Chi era Ippocrate di Kos? Chi è e come è il medico dottor tal-dei-tali? Il medico deve essere “buono” o “bravo”? La domanda mi è stata rivolta da uno di loro, il dottore D., che mi ha fatto interrogare su un’alternativa un po’… manichea (?), conoscendone già, ne sono sicuro, la retorica risposta
I TITOLI DEI PROSSIMI DOMENICALI:
17 Maggio 2026) Il blasfemo sacrilegio di Garlasco: turpitudine, crudeltà, abiezione umane: a) l’orribile vicenda del 13 agosto 2007: una ragazza massacrata a casa sua, la dottoressa Chiara Poggi; b) un innocente in carcere da quasi 11 anni, già unico indagato fin dai tristissimi fatti del 2007, che è il dottor Alberto Stasi; c) un predatore assassino colpevole, libero da 19 anni, chi è?, è forse l’attuale indagato oramai imputato?
24 Maggio 2026) “Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato la metà che era rimasta, non quella che era andata persa” (disse Alex Zanardi dopo l’incidente al Lausitzring del 1 maggio 1999): tre vite per una vita;
(NOTA DI LETTURA: da profano nelle arti mediche mi sono documentato per quanto possibile su vari testi affidabili presenti sul web e su testi di storia della scienza. La ragion per cui ho inserito anche una brevissima e parzialissima storia della medicina è autobiografico, che non ho mai raccontato ad alcuno, né scritto nemmeno nel post di coming out intitolato “Un soldato”, presente su questo sito da un paio di mesi: siccome fin da piccolo il mièdi, cioè il “dottore”, era quel signore che mi faceva stare meglio facendomi anche qualche volta male con le “punture” e i punti che mi somministrava dopo le mie non rare evoluzioni da bambino curioso mai fermo, che sbatteva e si feriva ovunque, mi affascinava con ciò che sapeva fare e mi veniva voglia di imitarlo… ma dopo il liceo classico, che già era stato un salto sociale inaudito per la mia famiglia, non potevo osare di chiedere di “fare medicina”, per cui l’approdo a scienze politiche fu atto di puro realismo; si trattava di una facoltà che consentiva una frequenza non obbligatoria. Mi laureai in tempi biblici, perché dovevo mantenermi con il lavoro. I successivi severi studi filosofici e teologici sono potuti essere condotti solo quando ero oramai un giovane uomo quasi… benestante. Chissà che medico sarei stato se avessi studiato medicina, un buono o cattivo medico? Forse uno psichiatra? Ecco: probabile, perché è la specializzazione più prossima alle mie competenze filosofico-antropologiche, morali e teologiche. Ecco dunque la seconda ragione per cui ho scritto un domenicale di questo genere, mentre la prima è quella indicata nel titolo. rp)
IPPOCRATE DI KOS È IL PUNTO DI INIZIO DELLA MEDICINA OCCIDENTALE
Ippocrate di Kos (V-IV sec. a. C.) è ritenuto dagli studiosi di storia della scienza l’iniziatore della medicina “scientifica” occidentale. Modificò l’approccio alla cura degli esseri umani, distinguendo la medicina dalla superstizione, e proponendo l’osservazione clinica (dei sintomi di malattia) soprattutto attraverso l’equilibrio dei fluidi corporei, il sangue in primis, che erano alla base del suo tipo di diagnosi. Questo modello in seguito è stato superato dallo sviluppo delle scienze biologiche, mediche e soprattutto, molto più recentemente, dalla genetica.
Autore del famoso Giuramento, tuttora utilizzato al momento della proclamazione del medico laureato, il pensiero di Ippocrate è raccolto nel Corpus Hippocraticum.

LA FILOSOFIA GRECA COME MADRE DELLA SCIENZA, DA ARISTOTELE AD IPPOCRATE E GALENO
Ippocrate di Kos, piccola isola della Jonia, a pochi chilometri dalle coste della Turchia, in greco antico Ἱπποκράτης, Hippokrátēs; nato nel 460 ca, morto a Larissa nel 377, è stato un medico, geografo e aforista filosofo greco antico.
Egli rivoluzionò il concetto di medicina, tradizionalmente associata con la teurgia. La teurgia (dal greco theourghía, “opera divina”) nel mondo antico era una pratica spirituale e magica, sviluppatasi nel periodo tardo ellenistico (II-III secc. d. C), volta a instaurare un rapporto diretto con il divino per purificare l’anima. La teurgia era diversa dalla comune magia, poiché mirava all’elevazione spirituale, non alla manipolazione della psiche altrui.
Ebbe il merito di cominciare a fornire una struttura alla medicina clinica, riassumendo le conoscenze precedenti, soprattutto nella descrizione che ne fa il citato Corpus Hippocraticum.
Questo testo è ovviamente abbastanza confuso per come si stratificavano i testi antichi, una sorta di centòne, una specie di miscellanea da cui però si evince il tipo di “medico” che voleva essere Ippocrate. Un aspetto certo e comunque importante è che l’humus, la temperie del compendio è collegato a forme di esoterismo confinanti con aspetti del sacro, del misterico e del religioso, non adeguato a qualsiasi lettore, come è in ogni forma di esoterismo. Nei Prolegomeni del Corpus si possono leggere frasi come le seguenti: “Le cose sacre non devono essere insegnate che alle persone pure; è un sacrilegio comunicarle ai profani prima di averli iniziati ai misteri della scienza.”
Uno dei fondamenti della medicina ippocratica è il principio νόσων φύσεις ἰητροί (pron. nòsōn phýseis iētròi), chiamato in seguito – nella traduzione latina – da Galeno, vis medicatrix naturae, cioè “forza curatrice naturale”, per la quale il corpo umano è animato da una forza vitale tendente per natura a riequilibrare le disarmonie apportatrici di patologie. Secondo questa visione, la malattia e la salute di una persona dipendono da circostanze insite nella persona stessa, non da agenti esterni o da superiori interventi divini; la guarigione pertanto sarà possibile solo se ci si limiterà a stimolare questa forza innata, non nel sostituirsi a essa, in base al motto: “la natura è il medico delle malattie (…) il medico deve solo seguirne gli insegnamenti“.
La teoria di Ippocrate era essenzialmente quella degli “umori”, sangue, bile gialla, bile nera, flegma, da cui dipenderebbero i temperamenti caratteriali, oggi diremmo la “struttura di personalità”, rispettivamente il sanguigno, il collerico, il melanconico e il flemmatico, che sono stati a quel tempo una specie di psicologemi fisici riduzionisti, comunque ritenuti validi fino a pochi secoli fa e forse in parte in qualche ambiente, ancora oggi.
I quattro umori condurrebbero alla salute, denominata eucrasia, se sono in equilibrio, o alla malattia, la discrasia, nel caso opposto. La teoria è espressa più chiaramente nel De Natura hominis del discepolo di Ippocrate, Polibo.
Oltre alla dottrina degli umori a Ippocrate si deve l’importanza del concetto di dieta e di alimentazione, oltre alla considerazione pratica di una certa “chirurgia” correlata alla medicina, ad esempio mediante purghe, salassi e amputazioni.
Ancor’oggi alcune malattie portano il suo nome, come le dita ippocratiche, o a bacchetta di tamburo, e la facies ippocratica, tipica delle condizioni di sofferenza e indebolimento.
Non essendovi, ai tempi, alcun vincolo normativo giuridico-legale, la ricerca medica, con i concetti e i mezzi disponibili si sviluppò senza limiti esterni. In contemporanea, anche per l’influsso della preminente filosofia, che era il meta-sapere cui tutti gli uomini di scienza si riferivano, si cominciava a insistere sugli aspetti morali dell’arte medica, sottolineando che il medico stesso dovesse non solo mostrarsi un uomo virtuoso, ma esserlo nei fatti, con una vita sobria e morigerata, capace di ascolto e di soccorso, soprattutto verso le persone più bisognose. Con i pazienti il medico doveva avere un rapporto di sincerità e lealtà, concetti che sono stati ripresi nel testo del famoso “Giuramento” omonimo. In definitiva, il medico era responsabile del suo sapere, manifestando impegno a favore della vita senza trascurare di mostrare il proprio limite, con rettitudine morale, nella cura del segreto professionale.
LA RIVOLUZIONE FILOSOFICO-SCIENTIFICA DEI XV-XVI-XCII SECC.
Nei secoli XV-XVI-XVII il sapere umano (occidentale) ebbe una evoluzione straordinaria, che iniziò dalla separazione epistemologica tra saperi filosofici, e soprattutto teologici, e scienze fisiche (al tempo non si usavano ancora termini come biologia, metereologia, geologia, etc. dove il lemma era composto da una prima radice greca riferita a un determinato e specifico ambito conoscitivo, tipo bios, che vuol dire “vita” e una seconda radice, sempre in greco antico, che era costantemente legata alla prima, logìa, cioè discorso. Pertanto: bio-logia uguale discorso-sulla-vita). Le definzioni ippocratee errano ancora ampiamente in uso, soprattutto a partire dalla classificazione dei quattro “umori” e dei rispettivi “temperamenti” (cf. supra).
ALCUNE TRA LE PRINCIPALI SCOPERTE SUCCESSIVE
Ancora nel XVIII secolo, siccome allora non si davano le odierne distinzioni scientifiche e accademiche specialistiche, per cui non vi erano gli psich-iatri, cioè i medici della psiche (psyché uguale anima–mente e iatròs uguale medico), né tantomeno gli psico–logi (quelli che fanno il discorso sulla mente), specialità riservata ai filosofi (peraltro in Italia la prima autonomizzazione accademica delle scienze psicologiche dalla filosofia risale al secondo dopoguerra negli anni ’60, con l’istituzione della Facoltà di Psicologia di Padova), i medici valutavano i caratteri umani distinguendoli ancora in quattro tipologie risalenti alle teorie degli umori e dei temperamenti dei tempi classici ippocratei, che ripeto: a) flemmatico, cioè quello che prende tutte le cose con calma olimpica, b) nervoso–melanconico, cioè colui che vive le cose in una interiorità accesa anche se non sempre espressa, c) collerico, cioè chi si infiamma facilmente potendo manifetare anche aggredendo fisicamente i suoi sentimenti e d) sanguigno, vale a dire colui che sente profondamente le cose e vi partecipa con passione. I quattro “caratteri” potevano essere anche considerati correlati o intrecciati: ad esempio, un sanguigno avrebbe potuto anche sfociare nel collerico, così pure un nervoso.
Oggi sappiamo che il sangue scorre attraverso arterie, vene, capillari e che tramite un circolo chiuso ritorna al cuore. Fino alla fine del 1500, invece, si riteneva che il sangue fosse generato nel fegato. La scoperta del sistema circolatorio risale al 1628 e rappresenta ancora oggi l’avvenimento più importante nel mondo della fisiologia, grazie al medico inglese William Harvey.
Michele Riva, ricercatore in Storia della Medicina all’Università degli Studi di Milano Bicocca, spiega quanto il contesto in cui visse Harvey fu importante per i suoi studi: “Riuscì a compiere la scoperta della circolazione sanguigna grazie al periodo storico: nel 1600 il mondo scientifico era intriso della nuova metodologia sperimentale introdotta da Galileo Galilei, che può essere definito uno dei padri di questa scoperta. Non è un caso che Harvey andò a studiare all’università di Padova, considerata all’epoca come ‘l’Harvard europea’, dove aveva insegnato Galileo”… “Fino a quel momento vigeva ancora un modello di fisiologia dell’organismo basato su quello di Galeno, che nel II secolo d.C. aveva individuato un sistema di funzionamento umano secondo il quale il sangue aveva origine nel fegato e dal fegato arrivava nell’atrio e nel ventricolo destro del cuore, prima di evaporare e trasformarsi in pneuma, il principio vitale. Questo sistema non reggeva più perché era diventato evidente che sia le vene che le arterie contenevano sangue”.
Si iniziò così a capire che al loro interno non scorreva il pneuma, come sosteneva Galeno. Nessuno studioso aveva avuto il coraggio di contestarlo, finché non lo fece Galileo con il metodo scientifico. Prima di Harvey altri medici italiani ed europei misero in dubbio l’idea che la produzione del sangue avvenisse a livello del fegato e che il sangue scorresse solo nelle vene, mancavano però pubblicazioni scientifiche. “Il primo fu Harvey – racconta Riva – che dopo gli studi a Padova ritornò a Londra in un ambiente più aperto rispetto al mondo italiano”.
Quella di Padova era un’università molto frequentata da studenti inglesi di Medicina: “Nel periodo della Controriforma non tutte le università cattoliche permettevano la frequenza di studenti che non professavano la religione cattolica. Padova sì, perché si trovava sotto la Repubblica Veneta che in quegli anni era in contrasto anche dal punto di vista dottrinale con la chiesa di Roma. Rispetto a università come quelle di Parigi o di Bruxelles, per un europeo era più facile studiare a Padova”.
Pochi anni prima, anche il medico spagnolo Michele Serveto aveva sostenuto che il sangue circolasse all’interno del corpo e che quello sanguigno fosse un sistema circolatorio: ma proprio per questa sua affermazione fu considerato “eretico” nella Ginevra calvinista e bruciato sul rogo. “Persino il Cristianesimo protestante aveva paura della concezione del sangue all’interno di un sistema circolatorio, perché significava contestare un’autorità come Galeno, le cui affermazioni sono rimaste un dogma per quattordici secoli”, ricorda Riva. Fino al contributo rivoluzionario e coraggioso di Harvey, che nonostante la punizione di Serveto continuò gli esperimenti sulla circolazione. Una precisazione è però doverosa, sottolinea il professore: “Harvey era sostenuto da Carlo I, che ha dimostrato come la politica dovesse sostenere la scienza senza paura. Va detto che se Harvey fosse stato italiano non avrebbe pubblicato la sua opera”.
D’altro canto, fu proprio all’università di Padova che Harvey apprese che la medicina si studiava tramite esperimenti. Rientrato in Inghilterra, grazie ai finanziamenti del re Carlo I (di cui conosciamo la triste fine sul ceppo), il medico inglese ebbe la possibilità di poterli portare a termine e pubblicare i risultati nel 1628 all’interno dell’opera Exercitatio anatomica de motu cordis et sanguinis in animalium. Riva spiega che proprio nelle parole “exercitatio anatomica” risiede il concetto della “sperimentazione”: “Harvey aveva capito che il sangue scorreva dalle arterie alle vene e arrivava in periferia e poi fino al cuore, ma mancava un tassello finale: la scoperta dei capillari. Il circuito di Harvey era un circuito aperto, che dal punto di vista idraulico non poteva funzionare”. Sarà il medico bolognese Marcello Malpighi a individuare l’esistenza dei capillari: “La scoperta di Harvey è fondamentale per la storia della medicina – spiega il professore di storia della medicina – ma non si può ritenere completa senza il contributo di Malpighi”.
“La scoperta di Harvey è importantissima nella storia della Medicina perché insegna il metodo sperimentale. È la prima grande scoperta ottenuta con il metodo sperimentale di Galileo”, afferma Riva. La medicina procede grazie alla sperimentazione: non sempre però si hanno a disposizione tutti gli strumenti per arrivare alla conclusione finale. “Harvey svolse un esperimento corretto, ma non poté arrivare alla scoperta dei capillari perché mancava uno strumento decisivo: il microscopio. Lo fece Malpighi 50 anni dopo”. Per fare un parallelismo attuale, oggi ci poniamo di fronte alla pandemia degli scorsi anni come nel 1600 osservavano la circolazione sanguigna, ricorda Riva: “Ogni giorno impariamo qualcosa del coronavirus, ma non abbiamo ancora a disposizione tutti gli strumenti per conoscerlo in ogni suo aspetto. Magari ci servirà ancora qualche anno, come Malpighi insegna”.
LA FECONDAZIONE NEI MAMMIFERI
La scoperta del ruolo dei gameti (spermatozoo maschile e ovulo femminile) nella fecondazione umana e dei mammiferi è stata un processo scientifico lungo secoli, culminato solo nella seconda metà del XIX secolo con la comprensione che la vita ha inizio dalla fusione fisica di queste due cellule. La scoperta degli Spermatozoi risale al 1677, e fu di Antonie van Leeuwenhoek, olandese. Nel 1677, utilizzando microscopi di sua invenzione, il naturalista olandese osservò per la prima volta i “microscopici animaletti” nel seme maschile, chiamandoli animalcula, una teoria parziale del funzionamento della fecondazione.
La scoperta dell’Ovulo Mammifero risale al 1827 per merito dell’embriologo estone-tedesco Karl Ernst von Baer, che lo individò nei… cani. L’ovulo esisteva non solo nei rettili, negli anfibi, nei pesci e negli uccelli, ma anche nei mammiferi. Da notare anche le successive scoperte sull’argomento di Lazzaro Spallanzani e di Oscar Hertwig, che scopprì finalmente la fusione del nucleo dello spermatozoo con il nucleo dell’ovulo. Hertwig confermò che la fecondazione è l’unione di due cellule aploidi (gameti) per formare una cellula diploide (zigote), portando alla comprensione definitiva del meccanismo in tutti i mammiferi, inclusi gli umani. Evito di impancarmi – da incompetente – in relazioni di funzioni già note ai più, come quelle scoperte più recentemente dalla scienza genetica, cioè dei corredi genetici maschili e femminili, etc.
Si pensi solo a quanto sono importanti, anzi decisivi, i dati genetici nelle indagini criminologiche, al punto da poter recuperare la verità, discolpando innocenti e incriminando i veri colpevoli. I miei lettori sanno che cosa ho in testa in questo caso e momento: l’aplotipo Y patrilineare di Andrea sempio (cf. delitto di Garlasco del 13 agosto 2007, in cui fu massacrata la dottoressa Chiara Poggi, ne parlerò domenica prossima). Questo elemento, assieme a diversi altri stanno incriminando il su citato, mentre hanno già scagionato il dottor Alberto Stasi, che ha già fatto quasi 11 anni di carcere da innocente. Lo scrivo senza tema di smentita, sulla base di documentazioni probatorie a disposizione di qualsiasi cittadino italiano, nel nome del quale si emettono le sentenze in Italia.
LA SCOPERTA DI VIRUS E BATTERI; LA PENICILLINA, GLI ANTIBIOTICI, ETC.
La scoperta di batteri, virus e lo sviluppo degli antibiotici, in particolare la penicillina, sono una delle maggiori rivoluzioni nella storia della medicina, cambiando per sempre il modo di curare le malattie infettive.
I batteri sono stati i primi microrganismi ad essere osservati, grazie allo sviluppo del microscopio, proprio dal naturalista olandese Antonie van Leeuwenhoek nel 1676, che li definì “animalcules”, attraverso microscopi di sua costruzione. In seguito Louis Pasteur (metà XIX secolo): dimostrò che i germi esistono, possono causare malattie e sono responsabili dei processi di fermentazione. Pasteur, che visse anche un periodo a Cervignano del Friuli, fondò la microbiologia moderna. Robert Koch (1882): Identificò il bacillo della tubercolosi, confermando definitivamente la teoria germinale delle malattie (un batterio specifico causa una specifica malattia).
I virus sono molto più piccoli dei batteri e la loro identificazione fu possibile solo dopo l’invenzione di filtri speciali (filtri Chamberland-Pasteur) che trattenevano i batteri ma lasciavano passare agenti più piccoli. Dmitrij Ivanovskij (1892): Scoprì che la malattia del mosaico del tabacco era causata da un agente patogeno non batterico in grado di attraversare i filtri, un virus; Martinus Beijerinck (1898) definì questo agente “contagium vivum fluidum” (virus filtrabile), riconoscendo che si trattava di qualcosa di diverso dai batteri. Prima visualizzazione (1940): solo con l’avvento del microscopio elettronico è stato possibile vedere fisicamente i virus.
La scoperta della penicillina è uno dei casi di serendipity (scoperta fortuita) più famosi della scienza. Alexander Fleming (1928): lavorando nel suo laboratorio a Londra, Fleming tornò dalle vacanze e notò che una piastra di Petri con batteri stafilococchi era stata contaminata da una muffa (Penicillium notatum). Notò che intorno alla muffa i batteri erano stati distrutti. L’intuizione: Fleming capì che la muffa produceva una sostanza in grado di uccidere i batteri, che chiamò “penicillina”. Pubblicazione (1929): Fleming pubblicò i suoi studi, ma faticò a purificare la sostanza per uso umano.
La penicillina non fu immediatamente utilizzata su larga scala. Il suo sviluppo come farmaco avvenne successivamente. Howard Florey e Ernst Chain (anni ’30-’40): lavorando a Oxford, purificarono e stabilizzarono la penicillina, rendendola utilizzabile. Produzione di massa (1943): durante la Seconda Guerra Mondiale, la produzione industriale di penicillina salvò migliaia di soldati dalle infezioni. Nel 1945 Fleming, Florey e Chain ricevettero il premio Nobel per la medicina.
Sebbene Fleming sia riconosciuto per la scoperta scientifica, altri avevano notato il potere curativo delle muffe: Vincenzo Tiberio (1895). Il medico molisano descrisse il potere battericida di alcune muffe ben 30 anni prima di Fleming. Bartolomeo Gosio nel 1893 isolò l’acido micofenolico da una muffa, un altro precursore degli antibiotici. Oggi, l’uso indiscriminato degli antibiotici ha portato al fenomeno dell’antibiotico-resistenza, una sfida cruciale per la medicina moderna.
L’UMANITARISMO LAICO SOCIALISTA
L’evoluzione politica in senso democratico portò, non solo al rafforzamento della ricerca biologica e medica nelle università e negli ospedali, ma suggerì anche di investire somme ingenti negli ambitii del nascente welfare state, i cui prodromi contemporanei possono essere considerati a far data dal Cancellierato di Ottone di Bismarck nella Germania imperiale di fine Ottocento, che istituì, assieme alle pensioni, un primo timido sistema sanitario; un’altra data importante è il 1948 quando nel Regno Unito, il Ministro Lord Beveridge legificò per un sistema sanitario popolare semi gratuito. Negli USA furono i Presidenti Johnson nel 1965 con il Medicaid Act e Obama nel 2010 con il Patient Protection and Affordable Care Act (ACA) a occuparsi più di altri del tema. La nostra Italia dovette attendere il 1978 per un sistema sanitario erga omnes gratuito.
L’umanesimo laico si fonda sulla ferma convinzione che ciascun uomo debba e possa trovare in sé stesso le radici e la forza morale per migliorare la propria vita e quella di tutti. Si tratta di una visione comune ai chi propugna i principi democratici e a chi si sente più consentaneo a forme di socialismo gradualista e riformista, tant’è che il welfare costituisce proprio l’ossatura di una visione della politica di tal genere. Una visione capace di superare la dimensione sentimentale “buonista” e superficialmente caritatevole della filantropia tradizionale borghese di origine ottocentesca, pur meritevole di lode e di attenzione.
Questo tipo di umanesimo sottolinea piuttosto l’elemento antropologico, etico e politico dell’uguaglianza tra tutti gli esseri umani e quindi la razionalità di un comportamento solidale e collaborativo tra esseri in possesso di pari dignità. Questo porre la persona al centro dell’interesse collettivo di questa visione socio-politica e morale lo apparenta chiaramente all’umanesimo religioso e, nel nostro ambito, cristiano cattolico, ma anche riformato. Infine, solo per esemplificare una figura luminosa del solidarismo laico e socialista, ricordo la dottoressa Anna Kuliscioff, che era presente nella Milano di fine Ottocento, non solo come militante politica, compagna, prima di Andrea Costa e in seguito di Filippo Turati, ma soprattutto come medico delle classi (come si diceva), meno abbienti, la “dotòra dei poveri”.
L’UMANESIMO RELIGIOSO
L’umanesimo religioso cristiano è un movimento culturale, filosofico e teologico che considera l’uomo come assoluto centro di interesse, come dimostrazione di fede in Dio tramite la persona di Gesù Cristo. Non si differenza dall’umanesimo laico e socialista se non per l’integrazione dei medesimi valori umani con quelli della fede espressi soprattutto nei Vangeli. Per il cristiano Gesù Cristo è il modello dell’umanità vera, per cui l’amore al prossimo è condizione di veridicità per l’amore a Dio. Ragione e fede, in questo ambito, devono integrarsi come due elementi costitutivi dell’umano, sulle tracce di sant’Agostino, di Erasmo da Rotterdam e di papa Ratzinger, scelti tra molti altri. L’umanesimo cristiano si pone dunque come collante ulteriore delle relazioni umane, al di là delle divisioni ideologiche e politiche della vita pubblica, proponendo un approccio che mira a umanizzare il mondo attraverso la fede, riconoscendo in ogni uomo un valore inestimabile.
A fondamento dell’umanesimo cristiano cattolico, da considerare in tema sono le lettere encicliche dei papi, da Leone XIII con la Rerum Novarum del 1891, fino alla Fratelli tutti di papa Francesco del 2020.
IL NUOVO WELFARE SOCIO-SANITARIO
Il welfare socio-sanitario contemporaneo in Italia è in trasformazione, allo scopo di rispondere alle nuove sfide demografiche, sociali ed economiche superando il modello oramai tradizionale di Stato sociale. Oggi si sta cercando di costruire un modello più integrato, partecipativo e territoriale, spesso definito “welfare di comunità” o “welfare sussidiario”, dove pubblico, privato e terzo settore collaborano per il benessere del cittadino. I principali temi che la nuova cangiante realtà sta ponendo alla politica, alla pubblica amministrazione e alle professioni socio-sanitarie (medici, tecnici, ricercatori, docenti, infermieri, psicologi, sociologi e, si dovrebbero aggiungere, filosofi pratici, come già in qualche ASL si sta sperimentando nei Comitati etici e nei Gruppi di supporto), possono essere messi in fila: abbiamo un oggettivo invecchiamento della popolazione, che pone nuovi bisogni e riflessioni sulla sostenibilità finanziaria del sistema; un’idea che integra le strutture portanti della sanità è certamente quella denominata community care, che prevede un migliore investimento dei fondi destinati sul territorio, con, ad esempio, le case di comunità, e la stesura di budget più legati al concetto di salute non solo nel senso meramente medico-sanitario, ma anche relazionale e sociale; una altro tema è il welfare aziendale, che può dare una mano, sia da un punto di vista organizzativo, sia finanziario, con campagne di visite ad hoc a lavoratori e lavoratrici, con l’istituziione di palestre aziendali per i lavoratori, con l’investimento in benefit legati alla salute, ipotesi di lavoro in cui sono coinvolto in ragione delle mie attività e responsabilità.
In sostanza, accanto agli investimenti pubblici del sistema, può essere ora decisivo un passo verso una sorta di neo-mutualismo, che consideri il welfare come bene-comune, non solo come guarigione dalle patologie e assistenza. Di questo progetto fa parte una doverosa umanizzazione delle cure, senza pretendere di tornare al medico condotto che ti veniva in casa, si sedeva, prendeva il caffé o il bicchiere di vino, e parlava con tutti i membri della famiglia, conoscendo tutto di tutti e si permetteva di chiedere alla giovane sposa, senza tema di invadere la privacy: “Non sei ancora gravida?”
Vi è poi il grande tema etico, politico e sociale della denatalità, che non può essere risolto solo con misure socio-assistenziali, pure indispensabili, come gli asili nido, ma deve far parte di una discussione serena sul tipo di comunità che si vuole costruire, dove i nuclei familiari si sono differenziati nel tempo e ora sono fatti in modo diverso, sia da quello delle società contadine, sia da quello delle società industriali. Oggi si viaggia di più, ci si trasferisce, si sonoscono persone diverse, nuove culture, nuove lingue, si incontrano nuovi welfare e anche situazioni senza welfare. C’è molto da fare!
C’è il tema del fine-vita che pone problemi filosofico, esistenziali e morali tra i più difficili, dove può essere proprio la filosofia, assieme alla fede religiosa, se vissuta, a costituire il più importante ambito di conoscenza e di cultura applicata alla vita, in collaborazione con le scienze mediche e psicologiche.
LA MIA ESPERIENZA
Poche righe per dire che, dopo una vita sanissima senza alcol senza fumo e senza droghe, dopo una vita di studio di lavoro e di sport, a un certo punto un tumore ematologico mi ha messo alla prova. Oramai quasi nove anni fa. Sono qui che ne scrivo, con immensa gratitudine per i medici, donne prevalentemente, le ematologhe (R.) e la dottoressa curante (C.), e uomini (il miedi Aurelio c’al è muart zovin), che mi hanno curato e permesso di continuare a vivere, lavorando, studiando, avendo rapporti buoni con molte persone, vedendo crescere e autonomizzarsi mia figlia… ancora attivo per parlarne a studenti e nei convegni. Grazie a loro e a chi mi ha sopportato e supportato finora, e continua a farlo.
Con particolare affetto ricordo sempre il dottor G., ora dolente, colpito quasi da nemesica sorte, che tra tutti mi ha sempre manifestato il massimo di attenzione, affetto e rispetto. E ringrazio anche il caro dottor C., mio storico dentista, che sta attento, molto, alla preziosità degli organi con cui si mastica e ci si nutre.
IL MEDICO DEVE ESSER BUONO O BRAVO? I DUE CONCETTI SONO ALTERNATIVI?
La risposta a questa retorica domanda che mi ha rivolto il dottor D. è implicita nel capitoletto precedente: il medico deve essere buono di animo, perché un egoista non potrà mai essere un buon medico, e bravo per conoscenza scientifica e capacità pratiche. E’ tutto molto semplice: nella complessità dell’essere umano fisico e psichico-spirituale, nell’unicità di ciascuno di noi, nelle differenze di vita e di mestiere, nelle esperienze uniche di ognuno, il medico ha un ruolo particolare e più alto di molti altri ruoli, perché si occupa dell’altro nella sua dimensione essenziale, che è la vita.
Suggerisco di ricorrrere a un etimo ebraico per descrivere come deve essere il medico: il medico deve essere TOB (traslitterazione dall’Ebraico Tôb/Tov e indica bontà, bellezza etica ed estetica. Appare frequentemente nell’Antico Testamento in Genesi), che significa buono-in-quanto-bello. E’ il termine che lo scrittore biblico riporta per descrivere l’opera di Dio nella Creazione: “3 Dio disse: «Sia luce!» E luce fu. 4 Dio vide che la luce era buona. (in quanto bella)” (Genesi 1, 3-4 et ss.).
Aggiungo: il bello è anche la manifestazione esterna dell’essere delle cose, come insegnava Aristotele, l’estetica, nel senso di qualcosa-che-appare-alla-realtà.
Nientemeno che la realtà-vera della vita cosciente.
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