Molti, in Europa e in America vogliono fare tabula rasa di ogni ricordo iconografico e grafico del passato, in nome di un giudizio negativo sotto i profili etici e politici. Un esempio è stato il gesto iconoclastico compiuto qualche anno fa negli USA con l’abbattimento di statue ed immagini di Cristoforo Colombo.

Il sintagma cancel culture, cultura della cancellazione o cultura del boicottaggio viene utilizzata e significa una forma di ostracismo (ricordiamo le modalità dell’òstrakon, la scelta di un sassolino nero o bianco dei capi famiglia, nelle antiche pòleis greche, che serviva – in specifiche votazioni – ad esiliare le persone sgradite o ritenute penalmente colpevoli), che rappresenta proteste furenti e il tentativo di estromettere qualcuno o qualcosa da reti sociali reali o anche – a volte – dai social.

Si tratta di qualcosa di diverso dalla call-out culture (call-out significa “richiamare”), in quanto in questo modo la stigmatizzazione sociale di un fatto o di una persona invita l’interessato, per ruolo o potere, a scusarsi pubblicamente per quanto rifiutato dalla pubblica opinione. Un esempio clamoroso e significativo è stata la dichiarazione di scuse da parte della Chiesa cattolica di papa Giovanni Paolo II, in merito alla condanna ecclesiastica delle tesi astronomiche di Galileo Galilei. Altri casi sono quelli legati a reati di pedopornografia di cui molti religiosi si sono macchiati, che hanno visto le ferme prese di posizione dei papi Benedetto XVI e Francesco.

Un altro modo di tenere o meno conto di un fatto o della storia di una persona, è la damnatio memoriae, cioè la rimozione di un ricordo che disturba i posteri per qualche ragione politica, culturale o morale. Questo fenomeno è certamente lesivo del diritto del pubblico all’accesso all’informazione e del principio di tolleranza, cioè uno dei puntelli giuridico-morali del moderno stato di diritto.

Un tentativo di damnatio memoriae è stato tentato negli anni scorsi dall’Onorevole Laura Boldrini (quando era in auge come Presidenta – lei avrebbe voluto chiamarsi in questo modo, femminilizzando un termine che ha già il suo “femminile”, cioè “presidentessa”, se proprio si vuole, della Camera dei Deputati della Repubblica), cresciuta come funzionaria dell’ONU, nei confronti di tutto ciò che ricordasse il periodo fascista, anche le migliori cose e i maggiori episodi di carattere culturale e artistico, che non mancarono, perché anche nel Ventennio non pochi creativi ebbero spazio (anche dal Duce) da parte di preposti e ministri di grande competenza culturale e capacità amministrative, come il Ministro Giuseppe Bottai e il Conte Dino Grandi.

La signora Boldrini avrebbe voluto togliere ogni riferimento storico all’EUR, meraviglioso esempio di quartiere moderno, razionale e accogliente e allo Stadio del Marmi. A questa fanatica (e, direi, incolta) dispregiatrice Temporis acti, solo perché appartenevano a un regime dittatoriale vergognosamente sconfitto, sarebbe piaciuto distogliere lo sguardo e la memoria anche da un Ungaretti, da Pirandello, dallo stesso Verga, e da altri di minor momento, ma di grande valore come Prezzolini, Papini, Marinetti, che era non tanto un fascista ma un futurista, ammirato anche nell’Unione Sovietica pre-Zdanov di Majakovskij e di Esenin e gli intellettuali de La Voce e di Lacerba, riviste eccellenti, che accolsero alcuni tra i maggiori intellettuali della prima metà del ‘900, e da pittori come Mario Sironi, un grandissimo, da Carrà, Boccioni, Balla, solo perché dialogavano con il potere del loro tempo.

Non ho notizie di ciò che avrebbe voluto “fare” di D’Annunzio ma, penso, nulla di buono.

Tornando alla cancel culture, possiamo registrare uno dei suoi momenti di rinforzo (anche se logicamente in senso improprio) nel 2020, quando George Floyd fu barbaramente (e inutilmente, perché era già stato immobilizzato) ucciso in strada da un poliziotto americano.

Il movimento Black Lives Matter, peraltro comprensibile, legittimo e moralmente condivisibile, ha forse sviluppato o contribuito a sviluppare nella coscienza storica americana una particolare sensibilità verso quegli eventi della storia che hanno generato ingiustizie, disumanità e l’applicazione tragica di un razzismo insito nella cultura occidentale, annebbiando o addirittura tendendo ad impedire una razionale comprensione dei fenomeni e degli eventi registrati dalla Storia, come ad esempio l’impresa marinara di Colombo e delle sue conseguenze (con, indubbiamente, almeno parziale eterogenesi dei fini).

La legittima protesta per fatti disumani si è dunque in seguito modificata in una sorta di iconoclastia contemporanea (si ricordi l’iconoclastia storica dell’VIII e IX secoli nell’Impero romando d’Oriente oramai Bizantino, che vide la distruzione delle icone sacre e l’uccisione di migliaia di monaci iconografi).

Si può anche trattare di un processo mentale e politico di tipo revisionistico, che si conobbe anche in altri frangenti contemporanei, come nel giudizio, maturato dopo decenni di condivisione totale, nel PCI, sul marxismo comunista, specialmente nella sua versione stalinista.

Dall’iconoclastia al revisionismo, il passo verso il politicamente corretto è stato breve, brevissimo. Il linguista americano Noam Chomski ha denunziato nel 2020 la stupidità suprema della volontà di questa incultura di ridiscutere addirittura le trame e i caratteri dei personaggi delle favole classiche, a partire da quelle di Esopo e Fedro, fino a quelle di Andersen, di Carlo Lorenzini (il Collodi) e dei Fratelli Grimm, ad e. la Bella addormentata etc., e perfino le trasposizioni cinematografiche di Walt Disney. E addirittura le omeriche Iliade e Odissea, e i loro personaggi perché, secondo queste “teorie”, sarebbero storie obiettivamente “colonialiste”, e di tali “politiche” intrinsecamente laudatorie.

E’ come parlare impropriamente e superficialmente del cosiddetto “socialismo” di Gesù di Nazaret, senza avere la minima contezza delle metafore teologiche contenute nel Capitale di Karl Marx, che seppe studiare le Sacre scritture giudaico-cristiane senza fare confusione tra i tempi e le culture rappresentate da quegli antichi testi e i tempi delle sue analisi moderne.

Ciò che filosoficamente preoccupa è l’aspetto euristico negativo che la cancel culture può rappresentare, poiché essa impedisce – come struttura epistemologica (ove ne possegga qualcuna) – ogni riflessione complessa e ogni dialogo condotto con rispetto e capacità di ascolto, nel tempo necessario al dialogo.

Un’altra preoccupazione, mi pare, è data dal fatto che chiunque, dal privato cittadino attivo su internet a gruppi editoriali o di un qualche potere economico-finanziario (scrivendo ciò non sto facendo intravedere alcuna plausibile teoria minimamente complottistica à là Qanon) può intervenire sul web e sui social con la medesima visibilità teorica, sostenendo anche “tesi” infondate, fuorvianti e perfino pericolose, senza ciò che costituisce l’essenza della ricerca culturale e scientifica, cioè il confronto dialogico tra intelligenze, che nella storia ha portato alle più grandi scoperte sull’uomo e sulla natura. Un esempio: è stato il lungo millenario dialogo, anche se – in questo caso – diacronico, dialogo fra Eratostene, Aristotele, Tolomeo, Roberto Grossatesta (francescano, tra i fondatori dell’Universitas Oxoniensis – Oxford), Copernico, Galileo, Einstein… fino ai tempi nostri, che ha permesso di capire come funziona l’Universo nel quale Terra e Umanità sono inseriti.

Un altro esempio che mi viene in mente è il testo del Disegno di Legge Zan, i cui intenti etici di rispetto di ogni essere umano, condivido in toto, epperò contesto là dove lascia in un campo semantico di pericolosa ambiguità il tema del diritto di esprimere opinioni e giudizi sulle forme e dizioni dell’espressione sessuale. Mi spiego meglio: se il testo in questione, ponendo il tema del gender (genere) in sostituzione del concetto di sesso, prefigura una sorta di limitazione espressiva e quindi di configurazione di ipotesi di reato penale se qualcuno (io stesso, ad esempio) si permettesse di affermare o di scrivere che la dizione genitore 1 e genitore 2 (in luogo di madre e padre), già inserita e già opportunamente tolta, dai documenti della pubblica amministrazione, è sbagliata, improponibile o addirittura “idiota”.

Grazie a Dio, contro il rischio di questa cultura della cancellazione si sono mosse persone di indubbio rilievo morale e intellettuale come il citato Chomski, J.K. Rowling (l’autrice della saga di Harry Potter, già fatta segno di insulti e minacce da parte di personaggi “politicamente corretti”), Salman Rushdie (da trent’anni oggetto di una fatwa di condanna a morte da parte dell’integralismo islamista), Margaret Attwood e Francis Fukuyama, tra molti altri.

Riconsideriamo qui anche il pericolo costituito dalla pervasività dei social, anzi dalla loro rapidità di funzionamento: Twitter et similia sono velocissimi, e così permettono interventi individuali semplicistici e contraddittori, modalità che impediscono ogni forma di confronto serio e documentato.

Un’altra idea di questo revisionismo “politicamente corretto” si può evincere dall’accusa a san Paolo di essere schiavista e razzista, nonché machista, per le sue indicazioni e istruzioni – sia pure di clemenza – al padrone di uno schiavo fuggito (non si dimentichi che il diritto penale romano del tempo prevedeva lo jus capitis a favore del padrone sullo schiavo), e sul sul matrimonio e il trattamento delle mogli, mentre – di contro – Paolo è l’autore, in assoluto, delle primissime tesi sull’uguaglianza tra tutti gli uomini (e donne). Basti citare i seguenti versetti: “Non c’è più giudeo né greconon c’è più schiavo  libero; non c’è più uomo  donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” (Galati 3,28).

Per finire, cito – in questo contesto generale – il degrado linguistico espressivo promosso dalla incultura e dall’uso massivo-generico dei media e dei social, diversi umani, Salvini tra costoro, che non usano più l’articolo come in espressioni del tipo “settimana prossima” invece de “la settimana prossima”, come nell’inglese “next week”. Non penso che ciò accada perché si ottiene un certo risparmio energetico evitando di pronunziare la sillaba-articolo “la”, ma per moda, per anglofilia, oppure per superficialità e ignoranza…

Un altro esempio: una persona muore tragicamente, uccisa, e il commento più gettonato è il seguente: “non meritava di morire“, ma che significa? che a fronte di un omicidio si può distinguere fra chi meritava e chi non meritava di morire? e qui non mi sto riferendo a uno che perde la vita perché viene ucciso per legittima difesa da chi ha aggredito, ma a una qualsiasi persona che perde la vita violentemente, magari nel corso di una rapina che – altra idiozia – poi viene considerata “finita male”, perché la rapina era destinata a rubare beni, non a uccidere chicchessia…

…quindi, una rapina “finita bene” è (sarebbe) una rapina riuscita ma senza omicidio. Finita bene per il rapinatore, ma male per il derubato… ridicolo…

…continuo: ogni tanto qualcuno, pensando di allietarmi esclama: “che belle le pillole di saggezza che scrivi“… “pillole di saggezza” ciò che scrivo, no no no, ma “pillole di veleno” per chi definisce come sopra ciò che scrivo, cz (non “perbacco!”)…;

…ancora: sento il segretario del PD Letta che, a fronte della solenne richiesta di Giorgia Meloni di eleggere un “Presidente della repubblica patriota”, specifica che secondo lui oggi, per patriota si deve intendere un “Presidente europeista”, altrimenti si tratterebbe di un cattivo patriota. Non apprezzo neanche la furbizia lettiana, facilmente “sgamabile”, che serve a titillare quanti fra i suoi ancora pensano che l’aggettivo patriottico sia sinonimo di “fascista”. Ovviamente, per i più, ritengo, ma non per il presuntuoso cattolico andreattian-prodiano, il termine “patriottico” nulla ha a che fare con fascista, visto che anche i partigiani anti-mussoliniani si definivano in questo modo, come il Presidente Pertini.

Ma, andando più indietro nel tempo, potremmo trovare il nobile sentimento di patria in Dante, che lo intendeva evangelicamente allargato all’Umanità intera, in Petrarca, nel Foscolo, e nei patrioti risorgimentali, che hanno pagato con la vita la ricerca di costruire la Patria Italia;

ancora: “il nostro partito si è sempre battuto per bla bla…”, ovvietà fastidiose perché ripetitive e non mai veritiere, ma ora mi sono stancato. Basta.

Il mio combattimento morale, esistenziale e culturale, però, continua, indefettibilmente, finché il Signore mi darà forza e vita.