Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

Si può dire che l’etica è una scienza?

aristoteleCaro lettor del sabato,

spesso ci si domanda se sia plausibile una “Scienza morale”o un’Etica a basi scientifiche. E’ un quesito classico: per i pensatori antichi senz’altro lo era, poiché la scienza era intesa come epistéme, una forma di conoscenza strutturata secondo la logica e dunque la possibilità di argomentazione. Da ciò si evinceva una certa possibile “oggettività” del giudizio etico.[1]

Il pensiero moderno e contemporaneo, invece, ha messo in questione la scientificità[2] del sapere etico, con qualche interessante “ripensamento” molto recente in senso “classico”, si può dire, come in Elizabeth Anscombe,3] filosofa moralista inglese. Più in generale, a partire dalla rivoluzione filosofica che convenzionalmente si “fa partire” dal cogito di Descartes, la centralità del soggetto pensante e agente assume sempre più importanza, come “luogo” dove avviene il processo della conoscenza e dell’autoconsapevolezza. Si assiste successivamente a una sorta di climax teoretico che ha un suo primo vertice nel criticismo kantiano, il quale ammette la possibilità conoscitiva dei fenomeni, ma indica nell’etica del dovere morale la linea guida capace di elevare l’uomo a soggetto eticamente fondato.

L’idealismo tedesco pone, a partire da Fichte il tema
dell’io “assoluto”. Le successive lezioni di Schopenhauer e Nietzsche accentuano le condizioni di possibilità cui l’uomo può accedere per affermarsi come soggetto, oltre tutte le limitazioni culturali e religiose precedenti. Solo nel Ventesimo secolo si torna a una sorta di rinnovellata attenzione per l’uomo come soggetto relazionale, specialmente in Martin Buber, Emmanuel Lévinas, Jean-Luc Nancy, Pierre Hadot, Emanuel Mounier, Gabriel Marcel, e anche in Heidegger, tra gli altri.

La cultura dominante, almeno in Occidente, comunque, oggi fa riferimento prevalente all’assolutezza del soggetto pensante, decidente, operante, e quindi alla sua indefettibile autodeterminazione. La progressiva laicizzazione/ secolarizzazione della cultura prevalente, ha condotto un qualche comune sentire alla concezione di un’impossibilità del giudizio morale, se non in contesto, se non determinato dalle circostanze, e soprattutto dal giudizio soggettivo.

Bene. Possiamo tranquillamente ammettere che possono darsi diverse “etiche”, a seconda della sensibilità, degli usi e costumi di un popolo o di un periodo storico: ma si tratta di capire se per “etico”[4] o “morale”[5] intendiamo solo e solamente il suo significato etimologico originario greco-latino, oppure se intendiamo qualcosa di diverso, di più densamente significativo, in ordine alla tutela dell’uomo e della natura. Secondo le varie etiche, si può essere utilitaristi, prescrittivisti, edonisti, emotivisti e così via, privilegiando un dato antropologico e socio-economico particolare a scapito di altri, oppure si può anche dire che ciò non basta, e che occorre una visione più comprensiva e inclusiva del bene-eticamente-fondato: il bene per l’uomo, l’eudaimonia, l’equilibrio, ciò che dà attenzione alla salvaguardia integrale dell’uomo e della natura stessa. Un’etica del fine dove il fine è chiaramente declinato: homo sive natura, direbbe Spinoza.

In questo senso, allora, non può bastare il soggettivismo assoluto oggi imperante, così come non va bene un eccesso di giuridismo o di invadenza del legislatore pubblico, nelle cose che riguardano soprattutto l’etica delle vita umana, che non può essere regolamentata con un eccesso cavilloso di norme troppo dettagliate. Quale può essere allora una strada capace di coniugare le esigenze di un’etica della responsabilità individuale con un’etica dei valori?

Sicuramente la strada del dialogo non ideologico, come quello che traspare quasi sempre dalle prese di posizione politiche, di cui ampia traccia si manifesta nei talk show e sulla grande stampa, le quali non riescono quasi mai a dar conto di una riflessione teorica, logicamente argomentata e ragionevole, che sia tale. Occorre fare la fatica della riflessione, non accontentandosi mai delle prese di posizione pre-concette, militanti (che spesso sono militonte) o a senso unico.

Il sapere etico deve poter contare su un’epistemologia solida e condivisa, almeno per quanto riguarda la sua collocazione nell’ambito dei saperi antropologici e filosofici.

Un altro aspetto che desidero qui chiarire è quello sul cosiddetto “relativismo” etico: per me ogni relativismo, se tale è, è innanzitutto cognitivo, prima ancora che etico. Mi spiego: ogni realtà è accessibile, comprensibile, in qualche caso in parte (ma solo in parte) spiegabile, mediante nessi e relazioni. Lo stesso schema epistemologico galileiano, cui tutti ci riferiamo, comprende la fase induttiva (dal particolare al generale), che è aiutata dalla visione e dall’intuizione, e la fase deduttiva (dal generale al particolare); vi sono dunque infiniti snodi che connettono e commessure che si creano nel processo conoscitivo e scientifico, e dunque la “relazione” è la dimensione fondamentale di ogni processo. Altro è invece il “relativismo”, se con questo termine si intende che non è mai possibile conoscere alcunché con sufficiente certezza veritativa, ovvero una sorta di verità-sulle-cose e su se stessi, che è sempre, in quanto umana, provvisoria, rivedibile, locale. Questa relatività (non relativismo), come sappiamo, è presente anche in fisica, e quindi è una dimensione generalissima, perché appartiene allo stesso modo d’essere della realtà effettuale del mondo in cui viviamo.

Se così è sotto il profilo cognitivo, altrettanto deve dirsi dal punto di vista etico. Un esempio: se voglio discutere dell’embrione umano e della legislazione italiana che lo riguarda, non posso basarmi solo su quello che sostengono, su fronti opposti, il “Comitato per la vita” di Carlo Casini e l’”Associazione Luca Coscioni” di area radicale. Devo invece interpellare tutto il plesso conoscitivo e scientifico che mi può dire correttamente di che cosa stiamo parlando. Se parliamo dell’embrione umano devo interpellare dunque la biologia innanzitutto, ma anche la scienza etica e il diritto, prima di passare alla politica nella sua declinazione militante, e infine legislativa e amministrativa.

Solo così funziona la ragionevolezza, il buon senso e il pensiero stesso di cui siamo dotati.



[1] ARISTOTELE, Etica Nicomachea, Feltrinelli, Milano 2012.

[2] Una delle ragioni di ciò è senz’altro il cambio di paradigma del concetto di “scientificità”, da Galileo in poi legato al processo induttivo-deduttivo delle scienze fisiche e naturali, quelle che W. Dilthey chiama Naturwissenschaften, per distinguerle dalle Geistwissenschaften, o Scienze dello Spirito, quelle umane.

[3] ANSCOMBE E.,  The Collected Philosophical Papers (3 voll., 1981): From Parmenides to Wittgenstein, ISBN 0-631-12922-7, Metaphysics and the Philosophy of Mind, ISBN 0-631-12932-4, Ethics, Religion and Politics, ISBN 0-631-12942-1.

 

[4] Dal greco ε̉̉θοϛ.

[5] Dal latino mos.

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