Non eravamo Socrate e Alcibiade, né Aristotele nel Peripato o Epicuro nel suo Giardino, questo pomeriggio in due a camminare tra le acquae di risorgiva. Gustav è nome tedesco, forse goto o longobardo. Dopo il piovasco, abbiamo visto che sarebbe stato meglio ragionare camminando, e non sedersi attorno a un tavolino in un caffè. Vecchio amico incontrato nella grande azienda, ora le strade si incrociano e la ragione ragionante ci accomuna.

Parlare del senso, come criterio della morale, e delle virtù come esercizio alla ricerca del senso dei nostri atti umani liberi… questo l’oggetto della passeggiata filosofica. E, camminando camminando abbiamo visto le olle dove l’acqua meteorica delle pianure settentrionali e fors’anche acque del grande fiume riemergono dopo essersi inabissate nella media pianura, sentito il loro scorrere tra i sassi e tra i pali dei ponticelli di legno che si addentrano nella boscaglia fitta.

Non era ancora il tempo per i daini di venire a dissetarsi, il gran silenzio del meriggio estivo con la pioggia, in attesa della notte, quando riprendono a brulicare gli animali del bosco e l’usignolo inizia il suo canto.

L’altro tema, quello dell’irriducibile differenza di ciascuno di noi da ciascun altro, la nostra struttura individuale di personalità unica, e a volte incomprensibile e incomunicabile, se non in parte, e mediante lo sforzo inaudito del dialogo ragionante e ascoltante/oboedietialis, nel quale la fatica del passaggio logico si accompagna alla scoperta di qualche verità locale, che è in divenire, per sua natura.

La fatica della verità si accanisce dentro le nostre anime in ricerca, inesauste forme di pensiero e di respiro interiore.

Il tempo immoto scorre  nei visceri e nelle sinapsi che incessantemente operano, nell’implicito che si costruisce nella mente. E nel dolore necessario del vivere.

Un tocai e una birra all’Osteria che confina con i boschi.