constatato oramai un evidente dolo nell’azione degli organi inquirenti (polizia giudiziaria e magistratura) nella fase iniziale delle indagini sul caso, mi risponde che, non solo l’argomento non è di suo grande interesse (non “prende”) saperne del caso, ma che, provando una certa antipatia per le forze dell’ordine, preferisce parlare di altro.
DELLA CULTURA NEGLI AMBITI DELLE SEGUENTI DISCIPLINE UMANISTICHE: STORIA, PSICOLOGIA; SOCIOLOGIA E ANTROPOLOGIA FILOSOFICA
Allora, proviamo ad analizzare le origini “culturali” e politiche di tale avversione. A mio avviso, essendo di sinistra, di una sinistra italiana, che conosce magari la storia italiana, ma non si occupa più di tanto della storia di altre nazioni, la prima immagine che ricorre alla mente di questa persona è quella del reparto “Celere” della polizia, che negli anni ’60 perseguiva le manifestazioni operaie spesso con una violenza inaccettabile: pensiamo alla vicenda dei morti di Reggio Emilia del 1960 (5 operai uccisi) e di Battipaglia del 1969 (2 operai uccisi), come tristi esempi.
Oppure, pensando all’attualità, nell’ambito di un antimericanismo politico strutturale basato sul ricordo del trattamento delle genti di colore in USA fino alla fine degli anni ’60 (prima del Civil Rights Act emanato dal vituperato presidente Lyndon B. Johnson nel 1964/5, che Martin Luther King apprezzò assai, e in parte anche Malcolm X, che fu ucciso nel 1965, mentre il proiettile di Earl Ray Jones spense il dottor King nel 1968, ma anche sul crimine in cui fu ucciso George Floyd nel 2020, o sull’ultimo omicidio per strada della signora Renee Good a MInneapolis accaduto nei giorni scorsi, per questa persona la polizia è sempre una “cosa” negativa, senza pensare che, se un paese democratico come l’Italia (o la Francia, o la Germania o il Regno Unito) non avesse un corpo di polizia armato, la situazione sociale sarebbe tale da far paura per una criminaliità di ogni genere sempre molto attiva.
A questa persona vorrrei ricordare che le polizie dei paesi “socialisti”, tipo URSS, Cina e affini, per tacere della Cambogia polpottiana, della Corea del Nord dei signori Sung et similia, oppure dell’Iran attuale, impiccatori di prim’ordine, hanno per metodo l’omicidio dei cittadini, ma queste polizie sono polizie “socialiste”, mentre la nostra è meloniana, e dunque…
Vorrei proporre due osservazioni: purtroppo ancora ai nostri tempi una forza di polizia è necessaria e, ad esempio, una polizia come l’arma dei Carabinieri è considerata e stimata in tutto il mondo. I Carabinieri italiani stanno da anni istruendo la polizia albanese, e altrettanto faranno con la polizia palestinese, Meloni o non Meloni, contributo gradito a quel popolo e accettato da Israele; secondo, bisogna rendersi conto che l’essere umano del XXI secolo ha ancora bisogno della polizia, e dunque della polizia bisogna avere rispetto e considerazione. E ne avrà bisogno anche nei secoli futuri, al di là delle previsioni spielberghiane di Minority Report, film nel quale si preconizza una polizia che anticipi i crimini conoscendo le intenzioni criminogene di futuri criminali.
E’ ovvio che alltrettali considerazioni valgono per le polizie delle dittature fasciste, come quella di Hitler e di Heydrich, di Mussolini, di Pinochet, di Franco etc., che comunque tra loro non erano proprio identiche. Si pensi che la polizia segreta fascista, detta “Ceca” (in realtà si trattava dell’O.V.R.A, l’Organizzazione di Vigilanza e Repressione dell’Antifascismo) aveva quasi il medesimo nome acronimizzato della Čeka sovietica (diretta da criminali come Yagoda ed Ezov) degli anni ’30 del secolo scorso, che poi diventò KGB (casa natale di Vladimir Vladimirovic), etc.
Cosa vuol dire che essere-di-sinistra significa avercela con le forze dell’ordine? Andiamo, su.
Un altro aspetto psicologico e culturale di tale posizione è l’aver introiettato che i crimini e i reati commessi dai singoli sarebbero soprattutto il portato di un disagio sociale il quale, se tolto, ridurrebbe quasi del tutto la criminalità, poiché le persone sarebbero più buone in una società più giusta. Nulla di più falso: tale posizione, tipica del marxismo teorico, pretende di modificare la struttura psico-spirituale dell’uomo, costruendo una sorta di homo novus virtuoso e buono: Ho già scritto da qualche parte che il dottor Marx non privilegiò mai nei suoi studi filosofici l’approfondimento della tradizione classica greca e cristiana, per cui non gli era molto affine un’antropologia filosofica.
L’homo novus è stato il mito di diverse dittature di sinistra, l’ultima delle queli è quella della Corea del Nord, nonché delle forme misticheggianti dei regimi fascisti, Italia in primis. Si rassegnino, perché, se è vero che il disagio sociale è un terreno di coltura privilegiato di crimini di ogni genere, è altrettanto vero e lo sarà sempre, che il bene e il male sono – intrinsecamente – nell’uomo.
Non basta essere ferrati in discipline psicologiche e sociologiche, ma bisogna partire da una robusta conoscenza antropologico-filosofica. Gli psicologi del ‘900 hanno rivoluzionato il campo di questa scienza umana con figure come Freud e la psicoanalisi, con Piaget per lo sviluppo cognitivo dei bambini, con Skinner e Pavlov con il comportamentismo, con Rogers e Maslow con la psicologia umanistica, con Bandura e la sua psicologia sociale, con Jung e la psicologia analitica, con Winnicott e la psicologia dell’affettività, trascurando molti altri, hanno esplorato la mente, il comportamento, le emozioni e lo sviluppo umano attraverso diverse scuole di pensiero, che hanno segnato profondamente la storia della psicologia moderna, ma tali conoscenze vanno connesse con lo studio filosofico antropologico dell’uomo e la dimensione etica dell comportamento dell’uomo (che agisce libero).
Oltre a tutto ciò occorre tenere conto degli studi di psicologia sociale e sociologici relativi a partiti e sindacati, a partire dai concetti sottostanti di identità e di rappresentanza.
DELL’IDENTITA’ E DELLA RAPPRESENTANZA
L’identità è l’insieme delle caratteristiche che rendono una persona, o un gruppo, o un soggetto unico e riconoscibile, comprendendo aspetti personali (fisici, psicologici, sociali), l’autoconsapevolezza del sé (io individuale o collettivo), i dati anagrafici e il senso di appartenenza a gruppi, che si costruisce ed evolve nel tempo attraverso esperienze e relazioni, differenziando ciascun essere umano da ogni altro, defindndolo come individuo coerente. Oggi si sta discutendo molto sull’identità di genere, che è cosa scientificamente fondata, ma si rischia, con la teoria del gender, di scivolare nel fosso. Speriamo che questa tendenza si fermi. Ne scriverò qualcosa prossimamente.
La rappresentanza è un istituto giuridico che permette a un soggetto, che agisce quale rappresentante, di agire al posto di un altro, che è il rappresentato, nel compimento di atti giuridici, facendo ricadere gli effetti direttamente nella sfera del rappresentato, sia per legge (rappresentanza legale, ad es. i genitori) che per volontà (rappresentanza volontaria, ad es. la procura). Si distingue dalla semplice comunicazione (nuncius) perché il rappresentante esprime una propria volontà per conto di altri, ma gli effetti sono del rappresentato.
Ricordata la definizione giuridica, vorrei qui trattare il tema sotto il profilo socio-politico, per quanto attiene la forma-partito moderna e le organizzazioni sindacali.
LE ORIGINI DELLA RAPPRESENTANZA DEMOCRATICA
E’ pacifico che fino al XVII secolo non si può parlare in alcun modo di rappresentanza democratica, sia pure censuaria, che ebbe inizio in quel secolo in Gran Bretagna, e poi si sviluppo, a partire dal secolo XIX in tutta l’Europa e nel Nordamerica.
Nelle antichità greca e romana, la rappresentanza di categorie sociali si configurò in vari modi di carattere sociale e censuario.
Attualmente vigono sistemi democratici di diversa natura e conformazione, da quelli di tipo presidenzialistico come negli USA e in Francia, a quelli di tipo parlamentare, come in Italia e nel Regno Unito, con varie accentuazioni di federalismo (USA, Germania). Vi sono poi una congerie di dittature (tutto il mondo a base tribalistico-islamica african-asiatico come in Egitto, Arabia Saudita e Iran, e/o socialistico marxista come in Cina) o di democrazie parventi, come nella Federazione Russa.
Il modello democratico, cioè quel modello che churchillianamente è il meno peggio che l’uomo abbia inventato, può non piacere a molti. Attualmente non piace, pare a sette/ottavi del mondo. rassegnamoci a non poter esportare il nostro modello con gli F35 a decollo verticale invisbili ai radar.
LA DISAFFEZIONE AL VOTO
Anche le nostre democrazie sono in crisi, che si sta manifestando da un paio di decenni con una sempre più ampia disaffezione al voto. Ad esempio, in Italia fino al 2000 votava l’80% degli aventi diritto al voto, e ora stiamo scendendo al di sotto del 50%, in questo imitando gli americani USA, che a queste percentuali sono abituati da sempre. Sembra che le persone non si fidino più della politica e preferiscono stare a guardare ritirati nel proprio particulare (Guicciardini 1500 ca.).
ll “particulare” per Francesco Guicciardini è il concetto chiave che guida l’agire umano, indicando l’interesse individuale e personale; si contrappone all’universale e sottolinea che ogni situazione è unica, richiedendo al saggio (che per il filosofo è rappresentato dall’uomo discreto, saggio e paziente) di usare la discrezione per valutare i casi specifici e perseguire il proprio tornaconto, anche mascherato da ideali più nobili, rifiutando leggi universali dalla storia. Può bastare?
IL SINDACATO
La storia, almeno da un secolo e mezzo a questa parte dice che non può bastare. Infatti, negli ultimi decenni del XIX sono nati i sindacati, che hanno costituito le strutture di difesa dei lavoratori, indispensabili per consolidare la democrazia politica e per assicurare un certo tipo di giustizia e di diritti sociali.
In Italia, da almeno tre decenni il sistema sindacale è in crisi, con un progressivo impoverimento della sua proposta e della qualità del personale politico che lo dirige. Ne ho fatto parte verso la fine della fase storica ancora efficiente ed efficace, lavorando con alcuni dei migliori dirigenti degli ultimi tre decenni del XX secolo.
Certamente l’immaginazione politica può aiutare, ma soprattutto la cultura e una ripresa di attenzione e di interesse verso i lavoratori attuali, lasciando perdere temi e problemi che spettano alla politica, non al sindacato (cara Cgil, per l’amor di Dio, giubila il tristo Landini!). A mio avviso occorre riprendere una profetica idea del professor Marco Biagi, morto crudamente per le sue idee: occorre pensare a uno Statuto dei Lavori, che riprenda il glorioso Statuto dei (meri anche se importantissimi, fondamentali) diritti dei lavoratori del 1970, che sono stati sostanzialmente conquistati, per guardare a tutto ciò che di nuovo è venuto avanti con le tecno-scienze, e i nuovi modelli di prodotto e di processo, che il vecchio sindacalismo non riesce più a rappresentare.
Occorre un nuovo inizio.
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