Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Evviva! Biden è il Presidente di tutti gli Americani, nello squallore deluso dei trumpiani nostrani. Occorre una sinistra moderata e una destra propositiva: perché “zio Joe” è il “democristiano giusto” per questo momento storico dell’America e del mondo, e perché, purtroppo, Trump è il cieco distruttore di una utile destra liberale. Comunque è la fine di un incubo durato quattro anni, incubo iniziato nel comico e tramontato nel grottesco

Non so perché qualche brillante intellettuale italiano, ancorché “di sinistra”, sta definendo la figura del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America fiacco, sbiadito e mediocre. Certamente la figura del nuovo Commander in chief, non spicca per carisma esteriore come un Obama o un Clinton, di trent’anni più giovani all’atto dell’elezione, ma ciò significa poco o nulla. Anche Blair sembrava avere carisma, e poi s’è visto quanto fosse fasullo, come politico e come socialdemocratico, quando imbrogliò il mondo con la pericolosa e immorale falsificazione storica delle armi di distruzione di massa – inesistenti – di Saddam l’Irakeno.

Purtroppo, a volte la sinistra italiana si innamora di leader quasi trasparenti per valore reale, come il citato Tony e come – in parte – Obama stesso, piuttosto mediocre in politica estera. Si ricordino le sue poche idee e confuse sulla Siria, quando, se non fosse stato per papa Francesco, si sarebbe imbarcato in una guerra contro il crudele Assad, per cui sarebbe stato obiettivamente alleato dell’Isis. Incredible! E come quando seguì la follia vigliacca di Sarkozy nell’attacco a Gheddafi. La Libia e l’intero Mediterraneo ancora stanno pagando per quegli errori di strategia politico-militare, e l’Italia in particolare.

Questi politici statunitensi, anche se possiedono brillanti titoli accademici, dottorati etc. (mi piacerebbe vedere quanto sia realmente difficile conseguire i loro titoli di studio, avendo necessariamente mucho dinero a disposizione) conseguiti a Yale, Stanford o Harvard, sono ignorantissimi in storia.

Quando parlo di saggezza della destra americana penso a Bush senior, che si fermò prima di arrivare a Bagdad, a differenza del suo indegno figlio e del compare di questi, il citato liblab inglese; e penso anche a Nixon, poverino di qualità, peraltro, ma capace di far finire la Guerra del Vietnam, forse la pagina più vergognosa della Storia degli USA. Se vogliamo essere realisti, anche considerando la questione da “sinistra”, una destra seria è indispensabile: ricordiamoci di Eisenhower, mentre a volte la “sinistra” americana in qualche modo s’inceppa, talvolta anche nelle esperienze più gloriose, come quella del magnifico J. F. K.. Ricordati della Baia dei Porci, caro Presidente John Fitzgerald!

Per questo ritengo Trump colpevole, oltre che verso l’America e il Mondo, anche per la sua pericolosa e quasi folle insipienza, forse ancora di più nei confronti del suo schieramento politico, che lo deve ringraziare (scherzo) per il disastro che ha compiuto. Eppure, va aggiunto, avendo preso oltre 70 milioni di voti significa che gli USA hanno una base popolar-populista che rappresenta quasi metà della Nazione e, anche se repubblicani classici come George W. Bush e il generale Colin Powell non sono trumpiani, il problema di Biden sarà come dialogare con questa metà del popolo americano.

E torniamo al supposto scarso carisma di Joe Biden, come sostengono diversi radical chic italioti.

Max Weber ci ha insegnato che il carisma è un dono in-divenire, echeggiando quasi san Paolo che parla di carismi, cioè di doni del Signore, specifici, destinati alla solidarietà tra fratelli, tra uguali.

Tornando al carisma, caro lettore, quante volte ci è capitato di osservare che un sindaco eletto da outsider, si è rivelato rapidamente molto valido e capace di amministrare, e anche carismatico? Che cosa significa ciò? Che il carisma, come molte altre qualità umane, non è del tutto innato, ma in buona misura è costruibile, mediante l’esperienza, l’ascolto e la cultura, oh cari amici troppo impressionabili dagli uomini “forti” e un po’ tromboni, come echeggia il morfema cognominale dell’americano graziaddio oggi perdente.

Grazie a Dio, e al Popolo americano, The Donald termina qui la sua carriera tra il fantastico e il pazzoide. Evviva. Quella grande Nazione ora si merita altro.

Mi basta esprimere la mia soddisfazione per questa svolta, utile per gli Americani e il Mondo, essendo stato mandato a casa un pazzoide narcisista e incompetente.

Un’osservazione non può non riguardare la stampa, anzi i media. Continuo a sentir utilizzare un po’ ovunque, in tv, sul web e sul cartaceo, un verbo assurdo quando si parla del feroce e irrazionale disappunto di Trump per la sconfitta. Sento infatti usare l’espressione “Trump NON CONCEDE la vittoria a Biden“, Ma, santoiddio, come si fa a usare il verbo concedere, quando non si tratta di una concessione graziosa da parte di un sovrano assoluto come nella Francia del XVII secolo, quando Luigi XIV poteva concedere o meno un privilegio o una sinecura a un vescovo o a un marchese, perché ai nostri tempi si tratta di un’elezione democratica, il cui risultato è oggettivo: chi prende più voti vince, altro che “concedere, riconoscere”.

Dei sentimenti di Trump verso la sua sconfitta ci può interessare molto, se siamo suoi tifosi, ma non è il mio caso, come si capisce, poiché io lo aborro per disistima e per comprensione lucida del rischio che costituisce un tipo come lui, provvisto legalmente di un potere immenso. Dei sentimenti, delle sue concessioni, dei suoi riconoscimenti nulla mi cale, caro lettore.

Buen retiro in salute, mio per niente caro immobiliarista fallito e politico pericoloso.

Un’ultima riflessione merita questa conclusione delle presidenziali americane. Il nuovo Presidente, mettendosi in posizione da leader, ha voluto citare il capitolo terzo del Qoèlet, là dove lo scrittore biblico afferma, tra altre alternative esistenziali opposte, che vi è un tempo per il male e un tempo per la guarigione. Ecco, l’America ora è nelle condizioni per guarire da una serie di malattie morali e sociali gravi: l’odio per il sapere, l’odio per la democrazia, l’avversione per le grandi strutture internazionali come l’Unione Europea, un titillare continuo la violenza razziale, il disprezzo per le problematiche del clima globale, e altro che il populismo trumpiano ha cavalcato per quattro anni e ora è stato fermato. Epperò, se Biden ha preso quasi 75 milioni di voti, Trump ha superato la cifra di 70 milioni: ciò significa che gli USA sono una grande e composita Nazione spezzata in due.

Forse il compito primario del nuovo ticket presidenziale, nel quale la signora Harris può rappresentare il futuro (se non si monterà la testa, visto che è meticcia, intelligente e bella, tre caratteristiche perfette per il politically correct), e sarà l’impegno più arduo, potrebbe essere il lavoro di unificazione patriottica.

Caro Presidente Macron,

fin dall’inizio del suo mandato presidenziale, non ho provato una particolare simpatia per lei. Si sa che simpatia e antipatia percorrono strade e flussi emotivi misteriosi. Non mi “prendeva” il suo appartenere a un’élite alto-borghese che mi è distante, io figlio d’operai e studioso con le mie sole forze.

Da una settimana, i colleghi della importante Associazione Italiana della Consulenza filosofica e della Filosofia Pratica Phronesis (lei sa che in greco antico la parola significa Prudenza/ Saggezza, proprio la sagesse in francese) mi hanno democraticamente eletto Presidente per un biennio. Peraltro sono un professionista che si occupa di Etica in medie e grandi imprese e fa il professore in ambito accademico.

Ma non le scrivo nella veste di Presidente di Phronesis. Le scrivo come persona e come studioso.

Ovviamente conosco bene la storia della sua grande Nazione e l’importanza che ha avuto nella Storia grande, dell’Europa e del mondo. Senza indugiare su altri importanti momenti di questa storia nazionale, mi soffermo un momento sulle tre parole-valori, sulle tre idee-forza che hanno ispirato i rivoluzionari del 1789: Liberté, Fraternité, Egalité. Non commenterò il secondo e il terzo dei tre termini, che meriterebbero adeguate riflessioni.

Mi soffermerò invece solo sul primo, la Liberté. Penso che lei sappia che i Greci antichi avevano due termini per dire “Libertà”, mentre noi neolatini ne abbiamo uno solo. I Greci usavano il termine (qui traslitterato) Eleutherìa, per significare “libertà-di-fare” in genere, mentre utilizzavano la parola Parresìa, per dire “libertà-di-dire”.

Ecco, vede, i Greci distinguevano le due “libertà”, sapendo bene che un termine di tal fatta non può essere compreso e utilizzato da chiunque nello stesso modo. Questo popolo sapiente, che ci ha dato i fondamenti della nostra comune cultura generale, aveva bene presente che occorre misurare con saggezza (ecco!) le parole che si utilizzano nei vari ambienti e momenti e conseguentemente anche le azioni che si compiono, le quali debbono essere proporzionate e congrue alle varie diverse esigenze dalla vita.

I grandi filosofi medievali, italiani, tedeschi, francesi, inglesi, hanno poi sviluppato la comprensione del termine “libertà”, spiegando bene che si tratta di un valore sempre connesso alle condizioni oggettive di chi lo utilizza nella sua propria vita. In altre parole, la libertà non è mai assoluta, cioè sciolta da ogni vincolo, ma è sempre in-relazione con circostanze e interlocutori vari, presenti nella vita di ogni persona.

Tommaso d’Aquino, in particolare, gigante del pensiero universale, che lei certamente ha sentito nominare, ma non so se ha studiato nei suoi corsi di diritto, ha spiegato bene che la libertà non è “fare-ciò-che-si-vuole”, poiché ciò è impossibile, ma è “volere-ciò-che-si-fa”, ribaltando la logica della decisione. Tommaso, sulle tracce della psicologia aristotelica, sapeva molto bene che, prima di mettere in atto un’azione libera, bisogna pensarci, riflettendo con cura sulla situazione, sui pro e sui contro della decisione da assumere.

Aggiungo: la visione tommasiana, approfondita in pieno Medioevo, è superiore per acutezza, a parer mio, alla visione liberale apparsa primariamente nelle culture settecentesche inglesi e francesi. Pensatori come i suoi Voltaire, Diderot, D’Alembert, oppure come Locke e Hume, e successivamente come Stuart Mill, e molti altri più recentemente (tra costoro cito solo i suoi Michel Foucault e Jean-Paul Sartre), hanno delineato la filosofia liberale sulla “libertà”, sostenendo che “la libertà di ciascuno termina dove ha inizio la libertà altrui”. Qui, pardon, ho ripreso solo in maniera parafrastica quelle tesi.

Qui sta il punto. La visione liberale non è sufficiente. Quello che voglio dirle è che sarebbe bene tornare a Tommaso d’Aquino, anche per parlare della libertà in Francia e della sua tutela in questi periodi drammatici che sta vivendo la sua Patria. Lei sta sostenendo che si deve difendere la laicità e la libertà di espressione in Francia, ripetendo che le vignette su Mohamed pubblicate da Charlie Ebdo, possono, anzi debbono, essere utilizzate nella formazione scolastica. Non mi dichiaro contrario all’utilizzo di ogni esempio che spieghi che cosa sia la libertà di espressione.

Discuto l’opportunità di calcare la mano sul tema, in questo momento storico e della cultura mondiale.

E vengo a una metafora illuminante, tipica della tradizione popolare italiana, questa: “si deve abbeverare il cavallo nella misura in cui ha bisogno di acqua“, poiché, si intende, oltre quella misura il cavallo non beve. Che cosa significa questo modo di dire popolare italiano? Significa che non si può pretendere di affermare e spiegare il proprio concetto di libertà a tutto il mondo, e anche a immense masse poco alfabetizzate, come se lei stesse tenendo un seminario alla Sorbonne.

Bisogna adeguare il linguaggio e il lessico al pubblico, al target che si desidera raggiungere. Insistere su Charlie Ebdo per spiegare la libertà-alla-francese è sbagliato e dannoso. Eviti di insistere, perché in questo modo dà adito a chi conosce bene quel target, di agire (sto pensando al presidente-dittatore della grande e bellissima Nazione turca, che non va confusa con questo politico furbo e opportunista) facendo una gran confusione e incitando alla violenza persone senza cultura e inclini alla violenza.

I recenti tragici fatti di Parigi e di Nizza mi hanno ispirato questa lettera personale, mentre qui non ho inteso trattare la grande questione delle migrazioni, che richiede altro tempo e spazio scrittorio. Mi creda e ci pensi, presidente Macron.

Glielo suggerisce un filosofo italiano.

Sapere sapido vs. ignoranza insipida

Sàpere in latino vuol dire avere-sapore, non essere insipidi. Si può dire dei cibi, delle bevande e, metaforicamente, anche degli esseri umani. Se un cibo è insipido occorre aggiungere sale. Il sale è stato ed è nella vicenda umana, non solo un ingrediente essenziale per la vita biologica, ma anche un modo per riconoscere il valore di oggetti, di strumenti e di lavoro effettuato da qualcuno per qualcun altro: una modalità di pagamento delle merci e del lavoro prestato, da cui il conosciutissimo termine, ancora largamente in vigore, di salario, come pagamento, mercede, compenso, stipendio.

Doni dello Spirito Santo

Inoltre, voltando in metafora e sostantivando il concetto attributivo di insipido si arriva all’insipienza, cioè alla mancanza di sapienza, e ciò si attaglia perfettamente all’umano. Un uomo insipido è banale, noioso, perfino squallido. E quindi, prima ancora che nascesse nell’accezione comune il semema del sapère, esso viveva nel lemma il semema dell’averesapore. Interessante, vero? La metafora, come perenne respiro dello spirito, ha fatto poi il resto.

La sapienza, o sophia / sapientia, secondo i classici greco-latini e la tradizione cristiano antica è cosa diversa dalla scienza, o scientia / epistème . Secondo la teologia cristiana la Sapienza e è dono dello Spirito Santo, nientemeno, insieme con l’Intelletto, il Consiglio, etc.

Non necessariamente il sapiente è uno colto, un professore, un ricercatore, un erudito, un accademico. Quanti di costoro in questo “periodo-Covid” si stanno rivelando ben poco sapienti, e invece tanto e poi tanto saccenti! Basti pensare ai penosi (che sarebbero comici se la situazione sociale attuale non fosse tra l’impegnativo e il drammatico) conflitti tra virologi, infettivologi, immunologi, anestesisti et varia humanitas.

Quando costoro si scontrano sul web, in tv e sulla stampa, aiutati (fo per dir) da una categoria spesso corriva e opportunista come quella dei giornalisti, la pena che suscitano in me è solo appena inferiore alla preoccupazione, perché, se io penso di avere un senso critico ed elementi culturali adeguati per un discernimento buono delle cose che dicono per criticarle opportunamente, dandovi credito o meno, la stragrande maggioranza delle persone, a partire da quelle più in età, cedono a una preoccupazione talora irrecuperabile.

Sto osservando persone anziane ammutolite, preoccupate, spaventate. I media ci mettono davanti casi che talora rasentano o superano la disperazione. I professionisti della rivolta, le mafie e gli estremisti senza arte ne parte, di destra e di “sinistra” possono approfittare di questa confusione, agendo negli interstizi della società, per le vie e sulle piazze, che vengono occupate e vandalizzate.

E dunque la sapienza, come dono dello Spirito, ma anche (per l’agnostico) come esercizio intellettuale onesto e documentato, è uno strumento fondamentale per uscire da questa situazione informativa terrorizzante, scarsamente documentata e squilibrata, pericolosa e disonesta.

Ogni giorno le notizie che ci giungono, in ordine di quantità temporale utilizzata dai media, prima il Covid, poi Trump/ Biden, poi tutto il resto, e non importa che decine di guerre endemiche facciano ogni giorno centinaia di morti e feriti, terrorismi di ogni genere e specie, siano più letali per il genere umano dei due primi titoli. Continua così, nell’informazione, il gioco continuo dell’agire mediatico, che è un agire decisivo per la vita sociale.

La sapienza è da sempre un dono senza età e che non necessita di titoli accademici. Sapiente può essere il pescatore di Filicudi e la nonna vedova della Val di Non, l’operatore ecologico della periferia milanese e il giardiniere viterbese, mentre insipiente (e insipido) può essere il docente sussiegoso, il manager arrogante, la influencer sdegnosa. Eppure, il secondo gruppo elenca persone di successo e di potere, mentre il primo gruppo indica persone “senza-nome” e senza potere.

Dunque, la sapienza non coincide con il potere, non coincide con il sapere acclarato da titoli ed onori. La sapienza, piuttosto, è la persona stessa, con i suoi pregi e difetti, con la sua capacità di verità, con la sua intera vita che è essa stessa relazione comunicativa.

Natura umana e diritti civili

C’è chi si è sorpreso per quanto ha detto papa Francesco sulle unioni civili delle coppie omosessuali, quando ha affermato che queste coppie hanno dei diritti civili come tutte le altre persone e tipologie di coppia, distinguendo con nettezza, però, fra questo tipo di convivenza e il matrimonio cattolico. Sento parlare di “teologi contro”. Ebbene, anch’io ho il titolo accademico maggiore in Teologia e Filosofia e qui dico la mia.

Il papa, come suo solito, non è stato ambiguo, e di questi tempi nei quali la comunicazione s’è fatta confusa e confusiva, è un indubbio merito.

L’omosessualità è uno stato di vita di tipo diverso da quello etero.

Oggi possiamo dire che l’omosessualità “è una variante naturale del comportamento animale che comporta l’attrazione emozionale, affettiva e/ o sessuale verso persone dello stesso sesso.”

Dico subito che in molte antiche culture le modalità relazionali omo sono state molto diffuse. Nel corso del tempo e dei diversi territori l’omosessualità è stata accettate o aborrita, sia dal punto di vista della sensibilità culturale e sociale, sia dal punto di vista giuridico-legale.

Nel primo caso questo comportamento veniva considerato come una manifestazione di arricchimento della qualità delle relazioni interumane, mentre nel secondo caso veniva denegato e punito penalmente a livello civile, e considerato peccaminoso dalle morali religiose, come quella cristiano cattolica.

Nella seconda metà del secolo scorso la nozione di omosessualità non è stata più considerata malattia o crimine, mentre in ambito ecclesiologico cattolico ha continuato a costituire figura di peccato morale. Sotto il profilo scientifico internazionale vien tolta dalla International Statistical Classification of Diseases, Injuries anda Causes of Death (17 maggio 1990).

In questo momento, comunque, varie e diverse sono le legislazioni vigenti nelle Nazioni di ogni continente, dalla restrittiva (e occhiuta) Polonia alla iperliberal Australia. In certe regioni a cultura islamica (islamista) l’atto omosessuale è addirittura punito con la morte. Dire in questo caso “medioevo” è fare un grave torto al “Medioevo”.

Non vi è dubbio che molte persone con tendenze omosessuali non ne parlino, temendo la disapprovazione sociale e anche l’emarginazione e la condanna morale. Non è, peraltro, vero, che le esplicitazioni di questo stato di vita risalga solo ad anni recenti, poiché anche nell’Ottocento vi furono manifestazioni ed esternazioni di queste modalità sessuali individuali. Situazioni evidenti di omofobia si registrano tuttora in molti luoghi. Le dizioni lesbica e gay sono comunque abbastanza accettate nella comunicazione di massa.

Si possono citare in tema gli studi (risalenti agli anni ’70) di Michel Foucault, che svilupparono una tesi sociologico-culturale dell’omosessualità da giustapporre a quella biologistica. Per il filosofo francese la sessualità umana dipenderebbe essenzialmente dalle strutture sociali e familiari e dalle varie modalità di esercizio del potere socio-politico. In altre parole, nei suoi volumi intitolati Storia della sessualità (trilogia divisa in La volontà di SapereL’uso dei piacereiLa cura di sé ai quali si unisce l’incompiuto e recentissimamente pubblicato Le confessioni della carne) Foucault “riscopre e rivaluta il concetto di “afrodisia“, ovvero tutto quanto pertiene all’ambito della sessualità, facendone un concetto essenzialmente culturale, nel quale la posta in gioco non è la carne e il piacere della pratica sessuale, ma lo status degli attori sociali, siano essi uomini, donne, giovani.” (dal web)

Tornando indietro nel tempo, possiamo citare alcuni aspetti storici del tema sessuale, osservando quanto avveniva nella Grecia classica. In quei tempi la vita sessuale non era caratterizzata da aure morali o moralistiche: era come la medicina, la dietetica e la… ginnastica. Il rituale erotico-sessuale era un modo tranquillamente accettato dalla cultura del tempo, anche se si distingueva a seconda delle classi sociali. In generale, si trattava di praticare il sesso in modo equilibrato, per evitare guai di carattere salutistico, e non per altre ragioni, ad esempio di tipo etico.

Tutto cambiò con l’etica cristiana primigenia, ancorché mutuata dalle Scritture (lo dico tranquillamente da teologo) in modo letteralistico e oltremodo occhiuto. Il sesso venne considerato instrumentum diaboli e fomite di peccaminosità. Mi dolgo che tale visione abbia accompagnato (ufficialmente) per millenni la dottrina morale cristiana e cattolica in particolare. Diciamo che, fino ad anni molto prossimi, il popolo non doveva peccare, mentre le guide del popolo potevano farlo, purché non coram populo. Peccare sessualmente provocava imbarazzo e condanna sociale. Solo con papa Francesco qualcosa sta cambiando sul piano normativo, ma già papa Benedetto XVI aveva scritto qualcosa di molto chiaro per la valorizzazione della dimensione erotica dell’amore. Ma la sua splendida enciclica Deus Caritas est è più citata che letta. Si fa fatica a leggere e nessuna fatica a citare ciò che altri hanno scritto e letto.

Tornando ai Greci, a quei tempi l’erotismo era un gioco estetizzante, nel quale entrava anche l’omosessualità, come variante del tutto naturale.

Foucault, nei testi sopra citati, ha posto l’accento sull’asimmetria sociale del gioco erotico in quei tempi storici, là dove si distingueva chi aveva potere e chi non lo aveva, chi poteva corteggiare (l’eràstes) un uomo o una donna, e chi poteva essere corteggiato (l’eròmenos). Il giovane maschio adulto benestante poteva intrattenere rapporti con giovanissimi maschi e giovani donne in condizione di schiavitù. Non vi era un rapporto tra pari. Questo ufficialmente, ma altre fonti attestano che si praticavano spesso e volentieri anche rapporti fra “pari” a livello sociale (ne parla lo stesso Platone nel Simposio e ne Le Leggi).

Varie fonti parlano anche del dono come strumento di approccio e corteggiamento per poi procedere in ambito sessuale. Si dia anche uno sguardo al ben successivo Satiricon dello scrittore latino Petronio Arbitro.

Questi rapporti non avevano necessariamente una componente fisica, poiché spesso predominante era la componente amicale, e perfino pedagogica: nella stessa esperienza socratica, come si legge quando il racconto platonico propone l’amicizia di Alcibiade, che non si sarebbe fermato alla paidèia, ma fu Socrate a fermarlo ben prima della soglia dell’atto omosessuale.

Foucault ritiene che il sesso praticato o evitato, così come la bulimia e il digiuno siano state pratiche completamente umane e non criticabili sotto il profilo morale, perché appartenenti a una cultura che le ammetteva dentro una possibilità analitica e valutativa di un pensiero umano essenzialmente individualistico dell’Età Ellenistica.

Sicuramente il giudizio di negatività del sesso praticato e soprattutto dell’omosessualità, tipiche della cultura morale cristiana, tocca dirlo, è stato anche un instrumentum regni, un modo del dominio delle gerarchie.

Non temo di proporre queste riflessioni, sapendo che sono controverse. Sono un cristiano cattolico, e un teologo-filosofo che riflette, sia sulla base scritturistica, sia sulla base della ricerca filosofica laica, convinto – ovviamente – di non possedere la verità, ma sempre costantemente appassionato alla sua ricerca, almeno di un frammento di essa, che ci supera infinitamente.

Nel mio piccolo, ho cercato di capire di più studiando per anni questo tema nei racconti biblici e alla fine ho pubblicato un volume cospicuo, che è stato letto e accettato anche in ambienti ecclesiastici: La Parola e i Simboli nella Bibbia per una Teologia dell’Eros, edito da Cantagalli di Siena.

Spero che questa mia fatica sia stata utile anche a qualcuno (oltre che a me stesso).

Sono a tua immagine…

Sono a tua immagine secondo l’ordine della fisicità..

Sono a tua immagine secondo l’ordine dello psichismo…

Sono a tua immagine secondo l’ordine della spiritualità...

Una anafora filosofica oppure una poesia eucologica per dire che abbiamo la stessa identica dignità, fra tutti gli uomini e donne di questo mondo. E potremmo continuare, così: sono a tua immagine secondo l’ordine del valore; sono a tua immagine secondo l’ordine del dolore; sono a tua immagine secondo l’ordine dei diritti; sono a tua immagine secondo l’ordine dei doveri; sono a tua immagine secondo l’ordine della Terra; sono a tua immagine secondo l’ordine della vita.

Ecco: una lezione semplice di antropologia filosofica e di etica generale, caro lettore.

Ve ne è un grande bisogno, perché sembra che – in giro – queste semplici nozioni non siano note più di tanto. La confusione regna quasi sovrana nei media e nelle politiche mondiali. Confusione e cattiva coscienza.

Anche qualche giorno fa, dopo le solite oramai stantie, ripetitive, noiose e inutilmente impaurenti (chissà cui prodest? o sono paranoico?) notizie sulla pandemia, si apprende che a Reggio Emilia, in un agguato, vengono gravemente feriti tre giovani. Come a Bastia Umbra, Come a Colleferro. Ed è poca cosa rispetto ad altri e più gravi episodi che accadono per il mondo. Uno, esemplificativo, la decapitazione islamista dell’insegnante parigino.

Farei imparare a memoria almeno le tre righe dell’inizio di questo pezzo, e recitare obbligatoriamente tre o cinque volte al giorno a tutti. A volte imparare a memoria è utile, come insegnavano i maestri elementari fino agli anni ’60 e poco oltre. A quei tempi si trattava non solo di far recitare a memoria delle poesie, ma anche di esercitare la memoria stessa. Senza avere le nozioni che oggi sono di dominio pubblico tramite la divulgazione scientifica, più o meno tutti sanno che il cervello e la sua parte cortical-razionale in particolare, è un “oggetto plastico”, che cambia, fino a una certa età aumentando i neuroni e successivamente e fino alla morte, le sinapsi, cioè i collegamenti interneuronali.

Il cervello, che produce in qualche modo mente e psiche, può arricchirsi con l’esercizio mnemonico e con il dialogo, con lo studio e l’osservazione del mondo. Di che cosa avrebbero bisogno gli imbecilli di Colleferro, Bastia Umbra e Reggio Emilia e il delinquente diciottenne di Paris-Conflans? Di buoni maestri che gli insegnino a memoria la preghiera di cui più sopra.

Per i figuri citati, che cosa può significare che, scientificamente, tutti gli esseri umani hanno pari dignità? Può significare qualcosa? Magari un qualcosa che li faccia riflettere prima di agire come hanno agito? Non lo so perché non li conosco personalmente e il quarto, quello di Parigi è morto nelle circostanze successive al suo feroce omicidio.

Ecco, mi soffermo su questo ceceno giovanissimo. La disgraziata nazione caucasica è in guerra da decenni. Il sovietismo decaduto trent’anni fa è stato sostituito in modi ancora più rozzi e brutali da un islamismo fanatico che permea diverse fazioni in lotta. Ciò non significa che manchino istanze di libertà negate, ma il melting pot cultural-religioso ha creato spazi per la violenza dichiarata e praticata. Non pochi fuggiaschi hanno trovato risposte, appunto, nell’islam radicale predicato dallo Stato islamico e da imam fortemente inclini alla violenza verbale. E in casa, che maestri ha avuto questo giovine di nome Abdoullakh etc., già morto prima di capirci qualcosa, della vita?

Mi chiedo come abbia potuto così facilmente sopraffare un cinquantenne, come il professor Paty. Forse che quest’ultimo era un omettino fragile e lui un possente giovanotto allenato? Può essere. Anche questo è un tema. Possibile che non ci si possa difendere da un assalitore solitario? E’ chiaro che lo Stato non ha uomini a sufficienza per difendere tutti coloro che si trovano in situazioni potenzialmente pericolose. Anche in Francia, come in Italia, lavorano quasi un milione di insegnanti. Nemmeno tutto l’organico dell’Esercito, della Polizia a della Gendarmeria sarebbe sufficiente. Purtroppo la Francia si trova in una situazione storica e geo-politica infinitamente più pericolosa dell’Italia.

La Francia è stata uno dei principali Paesi colonialisti e anche recentemente ha commesso errori macroscopici nelle politiche militari, come l’ingerenza fellona e criminale di Sarkozy in Libia nel 2011. Detto questo, se pure in soldoni, occorre puntare l’attenzione proprio sull’educazione e sulla formazione, non solo scolastica, ma anche familiare e territoriale. La Francia ha bisogno di maestri e di filosofi di strada, sì, di filosofi di strada.

Fossi in quella Nazione che ammiro anche se a volte mi fa un po’ di rabbia, proporrei proprio un “Progetto Socrate” da finanziare perché degli esperti in discipline antropologiche ed etiche vadano nelle banlieu e, con i dovuti modi dialogici (socratici), si fermino a discutere con tutti, sugli usci e per strada, nei bistrot e nei parcheggi… ovunque.

Una fola? Caro Macron, provi a pensarci.

E in Italia? Anche da noi potrebbe essere un’idea. Di che cosa c’è bisogno se non di questo, di riprendere una via come quella del pensiero? Troppo poco questa principale facoltà psichica e spirituale appare nel suo immenso potere nel giro e nel gioco imponenti della comunicazione e dell’informazione sociale.

Il pensiero razionale è più spesso negletto, dimenticato, disprezzato. Si può addirittura notare in certe persone e in certi ambienti quasi un odio per la cultura, laddove la componente della gelosia e dell’invidia addirittura è minoritaria rispetto a un vero e proprio odio, la passione negativa che costituisce il prodromo di una quasi inevitabile successiva violenza.

E la riflessione torna al punto iniziale: avversione verso la cultura e l’utilizzo del pensiero razionale, ignoranza di base, disinteresse per un’informazione corretta e fondata portano gli esseri umani a cedere, a regredire, ovvero ad esprimersi nel modo primordiale e belluino dell’aggressività.

Quei ragazzotti di Bastia Umbra, di Colleferro e di Reggio Emilia sono innanzitutto ignoranti, crassamente ignoranti e rozzi. E altrettanto lo era quel Abdolullah che ha pensato di ben agire uccidendo il prof Faty, che nella sua immaginazione malata era un blasfemo, un ateo, una vita da spezzare.

Ecco a che cosa serve la cultura e l’esercizio del pensiero critico: semplicemente a diventare più umani.

Quel versetto genesiaco, il 26 del Primo capitolo “(Dio) fece l’uomo a sua immagine” resta la fonte primaria ed essenziale che ho parafrasato nel titolo.

La democrazia e una possibile deriva totalitaria

Questi tempi ci propongono temi inusitati, quello del titolo, ad esempio. Che il sistema democratico, nelle sue varie declinazioni, sia il migliore tra i modelli politico-amministrativi è fuori questione. Anche se non è privo di difetti. Pare che Churchill, a me non simpatico e certamente più amico dell’oligarchia e in gioventù anche un po’ razzista, sostenesse che la democrazia può essere definito il peggior sistema politico, salvo tutti gli altri: quindi una litote retorica per edulcorare un apprezzamento obbligato.

monarchia, democrazia e oligarchia

I nostri grandi antichi, Platone e Aristotele “non erano” per la democrazia, così come la intendiamo noi, ma più per una sorta di oligarchia selezionata di persone competenti e moralmente impeccabili. Platone sosteneva che avrebbero dovuto essere i sapienti (cioè i filosofi) a occuparsi del governo della “cosa pubblica”. Mi verrebbe da dire: forse, ma con grande cautela, perché bisognerebbe vedere di quali filosofi si tratta. Sbagliando linea di pensiero si potrebbe incorrere in guai di dimensioni ciclopiche. Quindi, niente filosofi come categoria al governo, ma la filosofia politica democratica come ispiratrice di un governo che abbia cuore il Bene comune per cui il Fine sia l’Uomo e il suo benessere. E quello della Terra.

Certo è che il suffragio universale, pure eticamente indiscutibile, porta dentro la democrazia tutti, e quando si dice “tutti”, non si esclude nessuno. Talora, come spesso ho avuto modo di scrivere in questo sito, se consideriamo che la campana di Gauss purtroppo rappresenta in modo icastico la suddivisione del ben dell’intelletto fra gli umani, c’è da essere sconsolati di fronte al suffragio universale e alla candidabilità di ciascuno. Se penso al livello culturale e politico di qualche partito o movimento di recente costituzione inorridisco. Vi sono certi personaggi, peraltro spesso sdoganati da media opportunisti e superficiali, che fanno dolère il cuore con la loro aggressiva insipienza. Ve n’è uno, in particolare, nei Five Stars che dura fatica improba ritenerlo un essere pensante. Uno ciondolante e nullafacente. Il nome, caro lettore, lo intuisci facilmente. Fatto sì è che anche altri partiti esprimono dei nesci impressionanti, anche capipopolo industriosamente volgari, neanche populisti ma popolazzi.

La parola oligarchia deriva dal greco antico olígoi, pochi e arché, comando/governo; ossia “governo di pochi”. In questo tipo di governance il potere è in mano di pochi. Il termine può essere utilizzato anche in altre strutture, ad esempio in quelle economiche: ad esempio, i “cartelli” che talora alcune grandi aziende costruiscono per determinare e condizionare i prezzi, sono un esempio forte, tra i quali forse il più famoso e potente è ancora quello dei produttori di petrolio, l’Opec.

Ora, però, che le telecomunicazioni e il mondo del web stanno pervadendo ogni ambito della vita delle persone in tutto il mondo, ora che le aziende “giganti” di quei settori, come Microsoft, Google, Facebook, Amazon… stanno determinando molti processi economici e commerciali, il rischio è che tali processi condizionino sempre di più anche altri ambiti della vita delle persone, come quelli psicologici, morali e comportamentali.

Da non sottovalutare anche la potenza di questi nuovi mezzi in ambito militare, potendo essi governare l’utilizzo anche delle armi più potenti e devastanti come le bombe atomiche, e le sostanze chimiche e biologiche atte a uccidere intere popolazioni.

Se si può dire che le vecchie aristocrazie di nascita o di censo sono progressivamente scomparse, si sono create nuove élites legate alle risorse finanziarie e al loro controllo e utilizzo.

La democrazia, dunque, è in crisi e bisogna prendere molto sul serio questa crisi. Il rischio di essere condizionati dal web e dalla telematica è fortissimo. Basti pensare alla diffusione del network dei social, in gran parte fuori controllo, dove ognuno, da “einstein” al più imbecille si può esprimere.

Basti pensare alla turpitudine di trasmissioni come La zanzara, editata dalla Confindustria (non ne capisco il senso!), nella qual tre cialtroni fanno a gara nel superarsi non tanto in volgarità, quanto in imbecillità, anche se loro danno dell’imbecille a ognuno che (secondo me stupidamente) gli telefona in onda.

Lo squallore di questa fortunata trasmissione è enorme e dà la misura di quanti imbecilli e idioti vi siano in giro.

E la democrazia fa conto, come dice il conduttore della citata trasmissione, anche di quel popolazzo che telefona e anche sui tre furbacchioni, pagati dagli industriali. Anni fa decisi di scrivere all’allora presidente Squinzi che mai mi rispose. Si vede che vi sono recondite e misteriose ragioni per cui gli industriali ritengono che una trasmissione del genere gli sia utile, o sia utile alla… democrazia.

Una deriva totalitaria potrebbe essere facilitata da una ulteriore diffusione della stupidità.

Filippo, prima di Willy

Non capisco per quale ragione la drammatica vicenda di Willy da Colleferro ha giustamente riempito i media per due settimane, mentre l’analoga o molto simile vicenda di Filippo Limini da Bastia Umbra è stata riportata solo in articoli ben presto scomparsi alla vista, e solo sulla stampa locale dell’Italia Centrale.

Filippo

Mi puoi aiutare mio gentil lettore?

Ho studiato i fatti e certamente non si può dire che siano proprio identici a quelli che hanno causato la morte di Willy da Colleferro, ma alcune analogie e similitudini si possono trovare. Di qui la riflessione sul diverso trattamento mediatico delle due tragedie.

In sintesi, che cosa è accaduto quella notte nel centro della movida estiva a Bastia Umbra?

Siamo nei pressi della discoteca “Country” verso le quattro del mattino. Una Opel Corsa colore nero dà un colpo di clacson per farsi far strada da un crocchio di ragazzi. La risposta “c’è spazio a sufficienza” fa sì che i ragazzotti dell’auto scendano per malmenare qualcuno e lo fanno violentemente, con calci e pugni. E poi lo investono con l’auto.

Il sostituto procuratore della Repubblica Abbritti scrive di “rissa aggravata da omicidio e omicidio preterintenzionale“, così come risultano i fatti contestati a tre giovani albanesi, che sono i responsabili del fatto.

I diversi racconti della lite degenerata in rissa non corrispondono tutti, per cui pare che tra i due gruppi vi siano state diverse provocazioni verbali e fisiche.

In questo, la tragedia di Bastia Umbra sembra diversa da quella di Colleferro che riguardò il povero Willy. Diversa per modalità, ma non per esiti e non per caratteristiche di malvagità e violenza, anche se alcuni avvocati difensori affermano che i loro assistiti sono solamente imputati di “rissa aggravata da omicidio” e non da “omicidio preterintenzionale”.

Sarà anche così, e si può comprendere il distinguo un po’ sofisticato dei termini di legge penale, ma la domanda resta: quali erano le intenzioni di coloro che hanno ucciso Willy e di coloro che hanno ucciso Filippo? Quale era il grado di consapevolezza, prima ancora che del crimine che stavano commettendo, e quindi del reato penale, della violazione assoluta di un’etica del rispetto della vita umana?

Uno degli avvocati sostiene che i ragazzi incolpati della morte di Filippo, nella fretta di scappare (e quindi erano consapevoli di averla fatta grossa), “non si sono accorti di aver travolto il ragazzo” ormai a terra privo di sensi, forse già morto o forse no.

Il legale che tutela il giovane imputato di avere sferrato il colpo con un tirapugni non spiega tutto, perché deve ancora chiarire bene le cose con il suo assistito. Mi domando quale possa essere la linea di difesa di un imputato che volontariamente, consapevolmente, ha colpito un ragazzo con il tirapugni, ben sapendo che si tratta di uno strumento anche mortale. Non lo sapeva? Usava solitamente il tirapugni contro un sacco da boxe o un punching ball?

E ora veniamo agli aspetti mediatici delle due vicende, comparandole, per riflettere sulle differenze profonde della loro rispettiva trattazione.

La tragedia di Willy ha dominato la scena dell’informazione nazionale per quindici giorni, contendendo al Covid la primazia del tempo-notizia, ha occupato più volte con foto e articoli le prime pagine dei maggiori quotidiani cartacei, mentre la tragedia di Filippo è stata resa nota da striminziti comunicati sui media nazionali, mentre è stata trattata più diffusamente dai quotidiani e dalle tv dell’Italia Centrale.

Perché? Dati gli elementi di diversità dei due fatti, ma anche la identica gravità dell’atto criminale, dove sta il fomite ispiratore delle differenze in fatto di media? Forse che sta nel fatto che Willy era di colore e Filippo bianco caucasico? Se fosse così, mi sembrerebbe una ragione idiota, imbecille, perché eticamente una vita vale qualsiasi altra vita, come insegnano i grandi padri del nostro pensiero greco-latino e cristiano, da Aristotele a Tommaso d’Aquino a Kant, anche se giuridicamente i primi due non contestavano la schiavitù, e il terzo conservava pregiudizi verso le persone di colore. Seconda ragione: in Italia, salvo alcune tremendamente ignoranti e crassamente arroganti minoranze razziste e fasciste, non è diffuso un sentimento suprematista al modo degli Stati Uniti d’America di questi anni, che hanno (speriamo solo fino al 4 novembre p.v.) il presidente che si meritano.

Non abbiamo bisogno che i media progressisti si distinguano per queste… distinzioni. A me pare che costoro – sotto sotto – pensino questo: trattiamo Willy da immigrato sfortunato e fragile e Filippo da bianco borghese che forse se la è anche cercata. Non so se esagero, ma forse anche no. Il “politicamente corretto” è idiota e fa il paio, da un punto di vista intellettuale, anche se non da quello morale, con gli atteggiamenti razzistici.

Non serve, non è utile, anzi è pedagogicamente e andragogicamente dannoso per il giovani in cammino, i giovani che non hanno alba della storia passata e recente e possono essere condizionati negativamente da un’informazione parziale e bacata. Le vite di Willy e di Filippo valevano uguale, perché uguale era la loro dignità di giovani uomini in vista della vita da adulti.

E anche l’informazione avrebbe dovuto essere equanime, nel raccontare un dolore infinito, ripetuto due volte in circostanze diverse, in una società che ha bisogno di recuperare con equilibrio un pensiero critico, che è in crisi, perché non è nutrito abbastanza dall’umiltà della ricerca personale, intellettuale e morale, e talora è inficiato dall’incultura dei violenti e dalla stupidità del politically correct.

Le “conte” di Remigio e le stupidaggini dei giornalisti

Remigio viene con me in piscina a fare ginnastica antalgica. Lui deve essere più o meno sull’ottantina, massiccio, muscoloso, come deve essere uno che ha lavorato per quarant’anni nei manufatti di cemento. Alto forse un metro e settanta pesa novanta chili di forza pura. Niente grasso. Quadrato.

Le oche di Remigio

Parla quel veneto che è tipico dei confini con il Friuli storico, quello che si aggancia al friulano di Pasolini. E racconta racconta, forbito di parole essenziali, spesso onomatopeiche.

Remigio ha nell’aia oltre un centinaio di animali, fra pollame, conigli, oche, anatre, un’asinella e un maiale, che tiene in amicizia e non uccide personalmente. A quest’uopo ha uno stuolo di amici che provvedono alla bisogna. Lui non vuole né ammazzare né veder ammazzare gli animali. Quando gli racconto che io, come rito di passaggio, a ventidue anni, uccisi un maiale con un fucile, fulminandolo con un sol colpo, ha un moto a mezzo tra la paura e l’orrore.

Mi dice che l’asinella e il maiale dormono insieme e sembra dialoghino, in amicizia, e di questo si bea nel suo bucolico agreste angolo della campagna.

Remigio ama parlare anche dei decenni passati al lavoro, dove godeva della fiducia e dell’amicizia dei “paroni”. Là si sentiva a casa sua, nella ditta dove passava dieci ore al giorno, dove “contava”, forte della sua passione aziendale, che oggi nei testi di gestione del personale si chiama “commitment”, solito anglicismo alla moda. Noi Italiani siamo esterofili, forse connotati da complessi di inferiorità consolidati nei secoli. E pensare che l’Impero romano è di qui, il Rinascimento è di qui, Dante e Michelangelo sono di qui.

Ma che commitment e commitment! Diciamo passione, quella che Remigio ha sempre provato per la Ditta, per gli Animali che gli riempiono il cortile e la vita, per la Vita.

Tra le “conte” di Remigio e quelle di insigni giornalisti, scelgo le prima, non solo perché sono più interessanti narrativamente, ma anche perché sono più veritiere.

Un esempio? Stamani l’insigne Massimo Giannini, direttore non so di quale quotidiano titola (o fa titolare) il suo pezzo sulla situazione idrogeologica italiana “Annuncio di un’apocalisse futura”. Due errori, uno concettuale e l’altro filologico-etimologico: parlare di “annuncio” è come dire che qualcosa accadrà di nuovo, quasi necessariamente (ed è ciò che gli inglesi chiamano wishful thinking, cioè “profezia che si auto-avvera”); usare il termine “apocalisse” in luogo di “catastrofe” significa non conoscerne il significato, poiché, come è noto non solo a grecisti di chiara fama, “apocalisse” significa “rivelazione” e non “catastrofe”. Penso di avere scritto e spiegato questo almeno un centinaio di volte nei miei scritti e detti pubblici, che evidentemente non arrivano a questi culti signori.

Viva Remigio, e abbasso gli illustri signori della cronaca imprecisa e sciatta, là dove l’allure fa il paio con la noia, trista inimica dei giorni, da rifuggire con cura, magari nel rifugio delle conte di Remigio da Marignana, Friuli.

Referendum: il 70% degli Italiani ha votato SI’: ora forse meno mangiapane a tradimento e più politica. Una riflessione sull’identità e sull’alterità

Il titolo è greve ma il sentimento viene da lontano, e non è il manifesto dell’antipolitica. Chi mi conosce sa quanto io sia distante dai grillismi e dai salvinismi, e da tutto ciò che è generico, banalizzante, culturalmente rozzo e contemporaneamente arrogante. Ciò che è culturalmente scarso fa il paio con l’inconsapevolezza del non-sapere e la conseguente prepotenza verbale e a volte non solo. I fatti di cronaca criminale che spesso registriamo, purtroppo, trovano il loro humus di coltura nella “cultura del disprezzo dell’altro” e nel pregiudizio concettuale. Possiamo dire che indirettamente coloro che usano la violenza verbale sono gli ispiratori occulti e stupidamente inconsapevoli dei violenti, come i beoti “eroi” massacratori di Colleferro.

il Senatore Razzi

Chi meno sa più sbraita insultando; chi più sa, più ascolta, consapevole di avere sempre qualcosa da imparare. Meditate gente e lettori “casuali” curiosi di questo sito, meditate! E qui non mi rivolgo a coloro che chiamo solitamente “miei cari lettori e lettrici”.

I Veltroni (che delusione!), i Prodi, i Calenda, le Maraini e altri possono urlare finché vogliono “all’attentato alla Costituzione”, e blaterare di crollo della rappresentanza, e di schiavizzazione degli elettori da parte delle segreterie politiche, che non attacca.

Il nostro tempo è strano. Si sta vivendo un cambiamento sociale e identitario e alteritario profondo. Vediamo un po’.

Il concetto di identità, nelle scienze etno-antropologiche, psicologiche  e sociologiche concerne ciò che una persona ha maturato su sé, sia sotto il profilo individuale sia sotto il profilo sociale. E’ ciò che caratterizza l’irripetibile unicità di un individuo umano, di una persona. Non è del tutto immutabile, perché si fonda sui tratti caratterologici che si consolidano nella prima adolescenza e dipendono da genetica, educazione e ambiente di nascita e di crescita.

Ciononostante, nel tempo, con l’esperienza, certamente possono accadere delle modificazioni, anche in forza della crescita e maturazione dell’individuo e dei cambiamenti socio-culturali ed economici.

Anche se qui non mi soffermerò sulla tradizione classica, non vi è dubbio che la logica aristotelica costituisce la base di molte delle teorie attuali. A è sempre uguale ad A, anche per la logica identitaria contemporanea, quantomeno per quello che ci interessa dire qui. Sappiamo, di contro, che Hegel sta a capostipite delle logiche identitarie  evolutive, trasformative, su cui potremmo soffermarci di più in futuro.

Luigi Pirandello estremizza la fluidità dell’identità con l’opera Uno, nessuno, centomila  che non commento granché, perché a tutti nota. Il dramma pirandelliano affronta il tema dell’identità ponendo il tema della maschera, che ciascuno indossa nelle varie situazione della vita.[1]

Un altro aspetto dell’identità è quello connesso a tutto ciò che è esterno al proprio sé, cioè alla società in generale,  e più in particolare al proprio gruppo, al proprio livello culturale, professionale, etnico, linguistico, nazionale, etc. Tutto ciò può essere definito alterità.

Possiamo anche ricordare i momenti indicati dalle dottrine psicologiche come step del processo della formazione identitaria: l’identificazione, l’individuazione, l’imitazione e l’interiorizzazione. È chiaro che cosa significhino i quattro momenti che producono prima di tutto il senso di appartenenza a “qualcosa” di esterno a noi stessi, e successivamente ciò che ci caratterizza individualmente e irripetibilmente; infine si produce un processo imitativo di modalità esterne, sociali, che poi viene in qualche modo interiorizzato, anche grazie all’immagine che si riesce a dare di se stessi agli altri.

Addirittura, di questi tempi vi sono persone che cercano di modificare la propria identità percepibile all’esterno, per mostrare ciò che è o ritiene di essere nella società, magari la propria importanza o successo sociale, anche acquistando case e auto di livello, o abiti firmati, al fine di costruire una sorta di leadership sociale di status.[2]

Tornando a Pirandello, ognuno di noi, non solo riveste un’identità personale, autopercepita, ma anche un’identità sociale.

È intuitivo sapere che ogni identità è condizionata dal contesto e dalle relazioni, in modo che si può modificare a seconda delle situazioni e degli interlocutori del soggetto, il quale vive e sperimenta rapporti sia simmetrici, con persone di uguale livello sociale o lavorativo, ovvero asimmetrici, là dove l’interlocutore può essere un superiore o un coordinato. Tali riflessioni sono molto importanti, come si può capire, in ogni ambiente organizzato: azienda, scuola, reparto militare o ambiente ecclesiastico. Speculare al concetto di identità possiamo dunque indicare il concetto di alterità.

L’identità produce anche sentimenti di orgoglio, come segno distintivo dell’appartenenza a una comunità nella quale ci si può variamente identificare. In politica, particolarmente di questi tempi, talora si registra la tendenza a considerare negativamente chi non la pensa come noi, trasformando spesso gli avversari in nemici. Per esemplificare: i gruppi nazionalisti, razzisti, suprematisti e neo-fascisti possono essere considerati l’esemplificazione di questi atteggiamenti.

Bene, fatta questa riflessione, torniamo al nostro tema, che è quello della qualità politica. Sono convinto che la riduzione dei parlamentari in Italia ne favorirà la crescita, e non poco.

Riflettere sull’identità e sull’alterità ci può aiutare a comprendere ciò che sta succedendo nella politica e nella società, così come sono cambiate negli ultimi anni.

La qualità politica degli eletti non dipenderà dal loro numero, ma dalla capacità dei cittadini elettori di riflettere usando il pensiero critico, fino ad imporre ai gruppi dirigenti, segreterie e presidenze ad personam (nequizie politiche di questi tempi) un cambiamento dove la qualità personale dei candidati faccia finalmente premio sull’appartenenza ai gruppi di potere consolidati.

L’identità e l’alterità, quindi, potranno essere situazioni utili per collocarsi in modo positivamente critico nel nostro quotidiano vivente delle nostre relazioni inter-umane, anche politiche.


[1] Sappiamo che la maschera rinvia al concetto di “persona”, derivante dalla tradizione teatrale greco-latina, laddove gli attori, per farsi ascoltare bene dagli spettatori nelle cavee teatrali indossavano una maschera davanti al volto, che consentiva un’amplificazione della voce, da cui il sintagma per-sonare

[2] Cf. CORNARO A. Teorie classiche della formazione delle. Èlites politiche: Mosca, Pareto, Michels, Weber, Gramsci, Tesi di laurea, Bari A.A. 2002/ 2003.

Don Roberto e “la carne di Cristo”

Lui definiva in questo modo gli ultimi, i poveri poveri, carne di Cristo. Teologicamente non è una bestialità. Per nulla. il “Corpo mistico” di Cristo è la Chiesa universale e il Popolo di Dio è la Chiesa, e viceversa. Il sillogismo semplice finisce con una necessaria conclusione: anche l’assassino del sacerdote è “carne di Cristo”.

Paradossale? Sì, come è paradossale il Cristianesimo, che è – in senso stretto di filosofia religiosa – una non-religione, ma è la sequela di una Persona, quella di Gesù Cristo.

Molti infatti, quando elencano le religioni presenti nel mondo, mettono il cristianesimo al primo posto per quantità di fedeli, seguito dall’islam e via via, ma la classificazione, così concepita, è impropria, ovvero può andare bene per una semplificazione. In realtà, il cristianesimo evangelico è qualcosa di profondamente diverso da tutte le altre “religioni”, poiché non si fonda sulla base essenziale di testi sacri, che pure nel cristianesimo stesso non mancano, basti pensare ai due “Testamenti” e alle Lettere apostoliche, ma piuttosto sulla Persona e sull’esperienza terrena di Gesù di Nazaret, detto il Cristo.

Anche nelle altre grandi esperienze religiose vi sono persone che si sono poste a mediazione tra l’uomo e il divino, come Mohamed, come Mosè, come il Buddha, pur se quest’ultimo in modo estremamente diverso, in ragione di una concezione del divino molto distante dal cristianesimo, dallo stesso islam e dal giudaismo.

Cristo, invece, prevede la sua sequela, cioè il “seguirlo”, essenzialmente, semplicemente, duramente, umanamente. Anche fino al sacrificio estremo.

Se i Gesuiti nel loro motto scrivono (sequela) perinde ad cadaver, cioè fino alla morte, e la testimonianza di milioni di persone conferma quanto detto sopra, si può dire che don Roberto Malgesini ha seguito alla lettera Gesù di Nazaret.

Gli ultimi e i penultimi e i terzultimi… sono stati e sono tutti allo stesso livello per la carità cristiana. Don Roberto si occupava prevalentemente degli “ultimi” e per questo è stato anche criticato non poco. Bisogna chiarire che cosa si intende per “ultimi”. Forse che questa categoria sociale, e ancor di più morale, è costituita solo da chi vive in ristrettezze economiche estreme, al punto da non poter mettere in tavola due pasti al giorno? Si intendono i barboni, i senzacasa, i rovinati economicamente al punto da non avere più un tetto sopra la testa, che magari fino a poco tempo prima vivevano in certa agiatezza?

Certamente sì, ma ve ne sono anche altri, magari poveri, o poverissimi sotto altri profili, più spirituali. Anche questi sono, erano per don Roberto, “carne di Cristo”.

Qualcuno ha accusato questo presbitero di “buonismo”, nella recente tradizione di criticare chi ha attenzione disinteressata per gli altri, a volte confondendo il “buonismo” con il “politicamente corretto”, errore madornale!

Non conoscevo questo prete, ma mi pare che lui e il suo impegno nulla c’entrassero con il politically correct, ma piuttosto con l’incorrect

Don Roberto non era “buonista”, ma buono, un uomo buono che riteneva la sua missione essere quella di guardare all’altro come un altro se stesso, come un “cristo” ambulante, un’occasione per le opere di misericordia spirituali e corporali, che sono la pratica del cristianesimo vero.

Dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi... è la semplice liturgia, cioè azione del popolo, che riconosce in ogni “tu” un “io”, anche se povero e lacero.

Chi lo ha ucciso non ha pensato a queste cose e ha agito per rabbia e per paura, perché occuparsi degli ultimi è anche incontrare la rabbia e la paura. I sentimenti di rabbia e paura sono parte delle condizioni dello spirito umano, sono sentimenti umani.

Ecco, don Roberto non ha avuto paura della paura, osando starne in mezzo anche a rischio della sua vita, che ha perduto per acquisirne una più alta, se si crede.

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