Dei gatti di Garlasco, e di altri “animali”
Quell’assolato, silente e fattosi tristissimo tredici agosto di diciannove anni fa, gli inquirenti che entrarono senza cura alcuna delle regole di un’indagine criminale nella villetta di via Pascoli a Garlasco, trovando la povera Chiara Poggi crudelmente massacrata, lasciarono che i due gatti di casa circolassero miagolando per un ambiente che mostrava le tracce di un massacro. Questo accadeva quasi diciannove anni fa nella vischiosamente estiva Garlasco.
Poveri gatti, nobili animali. Poveri uomini, pessimi animali.
Seguendo con attenzione innanzitutto semplicemente umana, ma poi anche con uno sguardo filosofico-morale il tremendo, fuorviante, sciatto, anzi smandrappato dibattito sul caso di Garlasco, noto una sovrabbondanza di interventi di carattere psicologico, sociologico e dintorni, perché stan sulla scena innumerabili figurine di quest’arte spirituale sopraffina, del tutto indegne del diploma di laurea acquisito in un’italica Università in nome del Popolo italiano, nonché un abnorme profluvio di informazioni, molte delle quali false, in una mediaticità giornalistica disonesta e fallace, una folla di esperti di vari generi e specie, genetisti, avvocati, sedicenti professori di controversa competenza e, di contro, registro una quasi assoluta mancanza di riflessioni e di giudizi morali sul turpissimo e infame evento accaduto, perché nel dibattito generale non è stato e non è mai interpellato alcun esperto di filosofia morale, né alcun direttore spirituale (ho intravisto una volta sola un sacerdote presenziare in un talk show, comparsata di cui mi sono vergognato per lui. Ooh Eccellenza Vescovo di Pavia, dia uno sguardo, suvvia non si distragga! Le invierò questo articolo).
In altre parole, si odono analisi pretenziosamente sopraffine sull’atto e sul/sui suoi autore/autori, ma solo rarissimamente un giudizio morale sull’atto, che è – in sé – malvagio, (e fors’anche indotto malignamente).

ANTROPOLOGIE FISICHE, FORENSI, CULTURALI, FILOSOFICHE
I limiti del dibattito sono ulteriormente accentuati da una carenza quasi totale di considerazione delle dimensioni antropologiche di tutta la vicenda, se non parzialmente proposte solo negli ambiti fisici e ambientali (analisi del corpo della vittima) e forensi (conseguenze giuridiche e processuali). Nulla di nulla sulle culture di quei luoghi, se non poco apprezzabili cenni da parte di giornalisti tuttologhi essenzialmente ignoranti e presuntuosi, zero assoluto sugli aspetti filosofici e morali delle vite delle persone e delle famiglie. Solo qualche generico accenno sulla presenza di elementi di borghesia professionale in qualche nucleo di professionisti o di piccoli imprenditori, che sono comunque tipici di un piccolo centro padano, essenzialmente vocato alla risicoltura.
Ho ascoltato qualche youtuber che si fa sociologo e nel contempo cinefilo paragonando l’ambiente a quello della nota serie americana Twin Peaks: Chiara Poggi come Laura Palmer. Il caso sta generando anche pessima letteratura.
Ogni territorio e ogni popolazione ha una sua storia e caratteristiche peculiari. Nell’ambito dell’Italia e della bassa Lombardia in particolare (nel nostro caso si tratta dell’antico “Ducato Longobardo di Pavia”), si possono osservare usi, costumi e abitudini, grecamente un ethnos-ethos, caratterizzati – a mio avviso – da una forma di convivenza tardo-rurale. Infatti, il territorio è tipicamente poco aggregato e nel contempo viziato dalla sub-cultura italiana del campanilismo, a mio avviso.
Leggo che la scolarità della popolazione è media rispetto al dato lombardo e settentrionale, mentre l’economia è nettamente condizionata dalla dipendenza dalla coltivazione del riso e dalla vicinanza della metropoli.
Anche il dato demografico è costante comprendendovi anche il rapporto percentuale tra le generazioni.
La criminalità è caratterizzata da una contiguità con alcune male gestioni del territorio forse para-mafiose, mentre non si possono sottacere le numerose e strane morti da quell’anno 2007 a un decennio dopo, omicidi che vogliono esser fatti sembrare suicidi: commercianti, un medico, un anziano, dei giovani che erano amici dell’indagato e scompaiono al mondo con tristezza; abbiamo strani movimenti in un santuario locale, traffici di droga, cointeressenze ambigue. Il tutto dentro un ambiente omertoso come una valle n’dranghetista.
L’Homo Garlaschensis mi pare non brilli di luci particolarmente vivide, facendo ovviamente ogni distinzione necessaria per gli individui, che portano al mulino il proprio sacco di vizi e di virtù.
VERSO GARLASCO
Viaggiando lungo gli interminabili rettilinei della Lomellina, solo ogni tanto si incontrano piccole macchie di arbusti e alberi, magari nelle vicinanze di qualche corso d’acqua. I borghi si intravedono a qualche centinaio di metri dalla strada principale e presto scompaiono all’orizzonte. Ogni tanto qualche azienda agricola, che dà una strana sensazione di abbandono, anche se così non è. Pare che una di queste cascine abbia molto da raccontare sui contorni dell’omicidio di Chiara Poggi. Vedremo.
Mortara e Vigevano sono i grossi borghi che offrono l’istruzione superiore ai giovani di Garlasco. Niente di più. All’università si va allo storico ateneo di Pavia, con la sua prestigiosa Facoltà di Medicina illustrata dal grande biologo Camillo Golgi, o a Milano, che ha un’offerta varia e di livello internazionale. Qualche giovane si laurea, come la povera Chiara (a Pavia) e come l’innocente Alberto (a MIlano alla Università privata Bocconi), altri, tra cui l’indagato, il signor Andrea Sempio, si diploma in qualche scuola tecnica, con manifesta costante frustrazione per una inesistente formazione umanistica, poi millantata in ricerche disordinate e affannose. Come si evince dai suoi diari e dai suoi soliloqui intercettati.
LA PSICOLOGIA E LO PSICOLOGISMO IN GENERALE. LA SOCIOLOGIA E IL SOCIOLOGISMO IN GENERALE
La psicologia, scienza antica, nata come branca della filosofia, già presente in Aristotele che la ha trattata nel Περὶ ψυχῆς, noto comunemente con il titolo latino De Anima, è molto di moda. Con il ’68, sulle tracce dei testi freudiani pubblicati da Bollati Boringhieri e di socio-filosofi come Herbert Marcuse (cf. L’uomo a una dimensione), si sviluppano un paio di generazionI di psicosociologomaniaci. Anche la Chiesa cattolica (che a volte è più realista del re), dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, molla un po’ gli studi teologico-filosofici, beninteso senza alcuna responsabilità di papa Paolo VI, uno dei più colti della storia ecclesiastica, per dedicarsi quasi anima e corpo nelle Facoltà pontificie agli studi di psicologia, pedagogia e sociologia.
Un Franco Garelli, con i suoi studi sociologici sulla partecipazione ai Sacramenti, diventa, per la Chiesa, più importante del padre Garrrigou-Lagrange. Una sorta di sincretismo teologico si abbarbica nervosamente alle colonne dello storico pensiero (forte) dei Padri della Chiesa e di Tommaso d’Aquino, che per me e per i più, grazie a Dio, è comunque il vertice del pensiero cristiano, con Sant’Agostino. A proposito, mi sono ritrovato a Pavia nel giorno della visita di papa Leone XIV, e son riuscito in extremis a dare uno sguardo alla tomba del santo teologo e filosofo.
Solo con i pontificati di Giovanni Paolo II e soprattutto di Benedetto XVI la teologia e la filosofia tornarono ad essere le discipline principali studiate negli ambienti accademici cattolici.
Sottolineo questi aspetti criticando un po’ la Chiesa, per l’importanza che la cultura cattolica conserva in Italia, nonostante una secolarizzazione iniziata ancora nei decenni fra le due guerre mondiali. Anche a Garlasco.
Nei ’70 nessun giovane che voleva fare politica poteva non avere letto i testi freudiani e marcusiani, a volte reperiti in centoni e sintesi giornalistiche raffazzonate.
La sociologia ancora di più si espanse, dopo che Trento cominciò a sfornare “scienziati sociali” che si laureavano con metà esami conseguiti con il 18. Facultas particulariter Architecturae omnibus docebat, perché l’università postsessantottina spostava la responsabilità morale anche del costruire abitazioni tutta sulla politica e sulla società. Alcuni di questi “scienziati” finirono nell’estrema sinistra, prima dei partitini extraparlamentari, poi nell’Autonomia del cattivo maestro Toni Negri e infine nelle Brigate Rosse e in Prima Linea. La povera Margherita Cagol, donna intelligente, di cui piango la morte come essere umano, come più ancora piango quella dell’appuntato D’Alfonso, carabiniere che faceva il suo dovere e morì ammazzato nella stessa mattina del 25 giugno 1975, era una sociologa.
Di destra erano giovani proletari oppure della borghesia professionale a Roma e a Padova. Attentati neri e ammazzamenti rossi a decine.
Dopo la liberalizzazione dell’accesso alle facultates, troviamo a centinaia periti meccanici e ragionieri che si laureano in lettere o in giurisprudenza. Ragionieri diventati giurisperitI senza ombra di conoscenza di un brocardo o di un latinismo giuridico. Professori di italiano delle medie che nulla sanno delle cinque declinazioni dei sostantivi e delle quattro coniugazioni dei verbi, né hanno letto un rigo della Commedia. Prima di studiare teologia e filosofia, anch’io mi sono fatto sociologo e politologo, per dire che non trascuro questi saperi.
Uno dei lasciti peggiori del ’68. Bene: la truppa di ragazzi di Garlasco (mi perdoni la stragrande maggioranza dei bravi ragazzi di quel paese), da cui provengono alcuni tra i notissimi nomi legati alla vicenda di Chiara Poggi, sono allievi di professori formatisi dopo gli anni ’60. Così pure i genitori, che sono raramente un po’ “studiati”, ma che generalmente sono – senza alcuna loro colpa – dei licenziati alle medie inferiori (già più di mia mamma e di mio papà).
Il famoso generale Garofano, trista figura nella vicenda, quando gli si fa notare l’assoluta imperizia dei militi dell’Arma che intervennero nei dintorni del delitto, ebbe più volte a dire che “poverini, avevano solo la terza media“. Solo che il responsabile era lui, che firmava i documenti, ufficiale superiore e laureato con lode in biologia.
La pervasività della psicologia, specialmente se declinata in “criminale” e “criminalistica”, presenta un mondo manicheo e nel contempo privo di speranza. Tutto viene spiegato con l’approccio del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali per la Medicina generale V (che, peraltro, anch’io tengo sempre a portata di mano). Tutto l’agire umano, secondo chi interviene, va fatto risalire all’infanzia, alle molestie, ai paradigmi del serial killer potenziale (e giù a ricordare la mala triade dell’enuresi notturna, della piromania e della crudeltà sugli animali), mai proponendo il quesito semplice, quello che si pone chiunque, che si riferisce alla libertà personale, al libero arbitrio. Insomma, chi ha ucciso in modo infame e turpe la dottoressa Chiara Poggi, è uno sfigato psicopatico o un tale provvisto di libero arbitrio e dunque responsabile (che-risponde) delle proprie azioni? Se l’indagato scrive da qualche parte che teme di perdere il controllo, questo basta per comprenderne la sfortuna di essere-così e non altrimenti? Per cui, si legge tra le righe di molti interventi: poverino? Dirò in seguito qualcosa sulla pletora di donne che non hanno una parola critica per le esplicite manifestazioni di odio e sopraffazione che egli scrive e proclama nei confronti delle donne. A partire dalla sua avvocata. Dovrei scrivere avvocato, ma si sono ricordato del testo del Salve Regina, mater misericordiae, advocata nostra... vita, dulcedo et spes nostra, salve.
Nella trista vicenda, psicologemi e sociologemi a manetta, di contro nessuna riflessione di carattere etico-morale.
Ebbene, io, che non sono un serial killer, avevo quattro anni e, non avendo capito come funzionava, una mattina di primavera uccisi 21 anatrine facendole cadere dall’alto, complice mia cugina Gabriella da Moggio. Si spaccarono lo sterno e morirono. Piansi. Mia madre non mi schiaffeggiò, ma mi spiegò che le piccoline erano fragili e non si doveva trattarle come un giocattolo. Io non ho mai avuto un peluche, ma un trenino, un carraramatino e una navetta che non funzionarono mai. Mia mamma comprò poi altre 21 anatrine. E anche cinque ochette (che sguazzavano) nel pantano, tutte in fila come fanti, una dietro e l’altra avanti.
Una psicologia senza etica è solo una descrizione possibile di fenomeni non matematizzabili, e quindi incerti e probabilistici.
L’attuale indagato e prossimo imputato fa parte di quella popolazione sopra descritta nel segmento operaio e di studi tecnico-professionali, mettendo in mostra:
diari scritti in anni di indubbie difficoltà legate a un’inchiesta che lo vede coinvolto,
hard disk sequestrati a casa sua contenenti video di violenze, decapitazioni, orrori di ogni genere e specie,
intercettazioni dei soliloqui registrati dagli inquirenti sulla sua automobile, dove si esercita dando giudizi di incompetenti a chi indaga, a chi studia DNA e tracce, saccentemente, con intercalari del genere “tutto qui, okay, basta”, autoconsolatorio,
tesi espresse nel forum Italian seduction, dove afferma la liceità dello stupro in mancanza di un consenso e adddirittura antropologizza eticamente il cannibalismo. Lo si sente affermare cose che dà perfin fastidio riprodurre in questa sede,
analisi fonologiche, audiologiche e linguistiche dei soliloqui di Sempio, che fanno risultare coerente l’indagine penale che ha raccolto molti indizi di colpevolezza gravi, precisi e convergenti, con le citate analisi,
l’indisponibilità a rispondere alle domande di chi indaga, sopportando per tre ore la requisitoria del PM dottor Stefano Civardi, battendo solo qualche ciglio, guardando in alto a destra e a sinistra, dopo avere precisato – previo un colpetto di tosse – che “si avvarrà della facoltà di non rispondere“, mentre invece, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo, si è fatto intervistare decine di volte da tutte le emittenti televisive pubbliche e private, erogandoci sorrisetti supponenti e ironici di superiorità, sguardi “sociali”, ed evidenti contraddizioni derivanti da flussi inferenziali sbagliati (che però nessuno coglie quando si trova nelle confort zone di alcuni programmi televisivi del tutto corrivi), nei racconti. Pagato, così come i suoi genitori, quando vengono intervistati. Che bella personcina, eh?
Che cosa ne pensano le sue sodali donne, a partire dall’avv. Taccia? Tace? Caro Sempio, la informo che le donne sono antropologicamente uguali agli uomini (prima lezione di antropologia filosofica), perché condividono con il maschio la fisicità, lo psichismo e la spiritualità. Poi ciascuno/ciascuna è unico/unica in ragione della genetica, dell’ambiente nel quale è cresciuto e dell’educazione ricevuta.
Ragion per cui, benedett’uomo, ogni uomo/donna ha la medesima dignità. Lei non può sovrapporre la sua scelta alla dignità e alla libertà personale di chiunque, che è libero da lei. Lo capisce o no, Sempio?
UN CONSIGLIO E ALCUNE DOMANDE A SEMPIO
I discorsi tribalisti che lei riporta in scritti e parole dette sono fraintendimenti dovuti alla sua mancanza di una formazione basica, che è presupposta per capirci qualcosa di quei temi. Abbia l’umiltà di non impancarsi in disquisizioni che non le possono appartenere. Io che non sono ingegnere non faccio discorsi sulla portanza di un’ala d’aereo o di un ponte. Lei faccia altrettanto, e lasci che l’antropologia umana sia trattata da chi la ha studiata e la studia costantemente. Legga testi seri, umilmente, e studi pria di parlar, oh uomo!
Ciò che lei, Sempio, afferma, è razzista, omofobo e intrinsecamente nazista. Chiaro? Se lei non parlerà andrà all’ergastolo, le è chiaro? Metà della sua vita, la prossima, la potrebbe passare non da libero cittadino, dopo aver passato male metà di quella che ha già vissuto. Ha proprio tanta paura a parlare? La stanno minacciando? Il rischio che lei correrebbe, se parlasse (è ciò che noi cittadini pensiamo), vale più di una condanna pesantissima al carcere? Lo sa che la sua divizzazione televisiva attuale le si ritorcerà contro quando lei sarà (eventualmente) giudicato e condannato?
Faccia una cosa buona per lei stesso, mi ascolti, Sempio: cerchi un buon Direttore spirituale in Diocesi. Un dialogo con una figura del genere le farà comunque bene, qualsiasi cosa sia successa la mattina del 13 agosto di diciannove anni fa.
PSICOLOGIA, SOCIOLOGIA E COMUNICAZIONE D’ACCATTO NELLA VICENDA DI GARLASCO
Questa storia lascerà ancora dolore in molti, ma anche tracce costruttive in molti ambiti della vita civile italiana. Nonostante si siano dati convegno attorno a questa vicenda alcuni tra i e le peggiori elementi delle professioni dell’informazione, delle scienze forensi, del diritto su ambo i lati, e anche delle forze di polizia, di contro vi è stata una reazione virtuosa che ha fatto animare e intervenire una crecente presenza di persone oneste, competenti e laboriose in tutti i settori sopra citati in negativo.
Il mondo della comunicazione sta vivendo una stagione di profonda trasformazione. Gli editori pubblici (rai) e privati (Mediaset, Cairo, Sky, etc.) stanno subendo una sanissima concorrenza da parte della rete, dove – specialmente su youtube – operano giovani con grande preparazione tecnico professionale sulla comunicazione, che ospitano esperti di ogni scienza, evitando di essere proni come accade dove il conduttore del programma televisivo, con l’editore, decide una linea, che non è mai pro veritate, ma è sempre pro pecunia, una pecunia che olet puzzando maledettamente. L’esempio più fulgido di tale deliquio intelletttuale e morale è il talk Quarto (de-)Grado di rete4 condotto da un oramai patetico Gianluigi Nuzzi, che si circonda di una pletora di yesman–yeswoman, negando ogni contraddittorio dialogicamente equilibrato e corretto. In questo acquario di disonesti e disoneste impera dal suo scranno inattingibile, con il conduttore, una bieca rappresentante della categoria degli psicologi, l’iraconda e presuntuosa e sempre invelenita Roberta Bruzzone. Ma quanto deve star male questa donna, peraltro pagata con i nostri soldi di contribuenti! Mi verrebbe la tentazione di aiutarla, in un sussulto di “caritas paolina”.
Per anni l’ha fatta da padrone, ma adesso è iniziato il declino inesorabile. Di contro, ad exemplum, non possono non apprezzare il lavoro proprosto su Rai2 da Milo Infante in Ore 14.
MANCA DEL TUTTO L’ANALISI VITTIMOLOGICA DELLA DOTTORESSA POGGI
Le vanterie di Bruzzone di essere un’allieva di prima classe della scuola del FBI di Quantico ha avuto il merito di mettere in rilievo l’assoluta mancanza di un’analisi vittimologica, che nel sistema di indagine di Quantico ha importanza fondamentale, della giovane donna uccisa, la cui immagine falsificata ha dominato il sistema massmediologico: per il mainstream generale Chiara appare come un santino, come una Figlia di Maria degli anni ’60. Lei era invece una normalissima giovane donna colta e con grande chiarezza di idee sul proprio futuro affettivo e professionale. E con una relazionalità sana e profonda.
La dottoressa Chiara Poggi neanche viene citata, mentre si parla di tutti.
I COMPORTAMENTI DELLE FAMIGLIE COINVOLTE
Non mi dilungherò oltre il dire che si tratta di comportamenti quantomeno strani e quasi esito o frutto di manipolazioni subìte, specialmente da parte della famiglia della vittima, di stampo quasi masochistico:
a) la Famiglia Poggi insiste su una posizione per la colpevolezza di Stasi e l’esclusione di Sempio, nonostante oramai vi sia un riodelleamazzoni di notizie che attestano l’incontrario. La ragione potrebbe non essere soltanto ascrivibile a colpevole disinformazione o debolezze soggettive, ma fors’anche all’esigenza di non disvelare fatti ancora più negativi e pericolosi, dopo l’assassinio della figlia.
b) La Famiglia Sempio si caratterizza per una mediaticità che ritiene legittima solo per i propri componenti e si muove in modo disordinato e autolesionista, oltre che incivile, come nel caso delle stupide e malvage lettere inviate ad Alberto in carcere a cura della signora Sempio-Ferrari.
c) Anche la Famiglia Cappa non si sta muovendo con la dovuta eleganza, che mi sentirei di pretendere dall’appartenenza alla buona borghesia professionale (chissà perché lo fa?).
d) L’unica Famiglia che si muove, anzi, nulla muove, per rispetto ed educazione del dolore di tutti coloro che stanno soffrendo da diciannove anni. Per parte loro hanno subito una condanna al carcere di Alberto già scontata, da innocente, per 11 anni, e la morte del signor Nicola, a seguito delle vicende che il figlio ha subito, da incolpevole.
L’ASSENZA DELLA PROSPETTIVA FILOSOFICO-MORALE NELLA DISCUSSIONE PUBBLICA SUL CASO
In tutto il dibattito sul caso, manca completamente la prospettiva filosofico-morale. Si discute di tutto, ma non del male compiuto da chi ha ucciso Chiara, da chi ha indagato male, da chi ha depistato, da chi sostiene il falso sapendo di mentire.
Nel caso in questione questa prospettiva è assente da ogni confronto, da ogni dibattito, da ogni dialogo, da ogni colloquio e da ogni conversazione. teniamo contro che i termini confronto, dibattito, dialogo, colloquio e conversazione non sono sinonimi, e spesso sono utlizzati a vanvera. Sento parlare di confronto quando in azienda si discute tra funzioni diverse del medesimo problema: il termine corretto sarebbe “dialogo”, non confronto o dibattito. Smettiamola di dire “Mi sono confrontato con...” e diciamo “Ho parlato con, ho dialogato con“. Suvvia.
Una prospettiva filosofico-morale abbisogna di ambiente adatto, come il dialogo e la conversazione, ciò che assolutamente manca nelle varie occasioni mediatiche sul caso (si pensi, ad esempio, alle orrende, intellettualmente disoneste e violente spettacolaralizzazioni dei talk show). L’ambiente adatto, assieme con adeguate conoscenze di etica generale, può permettere un approccio più efficiente ed efficace nella ricerca della verità, escludendo ovviamente l’ambito giudiziario, dove vigono le regole dell’interrogatorio dei protagonisti, diverse se si tratta di un sospettato, di un indagato, di un avvocato difensore o di un testimone. Ricordo che in un incontro per l’acquisizione di Sommarie Informazioni Testimoniali (S.I.T.) attivato dalla Polizia giudiziaria o dal Pubblico ministero, un indagato o un avvocato possono mentire, o invocare la facoltà di non rispondere, mentre un testimone no, incorrendo – a suo rischio – in un reato penale. Personalmente sarei meno garantista rispetto alle ultime regole della riforma Cartabia.
Conoscono tutte queste cose i protagonisti della vicenda? Molti certamente sì, ma forse in numero maggiore, no.
L’ESIGENZA DI UNA PROSPETTIVA ETICAMENTE FONDATA
Vi è l’esigenza di una prospettiva di giustizia fondata su un’etica come scienza del giudizio sull’agire buono o malo dell’uomo, che è un agire libero, nei limiti dell’umana condizione.
Una giustizia eticamente fondata non può che essere la rappresentazione della virtus aristotelica e cristiana dell’equilibrio tra i diritti e del rispetto reciproco tra gli uomini, che si incarna nei doveri. Aristotele ne ha trattato nel Libro V dell’Etica a Nicomaco, mentre Tommaso d’Aquino ha sviluppato il tema di questa virtù cardinale nella Secunda Secundae della Summa Theologiae: si tratta di una volontà costante e ferma di dare a ciascuno secondo il suo diritto.
Per Immanuel Kant la giustizia deve garantire la libertà universale nel rispetto dei diritti dei singoli: anche l’applicazione di una pena proporzionata alla colpa è una garanzia di libertà universale (cf. La metafisica dei costumi).
Per Hans Kelsen la giustizia deve corrispondere a una norma positiva basata su un’etica moralmente condivisa (usi e costumi), che deve essere pensata per garantire la libertà dei singoli come diritto inalienabile in base alla norma (cf. Che cos’è la giustizia?). Non sono molto d’accordo con il giuspositivismo di Kelsen, perché potrebbe, paradossalmente, considerare “giusta”, in situazione, anche la mutilazione dei genitali e l’infibulazione delle bambine. Sono certo che, se richiesto di un parere sul tema, Kelsen avrebbe riconosciuto una contraddizione etica intrinseca nel suo pensiero.
Nel caso della vicenda garlaschese, la giustizia deve riconoscere stati di colpevolezza e di innocenza, secondo prove e indizi gravi, precisi e concordanti (cf. art. 192 del Codice di Procedura penale).
I VERI MOSTRI, TRA CUI GLI OPINIONISTI, O DEL RIDICOLO UMANO
Per anni gli imbroglioni della vicenda di Garlasco hanno considerato un mostro il dottor Alberto Stasi. Di seguito, senza far nomi, ma chiunque conosca un po’ la vicenda riconoscerà le persone dietro le mie brevi descrizioni che saranno costituite da sintagmi e brevissime espressioni tipo: sé dicente psicologa in rosso. Andiamo avanti: a) avvocati senz’arte né parte; b) genetisti voltagabbana; c) giornalisti omofobi e razzisti, mistificatori; d) conduttori televisivi malati di becero amichettismo; e) opinionisti senza patria deontologica; f) magistrati senza coscienza morale; g) polizia infedele; h) famiglie tristamente manipolate.
NORDIO: UN MINISTRO DELUDENTE E UN AUSPICIO
Conosco il dottor Carlo Nordio da quando era Procuratore della Repubblica a Venezia e processava la colonna friulano-veneta delle Brigate Rosse per il rapimento e l’omicidio dell’ingegner Giuseppe Taliercio e per il rapimento del generale James Lee Dozier. Lo ho seguito successivamente anche come editorialista del Gazzettino, il quotidiano del Veneto. Stimavo il suo equilibrio garantista da liberale classico, mostrato nella giurisdizione e confermato nel mondo dell’informazione.
Come Ministro della giustizia invece mi ha deluso, profondamente. Mi ha deluso soprattutto per come non sta riuscendo a completare una seria riforma della Giustizia, iniziata dal valoroso ministro socialista professor Giuliano Vassalli e proseguita dalla professoressa Marta Cartabia. Avrebbe potuto mediare sulla riforma che ha portato a sbattere il Governo sui Si e sui No, ma non l’ha fatto, conducendo una campagna referendaria sgangherata e perdente.
Ora, disponendo ancora di una decina di mesi di incarico, potrebbe almeno risolvere il garbuglio che la vicenda di Garlasco ha mostrato al mondo: il fatto che un cittadino italiano (il dottor Alberto Stasi), assolto due volte dall’accusa di avere ucciso (trucidato) una giovane cittadina italiana (la dottoressa Chiara Poggi), è stato poi condannato da una sentenza di cassazione del tutto priva di supporti probatori “oltre ogni ragionevole dubbio”. Che almeno, dopo questo governo e dopo la vicenda garlaschese non vi siano più altri casi “Stasi”, dove vi sono gatti circolanti sulla scena del delitto, carabinieri infedeli e magistrati superficiali, operatori dei media e opinionisti, e tanti altri già presenti in precedenti tristissimi elenchi, i quali tutti hanno dato inizio alla tragedia post delitto, che solamente in questi mesi si sta risolvendo con giustizia, analogamente al caso “Tortora”, o, per altri aspetti, al caso “Zuncheddu” che ha fatto 32 anni di carcere, da innocente.
Non più altri condannati non-“oltre-ogni-ragionevole-dubbio” – certamente – ma condannati nel giusto processo per-avere-commesso-il-crimine, secondo una giustizia e un giudizio morale veridico sugli atti umani liberamente compiuti, nel bene o nel male.
Tra i commenti giuntimi in privato, riporto una frase della mia amica Silvia: “Sempio è malato nell’anima. Fai bene a coinvolgere il Vescovo” (glielo avevo detto).
Post correlati
0 Comments