Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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“non meritava di morire”, “non siamo tutti uguali”, “non tutto è come sembra”, “andrà tutto bene”, “a questo punto non si può più sbagliare”, “…chiediamo la riforma tale”, “è impensabile” con la correlata “non posso crederci”: otto frasi che si distinguono per noiosissima ovvietà e fastidiosa imbecillità

Caro lettore, mi sai aiutare a capire perché queste otto frasi (e forse ve ne sono altre) sono così diffuse nel dire comune di oggi? Proviamo a esaminarle una a una.

“NON MERITAVA DI MORIRE”

Prima obiezione: perché, forse che qualcuno, di solito, senza essere un serial killer, un violentatore di donne e bambini, o altro di orrido, merita di morire? Perché lo si dice continuamente? Torno agli esempi estremi di malvagità elencati poc’anzi e commento così: posto che anche costoro meritino di morire. E qui il mio rischio è di scandalizzarti, mio gentile lettore. Se si è contro la pena di morte, anche per i crimini più efferati, nessuno merita-di-morire per mano dello stato, neppure i più terrificanti assassini che la cronaca – a volte con inutile compiacimento – indugia a presentarci.

Aggiungo una variante: qualcuno aggredisce mia figlia, io sono lì e, difendendola, non misuro la forza della mia reazione e uccido l’aggressore. Bene, nel comune sentire, e anche nel mio sentire, questo individuo merita, eccome, di morire; la legge, però potrebbe indagare e riscontrare un eccesso colposo di legittima difesa, (cf Codice penale italiano vigente all’art. 55) eventualità molto comune quando, ad esempio, un negoziante, spara a un ladro che cerca di derubarlo.

Le statistiche sociologico-giudiziarie attestano che nelle nazioni dove vige la pena di morte, tale misura definitiva, senza appello, non costituisce una deterrenza tale da ridurre gli omicidi, ad esempio: basti confrontare la situazione italiana con quella degli Stati Uniti d’America. Ovviamente qui metto in relazione due democrazie, in quanto citare la Cina e l’Iran a confronto con l’Italia sarebbe eticamente, giuridicamente, culturalmente e politicamente improprio.

Questo, comunque, è un argomento controverso che merita ulteriori approfondimenti che decido di non proporre in questa sede.

“NON SIAMO TUTTI UGUALI”

eeeeh, ci mancherebbe!. Qui utilizzo le mie due tavole sinottiche, che mi sono molto utili nelle lezioni di antropologia filosofica e nelle conferenze: “La struttura della Persona” e “La struttura della personalità”. Come vedrai, gentile lettore, si tratta di concetti molto facili, quasi intuitivi, ma che un cospicuo gruppo di docenti delle medie e delle superiori, a lezione con me qualche anno fa per un corso di aggiornamento su temi etico-pedagogici, trovò sorprendenti! Basti questa breve spiegazione:

a) la struttura della persona è costituita da fisicità. psichismo e spiritualità, per cui nessuno può obiettivamente negare che queste tre dimensioni appartengano a ogni essere umano, in quanto “funzionano” in tutti gli umani, senza alcun dubbio, dando una risposta alla domanda sulla pari dignità di tutti con tutti. Circa la struttura di persona, siamo dunque tutti uguali;

b) la struttura della personalità si basa anch’essa su tre componenti, la genetica, l’educazione e l’ambiente: ogni essere umano, tenendo conto di questi tre elementi si esprime in modo assolutamente (chi mi conosce sa che uso con grande parsimonia questo avverbio modale, come consiglia lo stesso Gesù di Nazaret, che afferma essere del demonio ogni aggiunta al “sì” e al “no”, che sono richiesti come rispetto della verità dei detti ma in questo caso l’avverbio “assolutamente” ci sta) unico e irriducibilmente originale: in base a questa seconda analisi antropologica dell’uomo, non si può non ammettere pacificamente che ognuno è solo e solamente, tutto e totalmente se stesso.

Siamo dunque, in quanto umani, uguali in dignità e unici nella nostra costituzione personale. Questo mostra l’assurdità e la noia (che genera in me) dell’affermazione del titolo.

“NON TUTTO E’ COME SEMBRA”

Intanto mettiamoci d’accordo su ciò che significa “ciò che sembra”, chiarimento non banale. Ciò-che-sembra o ciò-che-appare è una frase logica estremamente seria e importante, perché ha che fare con l’apparire e lo scomparire dell’esseredelle-cose, quantomeno nella loro dimensione logica (non in quella metafisica, almeno nel pensiero di un Emanuele Severino, di un Gustavo Bontadini, di un padre G. Barzaghi, mio valoroso maestro di ontologia e di metafisica). Infatti, non significa, nella sua prima accezione, che ciò-che-sembra sia falso in quanto “sembra”, “appare”. Nella forma latina il sintagma “mihi videtur”, cioè “a me pare (che sia)”, è una affermazione forte, incontestabile nella sua accezione di opinione personale, non di accertamento della verità assoluta, che resta un obiettivo, una tendenza, persino per alcuni lo scopo di una vita, certamente continuando a essere da quasi tre millenni in Occidente, lo scopo della filosofia.

Direi dunque che la frase “non tutto è come sembra” può essere un invito a indagare di più, ad approfondire, ma non a tentare ridicole giustificazioni per contraddire verità evidenti, come può accadere nella narrazione penale di certi delitti e delle responsabilità di chi li ha commessi: infatti, è la frase è tipica di chi cerca, mentre si trova sotto interrogatorio perché sospettato di aver commesso un crimine, di intorbidare le acque dell’indagine penale che lo riguarda.

“ANDRA’ TUTTO BENE”

Questo è l’auspicio di questi tempi covidizzati, oltre che essere una frase che va per la maggiore – in generale – al fine di consolare i bambini. Non siamo solo bambini o ragazzi, in Italia, ma oltre 40 milioni di persone, maschi e femmine, con l’uso di ragione. Si capisce che nella primavera del 2020, spaventati da questa “bestia” sconosciuta, avessimo un bisogno psicologico di rassicurare noi stessi e gli altri, ma si è ben presto esagerato con tale affermazione consolatoria.

La frase, però, ha stancato quasi fin da subito, perché “potrà andare tutto bene” se le volontà individuali, irrorate da un pensiero critico, si indirizzeranno verso decisioni e comportamenti coerenti con le indicazioni dei saperi preposti, biologia e medicina, e… bio-etica. A rendere stucchevole la frase, oltre a comportamenti individuali e di gruppo irresponsabili, sono stati diversi scienziati, che hanno colto al volo la possibilità dello star system e si sono adeguati a una comunicazione pervasiva e individualista. Quanti danni mediatici hanno fatto fior di virologi e studiosi di varie scienze connesse.

“A QUESTO PUNTO NON SI PUO’ PIU’ SBAGLIARE”

… oddio, ad esempio, uno Zingaretti pronunzia spesso questa ben misera battuta, in buona compagnia (fo per dir) di destra, di centro e di sinistra. La domanda che mi vien in mente è la seguente: perché, prima (dell’accorgersi di aver sbagliato) si poteva – tranquillitate animi – sbagliare? Non-si-accorgono, questa è la tragedia semantica! E fosse solo semantica, sarebbe il meno, perché è politica e sociale, economica e culturale, e ciò è drammatico, e sempre sconsolante. Perché non si accorgono di dire una cosa inconsistente e pericolosa? Non riesco a farmene una convincente ragione. Mi viene da pensare, ed è desolante (je suis desolée, canta Mark Knopfler), che oramai, abituati alle frasi fatte, non si accorgano più di ciò che significano certe affermazioni, e dunque non riescano a correggersi, dato che i due verbi riflessivi hanno la medesima radice etimologica latina: ad corrigendum, cioè al-fine-di-correggersi.

“…CHIEDIAMO CHE SI FACCIA TALE RIFORMA (IL PARLANTE E’ UN POLITICO DI GOVERNO!)

Come è possibile che un politico di governo, che esercita pienamente i suoi poteri costituzionali, di ministro, o anche (solo) di parlamentare chieda una riforma parlandone in pubblico? Eventualmente la chieda nelle discussioni che si fanno nei gruppi politici o nelle istanze parlamentari, proponendo una linea politica, ma non davanti ai microfoni dei giornalisti, perché la domanda è inappropriata. Lo spiego: è il cittadino elettore che lo ha eletto mandandolo là, in Parlamento, l’uomo/ donna che si è candidato/ a, eleggendolo/ a, che ha titolo per “chiedere” una riforma al suo eletto/ a, non l’eletto/ a, che la riforma deve FARE! Parbleu, o no? Altrimenti facciamo una democrazia diretta, che la Storia ha mostrato impossibile.

E’ IMPENSABILE e NON POSSO CREDERCI

Un’ultima, per il momento, frase fatta con il suo corollario logico. Ma come è possibile affermare “è impensabile?”, oppure “non posso crederci?” Infatti, tutto-è-pensabile di ciò che “cade” sotto il giudizio della riflessione mentale. Nulla escluso. Certo, è un modo di dire consueto, per significare che si tratta di un qualcosa di talmente insolito da risultare quasi impossibile anche solo pensarlo. Ma è un’iperbole, che può andare bene, se si considera che – appunto – è tale, ma non corrisponde alle pressoché infinite possibilità del flusso naturale del pensiero umano.

Infatti, ripeto, tutto è pensabile: gli unici limiti di questo pensiero sono gli stessi limiti del pensante, così come l’incredulità per qualcosa di estremamente strano o insolito tale da rendere incredibile l’oggetto, è solo un modo per sottolineare la stranezza dello stesso. Ma tutto ciò che accade o che esiste nell’ambito della sensibilità fisica e psicologica del soggetto, è credibile.

Come sempre, occorre lavorare contro la banalità e a volte contro la stupidità, mediante un pensiero critico irrorato da una passione irriducibile per la giustizia, la libertà e la verità.

La clemenza, una virtù umanissima e previdente

Seneca, filosofo e politico dei tempi di Claudio e Nerone, ne scrive nel suo omonimo De Clementia. Il testo latino a fronte aiuta a ri-ammirare questa splendida lingua e razionale, una meraviglia continua per chi la pratica e uno stupore sconfinato per chi non la conosce, se questi ha la bontà di apprezzare le “cose belle”.

In questa riflessione proverò a dialogare con il grande Lucio Anneo, cercando di immergermi, come insegna Gadamer, nel suo tempo e nella sua temperie socio-culturale, e di attualizzare il suo insegnamento filosofico-morale e politico alla luce della nostra mentalità, occidentale, sub-occidentale, planetaria… Impegno ambizioso, che cercherò di svolgere con la massima umiltà che il tema stesso e il confronto con un autore di duemila anni fa richiedono.

Il De clementia è un trattato, cioè uno speculum principìs, uno specchio nel quale il principe si può specchiare analizzando se stesso, che per Seneca permette di proporre in modo critico la relazione fra filosofia e politica, soprattutto al fine di individuare le virtù migliori, non solo di tutti gli uomini, ma specialmente del sovrano, tra le quali egli colloca in primis la clemenza.

Seneca dedica lo scritto al giovane Lucio Domizio Enobarbo, cioè Nerone, di cui il filosofo era divenuto precettore, su incarico della madre del futuro imperatore, Agrippina Minore, moglie del defunto imperatore Claudio.

Il De clementia, dunque, è una sorta di libro di testo per educare all’esercizio del potere il giovane Domizio Enobarbo, che era promettente. Seneca era convinto che il miglior modo di condurre lo stato fosse una monarchia “illuminata”, che pensava avrebbe potuto essere una grande opportunità per il potenziale del giovane alunno.

In questo trattato di filosofia politica, scritto tra il 55 e il 56 d.C., Seneca definisce la condotta politica che il neo imperatore Nerone farebbe bene a seguire. Il trattato era originariamente diviso in tre libri, dei quali ci sono pervenuti solo i primi due (il secondo incompleto).

Il tipo di trattato chiamato, appunto, speculum, è di origine greca è impostato su un paradosso continuo, con il quale l’autore mostra all’allievo, descrivendo i vizi di un regno condotto in modo sbagliato e ingiusto, come invece dovrebbe comportarsi al contrario, perseguendo le virtù umane, tra le quali la clemenza è tra le primarie.

Ancora Seneca: nella sua visione del mondo la clemenza è la virtù più umana, perché – manifestandosi – mostra tra gli umani il sentimento che ciascuno desidera per sé, quando sbaglia e così operando, rischia la sanzione, la punizione. Immaginiamo che tipo di punizioni erano in vigore ai tempi del filosofo: la pena di morte era prevista per non pochi reati, per cui la clemenza, in questo caso, risultava decisiva per la sopravvivenza stessa dell’individuo.

Ma anche il sovrano, il principe, esercitando la virtù di clemenza verso i cittadini, è anche clemente verso se stesso, in quanto comportarsi in questo modo è un fatto benefico per tutti, per se stessi, i re s’intende (i leader, diremmo oggi), e per i cittadini, che si sentiranno in dovere di essere solidali con il re stesso.

Seneca paragona il principe a vari soggetti, in termini metaforici, ad esempio a un medico, all’ape regina, agli dei, al sole, a un tiranno, che è il confronto più importante. Una delle opzioni più importanti dell’esercizio della clemenza è la rinuncia alla vendetta, per mostrare il fatto che se chi occupa una posizione elevata deve controllare i propri comportamenti nei minimi dettagli. La clemenza, inoltre, è un’espressione della mitezza, che può… mitigare la severità.

Un aspetto fondamentale della clemenza è la capacità di misurare la severità nel punire e nell’essere clementi. La clemenza è dunque in contrapposizione alla crudeltà, cioè nelle modalità di infliggere le punizioni. Anche una esagerata clemenza non va bene, perché abitua a non assumersi responsabilità, a pensare che tanto, vada come vada, la compassione sarà sempre sufficiente per trovare un perdono generale per qualsiasi atto compiuto, anche il più malvagio, o quasi.

La clemenza è la virtù dell’uomo saggio, poiché egli è persona mite e dunque misurata nel punire, non lasciandosi condizionare né dalle sofferenze né dal godimento altrui.

La clemenza non è soggetta alla legge e – più strettamente – alla pura razionalità. Chi è clemente ha una certa sicurezza in sé di agire per il meglio, in quanto la clemenza ha un valore di giustizia e di equità, con apporti concreti, talora, della stessa epicheia, cioè della giustizia-giusta, kairologica, attuale. Quella giustizia che sembra ingiusta, ma in realtà interpreta i fatti in modo più completo. Oggi diciamo a 360°.

Che cosa si intende per clemenza nella nostra cultura attuale? Certamente non è un termine di uso consueto. Si potrebbe dire che da qualche decennio è una parola relegata al diritto, alle pratiche giurisprudenziali, soprattutto di carattere penale. Ad alcuni pare un termine più vicino alla cultura ottocentesca, che a quella del ventunesimo secolo.

La clemenza la si chiedeva un tempo ai sovrani, ai comandanti militari, magari sotto la forma della grazia. I sovrani, infatti, venivano chiamati “sua grazia”, definiti “graziosi”, con un linguaggio deferente e sottomesso. La clemenza è una virtù e un modo di porsi verso l’altro, specialmente se i due soggetti sono asimmetrici per posizione, ruolo e potere.

La clemenza si pone come virtù classica, in quanto rappresenta valori condivisibili, e reciprocamente utili alla convivenza umana. Basti solo pensare al fatto che ognuno di noi potrebbe qualche volta avere bisogno di clemenza,

A questo punto mi piace citare Aristotele, precedente nel tempo a Seneca, che diede un’importanza centrale, tra le virtù morali umani, alla virtù di giustizia, la quale non solo deve permettere all’uomo di individuare e definire l’unicuique suum (la giustizia di scambio, oggi la chiamiamo come riconoscimento dei meriti individuali) le norme generali (che erano in vigore al tempo dello Stagirita e lo sono anche oggi) e le norme concernenti la società nel suo insieme (oggi le definiamo welfare), ma anche a una dottrina e a modalità operative che superino in via eccezionale le norme sopra citate, mediante l’epichèia, che ho ampiamente trattato qualche tempo fa in questa sede.

Ripeto: l’epicheia altro non è che la “giustizia giusta”, una giustizia che può anche apparentemente risultare ingiusta, ma in realtà contribuisce a fare andare avanti il mondo.

“Preoccupazioni” e “post-occupazioni”, “problemi” e “temi”, l’inutile abuso di frasi ipotetiche (con il “se” e il congiuntivo), mentre continua la vicenda di un premier adenoidico e paludoso

Quando sento la voce di Conte Giuseppe, prima di tutto ho un senso non gradevole da un punto di vista fonico, poi mi stanco quasi subito di ascoltare l’ennesima sequela di titoli e di frasi fatte.

La parola “preoccupazione”, cioè pre-occupazione, cioè una occupazione che avviene prima (a volte non si sa perché), è molto inflazionata. E come tutti i termini di cui si fa uso e abuso, stancano, annoiano. La cosa che sorprende è che questo lemma non conosce crisi, tutti o quasi continuano a utilizzarlo imperterriti. Nessuno si fa qualche domanda, ma da qualche tempo me la faccio io, che sto sempre attento alle parole che si usano, visto che dovrebbero essere i nomi delle cose, ma ciò è vero solo in parte, come insegnano insigni linguisti come Noam Chomski e Raffaele Simone, e filosofi di pregio come Wittgenstein.

Mi chiedo, infatti, per quale ragione si deve essere così spesso pre-occupati, se magari poi le cose scorrono, “occupano” il tempo e le energie in modo normale? Niente, ci si dice spessissimo preoccupati. Ebbene, per cominciare a mettere in questione l’uso della parola, ho cominciato a dire che solitamente “non sono preoccupato”, ma, tutt’al più “sono post-occupato”, cioè, se vale la pena mi occupo di una cosa, ma a tempo debito, non prima, stressandomi inutilmente.

Un’altra confusione terminologica si rileva nell’uso improprio e casuale di queste due parole: “temi” e “problemi”. Alle elementari, quando si faceva lezione di italiano venivano dati dall’insegnante dei temi, che avevano in testa la parola “Svolgimento”, mentre quando si faceva matematica, l’insegnante dava dei problemi da risolvere, i quali prevedevano di scrivere in testa alle operazioni la parola “Risoluzione”. Bene. Si dovrebbe tenere presente che l’etimologia di “tema” è greca, poiché il termine in italiano deriva dal verbo tìthemi, pongo, mentre l’etimologia di “tema”, sempre greca, deriva dal verbo probàllein, vale a dire getto avanti (un inciampo): si può osservare, dunque, chiaramente, come i due termini abbiano significati e funzioni radicalmente diverse, e pertanto vanno utilizzati in contesti e per significati differenti.

Non si deve parlare sempre di “problemi”, poiché molti fatti definiti in questo modo sono solo “temi”, quindi argomenti da approfondire, discutere e su cui prendere decisioni.

Le ipotetiche concessive, il se usato come se ciò-che-potrebbe-accadere, ma non è detto che accada, sono pervasive in molte discussioni. Quanti “se” tutt’intorno! e “se” qui e “se” là, in un bailamme di ipotesi e di paure infondate, di timori sul nulla, in quanto nulla di negativo è ancora accaduto. Il se detto quando uno ti mette in guardia se vai su una parete montana verticale mediante un’ottima via ferrata “e se ti viene un capogiro, e se il moschettone (il quale, in buone condizioni regge 2500 Kili, almeno), se…”. E allora non vai più a fare la Nord del Coglians, oppure gli Alleghesi al Civetta? No, ci vai, perché non puoi avere paura-della-paura.

La cosa è proprio questa, valida alla grande anche in questi tempi di pandemia. Conosco persone terrorizzate, certamente dal Covid, ma soprattutto da se stesse. Anche qui il “se” la fa da padrone: “e se quando ti siedi al bar (essendo in zona gialla) non hanno pulito bene il tavolino e prima di te si è seduto un infetto?” Allora direi a questa persona terrorizzata: “e se lo spermatozoo di tuo padre non avesse mai incontrato l’ovulo di tua madre?”, risposta “non sarei qui a parlare con te”. “Vedi allora che tu stai ipotizzando qualcosa che potrebbe non avvenire mai, oppure potrebbe accadere, perché è possibile… ma non probabile.”

Nella vita possono accadere fatti possibili, probabili e necessari, cioè certi. Un esempio: è certo che noi umani dobbiamo fare pipì, quando sentiamo lo stimolo; è probabile che d’inverno ci venga un raffreddore; è possibile essere infettati dal Covid.

Dunque, se-è-possibile infettarsi, così come è possibile ammalarsi di qualsiasi malattia vi sono due scelte: a) vivere comunque attuando comportamenti sempre prudenti o, b) mettersi sotto una campana di vetro e vivere reclusi.

Ecco: se le ipotetiche colonizzano la logica umana, c’è poca speranza di uscirne incolumi. E’ per questo che la logica, dunque la filosofia torna ad essere il sapere fondamentale, come stiamo cercando di fare noi filosofi pratici.

L’associazione che da tre mesi circa presiedo, Phronesis, si è posta proprio su questa strada, con l’iniziativa “Parlane con il filosofo”, che questo pomeriggio presenteremo in pubblico, dando la disponibilità a dialogare con chi ha bisogno di schiarirsi le idee. Durante la prima fase della pandemia, avevo ricevuto più di trenta telefonate, che mi pare sono state una buona cosa per altrettante persone.

Occorre coraggio senza essere temerari.

Due tipi esagerati, ma solo moderatamente: Salvini e Bertinotti, et alia animalia (in senso aristotelico, e quindi nessuno si offenda)

Salvini dice spesso di parlare a nome di 60 milioni di Italiani. Lo correggo pacatamente, anche se la sua affermazione in realtà mi fa infuriare, per questa ragione molto semplice e intuitiva anche da un bimbo di prima elementare: lui può parlare, anche se solo teoricamente, solo a nome di 59 milioni 999mila 999 Italiani, ma non a nome mio, e forse di qualche altro (ritengo molte decine di milioni). Arrogante? Illuso? Mal informato? Parla così “per modo di dire”? Battute di propaganda? Beh, qualsiasi sia la ragione per cui gli viene così facile fare questa affermazione, essa è ben misera. Il politico leghista, come non pochi altri, sia della sua parte politica, sia della parte avversaria, è un contaballe. Et de quo satis, come dicevano i nostri Padri latini.

Bertinotti, interpellato sui cent’anni dalla fondazione del Partito Comunista d’Italia (non Italiano, come dice il giornalista televisivo inculto, cioè non-colto), risponde che se fosse stato presente a Livorno nel 1921 sarebbe stato comunista con Gramsci. Ovvio, fa anche “figo” stare con Gramsci, intellettuale apprezzato fino all’area liberale (ovviamente parlo di Gramsci), e anche eretico (sempre Gramsci) come il torinese che non “avrebbe mai firmato un accordo” (bella gloria!), che “fa figo” lo stesso, soprattutto nei salotti chic de sinistra.

Io invece sarei stato con Filippo Turati, io che invece ho firmato centinaia di accordi sindacali e sociali, sapendo di essere stato socialista, sia quando tutelavo i lavoratori e altrettanto socialista nella mia seconda vita, quella delle consulenze direzionali, dell’etica aziendale e dell’insegnamento accademico.

E’ facile dirsi “comunisti” in un salotto bene, difficile è essere socialista democratico dialogando con proprietà aziendali piccole e grandi, e proponendo una moral suasion per la giustizia e l’equilibrio dei diritti tra le parti.

Il comunismo storico è stato sconfitto, punto. Il socialismo democratico ha vinto, perché ha permeato dei suoi valori equilibranti molte legislazioni e prassi, in ogni parte del mondo. Non occorre essere comunisti per denunziare la violenta finanziarizzazione dell’economia globale, ma la soluzione, Cina e Corea del Nord, ultimi regimi rimasti dal millennio scorso, demonstrant, non è il comunismo di stato, ma ancora l’imperfetta ricerca della democrazia parlamentare, che ha introiettato nella prima parte del ‘900 i migliori principi del liberalismo, e dal secondo dopoguerra a oggi il contributo per una giustizia equa e… giusta, dei valori cristiani e del socialismo umanitario.

…e lascio perdere le infinite amenità che si sentono in questi giorni, provenienti un po’ da tutte le parti politiche, discorsi scontati (Zingaretti, Serracchiani chi?, etc.), sparate isteriche (Meloni), amenità pietose, specie se confrontate con quanto sostenuto dagli stessi solo una trentina di mesi fa, un esempio, “se il 5S vanno con il PD, esco dal movimento” (Di Battista, ma perché lo nomino, essendo costui un ectoplasma?), oppure (Di Maio) “mai con il partito di Bibbiano e degli elettroshock per portare via i bambini alle famiglie”, e altro che sta tra il penoso e lo squallido.

E infine la (non splendida) coppia di contendenti Renzi&Conte, laddove, anche se il primo dice cose condivisibili, come sull’uso del Next Generation Fund (quella da 209 miliardi si chiama così), o sul MES, poi suscita la domanda, ma c’è da fidarsi di uno che è capace di vendere al mercato anche sua nonna? e il secondo, talmente occupato nella falsa modestia da non accorgersi di essere stucchevole nella sua autoreferenzialità. Ma, come insegna la sana filosofia, accorgersi (dal latino ad corrigendum) è già un correggersi. Stop.

L’Italia, quella vera, vive con forza oggi e va verso il futuro, nonostante e il Covid, voglio dire il mondo economico e sociale, lavoratori e imprenditori, medici e infermieri, nonostante questa politica che si autotutela (Razzi spiega bene la cosa), essendo terrorizzata dalle elezioni, che porterebbero via 12.000 euro netti al mese a chi forse sarebbe in grado di guadagnarne forse un migliaio come stradino, e non manco di rispetto agli stradini, perché mi limito a esaminare le biografie, i curricula studiorum e il potenziale di centinaia di deputati e senatori.

E ora, veramente stop.

E’ bene non confondere mai la persona agente con il reato commesso

…come insegnano le buone Filosofia e Teologia morali. Ricordo qui il chiarissimo detto di papa Giovanni XXIII: “bisogna essere contro il peccato, mai contro il peccatore“.

Oppure, citando volentieri, tra altra importante letteratura filosofica in tema, l’Etica di Pietro Abelardo, recentemente “riscoperta” dal collega phronetico prof. Roberto Di Bacco e spiegata in un bel volume dal titolo omonimo pubblicato dall’editore Segno, laddove Abelardo chiarisce con inestimabile precisione la differenza fra peccatum e vitium, in modo tale da comprendere come il primo concetto teologico è comparabile al reato penale, mentre il secondo a una declinazione malvagia continua del comportamento umano. Ma anche in questo caso, l’uomo non è condannato tutto e totalmente in quanto tale (essere umano, animal rationale), ma è chiamato a redimersi, perché ciò è nelle sue possibilità, o potenzialità, come si dice in psicologia. Aristotele docet.

Peraltro, senz’altro ispirato anche da queste sane dottrine cristiane, nonché dall’Illuminismo classico (cf. Cesare Beccaria in Dei delitti e delle pene, 1764), la Costituzione della Repubblica Italiana, all’articolo 27 prevede (quasi proclamandola con una certa solennità) la possibilità per l’autore di un crimine, in quanto essere umano, di redimersi, poiché la pena stessa non deve mai essere disumana e degradante. E, aggiungo, senza rimedio, definitiva (quasi condanna-a-morte-a-vita) come l’ergastolo ostativo, nella definizione italiana. Sappiamo che così non è, per varie ragioni sulle quali qui cercherò di dire qualcosa.

Resta sempre in discussione e inesaurita (inesauribile?) la storica diatriba fra libero arbitrio, secondo la visione aristotelico-tomista e kantiana, e il determinismo meccanicistico derivante dall’atomismo greco-latino (Democrito, Leucippo e Lucrezio) fino allo spinozismo e alla linea calvinista e luterano-evangelica, che tanto bene ha fatto per lo sviluppo economico dell’Occidente (cf. Max Weber, ne Il Protestantesimo e lo spirito del Capitalismo), ma altrettanto male ha indotto e ancora induce nella sua versione moralista e individualista americana, che nel trumpiano “America first” ha avuto lo sviluppo più malato, degenere e pericoloso.

Ora si legge di nuovo sui media della vicenda concernente la storia dei fratelli Savi, protervi assassini degli anni ’80. Uno dei tre, Alberto Savi, dopo 30 anni, si trova libero in permesso (cf. Legge penitenziaria del 1975), mentre con i fratelli Roberto e Fabio in Emilia Romagna, è stato un pluriomicida di 24 persone, se non ricordo male, fra cui tre carabinieri, nella tragicamente famosa strage del Pilastro a Bologna. In carcere il signor Alberto “avrebbe fatto un percorso redentivo” di riflessione morale e di pentimento. Su ciò non ho nulla da obiettare, poiché anch’io condivido lo spirito e la “lettera” della morale di Abelardo, della pastorale di papa Giovanni e del principio giuridico espresso all’art. 27 della Costituzione repubblicana, ma ho molto da dire, in termini di equità, circa l’ingiusta applicazione di questi princìpi nei confronti di tutti quanti i detenuti, di uno dei quali, ergastolano, mi occupo come Tutore legale.

Infatti, ad altri, magari perché non lo chiedono, come nel caso del mio tutelato, l’Amministrazione penitenziaria nulla concede. Ripeto: ne ho esperienza diretta come Tutore legale di un detenuto condannato all’ergastolo per crimini politici, che è “dentro” oramai da quasi trentanove anni. Siccome lui, per una sorta di malinteso “orgoglio spirituale” e per altri fattori che qui taccio per rispetto di lui, non chiede nulla, nulla gli viene concesso, perché è stato più o meno “dimenticato”, proprio dimenticato.

Anche i miei tentativi di sensibilizzazione della “politica” finora sono stati vani. Solo qualcuno appartenente alla Chiesa cattolica mi ha dato un qualche ascolto, cercando di far migliorare le condizioni logistiche della sua detenzione, magari avvicinandolo a dove abito io.

Tornando al tema fondamentale, cioè la necessità etico-razionale di separare con nettezza l’autore di un “delitto” dal delitto stesso, colui che compie un reato dal reato stesso. In che modo lo mostriamo?

Direi in modo molto semplice: un atto umano singolo non può esaurire il giudizio etico su una vita intera, poiché ogni atto umano è frutto di più fattori, tra i quali la volontà personale, checché sostengano i meccanicisti di ogni tempo e luogo. Inoltre, ogni vissuto umano è complesso e comporta una pluralità di atti e comportamenti non sempre mali, anzi: è noto alla sapienza popolare che ogni essere umano è capace sia di efferatezze sia, nel contempo, di atti generosi. La contraddizione accompagna ogni vita, ogni biografia. C’entrano poi, e massicciamente, le circostanze, che contemplano fattori diversi, vettori causali che non sono sotto il controllo del soggetto agente, eventuale autore del delitto/ reato.

Qualcuno ama anche inserire il tema del “caso”, che può darsi, se non altro per ragioni di corrente modalità espressiva umana, ma che, se si vuole applicare una logica rigorosa, potrebbe anche non essere dato in generale, salvo che nel mondo delle micro-particelle quantistiche. Infatti, il “caso” altro non è che il fattore sconosciuto all’agente umano il quale non può obiettivamente controllare tutti i vettori causali degli effetti reali.

Altri sottolineano molto il tema della fortuna, un tempo chiamata dagli antichi fato, che sarebbe per costoro decisiva in ogni situazione, in ogni evento. All’altro si augura infatti, in tutte le lingue occidentali “buona fortuna”, poiché si ritiene che essa abbia comunque un grande ruolo nelle umane vicende. In Oriente, invece, la visione è legata di più al destino, al karma, che si co-costruisce soggettivamente, all’interno di un dato contesto esistenziale, con le proprie azioni.

Quale è dunque il karma di quel signor Alberto, pluri-assassino, ora pentito e in permesso premio? Quale il karma del mio tutelato “irridotto” spiritualmente, ma collocato nei ristretti orizzonti del carcere? Quali sono le proporzioni fra atti compiuti, crimini effettuati, reati riconosciuti e pena scontata, e misura dell’espiazione vissuta? Non saprei rispondere in maniera chiara e netta.

Quello che provo dentro me è comunque, se paragono le due situazioni, un profondo senso di ingiustizia, là dove occorrerebbe, non solo osservare le leggi, per quanto siano sempre imperfettamente giuste ed eque sotto il profilo umano, ma anche praticare l’antica sapienza dell’epicheia, cioè della “giustizia-giusta”.

vaccini, pecorini, caprini

sono notissimi formaggi, come sappiamo, fatti, rispettivamente, con il latte di vacca, di pecora e di capra, ma solo il termine “vaccino” ha assunto nel tempo un significato medico-clinico.

Louis Pasteur

Un vaccino, tecnicamente, è costituito da agenti patogeni, o da “pezzi” di essi, trattati in modo tale da far acquisire a persone sane una immunità.

La vaccinazione in qualche modo utilizza la “memoria immunologica” del sistema immunitario, al fine di dare al corpo la possibilità di difendersi da batteri, virus e altri organismi dannosi per la salute. Un altro modo di immunizzare un corpo umano è quello basato sull’immissione di un fluido umano che sia già stato a contatto con il patogeno.

Non vi è dubbio, e la storia della medicina contemporanea lo conferma, che le vaccinazioni sono un presidio sanitario preventivo fondamentale, per cui nel corso del XX secolo si sono ridotte in modo drastico nel mondo malattie gravi che erano diffuse da millenni. Si pensi solo al vaiolo, alla tubercolosi, alla poliomielite. Ricordo ancora quando alle elementari ci facevano il vaccino Sabin contro quest’ultima terribile malattia.

Solo nel 1980 fu dichiarato scomparso il vaiolo dal pianeta Terra.

Attualmente sono disponibili diversi tipi di vaccini contro numerose malattie, la cui applicazione è regolata dalle legislazioni sanitarie delle diverse nazioni del mondo.

Etimologicamente la parola “vaccino” trae origine dal latino “vacca”, vale a dire la mucca, e dall’aggettivo correlato “vaccinus”. Il nome di “vaccino” fu dato dal medico inglese Edward Jenner, che nel 1796 lo utilizzò la prima volta per indicare il materiale ottenuto dalle pustole di bovini ammalati di vaiolo bovino, in grado di generare negli esseri umano solamente una lieve infezione. Vaccinazione è dunque il termine derivato dai precedenti, come procedimento di inoculazione del vaccino in soggetti umani al fine di prevenire il vaiolo umano, largamente mortale per l’uomo. ]

L’idea di un “vaccino” è però molto più antica, e risale addirittura a quanto si osservò accadere durante la Guerra del Peloponneso nel IV secolo a. C. Allora si constatò che le persone colpite dalla peste e in seguito guarite, non erano più infettabili dallo stesso morbo. Si comprese che, in qualche modo, chi era già stato infettato da una malattia, una volta guarito, non sarebbe stato più colpito dalla stessa malattia in futuro. O quasi sempre.

Tornando a Jenner, fu il suo spirito osservativo a fargli immaginare un rapporto tra il contrarre il vaiolo bovino da parte delle donne incaricate di mungere le vacche, fatto che le immunizzava dal pericoloso vaiolo umano. Fu allora che lo studioso iniettò del materiale preso dalle pustole bovine in un bimbo di otto anni, che poi non sviluppò la malattia. Deduzione, abduzione, retrodazione, intuizione: in queste attività si trova tutta la logica della ricerca scientifica!

Ai primi del ‘900, Louis Pasteur trovò che si può generare l’immunità mediante l’iniezione di preparazioni microbiologiche utilizzando midollo spinale di coniglio infettato dalla rabbia mescolati con bacilli di antrace riscaldati.

E potrei continuare, informandomi e qui riportando altre note su ricerche e scoperte successive, come quelle di Robert Koch sulla tubercolosi e di Albert Sabin per quanto concerne la poliomielite. Ma mi fermo qui, perché non è la mia materia, e torno sul politico-filosofico.

Ora, in questa fase Covid-relata, si pone politicamente e culturalmente il tema del vaccino. Leggo le posizioni di tutte le tendenze, dai cosiddetti “no vax” ai sostenitori del vaccino, come si dice con orrenda espressione contemporanea “senza se e senza ma”. Ricordo che chi usò per primo o quasi (forse Bertinotti?) questo doppio sintagma, pensava di aver pensato una cosa geniale, mentre invece si tratta solo di due particelle ipotetico-avversative giustapposte.

La ragion logica, anche su questo tema, invita a non parteggiare in maniera acritica, ma ad affidarsi a ciò che il sapere scientifico viene scoprendo e proponendo, sapendo che la scienza opera ed avanza per prove ed errori, e che quindi non è possibile pensare che una scoperta scientifica o una sua applicazione sia, non solo efficace, ma anche assolutamente innocua per l’uomo. Molti effetti di un intervento chimico-biologico sull’uomo non sono prevedibili: basti pensare alle terapie chemioterapiche et similia.

Come sempre, l’ideologizzazione di un tema e il parteggiamento schierato per una tesi, senza supporti scientifici razionali, sono altamente dannosi. Quando poi di queste tesi preconcette si impadronisce una setta o un partito, i danni sono anche maggiori. Ma il peggio si trova sul web, nei social, dove schiere di nullafacenti-di-buono spesso si scatenano contro chi la pensa diversamente, con insulti e minacce.

Per quanto mi riguarda mi affiderò alla medicina che mi segue nella mia situazione particolare. Io prendo quotidianamente antivirali e antibatterici. Chi è preposto a questi saperi mi indicherà che cosa fare per me. E io ubbidirò, perché si tratta di persone competenti e ubbidire significa “ascoltare chi merita di essere ascoltato per saperi acclarati e certificati”, in questo caso un medico esperto delle mie cose. Così la ragione si esplicita in una filosofia del rispetto di saperi strutturati e affidabili, fino a… prova contraria.

L’isomorfismo del potere, vale a dire: il potere funziona – ovunque, in ogni situazione, tempo e luogo – allo stesso modo sostanziale

Alberto F. De Toni, rettore “storico” dell’Università del Friuli è un buon amico e persona con cui lo scambio è sempre biunivoco, per reciproco vantaggio. Mi ha regalato un volume edito da Marsilio che si intitola come la prima parte del titolo soprastante: Isomorfismo del potere, scritto con E. Bastianon.

Ciò che si può intuire con l’esperienza rispetto al dispiegarsi del potere nelle duecento e passa pagine del libro è attestato scientificamente, con parti teoriche e tabelle riassuntive molto utili.

Dagli Egizi e dai Caldei, dai Greci e dai Romani, fino agli Stati moderni, e proseguendo perfin dentro le strutture della formazione, dell’economia, della sanità e della religione, il potere si dipana in modalità analoghe se non identiche.

Il potere è il mezzo tramite il quale si esplicita l’autorità, sia che sia legittima, sia che non lo sia. Un presidente della repubblica eletto democraticamente esercita il potere, sapendo che esso funziona nello stesso modo in cui opera se chi lo esercita è un autarca, un dittatore, perché l’uomo che comanda e l’uomo che è comandato sono inseriti all’interno dei medesimi meccanismi psicologici e relazionali, con il rischio che chi è eletto democraticamente possa essere tentato di “allargarsi”, se non vi sono elementi di equilibrio nelle norme istituzionali, come le costituzioni democratiche parlamentari.

Il diritto civile, in Italia, fin dall’anno XX dell’era fascista, il 1942, prevede che il presidente di un consiglio di amministrazione di una società per azioni non possa decidere tutto e totalmente dell’uso dei capitali, ma debba sottostare a delle norme che esigono un certo controllo del consiglio sul suo operato, e dei limiti nella sua libertà di operare.

Il libro di De Toni e Bastianon propone moltissimi schemi di esercizio del potere, analogie e differenze, sostenendo però che il “sotteso” filosofico è il medesimo, in tutti gli esercizi del potere formale.

Ecco alcuni esempi riportati nel volume, proponendo le tracce di varie tipologie di conquista del potere: nell’ambito del sapere, si pensi al sistema aristotelico-tolemaico versus quello copernicano-galileiano fino alla relatività generale e alla fisica quantistica; nell’ambito della politica, dai sistemi antichi a Machiavelli, fino alle dottrine liberali e socialiste, e al pot pourrì odierno; nel settore dell’economia, dai modelli arcaici alla modernità e all’attuale mondializzazione; in ambito organizzativo, negli eserciti e nelle strutture socio-politiche, nei partiti e nei sindacati. Ecco che gli Autori individuano un solco comune, che il potere percorre nel suo dipanarsi, in ogni senso, non nascondendo neppure le sue “malattie”.

L’originale volume, infatti, si conclude con un capitolo dedicato alle patologie di una dimensione umana che, abbiamo capito, possiede una “fisiologia” comune. Le malattie principali possono essere individuabili in questo modo: primo, ad esempio, anche i maggiori politici, ricordati nel senso del bene, come Pericle, Giulio Cesare e i grandi imperatori romani Cesare Augusto, Adriano, il “grande” (e controverso) Costantino, Federico II di Svevia, Lorenzo de’ Medici e Napoleone, non hanno evitato di mostrare contraddizioni nel loro agire, per cui si può dire che nessun potere è considerabile come “puro-bene”, ma sempre – in qualche modo – intriso di contraddizioni; un altro esempio, che si può trarre dal detto del poeta latino Terenzio “nihil humanum mihi alienum est”, ripreso dal conte di Montaigne, è la compresenza di bene e di male nell’uomo, convinzione teoretica di cui sant’Agostino può essere considerato la massima autorità filosofica d’Occidente, obiettivamente in anni più recenti ben chiosato da Max Weber e successivamente da Michel Foucault con i suoi studi sulla micro-fisica del male, presente e pervasivo in tutti, e in particolare nell’uomo di potere; terzo: Jung con la sua dottrina dell’archetipo e il grande psicologo Bion hanno descritto le contraddizioni della dimensione anche malvagia del potere, che si colloca – sorprendentemente – sia nel tiranno e nell’usurpatore violento, sia in chi questo protervo esemplare umano subisce (si pensi alle persone preposte alle innominabili vicende della Shoah nei campi di sterminio, che spesso erano ebree; si pensi alla linea di difesa di Eichmann a Tel Aviv nel 1961, là dove sostenne di avere “obbedito” alla legge del Reich e agli ordini di Himmler – su questo tema si legga “La banalità del male” di Hannah Arendt); altre negatività del potere si devono collocare nell’area delle emozioni, se queste sono utilizzate per condizionare in negativo masse ingenti, come è accaduto alla Germania nazista, quando il popolo più colto d’Europa venne in qualche modo “incantato” da Hitler, che seppe toccare le corde emozionali più profonde di quel popolo, affranto per gli effetti dell’iniquo Trattato di Versailles del 1920, e come sta accadendo in quest’epoca nella quale i social e i network sono diffusi senza la possibilità che – in generale – un sufficientemente diffuso pensiero critico possa sceverarne la positività e la veridicità degli asserti.

Ecco, dunque, come il potere può essere declinato nel mondo umano, cosicché ben si comprende come esso debba essere analizzato e studiato con cura, per fare sì che non sia veicolo di male e di oppressione dell’uomo sull’uomo.

Personalmente, nella mia vita ho esercitato potere diretto, e in termini cospicui, soprattutto in due casi: il primo, quando ero segretario generale di una confederazione sindacale a livello regionale e componente della direzione nazionale: allora, i miei interlocutori erano parlamentari e ministri, imprenditori e amministratori pubblici, al punto da partecipare, per esempio, alla stesura materiale della Legge sui licenziamenti individuali, la 108 del 1989, che prevede la “tutela risarcitoria” per i lavoratori delle piccolissime imprese, oltre a una vasta congerie popolare di lavoratori, cittadini, pensionati, donne e ragazzi; il secondo, quando ero direttore generale del personale in una multinazionale industriale tra le maggiori d’Italia, dove esercitavo il mio potere gerarchico all’interno di procure molto ampie, nei pressi della proprietà.

Dopo quelle esperienze ho scelto di uscire dall’esercizio del potere diretto, con una o due eccezioni di cui scriverò più sotto, preferendo piuttosto l’amplissima area della moral suasion, cioè della ricerca culturale, sociologica, giuridica, etica e filosofica, affiancando i gruppi dirigenti di aziende, società e istituzioni varie.

Paradossalmente, anche la moral suasion è una forma-di-potere, poiché, se chi affianchi ha fiducia in te, puoi orientare scelte e decisioni secondo modalità e criteri eticamente condivisi. Ad esempio, presiedere organismi di vigilanza nei comitati etici aziendali, ti permette di intervenire su questioni di estrema delicatezza e importanza morale nei confronti di molte persone, come i dipendenti. Quando fui chiamato in una di queste per accompagnarne la riorganizzazione, la proprietà mi/ ci fece (a me e alla direzione generale) tre raccomandazioni: 1) non mettere nessun lavoratore sul lastrico, visto che la nuova organizzazione dell’azienda prevedeva una riduzione degli organici; 2) non operare in modo da generare vertenze legali e sindacali, individuali e collettive; 3) tutelare l’immagine aziendale evitando occasioni di conflitti e manifestazioni pubbliche.

Ce la facemmo, con pazienza e coraggio: ricordo che con i dirigenti di quel gruppo multinazionale facemmo in due anni almeno quaranta incontri sindacali in tutta Italia, firmando altrettanti verbali sindacali, e il risultato fu di risanare l’azienda, che da allora è ripartita con il vento in poppa, come si dice, osservando con rigore le tre raccomandazioni della proprietà, ma che implicitamente facevano parte essenziale della mia impostazione di etica del lavoro e d’impresa, così riassumibile: conciliare e contemperare al massimo il business, il cui successo è condizione imprescindibile per il successo dell’azienda e dunque per la possibilità di distribuire reddito e rinforzare la coesione sociale, con il rispetto rigoroso delle persone coinvolte, a partire dai lavoratori dipendenti e dai collaboratori tutti, senza escludere alcun altro interlocutore economico-sociale (gli stakeholders, come si dice oggi).

Un altro caso attuale, nel quale da qualche tempo esercito un qualche potere diretto, commisto con forti elementi di cultura umanistica, è la presidenza di un’associazione nazionale di intellettuali vocati al dialogo inter-soggettivo con un’utenza la più varia possibile, sia individuale sia comunitaria. Ebbene, non essendo io – da quando ho l’uso di ragione – ammalato di libido potestatis, morbo che affligge molte persone che esercitano un potere di ruolo, mi trovo a poter condividere, non solo molto volentieri, ma con efficacia, la leadership prevista dal ruolo statutario di “presidente”. Certo è che ognuno, e io non faccio eccezione, porta il suo proprio stile nella direzione-di-un-qualcosa-di-organizzato, porta la propria esperienza, agisce secondo la propria cultura e il proprio stile, ma l’importante è sapere che il potere deve essere un servizio, prima di tutto, che il potere è volatile, e infine che il potere è solo un “mezzo-formale” necessario, “fisico” ed esplicito, dell’autorità da esercitare per il conseguimento del bene comune, non mai un fine (Kant).

Il potere e il suo esercizio sono parte della “fisiologia” dell’umana convivenza, ma lo sono come “servizio”. Altro non sono, e non devono essere.

Volti travisati, tra voglia di sicurezza e voglia di libertà

con le mascherine dei più vari colori, tessuti e consistenza, personalizzate, patriottiche, chirurgiche, perfino trumpiane (aaah Salvini, te ga sbaglià anca stavolta). Mascherine sui volti, volti mascherati, maschere pirandelliane…

Volti travisati si incontrano per strada e nei posti di lavoro. Volti travisati sono volti trasformati, diversi, a volte del tutto non riconoscibili.

Oggi si può dire che il dibattito prevalente è tra libertà e sicurezza, non tanto su libertà e giustizia, forse più classico per la storia e per la politica, che rimane tra le righe.

Nel confronto la libertà e giustizia, anche se la lotta è “con il fucile”, vince la libertà. Nelle guerre civili, considerando soprattutto quella Italiana tra il 1943 e il 1945, il tema ha coinvolto le masse popolari italiane, sia politicamente, sia sotto il profilo militare, ma soprattutto sotto il profilo di un’Etica generale.

L’Etica generale parla di giustizia giustapposta alla libertà, di liberalismo, di socialismo democratico e di comunismo…

La libertà oggi, più che essere contrapposta alla giustizia, si giustappone alla sicurezza: libertà è ora poter passeggiare a Roma, verso i Fori Imperiali, perché la bellezza è libertà.

Caravaggio, Van Gogh, Mozart, Raffaello non hanno amato la sicurezza, come attestano le loro biografie. Tutti e quattro sono morti prima dei quarant’anni. Uno dei quattro si suicidò, mentre gli altri tre vissero, o in maniera precaria, come il Salisburghese e il Merisi, mentre si ipotizza per l’Urbinate una fine diversa, da malattia epidemica.

Pare di poter dire che tra sicurezza e libertà la dialettica è continua e necessaria (proprio nel senso  etimologico del termine).

La razionalità, in questa fase pandemica, certamente deve prevalere sulle emozioni e sui sentimenti più appassionanti, come la libertà, per ragioni di buon senso e perfino di mera sopravvivenza: nessuno mette in dubbio, se non irresponsabili senza cultura, l’uso delle mascherine e degli altri dispositivi e misure di sicurezza, ma la libertà pone altre esigenze che talora mal si conciliano con una sicurezza al suo massimo.

Il tempo che viviamo richiede una nuova conciliazione fra ragione e sentimento, far volontà e intelletto, direbbe Jane Austen, ma anche Aristotele. Come in altre situazioni limite (sono le grenz Situazion di Karl Jaspers) serve un di più di umanità completa… potremmo dire a 360°.

Oggi, piuttosto che giustapporre la classica diade valoriale libertà/ giustizia, forse è meglio inserire in mezzo anche la sicurezza, cercando un equilibrio fra i tre concetti etici e pratici.

La giustizia va declinata secondo il principio dell’equità, il quale la rende… giusta, mediante il principio classico dell’unicuique suum (cioè, a ciascuno il suo, prima per le necessità essenziali per la vita, e poi per i meriti individuali); la libertà va intesa nei limiti della responsabilità individuale e del rispetto degli altri e del Bene comune, vale a dire una Libertà per un Fine di buona vita condiviso; la sicurezza, nei limiti delle capacità, possibilità, scienza e coscienza dell’uomo, che non può e non deve chiudersi in una capsula di vetro o di titanio da tramandare ai posteri, ma deve affrontare anche i rischi e i pericoli insiti nel vivere.

Non esiste, oggi come in ogni tempo dell’uomo e della Terra, per restare sul nostro pianeta, un luogo assolutamente sicuro. Mettersi in auto la mattina è salire sul mezzo di trasporto di gran lunga più pericoloso di tutti, di navi, treni e aerei: eppure ognuno di noi guida la propria auto quotidianamente, senza pensare di incrociare un pazzo o un ubriaco che gli invade la corsia di marcia, e va, va verso il proprio destino che contribuisce liberamente a costruirsi.

In tempi di Covid, la pur breve esperienza ci sta insegnando che forse i luoghi più sicuri in assoluto, più delle scuole, più degli ospedali, più degli uffici pubblici, più dei supermercati…, sono le aziende di produzione private, le quali sono più strutturate con i mezzi di protezione collettivi e individuali rispetto a ogni altro ambiente. Non esiste la sicurezza assoluta, ma la sicurezza possibile e doverosa, per etica generale e per legge, alla costruzione della quale tutti devono contribuire con il dialogo, la comprensione e la partecipazione.

E dunque, cerchiamo di lavorare sereni, portando ognuno di noi un contributo di attenzione e di responsabilità per la salute comune, bene da condividere, bene da tutelare insieme. Ce la facciamo, dai.

Joe Biden, un “democristiano” alla Casa Bianca

In queste settimane ho sentito parlare di Biden come di un socialista, a fini denigratori, perché negli USA essere socialista è quasi un peccato, vero senatore McCarthy o senatore Goldwater, o Mr. Trump? Vero, mestieranti nostrani dell’osservazione politica e militanti destrorsi dis-informati?

Mariano Rumor

In verità, Biden è un tipico politico democristiano di lungo corso, mi si consenta una forse strumentale metafora politica, e uso questa definizione “italiana” non a caso, come può ben capire il lettore esperto di storia contemporanea, il cui pensiero non è inficiato da una militanza acritica di destra.

Che cosa significa “democristiano”? Beh, potremmo scrivere un saggio dopo i mille e mille che sono stati scritti, della dimensione di un articolo socio-politologico oppure dello spessore fisico di un libro, che talora intimorisce per la complessità del testo e la ricchezza delle fonti. Si pensi solo a quello che è stato scritto in vita e soprattutto in morte di Aldo Moro!

Essere democristiano, per la storia italiana contemporanea, significa moltissime cose, che vanno collocate almeno in due tempi, il primo è quello della Democrazia Cristiana imperante, il secondo è quello del post, del post Tangentopoli, quando dagli stracci volati nacquero altri partiti e movimenti, che sono – sotto diverse spoglie e pezzi – arrivati fino a questo 2020.

Essere democristiano significa “stare in un centro politico” capace di agganciare, a seconda dei tempi (fino ai ’60) prevalentemente le destre, e successivamente le sinistre, fino ai comunisti.

Essere democristiano significa essere stati o Antonio Segni oppure Aldo Moro, essere stati a conoscenza di ipotesi di golpe militari, ovvero essere stati mentori del coinvolgimento del Partito Comunista nel governo, anche contro l’onnipotenza americana, anche a rischio della vita. E Moro pagò con la vita.

Essere democristiano (non posso non continuare a usare questa anafora) significa essere stati capaci di dialogare con i poteri forti, i grandi industriali e finanzieri, e nel contempo guidare il secondo maggiore sindacato dei lavoratori italiano (la Cisl).

Essere democristiano significa aver avuto la capacità di contemperare poteri e risorse, distribuendole a volte con equità e a volte ispirati (faccio per dire) da poteri mafiosi, paramafiosi o almeno da familisti amorali.

Essere democristiano significa, in ultima analisi, possedere abilità di mediazione e di governo.

Et de quo satis, etiamsi ultra procedere forsitan necesse...

E dunque, perché sopra ho descritto Biden come un democristiano sostanziale? Mi pare di poter sostenere questo paragone, poiché il politico democratico statunitense presenta una biografia politica e uno standing da mediatore strutturale, anche non privo di contraddizioni. Che il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America sia anche cattolico, e quindi consentaneo ai DC nostrani, è per me secondario rispetto ad altre categorie analitiche.

Molto semplicemente desidero spiegare i tre o quattro punti che Biden affronterà certamente con spirito di riforma.

Innanzitutto certamente metterà in sicurezza la riforma del welfare iniziata a metà degli anni ’60 dal presidente Johnson (ingiustamente ricordato solo per la guerra del Vietnam) e migliorata da Obama, che è stato peraltro un presidente molto mediocre in politica estera. Basti ricordare ciò che decise per la Libia.

In secundis, riprenderà negoziati positivi con l’Iran, e sperabilmente, anzi certamente darà una spinta ulteriore ai cosiddetti “accordi di Abramo”, memorabile come unica iniziativa positiva in quattro anni di presidenza di Trump di cui dirò più avanti in due righe.

In tertiis, Biden rientrerà negli accordi sul clima di Kioto e di Parigi, punto fondamentale per tutto il Pianeta.

Più in generale, sono certo che il Presidente eletto riprenderà a coltivare i rapporti con l’Europa che il bischero arricchito ed evasore fiscale ha frammentato e reso indecenti. Con Russia e Cina opererà un chiarimento, ché gli attuali rapporti bilaterali, sfrontatamente coltivati da The Donald sono incomprensibili.

Di Trump dico che rappresenta certamente quasi il 50% dell’America profonda e che questo dà da pensare in termini molto generali. E bisogna pensarci senza moralismi facili. Affermare che la figura-Trump sia impresentabile per assenza di cultura, cinismo e narcisismo alla potenza ennesima, non basta: bisogna chiedersi il perché di tanto seguito. Una delle ragioni è senz’altro il suo linguaggio “volgare” che “prende” i diseredati dal modello “democratico” dei clintoniani alla Hillary, che nel ’16 ha perso dal bischero, perché pochissimo convincente come politico attento alle esigenze dei moltissimi poveri, senza lavoro, e così via. Che abbiano votato Trump nel 2016 e ancora di più nel 2020 molti giovani, ispanici, neri e operai significa che il centrosinistra americano non “funziona” nel ruolo che dovrebbe avere di rappresentanza dei ceti più deboli.

Troppa Wall Street e troppo poco odore di officina tra i Democrats: un po’ lo stesso difetto (gravissimo) che caratterizza molta sinistra italiana attuale, che ha perso alla grande il contatto con i lavoratori del privato, che sono ancora, alla faccia di chi sostiene la fine del lavoro subalterno operaio/ impiegatizio dipendente, almeno venti milioni di cittadini.

Certo che il lavoro sta cambiando, certo che le dottrine della complessità portano la riflessione sociologica ed etica su lidi nuovi, ma è altrettanto certo che queste derive epocali passano per i decenni, portando con sé molto del passato senza conoscere bene (ovviamente) quello che sarà del futuro incipiente.

Ecco perché in questo pezzo parlo di un Biden “democristiano”: perché il suo modo “democristiano” di agire ricorda più i Rumor, i Moro e i Piccoli (non gli Andreotti e i Segni) di quanto si ponga a latere di un certo PD nostrano, che non è né carne né pesce, dove gli ex democristiani si sono fatti talora laicisti e molti degli ex comunisti non sono più neanche socialisti.

Ecco perché vedo con favore un Biden “democristiano” classico, capace di guardare il mondo a 360 gradi, come voleva fare, e in parte c’è riuscito, il nostro grande Alcide De Gasperi.

Era il 4 Agosto del 1980 a Cracovia, e uscivo dalla cattedrale nella grande Piazza del Mercato, quando…

un giovane polacco che incrociai, Roberto era a un passo da me, stavamo viaggiando sulla sua Renault 4 1100 cc verso l’Unione Sovietica, mi apostrofò così: “paolorrossiii!” tuttoattaccato, facendomi capire che mi aveva inquadrato come Italiano. Non certo perché mi avesse scambiato per il campione, troppo diverso da me e io da lui: almeno dieci centimetri e dieci chili di differenza a mio favore, allora.

Il Pablito di Spagna ’82 campione del mondo doveva ancora venire, ma aveva già incantato l’Argentina nei mondiali del ’78, quando giocò benissimo, specialmente contro la squadra di casa che fu battuta dall’Italia con un bel goal di Bettega su assist di Rossi.

Quella espressione che mi aveva identificato metonimicamente con un famoso italiano tramite la figura di un calciatore mi colpì, e ne parlammo sulla strada verso Varsavia il giorno dopo, lungo gli immensi rettilinei che dopo il confine di Brest-Litovsk portavano a Minsk.

Già quaranta anni fa il sistema mediatico la faceva da padrone e il simbolo di una nazione poteva passare per la figura di un giocatore di football.

Roberto e io eravamo colleghi nel sindacato, tutto sommato abbastanza neofiti, lui in Cgil e io in Uil, tutti e due nel settore del mobilio e dell’edilizia. Avevamo deciso di fare un lungo viaggio in auto nell’immensa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche europea.

Il programma comprendeva di entrare per la Bielorussia e quindi di fare tappa a Minsk, a Smolensk, e poi di trattenerci almeno una settimana, prima a Mosca e poi altrettanto a Leningrado, transitando per Novgorod. Saremmo poi usciti dall’Impero comunista per la Finlandia e a seguire Svezia e a scendere verso sud Danimarca, Germania, casa.

Vigeva ancora il modello “Breznev”, che solitario governava l’impero dal Cremlino. In Italia la crisi generale, economica, occupazionale mordeva. C’era una malinconia diffusa che generò utopie disperate, come quella terrorismo rosso, e tentativi di restaurazione autoritaria mediante attentati e delitti di matrice fascista e militarista. De Michelis stava per proporre i contratti di formazione e lavoro a una gioventù disoccupata. Spadolini era Presidente del Consiglio, primo non-democristiano dopo decenni; Pertini Presidente della Repubblica e Nilde Jotti Presidente della Camera dei deputati.

Questa l’Italia di quegli anni. E Paolorossi? Oggi la Gazzetta rosea ne parla in una dozzina di pagine, interpellando compagni e amici suoi, come quelli dell’82, giornalisti e politici. Opinioni e sentimenti commossi e a volte un po’ scontati. D’altra parte è difficile dire cose sensate quando muore una persona che si conosce in qualche modo, direttamente o per fama. Ognuno di noi, finché è in vita incontra la morte… degli altri.

Quest’uomo è entrato nel mito, ma era normale anche nel fisico, un metro e settantacinque o sei per settanta chili scarsi: come Pietro Mennea, non ha avuto bisogno di esibire scultoreità da palestrato, oppure centimetri e chili da giocatore di basket o da portiere, o da centravanti del terzo millennio à la Ibrahimovic, Lukaku, etc. La sua “normalità” mostrava come essa può costituire un minimo comun denominatore sufficiente per fare grandi cose in un’attività anche fortemente competitiva. E altrettanto pare Rossi mostrasse sul piano relazionale e morale.

Conosciamo la morte-degli-altri, perché la nostra non si fa conoscere prima di arrivare a trovarci. E ci trova, eccome, senza eccezioni. Da millenni l’uomo parla della morte, ma sempre della morte osservata, pensata, prevista, immaginata…

E’ uno strano “ente”, la morte: è un “ente/non-ente”, secondo una certa filosofia, come quella di Parmenide che chiamava non-essere il nulla, mentre si potrebbe anche ritenere che il non-essere possa non essere il nulla, ma qualcosa, se non altro dal punto di vista logico. Hegel, ad esempio, non la pensava come Parmenide.

Parliamo della morte senza conoscerla direttamente: la nozione di essa è per esperienza di quella degli altri oppure per comunicazione di notizia. Forse è l’unico ente/ concetto che si presenta alla nostra attenzione in questo modo.

Metafisicamente si può anche dire, con Epicuro, che la morte non ci riguarda mai direttamente, ma solo indirettamente, poiché quando essa si presenta a noi, non facciamo a tempo a conoscerla veramente, in quanto la sua presenza significa il nostro contemporaneo venire meno, il nostro immediato assentarci.

Un altro modo di parlarne concerne l’immortalità, in tre modi: a) parlando della sostanza semplice che è l’anima spirituale (cf. Fedone di Platone), ovvero, b) parlando dei miti immortali, come quelli greco-latini classici o quelli che riguardano personaggi moderni già collocati per la loro fama esemplare in una prospettiva mitica, e infine, c) come quando una persona lascia a chi resta una grande opera d’arte o una grande scoperta scientifica, sapendo che ogni scopritore, ogni creatore deve tenere presente di essersi posto sulle spalle di valorosi predecessori. Ho già parlato qui pochi giorni fa di un mito, Diego d’Argentina e di Napoli, ora questo cenno a un altro mito prestipedatorio (neologismo rubato a Gianni Brera), Paolo Rossi, qualcuno dice, un mito-mite, garbato, civile, rapido anche nel suo passaggio per questo mondo.

Mortalità e immortalità, comunque si ha a che fare con questo concetto o stato dell’essere. Paolorossi è stato un ente-umano-mortale, ma già fa parte del mito esemplare. Appena mancato. Mentre la sua persona fisica e spirituale manca veramente a chi lo amava di più, i suoi, ed è questo il sapore vero della morte e della vita.

Come quando morì di una rara malattia la mia nipotina Elena, a cinque anni, il dolore più lancinante della mia vita.

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