Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

Il morto (redivivo) del “paese delle acque”, citato nel gran romanzo del conte Ippolito Nievo

(NOTA INTRODUTTIVA, HISTORIAE ORIGINIS EXPLICATIO: da un veritiero racconto – forse solo un po’ romanzato – di mio papà Pietro, come lui usava fare con noi piccolini, quando lui tornava a fine “stagione” dall’emigrazione in Germania, in una di quelle sere d’inverno che favorivano le memorie e lis contis del passato. Una tantum esco dal modulo saggistico per rifugiarmi nel romanzesco. Il racconto che riporto in questo “domenicale” non è di pura fantasia, anzi, perché si tratta di un fatto vero, accaduto nel mio paese natale negli anni Cinquanta del secolo scorso, Rivignano, il borgo infra aquas, che qui chiamo Ravignano, per confondere un po’ le… acque, un episodio solo un pochin romanzato, come co ài dit di sòre.)

Ravignano è il paese infra aquas, il paese tra le acque, citato dal conte Ippolito Nievo, morto a ventinov’anni naufrago sul fondo del mare d’Ischia, nel suo gran romanzo Le confessioni di un ottuagenario, quando racconta del ballo che – dando scandalo secondo le autorità religiose di quel tempo – si tiene in paese nella Festa dei Santi e dei Morti il 1 e il 2 novembre. Dicono che la gente di questo borgo sia un po’ strana per via delle acque che scorrono abbondanti. Io sono di questo paese e forse, come qualcuno dice, in me c’è qualcosa di questa stranezza.

Da qualche anno il Comune ha organizzato per queste festività un Festival della Canzone Funebre, unica in Italia. E’ vero, non lo scrivo per scherzo. Ma l’iniziativa è un po’ in crisi. Il tempo consolida o fa terminare le cose.

(Chiesa della Beata Vergine del Rosario, XV sec., Rivignano)

A ovest del paese il grande fiume alpino largo un chilometro, che quando vien giù la montana è un riodelleamazzoni: è il Tagliamento; a est il verdissimo fiume di risorgiva chiamato Fiume (è lo Stella), che nasce da una risultive sulla Napoleonica e scende verso la laguna di Marano per quaranta chilometri, raccogliendo altri fiumi verdissimi e rogge iridescenti, impetuose, come il Taglio, il Torsa, la Miliana. Il “fiume-Flùn” (in Friulano), quasi per eccellenza. Eponimo. Per i non-Friulani ricordo che c’è un altro fiume, quello sì ufficialmente denominato “Fiume”, che scorre nel Friuli Occidentale, passando per paesoni come Fiume Veneto, che è in Friuli, ma si chiama “Veneto”, come il “Messaggero Veneto”, che è il quotidiano per eccellenza dei Friulani. Stranezze queste, e racconti originali circolavano tra la gente, che i vecchi narravano attorno al focolare o in osteria davanti a un fiasco di Merlot e a piccoli bicchieri da taj (12,5 centilitri).

Una volta era morto un uomo e l’avevano portato nella camera mortuaria del cimitero. Allora si usava vegliare per tutta la notte salmodiando litanie, antifone e il completo triduo del Rosario, coi Misteri gloriosi, i Misteri dolorosi, e i Misteri gaudiosi. Non era ancora arrivato il papa polacco che volle anche i Misteri della Luce. Cento e cinquanta Avemarie, intervallate dai Paternoster e dai Gloria ogni dieci Avemarie E alla fine le Litanie dei Santi, opppure quelle della Madonna, che le pie donne recitavano strapazzando il latino, dove virgo clemens diventava spesso inclemens, virgo fidelis era (qualche volta) infidelis. Senza blasfemia, ma solo perché il latinorum era ignoto al popolo.

Solo il parroco, ma ancora di più il cappellano, don Egidio, uomo delle Valli favolose (il caro amico Giona, oppure Tarcisio, potrebbero dirmi che quest’ultima è una diacronia anacronistica), latineggiava con piacere, e con forbita pronunzia.

La veglia prima del funerale si poteva tenere nella casa del defunto, oppure nella camera mortuaria del cimitero. Nel centro del cimitero sorge una chiesa, che fino a un secolo e mezzo secolo fa fungeva da parrocchiale per i borghi circostanti.

Dedicata alla Vergine del Rosario presenta dipinti di gran pregio, soprattutto il capolavoro di Bernardino Blaceo (Udine, 1510-1570), il Trittico, datato 1552, inserito in una pala lignea di ottima fattura, un dipinto raffigurante la Madonna con Bambino, San Giovanni e Sant’Ermacora, San Pietro e San Floriano. Nella pala centrale è raffigurata la Madonna in trono col bambino. Ai suoi piedi due angeli musicanti sono seduti su una cornice marmorea dove è posto lo stemma dei signori Savorgnan, i feudatari della zona e di altre del Friuli, semper fideles, come i Marines americani, alla Patria, cioè all’Imperatore germanico Rodolfo d’Absburgo o Niccolò di Lussemburgo che fosse.
Nella pala sinistra sono raffigurati San Giovanni Battista, vestito di pelli animali che regge la croce con cartiglio e Sant’Ermacora (santo Patrono del Friuli con il suo compagno Fortunato) con il piviale rosso intenso, mentre impugna il bastone pastorale. Nella pala di destra c’è San Pietro che tiene con la mano sinistra un libro, accanto San Floreano che con indumenti militari versa un secchiello d’acqua su una torre in fiamme.

Sullo stipite del portale principale, che dà a occidente, vi è una Madonnina con Bambino in bassorilievo, di Antonio da Pilacorte, uno dei più bravi lapicidi comaschi del XVI secolo. Questi artisti di paese erano solitamente compensati con una damigiana di vino da cinquanta litri e con cinque staia di grano, corrispondenti a circa cento chilogrammi, nel nostro caso per una Madonnina con Bambino e due festoni contornanti le immagini.

QUELLA NOTTE

Alla veglia partecipavano le donne pie che contornavano ogni liturgia parrocchiale. Si davano il cambio, assistendo a gruppi al triplo Rosario. Quella volta le prime tre si erano trattenute anche per il secondo ciclo di Rosari, per far compagnia alle altre e anche perché faceva freddo, quel freddo februarino che pizzica la pelle dei bambini coi calzoni corti. Come me, che mettevo i pantaloncini corti ai primi di febbraio, per uno strano rito tutto mio.

L’ora s’era fatta tarda, era quasi l’una dopo mezzanotte. Fuori nel buio notturno l’aria era oramai fredda, come accade a novembre, preludio dell’inverno incipiente. Oramai gli uccelli che nottetempo cantavano nella buona stagione s’erano ammutoliti. S’udiva solo qualche lontano rumore d’auto che tornava a casa, un lavoratore turnista della cartiera o della fornace, forse.

Tutt’intorno alla salma, sedute quasi in circolo, una decina di donne salmodiavano il triplice Rosario. C’era la Pine dai òus (Pina delle uova, di cui non ricordo il cognome), la Marie Blasùte (Biasutti), già settantenne ma con tutti i capelli ancora neri, mamma di papà Pietro, mia nonna, la Gnagne Nene (zia Maddalena Bertoli) nubile, sempre elegante, bella signora di sessantacinque anni, sorella del mio nonno Dante Pasariàn, papà di mia madre, mio nonno, la Gjovàne Barbére (Giovanna Macòr, che era stata in emigrazione in Ungheria), la Dindiùte, un donnino di un metro e quaranta scarso, minuta, e perciò chiamata dindiùte, che significa tacchinella, la Ide Zicutèle (una Parussini), comunista, che non mancava mai ai Rosari di suffragio, perché diceva “bisugne stà simpri cu la ìnt” (friul., bisogna stare sempre con la gente); e poi c”erano due suore della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, il grande santo francese dei poveri: suor Vincenzina, al secolo Ester Comuzzi, maestra d’asilo severissima (e un pochin bigotta), e suor Luisa, una “Viola” di Sivigliano, la frazione ravignanese che si colloca proprio infra aquas, tra il fiume Taglio, il Tàj (chiamato Corno più a Nord) e lo Stella (il Flùn eponimo).

Un po’ in ritardo era arrivata anche una donna più giovane, la Elda Durigòn, figlia di carnici di Rigolato, e moglie di Dino, la Guardia comunale, laboriosamente arguto.

Ogni cinquanta Avemarie cambiava la donna che “teneva su” il Rosario. “Tenere su” voleva dire guidare la preghiera e ricordare brevemente i “misteri”: Era molto efficace (e necessaria) l’imbeccata che veniva data ogni decina di Avemarie, perché solo quella che guidava aveva in mano il Rosario e contava le preghiere: quando arrivava alla decima Avemaria, prima di iniziarla diceva brevemente “Gloria”, perché dopo la decina toccava recitare il Gloria Patri e Filii et Spiritui Sancti... (Gloria al Padre al Figlio e allo Spirito Santo), per poi procedere con il Requiem aeternam di suffragio, e il Pater noster e il Mistero successivo.

Il Rosario veniva recitato in latino, quel latino sbrecciato e impreciso che avevano imparato in decenni di riti mariani. Solo le due suore lo usavano (quasi) senza sbavature. Quando si arrivava alle Litanie, allora c’era il trambusto linguistico di un latino decisamente improbabile. Tanto che, la suora più anziana, Luisa, a un certo punto suggerì di recitare le Litanie in Italiano, anche se il rinnovamento liturgico del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo era di là da venire. Pre-vedente.

Nessuna aveva però notato che in un angolo un po’ buio, perché l’illuminazione era costituita da una lampadina messa di lato di appena dodici “candele”, i watt di allora, c’era un’altra persona, in un buio silente. Avevano capito che era un uomo dal vestito scuro su cui era indossata una “stiriane”, cioè il giaccone di pelle che andava di moda a quei tempi, e dalla stazza. L’uomo non accompagnava le preghiere, nel senso che non si sentiva alcuna voce maschile nel brusio della preghiera, dove c’era sempre qualcuna che cominciava la preghiera un attimo prima delle altre, e qualcuna che strascicava le ultime parole dell’Avemaria “…in hora nostrae mortis, amen“.

In mezzo alla sala era collocata la bara scoperta, dove giaceva un uomo morto di prima mattina, Berto Cjavre (cjavre come capra, perché teneva delle capre, fuori e dentro casa, che era frequentata anche da diverse galline (gjalinis) e, diceva, che “non andava mai a Lignano Sabbiadoro”, si era proprio ai primordi della fama della località balneare, gloriosamente fondata da quattro benestanti ravignanesi).

IL TREMENDUM

Fu allora che accadde l’inimmaginabile, lo spaventoso, l’impossibile. Il tremendum.

Dalla bara il “morto” si mise a sedere, strabuzzò le palpebre e aperse gli occhi.

Poi aprì la bocca e sorrise. E si mosse lentamente, come per uscire dalla bara. Alzò una gamba e la portò fuori, e poi l’altra… ma nel frattempo era successo un delirio.

L’urlo compatto all’unisono della congrega aveva spezzato la preghiera. Le donne si alzarono di colpo e si scontrarono rovinosamente cadendo per le terre. Solo suor Vincenzina, che era la più robusta e padrona di sé, rimase in piedi, e immediatamente governò la situazione.

Aiutò le donne più anziane a sollevarsi. Le diede una mano la Gnagne Nene, che era stata a servire come governante sul Lago di Lugano in case di ricchi signori, e aveva già soccorso in situazioni difficili rampolli della buona borghesia lombarda in vacanza, anzi, in villeggiatura.

Intanto il morto resuscitato era sceso dalla bara e si stava scompisc… dalle risate mentre all’improvviso dall’esterno erano arrivati due figuri, che prestamente lo aiutarono a rimettere il morto “vero” nella bara, quello che, ancora nel pomeriggio, era stato messo seduto nell’ombra, poi ignorato da tutte.

Non serve raccontare i minuti che seguirono, più di tanto. Fatto sta che il Rosario fu interrotto e tutte le donne cominciarono a uscire per andare a casa. Il cimitero era (ed è) fuori del paesone, e che qualcuno abitava all’altro capo dell’abitato, a un chilometro e mezzo o due.

I tre uomini della burla si offrirono di accompagnare a casa le signore più anziane e fragili, e le due suore fecero altrettanto, non senza brontolare e augurare le pene dell’inferno ai burlatori. Soprattutto suor Vincenzina, che continuava a dire “Viodareis che il Signôr a us darà un biele punizion, vergognàisi, grancj e badascui come chi seis, vergognaisi e lait a confesàsi. Doman matine larài jo a dìlu al siôr Prevòst e ancje ai Carbinèirs“, (friul., trad: Vedrete che il Signore vi darà una punizione adeguata, grandi e stupidotti come siete, vergognatevi e confessatevi. Domani mattina andrò a dire quello che è successo al Signor Prevosto e anche ai Carabinieri).

E così minacciando si allontanava…

CONSEGUENZE

L’indomani la suora andò veramente da Monsignor Prevosto, il parroco don Antonio (quello che la none Catine vide allontanarsi nelle nebbie dello stradone per Varmo, per sempre, dopo averle lasciato la canetta meticcia, dissimulando una visita a una famiglia; cf. un mio racconto pubblicato nel 2000 in La Terra del confine, ed. La Bassa, Portogruaro-Latisana, Ve).

Don Antonio pensò di aver vissuto in una Novella del Decameron boccaccesco o del Centonovelle di Franco Sacchetti. Ma si era a Ravignano, nella Bassa friulana, nel paese infra aquas.

Suor Vincenzina spiegò al parroco che era intenzionata ad andare anche dai Carabinieri, per raccontare l’accaduto al signor Maresciallo. Don Antonio allora le disse che sarebbe andato lui a informare l’Arma, che in quel di Ravignano aveva una caserma fin dai primi del Novecento, o dall’ultima decade dell’Ottocento. Quelle plaghe erano state sotto l’Impero Austro-Ungarico fino alla Terza Guerra d’Indipendenza del 1866, che l’Italia perdette, ma guadagnò territori grazie alla Prussia che aveva bastonato l’Impero a Sadowa, Boemia, attuale Repubblica Ceca, distretto di Hradec Králové, lo stesso anno. Anche per questo la caserma dei Reali Carabinieri era in ogni paese che fosse anche comune.

Don Antonio fece chiamare tutte le donne del Rosario notturno interrrotto dal morto-non-morto, e anche le mogli dei tre svitati, le ascoltò brevemente epperò con attenzione, e poi disse loro: “Fèminis, tignît cont di chei òmis, sùmo. Stait atentis c’à no bevin masse” (friul.: “Donne, tenete da conto i vostri mariti, suvvia. State attente affinché non bevano troppo”). Sempre delle mogli era la colpa, anche quelle dei mariti. Nei paesi di quel povero secondo dopoguerra capitava spesso che le mogli, e a volte anche madri e sorelle, andassero a recuperare nelle osterie i loro uomini, se tutto “andava bene”, per modo di dire, erano solo alticci, se no ubriachi fradici, da non riuscire a tornare a casa sulle proprie gambe. A volte li trovavano crollati in qualche scolina campestre. Tempi di miseria.

Toni e parole attestano come la chiesa di allora attribuisse alle mogli un ruolo – di fatto superiore – di controllo dei comportamenti, di guida morale degli uomini, soprattutto dei mariti.

Nelle espressioni di don Antonio, si percepisce un’idea dei maschi di allora (e quelli di oggi?) assai poco capaci di autocontrollo comportamentale e morale.

Nella stessa giornata don Antonio andò in caserma dove trovò il Maresciallo Calogero Annoni, che era colà come comandante da dieci anni e conosceva oramai più o meno tutti i paesani. Il sottufficiale ascoltò ciò che il parroco gli disse, spiegando che aveva chiamato solo le donne, e gli rispose: “Grazie pre’ Toni (in dieci anni aveva imparato qualche parola in friulano), li chiamerò. Chiamerò solo gli uomini.

Mandò a chiamarli l’appuntato Melis, che con voce severa e vagamente minacciosa li convocò per il pomeriggio stesso.

Con il cappello in mano, Tite da la Busate, Gjovanin Pedòt e Vitorio Culo (in paese le persone si conoscevano più per dei soprannomi eponimi, fisiognomici o caratteriali e comportamentali), e gli disse: “Potrei denunciarvi tutti e tre e potreste anche andare in prigione, ma se mi promettete di non fare più porcherie del genere non lo farò“.

Immobili, in piedi come statue di sale, che ricordarono al Maresciallo, che era un tiepido lettore delle Storie Sacre, le figlie di Lot e nipoti di Abramo (Genesi 19, 30-38) con un flebile “sì”, all’unisono. Il buon Annoni, che richiamava nel fisico e nei modi un po’ il Vittorio De Sica – Maresciallo Antonio Carotenuto di Pane, amore e fantasia, li congedò con la giusta burbanza un po’ anche paterna.

Siccome si era fatta sera, erano tutti e tre a piedi, con uno sguardo concordarono di andare assieme là di Lino, a bere un taj di neri (in Friuli il vino rosso si dice nero), ma di chel bon, di butilie. Par consolazion.

Rincasati, nessuno parlò e nessuna moglie, né madre, li interrogò. Le mogli avrebbero rischiato di prendere qualche manrovescio. Così era.

Fu notte fonda, novembrina. E silenzio interrotto solo dal malinconico richiamo della civetta. In ogni casa di Ravignano si spensero anche le ultime luci che ancora trapelavano dagli infissi antichi.

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