A corredo e documentazione scientifica del precedente post sullo stesso tema (o quasi), ho la grazia da parte dell’autrice, professoressa Anna Colaiacovo, carissima collega di Phronesis e valorosa docente di filosofia, di pubblicare questo saggio.

Nel mito, Narciso è un giovane bellissimo, che suscita passione negli altri, ma non è in grado di ricambiarli in alcun modo. Innamorato della propria immagine, muore perché non può congiungersi con essa.

Narciso deriva dal termine greco Nàrke, può essere tradotto con torpore (pensate a narcotico): Narciso è totalmente narcotizzato dalla propria immagine.   Il termine allude al sonno, ma anche alla morte (il narciso era un fiore molto utilizzato nei riti funebri).

Innamorata di Narciso è la ninfa Eco che, punita da Era perché con le sue chiacchiere la distraeva dai tradimenti del marito, poteva ripetere soltanto le ultime parole pronunciate dall’altro. Eco si consuma d’amore per Narciso al punto che   di lei rimane solo… l’eco. Eco e Narciso si corrispondono: totalmente chiuso agli altri, Narciso ama la propria immagine riflessa nell’acqua. Non può farlo se non immergendosi in essa, e quindi morendo.  Completamente assorbita dall’altro, Eco non è più nessuno. 

I Greci proibivano all’uomo l’uso dello specchio, le donne ne avevano l’uso esclusivo. Perché?  Lo specchio rischiava di bloccare gli uomini in se stessi, mentre sappiamo bene che  nella Grecia antica spettava agli uomini occuparsi della sfera politico-sociale, aprirsi agli altri , mentre alle donne invece era riservata la casa e, in particolare, il gineceo. Le donne potevano uscire solo in particolari occasioni, durante le cerimonie religiose. Le donne avevano necessità dello specchio per prepararsi allo sguardo maschile, dovevano guardarsi prima di essere oggetto dello sguardo dell’uomo. La donna esiste come riflesso dell’altro ed Eco la rappresenta.

Narciso muore giovane. Alla sua nascita il vate Tiresia aveva previsto per lui una lunga vita, a una condizione però: Se non conoscerà se stesso. Il Conosci te stesso, quasi un paradigma della grecità, viene rovesciato. É paradossale che Narciso muoia per conoscersi, ma il punto è: per conoscere che cosa? Il riflesso di sé, l’essere nulla.

Lacan: Lo stadio dello specchio

Nel processo di costruzione dell’identità, lo stadio dello specchio (studiato da Lacan) è un passaggio fondamentale. L’essere umano, quando nasce, non è dotato, come gli animali, di istinti che  garantiscono l’adattamento al mondo esterno. La relazione con il mondo, tra l’ organismo e l’ambiente, è mediata dall’immaginario. Il bambino, tra i sei e i diciotto mesi,  di fronte a uno specchio, all’inizio cerca  di afferrare l’immagine che gli appare, come se si trattasse di un oggetto reale. Poi si rende conto che è un’immagine. Infine che è la sua immagine, diversa dalla madre che è con lui.  In una fase in cui  non ha ancora la padronanza del proprio corpo e si vive come frammentato, il piccolo acquista una prima consapevolezza di sè come un tutto unitario (la propria immagine unificata) attraverso lo sguardo dell’altro, perché è questo sguardo che conferma che è lui.

Ed ecco  allora  la pietra angolare dell’identità: Ho bisogno dell’altro per diventare me stesso. Ed è un processo cognitivo e affettivo insieme.

Ma chi sono io? Per dire IO abbiamo bisogno di raddoppiare noi stessi, abbiamo bisogno di un soggetto e di un oggetto: “Laddove mi vedo, non ci sono, dove ci sono, non mi vedo”. (Lacan)

Da un lato c’è un corpo-pulsionale, la grande ragione  del corpo (Nietzsche), dall’altro l’io immagine.

Ognuno di noi deve confrontarsi con questo doppio e con un’immagine di sè che è intima e nello stesso tempo estranea.

L’illusione narcisistica consiste nel tentativo (disperato) di far coincidere noi stessi con la nostra  immagine e nel non riconoscere all’altro da noi una realtà autonoma. Nel mito, infatti, Narciso, del tutto insensibile all’amore di Eco, muore perché sprofonda nell’acqua cercando di congiungersi  con la propria immagine.

Nel processo di costruzione dell’identità, la fase narcisistica è fondamentale, ma va superata attraverso lo sviluppo della capacità di entrare in relazione con l’altro. Occorre riconoscere che l’altro ha una vita separata dalla nostra, che non è semplicemente un oggetto preda del nostro narcisismo e non è neppure qualcuno in cui ci annulliamo completamente come avviene in un  film geniale come Zelig (1983) di W. Allen.

Una rappresentazione letteraria di Narciso

Il mito ci indica una strada che viene percorsa nella letteratura da altre figure che incarnano il narcisismo. Prima fra tutte: Don Giovanni (o Casanova). Sono  figure che attraggono molto, come accade spesso con i narcisi.

Chi è Don Giovanni?

Don Giovanni è invece fondamentalmente un seduttore. Il suo amore non è psichico ma sensuale, e l’amore sensuale secondo il suo concetto non è fedele, ma assolutamente privo di fede, non ama una ma tutte, vale a dire seduce tutte. Esso infatti è soltanto nel momento, ma il momento è concettualmente pensato come la somma dei momenti, e così abbiamo il seduttore”.[1]

Secondo Søren Kierkegaard, Don Giovanni è un esteta. L’etimologia della parola rinvia al termine greco “aistesis” che significa sensazione. L’esteta è colui che vive nell’immediatezza del desiderio,  Non sceglie mai, perché la scelta è quell’atto che porta al superamento dello stadio estetico e genera l’individualità e la personalità morale.

 Don Giovanni, nelle sue numerose varianti letterarie, conquista tante donne. Pensiamo alla lista che il servo Leporello esibisce nella famosa “aria del catalogo”, nel primo atto dell’opera di Mozart, su libretto di Da Ponte. É il desiderio ad avere un effetto seducente sulle donne anche se, poi, Don Giovanni utilizza la finzione e usa l’inganno per far sì che la realtà si pieghi ai suoi voleri. In realtà Don Giovanni, che è un camaleonte e diventa i personaggi che recita, coltiva l’illusione dell’onnipotenza e non conosce limiti; non può abbandonarsi al sentimento perché rischia di perdersi.

Narciso non consegna la propria immagine al confronto con l’altro. Caravaggio lo rappresenta mentre contempla la propria immagine nell’acqua, ed è un’immagine immersa nel buio; Don Giovanni non svela la propria identità: Donna folle! Indarno gridi: chi son io tu non saprai!, canta all’inizio del dramma giocoso di Mozart. Rivelarsi, infatti, andare autenticamente verso l’altro espone alla rottura del guscio narcisistico. E che cosa si nasconde dietro quel guscio? Il volto nascosto di narciso è, secondo Julia Kristeva[2], la depressione.

Chiariamo meglio questo punto. Nel momento in cui ognuno di noi si lascia andare all’amore si trova in una condizione di estrema vulnerabilità: ci si scopre indifesi, in balia dell’altro, esposti al rischio di fallimento e di sofferenza. Mantenerci aperti alle esperienze emotive, abbandonarsi alla fluidità del sentimento significa abbandonare tutte le corazze difensive e esporsi alla possibilità del tradimento e al dolore a esso connesso.

I narcisisti non sono disposti a correre questo rischio. Perché?

A un livello superficiale il narcisista si presenta come una persona dominante, sicura di sé, di successo.  In realtà è fondamentalmente un insicuro che non è in grado di affrontare la paura di doversi riconoscere e accettare come una persona inadeguata e vulnerabile e che, proprio per difendersi da questi sentimenti per lui inaccettabili, esprime una continua esaltazione di sé.

Attualità

La modernità liquida

Riprendiamo il discorso su Narciso volgendolo verso l’attualità. Possiamo dire che il tempo in cui viviamo educa al narcisismo, che è uno dei maggiori problemi dell’epoca contemporanea. Vediamo perché. L’età moderna inizia con il tramonto dell’ordine medievale, il rifiuto di ogni autorità trascendente e l’esaltazione dell’individualità. Individualità che significa libertà e responsabilità. Pensiamo a Cartesio, il padre della filosofia moderna. Parte dal dubbio, un dubbio che diventa radicale per arrivare poi alla prima certezza: cogito, ergo sum. La ragione si autolegittima, non ho bisogno di nessuno, neppure di Dio per affermarlo. L’io diventa consapevole della propria esistenza e della potenza della propria volontà. Siamo di fronte a un Io prometeico, con una profonda stima di sé, che in vari modi caratterizzerà i tempi moderni, in particolar modo l’illuminismo e lo sviluppo dell’economia politica. Prometeo come simbolo dell’orgoglio umano che con lo sviluppo della scienza e della tecnica infrange i limiti della natura per produrre progresso e ricchezza. 

La prima fase della modernità, quella solida, era fondata su istituzioni durevoli e stabili, su un controllo razionale dello spazio e del territorio, sulla negoziazione dei diritti. Dal punto di vista dell’individuo, era basata sulla fiducia: nelle proprie capacità (posso imparare a fare qualcosa), negli altri (ciò che ho appreso mi viene riconosciuto) e nelle istituzioni, nella loro stabilità (garantiranno che ciò che ho costruito nella mia vita varrà anche domani). Il pilastro di questo modello (secondo Bauman, endemicamente esposto al rischio di totalitarismo) era la razionalità, ovvero la fiducia nella capacità umana di conoscere e controllare, attraverso la scienza e la tecnica, il corso degli eventi e di indirizzarlo verso il progresso (considerato l’unico motore della storia).

L’esistenza di uno spazio pubblico, il luogo deputato alla discussione politica, testimoniava la presenza di una società civile in cui i cittadini potevano far sentire la propria voce e partecipare così allo sviluppo collettivo.

La società della modernità liquida, la nostra, è caratterizzata, invece, da una erosione della politica a scapito dell’economia: da leggi di mercato spietate e da istituzioni che non sono in grado di regolarne gli effetti (il mercato non persegue alcuna certezza, anzi prospera sull’incertezza). Oggi dominano la precarietà e la sfiducia (tutti lo sappiamo, basta guardarsi intorno) che Bauman ben rappresenta attraverso una metafora: “L’insicurezza odierna assomiglia alla sensazione che potrebbero provare i passeggeri di un aereo nello scoprire che la cabina di pilotaggio è vuota”.[3]

La sfiducia nella politica e nella possibilità di cambiare il mondo (poiché sappiamo che il vero potere, nell’età della globalizzazione, è extraterritoriale e fluttuante), ci porta ad affrontare i problemi individualmente e a ricercare la nostra autenticità in un altrove che può essere il cibo, lo shopping, il ballo…

Il consumatore ha preso il posto del cittadino e gli spazi pubblici sono diventati i luoghi in cui scegliamo che cosa acquistare o quelli in cui ci divertiamo.

La cultura del narcisismo

In questa situazione quali spazi di autonomia può avere l’individuo? E quali relazioni può stabilire con i suoi simili?

Se la precarietà è dappertutto e rende incerto il futuro, il problema non è più quello di avere forze sufficienti per raggiungere un obiettivo domani, ma nell’essere continuamente vigili sulle strade percorribili (opportunità?), oggi. Privo di riferimenti certi, l’individuo deve agire in tempi rapidi, sempre pronto al cambiamento, in un continuo calcolo di costi e benefici. Ed ecco allora che l’identità personale prende la forma di una continua sperimentazione.  Secondo Christopher Lasch “le identità di cui si va alla ricerca ai nostri giorni sono quelle che possono essere indossate e poi scartate come un abito”.[4]  Da un lato, rispetto al passato, abbiamo certamente margini di libertà e flessibilità più ampi, ma, dall’altro, siamo esposti al rischio continuo di cadere nell’ansia da prestazione, perché, sul piano concreto, le libertà sono limitate e il singolo viene lasciato completamente solo, a tal punto  che tende a percepire gli altri come ostacoli per la sua affermazione. Se l’autoaffermazione, però, non si realizza, l’individuo tende a colpevolizzarsi: non sono stato capace. Da qui il rischio della depressione.

In un mondo di esperienze frammentate, gli individui hanno in comune la tendenza ai rapporti discontinui, ai legami deboli, facilmente gestibili e di breve durata, ma l’unico gestore dei legami – immaginate la rete di internet con i relativi nodi – rimane il creatore stesso che ne ha il controllo e che può cancellare l’altro in un istante. Naturalmente, però, tutti gli individui hanno le stesse possibilità e da qui nasce una grande insicurezza.

Le relazioni, quando si creano, devono potersi sciogliere facilmente perché sono viste come un impedimento verso altre opportunità, una limitazione delle libertà.

Nella modernità liquida il soggetto, estraneo alla vita pubblica, incapace di relazioni durevoli e di reale confronto con l’altro, tende a investire le proprie energie emotive nel culto di sé, del proprio corpo e della propria immagine. La libido è tutta concentrata su di sé e sottratta all’altro da sé.

Il selfie: narcisismo o bisogno di relazione?

Forse Steve Jobs non pensava, inserendo  sui suoi smartphone la fotocamera frontale, di dare avvio a comportamenti così compulsivi e diffusi come quelli che vediamo quotidianamente. Fotografarsi e condividere le foto sui social network è diventata, oggi,  una vera e propria mania.

Che cosa spinge persone di tutte le età a farsi un selfie  nelle condizioni e nei luoghi più impensati? Che senso ha  fotografarsi   durante un funerale (è accaduto anche questo!) o in una situazione talmente precaria da mettere a rischio la propria vita?  Certo, in questi comportamenti la componente narcisistica è molto forte, ma, accanto al bisogno di   rappresentazione di sé, c’è un’esigenza altrettanto forte di condivisione sociale. Convivono il  bisogno di specchiarsi e di testimoniare la propria presenza agli altri.

C’è, in definitiva, un problema di identità.

Nel tempo del  capitalismo avanzato, il potere, come ci ha insegnato Foucault,  non si presenta più in forma dispotica, ma entra nella vita e si insinua nei meccanismi e nei procedimenti emotivi quotidiani. Si sviluppa  all’interno di un fitto reticolo mobile e concreto di rapporti, si  trasforma in un potere seduttivo apparentemente innocuo rispetto al passato e  prende la forma di regole comportamentali interiorizzate dai singoli. Il potere agisce sugli individui attraverso le “pratiche”, perché ognuno di noi diventa quello che è attraverso  quello che fa ogni giorno, attraverso i luoghi che abita, i  gesti che compie, le relazioni che intreccia, i dispositivi che utilizza.

I dispositivi (cioè qualsiasi cosa abbia la capacità di determinare e orientare pensieri, gesti, comportamenti) con cui abbiamo a che fare quotidianamente ci inducono ad agire in un determinato modo, influiscono sul funzionamento del nostro cervello e ci trasformano. I dispositivi informatici, ad esempio, stanno cambiando radicalmente  il nostro modo di vivere e il nostro modo di vivere il tempo, dal momento che non esiste   più  una netta  distinzione tra tempo del lavoro e tempo libero. Il mercato ci richiede di essere sempre connessi e visibili ed è una richiesta che è ormai diventata una nostra esigenza.

Siamo soggettività che si pensano libere e che  in realtà rispondono “liberamente” all’applicazione dei poteri.

La pratica del selfie, in particolare, rivela molto del nostro tempo, di una fase storica in cui l’accessibilità e la condivisione sembrano diventate un “obbligo” e  il confine tra pubblico e privato sfuma sempre più. 

Ma rivela soprattutto molto di noi, del nostro  bisogno ossessivo di esserci – IO CI SONO! GUARDAMI- che alimenta il dubbio di non esserci, nell’attesa spasmodica di un like.

Prof.ssa Anna Colaiacovo


[1] S. Kierkegaard, Enten-Eller, a c. di A. Cortese, vol. I, Adelphi, Milano 1981, p.163

[2] J. Kristeva, Sole nero, Feltrinelli, Milano, 1988

[3] Z. Bauman, la solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano 2000, pag. 28

[4] C. Lasch, L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti, Milano, Feltrinelli, 1985, pag.24