Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Si beve si fuma si fanno baby gang si indulge al vizio si spera sempre

Mio caro e gentil lettore,

se un ragazzo/ ragazza italiani su tre tra i 15 e i 19 anni (è il 33%!) assume sostanze stupefacenti tipo cannabis, e talora qualcos’altro; se oramai osservando i caffè/ bar/ pub fighi si vedono ragazze più o meno splendidamente a nero con il calice di rosso in mano; se vedi adolescenti che chattano uno accanto all’altro con smartphone da seicento euro, e non si parlano; se ciò che comunemente si è sempre chiamato vizio sembra allignare in ogni dove, e se la contemplazione del bello, in silenzio, latita, e se la meditazione non si pratica, vi sarà pur qualche ragione. O ragioni.

Quali? Il sociologo si esercita nelle sue ricerche, lo psicologo si profonde in consigli sui magazine alla moda, il sacerdote invita padri e madri all’ascolto dei giovani virgulti, il professore scuote sconsolato la testa, il filosofo è inascoltato, i sindacati ronfano, ai governi interessa poco o punto, ai partiti oramai inesistenti anche meno… tutti o quasi hanno qualche diagnosi e qualche rimedio, che propongono nei talk show con l’audience maggiore. E tutto continua come prima. Che sta accadendo caro sociologo, psicologo, sacerdote, insegnante, filosofo, papà, mamma?

Com’era quando io e chi mi legge sopra i cinquanta avevamo dai quindici a i diciannove / vent’anni? Io ricordo il mio liceo, il lavoro estivo a portar bibite e fusti di birra da venticinque kili, il basket, la musica, il telefono fisso, la tv in bianco e nero, i pochi soldi, le non-vacanze, l’auto di seconda mano a ventuno anni. Ricordo, ed ero pieno di gioia nella mia turbolenta e vivace giovinezza. Le ragazze, non mancavano cz cz, eravamo sani e forti e pieni di voglia di fare cose, di studiare, capire, fare politica, anche di litigare, fino ai diciotto anni non evitavo le risse, qualche cazzotto, qualche occhiale rotto, un labbro spaccato, mi offendevo facilmente ed ero di parola facile. Anche allora c’erano bulli e bullismi, io stesso sono stato aggredito un paio di volte da due o tre coetanei, ed ho reagito a freddo picchiandoli poi uno alla volta. Avevo sedici o diciassette anni. Non so se era bello, ma era un bullismo diverso da quello dei minorenni metropolitano di oggi.

Quando volevo parlare con qualcuno andavo da lui/ lei senza storie, anche senza telefonare. “C’è Roberto, c’è Maria Grazia, c’è Marina, c’è Andrea?” chiedevo a chi trovavo in casa. E mi rispondevano, e io restavo o andavo via dicendo che li avevo cercati. In serata mi cercavano loro, e si andava al cinema, in palestra, oppure a… fai tu caro lettor mio.

E adesso che succede? Come stanno dentro l’anima questi ragazzi? Vedo la mia figliolona, grande, alta, bella non poco, intelligente e colta, quasi dottorina, musicante esperta, anche lavoratrice nella trattoria vicina. Ma non mi spiega bene come stanno le cose, o sono io che non capisco. Mi rimprovera la lentezza di comprendonio. Come? A me? Ebbene sì “Papà, tu non capisci“. Ma è sempre destino delle generazioni precedenti non capire?

Sembra che il tempo stia accelerando sempre di più, oppure sono le cose che cambiano più velocemente? In ogni caso, antropologicamente parlando, siamo ancora, come in tutti i tempi passati, irriducibilmente esemplari unici, e provvisti di intelligenze diverse, com’erano anche la Lucy del professor Leakey o l’homo naledensis. Se Maria De Filippi e Di Maio trovano adepti tra cui non ci sono io e Beatrice ci sarà qualche ragione, o no? Ma trovano adepti, eccome se li trovano, perché ognuno ha il QI (quoziente intellettivo) suo proprio, come i bambozzi che fanno baby gang a Napoli e Torino e dove volete voi. Stupidi, ma meno dei loro genitori, che lo sono meno dei loro nonni, e forse meno dei loro vicini, e così via.

Come si fa a parlare con questi? Ci interessa? C’è un linguaggio adatto a instaurare un dialogo? Una volta si diceva l’esempio, ché l’esempio è più forte ed efficace di ogni discorso. Vero, ma il tema da svolgere riguarda l’accettazione della miseria umana, che è sempre rediviva, quasi perenne, speriamo quasi, poiché l’evoluzione ominizzante è lenta, lentissima. Siamo sempre e comunque scimmie pelate, homines erecti, idioti deambulanti a fasi alterne, e, nel migliore dei casi, capaci di piangere, di attenzione, perfino di intensificazione solidale, cioè di amore.

Siamo buoni e cattivi, intelligenti e stupidi, scorfani e sublimi, uomini e donne che camminano per questo mondo un po’ sbilenco e un po’ stupefacente, senza la pretesa di capire tutto e tutti.

Vite e morti operaie ed etica del lavoro

I quattro operai morti sul lavoro ieri a Milano sono la punta dell’iceberg di una situazione molto seria. Fino a un paio di anni fa (2015) il trend annuale di decessi sul lavoro, a far data dall’emanazione nel 1996 del Decreto Legislativo 626, nel 2008 sostituito dal Decreto Legislativo 81, era in decrescita certa. Si era arrivati a poco meno di settecento, numero comunque di dimensioni terribili, ma si partiva due decenni prima da quasi duemila morti sul lavoro per anno. Nel 2017, invece, si è tornati a sfiorare il migliaio, come nel 2016. Analizzando le fattispecie delle causali, restano in prima fila gli incidenti stradali nel settore dei trasporti, le cadute dall’alto in edilizia, gli schiacciamenti in agricoltura e nell’industria, riportando qui alcuni dati senza pretese di precisione statistica.

Personalmente mi occupo da anni anche di sicurezza e di igiene del lavoro nelle mie attività di consulenza direzionale d’impresa, e di formazione, non sotto il profilo tecnicale della pratica di prevenzione, tipica dei Responsabili del Servizio di Prevenzione e Protezione, in acronimo RSPP, che devono essere presenti in ogni luogo di lavoro, pubblico o privato che sia, ma sotto il profilo della vigilanza etica del tema, dei valori sottesi ad ogni attività d’impresa, e quindi degli indirizzi organizzativi e gestionali da fornire alle direzioni aziendali.

Come presidente di alcuni Organismi di Vigilanza ai sensi del Decreto Legislativo 231 del 2001, con i miei colleghi dove l’organismo è collegiale, e in ogni caso là dove sono Garante unico del Modello organizzativo, ho sempre posto il tema della sicurezza del lavoro al primo posto tra gli argomenti curati e trattati. Sappiamo che il Modello organizzativo vigente ai sensi della citata normativa, ha avuto una particolare spinta dopo la tremenda tragedia della Thyssen Krupp di Torino, che ha mostrato come in pieno ventunesimo secolo ancora vi sia tanto cinismo gestionale da porre in pericolo le vite dei lavoratori. Il cosiddetto “Modello 231” di Organizzazione e Gestione non inficia la linea gerarchica dei soggetti economici o comunque operativi di cui si occupa, poiché non emette ordini di servizio o direttive, ma si pone in una posizione di osservazione autonoma dei modi gestionali dei gruppi dirigenti, intervenendo di propria iniziativa o su segnalazione di chiunque noti una violazione di legge o comportamenti incongrui e tali da pregiudicare il rispetto delle leggi e l’incolumità delle persone nell’agire quotidiano, predisponendo verbali di indirizzo e suggerimenti agli enti e ai soggetti decisori. In questo modo, il soggetto impresa-ente si pone giuridicamente in quello che viene chiamato “regime esimente”, rispetto alla giurisdizione della magistratura in ordine alla commissione di illeciti amministrativi e di reati penali. In altre parole, il magistrato che conduce un’inchiesta a fronte di una violazione di legge riterrà responsabile dell’atto la persona che ha commesso l’atto stesso, esimendo l’azienda dalle responsabilità.

Detto questo in una sintesi non precisissima, ma sufficiente a far capire al lettore il senso del discorso, torno al tema dei tre morti sul lavoro a Milano. Si dice che non ha funzionato l’allarme che avrebbe dovuto segnalare la presenza di gas letale nell’area di lavoro. Certamente tutte le macchine e impianti che l’uomo costruisce a fini lavorativi, possono subire dei guasti ed avere delle imperfezioni, su questo nessuno nutre dubbi, per cui ogni soggetto economico è tenuto ad utilizzare ciò che il mercato delle macchine e degli impianti, nonché ciò che le tecno-scienze suggeriscono nella loro continua evoluzione, offrono di meglio in tema di sicurezza. Così come deve verificare il livello di formazione degli addetti e il suo aggiornamento costante, le condizioni fisiche e psichiche dei lavoratori e il modo della gestione in essere, onde ridurre al minimo lo stress non legato all’impegno obiettivo del lavoro stesso. Quello su cui ci si deve soffermare è un altro tema, quello di una visione del lavoro che sia supportato da un’etica ben declinata e conosciuta da tutti i soggetti coinvolti.

Non l’uomo per il lavoro ma il lavoro per l’uomo, sosteneva con la veemenza sua tipica papa Wojtyla. Io, di famiglia operaia, che ho visto mio padre partire per le Germanie (come si diceva allora) da quando avevo cinque anni e fino ai mei diciotto, avevo una visione quasi sacrale del lavoro, che mi ha portato spesso sul  versante di una sua quasi assolutizzazione. Ho dovuto anch’io rivedere alcune posizioni mie, ricredermi e in questa fase mia, in modo particolare.

Nella mia attività considero ancora il lavoro decisiva per l’uomo, ma correlata e delimitata in quadro di equilibrio esistenziale.

Teniamo conto che il lavoro è una necessità e anche un mito, sia sul versante storico delle dottrine e delle prassi socialistiche, sia sul versante liberal-liberista del capitalismo, tutti consapevoli che l’attività umana è indispensabile per trasformare la materia e costruire beni necessari alla vita delle persone e dei popoli. Ma forse è tempo di ri-declinarne la valenza etica, riflettendo sulla sua distribuzione e sulla giustizia che deve caratterizzare la sua remunerazione.

Nel mio piccolo ho sempre curato questo aspetto, esercitando talora poteri diretti e talaltra quella che oggi sia chiama moral suasion, direi con successo.

Infatti, il maggior numero di infortuni avviene là dove vi è un’organizzazione più deficitaria, là dove ci sono operatività in subappalto con ribassi vergognosi, là dove la vita umana è ritenuta un optional, non il focus del valore etico dell’agire. E’ su questo piano, etico-morale e, vorrei dire, addirittura antropologico e culturale, che si deve agire. La politica ha il compito della normazione, ma ogni persona, impresa, parti sociali, sindacati, associazioni datoriali, scuole, università, famiglie, la chiesa stessa, devono riflettere sul lavoro come dimensione esistenziale importantissima, ma non unica, della vita umana.

Alcune strepitose idiozie nelle proposte pre-elettorali della politica attuale

…anche se ho già utilizzato questo trittico post-rinascimentale di uomini politici di discutibile valore, lo metto pure qui, perché ben intonato al testo che segue, dopo una premessa filosofica, in vista delle elezioni politiche del 4 marzo prossimo, perché i politici spesso non sanno neanche di ciò che parlano, come si potrà ben dedurre dagli otto esempi sotto riportati. Bene.

Per me la parola e il discorso, il dialogo e i concetti sono un crogiolo incandescente, che serve all’uomo per chiarificare il pensiero, dipanare le contraddizioni, accettando la diversità e ponendo le diverse posizioni al vaglio del senso critico alla ricerca del senso di ogni cosa che si afferma o si nega, di ogni cosa che si fa o si disfà. Il crogiolo presuppone un fuoco che purifica, brucia parzialità e presunzioni, smaschera finzioni e certezze apparentemente acclarate. La fiamma calda della discussione civile problematizza, pone, domanda, senza la pretesa di avere risposte per ogni quesito, senza la superbia del prepotente o l’arroganza del sé putante culto e intelligente. Pazienza e coraggio a temperare le emozioni, ma senza spegnerle, solo per lasciarle de-cantare, appunto, nel crogiolo infuocato della relazione. La verità può dis-velarsi, e sempre parzialmente, solo se il ricercatore non la pretende, non la brama solo per sé, non la vuole costruire. Lo sguardo e la parola dell’altro ci può far scoprire percorsi e mondi concettuali finora impensati, eppure plausibili, tanto quanto i nostri, anche se a volte radicalmente diversi, fors’anche solo perché diversamente detti, e comunicati e confessati.

Diversamente dalla politica, dove vale solo quello che pensa, dice e propone la tua parte, mentre è da esecrare quanto propone la parte avversa. Un assurdo logico e un delitto morale.

E ora, caro lettore, desidero proporre alla tua attenzione, appunto, un po’ per sorridere e un po’ per meditare, otto sesquipedali stronzate provenienti da tutto l’arco costituzionale, e le ragioni per cui sono tali:

9/10 euro di salario minimo, mentore Renzi: è impossibile stabilire un salario minimo in questo modo, non tenendo conto della situazione concreta, del settore operativo e della redditività aziendale, per cui potrebbero essere equi in qualche caso 8 euro o anche 12/15, e poi bisogna vedere e dire se lordi o netti. La proposta di Renzi è, dunque, genericamente casuale e imprecisa/ incompleta;

critiche al Jobs Act, mentori destra e grillini: è una critica ingenerosa che mostra una radicale non conoscenza dei contratti a termine e del rapporto tra flessibilità e precarietà, che non sono sinonimi ma neanche opposti. Il Jobs Act ha funzionato abbastanza e comunque, in una situazione media, un contratto a termine vale non molto meno di uno a tempo indeterminato in base alla legge citata, il quale è comunque potenzialmente a termine entro i 36 mesi, cari critici senza arte né parte;

abolizione delle tasse universitarie, mentore Grasso e suoi sostenitori plaudenti: caro presidente del Senato della Repubblica e “ragazzo rosso”, non le sembra che la sua proposta, ancorché onerosissima, sia un regalo alle famiglie benestanti o quasi, visto che chi ha l’ISEE bassa ed è studente meritevole per profitto le tasse non le paga?

vaccini, mentori M5S e Salvini: non so se vivete in questo mondo o in uno immaginario, visto che la scienza e la ricerca hanno ridotto così tanto le malattie in quest’ultimo mezzo secolo;

canone Rai, mentore Renzi: e così rendiamo ancora più generico e commerciale il servizio pubblico; ma invece, perché non si occupa dei tetti sfondati dei compensi ai Fazio e ai Vespa, piuttosto?

pensione minima a 1000 euro, mentore Berlusconi: bisogna anche dire, esimio, dove si vanno a prendere le risorse, o no?

reddito di cittadinanza, mentore Di Maio: come detto e di più per le pensioni minime, e con un’aggravante: caro Di Maio, lei vive sulle nuvole da inespertissimo anche se altrettanto arrogante per posture e detti, ignaro degli elementi basici della psiche umana: se lei dà quasi 2000 euro al mese a una famiglia di quattro persone, specie di certe zone italiane, chi glielo fa fare di cercarsi un lavoro da 1200/ 1400 euro?

abolizione della legge Fornero, mentori Salvini, sinistra sinistra, Di Maio: come per i due punti precedenti.

Basta?

L’uomo nel pensiero moderno e contemporaneo

Una selezione mirata, anche se molto parziale, di pensatori moderni e contemporanei, mi ha accompagnato nella preparazione di questo corso dedicato a un target (come si dice) di appassionati delle discipline filosofiche e, oramai, in parte anche un poco cultori.

Dieci lezioni o, per meglio dire, dieci incontri nei quali –more solito– non ci si annoierà perdendoci in stantii stilemi accademico-eruditi, ma si discuterà dell’uomo d’oggi traendo ispirazione dal pensiero di autori come Marx, Freud, Kierkegaard, Heidegger, Gadamer, Ricoeur, Marcel, Eliade e altri per riflettere sulla concezione antropologica che ognuno di loro ha proposto al lettore e ora… anche ai partecipanti di questo corso, con la propria opera, permettendo un confronto libero con il vissuto di ciascuno.

Un tema oggi tanto più intrigante di un tempo, forse, mentre il pensiero umano si è frantumato in mille rivoli, a volte perdendo di vista l’indispensabile metodica logico-argomentativa e, talora, la stessa onestà intellettuale.

 

caro lettore, cliccando qui sotto troverai il documento guida del corso

L’Uomo nel pensiero moderno e contemporaneo

Felicità e Perfezione vs. Gioia e Perfettibilità

Chi mi conosce bene sa che non amo e non credo nei primi due termini e concetti del titolo (felicità e perfezione), mentre, al contrario, utilizzo e credo molto nel terzo e nel quarto lemma (gioia e perfettibilità). Per me le parole sono più che pietre, sono la cosa-stessa-che-dicono, e perciò vanno curate con grande attenzione e rispetto degli etimi secondo le accezioni condivise nel tempo dato, cioè il nostro.

Sulla felicità ho scritto sette o otto anni fa  -a “quattro mani” con la dottoressa Anita Zanin, psicologa e pedagogista mia amica- un libro intitolato Educare all’infelicità, edito da Segno, per cercare di comprendere ed elencare i peggiori errori educativi che si fanno con i bambini e gli adolescenti, sia in famiglia, sia a scuola, e fors’anche nelle altre agenzie più o meno educative come la parrocchia, i circoli culturali, le squadre sportive, i centri di aggregazione di ogni genere e specie.

La felicità, dal latino felicitas e, meglio dalla radice sanscrita fe, cioè fecondità, è uno stato dell’anima positivo, anzi eccellente, di tipo continuativo: “…e vissero felici e contenti“. Ma, come sappiamo dalla nostra esperienza, ciò è falso, falsissimo. Ogni stato dell’anima umana è, per definizione, temporaneo, e pertanto lo stato di felicità, così come è generalmente inteso, è non plausibile, non solo improbabile, o forse, meglio dire, impossibile.

Sulla perfezione ho scritto già molte volte, anche in questo sito, e la riassumo così. Parlando della perfezione ho sempre avuto presente il lemma radicale latino, dal verbo perficere, della terza coniugazione (paradigma: perficio, is, perfeci, perfectum, perficere), che significa “condurre a termine”, cioè “terminare”. Il modo supino “perfectum” da cui si trae origine il participio passato perfectus, a, um, se in italiano suona come un qualcosa di fatto-estremamente-bene, che più di così non si può, in latino, come s’è visto, ha tutt’altra accezione principale.

Nella teologia classica il concetto di perfezione corrisponde quasi alla lettera a ciò che si intende per completa virtuosità, quasi ad imitazione di Cristo, per cui la sua ricerca era il modo per santificarsi, cioè rendersi perfetti, e dunque -in quanto santi- separati da chi ancora indulge nella peccaminosità del vizio, a partire dai sette canonici: superbia, invidia, cupidigia, accidia, iragola e lussuria, a mio parere in ordine decrescente di gravità morale. Anche una parte dei confessori di impostazione forse gesuitica avevano (e hanno) la medesima mia opinione. Del resto che la superbia e l’invidia siano i vizi/ peccati peggiori è di immediata evidenza anche al buon senso comune. Pertanto, la ricerca della perfezione, in quest’ambito, non può che essere una ricerca della perfettibilità, non di più, pena un atto di superbia fondamentale.

La gioia, invece, è tutt’altro rispetto alla felicità, poiché non implica -intrinsecamente- una durata di una qualche importanza, ma può essere anche istantanea, o di breve durata. Come a volte il sole spunta tra le nuvole piene di pioggia (cf. la canzone di Alice Il sole nella pioggia), così la gioia può apparire in una situazione di dolorosa esperienza, di trauma o di malattia. Momenti psico-spirituali che ho sperimentato e sperimento tutt’oggi, come è nella vita ordinaria di ciascun essere umano. La gioia è un’interruzione del dolore, a volte, quasi a ricreare un equilibrio vitale. E dobbiamo farcela… bastare, oso dire, senza ricercare improbabili eden, che sono illusori e irrealistici.

La gioia -come stato dell’anima- è perfino preferibile a un’ipotetica felicità, poiché prevede anche la valutazione della sua assenza, e la sua totale valorizzazione quanto compare a interrompere, per dire, la tristezza o il dolore, fisico o psichico, o spirituale che sia.

La dimensione del fare, cioè quella che i pensatori medievali di matrice aristotelica credevano, o ratio operandi, richiama la nostra attenzione, invece, sul perfettibile, vale a dire su ciò che può essere migliorato, anche indefinitamente. La perfettibilità è come un numero periodico, o come un limite di cui si presuppone l’esistenza, perché fa parte dell’umana dimensione, ma le cui misure non si conoscono; oppure come una curva asintotica, che si può avvicinare al vertice di un climax, ma senza tangerlo mai, lasciando così spazi in-definiti alla crescita, se pur misurata per centesimi, o millesimi o milionesimi della stessa unità di misura.

Non dunque perfezione dell’agire, per cui se non la si raggiunge, càpita di sentirsi frustrati, delusi o addirittura depressi, ma perfettibilità, cioè atteggiamento di ricerca continua del miglioramento, posta nel contesto senza ansia da prestazione e senza arroganza o prepotenza verso gli altri.

La perfettibilità, nelle varie situazioni esistenziali e nel mondo, si declina spesso come crescita, come miglioramento continuo, concetto molto noto in ambito economico e aziendale, dove ci si deve continuamente adoperare per acquisire sempre maggiori competenze, attraverso un uso intelligente delle proprie conoscenze, mettendoci in ascolto di chi ne sa di più, e così traendo giovamento individuale per la crescita delle nostre competenze e professionalità, unica garanzia di un prosieguo positivo del nostro lavoro nella difficile competizione attuale.

Gioia e perfettibilità, dunque, vs. felicità e perfezione, vincono, proprio per la nostra strutturale im-perfezione di esseri umani, connotati da qualità e limiti, virtù e vizi,  forza di volontà e pigrizia, nel continuo incedere delle nostre vite, di cui siamo in buona parte responsabili.

I ragazzi del ’99

Caro lettore,

nonno Dante, papà di mia mamma Luigia mi raccontava del Piave e della vittoria, dopo la rotta di Caporetto nell’ottobre del ’17. Lui era stato prima sul fronte del Carso e dell’Isonzo, nella Terza Armata, nel fango e nel freddo, nella sporcizia, nel dolore e nella paura di non farcela. Poi ce la fece se son qui a raccontarla. Come ce la fece mio padre Pietro in Grecia e Albania nel ’41-’43, se son qui a raccontarla. I racconti del nonno, tra una sigaretta rollata di trinciato forte e una carezza delle sue mani nodose, erano epici. L’odore del suo fumo si confondeva con il fumo degli scoppi delle granate, nella mia immaginazione bambina.

E ogni tanto cantava canti di trincea, strascicando le vocali alla furlana, dimenticando parole e con gli occhi un poco lucidi. Lui era un ragazzo del ’94, e quando il generale tedesco von Below sfondò a Kobarid e sul Kolovrat, aveva ventitré anni, era un vecjo tra i fanti che dovettero fuggire oltre il Tagliamento e di là del Piave. Non so se partecipò alla battaglia di Codroipo o fu tra quelli che passarono il grande fiume più a nord, verso Cornino. Non me lo disse o non lo ricordo.

Era bello sentire i suoi racconti, più sintetici di quelli di mio padre, che amava indugiare in un’affabulazione straordinaria, ma anche nonno Dante la sapeva raccontare. E mi disse anche di quando furono precettati i ragazzi del ’99, molti dei quali non avevano ancora compiuto diciotto anni. All’inizio furono chiamati circa 80 000 giovani del ’99, da gennaio ad aprile del 1917, a cui venne impartito un frettoloso addestramento militare, e in seguito altri 160.000 e altri ancora entro il luglio dell’anno stesso. I primi arruolati vennero inviati al fronte solo a novembre del ’17 e in seguito gli altri. La scelta di chiamarli alla guerra si rivelò molto importante per gli esiti delle ultime battaglie, al prezzo di sangue e di morte che possiamo immaginare. Essi combatterono sul Grappa, sul Montello, sul Piave, a Vittorio Veneto, fino alla fine, ottobre 1918. In molte città italiane vi sono vie o piazze dedicate alla loro memoria, e trovo nei cimiteri dl Friuli, dove amo indugiare, molte loro lapidi.

Nel suo discorso di fine anno il Presidente Mattarella ha fatto un parallelo tra quei “ragazzi” e i loro omologhi di cent’anni dopo, quelli del 1999, che andranno a votare per la prima volta alle elezioni politiche del 4 marzo prossimo. Diciottenni cui la Patria cent’anni fa chiedeva anche la vita, e diciottenni cui questa “Patria”, chiamata dai più “paese”, chiede un voto, possibilmente documentato e responsabile. Che sia stata quella di un secolo fa una generazione sfortunata, vien da dire in modo ordinario, e quest’ultima? E’ più fortunata? Certamente oggi nessuno chiede a questi ragazzi il sacrificio della vita, ma che cosa li aspetta domani?

Quei ragazzi italiani impararono a conoscersi nel fango delle trincee, mentre questi si messaggiano sui social. Che abissale differenza! Che cosa fecero dal 4 novembre 1918 in poi quei nostri nonni e bisnonni, trovarono lavoro, ebbero garanzie dal Regio Governo, dal Re Vittorio? Non risulta. Tornarono a casa e affrontarono un dopoguerra durissimo, per molti tragico, di miseria e abbandono, come sicché la Storia d’Italia prese la piega che tutti conosciamo.

Possiamo dire che i nostri diciottenni sono più fortunati? Mi pare di sì, ma sarebbe opportuno che glielo si dicesse, senza intonare inni di gloria e di lode, ma per renderli consapevoli che comunque loro sono nati in una democrazia, se pur imperfetta come ogni opera umana, e sono tutelati da una nobile Costituzione. Questo è utile, anzi indispensabile che sappiano bene, mentre invece nessuno glielo spiega, neppure la scuola che ha abolito l’educazione civica e non insegna la storia contemporanea, preferendo la multiculturalità, certamente da conoscere, ma non senza sapere nel contempo chi si è, da dove si viene, che nazione siamo e che storia ci ha permesso di essere qui come siamo, in mezzo a mille problemi, ma anche con altrettante potenzialità. A volte, i nostri ragazzi sono come ignari, muti, afasici, resi scettici dai mass media. confusi.

Il richiamo del Presidente, affinché non suoni retorico, deve trovare echi e spiegazioni opportune nei luoghi deputati: famiglie, scuole, università, mezzi di comunicazione, società tutta nelle sue articolazioni e manifestazioni vive.

 Altrimenti tutto sembrerà occasionale e stantio, come molte delle parole che la politica attuale usa, in una stanca coazione a ripetere. Ognuno sul suo faccia qualcosa per i nostri, con la parola e con l’esperienza, per alimentare una ragionevole speranza di futuro.

 

 

…e come il vento odo stormir tra queste piante…

Tratto da L’infinito, il verso, interno a un enjambement, del conte Giacomo da Recanati, evoca in me memorie e sentimenti arcani.

Trovo che la grande poesia o la grande musica siano il modo migliore per elevare lo spirito quando nuove consuetudini rovinano la spiritualità, come quella del Natale.

Il vento, il suo stormire, l’ordine delle parole voluto dal poeta creatore ci fa recuperare la bellezza degli eventi che rischiano di perderla, annegati nei lustrini dei nuovi costumi mercantili.

Il Natale è memoria trasfigurata di una venuta, è storia sobriamente raccontata dagli antichi scrittori, e creduta. Il Natale è metafora della nascita e anche di ogni ri-nascita, perché ogni anno si presenta nel tempo stabilito a ricordarci l’evento dell’Incarnazione del Verbo di Dio. E invece è diventato smemoratezza dell’evento e occasione di generiche festività godute qua e là, come ferie. Non molto di più.

Nelle città e nei luoghi di villeggiatura è un brillio reiterato di lampade e lustrini, persa di vista o quasi la sua ragion d’essere. Ma accadono anche altre cose in questi giorni a cavallo dei due anni che si succedono.

Leggo sul web che una maestra di Zoppola (provincia di Pordenone per i miei lettori extraregionali), per non “turbare” la sensibilità dei suoi alunni non-cristiani, ha sostituito il nome di Gesù, anzi il suo suono-segno-significato, in una canzoncina natalizia, con “Perù“, assonante e nulla più. Il nome di una nazione sudamericana al posto del nome di Gesù di Nazaret, punto di riferimento religioso per due miliardi di umani, e genetliaco storico della nostra vicenda, compresi i non cristiani, ché non risulta usino altri riferimenti, se non quello del genetliaco gesuano, siano essi buddisti, islamici, induisti, confuciani, scintoisti, animisti e atei, cioè la maggioranza di noi occidentali.

Peraltro, alcune festività religiose come il Natale e la Pasqua hanno conservato date diverse nello stesso ambito cristiano, ad esempio presso gli ortodossi, che hanno mantenuto il calendario giuliano, cosicché posticipano il Natale di una dozzina di giorni rispetto al 25 dicembre.

A che cosa attribuire la cialtronata zoppolesca o zoppoliana? A ignoranza crassa o a un istinto del politicamente corretto, oramai talmente diffuso da venire introiettato al punto da suggerire azioni preventive per evitare chissà che cosa. Mi proporrò per tenere una lezione gratuita alla pedagogista della destra Tagliamento, sulle citazioni gesuane e mariane presenti nel Corano, su Isshà (Gesù) e Mariam, sua madre, che è forse più nominata di Fatima (figlia di Mohamed) e di Kadijia (moglie del Profeta).

Il rispetto, cara maestra (e di che?) è un guardare-negli-occhi-l’altro, come insegna la sana etimologia latina del verbo respicere, riconoscendogli pari dignità ma, appunto, senza abbassare lo sguardo, ché altrimenti non si può guardare negli occhi, ma si guardano i calzari… dell’altro. E’ così che lei vuole muoversi nella nuova pedagogia multi-polare, poli-centrica, prona al punto da modificare la nostra storia e la nostra cultura sedimentatasi in millenni?

La vicenda fa il paio con quella dei presepi e di altre storie di autocensura sulle festività cristiane per come vengono vissute da qualche anno in molti istituti della scuola dell’obbligo, in Italia.

Epperò non condivido le reazioni grevi delle forze politiche oggi denominate sovraniste, come la Lega, che reagiscono chiedendo di non riconoscere pari diritti civili a persone che vengono da altri mondi, se pure con i dovuti percorsi di inserimento, e nei tempi corretti, come propone il testo della legge non approvata sulla cittadinanza legata alla presenza in un territorio e all’accettazione serena della cultura, nonché alla conoscenza della storia e delle norme legislative di quel territorio.

Ognuno sia quello che vuol essere, qui da noi e ovunque, rispettando la medesima condizione e diritto verso qualsiasi altro, senza la pretesa di possedere verità intangibili e da far imparare a tutti, con le buone o con le cattive. La soluzione non è quella di imitare, quasi per spirito di vendetta, i totalitarismi politici e gli stati etici o le teocrazie, di qualsiasi genere e specie essi siano, ma quella di dialogare accettando tutte le diversità rispettose delle… diversità altrui.

E ora me ne torno alla poesia e alla musica, che sono due consolazioni sempiterne, caro lettore di fine anno. E che quest’anno se ne vada in gloria.

Uni-verso o multi-versi? Uni-versale o multi-versale? Uni-versità o multi-versità?

Scrive Paolo Boschini docente e amico filosofo modenese, nel suo bell’articolo “Multi-versum. Presupposti filosofici per un pensiero della differenza convergente“, pubblicato nel numero 42, Luglio-Dicembre 2017 della rivista Teologia dell’Evangelizzazione, che siamo abituati da sempre a trattare le cose del mondo  in cui viviamo riferendoci all’uni-verso, sia nel senso fisico del termine, sia nel senso logico. In altre parola noi intendiamo “universo” come un qualcosa che, da un lato contiene tutto quello che conosciamo, cosmo, terra, vita, umani e, dall’altro, ogni aspetto della vita soggettiva, della cultura, della morale, cioè della conoscenza del “tutto”. Sappiamo, peraltro, che molti fisici già da tempo parlano di multi-versi

In realtà, egli osserva, a un certo punto dell’evoluzione culturale dell’Occidente, superate le ultime stantie reminiscenze “scolastiche”, che di aristotelico-tommasiano oramai avevano ben poco, con Galileo e Descartes, si è capito che lo studio della realtà doveva far conto di un’analisi puntuale di ogni cosa, utilizzando il metodo induttivo-deduttivo, senza la pretesa di sintetizzare ogni sapere in una nozione meramente metafisica del suo stesso “essere”.

In ogni caso, per quanto mi riguarda, salvo senza alcun patema o dubbio la metafisica classica dell’ente, dell’essenza e dell’essere, perché mi permette di fare su ogni cosa, o ente, un discorso generalissimo che vale sempre e comunque: se io analizzo una matita, potrò sempre dire che essa è un uno, prima ancora di analizzarla sotto il profilo matematico e fisico (lunghezza e peso), e chimico (è fatta di legno, grafite, etc.). Metafisicamente la matita è un “uno” avente l’essenza sua tipica, senza la pretesa di dire di più.

Paolo, nel redigere l’articolo si ispira anche al discorso di papa Francesco tenuto al Consiglio d’Europa a Strasburgo il 25 novembre 2014, quando Bergoglio provò a stimolare la pur mediocre assemblea con parole in qualche modo pro-fetiche, nel senso di adatte a quell’uditorio in quel momento storico e cariche di positività: “(…) Possiamo legittimamente parlare di un’Europa multipolare. Le tensioni -tanto quelle che costruiscono quanto quelle che disgregano-  si verificano tra molteplici poli culturali, religiosi, e politici. L’Europa oggi affronta la sfida di globalizzare ma in modo originale questa multipolarità. (…) Globalizzare in modo originale -sottolineo in modo originale- la multipolarità comporta la sfida di un’armonia costruttiva, libera da egemonie che, sebbene pragmaticamente sembrerebbero facilitare il cammino, finiscono per distruggere l’originalità culturale e religiosa dei popoli” (brano tratto da L’albero e le radici, in Sognare l’Europa, EDB, Bologna 2017, 45-46).

Occorre dunque comprendere il pluralismo, passando dall’idea che tutto sia riconducibile alla semplificazione, all’idea multi-polare di ogni cosa che può essere vista in modo prismatico e differenziato, a seconda dei luoghi, dei tempi e dei percettori.

Il senso del pluralismo sta in un mondo che  non pretende di imporre a nessuno un centro, poiché il mondo è senza centro, come sostiene Raimon Panikkar nel suo Il mito del pluralismo. La torre di Babele. Una meditazione sulla non-violenza (in Culture e religioni in dialogo. Pluralismo e interculturalità, Jaca Book, Milano 2009). Ma vi è un passo ulteriore da fare, quello di giungere a una visione del mondo e delle cose non più soltanto pluralista ma multi-versale, che significa, non solo accettare che le cose siano interpretabili in molti modi, ma lo siano anche partendo da diversi punti di vista, da una ragione e un sapere che si possono definire multi-versali, non solamente uni-versali, e non è un cambiamento di poco conto.

Beninteso non si tratta di un cedimento logico al relativismo contemporaneo, per cui è indifferente A o B se -di volta in volta- conviene anche solo utilitaristicamente A o B, indipendentemente da valore veritativo e morale intrinseco di A e di B, ma si tratta di un porre-in-relazione A con B e con C e avanti, rispettando, non solo le diverse opinioni, ma i differenti ambiti socio-culturali da cui le opinioni stesse provengono, non attribuendo mai in modo pre-giudiziale valore di verità assoluta a ognuna di esse, ma apprezzandone il valore in relazione al nostro metro di giudizio, ed evitando gli anacronismi e, di contro, antropologismi generici, come quelli dello studioso che ammette “eticamente” l’infibulazione delle bambine solo perché è in uso presso certe culture tribali, senza porsi una domanda sul valore dell’integrità e dell’intangibilità morale e psico-fisica di ogni essere umano.

Un altro punto di riferimento proposto da Boschini è il richiamo a Galileo, specie nella Lettera a Cristina di Lorena sull’uso della Bibbia nelle argomentazioni scientifiche, con la quale il grande pisano spiega che la Bibbia è utile, anzi indispensabile, per coltivare la dimensione religiosa dell’uomo e la sua propria fede, mentre la ricerca scientifica lo è per la conoscenza fisica e pratica del mondo e di tutte le cose, e a Denis Diderot (cf. Enciclopedia, Diderot – D’Alembert), come sistematore di una molteplicità del conoscere, senza che questa infici l’unitarietà del sapere e l’unità del mondo. Bibbia e ricerca non confliggono se le si lascia “agire” nei loro propri ambiti.

Possiamo condividere che la  realtà è composta da verità locali (cf. Zampieri), e che essa contiene la verità, pur avendo principi oscuri, ovvero princìpi dall’oscurità, con diversità radicali, codici linguistici vari e differenze interpretative. La realtà/ verità è dunque diversa da Facebook, o da ogni altro social, che sintetizza arbitrariamente tutto ciò che viene ivi caricato, mentre la vita vera si dipana tra il non-essere-ancora e il poter-essere di ogni esperienza.

Oso dire anche, alla luce del “multi” in sostituzione del “uni”, che una filosofia della conoscenza può essere oggi quella della fusione degli orizzonti (cf. H. G. Gadamer), della metafora infinita (cf. P. Ricoeur), o dell’interpretazione inesauribile (cf. L. Pareyson), atta a favorire una sorta di convergenza relazionale (Boschini) e intensificazione solidale (sintagma mio) tra tutte le persone, al fine di collegare e cor-relare di nuovo intelligenze e cuori attualmente sempre più separati e disgiunti. Abbiamo bisogno di un pensiero multi-versale, per recuperare solidarietà e comprensione, vincendo l’anomia dell’egoismo narcisistico che dilaga da qualche decennio. E c’è speranza, a parere mio.

E infine, caro lettore, che ne diresti se anche l’istituzione accademica che dai tempi del Medioevo occidentale siamo usi chiamare “università“, si denominasse -a maggiore ragione- “multi-versità“?

Al di là dell’orizzonte

Nel 1567 Giovanni Pierluigi da Palestrina scrisse la Missa Papae Marcelli, che stamane ascolto, eseguita dal Regensburger Domspatzen, diretta da Theobald Schrems, in un vinile edito da Archiv negli anni ’80. E poi Musica per cori multipli, ottoni e organo di Giovanni Gabrieli, veneziano, eseguiti nella Basilica di San Marco da The Gregg Smith Singers diretto da Gregg Smith e dal The Texas Boys Choir, diretto da George Bragg, in vinili della CBS registrati nei primi anni ’80, il più felice sposalizio di acustica e musica della storia, si legge in copertina. Tra i brani, Salmi come il 33, 1-4 Deus in nomine tuo, e il 62, 3 Deus, Deus meus. Voci ed echi che si rincorrono di cupola in cupola, e tra le volte colorate della meravigliosa basilica.

E ringrazio il mio amico Marco per la cosa bellissima che mi ha scritto, compreso il titolo soprastante. Eccola: “Ognuno, nella propria vita, si è fermato ad osservare il sole tramontare dietro l’orizzonte e, nel mentre, ad apprezzare la natura circostante inondata da quella luce dorata che rende magica e profonda quella sensazione di pace che proviamo nell’osservarla. Ma la vera magia del momento, per quanto splendido e immenso possa essere il panorama, si nasconde proprio lì dove sogni e desideri prendono forma: al di là dell’orizzonte.  Questo anno ti voglio augurare sia la fortuna di scoprire nuovi e infiniti orizzonti, connessi tutti alla tua vita, che la forza necessaria per mantenere coraggiosa e indomita la tua anima… e ti regalo il tramonto che, questo anno, più di ogni altro, ha trattenuto i miei occhi inchiodati lì a osservarlo, cercando di scoprire cosa si celasse dietro quella linea che solo la nostra mente può oltrepassare.” …ma io preferisco l’alba stamattina, o l’albore e poi l’aurora, caro Marco, dal nome che avrei dovuto avere io se mio padre non avesse cambiato idea all’ultimo momento.

E’ il mio buon Natale ai pazienti lettori e alle pazienti lettrici, Natale che significa sempre nascita, ma qualche volta anche ri-nascita, come prelude  e significa, appunto, il mio stesso nome, dall’etimologia battesimale, antichissima.

Il bambino che non trovò di meglio che nascere al freddo e al gelo è di nuovo tra noi, come sempre, ci crediamo o meno. Io lo immagino con un’increspatura di sorriso perfino ironica sul suo volto beato, benedicendo gli increduli, tra i quali talvolta mi annovero anch’io.

25 dicembre, solstizio d’inverno, le giornate riprenderanno presto ad allungarsi, festa pre-cristiana del Sol Invictus, coincidente con la convenzione della data di nascita di Jehoshua ben Joseph ben Nazaret, di Gesù figlio di Giuseppe di Nazaret, della casa di Davide, che andò a registrarsi a Betlehem da cui proveniva il gran re, insieme con la sua giovanissima sposa Maria.

Non importa che si sia in prima fila nella credenza, si può esitare, ma quello che non ha bisogno di atti-di-fede formali è la vita che ci è data, in tutte le sue multiformi manifestazioni, nelle gioie e anche nel disagio incomprensibile, che a volte colleghiamo alla nostra esperienza, e anche ai nostri errori, vivendolo perfino talora come una retribuzione fisica di una eventuale colpa morale. Ma non è così.

L’imponderabile futuro che viene (cf. Agostino, Confessiones, Libro undecimo), costruito da tutti gli attimi transìti e attuali, connesso con il tutto dei cromosomi e dei geni, dell’ambiente e della storia piccola e grande, commesso con la terra mater e matrigna talora, con metafora abusata, leopardiana.

Siamo qui, indefettibilmente, attivi e in attesa di tutte quelle connessioni che non conosciamo e ci conviene sapere che non controlliamo, perché al di fuori della nostra volontà e possibilità di agire: esse sono oggettive e necessarie, e non mai casuali, se non dal nostro povero punto di vista, ché ogni effetto ha una sua propria causa, il più delle volte sconosciuta alle possibilità conoscitive, e talvolta cognitive, dell’umano genere, mie, tue, caro lettore.

E allora l’augurio di Marco, di guardare al di là dell’orizzonte, si attaglia bene alla nostra vita, ma questo sguardo deve essere senza iattanza, senza presunzione, umile.

Al di là dell’orizzonte c’è la vita che viene, perché l’orizzonte si sposta a mano a mano che andiamo, che camminiamo, e a volte si allarga, se saliamo su una collina, di più se su una montagna, come quelle del confine che abbiamo noi, tante delle quali ho salito e che, se Dio vorrà, salirò ancora.

Estetica ed estetismi, alla ricerca della bellezza come verità… e viceversa

A volte si confonde, discorrendo, la dimensione estetica con i vari estetismi, compiendo un errore concettuale, ma anche eticamente rilevante, e madornale.

Infatti l’estetica è uno sguardo sull’essere delle cose, nientemeno, e viene -logicamente- prima dell’etica, che è uno sguardo profondo sul bene e sul male presenti nell’uomo e nel mondo.

Aristotele insegnava che la conoscenza intellettuale parte innanzitutto dalla manifestazione delle cose alle facoltà percettive umane, dall’àisthesis, e non può che essere così: è l’evidenza delle cose che mi dice la loro verità, a eccezione di cose che sono talmente distanti da non poterle direttamente percepire con i sensi, ma so che esistono, poiché chi me ne parla è degno di fede. Inoltre, per Aristotele, diversamente che per il suo maestro Platone, il quale diffidava dell’arte come copia di copia (della natura), anche l’arte -intendendosi qui le arti figurative, soprattutto- poteva manifestare una realtà vera, perché fondata sull’imitazione della natura stessa.

L’estetica è dunque la manifestazione dell’essere delle cose, assumendo però nel contempo anche un’accezione riguardante la loro armonia.

L’estetica è un sapere fondativo, come parte della scienza dell’essere, ma oggi viene generalmente considerata come un’attenzione mera alla bellezza esteriore -digitare sul web il termine per credere- estrinsecata nelle immagini proposte dalla rete, dove vi è un profluvio di belle giovani donne, di procedure di trucco del viso, di fitness, cioè di attività legate all’estetismo.

E ciò è fuorviante, poiché nel momento in cui questa accezione viene travolta dagli eventi normali della vita, come l’invecchiamento, la malattia, incidenti e infortuni, o altro di doloroso e spiacevole, che causano una modificazione del canone di bellezza acquisito e introiettato, ecco che va in crisi la stessa visione identitaria della persona, che non si riconosce più, o solo in parte, nella nuova immagine esteriore, che l’evento negativo ha causato.

Per questo è bene, è sano distinguere rigorosamente tra estetica ed estetismo, pena la confusione terminologica e logica tra concetti molto diversi e di differente pregnanza etica. Infatti, a mente fredda si sa che il corpo cambia in ragione di vari fattori ineludibili e, direbbe il solito maestro Spinoza, “necessari”, nel senso che non-cessano-di-essere, in quanto connaturali alle cose della vita umana e del mondo.

Anche se possiamo far risalire -come occidentali- alla civiltà egizia il culto estetico ed estetistico del corpo, con l’uso del trucco e la cura dei capelli, e alla cultura greco-latina l’uso della maschera teatrale, che modifica il pròsopon individuale, o l’identità, creando la persona, ovvero possiamo dire che solo nella contemporaneità, o forse in parte a far data dal suo inizio nel XVIII secolo, l’estetismo si è posto come una dimensione importantissima della vita della relazione umana.

E dunque oggi si pone con grande forza la questione del rapporto tra estetica e verità, tra modificazione artificiale e realtà sottesa, tra la pelle e il trucco, tra il colore dei capelli e la tinta, tra la struttura corporea atletica e giovanile e il cambiamento dovuto al tempo e alle vicende dell’esperienza del vissuto.

Dimenticare che l’estetica è la manifestazione dell’essere a qualsiasi età e in qualsiasi condizione si sia, ovvero scambiare la bellezza patinata delle riviste di moda e di fitness per manifestazione della verità estetica  è un errore gnoseologico e logico, e un non senso morale.

Ricordarlo è, invece, un segno di rispetto per ciò che si manifesta come vero, come reale-vero, e quindi degno di rispetto, cioè di essere guardato di fronte come buono e come bello: non è vero, infatti, che la bellezza si trova solo nella gioventù, poiché la bellezza è manifestazione di verità, la quale ci cerca, se la sappiamo trovare, ovvero si trova, se la sappiamo cercare, in ogni momento e condizione della nostra vita.

Lo sguardo profondo anche se talora malinconico di una persona anziana è esteticamente bello e importante come il corpo vigoroso di un atleta, del discobolo di Mirone, fai conto gentil lettore. E altrettanto vero, e dunque buono.

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