Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La vita di Lorenzo

…è finita a diciotto anni, su questa terra. Finita nel dolore più grande dei suoi cari e nello sconfortato sconcerto delle persone che lo hanno conosciuto, sia scuola sia nell’azienda dove svolgeva il suo tirocinio.

Il Friuli è terra di grandi lavoratori, storicamente. Di emigranti e di imprenditori. Il Friuli è una terra accogliente, nella sua durezza caratteriale di fondo. La nostra gente è abituata da millenni a essere visitata e percorsa da popoli in movimento e da potenze conquistatrici. E’ ancora oggi poco conosciuta anche a Roma. Capita che nel 2022 qualcuno in Italia (sentito da me), non sappia che Udine non si trova in montagna, e che il nome di questa terra sia sovente travisato nella pronunzia dell’accento: Frìuli, in vece di Friùli.

Queste due piccole cose danno la cifra di come l’estremo Nordest italiano sia poco conosciuto in Patria, e quindi si comprenda con difficoltà ciò che vi accade. Non sto dicendo che solo qui succedono infortuni mortali di giovanissimi, ma che lo spirito con il quale si lavora è molto diverso dal resto dell’Italia. E ciò affermando, non intendo dire che nelle altre regioni italiane il lavoro non sia sentito in tutta la sua importanza vitale, tutt’altro.

Qui da noi, però, il lavoro ha assunto, nel corso dei secoli, quasi una sorta di sacralità di tipo religioso. Addirittura nei modi e nel linguaggio della comunicazione inter-soggettiva. In Friuli è più facile sentirsi chiedere “che cosa fai?” piuttosto che “come stai?”, nella lingua madre storica, il Friulano, in così: “ce fastu?, espressione, peraltro, identica alla medesima in romeno, sia nella forma sia nel significato letterale.

Il che-cosa-si-fa è il come-si-sta, intrinsecamente, implicitamente, ontologicamente, filosoficamente!

Se in certe linee di pensiero l’essere coincide con il pensare (cf. Hegel, Heidegger…), qui pare che l’essere coincida con il fare. Esagero, ma solo per dare un po’ il senso del carattere profondo, nostrano.

Non voglio lasciarti ritenere, gentile lettore d’altre regioni e nazioni, che il Friulano non pensa, ma opera senza pensare, ma che il fare è essenziale, che il guardar fare è immorale, inaccettabile, inattuale, impossibile, se si vuole meritarsi la dignità di esseri umani, che vivono in un consorzio per la vita del quale si sono condivise le regole di ingaggio esistenziale e sociale.

In Friuli, quando ci sono eventi drammatici o disgrazie, del genere delle alluvioni (1966 e in altri anni, numerose), dei terremoti (1976, solo per citarne uno) o inondazioni da cataclismi di dighe mal progettate (1963), non si sente dire spesso (anzi quasi mai): “ma lo Stato dov’é?” E perorazioni consimili.

Qui, prima ci si chiede come intervenire, come operare immediatamente, come soccorrere, e poi si chiede aiuto allo Stato.

Ricordo per i non-Friulani e per i giovani nati dopo il 1976, che l’arcivescovo di Udine, mons. Alfredo Battisti, quando la catastrofe di quel tragico terremoto colpì mezzo milione di abitanti, disfece 100.000 case, causò 1000 morti, 10.000 feriti e 200.000 profughi, pregò in questo modo: “Oh Signore, aiutaci a ricostruire prima le fabbriche, poi le case, e poi le chiese“. E così fu, esemplarmente.

Le lacrime furono tante, ma di più nel segreto di ciascuno.

Altrove, a fronte di casi analoghi, l’atteggiamento delle persone fu diverso, e non dico in quale senso, poiché è intuibile, tra queste mie righe.

Ora, il lettore potrebbe chiedersi che cosa c’entri questo ricordo con la morte tragica di Lorenzo… direttamente, nulla. Certo, ma fa pensare alla dimensione etica del lavoro per un popolo che lo ha sempre avuto e trovato a fatica, nei secoli, addirittura nei millenni, e perciò lo ritiene prezioso come un’espressione fondamentale dello stesso essere “umani”.

Il valore del lavoro, per Lorenzo e la sua famiglia era ed è questo. Pertanto, ancora a maggior ragione occorre indefettibilmente rispettare le regole, osservare le condizioni del lavoro per renderle sempre più sicure, valutando i rischi con razionalità e precisione, mettendo i giovani e tutti i lavoratori nelle condizioni di non subire la casualità della disgrazia, perché la casualità non esiste. Ovviamente, qui non mi riferisco ai movimenti delle micro particelle studiate dalla fisica teorica (Heisenberg, etc.)

Chi lo desidera, può cercare in questo sito la riflessione logica che mi ha convinto sull’inesistenza del caso e, invece, sull’esistenza e sulla tragica efficacia delle cause e delle con-cause. Causalità, non casualità: una metatesi della “u” cambia la lettura degli eventi delle vite in questo mondo.

“Gelosia” vs., oppure “invidia”? “Invidia” vs., ovvero “gelosia?”

Molti confondono e usano indifferentemente gelosia al posto di invidia e il contrario, ignorando o trascurando che non sono sinonimi. Vediamone l’etimologia e le accezioni.

L’ Invidia dal latino in-vidère, è un vizio gravissimo, secondo gli antichi Padri della Chiesa Giovanni Cassiano, Giovanni Climaco, Agostino, Gregorio Magno, tra diversi altri, forse il secondo più grave dei sette, poiché il più grave resta la superbia, cioè il sentimento di superiorità che consente moralmente, nella coscienza (o assenza della) del singolo, qualsiasi azione e nefandezza sugli altri.

L’invidia è un “guardare contro”, un “guardare male”, cioè un augurare il male agli altri. Precede immediatamente l’odio, secondo logica pratica. Lo precede, perché ne è generatrice. Se tu sei invidioso di qualcuno che magari ha successo, se continua ad averlo puoi cominciare ad odiarlo, proprio perché il suo successo non finisce mai, e il tuo (successo) tarda ad arrivare (se mai arriverà). O no, gentile lettore?

Possono darsi numerosi esempi nella vita di ciascuno: professionali, parentali, amicali, che poi, proprio per la presenza di questi due vizi passionali, tali non sono.

La gelosia , etimologicamente dal latino zelosus, aggettivo di zēlus derivando dal termine greco ζήλoς (zélos), che vuol dire zelo, emulazione, brama, desiderio di imitare, è un sentimento umanissimo. Se la gelosia non viene controllata, può nel tempo assomigliare sempre più all’invidia, ma non è mai la medesima cosa.

La gelosia può comparire perfino nei bimbi, anche piccolissimi, e si può immediatamente affermare che è essa presente, peraltro come lo è l’invidia, in tutte le culture umane, in tutti i luoghi e in tutti i tempi. Basterebbe citassimo gli innumerevoli episodi, spesso terminati tragicamente, accaduti nelle corti e nei sistemi politici di ogni tempo e luogo (specialmente nelle autocrazie antiche e nelle dittature di ogni tempo), laddove chi comandava ha soppresso chi riteneva potesse insidiarne il potere, o, viceversa, chi insidiava il potere ha proceduto con crudeltà e celerità a complottare e poi a sopprimere chi lo aveva sovrastato fino a quel momento.

Padri e figli, madri e figli, con il contorno di nipoti e zii si sono mossi sui sentieri asperrimi e tremendi della gelosia fattasi invidia e su ciò che tale sentimento iniziava a dettare nei loro cuori. Gli Annales di Tacito e le Storie di Tito Livio, i racconti di Tucidide, quelli dei Basilei bizantini, le tragedie del gran Bardo inglese, fino a Stalin e ai nostri giorni, la cronaca storica sono colmi di delitti nati nel coacervo cupo della gelosia fattasi patologia e poi invidia.

Ad esempio, nei rapporti umani privati, l’ansia, la sospettosità, la possessività, il senso di umiliazione e di incertezza, sono fomiti primari di questo sentimento, anche quando si declina nel timore di perdere l’affetto della persona amata, oppure di non ottenerlo. E allora registriamo gli omicidi (o, nel caso dell’uccisione di una donna, i “femminicidi”, infausto e diffusissimo termine neo costituitosi nelle cronache giornalistiche).

Dicevamo prima del primo manifestarsi della gelosia, anche in età infantile, come quando nasce un fratellino o sorellina. Io, però, ricordo, che quando nacque, due anni dopo di me, mia sorella Marina, non ero geloso di lei che era venuta al mondo, e occupava spazi e dedizione da parte di mamma Luisa fino a quel momento dedita solo a me, come a un “Gesù Bambino” redivivo e unico (copyright di mia cugina Lucilla Morlacchi), ma degli estranei che volevano toccarla, e dicevo, in un friulano già espressivo: “no totà ì, no totà ì“, cioè non toccarla.

Vi è dunque, come sottolinea anche Sigmund Freud la gelosia verso terzi (come nel mio citato caso e come nei rapporti di coppia quando interviene una terza persona, amante, o altro che sia). Nel caso della gelosia adulta, a volte si declina perfino come retroattiva, rivolta, cioè, al passato dell’amato o amata, di cui non si tollera amori precedenti.

Gelosia e invidia sono definibili come emozioni complesse originate socialmente. Sussistono aree non piccole di sovrapposizione tra la gelosia e l’invidia, in quanto il soggetto è coinvolto dalla percezione di un confronto sfavorevole in un campo esistenziale o professionale molto importante rispetto a un’altra persona, fatto che contribuisce a determinare un certo scadimento dell’autostima del soggetto stesso. Lì inizia un danno individuale e anche sociale.

Si tratta comunque emozioni spiacevoli e a volte penose. Sotto il profilo cognitivo, in ambedue le emozioni si attivano processi cognitivi disfunzionali, soprattutto quando si accrescono nel rimuginio e nella ruminazione. Ben diverso è il tipo di ruminazione che si attiva nei processi ermeneutico-interpretativi di un testo antico o moderno, cui si pensa e si ripensa, al fine di trovarvi, o fallacie oppure nuovi sensi e significati.

Gelosia e invidia si differenziano anche per diversi aspetti generativi: ad esempio, la gelosia si manifesta se nel confronto sociale una nostra qualità viene minacciata, mentre l’invidia è maggiormente presente se e quando la persona viene messa obiettivamente a confronto con qualcuno che risulta pubblicamente possedere una qualità maggiore, oppure un bene o una condizione più significativi, nel confronto con l’altro.
La gelosia si manifesta nei rapporti affettivi, soprattutto per la paura di perdere la totalità o l’esclusività di un legame affettivo, mentre l’invidia riguarda di più il rapporto con i beni o con determinate condizioni (di successo, di potere, di status);
Abbiamo già osservato che la gelosia è spesso fomentata da condizioni mentali di sospettosità, sfiducia, autosvalutazione, paura, ansia e rabbia, ipersensibilità alle frustrazioni ma anche amore e desiderio verso la persona di cui si è gelosi; l’invidia sorge dalla percezione di una inferiorità (anche solo pensata) nei confronti dell’altro, ed è talora sostenuta da un forte senso di possesso, e da un desiderio di danneggiare l’altro, pur – paradossalmente -anche in presenza di forme di ammirazione e di emulazione verso l’altro invidiato.

A questo punto Gelosia e Invidia diventano patologiche.

(…segue dal web)

Sulla Gelosia

Allo scopo di comprendere le differenze individuali Marrazziti e collaboratori (2010) hanno recentemente sviluppato un questionario inerente al tema della gelosia, con lo scopo di classificare le manifestazioni di gelosia nella popolazione non patologica, sulla base di quattro ipotetici profili: gelosia ossessiva, depressiva, associata ad ansia da separazione e paranoide. Le tipologie di gelosia si caratterizzano per i seguenti aspetti: nella forma ossessiva, sono presenti sentimenti egodistonici ed intrusivi di gelosia che la persona non riesce a far cessare; nella forma depressiva, la persona prova un senso di inadeguatezza rispetto al partner, aumentando il rischio percepito di tradimento; nella forma con associata ansia da separazione, la prospettiva di una perdita del partner appare intollerabile, e vi è un rapporto di dipendenza e di continua ricerca di vicinanza; nella forma paranoide, vi è un’estrema diffidenza e sospettosità, con comportamenti controllanti ed interpretativi. Tale strumento rappresenta un utile collegamento tra normalità e patologia, ed ha lo scopo di portare luce su un fenomeno molto diffuso, sebbene poco studiato, e fonte di disagio psicologico in un’ampia parte della popolazione.

Affrontando quindi il tema del continuum tra normalità e patologia, presentiamo brevemente la descrizione di gelosia normale e patologica. Si parla di gelosia normale quando è inseparabile dall’amore per il partner e mostra livelli di attivazione fisiologica accettabili. Non vi è rigidità e pervasività dei pensieri e nelle credenze legate alla sospettosità e minaccia di perdita del partner; non vi sono dilaganti comportamenti compulsivi di controllo, di investigazione nei comportamenti aggressivi e coercitivi.

Invece, la gelosia patologica si genera da comportamenti che non trovano riscontro nella realtà, da azioni infondate, e deriva, sostanzialmente, da un’angoscia che prende forma nella mente senza nessun riscontro oggettivo. Quest’angoscia produce delle vere e proprie rappresentazioni mentali in cui si costruiscono ad hoc lo scenario, il rivale e, più di tutto, le prove dell’infedeltà.

Quindi, la realtà viene erroneamente interpretata e tutto può essere frainteso. Questo, può portare a dei veri e propri deliri di gelosia che in alcuni casi sono all’origine di delitti passionali. Si tratta, dunque, di autentico delirio florido, esattamente come affermava Freud anni or sono, e rappresenta la parte più patologica della gelosia. Nei casi più estremi infatti non è raro che vi siano deliri di riferimento specifici definiti “deliri di gelosia”.

Questa forma di gelosia si manifesta con le seguenti caratteristiche: paura irrazionale dell’abbandono e tristezza per la possibile perdita; sospettosità per ogni comportamento relazionale del partner verso persone dell’altro sesso; controllo di ogni comportamento dell’ altro; invidia ed aggressività verso i possibili rivali; aggressività persecutoria verso il partner; sensazione d’ inadeguatezza e scarsa autostima di se stessi.

Sostanzialmente, è una sintomatologia affine a quella della dipendenza affettiva. La gelosia, dunque, potrebbe essere la manifestazione di una condizione patologica di dipendenza affettiva. Si può affermare che la gelosia e la dipendenza affettiva sono due facce di una stessa medaglia: se è presente l’una è molto probabile sia presente anche l’altra . Infatti, il dipendente affettivo agisce sulla scia di un bisogno: non voglio rimanere solo. Di conseguenza, nel momento in cui si assume che l’oggetto d’amore, senza un dato di realtà, possa venir meno, si manifesta questa strana sensazione di estrema vulnerabilità in cui iniziano i comportamenti investigativi e di controllo, nonché gesti disperati nel tentativo di tenere legato a sé l’oggetto d’amore. La gelosia patologica può riscontrarsi ad esempio nei disturbi della personalità, oppure in tratti di personalità sotto-soglia, ad esempio nel disturbo dipendente, bordeline, paranoide, narcisistico, antisociale, etc.

A livello comportamentale, capita spesso che persone che soffrono di gelosia patologica possano controllare o spiare la persona amata e, in alcuni casi, possono persino esercitare forme di controllo molto aggressive sul partner per prevenire l’infedeltà (usare violenza verbale, fisica o addirittura imprigionare chi si teme di perdere). L’intensità della gelosia è direttamente proporzionale alle dimensioni immaginarie della catastrofe della perdita della relazione e dell’amato intollerabile.

Tra le conseguenze della gelosia sulla persona amata, possono a volte essere presenti veri e propri comportamenti distruttivi nei suoi confronti, come provare odio o abusarne fisicamente, fino a considerare la persona che si ama disturbante quanto il rivale: basti pensare ai numerosi casi di aggressioni fisiche, violenze efferate e omicidi a sfondo passionale. Anche verso il rivale ci si comporta proiettando su di esso quasi esclusivamente sentimenti di annullamento e odio.

Sull’invidia

Come già esposto nei precedenti paragrafi, l’invidia è un’emozione altamente stigmatizzata nella nostra cultura, è l’emozione di cui si parla meno e di cui si è meno consapevoli. La psicoanalisi ha dedicato grande spazio all’invidia, nelle sue teorizzazioni sullo sviluppo infantile. Già Freud parlava del ‘complesso di evirazione tale per cui la bambina nell’infanzia prova l’ ‘invidia del pene’ quando viene a conoscenza del sesso maschile. Secondo Melanie Klein l’invidia è un’emozione fondamentale per il successivo sviluppo emotivo-affettivo del bambino. Nell’infanzia, se l’invidia non è eccessiva ed é adeguatamente supportata ed elaborata può essere superata e ben integrata nell’Io attraverso sentimenti di gratitudine.

Nel momento in cui questa emozione è negata e non riconosciuta può indurre emozioni disfunzionali secondarie (ansia, colpa, frustrazione) che aumentano il livello di sofferenza e di disagio psicologico. In generale l’invidia può divenire patologica nel momento in cui i contenuti e i processi cognitivi disfunzionali sono rigidi e perseveranti: il confronto con l’altro innesca pensieri e credenze di autosvalutazione e senso di inferiorità, che spingono l’individuo verso comportamenti distruttivi e aggressivi, verso l’altro o verso se stesso; mentre in taluni casi prevale un quadro di evitamento e passività, in cui sono presenti stati di impotenza e autocommiserazione.

L’invidia patologica è caratterizzata da una elevata quota di rancore e astio, al punto che la persona oggetto dell’invidia è deumanizzata e odiata; spesso sono presenti esperienze infantili traumatiche, in termini di abuso, umiliazione, denigrazione, criticismo, biasimo e sabotaggio del valore personale. Nelle persone che presentano invidia patologica è compresente una acuta emozione di vergogna e senso di inadeguatezza del sé. A livello comportamentale e cognitivo possono attuarsi modalità di relazione evitanti, defilate e schive caratterizzate da diffidenza nei confronti dell’altro; in alternativa, la vittima di invidia patologica può identificarsi con l’aggressore (ad esempio un caregiver umiliante) e perpetrare il ciclo dell’abuso attraverso la denigrazione e la svalutazione dell’altro attraverso agiti intenzionalmente diretti a danneggiare l’altro. In entrambi i casi è presente una marcata sensazione di inferiorità e inadeguatezza del sè.

Spesso possono accompagnarsi all’invidia patologica, patologie legate alla sfera dei disturbi depressivi, in cui è centrale l’auto-svalutazione del sé e l’autocommiserazione, così come in alcuni casi di disturbi della personalità, come ad esempio nel caso del disturbo di personalità narcisistico.

La gelosia comporta un intero “episodio emotivo”, compresa una complessa “narrazione”: le circostanze che portano alla gelosia, la gelosia stessa come emozione, qualsiasi tentativo di autoregolamentazione, azioni ed eventi successivi e la risoluzione dell’episodio. La narrazione può provenire da fatti, pensieri, percezioni, ricordi, ma anche immaginazione, assunti e ipotesi. Più la società e la cultura contano nella formazione di questi fattori, più la gelosia può avere un’origine sociale e culturale. Al contrario, Goldie mostra come la gelosia possa essere uno “stato cognitivamente impenetrabile“, in cui l’educazione e la credenza razionale sono molto poco importanti.

Una possibile spiegazione dell’origine della gelosia proviene dalla psicologia evoluzionista: secondo questa prospettiva, l’emozione si è evoluta al fine di massimizzare il successo dei nostri genii: la gelosia sarebbe un’emozione basata biologicamente, selezionata per favorire la certezza sulla paternità della propria progenie. Un comportamento geloso, negli uomini, è diretto ad evitare il tradimento sessuale e un conseguente spreco di risorse e sforzi nel prendersi cura della prole di qualcun altro. Ci sono, in aggiunta, spiegazioni culturali o sociali sull’origine della gelosia. Secondo uno, la narrazione da cui deriva la gelosia può essere in gran parte prodotta dall’immaginazione. L’immaginazione è fortemente influenzata dall’ambiente culturale di una persona. Lo schema del ragionamento, il modo in cui si percepiscono le situazioni, dipende fortemente dal contesto culturale. È stato suggerito altrove che la gelosia sia in realtà un’emozione secondaria in reazione ai propri bisogni non soddisfatti, ovvero quei bisogni di attaccamento, attenzione, rassicurazione o qualsiasi altra forma di cura che altrimenti si supponeva sorgesse da quella relazione romantica primaria.

La gelosia nei bambini e negli adolescenti è stata osservata più spesso in coloro che presentano bassa autostima, e può evocare reazioni aggressive. Uno di questi studi ha suggerito che lo sviluppo di amici intimi può essere seguito da insicurezza emotiva e solitudine in alcuni bambini, quando questi amici intimi interagiscono con gli altri. La ricerca di Sybil Hart, Ph.D., presso la Texas Tech University, indica che i bambini sono in grado di provare e manifestare la loro gelosia a sei mesi]. I bambini hanno mostrato segni di sofferenza quando le loro madri hanno focalizzato la loro attenzione su una bambola realistica. Questa ricerca potrebbe spiegare perché i bambini e i bambini mostrano angoscia quando nasce un fratello, creando le basi per la rivalità tra fratelli.

Gli antropologi culturali hanno affermato che la gelosia varia da una cultura all’altra. L’apprendimento culturale può influenzare le situazioni che scatenano la gelosia e il modo in cui viene espressa la gelosia. L’atteggiamento verso la gelosia può anche cambiare all’interno di una cultura nel tempo. Ad esempio, l’atteggiamento nei confronti della gelosia è cambiato sostanzialmente negli anni ’60 e ’70 negli Stati Uniti. Le persone negli Stati Uniti hanno adottato opinioni molto più negative sulla gelosia. Man mano che uomini e donne diventavano più uguali diventava meno appropriato o accettabile esprimere la propria gelosia.”

E, per finire… possiamo dire che la gelosia ossessiva è una patologia mentale che porta a sospettare continuamente infedeltà fittizie del proprio partner, e viene chiamata anche Sindrome di Otello, come hanno porposto, prima William Shakespeare e in seguito Giuseppe Verdi.

bibliografia breve

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“…troppi femminicidi, troppe violenze e abusi sui minori, troppi…”, parole che ho sentito pronunziare dal ministro di Grazia e Giustizia Marta Cartabia. Sì, lei. Mi sono subito chiesto “troppi”? Ma perché? “Pochi”, dunque, andrebbero bene? Sarebbero accettabili? Ancora una volta noto che si usano frasi e concetti linguistico-espressivi inadeguati, o almeno non vigilati. Può darsi che forse le persone parlanti in pubblico talora non riflettono prima di scegliere le parole e come dirle, ovvero, riflettono, ma non sempre sul significato completo, o logicamente deducibile, di ciò che dicono…

Se non ci si pensa su un pochino, espressioni come quelle del Ministro (che brutto “Ministra”!) della Giustizia citate nel titolo passano inosservate.

Proviamo a riflettere: dire “troppi femminicidi“, oppure “Non meritava di morire“, è quantomeno improprio, soprattutto la seconda espressione. Provo a proporre alcune considerazioni, partendo da un esempio letterario italiano classico.

In una delle novelle, la Quarta della Sesta giornata fiesolana, che Giovanni Boccaccio inserì nel Decameron, scritto ai tempi della peste del 1348, che decimò la città di Firenze e quasi l’intera Europa, troviamo la storia di Chichibio cuoco e di messere Currado Gianfigliazzi, il quale cacciò una bellissima gru con il suo falcone e la portò, affinché fosse opportunamente cucinata, al suo amico cuoco. Lascio al gentil lettore l’incombenza di cercare la novella per vedere come va a finire.

Ebbene, se noi volessimo riferire il discorso di Cartabia con il linguaggio “boccaccesco”, se pur temperato dalla successiva (e decisiva per la scelta della lingua italiana dal volgare fiorentino) lezione cinquecentesca del cardinal Pietro Bembo, magari consigliato, a sua volta da Pietro l’Aretino, come potremmo riferire il discorso del Ministro di Grazia e Giustizia? Ci provo.

“Havvi tanti omicidi di femmine, ché sempre inaccettabile sarìa uno solo, e quasi altrettante offese nell’età delicata degli infanti e troppissimo sarìa uno solo… che debbo dire a lorsignori, se non che ogni homo et femina est sacra et nissuno potest toccare, a pena di peccatum e di civile delitto?

Sarebbe molto meglio dirla in questo modo, che non parlare semplicemente di troppi femminicidi e troppe violenze sui minori, in modo tanto semplificato. O no?

Vengo poi all’adattamento giornalistico-sensazionalistico del linguaggio comune, anche se diverse volte in precedenza ne ho trattato: “femminicidio”, cioè uccisione di una donna. Ma, santIddio, si sa o non si sa che in latino il termine “homo” significa uomo/ donna? cui, nel sostantivo composto omi/cidio si aggiunge al de-verbale “cidio”, dal verbo latino caedere, vale a dire uccidere?

Bene, lo si sappia: basta dire omicidio, per definire l’uccisione sia di un maschio, sia di una femmina, sia di un bambino o di una bambina. Niente. Oggi, bisogna dire “femminicidio”, “ministra”, e fors’anche, fosse per l’on. Boldrini (da me tutt’altro che rimpianta ex “Presidenta” (?) della Camera dei Deputati), appunto, “Presidenta”.

E dunque, tornando alle abbastanza infelici espressioni sopra citate, quelle riferite all’aggettivo “troppo”, perché non si riflette un momento e ci si limita a considerare che vi sono, non “troppi”, ma tanti omicidi di donne, ripeto, uno solo dei quali è troppo?

E quivi mi fermo, per non suscitar un eccesso di nervosismo in me e, magari, anche in qualche gentil lettore, che ama indugiare come me, non da “precisino”, ma da rispettoso utente e cultore del nostro bellissimo idioma italico.

…morire scalza, assiderata, una persona, una donna

Come il bimbo approdato morto sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia alcuni anni fa. Uguale. Quando ho sentito questa notizia mi sono sentito impotente, debole, senza forze, senza senso.

La foto di quel corpicino composto, delicato, ha fatto il giro del mondo del web. La tragedia dei migranti riportata in tutta la sua drammaticità dai media, in quel caso ha smosso non so quante coscienze, ma non parlo di coscienze come la mia, che nulla o pochissimo possono fare in tema, ma delle coscienze dei decisori economisti, finanziari e politici di tutto il mondo.

Quella foto oramai storica mostra il cadaverino sul quale cade lo sguardo e l’attenzione di un poliziotto turco che lo solleva per portarlo via dal luogo dove è morto annegato.

Ora abbiamo questa migrante morta assiderata per scaldare le mani dei suoi figli.

La tragedia è accaduta pochi giorni prima di Natale ed è stata confermata solamente nelle ultime ore. Un’emittente Demokrat tv la ha messa in onda, come fece a suo tempo un’altra tv con il bimbo annegato. Quella mamma è morta di freddo per dare un’ultima assistenza vitale ai suoi figlioletti, rinunziando lei a una copertura dal freddo che forse l’avrebbe ancora tenuta in vita.

Il fatto è accaduto nella provincia turca di Van, nei pressi dell’omonimo lago. La donna e i suoi bambini sta stava portando in Turchia, verso Ovest dunque, provenendo dall’Iran, quando è stata investita da una gelida tempesta di neve e vento ghiacciato. La donna si è sacrificata togliendosi i calzini per farli usare come guanti ai figli che stavano già manifestando gli effetti di una ipotermia. Per sé, invece, si era attrezzata con dei sacchetti di plastica per avvolgere i piedi, nel tentativo di camminare sulla neve. Ma non è bastato.

Parlo qui di questi due fatti, del secondo in particolare, per interrogarmi ancora una volta, e per interrogare te, mio gentile lettore, sulle ragioni che nel ventunesimo secolo, in presenza di tutte le comodità disponibili per la vita di qualche miliardo di persone, accadano ancora fatti del genere, inseriti in contesti del genere.

Sappiamo, per contro, che altri miliardi di persone vivono nel rischio della povera donna morta di freddo, magari non proprio in quel modo, ma potendo rischiare quel modo.

Basti pensare alla studentesse nigeriane o maliane che possono essere rapite in qualsiasi momento dai Boko Aram, oppure alle donne afgane, che sono tornate a ricoprirsi con il burka, o, ancora, ai bambini senz’acqua, cibo e medicine, che muoiono a grappoli in giro per l’Africa profonda e men profonda, come può essere nella immensa baraccopoli di Nairobi.

O in quelle brasiliane, che un tipo come Bolsonaro fa finta di non vedere.

E ogni volta riprendo in mano ciò che ciascuno può leggere nel Vangelo secondo Matteo, al capitolo Cinque, il Discorso della montagna, le Beatitudini

1 Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
3 «Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4 Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.

5 Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7 Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8 Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9 Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia

12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.
13 Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, 15 né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.
17 Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. 18 In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. 19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
20 Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.
23 Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.
25 Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. 26 In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!…

Basterebbe questo, per riflettere dentro di noi, e cambiare, ognuno nel nostro piccolo, per far cambiare il mondo.

Leggo un titolo televisivo: “315 milioni di euro il business mensile (mondiale, ritengo) dei tamponi”, cui non fa seguito alcun testo. Alla mia ben esperita sensibilità comunicazionale si manifesta un sottile, surrettizio senso “tra le righe”: “pecunia olet”, in altre parole “il denaro puzza”, perché in questo caso la sua provenienza sarebbe (è) generata dalla pandemia. Altrettanto ho sentito sostenere circa i vaccini: “Pfizer fa guadagni astronomici, approfitta…” etc.

…ma, sant’Iddio, è possibile che questi moralisti da quattro centesimi non sappiano che il lavoro produttivo costa, si paga e remunera? Capisco la critica etica alla produzione di armi e la condivido, ma anche su questo, inviterei i “critici a prescindere” ad ascoltare il delegato Fiom-Cgil della Beretta Spa di Brescia, che produce le migliori pistole del mondo, difendere la sua fabbrica.

Io li ho incontrati, quei delegati, qualche decina di anni fa, ed erano ben consapevoli della contraddizione morale esistente tra il loro diritto al lavoro e la destinazione d’uso delle loro produzioni.

Sul discorso degli armamenti ci sarebbe da indugiare a lungo, perché l’essere umano, ancora, non ti garantisce che a fronte di un’aggressione “porga l’altra guancia”, e pertanto un uso controllato e moderato delle armi resta anche moralmente plausibile. E qui, ovviamente, non sto parlando della produzione delle bombe a grappolo (anche italiane, ma svedesi, norvegesi, svizzere, nazioni tutt’altro che bellicose o belligeranti), che hanno mietuto innumerevoli vittime civili negli ultimi anni, dove la vita umana vale meno di un Kalashnikov di seconda mano (3 o 4cento dollari).

E veniamo ai tamponi e ai vaccini. C’è qualcuno, pro o no vaccini che sia, che discute dell’importanza dei tamponi e non la riconosce? Mi pare siano ben pochi, perché anche i no vax, magari obtorto collo, accettano i tamponi. Ebbene: qualcuno li deve produrre o no, i tamponi? Sì. Per produrre i tamponi occorrono o no, strutture industriali, macchine, impianti, mano e mente d’opera, organizzazione e investimenti? Sì. C’è qualcuno che deve metterci del suo per tutto ciò? Sì. E allora, se tutto questo è vero – sillogismo logico inconfutabile (grazie ancora una volta, Aristotele di Stagira) – è o no “normale” che la produzione di tamponi sia un fatto economico, industriale e commerciale, perché chi li produce deve far sapere che li ha prodotti?

Ancora sì. E dunque, benedetti critici moralisti con la testa tra le nuvole, quale è il problema morale se chi produce i tamponi, incassa denari, prima per pagare gli investimenti, e poi i costi degli approvvigionamenti e di produzione e di commercializzazione? …nei quali costi, solitamente non meno del 30/40 % del totale, è costo del lavoro, vale a dire salari, stipendi, tasse e contributi?

Inoltre, e questo dovrebbe interessare anche ai “critici a prescindere”, che la produzione di tamponi, come di qualsiasi altro bene di consumo o durevole, necessita di occupazione di tutti i livelli, da quelli dirigenziali a quelli più operativi, tutti indispensabili e moralmente dello stesso valore.

Cosa da poco? Domanda retorica.

E vengo alla produzione di vaccini. In generale vale lo stesso discorso fatto sopra. Qui, però, è chiaro che il giudizio sull’utilità o meno dei vaccini cambia.

I no vax, nelle loro varie declinazioni, da quelle più rispettosamente colte e attente alle opinioni altrui, a quelle più sgangherate, tecnicamente ignoranti, e presuntuosamente aggressive. Djokovic e famiglia compresi. Per finire con i complottisti che vaticinano di mutazioni genetiche che sarebbero surrettiziamente predisposte da misteriosofiche associazioni segrete, di cui però non sanno dir alcunché.

Bene: qui deve prevalere, non tanto l’adesione per conformismo, che comunque è sempre presente nell’agire umano, ma le statistiche della scienza medica e della sociologia.

Mi pare inconfutabile che chi è vaccinato è molto più al sicuro di chi non lo è. Non occorre riporti qui gli ultimi dati e magari i dati da una anno a ora. Questo già basterebbe per far finire il discorso, poiché chi produce i vaccini, oltre ad avere avuto fiuto economico, ha anche dei meriti sociali e morali.

Invece propongo qualche altra riflessione, peraltro già da me sviluppata in questo sito più volte nell’ultimo periodo, quello pandemico.

Storicamente, nella contemporaneità, i vaccini, frutto della ricerca scientifica di cui va dato merito ai ricercatori, a chi li ha finanziati (ebbene sì, anche per fini di lucro industriale!) e alla politica che li ha promossi, sono stati indispensabili, prima per contrastare, e poi per distruggere terribili malattie.

Devo ricordare ancora una volta il vaiolo, la poliomielite, la tubercolosi, per citare solo le più letali e devastanti? Sono state sconfitte assieme a molte altre, dai vaccini.

Come genitori siamo abituati a vaccinare i nostri figli in età infantile e noi adulti ci facciamo antitetanica e richiami senza alcun patema. Se dobbiamo andare in paesi e territori a rischio, seguiamo le indicazioni del nostro Ministero degli Esteri e i protocolli indicati per le varie destinazioni.

In questo caso, invece no. E’ successo il pandemonio, un “”quarantotto”. Bene ha fatto l’amico professor De Toni a proporre sul Sole 24 Ore il tema della complessità, per cercare di spiegare questo “quarantotto”.

Il mondo è complesso, noi siamo complessi, il nostro cervello è complesso, e le componenti non sono “contabili” matematicamente, come può esserlo un tornio meccanico da un milione mezzo di dollari. I sistemi viventi sono caotici secondo… natura, e lo scopo della scienza è quelle di penetrarvi sempre meglio, per successive approssimazioni, sbagliando a volte fino a “cogliere nel segno”, come ci ha insegnato Galileo, filosofo e scienziato, quattrocento anni fa, a rischio della propria vita.

Faccio un solo esempio del concetto di complessità, che è filosofico ancor prima che fisico-matematico. Prendiamo il numero 10, numero principe di molteplici operazioni. Bene: in quanti modi si può ottenere il 10? In un numero infinito, che spiega bene come questo dato sia esplicativo del concetto di complessità. Ne propongo alcuni, con addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni: 10 è uguale a 8+2, 12-2, 2*5, 20:2., etc. Allora, caro lettore, come la mettiamo?

Vedi che la natura, con i suoi batteri, virus, a-tomi (in greco traslitterato: a-tomoi, cioè non separabili, che i filosofi greci, Democrito in primis, ritenevano essere le più piccole parti in cui potesse essere divisibile la materia) ed elementi sub-atomici, elementi visibili solo alla microbiologia e alla nuova fisica che studia le particelle subatomiche, particellari o ondulatorie che siano, come i fotoni, ha subito posto l’uomo – nel tempo – di fronte alla complessità della realtà.

L’uomo stesso, con la sua stessa struttura fisica e psichico-spirituale è l’esempio più evidentemente visibile di questa complessità: basti solo pensare al rapporto esistente e mai completamente conoscibile, tra i quasi 90 miliardi di neuroni e le sinapsi che li collegano, per cui ogni momento che passa della nostra vita e nello studio delle cose, questi collegamenti si moltiplicano e noi diventiamo più intelligenti.

Complessità, e dunque la ricerca possibile della verità delle cose, che avanza per prove ed errori.

I vaccini et similia sono stati (e lo saranno) il frutto di questa ricerca per prove ed errori.

Ora appare chiaro, ma non a chi non vuol vedere con onestà intellettuale, oppure è ottenebrato da una invincibile ignoranza tecnica che diventa anche morale, quando vi è la consapevolezza dell’ignoranza tecnica, che i vaccini sono stati e sono una grande conquista del sapere umano attraverso lo sviluppo delle scienze biologiche, fisiche e mediche, e interpellano, come ogni sapere umano, anche il sapere etico, che si deve pronunziare sulla bontà, cioè sulla liceità morale dell’uso di ciò che la scienza propone per migliorare la vita dell’uomo, fino a salvarne la salute e la vita stessa.

E vengo all’ultimo tema connesso, quello che fa dialogare il sapere etico, cioè quello che cerca di definire il bene e il male nell’agire e nella vita umana, e di sceverarli rigorosamente, con le decisioni dei legislatori e della politica.

L’Italia si è data, con merito, una Legge fondamentale, la Costituzione della Repubblica, che tratta il rapporto tra diritti umani individuali e doveri pubblici in modo molto equilibrato e tuttora attualissimo, soprattutto se consideriamo gli articoli 3 e 32, che qui ho già presentato e trattato, cosicché non mi ripeto.

Se la nostra democrazia liberale parlamentare prevede il suo funzionamento diretto, a suffragio universale, per quanto concerne l’elezione del Parlamento, dei Consigli regionali e comunali, e indiretto per ciò che attiene l’elezione del Presidente della repubblica e la nomina del Capo del Governo (cf. P. Calamandrei, N. Bobbio, et alii), ciò che sta decidendo l’attuale governo, è formalmente legittimo e plausibile. Inoltre, a mio parere, proprio tenendo conto della complessità della realtà, della novità di espansione e di contagio di questa pandemia e della ineludibile, e continuamente definentesi strutturazione del reale, anche condivisibile.

Più e meglio di così cosa potrebbe fare il Governo italiano?

E’ chiaro che ciascuno potrebbe avere dubbi e nutrire perplessità, perché toccato nella propria esperienza e nelle proprie esigenze (penso al turismo e alla ristorazione, ma anche ad altri settori), ma lo sforzo cui ciascuno è chiamato a fare riguarda il Bene comune, quel Bene indivisibile (ma non come quello del conteggio delle spese che si sostengono per gli spazi comuni di un condominio suddiviso in millesimi) che è stato deciso fin dai tempi nei quali l’Uomo ha definito con un Contratto sociale le Regole della convivenza.

Oserei dire, qui ripetendomi, fin dalla fondazione delle città di Gerico o di Matera, che sono tra le più antiche del mondo… tant’é che le questioni dei confini, siano tra due proprietà private, siano tra due territori nazionali, hanno storicamente creato conflitti giudiziari e perfino guerre.

Historia, hoc caso, docet!

Che dire, allora, del linguaggio di quel titolo da me citato più sopra? Che è intrinsecamente errato, poiché il guadagno conseguito con la produzione di tamponi e vaccini è, non solo legittimo, ma moralmente buono.

L’entropia sars-covidica

…un sintagma per dire quanti esemplari esistano, tra virologi divi, anestesisti, immunologi ed epidemiologi aspiranti tali, principi della cattedra petulanti, giornalisti dal sapere raffazzonato e dalla penna disonesta, titolisti impazziti, portuali impertinenti, filosofi malamente invecchiati, peraltro i più mediatizzati, e politici incompetenti, come l’attuale ministro della salute (aaah, dottor Girolamo Sirchia, quanti rimpianti!), tra altra abbondante fauna umana di urlatori e di mestatori di professione, insieme con la crassa e pericolosa ignoranza dei no vax, siamo nell’entropia sars-covidica.

Leggo il comunicato di un migliaio di professori universitari che protestano contro l’obbligo inappellabile del certificato verde (lo cito in italiano, ma chissà perché verde, siccome è grigio…), per lavorare. Il nucleo giuridico a supporto delle loro tesi è l’art. 3 della Costituzione repubblicana.

Questo:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29. c.2, 37 c.1, 48 c.1, 51, c.1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Se però non lo si legge e non si considera tale articolo nel combinato disposto, come dicono quelli-che-sanno di diritto, con l’articolo 32, questo seguente:

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”

…il rischio è di non riuscire a contemperare due “diritti verticali-orizzontali”, che non possono e non debbono essere considerati, se non assieme, al fine di dare alla convivenza sociale il massimo di sicurezza e di tutela individuale e collettiva.

I due diritti sono: quello all’uguaglianza di trattamento di tutti i cittadini e il rispetto delle peculiarità di ciascuno, ma nell’altrettanto rigoroso rispetto dell’indivisibile diritto collettivo alla salute, in questo caso specifico. Questo diritto è fondativo dello stesso Bene comune, che non deve essere concepito e considerato come i millesimi delle spese condominiali, ma come un tutt’uno indissolubile.

Se non si ragiona come sto proponendo sopra, si rischia di non comprendere bene le sagge intenzioni politiche e sociali, nonché l’afflato etico ispiratore dei Padri costituenti che, 74 anni fa, pensarono a una Legge fondamentale che riuscisse a contemperare diritti e doveri dei singoli cittadini e gli interessi generali, in questo caso, il Bene comune della salute pubblica.

In altre parole, è più importante, plausibile e democratica la libertà di dire e di fare individuale oppure una decisione che, nell’interesse di tutti, limiti in parte quella libertà?

Dacché l’uomo ha deciso di con-vivere all’interno di norme che si chiamano Contratto sociale, cioè dalla fondazione di Gerico e dintorni e dalla legislazione caldeo-sumerica (di re Hammurabi nel XVIII secolo avanti Cristo), la considerazione primaria dell’interesse collettivo, specialmente in situazioni di particolare pericolo e drammaticità, come nei casi di guerre, carestie, alluvioni, terremoti, epidemie… appunto, DEVE (anche solo per buon senso popolar-kantiano) PREVALERE sull’interesse e le opinioni individuali.

Che vi siano contraddizioni ed errori nei famosi DPCM del Governo è ammissibile, anche se sgradevole e a volte sconcertante.

Anche il famoso perfin troppo “centrale” Comitato Tecnico Scientifico pare prenda talora topiche che danno da pensare. Di contro, non si può non considerare che la situazione attuale è, non solo inusitata e inaspettata, ma di difficilissima “lettura”.

Ciò che, però, si dovrebbe tenere in considerazione è l’esigenza di avere una maggiore linearità e coerenza nelle decisioni operative di tutela della collettività: in altre parole potrebbe non essere opportuno mettere una barriera invalicabile fra chi possiede il certificato verde e chi non lo possiede. Siccome i vaccini, se si fanno le comparazioni corrette tra vaccinati e non, e tra la situazione di un anno fa e l’attuale, stanno inesorabilmente migliorando la situazione generale (si smetta di proporre i dati day by day, anche solo per far capire meglio lo stato delle cose!), sarebbe meglio evitare di separare le due categorie, ri-valorizzando i tamponi per il prossimo periodo di un paio di mesi, per uscire dall’inverno.

Ma Draghi, quasi da solo, non riesce ad evitare tutti gli errori, circondato com’è dalla pletora di mal pensanti (nel senso di privi di capacità logica) della politica. Così è. Speriamo in bene.

Un omicidio e la umana “pietas”

A Natale tutti abbiamo sentito di questo caso: ad Amelia un medico in pensione, ottantenne, ha ucciso la moglie ammalata di Alzheimer, fermato un attimo dopo dal figlio mentre cercava di seguirla nella morte suicidandosi.

Non scomodo il freudiano sintagma eros & thanatos, amore e morte, argomento troppo specifico, perché mi fermo prima e vado già oltre.

Non sto neanche a ricordare qui quanto già riportato dal medium televisivo, che ha parlato di malattia senza rimedio, veloce e invasiva della vita familiare, al punto da diventare insostenibile per la psiche dell’uomo, e a farlo decidere per far “finire lo strazio” uccidendo la moglie.

Qui siamo sul terreno etico del valore di una vita umana, e dell’obbligo assoluto di rispettarla sempre, comunque e ovunque.

Ne ho scritto qualche giorno fa quando ho ricordato la morte tragica dei tre operai di Torino, e torno sul tema.

In questo caso, non so se i sostenitori del neologismo “femminicidio”, (ma non la statistica Istat generale annuale degli omicidi) annovererà il fatto di Amelia nell’elenco dell’uccisione di donne in quel modo denominato, che non condivido: in realtà penso che lo farà, ma sotto traccia, perché in questo caso rileva di più il fatto in sé, per come è avvenuto nel contesto dato, piuttosto del fatto che la vittima sia una donna.

Un uomo anziano, colto e stimato, che non ce la fa più a reggere lo stress, la fatica, il dolore di vedere sua moglie in quello stato, assolutamente inaudito, inaspettato, non plausibile, e molto altro, agisce per la morte.

Non conosco il dottor (XY) che ha compiuto il reato ai sensi dell’art. 575 del Codice Penale (1930) – Libro Secondo – Titolo XII – Dei delitti contro la persona – Capo I – Dei delitti contro la vita e l’incolumità individuale, che così recita:

Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno.” Fatte salve le attenuanti che sono considerate, o meno, dal giudice caso per caso.

Non posso sapere che persona sia quest’uomo, so solo che è un medico, quindi una persona colta, molto colta rispetto allo standard, e colta soprattutto su ciò che concerne la vita umana (del corpo).

Attualmente il medico, sempre tenuto al giuramento ippocrateo di salvaguardare la condizione di salute del paziente al massimo possibile, in scienza e coscienza, è certamente dibattuto anche da un’altra tematica: quella dell’eutanasia e del suicidio assistito. Il medico di cui parliamo era senz’altro al corrente, non solo del dibattito politico-morale in corso, ma era anche nella condizioni di riflettere sul tema nella sua coscienza morale, ambito che più segreto in natura non v’è, perché nel cuore dell’uomo legge soltanto Dio, e lo dico anche per gli agnostici e gli atei (o sé putanti tali). Tuttalpiù, psichiatria e psicologia clinica possono determinare una diagnosi ipotetica del suo stato mentale, essendo comunque tale diagnosi rilevante per la statuizione della pena legale.

Altrettanto non so se l’atto compiuto sia, per la Teologia morale cristiana, un peccato mortale, anche se sembrerebbe configurarne (oppure no) gli estremi, in quanto nell’accadimento sono presenti le tre condizioni “necessarie” a costituirlo ontologicamente e moralmente: a) la materia grave (un omicidio lo è per tutti, salvo che per ciò che pensano i sicari e i serial killer, ambedue le tipologie presenti sia in pace sia in guerra), b) la piena avvertenza (chi sa com’era lo stato psichico dell’uomo quando ha compiuto l’atto?), e c) il deliberato consenso (la decisione per l’atto è stata frutto di un percorso di discernimento, dalla riflessione sull’insopportabilità della situazione, all’atto omicidiario, passando per la deliberazione di compierlo?). E dunque, rimangono molti dubbi sulla presenza reale delle tre condizioni. Personalmente ritengo che la seconda (b) e la terza (c) non lo siano state.

Reato e peccato, sì, entrambi. Ma come giudicarli? Come raffigurarne la “colpa morale”? Come misurarla? Come decidere per il futuro di quell’uomo, che intanto è in carcere?

Mi auguro che la Procura lo ordini intanto ai domiciliari, e che poi si muova una giustizia proporzionata al caso e alle condizioni di quell’uomo.

Anche questo caso richiede una riflessione profonda sullo stato precedente, sulla situazione relazionale della coppia, sui rapporti con i parenti più stretti, con i figli.

Il ruolo della filosofia pratica si manifesta anche in questo caso come il percorso, come il metodo più utile ad affrontare un disagio esistenziale in modo preventivo e capace di cogliere i segnali, anche i più deboli, del male stare di un uomo, in questo caso, della persona in generale.

Altri due casi in questi giorni, analoghi, mostrano come e quanto sia necessario, fondamentale, raccontare questi fatti con la massima discrezione e con rispetto assoluto. I media hanno responsabilità decisive nella narrazione del male e del dolore. In realtà, spesso si nota un’insistenza che rasenta il compiacimento nel raccontare i fatti negativi. Per vendere spazi commerciali? Squallido. Come dice qualcuno (il prof Sapelli in particolare), ad esempio, le notizie sulla pandemia dovrebbero evitare il martellamento quotidiano ed avere una scadenza non più che settimanale, applicando al racconto dei dati, non i numeri assoluti, ma le proporzioni tra la situazione statistica di un anno fa e quella attuale, cosicché si potrebbe mostrare che oggi tutto va ed è molto meglio grazie alle vaccinazioni.

Le proporzioni le ho imparata in seconda media, ma questi che decidono i palinsesti non le conoscono, oppure vogliono terrorizzare le persone… per quale fine (se vi è un fine o solo insipienza) non so dire.

Il valore di una vita operaia secondo un’Etica del Fine

Se si condivide che la struttura di persona possa spiegare e attestare con i suoi tre elementi, fisicità, psichismo e spiritualità, che tutti gli esseri umani hanno pari dignità, il valore di una vita operaia è pari a quella del Capo del governo e del Presidente della Repubblica italiana, o di qualsiasi altra Nazione del mondo, USA, Cina e Russia comprese. Come quella del grande imprenditore e quella dell’attore o del calciatore carismatico da 100 milioni di euro l’anno.

Uguale. Ma il concetto di questa pari dignità non pare condiviso. Lo attestano i fatti, come l’ultimo di Torino, dove una enorme gru è caduta sui palazzi, sono morti tre operai, ma avrebbero potuto essere colpiti mortalmente anche passanti e abitanti dei palazzi sui cui la grande struttura metallica si è abbattuta.

In Italia è dalla metà degli anni ’50 che la legislazione si occupa della sicurezza del lavoro. Nel 1955 fu emanato il Decreto 547 sull’antinfortunistica e nel 1956 il Decreto 303 sull’igiene del lavoro.

Lo spirito di quei legislatori era improntato a due sentimenti e intendimenti: a) la necessità di rendere più sicuro il lavoro di una classe operaia che stava rimettendo in piedi l’Italia dopo le distruzioni tragiche della Seconda Guerra mondiale, e b) la fiducia che una normativa dettagliata e perfino pedante potesse non solo ridurre infortuni e malattie professionali, ma addirittura avvicinarli a zero.

Dovettero passare una trentina di anni prima che ci si accorgesse che in quella legislazione mancava il ruolo delle persone al lavoro. Già nel ’70, lo Statuto dei diritti dei lavoratori (Legge 300) all’articolo 9 ricordava la centralità della tutela della salute psicofisica del lavoratore. E’ stato con Decreto legislativo 626 del 1994 che si è compiuto un decisivo passo avanti nella tutela della sicurezza sul lavoro.

L’introduzione delle figure preposte, a partire da una responsabilizzazione del Datore di lavoro per la sicurezza, del Medico competente e del Procuratore della sicurezza, hanno contribuito a una significativa riduzione di infortuni e malattie professionali.

Ciò fece sì che il numero di morti sul lavoro, che in una prima fase conobbe una decrescita, dal 1980 circa al 2000, da 2000 all’anno a 1000 più o meno, e si ridussero ulteriormente fino a tre o quattro anni fa, quando si è invertito negativamente il trend.

Due immani tragedie, la morte dei sette operai alla ThyssenKrupp di Torino nel 2007 e il deragliamento di un treno con scoppio di gas nel 2011 che causò 33 vittime a Viareggio, fecero capire che occorreva altro. Nel 2008 con il D.Lgs 108, migliorato nell’anno successivo, si introdussero ulteriori rinforzi nel ruolo dei preposti, e si delinearono le figure del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione e del Rappresentante del Lavoratori per la Sicurezza.

Inoltre, le aziende cominciarono ad applicare la normativa dei Codici etici (D.Lgs. 231 del 2001), che posero ancora di più al centro il tema della sicurezza del lavoro, con l’attività degli Organismi di vigilanza, Uffici autonomi con poteri di sorveglianza, controllo e facoltà di suggerire migliorie e riforme organizzative, composti da persone competenti nei vari aspetti della vita aziendale.

Di tali attività, come sa il mio lettore, ho una robusta esperienza diretta, presiedendo da un decennio diversi Organismi di vigilanza in aziende di tutte le tipologie e dimensioni, nazionali e multinazionali.

Questa attività mi sta dando una conoscenza diretta del tema sotto il profilo pratico, ma ciò che desidero sottolineare è un altro aspetto, quello morale e socio-politico.

Che cosa o quanto conta una vita operaia in una cultura come l’attuale? Ho l’impressione che conti pochino, per i più, perché, una volta svanito lo stupore e la partecipazione al dolore iniziale da parte di un pubblico facilmente distraibile, poi succede poco o nulla.

Scontati sono gli alti lai della politica, più o meno bipartizan, la cantilena presidenziale, sempre più afona, mentre poco o nulla cambia. Certamente la richiesta sindacale di aumentare i controlli è doverosa, ma ciò che deve veramente cambiare è l’approccio di valore al tema.

Una categoria che non porta alcun valore a questo dibattito è, in generale, quella dei giornalisti di ogni genere e specie. Così come stanno facendo, in generale, quando parlano della pandemia, invece di contribuire a chiarificare temi e situazioni, fanno il contrario: parlano in maniera spesso disinformante e sgangherata dei vari temi, enfatizzando i titoli e di fatto danneggiando il diritto di informazione del pubblico.

Questa categoria di professionisti che vivono essenzialmente di luce riflessa, salvo molto rare eccezioni, perché hanno un ruolo e si mostrano solo se succede qualcosa, dovrebbero rendersi conto dell’importanza di moderare i toni, di precisare detti e scritti, di non approfittare dei fatti.

E poi abbiamo una nuova altra categoria di divi dei media, i virologi, tra altre categorie mediche e biologiche, che fanno a gara nell’esercizio dello stupimento pubblico, se posso usare questo quasi-neologismo.

Una vita operaia ha moralmente un valore infinito, come qualsiasi altra vita, ma questo concetto dovrebbe essere introiettato da tutti, per cui non c’è valore superiore cui sacrificarla: non il reddito purchessia, non la velocità di esecuzione di un lavoro, non l’accesso a un finanziamento solo se si fa in fretta, nulla.

Non si può eticamente sacrificare una persona sull’altare del Moloch/ Mammona, come lo chiama la Bibbia e Carlo Marx nel Capitale, che è il denaro-come-fine. Il denaro, il guadagno è mezzo, non fine: Immanuel Kant lo insegnava con forza, mentre l’uomo è fine come lo stesso gran filosofo trasmetteva a i suoi studenti e scriveva nella sua fondamentale Critica della Ragione pratica.

Leggiamolo in parafrasi: “Fai in modo che la massima del tuo agire possa costituire legislazione universale” e “Fai in modo che l’uomo sia sempre un fine del tuo agire, mai un mezzo“.

E Tommaso d’Aquino: “Occorre tenere conto sempre della scelta per il bene maggiore e per il male minore“, che significa esattamente la superiorità della vita umana su ogni tipo di guadagno economico.

Ecco, l’insegnamento della sana filosofia classica, che anche molti filosofi del nostro tempo, soprattutto i più mediatici, dovrebbero non mai dimenticare.

E questo lo affermo con forza perseverante, come persona, come filosofo e teologo, e anche come Presidente nazionale di Phronesis, l’Associazione Nazionale per la Consulenza Filosofica.

Vivo un mio tormento spirituale, più forte di quanto si potrebbe pensare, per: a) in molti ambienti si è messa in tristissima evidenza la cosiddetta “cancel culture” (culture?), che vuole abolire eventi storici e memorie ritenute politicamente scorrette come le statue e le effigi di Cristoforo Colombo, ritenuto un prodromo del colonialismo e dell’oppressione sui nativi; b) sui media (si pronunzia “mèdia”, è latino, non inglese! insisto disperatamente, con il gramsciano “pessimismo della ragione” e “l’ottimismo della volontà”, non-ossimorico mio impegno razionale e morale) leggo o sento altre stupidaggini, quisquilie vane, ridicole pinzillachere e imbecillità idiotiche (in tema di idiozie e imbecillità, ennesima puntata, qui di seguito…)

Molti, in Europa e in America vogliono fare tabula rasa di ogni ricordo iconografico e grafico del passato, in nome di un giudizio negativo sotto i profili etici e politici. Un esempio è stato il gesto iconoclastico compiuto qualche anno fa negli USA con l’abbattimento di statue ed immagini di Cristoforo Colombo.

Il sintagma cancel culture, cultura della cancellazione o cultura del boicottaggio viene utilizzata e significa una forma di ostracismo (ricordiamo le modalità dell’òstrakon, la scelta di un sassolino nero o bianco dei capi famiglia, nelle antiche pòleis greche, che serviva – in specifiche votazioni – ad esiliare le persone sgradite o ritenute penalmente colpevoli), che rappresenta proteste furenti e il tentativo di estromettere qualcuno o qualcosa da reti sociali reali o anche – a volte – dai social.

Si tratta di qualcosa di diverso dalla call-out culture (call-out significa “richiamare”), in quanto in questo modo la stigmatizzazione sociale di un fatto o di una persona invita l’interessato, per ruolo o potere, a scusarsi pubblicamente per quanto rifiutato dalla pubblica opinione. Un esempio clamoroso e significativo è stata la dichiarazione di scuse da parte della Chiesa cattolica di papa Giovanni Paolo II, in merito alla condanna ecclesiastica delle tesi astronomiche di Galileo Galilei. Altri casi sono quelli legati a reati di pedopornografia di cui molti religiosi si sono macchiati, che hanno visto le ferme prese di posizione dei papi Benedetto XVI e Francesco.

Un altro modo di tenere o meno conto di un fatto o della storia di una persona, è la damnatio memoriae, cioè la rimozione di un ricordo che disturba i posteri per qualche ragione politica, culturale o morale. Questo fenomeno è certamente lesivo del diritto del pubblico all’accesso all’informazione e del principio di tolleranza, cioè uno dei puntelli giuridico-morali del moderno stato di diritto.

Un tentativo di damnatio memoriae è stato tentato negli anni scorsi dall’Onorevole Laura Boldrini (quando era in auge come Presidenta – lei avrebbe voluto chiamarsi in questo modo, femminilizzando un termine che ha già il suo “femminile”, cioè “presidentessa”, se proprio si vuole, della Camera dei Deputati della Repubblica), cresciuta come funzionaria dell’ONU, nei confronti di tutto ciò che ricordasse il periodo fascista, anche le migliori cose e i maggiori episodi di carattere culturale e artistico, che non mancarono, perché anche nel Ventennio non pochi creativi ebbero spazio (anche dal Duce) da parte di preposti e ministri di grande competenza culturale e capacità amministrative, come il Ministro Giuseppe Bottai e il Conte Dino Grandi.

La signora Boldrini avrebbe voluto togliere ogni riferimento storico all’EUR, meraviglioso esempio di quartiere moderno, razionale e accogliente e allo Stadio del Marmi. A questa fanatica (e, direi, incolta) dispregiatrice Temporis acti, solo perché appartenevano a un regime dittatoriale vergognosamente sconfitto, sarebbe piaciuto distogliere lo sguardo e la memoria anche da un Ungaretti, da Pirandello, dallo stesso Verga, e da altri di minor momento, ma di grande valore come Prezzolini, Papini, Marinetti, che era non tanto un fascista ma un futurista, ammirato anche nell’Unione Sovietica pre-Zdanov di Majakovskij e di Esenin e gli intellettuali de La Voce e di Lacerba, riviste eccellenti, che accolsero alcuni tra i maggiori intellettuali della prima metà del ‘900, e da pittori come Mario Sironi, un grandissimo, da Carrà, Boccioni, Balla, solo perché dialogavano con il potere del loro tempo.

Non ho notizie di ciò che avrebbe voluto “fare” di D’Annunzio ma, penso, nulla di buono.

Tornando alla cancel culture, possiamo registrare uno dei suoi momenti di rinforzo (anche se logicamente in senso improprio) nel 2020, quando George Floyd fu barbaramente (e inutilmente, perché era già stato immobilizzato) ucciso in strada da un poliziotto americano.

Il movimento Black Lives Matter, peraltro comprensibile, legittimo e moralmente condivisibile, ha forse sviluppato o contribuito a sviluppare nella coscienza storica americana una particolare sensibilità verso quegli eventi della storia che hanno generato ingiustizie, disumanità e l’applicazione tragica di un razzismo insito nella cultura occidentale, annebbiando o addirittura tendendo ad impedire una razionale comprensione dei fenomeni e degli eventi registrati dalla Storia, come ad esempio l’impresa marinara di Colombo e delle sue conseguenze (con, indubbiamente, almeno parziale eterogenesi dei fini).

La legittima protesta per fatti disumani si è dunque in seguito modificata in una sorta di iconoclastia contemporanea (si ricordi l’iconoclastia storica dell’VIII e IX secoli nell’Impero romando d’Oriente oramai Bizantino, che vide la distruzione delle icone sacre e l’uccisione di migliaia di monaci iconografi).

Si può anche trattare di un processo mentale e politico di tipo revisionistico, che si conobbe anche in altri frangenti contemporanei, come nel giudizio, maturato dopo decenni di condivisione totale, nel PCI, sul marxismo comunista, specialmente nella sua versione stalinista.

Dall’iconoclastia al revisionismo, il passo verso il politicamente corretto è stato breve, brevissimo. Il linguista americano Noam Chomski ha denunziato nel 2020 la stupidità suprema della volontà di questa incultura di ridiscutere addirittura le trame e i caratteri dei personaggi delle favole classiche, a partire da quelle di Esopo e Fedro, fino a quelle di Andersen, di Carlo Lorenzini (il Collodi) e dei Fratelli Grimm, ad e. la Bella addormentata etc., e perfino le trasposizioni cinematografiche di Walt Disney. E addirittura le omeriche Iliade e Odissea, e i loro personaggi perché, secondo queste “teorie”, sarebbero storie obiettivamente “colonialiste”, e di tali “politiche” intrinsecamente laudatorie.

E’ come parlare impropriamente e superficialmente del cosiddetto “socialismo” di Gesù di Nazaret, senza avere la minima contezza delle metafore teologiche contenute nel Capitale di Karl Marx, che seppe studiare le Sacre scritture giudaico-cristiane senza fare confusione tra i tempi e le culture rappresentate da quegli antichi testi e i tempi delle sue analisi moderne.

Ciò che filosoficamente preoccupa è l’aspetto euristico negativo che la cancel culture può rappresentare, poiché essa impedisce – come struttura epistemologica (ove ne possegga qualcuna) – ogni riflessione complessa e ogni dialogo condotto con rispetto e capacità di ascolto, nel tempo necessario al dialogo.

Un’altra preoccupazione, mi pare, è data dal fatto che chiunque, dal privato cittadino attivo su internet a gruppi editoriali o di un qualche potere economico-finanziario (scrivendo ciò non sto facendo intravedere alcuna plausibile teoria minimamente complottistica à là Qanon) può intervenire sul web e sui social con la medesima visibilità teorica, sostenendo anche “tesi” infondate, fuorvianti e perfino pericolose, senza ciò che costituisce l’essenza della ricerca culturale e scientifica, cioè il confronto dialogico tra intelligenze, che nella storia ha portato alle più grandi scoperte sull’uomo e sulla natura. Un esempio: è stato il lungo millenario dialogo, anche se – in questo caso – diacronico, dialogo fra Eratostene, Aristotele, Tolomeo, Roberto Grossatesta (francescano, tra i fondatori dell’Universitas Oxoniensis – Oxford), Copernico, Galileo, Einstein… fino ai tempi nostri, che ha permesso di capire come funziona l’Universo nel quale Terra e Umanità sono inseriti.

Un altro esempio che mi viene in mente è il testo del Disegno di Legge Zan, i cui intenti etici di rispetto di ogni essere umano, condivido in toto, epperò contesto là dove lascia in un campo semantico di pericolosa ambiguità il tema del diritto di esprimere opinioni e giudizi sulle forme e dizioni dell’espressione sessuale. Mi spiego meglio: se il testo in questione, ponendo il tema del gender (genere) in sostituzione del concetto di sesso, prefigura una sorta di limitazione espressiva e quindi di configurazione di ipotesi di reato penale se qualcuno (io stesso, ad esempio) si permettesse di affermare o di scrivere che la dizione genitore 1 e genitore 2 (in luogo di madre e padre), già inserita e già opportunamente tolta, dai documenti della pubblica amministrazione, è sbagliata, improponibile o addirittura “idiota”.

Grazie a Dio, contro il rischio di questa cultura della cancellazione si sono mosse persone di indubbio rilievo morale e intellettuale come il citato Chomski, J.K. Rowling (l’autrice della saga di Harry Potter, già fatta segno di insulti e minacce da parte di personaggi “politicamente corretti”), Salman Rushdie (da trent’anni oggetto di una fatwa di condanna a morte da parte dell’integralismo islamista), Margaret Attwood e Francis Fukuyama, tra molti altri.

Riconsideriamo qui anche il pericolo costituito dalla pervasività dei social, anzi dalla loro rapidità di funzionamento: Twitter et similia sono velocissimi, e così permettono interventi individuali semplicistici e contraddittori, modalità che impediscono ogni forma di confronto serio e documentato.

Un’altra idea di questo revisionismo “politicamente corretto” si può evincere dall’accusa a san Paolo di essere schiavista e razzista, nonché machista, per le sue indicazioni e istruzioni – sia pure di clemenza – al padrone di uno schiavo fuggito (non si dimentichi che il diritto penale romano del tempo prevedeva lo jus capitis a favore del padrone sullo schiavo), e sul sul matrimonio e il trattamento delle mogli, mentre – di contro – Paolo è l’autore, in assoluto, delle primissime tesi sull’uguaglianza tra tutti gli uomini (e donne). Basti citare i seguenti versetti: “Non c’è più giudeo né greconon c’è più schiavo  libero; non c’è più uomo  donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” (Galati 3,28).

Per finire, cito – in questo contesto generale – il degrado linguistico espressivo promosso dalla incultura e dall’uso massivo-generico dei media e dei social, diversi umani, Salvini tra costoro, che non usano più l’articolo come in espressioni del tipo “settimana prossima” invece de “la settimana prossima”, come nell’inglese “next week”. Non penso che ciò accada perché si ottiene un certo risparmio energetico evitando di pronunziare la sillaba-articolo “la”, ma per moda, per anglofilia, oppure per superficialità e ignoranza…

Un altro esempio: una persona muore tragicamente, uccisa, e il commento più gettonato è il seguente: “non meritava di morire“, ma che significa? che a fronte di un omicidio si può distinguere fra chi meritava e chi non meritava di morire? e qui non mi sto riferendo a uno che perde la vita perché viene ucciso per legittima difesa da chi ha aggredito, ma a una qualsiasi persona che perde la vita violentemente, magari nel corso di una rapina che – altra idiozia – poi viene considerata “finita male”, perché la rapina era destinata a rubare beni, non a uccidere chicchessia…

…quindi, una rapina “finita bene” è (sarebbe) una rapina riuscita ma senza omicidio. Finita bene per il rapinatore, ma male per il derubato… ridicolo…

…continuo: ogni tanto qualcuno, pensando di allietarmi esclama: “che belle le pillole di saggezza che scrivi“… “pillole di saggezza” ciò che scrivo, no no no, ma “pillole di veleno” per chi definisce come sopra ciò che scrivo, cz (non “perbacco!”)…;

…ancora: sento il segretario del PD Letta che, a fronte della solenne richiesta di Giorgia Meloni di eleggere un “Presidente della repubblica patriota”, specifica che secondo lui oggi, per patriota si deve intendere un “Presidente europeista”, altrimenti si tratterebbe di un cattivo patriota. Non apprezzo neanche la furbizia lettiana, facilmente “sgamabile”, che serve a titillare quanti fra i suoi ancora pensano che l’aggettivo patriottico sia sinonimo di “fascista”. Ovviamente, per i più, ritengo, ma non per il presuntuoso cattolico andreattian-prodiano, il termine “patriottico” nulla ha a che fare con fascista, visto che anche i partigiani anti-mussoliniani si definivano in questo modo, come il Presidente Pertini.

Ma, andando più indietro nel tempo, potremmo trovare il nobile sentimento di patria in Dante, che lo intendeva evangelicamente allargato all’Umanità intera, in Petrarca, nel Foscolo, e nei patrioti risorgimentali, che hanno pagato con la vita la ricerca di costruire la Patria Italia;

ancora: “il nostro partito si è sempre battuto per bla bla…”, ovvietà fastidiose perché ripetitive e non mai veritiere, ma ora mi sono stancato. Basta.

Il mio combattimento morale, esistenziale e culturale, però, continua, indefettibilmente, finché il Signore mi darà forza e vita.

Phrònesis (Prudenza) e Philìa (Amicizia), “utili” (why not?) per una vita “buona” (non è moralismo) e “vera” (non è presunzione)

Prudenza e Amicizia, in greco. Phrònesis, come Associazione nazionale per la Consulenza filosofica, è già un progetto di filosofia pratica noto e attivo da vent’anni e passa in Italia, su tematiche e progetti di “Filosofia pratica e Consulenza filosofica”. Vanta già una tradizione cospicua di testi specifici e di filosofi operanti. Di Philìa parlerò brevemente in conclusione.

Phrònesis gode oggi di una fama positiva – ritengo – e meritata, in Italia, e raccoglie, con la fatica dell’impegno dei soci più attivi, “studenti” laureati provenienti da tutte le parti, e persone più in età che desiderano muovere dalla teoria che hanno studiato all’università e si sono laureati in filosofia o discipline equipollenti, alla pratica di una filosofia viva, vicina alle persone e ai loro vissuti, ma continuando a studiare, misurandosi con atti, fatti e pensieri… vite di altri esseri umani.

I nuovi iscritti provengono talvolta anche dai master di filosofia pratica di prestigiosi atenei, che forse non li hanno soddisfatti. Che significa ciò?

Significa che Phrònesis è credibile, che è ritenuta valida, come locus philosophicus e dialogico, pratico, non solo teorico. In vent’anni di vita questa Associazione ha conosciuto vicende diverse, distacchi e adesioni, cambiamenti. Nel 2013 ha avuto anche il riconoscimento di una legge dello Stato, la n. 4. che contiene gli indirizzi essenziali di una possibilità ulteriore nell’ambito delle professioni intellettuali.

Prima di dire e di proporre qualcos’altro, riporto di seguito l’articolo 1 comma 2 della Legge stessa: Oggetto e definizioni”: “(…) si intende una professione non organizzata in ordini o collegi, di seguito denominata “professione”, si intende l’attività economica, anche organizzata, volta alla prestazione di servizi o di opere a favore di terzi, esercitata abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale, o comunque con il concorso di questo, con esclusione delle attività riservate per legge a soggetti iscritti in albi o elenchi ai sensi dell’art. 2229 del codice civile, delle professioni sanitarie e delle attività e dei mestieri artigianali, commerciali e di pubblico esercizio disciplinati da specifiche normative”.

L’attività di Phronesis è complessa, articolata, come si dice, e vera. Vive in un contesto generale nel quale si registra molta “filosofia”, di quella vera e di quella fasulla. Quella vera-buona e quella falsa-cattiva non si dividono tra filosofia accademica e filosofia pratica, ma tra “buona” e “cattiva”, come la musica. Bach e i Beatles appartengono alla buona musica, nella differenza di stili e “oggetti” musicali prodotti.

Infatti, vi sono delle analogie tra filosofia e musica: ambedue le arti (eh sì, perché anche la filosofia è un’arte, se vogliamo nel senso aristotelico, come un qualcosa che si conosce e si agisce con competenza).

Da qualche tempo la filosofia accademica sta vivendo difficoltà inusitate. Sembrava che fosse una disciplina in crisi, sotto il profilo universitario, e lo era, effettivamente, ma da qualche anno, per merito del web e dei talk show è tornata in auge, anche se, mi pare, non nel modo più auspicabile. Molti accademici di fama vivono una loro gloria inaspettata partecipando ai vari modelli di comunicazione, nati negli ultimi due decenni e sempre più pervasivi. Pare evidente che ciò non gli giova molto: basti osservare le performance di alcuni illustri accademici che si misurano con i talk show su tematiche come quelle della pandemia. Costretti dai e nei tempi televisivi, questi prof diventano apodittici e declamatori, poco inclini al… dialogo, di cui dovrebbero essere maestri. Non sopportano contraddittorio, che dovrebbe essere per loro, esperti di dialettica, platonica o hegeliana che sia, un must, come si dice, ma, vedi gentil lettore, non sono filosofi pratici, ma solo docenti, e quindi abituati a “insegnare”, più che a dialogare. Non faccio nomi, perché chi mi conosce sa a chi mi sto riferendo.

Forse può essere utile al lettore richiamare di seguito ciò che costituisce la consulenza filosofica, così come si è sviluppata nell’arco di due decenni pieni (dal 2000 circa) in Phronesis e come intende ulteriormente proporsi.

La consulenza filosofica, come insegna il professor Gerd Achenbach, iniziatore contemporaneo di questa modalità vivente della filosofia, si interroga (e interroga) sulle forme di pensiero, delle ragioni (non delle “motivazioni”, termine psicologistico assai abusato e usato molto spesso in luogo di “ragioni” e, a volte, anche di “cause”), dei vissuti, dei valori, delle visioni del mondo… di una persona (cf. cap. 3 della Perimetrazione della Consulenza filosofica, 20 Luglio 2012, Seminario nazionale di Phronesis – Firenze).

La consulenza filosofica ha l’obiettivo di rischiarare, arricchire, rendere più articolata e profonda la visione del mondo dell’ospite, o consultante (cf. Pollastri 2016). Se ciò è vero, essa si distingue in modo radicale dalle psicoterapie di qualsiasi genere e specie, compresa la psicoanalisi.

Ogni modifica della propria visione del mondo, non può essere il fine della consulenza filosofica, ma la conseguenza estrinseca, quasi per eterogenesi del fine specifico, nonostante l’opinione circa la visione del mondo del filosofo consulente possa non essere estranea alla relazione tra i due soggetti. Perché tutti e due sono “soggetti”, in quanto nella relazione non si deve registrare passività, ad esempio, nel consultante, ferma restando l’asimmetricità del rapporto. Esso, dunque, non si configura nemmeno lontanamente – per comparazione – come il rapporto esistente tra medico e paziente. Lo spiegano molto bene negli anni diversi filosofi di Phronesis: tra essi qui mi piace ricordare, come esempio, per dire come la filosofia debba essere-vicina alla vita delle persone si propone il concetto di “Filosofia di strada…” (A. Cavadi, 2010).

La trasformazione dell’approccio analitico del mondo deve nascere dall’interiorità (cf. ad e. Agostino, Soliloquia) della persona e non può essere condizionata dalla scala di valori morali del filosofo. Il Valore di questo tipo di attività spirituale è proprio questo: di riuscire a mettere il consultante, che ha manifestato un disagio ed è ricorso al filosofo pratico, nelle condizioni di effettuare una metànoia, innanzitutto logica, e in seguito spirituale, cioè di conversione a una vita buona, e vera. La logica precede sempre l’etica, e la deve fondare, allo stesso modo nel quale l’etica deve fondare il diritto.

Perché uso l’endiadi buona e vera per definire la vita? Si può forse dare una vita non-vera, cioè fasulla? In senso proprio certamente no, poiché l’uomo è vivente, ma in senso figurato-morale, sì, in quanto vi possono essere vite non dedicate a qualcosa che possa essere considerato e definito “bene”, vale a dire vite dedite al vizio e al delitto, non solo, ma anche vite dedite (si fa per dire) all’anodino svolgersi di giornate senza senso, là dove il soggetto non ha la consapevolezza di un tanto, ovvero vite connotate da una pigrizia fondamentale e da un non-agire sistematico.

Ecco dove può muovere i suoi passi la consulenza filosofica individuale, il dialogo inter-soggettivo che può riuscire a far emergere le contraddizione logiche atte a creare un auto-pensiero critico. Come si vede non parlo di pensiero auto-critico, ma, rovesciando i termini, colloco la riflessività del concetto sullo stesso pensiero, che diviene un locus dove il soggetto si rivolge e se stesso quasi costituendosi come pensiero. La critica e la vita, dunque, diventano tutt’uno con il pensiero.

Vi sono situazioni di persone che ho incontrato, per le quali la convinzione di essere-nel-giusto, di essere moralmente irreprensibili, è talmente radicata e ontologicamente esistentiva, che risulta impossibile incrinarla, cioè porre dei dubbi tali da avviare il percorso di una metànoia, che metta in questione abitudini inveterate e convincimenti ferrei… fino a quel punto.

Per la consulenza filosofica il nucleo tematico centrale da individuare è il modo, l’impostazione del pensiero del consultante, e quindi la ricerca di crepe, di illogicità, di salti logici, per verificarne gli effetti e anche i… danni, che può generare nella vita della persona stessa.

Euristica ed eziologia sono due processi che ci interessano nella consulenza filosofica e nel dialogo che la costituisce: a) l’euristica perché filosofando assieme ci si propone di cercare qualcosa e possibilmente di trovarlo (questo qualcosa), b) l’eziologia in quanto ricercando si può risalire, se non si trascura il metodo logico-argomentativo, alle “cause”, oppure, meglio dire, alle “ragioni” che in qualche modo danno senso alla scoperta.

Proviamo ad esemplificare. Ammettiamo che il nostro ospite accetti di mettere in discussione, sotto il profilo teorico, o per meglio dire, intellettuale, le proprie scelte finora assunte e praticate nella vita concreta. Nel contempo egli è convinto che le scelte fatte siano state necessitate, od opportune, o utili, od obbligatorie. Entriamo nell’esempio: la persona è benestante fin dalla nascita e non ha contribuito in alcun modo e non ha profuso alcun impegno nella costruzione del patrimonio che la rende pacificamente benestante. Altre persone hanno prodotto le risorse di questo bene-stare, che sono essenzialmente risorse economiche e finanziarie.

Ora, le regole civilistiche attuali in tema di eredità offrono a chi eredita il diritto di… ereditare. A dirla in questo modo, sembra una quisquilia tautologica. La persona “fortunata” dà per scontato che la sorte, il destino, la bravura del padre o del nonno, un colpo di c. tale da aver vinto una grossa somma a una lotteria, siano da accettare senza riflettere sul merito o meno di trovarsi in quella condizione, a differenza dei più, che spesso stentano a tirare avanti.

Questo tipo di persona ritiene talvolta di essere un tipo speciale, e pertanto non obbligato a guadagnarsi il pane con il “sudore della fronte” (cf. Genesi, 3, 19), poiché non serve, tanto le risorse ci sono già, in quantità tale da garantire non una, ma sette generazioni di vita agiata. Oppure, ritiene che impegnarsi in qualche attività di vertice sia già “lavorare”, perché molti altri agiscono in questo modo (e qui gli esempi riguardano capitani d’industria, innovatori tecnologici e finanzieri cui si pensa di assomigliare).

Questo tipo di persona ritiene poi di avere quasi un diritto “naturale” (non oso dire “divino”, per non esagerare) a ferie speciali, e di potersi distaccare senza problemi dalle fonti che originano il proprio benessere.

Forse, utilizzando una terminologia giudicante le cose adeguata, si potrebbe smuovere qualche masso spirituale che sta occupando e ingombrando impropriamente la “struttura valoriale” del soggetto: ad esempio, si può proporre una lettura della realtà propria e generale alla luce del concetto di “verità locali” (Zampieri, 2009 e oltre), per evitare ogni arroganza propositiva da parte del filosofo consulente.

Posto che il carattere individuale si forma, come hanno ben spiegato Piaget et alii negli ultimi cent’anni, entro i quattordici anni più o meno, e che da lì in poi i comportamenti individuali sono costruibili e modificabili, in positivo e in negativo, si tratta di vedere se il soggetto esemplare di cui qui si tratta se la sente di scavare dentro la propria anima anche a costo di andare profondamente in crisi.

Eccoci al punto: il dialogo filosofico è qui che interviene, mentre ogni tipo di psicoterapia sarebbe inerte, perché solitamente ed essenzialmente destinata ad “andare a caccia” di nevrosi. Queste persone di solito non sono nevrotiche, se non in minima parte, ma sono moralmente anodine, amorfe, oppure hanno una moralità generica e applicabile solo e solamente agli… altri.

L’etica sociale, l’etica della vita umana, semmai esista per questo tipo umano, vale per gli altri. Questo tipo umano può essere rimosso dal convincimento di essere-speciali e di avere diritti speciali solo da un trauma, giammai dal thauma (in greco: la meraviglia, lo stupore, origine di ogni filosofare) del vivere, cioè la meraviglia del vivere, che per questi rischia di essere sempre banalmente noiosa, se non riesce a riempire le proprie giornate di sempre nuovi “giocattoli” (auto, moto, barche, vacanze, donne, se si tratta di un maschio…), di cui molto presto si stanca.

Oppure può riuscirci la filosofia, cioè la metodica del mettere in dubbio le proprie convinzioni mediante la riflessione e il dialogo, a partire dalle più rassicuranti.

Facendo un lavoro con un tipo umano del genere occorre mettere a tema mezzi espressivi, parole, etimologie, sistemi valoriali, idee “forza” dominanti nella psiche e nella storia della persona, elementi di coerenza e di incoerenza, e infine, decisamente, la struttura integrata di personalità sua propria.

Lavorando su questa batteria di elementi si può verificare se si crei qualche crepa, se appaia qualche insenatura nel suo modo di dare il flusso al pensiero, di individuare i verbi da apporre ai soggetti e il senso dell’operatività dei verbi stessi sugli “oggetti” sui quali le azioni verbalizzate terminano.

Riprendendo la fondamentale Perimetrazione (2012) di Phronesis qui riporto i concetti concernenti “le questioni etiche, relazionali, esistenziali, le decisioni complesse, i dubbi, le revisioni progettuali della propria vita, le scelte puntuali, le separazioni e le riprese affettive, gli interessi, i lutti e le malattie, i cambiamenti di qualsiasi genere e specie, etc.”.

Ebbene, lavorando su questo elenco cercherei di penetrare, non nella psiche come fanno altri e – nel modo peggiore – i manipolatori, nel suo modo di porsi i temi e di svolgerli. In altre parole nel rapporto che esiste tra le parole utilizzate dal soggetto, l’accezione di ciascuna che lo stesso ha nel tempo scelto e l’uso che ne fa nella vita quotidiana e nei rapporti umani.

Gli chiederei poi di valutare la qualità esistenziale e relazionale delle scelte fatte e di quelle fattibili, riflettendo sulla fatticità di quelle fatte e di quelle da farsi. Bona facienda (sunt), mala vitanda: la sintesi morale aristotelico-tomista, dopo questo lavoro potrebbe configurarsi come una suggerimento sommesso per un agire migliore rispetto al passato. Una sintesi morale che nel “dover agire” kantiano si rinforza, facendo coincidere dover fare e dover essere, e con ciò diritti e doveri.

Per produrre tale lavorìo intellettuale potrebbe essere necessario individuare testi e format particolari, adatti alla tipologia personologica dell’ospite, in modo da far emergere i “valori” intellettuali e cognitivi dello stesso, le sue “forme” mentali, e anche i tic, le ripetitività ossessive, le contorsioni linguistiche, i toni più o meno elevati delle vocalizzazioni, e infine il timbro vocale che si è formato negli anni, così come generato da una base genetica.

Se la persona è orgogliosa di un proprio genitore o avo e crede di assomigliargli, è forse il caso di valorizzare l’irriducibile unicità di ciascuno e dunque del soggetto stesso, che non può, né imitare, né pretendere di ri-creare chi lo ha preceduto con meriti imitandi ma irripetibili.

Razionalità ed emozionalità del soggetto possono allora iniziare a farsi in qualche modo “de-codificare”, senza la pretesa di comprenderli, capirli e spiegarli fino in fondo, poiché la mens umana resta sempre un “oggetto” complesso, e pertanto mai completamente de-scrivibile. Non pretendere di spiegare ogni cosa o fatto, ma cercare di comprendere il soggetto interpretando tutti gli elementi fisici e spirituali che lo compongono, può essere la strada per interloquire con le profondità dell’anima della persona di cui qui si sta esemplificando.

Per avere una qualche possibilità di cambiamento bisogna dunque procedere alla massima chiarificazione possibile, al fine di consentire una sorta di rielaborazione della visione del mondo del soggetto e all’ammissione che questa rielaborazione è diventata essenziale per una rinascita interiore e un ri-orientamento nel mondo e per delle scelte più “vitali”.

Questo processo non può essere “lineare” (Pollastri, 2016), ma necessariamente talora contorto, a-sistematico, scombinato – necessariamente – per poter prevedere le condizioni di possibilità di una nuova combinazione positiva, buona, vera.

In verità si sta sempre ricercando il buono e il vero, anche se non tutti e non sempre se ne è consapevoli. Bisognerà avere anche sempre il coraggio di improvvisare, in questo lavoro di ricerca spirituale e morale, senza temere di deragliare, perché ci pare manchino linee guida. Se si è onesti intellettualmente e ben preparati, come si usa in Phronesis, non vi è nulla da temere.

Questo tipo di consulenza si può dire anche, senza tema di essere tacciati da eresiarchi, è non solo filosofica, ma anche spirituale, poiché attiene al plesso totale/ diversificato di spirito-anima-mente, in tutte le sue accezioni filosofico-etimologiche della storia del pensiero occidentale greco-latino e delle lingue volgari moderne e contemporanee. Si tratta di una metodica-che-non-è-tale, in quanto è una continua ricerca che vive di contenuti facentesi via via metodo (cf. Giacometti, 2016).

Non un circolo vizioso ma virtuoso, perché capace di rinnovare il pensiero mentre il pensiero fluisce. Così come si può rinnovare una vita mentre la vita stessa fluisce nella sua naturalità esistenziale e morale.

Phronesis si muove su questo terreno, da oltre vent’anni. E io dentro essa. Da un anno ho la ventura di presiederla, e lo voglio fare con forza e dedizione.

Accanto a Phrònesis , proprio perché questo bisogno di pensiero rinnovatore esiste, mi piacerebbe nascesse – a latere – un’altra associazione, magari da chiamare Philìa, cioè amicizia.

Un’associazione a latere di “umanisti” di tutti i generi e specie, per riunire intelligenze e persone, ponendosi nell’agorà, anzi nelle agorài (caro PD, metti anche il sostantivo al plurale dove scrivi “democratiche”), e così intercettare i bisogni delle persone in molti modi: se Phronesis può agire in modo più profondo e professionale, Philìa potrebbe offrire uno spazio dialogico libero, come quello descritto in questo saggio, utile per qualcuno.

La prova dell’efficacia di questo doppio modello può consistere nella constatazione che alle varie pratiche filosofiche partecipano persone di tutti i generi e sensibilità, perché il sapere filosofico, nelle sue varie declinazioni apre la mente e il cuore, aiutando chiunque a scoprire di se stesso ciò che magari è rimasto finora inerte e latente.

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