Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La linea d’ombra

Echeggiando un poco Joseph Conrad, e anche Goffredo Fofi, considero la linea dell’ombra, proprio dove finisce e dove inizia, ma anche dove finisce e dove inizia la luce. Ancora una volta è il contrasto a “mettere in luce” tutto.

Senza l’ombra non avrebbe senso la luce, ché è in-dicata dall’ombra, come dal suo vero-essere.

L’ombra non rappresenta l’oscurità, e tantomeno il male, bensì l’elemento di cesura tra la manifestazione epifanica, epistemica delle cose che appaiono e il loro nascondimento, come insegna Heidegger. Per l’uomo di Messkirch la verità è non-nascondimento, ri-velazione, apo-calisse. Essa è sempre dramma, anche quando è elegia della natura o d’amore. E dunque bisogna avere cura della verità (gr. a-lètheia), più ancora che del bene inteso come giusto dal senso comune.

La linea d’ombra può essere alle nostre spalle all’alba e davanti a noi al tramonto, dipende dalla direzione nella quale camminiamo. La direzione è il senso, cioè molto più della ragione delle cose, molto più del loro sentimento: il senso è l’itinerario della verità, ma non di una verità predeterminata, rigidamente data, ma in itinere, locale, costruenda…

Abbiamo bisogno della linea d’ombra per distinguere, per discernere, per scegliere, e infine, quasi inter-cedendo tra luce e ombra, trovare il conforto del giusto cammino. Per strada incontriamo viandanti in un senso e nell’altro, scambiamo un saluto, in montagna e in bici sempre, per strada in città quasi mai, chissà perché. Forse perché in bici e in montagna la linea d’ombra è costituita dal limite condiviso della fatica, dell’arduo incedere o procedere o, appunto, intercedere, quasi pregando la forza e la Luce inaccessibile di assisterci.

La linea d’ombra è con noi sempre, e ci capita di dire che le cose non vanno, di elencarle addirittura, se siamo stanchi o di cattivo umore, anche se la vita è bellissima, se il mondo è meraviglioso, con i suoi colori, il cambiare delle stagioni, la luce del sole, i silenzii, il vento, lo zittirsi della notte e il nuovo giorno.

Abbiamo la tendenza a dare per scontata la bellezza, la salute, la “fortuna”, il benessere e anche il bellessere, mentre ogni giorno è un miracolo, nel senso che è una meraviglia, una sorpresa, un evento. Ogni giorno si costruisce la vita con le proprie decisioni e l’intreccio della vita con le altre vite e le circostanze, i vettori causali che a volte chiamiamo -impropriamente- “caso”. In ogni momento, in ogni ora, giorno, mese, anno si dà impulso all’esistenza, crescendo o meno, nel passare del nostro tempo, adattando le forze e l’uso sempre più sapiente delle energie a noi disponibili come umani.

La linea d’ombra ci accompagna nei giorni e nelle opere, indicandoci il confine delle nostre azioni e dei nostri pensieri.

Comunque andando

Se la meta è il viaggio, l’itineranza, la meta del viaggio è solo un luogo da cui ripartire per dove, per ogni dove, come questa mattina, estiva dal denso clima, con pensieri diversi e distinti. Pensieri del mare e di terra, pensieri di lontananza e presenza, com-presenti nella mente e nel cuore. Necessità delle vite che permangono, così come le ore e i giorni che transitano attraverso me e attraverso ognuno che vive. Spinoza comprende la necessità delle cose, volendo mostrare che le scelte son quasi geometriche (Ethica more geometrico demonstrata), ma non son tanto convinto, perché resta spazio per l’arbitrio liberante di ognuno. Non insisterò mai abbastanza sul rispetto del libero arbitrio di ogni persona, che porta conseguenze necessarie, pur agendo nella contingenza. E’ solo dal-punto-di-vista-di-Dio, sub specie aeternitatis, che tutto-è-necessario, non dal nostro.

Tra poco la birota rossa mi porterà relativamente lontano nella mattina ancora non torrida di questa estate strana, e sarò di nuovo, trovatore inesistente nell’itineranza, nella perduranza, nella tardanza di eventi futuri. Oddio. La forza non manca né la volontà di procedere, di provvedere, di attendere, di essere presenti alle cose che accadono di per sé e per me, nel dipanarsi delle mattine e dei giorni. Ce l’ho solo, un poco, con chi non comprende la complessità, tutto semplificando in un abc di azioni e reazioni superficiali e a volte insensate, pensieri e atti presenti in ogni ambiente e circostanza. Ma oltre c’è il tempo della verità, che non può non vincere, così come vince la vita, sempre, dalle spore ai batteri alla balenottera azzurra, alla grande sequoia, all’uomo.

La strada assolata mi ha stremato, la salita della collina un limite odierno delle mie forze. Un’anima pura nel corpo stanchissimo. Ascolto la musica, parole di Giovanni della Croce, mezzosoprano Giuni Russo, che non c’è più. Il Carmelo di Echt, la storia di Edith Stein, Teresa Benedetta della Croce, dove sarà ora? Bea è con me, qui. Pace e silenzio e solitudine e le cose del mondo. Insondabili pensieri.

Una giornata calda, vera e dura, con pezzi di lavoro e pezzi di vita pieni di sudore e lacrime, ma è così che vanno le cose al mondo, quando il dialogo non vince, quando i media prevalgono sull’incontro, quando il fraintendimento è quasi regola, quando la pietas latita e l’apertura della mente non c’è, quando il vento è fermo e solo qualche timida brezza si insinua nella sera.

Resta la virtù di speranza, alla fine, dopo che la conoscenza e l’etica si sono stancate di operare, oramai, anche loro stremate. La speranza, come scriveva il grande solitario di Koenigsberg “che cosa posso sperare?”

E io spero molto, anche perché l’amico Claudio, un medico, tornando da un viaggio condiviso nella Mitteleuropa, sorridendo diceva, rivolgendosi a me “Ma tu che non finisci di sorprenderci sulle innumerevoli cose che sai, hai fatto un patto col diavolo, o sei tu stesso il diavolo?”, suscitando il sorriso degli astanti in viaggio, e io: “No, io sono solo il figlio maggiore, quello rimasto vivo, di Pietro, e non è poco“.

Libera nos a malo, Domine Jesu Christe. Libera, libera, libera tutti…

Cieli slovacchi

Si va dopo un anno e mezzo, forse un po’ di più, di nuovo in Slovacchia, verso l’azienda di Galanta, a nord-est di Bratislava, quasi al confine ungherese di Ezstergom, sul Danubio, dove sta la gran cattedrale cattolica magiara. Cieli alti e mulini a vento elettrici oltre Vienna. Il viaggio è concorde, come un canto, il mio canto concorde, viaggio e meta. Non parliamo di lavoro, né della quasi grande azienda furlana che colà produce pezzi pregiati per la grande industria europea e americana dell’automobile. La fabbrica ha quattrocento dipendenti,  e vive dove Kodaly scriveva le sue danze slave. Il vento pannonico talora la raggiunge, traversando i boschi di querce sulle lunghe colline, talaltra il caldo dell’estate.

Viaggio finalmente calmo, senza guidare io, affidato ad altri. Siamo amici più che colleghi. I Piccoli Tatra si annunziano oltre il Danubio e le fabbriche dell’Europa, Samsung e Peugeot, la centrale nucleare dell’Enel verso Trnava e Nitra. Da venerdì a domenica. La pianura, vagamente ondulata, arriva fino agli Urali, solcata dai grandi fiumi. Ricordo il Dniepr immenso nel viaggio di anni fa, e pare ci tornerò, nell’acciaieria evoluta di Dnieprpetrovsk.

La Slovacchia è al centro della vecchia Europa, e a volte mi chiedo se il disfacimento degli imperi con la nascita delle nazioni sia stata una buona o una pessima cosa. Qui c’era l’Impero Austro-Ungarico fino al 1918, la dinastia degli Asburgo. Se mi si chiedesse chi avrei scelto tra la casata germanica e i Savoia, non avrei avuto dubbi a sfavore di questi ultimi. Eppure si son fatte guerre sanguinose, milioni di morti per dividere per nazioni, e poi più recentemente ancora di più, la Slovacchia si è staccata dalla Boemia/ Moravia (Repubblica Ceca), per poi rifluire faticosamente nell’Unione Europea.

Storie, culture, lingue, tradizioni ricchissime, diverse, straordinarie oggi sono rimescolate nel web e nella globalizzazione, e forse è un bene, piuttosto che mai sopiti nazionalismi, ma restano dubbi su come lo si stia facendo. Il viaggio concilia pensieri diversi, mentre paesaggi si susseguono, villaggi e cittadine, case avite di contadini in mezzo alla grande campagna.

Il viaggio dure sette ore, son quasi settecento chilometri, si faranno diverse cose, cercando ragioni a ciò che si fa di noi a questo mondo. Il silenzio si fa filosofia, contemplazione, e solo a tratti par di riuscire a contemplare la vita, che va contemplata, vivendo, non solo vissuta dell’operare obbligato del giorno. Sono e resto un viandante, mai stato turista o forse solo in qualche gesto nella vita precedente. Ora sono viator, homo viator, spesso solitario e a volte immalinconito, in cerca di silenzi, sempre, come con la bicicletta, che mi aspetta a casa per nuovi tragitti. Ma la malinconia non è tristezza, non è accidia, è un modo di vedere il mondo da pellegrino, consapevole dell’impermanenza e del destino.

Prima di partire Haendel con il suo Zadok the priest, nella sera che viene, e poi in auto commenti dei vangeli e testo greco, Maria di Magdala e Pietro, Giovanni e il Maestro. E il Preludio all’Atto I del Lohengrin, quando i violini iniziano e finiscono, e l’atto finale dell’Oro del Reno. Wagner.

Il castello di Belà è in mezzo ai boschi lontano dai villaggi e si dorme nel silenzio naturale al confine ungherese. La puszta è immensa, il Danubio non scorre lontano da qui, come i miei sogni.

Dove tornare.

…andando, gentili viandanti incontro

…dopo che Michele è andato a pedalare in cielo, in bici ti passano  a un metro  mezzo, gentili

di sabato pomeriggio sono lungo la rosta di destra del Tiliaventum verso Portus Tisanae

la morte e il dolore producono civiltà, pare, ma non ovunque, qui sembra di sì, chissà per quanto, e quindi saluto e son grato ai guidatori che mi lasciano scorrere sul ciglio della strada perigliosa nel tempo dell’estate, auscultando il cuore e polmoni, lungo il gran fiume furlano

io salvo nel flusso della statale, ecco che mi sovviene Canzone per un’amica dei Nomadi, con le trombe che cantano la vita giovane andata via, testo del maestro Guccini, “…quando la vita è fuggita… sull’autostrada cercavi la vita… voglio però ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi, voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi“, voce amica eternamente di Augusto Daolio, che Dio l’abbia in gloria

mi dice Bea che ha visto civiltà e amor al gay pride di Udine, la ascolto, lei mi dice che sarei stato un po’ confuso, ma mi sarebbe piaciuto, mi fido della bimba mia oramai fattasi donna

ogni giorno che passa è rapido e quasi non lascia respiro, il sole svanisce se pensi al domani, un figlio dei fiori non pensa al domani

ogni alito di vento ogni brezza ti lascia presagire un dio, o forse Dio, che ti assomiglia, o il contrario, e ti accompagna nella veglia e nel sonno

arrivi al tuo limite nel lavoro del giorno, quando ti sembra di non farcela a sopportare l’incomprensione, la distanza, il muso duro dell’altro, la riunione lo sconcerto, ognuno sulle sue, e manderesti tutto in malora

ma poi ci dormi sopra e tutto riparte, hai ancora tempo per sentire scampanii, odore d’erba tagliata e fioriture di tigli, e speranze

tutto si tiene, tutto nel tempo si ricompone, come sapeva il gran Benedetto Spinoza, anche se non tutto è giusto, ma si aggiusta nell’incastro della necessità, come pensa il mio amico Cesare, ristretto tra mura arcigne

e le cose più difficili accadono o supposte tali, ma erano già scritte e previste nel gran libro del destino

e oggi ch’è domenica verso la Laguna di Marano, foce del fiume verde cupo, dello Stella, che confina con l’Isola detta d’Oro e con il mare

lacerti di Roma, di patriarchi austeri e di Venezia con calma e ritmo nella piena estate, nelle brezze inattese e nei silenzi,

rondini razzenti attorno ai campanili e l’odore dei tigli, io ricordo il limitare di gioventù quando guardavo

i cieli alti di questa landa di confine, che mi accompagnano ancora, e vivo e so e faccio e spero, così come Kant per la vecchia Koenigsberg, assorto

in cerca della verità

find the way to my heart

Il canto concorde (del trovatore inesistente)

Caro mio lettor d’infra settimana,

è il titolo della silloge di liriche che Segno mi pubblicherà a giorni. Canto come canna, come corde vocali, come osso ioide che canta, concorde nel senso che vi è un solo canto alla vita, con-un-cuore-solo (con-corde), e dunque tutti i canti convergono verso un centro, un fuoco immortale che non brucia, come il roveto ardente nel libro dell’Esodo.

Trovatore, trobadour, io sono un trovatore stilnovista in realtà, novello Guinizzelli o Cavalcanti o Cino da Pistoia o Lapo Gianni o Pier delle Vigne o Ciullo (Cielo) d’Alcamo o Giacomino da Verona. Talora sconsiderato come Pietro Aretino.

Io canto.

Inesistente perché il canto concorde esiste già dall’eterno, fin dalla fondazione del mondo (apò katabolès kòsmou), e quindi non serve che io veramente esista, sono solo un tramite, una voce per il canto. Vi sono persone che mi amano e persone che preferiscono che io non esista, ma io esisto. Eccome! Esistere è un ex-sistere, cioè uno-stare-fuori-dall’essere per mostrarsi al mondo, senza  perdere l’essere.

E poi vi sono persone che non mi conoscono veramente, alcune perché non gliene frega nulla, e questo è accettabile, ma alcune perché non ce la fanno a conoscermi, poiché la conoscenza richiede fatica, studio, ascolto, accettazione, confronto e talora scontro, profondità. A volte, come si dice, “il cavallo non beve“.

C’è dunque il canto concorde, liriche che ho scritto in decenni di attività fabbrile, costruzioni di testi fatti di parole messe lì non a caso, ma perché percuotessero le menti e i cuori dei lettori. Cari nemici che mi pensate inesistente, fatevene una ragione: sono a questo mondo e resterò finché Dio vorrà. E farò la mia vita con chi la condivide e la condividerà, certo come è certo il domani e come lo è stato il ieri e come lo sta essendo l’oggi che si spegne nella notte.

Il canto concorde è fatto de La cerchia delle montagne, pubblicato nel 1998, de In transitu meo, pubblicato nel 2004, e di decine di pezzi inediti, alcuni premiati anche a Roma e altrove, magari studiati nella forma insegnataci da Guido d’Arezzo e portata all’empireo dal sommo Francesco, e ripresa romanticamente da Ugo da Zante. Sonetti. E poi brevissime odi o haiku nostrani, e scorci della mia vita, dai sedici anni che avevo in poi.

Le prime sono quelle del liceale capace di piangere, le ultime sono quelle dell’uomo ancora capace di piangere.

Ho appena da giorni in mano La grotta delle Duje Babe e a giorni mi arriverà il gran libro dell’eros biblico da Siena, editor Cantagalli, 600 pagine di ricerca accurata della bellezza. Sull’amore umano. Coincidenze? Non so.

La Provvidenza e lo Spirito mi stanno accompagnando per perigliosi e ardui sentieri di questa mia vita, di questa parte della mia vita. Lo so.

La beatitudine im-perfetta

…è anche quella del pedalare senza vento a diciotto gradi, con un po’ di ombra, i trenta all’ora li fa solo peso delle gambe e la meccanica della bici, campane che annunziano la festa, erba, odore d’erba tagliata, lontani latrati di cani nelle aie contadine, campanili tra i pioppeti nella lontananza, questa è la beatitudine del tempo sospeso, quando non pensi alle brutture del mondo e ai dolori della tua vita, o a chi ti vuole male, e stai in compagnia del paesaggio e dell’anima di chi ti vuol bene che ti raggiunge ovunque, anche da lontano, o da vicino, ché pochi chilometri oggi è vicino.

Caro lettor gentile, ti scrivo tutto d’un fiato, senza punteggiatura, o quasi, e regole grammaticali imitando Joyce, in questa prima domenica di giugno, già pienamente estivo, sapendo che il titolo è contradditorio perché la beatitudine è sempre perfettibile, non mai perfetta, se non quella di Dio, come insegna Tommaso d’Aquino, che inizia la Somma della sua Teologia con la beatitudine divina, lui parte da lì, dall’unica perfezione, che in quell’unico caso non è sinonimo di morte, perché solitamente la perfezione è il completato, il finito, il concluso, e allora anche la mia beatitudine nella corsa è im-perfetta, in-completa, in-esausta, im-passibile, im-possibile, in-adeguata, e tanti altri contrari.

La mia giornata inizia presto, all’alba, e sarà di pedalate e studio, pedalate la mattina verso un non so dove di mare, e di studio ausiliatorio verso sera, con un giovin ragazzo che ha da rimediare voti scolastici. Domenica di beatitudine più che im-perfetta, anche se la grazia della forza mi accompagna e il pensiero potente analizza e ipotizza. Attentati a Londra, attentati in Afganistan e in Irak, attentati nei cuori di molti, di bambini che non hanno di che sopravvivere, attentati nel mio cuore. Il libro di Conrad si confà a questa giornata estiva, bene meritevole dell’odio di Bruno Martino, lui cantava nei ’60 ed ero bambino e ragazzo.

Io sono povero in spirito e dignitoso in economia, non so se il regno sarà anche mio. Intanto qui sulla terra combatto la mia buona battaglia, conservando la fede in me stesso, ché non ho terminato la corsa.

Oltre le grave del Tagliamento…

…stamane vagolando in bici per il Friuli occidentale, dopo esser stato ieri per quello orientale, mi imbatto in pensieri, quasi incontrandoli, invece che da me sorti, e mi vien bene riportare un passo della Breve Storia del Friuli di Tito Maniacco, pubblicata vent’anni fa da Newton Compton per la serie mille lire cento pagine. Eccoti caro lettore una pagina del carissimo Maestro, che conobbi poco, e di cui ricordo gli occhi azzurrissimi, il sorriso buono e la lingua tagliente, come la mia.

A pagina 5 “TRACCE. Sino a quando la terrificante potenza della geologia domina la storia della natura con i suoi cataclismi, il suo abbandonare inesplicabili conchiglie sulle cime dei monti, e far nascere vulcani nel profondo di stabili mari, solo un rumore di forze materiali, fisiche, con leggi sicuramente newtoniane, ma totalmente catastrofiche, domina lo spazio atmosferico. Anche i passaggi di ere che, post Darwin natum, gli studiosi hanno battezzato con nomi reperiti nella loro memoria di studenti di greco e latino, pur abbassando i rumori delle profonde trasformazioni che dal basso salgono in alto e dall’alto tendono a cadere in basso fra pantani bollenti e fiumi di ghiaccio in avanzata o in ritirata, restano paesaggi dominati in maniera incontrastata dalla storia della natura.

E’ quando compare una lieve traccia, un’ala di farfalla contro le ossa dell’epoca dei giganti che mettono a disagio il grande Cuvier, una pietra sagomata in un certo modo e non dai minacciosi canini dei ghiacci o dallo smeriglio degli uragani, è allora che, misera nella sua arrogante presenza, Giobbe nel mondo conteso da Colui-che-sono e Satana-il-vagabondo, come un sasso appena modellato con altre pietre e lanciato contro una preda o contro un predatore o contro un uomo, nella storia della natura si inserisce la storia dell’uomo. (…)”

E allora mi sovviene la prima scena di 2001 Odissea nello spazio di Kubrick, quando lo scimmione antropomorfo scopre la potenza dell’osso di dinosauro, che diventa una clava e con la clava può difendersi dagli invasori e uccidere.

Ecco, le grave del Tagliamento mi offrono questi pensieri mentre pedalo alacre a diciotto gradi nella mattina di un maggio che sta per cedere a giugno, ancora una volta leggermente teso al vento lieve della mattina. Rumore di pedivelle e auto rare. Vespe d’epoca anche con sidecar, motociclisti dal cervello di Interceptor sfrecciano sulla statale, finché devio verso la campagna di Fiume dei Veneti, lungo il Sile e altre rogge, luminose nell’irideo scorrer delle acque. Il mio omonimo capo della gran Brovedani mi trattiene a lungo, parlando delle varie cose d’azienda che condividiamo. Gli ricordo che dobbiamo tornare a Bari e lui mi ricorda la trasferta slovacca di giugno. Salutandolo lo informo di un giovin ragazzo che visiterà l’azienda per imparare la complessità dei rapporti, a giugno avanzato, con il reparto delle umane risorse, cioè della cura delle persone.

Il ritorno è di mezzo alla grande campagna meridiana, son solo con la mia rossa Bottecchia d’alluminio e pedalo in silenzio, vigorosa andatura, finché non traversa la via un nerissimo colubro. Una foto, ché l’estate dei nostri serpenti è iniziata.

Più tardi di nuovo al paese del fiume a parlare di Verga e Manzoni, di Equi, di Volsci e Sanniti, di Dickens e del nostro Pier Paolo da Cjasarsa, e poi  la sera verrà sui pensieri e sui volti presenti al mio cuore.

Interludi filosofici

Oggi nell’ineguagliabile Firenze, all’Assemblea nazionale di Phronesis, l’Associazione italiana dei Filosofi “pratici”, e tra un mese e mezzo, l’8 luglio,  a Berceto di Parma, in buona compagnia di pensatori insigni come Boncinelli, Cacciari e Galimberti, in qualità di relatore al Primo Festival Nazionale della Coscienza.

Sono interludi filosofici per la sanità mentale. La mia, e non solo. Perché l’esercizio filosofico è sempre ascesi, è sempre musica, sempre poesia. Ascesi come sacri-ficio, un rendere-sacro-ciò-che-si-fa operando con il pensiero e la riflessione razionale, accettando e dominando, per quanto possibile, le emozioni; musica come infinito dipanarsi del suono, parola, significato e senso del dire quello che si può dire del pensato, ma mai del tutto e totalmente, ché il pensato deborda, sovrabbonda ai limiti dell’indicibile; poesia, come costruzione di nuovi percorsi del sensibile emotivo tramite la parola, in tutte le sue declinazioni, come luogo della metafora implicita, luogo della creazione della comunicazione e della relazione intersoggettiva, tra esseri umani. Ascesi, musica e poesia, a contorno e supporto della filosofia come habitus,  ambiente nel quale ci si dà il tempo per pensare. Ah quanto tempo si dovrebbe dedicare al pensiero! All’uso del pensiero e alla sua traduzione in parole, proprio in tempi nei quali l’uno e le altre non sono curate più di tanto, in cui vagolano in libertà apparente, e schiavitù reale della superba ignoranza.

Ogni pensiero, anche quello di non-pensare, è un moto proprio interiore che ci trascende. La nostra umanità, anzi il grado della nostra umanità si manifesta quando riusciamo a tra-durlo in parole, senza tra-dirlo più di tanto. Ma vi è di più: siamo più umani quando riusciamo a non-pensare e a dire il male, giudizi affrettati, insulti, offese sanguinose e immeritate all’altro, quando riusciamo a non definire l’altro con titoli e termini di condanna.

Siamo più umani quando riflettiamo e riusciamo a trasmettere il senso dell’infinito procedere del nostro tempo umano e del cambiamento, e li accettiamo come costitutivi del senso delle nostre vite, quando accogliamo il transeunte e il precario, il volto nuovo e un lavoro nuovo, una nuova casa e una nuova amicizia o amore.

Siamo più umani quando non ci crogioliamo sulle sicurezze acquisite, sulle certezze che ci sembrano indispensabili, e invece non lo sono, perché ogni vita è itinerario, processo, gradualità, scoperta, cosicché la fissità del posseduto e del certo diventa ostacolo alla crescita e alla comprensione del mondo e degli altri.

Siamo più umani quando ci accettiamo nel nostro limite, sempre da ricercare e accettare al suo manifestarsi, credendo fermamente che ce la possiamo fare in questa indagine infinita.

Ecco, caro lettor di questa domenica di maggio e oltre, a che cosa serve la filosofia, e perché questi interludi sono salubri per la mente e per il cuore.

Ovunque tu sia, chiunque tu sia, ti auguro ogni bene, e anche di accompagnarmi silenziosamente, o anche scrivendomi se vuoi, in questa diuturna meravigliosa esplorazione del senso delle cose e del senso della vita.

…ma non troppo

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Il titolo modera il precedente post, forse troppo ottimistico ed ecumenico. In realtà resto inquieto (espressione troppo edulcorata?) con chi ha giocato irresponsabilmente, fors’anche per ragioni soggettive di ordine… non so, fate voi, con ipotesi sanitarie preoccupanti (per me), oggi fugate grazie a Dio, e anche con chiunque non rispetti la verità delle cose, siano le cose quelle che siano, gradevoli o sgradevoli, pretendendo di determinare ciò che non è nel suo diritto, né giuridico, né morale.

Certamente sono abituato alle “rinascite” (nomen omen), ma in mezzo a mille dubbi e patemi di animo, con fatica e dolore, come altri, più o meno di altri. Ciò che comprendo è senz’altro il dolore, di qualsiasi genere e specie sia.

E’ però difficile “tenere duro” nell’ingiustizia. Sopportare senza sup-portare è una contraddizione in termini, stancante e frustrante oltremodo.

Si può pazientare oltre i limiti finora conosciuti, ché il limite umano, in tutte le sue declinazioni, è sempre da esplorare, pur sapendo noi tutti che esso exsiste, sta lì, c’è, ci condiziona, ci determina alla fine di ogni sua esplorazione. Ogni tanto pare che il tempo scorra quasi all’incontrario, e che prevalga su quello cosmologico quello del kairòs, certamente “tempo opportuno”, ma a volte incomprensibile alla nostra ragione.

La mediazione tra ciò che si può fare e ciò che si deve fare è un altro punto della questione. Il dover-fare qualcosa e non altro è un imperativo categorico sempre più in crisi, sopraffatto dalle tecno-scienze e dalla legittimità del libero arbitrio. Si tratta di vedere, anche qui, dove sta il limite, dove sussiste un con-fine.

Da un punto di vista etico generale bisogna forse decidersi a superare il giudizio sui cosiddetti “atti categoriali” o singoli, che di per sé, se non corrispondono al comune sentire morale, sarebbero sempre condannabili, e scegliere la nozione di opzione fondamentale (cf. K. Rahner in Uditori della parola, Borla), che è in grado di dire come è quell’uomo-quella-donna-lì, magari nel loro fondo buoni, al di qua e al di là delle azioni singole, sempre che queste non mettano a repentaglio i fondamenti della vita umana.

Essere “mali” (malvagi) non coincide con il mancato rispetto della “promessa” in una sorta di coerenza assoluta, ma con il suo mantenimento, mediante il riconoscimento di una verità nuova, come può essere un rapporto affettivo che nasce, cresce e si verifica nel tempo.

Si può tergiversare nel riconoscere che le cose sono cambiate, esitare a confessarlo financo a se stessi, ma prima o poi la verità si fa urgente, prorompe, si manifesta come un’epifania dolorosa e nuova, ma non per questo inficiata o ridotta, anzi.

Riconoscere la fragilità di ciascuno è un dono e perfino un desiderio, che rompe gli argini delle con-venienze e dei convenevoli (a volte svenevoli), e cresce facendo crescere chi sta lì, tutt’intorno, grandi e piccoli, ché le prove sono appunto tali perché “provano” la capacità di cambiare, di re-sistere, cioè di consistere della propria unicità irriducibile, a ogni costo, per essere semplicemente se stessi.

Abbassare lo sguardo o nascondersi dietro immaginarie realtà o pretese malsane di dominio, è non solo ingiusto ma anche inutile, così come pretendere di governare sentimenti di altri, in funzione del proprio orgoglio o di convincimenti vetusti e morti. Liberiamo tutte le verità che conosciamo, come il vento che vibra tra gli alberi, dalla finestra di casa, in questa sera stranita di maggio, quando forse un Rosario sarebbe medicina soave.

A Illegio quest’anno organizzano qualcosa che ha a che fare con la verità nascente dal groviglio dei sentimenti, de l’amore, e produce il senso dell’autentico, anche attraverso lo struggimento del dolore. Caro lettore, vacci, può essere illuminante.

riconciliarsi

Caro lettor domenicale,

giornata perfetta per la bici. Giù verso la nostra Bassa, lungo lo Stella di nuovo rigonfio d’acque. Precenicco e il suo ponte di legno verso la Casa del Marinaretto. Pausa silente a guardare l’ansa che porta verso la Laguna. Uccelli chioccolano nella boscaglia oltre il fiume. Pensieri diversi a rincorrersi, come le rondini sfreccianti contro l’azzurrità di un cielo finalmente sereno.

In certi momenti della vita, dopo tanto tremore, paura, perfin terrore, giunge lentamente, anche se tra mille patemi, un momento di calma, di chiarificazione, quasi di pacificazione con se stessi e con gli altri. Accade come se l’ansia e l’insicurezza, perfino la precarietà del vivere, a un certo momento trovino requie e risoluzione, compimento positivo.

Ti hanno detto che stai bene, sei stato rassicurato sulla verità della tua vita, puoi contare su chi e su ciò in cui credi… ed ecco che avviene una sorta di pacificazione, soprattutto con te stesso. L’ansia del dubbio se ne va e tornano le forze. Certamente avevi pensato se ci fosse stato qualcosa avresti trovato le forze per affrontare il “qualcosa”, o Qualcuno te le avrebbe date, come insegna le teologia classica. Ma non sarebbe bastato. Il pensiero che puoi contare solo sulle tue forze, sulla salute, sulla conoscenza che hai, per lavorare e guadagnarti da vivere ti avrebbe turbato, non poco.

E invece stai bene, e puoi riprendere con lena un percorso mai di fatto abbandonato, perché non hai “perso un colpo” sul lavoro, nel frattempo. Vi sono poi altre dimensioni del tuo vissuto, che invece continuano a darti pena, e a questo punto non puoi far niente, se non rispettare chi ti sta attorno, i suoi equilibri, se possibile, i tempi di decantazione delle cose, delle novità, delle incertezze, delle precarietà.

E il passo più difficile è perdonare le offese ricevute e chiedere perdono per le offese inferte, dove la verità delle intenzioni è sempre dubitabile, perché siamo umani, nei limiti dell’imperfetto e dell’egoismo, dell’insensibilità e perfino, talora, del male.

Il male è una privazione, come insegnava sant’Agostino (defectio boni, deficienza di bene), e dunque bisogna guardare le cose nella loro interezza, dove tutto-si-tiene, tutto diventa un corpo mistico, dove l’Uno della nostra vita è Verità, e in quanto verità è Bello e infine è Bene.

Fare del Bene è bene, come nel detto di Gino, qui sopra, perché ogni bene ne porta altro, anche nella verità, a volte dolorosa  e a volte gioiosa, della vita.

Che tu comprenda o meno il senso profondo del mio scritto caro lettore non è importante, importante è se riesco a porgerti una mano e tu a prenderla.

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