Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

Vita semper vincit

tardo agosto 2014 001Massimo: 1956-1983; Adelchi: 1952-1978; Eleonora: 1960-1980; Giacomo: 1971-1995, e potrei continuare. Nomi, date, volti giovani che sorridono oppure seriamente sembrano fissarmi, mentre mi soffermo per qualche istante.

Visito spesso, viaggiando in bici, quei luoghi silenziosi che chiamiamo cimiteri, in greco “luogo del riposo”, e lì riposa anche la mia anima, vivente nel mio corpo. Di solito tutt’intorno solo fruscii, un vento leggero che muove le fronde dei cipressi o dei pioppi vicini. Qualche raro visitatore, spesso anziano o vecchio, che viene a dialogare con chi lo ha preceduto, nel transitus. Come me.

I cimiteri sono in campagna nei nostri paesini, o posti su un rilievo nelle zone di montagna. Hanno un cancelletto sempre aperto, che accoglie chi desidera colloquiare brevemente in silenzio, solo col pensiero.

Mi colpisce sempre la morte in gioventù: “Muor giovane colui ch’al cielo è caro“, chiosava l’antico detto di Menandro citato come motto in Amore e morte da Leopardi. Non so se siano stati cari al cielo Massimo, Adelchi, Eleonora e Giacomo… e anche Antonio, il mio fratellino che non ho fatto tempo a vedere, andato via a due mesi, lasciando spazio a me nel mondo, piccolo fuscello fragile, ma ci sarebbe stato anche lui.

Mi sarebbe piaciuto conoscerlo.

Quei ragazzi son morti giovani, non è scritto come, incidenti stradali, forse altro. A volte capita che un giovane se ne va chiudendo il suo cuore. Gli sguardi delle foto dicono di sogni e di tristezza, dicono l’inesprimibile senso che si cerca da giovani, e a volte non si trova.

E così ragiono, tra me e me, dialogando in silenzio, auscultando il ritmo del mio motore vivente, mentre pedalo e raggiungo altri villaggi senza rumore facendo, solo il fruscio meccanico della catena sul cerchio grande: 48*24, mi pare, quasi sette metri per pedalata. Buono, come da passista valente. Chissà se avessi imitato il nostro grande Bottecchia, in gioventù, non ho la controprova.

E così mi riposo, con un po’ di fatica controllata, sapendo di poter arrivare fino in fondo, dopo settanta chilometri ben spesi nel ritmo distribuito della forza, evitando l’accumulo di acido lattico. Dissetandomi alle fontane che ogni piazzetta di paese ancora conserva per il viandante che passa.

E così assaporo questo primo autunno, già presente nei colori possenti che la luce illumina e trasporta al nervo ottico, sempre meravigliandomi della bellezza indicibile.

 

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