contrastiDal mio esimio e chiarissimo corrispondente presso l’Università di Rosamala, l’esimio don Paolo Cacitti, ricevo:

“Una volta due amici, di professione economisti, regalarono un cucciolo di cane ai loro figli. Entrambi notarono che i cuccioli crescevano notevolmente di settimana in settimana sia in peso che lunghezza ed altezza. Entrambi si dilettarono a misurare il trend di crescita con complicate formule matematiche. Entrambi si sbilanciarono formulando dei forecast prevedendo che i cuccioli sarebbero arrivati a dimensioni enormi nel giro di un paio d’anni.

As usual, pur avendo frequentato gli stessi studi, arrivarono a conclusioni completamente differenti:

–          il primo uccise immediatamente il cucciolo,

–          il secondo, viceversa, chiese un mutuo in banca, e costruì una cuccia grande come il Duomo di Milano.

Dopo qualche anno si ritrovarono ridotti come barboni. Il primo si era rovinato spendendo tutti i suoi risparmi per disintossicare
il figlio che, per la morte del cucciolo, prese a drogarsi mentre il secondo era finito in galera e cacciato dall’ordine perché aveva aggredito con un martello il direttore della banca urlando: “Maledette banche mi avete rovinato”.

Che morale trarre dal raccontino? Mi sembra si possa dire che non esiste scienza perfetta e inoppugnabile, ad eccezione della matematica, scienza totalmente sui generis, perché denotata dalla convenzione numerica. Come l’economia, tutte le scienze umane sono approssimative e perlopiù (ut in pluribus dicevano gli “scolastici” medievali), senza la pretesa di offrire soluzioni definitive, mai. Dalla biologia alla fisica, dalla sociologia alle psicologie, ogni statuto epistemologico si fonda su principi propri e sull’empiria, sull’esperienza che si dà nel tempo e corregge “per prove ed errori” i convincimenti precedenti. Solo la matematica classica è totalmente oggettiva, ché anche quella contemporanea comprende ipotesi diversificate sugli stessi oggetti, e quindi si sta allineando all’incertezza delle altre scienze. D’altra parte se scienza è un “sapere certo ed evidente di un enunciato in forza del suo perché prossimo, adeguato e proprio“, questa certezza risiede nella credibilità dell’assertore, e quindi è imperfetta come ogni umano, e l’evidenza si dà nella sensibilità sensoriale ed intellettuale del percettore, cioè di ciascuno di noi osservante se stesso, la natura e i fenomeni.

Abbiamo fiducia, dunque, nell’infinita (in quanto indefinita) capacità umana di meravigliarsi ogni qualvolta impara qualcosa e una piccola luce si accende sulla sua infinita ignoranza.