Essere, Emergenze, Apparenze
Si dice “emergenza” quando si è in affanno, quando un incidente impone di chiamare il 118, in presenza di una catastrofe, un uragano, un terremoto, uno tsunami. Emergenza è l’insolito, il limite, la paura, ma non solo.
Si dice emergenza per “urgenza”, come se cambiasse il mondo a non fare quella determinata cosa. Il nostro mondo, il proprio mondo. Tutti abbiamo “urgenze” nostre, che non lo sono affatto per gli altri, e talvolta sono tutt’altro.
Ma “emergenza” significa anche ciò che è prodotto dalla complessità dei sistemi, secondo un processo che tende all’equilibrio sfiorando continuamente l’orlo dell’abisso. L’orlo dell’abisso, un limite che si può solo immaginare come l’”orizzonte degli eventi” o la “linea di Schwarzhild”, nell’ambito di un “buco nero” cosmico.
Emergenza è ciò che è e che appare all’essere quando il soggetto compie l’atto del conoscere, ma ha anche una vita sua propria, la quale, se non conosciuta dal soggetto, rimane nell’oblio di un essere inconsapevole e muto. Vi è anche un’emergenza dell’”essere”, inteso come elemento formale unificante di tutto-ciò-che-è. La grande scoperta di San Tommaso d’Aquino, come ha ben commentato il padre Cornelio Fabro, è stata quella di concepire l’”essere” come un qualcosa che, pure se oggetto di astrazione assoluta, re-sta ciò che costituisce il sostrato, il suppositum (l’ủpokeiʹmenon) di qualsiasi “natura”, come “(…) unamquamque rem informans specifica differentia” (Severino Boezio, VI sec.). L’”essere”, dunque, è inconsapevole e muto, ma solo fino a quando, o Dio stesso o un soggetto umano, quest’ultimo con i suoi limiti, lo conosce nel suo proprio esistere. Io non sono mai stato in Australia, ma credo che esista, mi fido di chi l’ha vista e degli atlanti. Però, solamente quando l’avrò vista, potrò dire che il suo esistere mi è noto come un esserci, altrimenti resta solo un oggetto-che-è, ma non-è-per-me.
“Apparenza” è l’apparire, sia inteso come un qualcosa che, pur possedendo un’essenza e una consistenza ontologica che gli dà esistenza, non sempre è evidente al percettore, poiché può manifestarsi o meno come una mano che viene nascosta sotto il tavolo, e che manca apparentemente come se il possessore della mano ne fosse realmente privo, sia un qualcosa che nasconde la vera essenza dietro un velo di simulazione (cfr. il verbo latino vidèri, sembrare). L’apparenza non è dunque, di per sé, un concetto che contrasta e collide con l’essenza, ma lo stesso apparire dell’essere all’evidenza del soggetto conoscente, così come lo scomparire è un venire meno dell’evidenza di un ente allo stesso soggetto conoscente. Realtà è dunque anche ciò che appare e scompare, e che, pur non essendo sempre presente alla percezione, conserva comunque una sua verità entitativa e certezza ontica e ontologica. Così come è realtà, cioè appartenente alla res ogni oggetto che sia, anche se pur solo a livello intenzionale od onirico. Nessuno può disconoscere la realtà e la consistenza dei sogni. Se i sogni venissero meno nell’ambito del ciclo circadiano (sonno R.E.M.) il nostro organismo soffrirebbe conseguenze gravi, specie per quanto riguarda il sistema immunitario, e successivamente irrimediabili, fino alla morte.
Si dà quindi un’emergenza dell’apparenza e una non emergenza dell’apparenza stessa, ma che non sconfessa l’essenza dell’ente che non emerge apparendo.
L’ente che non emerge apparendo, ma resta nella non conoscibilità del soggetto, mantiene comunque una possibilità dell’esser-ci, come uno zigote lasciato al suo naturale sviluppo.
La differenza tra uno zigote e un pezzo di marmo da scultura, appunto, è che il primo ha la possibilità di esserci, trasformandosi a mano a mano in un embrione, in un feto e poi in un neonato, ma solo e solamente in nove mesi, che sono dati dalla natura all’atto del concepimento, o fusione dei nuclei dei gameti aploidi (cioè semplici), mentre il secondo (come pura potenza di essere) potrebbe rimanere inutilizzato until the end of the world. Ma potrebbe in qualsiasi momento essere utilizzato, anche fra un miliardo di anni (a differenza dello zigote, che ha una finestra di tempo limitata).
Ma tutti gli enti sono, in qualche modo, magari affidati all’incessante apparire e scomparire dell’essere, che è sempre, incessantemente necessitato, che non-cessa.
E questo essere che cos’è?
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