Israele e Palestina, un aggiornamento storico-politico degli ultimi trent’anni offertomi dall’amico professor Claudio Giachin, storico
Quando Israele ha compiuto gesti di disponibilità, i palestinesi li hanno sempre interpretati come segni di debolezza. Così è stato quando Israele ha ritirato le truppe dalla “fascia di sicurezza”, che controllava, nel sud del Libano per raggiungere un accordo con il governo libanese. Gli Hezbollah subito hanno occupato l’intera area, nonostante la presenza delle forze d’interposizione dell’ ONU, minacciando e lanciando missili contro Israele più facilmente. Così è accaduto durante gli incontri promossi da Clinton nel luglio 2000. In quell’occasione, Arafat pose come condizione, fin dall’inizio, l’accettazione totale e incondizionata, delle richieste palestinesi.

Di solito è in questo modo che si dimostra la disponibilità a trattare! Il premier israeliano laburista Ehud Barak aveva accettato di restituire l’88% dei Territori occupati, Israele avrebbe mantenuto per sé 69 insediamenti, in alcuni casi vere città di circa 30-40 mila coloni e cinque postazioni difensive in Cisgiordania. Inoltre Barak consentiva il rimpatrio di 10.000 profughi per ragioni “umanitarie” e la costruzione di una nuova città palestinese, Al Quds, collegata con Gerusalemme. Arafat rifiutò, per lui l’indipendenza della Palestina doveva essere ottenuta con la lotta armata e non con le trattative. Subito dopo, la violenza della Intifada di Al-Aqsa insanguinò Israele, colpendo soprattutto civili. A Taba nel 2001 Clinton fece da mediatore e propose la cessione del 95% dei Territori, il riconoscimento del “diritto al ritorno”, seppur con dei vincoli, e la sovranità palestinese su Gerusalemme Est.
Anche questo vertice fallì per volontà palestinese. Seguì un’ ondata di attentati suicidi contro civili israeliani. Il 29 marzo venne colpito un albergo di Netanya, durante il “seder di Pesach”, i morti furono 30 e 140 i feriti. Nel 2005 Sharon, unilateralmente, smantellò gli insediamenti dei coloni (alcune migliaia di persone) di Gaza lasciando la striscia ai palestinesi e ad Hamas. Sono solo alcuni esempi che aiutano a capire perché, nella lunga storia del conflitto israelo-palestinese, siano falliti ben 26 tentativi di conciliazione tra i due popoli.
Israele ha sempre dovuto lottare per la sua esistenza. Ha sempre vinto le guerre combattute: 4 con i paesi arabi, 2 con il Libano, 2 con le Intifada palestinesi. La sua politica estera, per un lungo periodo, si è basata su “terra in cambio di pace”. Con l’ Egitto ha funzionato, e anche con la Giordania la pace è stata firmata. Finita la guerra degli stati arabi contro Israele è cominciata quella delle varie formazioni terroristiche (Hezbollah, Jihad ed Hamas), tutte intenzionate ad eliminare Israele. Allora è cambiata la linea di condotta della politica estera israeliana: “terra (Cisgiordania e Gaza) in cambio di sicurezza”. Il convincimento era che la pace con i Palestinesi, anche per la mancanza di interlocutori credibili, fosse un miraggio lontano. Israele voleva perciò confini difendibili. Questo e’ il motivo alla base della costruzione del Muro, una barriera che doveva dividere e divide gli israeliani dagli arabi e che l’Occidente ha interpretato come un’esclusione e una discriminazione a danno dei Palestinesi. Certamente era un’esclusione e una divisione ma benefica, infatti il numero degli attentati terroristici è drasticamente diminuito. Una nazione deve garantire ai suoi cittadini la sicurezza. E’ anche per ragioni di sicurezza che Israele si rifiuta di abbandonare alcuni insediamenti.
La colonizzazione dei Territori è iniziata dopo la “guerra dei sei giorni”, quando al governo c’erano i laburisti, e aveva lo scopo di controllare i territori occupati. In seguito i partiti religiosi e quelli messianici hanno spinto i settlers a occupare aree, sempre più vaste, in vista della creazione di Eretz Israel, la Grande Israele. Attualmente i coloni somo circa 500.000, costringerli ad abbandonare gli insediamenti, alcuni dei quali divenuti città di 30-40 mila abitanti non è e non sarà impresa facile (e nemmeno opportuna).
La Nazione di Israele soffre di “solitudine”, si sente abbandonata e isolata dal resto del mondo. Tra i miti identitari dello stato israeliano quello più sentito riguarda la tragica epopea di Masada. Anche allora gli ebrei erano rimasti soli a combattere i romani, alllorché decisero di resistere e di suicidarsi, piuttosto che divenire schiavi. Israele è divenuto uno stato combattente perché tutto l’universo arabo era intenzionato a distruggerla, cosicché lo spettro di una nuova Shoah ha costantemente alimentato il suo senso di insicurezza e di precarietà.
“Mai piu’ Masada cadrà“. In Occidente, molti hanno preferito raccontare un’altra storia, quella del sionismo e del suprematismo colonialista ebraico.
(Claudio Giachin)
(n.dr.: l’armistizio appena raggiunto è un primo risultato positivo, che abbisogna di un impegno convinto e forte di tutti gli attori in campo per consolidare una pace giusta. Anche i Palestinesi, però, debbono uscire dal’ambiguità per aiutare chi vuole aiutarli a costruire uno “stato”. Lo slogan “Due Popoli e Due Stati” sarà plausibile e realizzabile solo se chi vuole distruggere Israele sarà messo nelle condizioni di non nuocere. Già qualche lettore sta osservando che la versione del professor Giachin è unilaterale.
Vedo che è indispensabile spiegarne il motivo: le ragioni dei Palestinesi sono state spiegate in ogni dove, situazione e ambiente nell’ultimo periodo, quelle di Israele quasi in nessun luogo, momento e situazione. Nel mio piccolo ho deciso di rimediare, assieme con il domenicale che sto per pubblicare. RP)
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