Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Andare avanti, con uno sguardo alto, che comprenda storia, presente e possibilità

Uno sguardo “alto” ha un significato preciso: mette nelle condizioni di contemplare almeno in parte l’esperienza propria, la storia, quello che sta accadendo qui e ora a ciascuno di noi, e infine ciò che è possibile accada.

La storia non può essere modificata, il presente è incipiente nel pensiero e nell’azione, ma il possibile è ineffabile, prima che si trasformi in atto, quasi aristotelicamente. In verità questa affermazione è imprecisa, poiché lo Stagirita, per spiegare il movimento evolutivo delle cose propone la diade potenza e atto, là dove la potenza è pura energia trattenuta, e l’atto è la sua esplicitazione. Aristotele declina il pànta rèi eracliteo a modo suo.

La nozione di possibile non coincide con quella di potenza, poiché tiene conto, non solo dell’energia potenziale dell’ente (della persona, ad esempio), estrinsecabile nell’atto d’essere, ma anche dell’intervento volontario del soggetto e delle circostanze, vale a dire dei vettori causali di cui il soggetto non è responsabile e solitamente neppure conosce. Un esempio: lo zigote insediato nell’utero materno non è solo un essere umano in potenza, ma è soprattutto un essere umano possibile, poiché la gravidanza non è un percorso solo naturale involontario come la respirazione e il battito cardiaco, ma può permettere un intervento volontario della donna incinta, sia nel senso della prosecuzione della gravidanza, sia nel senso di una sua interruzione, qui tralasciando altri aspetti di ordine medico, che magari nei casi sfortunati possono impedire una felice conclusione della gravidanza stessa.

In altre parole lo zigote è più un uomo-possibile che un uomo-in-potenza. O donna, ovviamente.

Bene, questo detto, si può pensare al futuro come un ambito nel quale la volontà umana può agire e interferire con grande forza ed efficacia.

Costruire il futuro è possibile, ed è affidato per molto delle sue possibilità di sviluppo alle volontà dei singoli esseri umani e dei gruppi, delle comunità, delle società, delle nazioni/ paesi/ stati, del mondo tutto. Abbiamo davanti, ogni momento che passa, innumerevoli occasioni di intervento, soprattutto se è cosciente, o meglio, consapevole delle conseguenze che ogni scelta dell’agire umano, pone.

Possiamo decidere di cambiare non poco lo stile delle nostre vite compiendo scelte improntate a priorità differenti rispetto al passato, selezionando e operando decisioni più adatte a una vita qualitativamente più attenta alle altre vite e all’ambiente che le contiene e permette loro di crescere.

La qualità delle nostre vite può evolvere verso una maggiore consapevolezza che la quantità del possesso non è importante come la sua qualità e la equità della sua distribuzione tra tutti gli esseri umani. L’ambiente è l’habitat composto dalla natura e dalle nostre decisioni su come vivere in futuro.

Ma vi è anche un altro habitat che ci interessa, quello spirituale, quello relativo alla formae mentium delle persone, di ciascun uomo/ ciascuna donna di questo mondo. E il mondo stesso può essere “mondato” (cioè ripulito), proprio nella sua “mondità”, nel suo essere l’insieme costituito dalla Terra intera, dalla sua atmosfera e da tutte le vite che ivi prosperano, in qualche modo.

Far prosperare queste vite significa diventare sempre più consapevoli delle responsabilità individuali verso tutti gli altri e il “contenitore-Terra”.

Lo Strumento più importante per affrontare questo percorso è il pensiero critico, utilizzato con il metodo della logica-argomentativa: si tratta del metodo (metà-òdon, in greco per-una-strada), quello deduttivo, che permette di “sgamare” gli inganni e gli imbrogli, i fraintendimenti e la confusione concettuale ed espressiva che il momento attuale vede dilagare.

Quelle che si chiamano con un inglesismo noioso fake news sono rottamabili, tutte, anche le più insidiose, se ognuno si decide per l’autonomia del proprio pensiero, per la verifica delle notizie e la loro fondatezza, per una scelta continua della serietà delle fonti informative. Documentazione probante, dialettica paziente e approfondimento critico di ogni informazione: ecco la strada, il metà-òdon per una rinascita umanistica dell’uomo e del suo mondo.

I salvatori non chiamati

Quando uno è in pericolo grida “aiutooo“, quando una nave è in avaria lancia lo “S.O.S” o il “MayDay, MayDay“, e allora chi può accorre. Mentre, caro lettor mio

ora c’è lo scatenamento, non solo dei giudizi scientifici o para, ma anche delle più varie profferte di consulenza, soprattutto da parte di quegli esperti (sè dicenti “professori”) che profetizzano o, meglio dire, addirittura auspicano, e non tanto tra le righe del loro dire, una continuazione della situazione-Covid, quasi sine die.

E allora, giù con un altro comitato-commissione-task force, aventi nomi acronimizzati in inglese. Pare che in tutta Italia, tra ministeri e regioni siano state attivate una quarantina di task force, mille persone circa, un reggimento di fanteria campale operativo. Mi piacerebbe vederne la composizione.

Giù allora con critiche a chi opera perché si dovrebbe fare così e cosà, la cosa è questa qua, e non quella là.

Di solito quelli che appaiono in tv hanno facce contrite, sofferenti, e parlano con gravità talora alternata – nei toni – a una strana arguzia. Vi è come una gara a chi la sa più lunga, e si propone con sue soluzioni definitive.

Costoro appaiono insolitamente (mi sbaglio?) avidi: di video, dichiarazioni, commenti, twittate, e parlano compiaciuti delle proprie conoscenze, capacità, curricula.

E infine ci sono i fruitori: la ggente, dirigenti delle varie strutture, giornalisti di vari generi e specie, che variamente rimbalzano il profluvio di notizie che arrivano girando come trottole quantiche. Mi viene in mente il caso del calcio professionistico: un insigne di questi prof mormora a labbra semichiuse che “io non riterrei (badasi bene: condizionale) plausibili delle modalità di controllo dei calciatori più attente e regolari, ma che è meglio forse pensare… e non conclude il discorso in modo chiaro, salvo poi cambiare idea il giorno dopo.

Subito si scatena in tema la “titolistica dell’eclatante” (chissà perché questo francesismo) del tipo: “la scienza esclude di riprendere il campionato“, “i pareri degli esperti rinviano il campionato di calcio al 2021“, e via andando. In realtà il prof “dicuinonricordoilnome” si è ben guardato dal parlar chiaro, perché ha bofonchiato qualcosa da cui si è potuto evincere che “boh, non saprei“.

Ora, nella sua confusione, il governo ha chiamato a sé altri esperti: economisti, ingegneri, qualche psico-sociologo. Non si sa però che cosa fargli fare. Il suo capo, esperto e prestigioso, ex Ceo di varie aziende grandi, vorrebbe – anche legittimamente e ragionevolmente – sapere fino a dove può arrivare il suo contributo e mediante quali poteri riconosciuti.

Costoro della task force non sono certo “salvatori non chiamati”, ma rischiano di essere assorbiti da quel novero confusivo e disperso.

Perfino i “grandi” (o se putanti tali) politici à là Macron ora fanno discorsi strategico-escatologici di rinnovamento dei modi (implicitamente finora sbagliati) della globalizzazione e di difesa della democrazia.

Politici più piccini (quantomeno per potere reale e forse non solo) à là Zingaretti, non in qualità di segretario di partito, ma di presidente del Lazio, “minaccia” delibere per far vaccinare tutti, smemorato di un articolo chiarissimo della Costituzione repubblicana (il 32) che dice con chiarezza i diritti della persona circa le scelte sanitario-terapeutiche individuali. Leggiamo:

Articolo 32. La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.

Forse costoro pensano di legiferare in difformità a questo dettato costituzionale, imponendo per legge le vaccinazioni?

Si predispongono app da usare “volontariamente” (per ora) al fine di monitorare i cittadini nei loro movimenti. Bene, io lascerò a casa il cellulare spento. Quando sento la sinistra quasi scatenata sulla vaccinazione obbligatoria mi viene l’orticaria.

C’è tutto un brulichìo, ebbene sì, come quello dei termitai, proprio un brulichìo esasperato e disordinato di idee, proposte travasate da sito a sito, da cellulare a cellulare con la smania di sapere far sapere l’ultima, ciascuno al proprio network.

Io mi sono dato una regola: ho suddiviso le tipologie di ciò che mi arriva in base al giudizio personale che ho di ciascun mittente e inizio la selezione. Una parte la getto senza darle uno sguardo, sarà il 50%, una parte, cioè un 40% la guardo e la restante parte la ritengo plausibile e utilizzabile.

Suggerirei a tutti di fare più o meno così.

Quanta paura di morir di fame, o dello shopping compulsivo

…in queste settimane, caro lettor mio! Parcheggio nell’apposita area di un supermercato ed entro, faccio una spesetta di diciassette/ venti euro, come un altro paio di volte in settimana, e mi guardo in giro, davanti, dietro, a lato a destra e a sinistra. Carrelli non pieni, di più. Faccio attenzione ai pagamenti e sento: 125, 150, 180 euro, anche 205! Due carrelli. Certo c’è anche gente che fa la spesa per i genitori anziani, o per parenti/ amici che hanno chiesto un favore, ma ciò non spiega tutto.

Homo sapiens sapiens?

La commessa, quando la saluto, mi dice che è sempre così. Paura di morir di fame? Eppure non siamo in Sudan in tempi di carestie ricorrenti, o nell’Albania dei primi anni ’90, e neanche nell’Ucraina degli anni ’30, o nella Repubblica di Weimar degli anni ’20. E potrei continuare ad libitum.

Abitiamo nella nazione settima del mondo per ricchezza, con il miglior cibo e i migliori vini del mondo, il tutto vario e differenziato al massimo: prodotti industriali eccellenti e prodotti locali pieni di sapori e colori.

Steven Pinker è un noto psicologo statunitense, che leggo volentieri. Nei suoi due principali trattati, Il declino della violenza del 2010 e Illuminismo oggi dell’anno passato, egli sostiene che vi sono sufficienti elementi, dati e fonti, per poter affermare che l’uomo sta procedendo da un milione e settecentomila anni circa nel processo evolutivo di “ominazione”, e si può notare una crescita, un “miglioramento” delle sue prestazioni intellettuali e della qualità morale delle sue azioni, qualità morale intesa secondo un’etica cristiano-illuministica che più o meno i più condividono. Un elegante “quasi-lombrosismo” al contrario, parlando in modo grezzo.

In altre parole, secondo Pinker vi sarebbe una crescita, lenta ma certa, dei lobi orbito-frontali della corteccia cerebrale, per cui staremmo diventando sempre più intelligenti e… più buoni.

Epperò, guardando ciò che accade nel supermercato qualche dubbio mi sorge.

Circa il “più intelligenti” mi pare che le cose siano più complesse, direi ad personam, ad hominem, essendo ciascuno di noi umani terribilmente (mi si passi l’avverbio metaforizzante) unici! Quante e quali differenze tra me e te, gentil lettore, o qualsiasi non-lettore, oggettive, genetiche, ambientali, culturali. Certo.

E per quanto concerne gli aspetti morali? L’essere più o meno buoni? Ecco, anche su questo tema si sono spesi i filosofi e gli eticisti più grandi, dai due sommi greci (Platone&Aristotele) e al quasi loro contemporaneo Siddharta Gotama (il Buddha, l’Illuminato), ai Padri della Chiesa antica, a Pietro Abelardo, che andrebbe riscoperto per la sua rigorosa e raffinata, modernissima, distinzione fra vizio, colpa e peccato, a Tommaso d’Aquino, fino a Kant e ai nostri giorni.

E’ noto e attestato che il comportamento umano è costituito da vari fattori, individualisoggettivipersonologici, ambientali e culturali. E dunque, dove sorge, dove si alimenta la malvagità? Dove si costituisce la colpa, il peccato, il reato? Bene, quest’ultimo è oggettivo, ove acclarato, poiché si tratta della violazione di norme penali previste dalla Legge, da quasi quattromila anni (Codice del re caldeo Hammurabi) e poi dai codici biblici, che hanno più di tremila anni, e poi dalle Dodici Tavole romane (V secolo a.C.), al Codex Iuris civilis giustinianeo (XV secolo d.C.), etc.. Il peccato e la colpa sono invece soggettivi, di difficile analisi e individuazione.

Ciò, parlando del male e della malvagità, nelle sue varie declinazioni ma, se dovessimo volgere la nostra attenzione ai comportamenti umani più in generale? Ad esempio verso la tematica proposta nel titolo di questo pezzo?

In questo caso si tratta di “pensiero critico”, mio caro lettore, vero? In quali condizioni si trova oggigiorno il pensiero critico, cioè la capacità di riflessione, di argomentazione logica? O meglio: quanto vale, quanto condiziona le scelte la razionalità? Dicendolo in concreto: nella situazione attuale, pur sapendo – più o meno tutti – che non mancherà il cibo, perché molti si affannano a procurarsene, come se si dovesse subire un assedio? Come se si fosse abitanti dell’antica Meghiddo di Siria, stretta nella morsa delle truppe del faraone Tutmosis III, che voleva punire il principe di Kadesh, colà rifugiatosi? Colà si era nel XV secolo avanti Cristo, e un assedio prolungato poteva significare veramente la morte per fame e per sete, anzi all’incontrario.

Vedendo i carrelli pieni di cibo, confesso che ho proprio pensato a quell’assedio tragico, e mi sono chiesto: ma siamo veramente cambiati nel tempo, ci siamo evoluti da un punto di vista delle facoltà razionali, come sostiene il prof Steven Pinker (anche se lui considera più ampie derive temporali, come ad esempio la rivoluzione cognitiva che lui fa risalire a circa settantamila anni fa, o la rivoluzione agricola, molto più recente, cioè a circa dodicimila anni fa)?

Mi sorgono dubbi e pensieri. Ma forse la ragione di ciò sta in un altro aspetto: il rapporto fra razionalità logico-argomentativa ed emozioni, e mi torna alla mente che sappiamo come le emozioni, o passioni, come le chiamavano gli antichi sapienti, sono più forti della ragione argomentante, la vincono, la sopraffanno, quantomeno in un primo momento del processo mentale.

E dunque comprendo le file e la quantità degli acquisti, legami ancestrali con l’istinto di sopravvivenza.

Il “terzo paradigma” per una nuova vita

Continuo il pezzo precedente approfondendo, come oggi può essere possibile, per me.

Epidemie nel Medioevo

La grande storia racconta, tra battaglie, vittorie e sconfitte, tra conquiste e perdite, tra guerra e politica, economia e carestie, anche di epidemie, malattie, dolore e morte. Racconta di speranza e disperazione, di religiosità e fanatismo, di indifferenza e passione.

Peste, fame e guerra, a peste, fame et bello… libera nos, Domine, come recita l’antico tropo liturgico recitato nelle Rogazioni per i campi e i crocicchi delle grandi pianure o per i viottoli di montagna, per scongiurare le disgrazie, è un’invocazione tornata prepotentemente tra noi, non sappiamo ancora se del tutto fondatamente o se… null’altro dico, per ora.

Fino a una quarantina di anni fa, soprattutto nei borghi e nei villaggi, anch’io vi partecipavo da chierichetto, poiché era costume liturgico pre-pasquale, accompagnare il parroco (a Rivignano, antico prediale romano augusteo “Rivinius”, dal nome di un centurione veterano del princeps Ottaviano Augusto), o “prevosto” (dal titolo di origine militare di “preposito”) che cantava le Litanie dei Santi intervallate da quella invocazione, anche come vero e proprio scongiuro.

A me piaceva molto, perché dopo il lungo itinerario che partiva dal Duomo e si portava per le varie “braide” del paese per un’ora e mezza, nel frescolino di marzo o aprile (ciò dipendeva se la Pasqua fosse stata “alta” o “bassa”, e il mio gentil lettore sa che Pasqua, secondo la tradizione post-quattuordecimana, vale a dire da millesettecento anni, in ambito cristiano, cade la prima domenica dopo l’equinozio di primavera), ci si fermava in canonica dove don Aurelio ci faceva far colazione, due uova preparate da sua sorella, la “perpetua”, e pane fresco di forno.

Ora non ci sono più le Rogazioni, dette in latino, quando si camminava per le stradine interpoderali costeggiate da verdissimi boschetti di ripa, tra rogge iridescenti e fino al fiume Stella, a volte, con passo lento, ma deciso. Non ci sono più molte cose di un tempo. Ve ne sono altre, di negative e anche molte non negative.

Non è vero che oggi è peggio di un tempo, ma è vero il contrario. Ma soprattutto sotto il profilo materiale: sotto quello civile e morale, invece, il discorso è diverso. Diversi fatti accaduti negli ultimi tre o quattro decenni, soprattutto una globalizzazione disordinata e violenta, una finanziarizzazione dell’economia devastante, una velocizzazione delle azioni umane sempre più frenetica, una comunicazione in tempo reale, ma spessissimo inaffidabile, perché privata (a volte colpevolmente priva) delle fonti necessarie per attestarla nella sua veridicità o meno, una politica di disinvestimento nei servizi pubblici, sanità in testa, a favore del privato.

Ecco: è questo il “terreno” su cui il “terzo paradigma” figlio di Sars-Cov 2 o Covid-19 può agire, certamente come “eterogenesi del fine”, posto che a un virus possa attribuirsi un… fine. E’ chiaro che qui ragiono per paradosso, ma i paradossi, come insegna la logica classica, sono utili, a volte indispensabili.

Che cosa si sta imparando da questa drammatica vicenda? Innanzitutto si tratterà di capire, quando la drammaticità sarà diventata un “ambiente” spirituale e psichico controllabile, quanto sia stato razionale il modo con il quale il problema pandemia sia stato affrontato nel mondo e in Italia, in particolare, e quale eventualmente sia stato il ruolo di chi da una situazione come questa può aver pensato di trarre, ove non abbia effettivamente tratto, vantaggi economici e finanziari, politici e di mero potere: in altre parole, se e quanto questa vicenda sia dipesa, se non da precise volontà “untorali”, magari da cinici calcoli di convenienza. Per ora non me la sento di dire altro.

Ebbene: come ne usciremo, nel corpo e nello spirito? Avremo capito che, oltre all’innovazione di tutto, caratterizzata da una irrefrenabile frenesia, altro di importante c’è, di più importante, nella vita che ci è data? Che vale la pena di mettere al centro la vita umana nei fatti, non solo nelle auliche e retoriche dichiarazioni di principio, noiosamente ribadite da tutti, dico tutti, i politici?

Mi sento di sperare che questo accada, non senza contraddizioni, certo, ma con una progressione buona. Ora, caro lettore, ricordo un fatto, una condizione, che ho già citato in un pezzo precedente: per me la situazione attuale, in realtà, non ha cambiato molto la mia solita vita, storicamente sobria, esistenzialmente selettiva, non nel senso esclusivo, ma in quello qualitativo. Ho sempre cercato di non buttare via il tempo, bensì di qualificarlo, di rispettarlo, inchinandomi – quasi – davanti al dono immenso di esser-ci (proprio nel senso heideggeriano del termine): l’obbligo di starcene a casa, questo è il punto, non mi ha cambiato molto la vita. Per certi aspetti, lo confesso, ha facilitato alcune mie tendenze alla “solitarietà” che, lo riscrivo, non è misantropia, aristocraticismo, o ricerca della solitudine per superbia, ma ricerca del mio sé in quel silenzio che a volte la compagnia mi nega.

Quando sento qualcuno che loda lo stare-in-compagnia, purchessia e qualsiasi sia, mi inquieto e zittisco. Il mio stile di vita ovviamente non pretendo sia condiviso, ma è il mio. Forse farebbe bene pensare a questo modello, a molti.

Pensare, ascoltare, riflettere, a volte da soli e a volte con gli altri in un nuovo equilibrio: forse questo sarà il terzo paradigma.

Gentile Presidente Angela Merkel… (firmato: un cittadino italiano – aspirante europeo)

Il mio caro amico Romeo Pignat, stamane mi ha inviato quanto segue, autorizzandomi a pubblicare la sua lettera.

Nel Land (Assia) di un paese ricco, come la Germania, si suicida il ministro delle finanze, sopraffatto da una tempesta imprevedibile, non governabile, non pianificata. Intanto, da Paesi poveri, provvisori, ex comunisti, come l’Albania e Cuba, giungono aiuti all’Italia: la povertà sembra ancora capace di preservare la ricchezza forte della solidarietà e, parafrasando il presidente albanese Ilir Meta, quella riconoscente della memoria.  Un insegnamento per il nostro Occidente, con la sua forza apparente pervasa di profonda fragilità.

Ludwig van Beethoven

APPELLO ALLA GERMANIA, PER UNA SCELTA GIUSTA, GENEROSA E, FINALMENTE, RICONOSCENTE

Gentile Presidente Angela Merkel,

mi rivolgo alla sua coscienza e alla sua umanità, spinto da un sentimento d’impotenza e, insieme, da un autentico bisogno di cittadinanza europea. A Lei mi rivolgo, come passeggero di una nave continentale condotta ciecamente verso un iceberg prima del definitivo disgelo, mentre molti leader occidentali da diporto continuano a vagare intorno alla tragedia dentro gli sparsi yacht del potere: tanto più incomprensibile, quanto più commisurato alla miopia delle loro parole, a quegli stolti ciuffetti biondo-rossicci che offuscano la loro vista.   

Mi rivolgo a Lei, perché so che, più delle altre, le scelte sue e quelle del suo Paese potranno essere decisive, per il destino e per il senso futuro dell’Europa e del Mondo: se il destino può,  parzialmente, capitare; il senso va cercato, trovato, costruito insieme.

La Germania, nell’ultimo secolo, ha segnato il corso della storia europea. E ha anche perso, miseramente, due guerre, se in questi casi perdere o vincere può ancora significare qualcosa. Il suo Paese, Patria di Goethe, di Kant, di Beethoven, la Germania che ha saputo comprendere, accogliere, valorizzare la bellezza di Tiepolo nella Residenz di Würzburg, è lo stesso Paese che per due volte è sprofondato nell’abiezione, perché la sua cultura illuminata è stata sopraffatta da una hýbris, una tracotanza, un orgoglio smisurato che, con la “apoteosi” del nazismo, ha finito per soffocare il respiro della vita nell’efficiente allucinazione di un deserto di morte e di orrore. Eppure i due dopoguerra, per le loro differenze, potrebbero ancora insegnare qualcosa, per decidere con umanità e saggezza la strada giusta del terzo dopoguerra, quello dopo la lotta contro il Covid-19, che speriamo e contiamo al più presto di vincere.

Dopo la prima guerra mondiale, la Germania, colpevole d’imperialismo ma soprattutto di essere la prima Nazione tra i vinti, subì lo sproporzionato oltraggio del Trattato di Versailles che, come ha scritto Daniel Pennac, “ha fabbricato tedeschi umiliati che hanno fabbricato ebrei erranti che hanno fabbricato palestinesi erranti che hanno fabbricato vedove erranti incinte dei vendicatori di domani.” L’hýbris è stata covata lì, dentro la cella dell’umiliazione, dove anche il ricordo di Kant, di Goethe, di Beethoven sono stati sciolti da un sole malsano e artificiale. 

Dopo la seconda guerra mondiale, la Germania, colpevole del più esecrabile crimine mai commesso contro l’Umanità, è stata invece ammessa al tavolo di quell’Europa che, da italiano, penso con orgoglio essere nata dalla visione di alcuni ragazzi del nostro scapestrato Belpaese, capaci di reagire con serena nobiltà dentro l’esilio di Ventotene. La forza di quel pensiero giovane e generoso ha reso possibile l’impensabile, quasi il contrario di quanto era accaduto a Versailles: accanto agli italiani Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli, ai francesi Jean Monnet e Robert Schuman, al belga Paul-Henri Spaak, al lussemburghese Joseph Bech, tra i padri fondatori dell’Europa fu saggiamente “ammesso”  anche il tedesco Konrad Adenauer, che portò il suo contributo encomiabile e straordinario.

Non solo, dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989, alla Germania fu rapidamente concessa la dignità di riunificarsi. Allora condivisi con soddisfazione e speranza questa decisione, convinto che fosse un passo illuminato verso un futuro migliore. Dovremmo pentircene? Dovremmo pentirci di aver scelto, allora, la strada del “perdono” e della “comprensione”, piuttosto che quella della “umiliazione”, ripercorsa poi cinicamente a danno della nostra madre Grecia, come se la colpa di una ladresca gestione contabile fosse superiore a quella dell’Olocausto? La memoria corta, spesso, è una memoria stupida, che ci conduce a feroci ingiustizie e a inutili sofferenze.

Già nei prossimi giorni, spero che l’eterno feto dell’Europa cominci a vagire e a svezzarsi in modo sano, per affrontare con giustizia e coraggio il terzo dopoguerra: confido, allora, che si allarghi il respiro della memoria e il groppo delle umiliazioni subite inceppi quegli artificiosi determinismi finanziari della nostra “Comunità”, spesso sostenuti proprio dall’oblio e dall’egoistica indifferenza della Germania.

Per mia pigrizia e ignoranza ho sempre frainteso e odiato l’incipit dell’Inno tedesco, quel  famoso “Deutschland, Deutschland über alles, über alles in der Welt”. Poi, leggendo più attentamente il testo, ho capito cosa in realtà volesse significare: “Germania, Germania, al di sopra di tutto, al di sopra di tutto nel mondo, purché per protezione e difesa si riunisca fraternamente.” Ho capito che quelle parole, scritte nel 1846, aspiravano a una fraterna unità nazionale tedesca, superiore ai particolarismi di tanti piccoli stati che, allora, non ancora costituivano la Germania. Dopo la fiducia concessa come fratelli al popolo tedesco nel secondo dopoguerra, sarebbe bello sentire cantare anche qualcosa di nuovo e di nostro: “Europe, Europe über alles, über alles in der Welt”.

Mi rivolgo a Lei, gentile presidente Angela Merkel, perché sono convinto che oggi, come altre volte nel recente passato, il suo Paese possa avere un ruolo decisivo per il futuro dell’Europa e del Mondo: non solo e non tanto per combattere il male invisibile che ci affligge in questo momento, quanto per perseguire un bene visibile e necessario per tutta l’Umanità, che solo può cominciare dall’Europa, il Continente privilegiato. 

La risposta ai nostri bisogni, ora più che mai, non può essere ispirata soltanto dalle proiezioni dei grafici finanziari e degli istogrammi epidemiologici. È anche nella preghiera sommessa e solitaria di papa Francesco in piazza San Pietro. Nell’umiltà dei paria indiani senza casa che rispettano la quarantena appollaiati sugli alberi. Nella dolorosa dignità dei vecchi che muoiono soli e senza respiro nella “peste” di Bergamo, non periferia d’Europa ma centro vitale di economia, cultura, civiltà. Dove operano fabbriche innovative ed efficienti come quelle tedesche e dove la “provvisoria” misura italiana, il nostro senso del limite, ha saputo preservare dall’arroganza annientatrice di troppe guerre, la bellezza autentica di una meravigliosa città d’arte.

In un pianeta sempre più interconnesso e contagioso, c’è un solo modo per tentare di scrivere il prossimo futuro: volere quel futuro che fa bene all’Uomo, non sceglierne uno dei tanti che fanno bene soltanto a qualche categoria d’uomo. Altrimenti, le curve diversamente previste delle epidemie e delle finanze, saranno distorte e divelte da mostruosi focolai di umanità calpestate, di miserie, di ansie, di tensioni sociali più imprevedibili e devastanti del Covid-19.

La Germania, in questo momento di difficili scelte, può avere un ruolo positivamente decisivo.

La Germania ha (voluto e, ndr) perso la Prima Guerra mondiale e, slealmente, è stata messa nelle condizioni di perdere anche il primo dopoguerra.

La Germania ha provocato e perso la Seconda Guerra mondiale e, fraternamente, è stata rimessa in gioco dai Paesi europei amici nel secondo dopoguerra.

La Germania, oggi, può finalmente vincere la sua e la nostra guerra e, soprattutto, portare un contributo lungimirante per affrontare la sfida più difficile: il terzo dopoguerra mondiale,

confidando in Kant, Goethe, Beethoven.

Romeo Pignat,

cittadino d’Italia e aspirante cittadino d’Europa

Un “socialismo” riemerge cautamente dal Covid-19

Nessuno si scandalizzi, ma penso proprio che si tratti di questo: la solidarietà sociale oramai in queste settimane (mesi?) si sta orientando verso una condivisione obbligata certo, ma reale, di condizioni e di abitudini. Già negli ultimi tre quarti di secolo, cioè dal secondo dopoguerra, forme di welfare socialdemocratico hanno preso piede in molte nazioni, mentre il comunismo falliva.

Willy Brandt

Non si deve temere di usare la parola “socialismo”, pur se molti lo confondono ancora con il comunismo, anche se, da un punto di vista storico-declaratorio, a giusta ragione. Infatti la dizione completa dell’acronimo U.R.S.S., significa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Il socialismo sovietico era un comunismo di stato, così come quello cinese di Mao-Tze-Dong, che ancora vive nell’autocrazia liberal-comunista di Hi Hsin Ping.

Bisogna comunque distinguere in modo rigoroso tra i due concetti. Il socialismo è una dottrina proponente riforme sociali gradualiste (soprattutto dall’uscita della proposta marxiana, molto più radicale, perché rivoluzionaria), che nasce dalla Rivoluzione francese, tramite personaggi come Babeuf, Filippo Buonarroti, e poi il conte di Saint-Simon, Fourier, Blanqui e Proudhon, che proponeva venature già anarchiste. Poi è arrivato Karl Marx, il quale insieme con il suo sodale Friedrich Engels ha scritto i principali testi del socialismo scientifico (per distinguerlo rigorosamente da quello chiamato con una certa sufficienza ironica “utopistico”), altrimenti detto materialismo dialettico, base per tutte le rivoluzioni sociali successive dell’800 e del ‘900, che sappiamo come sono andate.

A metà’ 800 fu fondata l’Internazionale socialista, cui aderivano socialisti umanisti della tradizione francese, seguaci di Marx-Engels e anarchici à la Bakunin. Ma vi partecipavano anche “democratici” repubblicani come Mazzini, che viveva a Londra ed era distantissimo, sotto il profilo politico-sociale, dall’uomo di Treviri.

Nell’ottobre (o novembre, secondo il calendario giuliano vigente nel mondo cristiano ortodosso) del 1917 scoppiò la Rivoluzione bolscevica, che dette inizio alla più grande esperienza socialista, anzi comunista, della storia. Nel frattempo, si sviluppava un’altra linea socialista, quella “riformista” (termine impreciso per quei decenni, ma attuale dalla seconda metà del ‘900), il cui maggior teorico fu Eduard Bernstein, che trovò soprattutto nell’Europa del Nord i maggiori adepti.

Nel 1921 a Livorno il Congresso del Partito Socialista Italiano “partorì” – nel corso di una feroce diatriba – nientemeno che il Partito Comunista d’Italia, promosso da personaggi come Gramsci, Togliatti, Terracini, Bordiga, che ne fu il primo segretario. Il Partito Socialista era spaccato fra gradualisti à la Bissolati e Turati e massimalisti come Serrati. Dalle file del PSI era uscito anche Benito Mussolini, a suo tempo fautore di un socialismo sindacal-rivoluzionario ispirato, più che dalla tradizione teorica del socialismo, da una sorta di vitalismo filosofico i cui ispiratori erano piuttosto il francese Georges Sorel e perfino Nietzsche.

Altrove ho scritto (e qui lo confermo) che il cavalier Benito aveva tratti fascistoidi nel suo modo di essere, di pensare e di fare anche quando era socialista, e rimase in qualche modo socialista anche da fascista. Su questo protagonista della politica e della storia italiana (e non solo) il mio lettore non può esimersi da una buona lettura del fondamentale testo del professor De Felice “Mussolini il duce“, per capirci qualcosa di importante al di fuori della polemica politica.

La nascita del Partito Comunista (ricordo che questo partito fu fedelissimo all’Unione Sovietica almeno fino al 1973, e che fu Berlinguer a distaccarlo da essa) in Italia provocò la paradossale situazione che il socialismo riformista fu quasi sempre minoritario e debole, per decenni chiamato addirittura social-fascismo da parte del comunisti, a differenza di ciò che riuscì a fare nel Nord Europa. Certamente va riconosciuto ai comunisti italiani di essere stati fondamentali nella lotta anti nazista/ fascista, anche se non con qualche contraddizione, se si pensa al discorso dei confini orientali dell’Italia, dove traccheggiò, tentato dalle sirene del maresciallo Tito.

Il Partito Socialista poi, nel 1949, dopo essere stato per l’ultima volta maggioritario rispetto al PCI nelle elezioni del 1948, vinte alla grande dalla Democrazia Cristiana, si spaccò tra un Partito che restava con Pietro Nenni e un pezzo più piccolo che se ne andava con Giuseppe Saragat, fondandosi come Partito Socialdemocratico italiano. Poco più di un decennio dopo il Partito Socialista si spaccava di nuovo, ma questa volta “a sinistra” con la fondazione dello PSIUP il Partito Socialista di Unità Proletaria, prodromo e contenitore di parte della successiva “Nuova Sinistra” post-sessantottina, soprattutto di Avanguardia Operaia, poi Democrazia Proletaria, mentre Lotta Continua e Potere Operaio ebbero origini differenti, provenienti anche da contesti socio-culturali cattolici.

In quegli anni, sull’onda del Concilio Vaticano Secondo, e della Dottrina sociale della Chiesa rinnovata sotto Giovanni XXII e Paolo VI, si era mossa la cultura cristiano-cattolica verso sponde di sensibilità sociale molto forti, anche con religiosi e prelati di alto profilo: si pensi al padre scolopio Ernesto Balducci, al padre Servo di Maria David Maria Turoldo, al parroco dell’Isolotto di Firenze don Enzo Mazzi, all’abate benedettino di San Paolo fuori le Mura Dom Giovanni Franzoni, e senza dimenticare don Lorenzo Milani, forse il più noto fra questi. Il cattolicesimo “di sinistra”, però, si rivolgeva, più che alla tradizione socialista riformista, direttamente al Partito Comunista e anche alla Nuova Sinistra, di cui costituiva, in parte, bacino di crescita.

Non dimentichiamo che anche alcuni tra i fondatori delle Brigate Rosse, cioè fautori della scelta armata, come lo stesso Renato Curcio e sua moglie Margherita Cagol erano di matrice cattolica.

Poi è arrivato Craxi, che riuscì anche più di Nenni ad essere “governativo”, in mezzo a non poche traversie. Circa la sua morte mi vergogno dell’Italia, che lo lasciò morire in esilio.

Negli ultimi vent’anni il mondo è cambiato, con la telematica, la nuova comunicazione in tempo reale, la finanza al comando, i nuovi linguaggi, generando una confusione difficilmente decrittabile. Il mio gentile lettore mi potrà dare atto che il mio continuo, diuturno impegno, è di cercare con questo strumento (il blog Sul Filo di Sofia), con i libri che pubblico, con le conferenze e le lezioni accademiche e aziendali che svolgo, con le relazioni che curo all’interno del mio network, con la mia attività di coordinamento di parte dell’Associazione filosofica cui appartengo, di contribuire – nel mio piccolissimo – a dipanare questa confusione, riflettendo, dialogando, proponendo idee per riprendere a dare sostanza al pensiero riflettente, che è in profonda crisi.

Ripeto spesso, forse fino ad annoiare i miei interlocutori, che la più vera e profonda crisi di questi anni, anzi di questi decenni, è la “crisi del pensiero umano”, che pare talvolta aver rinunziato alle sue potentissime e insostituibili prerogative di strumento di comprensione delle cose, della vita e del mondo, come insegna la storia del pensiero stesso di tutti i tempi. “Tornare” ad Aristotele, a sant’Agostino, a Tommaso d’Aquino, a Kant, al Buddha, a Lao-Tzu, a Wittgenstein e anche al vero Nietzsche, è indispensabile. Così come è indispensabile rileggere i libri biblici Giobbe e Qoèlet, il Discorso della montagna (quello delle Beatitudini), attribuito al Maestro di Nazaret, così come lo riporta l’evangelista Matteo al capitolo quinto.

Perché, dunque, in questo contesto parlo di nuovo di “socialismo”? Perché, se diamo a questo termine storico-politico il suo più profondo significato etico possiamo capirci bene. Non si tratta di un “socialismo” legato a tecnicalità organizzative della politica e dell’amministrazione pubblica, del governo dell’economia e della finanza, che metta in questione la libertà di iniziativa dei singoli, dei gruppi e delle nazioni, ma si tratta di pensarlo in funzione e a vantaggio della vita dell’uomo e alla tutela del mondo.

Socialismo“, allora, può significare un occhio nuovo che ciascuno deve avere verso il suo simile e verso il mondo, una capacità di declinazione della distribuzione dei beni e della giustizia, improntati all’equità, insieme alla necessità di riconoscere a tutti il diritto alla vita e a risorse sufficienti per renderla dignitosa. Mi spiego con un esempio. Per il mio lavoro, soprattutto, ho da sempre contatti con persone potenti e provviste di grandi mezzi economici (imprenditori e le loro famiglie, e io di solito son sempre riuscito ad allargare i rapporti dai temi aziendali ai temi personali e familiari degli imprenditori, sempre su loro richiesta); bene: due o tre di loro (capo azienda in due casi e familiare stretto in un altro caso) mi hanno detto: “Renato, dobbiamo cambiare mentalità e anche abitudini, almeno in parte“, e io ho risposto: “Sì, caro/ a …, certamente la mentalità, su cui, come sai, ragiono da ben prima che ci conoscessimo, ma per quanto riguarda le abitudini, per me non cambia nulla o quasi, poiché la mia vita era sobria e resta sobria“. Silenzio, da parte dell’interlocutore/ interlocutrice per qualche secondo, e poi “E’ vero, tu queste cose le sai, perché le vivi“.

Ecco. Se anche la sobrietà, l’umiltà, il senso del limite (caro lettore, dai uno sguardo a un articolo pubblicato qui qualche giorno fa, in tema), la pazienza che è sinonimo di coraggio, diventano virtù comuni, allora si potrà praticare un “socialismo umanistico” pienamente plausibile ed eticamente razionale, ferme restando le conquiste delle migliori dottrine sociali che l’uomo ha pensato e praticato nei secoli, come un liberalismo responsabile e anche forme di welfare sociale che si può chiamare, senza tema di scandalizzare nessuno, socialismo. Ecco perché mi pare di poter dire, come nel titolo di questo pezzo, che si percepisce l’emergere di “un socialismo”, già nel pieno della crisi generata dal Covid-19.

Garibaldi, Proudhon (fors’anche il dottor Marx e perfino Lenin), Bernstein, Turati, Nenni, Saragat e Craxi, Palme e Rabin, Brandt e Mitterrand, ma anche Gramsci e Berlinguer, da un lato,e pure i cristiani delle varie chiese, i fedeli islamici, i buddhisti e i taoisti, si potranno in qualche modo ri-conoscere (conoscere-di-nuovo) in questo “socialismo”.

Le due libertà: a) di fare, b) di dire

I Greci avevano a disposizione e utilizzavano con precisione due lemmi per dire la libertà, eleutherìa, che significa libertà-di-fare, e parresìa, cioè libertà di dire.

In questo pezzo, lasciando stare la eleutheria, di cui qui ho trattato più volte, voglio soffermarmi sulla parresìa, cioè sulla capacità/ volontà di dire le cose il più possibile nel modo più vero e attendibile.

La parresìa (dal grecoπαρρησία, composto di pan (tutto) e rhema, ciò che viene detto) nel significato letterale significa non solo la “libertà di dire tutto”, ma anche la franchezza nell’esprimersi. I filosofi cinici, in particolare, utilizzavano questa libertà, quasi a “imitazione dei cani” (da cui “cinici”, appunto”, i quali a volte abbaiano o latrano senza requie.

Riporto un aneddoto famoso concernente Diogene di Sinope:

«[Alessandro] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. “Io sono Alessandro, il gran re”, disse. E a sua volta Diogene: “Ed io sono Diogene, il cane“. Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: “Mi dico cane perché faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi.”»

La parresìa quindi significa non solo isegoria, vale a dire la possibilità di parlare a tutti in pubblico (da isos = uguale e ὰγορεύω parlare in pubblico), ma anche l’espressione della libertà di parola riconosciuta a tutti i cittadini nelle assemblee che si tenevano nelle pòleis, governate secondo i princìpi dell’antica democrazia greca.

Ciò detto, per la storia del termine e la sua comprensione, rimprovero da anni, nel mio piccolo, soprattutto la categoria dei giornalisti (lasciamo stare i politici, qui, che sono spesso “insigni” campioni della dissimulazione e della menzogna). Non raramente i professionisti della carta stampata, delle tv e del web, non curano il proprio linguaggio, al fine di renderlo al meglio chiaro e rispondente ai fatti raccontati.

Un esempio: qualche giorno fa ascolto il cronista di una importante emittente (mi pare fra le più affidabili), Canale 48, che racconta le percentuali delle persone che-si-muovono da casa in Lombardia. Letteralmente dice: “pare che almeno il 40% della popolazione esca di casa, nonostante tutte le raccomandazioni (…)”. Dove sta la falsificazione o quantomeno l’elemento semantico fuorviante della comunicazione? A mio parere, sta nella sottolineatura negativa di una percentuale assolutamente plausibile, tenendo conto della struttura demografica e produttiva della Lombardia, che è la più ampia d’Italia. In Lombardia vi sono più di quattro milioni di lavoratori dipendenti, su otto milioni di abitanti. Che si registri il movimento del 40% di otto milioni non è scandaloso, è semplicemente ovvio. Poniamo che il 25% stia ormai lavorando nella modalità smart (percentuale probabilmente eccessiva), siamo comunque a tre milioni di cittadini che si muovono per lavoro, cui si devono aggiungere le persone che stanno facendo la spesa o che vanno in farmacia (o in edicola, e in pochi altri luoghi). Il 40% è dunque plausibile, caro cronista e caro lettore! Se tu metti giù la notizia sottolineandone la scandalosità e il dato di imprudenza, fai un pessimo servizio alla verità delle cose, crei confusione e stress! Non te ne accorgi? O segui una linea guida impartitati dai superiori? Se sì, è un’idiozia e meritate un’invettiva tu e i tuoi superiori.

Un altro aspetto generale di questa comunicazione è relativo alla scelta delle parole e ai toni usati dai giornalisti, specialmente in questa fase. Osservandoli da decenni, leggendoli e ascoltandoli, mi son fatto l’idea che, sia i termini e le espressioni, sia i toni utilizzati, sono largamente inadeguati e mediocri. Infatti, noto uno scarso ricorso ai sinonimi, che pure in italiano sono abbondantissimi, e l’utilizzo di modi espressivi spesso esagerati e inutilmente, anzi pericolosamente, drammatizzanti, inutilmente patetici, non costruttivi. Sappiamo anche che quando queste modalità debordano, chi ascolta, piano piano smette di concentrarsi sul senso e sul significato di ciò che sente dire, perché in qualche modo la mente “si difende” da un eccesso di negatività. Inoltre, a differenza di qualche decennio fa, i giornalisti sono quasi tutti laureati e quindi dovrebbero possedere una certa cultura generale, una migliore capacità di selezione della gerarchia delle notizie, e una metodica sistematica nella ricerca e nella verifica delle fonti da cui traggono le informazioni. In realtà, la qualità dell’informazione non si suddivide tra quella che proviene da informatori laureati e quella fornita da non-laureati, ma dipende, come molte (forse tutte) attività umane dalla qualità delle singole persone. Ne ho la prova con la mia esperienza e le mie conoscenze personali.

Forse mi illudo, ma non smetto di pretendere che questi professionisti si impegnino di più a lavorare meglio, nell’interesse generale.

Dalla successione dinastica all’adozione: una lezione sulla leadership per i nostri giorni, proveniente dalla storia dell’Impero Romano

Alle Idi Marzo del 44 a. C. Caio Giulio Cesare cadeva sotto i pugnali dei congiurati Bruto, Cassio, Casca e c. sulla scalinata del Senato. Era appena stato nominato dictator per dieci anni,e molti lo temevano e pensavano che il suo potere, già immenso, dopo la sconfitta di Pompeo Magno a Farsalo nel 48, sarebbe diventato assoluto. A Roma, però, era in vigore ancora, sotto il profilo formale, la Repubblica. Cesare era stato magistrato della Repubblica in tutti i suoi gradi: censore, pretore, edìle, pontefice massimo e console. In ogni caso, la lotta per il potere fra populares e optimates e fra singoli potentati, continuava. Come sempre in ogni tempo e luogo: l’uomo “funziona” sempre allo stesso modo, caro lettore.

l’imperatore Antonino Pio

La morte di Cesare mise in moto un’altra guerra civile, dopo quelle tra Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla di mezzo secolo prima, e quella fra Cesare stesso e Pompeo, dalla quale emerse vittorioso su Marco Antonio, Ottaviano Augusto, nel 30/ 27 a. C., figlioccio di Cesare. Infatti, spesso questi capi erano parenti, o di sangue o di diritto, come nel caso dei due ultimi contendenti, dato che Marco Antonio era genero di Ottaviano.

Tiberio, figlio della moglie di Augusto, Livia, che lo aveva avuto da un precedente marito, non avrebbe dovuto raggiungere il vertice, cui era invece destinato Germanico, il grande generale che aveva tenuto lontane dal limes le tribù del Nord.

Molto spesso persone di vertice non morivano nel loro letto, ma avvelenati o trafitti da pugnali e daghe di congiurati, donne comprese, che a volte venivano fatte uccidere, come Messalina da Claudio imperatore, e a volte uccidevano loro stesse, come fece Agrippina nei confronti del marito imperatore Claudio, di cui era diventata moglie dopo Messalina.

Su 115 “imperatores”, diciamo da Augusto a Romolo Augustolo (476 d. C.) solo 34 di costoro morirono di morte naturale, solo un terzo!

Ti propongo, mio gentile lettore, un altro concetto: di solito si parla approssimativamente di “impero” più o meno dalla dittatura di Cesare, e certamente dall’inizio del principatus solitario di Augusto, ma vanno specificati alcuni aspetti non poco importanti. Questi capi di stato, e pure i loro successori, quantomeno fino a Vespasiano, non si definivano imperatores, ma principes, cioè primi inter pares. In realtà il termine “imperator” era una ulteriore sostantivazione da imperium, che era il comando di una legione o di un gruppo di legioni: era dunque un titolo di comando militare, come dire generale-in-capo. Attualmente, il presidente degli Stati Uniti d’America, forse la figura più simile a queste figure antiche di capi di stato, viene definito, soprattutto sotto il profilo militare, commander in chief, comandante in capo.

Tiberio fu un “imperator” controverso: buon generale, col tempo divenne paranoico e si ritirò da Roma nella sua villa di Capri, dalla quale governava tramite il Prefetto del pretorio Seiano. Suo figlio Druso fu sostituito nella candidatura a succedere al padre perché ucciso (da Seiano?… che fece la solita brutta fine) e così salì al potere il figlio di Germanico, Caligola. Ma abbiamo un “Caligola uno” e un “Caligola due”. Una malattia grave, dopo un inizio promettente della sua carriera di leader, lo colpì e lo cambiò profondamente: divenne schizofrenico e ne fece di tutti i colori. Fu ucciso dalla “solita” congiura, e salì al potere suo zio Claudio.

Claudio non era giovane, ma era un buon politico. Lo dobbiamo ricordare per l’ulteriore sviluppo delle politiche inclusive verso i provinciales e perfino verso tribù di confine che lui aveva ben conosciuto come comandante militare: è da leggere il suo famoso discorso in Senato con il quale riconosceva quasi il diritto delle diverse popolazioni di far parte anche delle maggiori magistrature dell’Urbe. Un leader meno clamoroso di altri, ma costruttivo. Abbiano detto che si liberò di Messalina, ma Agrippina, la seconda moglie, si liberò di lui, per favorire l’ascesa di Domizio Enobarbo Nero (Nerone), figlio natole da un precedente matrimonio.

La storiografia cristiana e quella degli optimates, dettero di Nerone un’immagine in gran parte ingiusta. I primi per la sua avversione a questa nuova religione tramite persecuzioni (Pietro e Paolo morirono sotto di lui), che non era solo tale, ma era anche una visione del mondo e uno stile di vita che un romano di potere, imbevuto di ellenismo, non poteva capire; i secondi, i benestanti, per le sue politiche fiscali che li colpì duramente. Nerone voleva soddisfare le sue manie di grandezza, facendo Roma sempre più imponente e bella. Anche dell’incendio famoso del 64 non può essere accusato: la Roma dei quartieri popolari era tutta di legno, e quindi facile preda di incendi dovuti anche alla vita quotidiana.

Con la morte di Nerone nel 68, che si fece uccidere da un liberto a nemmeno trenta anni, quando capì che non aveva più spazi, si ha la fine della dinastia Giulio-Claudia, e l’inizio di turbolenza notevoli.

Il ’69 fu l’anno dei quattro imperatori: Galba, Otone, Vitellio e… Flavio Vespasiano, che diede inizio a una breve dinastia con i figli Tito e Domiziano. Vespasiano è stato un grande generale, un uomo maturo e capace. Consolidò militarmente l’Impero e operò politiche sociali favorevoli al popolo, che lo sostenne. Tito proseguì le politiche del padre, poi tradite da Domiziano. Con Vespasiano si chiarisce la denominazione dell’imperator, che tale diventa anche formalmente, passando il regime da principato a dominato. Anche Domiziano entrò nel novero degli imperatori morti violentemente.

L’interregno di Cocceio Nerva durò solo quindici mesi, ché il vecchio senatore aveva, al momento della nomina alla massima magistratura, ben settantuno anni, per il tempo un’età da vegliardi. Ma nel passaggio fra Nerva e il suo successore accadde qualcosa di importantissimo nella scelta del leader dell’Impero, qualcosa che mi ha ispirato la redazione di questo pezzo. L’anziano imperator adottò un forte e generoso generale di origine cavalleresca ispanica, Marco Ulpio Traiano, sulla cui vicenda non mi intratterrò, salvo il necessario. Si interruppe, dunque, la tradizione del passaggio di potere ereditaria, ed iniziò, almeno per un secolo, la tradizione adozionica dei meliores, cioè dei migliori. Se si osservano i quattro imperatori consecutivamente “adottati” dal predecessore, Traiano (da Nerva), Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio, si nota una qualità elevata di leadership, molto superiore ad alcuni predecessori, specie della dinastia Giulio-Claudia. Ciò fa capire come la linea rigidamente ereditaria, quando si tratta di affidare l’esercizio di poteri significativi, o smisurati, come nel caso storico che sto trattando a modo di esempio, molto spesso è inadeguata e rischia di creare danni generali molto grandi.

Si può dunque dire che questo periodo, che afferisce essenzialmente al II secolo dopo Cristo, caratterizzato dal metodo delle “adozioni dei migliori”, è quello che ha “funzionato” meglio in tutta la storia dell’Impero romano, offrendo ai tempi e alla storia stessa, alcuni dei migliori imperatores, come quelli da Traiano agli Antonini. Qualcosa del genere, anche se in modo diverso e con meno coerenza e positività, sarebbe riuscito a fare duecent’anni più tardi Diocleziano, con l’istituzione della “tetrarchia” degli “Augusti” e dei “Cesari”. Anche allora, però, dopo due o tre decenni, Costantino prevalse su tutti, liquidando gli ultimi colleghi-competitores Massenzio e Licinio. Si pensi che questo grande generale, diventato imperator-basileus, non si fece scrupoli di uccidere la moglie Fausta e un figlio, mentre convocava il fondamentale Concilio di Nicea, per definire la dottrina trinitaria cristiana. In oriente, nella Seconda e nella Terza Roma, cioè a Istanbul e a Mosca, Costantino è venerato come Santo della Chiesa ortodossa.

Che lezione possiamo trarre per riflettere sulle leadership odierne? Siccome le monarchie sono oramai un puro “ornamento storico”, dovremmo parlare delle democrazie parlamentari e dei “presidenti” degli organi di governo di questi stati moderni, nati dopo la lezione di Montesquieu e delle Rivoluzioni inglese e francese, che spesso accompagnano, specie in Europa, le monarchie storiche, come in Scandinavia, in Gran Bretagna e in Spagna. Ebbene, vengono eletti… quelli che prendono più voti, chiunque essi siano. Abbiamo appena sperimentato in Italia come il suffragio universale (una testa un voto) abbia promosso personaggi di dubbio valore e di dubbio gusto. Lascio stare il tema politologico e mi rivolgo a a un’altra famiglia di gerarchie, forse psicologicamente e politologicamente più “sana”, quella aziendale.

Ebbene: sono testimone di diversi casi nei quali, mancando la qualità in famiglia, il titolare o l’azionista di riferimento ha trovato all’esterno della propria famiglia i successori più adatti a governare l’azienda, “adottando”, quasi, il successore. Che altro si può dire, se non che certi CEO (amministratori) sono figli adottivi di certi “padroni” che non hanno avuto la ventura (tyche, sorte, fortuna) di avere figli propri in grado di mandare avanti l’impresa fondata dai “padroni” storici?

Quando osservo certe situazioni, noto che il titolare-fondatore-maggiore azionista, non avendo individuato tra i figli un degno successore, di fatto “adotta” all’esterno quello che ritiene il “melior” della covata dirigenziale,e lo tratta come il figlio che non ha mai avuto. Potrei fare nomi e cognomi, ma non occorre, perché chi mi conosce sa a chi mi riferisco.

La leadership è dunque una capacità, un’abilità che non si trasmette geneticamente, ma si conquista con l’impegno individuale e l’impegno, diventando soprattutto capacità di reggere responsabilità e di cercare di continuare nel progetto lungimirante dei fondatori.

La “coincidentia oppositorum”, ovvero di come la diade bene/ male può aiutare l’uomo a comprendere il senso delle cose e della propria vita

Il cardinale Nicola di Kues (Nicola Cusano), insigne teologo e filosofo del secolo XV, sosteneva il concetto apparentemente contraddittorio e certamente ossimorico della coincidentia oppositorum. La coincidenza degli opposti. Secoli dopo l’onorevole Fanfani, insigne capo della Democrazia cristiana, avrebbe coniato il noto sintagma politologico di “opposti estremismi”, indicando con l’espressione i comunisti e i fascisti, proprio per nobilitare in assoluto la “centralità” democristiana, quella sì capace di interpretare tutte (o quasi) le istanze della popolazione italiana uscita da una guerra disastrosa e da un regime fallimentare.

Leggiamo un testo del Cusano, che si trova nella sua opera più importante, anch’essa un rinvio ossimorico… il De docta ignorantia. Docta-ignorantia, come a dire che, in qualche modo, anche se si sa il “massimo”, che non vuol dire “tutto”, si è limitati, mentre se si sa il “minimo”, si è comunque limitati. E’ una lezione per gli arroganti del sapere, che non mancano nemmeno ai nostri tempi, e una severa ammonizione per chi ritiene che la ricerca faticosa del sapere sia inutile; e anche di questo tipo umano non mancano esemplari, che spesso accompagnano la loro ignoranza colpevole con una notevole dose di arroganza.

Il massimo, del quale nulla può essere piú grande, essendo in modo semplice ed assoluto piú grande di quel che da noi si possa capire, poiché è verità infinita, noi non lo cogliamo altrimenti che in modo incomprensibile. Non essendo infatti esso della natura di quelle cose che ammettono un termine che supera ed uno che sia superato, esso è al di sopra di tutto ciò che da noi può essere concepito […].

È evidente che il minimo coincide con il massimo. E ciò ti sarà piú chiaro se ricondurrai il massimo ed il minimo nell’ambito della quantità. La massima quantità è infatti massimamente grande; la quantità minima è massimamente piccola. Libera dunque dalla quantità massimo e minimo, sottraendo intellettualmente l’esser grande e l’esser piccolo, e chiaramente vedrai che massimo e minimo coincidono. Cosí infatti è un superlativo il massimo come lo è il minimo. L’assoluta quantità pertanto non è piú massima che minima, poiché in essa coincidono massimo e minimo. Le opposizioni dunque convengono a quelle cose che ammettono termini che superano e termini superati, ed a queste cose convengono diverse opposizioni, ma in nessun modo ne convengono al massimo assoluto, poiché esso è al di sopra di ogni opposizione. Poiché quindi il massimo è assolutamente in atto tutte le cose che possono essere, e ciò al di fuori di qualunque opposizione, in modo che nel massimo cada identicamente il minimo, cosí esso è anche al di sopra di ogni affermazione come di ogni negazione. E tutto ciò che si concepisce come essere non è piú essere che non essere e non è piú non essere che essere. Ma esso è questa cosa in modo da essere tutte le cose, e cosí è tutte le cose da non esserne nessuna, e cosí massimamente ogni cosa determinata, che minimamente sia questa stessa cosa. Non è infatti diverso dire: “Dio che è la stessa massimità assoluta, è luce”, che dire: “Dio è massimamente luce, essendo minimamente luce”. […]

Ma ciò trascende ogni possibilità del nostro intelletto che non sa mettere insieme nel proprio principio i contraddittori in modo razionale, poiché noi ci muoviamo attraverso quelle realtà che ci vengono mostrate dalla stessa natura, e questa, cadendo lontano da quella infinita incapacità, non sa congiungere insieme gli stessi contraddittori, come quelli che sono separati da una distanza infinita. Al di sopra di ogni discorso razionale pertanto noi vediamo incomprensibilmente che la massimità assoluta è infinita, e che ad essa non si oppone nulla, e che con essa coincide il minimo.” (N. Cusano, De docta ignorantia, I, cap. IV)

La riflessione del cardinal Cusano pare contorta, poiché noi moderni non siamo abituati a questo periodare deduttivo-intuitivo e viceversa, ma, se si legge attentamente, si capisce ciò che il pensatore vuol dire.

Aggiungo: non dobbiamo pensare che lo 0 (zero) e l’infinito coincidano in modo letterale, così come, contraddicendo l’onorevole Amintore Fanfani, non possiamo ammettere che, sotto il profilo politologico, storico e morale comunismo e fascismo coincidano. Questi due modelli politici possono avere qualche cosa in comune come l’autoritarismo centralizzatore, presente in ambedue, e forse anche qualche criterio estetico: si consideri, ad esempio, la statuaria “fascista” del Foro Italico a Roma e in molti altri luoghi italiani, e quella “staliniana” presente in tutta la ex Unione Sovietica. Il tasso di pomposa retoricità dei tratti umani è più o meno pari, anche se i soggetti sono senz’altro molto differenti.

Ovvero, non si può dire che la diade bene/ male coincidano – siccome sono opposti e contrari – nel loro significato e nel loro valore. Si tratta invece di comprendere come esista una dialettica fra i due concetti morali che si rendono l’un l’altro necessari, proprio per una comprensione chiara del loro valore/ disvalore. Non si fa confusione giustapponendoli, perché si crea – invece – la possibilità, anzi la condizione indispensabile, per poterli valutare alla luce di un’etica dichiarata e declinata, dove il bene, cioè il fine, vale a dire il vero (direbbe Aristotele) sono chiari e visibili.

Tornando al sintagma cusaniano, si può dire che gli “opposti” si possono “toccare”, in quanto spiegano il paradosso del limite. L’uomo sa di avere dei limiti ma… non li conosce: è “condannato” ad esplorarli continuamente, se ne ha voglia, perché se è pigro questa ricerca non lo interessa. Cusano insegna dunque che l’esplorazione del limite è una sorta di dovere morale, di scelta etica, che qualifica gli esseri umani come intelligenze capaci di crescita, di deliberazioni e di scelte che mettono in questione la tentazione che può colpire chiunque, di attestarsi nelle comfort zone, dalle quali nulla esce e nelle quali nulla cresce, predisponendo un destino di declino: ecco che allora il tema della coincidentia oppositorum si pone come riflessione salubre, non solo sui limiti umani, ma anche sull’esigenza di ricercare – senza sosta e con perseveranza – di comprendere, evitando un atteggiamento superbamente “prometeico”, la complessità e il senso delle cose e della vita.

Il coraggio nascosto dell’Homo Italicus

Nel secondo libro dell’Etica a Nicomaco, Aristotele descrive il rapporto tra vizi e virtù contrapposte. Ad esempio, trattando del coraggio, lo giustappone alla paura, ma lo considera media virtus, perché all’estremo opposto c’è la temerarietà.

Goffredo Mameli sotto la cenere…

Il coraggio, dunque, è indispensabile per affrontare le avversità della vita, il dolore e la minaccia. Insieme con l’ira giusta è la virtù che conviene avere. Anche l’ira, pur essendo annoverata tra i vizi, diventa passione, quando è declinata a supporto del coraggio. I greci, con il termine aretè, cioè fortezza (coraggio) chiamavano addirittura la virtù in quanto tale, mentre l’altro nome di virtù era phronesis, cioè saggezza, prudenza: per Aristotele entrambe erano virtù etiche, ma la prudenza era anche virtù dianoetica, perché dialoga con la sapienza, cioè la sophia.

Questo impianto antropologico filosofico può funzionare anche oggi, quando questi termini sono stati tradotti in linguaggio corrente, più psicologico.

La premessa mi è utile per considerare il coraggio degli Italiani in questo frangente difficile. Nelle difficoltà gli Italiani è come se si svegliassero da un torpore generico e a volte un poco vile. Il dato etno-antropologico ci descrive come un popolo emotivo e poco combattivo, ma si tratta di una semplificazione madornale. Prima di tutto vi è da dire che gli Italiani sono un “popolo di popoli”, poiché – ad esempio – il carattere dei Friulani è molto diverso da quello dei Campani, mentre può essere in qualche modo giustapposto a quello degli Abruzzesi e dei Sardi, che è forte e di poche parole. I Lombardi e i Piemontesi sono determinati, per la loro storia e la loro attualità. I Romani non assomigliano per nulla ai loro antenati della Roma repubblicana, ricordando piuttosto il Tardo Impero Romano, diciamo da Decio in poi (250 ca d. C.).

In mezzo a tutti, poi, ci sono i leoni da tastiera, gli imbecilli che creano disordine e caos, divertendosi miseramente con le loro idiote bufale che spargono a pieni bit sul web e nei social. Come si dice, la mamma degli imbecilli è sempre incinta.

Sono una minoranza, ma molto dannosi, perché l’effetto moltiplicatore del web può essere devastante. La maggioranza delle persone, a partire da medici e paramedici sta mostrando una capacità di lavoro e di resistenza straordinari o… ordinari (meglio dire), perché è ” nelle corde” della nostra gente. I “buoni”, direbbero Platone e sant’Agostino (non quello pessimista della predestinazione), sono sempre in più dei “cattivi” e il padre Urs von Balthasar ci confermerebbe la sua idea, di stampo origeniano, di un inferno… vuoto e di un demonio sconfitto e implorante davanti all’Incondizionato.

Torna in mente il libro biblico dedicato a quel gran (nel senso di ricco) signore che era Giobbe, che Iahwe sapeva essere talmente forte da metterlo nelle mani del satana, affinché questi lo tormentasse in tutti i modi, con la malattia, con il ripudio da parte della moglie, con la morte dei figli, con la perdita di tutti i beni, in quanto sapeva che avrebbe resistito a tutte le tentazioni, che anche i suoi “migliori” amici gli facevano balenare.

I nostri medici, i nostri infermieri e infermiere, in queste settimane sono come Giobbe, sudati e stanchi, probabilmente sporchi e affamati, ma non mollano, stanno sul fronte, sulla trincea dove davanti a loro non hanno pericolosi cecchini con il Mauser, ma invisibili molecole che vagolano libere come l’aria, nell’aria, negli e dagli effluvi umani.

Giobbe, lo sappiamo dal grande scrittore biblico che ne narra le vicende, alla fine vive, vince, recupera tutto quello che aveva, ed era molto ricco, facciamo conto un Bill Gates dei nostri tempi. Recupera tutto, perché ha creduto, ha avuto fede.

Altri “Giobbe” sono gli insegnanti, che si sono ri-qualificati in utilizzatori del web, di tutte le età si sono messi in gioco con skype, superando l’esigenza dell’insegnamento in presenza, che sappiamo essere in assoluto il più efficace.

Gli investimenti governativi su questa vicenda sembrano essere cospicui, ma sono solo per l’emergenza: il Covid-19 spero ci insegni, anzi insegni ai governanti, che sanità e scuola sono i punti di forza assoluti: occorre mettere a disposizione più risorse in modo definitivo, anche per rendere le retribuzioni proporzionate a una misura di dignità che è ampiamente misconosciuta per i medici giovani e per tutti gli insegnanti, che sono pagati una miseria, in Italia. Faccio un esempio: un professore di liceo di quarant’anni oggi guadagna circa 1700 euro netti al mese: rispetto a un mercato del lavoro inteso in senso generale, la retribuzione corretta dovrebbe essere di almeno 2500 euro netti al mese, vale a dire come quella di un quadro delle aziende private. Un medico giovane, sotto i trent’anni, dovrebbe percepire almeno 2000 euro netti al mese, e così via.

Denari ben investiti in giustizia retributiva (cf. libro V dell’Etica a Nicomaco di Aristotele).

Il coraggio, dunque, è una virtù, un valore, un principio, per declinare il concetto nei tre modi quasi equivalenti, è oggi fondamentale, così come la prudenza, altra virtus virtutum, che equilibra il comportamento umano, che oggi dobbiamo coltivare con determinazione e perseveranza.

Il lascito di questa vicenda, che genererà ancora dolore e perdita, potrà essere una crescita di consapevolezza e perfino di cultura, se si continuerà a viverla come, mi pare, gli Italiani stanno mostrando di saperla vivere.

E, come suggerisce Raffaele Morelli, questo è il tempo del fare, dello scrivere, del leggere, non quello dei bilanci. Non pensiamo al futuro, a pro-getti, cioè non gettiamo-avanti i pensieri, ma pensiamo a ciò che facciamo, alla musica che ascoltiamo. Haendel e Miles Davis, Maria Kalogeropoulos, la Callas, Montale, Dante, il Leopardi della Ginestra, il racconto di Renzo e Lucia, Steinbeck, NCIS e Chicago PD, Fellini e Scorsese, Kubrick e Sergio Leone, siano nostri amici.

Un malato di SLA ci parla dalla tv dicendo una frase degna di Platone, del Buddha e di Gesù di Nazaret: “Ci stiamo accorgendo di essere tutti uguali“.

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