Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

Di gatta Neretta e degli altri animali domestici in un’infanzia di paese nel Friuli profondo

PROSSIMAMENTE: “Caro/a lettore/lettrice potresti essere stato/a tu al posto del dottor Alberto Stasi. Modalità e situazioni diverse, o di come l’ipocrisia e la menzogna ambiscono sempre al governo del mondo, contro la verità”

***

Del gatto

Già scrissi in altri testi e dissi varie occasioni che per me il gatto è l’animale più perfetto generato dall’évolution naturelle.

Lo attestano la sua biologia, l’anatomia e l’etologia. Muscoloso e leggero, flessibile e agilissimo, il gatto sembra potere-tutto: può infilarsi in pertugi incomprensibili, può far contro a cani che pesano cinque volte di più, soffiando e graffiando, può saltare sei volte la sua lunghezza, anche in alto (è come se Gimbo Tamberi saltasse 11/12 metri, non 2,39), può parlarti senza dir nulla, può ringraziarti facendo finta di ignorarti, può scusarsi con un battito lento delle palpebre che se se non cogli, perdi, può correre sui muri apparentemente superando le leggi della fisica, ma sta solo utilizzando la forza centrifuga, per cui non cade a terra, può distaccarsi da te quando pensi che voglia coccole, può dormirti accanto senza chiedere il permesso, può ronzarti intorno fusando fino a farti addormentare…

E poi tanto altro, che ogni gattodipendente potrebbe diversamente aggiungere, perché il supposto “padrone” è solo un innocuo gattone da accudire, per cui il gatto-padrone – insopprimibilmente unico nella sua felinità gattesca – ti “ospita” a casa sua. A volte pare lo faccia quasi “degnandosi” di farlo.

(Si osservi dove sta in bilico la Neretta, imperturbabile)

A Rivignano, papà Pietro, mamma Luigia, io e mia sorella Maria Caterina, da piccoli, avevamo Neretta, una gatta nera di media stazza, sul magro, tre chili e mezzo o poco più, forse. Quattro quando era incinta. Lo dico per memoria, a occhio.

Neretta cacciatrice di serpenti, e i suoi discendenti Toffy, Fuffy e Misirizzi

Neretta era mediamente prolifica con una cucciolata all’anno, solitamente di tre gattini, uno dei quali tenevamo (non uso il verbo “adottare” perché mi sembra fuori luogo, visto quanto scritto sopra), mentre gli altri venivano “dati via”, evitando per quanto possibile di…

Faceva il suo lavoro di gatto, anche se le davamo da mangiare, ma non crocchette o quegli schifosi miscugli unti che si comprano; le si dava pezzetti di pollo, pezzetti di pesce azzurro, carote e patate cotte, ma poi si arrangiava, perché sapeva come tendere agguati a topi e pantegane che uccideva e in parte mangiava. Anche diversi uccelletti e uccelli caddero sotto i suoi rapidissimi assalti, perfino tortorelle e distratti piccioni. Solo una volta portò un ghiro in dono a mamma. Ma lei aveva una particolare passione per i serpenti, che spesso facevano capolino sulla muraglietta dell’orto o tra gli ortaggi, specialmente verso il corso d’acqua limpida che scorreva in fondo, e che poi, in anni idioti, è stato intubato. Mi seguiva nell’orto quando elencavo, uno a uno, i nomi degli ortaggi, o mi fermavo sotto il fico o il susino, ero nozionista e golosissimo. Papà Pietro teneva l’orto come si deve.

Ricordo con nitore cristallino almeno due volte quando fece dono a mia mamma di un Colubro Melanico (che da noi in Friuli di chiama carbòn), un serpente nero molto aggressivo, ma innocuo, e di un madràc di âghe, o Natrix Tessellata a losanghe color verdone. Imparai i nomi in seguito parlandone con il maestro di scuola. Ambedue con la testa rotta, semplicemente morti. La gatta evitava i ratti più grossi che evidentemente riteneva troppo faticosi: di quelli, come vedremo, si occupavano altri animali della nostra aia, che li avevano in grande antipatia.

Neretta mancò – nemmeno decenne e in piena vigoria – come i suoi figli e nipoti (con mia sorella demmo loro i nomi infantili del titolino soprastante, Toffy e Fuffy erano grigi, carinissimi, mentre Misisrizzi (in seguito seppi che si trattava di un’eco letteraria) era bianco e nero, il muso a metà trasversalmente, cosicché i colori ci permettevano di individuarne i rispettivi padri, furtivi gattoni di cortile), travolta da un’auto sulla strada principale del paese. Dopo il terzo gatticidio stradale successivo alla storica gatta nera, mia mamma non volle più “tenere gatti” (ma tenere gatti significava solamente essere un punto di riferimento, non possederli, poiché il gatto non si fa possedere da nessun vivente). Mamma Luigia amava la gatta nera, la vedeva così materna…

E allora arriivò Lillo, un canetto meticcio fulvo e corto di gambe, vivacissimo. Ne parliamo in seguito.

L’economia domestica e le 21 anatrine

L’economia domestica del tempo prevedeva che ogni famiglia operaia e contadina curasse un’aia di animali domestici per la carne. C’era un tempo nell’anno in cui si compravano, o si facevano nascere i pulcini sotto una chioccia o una tacchina, e un tempo in cui si “facevano giù” (metafora firulana per dire che si uccidevano). Le oche, in ragione del loro tipo di carne (squisitissima e abbondante), si “mettevano via” a pezzi nel loro stesso grasso bianco dentro contenitori a chiusura ermentica. Era festa nelle domeniche in cui mamma tirava fuori cosce e petti d’oca e le faceva scaldare nel loro grasso.

Solitamente, forse per un’ancestrale idea scaramantica, si compravano sempre alla fine dell’estate inizio autunno al mercato del lunedì, in numero dispari sopra la decina, 11 o 21, così se moriva una ne restavano dieci. Quell’anno (papà Pietro era già in Germania) mamma Luigia aveva comprato ventuno anatrine olandesi, quelle gialle, con il pelo, che viene prima delle piume. Si trovava da none Catine (Caterina) – in vacanza – la mia cuginetta Gabriella, quasi mia coetanea, da Moggio Udinese, a settembre, prima di tornare alla scuola materna, che si chiamava asilo infantile. Potevamo avere, lei quasi cinque anni e io quattro abbondanti.

Un giorno ci mettemmo a prenderle in mano e poi io comiciai a farle cadere dall’alto della nostra statura di un metro, più o meno. Lei fece lo stesso. Morirono tutte. Con lo sterno spezzato. Arrivò mia madre e non disse quasi nulla, salvo guardarci con tristezza e due parole: “a no si fâs cussì” (trad.: così non si fa). Non fummo rimproverati duramente. Il lunedì successivo Luigia ricomprò altre 21 anatrine.

Le tacchine ubriache

Un anno mamma Luigia aveva tre tacchine da uovo e da cova. In autunno, al tempo della vendemmia mi venne un’idea malsana: farle bere il mosto dell’uva vendemmiata, pigiata, prima che si trasformasse in vino, il buon Merlot di casa mia. Le catturai a una a una e, prendendole per il collo, le imboccai con un pastone misto di uva pigiata e mosto, dove già gli zuccheri si stavano trasformando in alcol.

Verso sera mia madre mi chiamò, tutta spaventata: “Ven cà, Renato, che li dindis a àn piardût li gjambis” (trad.: Renato vieni qua, ché le tacchine hanno perduto le gambe). La raggiunsi sogghignando senza farmi scoprire. Lei decise di “pararle su” nella stia e poi tornò in casa. L’indomani, assai presto, andò a controllare e le trovò sane e arzille che sbeccottavano l’intruglio di pastone mattutino. Tutta contenta me lo disse e io confessai tutto. Mi disse di tutto: tu sês stât trist (trad.: sei stato cattivo), e soprattutto che ero uno sconsiderato, perché avrebbero potuto morire, con tutto quell’alcol. Mi scusai sinceramente e lei la finì lì. Mia mamma non teneva arrabbiature o rancori, uguale a me che in questo aspetto del carattere le assomiglio molto.

Il tacchino spaventato

Quando mi vedeva apparire sull’aia, il tacchinone maschio grigiastro, provvisto di grandi bargigli rossoviolacei, si nascondeva dietro al suo harem di tacchine, che neanche mi badavano, Era terrorizzato da me, perché cercavo di cavalcarlo tenendolo per il collo e, se non stava fermo, gli pizzicavo un po’ i bargigli, ma non forte. Avrà pesato una decina di chili, forse quattro o cinque meno di me, a quel tempo.

Lillo, il bastardino rosso marrone

Lillo aveva più o meno la stazza della canetta Corgi di mia figlia Beatrice, ma il suo abbaiare era quello di cane piccolo, mentre la Penny sembra un Labrador quando vuole colloquiare con il mondo abbaiando. Non mi affezionai mai più di tanto al piccolo cane, perché non sapevo come gestirlo. Lui stava in uno spazio tra il cancello che dava sulla libertà del cortile dove troneggiava un grande gelso storto, che io scalavo ogni giorno, e l’aia popolata dalle decine di animali che mamma curava come fonte principale di proteine.

Quando morì nonno Dante, mio padre volle che che nonna Catine, (Dante e Caterina erano i genitori di mamma Luigia), venisse a stare da noi. Visse con noi per dieci anni, fino a che mancò. Assieme con lei arrivò Leo, il loro bastardino , visto che Lillo era morto qualche tempo prima. Anche Leo non durò molto. Un giorno mia mamma mi disse che avevano dovuto abbatterlo perché era malato. Meno male che non ero a casa quando venne Giuliano podenâr (costruttore di pòdinis, in friulano, recipienti atti a contenere latticini, ma anche panni da lavare e da asciugare) a sparargli con la doppietta da caccia. Una sbrigativa fucilazione, non eutanasia da veterinario. Mio papà lo seppellì in una buca profonda in fondo all’orto. E non tenemmo più né cani né gatti.

Il “coniglione”

Quando papà Pietro smise di emigrare in Germania nella cava di pietra dell’Assia, cominciò a “tenere” conigli, con l’aiuto di madre natura e della genetica pratica. Anche i conigli erano un ottimo auslio proteico per me e per i miei.

Comprò una coniglia giovane e un altrettanto giovin coniglio maschio. Li avvicinò e ben presto il rapido corteggiamento del maschio chiamò alla vita una cucciolata di coniglietti, solitamente quattro o cinque, che si sviluppavano in poche settimane fino a consumare cesti di verdura. Ogni due o tre giorni Pietro lasciava pascolare nell’orto il coniglione, che presto raggiunse un pondo notevole, oltre sei chili.

A volte, quando pacificamente brucava tra le cumièrie (Friul.Ven.: zolle coltivate), in cui erano suddivisi gli ortaggi, comparendo all’improvviso, gatta Neretta lo assaltava, non per fargli male, ma solo per fare il suo mestiere di gatto. E lui scappava saltando sottraendosi all’agguato. Poi la gatta nera si stancava e lo lasciava perdere, mentre lui tornava a pascolare. I conigli non hanno alcun mezzo di offesa. Son “conigli”.

Particolare trucido ma necessario: mio padre sopprimeva i conigli con un esperto copo di karàte alla nuca. Tutto finito. Ma questa era la vita assai sincera nel paese quand’ero infante, e Marina una bimba.

Galline, oche, anatre e tacchini

Mamma Luigia una volta arrivò ad avere sull’aia una settantina di animali da cortile, dove la “maggioranza politica” era strettamente in mano alle galline, poi venivano le anatre di tutte e due le specie (olandesi, che erano gialle tinta unita, e mute nere con sfumature azzurrine – la Cairina muschata -, tutte col becco giallo o grigio), poi, meno numerose, le oche e i tacchini, che avevano una stazza maggiore. Un anno la mamma crebbe cinque eleganti galline faraone, ma l’esperienza non fu ripetuta.

Galli maschi non ne teneva. Non ne ho mai capito la ragione. Forse le dava un po’ fastido vedere l’esuberanza sessuale di questi splendidi “uccelli” terricoli dai colori sgargianti e la cresta rosso fiamma (mater natura è stata molto parziale nel definire la livrea dei due sessi, ma gli zoologi ci spiegano che i maschi devono essere più vistosi per interessare le femmine; nel mondo umano è un po’ diverso). Aah saperlo, mi piacerebbe chiederglielo. Allora, forse un po’ fomentata da una religiosità un po’ bigotta sparsa a mani aperte dalle generose Sorelle della Carità di Saint Vincent de Paul presenti in paese, mia madre viveva con una certa prudèrie l’argomento. Eppure io ricordo con affetto suor Pia, la cuoca, che preparava dei gran minestroni, e suor Vincenza, la maestra elementare, che teneva i bambini delle famiglie più povere in un doposcuola volontario, facendo loro soprattutto esercizi di aritmetica, soprattutto divisioni con la virgola e i decimali, da fare a mano sul quaderno a quadretti, ovviamente.

Se devo dirlo, io di solito non restavo al doposcuola, che si teneva dopo “dottrina”, anche se la mia famiglia apparteneva a quel novero di famiglie, perché ero bravo e non avevo bisogno di ripassi. Qualche volta suo Vincenza mi teneva lì come suo mini assistente.

Se il tacchinone mi sfuggiva, a volte le oche mi inseguivano e io dovevo fargli contro con una scopa. Sappiamo che le oche sono aggressive. Mi sottraevo a loro chiudendomi dietro il cancello, mentre loro si abbattevano sulla rete ad ali aperte starnazzando senza tregua, fino a che non mi vedevano scomparire.

Le anatre mute e le pantegane

L’anatra muta era un pennuto lungo, forte, minaccioso, specialmente i maschi, che arrivavano a pesare fino a sei chili, e avevano una carne scura, dura e saporita. Cacciavano le pantegane di passaggio, in silenzio o soffiando, abbattendole con poderose beccate. Mia mamma le trovava defunte con la testa rotta, integre. I grossi palmipedi non le volevano proprio tra i piedi.

Anche se quanto segue non c’entra con l’argomento, ecco le tre caratteristiche infantili del serial killer

A Quantico, Virginia, USA, dove c’è la scuola per la formazione dei profiler del F.B.I., si insegna che vi sono tre comportamenti infantili che “possono” far preludere un “destino” (inteso nel senso “severiniano”, cioè immodificabile) da serial killer: a) enuresi notturna oltre il periodo infantile ammesso, b) crudeltà verso gli animali, c) piromania.

Vediamo: a) e c) non mi appartenevano, e b) nemmeno, poiché non sapevo che le anatrine sarrebbero morte, e non torturavo fisicamente alcun animale, perché anche con il tacchino e le tacchine ho commesso dei dispetti, ma non crudeltà.

Che dolce malinconia ricordare mamma Luigia e il mio cortile, regno dei miti animali domestici. E il miagolare a coda ritta di gatta Neretta.

Post correlati

0 Comments

Leave a Reply

XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>