Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

Il piccolo Domenico d’Italia, la medicina e la legge. E aggiornamenti molecolari di politica attuale

(NOTA per le gentili lettrici e lettori: tutte le informazioni di cronaca qui riportate sono note al pubblico, perché già trasmesse o riportate dai media nazionali e locali)

In una nazione dove, dai tempi degli optimates del generale Gneo Pompeo e dei populares del generale Caio Giulio Cesare, ci si è sempre divisi tra due fazioni, partiti, militanze, tifo (guelfi-ghibellini, Nord-Sud, destra-sinistra, Coppi-Bartali, si-no al referendum sulla giustizia, Inter-Milan (che è la contrapposizione dualista italiana meno faziosa di tutte), etc.) su tutto, se c’è un tema recentissimo – pur se assai tragico – riunificante (e dunque moralmente “sanificante”) di tutti, è stato quello del piccolo Domenico Caliendo, morto qualche settimana fa per una vicenda di cui faccio molta fatica a parlare, per la sua orribile e inaccettabile realtà.

DOMENICO CALIENDO

Domenico, un bimbo duenne pieno di vita, che abbiamo teneramente visto in tv sgambettare giulivo, è morto perché almeno due strutture sanitarie, quella di Bolzano e una specialistica di Napoli hanno compiuto gravissimi e letali errori nella gestione delle procedure per un trapianto di cuore, visto che il bimbo era affetto da una cardiopatia meritevole dell’intervento radicale del trapianto di cuore nel quale l’Italia è tra i paesi pionieri, e tra i più esperti del mondo. Personalmente, in una mia precedente attività, ebbi modo di incontrare e conoscere il professor Angelo Meriggi, che operò a Udine il primo intervento in Italia, e un suo figlio.

Non entrerò nei tortuosi meandri tecnici e cronologici dei complicati percorsi tecnicali della vicenda del piccolo Domenico, se non sommariamente, poiché non sono uso parlare di ciò che a malapena orecchio, e di cui non possiedo le necessarie conoscenze specifiche per parlarne con sufficiente cognizione, e perciò evito i relata refero, cioè i riporti di racconti d’altri.

Starò sui fatti per come sono stati riferiti dai media e proprio sui media, che sono uno degli strumenti più necessari e nel contempo più pericolosi, e a volte nefandi del vivere contemporaneo.

LE CRITICITÀ DEI MEDIA

La moltiplicazione dei media, lungi dal raffinare il medium, a mio avviso ne ha peggiorato – non tanto le “prestazioni” quantitative, quanto la qualità. Oggi la comunicazione è pervasiva, omnipresente, omniparlante, pretenziosamente omnisciente. Ma non è così, anche se tutta la genetrazione della chat-bot e della A.I. sembra quasi volerlo confermare.

La sua pervasività tecnologica e la sua presenza in tempo reale stravolge le sensazioni che si hanno sugli accadimenti.

Provo a mostrarlo con dati fattuali, scegliendo il tema delle morti violente in Italia nell’ultimo quarantennio, traendo i dati dall’ISTAT, che riporto sommariamente, senza una precisione numeristica all’unità:

  • nel 1985 sono stati registrati in Italia poco meno di 2000 omicidi volontari; nel 2025 circa 400, di cui, sia quaranta anni fa sia l’anno scorso, il 25% di donne. Il freddo dato statistico non esprime l’orrore, dice solo che, nonostante la percezione attuale sia di un tragicissimo scenario, in realtà la situazione è grandemente migliorata;
  • sempre nello stesso anno, il 1985, i morti in incidenti stradali sono stati circa 12.000, l’anno scorso meno di 3000 con due milioni e mezzo di veicoli circolanti in più;
  • ancora nel 1985 i morti sul lavoro sono stati circa 2000, l’anno scorso poco più di mille, dopo che negli anni 2015/17 erano calati a circa 600, compresi quelli causati da incidenti in itinere casa-lavoro e viceversa.

Tre ambiti sociali sempre gravi e impegnativi, ma in miglioramento oggettivo. Contra factum non valet argumentum, cioè “contro i fatti non hanno valore le argomentazioni (contrarie, si intende)”, chiosava Tommaso d’Aquino, quando qualcuno faceva affermazioni non fondate sulla verità della realtà. E oggi, che conosciamo tutto ciò che accade poco dopo il suo accadimento, il novero dei bugiardi e dei coltivatori della menzogna seriale è immenso, innumerabile.

Perché c’è la sensazione diffusa di un disastro? Per ragioni varie e diverse, ma soprattutto perché oggi, soprattutto da quando internet e il web hanno cominciato a far parte strutturale delle nostre vite, conosciamo ciò che accade in tempo reale. Un esempio: se quaranta anni fa quando succedeva un incidente stradale mortale in Sicilia, sì e non che lo comunicavano nell’unico tg serale della giornata, e lo pubblicavano solo sui quotidiani della Sicilia, oggi la notizia rimbalza sul web immediatamente. E quindi tutti subiamo un bombardamento di informazioni che la mente non riesce più a codificare e ad archiviare.

Le cattive notizie poi hanno sempre il sopravvento nei palinsesti mediatici, perché generano un’audience maggiore, fatto che interessa moltissimo soprattutto le tv commerciali e i social più strutturati (youtube e simili), e perché gli spazi dell’etere sono in vendita!

Un altro aspetto cruciale, che fa comprendere qualcosa di assai chiaroscurale della situazione è quello della connessione globale: questa connessione è solo qualcosa di “fisico”, cui manca la dimensione psicologica e spirituale della relazione tra glii esseri umani, perché è comunicazione pura, ma la comunicazione – di per sé – non genera relazione, e tantomeno qualità nella relazione. La connessione da sola non produce collaborazione, solidarietà, condivisione, buona convivenza!

Questo è uno dei punti più critici della situazione sociale planetaria attuale.

DOMENICO

Torniamo alla tristissima vicenda del piccolo Domenico.

Un ambiente di lavoro tossico, intimidatorio e lesivo della dignità professionale con ripercussioni rilevanti sul benessere psicofisico degli operatori e conseguentemente sulle qualità dell’assistenza erogata. Urla e aggressività verbale, umiliazioni e svalutazione pubblica delle competenze professionali. Bestemmie e imprecazioni“. Sono queste le gravissime accuse inviate con una lettera alla Direzione sanitaria dell’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte l’ospedale Monaldi di Napoli (p. 20, settimanale Giallo di giovedì 19 marzo u.s.).

L’11 gennaio scorso una decina di infermieri si è mossa verso l’amministrazione per lamentare il clima di intimidazione messo in atto dal cardiochirurgo che il 23 dicembre 2025 aveva operato il piccolo Domenico Caliendo con il cuore donato da Moritz G., un bimbo trentino di quattro anni. Il dottor Guido Oppido ha eseguito l’intervento nonostante la cattica conservazione dell’organo, che era stato trasportato in un frigobar pieno di ghiaccio secco.

L’inchiesta della Procura di Napoli stabilirà le responsabilità personali dii chi ha operato nell’ambito della tragica vicenda. Intanto il su nominato sanitario è stato sospeso dal servizio, assieme alla dottoressa Gabriella Farina che andò a Bolzano a prendere il piccolo cuore donato.

Fa rabbrividire la testimonianza offerta agli Italiani dalla tecnica di fisiopatologia circolatoria Virginia Terracciano, sentita come testimone: in sala operatoria una collega le ebbe a dire “Quel cuore è tutto congelato“, alla quale rispose “Allora è meglio che si tiene il cuore suo“… la replica: “Virgì, l’ha già tolto“.

Assurdo.

Ora, io non sono qui per aggiungere le mie parole all’atto di accusa della giurisdizione, e ai medici responsabili del disastro auguro di potersi ragionevolmente spiegare, se non giustificare.

Ricordo che san Paolo intendeva la “giustificazione” (cf. Lettera ai Romani 5, 1-21) come una trasformazione degli uomini per fede, nella giustizia, non una spiegazione dei fatti agìti, se messi in discussione per la loro dubbia (o meno) moralità.

In questo testo Paolo insegna che la giustificazione è l’atto gratuto di Dio (cioè senza meriti da parte dell’uomo) che dichiara giusti i peccatori, non per opere della Legge mosaica, ma per mezzo della fede in Gesù Cristo, una grazia che è frutto del sacrificio di Cristo, capace di offrire la pace con Dio e l’adozione del credente-peccatore, trasformato da colpevole in figlio-erede.

Si tratta del paradosso cristiano della fede, che frate Martin Lutero fece propria sulle tracce di sant’Agostino di cui era seguace, paradosso che può essere equivocato, soprattutto per la sua apparente parzialità (o ingiustizia discriminatoria) nei confronti di coloro che non sono “trasformati”. Allora si tratta di comprendere come il testo paolino possa teologicamente aiutare chi ha commesso errori e a volte errori tragici, che sono stati forse in parte commessi per superficialità professionale individuale, e in parte per inefficienza del sistema sanitario, come in questo caso.

Non sono il direttore spirituale, né il consulente filosofico o lo psicoterapeuta dei medici coinvolti, né sono un politico in grado di contribuire a decisioni che impattano sul sistema, ma mi sento di fare alcune considerazioni.

Innanzitutto, i responsabili diretti della tragica vicenda debbono riconoscere la propria responsabilità di quanto è stato agìto e delle sue conseguenze. Riconoscere la responsabilità significa, in questo come in altri casi più o meno analoghi, dare mandato al proprio legale difensore (ovviamente non è in questione il diritto alla difesa di ogni cittadino, che sussiste come parte essenziale della struttura portante di uno stato di diritto) di non ricorrere a cavilli pretestuosi atti a ridurre la responsabilità, con l’invalsa metodica dello scarica barile.

Riconosciuta la propria responsabilità personale, professionale e morale del fatto accaduto, i medici e tutto il personale coinvolto, accettino le conseguenze penali e civili di quanto fatto, cioè le sanzioni previste dalla legge.

Solo a quel punto, a mio avviso, chi di loro si senta, da cristiano, di chiedere la “giustificazione”, lo faccia in sede spirituale-sacramentale con qualcuno che lo possa aiutare.

Per spiegarmi meglio cito il caso dell’omicida non confesso, che racconta solo al sacerdote il delitto compiuto, chiedendo l’assoluzione e quindi la remissione delle conseguenze della colpa morale (che è – dottrinalmente – il peccato) dell’atto compiuto. Certamente il confessore gli dirà che l’assoluzione potrà essergli data solo quando il peccatore omicida, come cittadino, avrà confessato il delitto alle autorità di polizia e giudiziarie, e avrà accettato le conseguenze penali previste dalla legge statale vigente.

Ricordo per memoria del caro lettore e della cara lettrice che l’assoluzione è un atto sacramentale con il quale il sacerdote, nel nome di Gesù Cristo e della Chiesa, rimette i peccati del peccatore penitente pentito, pronunziando la formula “Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo“.

Chi, invece, da agnostico non senta la necessità di confessarsi, compia un laicissimo atto di contrizione (che è il pentimento disinteressato e non dettato dalla paura della sanzione) e confessi alle autorità preposte le proprie responsabilità.

Un’anima (anche solo un po’) pensosa potrà trovare qualche serenità solamente se si libera di ciò che ogni psiche normale nel senso di “sana” deve sentire come un fardello insopportabile, se non condiviso con qualcuno che ascolti il peccato dell’uomo, sia un confessore, sia un direttore spirituale, sia un filosofo o uno psicologo, sia un amico, sia un carabiniere, sia un giudice.

SIA FATTA FINALMENTE GIUSTIZIA PER L’EFFERATO OMICIDIO DELLA DOTTORESSA CHIARA POGGI

Facciano altrettanto gli assassini di Chiara Poggi, smettendo di fuggire da loro stessi andando in trasmissioni compiacenti di RAI e di Mediaset, ma piuttosto parlando con la magistratura, ché la colpa non svanisce con la menzogna o la dimenticanza, e neppure con la malvagia speranza, il cinismo e l’orgoglio mal riposto di riuscire a farla franca. Ve lo anticipo: non ce la farete!

DIMESSI, DIMISSIONARI E “BENALTRISTI”

Da quasi ultimo: sono contento che l’on.le Del Mastro, indegno viceministro della giustizia, si sia dimesso. Aveva cominciato in modo pessimo augurandosi che i catturati nel cellulare della polizia non possano respirare, semplicemente schifoso; sono contento per le dimissioni della dottoressa Bartolozzi, che ha usato una metafora orribile definendo i giudici “plotone di esecuzione”; sono contento per la fine dell’agonia ministeriale di Santanché, una “signora bene”, da Costa Smeralda, ma semplicemente impresentabile per la politica di un Paese dignitoso. Penso che il signor Briatore, suo grande amico, possa offrirle una posizione da p.r (pubbliche relazioni).

Non mi piacciono neanche “i benaltristi” che prosperano quando non sono al governo, incapaci di sostenere una riforma razionale, solo perché la propone – oggi – chi governa, mentre era programma storico dell’opposizione stessa. E non mi si spieghi che Meloni stava preparando l’autoritarismo. Studiate, benedetti, studiate, ché l’Italia ha possenti e imbattibili anticorpi democratici!

Troppo poco, pochissimo, miseria, cara opposizione politica!

Una parola amara sull’aspirante truce e stupido dittatore americano: prenderà la prima bastonata alle elezioni di Mid-term e poi dalla grande democrazia americana. Il tempo di far danni si restringe per lui, quella brutta persona che è Donald J Trump.

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