Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Azioni “disumane” “dell’uomo”

Caro lettore,

sedici morti ammazzati ammassati su vetusti furgoni appesi a qualche cordame per strada di ritorno dal bestiale lavoro a tre euro l’ora. Sedici ragazzi giovani dell’Africa, facili prede di orrendi profittatori. Non ci son scuse o ragioni, se non la bestialitas dei caporali e dei loro accoliti.

Da decenni si parla di questa tratta di forze umane nel meridione italiano e ora non solo: non so che cosa abbiano fatto i sindacati eredi del grande compagno Di Vittorio, che cosa gli ispettori del lavoro, che cosa i politici eletti in loco, che cosa le associazioni d’impresa, che cosa qualsiasi altro soggetto umano a conoscenza dello sfruttamento sette/ ottocentesco di decine di migliaia di giovani di pelle scura, alloggiati alla canina via, bastonati e sfruttati con ritmi di lavoro e paghe indonesiane. Che cosa? Dove erano, dove sono? Che cosa fano dalla mattina alla sera? Congressi? Riunioni di lavoro? Piani di intervento a tavolino? Multe? Non so.

Nel titolo ho scritto “azioni disumane dell’uomo”: forse che, mio gentile lettore, trovi una qualche contraddizione nel titolo stesso? Vediamo: azioni (sostantivo-soggetto), disumane (attributo del sostantivo-soggetto), dell’uomo (genitivo, complemento di specificazione del sostantivo-soggetto). A prima vista vi è una ripetizione, perché l’attributo di “azioni”, cioè disumane, in qualche modo si giustappone al complemento di specificazione “dell’uomo”. E dunque, le azioni sono disumane, epperò sono-dell’uomo, cioè l’uomo è capace di azioni disumane, là dove l’attributo ha valenza morale e rilevanza etica. L’uomo fa il male, perché è intriso di male nella sua propria anima.

Svelo l’arcano linguistico-filosofico, per dire: Tommaso d’Aquino distingueva tra le azioni “umane”, e quindi anche tra quelle “disumane”, e le azioni dell’uomo, per chiarire bene che l’uomo, animal rationale, secondo il Philosophus Aristoteles (così Tommaso lo chiama nella Summa Theologiae) è capace di azioni buone, cioè umane: ed eccoci, vale a dire degne del suo essere animale razionale e quindi capace di conveniente bontà, e anche -di contro- di azioni malvage, vale a dire di azioni intrise di malevolenza, mancanza di rispetto, di solidarietà, di fratellanza, fino alla violenza e all’omicidio dell’altro, se tale atto  potrà essere di convenienza propria.

I neuro-scienziati tendenzialmente materialisti odierni, un po’ alla Damasio, considerano l’evoluzione un tutt’uno dai batteri di cento milioni di anni fa al sapiens di ottantamila anni fa, quello della rivoluzione cognitiva. Può darsi abbiano ragione sotto un certo profilo, ma non bastano le loro ragioni razionalistiche: occorre un pensiero più capace di accedere, almeno a tentare di accedere, alla stupefacente complessità psico-fisica dell’essere umano, cioè alle sue manifestazioni spirituali. cioè psico-morali .

E dunque, lasciando perdere qui le dimensioni giuridico-contrattuali e politico-amministrative dei casi sopra citati, appunto, e mantenendoci a un livello più generalmente antropologico, che cosa dobbiamo fare di e con quei “caporali”, dopo averli individuati e debitamente puniti secondo il nostro civile ordinamento penale? Dobbiamo credere che sono degli umani capaci di resipiscenza, di pentimento e di redenzione? Non ho rispose facili. Totò Riina fino all’ultimo ha minacciato forze dell’ordine e magistratura, ritenendosi al di sopra di ogni morale e di ogni ordinamento, e questi signori, questi uo-mi-ni di che pasta sono fatti?

Innanzitutto mi metto in ascolto della politica che comanda ora, i due partitoni che a sentir loro non sbagliano mai, che in realtà ereditano e debbono rimediare a errori altrui, dei predecessori, delle opposizioni (e mi chiedo, quali opposizioni?). Non sono letteralmente in grado di profferir verbo che abbia un qualche senso analitico e programmatico-operativo. Meno male che c’è la Polizia, i Carabinieri, la Guardia di finanza, qualche prete e la Caritas. Per il resto sguardi attoniti e parole vuote in libertà, come quelle, le solite, arroganti e distruttive, del Ministro dell’Interno o del prezzemolino-saviano.

Personalmente son convinto che le energie e le forze ci sono, ci sarebbero, solo che chi le guida, a partire dalla politica, sapesse lavorare. Il fatto è che questa classe politica cui gli Italiani hanno demandato la responsabilità di governo, NON SA LAVORARE.

Quando io incontro un giovane laureato, anche in ingegneria, in un colloquio di selezione, spesso lo spiazzo con la domanda: “scusi, lei sa lavorare?” la domanda è insidiosissima, perché se si si tratta di un giovane può suonare come una presa per il sedere, ma se si tratta di un senior di più di quaranta anni può suonare addirittura umiliante. Eppure io continuo a fare questa strana domanda, i cui esiti psico-dialogici recupero immediatamente dopo spiegando che è un modo per entrare in medias res e condividere che ogni azienda, ogni luogo di lavoro, richiede una ri-partenza mentale, un nuovo approccio, umiltà, capacità di ascolto e di mettersi in discussione, anche se la persona,  il candidato possiede ottimi titoli e una buona esperienza pregressa. Le persone più vispe mi rispondono quasi subito, dopo un legittimo attimo di smarrimento: “beh, non conosco questa azienda e pertanto all’inizio devo imparare“, e queste sono le persone che accettano anche di ripartire da un inquadramento più modesto e da una RAL (Retribuzione Annua Lorda) calmierata rispetto alla precedente. Allora si prosegue e si arriva spesso all’inserimento del perito meccanico trentacinquenne, dell’ingegnere quarantacinquenne, e si va avanti.

Questi signori e signore entrano e imparano (re-imparano) a lavorare e crescono e, dopo un periodo nel quale sono state un puro costo per l’impresa, diventano parte di una struttura che fa guadagnare e quindi creare le condizioni ineludibili per crescere insieme, reinvestire e assumere ancora persone.

I politici di cui sopra NON CONOSCONO LE COSE DI CUI SI OCCUPANO, NON SANNO LAVORARE E PRETENDONO DI INSEGNARE. Questa è la ragion principale dei fatti di cui a questo post.

Non so più farlo, né lo voglio fare, di perorare ancora umiltà e buona volontà, se non per riflettere ancora una volta con i miei gentili lettori, che non si può non partire che dalla conoscenza, dallo studio, dalla ricerca, dalla costruzione di una capacità progettuale della politica e della pubblica amministrazione, a partire dalla scuola, che deve dare gli strumenti per un’inculturazione generale all’umano. Inculturazione non acculturazione, cioè crescita della consapevolezza di essere-umani. Anche i caporali, a questo punto, potranno svestire la maschera ambigua della violenza e del ricatto e si potranno mettere creaturalmente in gioco con tutti gli altri, anche con i neri vilipesi e offesi.

Il silenzio delle pietre

Lo stimabilissimo dottore Andreoli, medico psichiatra, è anche un eccellente scrittore, anzi narratore. E pensator-filosofo, come dovrebbero essere sempre i medici. Conosco da anni il suo lavoro di divulgatore scientifico e apprezzo la sua visione ampiamente umanistica della psiche umana. Andreoli non è un positivista, né è uno spiritualista, poiché la sua visione del mondo si colloca in una dimensione equilibrata tra i due estremi idealistici, evitando le esagerazioni tipiche di coloro che la pensano in un modo solo ed evitano l’utile dialettica tra diversi e la sua connessione metafisica necessaria.

Il titolo del mio pezzo coincide con il titolo del suo romanzo-saggio edito da Rizzoli, ed è metafora splendida, solo apparentemente scontata.

Che le pietre non parlino con voce umana è noto, ma a Inverkinkaig, meravigliosa baia delle Highlands nella Scozia settentrionale le pietre sembra ti guardino. L’uomo è andato colà in cerca di silenzio e di pace, cosicché ha evitato il concerto della presenza umana, preferendo quello delle pecore racchiuse nei Croft, sorta di “maso chiuso” delle terre alte, cercando anche di comprendere la cultura clanica delle poche migliaia di persone lì abitanti dai tempi dell’imperatore Claudio, che li ammetteva perfino al Senato di Roma imperiale. Pitti e Britanni si chiamavano allora, che Adriano preferì in qualche modo separare dagli altri territori dell’Impero, facendo costruire il famoso Vallo.

Nella baia di Inverkinkaig sostano innumerevoli specie di uccelli marini, dalle berte ai gabbiani ai puffin agli aironi alle anatre selvatiche con i loro piccini nuotanti e zampettanti nell’acqua ribollente della baia. Rare case segnano il profilo delle colline, a scandire i confini dell’appezzamento familiare. McLeod e McDalglish si alternano come cognomi, ché sono i cognomi dei due clan presenti e dominanti.

L’uomo si basta vivendo di quello che compra nel villaggio più vicino, poiché non riesce a fruire dei beni del luogo: egli non sa tosare le pecore, non le sa mungere, né uccidere, non coltiva l’orto; ama soprattutto sognare al tramonto disteso nell’erica.

Verona è la città di Andreoli: al ponte San Francesco presenta la vita di una media città ricca di storie e d’arte. Lì all’incrocio semaforico lavorano giovanissimi lavavetri, che sopravvivono delle monete concesse per il servizio, da parte di chi è gentile e ancora provvisto d’umana pazienza.

Il pensiero dell’uomo che ha cercato il rifugio dal frastuono del mondo trova la frescura delle terre del Nord silente e quasi disabitato. E prova a paragonare quattro personaggi della baia di Inverkinkaig, il macellaio, il droghiere, il giornalaio e il… non so più, a quattro personaggi del mondo per ora lasciato, il mondo rumoroso e sconcertante del 21° secolo: l’intellettuale, il medico, il commerciante e il… non ricordo.

Constata che l’animale umano, sia che sia nella bella città culta occidentale sia che sia nella baia selvaggia del Mare del Nord, in compagnia degli uccelli marini, sempre quello stesso animale, è.

E dunque lui, o chi per lui, in cerca della solitudine e in continuo dialogo sulle “cose ultime” (si dice in teologia fondamentale), soprattutto sulla prima delle stesse, la morte, non trova soluzioni razionalmente soddisfacenti, poiché ovunque viva l’uomo l’interrogativo sul destino ineluttabile non prevede risposte, ma solo un cul de sac, oppure un tuffo nell”atto di fede, a scoprire gli altri tre novissimi (così chiamava le “cose ultime” papa Sarto, San Pio X), che sono: giudizio, inferno e paradiso.

Andreoli non indulge in ulteriori ricerche, ma fa fare al suo alter ego, al suo personaggio, una scelta. Nella baia di Inverkinkaig.

 

La verità della realtà e la realtà della verità, coincidentia oppositorum vel harmonia mundi?

Caro lettore,

quale è, secondo te, la strada per riprendere il buon cammino interrotto dalla dilagante indecenza attuale? Sto parlando dei tempi in cui viviamo, del linguaggio in uso, della politica, delle prospettive sociali e del lavoro, del futuro nostro sia di gente in età sia dei giovani. Ho definito il nostro cammino come un sentiero interrotto dall’indecenza, dalla disumanità, dalla bruttezza, dalla paura. Chi sa un poco di montagna conosce i sentieri interrotti, viottoli che improvvisamente si piegano a novanta gradi o spariscono nel bosco. Buona norma è tenere gli occhi bene aperti, ché i burroni son nascosti dietro le macchie più lussureggianti.

Ricordo una ascesa notturna di circa vent’anni fa al monte Quarnan, alla luce della luna. Salimmo da Montenars e fummo in vetta dopo un’ora e tre quarti di cammino, alla luce del cielo stellato e della luna. Al ritorno stemmo in guardia proprio per evitare di rotolare nel bosco, ma uno di noi non si accorse della curva stretta e precipitò per svariati metri, graffiandosi tutto. ma tutto si risolse con un poco di spavento. Il silenzio della montagna e la notte sono compagni di strada severi.

Indecenza è un mancare di decenza come eleganza naturale e come spirito buono di comunicazione. Disumanità è quasi un controsenso, un ossimoro concettuale, poiché nulla di ciò che è umano può essere definito… disumano. Nell’umano vi è il bene e anche il male. Il tema manicheo della separatezza di principio tra i due modi dell’essere umano non stanno in piedi, poiché in ogni singolo essere umano sono compresenti aspetti positivi e aspetti negativi, quasi che bene e male siano commisti e connaturali all’umano stesso. E infatti… Casomai si può essere più precisi, come suggerisce Tommaso d’Aquino: chiamare gli atti mali come atti dell’uomo, non come atti “umani”, chiedendo quindi al genitivo di specificazione la determinazione dell’autore del male fatto, così mantenendo all’aggettivo “umano” l’accezione buona che gli compete.

La bruttezza è un tratto estetico nel senso più profondo del termine, là dove si intende per estetica un manifestarsi dell’essere delle cose e delle persone, secondo l’etimologia greco antica (aisthesis). Non intendiamo dunque il dualismo oppositivo tra bellezza e bruttezza, così come è nell’accezione vulgata contemporanea. La bruttezza di cui qui parliamo è spirituale, interiore, morale. Quando si dice “è una brutta persona” non si intende che abbia tratti somatici sgradevoli, ma che è malvagia, o che comunque manifesta comportamenti moralmente disdicevoli.

Aileen Wuornos nel film Monster, se –mio caro lettore– hai visto il film, e Charlize Theron sono la stessa persona, la bruttezza e la paura, di sé e della vita.

Si discute alla Camera dei deputati al Senato della Repubblica italiana del decreto “dignità. Decine di parlamentari si iscrivono a parlare, soprattutto delle opposizioni, moderate, di destra e di centro e sinistra. Il ministro “competente” Di Maio è in aula, ma sta zitto, imbarazzato. Il poveretto. Con modi gentili e civili chi interviene lo fa, non tanto per dissentire dai contenuti del decreto, di cui anche qui ho dato ampio conto critico, ma per sottolineare l’esigenza di emanare una norma di raccordo tra vecchio ordinamento e quello nuovo, al fine di evitare licenziamenti inutili e irrazionali, dannosi per le aziende e nefasti per i lavoratori coinvolti. Nulla di nulla: la presidente della commissione Ruocco (M5S) addirittura fa l’offesa perché gli avversari osano contraddire la linea del governo.

Bene e male insieme, nell’uomo e fuori dall’uomo. Per immediata intuizione si può dire che il primo sintagma del titolo di questo pezzo “la verità della realtà” esprimerebbe una dimensione prevalentemente estensiva, mentre il secondo sintagma “la realtà della verità” una dimensione prevalentemente intensiva.

In altre parole parrebbe che la realtà non possa non contenere tutta la verità, mentre la verità -al contrario- no, poiché la realtà è fatta anche di menzogne, dissimulazioni, falsità etc.

E’ indubbio che così sia, ma anche no. Perché vi è una verità anche nella menzogna, nella falsità, nella dissimulazione. Infatti, si può dire: è vero che quella è una menzogna, è vero che quella è una falsità, è vero che quel tale dissimula, e non dice ciò che pensa.

Paradossalmente, dunque, troviamo la verità anche nel suo contrario, come ben sapeva Hegel con la sua teoria dinamica della tesi, antitesi e sintesi. La mente umana pare riuscire a comprendere tutto, pur nei suoi limiti, tant’è che si può dire: la ragione non sta mai tutta dalla stessa parte e così il torto.

La realtà è fatta di tutte le cose, che sono res, e dunque comprende il tutto, mentre la verità rappresenta ciò-che-è-vero, e quindi è reale. In latino gli “scolastici” del ‘300 usavano dire “verum et bonum et puchrum convertuntur“, cioè il vero, il buono e il bello in qualche modo si convertono l’uno nell’altro fino a coincidere.

Potremmo fare un bell’esercizio rappresentando la negatività come limite, come reciproco della positività, come coincidentia oppositorum (Card. Nicola di Kues), e infine come Harmonia mundi, pure in tanto dolore e imperfezione.

In itinere, omnes homines viatores sumus.

Para leer el Zibaldon verdadero y escribir con humildad un Zibaldon nuevo

I miei cari lettori sanno che a volte uso citazioni dirette di autori che stimo e ammiro, per introdurre temi da commentare nella situazione attuale. Questa volta invito a leggere quasi integralmente i capp. 103 e 104 dello Zibaldone di pensieri di Giacomo Leopardi, che sto ristudiando come testo filosofico di grandissima attualità, fonte di ispirazione per Nietzsche e per gli esistenzialisti nostri contemporanei, da Sartre a Heidegger. Chi fosse interessato a questo brillantissimo e profondo anche se a-sistematico testo filosofico, lo può trovare a prezzo calmierato negli Oscar Mondadori. Più avanti nell’estate proporrò anche una rilettura della penultima grande lirica del nostro “giovane favoloso”, La Ginestra, scritta da ospite nella casa del suo amico Antonio Ranieri, a Napoli.

Ci sono tre maniere di veder le cose. L’una e la più beata, di quelli per li quali esse hanno anche più spirito che corpo; e voglio dire degli uomini di genio e sensibili, ai quali non c’é cosa che non parli all’immaginazione o al cuore, e che trovano da per tutto materia di sublimarsi e di sentire e di vivere, e un rapporto continuo delle cose coll’infinito e coll’uomo, e una vita indefinibile e vaga; in somma di quelli che considerano il tutto sotto un aspetto infinito e in relazione cogli slanci dell’animo loro.

L’altra, e la piú comune, di quelli per cui le cose hanno corpo senza aver molto spirito; e voglio dire degli uomini volgari (volgari sotto il rapporto dell’immaginazione e del sentimento, e non riguardo a tutto il resto, per esempio alla scienza, alla politica ec. ec.), che senza essere sublimati da nessuna cosa trovano però in tutte una realtà, e le considerano quali elle appariscono e sono stimate comunemente e in natura, e secondo questo si regolano. Questa è la maniera naturale, e la più durevolmente felice, che senza condurre a nessuna grandezza, e senza dar gran risalto al sentimento dell’esistenza, riempie però la vita di una pienezza non sentita, ma sempre uguale e uniforme, e conduce per una strada piana e in relazione colle circostanze dalla nascita al sepolcro.

La terza, e la sola funesta e miserabile, e tuttavia la sola vera, di quelli per cui le cose non hanno né spirito né corpo, ma son tutte vane e senza sostanza; e voglio dire dei filosofi e degli uomini per lo piú di sentimento, che dopo l’esperienza e la lugubre cognizione delle cose, dalla prima maniera passano di salto a quest’ultima senza toccare la seconda, e trovano e sentono da per tutto il nulla e il vuoto, e la vanità delle cure umane e dei desideri e delle speranze e di tutte le illusioni inerenti alla vita, per modo che senza esse non è vita.

E qui voglio notare come la ragione umana di cui facciamo tanta pompa sopra gli altri animali, e nel di cui perfezionamento facciamo consistere quello che la successione e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo, giacché volendosi governare secondo questo incontrastabile principio ognuno vede quali sarebbero le sue operazioni. E pure è certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. E tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia, ma la pazzia la più ragionevole della terra, anzi la sola cosa ragionevole, e la sola intera e continua saviezza, dove le altre non sono se non per intervalli. Da ciò si vede come la saviezza comunemente intesa, e che possa giovare in questa vita, sia più vicina alla natura che alla ragione, stando fra ambedue e non mai, come si dice volgarmente, con questa sola, e come essa ragione pura e senza mescolanza, sia fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia dell’uomo, sia miserabile e incapace di farci non dico felici ma meno infelici, anzi di condurci alla stessa saviezza, che par tutta consistere nell’uso intero della ragione.

Perché chi si fissasse nella considerazione e nel sentimento continuo del nulla verissimo e certissimo delle cose, in maniera che la successione e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo, giacché volendosi governare secondo questo incontrastabile principio ognuno vede quali sarebbero le sue operazioni. E pure è certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. E tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia, ma la pazzia la piú ragionevole della terra, anzi la sola cosa ragionevole, e la sola intera e continua saviezza, dove le altre non sono se non per intervalli. Da ciò si vede come la saviezza comunemente intesa, e che possa giovare in questa vita, sia più vicina alla natura che alla ragione, stando fra ambedue e non mai, come si dice volgarmente, con questa sola, e come essa ragione pura e senza mescolanza, sia fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia.”

L’intelligenza del grande pensatore  e poeta nostro elabora un testo non facile, tra cui è invece facile perdersi. Non si pensi che, siccome lo dice esplicitamente, egli sposi senza riserva la terza visione del mondo, quella pessimistico radical-nihilista. Non è così. Il conte Leopardi accompagna il lettore a una riflessione più complessa. La sua onestà intellettuale lo porta a sostenere che la natura (Dilthey direbbe Naturwissenschaften, o scienze della natura) la vince sempre sulla ragion intellettuale (sempre Dilthey direbbe Geistwissenschaften, o scienze dello spirito), ma questo non deve scoraggiare l’uomo, per cui, se l’uomo vuole co-determinarsi insieme con la circostanze che costituiscono, insieme con le iniziative della volontà individuale, il suo proprio destino, deve avere il coraggio (prima opzione) di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Ed è qui che il pessimismo leopardiano vien fuori, proprio per la sua onestà intellettuale, ed è in questo modo che il suo ragionamento si manifesta come attualissimo, in una fase storica, la nostra, che vede il deliquio del pensiero argomentante e della logica raziocinante. Leopardi è un romantico disilluso, non un disperato disperante, e la differenza tra i due profili ideal-tipici è radicale.

Vi è di più, come sempre, vi è un’ulteriorità negli scritti leopardiani, siano essi in forma di poesia, siano essi in forma di prosa filosofica. A me par di intravedere in Leopardi la penna e le intenzioni di un pedagogo eccelso, dello stesso livello di un Aristotele o di un sant’Agostino. Infatti, sia il filosofo di Stagira, sia il vescovo di Ippona pensano che l’uomo abbia le risorse interiori, psichiche e spirituali per emergere anche dalle peggiori situazioni, sia pure con modi e mezzi diversi: Aristotele confida nella potenza del pensiero logico, della necessità intrinseca, stringente della riflessione sillogistica, per cui l’uomo riesce a comprendere il flusso e la ragione degli eventi e a intervenire su di essi, con la sapienza maturata nell’esperienza esistenziale individuale; Agostino in qualche modo crede altrettanto e aggiunge, di suo, che se l’uomo chiede aiuto con umiltà a Dio, l’Incondizionato non può non ascoltarlo, dandogli l’acutezza intellettuale e le risorse energetiche necessarie alla propria vita.

E per concludere questo strano e commisto mio scriver domenicale, aggiungo un’antica poesia in quartine e versi ottonari, mia cugina Giuditta la custodì nel tempo interiore, che scrissi in onore di Catine, mia nonna materna, ottantenne da pochi giorni. Io ne avevo ventiquattro e studiavo allora Scienze Politiche e lavoravo in fabbrica con tuta da metalmeccanico, come da foto qui sopra a destra. lavoro, operaio, studio e scrittura, come proprio un ricercar mio proprio, in forma di Zibaldone, forse un poco arcimboldesco.

L’occasione è un compleanno,/ ma l’intento è ricordare/ come fosse d’un sol anno/ della nonna il camminare.// Dopo che fu la campagna/ tra i vigneti e il patriarcato/ a forgiarla e a dar sostanza/ a ciò che noi siam risultato.// Ancor giovine e inesperta/ lei ben presto si sposò/ per portare al miglior fine/ ciò che in lei valor trovò.// Venner presto sette figli,/ due purtroppo se n’andorno/ ma dei cinque rimanenti/ lei fu fiera e loro attorno.// Era il tempo dei saluti,/ false glorie e miti affini,/ la miseria e gli starnuti/ solo vanto dei bambini.// E passarono i “vent’anni”,/ dura guerra poi passò,/ cominciarono a sposarsi/ i figli e lei pace trovò.// La rinascita: altro mondo,/ i primi soldi un po’ men scarsi,/ ma purtroppo ancora in fondo/ d’uopo è d’accontentarsi.// Che è che alfine noi vogliamo/ pianamente festeggiare,/ se non lei che solamente/ a noi del tempo può parlare?”

E che il sole di luglio non esageri, e il tempo giusto l’accompagni.

Tre sesquipedali idiozie: a) come il quotidiano Il manifesto ha trattato Marchionne; b) la denunzia dell’Italia della signora Josefa; c) la scritta “frocio” sullo scontrino fiscale e il successivo can can

Caro lettor domenicale,

chi mi legge sa che non esito a scrivere cose ritenute politicamente scorrette, secondo i criteri radical chic molto diffusi soprattutto a sinistra, tra politicanti minoritari arancioni o rosè (tra questi non c’è il comunista Marco Rizzo, che ha tutta la mia stima) à la Boldrina, cineasti giovani e meno, scrittori alla moda à la sapete chi, conduttori televisivi strapagati come Fazio e Augias, campioni sportivi ignoranti, giornalisti benestanti, preti monotematici e tristissimamente compresi del loro “eroismo” come don Ciotti, capi di Organizzazioni Non Governative come Open Arms, e altri.

Ho tre esempi di questa insopportabile tendenza: a) come Il Manifesto, quotidiano comunista, sta trattando la grave malattia di Sergio Marchionne; b) la denunzia penale della signora Josefa, camerunese, dell’Italia e della Libia per omissione di soccorso; c) l’enfasi posta su un comportamento omofobo da parte di un cameriere, che ha dato del frocio a un cliente scrivendolo sulla ricevuta fiscale. Di seguito tre commenti sui tre argumenti.

Nella sua brillante iconografia di prima pagina, senz’altro storicamente intelligente e ironica, questa volta Il Manifesto ha fatto schifo: foto di un Marchionne immalinconito e frase di questo tipo “e così Fiat“, dove quasi, echeggiando la formula liturgica “e così sia“, si sottende la morte del manager scherzando in modo insopportabile sulla vita di un uomo, considerato dalla linea editoriale dell’elegante quotidiano, un nemico.

Apprendiamo dalle tv, dalla stampa e dal web, che Open Arms, e la signora Josefa, le cui condizioni evidentemente permettono di avviare una vertenza penale, starebbero per denunziare Italia e Libia per omissioni di soccorso in mare dove c’erano persone in pericolo di vita. Quante centinaia di migliaia di persone ha salvato l’Italia in questi anni, caro signor nessuno di Open Arms e signora Josefa? Ecco perché anche Salvini continua a sbagliare con i suoi comportamenti che, in un mondo smemorato, pare facciano l’opinione storico-morale sul comportamento italiano in tema. Cosa ne sa lei Josefa dell’Italia? Chi la pilota ora che una visibilità planetaria e a che pro?

Terzo episodio: a Roma un cameriere idiota scrive sulla ricevuta fiscale di una cena per due, due giovani, molto giovani, coppia omosessuale, “frocio”, viene licenziato, ma per l’associazione gay  non basta: per costoro le autorità, cioè il sindaco Raggi, dovrebbero revocare la licenza al ristorante. Ma siete fuori di senno? Intanto, da un punto di vista gius-lavoristico il comportamento del cameriere avrebbe dovuto prevedere una contestazione disciplinare ex articolo 7, comma 2, della Legge 300/70 Statuto dei diritti dei lavoratori e, e come sanzione disciplinare, tuttalpiù una sospensione dal servizio e dallo stipendio di una o due giornate. Questa sanzione a parer mio e anche di un paio di autorevoli legali, miei amici, sarebbe stata proporzionata al fatto. Possibile non sia evidente a una mente normalmente pensate che si è trattato di una stupida goliardata, non di un enfatico “attacco ai diritti”. Immagino gli squilli di trombone di un Rodotà redivivo. Che noia.

Tre episodi che mi hanno fatto imbestiare per la loro stupidità, la loro idiozia, ma anche per l’insostenibile leggerezza interpretativa dei media e dei vari soggetti interessati.

Mi leggono migliaia di frequentanti questo sito ogni settimana, ma questa volta vorrei fossero milioni, perché non vedo in giro commenti come questo mio, soprattutto da sinistra, ché io sono lì da quelle parti veramente, a differenza dei radical chic che citavo sopra, anzi costoro sono di quella sinistra che non riesce più a parlare alle “masse”, che perde voti, capace solo di lamentarsi con sussiego e la puzza sotto il naso. Continui così anche su temi come quelli sopra commentati e il suo destino è segnato. Avanti con i diritti civili e il nulla su quelli sociali, in un mondo che è diventato competitivo con furia, cara sinistra auto-estinguentesi.

Resto sul mio, tengo il mio libero pensiero socialista riformista e raziocinante, lontano mille miglia da palloncini gialli, magliette rosse, manifestazioni trite, pura retorica solidaristica, e guardo al concreto real-vero del lavoro, della paziente formazione, dello studio e dei commenti in-formati, cioè provvisti di forma, denunziando le sgangherate semplificazioni dei populisti, così come gli scandalizzati strapparsi le vesti del ben-pensanti politicamente corretti, che sono non solo inutili, ma terribilmente noiosi, e quindi pericolosi.

La musica perfetta e/ è infinita

Caro lettor del sabato,

Sigiswald Kuijken dirige per me nel solitario mattino La Petite Bande. eseguendo i dodici Concerti Grossi di Arcangelo Corelli.  I dodici concerti sono suddivisi in sonate da chiesa, i primi otto, e in sonate da camera gli ultimi quattro, e sono databili agli anni a cavallo del 1700.  Corelli ha diviso ogni concerto in quattro, cinque o sei tempi, scegliendo diversi stilemi in voga nel suo tempo, praticati anche da Bach e Händel, come la gavotta, la sarabanda, il preludio, il minuetto, l’allemanda e la giga.

Nato in Romagna nel 1653 Corelli muore a Roma nel 1713,  questo nostro grande, forse troppo poco citato, è stato un compositore fondamentale della musica strumentale barocca, poi proseguita con alcuni suoi valenti allievi come Pietro Locatelli e Francesco Geminiani, ma anche a livello europeo. Non si possono non riscontrare influenze corelliane anche nella musica di Georg Friedrich Händel, come vedremo.

A Roma, dove visse a lungo. fu al servizio, prima del cardinale Benedetto Pamphili e poi del cardinale Pietro Ottoboni. La stessa Cristina regina di Svezia lo tenne come musicista prediletto. Suonò insieme con altri insigni musicisti, con un grandissimo Alessandro Scarlatti, con Bernardo Pasquini e con Giovanni Bononcini nel “Coro d’Arcadia” con il nome di Arcomelo Arimanteo. Interessante il ritrovamento presso il Conservatorio di Firenze di una Fuga a quattro voci con un soggetto solo, celata sotto lo pseudonimo-anagramma di Gallario Riccoleno. Il tema della Fuga contiene un tema del tutto simile a quello del celebre Allelujah del Messiah di Händel, per cui di potrebbe dedurre che il grande sassone fu allievo di Corelli durante un suo soggiorno in Italia.

E poi non posso non tornare all’ascolto della Missa Papae Marcelli di Giovanni Pierluigi da Palestrina eseguito dal Regensburger Domspatzen diretto da Theobald Schrems,  e a Giovanni Gabrieli, veneziano, il quale mi allieta da decenni con le sue infinita coloriture degli ottoni e delle voci, con gli Alleluja, i Deus Deus meus, i salmi e le antifone che ascolto dai vinili preziosi registrati in San Marco dai The Gregg Smith Singers diretti da E. Power Biggs,  e dai The Texas Boys Choir diretti da Vittorio Negri. Gli echi della basilica-moschea del Mediterraneo restano sospesi nell’aria come volute di cori angelici. Ascoltando queste musiche non si può rimanere nell’inerzia agnostica. Il divino prorompe dall’umano con forza ed armonia inaudita.

Non è necessario un atto di fede esplicito per aderire a queste musiche, ma basta lasciare che esse muovano dentro di noi quello che si lascia muovere della nostra anima. San Paolo, Sant’Agostino e frate Martino Lutero pensavano a questo: a un lasciarsi coinvolgere senza rifiutare nulla dell’apparire di Dio nel nostro spirito attraverso la musica, che per Agostino era doppia preghiera. Il grande misticismo renano di Johannes Meister Eckhart o quello di Ildegarda di Bingen sosteneva che se si fa silenzio nel fondo dell’anima Dio non può non apparire sommessamente, senza obbligare nessuno a dialogare in silenzio con l’anima stessa, visto che son della stessa natura. E così altrettanto pensano i sufi musulmani.

Anche se in modo differente si propone il misticismo orientale hindu-buddista, forse meno comprensibile per noi, poiché rivolto al Tutto. Noi occidentali, figli della Bibbia e della Filosofia greca, siamo affezionati alla singolarità della Persona, alla sua unicità irriducibile, che è vera, ma è anche soffio o scheggia del divino del Tutto (cf. ortodossia greca e Schleiermacher).

La musica, come arte ineffabile, non ha bisogno di traduzioni: essa penetra insinuandosi nei misteriosi pertugi del nostro mondo interiore, lentamente, leggermente, continuamente, ineluttabilmente. E questi avverbi modali, nel mentre contengono come suffisso “mente”, evocano la mente, cioè quel qualcosa di imprendibile, inafferrabile, inaudito, sfuggente, come il pensiero che da essa è prodotto.

La musica emerge dallo strumento e dalle corde vocali umane, ma non può non dirsi musica anche il fruscio delle foglie scosse dal vento, o il soffio stesso del vento. E perfino quella del tuono che accompagna il fulmine e lo scroscio della cascata montana, e il mormorio della sorgente.

E allora Corelli, Palestrina, Gabrieli sono lo specchio raccoglitore di questa meraviglia in-tonata, rotonda e perfetta e infinita come l’essere parmenideo, mentre scorre, senza contraddizioni, nel suo infinito.

epinicio quotidiano

Chi  non è a digiuno di studi classici sa che cosa è un epinicio, un canto di vittoria, traslitterazione della parola greca composta dalla preposizione epì, cioè intorno a, e nìke, cioè vittoria. Caro lettor mio, approfitto per dirti che la pronunzia del nome dell’importante ditta di calzature “nike”, è da mantenere come è scritto, in quanto parola greca, non all’inglese “naik” o addirittura “naiki”.

Il testo di questo canto poteva essere anche di un autore famoso, di un poeta, di un Bacchilide o di un Pindaro, che ne scrisse oltre quaranta, per cantare i vincitori delle Olimpiadi.

Nell’epinicio si descriveva l’atleta, si proponeva una biografia brevissima con cenni ai suoi ascendenti e allusioni mitologiche. Infine l’autore non dimenticava la parte etico-pedagogica che le gesta dell’atleta sottintendevano, in una strutture composta da strofe, antistrofi ed epodi.

L’epinicio è un cantare l’evento, la meraviglia della forza, il coraggio del vincitore e sembrerebbe difficilmente riferibile alla vita quotidiana. Ma forse è bene approfondire la riflessione. Lo farò anche con l’aiuto di un caro amico, pensatore umile e profondo, il professor Stefano Zampieri.

Chi è l’atleta di cui qui desidero parlare? Chi mi vuol bene sa che sono in ascesi anacoretica da qualche giorno, chi mi vuol bene, beninteso, lo sa. Ebbene ne sono uscito, e ora quasi quasi mi dedico un epinicio, senza l’illusione che sia un canto di vittoria olimpico, ma un canto razionale di rinascita, etimologia che mi si confà.

Senza iattanza e vanagloria, ma con il sommesso orgoglio di aver continuato ad essere me stesso. Come si sa ogni canto celebrativo rischia la retorica corriva e annoiante, per cui mi premurerò di non cadere nell’inganno dell’autocelebrazione. Si è quel che si è per un intreccio di numerosissime concause regolate, si fa per dire, dal principio di complessità, su cui si sta affaticando da tempo Alberto Felice De Toni con lavori pregevoli.

Lo stato delle cose è sempre provvisorio, continuamente alla ricerca di un’omeostasi, cioè di un equilibrio il meno precario possibile. Parlo della salute di ciascuno di noi, di una struttura organizzata come un’azienda, di una classe scolastica, di un reparto sanitario o militare in missione. Le variabili e le sorprese possibili sono incommensurabili e sorprendenti. Le causali, le origini, le sorgenti di ogni stato di cose sono numerosissime e interconnesse, a volte difficili anche da leggere e da dipanare. Giocano la partita i comportamenti del singolo, di chi gli sta attorno, delle circostanze e degli eventi che variano il menù della quotidianità.

Molto bello su questo tema il volumetto del mio amico Stefano Zampieri, filosofo veneziano, Per una filosofia della vita quotidiana, edito da Diogene. Zampieri connette in maniera lucidissima la dimensione del quotidiano e quella degli eventi che a volte scombinano il quotidiano stesso, sul quale si ha da avere uno sguardo filosofico, cioè analitico, ma anche logico-analogico. Ragione e sentimento, per parafrasare Jane Austen, non possono non stare-insieme, perché appartengono al quotidiano di ciascuno di noi. Tutto è autentico nella vita quotidiana, dove la routine è letteralmente rotta dall’inaspettato e sorprendente evento (ereignis), cosicché non dobbiamo temerla perché svilente o annoiante. In Zampieri si osserva una qualche nota critica nei confronti dell’Heidegger di Essere e Tempo, là dove il pensatore tedesco critica la vita inautentica. Si può convenire con Stefano che può darsi una vita inautentica in ogni tempo storico umano, ad esempio nel consumismo contemporaneo, ma non nel quotidiano vissuto con sincerità e apertura al mondo.

Può anche darsi che la noia della vita quotidiana ne sveli in qualche modo l’assurdità, ma la soluzione non è la ricerca romantica o dannunziana della vita eroica, unica, meravigliosa, bensì l’accoglimento della normalità del buon senso, che rinforza creando le condizioni spirituali per accettare l’evento, l’eccezionalità, sia come sia: crescita professionale inaspettata, una malattia, un amore… ecco sembra incredibile accostare la malattia e l’amore, ma ci sta, come evento, come cesura, come discontinuità impegnativa e veritativa. Pertanto, occorre essere pronti (è l’estote parati evangelico, Matteo 24, 44), scegliendo una filosofia del quotidiano, capace di tenere insieme la routine e l’evento, con sapienza e paziente umiltà (aggiungo io) creaturale.

Una lettura eccellente per me, cui dedico un epinicio senza alcuna sicumera, in uscita da un’esperienza durissima e con la speranza di una quotidianità ritrovata e serena.

Il cherubino di Amiens

Le strade del Tour si snodano accompagnando la grande corsa con il paesaggio e la storia. Gli eventi di questi giorni me lo regalano con dovizia di tempo e ne son lieto. La grande campagna francese stupisce con la sua calma bellezza.

Dopo Chartres, neanche gli organizzatori avessero deciso di omaggiarmi, Amiens, sicuramente sfiorando Beauvais. Non è qui il luogo per cantar la meraviglia delle tre cattedrali. A Chartres son stato quattro volte, tre in auto e una in treno da Paris, dalla Gare de Montparnasse. Non dimentico l’apparire del tetto di ardesia verde da decine di chilometri, mentre si viaggia nell’immensità vallonata della campagna. Ad Amiens due volte son stato.

Sempre sol chi mi conosce e mi vuol bene sa la ragione per cui quest’anno riesco a bearmi delle tappe del Tour in tv. Erano anni che non riuscivo a veder neppure le frazioni delle grandi montagne. La dizione “grandi montagne” mi ricorda mio padre, i cui racconti erano del mito dell’Aubisque e del Tourmalet, dell’Izoard e del Galibier. Su questo colle poi andai con una Bea decenne nel 2005, e lo raggiunsi a piedi, con lei che ballonzolava coraggiosa, dal Col de Lauteret, salendo da 1880 metri di quota ai 2640 del colle più alto che dà su Briançon.

La tappa per Amiens si snoda per il dipartimento della Somme, dove si svolse la più sanguinosa battaglia di ogni tempo, con oltre un milione di morti, nella Prima Guerra mondiale. E allora sento dire un commentatore che nella cattedrale Notre Dame di Amiens vi è un cherubino piangente di marmo grigio. Chi sono i cherubini?

Un’etimologia: cherubino è un sostantivo maschile [dal lat. eccles. cherubin, traslitterazione dell’ebraico. kĕrūbīm, pl. di kĕrūb, affine al verbo accado karābu «pregare»]. Nell’Antico Testamento, è il nome di esseri ritenuti intercessori presso Dio, di forma umana, alati, che coprono l’arca santa o stanno davanti al Santissimo o proteggono l’ingresso del paradiso. Nella scala gerarchica discendente degli ordini angelici, secondo la distinzione dello Pseudo-Dionigi, ciascuna delle nature angeliche che costituiscono il secondo coro della prima gerarchia angelica, quella dei serafini, gli angeli di fuoco. Oppure il cherubino è un angelo grazioso, di immagine infantile, appunto, come il cherubino di Amiens, che piange sul dolore e la morte di quegli eventi terribili.

E poi Roubaix dentro il Tour e la Arras di Maximilien Robespierre. Le pietre hanno atteso anche la grande boucle, dove si sono esercitati i più bravi a spingere faticosi equilibri, accettando anche il contatto doloroso della caduta, polvere e sudore e coraggio nei volti scavati di Philippe Gilbert, di John Degenkolb, di Peter Sagan, di Greg van Avermaet. E c’è anche Nibali che quasi vola leggero fino al traguardo, tra i primi. Il ciclismo nelle tratte di pavè torna alla sua verità metaforica, come insegnava Paul Ricoeur.

Il ciclismo è in sé orgoglioso tormento autoinflitto, e racconta nel dipanarsi della corsa, breve e interminabile come una tortura, rappresentando l’itinerario di una vita. La bicicletta è lì silenziosa finché non viene cavalcata dal coraggioso e portata nel mondo, per pianure infinite, colline vallonate e crudeli altissimi monti.

Ora le grandi montagne, come le chiamava Pietro dandomi il senso del favoloso. E allora, come ora attendo i noti volti dei pretendenti a Les Champs Elysées, aspettavo di vedere il volto smunto di Jacques Anquetil, quello robusto di contadino di Raymond Poulidor e il giovane Gimondi e l’elettrico Gianni Motta, il muscolato Rudy Altig, l’imperatore di Herentals Rik van Looy, il tostissimo olandese Janssen. Di pomeriggio si andava all’osteria “Da Lino” a vedere il Tour in bianco e nero, e io così piccolo sapevo i nomi dei ciclisti più grandi.

Le grandi montagne sono la strada che si inerpica excelsior, sempre più in alto, come insegnava il maestro Costantino a me decenne. La strada si eleva e il silenzio avvolge i boschi che si diradano verso i duemila metri.

Non so quel che succederà, chi sarà a precedere gli altri sui colli più alti dei Pirenei, del Massiccio Centrale e delle Alpi. Attendo quei volti piegati a guardare davanti alla ruota anteriore, sperando nel tornante prossimo, ché i tornanti concedono una pausa, tra ombre e zone assolate.

Nel frattempo la Francia meticcia ha già alzato braccia per presti-pedatori vincitori, bravissimi Griezmann e Mbappè. superando i croati orgogliosi. Unico neo la soddisfazione di Macron-falso sorriso.

Il cherubino di Amiens asciugherà le lacrime degli eroi, vedendo la gioia dei vincitori in bicicletta, le loro braccia alzate, vittorie sul proprio limite, sulla paura e la fatica, vittorie sulla perenne tentazione dell’accontentarsi pavido.

 

Francesco papa, il cardinale Umberto di Silvacandida e il patriarca costantinopolitano Michele Cerulario sono insieme a San Nicola di Bari in un bel mattino d’estate del terzo millennio

Francesco papa ha incontrato una ventina di patriarchi, metropoliti ed egumeni del Vicino Oriente cristiano, cattolici di rito caldeo, copti (cioè in greco eigùptioi, egizi), ortodossi costantinopolitani e russi, a San Nicola, vetusta meravigliosa insigne basilica barese, porta sull’Oriente.

E mi ha fatto sovvenire, in questo dì d’estate piena e di mia ascesi necessaria e benefica, lo scisma del 1054, mentre sto leggendo la Biblioteca del Patriarca Fozio, primo scismatico da Roma, di due secoli prima. Li chiamiamo scismi, dal verbo greco skìzomai, divido, separo (da cui schizofrenia), solo perché è il nostro punto di vista, tant’è che la grande chiesa d’Oriente ha voluto chiamarsi ortodossa, cioè “della retta opinion di fede”.

E mi sovvengono le figure del cardinale Umberto di Silvacandida, legato di papa Leone IX, del patriarca costantinopolitano Michele Cerulario, e dei loro anatematismi reciproci scagliati con ira nella Basilica della Santa Sapienza, l’insuperabile Santa Sofia, voluta da Giustiniano imperatore, a maggior gloria dell’Onnipotente.

Non dimentichiamo che i dogmi cristiani, soprattutto i due fondamentali, quello trinitario e quello concernente la natura di Cristo, sono stati oggetto di diatribe complicatissime a partire dalla fine del II secolo e fino almeno all’VIII, senza comunque lasciare soluzioni definitive per tutti. Pareva che a Calcedonia, nel concilio del 451 si fosse raggiunto un consenso condiviso, sia su Cristo, come unica persona in due nature, sia sul tema trinitario, ma poi non è stato così. In sintesi, il cristianesimo orientale ha sempre conservato una visione trinitaria subordinaziana, monarchiana, patripassiana, che significa gerarchia tra Padre, Figlio e Spirito, anche se certe icone paiono attestare l’incontrario (cf. la Trinità di Andreï Roublev), mentre l’occidente si è mantenuto su una visione trinitaria assolutamente paritetica, sulle tracce di Agostino (cf. De Trinitate). Personaggi e nomi come quelli di Nestorio, Eutiche, Cirillo di Alessandria, Teodoreto di Cirro, Teodoro di Mopsuestia, Ibas di Edessa, questi ultimi tre importanti anche per alcune vicende della chiesa aquileiese (Scisma dei Tre Capitoli) e altri sono il fulcro di queste complicatissime e interminabili discussioni e reciproche scomuniche.

I temi dello scisma del 1054, se oggi commentati, potrebbero suscitare fors’anche un poca di ilarità, ma allora…:

il primo e teologicamente più importante atteneva l’inserimento del Filioque , vale a dire la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio (Filioque) nel Credo niceno-costantinopolitano da parte della Chiesa latina, atto non accettabile dalla Chiesa orientale, che si basava sul testo del Concilio di Efeso (431). La diatriba pare sia stata originata nella Spagna Visigota del VI secolo per controbattere l’arianesimo che sosteneva la primazia del Padre e la coeternità di Figlio e Spirito, per cui non poteva darsi una doppia paternità dello Spirito, mentre in occidente venne proposto il testo seguente, tuttora in vigore: “Credo nello Spirito Santo, […] che procede dal Padre e dal Figlio [Filioque, appunto], e con il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato.” L’Oriente non accettò mai tale formulazione, preferendo la dizione “…procede dal Padre attraverso il Figlio”, lo Spirito, s’intende. Pensi la questione, il mio gentil lettore, alla luce della confusione concettual-terminologica, socio-giuridica ed etica in tema di paternità e maternità ai nostri giorni.

Un altro tema, ma non dei principali e comunque rimasto irrisolto, fu quello degli azzimi: ancora oggi il Pane eucaristico è azzimo in Occidente e salato in Oriente: la due chiese mangiano il corpo transustanziato di Cristo o salato o azzimo. Non sto scherzando.

Invece, un tema cruciale era ed è ancora, anche se attenuato, dopo l’incontro del 1964 tra papa Paolo VI e il patriarca Atenagoras di Costantinopoli, è quello concernente il primato universale di giurisdizione del papa, ossia se il Vescovo di Roma dovesse essere considerato un’autorità superiore a quella degli altri patriarchi. Su questo tema, tutti i cinque patriarchi della Chiesa (Alessandria, Gerusalemme, Antiochia, Costantinopoli e Roma) concordavano di attribuire gli onori  più elevati al vescovo di Roma, ma non in modo assoluto e soprattutto dal punto di vista giurisdizionale e di potere reale in ambito teologico e organizzativo.

I fatti di quel 16 luglio del 1054: papa Leone IX inviò a Costantinopoli il cardinale Umberto di Silvacandida al fine di cercare di risolvere l’intricata questione, ma tutto finì nel peggiore dei modi, come detto sopra. I due interlocutori depositarono sull’altare di Santa Sofia le reciproche scomuniche, che però non avrebbero avuto nessun valore canonico e giuridico, in quanto nel frattempo papa Leone IX era morto.

Da quel momento ognuna delle due chiese rivendicò per sé il titolo di “Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica” e di custode dell’Ortodossia cristiana. Nel 1453 il sultano turco Selgiuchide Mehmet II conquistò Costantinopoli e questo fatto allontanò ancora di più la chiesa orientale da quella di Roma. Neppure i tentativi di un Concilio quasi coevo, tenutosi a Firenze ebbero successo, fino ai tempi nostri, a Paolo VI e Atenagoras, e a Francesco.

Ma pare che la strada dell’unione sia ancora lunga, e il cammino impervio e faticoso. Anche questi fatti attestano la disunione tra gli umani su questo piccolo maltrattato pianeta, che Dio lo guardi con misericordia.

Omicidi: 0,2% ogni 100.000 abitanti in Italia, 4,5% su 100.000 abitanti negli U.S.A.

…forse 7/8 milioni di armi da fuoco comprese quelle da caccia in Italia su 60 milioni di abitanti, 250.000 di armi da fuoco negli U.S.A. su circa 350.000 milioni di abitanti. Un rapporto clamorosamente favorevole alla situazione italiana.

Ora, la linea politica della destra, soprattutto della Lega e del partitino assorbibile della Meloni vuole pistole per tutti. Ieri uno stagista incazzato fa una strage nella redazione di un giornale americano ad Annapolis nel Maryland, perché, pare, riteneva di essere stato trattato ingiustamente da quel foglio, di essere stato diffamato. Qui non siamo nel contesto fanatico di Charlie Hebdo, ma in una situazione “normale”, dove un uomo “normale” fa una strage. Personalmente sono coinvolto nell’inserimento di stagisti e tirocinanti nelle aziende che seguo, i quali lavorano un periodo, scrivono la loro tesi, mi aiutano, li aiuto come co-relatore, finito il periodo se ne vanno ringraziando e mantenendo i contatti. Proviamo a immaginare un altro scenario: effrazione di una casa, il ladro entra, è armato, il padrone di casa si accorge, cerca la pistola nel comodino, posto che l’abbia messa lì, e il ladro, nel frattempo, che cerca anche i gioielli della moglie, che fa? Aspetta che il padrone di casa armi l’arma, si concentri, gli punti la pistola contro intimandogli il “mani in alto”? Bene che vada gli spara in una spalla, per immobilizzarlo, male che vada lo fredda.

Cosa abbiamo ottenuto? Un cittadino libero e onesto è morto, una famiglia è nella disperazione e il ladro è diventato un assassino.

È evidente che la magistratura deve valutare bene come viene esercitata la legittima difesa e il diritto di ciascuno di usare anche un’arma per difendere sé e i propri cari: troppe volte infatti, al di là dei dovuti procedimenti di accertamento, a volte è sembrato che l’aggredito che si è difeso sia passato dalla parte del toro, e questo è indecente.

Quello che scriverò qui sotto farà un po’ di impressione, ma la vita e le cronache ci presentano speso questi racconti e conti.

Studiato queste misere piccole cose Salvini e Meloni? Avete letto qualche testo di psicologia della violenza? Sapete che un’arma in mano o a disposizione moltiplica le possibilità di usarla, anche contro se stessi? Chi ha una pistola a disposizione in un momento di depressione grave sta un momento a puntarsela alla tempia o in bocca; chi non se l’ha, magari ha il tempo di ripensarci, o no?

Guardate la bocca e il gesto di Charlton Heston qui sopra, attraente, vero? Il volto si atteggia a una minaccia quasi preventiva: “guarda che se ti avvicini ti sparo, non entrare nel mio giardino eh?” brandendo un vecchio catenaccio delle guerre franco/canadesi/inglesi/americane di fine ‘700, con Lafayette al comando, o dell’Ultimo dei Mohicani. Bello lo sguardo accogliente di un Ben Hur malamente invecchiato con l’odio a titillargli il cuore, vero?

Come mai la differenza di dati riportati nel titolo? Forse che gli Americani pensano di vivere ancora nel Far West i giorni della frontiera, mentre noi siamo civilizzati da tremila anni di storia? Forse che si tratta del confronto tra un popolo bambino multietnico e un popolo forte di filosofie e religioni profondissime e complesse, che hanno studiato l’uomo per duemilacinquecento anni, mentre oltre oceano si studiano psicologie proposte solo da un secolo?

Antropologie diverse, psicologie sociali e psicologie individuali o sociologie diverse? Sicuramente le esperienze tra Europa e America sottolineano profonde differenze, anche se Anders Breivik è norvegese, 77 persone da lui uccise e 21 anni di carcere, e ancora, lui che si permette di protestare per come è trattato nella casa circondariale, noi chiamiamo così le nostre carceri, che sono spesso indecenti e disumane, degradanti e umilianti.

Una nazione civile si riconosce da come tratta i carcerati, ma forse qualche nazione esagera in uno dei due sensi, in questo caso la Norvegia e l’Italia.

L’America profonda non è solo Clinton e Obama, peraltro pieni di difetti anche loro, ma anche Trump e, a loro tempo Mc Carthy e Barry Goldwater, è Bush Sr. e Bush Jr.

Non credo che un aumento della disponibilità di armi da fuoco a livello individuale dia più sicurezza, piuttosto son convinto che non sia possibile una riduzione a zero dei questo tipo di violenza, di solito sotteso o esplicitato negli auspici di prammatica che sentiamo esprimere ogni qualvolta accade qualcosa del genere, che sono inutili e annoianti. E’ possibile invece lavorare con pazienza sulla consapevolezza delle persone, sulle loro culture, sui valori morali, senza illuderci di riformare l’uomo nel suo profondo antropologico e psicologico, ma con una ragionevole speranza di contribuire a farlo crescere in umanità nei tempi evolutivi ragionevolmente ipotizzabili.

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