Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Democrazia parlamentare e democrazia “diretta”

Si sa che virgolettare un lemma ha un preciso significato logico, nel senso che la prima accezione cede il passo a una seconda, metaforica o addirittura ironica. Nel caso del titolo siamo di fronte a un significato ironico.

Sto parlando della visione del mondo in tema di democrazia come sistema politico-amministrativo sostenuto dai grillini e soprattutto dal loro mentore ideologico, il “centro politico-statistico” Casaleggio e C. Srl. L’arroganza culturale di costoro è solo pari alla loro crassa ignoranza. Come sempre i due difetti sono direttamente proporzionali.

Se la democrazia parlamentare è quella che prevede l’elezione di un parlamento che si occupa di legiferare a nome e per conto di tutto il corpo elettorale, cioè di tutti i cittadini, possiamo dire del “popolo”, rispondendo al popolo stesso, la democrazia diretta potrebbe anche intendersi come un perenne assemblearismo del tipo greco-ateniese di duemila quattrocento anni fa, quando la boulè, costituita da qualche centinaio di capifamiglia individuati per censo, decidevano le cose più importanti della città-stato, come ad esempio la pace e la guerra, e anche le condanne a morte, come quella di Socrate.

Solo che l’attuale “assemblearismo” si svolge sul web, con poche centinaia o migliaia di partecipazioni, quasi una èlite di persone che qualcuno ritiene più avvedute ed evolute. Al contrario, questo metodo rischia di essere una sorta di aristocratismo manipolato, là dove chi partecipa si illude di decidere, ma non conta nulla, perché non sa come funziona la macchina di raccolta del consenso.

E’ per questo che emergono, anche da quel tipo di partecipazione, illustri imbecilli o idioti, che assurgono a ruoli di governo o di consigliori di chi sta al governo.

Nel caso in cui virgolettiamo il termine “diretta” dopo “democrazia”, possiamo ragionevolmente e , ripeto, ironicamente intendere che si tratta di una democrazia diretta… da qualcuno. Ecco. Altro che democrazia nella quale i cittadini hanno un ruolo! L’incontrario. E non si tratta neppure di una oligarchia, cioè di un governo degli ottimati, come poteva immaginarsi l’ipotesi “platonica” del governo dei filosofi.

Ti immagini, gentil lettore, paragonare a dei filosofi, personaggi alla Di qualcosa, alla Toninelli, alla Castelli sottosegretaria, e altri che fatico a ricordare. In questo caso la mia proverbiale memoria fa cilecca, poiché non sono facce e cognomi che meritino di essere ricordati. Son certo che la classica damnatio memoriae in questo caso funzionerà molto bene. La Lega è nettamente superiore per qualità politica ai 5S, per esperienza e capacità di selezione del personale politico. Un Giorgetti lo terrei in qualsiasi governo, e lo stesso Salvini, per me insopportabile per modi e prossemica, è incomparabilmente superiore ai suoi colleghi grillozzi.

La democrazia moderna trae origine da due esperienze storico-politiche, quella inglese e quella francese. Il primo parlamento, comunque aristocratico, è stato la Camera dei Lord del Regno Unito, o Inghilterra o Gran Bretagna, come vogliamo dire, mentre il secondo nasce dalla Convenzione che diede inizio alla Rivoluzione Francese nel 1789. Ora che ricordo, un parlamentare democristiano, interrogato una venticinquina di anni fa da un giornalista deambulante come quelli delle “jene” odierne, di mestiere insegnante di storia del liceo, rispose che la Rivoluzione Francese ebbe inizio nel 1793, eccellente prodromo dei politicanti attuali, uno dei quali ha parlato di democrazia millenaria, riferendosi a quella francese.

Il per nulla a me simpatico Churchill, come sostiene con piglio politologico la mia amica Marisa, più sotto, sosteneva il paradosso concettuale di una “democrazia” che è un regime pessimo, ma meno di qualsiasi altro.

Un consiglio ai governanti attuali: leggete il libro del professore Pasquino, appena pubblicato, dedicato a Giovanni Sartori e a Norberto Bobbio, se sapete chi è Gianfranco Pasquino e soprattutto chi erano Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, e se ce la fate.

Kontro la Qultura della sicurezza, un titolo sgrammaticato per un incontro tra persone pensanti (spero)

Venerdì 1 febbraio, ore 9.00, Sala Convegni Unione Industriali di Pordenone

Il mio amico ingegnere Paolo in-venta, cioè “trova” quel che c’è nella sua testa abile e abituata al confronto con me e con altri curiosi della vita e delle cose, un convegno, un con-venire verso un tema, un accrocchio di problemi, morali e operativi, quelli del lavoro e della tutela dell’integrità psico-fisica di chi lavora.

Lui scrive nella locandina-invito che, mio gentile lettore, troverai allegata sotto.

Gli aspetti istintivi per evitare ciò che della prevenzione ciò che non è ineluttabile e superare i luoghi comuni… Dopo il focus di qualche anno fa sul “colpo de mona” torniamo a parlare di temi scomodi per chi vuole davvero aumentare i livelli di sicurezza. Considerando che il male esiste, che diverse volte non è evitabile e può colpire casualmente chi è virtuoso come chi è spregiudicato cerchiamo di superare diversi luoghi comuni soffermandoci su alcuni punti inconsueti:  La “cultura della sicurezza” è necessaria ma non sufficiente per ridurre infortuni e malattie professionali.

Oltre a conoscere la teoria (la cultura come “sapere”) bisogna anche saper lavorare bene, cioè anche con sicurezza (“saper fare”).

Oltre a sapere, saper fare sia l’Azienda che i suoi uomini dovrebbero volere lavorare in sicurezza e organizzarsi di conseguenza.

Diversi processi mentali di chi sa, sa fare e vuole fare bene alle volte comunque vanno in crisi esponendoci al rischio.

La trappole mentali senza nessi con la cultura sono subdole.

Il fattore casuale non è eliminabile anche se facciamo fatica ad accettarlo privilegiando quello causale. Esiste un set di “cose da fare” per attenuare ragionevolmente i rischi ma tale “set” non garantisce il risultato. Ciò senza che per ogni incidente si debba chiamare in causa la “mancanza di cultura” o di organizzazione. Aspetti che, grazie alla “626”, “494” e “81”, oggi nelle Organizzazioni lavorative o meno risultano discretamente integrati. Senza, si spera, finire nei luoghi comuni: “bisogna cominciare da bambini, inasprire le pene, fare come in Svizzera, formazione permanente, una buona valutazione dei rischi, verifiche ed email a tappeto, etc. etc.“. Parleranno:

Prof. Renato Pilutti – Teologo, Filosofo pratico, blogger e consulente di direzione

Arch. Fabio Viel – Tecnico della Prevenzione, Maestro di Sci alpino, Istruttore per i Centri Avviamento allo Sport,

Dott. Carlo Bisio – Psicologo del lavoro e delle organizzazioni

P.i. Bruzio Bisignano – Promotore & divulgatore della prevenzione in diversi ambiti: lavoro, scuola, casa,

Moderazione Ing. Paolo Badin – Responsabile Area Ambiente e Sicurezza Unione Industriali Pordenone

Programma

Ore 8.45 Registrazione partecipanti

Ore 9.00 Introduzione & saluto

Ore 9.10 Relazioni di contesto

Introduzione del Prof. Renato Pilutti Il “problema del male” prima di Cristo, nella religione Cristiana e nella filosofia orientale. Casualità e causalità. Prevenzione e sicurezza per i lavoratori, i clienti, i fornitori e gli azionisti: a chi manca la cultura della prevenzione nelle realtà industriale di oggi?

Arch. Fabio Viel Il valore della prevenzione nell’attività di volontariato e dilettantistiche Sicurezza nello sport non vuol dire non farsi male: livello agonistico per vincere e livello amatoriale per partecipare — coffee or telephone break autogestito —

10.20 Relazione tecnica dott. Carlo Bisio Aspetti non culturali della prevenzione e degli incidenti Chi ci può condurre fuori strada? Aspetti cognitivi non connessi alla cultura ma direttamente implicati negli infortuni (hindsight, wysiati, fallacia programmazione, regole del pollice, …) La limitazione della libertà e lo sforzo delle procedure i marshmallow della sicurezza La motivazione, gli incentivi, gli “auto motivati” Le trappole mentali dell’operaio, dell’impiegato e del dirigente Il ruolo della variabile casuale e la generale inaccettabilità

Ore 12.00 – 13.00 “Question Time” preceduto da p.i. Bisignano: La versione di Bruzio

Ore 13.30 Chiusura lavori e consegna attestati

Invito_Kontro_Qultura_Sicurezza_1_FEB_2019 e

Power Point che sarà da me utilizzato

del male

Il vento di Danzica

Non mi piace che della memoria di Adamowicz si impadroniscano, magari con pensieri di segno opposto, fascisti, sovranisti, razzisti e altri di queste genie, come fecero cinquant’anni fa con Jan Palach e fanno ancora in questi giorni per il cinquantennale.

Anche per questo qui li ricordo.

Pawel Adamowicz

Fino a tarda notte, e nonostante una temperatura polare, migliaia di persone hanno vegliato in silenzio il loro sindaco assassinato domenica sera durante un evento di beneficenza. E stamattina, sotto il vecchio municipio, un’imponente torre medievale di mattoni rossi, già ardeva un centinaio di ceri. La città governata a lungo da Pawel Adamowicz è sotto shock. Per le strade tutti parlano a bassa voce, ovunque le bandiere sono a mezz’asta mentre a ogni ora la campane delle chiese suonano a stormo.

Intanto, manifestazioni spontanee sono state organizzate anche nel centro a Varsavia, a Cracovia, a Katowice. Nella capitale, la manifestazione s’è tenuta sotto il Palazzo della cultura, nel cuore della città, è stata iniziata con un minuto di silenzio e l’inno nazionale cantato sottovoce. Il sindaco Rafal Trzaskowski ha annunciato il lutto nazionale di tre giorni per rendere omaggio al collega morto. E anche a Katowice, in silenzio, sono state accese le candele per commemorare Pawlowicz. “Difenderemo Danzica, la Polonia e l’Europa da quest’ondata di odio e di disprezzo, te lo prometto”, ha detto il presidente del Consiglio europeo ed ex premier polacco, Donald Tusk, rivolgendosi all’amico di vecchia data.

Molto amato dalla città che amministrava da vent’anni, per sei mandati consecutivi, e noto per le sue idee liberali e per l’opposizione al partito sovranista e conservatore di governo PiS, Diritto e giustizia, è stato ucciso da un 27enne, Stefan Wilmont, che era da poco uscito dal carcere dopo una condanna per rapina. L’aggressore ha agito da solo e in passato aveva sofferto di disturbi mentali. Wilmont ha detto di essersi voluto vendicare per le torture subìte durante un suo precedente arresto, avvenuto quando il partito cui faceva parte Adamowicz governava il paese.” (dal web)

Danzica, in polacco Gdańsk, in casciubo Gduńsk, in tedesco Danzig, è una città polacca situata sulla costa meridionale del Mar Baltico. E’ la sesta maggiore città della Polonia e capitale della Pomerania. La sua lunga storia, più che millenaria, la fa ricordare per diverse vicende importanti, per la storia europea a mondiale.

Danzica fu una delle più importanti città della Lega anseatica essendo una autonoma città-stato. E’ il luogo dove vi furono i primi scontri della Seconda guerra mondiale. Lì nacque Solidarnošc ai cantieri Lenin nell’estate del 1980. Mentre accadevano quei fatti, ai primi di agosto transitavo per la Polonia, da Cracovia a Varsavia a Brest-Litovsk, su una Renault 4 blu, 1100 di cilindrata, diretto a Minsk, e poi a Smolensk, Mosca, Novgorod, Leningrado e ritorno via Finlandia, con l’amico Roberto.

 

Jan Palach

Jan Palach moriva cinquant’anni fa in piazza San Venceslao, come una torcia umana. Voleva protestare nel modo più forte contro chi, la struttura politica-militare sovietica e i suoi alleati del Patto di varsavia, aveva schiacciato con la violenza la Primavera di un Socialismo dal possibile volto umano. Il presidente Alexander Dubcek era stato esautorato e esiliato in Slovacchia. Comandava di nuovo l’apparato stalinian-brezneviano classico.

Jan Palach aveva ventuno anni e studiava filosofia al Karolinum, l’antica università praghese fondata dall’imperatore Carlo IV di Lussemburgo.

Aveva scelto quel gesto, perché si era accorto che non vi potevano esserci parole o manifestazioni più forti, come avevano mostrato i monaci buddisti in Vietnam. Ai piedi della scalinata del Museo Nazionale si fermò, si cosparse il corpo di benzina e si appiccò il fuoco con un accendino. Tre giorni di tormenti terribili, ancora lucido, prima della morte.

Ai funerali partecipò una folla immensa proveniente da tutta la Nazione cecoslovacca. Lo imitarono nelle settimane successive altri studenti, sei o sette, ma quegli atti furono derubricati dal potere e dalla stampa ad azioni isolate di squilibrati, border line incapaci di reggere lo stress della vita.

Lasciò nei pressi del suo rogo i suoi appunti scritti su vari quaderni, tra i quali si poté leggere quanto segue:

 

«Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà»

Non si è mai saputo se Palach parlasse di una organizzazione effettivamente esistente, ma il suo gesto ebbe una enorme eco ovunque nel mondo, e anche in quello egemonizzato da Mosca, e costituì un momento importante del lungo cammino verso la libertà che sfociò nel 1989 a Berlino. La sinistra giovanile sessantottina, rivoltosa, italiana, francese, europea in generale non lo capì, perché era ancora un problema dubitare delle magnifiche sorti e progressive dell’Unione Sovietica. Io ero piccolo, facevo la prima, cioè il terzo anno, del liceo classico, ma la morte di Palach mi colpì molto, e soffrii.

Il teologo cattolico Zverina difese il gesto di Palach, affermando che “un suicida in certi casi non scende all’Inferno” e che “non sempre Dio è dispiaciuto quando un uomo si toglie il suo bene supremo, la vita“.

Palach oggi riposa presso l’Olsanske hrbitovy di Praga. Ci sono stato.

 

Ogni tanto la Storia sembra abbia bisogno di olocausti, come quelli biblici, e non sempre la mano dell’Angelo interviene, come nel caso del sacrifico di Isacco, quando Abramo, ubbidendo ciecamente alla richiesta di Iahwe stava per mettere a morte il figlio e il Signore-Dio lo impedì, dopo aver misurato la sua fede.

Nel caso di Palach e di Adamowicz, l’Angelo si è fermato. E questo è il mistero indicibile del male che può accadere nell’ambito della sconfinata libertà affidata all’uomo, pure nei limiti che Spinoza individuò e le neuroscienze attuali stanno confermando.

Spero che l’Angelo comunque vigili su me, su te, mio gentile lettore, per andare avanti nel destino che in qualche modo contribuiamo a costruire.

Dove va il mondo e l’uomo, o di come si possono usare in modo truffaldino le statistiche, che falsificano la realtà nascondendo la verità

Nel mio piccolo combatto le falsificazioni e le fake news.

Si è scoperto che il prestigioso New York Times, riportando le statistiche degli omicidi in città, mostrava un grafico su ortogonali cartesiane dove la linea descrittiva coordinata con l’ascissa, destinata alla numerosità dei delitti, e l’ordinata relativa agli anni considerati, andava da sinistra a destra sempre più in alto, significando un aumento dei fatti di sangue mortali… solo che la statistica riguardava gli ultimi dieci anni. E basta.

Chi poi, un neuroscienziato e sociologo statistico ha lavorato sui dati, ampliando l’angolo visuale temporale ad almeno cinquanta anni, si è accorto che la linea lavorava in modo molto diverso: partiva a sinistra da molto in alto (molti omicidi) e poi calava in modo significativo, con una relativamente piccola impennata negli ultimi dieci anni. Risultava allora una linea seghettata ma discendente. Ampliando l’angolo visuale temporale a un secolo, e quindi andando fino ai primi del ‘900, e di lì partendo, anche considerando l’incremento della popolazione, la linea si comportava come negli ultimi cinquanta, anzi con un’accentuazione del verso della linea  in discesa.

Che cosa significa tutto ciò? Che il giornalista di nera che ha pubblicato i dati dell’ultimo decennio sul prestigioso quotidiano, aveva bisogno di sottolineare l’aspetto negativo degli omicidi, e non era per nulla interessato a fornire al pubblico dei lettori un dato più oggettivo dato da uno “sguardo più alto”, che avrebbe fornito una situazione molto migliore.

Quale la verità sugli omicidi a New York dunque? Non certo quella dell’ultimo decennio, o meglio, quella era ed è una verità parziale, relativa agli anni trattati, ma non un dato che significhi granché sul trend reale del fenomeno studiato. Il prof Steven Pinker, autore nel 2011 de Il declino della violenza, o della ragione per cui viviamo il periodo più felice della storia, e ora, con il suo Illuminismo, adesso (Mondadori) riprende un discorso sui grandi fenomeni che caratterizzano i mega-trend e giunge alla conclusione che, nonostante tutto, le cose vanno molto meglio che in passato.

Se a questo aggiungiamo che il cervello umano tende a selezionare dimenticando le brutture del passato ecco che il gioco è fatto: “Si stava meglio quando si stava peggio, anzi si stava meglio e basta, nel passato“.

Falso, caro lettore.

Proviamo a vedere i diagrammi della medicina in generale, delle morti perinatali e infantili, delle guerre. Ebbene, i diagrammi sono tutti in calo da sinistra a destra.

Quando parlo con chi si basa su “lo ho detto la televisione“, al netto del nervoso che mi fa, non riesco a far capire che bisogna tenere conto, se si parla di delitti, dei dati forniti dai Carabinieri o dall’Istat, non dai giornali, che mostrano, ad esempio nell’ultimo trentennio, un calo significativo degli omicidi e di ogni tipo di morte violenta in Italia. La riduzione delle morti violente negli ultimi trent’anni è dell’ordine del 70%, eppure la percezione di tale violenza è contraria. I giornalisti invece, oltre ad evidenziare le notizie di nera, coniano anche neologismi idioti come femminicidio, in questo aiutati dai “politicamente corretti” che allignano nello snobismo di sinistra, e in altre aree “culturali” affini.

La cultura di destra, semplificatoria e violenta, più ancora che sovranista o fascistoide, a questo punto ha ampi spazi di manovra e sviluppo, come mostra la popolarità della Lega e di un furbo provocatore come Salvini. Se si dice che le aggressioni, le violenze, gli stupri e le rapine crescono, in questo caso supportati dalla prevalenza di notizie cattive sui media, allora anche misure di legge demenziali come il “decreto sicurezza” trovano approvazione.

Tornando a Pinker, egli sostiene che i dati statistici attuali provano che il benessere umano è aumentato notevolmente negli ultimi tempi, soprattutto grazie a valori e a impostazioni cognitive di tipo illuministico, scientifico, razionale, umanistico. La minaccia, invece, è costituita dai fondamentalismi, dai nazionalismi sciovinistici, dall’identitarismo, dagli emotivismi e dal politicamente corretto.

Gli ignoranti tutto sentimento, ignorano di essere ignoranti e la scienza, la fatica della ricerca e dello studio, pensando di avere nozioni sufficienti anche se mutuate dalla stampa, dalla tv e dal web, che vivono di molte falsificazioni, come abbiamo visto.

Ancora una volta aveva avuto ragione Marco Pannella, come nei vari tempi passati avevano ragione i pensatori attenti all’evoluzione dell’uomo nella storia, come i sommi greci, i filosofi medievali cristiani e musulmani, i sostenitori del ruolo del soggetto umano nella conoscenza e gli illuministi dal ‘700 in poi: oggi è un tempo in cui ci si deve batter per il diritto alla conoscenza, che non è più minato dalla povertà e dai limiti del tempo passato, ma rischia di essere messo a repentaglio dal profluvio di notizie false che vengono letteralmente sparate sul e dal web in ogni minuto secondo.

Spes contra spem, in questi primi di gennaio 2019

Voglio qui parlare della speranza, proponendo un commento che ho pubblicato sul sito del caro amico e collega Neri Pollastri, il più valoroso consulente filosofico italiano. Neri oggi giustamente scrive che c’è poco da festeggiare in un mondo e in un tempo dove e quando la violenza e le ingiustizie sono così dilaganti. I botti ricordano le bombe di quelle le guerre, parafraso il suo scritto, e quindi non gli piacciono. Non piacciono neanche a me, per nulla, mi disturbano e mi annoiano. Non parliamo poi della inqualificabile abitudine di gettare in strada oggetti dalle finestre, rischiando di ferire qualcuno e sporcando il suolo pubblico. L’uomo a volte celebra riti che svelano con chiarezza quanto di belluino ancora permanga nella sua struttura di antropoide, mostrandosi -se così si può dire, e so di rischiare l’approssimazione sotto il profilo di una antropologia equilibrata- peggiore degli altri animali e soprattutto dei cugini antropoidi.

Intanto, Neri, buon anno a te e ai tuoi cari con speranza, perché stavolta su una cosa non concordo con te, proprio sulla definizione che dai di “speranza”. Non penso che la speranza sia una vecchia truffa ma sia due altre cose: prima di tutto è una passione che contrasta la disperazione, come insegna Tommaso d’Aquino nella sua elencazione delle undici passioni. In quanto passione è movimento, spinta interiore, ossigeno spirituale; secondo, è -teologicamente- virtù, appunto, teologale, insieme con la fede e la carità, per chi dà senso alla lezione di Paolo di Tarso (cf. 1 Corinzi 13, 13). Ma, direi, anche per la cultura laica, e non perché sia l’ultima dea, ma perché con la sua capacità di contrastare la disperazione di molti, li aiuta ad agire. Spes contra spem: infatti come si potrebbero affrontare le prove ardue che la vita ci pone, le battaglie per la giustizia che correttamente elenchi anche se a contrario, se non ci fosse la speranza ad aiutarci. Come avrei potuto aiutarmi quindici mesi fa quando mi si è rivelato il grave tumore che pare ora non ci sia più anche se mi ha lasciato sofferenza e dolori, senza speranza? Sul resto delle tue osservazioni etiche e politiche concordo senza riserve. Un abbraccio, caro amico mio.
Renato

Anch’io sono furibondo come Neri nei confronti degli egoismi terrificanti che condizionano l’agire degli attuali potenti del mondo, finanzieri e politici spregiudicati, dittatori e aspiranti tali, dilettanti allo sbaraglio le cui capacità politiche sono commisurate alle loro azioni fallimentari e alle dichiarazioni correlate che diffondono sul potente web.

Sulla speranza, però, voglio spendere qualche altra riga, poiché mi pare che sia necessario, di questi tempi un poco derelitti dalla sapienza.

La consolazione della speranza nasce dalla capacità di discernimento di ciascuno di noi, e io cerco di coltivarla sempre, anche con l’aiuto dei grandi sapienti di ogni tempo, come Paolo di Tarso. Leggiamo un passo della Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 13, dal versetto 1 al versetto 13:

“1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.
13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”

Infine, il testo del titolo di questo pezzo è tratto da un passaggio dalla Lettera ai Romani (4, 18), in cui san Paolo si riferisce ad Abramo:

«… qui contra spem in spe credidit, ut fieret pater multarum gentium, secundum quod dictum est: “ Sic erit semen tuum ”.»

cioè

«Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza
Si tratta di un esempio di fede incrollabile in un futuro migliore, anche se tutto sembra andare per il verso sbagliato. E qui c’entra di nuovo la speranza come virtù teologale e, aggiungo, anche come passione che combatte ogni pessimismo disperante.

La speranza non può demordere, poiché rappresenta la condizione dello spirito più adatta ad affrontare il futuro, essendo originata, sia dalle strutture cerebrali preposte all’istinto di sopravvivenza, come ci spiegano i neuroscienziati, sia dall’elaborazione teoretica della filosofia di ogni tempo, anche se diversamente declinata tra cinici-scettici e realisti-idealisti.

E poi questo sentimento è indispensabile per le persone, che ne hanno bisogno come dell’ossigeno per respirare, al di là di ottimismi o pessimismi di maniera o caratteriali. La speranza dunque, oltre a essere virtù e passione diventa anche sentimento, cioè un modo di sentire le cose, sia quelle che ci appartengono direttamente, sia quelle costituenti l’esternalità delle nostre vite, il mondo, poiché, se la solitudine anche nella sua versione solitaria è una condizione, o dimensione o diritto del singolo uomo e della singola donna, la condivisione empatica di una comunità-di-destino di tutti gli umani non può non fare conto sulla speranza stessa.

Signor segretario della Lega, lei non mi rappresenta, e quindi faccia bene i conti quando si attribuisce la rappresentanza di sessanta milioni di Italiani, e come me la pensano milioni di persone, cittadini di questa Nazione. Si dia una calmata e controlli la sua esaltazione, o rischia di svegliarsi bruscamente da un falso sogno

Egregio signor Salvini, la invito a fare il conti bene: lei ha preso il 17 per cento dei suffragi alle elezioni politiche del 4 marzo scorso, il 17 per cento dei votanti, che sono stati poco più del 50 per cento degli aventi diritto al voto, e dunque circa forse 3 milioni di Italiani o poco più, su 48 milioni di elettori attivi, più o meno. Innanzitutto.

Io non la ho votata e conosco più di mille persone che non l’hanno votata, anche perché aborriscono il suo linguaggio, la sua boria, la sua tracotanza, la sua arroganza, la sua prepotenza, la sua vanagloria, la sua protervia, la sua presunzione, la sua ignoranza tecnica e morale, ché son cose diverse, il suo dilettantismo espressivo, in definitiva la sua superbia, principio di tutti i vizi, anche ieri evidenziato dalla citazione sgangherata di papa Wojtyla, che fa il paio con l’esecranda esibizione del Rosario e del libercolo contenente (forse) i Vangeli durante la campagna elettorale. Glielo dice un filosofo e teologo, e anche per di più politologo e sociologo con adeguati titoli ed esperienza. Le basta? L’elenco dei sopra elencati “sottovizi” della superbia è disponibile nell’etica tomista e in quella cui faceva riferimento il professore Norberto Bobbio, ma dubito queste siano letture cui lei possa essere aduso.

E dunque, se non vuole fare figure barbine con non pochi Italiani che sono in grado di smascherarla sotto ogni profilo, come me, prima di fare certe dichiarazioni studi, studi, studi umilmente e faticosamente, nel silenzio, invece di dar fiato alle sue trombe stonate.

Lei non rappresenta 60 milioni di Italiani,  non racconti balle, ché ogni persona appena alfabetizzata lo sa.

Ho ascoltato per Radio Radicale il suo discorso in Piazza di Popolo a Roma, e mi è rimasto in memoria un solo concetto della valanga di parolone e generici concetti espressi con un tono insopportabilmente dittatoriale ed autoreferenziale. Ora manca solo che lei parli in terza persona e passi dal già insopportabile “io”, a “Salvini”.

Di ieri mattina mi è rimasto un solo lemma, più volte da lei ripetuto: buonsenso. Ad ascoltare lei pare basti il buonsenso per governare, per comprendere i problemi, per decidere. Mi sembra pochino. Il buonsenso è una dotazione implicita per svolgere attività politica e qualsivoglia altra attività umana, lo sanno anche i gatti del cortile. E non basta, ovviamente. Ma per lei non è ovvio, che significa, dal latino ob viam, per la via, quindi scontato.

Lei forse non lo sa, ma le piazze, così come gli stadi, i cortei e ogni grande assembramento sono i luoghi dove la soglia critica dell’umana intelligenza si abbassa, come spiegano autori che lei probabilmente non ha neppure sentito nominare, come Gustave Le Bon nel suo La psicologia delle masse. Contento lei…

Non ho il dato socio-statistico dei partecipanti, ma non ce l’ha neppure lei, e quindi non si illuda.

Non so come procederanno le cose, né se questo ircocervo (sa che cosa è?) di governo potrà stare in piedi, poiché l’altro viceprimoministro mi par un poco in ambasce. Lei mi par voglia imitare il suo poco imitabile omonimo, mentre gli fa capire di non darsi pensiero con il sintagma esortativo: “Stai sereno (Luigi)”. Mi par di vederlo, il giovinotto campano, oramai tremebondo anzi che no.

E intanto, nonostante voi due, l’Italia lavora, vive, va avanti. Nonostante voi due, non molto noti per esser stati lavoratori indefessi. Se rivolgo l’attenzione al suo inopinato socio, non mi pare che possa vantare grandi esperienze di studio e di lavoro. E lei? Ha mai lavorato oltre all’aver fatto politica? Leggo che ha fatto il classico, bravo! E poi? Quando ieri la sentivo scandire in piazza il verbo al modo infinito “la-vo-ra-re”, più e più volte, mi veniva da pensare: ebbene sì, lavorate pure voi che mi applaudite qui in piazza, ché a me basta rappresentarvi. Quello è il mio lavoro. Sa invece quello che ho fatto io nella vita, figlio di operai emigranti, studiando e lavorando nel contempo? Ebbene: ho maturato quarantadue anni e sette mesi di contributi, con la legge Fornero, che lei non smantellerà, nonostante i suoi proclami cui lei è il primo a non  creder veritieri, perché le stanno spiegando che è improvvido farlo, quantomeno per ragioni di finanza attuariale; nel frattempo ho conseguito tre lauree magistrali, due dottorati di ricerca e un master. E lei?

Domattina, lunedì, io come altri ventisette milioni di Italiani andrò al lavoro, in una delle aziende che seguo, e in settimana farò anche lezione in due luoghi di formazione alta, nonostante mi sia arrivata una più che dignitosa pensione da un paio di mesi, che né lei né il suo socio in affari si azzarderà a toccare, e verso sera tornerò a casa. Se ne avrò la forza andrò in palestra, così come oggi ho fatto sessanta km in bici, fisico recuperato da un pericoloso tumore, che mi è stato ben curato da un sistema sanitario vigente, non pensato da lei, ma da quelli che lei disprezza ogni volta che apre bocca: i democristiani, i socialisti, i laici e i comunisti e i loro eredi. Un sistema sanitario gratuito da una quarantina d’anni, tra i migliori del mondo.

Joseph Goebbels, ministro della propaganda del III Reich spiegava che dire per dieci volte una menzogna non basta, ché la verità vince, ma se si dice mille volte una menzogna, questa diventa “verità”. Cito qui il fanatico gerarca nazista, non certo per ipotizzare similitudini, ma per ricordare che il meccanismo della menzogna, che riguarda anche il protagonista di questo post, funziona sempre allo stesso modo.

Salvini da Milano, mi ascolti, lasci perdere i sessanta milioni di Italiani, e si accontenti dell’onesto.

Florentia, seminario autunnale di Phronesis: “vado in carcere per… evadere”, mi dice Anna Maria, filosofa veneziana, che fa consulenza filosofica in carcere, e l’Anna, filosofa abruzzese, aggiunge che occuparsi dei “senza fissa dimora” le ha cambiato la vita, ovvero di come la filosofia insegna a guardare nel buio

Firenze: l’antica filosofa racconta del carcere, qui a Firenze, siamo vicino a San Lorenzo e alle cappelle Medicee. Michelangelo e ser Filippo Brunelleschi respirano vicino.

Anna Maria inizia dicendo che la consulenza filosofica non serve agli ergastolani bianchi o ostativi, perché forse sono irredimibili. O non ho capito o non sono d’accordo. Chi può dire che uno è irredimibile? E che cosa vuol dire “irredimibile”? Da che cosa ci si redime? Occorre convenire su che cosa sia la redenzione, concetto filosofico-religioso non facile. Ma poi si spiega meglio e siamo d’accordo.

Di solito ci si redime dal male. Il male ha una certa oggettività? Penso di sì.

C’è qualcuno che si “redime” pentendosi, e qualcun altro che non ritiene di doversi pentire di nulla, ma che si considera parte di un disegno più grande, oserei dire deterministico, spinoziano, su cui la volontà umana individuale conta poco o nulla.

La Anna da Pescara, filosofa insegnante e consulente vede i carcerati da anni e vive l’esperienza come una dimensione di rinforzo, prima di tutto per se stessa.

Tutte e due chiariscono innanzitutto che non visitano i carcerati, opera di misericordia spirituale, con intenti pedagogici, ma essenzialmente come luogo e occasione dove si cerca di dare gli strumenti per un rischiaramento logico sulla vita e sulle scelte, e questi strumenti possono essere accettati o anche respinti. Ognuno è -relativamente- libero.

Qualcuno/ a dei colleghi/ e precisa “molto relativamente” (libero). Spinoza non è pensatore di poco conto, e non vi è alcun cinismo nella constatazione di far parte di un contesto molto e strettamente cum-textus, con-tessuto, quasi inestricabilmente. Il mio amico tutelato nelle patrie galere sostiene di essere stato “necessitato” a fare ciò che ha fatto. Sembrerebbe una scusa a uno sguardo superficiale, e potrebbe esserlo.

Invece non è una scusa, ma è spiegazione insufficiente, poiché il libero arbitrio non è una fola, si dà, esiste, funziona. Io devo-volere-andare-in-bici, ché la bici senza la mia forza non fruscia nel vento. Il mio tono muscolare, la mia emoglobina, non dipendono solo dalla genetica, ma anche dai miei comportamenti, al punto che un giorno del 2015 mi salvarono la vita, quando un medico distratto, che mi aveva operato a un menisco, aveva dimenticato aperta un’arteriola.

Sostengono che la relazione con il carcerato cura, la relazione è terapeutica e può promuovere, senza intenzioni, anche una buona eterogenesi dei fini.  Ognuno di noi non sa che cosa può succedere in ragione di vettori causali che non conosciamo, e dunque la sola volontà individuale non basta, non è l’unico vettore.

L’impostazione della Corradini a volte ricorda quella di papa Giovanni XXIII (ma guai a dirglielo, ché la signora non sopporta molto né le parafrasi né le metafore, e ciò è un po’ poco filosofico) che distingueva rigorosamente tra peccatopeccatore, ma non ammette che si entri in ambito etico, posizione che non condivido. Si può invece entrare in quest’ambito dopo avere lavorato sul piano logico e argomentativo, allo scopo di togliere -se possibile- ogni zoppia discorsiva ragionante. Tutto l’uomo, l’uomo razionale e l’uomo etico stanno insieme: le ragioni e le differenze tra bene e male sono ben presenti alla coscienza.

Tutte e due hanno parlato del “tempo” del carcere. I ristretti ne hanno molto, e parliamo del tempo cronologico e anche di quello interiore, il kairòs. Il tempo interiore è il tempo della libertà… di pensiero, che vola libero oltre ogni confine, fisico e spirituale.

Gli ergastolani “ostativi” hanno il tempo infinito, perché non hanno nulla da fare. Tremendo, cruciale, drammatico, a volte mortalmente pericoloso.

Le due filosofe hanno visto le prostitute, gli omicidi, i mafiosi, i tossici e i pedofili, di tutti i generi e specie. Anna Maria raccomanda inoltre di non spendere molto il nome di “consulenza filosofica” con gli psicologi perché questi, di solito, con qualche eccezione, fanno fatica a capire la differenza tra il lavoro psicoterapeutico e quello filosofico pratico. Lo spiegheremo sempre meglio, anche se a me non crea alcun problema.

E poi c’è il tema del perdono, inteso come sentimento che può riguardare le vittime, ma anche le famiglie di quelli che hanno commesso delitti, e infine il perdono verso se stessi, il più difficile. Il perdono è sempre performativo, trasformante l’anima.

E il perdono ha a che fare con il tempo, perché richiede espiazione. Se il tempo si connette all’espiazione ecco che mette la persona nelle condizioni di cambiare la propria vita, poiché non si può dare colpa senza espiazione. Ogni reato presuppone una colpa, se commesso in piena avvertenza e deliberato consenso, usando un linguaggio teologico, e ogni colpa un’espiazione.

Personalmente ho la possibilità di dialogare con l’ambito delle vittime e l’ambito di coloro che le hanno rese vittime. Uomini, uomini e donne. Mondi diversi di umani. Separare il delitto dal delinquente, il peccato dal peccatore, ma non è facile.

Un altro gran tema del seminario d’autunno lo tratta la Norma, piccola e molto culta sicula, maritata a Udine con l’amico professor Giorgio. Lei parla di Alzheimer, con competenza appassionata. Pomeriggio straordinario e tremendo, nel senso che “fa tremare” anche di legittima paura di essere-umani. Può misteriosamente toccare a tutti. Può. E si spera che non capiti, poiché non vi son tante cure, o nessuna, per ora. Occorre studiarlo e accompagnare le persone lungo il cammino senza la pretesa e la spocchia di altre arti umane contermini di codificare e classificare tutto e in ogni caso.

L’Anna da Torino aveva trattato il suo lavoro alle Molinette, pioniera a proporre l’approccio filosofico al dolore, a malati e parenti, e al disagio, ai dipendenti. Il tema generale di Anna da Torino è quello delle Medical Humanities, ancora poco diffuso, e c’è dunque molto da fare, sia da parte delle amministrazioni, sia delle professioni mediche, sia infine da parte dei filosofi pratici.

La filosofia non è la badante della psiche, come pensano che tale sia -più o meno- la loro arte  molti psicologi, ma l’arte di farsi domande e di vigilare sulla struttura del pensare, ovvero di come proporre e imparare un sentiero per guardare nel buio. La filosofia è lo strumento più antico e nel contempo efficace per imparare a far le domande giuste per trovare risposte ancora interroganti.

E’ il sentiero necessario per guardare nel buio.

Le nevi del Grappa

Il grande Sacrario si staglia a quasi 1.800 metri contro il cielo terso, azzurro dopo la neve caduta. E’ nevicato e l’inizio dell’inverno in altura si è già manifestato, ma novembre ha riportato il sole e l’azzurrità delle alte cime.

Mario scivola e lascia sulle nevi del Grappa una piccola scia di sangue. Lo soccorro come si soccorre un commilitone alpino di cent’anni fa. Con rispetto dei 24.000, di cui 20.000 ignoti morti lì, Italiani e Austro-Ungarici, sorridiamo del suo piccolo sacrificio. Sangue di viandante offerto alla Patria. Il paesaggio è sconfinato e si capisce la ragione per cui i fanti e gli alpini italiani resistettero invitti lassù. Gli obici e i cannoni da 149/13 campali erano una barriera di ferro e fuoco insuperabile. Il Monte Grappa è un acrocoro inaccessibile a chi lo attacca, e da lì è partita le riscossa dell’italico esercito, fatto giovani di tutte le regioni. Cadorna è, grazie a Dio, disarcionato da re Vittorio e dal Capo del Governo Vittorio Emanuele Orlando, e sostituito da Armando Diaz, leale hidalgo ispanico.

E viene la battaglia del Solstizio d’estate, Vittorio Veneto, il Piave, il proclama un po’ altisonante del generale Diaz, che caro lettore puoi leggere sotto, la vittoria. Le grandi Nazioni d’Europa si sono scannate per quattro anni, fiumi di sangue, immenso dolore, milioni di morti, quasi tutti giovanissimi. E ora qualcuno vuol disfare l’Europa che ha richiesto tanta sofferenza per trovare sponde comuni.

Ecco il proclama del generale Armando Diaz dopo la vittoria.

«Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12 Bollettino di guerra n. 1268

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.»

(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)

L’origine del monte risale a circa dieci milioni di anni fa, per lo scontro – tuttora in atto – fra la zolla del continente africano e quella europea. La montagna è fatta di rocce marine: Calcari Grigi, il Rosso Ammonitico, il Biancone, la Scaglia Rossa.

L’uomo si fa la guerra e la natura, ferma, guarda col suo occhio poco men che eterno, rispetto alle nostre povere e brevissime vite. E mi vien pietà per coloro che scrivono, quando un uomo muore sui monti “Montagna assassina””. Ecché, sarà idiota l’umano che la sfida, pensando di poterla dominare.

E mi sovviene il passo lento degli alpini in fila verso il grande monte, camminando con calma, zaini da trenta chili in spalla e i muli con gli affusti degli obici e le mitragliatrici pesanti.

Di questo si parla con Mario scendendo verso il Brenta che circonda il monte e il Piave che lo sfiora a Est, e prima che la sera giunga rapida.

 

“Quant c’al ven un sgorli di ploia”, in friulano concordiese o “pasoliniano” cioè quando viene uno scroscio di pioggia, ovvero la vita è biografia costante di un progetto

E la pioggia che va…” cantavano i Rokes di Shel Shapiro nel 1966, “Quant c’al ven un sgorli di ploia“, mi dice Livio guidando verso Sauris in una bellissima domenica d’ottobre, in friulano concordiese o “pasoliniano” cioè quando viene uno scroscio di pioggia, ovvero “Sum et nihil humani mihi alienum est“, (da Heautòntimoroumenos, cioè Il punitore di se stesso, 77) come sentenziava il poeta e commediografo Publio Terenzio Afro a metà circa del II secolo a. C.

Viviamo albe irreversibili come tramonti, e ascoltiamo versetti essenziali come dardi, dentro le nostre vite che si dipanano come biografie costanti di un progetto. DJ Fabo, Fabiano Antoniani, accompagnato da Valeria e Carmen se n’è andato via.

Ho già scritto sul tema eutanasico basando il mio giudizio sull’etica classica che condanna ogni intervento suicidiario. Il Codice penale del giurista Alfredo Rocco risale al 1930 ed è ancora in vigore, nel quale l’art. 580 prevede che “chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1 e 2 dell’articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o di volere, si applicano le disposizioni relative all’omicidio”. Nella trattazione di questa fattispecie delittuosa, una premessa è d’obbligo: nel nostro ordinamento il suicidio non è oggetto di punibilità, neppure nella forma del tentativo, perché nonostante costituisca un disvalore sociale, la vita non può essere imposta coattivamente.

Ebbene, nel 2017 vi è stato l’episodio di Dj Fabo, Fabiano Antoniani, mentre nel 2012 quello di Piergiorgio Welby. Nel 2009 quello di Eluana Englaro sul quale sono intervenuto non poco, scrivendo anche a suo padre, senza mai avere risposta. Devo (e voglio) riprendere il tema approfondendolo, ché mi pare vi siano le condizioni teoriche e pratiche per farlo. Quasi doverosamente. Anche per modificare in parte la mia posizione in tema di bioetica. Qualche anno fa tendevo a una certa rigidità morale sul tema della vita, convinto com’ero (e come sono tutt’ora) che noi non “possediamo” le nostre vite. Le nostre vite ci sono date da decisioni altrui, dei nostri genitori, dal ciclo della nostra mamma e dalle voglie del nostro papà. La dico così un poco grevemente. E poi, forse, anche dalla volontà di qualche altro Ente, se ci crediamo. Chi crede sa che la propria venuta al mondo, sconosciuta perfino ai genitori, ex parte Dei vel sub specie aeternitatis era prevista fin dalla fondazione del mondo. Chi non crede pensa invece solo all’incontro più o meno casuale di due gameti XX e XY e di ventitre più ventitre cromosomi. Anche in questo “caso” rinvio alla mia dottrina (mi scusi il gentil lettore la prosopopea un poco individualista di questa citazione) sul caso, che cerca di mostrare la sua in-esistenza contro la necessaria esistenza della causa, mediante la mera metatesi della “u”.

Di solito si dispone di ciò che si possiede, secondo una regola originaria non scritta, e in seguito scritta, fin dal Codice del re caldeo Hammurabi, che risale al XIX secolo a. C.

In questo ultimo periodo, riflettendo sul tema del mandato, invece che sul diritto di proprietà, ho sviluppato alcune idee nuove. Sulle nostre vite in realtà abbiamo un mandato, e quindi qualcosa possiamo fare. E’ come se fossimo gli “amministratori delegati” di noi stessi, a nome e per conto di un proprietario che si può chiamare “Dio” ovvero “Natura”, come scriveva Baruch de Espinosa. A volte, nella vita aziendale l’AD fa le veci del padrone, anzi ordinariamente sempre, e particolarmente quando il padrone si assenta. Il tema è dunque, e il dibattimento è tra un diritto “alla” vita e un diritto “sulla” vita.

Nella vita umana, non sempre il “padrone” è accessibile: troppi, troppo complessi e spesso sconosciuti, sono i vettori causali delle nostre vite, nella salute e nella malattia.

Come si può evitare di non assumersi la responsabilità di gestire la propria vita almeno come deve fare una amministratore delegato nell’azienda di cui si deve occupare in quanto “delegato” dalla proprietà? Quando le cose vanno male lui deve guidare la ristrutturazione per portarla fuori dalla crisi e, se questa è irreversibile, deve avere il coraggio di chiuderla, con tutte le conseguenze del caso, di carattere societario e sociale.

Anche le vite umane si chiudono sotto il profilo fisico, ché sotto quello spirituale, se ci credi, mio gentil lettore, anche no, ché sono d’altra natura, quella dell’immortalità.

A volte accade qualcosa, come la pioggia che va, oppure come quando viene uno scroscio (in friulano occidentale sgorli dal verbo sgorlar) sempre di pioggia. Basta poco per cambiare tutto: un et, un incidente stradale, un ammalamento, una co-incidenza, una circostanza avversa, una metatesi della “u” che ribalta ciò che è casuale in ciò che è causale, come detto detto sopra e -spesso- altrove in questo mio sito.

Sono tutore legale e amministratore di sostegno di un carcerato. Ecco: un uomo privato dei diritti civili si è affidato a me per gestire le sue cose e la sua persona. Quest’uomo mi ha detto che, se dovesse poter votare per l’eutanasia legale voterebbe a favore ma, se si trattasse della sua vita, mi ha raccomandato di tenerlo “di qua” il più possibile, perché forse conserva qualche dubbio sull’aldilà, o forse perché… non lo so.

E’ allora plausibile che si possa decidere di sé, come mandatari, come amministratori, quando le albe e i tramonti diventano tutt’uno, essendo la vita la biografia costante di un progetto. La vita è biografia che a volte diventa in-costante e a volte non ha un pro-getto, che significa un essere-in-disordine. L’incostanza e la non-progettualità sembra siano un male, ma è poi vero del tutto e sempre?

Dobbiamo proprio inquadrare le nostre vite in modo rigorosamente inappuntabile secondo schemi culturali e morali pre-fissati quasi ab aeterno? Una visione eticamente fondata della vita è rigida e dura come il marmo di Carrara da cui Michelangelo traeva le sue statue per toglimento di materia prima? La vita è una statua? Domande retoriche, cui è doveroso, per intelligenza et humana pietas, rispondere no, e no, e no.

E’ per questo che forse è preferibile, dentro il nostro limite fisico e cognitivo, ritenere di avere un mandato, non una proprietà sulla vita. Mi piacerebbe discuterne con chi pensa che siamo in diritto di considerarci proprietari e non mandatari. Sottigliezze semantiche o utilizzo sano della filologia in filosofia? Penso sia la seconda risposta, quella giusta.

A-crazia (dal greco a-kratìa), vale a dire governo senza oppressione, in tempi in cui le democrazie tendono a somigliare pericolosamente a demo-kratùre, dove il potere si esercita senza rispetto

Il mio amico Francesco Ferrari, filosofo pratico e socio di Phronesis, è ricercatore e docente all’Università di Jena. Ha scritto recentemente un agile volumetto: La comunità postsociale. Azione e pensiero politico di Martin Buber, edito da Castelvecchi. Il filosofo ebreo tedesco si è battuto tutta la vita per un socialismo religioso da una prospettiva ebraica non populista, e nemmeno sovranista. Di questi tempi leggere un testo come quello di Francesco allarga il cuore e le facoltà raziocinanti.

Lo consiglierei ai due vicecapidelgoverno, che sono -come ognun sa- notissimi intellettuali, particolarmente versati in discipline socio-politiche, storiche ed etico-giuridiche. Son convinto che ne trarrebbero un gran utile, ove riuscissero ad andare oltre pagina 15, che per me è il segno di una certa (nell’accezione di aggettivo partitivo, non attributivo) intellettualità.

Il pensatore cui Francesco ha dedicato un solerte suo impegno era socialista, ma di un socialismo intriso di utopismo e di umanitarismo. Non marxista. Il socialismo dei kibbutzim, specie di cooperative agricole e artigiane israeliane dove si condivide il lavoro e il reddito.

Il suo socialismo non poteva non connettersi con una forma particolare di democrazia, chiamata a-crazia, cioè un modello di governo non aggressivo e violento, mai, ben lontano dalle demokrature di questi anni, ma anche dalle democrazie zoppicanti che costituiscono il nerbo, si fa per dire, dell’Occidente attuale.

Contrario alla pena di morte, Martin Buber dialogò con David Ben Gurion ai tempi del processo Eichmann a Tel Aviv nel 1961. Adolf Eichmann fu impiccato e le sue ceneri sparse nel Mediterraneo, a monito futuro, Buber dissenziente.

Ispiratore dello Yad Vashem, Buber è il pensatore della relazione tra l’io e il tu (Ich und Du), dove il tu diventa io e l’io è tale come significato e valore soggettivo solo in relazione al tu. Sembra un’esagerazione estremistica questa di Buber, ma se ci pensiamo bene, in un tempo nel quale l’egoismo spiccio la fa da padrone non fa male.

Un altro tema cui il pensatore ebreo germanico si dedica è la riflessione sulla democrazia, lui che ha conosciuto da ebreo la fase infernale del nazismo, così come si è sviluppata in violenza inaudita dopo la conferenza di Wannsee, auspici condottieri Himmler e Heydrich, loro servitor fedele il già sopra citato Eichmann.

Democrazia, o governo del popolo monarchia, oligarchia, o governo dei pochi, acrazia, o governo non autoritario,  plutocrazia, o governo dei ricchi, meritocrazia, o metodo premiante i migliori, eucrazia, o buon esercizio del potere, cacocrazia, o cattivo esercizio del potere, etc. possiedono la radice kràtos, in greco potere, salvo monarchia che è composta da mònos, unico, e archè, principio, mentre dittatura no, perché deriva dall’iterativo dicto, dico ordinando, dico con autorità, in latino.

Addirittura vi è il Cristo pantokràtor, cioè il “signore del tutto”, molto presente nella tradizione teologica e iconografica o iconologica ortodossa. Vederlo nell’ovale dell’abside del sublime Duomo di Monreale, o a Ravenna.

Il discorso del potere è sempre presente. Da millenni. Inevitabile, il potere, come dimensione della con-vivenza.

Tratto da Daniel, propongo un breve brano scelto dal professor Ferrari per dar inizio al libro, e lì Buber scrive: “Tutto ciò che questo tempo ci ha dato dovrebbe essere riconquistato autenticamente nel corso di una nuova e inaudita lotta in nome della realtà. Ciò che adesso ha il suo esserci spettrale nella fretta sciagurata, nella dispersione e nella finalità, nell’apparenza dell’essere informati e nella falsa sicurezza – tutto questo deve diventare vita reale, vita vissuta. E questa è la vita dell’immediatezza e del legame fra gli uomini.”

L’anarchismo acratico di Buber è rispettoso e delicato, quasi, attento alla fragilità degli uomini, poiché a lui non interessa più di tanto la Gesellschaft, cioè la Società, ma la Gemeinschaft, la Comunità. La Societas è un qualcosa che lascia freddi, mentre per contro la Communitas communitarum è il dove della con-divisione, della con-vivenza, è il kibbutz nel deserto innaffiato da lontane acque faticosamente captate.

Buber pare sentirsi come un rabdomante spirituale, che cerca l’acqua dissetante dell’eguaglianza tra diversi, non un sionismo ferocemente identitario ed esclusivo, ma una fraternità umana inclusiva. Nella mia vita ho passato momenti in cui chi mi stava vicino parlava con compiacimento di esclusività, e io provavo un disagio. Buber, tra non molti altri, mi aiuta a pensare l’inclusione tra diversi, non la confusione -beninteso- ma una teo-politica intrisa di socialismo democratico, e a-cratico, giammai violento e impositivo.

L’utopia di questo socialismo in Buber e, mi permetto di dire, anche in Francesco Ferrari, non vive la distanza dal principio di realtà, ma la accompagna come ipotesi possibile, come un dispiegarsi fraterno del presente verso un futuro rischiarato.

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