Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

“Noi esseri umani siamo (come) una spugna dentro l’acqua corrente”, mi scrive l’amico Romeo. L’acqua corrente principale per me sono stati Luigia e Pietro, mia madre e mio padre. E anche altri e altre nel tempo… (la “none Catine”, nonna Caterina, il maestro dalla terza alla quinta elementare Costantino, il parroco di Rivignano don Aurelio, la professoressa di greco del ginnasio liceo Stellini, Gioietta, il caro padre Giuseppe da Bologna, domenicano…). Una meraviglia, se paragono questa “mia acqua” a quella che scorre copiosa a Garlasco o a Rimini o in molti altri “altrove”, in questi ultimi tempi

(PROSSIMAMENTE: “Gatti veri e altri “animali” (senza offesa per gli animali-non-umani) di Garlasco, ovvero psicologia e psicologismi, antropologie varie, scienze e giornalismo, filosofia e ragion etica: presenze e assenze nell’infame e notissimo caso“)

LA METAFORA

La metafora è una delle più importanti strutture retoriche della poesia, se non la più importante, e a volte “dà una mano” stilistico-formale anche al linguaggio filosofico e ai più vari modelli narrativi.

La metafora “dell’acqua e della spugna” del titolo è un poetico dono del mio amico Romeo, valoroso art and creative director e ghost writer.

La professoressa Bice Mortara Garavelli, illustre linguista e glottologa, di cui consiglio l’utilizzo del manuale di grammatica scrive: “La metafora è un traslato dal significato proprio di un significante, la parola, a un altro significato” (mia parafrasi).

L’acqua che scorre è l’ambiente e il tempo cronologico nel quale vivono le persone, le quali sono spugne continuamente assorbenti le molecole composte da H₂O. Se l’acqua è buona le spugne ne godranno vivendo meglio, al contrario, soffriranno e decadranno. Io so di essere stato (e di essere ancora) una spugna che sta nell’acqua corrente. Una buona acqua, fin dall’inizio, fin dalla mia nascita da Pietro e da Luigia, io sperando di essere un’acqua abbastanza buona per la spugna che mi segue nel tempo, Beatrice, mia figlia. Che nuota, grazieadio, anche in acque lontane (da me). E questo è gran bene.

LUIGIA – LUISA (O DELLA PRIMA ACQUA)

Luigia era mia madre. Una donna semplice ma non sempliciotta. Lo avrebbe mostrato già come piccola governante del colonnello savoiardo Torquato Vanzi (un “prode” si vantava di essere lui), imparando rapidamente l’idioma torinese e perfino il francese che parlavano i colleghi del militare quando venivano a trovarlo. Quinta elementare fatta con il Signor Maestro De Colle, a dodici anni già in filanda a Palmanova a spaccarsi le mani con i bozzoli del filugello, i cavalêirs, come si dice in friulano, i “cavalieri” che stanno sulle foglie del gelso. In Friuli l’attività del baco da seta era diffusa in ogni borgata e in quasi ogni famiglia del popolo. Vivere fuori casa non era semplice. Mamma Caterina, la mia leggendaria none Catine, lavora per la casa delle suore e nelle famiglie, perché Dante non era continuamente attivo. Il nonu Dante era stato per cinque anni in Argentina, tra la nascita di Luigia nel 1922 e la nascita di Maria nel ’28.

Anna e Antonio, gemelli eterozigoti sarebbero nati l’anno dopo. La primogenita, Teresa, era nata nel 1920, dopo che Irma, del ’19, era morta piccolissima. In quegli anni una famiglia popolare friulana aveva mediamente quattro cinque figli.

Dante era un “ragazzo del ’94” e aveva fatto la Grande Guerra nella Battaglia del Solstizio nell’estate del 1918 e poi sul Piave e a Vittorio Veneto a fine ottobre. Lo ritroveremo più avanti. Uomo di vaghi racconti di guerra e dalla scrittura calligrafica. Terza elementare.

A quattordici anni, Luigia, che alcuni chiamavano Luisa (è lo stesso nome) era andata a Torino. Le suore della Carità di san Vincenzo de’ Paoli le avevano trovato un lavoro da un millitare di carriera in pensione. Il colonnello di cavalleria, veterano delle guerre africane di fine Ottocento (parlando della sconfitta di Adua del 1896, racconta mamma Luigia, piangeva sempre) e della Guerra di Libia del 1911, Torquato Vanzi, gentiluomo toscano. Si era pensionato come professore alla Scuola di Cavalleria di Pinerolo, una delle migliori d’Europa.

Il colonnello le aveva anche presentato un sergente, già suo subalterno, il signor Amos, perché lo riteneva adeguato alla sua “bimba che mi fa compagnia”, così presentava la giovanetta ai visitatori. A Luigia il sergente Amos non piaceva, perché non ne gradiva il nome e perché aveva – per lei – ridicoli baffetti neri. Avesse accettato l’offerta non sarei mai nato, né Bea sarebbe venuta al mondo.

Luigia stette a Torino, in corso Francia, il più lungo della città, nove chilometri orientati verso la grande patria precedente, per sette anni.

I reumatismi le erano sopravvenuti dopo gli anni in filanda e di lavori domestici, quando era ancora una bambina.

La Seconda Guerra mondiale termina che lei è tornata al paesello e incontra Pietro, che ha sette anni di più. Gran lavoratore, bersagliere nella guerra di Grecia. Sopravissuto alla battaglia di Konijc sotto il bieco generale Pirzio Biroli. Una sera aveva dovuto difendersi da un agguato e aveva ucciso l’aggressore con la baionetta inastata. Me lo raccontò tristissimo quando avevo già compiuto vent’anni: “…êri iò a cjase so“, mi aveva spiegato “che era lui a casa del partigiano jugoslavo”.

Antonio è il primo, nasce e muore a due mesi nel 1950 per una difettosità cardiologica che oggi sarebbe stata quasi un’inezia. Renato nel 1952. Sono io. Maria Caterina, detta Marina (crasi di convenienza tra i nomi delle due nonne Maria e Caterina) nasce nel 1954. La crescita dei due figli, Renato che “fa tutto”, Marina che è un po’ sfortunata di salute, ma ha coraggio di vivere. Con il marito, un burbero uomo del contado veneto lavoratore, è andata a prendere Marcela, alla Fine del Mondo.

Luigia accoglie anche i parenti per le vacanze estive, da Milano e da Lausanne. Lucilla la chiamava zia Luisa. Pietro verso i ’60 deve emigrare stagionalmente nelle Germanie (in Friuli si parla popolarmente di “Germanie” al plurale). Lei, e anche mio padre, mai, mai in ferie. Gli operai fanno le ferie solo da pochi decenni.

Nel 1966 alluvione: il Tagliamento esce dagli argini e migliaia di persone sfollano verso i paesi vicini. Luigia assiste anziani e ai diabetici pratica le iniezioni di insulina, senza chiedere nulla. Come sempre ha fatto. Muore nel 2000 in ospedale aspettandomi, di ritorno da una trasferta per lavoro. Ricordo il veloce stordente rientro da Formia, dove avevo svolto dei seminari per i preposti di una multinazionale franco-finlandese. Aveva una fede discreta e scrupolosa, forse troppo. Glielo rimproverava un po’ perfino suor Luisa.

La mamma mi ha trattato come un “Gesù bambino” redivivo e unico, che mi ha reso quello che sono anche nei difetti. Lei e papà mi hanno portato fino al diploma di maturità classica: per il tempo e le condizioni, inaudito! Parenti e compaesani si chiedevano come mai Renato fosse andato “ta la scuele dai siôrs”, nella scuola dei ricchi. Da lì in poi…

PIETRO (O DELLA SECONDA ACQUA)

Pietro era mio padre. Nasce da Antonio, quello degli scarponcini del re Vittorio nel giugno del 1915, e da Maria, che cantava, neanche un filo grigio alla morte, sulla testa. Andava al cine e tabaccava. Non si prendeva con mia madre, ma quando sentì vicino la fine, e aveva le tre figlie accanto, Enrica, Anna e Germana, chiamò Luigia dicendole: “Anin chi, che a tu sês me fie ancje tu” (Friul.: avvicinati, che anche tu sei mia figlia).

Quinta elementare con il Signor Maestro Polizzi, meridionale occhialuto e severo, Pietro, un bambino bravo, cresce robusto, ma senza un vero mestiere. Operaio per sempre, nel cuore e nei muscoli. La guerra da bersagliere, l’episodio del Lago Konijc dove uccise all’arma bianca un partigiano.

Aveva tre sorelle, Pietro: la Enrica che andò a marito nel paese vicino a un possidente e divenne “nobildonna Gattolini”. Con il “signor Zio” (così dovevo chiamarlo) Massimiliano, ebbe Cesare, Lucina e Cornelia. L’ultimo della schiatta, omonimo del nonno è stato eletto sindaco del paese della famiglia, Varmo.

Poi c’era Anna, che con l’Aldo Morlacchi, fabbro socialista e loggionista scaligero hanno avuto la Lucilla, mia cugina, famosa e grande attrice di prosa.

Germana andò invece sui laghi “a servire”. Si diceva così. Sposò un signore divorziato, Monsieur Jean, che d’estate amava capitare a Rivignano da solo, per insidiare mia madre.

Zia Enrica, che pure teneva alle differenze di classe, lei diventata quasi aristocratica, mi pagò dei corsi di solfeggio e di canto, doti che coltivai in chiesa e nelle feste paesane. Voleva bene a me come ai suoi figli, diceva.

La Germania il suo destino per quindici lunghe stagioni, da marzo a fine novembre. Partiva con due torpedoni di uomini del Friuli che cercava e ingaggiava lui, facendosi dare cento lire per la raccomandata da spedire alla ditta con il contratto firmato. Westerwaldbrüche (Assia), cioè Ponte di legno occidentale. A spaccare pietre per i pölder dell’Olanda che strappava la terra all’Oceano. Faceva parte di quei contratti che la Democrazia Cristiana di Fanfani aveva stipulato con Konrad Adenauer per la ricostruzione delle due Nazioni distrutte dalla guerra nazifascista.

Questo spiega la ragione per cui per me il lavoro è qualcosa di sacro, e me ne occupo da sempre, anche per chi ne ha bisogno.

Colà Pietro lasciò una parte della sua salute e la sua memoria di uomo mite e forte. Depressione e cure di una violenza tipica, al tempo. Di fede silente e pratica, Pietro, l’uomo più buono che ho conosciuto.

Manca a settembre del 1991.

Le storie di Luigia e di Pietro, immagini ed esempi per me.

L’ALTRA ACQUA

Altri e altre nel tempo… (la none Catine, che mi ha insegnato la morale, il maestro Costantino, che mi ha appassionato alla storia, il parroco don Aurelio, che mi faceva leggere in latino e greco, la docente di greco professoressa Gioietta, il caro padre Giuseppe, teologo e filosofo domenicano, con il quale ho avuto e ho scambi fondamentali, e qualche altro altra, non meno importanti, che non cito (non sono moltissimi, forse una decina), anche se so che chi di loro leggerà questo passo si ritroverà nella mia vita, a partire da chi mi sta vicino…).

Onestà, rispetto, impegno, con tutti i miei limiti e difetti sono stati i valori che mi hanno reso quello che sono.

Noi esseri umani siamo (come) una spugna dentro l’acqua corrente, che, come insegnano Tommaso d’Aquino ed Emanuele Severino, specialmente tramite l’amico padre Giuseppe Barzaghi, eternamente scorre nella mente di Dio o, latinamente: ex parte Dei vel sub specie aeternitatis.

Post correlati

0 Comments

Leave a Reply

XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>