Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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“mat, vecju, stupit e puar”, cioè – in lingua friulana – “matto, vecchio, stupido e povero”, ovvero del possibile disegno di distruzione della classe media

Anch’io come alcuni miei cari amici, come F., direttore di una azienda piccola ma molto coraggiosa e innovativa (nel periodo della crisi, per continuare a lavorare i dipendenti si erano addirittura ridotti lo stipendio, prendendo esempio dal loro direttore, per poi riprenderlo integralmente una volta che l’azienda tornò in pista positivamente sul mercato, esempio straordinario di amore per il lavoro e di etica aziendale, tipico delle nostre terre friulane), sono abbastanza convinto che alcuni potentati di livello planetario abbiano interesse a zittire chi pensa con la propria testa, chi ha cultura, chi dissente, chi discute, chi non si accontenta delle informazioni mediatiche.

Detto questo per presentare il mio caro amico e stimabile collega, siamo seduti per una pizza dopo aver lavorato insieme a migliorare le relazioni dentro l’azienda con dei colloqui, ci soffermiamo sulla situazione attuale. Allora dico a F. che vi è un detto nel vecchio Friuli, riferito a me ancora giovanissimo dai miei genitori e dai nonni che recita come nel titolo: “matto, vecchio, stupido e povero“. Se tu, caro lettore, se sei intelligente, onesto e coraggioso, e non ti adegui al pensiero unico, puoi venir ridotto ad essere considerato matto, a invecchiare nella discriminazione, a diventare stupido e – chiaramente – a essere o diventare povero. Così starai zitto, e la smetterai di disturbare il comitato di controllo delle menti e dei mercati.

Questo periodo di analisi socio-politica sembra paranoico, ma io penso che non lo sia. In giro c’è qualcosa che non va, non va per nulla, e la recente crisi Covid lo conferma, a mio parere.

Mino Cancelli (alias Bill Gates), Zuckerberg (pronuncia Zuckerberg), Bezos, Brin e Page (o chi per loro), Tim Cook, ma anche i loro servitori politici (molti democrat americani e repubblicani non dissimili) come alcuni italiani che vanno per la maggiore, o pensano di andare per la maggiore, sono la punta di diamante di quel gruppo di potere. Dobbiamo stare molto attenti, noi piccolo-medio borghesi che non abbiamo più la ghigliottina a disposizione per decapitare il privilegio, come ebbero i Francesi dal 1789 al 1794), perché rischiamo di fare la fine dei generosi ingenui. E non mi si dia del sanguinario.

Il generale De Gaulle sosteneva che “gli Americani commettono tutte le stupidità che riescono ad immaginare, più qualche altra oltre la loro immaginazione“. De Gaulle ebbe il merito, non solo di guidare la Resistenza francese al nazismo, ma anche di non cedere allo strapotere americano, facendo rispettare la sua Patria, che non aveva paura di nominare come tale, come invece accade al linguaggio di molti “presidenti” attuali, come anche il nostro, italiano. Bene, proprio nel loro ambiente, parlo degli USA, da qualche anno si sta pensando che siamo troppi nel mondo, e troppo liberi, per cui occorre trovare il modo di controllare questo processo di crescita delle popolazioni.

Se è vero, come si dice che il danno peggiore per gli stupidi, è essere se stessi, dobbiamo stare attenti agli stupidi irrimediabilmente tali. E noi, che scriviamo e leggiamo e studiamo, non lo siamo. Noi siamo la classe media che fa paura, la classe media che fece la Rivoluzione francese, ma non quella italiana, e ora, senza rivoluzione italiana, i potentati pensano che siamo condizionabili, controllabili, manipolabili. Ma no pasaràn, no, perdio!

Il rischio è grande, perché l’ignoranza è molto diffusa, e in quanto tale nutre la presunzione, che a sua volta alimenta l’irrazionalità, la quale è fomite essenziale della stupidità. Il fatto è che la stupidità è inconsapevole, anzi, se la si indica come difetto a qualcuno, sempre educatamente, c’è perfino il rischio che se ne vanti.

Un altro detto molto noto recita in questo modo: “Se uno stupido tace, vuol dire che non è poi così stupido.” Noi invece parliamo liberamente e quindi, non essendo stupidi, non abbiamo paura del comitato d’affari che vuole controllare il mondo, che ci vuole: matti, vecchi, stupidi e poveri, pronti per la bara e la cremazione.

Ma no pasaràn, no, perdio!

Santa Sofia di Istanbul e… Udinese vs. Juventus

Può sembrare incomprensibile l’accostamento del titolo, ma non lo è. La basilica costantinopolitana fu così chiamata da chi volle erigerla verso la metà del VI secolo, l’imperatore Giustiniano, in onore della Sapienza divina. Non è quindi il nome di una santa. Ora per volere del presidente-dittatore Erdogan, dal 24 luglio 2020 è tornata (per ora) ad essere moschea, come era stata dal 1453, sotto il sultano Mehmet II, al 1934, quando il riformatore Mustafa Kemal Atatürk, aveva voluto che l’edificio fosse dedicato a tutte le culture e religioni dell’impero turco, con grande saggezza.


Santa Sofia – Istanbul

Tornando alla “sapienza”, per la teologia cristiana è uno dei sette Doni dello Spirito santo, insieme con l’intelletto, la scienza, il timor di Dio, etc. Per il mondo greco e la grande filosofia classica, la sapienza era la “Sophia“, che stava accanto alla scienza come “Epistème“. Accanto a queste due virtù “dianoetiche“, cioè intellettuali, il mondo greco poneva un’altra virtù importante, la “Phrònesis“, cioè la saggezza, o l’equilibrio lungimirante nelle decisioni soggettive del dire e dell’agire. Anche i Francesi chiamano “sagesse”, questa virtù.

La decisione del presidente turco è un’idiozia e meriterebbe invettive, che però non servono a nulla. Piuttosto è utile riflettere sulla lunga storia della basilica. Dopo avere funto da chiesa cristiana universale dalla fondazione fino al 1054, data dello scisma d’Oriente (reciproci anàtemi far il patriarca Michele Cerulario e il cardinale Umberto da Silvacandida sul tema del Filoque e degli azzimi, più volte da me qui trattato), per altri quattrocento anni fu basilica del credo ortodosso; dal 1453, quando i Turchi ottomani conquistarono la Capitale, e fino al 1934 è stata moschea, mentre di tutte le moschee si può dire sia stato modello estetico e architettonico dalla sua fondazione giustinianea.

La scelta di Atatürk ebbe il merito di connettere culture e religioni, oltre le appartenenze di fede e di ideologia. La Turchia moderna ha meritato la riforma del ’34 e non merita la decisione di questi giorni. Sarebbero da studiare le reazioni a questo cambiamento. Papa Francesco ha detto di “essere addolorato”… avrebbe potuto o dovuto dire altro? Il resto del mondo musulmano è rimasto in silenzio. Putin, pure. Pare che la realpolitik, che lega interessi geopolitici ed economici in modo trasversale le nazioni e le parti del mondo, abbia prevalso su prese di posizione nettamente contrarie. La Turchia, nonostante Santa Sofia, è strategica, sia per l’Occidente, sia per il mondo islamico, sia per Israele. Non conviene a nessuno litigare con i Turchi. Personalmente ritengo che anche Erdogan passerà e si tornerà alla situazione precedente.

E vengo al secondo sintagma del titolo. Il 23 Luglio 2020, l’Udinese ha battuto per 2 goal a 1, in casa a Udine, la Juventus, più che probabile vincitrice del nono scudetto consecutivo. Detto ciò, la cosa parrebbe comunque non c’entrare alcunché con il tema della basilica di Istanbul. E invece, no! Nei giorni precedenti all’incontro di calcio, e fino all’inizio della partita, quasi tutti i media si sono sperticati a festeggiare il presunto già conquistato scudetto della grande e storica squadra torinese, dando quasi per scontato che avrebbe vinto con la squadra friulana, e quindi avrebbe staccato le avversarie di un numero di punti irrecuperabile per loro (Inter e Atalanta). Gli echi di questa certezza son diventati, fino al calcio di inizio, un boato di presuntuose certezze nei detti e nelle previsioni parlate dei giornalisti televisivi e sul web. E invece la Juventus ha perso e l’Udinese ha vinto, meritatamente.

Anche senza conoscere “cose-di-calcio”, solo il buonsenso dovrebbe bastare per non cantare vittoria prima che il confronto si sia completato, ma il buonsenso è la porta della prudenza, della saggezza e anche della… sapienza. Il buonsenso non è un qualcosa di banale.

Come è importante che Santa Sofia rimanga il luogo che ricorda al mondo la Sapienza divina, che è da intendere come dono dello spirito a tutti gli uomini, credenti e non, così è importante considerare l’esigenza di utilizzare intelletto e sapienza anche nelle cose apparentemente più futili dell’umana convivenza, come il gioco del calcio.

Nel caso citato della partita tra Udinese e Juventus, i commenti degli addetti ai lavori sono stati completamente privi di sapienza, maleducati, irrispettosi verso l’Udinese, e anche – alla fine – proprio stupidi, perché è avvenuto proprio il contrario di ciò che veniva inopinatamente auspicato, leggendo tra le righe degli interventi: tutte le dimensioni esistenziali richiedono l’esercizio dell’intelligenza e della sapienza, che non devono andare in vacanza neppure quando di tratta delle cose meno essenziali.

Gli inglesi hanno un’espressione molto interessante per definire un fatto che si spera (o meno) accada, whishful thinking, ovvero profezia che si auto-avvera. Ebbene, nel caso della partita, anche se non si può accusare nessuno dei commentatori di avere tifato per la Juventus, l’avere continuamente parlato e scritto come se questa squadra avesse dovuto necessariamente (in termini spinoziani) vincere, li ha messi nelle condizioni di fare una figura peregrina. Un’altra volta, magari, si asterranno dal profetizzare implicitamente ciò che potrebbe non avvenire. Amen.

ingrati, egoisti, narcisi

Diverse volte ho scritto qui dell’egoismo e del narcisismo, ma mi pare quasi mai degli ingrati, che sono molto numerosi in ogni circuito di collegamento-relazione di ciascuno, specialmente se abbiamo una vita e delle attività orientate ad aiutare o ad interagire con gli altri, in qualche campo, per lavoro o per qualche ragione etica. A me non poche volte è capitato di incontrare ingrati.

Si narra che Confucio sostenesse la seguente tesi, ripresa da Enzo Ferrari: «Non fare del bene, se non hai la forza di sopportare l’ingratitudine». A volte si osserva che qualcuno non è riconoscente, certamente spinto da sentimenti negativi e viziosi come l’invidia e qualche forma di rancore (peraltro assurdo e difficilmente spiegabile, se non l’accettazione della presenza di una “tara” del carattere), sovente nei confronti di chi meriterebbe ben altro sentimento, quello della gratitudine. Sulla questione del vizio e del suo consolidamento nel peccato, si possono leggere testi formidabili, da Aristotele in poi, soffermandoci su Agostino, Abelardo, Tommaso d’Aquino, Kant e molti altri, magari confrontandoci con le recenti scoperte delle neuroscienze in tema di struttura bio-psichica e di acquisizioni psichiche successive.

Sappiamo che donare fa bene e fa bene alla psiche (anzi, allo spirito tutt’intero), e fa bene ringraziare, cioè rendere grazie, in latino gratias tibi ago. Pare che, da ricerche accademiche, il sentimento dell’esser grati sia benefico anche per gli organi interni, a partire dal… cuore. Però, ecco che il cuore riemerge dalla metafora antichissima che lo ritiene culla e serbatoio dei sentimenti, e anche di una certa intelligenza, che viene definita emotiva. Ovviamente qui non impancandomi in teoresi di carattere bio-fisiologico, per cui non ho una preparazione adeguata, rimango sul terreno della storia del pensiero umanistico, direi, sia occidentale sia, se pure in modo diverso, orientale.

Pare anche che la gratitudine benefichi la struttura ormonale, il sistema immunitario e le facoltà cognitive. Essere grati previene la malattia, si potrebbe dire. Ovviamente ciò non significa che si ammalino solo gli ingrati: io sono di ciò testimonianza vivente, e moltissime altre persone lo sono altrettanto. Ebbene sì, io non sono ingrato. Altri, che conosco e che, per ragioni spesso di lavoro, frequento, sì, lo sono. In queste settimane mi è capitato ad esempio che, dopo aver favorito la conferma in incarichi importanti a una persona che con me collabora in varie aziende, ho saputo che la sua gratitudine nei miei confronti si è manifestata in senso contrario, esprimendo giudizi non lusinghieri sulle mie capacità, in modo tale da impedirmi di ottenere un incarico. Una carezza contro uno schiaffo (non un pugno, ché sarebbe troppo virile e leale, se motivato, tra maschi). Che dire? Che in questo caso ha vinto il sentimento dell’ingratitudine fomentato da invidia e probabilmente da un certo rancore, sordo, inespresso, eppure silenziosamente attivo.

Anche nella letteratura e nel cinema vi sono esempi di ingratitudine e lascio al lettor paziente di cercarli. Posso però suggerire una lettura: pubblicato da Raffaello Cortina, è interessante il volume dal titolo Ingratitudine di Duccio Demetrio, filosofo meno famoso, ma forse più profondo di altri colleghi frequentatori di talk show. In questo testo, non solo si trovano gli elementi psico-spirituali che promuovono l’ingratitudine, ma anche altri sentimenti prodotti dai nostri tempi eccessivamente veloci e competitivi, avidi, pieni di malumori verso gli altri e di malessere diffuso, anche di rabbia, di aggressività, soprattutto nelle persone mature e di successo. Grazie a Dio, molto, ma molto meno, nei giovani.

Anche la politica ci mette del suo, con i suoi linguaggi manichei, là dove anche quando è difficile, se non impossibile, parlar male dell’avversario, si procede sulla strada di una dialettica meramente di contrasto a-prescindere, aprioristica, manichea fuori tempo massimo. Un esempio: le “ragioni” di critica di Salvini al risultato ottenuto in Europa dal Governo italiano in materia finanziaria ed economica. E’ evidente ai culti e agli incliti che, se tale risultato l’avesse ottenuto lui, ove non si fosse dimesso un anno fa, sarebbe tutto un felicitarsi con se stesso. Non che gli altri brillino di luce particolare, ma l’esempio è calzante.

Come si evince dal precedente post, personalmente non sono un particolare estimatore del premier, ma non lo critico a prescindere a un giudizio equilibrato sui risultati che anche lui ha contribuito ad ottenere. Questo accade nel “grande”, e altrettanto accade spessissimo nel particulare delle vite di molti.

L’esempio mi dà anche la possibilità di collegare, correlare l’ingratitudine al narcisismo e all’egoismo, che sono tre sentimenti apparentati e diversamente distribuiti. Restando nell’esempio appena proposto si può dire che il capo della Lega, con suoi giudizi si è mostrato narciso, egoista e ingrato, perché ha cercato solo di denigrare l’accordo raggiunto a Bruxelles, invece di riconoscere che è stato ottenuto un risultato buono per l’Italia (a proposito di “Italia”: la ministra Bonetti è riuscita a parlare per ben tre minuti dell’assegno familiare senza citare una sola volta l’Italia, ma ben quattro volte “il Paese”).

Narciso (e quindi egoista), però, è stato anche Conte, che si è subito affrettato ad attribuirsi i principali meriti del risultato ottenuto, chiarendo subito che i denari in arrivo saranno gestiti esclusivamente da Palazzo Chigi. Sappiamo invece tutti che non funziona così: in Italia c’è anche il Parlamento, cioè la Camera dei deputati e il Senato della repubblica. Caro Conte, eppure lei è un docente universitario di discipline giuridiche.

In questi atteggiamenti e comportamenti manca un briciolo benché minimo di generosità e di gratitudine, anche se quest’ultima viene retoricamente dichiarata a ogni piè sospinto. Egoismo, narcisismo, ingratitudine vanno insieme in un percorso dannatamente pericoloso, dove la persona che li accomuna in sé marca di negatività la vita altrui, soffocandola, imbruttendola, scalfendone la pelle e anche lo sguardo, ferendone i pensieri, riducendo gli spazi della gioia, fino a chiuderla fuori casa a quattro mandate.

Suggerisco a chi mi legge di avere grande attenzione se si incontrano persone di questo tipo, specialmente quando si costruisca qualche genere di rapporti, anche i più labili, perché, o queste persone hanno i margini per guardarsi dentro e accettare di migliorare, oppure è meglio tagliarle fuori, lasciandole perdere e dimenticarle, senza rancore, e lasciando questo brutto sentimento a loro. Purtroppo per loro, ma restando sempre disponibili ad accogliere la resipiscenza di costoro.

Orizzonti cangianti

Mi pare che Ludwig Wittgenstein sostenga la seguente tesi centrale: l’unico modo per conoscere il mondo e le cose dell’uomo è interessarsi alle “forme di vita”, lasciando perdere le fantasmagorie metafisiche o anti-metafisiche della filosofia classica e anche moderna: quindi, niente Aristotele e san Tommaso, niente Hegel e Schelling, forse solo un po’ di sant’Agostino che, nelle Confessiones, in qualche modo sembra anticipare alcuni temi delle riflessioni dell’Austriaco. Ma a volte mi viene qualche dubbio che il grande Austro abbia letto con attenzione l’Ipponate, e comunque molto di quanto scritto da questi non sia a sua conoscenza.

orizzonti

A me talvolta Wittgenstein sembra esagerare in certe asserzioni un po’ assolutistiche, soprattutto nel Tractatus Logico-philosophicus, il quale è costruito in modo più aforistico che secondo schemi da… trattato classico. Pur essendo molto interessante e profondo il suo lavoro filosofico, per certi aspetti di ripulitura concettuale di molta retorica filosofica presente anche nella contemporaneità (à là Agamben, p.e.), lo trovo talora troppo semplificatorio circa altri aspetti. Ad esempio, leggendo il bel libro di Fergus Kerr sulla visione teologica di Wittgenstein (La Teologia dopo Wittgenstein), mi resta questa impressione. E mi fermo qui, per il momento, poiché più corretto e costruttivo potrebbe essere un dialogo con qualcuno che conosca meglio di me il pensiero di Wittgenstein, come il prof Perissinotto da Venezia o il caro collega phronetico dottor Claudio Nosella da Portogruaro.

In tema di epistemologia generale, o di critica della conoscenza (per citare una definizione scolastica di cui è esperto insigne il padre professor Giovanni Bertuzzi, domenicano bolognese e mio docente di Licentia docendi Theologiaed’anni fa) sarebbe interessante citare anche l’americano Quine, che definisce la parte psico-spirituale dell’uomo “solo” come increspature superficiali della realtà, come effetti dell’interazione mondo/ uomo e base per la retroazione uomo/ mondo. Ma non mi ci metto, perché dovrei chiedere consulenza in tema al collega e amico Neri Pollastri, molto più esperto di me su questo pensatore. Anche con il povero professor Giorello sarebbe stato interessante un dialogo, ma chissà… un giorno, in un tempo e stato kairologico.

Vi sono, di contro, altri ambiti e ambienti nei quali si può studiare la vita umana e le cose del mondo, usando il linguaggio, non come un “assoluto”, ma come uno strumento espressivo del pensiero, e per denominare le cose. Essere e pensare per Heidegger, dai tempi della lectio cartesiana, possono essere la medesima cosa, così come per un Berkeley, ma ciò mi pare un po’ presuntuoso (diciamo solo un po’). Il tema è quello dello scontro più che bimillenario fra idealismo e realismo, fra un platonismo essenzialmente spiritualista e un aristotelismo decisamente realista.

Se sant’Agostino ha lavorato di più sul versante platonico, stante anche il suo ruolo di pastore cristiano attento alla dimensione spirituale dell’uomo e al suo destino di salvezza o di perdizione, Tommaso d’Aquino, un poco “meno pastore” del maestro africano, ma altrettanto cristiano, è riuscito in una sintesi che a me pare insuperata. Per l’Aquinate la realtà è e sussiste in quanto opera di Dio che la sostiene nell’essere, e sussiste indipendentemente dalla mia percezione legata al mio essere-nel-mondo. Descartes poi legò l’ammissione di una plausibilità del reale al fatto di poterlo pensare: il Soggetto , per Descartes e per i grandi idealisti del XIX secolo, crea in qualche modo l’Oggetto. L’idealismo testé citato, introdotto dal razionalismo kantiano, non fa poi che accentuare questa centralità creativa dell’io (penso, dunque sono, e creo ciò che percepisco).

Vi sono dunque svariati “orizzonti di senso”, ma anche molti modi per conoscere se stessi e il mondo, diverse epistemologie con differenti strutture teoriche. Ad esempio, nel campo delle scienze umane, dalla filosofia (che è scienza in senso aristotelico-tomista, non in senso galileiano) alle psicologie, si va da statuti essenzialmente clinico-positivisti a statuti prevalentemente umanisti. Il tempo odierno richiederebbe una conciliazione fra le due “visiones”, e un utilizzo ponderato della dimensione scientista, epperò sempre illuminato dalla prospettiva umanista. In altre parole, non possono bastare diagrammi psicometrici a conoscere la complessità psichica dell’uomo, poiché il suo impianto intellettivo e razional-cognitivo deborda quasi infinitamente da ogni classificazione che abbia pretese di essere esauriente.

Gli stessi Manuali Medico-diagnostici (siamo arrivati al V), Bibbia universale della psichiatria e delle psicoterapie sono works in progress, cioè lavori mai terminati e sempre oggetto di ripensamenti e di implementazioni. Anche perciò è necessario mantenere una posizione aperta e bidirezionale fra le psicologie che vengono facendosi nel tempo e le filosofie classiche, moderne e contemporanee. In altre parole, Aristotele, Agostino, Cartesio, Berkeley, Hume&Locke, Kant, Edith Stein e Husserl, per citarne solo alcuni, debbono dialogare con Freud, Jung, Watson, Skinner, Rogers, Watzlavick, Bateson, etc., così come Cacciari, il povero Bodei, il difficile Severino, devono tenersi in collegamento con Morelli, Andreoli etc.. Così come tento di fare io stesso e la mia associazione Phronesis, che non potrà mai essere accusata di settarismo o di snobismo culturale.

L’intelligenza imbecille

…è tipica di quelli che tirano giù le statue di Cristoforo Colombo a Baltimora o dove volete, che non sanno un acca della loro storia, quasi perfino ignorando dove stia di casa l’Europa. Gli americani USA hanno licei che crescono molti imbecilli e facoltà universitarie accessibili quasi solo ai benestanti. Uno dei risultati è la mancanza di quasi alcun senso e conoscenza della storia e l’abbattimento di statue e vestigia storiche. Se si ignora, non sapendo di ignorare si fanno gesti idioti, frutto di ignoranza incolpevole (fino a un certo punto). Ovvero, se non si ignora e si fanno gesti idioti, si è imbecilli. E colpevolmente ignoranti.

Cristoforo Colombo

Proprietà transitiva dell’imbecillità e dell’idiozia. Se A allora B, se B allora C: dunque A è uguale a C. Logica elementare, ma già simbolica.

L’assassinio di George Floyd ha scatenato due fenomeni e diversi epifenomeni. Il primo è la riflessione su quanto il razzismo sia ancora diffuso, non solo sottotraccia, perché negli esseri umani (abbastanza) intelligenti il razzismo può anche generare un sentimento di vergogna; epifenomeno del primo è ciò di cui ho scritto sopra; il secondo è il ribadimento di sentimenti razzisti e slogan whitepower da esaltati, figli e nipoti del Ku Klux Klan.

Gli imbecilli sono anche imbelli, cioè scelgono la lotta di gruppo contro qualcosa che qualcuno ha cominciato a denigrare. Uno denigra, il secondo denigra, il terzo denigra, il quarto disprezza, il quinto insulta, il sesto comincia a invitare il gruppo ad agire. E agiscono andando contro ciò che hanno cominciato a odiare. Sono diventati haters, odiatori, che non si pongono più domande, non dubitano di fare la cosa giusta, perché la cosa è giusta in quanto pensata da molti allo stesso modo. Il Le Bon ha studiato oltre cent’anni fa questo fenomeno di psicologia sociale e di sociologia generale esponendo le sue teorie ne La psicologia delle folle (1895). Ogni anima (psiche) debole sottosta all’urlo, allo slogan semplificatorio e definitivo dei molti.

La psicologia clinica odierna, ma anche gli autori classici, hanno studiato e studiano come e perché la psiche umana degradi, decada, smetta quasi di funzionare con spirito e senso critico, quando il gruppo sopraffà il singolo e lo rende succube, gregario, indebolendolo ogni momento che passa…

Che cosa deve fare una persona che si accorge di star entrando in un circolo vizioso di questo tipo? Uscirne, scappare, dileguarsi, smettere di stare lì ad ascoltare chi sta dicendo parole che fanno aumentare sempre di più l’avversione e l’odio distruttivo verso l’oggetto dell’odio stesso.

Altra cosa è invece l’abbattimento dei simboli di dittatori spietati contemporanei, i monumenti di Stalin, di Pol Pot, di Saddam…, che non sono minimamente paragonabili a Cristoforo Colombo e a Thomas Jefferson. Quest’ultimo è stato uno dei redattori della bella Costituzione americana, ma nel suo ranch aveva degli schiavi. Una contraddizione apparentemente incomprensibile. Ma il più grande e auto-contradditorio personaggio della cultura occidentale circa queste tematiche appare senza dubbio Saulo di Tarso, cioè san Paolo, che ebbe a scrivere il versetto 3, 11 della Lettera ai Colossesi e il versetto 3, 28 della Lettera ai Galati, nei quali proclama per primo e con forza inaudita, traccia successiva di ogni processo democratico, che gli uomini son tutti uguali, anche a livello di genere/ sesso, ma nella Lettera agli Efesini (5, 22) raccomanda alle donne di zittire nell’assemblea, ché quello è un luogo di discussioni maschili…, ma anche ai mariti di amare e rispettare le proprie mogli, ma come? E’ lo stesso Paolo, quello di Colossesi, quello di Galati e quello di Efesini?

Ebbene sì, è il medesimo “apostolo delle genti” che, quando riteneva di esporre dottrine definitive come in Galati e in Colossesi si esprimeva in modo “scandaloso” per quei tempi, mentre quando dava direttive liturgico-pratiche, sapeva di dover tenere conto dello spirito dei tempi, soprattutto tra i maschi capifamiglia, e quindi della sociologia del suo tempo. Vi è però un’altra ragione: Paolo era nato a Tarso in Cilicia, civitas romana, municipium, e pertanto era un Civis romanus, come quando invoca il giudizio dell’imperatore su di sé, rifiutando quello del governatore di Palestina. Paolo sapeva che Roma non era razzista, ma era rispettosa delle etnie e dei ruoli sociali, per cui aveva senso – in quel contesto socio-politico – suddividere il popolo tra essere cittadini, oppure meteci, oppure iloti, sulle tracce dell’antica democrazia oligarchica di Atene.

Un primo grande passo verso i valori in cui oggi crediamo noi, ma non gli imbecilli di cui al titolo.

Il parere di Anna (sul rapporto fra Psicologia e Filosofia)

La collega phronetica professoressa Anna Colaiacovo, da Pescara, docente e filosofa pratica, molto competente in tema, mi scrive un pezzo che mi pare utile pubblicare qui. Lei parte dalla lettura di un saggio del professor Giorgio Giacometti, anch’egli docente e collega di Phronesis, che ha tenuto una relazione, sempre sul tema del titolo, in un incontro di Sezione nordestina della Associazione Nazionale per la Consulenza Filosofica.

Carl Rogers

Come scrive Giorgio, i consulenti filosofi, alla ricerca di una propria identità, hanno a lungo cercato di differenziarsi dagli psicologi, in particolar modo dagli psicoterapeuti. E non mi dilungo sui tentativi più o meno riusciti di operare questa differenziazione.

La proposta di Giorgio, che consiste nel rivendicare una psicologia filosofica che guardi alla totalità della persona, non solo mi trova d’accordo, ma trova una apparentemente strana corrispondenza con il lavoro di Mario Bertini (psicologo, professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma), soprattutto nell’ultimo libro “Psicologia della salute” (Cortina editore).

In sintesi: la psicologia all’inizio era alla ricerca di una identità. Questa ricerca l’ha condotta a staccarsi dalla madre (la filosofia), e ad avvicinarsi alla medicina. Ma quali caratteristiche ha avuto e ha ancora la medicina in Occidente? Occorre sottolineare questo aspetto. Nella mitologia greca il dio Esculapio aveva due figlie, Igea e Panacea. La prima insegnava ai greci come essere sani praticando la virtù della moderazione. La seconda rappresentava l’impegno nella cura delle malattie. Nella medicina occidentale Igea è scomparsa o perlomeno è stata a lungo assente nel panorama medico e tutte le ricerche sono andate, attraverso l’adozione del metodo delle scienze naturali, in una peraltro meritoria battaglia contro le malattie. Sappiamo bene che l’uso delle metodologie quantitative trova una applicazione più semplice nel modello malattia, mentre la salute, che non è semplice assenza di malattie, sfugge a tutto ciò.

La psicologia avvicinandosi alla medicina si è appiattita sul modello medico-clinico. Basta esaminare il linguaggio per comprendere che è di derivazione medica: psico-diagnosi, psicoterapia, psicologia clinica etc. Il nodo epistemologico risiede nel compito che si propone di “studio oggettivo della soggettività”. Compito arduo se si pensa che già nel settore della biologia si profila l’esigenza di un cambiamento di metodo rispetto alla fisica. Nell’ambito della psicologia, è la psicologia umanistica che si pone il problema del passaggio dalla quantità alla qualità.

La salute positiva non è in ultima analisi una questione medica, ma piuttosto una questione filosofica che richiede un’articolazione del significato di good life.” (Riff e Singer). La salute inoltre non è uno stato, ma un processo multidimensionale.

Nel passaggio al modello salute assumono rilievo gli assunti valoriali. Le malattie, come sostiene Gadamer più volte citato da Bertini, si manifestano come un oggetto, si possono osservare, la salute invece si sottrae a tutto ciò. Per spiegare il positivo dobbiamo fare i conti con i valori e gli ideali fondamentali dell’esperienza umana che fanno riferimento alle varie culture e almeno in parte alle caratteristiche basilari della natura umana. Bertini conclude sostenendo che, in virtù dell’emergenza della dimensione salute, collegata alla qualità della vita, è opportuno che la psicologia apra un dialogo con la “madre” filosofia. In questa direzione è essenziale che nella facoltà di psicologia trovino spazio discipline di area umanistica, oggi totalmente assenti.”

Si potrebbe commentare a lungo questo testo di Anna, ma mi astengo, perché già illuminante. Personalmente ho molti contatti di collaborazione e lavoro con psicologi di varie età, dagli junior ventiquattrenni a miei coetanei sessantenni e più. Mi trovo molto bene con loro, perché tutti e tutte costoro sono molto aperti/ e al dialogo e al confronto sui temi dell’uomo e sui vari approcci. Coloro che conosco e frequento io condividono l’esigenza di un approccio globale e non meramente clinico all’essere umano, sapendo che l’uomo è una “struttura” complessa che richiede analisi plurime e attente a ogni dimensione psico-fisica e spirituale. Diversi di questi “colleghi” hanno fatto il liceo classico e ciò gli facilità questo approccio, diremmo, “olistico”, all’animale umano.

Spesso hanno nostalgia degli studi filosofici interrotti con l’inizio degli studi psicologici. Ecco, forse sarebbe utile prevedere che gli studi filosofici continuassero (nell’Accademia) nei Dipartimenti di Psicologia e di Scienze della formazione, e fossero previsti come obbligatori anche nelle Facoltà di Medicina e Chirurgia.

Forse, a nostra memoria, mai come in questo periodo post-Covid si è sentita l’esigenza di un approccio globale, filo-sofico all’uomo e all’analisi del senso della propria vita.

Approfitto di questo pezzo per manifestare il mio fastidio verso un articolo di Alfonso Berardinelli sul quotidiano Il Foglio, pubblicato qualche giorno fa, nel quale, facendo una confusione vergognosa spara sulla filosofia, citando un signore che si chiama Panarari, il quale si esercita in indecenti critiche verso vari colleghi filosofi, che durante la vicenda Covid hanno espresso opinioni diverse senza alcuna arroganza di proporre la verità, ma semplicemente la ricerca di essa attraverso il dialogo che, evidentemente, questi divulgatori non frequentano.

I due Alex, simbolo di vitalità, e la giornalista portasfiga

Anni fa conobbi il primo dei due Alex di cui qui parlo. Era Alexander Langer, politico, giurista e filosofo sud Tirolese. Spesso si trovava nei pressi dell’ala ecologista del sindacato nel quale ho avuto un qualche ruolo per tredici anni. Di matrice cattolica e lottacontinuista era diventato il trait d’union tra la cultura ecologista germanica dei gruenen, i verdi e i primi vagiti dell’ecologismo italiano. Meraviglioso il suo slogan che contrapponeva tre concetti “duri” … ad altrettanti concetti “dolci”, cioè citius, altius, fortius, ossia “più veloce, più alto, più forte” versus lentius, profundius, suavius, vale a dire più lento, più profondo, più soave”.

Alexander Langer

Fu tra i fondatori del partito dei Verdi italiani e leader europeo di tale impostazione politica. Pace, diritti umani e ambiente erano i suoi principali centri interesse politico e morale. Pur essendo Altoatesino-Sudtirolese e germanofono, non si confuse mai con le lotte etno-nazionaliste, che rifuggiva e combatteva.

Negli anni tra l’87 e il ’90 partecipai un paio di volte a Città di Castello alla “sua” iniziativa mondialista, la “Fiera delle utopie concrete”, dove l’ossimoro implicito cercava ispirazione dai quattro elementi naturali di Empedocle: fuoco, aria, terra e acqua.

A lui interessavano le nozioni e i rapporti tra Nord e Sud e con l’Est del mondo, tant’è che la sua personale crisi ebbe origine ai tempi della Guerra e delle stragi in Bosnia nel primi anni ’90. Tuzla e Srbrenica furono il luoghi del suo tormento insopportabile. Pur essendo inesorabilmente pacifista, non lo era a senso unico e in modo imbecille, come molti, perché era in grado di sostenere – senza sentirsi in contrasto con i propri fondamenti morali – l’esigenza, alla bisogna, di un “intervento internazionale armato”, definendo i caschi blu “ostaggi dileggiati”, e chiedendo di inviare soldati per “fermare l´aggressione”“proteggere le vittime”“punire i colpevoli”, e impedire che “la conquista etnica con la forza delle armi torni a essere legge in Europa”.

Molti di sinistra e Verdi lo abbandonarono, perché, loro sì, facenti parte di quelle comitive imbelli e non-pensanti comunque contrari a ogni tipo di uso delle armi, in qualsivoglia situazione. Prima di togliersi la vita nei pressi di Firenze nell’estate del 1995 lasciò lo scritto che segue.

“I pesi mi sono diventati davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. “Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto.”

Alexander Langer riposa nel piccolo cimitero di Telves accanto ai suoi genitori.

Il secondo Alex è Zanardi, che tutti conoscono, e a cui tutti gli Italiani tengono, perché simbolo di forza e di capacità/ volontà di ripresa, dopo il drammatico incidente automobilistico che quasi vent’anni fa gli troncò le gambe. Dedicandosi alla handbyke è diventato un atleta meraviglioso e fortissimo, vincitore di campionati mondiali e di paralimpiadi. Esempio per tutti quelli che hanno avuto una disgrazia menomante. Non mi cito, perché io non ho perso arti, ma ho combattuto e combatto contro il dolore fisico.

Stiamo aspettando notizie buone dall’Ospedale di Siena dove è ricoverato, e preghiamo, se crediamo.

Dopo aver ricordato l’amico Langer e Zanardi, come esempi di positività, di contro cito un esempio fastidioso di negatività.

C’è una inviata speciale di alcune delle principali testate televisive che da Pechino sembra, per toni e testi, quasi godere delle disgrazie che racconta. Insopportabile: la sua enfasi narrativa pare preludere all’annuncio di una catastrofe nucleare o almeno di una serie di devastanti tifoni oceanici. Pare goda usando quei toni. Chissà se se ne accorge o se qualcuno glielo ha fatto notare. Ripeto: per me è insopportabile. Si chiama Botteri. E la si ricorda per altre precedenti dis-grazie narrate.

I due Alex sono un inno alla vita, quest’ultima, no.

Fucilazione alla schiena

Neanche i più abietti… vien da dire, vengono ammazzati così.

Galeazzo Ciano, De Bono et alii, dopo il processo di Verona furono fucilati alla schiena l’11 gennaio 1944, e non erano più abietti di chi li fucilava. Anzi, forse il termine “abietti” è esagerato per i su citati signori.

I fratelli Attilio ed Emilio Bandiera nel Vallone di Rovito furono fucilati al petto dai Borbonici il 25 luglio 1944, come Gioacchino Murat il 13 ottobre 1815 a Pizzo Calabro, e come l’ultimo fucilato nello stato dello Utah, per condanna a morte il 18 giugno 2010, Ronnie Lee Gardner, già ricoverato in clinica per problemi mentali, infanzia tremenda e scalcagnata, come molti dei condannati a morte negli Stati Uniti d’America, e non solo. Cinque Winchester hanno tuonato dalla feritoia di una stanza dove il condannato era legato a una sedia e aveva sul cuore un cerchio come bersaglio, fucili di cui uno era caricato a salve, cosicché ognuno dei cinque soldati/ poliziotti/ boia ha potuto pensare di non essere stato lui a sfondare il cuore del criminale malato, condannato alla pena capitale.

La fucilazione così organizzata permette a un “boia” di sentirsi moralmente alleggerito, mentre tutte le altre modalità di esecuzione non lo consentono.

Fu Ronnie Lee a scegliere di essere fucilato invece che ucciso con il cloruro di potassio e il cianuro in vena.

Rayshard Brooks è stato invece fucilato alla schiena, innocente, senza processo, con tre colpi di calibro 9 millimetri, non so se di una Beretta, Smith&Wesson, Colt o Glock, comunque di ordinanza, come si dice. Il fucilatore è stato licenziato e forse sarà processato e condannato per omicidio di qualche grado (per me sarebbe di primo grado), forse vent’anni, dei quali sconterà 4 o 5.

Quando l’uomo, trovato in auto mentre dormiva, un po’ ubriaco e fatto, è stato afferrato dai due poliziotti, ed essendo riuscito a divincolarsi e a fuggire, è stato fermato con la fucilazione alla schiena. Ma, dico, trovi uno ubriaco che dorme in auto, lo fermi, lui scappa e tu lo ammazzi? Ma che? Ma che ragione c’era di sparargli? Anche se a piedi li avesse seminati, non avrebbero potuto chiamare rinforzi fino a catturarlo, se avevano ragioni per catturarlo? Non si è neppure capito perché avessero tanto bisogno di fermarlo. Sembra una follia.

O razzismo puro e semplice, violenza sadica, immotivata. Dopo l’omicidio, il capo del Dipartimento di polizia di Atlanta, la signora  Erika Shields,  si è dimessa.

Anche un imbarazzato Trump ha dovuto ammettere che si tratta di una fatto inammissibile.

Un paragone. Ricordi, mio gentil lettore, il caso del carabiniere accoltellato dal ragazzino americano, turista a Roma qualche tempo fa? Quei fatti in poche parole che trovo sul web: “…nella notte del 26 luglio scorso a Roma, il vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega venne ucciso con 11 coltellate nel quartiere Prati a pochi metri dall’albergo dove i due americani Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjorth, ora in carcere, alloggiavano. Il vicebrigadiere, quella notte, insieme al collega Andrea Varriale andò in via Pietro Cossa per recuperare la borsa che i due ragazzi avevano rubato a Sergio Brugiatelli. Elder e Hjorth, dopo il furto dello zaino avevano organizzato, infatti, un ‘cavallo di ritorno’ e dissero a Brugiatelli di riportare soldi e droga. Ma all’appuntamento si presentarono i 2 militari, da lì l’aggressione da parte  del 20enne americano Finnegan Lee Elder. Oltre all’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega ai due indagati vengono contestati la tentata estorsione, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e concorso in omicidio.”

E ricordi il padre del ragazzo americano, con che sussiego superbioso era poi venuto a Roma per il figlio? Sembrava quasi che il vizioso ragazzo fosse la vittima, non il reo.

Cerciello Rega e Varriale non avrebbero mai sparato ai ragazzi americani, se questi gli fossero sgusciati dalle mani, anzi, Cerciello non aveva manco l’arma con sé…

Gli Stati Uniti d’America, per certi aspetti assomigliano alla Somalia, dove se cammini per strada non sei sicuro di nulla. Negli USA pare che, se sei nero, puoi non tornare a casa un giorno qualsiasi.

Odio (faccio per dire) quelli che dicono “non meritava di morire” oppure “era innocente“, anche se sopra lo ho scritto anch’io. Mi spiego: chi può dire che uno “merita di morire o meno?” Chi? Chi “merita di morire?”

Come si può intendere una domanda del genere, magari con l’aggiunta che la vittima è innocente? La domanda è assurda ed eticamente insensata. Io posso uccidere chi volesse attentare alla vita di mia figlia, ma non c’entra il merito, e, in questo caso, perfino la colpevolezza. Non c’entra.

Altro è agire d’impeto, soprattutto per legittima difesa, azione legittima e non perseguibile, altro è esprimere concetti come quelli sopra, che sono imbecilli. Eppure nelle cronache di vita vera e nei telefilm si sentono queste frasi indegne e anche stupide.

Devo dire che preferisco, mi perdoni la famiglia del povero nostro soldato di pubblica sicurezza, una situazione come quella di Roma piuttosto che come quelle di Minneapolis e di Atlanta, anche se per me, che non sono direttamente coinvolto, è facile dirlo. Ma ci capiamo, caro lettore.


Imbecilli a buon mercato: un mix di razzisti, di politicamente corretti, di babbei generici e di snob di ogni risma e colore politico

Se ne vedono e si incontrano persone e fatti di tutti i generi e specie.

Statua abbattuta di Cristoforo Colombo

Il primo fatto tra altri, in ordine sparso: “…e allora, qui ci sono o due neri che non mi fanno entrare“, in una banca primaria, in quel di Udine. Qualche dì or sono, giungo verso mezzogiorno per fare alcuni bonifici, avendo telefonato per l’appuntamento. All’ingresso trovo due ragazzoni neri che fungono da commessi, chiedendo ai clienti se avessero prenotato il servizio, come d’uso di questi tempi Covid-relati, facendo entrare con ordine ogni persona, non appena ne fosse uscita un’altra, al fine di non creare assembramenti all’interno.

La frase di cui sopra è pronunziata da un circa cinquantenne, furlàn, giacchino leggero rosso, calvizie non poco incipiente. Il ragazzo cui (non) si era rivolto direttamente, ma si trovava a due metri dall’uomo, trasecola visibilmente, ma non dice nulla. Tutt’intorno forse eravamo in cinque o sei, persone di tipo vario, tra cui si poteva riconoscere la casalinga, il professionista, il pensionato, il giovane… e poi c’ero io.

Passano cinque o sei secondi in un silenzio imbarazzato e intervengo: “Ma ho sentito bene, lei sta telefonando a qualcuno dicendo che qui ci sono due” neri” che la stanno bloccando?” Si capiva benissimo che stava parlando con qualcuno all’interno che, essendo il tono confidente, era certamente conosciuto.

Non mi risponde. Aggiungo, allora: “Si rende conto di avere pronunziato una frase razzista? …silenzio…, poiché qui non si tratta di “neri” che la bloccano, ma di due lavoratori che fanno il lavoro loro affidato… silenzio, e anche perché è noto a tutti gli esseri pensanti che le razze non esistono, sono un concetto antiscientifico“… silenzio.

Mi accorgo anche di star facendo un sermoncino, ma il parlato non mi viene diversamente. Ero incredulo, e immediatamente incazzato.

A quel punto si avvicina anche l’altro commesso, alto circa due metri, una vera ala forte da basket che, alleandosi obiettivamente a me, cerca di tranquillizzare il collega che stava per esplodere. I presenti, allibiti, per circa mezzo minuto non intervengono, finché una signora piccolina comincia a darmi ragione, mentre un signore anziano, al contrario, inizia a proferire una serie di contumelie contro di me del tipo “Lei è un cafone, maleducato, ma come si permette, idiota“, e via così. Ho reagito verbalmente mantenendo un tono fermo, ma senza rispondere con espressioni aggressive, solo dicendo che la mala-educazione forse apparteneva a lui fin dalla lontana infanzia, devo aver detto.

Questo, nell’accogliente Friuli del 2020.

Piccolo parco milanese dedicato a Indro Montanelli: qualcuno vuole tirare giù la sua statua, poiché è stato pedofilo in gioventù durante la Guerra di Abissinia. In America vogliono abbattere la statua di Cristoforo Colombo. La imbrattano di rosso. Poveri ignorantelli.

Altrove si stanno abbattendo le statue di commercianti di schiavi e di generali Unionisti sconfitti nella Guerra di Secessione.

Montanelli, la statua di Colombo divelta a Richmond e a Boston, i commercianti di schiavi, i militari sudisti, tutto da abbattere. E allora, perché non distruggere le statue di Socrate, di Giulio Cesare, di Adriano, che avevano una visione dell’educazione e dei rapporti umani improntati alla greca paidèia? Platone come il mercante schiavista.

Perché non distruggere tutti i libri di Kant, perché ha scritto qualche frase razzista?

Perché non abolire la lettura liturgica delle Lettere di San Paolo, perché non era antischiavista alla lettera?

Ignoranza diffusa, crassa e abbondante. San Paolo, nella Lettera a Filemone implora questo signore di perdonare lo schiavo fuggito, potendo egli come padrone, secondo le leggi romane di allora, addirittura togliergli la vita? A questi signori che fanno d’ogni erba un fascio suggerirei di farsi leggere e spiegare il versetto 11 del capitolo terzo della Lettera agli abitanti di Colossi e il versetto 28 del capitolo terzo della Lettera agli abitanti della Galazia, sempre di Paolo di Tarso, dove si afferma l’assoluta uguaglianza fra tutti gli esseri umani, prodromo filosofico-morale di tutta le norme successive, fino all’Illuminismo.

La servitù della gleba è stata abolita formalmente in Russia solo oltre la metà del XIX secolo dallo zar Alessandro II, ma nei fatti continuò. Del razzismo statunitense e delle sue date ho già scritto nei pezzi precedenti, e non mi ripeto.

Certamente alcune statue sono simboli di ingiustizie radicali perpetrate nei secoli verso milioni di esseri umani, e fanno problema, ma la loro distruzione non migliora la cultura generale, né quella individuale dei manifestanti. Piuttosto è nella scuola dell’obbligo della grande Nazione americana e ovunque che bisogna operare, promuovendo cultura e conoscenza.

Non dimentichiamoci del norvegese Anders Brejvik che poco più di dieci anni fa ha fucilato 77 giovani del partito socialista nell’isola di Utonomja e ad Oslo. Se in America non si placa la guerra ai simboli dell’odio, non dimentichiamo la storia dell’apartheid sudafricana e anche dell’omicidio razzista di Olof Palme, che fu ucciso per strada a Stoccolma, probabilmente da un sicario assoldato dai servizi segreti del Sudafrica.

Non dimentichiamoci dei pogrom russo-ucraino-polacchi dei secoli XVI, XVII e XVIII contro gli Ebrei.

Non dimentichiamoci della Shoah, della Conferenza di Wannsee e delle leggi infami italiane del 1938. Non dimentichiamo nulla, se vogliamo che ogni popolo, ogni nazione faccia i conti fino in fondo con i propri fantasmi orrendi.

Questo direi anche alla speaker democratica del Parlamento americano Nancy Pelosi. Non tanto abbattere statue, ma migliorare la cultura degli Americani e dei giovani in particolare, cui, se non possono permetterselo con mezzi familiari propri, son dedicate scuole mediocri: quello che loro chiamano “liceo”, da quasi tutti frequentato, è solo la pallida ombra di un liceo classico o scientifico italiano o tedesco. La cultura media degli americani è scarsa, insufficiente. Loro parlano inglese e conoscono il computer, ma non hanno alba di storia dell’Europa (loro mamma e papà spirituale) e universale.

Prima di abbattere le statue di chicchessia, cari leader americani, abbattete la vostra ignoranza. Anzi, non solo gli americani, tutti, tutte le nazioni sono povere di conoscenza.

Ho letto le schede della Commissione Colao. Un buon lavoro propositivo, ma due cose: quali strutture gestionali saranno in grado di attuarle, anche solo in parte? Perché non si è sottolineato di più l’esigenza di una formazione antropologica ed etica? Non bastano i diagrammi psicometrici per cambiare, occorre la filosofia, caro dottore Colao! E a me ben poco caro prof Conte.

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Adnan, siculo-pakistano è morto, ucciso dalla mafia dei caporali. La sua tragica fine, dimenticata dai media, “vale” moralmente come quella di George

Caltanissetta è una città della bella Sicilia piena di sole, abitata dai Nisseni. Tutt’intorno vibra la vita antica della Trinacria greca, bizantina e islamica.

Adnan Siddique

Adnan lì viveva da cinque anni a Caltanissetta. Lì lavorava, lì cercava di collaborare civicamente e moralmente alla vita sociale e lavorativa degli autoctoni e dei suoi connazionali lì residenti. E’ stato ucciso a coltellate per aver difeso dei braccianti attivi nelle campagne, colà, come in altre parti d’Italia, brutalmente sfruttati dai cosiddetti “caporali”, delinquenti professi e cinicamente attivi.

Adnan Siddique era un manutentore di macchine tessili, ed era quindi un operatore specializzato, colto di cultura del lavoro, sensibile. Quando ha accompagnato un connazionale a sporgere denuncia perché retribuito con una cifra che era solo metà di quella contrattuale, la sua storia personale è cambiata. Ha iniziato a subire minacce e aggressioni fisiche fino all’epilogo tragico del 3 Giugno scorso, quando, in casa sua, è stato ammazzato con un coltello da macellaio. Sono stati fermati diversi suoi connazionali, che evidentemente si erano integrati nel crimine locale, imparando il peggio di quella sub-cultura, e portando il peggio della propria.

Per le sub-culture il valore della vita umana del singolo essere umano è molto basso, quasi inesistente, scambiabile per pochi denari o per l’ottenimento di beni di esiguo valore, o per vendetta rispetto a comportamenti che questi assassini ritengono pregiudizievoli dei propri affari o “privilegi”.

Questi assassini sono persone ignoranti e violente, per le quali sopprimere un uomo o una donna costituisce nient’altro che un “fatto tecnico”, da attuare rapidamente e possibilmente senza farsi scoprire.

Non saprei qualificare (non parlo di quantificarlo) il rimorso rispetto al proprio stato interiore, in quanto, se il valore della vita umana altrui è tanto inconsistente, pare evidente che non provochi significative reazioni psicologiche. L’assenza di empatia, che sia totale o parziale, è l’ambiente psico-spirituale e morale nel quale possono essere assunte certe decisioni finalizzate all’omicidio.

La tragedia è stata denunziata da vicini di Adnan che lo hanno sentito gridare, e in breve i carabinieri hanno intercettato alcuni degli assassini sporchi di sangue.

Perché bisogna parlare di questo atroce delitto, almeno come si è giustamente parlato e si continua, dell’orrore di Minneapolis? Anche se nel caso italiano non sono coinvolte le forze dell’ordine?

Un alto ufficiale dell’Arma , amico mio, mi ha spiegato come avviene l’addestramento delle reclute. Si cura molto l’aspetto tecnico, ma si dovrebbe curare di più e meglio quello psico-morale. Eventi come quelli di Cucchi, Uva e Aldrovandi non dovrebbero succedere, anche se nei grandi numeri, la statistica ci insegna che qualcosa non è prevedibile nell’agire umano.

Nel caso di Caltanissetta, invece, i carabinieri sono arrivati in soccorso, come in innumerevoli altri casi, che non conoscono la ribalta delle cronache. Ma lì Adnan era già morto.

In Italia viviamo in una temperie psico-morale più matura e civile di quelle americana, perché veniamo da più lontano (e speriamo di andare lontano), anche se molti non ci amano, in giro per il mondo, magari perché gelosi, come lo sono diversi grandi popoli a noi molto vicini, che non voglio neanche citare, poiché lo ho fatto altre volte.

Questi tempi, però, suggeriscono di stare in guardia, perché la mondializzazione e la globalizzazione non sono solo un fenomeno economico-finanziario, ma anche qualcosa di legato alla comunicazione in tempo reale e alle sue deformazioni. Un omicidio come quello di Adnan è connesso, sia all’ambiente nel quale è avvenuto, sia all’oggettività dei grandi flussi umani che stano accadendo da qualche decennio.

Per questo occorre vigilare sui modi del cambiamento globalizzante e investire denaro pubblico nella formazione dei giovani e nell’assistenza alle famiglie disagiate. Anche in Italia abbiamo non poco lavoro da fare.

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