Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

Siamo “gettati-nel-mondo” e nel tempo come esseri umani, da “altro-da-noi”. Siamo “condannati” alla libertà, “condanna” dalla quale non possiamo liberarci. Passiamo dall’inquietudine all’angoscia, dall’angoscia e perfino dalla disperazione alla possibile “fede”, nel sentimento incerto, confuso e inconscio del proprio limite. Una riflessione con l’aiuto di Søren Kierkegaard, per il valore irriducibilmente unico della nostra singola esistenza, di Jean-Paul Sartre, per l’obbligo di essere-liberi, di Martin Heidegger, perché siamo “gettati” nel mondo (a nostra insaputa e senza il nostro permesso), e lì dobbiamo restare fino al nostro scomparire, di Friedrich Nietzsche che ci svela la finitezza-della-grandezza dell’uomo, magari rinviando al “fondo dell’anima” nostra di umani, di Giovanni “Maestro” Echkart

PROSSIMAMENTE: “L’orizzonte tragico dell’omicidio della dottoressa Chiara Poggi a Garlasco, paesone del pavese circondato da immense risaie in faccia al Po e al Ticino, locus dove mi sono recato un paio di mesi fa per percepirne l’aura: una vicenda da leggere, non solo con gli strumenti delle scienze psicologiche, neuroscientifiche, giuridiche, sociologiche, massmediologiche, biologico-genetiche, mediche e forensi, ma anche con la gnoseologia, la logica e l’etica di Aristotele, di Immanuel Kant e di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, che scelgo tra altri pensatori come rappresentanti sommi del pensiero antico e del pensiero moderno, rispetto alle aree epistemologico-filosofiche sopra citate. Un aiuto a chi indaga e a chi soffre, e un monito ai superbi che pensano di sapere e non sanno“

Buttiamo lo sguardo nell’abisso coglibile quando si cerca di pensare al senso della propria vita, come singoli esseri umani, non tanto come individui “qualsiasi” di una società, in qualche modo folla omologata e omologante (Le Bon), ma come esseri-che-sono-molto-di-più: infatti, se la singolarità di ciascuno è concepita in quanto irriducibilmente unica, anche secondo una sana antropologia, noi siamo-molto-di-più-del-mero-esser-vivi.

(Søren Kierkegaard)

Da un lato, è fondamentale cogliere la singolarità o unicità di ciascuno, concetti provenienti – per la prima volta nel mondo, considerando Oriente e Occidente, Meridione e Settentrione – dall’evangelo di Cristo, che sfida la ragion logica e anche il comune buon senso, perchè è – paolinamente – paradosso (cioè contrario al senso comune) e scandalo (cioè pietra d’inciampo), e dalla nozione di persona, dal valore infinito (per infinito si intende la qualità/condizione di ciò-che-non-ha-limiti, confini o termine nello spazio e nel tempo). Il termine deriva dal latino finitus con l’aggiunta del prefisso negativo in- (letteralmente “senza fine”), dall’altro lato occorre il coglimento di “altro”, che è l’Incondizionato. Che è Dio. Che è – per chi crede – il Cristo incarnato fattosi uomo per amore. Ma non solo. “Altro” è anche altro. Un “altro” che può essere creduto anche dagli atei e dagli agnostici. Altro-uomo.

Consideriamo (con Heidegger) la nostra comune “gettatezza” nel mondo e nel tempo, affetti dalla “malattia-mortale” che è la vita stessa. Nessuno ci interpella se vogliamo venire al mondo. Anzi la stessa domanda implicita nella precedente affermazione, è in-sensata. Come potrebbe interpellarci l’altro-da-noi (padre e madre, per la biologia) circa una volontà che non può darsi in assenza di una soggettività capace di pensiero e di azione volitiva?

Il Cristianesimo (e anche l’Islam), attribuisce l’anima anche alla primordiale cellula zigote, perché essa è uomo-possibile e dunque è di valore infinito, se è vero che non siamo solo individui, come lo può essere un abete rosso da curare o da abbattere (i botanici forestali chiamano “individuo” anche un abete rosso). La politica e la società e le leggi ci portano poi a considerare le compatibilità di una vita, come si dice, degna d’esser vissuta, e a decidere diversamente della libertà che un essere umano può percepire solo con l’uso di ragione.

Obbligati a essere liberi

Vediamo in che senso si intende “essere obbligati”. Prima di tutto non nel senso socio-politico e giuridico, perché nel tempo della storia (delle storie dei popoli e delle nazioni) la libertà non è stata quasi mai un bene naturale scontato, o perché tolto dalla forza di pochi sui molti (monarchie e tirannidi laiche e religiose), o negata negli ultimi due secoli dai progetti di collettivizzazione superumana di totalitarismi di destra e di sinistra, di cui è stato forse più responsabile sotto il profilo teroretico Herr Professor Georg Friedrich Hegel che non Herr Doktor Karl Marx. Lo “spirito” del mondo e il “collettivo” è il moloch che ha contrastato il valore della singolarità e dell’unicità della persona. Con questa affermazione so di scontentare molti, ma non si pensi che io mi permetta di sminuire l’immenso lascito di pensiero del grande filosofo-teologo germanico, che ha altissimi meriti di cui parlerò in un prossimo articolo.

Ovviamente, quando scrivo quanto sopra sulla prevalenza del collettivo sull’individuale, non dimentico la fatica più che secolare per la conquista di diritti che sono sociali e giuridici, oltre che individuali, frutto di lotte e contrasti durissimi, a volte sanguinosi, obbligatoriamente collettivi, di massa (Marx come teoreta, Lenin, Mao, Fidel, etc., come attori protagonisti), ma senza democrazia, o, d’altra parte fino al raggiungimento di un welfare state (socialismo gradualista à la Turati o Palme o Brandt, etc.) rispettosi di tutti gli esseri umani, secondo princìpi di eguaglianza e di solidarietà, in democrazia.

LA PERSONA UMANA, O LA SINGOLARITÀ ASTROFISICA, E L’ORIZZONTE DEGLI EVENTI DI OGNI VITA UMANA

Mi viene comodo utilizzare due concetti dell’ultima astrofisica per dire “singolarità” della persona. In astrofisica, una singolarità gravitazionale nel quale un punto nello spaziotempo possiede una densità materica, la curvatura spaziotemporale (Einstein) e il campo gravitazionale divengono infiniti, nel senso di non-finiti.

Anche se azzardo, propongo un’analogia semantica tra quella singolarità e quella dell’essere umano che – ossimoricamente – nella sua finitezza ha valore infinito, proprio in quanto singolarità, cioè unicità.

Se la singolarità compara la struttura del cosmo a quella umana, l’orizzonte degli eventi, a mio avviso può essere comparato alla vita umana nella sua complessità. L’orizzonte degli eventi è la superficie sferica e invisibile che delimita un buco nero, consistendo nel punto di non-ritorno oltre il quale la velocità di fuga supera quella della luce. Ogni oggetto, particella o segnale luminoso che attraversa questo confine geometrico viene catturato per sempre dalla gravità e scompare dall’universo osservabile, poiché l’informazione non può più viaggiare verso l’esterno (tornare indietro), oltre l’orizzonte.

Così come la vita umana percorre un sentiero indirizzato che pro-viene dal non-esistere all’esistere fino al termine della vita. I due termini dell’astrofisica contemporanea possono diventare metafore dell’umana condizione, e ispirazione filosofica.

La persona umana è non solo l’incoercibile singolarità, ma ancor di più la possibilità-di-essere-ciò-che-si-può-essere: infinita, secondo Kierkegaard, mentre Sartre vede la persona nella “tragedia” della libertà, e Heidegger proclama l’esistenza (existenz) quale manifestazione unica dell’ essere-esser-ci (da-sein) umano, dove la particella enclitica “ci-da” avvalora l’esito ineluttabile della gettatezza nel mondo di ogni “singolarità” umana (non-si-può-non), laddove Nietzsche crede nell’unica salvezza possibile che ha l’uomo, il superamento di sé stesso (l’Übermensch).

La singolarità umana (la persona) transita (può transitare) dunque dall’inquietudine all’angoscia, dall’angoscia alla disperazione, e dalla disperazione alla “fede”, sempre nel sentimento della propria finitudine.

L’inquietudine della libertà

Per Søren Kierkegaard, l’inquietudine non è una difettosità da correggere, ma la condizione ordinaria dello stato psichico dell’uomo. Si può dire che sorge dalla consapevolezza della libertà disponibile, che pone all’uomo la possibilita di disporre di varie opzioni, la possibilità di scegliere, quasi sospeso su quel filo che Nietzsche scrive essere gettato sull’abisso di ogni vita. Un rischio continuo che l’abisso non riesca a mostrare il fondo dell’anima umana (Meister Echkart).

L’angoscia

L’Angst, in tedesco angoscia, nulla ha a che fare con l’ansia studiata dalle scienze psicologiche, che è un’emozione legata a un’aspettativa di cose difficili, né ha a che fare con la paura, che è l’attesa di possibili pericoli da evitare con la fuga o da combattere frontalmente.

L’angoscia kierkegaardiana è lo stato esistenziale continuativo della singolarità-unicità-persona, che non conosce (neanche) il futuro dell’immediato domani, né gli esiti di qualsiasi prova (affettiva, di studio, di lavoro, sportiva, militare, etc.), e pertanto vive l’aspettativa del futuro-possibile con un sentimento manifesto graduato sul carattere e sullo stile comunicativo di ciascuno. Si può essere più o meno ansiosi, ma si è tutti… angosciati. Anche senza manifestarlo esteriormente. Anzi, a volte non pochi hanno la tendenza ad accentuare sfumature ciniche nei propri detti, per allontanare l’opinione di debolezza che altri possano maturare a danno dei primi, potendola sfruttare a proprio vantaggio. L’assertività tanto proposta e lodata nella contemporaneità dai tecnicali princìpi della comunicazione non è in grado di confondere e men che meno di annullare l’angoscia.

La qualità relazionale deve, invece, riuscire ad accettare l’angoscia (insisto, non si tratta dell’ansia) come struttura ineliminabile (da gestire) del sottofondo psico-spirituale dell’uomo, in modo da evitare la superficialità delle lezioni che fondano la comunicazione sana tra gli esseri umani solo su aspetti tecnicali ed esteriori come l’enfasi sul paraverbale e sul non-verbale.

La disperazione

Per Kierkegaard, la disperazione è una malattia (che lui definisce “mortale”) dello spirito, come un combattimento interiore nell’ambito dell’io, incapace di trovare un equilibrio, che nasce dal rapporto dell’uomo con la propria libertà e la propria natura nel contempo finita e infinita.

Il filosofo danese spiega che la disperazione non è un male in sé, ma è un dolore che deriva dalla consapevolezza del limite come condizione unica di possibilità esistenziale. L’uomo deve lottare per accettare la propria realtà volendo essere diverso; deve accettare di non-poter badare a sé stesso nella solitudine assoluta, cercando di vivere la sua singolarità, piuttosto, in una sorta di solitarietà emotiva, che non è altezzosa solitudine.

Una, anzi per Kierkegaard la via d’uscita, è la fede (in Dio e nell’immortalità dell’anima), come unica forza capace di annullare il conflitto dell’io e dare pienezza all’esistenza.

A mio avviso, la fede teologale, cui si riferisce il cristiano Kierkegaard, se non può soccorrere chi non ce l’ha in dono, può ispirare le due dimensioni sottostanti dell’etica e dell’estetica che appartengono a tutti. Ogni essere umano è in grado di apprezzare il fare-il-bene, il rispettare-il-bello, il vivere-buono.

La fede, anzi il salto nella fede

Vediamo meglio, per chi desidera approfondire il tema della fede teologale cristiana, che è il paradosso del cristianesino e nel medesimo tempo il paradosso esistenziale. Come esseri umani siamo condannati alla libertà e a realizzare noi stessi. Ma cosa significa realizzare sé stessi, magari come degli Übermensch, nietzscheanamente superatori della propria stessa umanità ordinaria, come solo Abramo seppe essere-prima-che-riuscisse-a-far-si, azzardo un anacronismo, come secondo Heidegger (cf. la storia di Isacco: Genesi 22,1-18) sul monte Moriah. Abramo non racconta il comando ricevuto da Dio di uccidere il figlio avuto in età avanzata, l’ultimo virgulto del suo seme (ma la Bibbia racconta anche di Agar e di Ismail, e dunque…), trovandosi totalmente solo. Il suo silenzio è il simbolo della singolarità assoluta. L’indicibile si collega, prima all’assurdo e poi all’Incondizionato, che è Dio.

Questa di Abramo è pura follia, da assassino potenziale, eticamente fuori da ogni norma. Oltre ogni estetica, oltre ogni etica. La singolarità assoluta può darsi solo con il salto nella fede. Ciò non significa che ognuno di noi deve cercare un’esperienza radicale, di perdizione di tutto, analoga a quella di Abramo.

“Sacrificare” il proprio figlio/figlia (che è la persona più amata al mondo) è la metafora suprema del sacrificio, cioè del rendere-sacro-un-atto. L’uomo, oltre ogni evoluzionismo antropologico-fisico, è anche capace di fare salti di questo genere, o almeno di immaginarli raccontandoli, come simbolo di scandalo.

L’essere-per-la–morte in Heidegger

L’esistenza, l’individuo, l’autocoscienza è incommensurabile. In Essere e Tempo (Sein und Zeit, 1927, trad. italiana di Ernesto Buonaiuti), Martin Heidegger definisce l’essere-per-la-morte (Sein zum Tode) come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile dell’uomo. La morte non è un semplice fatto biologico o la fine cronologica della vita, ma la struttura ontologica che definisce la finitezza e l’autenticità dell’esistenza umana. La morte è l’unica possibilità a cui l’uomo non può sfuggire e che rende impossibili tutte le altre. Nessuno può morire al posto di un altro, perché la morte dà identità insuperabile all’uomo in modo radicale, per cui il pensiero della morte è l’autenticità che viene dal coraggio dell’anticipazione di un qualcosa cui non si può sfuggie. L’inautentico è chi si gira dall’altra parte evitando il pensiero del fatto necessario (che non cessa di esser-ci). Concludo con una banalità: la morte, così come la malattia non accade solo agli altri. Nessuno può acquistare i diritti di vita e di morte su chiunque sia vivo.

Heidegger come il principe Antonio de Curtis, il nostro grande Totò, che scrisse nel 1964 A livella, alla cui lettura ti invito, caro lettore, cara lettrice.

LA HAECCEITAS DI GIOVANNI DUNS LO SCOZZESE

Mi viene un pensiero per analogia concettuale, a questo punto, tornando indietro nel tempo di settecento anni, quello dell’Haecceitas (in italiano, ecceità o questità) di Giovanni Duns lo Scozzese.

Si tratta del principio di individuazione, quale realtà formale capace di far sì che una cosa sia esattamente sé stessa e null’altro (il tode ti, τόδε τι, di Aristotele). La natura comune delle cose doveva avere, sia un principio di unificazione universale, come il concetto di umanità, sia un principio di individuazione che definiva l’irriducibile unicità dell’individuo, della singolarità (io, che mi chiamo Renato).

Da Aristotele a Johannes Duns Scoto ad Einstein.

FRIEDRICH NIETZSCHE. L’UOMO FOLLE E “LA MORTE DI DIO” (AFORISMA 125 IN “LA GAIA SCIENZA”)

Andiamo a cercare il limite dell’analisi sull’uomo, essere unico finito e infinito. Per cercarlo Nietzsche propone il concetto della “morte di Dio”, che annunzia nell’Aforisma 125 de La gaia scienza (Die Fröhliche Wissenschaft). Nel testo presenta un uomo folle che in pieno giorno, con in mano una lanterna accesa, urla che Dio è morto, e lui lo sta cercando, deriso dagli astanti che lo circondano. Svela poi che siamo stati noi uomini ad averlo ucciso, svuotando il mare e sradicando la terra dal suo sole. Vale la pena leggere questo passo:

L’uomo folle

“Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “È forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “0ppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli Dei si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!”

Nietzsche non tematizza un ateismo assoluto, ma propone la morte di Dio senza che ciò provi che Dio è veramente morto, mentre è morto ogni punto di riferimento assoluto, della verità e dei valori morali tradizionali fondati sulla metafisica intesa come stagnazione del pensiero pensante, fomite di etica e di valori non vissuti nella verità. La denunzia di Nietzsche è altamente “morale”, capace di disvelare l’ipocrisia della vita inautentica (precedendo Heidegger). Ma senza il principio divino l’uomo crolla nell’anomia di un deserto sconfinato. Quasi un nihilismo assoluto, sembra, quello del filosofo di Röcken, ma non lo è.

Epperò, no, poiché l’uomo ha ancora la possibilità di “salvarsi” facendosi simile a “dio”, superando l’uomo stancamente invecchiato in valori fasulli e triti. Il super-uomo, anzi, l’oltre–uomo (Colli, Vattimo, Cacciari) è questo, un superamento della falsità e della debolezza che, Nietzsche afferma, essere presente anche in un Cristianesimo senza Cristo.

A costo di scandalizzare qualcuno oso affermare che l’anticristianesimo di Nietzsche è profondamente “cristocentrico”, poiché solo Cristo è la via, la verità e la vita (cf. Vangelo secondo Giovanni 14,6). E per me è l’auspicio di un sano io-centrismo-cosmico, che non è egocentrismo-egoismo, dove la singolarità umana accetta il limite sapendo – ossimoricamente – di essere infinito. Si può dire che la morte di Dio è un “cristismo” (un cristocentrismo cosmico, caro amico padre Barzaghi? caro signor cardinale Biffi?).

Sia per Nietzsche, sia per il Leopardi delle magnifiche sorti e progressive (cf. La ginestra o il fiore del deserto, vr. 51), il destino dell’uomo non è determinato solo dalla scoperta di una morte della sua centralità, per merito del quartetto Copernico-Galileo-Newton e poi di Darwin, ma anche dalla sua capacità di decidere per sé stesso, come gettato-nel-mondo, ma libero di diventare ciò-che-è.

Il caos dell’umano mondo può creare le condizioni di possibilità di una nuova Bildung possibile, vale a dire una condizione di possibilità di crescita umana, contro e oltre ogni determinismo positivista, ma anche contro la versione fideistica di un paolinismo luterano privo del tormento e della spinta spirituale di sant’Agostino, così come privo della ragionevolezza cristiana di Tommaso d’Aquino..

L’uomo, scrive Nietzsche, è dunque come un cavo teso tra la bestia e l’Übermensch (l’oltre–uomo).

L’Oltreuomo

Questa è oggi considerata la traduzione più corretta e fedele dai filosofi contemporanei. Il prefisso über- viene inteso come un movimento di superamento (andare “oltre”). L’Oltreuomo indica un tipo di uomo completamente nuovo, che supera l’uomo attuale, abbandona le vecchie morali di una falsa metafisica, e crea i propri valori restando fedele alla propria essenza immane, e piccina nello stesso tempo.

E questo può bastare a negare un Nietzsche annesso a qualche orientamento politico: alla sua morte nel 1900 fino al secondo dopoguerra alla destra, e a quella nazista in particolare, pur non essendo Nietzsche mai stato antisemita, tra l’altro, e successivamente sdoganato a sinistra con Gianni Vattimo e Massimo Cacciari. Nulla di tutto ciò: Nietzsche è oltre – profeticamente – con il suo visionario e pre-veggente dolore esistenziale.

Il mio amico Claudio, studioso del gran Tedesco mi ricorda che non è di Gramsci la famosa frase concernente l’esigenza di vivere facendo prevalere l’ottimismo della volontà e non il pessimismo della ragione, perché è di Nietzsche, dicendo di sì alla vita anche se dolorosa e difficile. Quante fake in tutti gli ambienti!

Alcuni suoi biografi ci raccontano che Nietzsche era un lettore e grande ammiratore del conte di Recanati. Lo immagino mentre legge e chiosa La ginestra o il fiore del deserto.

IL FONDO DEL’ANIMA IN JOHANNES MEISTER ECHKART

Val forse la pena avviarmi a concludere questo articolo con un accenno al tema del “fondo dell’anima” (Grunt o Abgrunt, abisso), concetto chiave della mistica del domenicano Johannes Meister Eckhart, prima docente alla Sorbonne e poi negletto ed escluso dall’insegnamento dall’autorità ecclesiatica, supervisore legale dell’insegnamento accademico, in quei secoli. Il “fondo dell’anima” indica il centro spirituale dell’essere umano, al di là della memoria, al di là dell’intelletto e della volontà. In questo spazio puro, eterno e non toccato dal tempo, l’anima umana e Dio coincidono e diventano una sola cosa.

Il “fondo dell’anima” è eterno e divino, e più profondo rispetto ai pensieri, ai sentimenti o ai desideri quotidiani, un punto di luce incontaminato dove il tempo e lo spazio non esistono.

L’Unione con Dio

Per Magister Johannes, Dio non si limita a osservare l’uomo, ma “nasce” continuamente dentro questo fondo dell’anima, costituendone l’essenza, per cui la distanza tra l’Incondizionato e l’uomo si… annulla. Questa tesi ha certamente creato molti problemi a Echkart nei confronti del vescovo di Parigi, che era il Gran Cancelliere (cioè il capo) del prestigioso ateneo.

Non è mai facile raggiungere il fondo dell’anima, poiché l’uomo deve liberarsi di tutto ciò che gli è interiore, con un distacco (Gelassenheit) da tutti i desideri, da tutte le immagini e da tutti i pensieri. Si tratta di un fare-silenzio assoluto dentro di sé, per cercare e trovare la sorgente fontale dello spirito. Nel silenzio, come ben sapeva il mondo bendetttino che collocava il silentium tra le virtù principali, assieme alla oboedientia e alla humilitas.

DUE ESEMPI DI OLTRE-UOMO (NON DI SUPER-UOMO)

Il primo esempio si chiama Gianmarco Tamberi, già vincitore di campionati del mondo, europei e dell’Olimpiade, capace di coinvolgenti performance attorali da guitto sul campo di gara, l’altro ieri vincitore dell’oro nel salto in alto agli Europei di Birmingham, con la buona misura di m. 2,32 (misura non eccezionale per la disciplina a tali livelli, e per questo atleta capace di 2,39), dopo avere sbagliato il primo tentativo a 2,18. Uno come lui, di fronte al mondo, di fronte alla triste Inghilterra ampiamente battuta dall’Italia per il mio impagabile godimento (come capita spesso nello sport), che non si perde d’animo quando sbaglia una misura che dovrebbe raggiungere con grande facilità, ma trova dentro di sé le energie per riprendere a saltare-alto, e vincere senza umiliare nessuno, assieme al ventenne Matteo Sioli, medaglia di bronzo con il terzo posto. Un oltre-uomo, un esempio evidente di superamento di un sé stesso debole, Tamberi lo è per i nostri ragazzi e le nostre ragazze, che crescono.

Il secondo si chiama Sigismondo Famularo (è uno pseudonimo), operaio metalmeccanico emigrato dal catanzarese jonico dei dintorni di Squillace, fino a Bolzano. Terza media, figlio di contadini, si sposa con una conterranea e ha due figlie. Lavora in fabbrica come tornitore, sua moglie è cassiera in un supermercato, le ragazze studiano, una alle medie e l’altra al classico (quante discussioni quando la grande ha scelto l’incredibile e prestigiosa scuola superiore, almeno per quella famiglia del popolo minuto). Sigismondo, chiamato Dino dagli amici (Sigismon-dino, ché il nome completo è troppo altisonante se portato da questo contadino del sud, un nome di re e imperatori medievali, suggerito da un nonno gran lettore di storie), ha cinquanta cinque anni e si ammala. Dolori dorsali violenti, all’improvviso. Gli antidolorifici non bastano. La diagnosi è spietata: mieloma al terzo grado, grave. Roba da morire. Essere-per-la-morte, secondo Heidegger. Va in malattia, chemio, dimagrimento, alopecia totale, paura, silenzi, raccolta e infusione delle sue staminali. Trapianto autologo, rientro al lavoro, controlli. Sono passati nove anni dall’inizio del dolore, Dino lavora ancora “gestendo”. Si è addirittura diplomato alle serali. La figlia più grande si è laureata e va oltre, all’estero. Un oltre-uomo, normale, che spera.

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