Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

Gli “oligarchi”, di tutti i generi e specie, di ogni luogo, nazione e territorio, sono i fautori primi dell’origine dei mali di questo nostro mondo

Sappiamo che, etimologicamente e storicamente l’oligarchia è il governo-di-pochi e non necessariamente, dei “migliori”, che in greco sarebbero gli “aristo-cratici”.

Gli oligarchi sono sempre esistiti nelle civiltà e strutture sociali di tutto il mondo e in tutti i tempi storici.

Vediamo meglio. La parola oligarchia deriva dal greco antico olígoi (ὀλίγοι) = pochi e arché (ἀρχή) = comando/governo; ossia “governo di pochi”. L’oligarchia è un regime politico, un governo, caratterizzato dalla concentrazione del potere effettivo nelle mani di poche persone.

Il termine oligarchia (a differenza di “monarchia”, “democrazia”, etc.) non indica una specifica forma di stato o di governo o un insieme di istituzioni, ma essenzialmente che il potere è detenuto da un gruppo ristretto tendenzialmente chiuso, omogeneo, coeso e stabile, che lo esercita nel proprio interesse esclusivo (o quasi). In questo senso può essere usato anche al di fuori della politica, e si può parlare – ad esempio – di oligarchie economiche, finanziarie, burocratiche, militari, etc.

Oggi sono quasi scomparse le forme di governo in cui si accede al potere per nascita (cioè le aristocrazie in senso proprio), che danno una leadership meramente di status, là dove il carisma genuino può bellamente latitare; i componenti del gruppo oligarchico sono invece legati tra loro da vincoli di altro tipo, solitamente corroborati da ruoli già importanti: di interesse, di appartenenza a un determinato corpo di pubblici ufficiali (militari, funzionari) o a un gruppo politico come un movimento rivoluzionario o di liberazione nazionale.

“Governo di pochi”, o “governo dei ricchi”, come prevalentemente si intendeva nell’antica Grecia, come attestato dai testi magni di Platone (Repubblica, 550c) e da Aristotele (Politica, 1290b).

Aristotele nella Politica (governo di uno/di pochi/di tutti), sostiene che l’oligarchia e l’aristocrazia sono le due forme che può assumere il governo-di-pochi. Aristotele continua in questo modo, secondo una mia parafrasi: se l’aristocrazia (il governo dei migliori) è la forma pura e legittima del governo di pochi, l’oligarchia ne è la forma corrotta. Per lo Stagirita l’oligarchia è una forma di governo cattiva, non perché strettamente antidemocratica, secondo l’accezione greco-antica di democrazia, ma perché quei pochi esercitano il potere senza averne il diritto, perché violano le leggi ed esercitano il potere favorendo interessi particolaristici contro quelli della comunità. E’ da tenere in considerazione, appunto, l’accezione greca di aristocrazia che si pone come contrario dell’oligarchia, la quale ne è una degenerazione, come spiega Gianfranco Miglio nella sua Storia delle Dottrine politiche, edito da Il Mulino nel 1982.

L’accezione negativa di oligarchia si mantenne anche di fronte a successivi esempi, come il Governo ateniese dei Quattrocento nel 411 a.C., e il regime dei Trenta tiranni del 404.

Anche in altre città antiche, come Sparta e Tebe, si registrano esperienze di governi oligarchici.

A Roma, si intendeva l’aristocrazia come una sorta di nobilitas, di disinteresse personale nel governo della res publica, questo nelle dichiarazioni, che non erano però sempre tenute in considerazione nelle prassi concrete.

In questo senso può essere usato anche al di fuori della politica, e si può parlare ai nostri giorni – ad esempio – di oligarchie economiche, industriali (ad e. le cosiddette “cinque sorelle” del settore farmaceutico) finanziarie (eccome!), burocratiche, militari, etc.

Oggi sono quasi scomparse le forme di governo in cui si accede al potere per nascita (cioè le aristocrazie in senso proprio), che danno una leadership meramente di status, là dove il carisma genuino può bellamente latitare (si pensi, mi permetto di dire forse un po’ influenzato da pre-giudizi, al “principe” Alberto Grimaldi di Monaco, nipote di pirati genovesi del XIII secolo, che di per sé, se non fosse nata da Ranieri II e da Grace Kelly avrebbe forse potuo fare con onore, s’intende, l’operatore ecologico in uno dei nostri borghi, e altrettanto si potrebbe dire della Famiglia Windsor, i cui risultati scolastici sono stati recentemente resi noti dai media, in tutta la loro mediocritas non aurea); i componenti del gruppo oligarchico sono invece legati tra loro da vincoli di altro tipo, solitamente corroborati da ruoli già importanti: di interesse, di appartenenza a un determinato corpo di pubblici ufficiali (militari, funzionari) o a un gruppo politico come un movimento rivoluzionario o di liberazione nazionale.

Nella Roma antica, per ascendere alle massime cariche della Repubblica, si doveva percorrere correttamente il cursus honorum, che non prevedeva “salti”, ma ben precise tappe di crescita. Certamente la persona che aveva l’ambizione di scalare le gerarchie politiche o militari doveva avere (quasi necessariamente) natali illustri, e altrettanto sicuramente capacità di gestione ed eloquenza in pubblico e qualità morali note (magari con alcune contraddizioni: vedasi l’itinerario politico militare di Lucio Cornelio Silla, di cui è rimasta negli annali notizia della sua indubbia crudeltà, che però condivideva, come caratteristica comportamentale-morale con lo stesso magno Caio Giulio Cesare, principe dei populares, ma poco propenso alla pietà con i nemici sconfitti. Ma era il contesto dei tempi, quando il valore della vita umana era veramente minimo). 

Nella modernità e fino ai nostri anni, insieme con la crescita progressiva di una concezione democratica del potere politico, l’oligarchia, in varie e diverse forme, e dunque tutt’altro che in declino, ha saputo rinnovarsi e declinarsi in modi a volte subdoli e nascosti, ma altrettanto efficaci che nell’antichità.

Tornando al concetto della negatività intrinseca di un “governo di pochi”, si può obiettare che anche nelle democrazie rappresentative e parlamentari, la maggioranza (i più) che governa è, in realtà, guidata da pochi, dagli eletti, i quali a loro volta sono intrinsecamente un’oligarchia… e allora, come la mettiamo? Certamente, si può rispondere a questa obiezione, questi “pochi” sono eletti a suffragio universale (solitamente, ma ricordiamo che in Italia le donne ebbero il diritto di voto solo nel 1946, con l’occasione del referendum monarchia-repubblica!) Ancora: in un regime di libere elezioni democratiche vi è anche un’opposizione, che potrebbe – la volta successiva – succedere alla precedente maggioranza.

Si può dunque affermare che la democrazia parlamentare ha in sé gli anticorpi contro oligarchie “malate”, ma…

Il concetto di oligarchia è stato ripreso in età moderna dalle teorie delle élite da studiosi come Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Robert Michels. Queste teorie sostengono che ogni governo è sempre un governo di pochi. Ciò non significa che tutti i governi siano uguali, ma soltanto che i governanti sono sempre, numericamente, una minoranza. Mosca e Pareto non usarono il termine oligarchia, ma espressioni come “classe politica”, “minoranza governante”, “aristocrazia”, “classe eletta”. Michels invece lo usò nei suoi studi sull’organizzazione dei partiti politici e giunse a formulare la cosiddetta “legge ferrea dell’oligarchia”, secondo cui in un partito politico e più in generale in ogni grande organizzazione, il potere inevitabilmente si concentra nelle mani di un gruppo ristretto.

Mi viene in mente un esempio abbastanza recente di oligarchia in salsa italiana: quello che era il Gran Consiglio del Fascismo, nel quale, accanto alla preminente (fino alla serata del 24 luglio 1943) di Benito Mussolini, sussistevano posizioni di notevole rilievo e, in qualche situazione, di autonomia, come in Giuseppe Bottai, nel conte Dino Grandi (che fu l’attor principale della fine del fascismo), nello stesso suo genero Galeazzo Ciano.

Nel linguaggio della scienza politica il termine ha certamente un po’ perduto l’accezione negativa. Gustavo Zagrebelsky, in tema, afferma:

«Forse a questo, realisticamente, si riduce la democrazia: il lavorio continuo di distruzione delle oligarchie. Costruire la democrazia equivale a distruggere le oligarchie, con la precisa consapevolezza che a un’oligarchia distrutta subito seguirà la formazione di un’altra, composta da coloro che hanno distrutto la prima. Questa è la “ferrea legge”, ferrea non perché descrive un regime d’immobilità, ma perché indica un ineluttabile movimento»

(La difficile democrazia, Roma: Carocci, Parolechiave (nuova serie di Problemi del socialismo): 43, 1, 2010, p. 139)

Nel sistema economico capitalistico-finanziario molto spesso si accumulano risorse economiche presso centri di potere di difficile individuazione, a volte presenti in paesi e metropoli diverse, spesso (o quasi mai) coincidenti con le “élites” di governo della cosa pubblica. Queste oligarchie, attraverso attività di lobby, talora pubblicamente normate come negli USA, influenzano di fatto le decisioni politico-amministrative di governi centrali e locali.

Anche in Italia, a mero titolo di esempio, si può affermare che le politiche dei trasporti del secondo dopoguerra sono state influenzate e orientate verso il trasporto stradale su gomma, piuttosto che su ferrovia. A tale proposito si ricorda (la oramai figura pittoresca del) il  professore Vittore Valletta, che periodicamente si recava a Roma, dove incontrava i rappresentanti di tutti i partiti a ciascuno dei quali erogava somme in denaro, per sensibilizzarli sugli interessi delle politiche industriale della FIAT, che allora lui presiedeva, in attesa che Gianni Agnelli si “meritasse”, in base ai criteri sabaudo-familiari, la presidenza del maggiore gruppo industriale italiano. Altri numerosi esempi si potrebbero fare, fino alla stagione di “Tangentopoli”, quando l’operatività delle élite finanziarie si confusero con la corruzione praticata e subìta.

I maggiori esperti studiosi di questo fenomeno oligarchico-lobbistico-elitario.corruttivo sono considerati Simon Johnson Jeffrey A. Winters, Michael Moore, Bob Herbert, Thomas Piketty, Martin Gilens, Benjamin Page e perfino l’ex presidente Jimmy Carter.

Negli ultimi decenni, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, in quell’immenso paese (e anche in Ucraina e nelle altre repubbliche ex sovietiche come il Kazakhstan o la Cecenia) si è radicata una generazione di oligarchi che hanno sostituito i burocrati del PCUS nel governo di immense risorse naturali, avendo dal Governo della Federazione russa ogni possibilità di agire liberamente per arricchire sé stessi e i propri sodali, anche a qualsiasi costo, spreco di ambiente e territori e sfruttamento di persone. Lo studioso Edward L. Keenan li ha paragonati alla classe dei boiardi che, su delega degli zar, gestiva il latifondo nel granducato di Mosca a partire dal XV secolo.

In generale, si può dire che oggi le oligarchie sono costituite soprattutto da centri di potere finanziario ed economico, che non si preoccupa di rispettare alcunché dei principi etici generali ed economici in particolare, addirittura confinando le proprie azioni con il crimine organizzato e con le mafie.

Il tradizionale “che fare?” ci porta a rispondere che solo la diffusione di una cultura umanistica e umanizzante può contrastare la deformazione che l’ultima versione politico-economica delle oligarchie ha prodotto, perché anche grandi agglomerati ufficialmente rispettosi delle leggi nazionali e internazionali, in realtà si comportano come gruppi di potere dediti solamente al perseguimento dei propri interessi.

Tra costoro non si possono non citare i gruppi rappresentanti dai personaggi più ricchi del mondo, i sigg. Tesla, Amazon, Facebook, etc., citandoli con la figura retorica della metonimia.

E magari anche le grandi società che si occupano di farmaci e affini. 

Per questo, come sostiene il collega Francesco Amodeo in suo video che consiglio, visibile su Instagram, ha ragione da vendere.

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