Amo l’America, ma tutta, dallo Stretto di Bering. dove navigava capitan Vitus, l’Olandese, a Capo Horn, dove navigava capitan Velasquez, Ispanico di un non-so-dove, e l’Argentina molto più degli Stati Uniti, e amo pure il Popolo Russo
Lo scorso 4 luglio è stato celebrato il “compleanno dell’America”, come si legge abbastanza spesso, anche se non ovunque. È normale per il Presidente “bullo” Donald J. Trump parlare di “America” per dire “Stati Uniti d’America”, quasi come una sineddoche, figura retorica certamente involontaria.
Duecento cinquanta anni fa i rappresentanti delle Tredici colonie inglesi stabilitesi sulle coste dell’Oceano Atlantico, proclamarono l’indipendenza dalla “madrepatria” inglese, con l’impegno formidabile di un paio di milioni di emigranti colà trasferitisi, capaci di impostare una lotta politico-militare con la quale ottennero l’indipendenza e la costituzione di un nuovo Stato-Nazione.

Il 4 Luglio dovrebbe essere chiamato sempre compleanno degli Stati Uniti d’America, perché l’America, anzi, le Americhe sono il continente, costituito da due grandi blocchi di terre, uno Settentrionale, più ampio, che arriva a sfiorare il Polo Nord, e uno Meridionale, che si bagna nell’Oceano Antartico dove si scontrano i due più grandi oceani, a Capo Horn. In mezzo, a corona del Golfo del Messico (che Drumpf il bullo vorrebbe ri-battezzare Golfo Americano o Golfo del Texas), c’è una striscia di terra che dal Messico settentrionale si fa sempre più stretta fino allo Stretto di Panama.
Ma spesso si dice “America” per dire Stati Uniti d’America, e si chiamano “Americani” gli statunitensi.
Consideriamo pure che gli Stati Uniti hanno 340 milioni di abitanti, otto volte più del Canada, che è leggermente più vasto, mentre in Sudamerica abbiamo il Brasile con 212 milioni di abitanti. C’è poi il Messico con 130 milioni, mentre l’Argentina ne ha solo 46, in 2,7 milioni di kmq, otto volte l’Italia da cui deriva il 40% della popolazione. In percentuale è il paese più italiano del mondo, anche se non in cifra assoluta, dove prevale il Brasile. Per questo, ai mondiali di calcio, se non c’è l’Italia, “tengo” per l’Argentina di Tagliafico, di Rulli, di Musso, di Lo Celso e di Lionel Messi, il cui trisnonno veniva dalle Marche.
Ricordo la ragione per cui il grande continente occidentale è stato chiamato “America”, e non – ad esempio – “Colombia”, in ricordo dello scopritore ufficiale di quelle terre, secondo il mainstream occidentale. Fu il geografo e cartografo tedesco Martin Waldseemüller (letteralmente: mugnaio-del-bosco-marino) nel 1507, in ricordo delle ampie esplorazioni effettuate dopo il viaggi di Cristoforo Colombo dal navigatore e mercante fiorentino Amerigo Vespucci, che si portò fino a latitudini inesplorate, soprattutto lungo le coste del Sud America, fino a Comodoro Rivadavia, che la chiamò “America”.
BREVE STORIA DEGLI STATI UNITI D’AMERICA
A metà circa del XVIII secolo la costa orientale dell’America Settentrionale era stata già “colonizzata” dagli Inglesi e più a Nord dai Francesi, in corrispondenza della regione canadese del Quebèc. Un secolo prima erano arrivati addirittura gli Olandesi, che avevano fondato New Amsterdam, la futura New York.
La conquista dell’Ovest, la Guerra civile, l’unificazione e l’acquisto dell’Alaska
Nel corso XIX secolo, fin dai primi decenni colonne di carri si portarono verso le grandi pianure dell’Ovest e superarono le Rocky Mountains, fino alle spiagge e alle scogliere che davano sull’oceano Pacifico. Dal 1860 al 1865 si combatté una sanguinosa Guerra civile che oppose gli stati del Nord a quelli del Sud, terminando con una faticosa unificazione politica. Al Messico gli Estadounidenses strapparono, armi alla mano il Texas, l’Arizona e la California.
Per la conquista dei diritti civili per tutti si dovette attendere un altro secolo, fino al 1964, quando il Presidente Johnson, passato alla storia soprattutto per la guerra del Vietnam (iniziata dal sopravvalutatissimo, a mio avviso, Presidente Kennedy), fece emanare il Civil Rights Act, sulla spinta dei grandi movimenti per l’eguaglianza guidati dal reverendo Martin Luther King.
Tra la grande nazione americana e la Russia non vi sono mai state guerre guerreggiate, ma piuttosto alleanze (cf. Ia e II Guerra mondiale), salvo che nel periodo della Guerra fredda. Vi fu anche un grande affare tra i due stati: l’acquisto dell’Alaska dallo csar di Russia Nicola I (in inglese Alaska Purchase, in russo продажа Аляски, prodaža Aljaski, che significa «vendita dell’Alaska»), che fu un accordo internazionale stipulato tra gli Stati Uniti d’America e l’Impero russo dello csar Alessandro II Romanov, nel 1867, per iniziativa del segretario di Stato William H. Seward sotto il Presidente Andrew Johnson, tramite il quale gli Stati Uniti d’America acquisirono il territorio dell’odierno Stato federato dell’Alaska. Complessivamente il territorio acquistato aveva ed ha un’estensione di circa 1.600.000 kmq.
Lo stretto di Bering che divide la Siberia dall’Alaska consta di una quarantina di miglia marine, coperte dai ghiacci, nell’inverno: questo spiega la vicinanza antropologica tra le popolazioni siberiane e gli Inuit.
VOGLIO BENE AGLI “AMERICANI”
Gli voglio bene perché sono un popolo coraggioso, anche se pieno di difetti, come noi Italiani. Sono un pot pourrì straordinario di etnie, lingue, tradizioni religiose e culturali. Potrei amarli anche solo per il Primo Emendamento della Costituzione scritta da Jefferson nel 1787, che dà una libertà di parola pressoché assoluta, fondamento di una democrazia vera. Il Primo Emendamento è l’elemento giuridico che separa più profondamente gli Stati Uniti dalla Russia che, nella sua storia millenaria, non ha mai conosciuto la democrazia, ovvero la conobbe un po’ solo durante il decennio quando fu al comando Boris Eltsin, cui rimprovero due cose: l’esagerare con la vodka e l’aver imposto ai Russi come suo successore l’incommensurabile Vladimir Vladimirovic.
Gli voglio bene per il grande cinema, che è l’arte del movimento, la cinematica che dalla meccanica statico-dinamica, si fa qualcosa che si muove (κίνημα, -τος): cinema deriva deriva da cinematografo (da kinema + γράφειν, graphḗ, “scrittura”), coniato dai fratelli Lumière nel 1895. Letteralmente significa “scrittura del movimento”. Grandi registi, grandi raccont, fin da Citizen’s Kane di Orson Welles, ai lavori di Scorsese e di Spielberg. Per la grande musica che ascolto, dal iazz (Fitzgerald, Mc Coy Tyner, John Coltrane, etc.), al folk (Guthrie) e al rock, dal be bop agli insuperabili Sixties and Seventies, con Jimi Hendrix e Bob Dylan. Per la letteratura, da Poe e Melville, da H.P. Lovecraft a Steinbeck.
E infine, voglio bene agli Americani per le truppe guidate dal generale Mark W. Clark (ottimo militare, anche se un po’ vanitoso) che liberarono l’Italia dai nazi fasci, assieme ai partigiani. Non cito gli Inglesi, che pure furono della partita, perché ci disprezzavano ubbidendo al loro gran capo, il per-me insopportabile Sir Churchill.
Con il Piano del senatore Marshall, gli Americani, ci hanno tirato fuori dalla fame dopo la Seconda Guerra mondiale. Prima Togliatti e poi Berlinguer, come capi della sinistra, capirono bene che l’Italia doveva stare con loro, ma con dignità. E Craxi lo mostrò con Reagan.
Non amo per nulla i governanti americani che hanno fatto guerre oscene negli ultimi sessant’anni, dal Vietnam all’Iran. Tutte stupide e sbagliate. Il tema che mi pongo è che le hanno fatte presidenti di tutti e due gli schieramenti, anzi forse di più i democratici (cf. Kennedy, Johnson, e fu Truman a far bombardare Hiroshima e Nagasaki, mentre Nixon fece la pace con il Vietnam comunista). Ma gli Stati Uniti sono un mondo diverso dal nostro che va studiato senza ombre di pregiudizi.
Se anche oggi dovremo subire altri due anni e mezzo di un egocentrico squilibrato, poi vi saranno le elezioni e, confido, non si potrà andare in peggio. Si sveglino un po’ i democratici, che mi paiono assonnati.
Nelle Americhe ci sono andato più volte, sempre per lavoro, prima in Argentina, a Buenos Aires, a Rosario, a Carlos Paz, a Cordoba, dove ho tenuto una relazione sull’emigrazione italiana in Argentina all’Università dei Gesuiti, la più antica del Sudamerica, a Colonia Caroja, dove si parla spagnolo e friulano, e a Salta, per incontri sindacali con gli emigranti friulani, poi negli Stati Uniti, a New York e a San Francisco per le stesse ragioni e più recentemente in Mexico, a Querètaro per analisi delle condizioni di lavoratori di un’azienda friulana, dove più che nuvole (citazione jannacciana, com’è ovvio) ho visto vita.
LA RUSSIA E IL POPOLO RUSSO. UN PO’ DI STORIA E DI CULTURA
La Russia, globalmente intesa, ha un migliaio d’anni, dai tempi del principe Vladimir di Kiev, primo monarca della prima rus, cioè dell’ambito ancestrale che ancora tormenta i sogni infausti di Vladimir Vladimirovic. Chissà se Putin si sente un po’ la reicarnazione del grande principe cristiano.
Una cosa che mi terrifica dell’attuale conflitto in quelle terre è che si ammazzano tra di loro dei cristiani ortodossi, cioè credenti-nella-retta-fede-in-Cristo, quel Christòs Pantokràtor (cioè “signore-del-tutto”) che è stato assunto a simbolo degli csar e perfino del “Piccolo Padre” Giuseppe Stalin, quando i nazisti parevano avere partita vinta sul grande Paese slavo e il Capo georgiano ebbe bisogno della Santa Madre Chiesa ortodossa per salvare la Patria, Santa anch’essa, retta fede che da Costantinopoli si diffuse più di mille anni fa, prima nei Balcani e poi nelle Russie.

VOGLIO BENE AL POPOLO RUSSO
Grandi dinastie di principi e voevoda unificarono in uno stato terre diversissime, da quelle europee che oggi sono Ucraina, Paesi baltici, Bielorussia e Russia fino ai Monti Urali, a quelle infinite delle steppe e della taigà, traversate da alcuni dei più grandi fiumi della Terra, l’l’Ob-Yrtis, lo Jenisej, la Lena, al confronto dei quali perfino il Volga non sembra tanto grande, fino all’Amur, che divide la Siberia dalla Cina, dove domina la grande tigre bianca di Dersu Uzala.
Amo la letteratura russa, da Puskin e Lermontov fino a Solzhenitsyn, passando per Gogol, Turgenev, Dostoevskij e Tolstoj, Esenin, Blok, Anna Achmatova e Majakovskij, i narratori e i poeti russi sono tra i maggiori del mondo, in assoluto.
Quando voglio immergermi nel clima russo ascolto il poema sinfonico La Grande porta di Kiev (paradossale di questi tempi!) di Modesto Mussorgskij.
Dovessi scegliere cinque libri da portare su un’isola deserta, due sarebbero di autori russi, Delitto e castigo di Dostoevskij e Racconti di Pietroburgo di Gogol. Poi porterei la Commedia di Dante, il Canzoniere di Petrarca e i Canti del conte Leopardi.
Qualche decennio fa, c’era ancora il comunismo di Breznev, attraversai in auto (non molti lo hanno fattto, al tempo) tutta la Russia Europea, entrandovi dalla Polonia. Il viaggio più importante della mia vita, un mese di immersione nel tempo e nello spazio diversi.
Partimmo io e Roberto con la sua Renault 4 1100 cc. bleu, non quella da 800 cc., e quindi eravamo più sicuri di andare e tornare. Le regole del viaggio, concordate con l’ente di Stato dell’URSS, prevedevano che se avessimo rotto il motore senza possibilità di aggiustarlo, avremmo dovuto farne dono allo Stato Sovietico. Partimmo il 1 agosto e tornammo il 31 dopo aver percorso 8200 km, attraversando l’Austria (tappa a Vienna), la Cecoslovacchia (per Bratislava), la Polonia (tappe a Cracovia e a Varsavia), e poi per la Bielorussia in Russia, Smolensk, Mosca, Novgorod, Leningrado (così si chiamava allora San Pietroburgo), e poi per Finlandia, Svezia, Danimarca e Germania, con tappe a Helsinki, Turku, Stoccolma, Copenhagen, Hannover, e casa.
Intanto in Italia c’era stato l’attentato alla stazione di Bologna, di cui sapemmo qualcosa solo il 4 agosto telefonando da Minsk. Una sera a Minsk, non so se io o Roberto facemmo un complimento un po’ greve a delle ragazze che ci apostrofarono con un sonoro “soliti Italiani, stupidi“. Non racconto come finì. Eravamo ragazzi.
Sasha lo incontrammo sulla Piazza Rossa e ci portò a casa sua. Roberto lo ha visto altre volte dopo il “grande viaggio”, e tutti e due amiamo il Popolo russo, a eccezione del capo, e quello Ucraino.
America e Russia, care Nazioni di grandi Popoli.
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