Il sonno della ragione nelle masse comporta sempre grandi stupidità e, a volte, un agire violento (“Il sonno della ragione genera mostri” è una celebre incisione del 1797 di Francisco Goya. Evidenzia come l’abbandono della razionalità, la superstizione e l’ignoranza risveglino gli istinti più oscuri, dando spazio a incubi e irrazionalità). Ogni domenica durante il campionato di calcio, un boato antico, i settantacinquemila di San Siro come al Circo Massimo di due millenni fa; a Torino una settimana fa alcuni tifosi di Juventus e Torino fanno a botte con la polizia ferendosi gravemente a vicenda; due settimane fa una “piccola folla di minorenni” in quel di Taranto assalta una persona e la massacra di botte uccidendola con la connivenza di un barista; in varie date negli ultimi anni, una folla violenta spacca vetrine e auto a sostegno del Popolo Palestinese, danneggiando così i manifestanti sinceramente solidali, e soprattutto lo stesso Popolo Palestinese; Manuel Bortuzzo, a Roma, a 19 anni, il 3 Febbraio 2019, viene colpito da un proiettile sparato per colpire un altro ragazzo e rimane paraplegico, diventando Manuel – in seguito – atleta paralimpico; 10 Giugno 1940: le medesime persone, donne e uomini, partecipano, plaudendo all’annuncio di una guerra, e poi accolgono i pacificatori che hanno sconfitto chi ha voluto la guerra (4 e 5 Giugno 1944); a Parma, qualche giorno fa un gruppo di “maranza” aggredisce dei professori, che poi, assai “politicamente corretti” non li denuziano, perché (quei poveri ragazzetti) “sono da educare”. Laura Boldrini – da par suo – approvando quei professori, annuncia, con la postura di una “mater dolorosa” (un grazie per la similitudine all’amico professor Claudio, mentre chiedo perdòno per l’impropria citazione a Maria di Nazareth, e a tutte le “matres dolorosae” di ogni tempo e luogo, dalla Palestina all’Ucraina al Sudan…), ci informa che dobbiamo considerare gli stili di vita degli immigrati come linea guida per il futuro (penso intenda anche la concezione e il trattamento riservato alle donne, di cui i loro uomini in azienda non accettano la posizione di guida, e a cui in famiglia erogano tutto ciò che serve per “tener sotto” le loro donne: di un tanto crudelissimo ed infame esempio è la sorte avuta da Saman Abbas il 1 Maggio 2021 a Novellara di Modena). La folla, le folle, in particolare di alcune culture, hanno una psicologia diversa dall’individuo-persona: sono più stupide e malvagie… ultim’ora: a San Vito lo Capo un 11enne cerca di accoltellare il suo insegnante
(PROSSIMAMENTE: “Quando l’ideologia fa a pugni con la verità, la ragione umana cede alla superbia e a volte anche al delitto“)
PAULULUM PROEMIUM
Prima che lo demoliscano o lo ristrutturino le società calcistiche Inter F.C. e Milan A.C., che sono i nuovi padroni – al 50% ciascuno – dello stadio più affascinante del mondo, il “Giuseppe Meazza” – San Siro, un catino immenso con tre anelli e una struttura imponente, vorrei andarci per respirare il boato del popolo talora al suo minimo intellettivo, e dunque cognitivo e morale (cf. Psicologia della folla, G. Le Bon, Paris 1895).

DUEMILA ANNI FA A GERUSALEMME
Giuda Ben Hur è un aristocratico gerosolimitano, di quelli che avevano più o meno accettato il dominio dell’Impero Romano. È amico del Tribuno Messala, che frequenta casa sua, anche perché non gli è indifferente la gentil sorella dell’ebreo, Tirzah.
Un equivoco provoca la rovina della famiglia di Ben Hur e lui si trova a penare da schiavo su una trireme del console Quinto Arrio, cui salva la vita in un naufragio, e perciò viene rimesso in libertà con tutti gli onori.
Tra l’ebreo e l’ufficiale romano c’è la resa dei conti in una corsa delle quadrighe, dove Ben Hur conduce i quattro cavalli bianchi, Aldebaran, Altair, Antares e Rigel, che hanno nomi di stelle, proprietà dello sceicco Hilderim e vince, mentre Messala muore travolto dal suo carro.
Film straordinario in Cinemascope, girato a Cinecittà (1959), in quegli anni la seconda capitale mondiale del cinema dopo Hollywood, che vede le potenti interpretazioni di Charlton Heston come Ben Hur, e di Stephen Boyd, Messala.
Nelle more delle vicende filmiche si intravede – in un frame – qualcosa di Gesù portato al Golgota. Tutto lì.
La folla festante esalta il vincitore esultando. Non è la folla del Circo Massimo di Roma, ma della capitale dell’allora Regno di Giuda, vassallo dell’Impero Romano: la folla esulta come esulta a Roma e in ogni città dell’impero dove vi sia il circo o un anfiteatro (l’Arena a Verona, Santa Maria di Capua Vetere, e altrove nelle Povince d’Asia e d’Africa).
“LA PSICOLOGIA DELLA FOLLA”, O DELLA TEORIA DI GUSTAVE LE BON SUI COMPORTAMENTI DELLE MASSE
In quest’opera lo psicologo sociale francese analizza il ruolo delle masse popolari nella società del suo tempo, scoprendo che nel corso della storia le masse si sono spesso fatte condurre ad azioni “eroiche” per la patria o per l’affermazione della propria fede religiosa, e, di contro, altrettanto facilmente sono state condotte a commettere gli atti più vili e bassi, come stragi e crudeltà gratuite inimmaginabilli.
Mi soffermo sull’espressione “condotte a commettere”. Bene. La persona singola, che è provvista di volontà/libero arbitrio, non-si-fa-condurre da nessuna parte, perché riflette, considera, valuta, e poi decide di andare da qualche parte o di fare qualche cosa.
Il professor Le Bon sostiene comunque che le folle sono, di per sé, una forza distruttiva, priva di una visione d’insieme, indisciplinata, grottescamente decadente.
Secondo il suo pensiero la folla è intollerante, banalizzatrice del pensiero, intrisa di violenza, capace di sviluppare una sorta di inconscio collettivo che deresponsabilizza l’individuo-persona deprivandolo del normale autocontrollo dell’essere razionale.
Le folle sono manipolabili e fortemente orientabili da fattori esterni. Un esempio: mi sono sempre chiesto quanti cittadini di Roma, che erano presenti alla dichiarazione di guerra di Mussolini a Gran Bretagna e Francia il 10 giugno del 1940, dal balcone di Palazzo Venezia, fossero festanti per le strade di Roma quando inziarono a sfilare il 4 e 5 Giugno 1944 i reparti corazzati del generale Mark Wayne Clark, comandante delle truppe americane in Italia. Quanti e quante? A mio avviso moltissimi e moltissime.
Prima, l’esaltazione per le parole stereotipate del Duce e quattro anni dopo per ringraziare l’esercito americano liberatore.
Il prestigio personale e il carisma percepito di un capo riescono a condizionare la massa, che smette di essere la sommatoria differenziale di migliaia di caratteri per assumere una caratteristica prevalente (non un carattere, poiché ogni singolo festante applaudente Mussolini quel 10 Giugno del 1940, la sera stessa, tornato a casa, ha quasi certamente recuperato una sua propria capacità riflessiva naturale, corroborata dal tradizionale cinismo romanesco, che nutre naturalmente il dubbio, anche negli aderenti più fanatizzati).
Un’altra folla entusiasta del capo è quella delle manifestazioni naziste di Norimberga ancora prima della Guerra, esaltate dalla stridula, veemente e vendicativa voce di Hitler, così come la folla dell’élite nazista alle parole di Joseph Goebbels, quando il Herr Doctor Reichsminister für Volksaufklärung und Propaganda, nel momento in cui il Reich sentiva il nemico orientale alle porte, l’Armata Rossa, occorreva fare uno sforzo nazional-popolare supremo per difendere la Patria tedesca.
Nella visione di Le Bon si evince anche un’altra distinzione, quella tra le diverse culture nazionali, per cui il modo di aderire dei popoli latini è assai diverso dal modo delle genti dell’Europa settentrionale, restando nel nostro continente. Secondo lo studioso si tratta di “un aggregato dotato di caratteri e sentimenti comuni“. Ciò nonostante, mi sento di aggiungere, quando la fanatizzazione della folla ha caratteristiche comuni in due ambienti diversi come quelli su citati, essa viene unificata dalla tipologia in qualche modo e misura comune di due carismatici negativi come Hitler e Mussolini.
Nella folla si diventa (si può diventare) molto più stupidi e facilmente violenti.
LE RECENTI MANIFESTAZIONI VIOLENTE DI PIAZZA
Le cronache e i dati delle questure registrano diverse manifestazioni pro-Palestina in Italia. Molti cortei sono stati pacifici, e la stragrande maggioranza dei partecipanti lo è, ma in vari casi si sono verificati scontri e atti di violenza, stupidi e gratuti.
Le principali dinamiche sono ricorrenti, come numerosi sono gli scontri con le forze dell’ordine. In cortei nazionali (come a Roma) si sono registrati lanci di sassi, bottiglie e transenne; le forze di polizia hanno risposto con cariche, lacrimogeni e idranti, con decine di agenti feriti e fermi amministrativi. Si sono registrati assalti a sedi giornalistiche: a Torino, dove manifestanti pro pal hanno preso di mira la sede del quotidiano La Stampa, imbrattando i muri e danneggiando i locali, episodio che ha portato a diverse denunce (sull’episodio la dottoressa Francesca Albanese ha dichiarato che si è trattato di un avviso alla Direzione e ai giornalisti de La Stampa di parlare in modo diverso del tema/problema palestinese; evidentemente dovrebbero farlo sotto dettatura della stessa arrogante signora). A Torino, a seguito di un vergognoso vandalismo urbano, le forze dell’ordine hanno eseguito misure cautelari per reati che vanno dal danneggiamento aggravato al porto d’armi. A seguito di questo tipo di eventi le questure applicano talvolta misure di prevenzione, come la sorveglianza speciale, per i soggetti ritenuti pericolosi. Alla buonora! Sinistra ufficiale, questi comportamenti sono di sinistra? Svegliati!
I dettagli ufficiali e le denunce formulate sono consultabili presso la Polizia di Stato e l’Arma dei Carabinieri.
LA VIOLENZA GIOVANILE
La violenza giovanile è un fenomeno in aumento, caratterizzato da crescenti episodi di risse, aggressioni di gruppo e uso di armi bianche tra i minori. Spesso sono anche spia di un forte disagio emotivo e relazionale, cosicché la violenza diventa una modalità estrema di comunicazione, autoaffermazione individuale e reazione alla solitudine (?).
Le cause principali possono certamente essere sia l’espressione di un disagio che sfocia in aggressività, che è certamente radicato in dinamiche complesse. Vi sono fragilità emotive individuali e talora isolamento, mancanza di punti di riferimento stabili e difficoltà a gestire le proprie emozioni (viviamo in un tempo nel quale sono sommamente esaltate le emozioni e spesso negletti i sentimenti che i più considerano sinonimi delle emozioni, ma non lo sono! Troppe clip e troppi spot straparlano di emozioni, in questo modo: emozioniamoci, e dàje). Non mancano in certi ambienti gravi vuoti educativi e spazi di aggregazione sani. Un altro aspetto di debolezza è la scarsità di un dialogo intergenerazionale, dovuto a diversi fattori.
L’uso pervasivo dei social media e delle tecnologie, infine, talvolta rischia di azzerare i confini tra vita reale e virtuale, portando spesso a fenomeni di violenza giovanile on-line (Online Teen Dating Violence) e conseguente cyberbullismo. Alcuni contesti sociali, specialmente periferici favoriscono disuguaglianze e marginalità sociali spingenzo ragazzi e ragazze a cercare protezione e identità nelle logiche del “branco”.
La solita domanda “leniniana”: che fare?
Prima di tutto questo fenomeno, che le statistiche indicano interessare fino al 12% dei giovani al di sotto dei 29 anni, va studiato e compreso, senza timore di interpellare tutte le scienze umane, dalla psicologia individuale a quella sociale, dalla sociologia alla psichiatria, dalla filosofia all’antropologia culturale e alla scienza etica, senza trascurare la dimensione delle responsabilità individuali afferenti l’agire umano libero, che invece viene altamente trascurata!
Certamente sul piano pratico, possono essere consigliabili, utili, preferibili, necessari interventi mirati a ricostruire il rapporto di fiducia con scuole e famiglie, con un ascolto empatico e, nel contempo, critico!, e sull’educazione affettiva.
Ma cosa vuol dire “ricostruire un rapporto di fiducia con le famiglie e la scuola“? Quando è morto questo rapporto? Perché è morto? Chi lo ha ucciso?
Ho già cercato di rispondere, come posso, qualche settimana fa, quando ho proposto una riflessione sui diritti e sui doveri, e prima ancora, sui limiti della cultura sessantottina. Son stati fatti molti, forse troppi danni con l’agevolare ovunque e comunque la (sub-)cultura della pretesa, che è stata sommamente sollecitata dalla citata temperie culturale egemone nella seconda metà del secolo passato.
Tornando alla tragedia orrenda di Garlasco, ascolto sulla rete parole molto, molto vergognosamente “comprensive” da parte di valenti “crocerossine” (youtuber, giornaliste… e lasciamo perdere la pletora di difensori dell’imputato – intellettualmente disonesti – che imperversa in tv), peraltro convinte della colpevolezza di Sempio circa l’assassinio della dottoressa Chiara Poggi, del machismo violento e infame che si legge sul suo blog, o che si ascolta nelle intercettazioni, dove ammette lo stupro e l’incesto in un ambito di cultura tribale che quell’ometto insignificante (è così che appare, a mio avviso, da ciò che scrive e da ciò che gli si sente dire nei soliloqui intercettati) si vanta di conoscere. Queste dicono: “Poverino, è fragile, chissà quanto è stato bullizzato”, e via cantando la canzone del politicamente corretto. Anche basta, no?
Si parla e si straparla di giustizia riparativa, di come promuovere percorsi di responsabilizzazione e consapevolezza del danno arrecato; si auspica di dare supporto psicologico e però mai, dico mai! di direzione spirituale o di consulenza esistenziale (cattolica o laica che sia, che coinvolga sacerdoti o filosofi. Di quest’ultima proposta, insisto, non si parla mai!!!)
E ancora, leggo che bisogna creare spazi in cui i giovani possano esprimere le proprie fragilità senza il timore di essere giudicati, ma, aggiungo, anche senza la paura di dover/voler cambiare radicalmente. O no?
Infine, non si deve negare l’esistenza della malvagità individuale, perché non tutto dipende dal disagio sociale, parbleu! Siamo sempre e comunque esseri unici e irripetibili, nel bene e nel male, uguali in dignità e irriducibilmente in-dividui/persone.
I “MARANZA” E IL PROFESSORE
L’espressione “i maranza e il professore” fa riferimento a recenti episodi di cronaca in cui gruppi di giovani appartenenti alla sottocultura giovanile dei “maranza” hanno aggredito, minacciato e deriso degli insegnanti, documentando poi tutto sui social network. Due casi in particolare hanno sollevato molto clamore a livello nazionale: il primo è l’aggressione all’ITIS di Parma nei giorni scorsi, nella quale un gruppo di studenti ha accerchiato, spintonato e colpito due professori all’esterno di un istituto superiore (nei pressi del parco ex Eridania). L’episodio è nato a seguito di un rimprovero disciplinare.
L’aggressione è stata ripresa in un video, diventato virale sul web, in cui si sentono frasi intimidatorie e i ragazzi ridere mentre colpiscono i docenti. Un terzo professore ha cercato di intervenire per placare gli animi. Nonostante la gravità delle immagini e la condanna da parte del Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, i docenti aggrediti hanno scelto di non sporgere denuncia penale. I responsabili sono comunque a rischio di severi provvedimenti disciplinari e sospensioni. Sono allibito, più ancora che per l’assurdità del mancato obbligatorio gesto della denunzia, dalla scarsissima competenza pedagogica e morale di quei docenti.
Un secondo episodio è accaduto a Torino poche settimane fa: un maestro è stato inseguito e minacciato di fronte alla figlia di 4 anni da una gang di giovani guidata da un noto influencer locale, in seguito a una discussione avvenuta a scuola. Anche in questo caso il video dell’intimidazione è stato pubblicato online, scatenando reazioni politiche e portando all’arresto dell’influencer e tiktoker (noto come “Don Alì”) per atti persecutori e minacce.
Questi eventi hanno riaperto un forte dibattito pubblico sul rispetto dell’autorità scolastica, sul bullismo e sulla violenza giovanile esibita come trofeo sui social. Staremo a vedere dove questo dibattito andrà a parare.
TRE AMMAZZAMENTI STUPIDAMENTE INSENSATI
Ne ricordo solo tre, ma sono numerosissimi, altrettanto stupidi, insensati e balordi, che attestano forme e livelli cognitivi, intellettuali e morali di livello infimo, in questi casi presenti nel mondo del tifo calcistico, come se questo mondo fosse particolarmente attraente per le persone meno dotate di intelletto e di coscienza.
Caro lettore, ti sei forse dimenticato di Filippo Raciti? Si tratta del poliziotto rimasto ucciso il 2 febbraio 2007 durante i gravi scontri scoppiati fuori dallo stadio Angelo Massimino di Catania al termine del derby Catania-Palermo. Nelle concitate fasi degli scontri, Raciti fu colpito mortalmente all’interno della sua auto di servizio. Le ricostruzioni processuali e le sentenze definitive hanno stabilito che l’agente fu ferito gravemente da un oggetto contundente, identificato dai giudici in un sottolavello (frammento di lavandino) divelto dai bagni dello stadio e lanciato da alcuni facinorosi.
Ti ricordi di Vincenzo Paparelli, tifoso della Lazio colpito mortalmente da un razzo il 28 ottobre 1979 allo Stadio Olimpico di Roma, poco prima dell’inizio del derby contro la Roma. Colà, in quel giorno, accadde che un razzo a paracadute di tipo nautico, partito dalla Curva Sud e sparato da un ultrà romanista (Giovanni Fiorillo), attraversò l’intero campo e colpì Paparelli in pieno volto mentre era seduto in Curva Nord. Il razzo perforò l’occhio sinistro della vittima e risultò fatale. Paparelli morì prima di arrivare all’ospedale.
E Gabriele Sandri te lo ricordi? Questo tifoso della Lazio fu ucciso l’11 novembre 2007 nell’area di servizio di Badia al Pino (Arezzo) sull’Autostrada A1. A sparare fu l’agente della Polizia Stradale Luigi Spaccarotella, che esplose un colpo di pistola da una carreggiata all’altra durante un alterco tra tifosi. Il proiettile ha raggiunto al collo il giovane di 26 anni, mentre si trovava seduto all’interno di un’automobile. L’agente Spaccarotella è stato condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione a 9 anni e 4 mesi di reclusione per omicidio volontario.
Eppure, sostiene lo psicologo-sociologo americano e insigne accademico Steven Pinker, portando a supporto del testo un profluvio di dati statistici, che la violenza è in declino ovunque (Il declino della violenza, Mondadori, 2010 Milano).
Magari fosse vero.
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