Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

De stupiditate

Innanzitutto, caro ospite, una bibliografia ponderata in tema di stupidità:

V. Andreoli, Le nostre paure, BUR, Milano 2012, pp. 107-125; R. Musil, Sulla stupidità, Archinto, Milano 2001; A. J. Marina, Il fallimento dell’intelligenza. Teoria e pratica della stupidità, Longanesi, Milano 2006; F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Einaudi, Torino 2003, p. 340; C. Maria Cipolla, Allegro ma non troppo. Le leggi fondamentali della stupidità umana, Il Mulino, Bologna 2007; G. Livraghi, Il potere della stupidità, Monti&Ambrosini, Trento 2008; F. Betti, Le strategie della stupidità, Etas, Milano 2006; P. Aprile, Elogio dell’imbecille, Piemme, Casale Monferrato 2002, e infine, in gloria, l’Encyclopedia of Stupidity, di Matthijs Van Boxel, Edizioni Dimenticate di Amsterdam, di questi tempi.

Mi pare che basti.

Stupidità, come termine, deriva dal verbo latino stupeor, mi stupisco, mi meraviglio, e dal sostantivo stupor, stupore.

Per i magni magistri dell’antica Grecia Platone e Aristotele lo stupore, cioè la meraviglia di fronte alle cose è l’inizio del filosofare, che è un interrogarsi, un chiedersi perché, il perché delle cose. La filosofia è la scienza delle domande di senso, mentre le scienze fisiche  e biologiche sono le strutture conoscitive che cercano il “come” delle cose.

Perché e come, filosofia e scienze della natura.

Ma l’etimo latino “stup” è anche la radice di stupiditas. Che significa, che la filosofia ha a che fare con la struttura del cretino (in questo caso, arbitrariamente, come sinonimo di stupido)? In molti casi sì, perché gli stupidi sono presenti dappertutto, dalla scuola e dalle cattedre universitarie agli uffici comunali, postali e ai reparti o uffici aziendali.

La stupidità non è un opposto o un contrario dell’intelligenza, così come la follia non è un opposto o un contrario della sanità mentale. Sia la stupidità, sia la follia sono strutture personologiche in qualche modo a sé stanti.

La stupidità è una struttura di sopravvivenza, e non si misura con i test dell’intelligenza, perché con questa, ma soprattutto con la furbizia, può tranquillamente convivere.

A volte conviene essere (o mostrarsi) stupidi, perché si è meno impegnativi o preoccupanti per gli interlocutori; a volte la stupidità è un’opportunità gratificante, perché consente di stare in mezzo, di non distinguersi disturbando il 96% della curva di Gauss che contiene, appunto, il 96% degli umani.

Guardate i politici, o anche  gli intellettuali televisivi: in generale sono stupidi, o perché lo sono veramente (la stragrande maggioranza), o perché gli conviene: infatti, quando uno di loro non lo è, difficillime ha successo, molto più spesso è relegato a posizioni comprimariali, o secondarie.

Qualche giorno fa ho fatto un esercizio sulla stupidità umana. Come chi legge qualche brano di questo sito sa, odio gli stereotipi e il combatterli è un po’ la mia crociata (si fa per dire).

Recentemente tre persone diverse mi hanno apostrofato con un classico “Tutto bene?”, ma purtroppo ancora pochi sanno che queste battute provocano in me un attacco di itterizia inguinale acuta e una sudorazione insopportabile dietro le ginocchia.

E dunque: al primo ho risposto “E a te che cazzo te ne frega?”, al secondo “No, perché sarebbe noioso“, alla terza, che è una signora gentile, farmacista assai in età “Cara signora, lei questo pomeriggio me l’ha illuminato“.

Perché tre risposte diverse alla stessa domanda?

Semplice: perché il primo interlocutore è un signore per il quale mi son dato da fare per aiutarlo a trovare, di questi tempi, un dignitoso lavoro dopo quasi un anno di disoccupazione, e lui non aveva ancora trovato il tempo di una telefonata per ringraziarmi: siamo finiti in osteria a bere un taglio di vino, lui tutto pentito e compunto.

Il secondo interlocutore è un laureato bello e figo, poco più che trentenne, che ti rivolge la parola tanto per fare, e in realtà si vede chiaro che non gliene frega nulla, e allora la risposta di cui sopra, che lo ha “stupìto” (appunto) lasciandolo senza parole, o del tipo “ah sì, eh bè, certamente (sorriso idiota)”.

La terza persona, invece, una signora di ottant’anni mi ha chiesto in quel modo, ma sinceramente, “come va?”, lasciandomi capire il suo autentico interesse per la mia situazione.

Ho misurato la stupiditas rispondendo in modo diverso alla medesima domanda.

Si può dire forse che la stupidità è inversamente proporzionale alla verità. Ecco, la stupidità, se non è carenza strutturale di intelletto, allora è sinonimo di menzogna, di imbroglio, di falsità.

E infine, giova considerare come l’uomo, quando è in compagnia, in branco, allo stadio, in corteo, tende ad aumentare geometricamente la propria stupiditas naturalis. Che una quidditas, come direbbe san Tommaso d’Aquino, ma anche una haecceitas, come invece preferirebbe dire il beato Giovanni Duns Scoto.

Amen.

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