Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La piazza dei trentamila a Torino, o “Esisto solo se qualcuno mi ascolta, ovvero esisto solo se qualcuno mi legge…”, ma è proprio sempre vero?

Anche se la TAV non mi convince del tutto, fossi stato a Torino avrei partecipato alla marcia dei trentamila favorevoli a quest’opera, alle Olimpiadi invernali e a tutto quanto grillini e sindaca dai capelli di fil di ferro non vogliono fare. Mi oppongo a qualsiasi cosa questi selvaggi arroganti e ignoranti vogliano fare. E spero che i miei non pochi amici torinesi siano stati in piazza, che Elena, Stefania, Roberto, Maurizio…, perché gli riconosco un’intelligenza e una sensibilità importanti, tali da non farsi intortare da un/ a appendino (femminile o maschile?).

Sono contrario a tutto quello cui sono favorevoli questi falsi puritani della politica. Non mi convincono in nulla, né come idee e programmi, né come gruppi dirigenti e leader. Le loro idee sono prive di cultura etica e socio-politica, anzi, con i loro riferimenti generici a Rousseau, perfin pericolose. Penso che neppure il capo della Srl che li governa oggi, e suo padre R.I.P.,  conosca o abbia conosciuto poco o punto il pensiero del mediocre e troppo esaltato filosofo ginevrino. I loro leader ignoranti sono e mediocri, e perciò arroganti e protervi, a partire dal chierichetto campano, per continuare con u bellu guaglione, l’inutile reduce dal Sudamerica. Mi meraviglia come e quanto il suo viaggio sia stato tanto mediatizzato. Infatti di Di Battista chissenefrega! E la tontolona magra-piccola-anche-di-intelletto sindaco femmina di Roma?

Il tanto da lor invocato “popolo” si è ribellato in una delle capitali d’Italia, a Torino. Spero sia l’inizio di un non lunghissimo declino, sempre se altri si sveglieranno dalla loro attuale afasia. Qui entra in campo il secondo argomento, strettamente correlato al primo.

Il popolo può farsi ingannare per un periodo, e non lungo, perché poi, quando si accorge di essere buggerato dai populisti, si ribella e li manda a quel paese.

Il maestro Ennio Morricone a novanta anni suonati spiega il suo rapporto con la musica, dicendo che essa esiste solo se qualcuno la esegue e qualcuno la ascolta, e ciò può valere in qualche modo -nel mio piccolo biografico- anche per me. Con qualche osservazione diversa: questa sua concezione indica una forma di idealismo relazionale à la Martin Buber e Emmanuel Lévinas. Son d’accordo e non son d’accordo.

Non si può dire, infatti, che-si-è solo se si è ascoltati (musica e parole) e letti, poiché chi non scrive musica e parola, allora, non “sarebbe”: falso. La battuta di Morricone è metaforica, un po’ estremistica, senz’altro melodrammatica.

E poi, come la mettiamo con il silenzio? forse che il silenzio è un “nulla”? neanche per idea. Il silenzio è virtù, per san Benedetto da Norcia, ed è… musica, proprio per Morricone, Beethoven, Bach, Mozart, Haendel, Verdi, Wagner e compagnia musicante, compresa la mia Beatriz. Che cosa è una pausa tra due suoni se non musica essa stessa?

Si è certamente se si è ascoltati, visti, considerati, rispettati, letti, etc., ma anche se no. Vivendo in un bosco remoto in uno chalet di legno, puoi evitare incontri sgradevoli, limitandoti a recuperare periodicamente i viveri necessari.

Le sette donne leader sconosciute di Torino mostrano la parte di veridicità delle tesi di Morricone e di Descartes. “Penso e dunque sono, parlo e dunque sono, qualcuno mi ascolta e dunque sono, e così via…”. Infatti a volte non basta vivere nello chalet aristotelico… per essere. Può bastare per esistere, ma non per essere… per gli altri. Occorre dunque uscire dallo chalet, prendere il sentiero che porta alla strada, inforcare almeno una buona bici e giungere alla città degli uomini, e lì cercare altri simili, parlare e farsi ascoltare.

Infine occorre scegliere una piazza e riempirla, senza fare baccano, senza bandiere, pura presenza dell’esserci, essenziale dasein heideggeriano. I su nominati leader, invece, che sono ignoranti e fanatici stiano dove sono fino a scomparire, che è il loro destino segnato.

La gazzella svamputa, o svampita, o solo vecchia? E gli svamputi, o svampiti?

Gallina vecchia fa… e quel  che ne segue, vecchi modi di dire della saggezza natural-popolare, ma la citazione della gazzella come animale che può invecchiare o addirittura “rincoglionire”, non poteva che nascere tra le righe dell’incontro settimanale con l’AD di una grande azienda nazional-furlan-germanica. Tante robe, no?

Sopra ho messo l’indimenticabile immagine di Wilma Rudolph, la “gazzella nera”, vincitrice di 100 e 200 metri piani alle Olimpiadi di Roma del ’60, gazzella vera.

Lavorando si fanno molte e diverse cose, a volte intervallate da brevi momenti linguisticamente creativi, per commentare processi aziendali e comportamenti individuali. Si in-ventano a volte perfino neologismi, che vuol dire “si trovano”, poiché in-ventare significa (in latino invenire) trovare ciò che già esiste. Non si crea nulla dal nulla, cosicché vi è il piacere di scoprire l’esistenza di cose, parole, pensieri, concetti, percetti e sentimenti.

Ad esempio, la vamp, nel linguaggio cinematografico (esteso poi anche al varietà e ad altri spettacoli), è un’attrice che rappresenta il tipo artistico della donna fatale, dal fascino altero e misterioso, il cui potere di seduzione è affidato a un erotismo languido, allusivamente legato a un’immagine femminile di stampo melodrammatico. La svampita o svamputa, è una che ha smesso di essere vamp, allora? Oppure è anche qualcos’altro?

La lingua è vivente e si modifica nel tempo, ma non a piacimento dei singoli, bensì per successive concrezioni abitudinarie, come spiega bene il vocabolario annuale Zingarelli e l’Accademia della Crusca, caro professor Sabatini. Ad esempio, osservando il mondo e le persone, mi sovvengono parole, segni e suoni differenti, nuovi. Anni fa guardando mia figlia cresciuta, non più bambina, ma non ancora ragazza, coniai il termine intermedio bambazza, che per qualche tempo divertì i miei conoscenti e venne perfino sdoganata sul web. Si trattava di una crasi fra bambina e ragazza.

Più avanti nel tempo declinai al femminile il greve e realistico termine maschile di “culo” in cula, perché più sonoramente significante. Vuoi metter “cula”, per dire le terga femminili, caro amico lettore? La cosa fece non poco divertire i miei interlocutori amicali e letterari.

Ora l’amico Gianluca mi propone un participio passato irregolare tratto da un verbo -per ora- inesistente “svam-pire“, ovvero un etimo esistente ed operante come vamp, che significa, come scritto sopra -correntemente- donna appariscente e affascinante. Svamputa, allora, è donna non-più-vamp, e anche un poco… svampita, vale a dir intontita.

Ma vi sono anche gli svampiti/ svamputi maschi. Se no che giustizia c’è? Ne ho due esempi nuovi, oltre ai soliti noti della politica come il ministro dei trasporti e delle infrastrutture attuale.

Uno è il “governator”  del Lazio (bum!), Nicola Zingaretti, che titolo eh “governatore”?, svampito del PD, mostrante come tale categoria antropologica possa pervenire da ogni dove: questi, pur essendo opportunamente informato da tecnici e scienziati che spiegano come la termo-valorizzazione sia da preferire nello smaltimento dei rifiuti solidi urbani rispetto alla discarica, che è cocktail party perpetuo di gabbiani, topastri e altri animali poco attraenti, continua a mandare in Abruzzo decine di migliaia di tons di rifiuti, non avendo voluto far completare l’impianto di smaltimento di Colleferro. Ormai anche i meno culti sanno che ciò che residua dalla raccolta differenziata e viene recuperato come materia seconda, può venire bruciato per produrre energia, fuorché lui e qualcun altro, come molti 5S. Un po’ svampito?

Altri svampitelli o svamputelli sono i ragazzi e i lor genitori della classe Ipsia “Floriani” di Vimercate, dove qualcuno, spenta la luce, ha preso a sediate l’insegnante di italiano e storia, mandandola in ospedale.

Non uno, né dei giovini virgulti, né dei men che cinquantenni genitori, ha avuto il pensamiento di scusarsi. Nemmeno si son posti il tema dello scusarsi. Forse che pensano di aver avuto ragione. E il preside, poi, che commenta dicendo della professoressa “Forse è un po’ rigida?” Dove lo mandiamo il “dirigente scolastico” (nuovo nome del preside), al club degli svampiti?

Più pericolosi degli svampiti sono poi gli indegni, o indecenti, che andrebbero cacciati senza indugio, laddove avessero ruoli istituzionali: tra questi un campione è tale Rocco Casalino, portavoce dell’afono Conte. E’ stato registrato mentre diceva che vecchi, bambini e down gli fanno schifo. A me, invece, fa schifo lui.

“Uno che è vissuto/ con la forza di un giovane uomo/ nel cuore del mondo/ e dava/ a quei pochi uomini che conosceva/ tutto”

Nel titolo ho messo la traduzione italiana della brevissima lirica scritta nella parlata friulana della destra Tagliamento del nostro più grande poeta, Pier Paolo Pasolini: “Un al à vivùt/ cu la fuarsa di un zòvin omp/ tal còur dal mont,/ e al ghi dèva, a chej pucs òmis ch’al cognosseva/ dut“.

Ecco, dare tutto quello che si ha, molto spesso incompresi, ché se si dà si dà se stessi, nientemeno. Non ci son calcoli da fare, né timori, né dolori insopportabili se si vuol vivere una vita vera. Occorre solo un po’ di prudenza che non è mai rallentamento vigliacco, ma valutazione delle opportunità e delle forze in campo. E’ la classica phrònesis, una saggezza prudente, o una saggia prudenza, che è anche manifestazione di umiltà e di consapevolezza del proprio limite.

Ricordo al mio gentil lettore che i sintagmi appena proposti, messi in modo oppositivo reciproco tra sostantivo e aggettivo erano molto cari alle catechesi che sant’Agostino proponeva nelle sue Omelie, per cui chi fosse interessato può trovare tutte le opere del santo vescovo, filosofo e teologo, in italiano e latino, tra le quali centinaia di omelie, nel sito www.augustinus.it .

Un altro brevissimo componimento nel friulano delle Prealpi pordenonesi: “Signour, l’omp l’è ca, o ai fat ce c’o ai podut par chest mont e par chel atri, si sin intindùz, amen“, cioè “Signore, ecco l’uomo, ho fatto ciò che ho potuto per questo mondo e per l’altro, ci siamo capiti, amen“. Si tratta di una preghiera da me raccolta dalla voce di un vecchio di Tramonti di Sopra, mi pare, o di Campone, sempre di quelle Valli aspre e meravigliose.

La poesia di Pier Paolo e la breve preghiera si assomigliano, perché il friulano, nella sua durezza di accenti riesce ad essere facilmente poesia e preghiera. I due brani dicono il limite di energie, di intelletto, di volontà e anche di santità dell’uomo, e anche l’atto eroico di esplorarlo.

Il valore della vita è pari per ciascun essere umano, così come la dignità che dà la struttura di persona, costituita da fisicità, psichismo e spiritualità, mentre la diversità irriducibile è data dalla struttura di personalità, che accoglie la genetica, l’educazione e l’ambiente in cui uno è nato ed è cresciuto. Dunque: se la dignità è data dalla struttura di persona, la struttura di personalità dice l’irriducibile differenza di ciascheduno da ogni altro, fosse pure il fratello gemello monozigote.

Se uno dà ciò che ha dà ed è il massimo che può dare, come la vedova di cui parla Gesù nel capitolo 12 del Vangelo secondo Marco, lei aveva versato al tempio due leptòn, cioè due centesimi dell’epoca, ma con cuore puro, aveva dato di più del fariseo che si compiaceva di avere versato una somma cospicua per il tesoro del Tempio.

Il valore delle cose dipende dagli intendimenti, dal cuore di chi opera, non dalla quantità venale del valore della cosa stessa. Può valere di più regalare una “Panda” usata che non una Ferrari, se per comprare la Panda uno fa un contratto di acquisto rateale, perché altro non può permettersi.

Il regalo come dono è lo stesso gesto di donare, così come la sostanza delle cose è la loro forma, e così come il meta-messaggio è più importante del messaggio. Faccio un esempio: se si decide di fare un certo tipo di azione relazionale in un gruppo organizzato, come una serie di colloqui, si deve rispondere innanzitutto alla domanda “perché lo faccio?” e non “come lo faccio?”, non preoccupandosi più di tanto della canonicità od ortodossia, secondo le letterature scientifiche in uso, del metodo utilizzato, che è assolutamente secondario, rispetto al fine che ci si è dati, e che è diverso, caso per caso, tempo per tempo, situazione per situazione. Il “perché” è la domanda filosofica per eccellenza, mentre il “come” appartiene alle discipline positive induttivo-deduttive, ma viene dopo. Circa il dono aggiungo una suggestione, che si può trovare nel trattato dal tema omonimo dell’antropologo Marcel Mauss: bisogna verificare come e quanto il dono sia espressione di altruismo e non anche altro, ad esempio, rispetto di un rito o di una tradizione, oppure, ed è la cosa più sottile, una sottesa manifestazione di egoismo implicito.

Infine,  ancora per quanto concerne il dono o regalo, non ha importanza il suo valore commerciale, ma il sentimento con il quale lo si offre.

Della sostanza che è forma e della forma che è sostanza ho più volte qui esemplificato con l’esempio michelangiolesco del toglimento di materia prima dal marmo finché non compare l’idea, cioè la forma, vale e dire la struttura sostanziale della statua.

Che dire dunque della verità o meno di ogni umana relazione? Che essa è sempre sottoposta alla verifica della purezza di cuore dei soggetti in relazione. Chi la verifica questa purezza di cuore’ Ognuno dei soggetti che si relazionano, con la pazienza, con l’esperienza, con il rispetto reciproco, che è un “guardarsi-in-faccia”, come dice l’etimologia del termine “rispetto” (dal verbo latino respicere, cioè guardare dritto davanti a sé, cioè in faccia all’altro). Non basta la tolleranza, perché la tolleranza è un guardare all’altro dall’alto di una superiorità sempre solo supposta, un top-down fastidioso e repulsivo, ma ci vuole il rispetto, così come è meglio suggerire che consigliare (il consiglio è sempre un qualcosa di top-down, e poi puzza, se non di mafia, di ambiente para-mafioso, mentre il suggerimento è qualcosa di amichevole, quasi di fraterno o sororale), così come è previsto dalla buona filosofia pratica che pratico ormai, insieme a valorosi colleghi, da molti anni: la Philosophische Praxis, che può essere una salutare medicina per le anime perse di questi tempi.

Stamane un bambino mi sorrideva…

di un sorriso puro, come può essere quello di un bambino. Mi ha consolato. Ne avevo bisogno. La giornata di ieri si dipanava in sintonia con il tempo meteorologico, e a fatica.

Il valore delle cose e la “qualità della vita” non si basano su tabelle precostituite, su modelli sociologici o sulla loro economicità e lucratività, ma sul contributo di umanizzazione che apportano. L’uomo è un primate evolventesi, anche se lentamente e con contraddizioni. In particolare non condivido il concetto corrente di qualità della vita, poiché sottende valenze e parametri troppo quantitativi, come si evince anche dagli item utilizzati nelle ricerche socio-metriche. Come si fa a dire che la qualità della vita in Trentino è superiore a quella di Lecce, basandoci solo su dati quantitativi Istat? La vita umana è molto più complessa ed è costituita da elementi in buona parte non misurabili, sfuggenti, oserei dire… spirituali.

Nella vita le strade si incrociano, divergono, pochi sono i rettilinei, di più i sentieri aspri di montagna, i camminamenti, le cenge altissime sotto le crode, le tracce antiche di pastori e cacciatori, quasi impercettibili tra la macchia e le radure.

Gli incontri sono pieni di incognite, come una espressione algebrica, anzi di più. Il sentimento accompagna lo stato di veglia e condiziona i sonni e l’attività onirica. A volte ti sembra di aver capito la persona e invece no, non hai capito nulla: è diversa da come pensavi, in meglio o in peggio. Occupandomi anche di selezione del personale ho i sensi allenati, ma non bastano. Solitamente uso quattro item: a) atteggiamento, cioè come la persona si presenta al colloquio, b) competenze, cioè la professionalità espressa in conoscenze ed esperienza, c) potenziale, vale a dire quello che il candidato può diventare o aspirare ad essere in una struttura organizzata, d) inseribilità, che significa il grado di possibilità di successo della new entry nel gruppo già costituito. Forse l’aspetto più difficile.  A ogni item attribuisco un valore da uno a cinque: si tratta di una scala di valutazione psico-sociale risalente agli studi psico-metrici di Rensis  Likert, che operava negli Stati Uniti d’America negli anni ’30.

La scelta si può basare anche sulla comparazione dei risultati ottenuti dai vari candidati, ma non può essere fondata solo su questi risultati. Occorre anche il dialogo, il giudizio sull’espressività, sulla qualità del linguaggio e dell’ascolto, per decidere al meglio, poiché l’uomo è incommensurabile. Ogni individuo è unico, indivisibile, imparagonabile: è irriducibilmente soggetto originale.

Osservo le persone quando aspetto, quando viaggio, quando cammino, e soprattutto quando colloquio o dialogo e cerco di capire i loro destini, i loro mestieri, le loro inclinazioni. Mi interessano tutte, anche quelle che mi hanno offeso, perché mi chiedo se si sia trattato di ignoranza, di stupidità o di cattiveria. In ogni caso di miseria si è trattato. E poi, passatami la rabbia, ché io non sono rancoroso, se richiesto, gli do una mano come prima.

Il sorriso del bambino goriziano mi ha allargato il cuore.

Basta poco, che è tanto, tantissimo; un sorriso, un muoversi dei muscoli facciali fino ad allargare la bocca con gli angoli rivolti verso l’alto, e gli occhi luminosi. Il sorriso illumina gli occhi e questi il sorriso.

Nel pomeriggio con la bici da strada, mi son regalato una De Rosa in carbonio, finalmente! ho incrociato molti. Mi guardavano un poco meravigliati che avessi le maniche corte della muta estiva il 3 novembre, ma io non sono freddoloso, abituato alle camere fredde della mia infanzia, temprato. La giornata era buona e ho rivisto il “Flùn“, cioè lo Stella, il fiume di risorgiva che i locali chiamano semplicemente “il Fiume”, perché lo è per antonomasia. Più del magno, immenso Tagliamento, il quale in questi giorni aveva un chilometro d’acqua. Ma il Tiliaventum è a regime torrentizio e talvolta si nasconde sotto le immense grave, quando la siccità prevale.

Lo Stella, invece, ha sempre acque smeraldine quae fluunt dall’alta pianura sino alla Laguna di Marano e Grado, scorrendo in meandri torti tra boschi fittissimi e canneti impenetrabili.

Silenzii fondi accompagnavano il brusio degli ingranaggi raffinati della bici, marca Campagnolo, e con poca fatica ero a trentacinque orari, in assenza di vento. Sentivo i muscoli delle gambe vibrare e i polmoni respirare a pieno. Solo il remoto dolore vertebrale mi ricordava che ho un accompagnamento da trattare con cura. Palestra e fisio, per migliorare e poter tornare anche sui sentieri aspri dei monti, che mi aspettano.

Il sorriso del bimbo mi ha tolto stamane dai loghismòi, dai cattivi pensieri che mi turbavano. Stamane avevo bisogno della voce profonda di un egùmeno, un abate ortodosso, con la sua tonante o sussurrata voce di baritono naturale. Ma un essere umano comunque mi ha soccorso, una donna dall’animo puro.

Riemerso dal sonno sul presto ho ascoltato le voci dal mondo, notando ancora i tic, i modi-di-dire, gli errori espressivi dei narratori. Ancora una volta ho sentito chiamare apocalisse un disastrocataclismadisgrazia. Quella della feroce alluvione diffusa nei giorni scorsi in Italia. Caro dottore Borrelli, responsabile nazionale della protezione civile, “apocalisse” significa “rivelazione”, non altro.

E i politici la solita storia nota fatta di ignoranza ignorante, arroganza e protervia. Solo il comandante De Falco, quello che disse a vigliacco-Schettino “Torni a bordo, cazzo!”, ha avuto un’espressione felice: “No, non temo di finire il mio lavoro di deputato, ché siamo tutti a scadenza“. ben detto, cz, aggiungo io, in attesa che la luce del giorno e la temperatura mi permetta di inforcare ancora il mezzo leggero e frusciante verso altre strade, in questo 4 di novembre, anniversario della Vittoria, e giorno come tutti gli altri, dono dell’Incondizionato.

“Furia cavallo del West” e le idiozie, da quelle generiche a quelle animaliste, per le quali la medicina giusta è l’invettiva

Canzone colonna sonora dei telefilm omonimi, di Paul Bradley Coulding, più noto come Mal dei Primitives, inglese, ma oramai da tempo friulano. Furia cavallo del West: in bianconero, il bellissimo stallone amico dei ragazzini.

Un orso sta per sbranare un agnello, al che Furia si avventa zoccolante con tutta la sua “furia” stallonesca e mette in fuga il grande plantigrado, ma non troppo grande, ché se fosse stato un grizzly adulto o un orso polare, forse il cavallone se la sarebbe data a gambe.

Ebbene, la domanda che mi faccio e porgo ai miei sempre gentili lettori è questa: se l’orso per nutrirsi cerca di azzannare l’agnello e il cavallone glielo impedisce, per chi “tiene” l’animalista”? Forse che si trova in un cul de sac? Deve l’orso seguire la sua natura e il suo istinto di grosso onnivoro-carnivoro, o gli porgiamo un kilo di mele e un barattolo di marmellata, ovvero, è “giusto” che il possente stallone nero gli impedisca di alimentarsi perché così sopprimerebbe un altro animale, o no?

E, allo stesso animalista chiederei: vengono tormentati i cagnolini di Striscia la notizia o il pappagallo di Portobello? Oppure stanno bene, sono coccolati e comodi? E’ meglio stare lì con Greggio e tra le tette della Hunziker o in un canile, a rischio di iniezione letale?

E i pesciolini rossi? Come stanno i pesci rossi nella vaschetta di casa, nutriti dai bimbi e guardati con affetto dalle nonne?

Altrove ho scritto della stupidità come stato psichico che induce un comportamento inutile e dannoso, in coerenza con quanto spiega bene nella sua Storia della stupidità Carlo Maria Cipolla. Scrissi anche del collegamento stretto esistente tra presunzione e ignoranza, caratteristica diffusa tra i politici del Movimento 5S e non solo. Questi tipi umani sono presenti anche nella Lega, nel PD e in Forza Italia. Costoro sono anche caratterizzati da una quasi assoluta mancanza di vergogna. La mancanza di vergogna è un altro atteggiamento insopportabile, per il quale uno si sente indefettibilmente nel giusto, anche quando sbaglia, e non riesce a scusarsi neppure quando è evidente l’offesa fatta a qualcuno.

Riconoscere i propri errori e scusarsi è un atto di forza interiore, altro che quelli dell’omonimo film di Schwarzenegger!

Vi è anche un rapporto biunivoco tra stupidità e malvagità, che è preferibile, addirittura, alla prima condizione dell’anima, quella della stupidità, poiché dai malvagi ti puoi difendere, mentre dagli stupidi è più difficile, poiché sono pericolosamente imprevedibili, pensando essi di essere intelligenti.

Un altro aspetto correlato è quello della superficialità e della banalizzazione, che comporta un impoverimento del linguaggio e delle modalità espressive. Gli stupidi sono presuntuosi e incapaci di provar vergogna, parlano per sentito dire e pontificano su ciò che non conoscono. Un esempio acclarato è quello dell’attuale ministro dei  trasporti, il riccioluto Toninelli.

Una manifestazione di estrema stupidità: una docente di storia di 55 anni, insegnante in una scuola superiore di Vimercate -il “Floriani”- è stata presa a sediate nella schiena da alcuni suoi allievi, che hanno prima spento la luce, i vigliacchi, e poi hanno colpito la professoressa. E i loro genitori? Che quoziente intellettivo possono esprimere? Che valori morali vivono?

Un ulteriore esempio di comportamento malo o comunque sbagliato è quello di chi pensa di poter bruciare le tappe della propria crescita, mancando di rispetto a chi più sa, senza darsi pensiero se ciò significhi offendere, deludere, competere senza ragione ponendosi in forma arrogante e pretenziosa?

Correlato a quest’ultimo tipo umano vi è il caso di chi presume di sapere non sapendo: costui solitamente non accetta il sapere altrui, specie se è guadagnato sul campo del tempo e della fatica, perché la sua pigrizia gli fa pensare che basti informarsi sui giornali che scrivono ciò che lui stesso si aspetta che scrivano. Faccio un esempio: se il suo “giornale” scrive che il presidente Mattarella è comunista, Mattarella è comunista. Semplificazioni pacchiane, spirito critico uguale a zero. Queste sono persone che, nella loro arrogante ignoranza, riescono ad offendere senza darsi pensiero. Persone che solitamente vivono per mangiare, non l’incontrario. O giù di lì.

E i genitori di Desirée? Cosa faceva la ragazzina in quel luogo, chi la custodiva, chi aveva a casa? Chi se ne occupava? Abbiamo risolto il problema chiamando “bestie” i quattro bastardi che l’hanno drogata e violentata, o serve altro?

Idiozie che meritano solenni invettive, pedagogia dei fatti.

Il porto delle nebbie, il cavaliere bendato e gli orizzonti lontani

Sentirsi in balia di vettori causali che non controlli, ma della cui esistenza sei consapevole, a volte è impegnativo, difficile. Ma si fa, si va avanti, si vive, si combatte la buona battaglia mantenendo la fede, come insegna san Paolo, Saulo di Tarso in Cilicia (II Lettera a Timoteo 4, 7).

Gli esami del sangue mio, linfa vitale son buoni, anzi quasi ottimi, come se si desse un giudizio sul risanamento di un fiume prima un poco inquinato. Il cavaliere oscuro, che son io, pur non essendosi mai fermato, attende di poter partire in piena di nuovo, attende il mattino, ché la cavalcatura è pronta e gli ostelli del riposo, noti. La prima meta è il gran monte del confine, dal nome slavo, la cima del Matajur.

Il cammino inizia dal Rifugio e si divide tra il sentiero diretto verso la cima e la traversata fino alla vetta passando dal versante sloveno. Aspetto una domenica limpida in quest’autunno diverso. Nel frattempo è arrivata la bici, leggera e frusciante, pronta per cavalcate silenziose verso tutti i punti cardinali.

Nella politica, invece, vi è chi mena fendenti a caso, come un cavaliere o, meglio, un pedone, un fante bendato che deve spaccare una pentolaccia nella sagra di paese, e lì appare la faccia bambina di Di Maio sovrapposta a quella del cavaliere. Bestialità verbali formulate da questo giovane uomo del sud pieno d’ebbrezza di potere, di libido potestatis come Caligola o Caracalla. Un elenco di beceraggini sragionanti. Eccotene due o tre, mio gentile lettore.

«Lobby dei malati di cancro». 21 luglio 2016. Il vicepresidente della Camera sulla propria pagina Facebook, presentando uno studio dell’attività del M5S, parla di lobby e cita quella «dei malati di cancro». Si alza un polverone. Il mondo politico si scatena contro Di Maio. Che rimedia in un nuovo post, affermando che l’accostamento tra lobby degli inceneritori e lobby dei malati di cancro «può essere apparso infelice» ma «in Parlamento ci sono portatori di interessi negativi, come quelli degli inceneritori, e portatori di interessi positivi, come quelli appunto delle associazioni dei malati di cancro». (dal web)

«Pinochet in Venenzuela». 13 settembre 2016. Di Maio, in piena campagna referendaria, attacca il presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi. In un post su Facebook parla delle continue proteste alle iniziative pubbliche del premier, confondendo in un passaggio il Venezuela con il Cile. «Ha occupato con arroganza la cosa pubblica, come ai tempi di Pinochet in Venezuela», scrive sulla sua bacheca. L’errore geografico fa il giro del web. E il deputato M5S corregge il messaggio. (dal web)

Sono di questi giorni le parole in libertà su Draghi, sintomo ed effetto -nel contempo- di ignoranza ignorante, dissennatezza (neanche fosse vittima dei mostri dissennatori di Harry Potter) e improvvisazione verbale. I suoi sodali lo imitano come le salmerie seguono i reparti, alla cieca, animali da soma, in primis Toninelli, quello che confonde i tunnel con i viadotti. Logistica e produzione, commerciale e amministrazione, risorse umane etica d’impresa, tutto con-fuso e sgangherato: questa è la similitudine metaforica del 5Stelle e dei loro capi. Un’azienda chiuderebbe in un battibaleno se si comportasse come loro.

Salvini continua a battere la grancassa del cipiglio severo sostenendo cose implausibili, con voce minacciante, ma si comincia a vedere qualche incertezza ai lati della bocca sul suo volto ghignante. La trasparente ebbrezza di qualche settimana fa in toni trionfanti, pare incrinarsi.

Dalle altre parti pena infinita: Zingaretti brucia in un lampo tutta la simpatia di suo fratello, algebricamente. Non lo voterò mai. Chi altri? Minniti certamente, oppure io stesso, gentile lettore, lo farei bene, ma preferisco star tra le mie cose, tra lavoro e filosofia, affetti e rinascita.

Orizzonti lontani mostrano il mare, dalla cima della cuspide di confine. E ricordi legati alla Valli di un tempo, già favolose. Memoria di storie nelle balze rocciose di cascate remote. Agostino e sorella e, fino a dieci giorni fa, Gianni, mio compagno di scuola d’un tempo. Biforcazioni di vite, come lungo la via che il curato manzoniano soleva percorrere recitando l’Ufficio delle ore, ubbidendo alle prescrizioni di una Madre santa e meretrice, così detta dal gran santo omonimo del mio amico, il vescovo d’Ippona, che scriveva diciassette secoli or sono.

Nel frattempo leggo -e mi confermo- che mente e cervello non possono essere la stessa cosa, e che l’intelligenza umana, e il corpo e le umidità non possono essere ricreate in macchine di acciaio e altri materiali: muco, urina, sangue, sperma, linfe, sudore sono tipiche di chi ha un corpo e una mente-non-solo-cervello, un corpo che si scalda e si raffredda, una mente/ cuore (metafora) che può provare noia, paura, sentimenti e passioni, un qualcosa che viene generato e si corrompe. Va letta, e con gusto, Siri Hustvedt nel suo Le illusioni della certezza, edito da Einaudi.

Il tempo trascorre da nebbie d’un porto lontano a orizzonti infiniti.

“Quant c’al ven un sgorli di ploia”, in friulano concordiese o “pasoliniano” cioè quando viene uno scroscio di pioggia, ovvero la vita è biografia costante di un progetto

E la pioggia che va…” cantavano i Rokes di Shel Shapiro nel 1966, “Quant c’al ven un sgorli di ploia“, mi dice Livio guidando verso Sauris in una bellissima domenica d’ottobre, in friulano concordiese o “pasoliniano” cioè quando viene uno scroscio di pioggia, ovvero “Sum et nihil humani mihi alienum est“, (da Heautòntimoroumenos, cioè Il punitore di se stesso, 77) come sentenziava il poeta e commediografo Publio Terenzio Afro a metà circa del II secolo a. C.

Viviamo albe irreversibili come tramonti, e ascoltiamo versetti essenziali come dardi, dentro le nostre vite che si dipanano come biografie costanti di un progetto. DJ Fabo, Fabiano Antoniani, accompagnato da Valeria e Carmen se n’è andato via.

Ho già scritto sul tema eutanasico basando il mio giudizio sull’etica classica che condanna ogni intervento suicidiario. Il Codice penale del giurista Alfredo Rocco risale al 1930 ed è ancora in vigore, nel quale l’art. 580 prevede che “chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1 e 2 dell’articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o di volere, si applicano le disposizioni relative all’omicidio”. Nella trattazione di questa fattispecie delittuosa, una premessa è d’obbligo: nel nostro ordinamento il suicidio non è oggetto di punibilità, neppure nella forma del tentativo, perché nonostante costituisca un disvalore sociale, la vita non può essere imposta coattivamente.

Ebbene, nel 2017 vi è stato l’episodio di Dj Fabo, Fabiano Antoniani, mentre nel 2012 quello di Piergiorgio Welby. Nel 2009 quello di Eluana Englaro sul quale sono intervenuto non poco, scrivendo anche a suo padre, senza mai avere risposta. Devo (e voglio) riprendere il tema approfondendolo, ché mi pare vi siano le condizioni teoriche e pratiche per farlo. Quasi doverosamente. Anche per modificare in parte la mia posizione in tema di bioetica. Qualche anno fa tendevo a una certa rigidità morale sul tema della vita, convinto com’ero (e come sono tutt’ora) che noi non “possediamo” le nostre vite. Le nostre vite ci sono date da decisioni altrui, dei nostri genitori, dal ciclo della nostra mamma e dalle voglie del nostro papà. La dico così un poco grevemente. E poi, forse, anche dalla volontà di qualche altro Ente, se ci crediamo. Chi crede sa che la propria venuta al mondo, sconosciuta perfino ai genitori, ex parte Dei vel sub specie aeternitatis era prevista fin dalla fondazione del mondo. Chi non crede pensa invece solo all’incontro più o meno casuale di due gameti XX e XY e di ventitre più ventitre cromosomi. Anche in questo “caso” rinvio alla mia dottrina (mi scusi il gentil lettore la prosopopea un poco individualista di questa citazione) sul caso, che cerca di mostrare la sua in-esistenza contro la necessaria esistenza della causa, mediante la mera metatesi della “u”.

Di solito si dispone di ciò che si possiede, secondo una regola originaria non scritta, e in seguito scritta, fin dal Codice del re caldeo Hammurabi, che risale al XIX secolo a. C.

In questo ultimo periodo, riflettendo sul tema del mandato, invece che sul diritto di proprietà, ho sviluppato alcune idee nuove. Sulle nostre vite in realtà abbiamo un mandato, e quindi qualcosa possiamo fare. E’ come se fossimo gli “amministratori delegati” di noi stessi, a nome e per conto di un proprietario che si può chiamare “Dio” ovvero “Natura”, come scriveva Baruch de Espinosa. A volte, nella vita aziendale l’AD fa le veci del padrone, anzi ordinariamente sempre, e particolarmente quando il padrone si assenta. Il tema è dunque, e il dibattimento è tra un diritto “alla” vita e un diritto “sulla” vita.

Nella vita umana, non sempre il “padrone” è accessibile: troppi, troppo complessi e spesso sconosciuti, sono i vettori causali delle nostre vite, nella salute e nella malattia.

Come si può evitare di non assumersi la responsabilità di gestire la propria vita almeno come deve fare una amministratore delegato nell’azienda di cui si deve occupare in quanto “delegato” dalla proprietà? Quando le cose vanno male lui deve guidare la ristrutturazione per portarla fuori dalla crisi e, se questa è irreversibile, deve avere il coraggio di chiuderla, con tutte le conseguenze del caso, di carattere societario e sociale.

Anche le vite umane si chiudono sotto il profilo fisico, ché sotto quello spirituale, se ci credi, mio gentil lettore, anche no, ché sono d’altra natura, quella dell’immortalità.

A volte accade qualcosa, come la pioggia che va, oppure come quando viene uno scroscio (in friulano occidentale sgorli dal verbo sgorlar) sempre di pioggia. Basta poco per cambiare tutto: un et, un incidente stradale, un ammalamento, una co-incidenza, una circostanza avversa, una metatesi della “u” che ribalta ciò che è casuale in ciò che è causale, come detto detto sopra e -spesso- altrove in questo mio sito.

Sono tutore legale e amministratore di sostegno di un carcerato. Ecco: un uomo privato dei diritti civili si è affidato a me per gestire le sue cose e la sua persona. Quest’uomo mi ha detto che, se dovesse poter votare per l’eutanasia legale voterebbe a favore ma, se si trattasse della sua vita, mi ha raccomandato di tenerlo “di qua” il più possibile, perché forse conserva qualche dubbio sull’aldilà, o forse perché… non lo so.

E’ allora plausibile che si possa decidere di sé, come mandatari, come amministratori, quando le albe e i tramonti diventano tutt’uno, essendo la vita la biografia costante di un progetto. La vita è biografia che a volte diventa in-costante e a volte non ha un pro-getto, che significa un essere-in-disordine. L’incostanza e la non-progettualità sembra siano un male, ma è poi vero del tutto e sempre?

Dobbiamo proprio inquadrare le nostre vite in modo rigorosamente inappuntabile secondo schemi culturali e morali pre-fissati quasi ab aeterno? Una visione eticamente fondata della vita è rigida e dura come il marmo di Carrara da cui Michelangelo traeva le sue statue per toglimento di materia prima? La vita è una statua? Domande retoriche, cui è doveroso, per intelligenza et humana pietas, rispondere no, e no, e no.

E’ per questo che forse è preferibile, dentro il nostro limite fisico e cognitivo, ritenere di avere un mandato, non una proprietà sulla vita. Mi piacerebbe discuterne con chi pensa che siamo in diritto di considerarci proprietari e non mandatari. Sottigliezze semantiche o utilizzo sano della filologia in filosofia? Penso sia la seconda risposta, quella giusta.

Il paesaggio dell’anima, Dio, o il limite dell’umano

Che l’anima possa avere un paesaggio è bella metafora, traslato spirituale. Immaginare che nell’anima si dispieghino prati e colli è immaginifico. Eppure non è in-plausibile, poiché l’anima, come il corpo, è un paesaggio. Si dice correttamente, infatti “Io sono la mia anima e non: ho la mia anima“, e si dice anche “Io sono il mio corpo e non: ho il mio corpo“. E dunque, se noi siamo il nostro corpo e la nostra anima, siamo anche un paesaggio, come di certo pensava Umberto Galimberti intitolando quasi allo stesso modo un suo libro. Un paesaggio… psico-somatico.

E poi, con Platone, se l’anima siamo ciascuno di noi, l’anima stessa è il limite dell’umano: nulla di nostro è al di fuori dell’anima.

L’anima è sostanza semplice e pertanto non è corruttibile, sempre secondo il grande ateniese. Altri uomini di pensiero, come qualche astro-fisico con il quale ho già qui un po’ polemizzato, pensano che l’anima spirituale, siccome non è di-mostrabile empiricamente, e quindi scientificamente, secondo lo statuto di scienza che hanno in mente, semplicemente non esista. Questi studiosi hanno in mente e applicano sempre lo statuto galileiano induttivo-deduttivo per prove ed errori, non ammettendo possa esistere, separatamente, accanto alla conoscenza deduttiva, una scienza e una conoscenza di tipo diverso, intuitivo, vale a dire sia il modo classico, aristotelico del sillogismo, sia dell’entimema, o sillogismo “contratto”, che è sempre aristotelico, atto a dire una com-prensione sapienziale. Un esempio: a) Pietro è un uomo; b) gli uomini sono mortali; c) Pietro è mortale: questo è un sillogismo di primo tipo, deduttivo, di significato logico incontrovertibile; vediamone la versione “contratta” cioè l’entimema: “Pietro è un uomo, e dunque è mortale“. Non è la stessa cosa del sillogismo esteso, deduttivo, inferenziale, dove vi sono in sequenza logica una premessa minore, la prima, una premessa maggiore, la seconda, e una conclusione necessaria e ineludibile. L’entimema, invece, si basa sulla scontatezza del sapere-mortali gli esseri umani, ma si faccia conto che tale affermazione sia formulata da un essere umano a un extraterrestre che non conosce il genere umano: ebbene, l’entimema non basterebbe, poiché l’extraterrestre non è tenuto a conoscere la mortalità degli umani. In ogni caso, l’entimema è valido per gli umani che invece conoscono il proprio stato di mortali e dunque “si fanno bastare” la logica del sillogismo contratto.

Perché tutto questo ragionamento? Per cercare di spiegare come si possano dare oggetti di conoscenza che non richiedono l’inferenza logica. Proviamo a pensare all’idea di Dio. Ebbene, là dove Tommaso d’Aquino cerca di mostrarne l’esistenza con le famose cinque prove cosmologico-metafisiche, così come le propone il professore Enrico Berti, sant’Anselmo d’Aosta è più sintetico, come vedremo, suscitando le critiche successive proprio di san Tommaso. Intanto ecco le cinque “prove” tommasiane:

1) Movimento: è evidente che certe cose si muovono e tutto ciò che si muove è mosso da altro. Colui che è in movimento e colui che viene mosso sono due entità distinte. Il primo non è ancora in atto, il secondo è già in atto. Ci deve essere dunque all’origine qualcosa che non può essere mosso da altro, questo lo chiamiamo Dio.

2) Causa efficiente: è impossibile che una cosa sia causa efficiente di sé stessa, perché per esserlo dovrebbe produrre se stessa e dovrebbe esserci prima di essere prodotta. Noi non ci facciamo da noi stessi e quindi bisogna ammettere una prima causa efficiente, questa la chiamiamo Dio.

3) Contingenza: esistono cose che prima non c’erano e poi non ci sono più, sono contingenti. Se tutto fosse contingente vorrebbe dire che tutto ciò che esiste può non essere. Questo significa dunque che ci può essere un momento in cui non c’è nulla, ma non si spiegherebbe perché adesso c’è qualche cosa. Non c’è quindi mai stato un momento in cui non c’era niente: se c’è qualche cosa allora vuol dire che non tutto è contingente, c’è almeno un ente che è necessario, cioè che non può non essere, questo lo chiamiamo Dio.

4) Gradualità: esistono cose più o meno belle, nobili, perfette etc., ma il grado minore o maggiore di una cosa deve essere sempre in paragone a qualcosa d’altro, cioè se ci sono cose di grado parziale, ci deve essere necessariamente qualcosa di grado supremo. Se ci sono diversi gradi di essere, è necessario un essere nel grado massimo, questo lo chiamiamo Dio.

5) Ordine: esistono cose ordinate ad un fine, pur non essendo loro intelligenti. Queste cose non sono in grado di direzionarsi verso un fine, quindi occorre necessariamente qualcuno che le abbia dirette verso un fine (come la freccia e l’arciere), questo lo chiamiamo Dio.

Anselmo d’Aosta invece andò più per le spicce nel suo Proslogion (3, 2), scrivendo: «O Signore, tu non solo sei ciò di cui non si può pensare nulla di più grande (non solum es quo maius cogitari nequit), ma sei più grande di tutto ciò che si possa pensare (quiddam maius quam cogitari possit) […]. Se tu non fossi tale, si potrebbe pensare qualcosa più grande di te, ma questo è impossibile»

Come si può dunque non ammettere che si dia anche un altro modo di conoscenza oltre a quello post-galileiano? Galileo comunque, lo sappiamo, scriveva alla granduchessa Cristina di Lorena in questo modo: “La Scrittura non insegna come vadia il cielo, ma come si vadia in cielo“, chiarendo molto bene gli ambiti autonomi della scienza e della fede. Poi, ancora per secoli, la Chiesa ha fatto confusione tra i due piani, forse -più o meno- fino a san Paolo VI.

Il fatto è che un eccesso di sicumera non produce nulla di buono, come ben sapevano i sapienti antichi. Prendiamo san Paolo. Scientia inflat, cioè la scienza gonfia (di vanagloria, aggiungo io, come il ruolo, il denaro e il potere) sosteneva san Paolo (1 Cor 8, 1). Ne sono convinto quando chi la pratica è convinto di star percorrendo l’unico sentiero epistemologico plausibile dall’intelletto umano.

Possiamo quindi affermare che sull’anima vi sono molti e vari pensamenti.

Uno di questi appartiene al nostro gran poeta e filosofo conte Leopardi, tendenzialmente materialista e sensista. Vediamo che cosa scrive dal capoverso 602 al 606 dello Zibaldone di pensieri: “(…) La mente nostra non può non solamente conoscere, ma neppur concepire alcuna cosa oltre i limiti della materia. Al di là, non possiamo con qualunque possibile sforzo, immaginarci una [602] maniera di essere, una cosa diversa dal nulla. Diciamo che l’anima nostra è spirito. La lingua pronunzia il nome di questa sostanza, ma la mente non ne concepisce altra idea, se non questa, ch’ella ignora che cosa e quale e come sia. Immagineremo un vento, un etere, un soffio (e questa fu la prima idea che gli antichi si formarono dello spirito, quando lo chiamarono in greco pnèuma, e in latino spiritus da spiro: ed anche anima presso i latini si prende per vento, come presso i greci cux¯ derivante da cæxv, flo spiro, ovvero refrigero); immagineremo una fiamma; assottiglieremo l’idea della materia quanto potremo, per formarci un’immagine e una similitudine di una sostanza immateriale; ma una similitudine sola: alla sostanza medesima non arriva né l’immaginazione, né la concezione dei viventi, di quella medesima sostanza, che noi diciamo immateriale, giacché finalmente è l’anima appunto e lo spirito che non può concepir se stesso. In così perfetta oscurità pertanto ed ignoranza su tutto quello che è, o si suppone fuor della materia, con che [603] fronte, o con qual menomo fondamento ci assicuriamo noi di dire che l’anima nostra è perfettamente semplice, e indivisibile, e perciò non può perire? Chi ce l’ha detto? Noi vogliamo l’anima immateriale, perché la materia non ci par capace di quegli effetti che notiamo e vediamo operati dall’anima. Sia. Ma qui finisce ogni nostro raziocinio; qui si spengono tutti i lumi.

Che vogliamo noi andar oltre, e analizzar la sostanza immateriale, che non possiamo concepir quale né come sia, e quasi che l’avessimo sottoposta ad esperimenti chimici, pronunziare ch’ella è del tutto semplice e indivisibile e senza parti? Le parti non possono essere immateriali? Le sostanze immateriali non possono essere di diversissimi generi? E quindi esservi gli elementi immateriali de’ quali sieno composte le dette sostanze, come la materia è composta di elementi materiali. Fuor della materia non possiamo concepir nulla, la negazione e l’affermazione sono egualmente assurde: ma domando io: come dunque sappiamo che l’immateriale è indivisibile? Forse l’immateriale, e l’indivisibile nella nostra mente sono tutt’uno? sono gli attributi di una stessa idea? [604] Primieramente ho già dimostrato come l’idea delle parti non ripugni in nessun modo all’idea dell’immateriale. Secondariamente, se l’immateriale è indivisibile e uno per essenza, non è egli diviso, non ha egli parti, quando le sostanze immateriali, ancorché tutte uguali, sono pur molte e distinte? Dunque non vi sarà pluralità di spiriti, e tutte le anime saranno una sola.

Dopo tutto ciò, come possiamo noi dire che l’anima, posto che sia immateriale, non può perire per essenza sua propria? Se lo spirito non può perire per ciò che non si può sciogliere, così anche perché non si può comporre, non potrà cominciare. Meglio quei filosofi antichi i quali negando che le anime fossero composte, e potessero mai perire, negavano parimente che avessero potuto nascere, e volevano che sempre fossero state. Il fatto sta che l’anima incomincia, e nasce evidentemente, e nasce appoco appoco, come tutte le cose composte di parti.

Oltracciò non osserviamo noi nell’anima [605] diversissime facoltà? la memoria, l’intelletto, la volontà, l’immaginazione? Delle quali l’una può scemare, o perire anche del tutto, restando le altre, restando la vita, e quindi l’anima. Delle quali altri son più, altri meno forniti: come dunque la sostanza dell’anima è per natura, uguale tutta quanta?

Ma queste sono facoltà, non parti dell’anima. Primo, l’anima stessa non ci è nota, se non come una facoltà. Secondo, se l’anima è perfettamente semplice, e, per maniera di dire, in ciascheduna parte uguale alle altre parti, e a tutta se stessa, come può perdere una facoltà, una proprietà, conservando un’altra, e continuando ad essere? Come può accader questo, se noi pretendiamo cum simplex animi natura esset, neque haberet in se quidquam admistum dispar sui, atque dissimile, non posse eum dividi: quod si non possit, non posse interire? (Cic. Cato mai. seu de Senect. c.21. fine, ex Platone.) V. p. 629, capoverso 2.

In somma fuori della espressa volontà e [606] forza di un Padrone dell’esistenza, non c’è ragione veruna perché l’anima, o qualunque altra cosa, supposta anche e non ostante l’immaterialità debba essere immortale; non potendo noi discorrere in nessun modo della natura di quegli esseri che non possiamo concepire; e non avendo nessun possibile fondamento per attribuire ad un essere posto fuori della materia, una proprietà piuttosto che un’altra, una maniera di esistere, la semplicità o la composizione, l’incorruttibilità o la corruttibilità.”

Si vede come Leopardi sviluppa un pensiero autonomo, non condizionato dall’ambiente nel quale è cresciuto, e chissà come si sarà scandalizzata l’onorevole sua madre, la marchesa Adelaide Antici, cattolica praticante, leggendo del figlio tali affermazioni.

Il conte Giacomo era ateo, o comunque agnostico, ma non si permetteva, come diversi scienziati odierni con superbia neppur dissimulata fanno, di affermare che lui aveva comunque indefettibilmente ragione. Invece, la simpatica e valorosa professoressa Hack sosteneva che non si può mostrare l’esistenza di Dio, e quindi neppure l’immortalità dell’anima. Se la potessi incontrare, o se la incontrerò in qualche stato dell’essere, che sarà già una risposta, le chiederei: “E come si fa dimostrare l’inesistenza di Dio?”

Ma a quel punto, in quello stato dell’essere, non servirebbero risposte, ma solo il silenzio della contemplazione.

Improvvisatori, dilettanti, orecchianti, apprendisti, professionisti, sapienti: il climax degli umani

Nel titolo i primi tre idealtipi weberiani di solito sono anche presuntuosi, e talora perfino arroganti; i secondi tre di solito non lo sono poiché conoscono la fatica dell’imparare.

Stavo viaggiando verso il locus di una lezione dove oggi avrei parlato della libido sexualis in Freud, comparandola anche alla libido potestatis e alla libido pecuniae, che forse sono ancora più forti della prima libido e talvolta con essa interconnessi e compresenti, come in certi satrapi di ogni tempo, sia che siano teste coronate et similia, sia che siano altri detentori di un qualche potere sugli altri umani e sulle cose. Sullo sfondo il tema dell’eros, come “attività desiderante” in Platone, che è il moto interiore capace di muovere le vite e le cose del mondo. Bei temi, vero caro lettore?

Viaggiavo ascoltando un noto canal radiofonico, rubrica economica del pomeriggio, ospite l’ex ministro Carlo Calenda, che ha scritto un libro. Oggi scrivere un libro è un’attività persin banale, non come ai tempi di Quinto Orazio Flacco o financo di Lutero, anche se  allora Gutenberg aveva già dato il suo genial contributo al mondo.

Perfino egregie persone come Totti o Jovanotti possono scrivere un libro. Figurarsi un ministro della Res Publica che si era fatto un’aura di fine pensatore, peraltro in un contesto dove l’acume intellettuale non è merce molto diffusa, quello politico. Il titolo è Orizzonti selvaggi. Capire la paura e ritrovare il coraggio. Chi lo intervista è quel noto giornalista che qualche tempo fa si vantò di un master inesistente inesistendo anche uno straccio di laurea. Oggi anche una laurea può essere presente-assente, come un libro.

Ah, dimenticavo: è lo stesso ministro che qualche settimana fa aveva “convocato”, si può proprio dire così, una cena tra “maggiorenti” del PD, secondo lui, cioè Renzi, Gentiloni e Minniti, miseramente fallita e iniziativa presa per il sedere. Ovviamente. E mi sono chiesto: che titolo aveva per convocare la cena? E perché non ha convocato anche me: chi glielo dice che io sarei meno autorevole di Gentiloni, di Renzi e Minniti? Sorrido.

Dove sono nella sua testa i congressi e le primarie per individuare i leader, caro ex ministro?

Dunque: atteggiandosi, come gli è costume fare, a maestro evoluto che alza molto lo sguardo su lontani orizzonti, l’autore del citato volume, richiesto di dire il concetto fondamentale del libro, con una certa solennità comincia un discorso di questo tipo, intendendosi la seguente una mia sintesi parafrastica: “Oggi la crisi impone ai governi, e in primis al Governo italiano di fare un investimento strategico straordinario per dimensioni sulla “formazione”, non solo quella professionale afferente alle competenze e al saper fare, ma anche rivolta ai saperi cosiddetti orizzontali come l’informatica e le lingue (sottinteso, a partire dall’inglese), etc.”

Tra me e me ho detto “vero“, ma qui manca qualcosa di ancora più originante e fondamentale: occorre intervenire, ancora prima che sulla formazione ai saperi cosiddetti trasversali od orizzontali, su un’altra e molto più profonda crisi: quella del pensiero pensante, del pensiero logico-argomentativo, che è messo da parte dalle visioni meccanicistiche che traspaiono anche dalle parole di improvvisati socio-antropologi come Calenda. Ancora una volta chi-non-sa insegna, pontifica, è docente, dall’alto di una posizione, di una fama mutuata dal sistema mediatico, non da una scienza vera, non da un costrutto culturale profondo e fondato.

Sul famoso Quadernaccio di noi liceali antichi, strenna e baedeker inimitabile  distrutto da un coglionazzo introvabile, mi par che fosse stato Nando, il magis brillante dei redattori a in-ventare un simpatico testo per un manifesto che annunziava lo sciopero degli insegnanti in una determinata vertenza, che così recitava: “Ozzi schioppero“, e uno contrario allo sciopero apostrofava un militante favorevole allo sciopero in questo modo: “Non so proppio dove avendo preso una idea simile di così“. Si può dire con un po’ di tristezza: alfabetizzazioni diverse.

Per contro gli idealtipi professionisti e sapienti parlano il necessario, non si mettono in mostra, conoscono la precarietà del sapere e il suo essere in relazione oggettiva e necessaria con gli altri saperi, perché ogni conoscenza vera è consapevole dei limiti, e della necessità di continui rinforzi, di faticoso impegno.

Il vento contrario, e io perso nello scorrere infinito del vivere, mio caro lettore…

L’autunno s’affaccia tra gli alberi dei boschi di ripa lungo l’Isonzo a metà ottobre. Son stato nella bella città sul confine, dove c’era il “muretto” sulla cortina di ferro, parola di Churchill. Qualche mio collega del tempo -un poco enfaticamente- anni fa chiamava Gorizia la “piccola Berlino”.

Una tantum son lì non per lavoro ma a fissare controlli di salute, sperando e credendo.

Dopo aver salutato qualcuno, mi pongo sulla via del ritorno, a ovest, evitando autostrade intasate. E mi perdo nell’immenso parcheggio della ditta padrona. Mobili da comporre di tutte le specie e misure, idea di Finlandia. Memoria di un viaggio lontano. Vyborg, appena fuori San Pietroburgo, sul confine tra Unione Sovietica e Finlandia, e poi Hamina ed Helsinki. Da Turku partimmo verso il largo del Golfo per Stockholm. Mariehamm è in mezzo al cupo Mar settentrionale, dove la grande nave sostò.

Boschi e laghi a perdita d’occhio, fino a che la notte scendeva sul lago Vattern. Helnsingborg ed Helsinore, del castello di Hamlet. København, Lubecca e Hannover, prima del ritorno.

L’Isonzo verdissimo queste immagini mi manda al ricordo: il grande viaggio verso la Russia, di tant’anni fa. O solo ieri, nel tempo fermato, nel tempo che ritorna? Wien, Bratislawa, Krakow, Warzsawa, Brest-Litovsk, Minsk, Smolensk, Mosca (in russo: Москва, traslitterato in cirillico: si pronunzia Moskva), Novgorod, prima di Leningrad, come allora si chiamava, nove anni prima del grande ritorno alla città del nome di Pietro il Grande.

Vorrei migliorare la mia penna per scrivere di questo sentimento. Nescio si sufficit, scilicet parva scriptura.

La malinconia mi prende in questo lento mutare del tempo. Colori di tutta la gamma dei gialli e degli ocra si confondono nella campagna. Sullo sfondo, tutt’intorno la cerchia delle montagne mi echeggia il titolo di un libro, dal Cansiglio al Carso. Sembra quasi di veder salire la pianura verso la grande quinta delle Prealpi, tra cui troneggia il Canin, immenso. Si intravedono a est le cime slovene, dal Monte Nero, il Krn, allo Jalovec. Di fronte la grande muraglia dei Musi, il Chiampon e l’Amariana.

Guido l’auto in scioltezza, come fosse un caldo abito invernale. Mi sta attorno, col suo rombo sordo, sicuro di tanti cavalli disposti alla corsa. Leon è il suo nome, e altrettale il suo aspetto di lamiera brunita.

Il tempo vien prima dello spazio, categorie dentro cui si svolge l’agire dell’uomo e il moto del mondo, come insegnava il gran solitario di Königsberg, il monte del principe, che ora si chiama, alla russa, Kaliningrad, dedicata al gran bolscevico, Michail Ivanovic, amico di Vladimir I’lich U’lianov. Lenin.

Il gran solitario passeggiava da casa a dove insegnava ogni mattina alla stessa ora, non dimenticando di passare per una preghiera alla chiesa protestante del suo quartiere. Il professore Immanuel Kant, il critico della Ragione pura, la quale si domanda che cosa sia la realtà, della Ragione pratica, la quale si domanda che cosa sia il bene e il male, ciò per cui bisogna agire secondo il Fine del bene perché… bisogna agire secondo il mismo fine, e del Giudizio, la quale si chiede che cosa sia il bello. Categoricamente, poiché il bene è il fine, il bene è la manifestazione di Dio, il quale è il noumeno, Essente unico senza una causa, non mai solamente fenomeno, cioè qualcosa manifestante se stessa, come noi umani.

Il tempo ha due dimensioni: la prima, più semplice, è fisica e non pone problemi, perché legata al movimento del kòsmos, cioè dell’ordine degli astri, mentre il secondo registra i moti interiori, e si chiama kairòs, cioè il tempo opportuno, incommensurabile, poiché si tratta del movimento dell’anima.

La malinconia autunnale si frappone tra me e i miei pensamenti nel silenzio della corsa breve. Mi attende il lavoro del pomeriggio tardo in una piccola impresa perduta nei campi della Destra Tagliamento. Ingegneri e periti, operai e impiegati mi attendono per un consulto, come fossi un medico, e consulto è, ma spirituale, fatto di parole e pensieri scambiati rigorosamente, in pace.

E poi scende, provvida e improvvisa, la sera.

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