Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

Non occorre essere un whistleblower per dire la verità…

anche se a  volte fa male, e può anche provocare disguidi o danni a chi la dice. Perfino la perdita del posto di lavoro, come è capitato a un gentiluomo nelle settimane scorse che denunziò le Ferrovie Nord per qualche malversazione interna a quell’azienda. Ora il legislatore ha promulgato una legge che sembra possa tutelare la persona onesta, che magari ha sgamato un imbroglione proprio sul posto di lavoro. Si tratta di morale naturale, direi, praticata con semplicità da chiunque, se provvisto/ a di principi etici, specie se introiettati da giovane, anzi da giovanissimo/ a.

La legge di cui si parla dovrebbe garantire anonimato e tutele per chi rivela atti e fatti scorretti o in violazione di norme e leggi. Esistono molte leggi, in America e anche qui da noi per proteggere i testimoni. In Italia, com’è ovvio, esiste il Codice Civile e quello Penale, e un corpus iuris di tutto rispetto, abbiamo la “legge Severino” dal 2012 per contrastare la corruzione, dal 2001 è in vigore il Decreto legislativo 231, quello dei Codici etici, di cui mi interesso da quasi un decennio, studiandolo e praticandolo in concreto come presidente di alcuni Organismi di vigilanza aziendali. Anch’io dunque sono stato e sono destinatario di segnalazioni e denunce, che tengo ben riservate nell’ambito del mio ufficio di presidenza. E agisco indagando o facendo miratamente indagare fino ad avere una ragionevole certezza di verità e poter così fornire indicazioni alle direzioni aziendali di riferimento.

Ma, vien da dire, l’uomo contemporaneo, a quasi quattromila anni dal Codice caldeo di re Hammurabi, a duemila e trecento dal primo corpus latino delle XII Tavole, e a millecinquecento dall’emanazione del Corpus iuris civilis  dell’imperatore Giustiniano, ha ancora bisogno di norme, di tutele, di regole scritte per potersi permettere di dire la verità di fatto, al fine di ottenere anche una verità di diritto, o processuale, se serve. Ecco: la verità di fatto è sempre e ancora, o può esserlo, diversa dalla verità di diritto, perché resta plausibile la condanna di un innocente, anche a morte dove vige questa orrenda pena, oppure l’assoluzione di un colpevole. L’imperfezione umana.

Che sia però necessario tutelare chi svela ipotesi serie di verità è quantomeno singolare. Testimoni della verità variamente declinati: trovo sul web Julian Assange accanto a Giacomo Matteotti, Serpico e Edward Snowden, e tanti altri che più o meno coraggiosamente hanno svelato atti e misfatti. C’è una certa differenza tra Assange e Matteotti, caro il mio lettore? Penso di sì.

E dunque  che dire? Che l’uomo creatura imperfetta, parente autoconsapevole dentro il regno animale, può fare e disfare la verità, come gli pare, essendo la verità una declinazione particolare della realtà, con la quale non coincide sempre, ovvero sì, ma non nella consapevolezza condivisa. La verità è realtà che si fa certezza per evidenza o per comunicazione di notizia attendibile. Questo è il punto: l’evidenza è al di sopra di ogni sospetto, è la prova provata, è l’habeas corpus sempre richiesto nei processi, ma la comunicazione di notizia non lo è, sempre e comunque, perché vi può essere la falsa testimonianza, e uno dei Dieci Comandamenti sinaitici (Esodo 20, 16), l’ottavo, la proibisce severamente, così come il Codice penale italiano tuttora in vigore dal 1930.

Si può pensare all’essere umano come a un essere completamente sincero? O, comunque, dire sempre la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, formula da tutti conosciuta delle testimonianza processuali, è opportuno, giusto, saggio? Sapete che sarei per dire, no. A volte non è il caso in un determinata situazione, a volte non è opportuno per il momento dato, a volte detta lì per lì potrebbe fare danni peggiori che a tacerla… insomma la verità può fare anche molto male, ma resta insopprimibile, soprattutto da un punto di vista morale. Infatti non vi può essere un’etica della menzogna, se non come paradosso  teorico.

Oggi abbiamo bisogno di una legge sul whistleblowing, e va bene, ma forse è il caso di insistere sull’educazione a una moralità di comportamenti sempre più solidale, attenta all’altro, educativa, umana, senza illuderci di raggiungere la perfezione, che non è di questo mondo, ma lavorando per avvicinarci ad essa secondo i limiti umani. Sarebbe abbastanza per cominciare a sorridere, anche perché pare che nello slang popolare whistleblower abbia un significato quantomeno spiritoso.

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