Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Di Maio e Di Battista, Rosato e Gasparri, Scilipoti e Razzi, Boldrini e Renzi, Maroni e Zaia e… Maria Teresa d’Austria

Il mio gentil lettore è legittimato a chiedersi  che cosa c’entrino con la grande sovrana asburgica i primi due e la mia risposta non può che essere “nulla”, anzi “men che nulla”, mentre gli ultimi due hanno in qualche modo a che fare, pur se in modo diacronico, essendo i capi attuali del Lombardo-Veneto. Siccome domani, 22 ottobre si celebreranno i referendum sull’autonomia di queste due regioni, ecco la ragion del pezzo.

I sei in mezzo sono messi lì per rappresentare il minimo comun denominatore del personale politico odierno, e mi chiedo spesso quando penso a costoro, che cosa sarebbero in grado di fare se non facessero il mestiere della politica, e quasi sempre la risposta è sconsolante. Vediamoli da vicino in poche righe: Rosato è capogruppo PD alla Camera e mi ricorda un suo omonimo, Roberto Rosato, grande stopper del Milan di Rocco, coetaneo di Gianni Rivera, nonché un eloquio scontato, di noia profuso e di un nulla concettuale intriso, molto simile per stereotipie alla sua competitor Debora (non so se con “h” finale o meno); Gasparri ex fascio romano convertito a sior Silvio, il quale è stato ed è tuttora sinecura per molti, twitterista polemico e astioso. Di Scilipoti e Razzi nulla di più dei cognomi, ché no’l meritan altre fatiche né spazi informatici: il nulla fisico, non quello metafisico, che è qualcosa.

Dei primi quattro non so il mestiere, per cui si potrebbero assumere come autisti in qualche azienda strutturata o ente pubblico, o forse no, perché altrimenti ci arriva la frotta petulante dei parenti disoccupati a batter cassa. Di Boldrini ho detto fin troppo su questo mio blog, con commenti mai lusinghieri; Renzi invece è una new entry della mia critica e qualcuno potrebbe giustamente farmi osservare che ho atteso troppo prima di criticarlo. In verità un paio di anni fa avevo scritto un pezzo che parlava di atteggiamenti e posture inguardabili, del vivace ragazzo di Rignano sull’Arno. Ora dico che è inascoltabile, inguardabile, inaffidabile, e mi auguro che la sua stagione d’oro stia volgendo al termine per il bene della Patria nostra, perché è proprio un brutto soggetto, e non perché lo dice l’improbabile chierichetto Speranza, né il buon compagno Bersani, e di D’Alema non dico, ché sarebbe follia resuscitarlo alla politica.

Venendo a considerare Di Maio,  presuntuoso gaffeur di dati e date, l’amico Gianluca avrebbe un’idea brillante: proporlo ad un grande negozio di abbigliamento (tipo il friulano Arteni) come commesso nel reparto camiceria, ma senza autonomia sugli sconti da praticare ai migliori clienti, da chiedere sempre al capo negozio. Ovviamente, con tutto il rispetto per i commessi e le commesse del settore. E Di Battista, noto per l’andatura ciondolante e la pretesa di essere un guevarista 2.0? Ma, chiosa un altro amico: a Di Battista si potrebbe proporre un lavoro ecologico, con quelli dei camion che passano nottetempo a ritirare i pacchi della differenziata urbana. E’ robusto abbastanza per poterlo fare canticchiando. Questi due, con Grillo e il gran pensatore Casaleggio orecchiano il pericoloso Rousseau come un vate, e non so se del ginevrino abbiano letto un rigo o capito la filosofia.

Di Zaia e Maroni, leghisti della prima ora, devo dire che sono tra i migliori politici italiani e forse anche Maria Teresa li avrebbe scelti come granduchi del Lombardo-Veneto: Maroni è stato un buon ministro del lavoro e degli interni, Zaia è il credibile governatore della gran regione veneta. E parlo così anche se non ho mai amato il loro partito, né la rozza sicumera del fondatore, annegato nella stupideria dei figli e nella coglionaggine propria. Ma non amo neanche gli altri partiti di oggi, neppure il frantumato PD, travolto da invidie mortali e sopraffatto dagli esiti della fusione a freddo tra cattolici ed ex comunisti; in questa miseria tremenda sopravvivono opportunisti d’ogni stagione come Casini e Alfano, e spicca nel mar grande dell’improntitudine inetta così diffusa, il cavalier Silvio, che mai avrei pensato di lodare. Ahimè.

Dall’altra parte spicca invece, fulgidamente, Maria Teresa d’Asburgo, cattolica fervente, ma capace di distinguere Cesare e Dio, come insegna il Maestro nazareno, impedendo le intromissioni della chiesa nella politica, anche controllando personalmente la selezione di arcivescovi, vescovi ed abati, capace  “di vivere una vita estremamente austera e ascetica, specialmente durante la lunga vedovanza.” (dal web).

La sovrana rinforzò l’Impero austro-ungherese sul piano politico e militare, ma dotò, prima tra i monarchi europei, di servizi sociali i popoli che costituivano l’impero, a partire dalla sanità e dall’istruzione. Incaricò il medico Gerard van Swieten di organizzare un ospedale a Vienna e di rivedere i piani di studio universitari di medicina. “In seguito, Maria Teresa affidò a Van Swieten il compito di studiare il problema della mortalità infantile in Austria e, su raccomandazione del medico, la regina sancì che l’ospedale della città di Graz (seconda città dell’Austria) avrebbe dovuto effettuare autopsie per tutte le morti avvenute in modo da garantire dati adeguati alla ricerca medica. Vietò la costruzione di cimiteri senza un previo permesso governativo, contrastando in tal modo usanze funerarie dispendiose e scarsamente igieniche; infine la decisione di sottoporre, nel 1767, i propri figli alla vaccinazione fu essenziale per superare il contrasto verso tale pratica, più volte espresso dalla comunità accademica. Fu la stessa Maria Teresa ad inaugurare la vaccinazione ospitando al Castello di Schönbrunn una cena per sessantacinque bambini.” (dal web)

Circa l’istruzione, Maria Teresa nel 1775 riformò il sistema scolastico decidendo che ogni bambino di età compresa tra i sei ed i dodici anni avrebbe dovuto obbligatoriamente frequentare la scuola; anche se tale riforma non ebbe esito pratico pienamente soddisfacente, tenendo conto che in talune zone dell’Austria, nel XIX secolo, ancora metà della popolazione era analfabeta, tuttavia, fu essenziale poiché fu espressione del valore di una educazione gratuita e pubblica. “Inoltre, consentì anche agli studenti non cattolici il diritto di frequentare l’università e ne riorganizzò i corsi di studi promuovendo l’introduzione delle materie di diritto e facendo sì che i professori fossero scelti con particolare riferimento alla capacità professionale; infine, allo scopo di garantire una preparazione uniforme, fu sancito che solo le università avrebbero potuto garantire il titolo di laurea, esautorando i collegi professionali o riservati alla nobiltà.” (dal web)

Mi pare di poter dire che siamo di fronte a grandezze (o piccolezze) tra loro incomparabili, anche se qualcuno potrebbe obiettare che un sovrano assoluto ha più facilità di azione rispetto al politico che amministra in un regime democratico, cui però si può rispondere che al tempo di Maria Teresa altri sovrani con poteri assoluti si occupavano di ben altro: rafforzare il proprio potere e patrimonio familiare e personale, cui asservivano spesso gli interessi dello stato, muovere guerre per ragioni dinastiche, oziare in libagioni e partite di caccia, e via andando.

Maria Teresa spiccherebbe come una luce fulgida nello scenario odierno della politica, con la sua dedizione, la sua etica, la sua capacità di essere al servizio pur essendo depositaria di un enorme potere. Un esempio, se i su nominati si dessero il tempo e avessero la voglia di studiare la sua biografia, impegnandosi ad imitarla, pur da distante, vista la statura morale e intellettuale che li contraddistingue, forse qualcosa di buono verrebbe fuori.

E ora basta malinconie, viva Maria Teresa d’Austria.

L’Ave Maria della glottologa

Clara Ferranti insegna glottologia e linguistica all’università di Macerata, e sembra abbia commesso quasi un crimine: chiedere di recitare insieme agli studenti del suo corso un’Ave Maria per la pace nel mondo.

il rettore Adornato e il collettivo studentesco Officina l’hanno attaccata così: “Ha limitato la libertà personale, bisogna reagire a questi soprusiInvitiamo pertanto pubblicamente la professoressa a scusarsi pubblicamente per il suo comportamento, nella speranza che l’Università prenda le dovute misure affinché una cosa del genere non si ripeta più. Invitiamo gli studenti a segnalare comportamenti di questo tipo, sia a noi di Officina sia allo sportello dell’Università, senza mai abbassare la testa di fronte a soprusi di questo tipo ma reagendo prontamente.” Prosa elegantissima, come si vede. Un’Ave Maria recitata all’università sarebbe un sopruso, una prevaricazione intollerabile, secondo i nullafacenti del collettivo, pelandroni a cottimo.

Il rettore, disinformatissimo, da parte sua ha scritto alla comunità studentesca e al collegio dei docenti le seguenti solenni parole: “Se i fatti, come sembra (sembra? ndr), corrispondono alla denuncia fatta dagli studenti, si tratta di un atteggiamento assolutamente improprio e censurabile. L’università è uno spazio di convivenza pacifica e rispettosa di opinioni, culture e fedi religiose. Non è luogo di gesti divisivi, né tantomeno di imposizione“.

In realtà, il racconto della docente, intervistata dal Resto del Carlino è di ben altro tipo. La Ferranti dice di aver proposto la preghiera in termini assolutamente volontari e tali da non inficiare tempi e modi della lezione, in piena libertà.

Che se ne trae? E’ l’ennesimo goffo manifestarsi del politically correct, in questa Italia succube e piagnona, dove un’impiegata dell’Onu può diventare terza carica dello Stato, candidata da animi puri di cuore come Vendola, il papà falso e truffaldino.

Che dire ancora? Che il genere e le specie dei bigotti è ben lungi dall’estinguersi. Se prima del Concilio Vaticano Secondo i parroci avevano un grande ascendente sui comportamenti dei fedeli, il loro “essere chiesa” è stato ampiamente copiato dal mondo laicista, dalle vestali del “non facciamo il presepe a Natale, togliamo i crocefissi dalla aule, ché altrimenti i musulmani si offendono“. Su questo tema ha ragione perfino il ghigno petulante di Salvini, che per me è tutto dire.

Chiesa è stato il Pcus del periodo stalinista e brezneviano, imbalsamato bestione preistorico della politica, chiesa è stato il Partito comunista cinese di Mao Ze Dong, quando Deng Hsiao Ping era considerato un traditore da spedire in un lao-gai. Chiesa è stato anche il Partito comunista italiano, almeno fino al 1973, quando Berlinguer ebbe il coraggio di dire al Congresso del Pcus che “era finita la spinta propulsiva dell’Unione Sovietica“, rischiando di essere ammazzato a Sofia dai soliti killer in conto terzi del satellite bulgaro.

Mi fa molta tristezza constatare che non siamo andati molto lontano, anzi, si può registrare quasi un’involuzione cognitiva dell’ermeneutica attuale dei fatti storici recenziori.

Il bigottismo alligna ovunque non c’è la disponibilità e la disposizione psicologica al confronto, al dialogo, dove ogni interlocutore non si presenta con i crismi della solenne Verità, ma con ipotesi razionali, logiche e argomentanti sulla verità, ovvero, sulle verità. E non si tratta in questo modo di avallare un semplicistico relativismo cognitivo, ma di apprezzare il contributo che ogni essere pensante-riflettente può portare alla ricerca umana del vero, del buono, del giusto, del bello, i famosi trascendentali platonici cui tutti naturalmente tendiamo, per natura costitutiva dell’essere umano.

Nel caso segnalato e qui narrato nessuno era stato obbligato a dire l’Ave Maria, ma più di qualcuno si era unito alla docente, recitando l’antica preghiera risalente nella sua prima stesura a un millennio fa all’incirca, chi in italiano, chi in latino… “Ave Maria gratia plena Dominus tecum…”.

Un esercizio di libertà di scelta. Ora si potrebbe eccepire circa l’opportunità di una proposta del genere, e qui potremmo anche convenire che la Ferranti sia stata un poco ingenua, o forse no, forse solo coraggiosa, madre davvero, non surrogata o d’altro genere. Lo dice un socialista classico come me, socialista e cristiano, e amante della meravigliosa figura femminile di Maria di Nazaret sposa di Josef e mamma di Jesus, attenta all’ascolto delle nostre miserie e per la nostra salute fisica e spirituale. Ave Maria piena di grazia

Consigli buoni in una lettera sapienziale del mio maestro

LETTERA DI TOMMASO D’AQUINO A UNO STUDENTE

 

Carissimo, giacché mi hai chiesto in che modo tu debba applicarti allo studio, per acquistare il tesoro della scienza, ecco in proposito il mio consiglio:

non voler entrare subito in mare, ma arrivaci attraverso i ruscelli, perché è dalle cose più facili che bisogna pervenire alle più difficili. Questo è dunque l’avviso mio, che ti servirà di regola.

Voglio che tu eviti i discorsi inutili;/ abbi purezza di coscienza;/ non trascurare la preghiera;/ ama il raccoglimento;/ sii cordiale con tutti;/ non essere curioso dei fatti altrui;/ non avere eccessiva familiarità con alcuno, perché essa genera disprezzo e dà occasione di trascurare lo studio;/ non divagare su tutto;/ cerca di imitare gli esempi delle persone rette;/ non guardare chi è colui che parla, ma tieni a mente tutto ciò che di buono egli dice;/ procura di comprendere ciò che leggi e ascolti;/ certificati delle cose dubbie e studiati di riporre nello scrigno della memoria tutto ciò che ti sarà possibile;/ non cercare, infine, cose superiori alla tua capacità.

Seguendo queste norme, metterai fronde e produrrai utili frutti dove il Signore ti ha destinato a vivere.

Mettendo in pratica questi insegnamenti, potrai raggiungere la mèta alla quale tu aspiri.

Addio.

 

O Signore, dammi acutezza nell’intendere, capacità nel ritenere, ordine e facilità nell’apprendere, sottigliezza nell’interpretare e nel parlare.

(Tommaso d’Aquino)

 

Il mio buon maestro era anche un ottimo pedagogo, e un sereno docente, scevro da intendimenti top-down, capace di ascolto, attento al bene vero, come si evince dal suo capolavoro teologico, la Summa Theologiae. Basti una lettura tranquilla delle Quaestiones 1 e 2, artt. 1-8, I II, denominate Il fine ultimo dell’uomo, dove Tommaso propone con semplicità, appoggiandosi a volte a sant’Agostino e a volte ad Aristotele, una visione della vita e dei suoi valori molto bella, e anche attuale.

Per il mite monaco domenicano non serve la iattanza superba dei successi mondani, del denaro, del piacere fine a se stesso, o del potere, vera libido di tutti i tempi, ma più semplicemente basta tenere conto del fine che ogni uomo, ogni essere relazionale ha, quello di agire secondo i princìpi dell’umano, che corrispondono alla stessa lex divina, perché altro non possono essere. Dio stesso è immagine e causa esemplare di una umanità vera, come narra con grande chiarezza il libro della Genesi (1, 27).

Tommaso studia l’uomo basandosi su un’antropologia realista, che muove da una visione razionalmente unitaria dell’essere viventepensante, autoconsapevole, in qualche modo depositario di un libero arbitrio più forte di qualsiasi condizionamento esterno o circostanziale. Il tema, per un moralista realista come il santo d’Aquino, è decisivo, e su questo basa anche la sua dottrina sul peccato, sui vizi e sulle virtù. Tommaso riconosce umilmente di essere debitore dei grandi Padri della chiesa nascente, soprattutto di Agostino, cui lo lega una straordinaria devozione, che però non gli impedisce di dissentire quando il grande padre africano indulge forse troppo in visioni di tipo emotivo-volontaristico, senz’altro più vicine alla nostra sensibilità di quanto non lo siano le idee tommasiane, ma talora quasi prodromo di analisi psicologiche che si svilupparono solo negli ultimi due secoli! Agostino è più moderno di Tommaso, tant’è che mi è capitato di proporre la sua immensa figura come santo protettore degli psicologi ad amici psicologi, suscitando un certo loro interesse. Un altro gran personaggio dei primi secoli assai caro all’aquinate è Severino Boezio con il suo De consolatione philosophiae, e un altro è il vescovo Ambrogio di Milano, e anche papa Gregorio Magno, benedettino, autore del meraviglioso testo Moralia in Job.

Tommaso a un certo punto, conversando con questi grandi, ha bisogno del supporto di quello che lui chiama il “filosofo”, cioè Aristotele, l’unico capace di offrirgli la strumentazione logico-metafisica adatta a riflettere sulla valenza razionale degli atti umani liberi. Ma il suo razionalismo non ha nulla della freddezza e dell’antropocentrismo cartesiani, poiché si dipana attento anche alla fondamentale dimensione delle passioni, che modernamente chiamiamo emozioni, con la classica tassonomia bipartita di cinque contrari e una solitaria, l’ira, di cui abbiamo trattato pochi giorni fa in un post precedente.

In sostanza Tommaso d’Aquino ci propone un pensiero equilibrato e forte, fiducioso, in definitiva, nella capacità umana di riflettere usando l’argomentazione logica e la coscienza riflessa, senza omettere di dar valore ai sentimenti e alle emozioni/ passioni, cui comunque non risparmia un’analisi critica e profondamente consapevole.

In altre parole, questo straordinario maestro di umanità ci invita a guardare a tutto tondo l’essere umano, e per questo ci ha regalato un testo sistematico forse insuperabile, la Somma Teologica, che è anche filosofica e antropologica. Per san Tommaso parlare di Dio è parlare dell’uomo, creatura figlia di un Creatore-Padre, non mai tiranno irrispettoso e volubile come le divinità olimpiche capricciose e imprevedibili. Il Dio di Tommaso è prevedibile perché è sinonimo di Amore, anzi, dell’Amore, di Eros e di Agape, dove la caritas è tutt’uno con la dimensione affettiva e anche erotica.

E su questo caro lettor mio, fammi citare senza superbia il mio testo in tema che trovi qui a lato.

Le favole di Esopo e altre storie di saggezza popolare

Ho per le mani un volumetto dell’editore Salerno, inviatomi da chi si trova in ristretti orizzonti, per gentilezza amicale e omaggio di scuse. Evidentemente in questa fase delle nostre due rispettive vite non ci si capisce, e fors’anche non ci si comprende, e quindi occorrono messaggi di soccorso al reciproco intendersi.

Le favole rappresentano miti e caratteri umani spesso attraverso una sorta di antropomorfizzazione degli animali, selvatici e domestici, in situazioni assolutamente plausibili, con una morale finale che si traduce in proverbi e motti sintetici, comprensibili a chiunque. Il titolo esteso del volumetto è Aforismi politici fondati sopra le favolette di Esopo frigio, dedicate alla qualità del principe (si tratta in questo caso di Vittorio Amedeo II di Savoia) e all’arte del regnare, a cura di Emanuele Tesauro, tratto da manuali in uso fin dal ‘500 nelle scuole umanistiche; d’altro canto Gianni Mombello ritiene una fonte attendibile dell’aureo libretto il testo francese di Jean Baudoin Les fables d’Esope Phrigien pubblicato nel 1631. Il titolo della pubblicazione italiana è La politica di Esopo frigio.

Il genere letterario degli aforismi e degli apologhi moraleggianti risale prima di tutto alla tradizione greca di un Plutarco, e poi anche a quella latina di un Marziale, di un Cicerone o di un Tacito, e non solo, ma appartiene perfino alle esperienze formative dei primi apostoli della chiesa cristiana nascente, come i Padri del deserto del terzo secolo d. C.: nomi come quelli di Pacomio e Paolo di Tebe, di Antonio come raccontato da Atanasio di Alessandria, sono noti per i detti e gli apoftegmi che lasciarono in dote alle prime strutture cenobitiche egizie e del Vicino Oriente antico. San Basilio di Cesarea ne fu poi il principale fruitore quando pensò di scrivere la prima regola monastica della cristianità, fonte originale dello stesso movimento benedettino, che da lì trasse argomenti così come dalle indicazioni morali e comportamentali agostiniane. Più vicine ai nostri tempi sono le raccolte di detti aforistici ed epigrammatici di filosofi come Montaigne, Pascal, Nietszche, Schopenhauer, Karl Kraus, Wittgenstein, etc.

Non dimentichiamo poi il libro biblico dei Proverbi, vero compendio di sapienza popolare del plesso siro-palestinese risalente al primo millennio a. C.  Massime, adagi, proverbi, apologhi, aforismi, apoftegmi, in una ricchezza straordinaria e forse ancora poco conosciuta dai più.

Le più divertenti di Esopo, tanto per gradire e forse rammemorare ricordi scolastici in qualche arguto lettore.

 

DEL LUPO E DELL”AGNELLO

Alla chiara sorgente di un fresco rio beveva messere il lupo. E, bevendo, vide un agnello, che dilicatamente, con la cima de’ labri beveva nel rio, lungi foorse un tratto di pietra. Il lupo scacciò la sete con la fame e corrè sopra lo agnello, gridando: Ahi scelerato, tu m’intorbidi l’acqua. L’agnello, col cuore e con la voce tremante, lo supplicò di compatire alla sua innocenza. Percioché, bevendo sì lontano nel rio, non poteva intorbidar la fontana. Ma la crudel fiera, più altamente gridando, rispose: Invano ti scusi. Tuo costume è di volermi male. Percioché il tuo padre e la tua madre mi odiano a morte. Tu dunque ne pagherai la pena. E così dicendo sel mangiò.

allegoria: Quando il più forte vuole opprimere il debile, non gli mancano pretesti.”

 

DEL TOPO E DELLA RANA

Guerreggiava contro della rana il topo acquaiolo per la giuridizione della palude. Il topo più astuto, facendo imboscate fra l’erbe e uscendo di sotto terra, assaltava la verde nemica. Ma questa come più agile e destra, col saltellare ora inanzi ora indietro si schermiva e offendeva. Lungo tempo con le armature di foglie e lance di giunchi durò nel freddo fango la calda battaglia. Ma ecco che, troppo intesi a danneggiarsi fra loro, i piccoli avversari non si guardarono dal nibbio, il qual, calatosi di repente, divorò l’uno e l’altro.

allegoria: Quando due piccoli contrastano , il potente fa il suo profitto.

 

DEL CERVO E DELLO AGNELLO

Il cervo bugiardo accusò l’agnello davanti al lupo, dicendo: Signore, costui non mi paga un moggio di formento che mi deve. Lo agnellov quantunque sicuro di non dovergli nulla, nondimeno, temendo il lupo non pigliasse questo pretesto per mangiarlo, si sottometté di pagarlo infra pochi giorni. Apena finito il tempo, ecco che il cervo domanda il debito. Ma l’agnello, il quale non aveva più paura, si negò debitore, dicendo: Ben tu sai che il timor del lupo mi forzò a prometter e promessa fatta per forza non vale una scorza.

allegoria: Promesse forzate non vaglion nulla.”

 

DEL CANE E DELL’OMBRA

Passava il cane per un ponte stretto con un pezzo di carne tra li denti. E perché l’ombra della carne, riverberando nell’acqua, rappresentava un pezzo di carne molto maggiore, il cane disse: O che grande acquisto poss’io far oggi, per mia fè io non vo’ perderlo. Si calò dunque nel fiume, ma quando più vicino fu alla preda, tanto più lontano si trovò alla speranza. Percioché, aprendo l’avida bocca per aboccar l’ombra, la vera carne gli scappò, ed egli non ebbe né questa né quella. Onde, ritornandosene affamato, disse: O pazzo me, che non seppi moderar la mia cupidigia. Io avevo quanto mi bastava e ora per volere troppo io non ho nulla.

allegoria: Chi vuol troppo non ha poi niente.”

 

DELL’AQUILA E DEL CORBO

Fra gli scogli marini aveva l’aquila pescato una conchiglia. Ma niun profitto traea della preda, peroché né col rostro, né cogli unghioni potea squarciarla per averne il pesce che dentro vi si nasconde. Dissele allora il corbo: Eh, sciocca, vuoi tu ch’io t’in segni? Vola quant’alto puoi e lascia cader la conchiglia sul duro di questo sasso, ch’ella si romperà. Il successo fu questo: l’aquila seguì il consiglio, la conchiglia si spezzò, il pesce ne uscì e il corbo cattivello, che stava quivi aspettandolo, sel beccò.

allegoria: I consiglieri avari indirizzano al proprio comodo gli lor consigli.”

 

Non vi è dubbio alcuno che la sapienza popolare di tutti i tempi e luoghi è fondamento della filosofia morale soprattutto da un punto di vista pratico e pragmatico del saper vivere, a volte rinunziando a qualcosa per avere l’essenziale, cioè ciò che dà l’essenza vitale nell’equilibrio dei desideri, filtrati dall’intelletto e dalla ragione, e mossi da una volontà consapevole del senso delle cose e della vita stessa.

Perché la superbia è caput vitiorum, cioè il peggiore dei vizi?

I pensatori classici da Platone ai Padri della chiesa, come sant’Agostino e san Gregorio Magno, a scrittori e teologi come Evagrio Pontico, Giovanni Climaco e Giovanni Cassiano, hanno sempre classificato la superbia come il vizio principale, anzi il capo di tutti i vizi, l’origine originante, la fonte, la sorgente di ogni cattivo comportamento, di ogni immoralità.

Il superbo pensa innanzitutto di essere diverso e comunque migliore di ogni altro, che deve accettare questa posizione di subalternità. Il superbo concede a se stesso il nulla osta per commettere qualsiasi azione, compresa -ad esempio- tra gli altri sei vizi o peccati capitali: può essere invidioso, avaro, accidioso, iracondo, goloso e lussurioso in ogni modo e misura, perché al superbo, in quanto creatura superiore è concesso tutto.

Così ne descrive la figura allegorica  Cesare Ripa nella sua Iconologia del 1611:

Donna bella et altera, vestita nobilmente di rosso, coronata d’oro,
di gemme in gran copia, nella destra mano tiene un pavone et nel-
la sinistra un specchio, nel quale miri et contempli sé stessa.

La superbia può essere studiata non solo sotto il profilo teologico-morale o etico-filosofico, ma anche sotto il profilo psicologico, e ciò è molto interessante. In realtà il superbo manifesta con l’atteggiamento superbo una scarsa autostima verso di sé, poiché sente il continuo bisogno di mostrare a se stesso e al mondo di essere il migliore, ma si tratta solo di una proiezione del sé oltre la sua realtà propria, evidenziando così un’incapacità radicale, strutturale di accettare i propri limiti.

Un altro tratto del superbo è il narcisismo e il bisogno costante di autoaffermazione, perfino nei rapporti affettivi, cosicché la sua centralità, il suo credere che tutto il mondo giri attorno a lui, non fa che irrigidirlo in una posizione sempre più autodistruttiva. Chi è superbo fa fatica a crescere psicologicamente e spiritualmente, perché non è disponibile al cambiamento e, nel suo caso, a una vera e propria “conversione del cuore”, mentre si rende sempre più incapace di buone relazioni sociali e anche affettive.

La temperie socio-culturale attuale è ricca (si fa per dire) di superficialità, culto dell’apparire, di narcisismo e di gossip, e così nutre la superbia come una malattia psicologica perniciosa e molto grave. Forse si può far risalire questo dilagare della superbia addirittura alla rivoluzione filosofica iniziata con Descartes, il quale con le migliori intenzioni del buon cristiano, volendo smantellare un aristotelismo di maniera, ha scatenato la belva dell’individualismo soggettivista, ispirando cattivi eponimi a considerarsi quasi creatori del mondo, non creature del mondo.

Se a livello psicologico e relazionale la superbia fa molti danni, questi si aggravano se li esamina dal punto di vista spirituale, talché il superbo si pone quasi al posto di Dio o di un “dio” se ateo professo. E qui bisogna stare attenti, perché anche molte persone religiosamente attive e praticanti sono in realtà superbe, perché usano degli atti esteriori del culto per mostrare se stessi, non tanto la fede in Dio.

Se confrontata con gli altri vizi la superbia danneggia molto più gravemente lo spirito dell’uomo, come ben sapeva Tommaso d’Aquino (cf. Summa Theologiae, I II), che riteneva il superbo colui che nutre un amore disordinato per il proprio bene al di sopra di altri beni superiori. Pertanto il superbo, mentre esalta se stesso all’inverosimile, denigra e disprezza gli altri senza alcuna ragione. Chi è superbo, secondo Tommaso, vuole esserlo mettendo in moto la pura volontà senza ragionare, perché se usasse il bene dell’intelletto si accorgerebbe dei propri limiti e sarebbe umile, e quindi saggio, sapiente. La superbia funziona dunque come un accecamento dell’anima.

Vi sono poi due tipi di superbia: il primo è quello di chi si vanta delle proprie qualità, che possono anche esserci, e in questo caso si tratta di vanagloria, proprio così “vana gloria”, cioè gloria inutile; il secondo è quello di chi si annette qualità e meriti che assolutamente non ha, e quindi rischia di coprirsi di ridicolo, soprattutto in settori come la scienza e la politica. Si sa che scientia tamen inflat, la scienza gonfia, se non vissuta in modo umile, così come la politica diventa mero esercizio di potere e non servizio alla comunità.

Chi è convinto di avere sempre ragione in qualsiasi situazione, modo e tempo, è un superbo arrogante, che tende alla protervia e alla prepotenza, spesso connotato nei modi da una grande presupponenza e boria: questi non riconosce mai i propri errori.

Un altro aspetto che denota il superbo è la sottolineatura inutile di essere migliore di altri (e può anche essere vero) senza mai attendere che ciò sia un’attestazione condivisa e accettata, tant’è che egli si fa vedere tale anche dalla postura, a volte dalla camminata altezzosa e indifferente, e a volte ama insultare gli altri con epiteti di disprezzo, spesso di nascosto, perché molto spesso il superbo è anche vigliacco.

Il superbo è anche orgoglioso, ma di un orgoglio esagerato e sbagliato, al punto da prendersela anche per inezie che lui ritiene siano state fatte o sgarbi nei suoi confronti, per cui non è mai disponibile a perdonare e a riconoscere gli errori altrui anche se minimi.,

Egli pretende sempre di avere accanto nel lavoro dei subordinati, non dei colleghi o collaboratori che, pur subalterni, sarebbero in grado di portare un contributo originale e creativo al lavoro stesso; il superbo riesce ad affidare solo compiti la cui esecuzione controlla occhiutamente, ma non mai deleghe per fare crescere le persone che lavorano con lui, e fidandosi progressivamente di questa crescita. Di solito tende all’ingratitudine se aiutato in caso di necessità, e a fare domande spesso per mettere in difficoltà l’altro, più che per imparare e ammettere -a sua volta- di dover crescere.

Il superbo tende a disprezzare le opinioni altrui, anche se espresse da persone competenti sulla materia in questione, perché si sente naturalmente tuttologo e sapiente in ogni disciplina: in questo modo rischia di fare figure barbine, perché facilmente smascherabile. Non ci si può documentare sulla stampa quotidiana e pretendere di essere degli esperti di un determinato campo del sapere. Il sapere vero è frutto di un atteggiamento prima di tutto umile, e poi di studi lunghi e severi, da cui il superbo, nella sua iattanza presupponente, rifugge volentieri, perché troppo faticoso.

Una vita e un atteggiamento mentale centrati solo sull’“io” fanno letteralmente scomparire anche solo l’ipotesi di Dio dall’orizzonte esistenziale. Per Sant’Agostino, la superbia non è altro che una perversa e anche un poco ridicola imitazione di Dio, così come per San Tommaso è un contrapporsi irragionevolmente al Divino, come un competitore da sconfiggere.

La superbia è dunque il peggiore e origine di tutti gli altri vizi, a partire dal secondo più grave, cioè l’invidia, perché disintegra una sana antropologia, cioè una visione razionale dei limiti e anche della grandezza indubbia dell’essere umano, che resta comunque una creatura, pur se autoconsapevole e provvista di senso morale.

La virtù di umiltà è il più forte contrappeso e antidoto alla superbia, in una sana medicina della mente e del cuore.

L’ira è un vizio o una passione?

Per Tommaso d’Aquino, maestro dei miei maestri, è l’uno e l’altra, a seconda di come si manifesta. Ne sono stato sempre interessato perché, sotto una maschera di feroce autocontrollo, che mi ha permesso una vita relazionale molto buona e di imparare “mestieri” che hanno nella qualità relazionale il loro perno, a parere di molti, quasi tutti, io ne sarei esente. Ma non è così, e pertanto spero che nel mio caso si tratti prevalentemente di una passione. Come non è molto noto, Tommaso, sulla scia aristotelica e agostiniana, ma anche di Nemesio di Emesa, di Giovanni Damasceno e di Giovanni Cassiano, distingueva le passioni in cinque coppie contrapposte: amore/odio, desiderio/fuga, piacere/dolore, speranza/disperazione, timore/audacia, cui si aggiunge l’ira, passione in se stessa contraddittoria e perciò priva di contrario; circa i vizi, l’ira fa parte di quel pacchetto di sette, noto fin dal catechismo di san Pio X che chi è nato fino agli anni ’50 e ’60 era quasi costretto a imparare a memoria: superbia, invidia, accidia, cupidigia, ira, gola, lussuria, tra i quali i primi cinque sono ritenuti i più gravi perché “spirituali”, mentre gola e lussuria sono più “corporali”, e quindi meno gravi.

In proposito è bello leggere il manuale redatto in latino dai confessori padri cappuccini del XVI secolo, che occupa undici volumi per le violazioni peccaminose dei dieci comandamenti, di cui due di questi volumi, ironicamente, sono dedicati al de sexto, cioè alla lussuria, contemplando tutte le fattispecie e sotto specie, specialmente della… masturbazione, con penitenze proporzionate al piacere provato. Oggi diremmo: uh uh.

Tornando all’ira, ecco perché il sapiente aquinate la colloca sia tra i vizi sia tra le passioni. Tra i vizi perché, se incontrollata, può sfociare nella collera e anche nella violenza omicida, tra la passioni poiché nella giusta misura può aiutare gli esseri umani a superare prove ardue. Ora, la misura dell’ira non è facilmente definibile, in quanto legata alle situazioni e ai caratteri delle persone.

Quella di Tommaso d’Aquino è la prima analisi delle passioni che potremmo definire psicologica, anche se non nel senso moderno e clinico del termine, occupandosi del sottile gioco che intercorre tra pulsioni pre-morali dell’anima e giudizio razionale improntato a una qualche etica della vita umana, e quindi moralmente rilevante. Tommaso sa che siamo (non abbiamo) corpo e anima, unificati nel sinolo aristotelico, cioè nell’unità sostanziale dell’umano, che non inficia per nulla la sua spiritualità e il suo desiderio di assoluto. Una linea che da Aristotele, passando per Agostino e Tommaso d’Aquino porta dritta dritta alle scienze psicologiche moderne e contemporanee, ad esempio di uno Jung o di un Rogers, che erano attenti lettori dei pensatori classici.

Pertanto l’ira è diversa dalla collera e dalla probabile conseguente violenza, perché può costituire il prodromo di uno slancio vitale (cf, Henri Begson) e un aiuto prezioso in situazioni di pericolo, se temperata da un’altra passione quella del coraggio, e da una virtù cardinale, come la prudenza, madre di tutte le virtù umane. Pe fare un esempio concreto e attuale, il coraggio e la prudenza che hanno avuto le lavoratrici e i lavoratori della Roncadin di Meduno, quando due settimane fa si sono trovati coinvolti nell’incendio della fabbrica e ne sono usciti incolumi per riprendere il lavoro solo un paio di giorni dopo. Coraggio e prudenza, aggiunti alla preparazione dovuta a una buona formazione sono stati gli elementi psicologici e morali che hanno impedito la tragedia. Grandioso.

Ecco perché conviene pensare che l’ira sia una cosa buona se ben declinata e utilizzata.

Un ultimo esempio: anche nelle relazioni inter-soggettive, specialmente quelle tra capi e collaboratori, a volte conviene che vi sia uno scatto d’ira, in base alla situazione e ai caratteri degli interlocutori, per rendere il dialogo più assertivo e convincente. Vi sono persone, specialmente se impegnate in ruoli esecutivi, che hanno bisogno di essere guidate con una certa fermezza di toni, quasi fino alla burbanza e all’autoritarismo formale, senza che ciò diventi un conculcamento della personalità, ma solo perché c’è bisogno di dare certezza alle indicazioni operative. Un capo deve saper essere in molti modi, modificandoli a seconda dei casi, degli interlocutori e delle circostanze. Declinare i moti dell’ira come passione, allora, diventa uno strumento efficace di gestione e di leadership.

E io sono iracondo? Ebbene sì, e non poco, ma vigilo con attenzione e cerco di indirizzare le mie migliori energie a questo, sapendo che se non c’è vigilanza si rischia di perdere il controllo delle situazioni e la propria credibilità negli ambienti di lavoro e ovunque.

E quindi, buona ira a tutti.

Mattutino

I monaci basiliani (San Basilio di Cesarea è l’autore della prima regola monastica della grande chiesa del IV secolo) utilizzavano lo schema qui a latere per la preghiera quotidiana, e il modello benedettino ne tenne conto, specie nelle clausure. Ogni tratto della notte e della giornata era buono per elevare al Signore la preghiera del cuore che iniziava spesso, soprattutto nella chiesa d’Oriente, con una bellissima giaculatoria cioè, da sua etimologia, un “dardo” (lat. iaculum) lanciato verso Dio: “Signore, Figlio di Dio Padre onnipotente, abbi pietà di me peccatore“.

Era non solo l’umile rivolgersi all’Incondizionato, ma anche  il riconoscimento del limite oggettivo e soggettivo dell’essere umano, della sua finitezza, della sua miseria, al contrario della iattanza che contraddistingue molto del pensare, del dire e dell’agire odierno sul web, sulla carta patinata dei magazine, in tv. Oggi sembra che l’uomo si sia fatto quasi omnipotente, vantandosi senza un minimo di umiltà della sua scienza, della sua tecnologia, della sua capacità di modificare il pianeta Terra e se stesso. Bene, benissimo i progressi della medicina, della biologia, della fisica, ma non tutto ciò che consentono di fare, è lecito fare, poiché vi sono dei limiti etici a parer mio insuperabili. Straordinario è il lavoro che è stato fatto sulla genetica animale e umana, e il poter usare le cellule staminali per guarire patologie gravi, ma non il loro utilizzo per modificare, ad esempio, il genere di un nascituro. Ottima cosa usare le risorse presenti sulla terra per migliorare la vita delle persone, ma non abusarne fino a danneggiare in modo speriamo non irreparabile l’ambiente stesso, che è come l’utero di una madre per il feto. L’ambiente e gli altri animali non vanno mitizzati, ma rispettati per il loro ruolo nell’equilibrio più generale. E qui mi rivolgo specialmente ai più accesi animalisti e vegani: cercate di vedere le cose a partire dall’umana autocoscienza, e non dal mero vivente, perché -per coerenza- dovremmo morire di fame, in quanto anche l’insalata geme e soffre quando viene raccolta. Non lasciare un cane in autostrada è bene, trattarlo come fosse un bambino è male.

E infine, l’uomo d’oggi non deve mai dimenticare di essere spesso solo un nano sulle spalle dei giganti del pensiero e della ricerca precedenti, da Platone e Aristotele a Cartesio e Galileo, Darwin, Einstein, Curie, Freud, Dirac etc., che hanno via via elaborato e corretto, sia pure in parte, il pensiero dei predecessori.

Al mattino vengono a volte questi pensieri, prima di andare al lavoro, o avendolo già iniziato “in remoto” via e-mail o watts app, tra le sei e le sette quando il silenzio ancora avvolge casa e le vie adiacenti, verso la grande campagna, che trascolora nell’autunno. Un bel merlo maschio è venuto a trovarmi mentre scrivo sul terrazzino verso il giardino interno, e osservo l’ulivo sempreverde che sbarbaglia i raggi del primo sole.

E poi vien l’ora della partenza per una delle aziende che seguo, quella che mi dà più “pensieri”, ma anche soddisfazioni, in questo periodo, il “fabbricone” di pizze della pedemontana, dove le persone (con l’aiuto del Padreterno) hanno fatto un miracolo, dieci giorni fa, cioè di farla ripartire due giorni dopo un devastante incendio.  Miracoli che può fare l’intelligenza, la dedizione, il cuore delle persone umane, dai proprietari a ogni dipendente, dirigente, quadro, impiegato o operaio che sia.

L’uomo può se vuole scavalcare montagne, esplorare territori sconosciuti, definire nuovi limiti a se stesso e alla forme organizzate, perché ha in dotazione una mente plastica e adatta ad affrontare le emergenze, anche quando sono tremende. Sono orgoglioso di fare parte anche di questo gruppo, dopo aver affrontato in anni precedenti gravi emergenze occupazionali, sempre risolte senza danni per le imprese e per i lavoratori.

E questo basta e avanza per darmi forza senso al mio agire, fin da questi pensieri mattutini, tra l’ulivo, un merlo maschio e il lavoro da fare.

Buona giornata a te caro lettore.

Impressioni d’ottobre

Parafrasando la gloriosa PFM (Premiata Forneria Marconi), che cantò settembre, il primo giorno d’ottobre merita un pensiero. Il risveglio più lento della domenica è accolto da un suono di campane, proveniente dal centro del paesone delle Terre di Mezzo, ma echeggia il suono di tanti anni fa, a casa dei miei, mia, in quel di Ravignano, come scriveva Ippolito Nievo ne Le confessioni di un italiano.

Mi torna alla mente, ecco la memoria, il ricordo, ed ecco per dove passa l’oggetto della memoria, per il “cuore” (ri-cor-do), l’arrivo di quelle domeniche autunnali, quando si andava a pranzo dalla nonna Catine, e c’era polenta e coniglio, e papà Pietro era ancora in Germania, e lo sarebbe stato fino ai primi di dicembre. Magari papà aveva appena scritto una lettera a mamma Gigia, e lei l’aveva portata dalla nonna, per leggerla insieme, tanto non c’erano dentro mai cose intime loro, ma sempre di tutti… e i bambini come stanno?, io e mia sorella Marina, che stava ancora bene.

A volte nel pomeriggio arrivavano cugini e cugine che oggi, anzi da qualche anno, ho perso di vista, ma funziona così, i parenti li perdi di vista se non hai da condividere nulla, mentre gli amici restano, così come gli amori veri, anche se declinati nel tempo in modo diverso.

Stavo dai nonni volentieri, e guardavo la nonna valutare il risultato della piccola vendemmia di merlot appena finita, duecento litri di ottimo rosso dal sapore mandorlato, che anch’io contribuivo a produrre, dalla vendemmia ai vari travasi, compresa la pigiatura, cui provvedevo a piedi nudi nel tino, insieme con nonno Dante. A proposito, ecco un legame con la mia bambina, che ha quel nome santificato nella Commedia divina dal Poeta sommo che a tutti noi insegna. Anzi, ricordo che verso i dieci o dodici anni ero già abbastanza forte e grande da sostituire nonna Catine nello spargimento del solfato di rame sulle viti a primavera con la pompa apposita, portata in spalla.

Le campane di stamattina poi mi riportano alla mente altri momenti di quegli anni giovanili, la Settimana santa con il loro silenzio e l’esplosione del Gloria pasquale, il mese di maggio e i suoi rinnovati tepori, le grandi festività post-pasquali come la Pentecoste, antica come il libro degli Atti scritto da san Luca, e il Corpus Domini, risalente al “miracolo di Bolsena” e alla “consulenza teologica” di  Tommaso d’Aquino, che aiutò il papa di allora, Urbano IV, a ricordare quel che era accaduto a quel sacerdote boemo incredulo, di nome Pietro da Praga, con una festività apposita. Era il 1264. Mi ricordano le festività natalizie, avvolte nel tepore delle cucine e delle case un poco dimesse del vecchio paese lontano da tutto. Il mio paese.

E talvolta andavo dalla zia Enrica, la sorella maggiore di mio padre, sposata a un benestante, che possedeva trecento campi friulani, circa cento ettari, il nobile Massimiliano Gattolini da Romans di Varmo, cui dovevo dare del “lei”, e chiamare “signor Zio”. Anche la zia si poteva fregiare così del titolo di “nobildonna” Enrica Pilutti Gattolini. A modo suo mi voleva bene, pur mantenendo quel distacco che oramai era fisiologicamente dovuto tra la sua nuova famiglia di possidenti e quella di origine, quella di mio padre operaio emigrante, una differenza di censo insuperabile. Mi faceva raccogliere e portare via le squisite pere e mele cadute, e per un periodo mi pagò anche delle lezioni di solfeggio. Non è mancata vecchia, perché beveva e fumava, e ricordo la grossa gatta siamese che teneva, diceva lei, per scaldarla, vicino al suo seno prosperoso. La sorte poi non è stata benigna con i suoi figli, i miei tre cugini, e con tutta l’avita famiglia.

Nel mio cortile, che allora vedevo tanto grande, con un gelso storto ed enorme al centro, con i miei amici facevamo giochi interminabili, finché le mamme non venivano a prenderci per la cena. E poi c’era il pollaio con oche anatre galline e ogni altro volatile commestibile ai tempi, senza tante storie di sicurezza alimentare. Le cosce d’oca messe via nel loro grasso bianco per l’inverno, una squisitezza.

E l’orto pieno di ottime verdure e frutta, lungo lungo, almeno cinquanta metri, che arrivava fino alla roggia in fondo, ora interrata, acque limpide dove ci si poteva anche lavare, e lo zio Aldo da Milano lo faceva volentieri, mentre la zia Anna, la zia “Nute”, se la tirava fumando sul portone con la Ada dei Nonis, che faceva impazzire me bambino, con le sue tette enormi, messe bene in vista dalla scollatura generosa. Non sapevo perché, ma così era a quell’età mia, forse inconsciamente memore della mamma. Poi i miei gusti sono un po’ cambiati, in tema.

E altri innumerevoli amici e conoscenti si affacciavano al mezzo portone sempre aperto di via Umberto I, 81, amici di papà Pietro, suor Vincenza che veniva a chiamare mia madre perché un’anziana aveva bisogno di una iniezione, don Aurelio per parlare della mia “vocazione” sacerdotale, che delusi ampiamente, ma poi, caro don Aurelio, che mi insegnò le prime parole di greco quando a sei sette anni chierichetto servivo il Mattutino della Settimana santa, son diventato anche teologo patentato, cioè professore dei corsi per diventare prete. Non prete, ma studioso delle Sacre scritture e di quanto si è scritto su di esse.

Da lì partivo adolescente per andare a scuola a Udine, al mitico liceo classico Stellini, la “scuèle dai siòrs“, la scuola dei signori, dicevano in paese, meravigliandosi che un ragazzo povero potesse frequentarla.

Quando poi son diventato una persona nota, molto mediatizzata, ero conteso in tutte le osterie per bevi un tai insieme. Così era nel tempo di Rivignano, in quegli anni, mesi, giorni del ricordo di questo primo giorno di ottobre, circa metà della mia vita passata con i piedi nell’erba.

E ora, che sono tornato con i piedi nell’erba, ringrazio l’Incondizionato Dio per la mia vita, e lo prego di dare salute e serenità a chi mi è caro, e anche agli altri umani di questo mondo.

El buen retiro de este dia en el final de septiembre

Dopo decenni, da meno di un anno son tornato con i piedi nell’erba. Il verde della campagna mi circonda, ultime case prima delle Risorgive. Nei pressi l’osteria dove Bea impara a lavorare per studiare. Uccelli chioccolano alla fine di settembre, in attesa dell’autunno. Già i colori della stagione volgono alle tonalità dell’ocra e del rosso cupo, un merlo si attarda sotto l’ulivo. Io contemplo tutto intorno ascoltando le campane del sabato che annunziano la rinascita, come ogni settimana, da millenni. Il rito si ripete sempre nuovo e unico, uno e innumerabile, come le stelle del cielo, come le cellule di un corpo, come i punti della superficie di una sfera, come le qualità del Divino che tutto trascende.

L’aria è ferma dopo che una brezza s’era fatta sentire, quasi ricordandomi il profeta Elia, che scorse nel vento leggero la Presenza. Telefonate amicali, ai confini tra l’affettività e il lavoro, come spesso mi accade in un tempo vigoroso e nobile.

Il senso del mio tempo si manifesta in tanti piccoli gesti, atti, parole, pensieri, silenzi. La profondità della vita si dipana tra il corpo e lo spirito, anzi nel corpo spirituale che mi costituisce, fin dal mio concepimento nell’utero di mamma Luigia. Misteriose forze promanano da tutta la mia storia genetica, lottando per prevalere, come gli alberi di una fitta foresta cercano di svettare per cogliere il sole mattutino.

Non so del domani, come ciascuno di noi, ché domani non esiste, e sarà solo quando.. sarà domani. Il senso del tempo è uno dei caratteri distintivi del sapere umano, una categoria necessaria, anche se fisicamente relativa, poiché di assoluto, di sciolto-da-ogni-altro-ente il tempo nulla possiede. Mentre penso, scrivo, immagino te gentil lettore che apri questo sito, so che accadono cose i cui vettori causali non conosco, né controllo, e questo può perfino darmi l’angoscia di cui scriveva Kierkegaard, l’angst, una sorta di apnea esistenziale che prende l’uomo cosciente del suo limite terreno, e lo spinge a gettarsi nell’infinito di Dio.

Non controlliamo quasi nulla delle nostre vite o, meglio, pochissimo, poiché il più è determinato dalla millenaria filogenesi dei cromosomi corsari che ci hanno condotto fin qui, e dalle condizioni ambientali in cui questi cromosomi nel tempo si sono incarnati, e dall’educazione ricevuta dall’ultima “incarnazione” come sono io, che sei tu, caro lettore, che siamo tutti, esseri umani, animali, animati, viventi. E pure le pietre hanno una storia, più arcaica della nostra, ma apparentata ad essa.

Guardando i volti delle persone che incontro, conosco, sfioro per le strade, i luoghi di lavoro, le stazioni, gli aeroporti, intravedo in lontananza e in chiaroscuro le tracce di traiettorie esistenziali uniche e irripetibili, provenienti da plaghe più o meno lontane, fino all’incrocio con la mia vita. E stasera guardavo la ragazza pronta all’uscita amical del sabato, alta e slanciata, figlia mia quasi in copia, proveniente, lei pure, dall’abisso cosmologico del tempo e proiettata oltre la mia vita, e ho pensato “che bello”, in realtà siamo immortali con la nostra progenie che ci supera e noi che abbiamo costituito l’anello tra i nostri genitori e i figli che abbiamo messo al mondo. Genitori e figli per sempre, coppie umane non per sempre, talvolta. La dimensione orizzontale dei rapporti umani è a rischio, quella verticale invece è più forte di ogni volontà soggettiva, perché garantisce la specie.

Pensieri lasciati allo scrivano che sono mentre la sera sta calando su noi, in questa plaga severa del Nordest, io scriba 2.0 del ventunesimo secolo, emulo dei predecessori egizi ed ebrei, allievo dei Padri antichi della filosofia e della chiesa, amanuense tecnologico e gutemberghiano, uso alla tastiera del tablet e del pc, io scrivano, autore di testi che utilizza parole e frasi, retorica e stile, secondo la lunga tradizione della scrittura occidentale.

Erano le luci del pigro e dolce tramonto settembrino che mi hanno suggerito di scrivere, e ora il buio della sera che viene mi dice di contemplare l’ennesimo giorno che se ne va nell’altrove.

Dell’umana complessità psicologica, tra maschile e femminile

andare è anche un restare tornare riandare, come movimento, non solo del corpo umano, del respiro, ma più ancora della psiche. Il pensiero lavora sempre, diversamente nello stato di veglia, quando è governato, come sembra, dall’intelletto, ma anche dalle strutture biologiche del cervello, rispetto allo stato di sonno. Il pensiero è movimento, corrente, flusso inarrestabile. Attorno all’attività cogitativa si muove il mondo, che alcuni ritengono sia tale solo perché pensato come tale, gli idealisti di ogni genere e specie, da Platone a Heidegger. Beninteso, non nel senso ingenuo di non credere che il mondo esista anche senza di noi, o nonostante noi, ma nel senso che il pensiero umano dà la misura e il senso di tutto-ciò-che-esiste, cioè di ciò che sta fuori (exsistit).

Non smetto mai di meravigliarmi quando scopro l’infinita varietà, anzi l’infinità di questo pensiero, specialmente se ascolto persone che hanno qualcosa da dirmi e quindi da darmi. La ricchezza del pensiero ricolma oceani, preoccupa e riempie di gioia, ti annichila e ti solleva, ti abbatte e ti fa ri-nascere, come il participio passato che è il mio stesso nome (ri-natus), Petri voluntate. Che Dio lo abbia nella sua gloria.

Quando ritieni di aver capito, cioè capto, catturato lo spirito, l’anima, la psiche di una persona, perché ti è molto vicina e la conosci, ecco che questo “aver capito” è solo un atto di somma presunzione, poiché al più puoi aver com-preso, cioè preso-dentro in qualche modo delle tue facoltà analitiche e sintetiche una qualche verità di quella persona, ma non mai “capito”. La verità di quella persona è infinitamente ridondante rispetto a ciò che ti arriva di lei, specie se declinato al femminile. La donna è un universo di meravigliose sinapsi, cosicché là dove tu pensi di trovare un dendrita ne trovi cinque, collegati fra loro e oltre.

Il cervello maschile procede per sillogismi, quello femminile per intuizioni di tipo angelico, come insegna la buona teologia, che vuol dire anche diabolico (il diavolo è un angelo, prima di tutto, per natura), se si tratta di una femmina malvagia. Ne ho conosciute, ma anche di buone, trasparenti, pure di cuore. In questo caso la sorpresa è continua, non tanto per i tipi psicologici studiati dai grandi maestri da Jung in poi, quanto per l’unicità di ciascuna persona, che non è, se non alla grossissima, codificabile, classificabile, categorizzabile.

La sorpresa è non solo la perenne capacità di ri-pensare in modi diversi le cose, le esperienze, i fatti vissuti, ma addirittura la capacità, quasi, di ri-crearne i contorni, facendo percepire all’interlocutore qualcosa di straordinario, di insolito, di spiazzante. La ferrea logica aristotelica allora non”tiene” più, soppiantata da un processo mentale rapidissimo e perfino in grado i turbare chi dorme sonni più tranquilli, come il maschio medio ponderato (eh eh).

Ma il piacere della scoperta di tanta caleidoscopica dovizia di umanità, supera ogni sconcerto possibile, rendendo più prismatica la lettura della realtà, anzi, si potrebbe dire, mutuando l’immagine dalla geometria dei solidi, più “sferica”, là dove sussistono infiniti punti immateriali atti a costituirne la superficie. La creatività del femminile è senza limiti, quasi a voler testimoniare la differenza originaria e originante dei due generi, di questi tempi confusi e di pigro pensiero,  E lo è a tal punto da creare talora imbarazzo e fastidio, ma solo nei poveri di spirito, e non nel senso di Matteo 5 e via andando, poiché quelli sono “poveri” nel senso di dare ai beni un giusto e non eccessivo valore, questi sono poveri perché mediocri e altrettanto presuntuosi, genere e specie ricchissima di esemplari umani.

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