Caro ospite e viandante,
sento parlare della Germania da quando ero piccolo, da quando mio padre Pietro vi andava per dieci mesi all’anno a lavorare nelle cave di pietra dell’Assia o della Renania.
Con ammirazione e con rispetto, anche se non erano remoit i tempi, erano gli anni ’50/ ’60, quando la Germania si era macchiata, con il nazismo hitleriano, dei delitti più efferati e orrendi, tra i maggiori della storia umana. Ammirazione e rispetto in mio padre, ammirazione e rispetto in me, poi addirittura cresciuti con il tempo, fin da quando, bambino e chierichetto, mi rendevo conto di quanto numerosi e grandi fossero i musicisti tedeschi le cui melodie e armonie ascoltavo dall’organo della chiesa: Bach Johann Sebastian e figli, Haendel, Telemann, Pachelbel, e così via. Studiando mi sono reso conto anche della grande importanza storica e culturale del mondo germanico, che riuscì a resistere ai Romani e creò una lingua e una cultura gigantesca, tra cui spicca la figura di Martin Lutero, e in seguito dei grandi filosofi moderni e contemporanei, da Leibniz a Jaspers, passando per Hegel, Schelling, Fichte, Schopenhauer, NIetszche, Marx, Husserl, Heidegger…
Io stesso, di tedesco, ho avuto cinque Volkswagen Golf e ora una Seat Leon FR sportivissima (che ha meccanica Audi-Volkswagen), apprezzandone la tecnologia, l’ergonomia, i consumi e la meccanica: ad esempio, la Leon, dopo due mesi di utilizzo mi ha fatto passare un certo mal di schiena causato dai tantissimi chilometri percorsi nella mia vita in auto (forse, finora, almeno due milioni e trecentomila), grazie ai sedili avvolgenti e al cruise.
E infine la Germania contemporanea non priva di grandi figure politiche, come Konrad Adenauer, Willy Brandt, e il cancelliere della riunificazione Helmuth Kõhl. La Germania come nazione più forte d’Europa sul piano economico, civile nelle istituzioni, guida nella difesa dell’ambiente.
Negli ultimi anni, invece, questa grande nazione è diventata un poco antipatica, perché si è sempre posta come maestrina severa con tutti, ma ogni tanto ha mostrato qualche crepa nella sua ferrea organizzazione. Bastino due eventi, uno di qualche mese fa e l’altro di questi giorni: l’episodio del pilota che si è schiantato volontariamente sulle Alpi francesi con cento e cinquanta persone, e ora il caso Volkswagen.
Non dimentico neppure la copertina di Der Spiegel con la pistola sugli spaghetti, per attestare la presenza invadente della mafia in Italia, logo-metafora ingenerosissmo, né i commenti dei media germanici sul naufragio della Costa Concordia, del tipo “Schettino non poteva che essere italiano”, ma il pilota della Germanwings non era tedesco? Nessuno è perfetto.
Ora c’è il gigantesco caso scoppiato nella seconda casa automobilistica del mondo, 600.000 dipendenti e oltre 200 miliardi di euro di fatturato.
Ecco: non c’è da compiacersi, ma da riflettere. Sbagliato prendersi rivincite sui tedeschi, se non per qualche minuto, e di pancia. Che cosa significa questo evento? Speriamo non provochi esiti catastrofici sotto il profilo industriale e dell’occupazione, o effetti domino anche sulle industrie italiane. Penso ai lavoratori interessati direttamente da quell’azienda, ma anche all’immenso indotto presente in tutta Europa, Italia e Friuli compresi, e in molte nazioni nel resto del mondo.
Mi auguro vi sia un chiarimento e una modifica radicale di comportamento dei gruppi dirigenti tedeschi, e un monito per i responsabili di tutte le strutture produttive, che hanno non solo un decisivo impatto economico e sociale, ma anche ambientale.
Perché noi qui ora viventi abbiamo solo un “mandato” sul pianeta azzurro, quello di tutelare ciò che è indispensabile a chi verrà dopo.
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