“Auctoritas” et “Potestas”, “Vision” and “Mission”: latino e inglese. Tutti e quattro i termini sono necessari per individuare e costituire una “leadership”, in qualsiasi settore della vita umana, politica, economica e sociale. Ciò detto, è possibile una possibile connessione logica creativa tra quattro termini/ concetti che dall’antichità fino ai giorni attuali si presentano, sotto il profilo antropologico, psicologico, sociologico, etico e relazionale, nell’organizzazione sociale, economica e politica del nostro tempo?
L’auxologia è la scienza dell’accrescimento del feto umano fino alla nascita e oltre. Precede la pediatria e assume successivamente una valenza metaforica più generale: si può dire che anche nella formazione dell’auctoritas, cioè dell’autorità, avviene un processo auxologico, come principio naturale per fondare l’esercizio della potestas, del potere.
Non vi è infatti potere senza autorità, mentre vi può essere autorità senza esercizio di potere, soprattutto se l’autorità è connotata da autorevolezza, che permane anche senza potere. Un esempio solo, per tutti: il tenente degli alpini dottor Cesare Battisti, socialista, restava autorevole anche se umiliato in ceppi, senza la divisa militare, mentre veniva portato al patibolo nell’estate del 1916 in quel di Trento, dove lo attendeva il boia di Francesco Giuseppe arrivato in treno da Wien.
La sua esecuzione, legittima sotto il profilo del diritto penale di guerra (processuale) vigente nell’Impero Austro-Ungarico (e anche nel Regno d’Italia), per il reato di tradimento in tempo di guerra, è stata un abominio sotto il profilo storico-morale. Ciò può apparire strano, ma non lo è. L’autorità, e quindi il potere, può essere declinata in due modi, quello autoritario e quello autorevole. Il primo sistema è il più facile, il secondo più impegnativo. Qui sta il punto: non tutte le persone di potere sono autorevoli, pur restando “di potere”. In questo caso è la loro posizione, status o ruolo, che gli dà il potere, non le doti personali, caratteriali, intellettuali, morali e culturali. Queste persone possono essere solo autoritarie, e si trovano in ogni momento della storia umana e in ogni settore sociale.
Molte persone di potere sono dei cafoni, dei presuntuosi o degli inetti, e questo è capitato ed è rilevabile in tutta la storia umana. Ne conosco personalmente non poche, e a volte ho il dovere di trattare con loro, stanti i miei ruoli professionali. Ma io voglio parlare di chi esercita il potere con equilibrio ed autorevolezza (preciso che sono i più tra coloro che conosco e frequento per lavoro nelle aziende e nell’ambiente accademico), ed è questo il senso del mio tentativo semantico e filosofico di collegare i due termini latini ai due termini inglesi, auctoritas et potestas vs. vision and mission.

A volte capita di sentir confondere i due termini, autorità e potere, come fossero sinonimi, ma non lo sono. L’autorità, infatti è ciò su cui si basa il potere, non essendo il potere stesso e il suo esercizio, che – piuttosto – da essa deriva. Può derivare da varie forme. a) può essere legata a un ruolo, acquisito per nomina ovvero per elezione, come funziona in economia e in politica, a uno status, o a un carisma, che sono elementi-dimensioni dei e nei rapporti sociali. Il sociologo e filosofo tedesco Max Weber, cui mi sono riferito anche nel post domenicale precedente, è stato uno studioso fondamentale di questi concetti, sia sotto il profilo teorico, sia sotto quello pratico.
Il tentativo è quello di collegare semanticamente la prima coppia di termini, auctoritas e potestas, peraltro in latino, con due termini inglesi di grande successo e diffusione in questi ultimi anni, come vision e mission. Non si tratta di operare una correlazione semplicistica, ma di individuare il sostrato significativo tra i due termini latini e i due lemmi inglesi, partendo da questa considerazione: non è possibile “avere una vision” se non si è maturata una “auctoritas“. Ma l’auctoritas deve essere autorevole, non autoritaria… per avere una vision e condurre una mission. Questo è un punto fondamentale.
Nessuno che non sia cresciuto globalmente come persona può pretendere di possedere una auctoritas (autorevole) che gli consenta di cogliere la vision del futuro. Se il carisma, di cui parleremo in seguito, è un dono, si può dire che ognuno può creare una situazione per cui il proprio potenziale, se curato e sviluppato, possa far crescere carismi latenti, come quando viene eletta sindaco una persona poco nota e poi si rivela eccellente amministratore, o come quando si cambia un dirigente aziendale o politico o sindacale, e quello che arriva migliora la situazione, inaspettatamente.
Personalmente spero, per la stima e l’affetto che provo per la sua storia, e per la conoscenza di molti suoi dirigenti, che la Cgil proceda in questo senso con il prossimo Congresso. Cambiando segretario… aaah lo farà, perché l’attuale capo, a mio avviso, assai poco autorevole e per nulla competente, ha già effettuato due mandati e sta già cercando una sistemazione nella politica. Come, per mia conoscenza diretta, hanno fatto molti che da sindacalisti sono stati accolti dalla politica o dal sistema cooperativistico, perché nei settori privati non avrebbero avuto nulla da proporre in termini di professionalità equipollenti ai ruoli ricoperti nei sindacati, se non il rientro in fabbrica da operai o impiegati (ex lege 300/1970 Statuto dei diritti dei lavoratori, art. 31). Pochi, dignitosissimi, lo hanno fatto. Uno di quelli passati alle cooperative mi disse un giorno: “Dove vuoi che vada, a fare l’operaio? Nel sindacato avevo la segretaria e viaggiavo in aereo e in fabbrica dovrò tornare a lavorare“. No comment.
L’amico Pieluigi, leggendo il pezzo, mi ricorda che prima di Landini, il signor Sbarra della Cisl si è procurato una posizione protetta all’ombra del Governo. Bravo.
Allora sono tentato di ricordare, senza fare nomi, che diversi miei colleghi del livello regionale / direzione nazionale, dopo una trentina di anni di sindacato, si sono poi rifugiati nel mondo cooperativo oppure nelle istituzioni (o a 12.000 euro al mese in consiglio regionale, oppure a 15.000 euro al mese nel Parlamento nazionale). Di contro io, lo dico senza alcuna iattanza, uscito dal sindacato dopo essere stato appena rieletto segretario regonale, sono andato, ovviamente richiesto dall’azienda, a fare il Direttore delle risorse umane nel maggior gruppo industriale del Nordest, allora quattromila dipendenti in tutto il mondo (ora sono novemila) che fatturava tre miliardi di lire, oggi quattro miliardi di euro. E ci sono andato senza alcun paracadute, tant’è che successivamente ho continuato a sviluppare la medesima strada su cui viaggio ancora dopo il pensionamento, conseguendo anche i maggiori titoli accademici e sempre maggiori responsabilità.
Ora, proviamo a distinguere come il potere si può esercitare per status, per ruolo o per carisma, che può anche sussistere nei primi due esempi.
Status: lo status è la situazione/posizione in cui si trova una persona, sia per nascita e condizione genealogica, come i figli di qualcuno (re, principi, duchi, conti, baroni, oppure persone facoltose à là Agnelli, et similia), e qui mi vengono in mente nomi come Elisabetta di Windsor, figlia di re Giorgio VI, futura regina Elisabetta II, Alberto Grimaldi di Monaco, figlio di Ranieri III e di Grace Kelly, sia, passando al settore non aristocratico, ma dei benestanti, un Lapo Elkann, ma anche suo fratello John. Una domanda molto semplice: se Elisabetta, Alberto, Lapo e John non fossero nati dove sono nati, che cosa avrebbero potuto fare nella vita? i primi due non i re o i principi, il terzo e il quarto non i successori al vertice di una grande impresa… che cosa, allora? Non li conosco abbastanza per ipotizzare, ma mi pare di poter dire che nessuno/a di queste quattro persone avrebbero spiccato in qualche settore della vita sociale. Affermazioni azzardate?
Con il titolo di studio comunque conseguito avrebbero potuto fare gli impiegati tecnici o amministrativi in Fiat, più o meno. E invece no, perché la sorte, il destino, il “caso” (che a mio avviso non esiste in senso assoluto, ma solo relativamente alle esperienze soggettive, cf. mio post in tema pubblicato qui qualche anno fa) li ha fatti nascere dove sono nati e quindi sono “partiti” dall’alto, da molto in alto. Lo dico senza alcuna gelosia, perché non mi cambierei, potessi farlo, con nessuno dei quattro, anche se io sono figlio di un semplice operaio e l’ascensore sociale lo ho preso con la cultura, e oggi mi colloco dove sono. Sono arrogante?
Conclusione logica:: la dimensione dello “status” delimita l’accesso a determinati ruoli sociali in base all’origine delle persone.
Ruolo: a) in politica e b) nel mondo del lavoro organizzato, così come c) nell’esercito e d) nelle strutture ecclesiali vi è un’organizzazione per ruoli. Esempi: per a) sindaco, assessore, presidente di regione, deputato, senatore, ministro… etc.; per b) operaio, caporeparto, capoufficio, capoarea/ settore, direttore amministrativo, presidente… etc.; per c) sergente, maresciallo, tenente, capitano, maggiore…, generale… etc: d) parroco, vicario, cappellano, vescovo, cardinale (questo è un titolo, non un ruolo, poiché, anche se solitamente un cardinale è anche vescovo, sulla base dell’ordinaamento canonico, potrebbe anche essere un laico). Dopo questa didascalia una domanda: può chiunque, maschio o femmina o trans aspirare a qualsiasi ruolo in un ordinamento democratico liberale? Sì, con la sola eccezione che sussiste nel mondo ecclesiale cattolico dove le donne non possono accedere all’ordine sacro diaconale, sacerdotale, vescovile (nelle altre chiese cristiane, invece, possono; nelle altre organizzazioni religiose, islam, ebraismo, buddismo, induismo, confucianesimo, scintoismo, comunque prevale l’elemento maschile).
Che cosa significa questa accessibilità a qualsiasi ruolo, mansione, posizione (come si distingue nel mondo economico-aziendale)? Che lo sviluppo delle democrazie liberali ha permesso di superare, almeno normativamente, tutte le discriminazioni di sesso/ genere e di porre sullo stesso piano delle possibilità qualsiasi essere umano. Che poi sia accaduto e accada tutt’ora sul piano pratico è un altro paio di maniche: tant’ è che si parla, si discute e si cerca di attuare le pari opportunità per ogni declinazione dell’umano genere.
Conclusione logica: la dimensione del “ruolo” è la declinazione più democratica di ogni distinzione tra esseri umani.
Carisma: la parola greca kàris, da cui carisma, ha a che fare con la semantica e l’etimologia di grazia, dono, per cui il carisma è senz’altro qualcosa di gratuito e di slegato da ruolo e status. Può possedere un carisma anche chi è sprovvisto di ruoli riconosciuti e/ o è nato in condizioni modeste. Vi sono di ciò innumerevoli esempi storici e contingenti (conosciuti da me e da chi legge queste righe).
La domanda: può darsi che il il carisma interessi o scombini addirittura il ruolo e lo status? In certe condizioni sì. Il carisma è la dotazione più importante della leadership, e può manifestarsi in qualsiasi momeno nel quale una persona interpreta un ruolo: l’esempio più semplice (lo ho proposto altre volte) è quello di un sindaco eletto come terzo candidato, che giunge inaspettato e fa chiedere alla gente “ma questo chi è“… e invece è “qualcuno“, si manifesta come un qualcuno di bravo, di efficiente, di meritevole.
Possiamo ora pensare a come congiungere semanticamente e logicamente i quattro termini, i due latini e i due inglesi?
Ritengo si possa ammettere una correlazione tra auctoritas et potestas, cioè autorità e potere e, rispettivamente, tra vision e mission, termini inglesi assai in voga da alcuni decenni sui media, nell’accademia e nelle attuali dottrine di gestione economiche delle aziende private. Essi vengono proposti e spiegati nei corsi di economia aziendale e nelle aziende, da formatori talora di dubbia o di non adeguata preparazione, perché orientati alla superficie delle dimensioni comunicazionali viste e proposte essenzialmente sotto il profilo tecnicale, trascurando del tutto o in parte i fondamenti antropologici, filosofici ed etici.
Infatti spesso si assiste alla proposizione di corsi e seminari dai contenuti ampiamente “ingegnerizzati”, presenti e rinvenibili assai facilmente sul web.
Sono preso da un misto di rabbia e di pena quando mi capita di vedere certe brochure in fotocopia (come si diceva una volta) da millanta altre già viste: stessa impostazione grafica o quasi, titoli in corpo 48, tali da prendere mezza pagina e così resta poco spazio per il corpus testuale vero e proprio, testi privi di articoli e di preposizioni articolate (tipo “settimana prossima” invece di “la o nella settimana prossima”) a dimostrazione di una volontà semplificatoria inutile e antiestetica, anglicismi in numero esaagerato, anche quando si potrebbe usare proficuamente l’italiano (un esempio: flash meeting in luogo di riunione breve), a meno che non si tratti di una riunione nell’ambito di una multinazionale nella quale è opportuno condividere, per praticità – come koinè – l’inglese (assai bruttino) international, concetti organizzativi e gestionali triti, con i soliti riferimenti al “Mondo Toyota” degli anni ’90, al cosiddetto kaizen o altro di risaputo e di oramai (almeno per me) molto annoiante, etc.. Io mi annoio facilmente.
È dunque plausibile considerare una correlazione tra auctoritas et potestas vs. vision and mission?
Senza forzare il senso dei termini e dei loro collegamenti logici e dialogici, a me pare di sì, ma sempre tenendo in considerazione che l’autorità deve essere autorevole, e perciò diventa carsimatica e meritevole di esercitare il potere. Altrimenti è solo un danno che si perpetua.
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