Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

“κατὰ τι ὄνομα”

Tentativo di elaborazione di un principio di identificazione metafisica dell’anima

L’anima spirituale ha un nome (ecco la mia Prefazione al volume, che sta per essere pubblicato da Segno – Tavagnacco, Udine. Il volume di Pozzi contiene integralmente il testo della sua Tesi magistrale in Scienze religiose, che ho avuto il piacere e l’onore di dirigere).

Ho conosciuto Matteo Pozzi, valoroso suonatore di violino e appassionato di filosofia, di Trieste, elegante come un ussaro austro-ungarico, e anche il suo coraggio.

Perché ci vuole non poco coraggio ad affrontare un argumentum teologico-metafisico come quello della tesi magistrale che ha voluto presentare all’ISSR Ermacora e Fortunato – Facoltà Teologica del Triveneto, e qui pubblicare, perché è una vera immersione nel mistero “pretendere” di argomentare la plausibilità dell’anima spirituale, checché ne pensino gli atei militanti, di ogni genere e specie. E Matteo si è speso proponendo come titolo un sintagma greco, esplicito e diretto:

κατά τι ὄνομα”,

vale a dire “secondo-un-nome”.

L’elaborato si immerge quindi pienamente nella disciplina teologico-filosofica della metafisica, che forse non è molto di moda ai nostri tempi, ma potrebbe essere ancora utilmente considerata per analizzare la realtà, cogitando sempre in controtendenza rispetto agli ateisti militanti che occupano molti spazi mediatici, accademici e politici.

Paradossalmente e anche contro-intuitivamente, la metafisica è la disciplina che più di ogni altra si occupa della realtà, più, o meglio, prima della fisica e prima della biologia.

È chiaro che il tema dell’anima spirituale si pone immediatamente su un piano diverso da quello delle scienze della natura, le diltheyane Naturwissenschaften, che “funzionano” secondo lo schema galileian-popperiano “per prove ed errori”, e occupa pienamente lo spazio delle Geistwissenschaften, o scienze dello spirito. Ma, e siamo già al centro del tema, forse che le cose del mondo reali sono solo quelle che ricadono sotto i nostri sensi esterni, vista, udito, olfatto, gusto e tatto?

Oppure si può dire che si possono considerare reali anche i pensieri, cioè l’ars cogitandi, e perfino i sogni?

Domanda retorica: ebbene sì, se sono reali i sogni, e questo ce lo insegnano i concretissimi (e spesso seguaci di un evidente materialismo positivistico) medici neurologi e psichiatri, possono essere considerate reali anche altre realtà impalpabili, invisibili, inaudibili, ma concretamente presenti nelle nostre vite personali.

Matteo, per provare a scrivere dell’anima spirituale interpella con acribiosa puntualità i grandi pensatori metafisici della Tradizione classica e cristiana, e principalmente Aristotele e Tommaso d’Aquino, ma non trascura di rivolgersi anche ad altre “scuole” di pensiero, come quella stoica, tra le prime a concepire la presenza di un lògos spirituale nell’esperienza dell’uomo. Socrate (per il tramite di Platone), Platone stesso e Filone di Alessandria sono altri pensatori che Matteo interpella.

Veniamo al fondamento, che è il lògos. Un lògos che è parola dicente e parola detta, come si evince fin dal primo versetto di Genesi: bereshit barà elohim, Dio dapprima creò, dove il verbo dabàr (barà) è l’atto primo dell’amore di Dio per l’uomo e il mondo. Un dire che è creare-qualcosa-che-assomiglia-a-Dio-stesso, cioè l’anima spirituale. E qui portiamoci al versetto 27 del Primo capitolo genesiaco: “Dio creò l’uomo a sua immagine (…)”

Quale può essere l’immagine di Dio se non l’anima spirituale?

Il Prologo del Vangelo secondo Giovanni è la seconda fonte che Matteo sceglie per fondare la sua proposta di analogia di partecipazione (cf. Aristotele, Tommaso d’Aquino, Cornelio Fabro), prima di indicare nella struttura sillogistica del pensiero logico l’ipotesi atta a mostrare dialetticamente che attraverso il Λόγος è possibile traguardare al sintagma concettuale del κατά τί όνομα.

Il tentativo di utilizzare il procedimento analogico per individuare un principio di identificazione, che l’Autore sceglie, permane certamente sul piano metafisico, ma riesce anche progressivamente a portarsi sul piano logico, in modo da potersi proporre anche a una lettura meno specialistica, così rendendo più leggibile un testo – di per sé – non poco arduo.

Infine, in questo lavoro si possono notare spunti per ulteriori potenziali sviluppi, quando il testo si immerge, senza peraltro soffermarsi, su tematiche afferenti l’ontologia dei trascendentali come l’unicità e l’immortalità dell’anima, a partire dai dialoghi platonici Fedone e Fedro, ma echeggiando persino importanti dottrine contemporanee come la fenomenologia husserliana e il trascendentalismo di un Emanuele Severino.

Un buon lavoro quello di Matteo, umile e profondo, a mio avviso meritevole di questa pubblicazione, anche come contributo accademico a studi attualmente non troppo curati e diffusi. 

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