Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

“Padre”, “padrone”, “professore”, “prete”, “poliziotto”, le 5 P dell’autoritarismo che il ’68 ha smantellato, senza riuscire a costruire l’autorevolezza nell’autorità. A mio avviso, anche se potrebbe apparire paradossale, è una delle ragioni primève e occulte che hanno “generato” il ragazzino diciassettenne che qualche giorno fa voleva fare una strage a scuola in Italia, non in America, come accadde a Columbine e altrove. Scandaloso, apocalittico nel senso appropriato di “rivelativo” (più che di catastrofico, come erroneamente è invalso dire)? Oserei dire: la mia è una “provocazione”, termine pessimo di cui si abusa, per cui preferisco parlare di una “vocazione-pro”, rovesciandone l’etimologia radicale

(NOTA per le gentili lettrici e i cari lettori: contrariamente a quanto annunziato, il domenicale qui pubblicato anticipa di una settimana quello già previsto sul filosofo e sociologo tedesco Jürgen Habermas, recentemente scomparso)

padre, padrone, professore, prete, poliziotto, sono le “5 P” costitutive dell’autoritarismo che il ’68 ha smantellato, senza riuscire a sostituirlo con l’autorevolezza, nell’ambito dei processi socio-politici dell’autoritàche-esercita-un-potere. A mio avviso, una delle ragioni che hanno “generato” il ragazzino diciassettenne che voleva fare qualche giorno fa una strage a scuola, in Italia, imitando ciò che accadde a Columbine qualche decennio fa, e altrove, deriva da una certa “dimensione” socio-politica, culturale e storica (oramai) della Rivoluzione culturale del ’68.

Mi rendo conto di proporre un’affermazione forte, forse difficile da considerare, senz’altro spiazzante, per varie ragioni di carattere socio-politico, etico e perfino antropologico. Spiazzante, in particolare, per la cultura politica di sinistra, cui appartengo, anche se in modo assai diverso dai modi attuali, in generale. Mi ci proverò, addirittura cercando i prodromi filosofico-culturali di quella “rivoluzione”, il ’68 che, a mio parere, vanno fatti risalire addirittura ai XVII e XVIII secoli con un’altra rivoluzione, quella scientifico-filosofica che va ascritta principalmente a figure come Johannes Copernicus, Francis Bacon, Galileo Galilei, René Descartes e Baruch Spinoza.

Mezzo millennio fa l’Homo Occidentalis ha smesso (progressivamente) di collocare Dio al centro della propria vita, sostituendolo con sé stesso e con il “mondo”. Nientemeno. Ribaltando la gerarchia, dopo avere giustamente distinto il piano teologico-religioso da quello fattuale, economico, politico, civile (emblematica la frase che Galileo scrisse alla sua datrice di lavoro, la Duchessa Cristina di Lorena, perché Galileo era professore di matematica e di fisica all’Università di Pisa, e dunque dipendente dei/dai duchi di Lorena: “Gentilissima Nobile Signora, la Bibbia non insegna come vadia il cielo, ma come si vadia in cielo“), ha però secondo me commesso inconsapevolmente (per modo di dire) un errore grave, quello di avere fatto dell’io-umano pressoché un altro “assoluto” sostitutivo dell’Assoluto trascendente di Dio. La scienza ha sostituito la teologia anche in campi che non le spettavano, quasi “vendicandosi” di una teologia che aveva invaso i campi della scienza per un millennio e mezzo.

Eppure il professor Galilei era un ottimo cristiano cattolico praticante, così lo era don Giovanni Copernico, così anche il buon dottor Renato Cartesio, e similmente era religioso nel mondo ebraico della diaspora, anche se a modo suo, il buon Benedetto de Espinosa, seguace, stracapito e punito dai correligionari, fedele del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, di Mosé, il figlio di Ietro, e di Mosé Maimonide.

In seguito la centralità dell’uomo fattosi “dio” si accentua con l’Illuminismo (Locke, Hume, Berkeley, Diderot, Montesquieu, D’Alembert, Voltaire, Kant) e poi con l’idealismo germanico (Fichte, Schelling, Hegel… Marx, che era materialista, ma in modo assai… idealistico).

Attenzione, non sto spregiando il provvidenziale illuminismo sei-settecentesco, che ha svecchiato le società dell’àncien régime, cui siamo debitori delle maggiori positività della modernità contemporanea, come il parlamentarismo politico, la democrazia rappresentativa e lo stato di diritto: sto solo criticando una parte di ciò che la cultura filosofica degli ultimi cinquecento anni ha generato sotto il profilo antropologico: una progressiva esaltazione dell’io, contro un progressivo svilimento della nozione di realtà filosofica, abbandonata quasi del tutto alle scienze fisiche e biologiche, o a una filosofia circostanziale e meramente fenomenica (non fenomenologica, che a mio avviso ha le sue ragioni). Parlando domenica prossima di Habermas, proverò a riflettere sul tema ancora meglio.

Cerco qui di spiegarmi meglio: il recupero della centralità dell’uomo – contra Deum negatum – per rapporto con la natura è diventato negli ultimi due secoli la glorificazione dell‘io, che ha generato superomismi mal riposti (nazismo e fascismi vari) da un lato, e l’illusione tutta umana di poter riformare la struttura antropologica dell’uomo, eradicando il male con i soli mezzi della rivoluzione e della socializzazione dei mezzi di produzione (comunismi). La realtà, mi pare, è che l’uomo non può ergersi – come nuovo ma falso “Prometeo” – ad autore del suo proprio cambiamento radicale, valoriale, morale, perché ha bisogno di una costante misura di umiltà, virtù che non alberga in alcuni dei due lati dell’individualismo, quello proprio proprio delle destre, e quello camuffato delle sinistre estremiste. Faccio osservare che i dittatori sanguinari si assomigliano tutti (da Hitler-Stalin-Mao a Putin e a Kamenei). E di questi tempi anche qualche capo politico democraticamente eletto (Netaniahu e il germanoide Drumpf-Trump) assomiglia ai dittatori.

Qualche scuola neuro-psicologica ritiene che il tempo e l’esperienza modifichino in meglio la natura umana, sviluppando i lobi orbitofrontali (Pinker, 2010), e migliorandone così la moralità dei comportamenti e la dimensione attiva e proattiva di bene, di fare del bene, di agire bene, di rifuggire il male (bonum agendum est, itaque malum vitandum, come insegnava sant’Agostino).

Non so se Pinker e chi la pensa come lui possa avere ragione, ma so che l’ultimo secolo non ha dimostrato sostanzialmente che questo miglioramento sia in corso: basti pensare alla due Guerre mondiali occidentali del XX secolo, perché gli Orientali le chiamano in modo diverso e sono meno importanti che per noi. Ad esempio, per i Giapponesi è stata più importante la Guerra vittoriosa contro i Russi del 1904, di cui noi abbiamo a malapena notizia.

Gli “imperi” si sono sempre combattuti e si stanno tuttora combattendo senza quasi tregua, lasciando sul campo milioni di vittime e nessun vincitore, mentre nel frattempo l’uomo-individuo vive le sue stagioni dentro le culture e le storie (non la-Storia “grande”, che non esiste, in sé) che si è costruito.

Quella postsessantottina ha giustamente lottato e vinto contro l’autoritarismo, contro l’ipse dixit ereditato da uno spigolo teor-etico e pratico redivivo del Medioevo, ma ha rottamato anche ciò che la natura e le storie umane hanno sempre messo lì a gestire le cose umane: padre, padrone, prete, professore e poliziotto. Alla buonora!

Ma, retoricamente chiedo, è andato tutto bene? Proviamo a vedere.

Del padre. Vorrei chiedere a mia figlia Beatrice se e quanto vorrebbe che come padre fossi diverso da come sono, con i miei pregi e i miei difetti, questi e quelli riconoscibilissimi, ma terrò per me la sua risposta. Ove e quando me la dia.

Del prete. Vorrei chiedere se il “maranza” duramente rimproverato per la maleducazione dal mio amico don Angelo ce l’ha con lui per il rimprovero ricevuto, o se ci ha pensato su e si è un pochino pentito per il comportamento tenuto.

Del padrone. Vorrei chiedere a un dipendente di Edoardo (nome di imprenditore vero, che conosco bene) se ritiene che il suo “padrone” sia stato ingiusto con lui.

Del professore. Desiderei domandare a Isabel, figlia di mia nipote Marcela Alejandra, figliola del Chile e dell’Italia, che sta finendo il liceo scientifico, se ha qualche ragione per avercela su con il suo (o la sua) insegnante di matematica.

Del poliziotto. Vorrei chiedere al dottor Alberto Stasi, al quale auguro di poter presto tornare libero, se ce l’ha con il maresciallo Marchetto, che a suo tempo lo interrogò duramente, capendo solo in seguito che il ragazzo non c’entrava nulla con l’orrendo omicidio della fidanzata Chiara (che Dio la tenga nella Sua gloria). Se avrò questa occasione la coglierò con gratitudine.

Eliminando l’autoritarismo di questi cinque prepotenti, il ’68 ha liberato il mondo dal male?
Non è che ha fatto un po’ di confusione, dimenticando che i ruoli e le posizioni oggettive di questi cinque loschi figuri non sono facilmente eliminabili e sostituibili in base alla natura delle cose?

E’ evidente che ci sono stati e ci sono padri degeneri, violenti, ottusi e altro di peggio, ma…; è evidente che vi sono stati e vi sono ancora padroni sfruttatori e crudelmente egoisti (sto pensando al signor Lovato che ha portato a casa il lavoratore indiano e il suo braccio reciso a parte), ma…; è evidente che ci sono stati e ci sono ancora insegnanti poco preparati e pelandroni, ma…; è evidente che ci sono stati e ci sono ancora preti viziosi e ottusi, ma…; è evidente che vi sono stati poliziotti ignoranti, insensibili e violenti, ma…

Che cosa vuol dire l’iterata avversativa “ma?” Che i mali, i captivi (che sono, letteralmente, i prigionieri-del-male, in quanto da questo catturati), gli incapaci, i pelandroni, gli ottusi, i violenti, i profittatori, etc. fanno parte integrante della fauna umana di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Raccomando di interrogare per credere persone di ogni parte del mondo e di leggere scritti, cronache e racconti di ogni letteratura narrativa, sociologica, psicologica e sociologica, per documentarsi.

Si provi, inoltre, ad immaginare un “consorzio umano” (si diceva così una volta, vero?) senza quei cinque loschi figuri. Ebbene, il ’68 ha messo in questione la plausibilità della loro funzione e perfino della loro esistenza con surrogati del tipo: intelligenza artificiale per il professore, sette qualunque si voglia al posto del prete, abolizione delle forze dell’ordine e dell’esercito, perché non ci saranno (sarebbero) più crimini, internet, youtube et similia al posto del padre e, infine, autogestione anarco-socialisteggiante al posto del padrone.

La storia ha mostrato che tali soluzioni sono state un disastro. Implausibili perché a-umane. Non disumane, ma a-umane… e perfino dis-umane.

Ci sarebbero altre due “P” meritevoli di attenzione: “Politico” e “Poeta”. Ebbene, che cosa ha detto il ’68 a queste due categorie che ho trascurato? Mi pare che al poeta abbia dettato qualcosa (Allen Gingsberg et amici), ma al politico abbastanza poco: tant’é che dopo il ’68 il livello del persoale politico, a mio avviso, è addirittura calato, fino a diventare pessimo ai nostri tempi.

Ho esagerato nella critica al ’68? Forse sì, ma è per far pensare: che la natura umana non cambia, che ogni sviluppo umano costa fatica, che le tentazioni delle scorciatoie sono molte e pericolose, che la religione non può e non deve intortare l’intelligenza, che forse un padre anche difettoso è meglio che essere senza padre e, ancor di più, senza madre.

Chiarisco ancora: questa mia non è una requisitoria giudiziale contro il ’68, ma una riflessione con la quale cerco di inquadrare questo importantissimo momento culturale, per certi aspetti rivoluzionario, individuandone le fonti generatrici e i limiti – a mio avviso – oggettivi. Non denigrare e nemmeno glorificare il ’68 mi sembra l’esercizio più utile per apprezzarne il senso politico-culturale e storico.

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