Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

Continuo la riflessione sulla “crisi” del nostro tempo, iniziata domenica scorsa. Un altro esempio, ed elemento causale, della “crisi”, è quella del linguaggio e del suo utilizzo. Fermo restando che ogni lingua e ogni idioma sono strutture dinamiche della comunicazione inter- umana nelle storie dei popoli e delle nazioni, qualche volta mi pare si esageri, ma non nella concretezza del vivere, bensì nelle decisioni di burocrazie sorde, cieche, e falsamente evolute, in nome di valori che, se declinati malamente, valori non sono. Un esempio: se l’inclusione sociale, economico-politica e culturale di tutti gli esseri umani, che possiedono – ontologicamente – pari dignità morale, in ogni contesto e luogo, è un valore sacrosanto, non lo è più quando qualcuno decide, astrattamente, di definire espressioni e linguaggi a partire da una visione sbagliatissima del concetto stesso di inclusione, che non è e non può essere appiattimento e banalizzazione. Probabilmente, una delle ragioni di questo fenomeno è anche l’assunzione – in corso, sia pure lentamente, dal Secondo dopoguerra – della lingua inglese del ruolo di koiné contemporanea, lingua che – nelle sue varie inflessioni territoriali e socio-economiche, a differenza del latino, non offre una ricchezza semantica disponibile nel linguaggio comune. E allora troviamo imbecillità, cretinerie (non “cretinismo”, che è una malattia neuro-organica, e precisamente: una sindrome clinica causata da una grave carenza di ormoni tiroidei durante lo sviluppo fetale o neonatale, detto ipotiroidismo congenito), idiozie e patenti stupidità nelle istruzioni denominate “Per una comunicazione inclusiva” dei funzionari dell’Unione Europea, ovviamente indirizzati dalla politica. Un esempio: non usare più il termine “patria”, bensì “terra natia” (ottocentesco, quasi poetico, intriso di una sorta di romanticismo decadente simil-pascoliano), poiché “patria” evoca il padre, e altre amenità, che se non fossero imbecilli, cretine, idiote e stupide, potrebbero perfino essere divertenti. Leggo che tali istruzioni sono state inviate ultimamente alla giovanissima Repubblica del Kossovo che sta chiedendo di far parte dell’Unione Europea, per cui deve mostrare di possedere alcuni indispensabili requisiti formali, anche linguistico-espressivi. Su questi argomenti ho pensato di interpellare Aristotele e alcuni suoi allievi del Lyceo ateniese che il filosofo dirigeva, mentre li istruiva passeggiando nel Peripato: una “medicina” adeguata alla bisogna, in tempi di neo-imperialismo criminale dominato da uomini mediocri e malvagi come Trump (che comunque fra tre anni sparirà alla vista), Putin (spero in qualcosa senza di lui e suoi simili), Khamenei (spero nella Persia), Netaniahu (Israele è sempre una speranza democratica), i vari Sinwar, il bimbo capriccioso cattivo di Pyongyang

Il documento cui mi riferisco, certamente redatto da solerti funzionari, è del 2021, ed è firmato in calce dal Direttore generale dell”amministrazione dell’Unione Europea, Mr. William Shapcott, e dal Presidente del Consiglio dell’Europa di allora, il Signor Donald Tusk, attuale premier della Repubblica democratica di Polonia. (Se qualche lettore me lo chiedesse glielo invierei volentieri via mail)

L’ELENCO DEI DIVIETI E DELLE DIRETTIVE PER ATTUARE L’INCLUSIVITA’

Fermo restando che quando è possibile usare una perifrasi che non appesantisca il testo, onde evitare di privilegiare il genere X, lo si può e si deve fare, al fine di rispettare la parità di genere. Ad e.: “le persone destinatarie di aiuti economici” anziché “i destinatari di aiuti economici” o “i destinatari e le destinatarie di aiuti economici”, frase che avrebbe già contribuito ad assopirmi per raggiungere il sonno del giusto.

Un’altra trovata a dir poco pietosa è il dovere di evitare il titolo di “signorina”, poiché non bisogna rendere noto lo stato civile di una donna. Bisognerà contattare il regista Neri Parenti (che non so se sia ancora in vita) e il povero Paolo Villaggio (attore a me non particolarmente simpatico, che ebbe a definire i Friulani come il popolo a cui puzza l’alito di grappa) per modficare la sceneggiatura che in alcuni film sul personaggio di Fantozzi prevede la presenza della “signorina Silvani”, interpretata da Anna Mazzamauro. La signorina Silvani, di cui rappresenta l’essenza psico-antropologica, esiste nella grande attrice. L’esempio è letteralmente citato nel manuale di cui parlo.

Altre espressioni da evitare sono: “disabile”, da sostituire con “persona affetta da disabilità”, per non caratterizzare tutta la persona umana come disabile. E’ evidente che chi ha pensato questa proposta è assolutamente sprovvisto della più basilare conoscenza della infinita varietà dell’ànthropos, che prevede anche varie magagne, come la cecità, la sordità, il mutismo, etc.. Nei Vangeli Gesù solleva da terra il paralitico, che la medicina moderna definisce paraplegico. Il manuale ordina di definire quest’ultimo grave limite fisico con “persona affetta da paraplegia”. Posso anche condividere, ma vorrei interpellare ancora qualcuna di queste persone per conoscere la sua opinione in merito, perché l’ho già fatto con una persona priva di vista, anzi diventata cieca per una malattia infantile non curata per l’estrema povertà della famiglia (come nel noto caso di Ray Charles), un uomo poi divenuto musicista insigne, e mi ha risposto: “Renato, mi prendi per il c.?”. Abbiamo sorriso insieme. Aaah dimenticavo: questo caro amico è molto di sinistra, per cui, seguendo il politicamente corretto della cultura woke assai in voga da queste parti politiche, avrebbe dovuto rispondermi diversamente. Invece no.

E poi, bisognerebbe dire “persona che soffre di un disturbo mentale”, invece che “persona con disturbo mentale“. Qualcuno mi spieghi il senso di inclusività maggiore nell’espressione proposta rispetto a quella in uso. Mi pare che quando si dice persona che soffre… si dice abbastanza, perché una mancanza, una defectio boni (cioè, una mancanza di bene), come Agostino definiva il male, è di per sé una sofferenza. Cos’è che si cerca di non-dire con questo linguaggio più infiorettato, pleonastico e inultimente (a mio avviso) barocco? Ciò che non è esplicitato correttamente? Ma “persona” è un termine che già contiene tutta la ricchezza e dignità antropologica e morale indefettibilmente presente nell’essere umano-persona. Suvvia!

Per ogni defectio, della vista, delll’udito, della parola, il manuale suuggerisce di specificare “persona che soffre di…”. Può andare anche bene, ma la-persona-che-soffre sa bene di soffrire e nulla si aggiunge in termini di rispetto verso di essa aggiungendo il pronome relativo e il verbo. Casomai, uno come me che cerca di leggere dentro, tra e sotto le righe, se fosse in situazione, potrebbe anche inquietarsi sentendo il ribadire lo stato di sofferenza come un’inutile sottolineatura.

In seguito troviamo indicazioni di questo tipo: meglio dire “partner” o “coniuge”, invece di moglie e marito. E, e la seguente è la più peregrina, assurda e per me schifosa: nel caso di atti di stato civile o comunque amministrativi concernenti i figli (e le figlie), è meglio apporre la ridicola dizione di “genitore 1 e genitore 2”, in quanto i genitori possono essere dello stesso sesso. Uso che ha già preso piede da qualche parte anche in Italia.

Io accetto di essere volentieri il genitore 2 di mia figlia Beatrice, perchè come padre obiettivamente lo sono, e perché sono convinto che la madre sia il genitore 1, in quanto accoglie il seme, sviluppa il feto e partorisce, mentre il padre in generale durante la gravidanza sta a guardare, o poco più, ma esigo che si scriva “padre” e il mio nome nella riga sottostante.

Un’altra indicazione ridicola è la seguente: non definire una persona di colore “africano”, ma specificare “tunisino o sudanese o egiziano, etc.”. A me non dà alcun fastidio essere definito “europeo”, sentendomi profondamente tale (e non per affezione alla baronessa Von der Leyen), così come italiano e anche friulano. Non capisco perché non vada bene “africano”. Ma allora il retropensiero del redattore del manuale è che gli “africani” siano una popolazione minore, inferiore?

Uuuuh, attenzione bene a non apporre la dizione “nome di battesimo”, vero, perché i non battezzati si potrebbero offendere. Lasciamo perdere.

Bisogna poi evitare espressioni come “i veri uomini non piangono”, oppure “non fare la femminuccia” ovvero “le risponderà una delle gentili signorine”, o ancora “guidi proprio come una donna, oppure donna al volante perciolo costante”, et “pensi proprio come un uomo”, e ancora “sei molto femminile per una donna in carriera”. Allora, togliamo ogni coloritura letteraria a qualsiasi testo e la finiamo come in sanità dove si legge “allettato”, per dire persona che deve rimanere coricata (ma forse si dovrà dire così, magari nella certa prossima revisone del manuale, che sarà ancora più rigido), mentre “allettato” è anche il participio passato del verbo allettare, sinonimo di desiderare. Massimo Boldi, che non è un campione di eleganze cinefile (né mi piace), in un cinepanettone dice “sono allettato dalla….”. Scandalo supremo. Proibiamo Boldi e Cristian De Sica. Incarceriamoli. Per questa ragione Boldi è stato tolto dalle manifestazioni collaterali previste per le prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina.

Informo il mio gentile lettore che anch’io sono “allettato” da molte cose e situazioni, sia quando sonnecchio a-letto, sia in stato di veglia. Aah, Signor!

Risparmio a me l’onere di riportare in questa sede molte altre amenità presenti nel citato documento delll’Unione Europea. E al lettor paziente il disturbo estetico e fors’anche digestivo.

(il Kossovo)

SILLOGISMO IDIOTA, CRETINO, IMBECILLE, STUPIDO. ARISTOTELE E’ LA MEDICINA AGRODOLCE

  1. Per entrare nell’Unione Europea bisogna essere “inclusivi” (premessa minore);
  2. per essere inclusivi bisogna evitare ogni riferimento al “maschile” e al “femminile” (premessa maggiore);
  3. chi sarà inclusivo diventerà “cittadino europeo” (conclusione logica necessaria).

Se Aristotele di Stagira redivivo vedesse l’utilizzo del suo sillogismo di primo livello per un obiettivo del genere, siccome pare fosse un uomo dal carattere moderato, non fumantino (l’equilibrio era il suo mantra), a mio avviso avrebbe solo sorriso, con un sommesso sentimento di pena, quasi di pietà per tanta idiozia, cretineria, imbecillità e stupidità.

Probabilmente proporrebbe ai suoi allievi del Lyceo un esercizio: descrivetemi lo spirito, cioè la psyché, il noùs di chi ha redatto quel testo, quello sull’inclusività. Immagino che quella mattina alla Scuola peripatetica dello Stagirita fossero presenti, come sempre, Teofrasto (che fu anche il suo successore come scolarca), Eudemo di Rodi, e sicuramente Aristosseno e Dicearco da Messina. E anche altri quattro o cinque giovini che i “padri” gli avevano consegnato per l’istruzione, da bravi e virtuosi cittadini. 

La mattina, che immagino primaverile, prometteva bene: la solitta passeggiata, prima lungo i vialetti del Peripato e poi verso l’Acropoli, che ogni tanto salivano lievemente in quota, avrebbe favorito la conversazione che il Maestro proponeva e sollecitava cambiando spesso (ma non troppo) argomento. Egli osservava anche i comportamenti dei discepoli, il loro modo di camminare, di interloquire con lui, di aiutare i compagni a superare qualche passaggio più arduo del sentiero. Era attento all’uomo, a tutto l’uomo, fisico e spirituale. E parlava di tutto, della vita umana, dei vizi e delle virtù, della pòlis, la città e dei doveri dei cittadini.

LA FAMIGLIA NATURALE

Non trascurava la filosofia naturale, cioè gli aspetti fisici del territorio e degli animali, della salute umana e dei princìpi medici. Tutto dell’uomo e della natura gli interessava. Parlando della famiglia umana il ruolo del genitore, specialmente del padre, è di governare la famiglia con autorità (declinata come autorevolezza, non certo con autoritarismo), usando amore e amicizia, come un re governa i suoi sudditi, educando i figli (che hanno una ragione imperfetta) alla virtù e alla realizzazione del loro scopo (télos), riflettendo la gerarchia naturale dove il padre, essendo più razionale, guida moglie, figli e schiavi per il bene comune della òikos (casa/famiglia), fondamento della polis

Aristotele pone poi il tema della gerarchia e dell’autorità. Per il filosofo il padre dispone di un dominio naturale basato sulla sua maggiore età, e perciò maggiore razionalità (è forse questa, anche ai giorni nostri, una panzana da arretrati?). Fin qui mi sembra che possiamo accettarlo, mentre, quando aggiunge che il dominio deve esercitarsi anche sulla moglie Aristotele è uomo del suo tempo. Neanche parliamo della superiorità del padre-padrone sugli schiavi, perché l’éthnoséthos del suo tempo era quello, così come anche nei Vangeli e in San Paolo, e fino a meno di duecento anni fa (cf. la riforma del 1862 dello csar Alexander II Romanov).

Lo Stagirita paragona la figura del padre a quella del re che governa, e non lo deve fare mediante l’autoritarismo oppressivo, ma tramite la benevolenza, per guidare i “sottoposti” verso il bene. Che poi re e governanti del suo tempo e fino ai giorni nostri fossero “aristotelici” anche no, spesso no, anche se alcune volte sì. Possiamo dire che il tempo e l’evoluzione politico-sociale non hanno di per sé migliorato i governanti. Un esempio: tra Pericle che appartiene al V secolo a. C. e Pol Pot non si osa confronto. Ma neppure tra Pericle, Macron, Meloni, Trump et similia. Pecco di anacronismo? Sì, ma è per portare la riflessione su piani più pratici.

In sintesi, il precettore di Alessandro Magno attribuisce all’uomo-padre-re il completo corredo delle virtù del comando, mentre solo in parte alla donna e ai figli, che comunque, rispetto al loro sesso, se maschi, potranno acquisire le intere virtù paterne.

Scienze e cultura ci hanno fatto capire che la donna-femmina non è assolutamente inferiore all’uomo-maschio, anzi (parere mio personalissimo), per certi aspetti, gli è superiore. Non lo affermo per piaggeria o benevolentiae captatio (excusatio petita), ma perché l’esperienza di signore di tutte le età me ne ha fatto convinto. Convintissimo.

LE VIRTU’ DIANOETICHE O INTELLETTUALI E LE VIRTU’ ETICHE O MORALI IN ARISTOTELE

Il padre secondo Aristotele, assolve a una funzione educativa, sul piano morale e civile per fare dei figli dei cittadini virtuosi e responsabili, e “persone” (il termine è post-aristotelico, tipicamente cristiano, agostiniano in particolare) capaci di realizzare (oggi diremmo) il proprio potenziale, mentre allora si parlava di virtù, a partire da quelle dianoetiche, che sono le seguenti: la διάνοια (diànoia), vale a dire il pensiero ragionante; il νοῦς (intelletto), cioè l’intelletto-che-comprende; l’ἐπιστήμη (epistéme), che significa scienza o conoscenza di cose stabili, dal verbo  ἵστημι (stare, da cui, secondo Emanuele Severino anche “destino”); la Σοφία (sofìa, sapienza, saggezza); la φρόνησις (frònesis, vale a dire la sapienza pratica, la prudenza).

Aristotele proponeva poi le virtù etiche, o morali, le ἀρεταὶ ἠθικαί (aretai ēthikaí) legate ai comportamenti individuali e pubblici, atte a mostrare le eccellenze dell’anima razionale, alla conoscenza e alla verità, derivanti da ἦθος (êthos, carattere/costume), che riguardano la sfera pratica e il comportamento umano, distinguendosi dalle virtù dianoetiche (intellettuali) e basandosi sull’abitudine (ἔθος) per trovare il giusto mezzo nelle passioni, come il coraggio ἀνδρείᾳ (andrèia); la σωφροσύνη (sofrosyne, cioè la temperanza, l’autocontrollo, l’equilibrio); e la δικαιοσύνη (dikaiosùne, che è la giustizia).

Tutto ciò perché i singoli e le famiglie hanno uno scopo, un fine, un télos, che le vede protagoniste della vita “politica”, cioè della propria città, costruita forte e coesa. Si pensi a Pallade Atena che guidò la coalizone greca con i Persiani. Senza le virtùtesaretài di quei Greci cresciuti alla luce del grande pensiero filosofico, la storia del mondo sarebbe stata diversa. Si può dire che prima ancora che la forza degli oplites di Milziade, di Temistocle e di Pausania, furono le virtù umane, individuali e collettive che batterono le grandi armate dei grandi re (erano davvero grandi, soprattutto Ciro, ma anche Dario e Serse) dei popoli di Persia, cui penso costantemente con ammirazione e perfino affetto (per Ciro) proprio di questi tempi, mentre la mia parte politica è afona e muta nei confronti del grande Popolo che vuole liberarsi dal giogo dei teocrati gabanoni, anche senza scimmiottare un Mattarella, un Merz, un re Felipe VI o tantomeno il Donaldone biondastro. Ovviamente non penso alla dinastia dei Pahlewi, che qualcuno vorrrebbe rimettere in sella. 

In sintesi, per Aristotele, il genitore ha un ruolo di guida e di educazione, esercitando un’autorità razionale e affettiva per condurre i membri della famiglia verso la virtù e la piena realizzazione, fondamentale per il bene della comunità. 

I CAMBIAMENTI NELLA MODERNITA’

I cambiamenti nella modernità sono stati enormi. La nascita della democrazia, fin dal XVIII secolo ha stimolato anche i cambiaamenti nel privato. Il passaggio dal mondo privilegiato delle aristocrazie settecentesche alla rivoluzione borghese e successivamente all’affermarsi delle classi lavoratrici (consiglio su questo tema la lettura dei Manoscritti economico-filosofici del giovane Marx, che scrisse nel 1844, prima di imbozzolarsi nel rigido sistema del Capitale), accompagnò, favorì, influenzò e fu reciprocamente influenzato dai costumi familiari. Questo per dire che se il comunismo storico-politico è morto (perché in Cina vige un comunismo capitalistico di stato e in Nord Corea una stupida dittatura neo-staliniana, e in Sudamerica abbiamo ancora qualche esempio di comunismo terzomondista in via di estinzione), il marxismo, come dottrina, specialmente se considerato in tutta la sua evoluzione teorica, a partire dagli scritti giovanili del dottor Karl Marx, è tutt’altro che morto. Anzi.

La famiglia tradizionale impostata sulla patria potestà, sia sotto il profilo giuridico-sociale sia dei costumi privati, fu profondamente colpita dalla ricoliuzione culturale del 1968, che favorì una nuova ed eccezionale libertà di parola e di comportamenti.

Semplificando molto, il ’68 fu la rivoluzione contro il padre (nuovo diritto di famiglia), contro il padrone (diritti sindacali), contro il prete (Concilio Ecumenico Vaticano II) e contro il professore (la riforma scolastica partecipativa e la liberalizzazione dell’accesso all’università).

Proviamo ad analizzare brevemente i pro e i contro delle quattro “rivoluzioni”: a) quella contro il padre portò a ridurre il predominio di questa figura, modifica in seguito sancita in Italia dalla riforma del diritto di famiglia nel 1975. Permane ancora forte un sostrato di maschilismo patriarcale testimoniato dalla violenza contro le donne che non dà segni di tregua e di riduzione, se non nelle tristi statistiche; b) quella contro il “padrone” favorì un riequilibrio tra diritti e doveri reciproci nei rapporti di lavoro dipendente, soprattutto con l’emanazione della L. 300 nel 1970, lo Statuto dei diritti dei lavoratori. Domenica scorsa ho parlato delll”esigenza di emanare uno Statuto dei lavori, come propose acutamente il professor Marco Biagi un quarto di secolo fa, prima di pagare con la vita questa sua intuizione pro-fetica, che non significa predire il futuro, ma pensare il bene per un presente che diventa futuro, alla luce del passato.

Chi temeva che tali modifiche avrebbero rovinato l’economia italiana, si è in seguito reso conto che in realtà hanno giovato con l’assunzione di maggiori responsabilità da parte dei lavoratori e una nuova flessibilità adatta ai nuovi lavoroi e ai nuovi prodotti-servizi e, last but not least (quando l’inglese è utile, lo si usa, anche in un testo italiano), per favorire l’occupazione; c) quella contro il “prete” ha contribuito a dare un senso più profondo e generale alle nuove visioni del mondo apportate (direi profeticamente) dal Concilio Ecumenico Vaticano II, il cui vertice teologico e socio-politico, a mio avviso, si può individuare nell’enciclica Populorum progressio, del 1967, che Paolo VI propose a tutto il mondo. Rileggerla quasi sessant’anni dopo offre ancora ispirazione per sviluppare politiche di riequilibrio delle risorse tra i popoli del mondo e di rifiuto delle guerre per la soluzione di contrasti; d) quella contro il “professore-docente”, a mio avviso, non ha portato molte positività ma, al contrario, ha messo in discussione la naturale a-simmetria esistente tra docente e discente, che, come insegnava Aristotele quasi due millenni e mezzo fa, è indispensabile per favorire una crescita equilibrata dei giovani. Non si può e non si deve voltare la schiena al professore o non dargli il buongiorno. E tantomeno aggredirlo, cari genitori! Suvvia!

E’ evidente che qui si intende una forma di educazione e formazione improntata al dialogo e all’ascolto empatico, oltre che a competenze accertate, unici elementi che generano autorevolezza; un altro aspetto che non ho condiviso, anche se lo colloco tra le misura atte a superare le differenze di classe (io, di famiglia povera, sono andato con grandi sacrifici dei miei e miei, al liceo classico, dove ho trovato quasi tutti i figli dei benestanti di Udine e provincia), è stato quello di permettere l’accesso a tutte le facoltà universitarie a chiunque avesse un diploma di scuola superiore. Su questo argomento faccio un paio di esempi: conosco diverse persone laureate in giurisprudenza che hanno un diploma di ragioneria: ebbene, costoro non hanno alba della lingua latina, che è e rimane indispensabile per uno studio serio del diritto, oltre che sviluppare la logica deduttiva, perché il latino è la lingua più logica che esiste in occidente; un secondo esempio: conosco insegnanti di lettere delle medie che hanno un diploma di perito industriale. Non può funzionare, anche se vi sono esempi di positiva autodidattica compensativa. Rarissimi, però. Questo ha generato un indebolimento delle conoscenze, e dunque delle capacità didattico-pedagogiche di molti insegnanti, a partire da chi ha iniziato gli studi universitari negli anni ’70.

Con tutto il rispetto abbiamo già in pensione molti insegnanti un po’ ignorantelli.

LA RIFORMA DEL DIRITTO DI FAMIGLIA DEL 1975 E SS.

La Riforma del Diritto di Famiglia del 1975 (Legge n. 151/1975) è stata una svolta epocale in Italia, introducendo l’uguaglianza morale e giuridica tra coniugi, superando il modello patriarcale basato sulla subordinazione femminile e riconoscendo pienamente i diritti dei figli nati fuori dal matrimonio, stabilendo la potestà genitoriale e la comunione dei beni come regime ordinario, e ponendo le basi per il diritto di famiglia moderno, poi evoluto con successive riforme come l’affidamento condiviso (2006) e la  Legge Cirinnà del 2016, per le unioni civili e convivenze. 

Punti Chiave della Riforma del 1975

  • Parità dei Coniugi: ha eliminato la figura del marito come capo famiglia, stabilendo che marito e moglie hanno gli stessi diritti e doveri, condividendo le decisioni (potestà genitoriale), e stabilendo la comunione legale dei beni come regime ordinario.
  • Figli: ha superato la discriminazione tra figli “legittimi” e “naturali” (nati fuori dal matrimonio), equiparandoli nei diritti e doveri, un processo poi completato dalla riforma sull’affiliazione del 2012-2013.
  • Abolizione della Patria Potestà: è stata sostituita dalla più moderna e paritaria potestà genitoriale, esercitata da entrambi i genitori.
  • Ispirazione Costituzionale: ha dato attuazione ai principi di uguaglianza dell’Art. 29 della Costituzione, adeguando il Codice Civile del 1942 alle nuove realtà sociali.

Evoluzioni Successive

  • Legge 54/2006: ha introdotto l’affidamento condiviso dei figli, garantendo il diritto alla bigenitorialità anche dopo la separazione dei genitori.
  • Legge Cirinnà (2016): ha riconosciuto le unioni civili tra persone dello stesso sesso e le convivenze di fatto, ampliando la definizione di famiglia.
  • Riforma Cartabia (2022): ha unificato i procedimenti di separazione e divorzio, semplificando le procedure e tutelando meglio minori e soggetti vulnerabili.

In sintesi, la Riforma del 1975 è stata la base per il diritto di famiglia moderno, che continua a evolversi per adattarsi alle mutate esigenze sociali e alle diverse forme di famiglia esistenti oggi, passando da un “diritto di famiglia” a un “diritto delle famiglie”, ma non evitando di lasciare su qualche aspetto quesiti etici non risolti, o non del tutto condivisibili.

Molto bene. Ho deciso di introdurre anche queste ultime tematiche giuridiche e politiche, partendo da una prosecuzione del discorso sulla “crisi”, qui incentrato sui linguaggi, poiché, come ha insegnato in modo incomparabile (in ciò sulle tracce di Aristotele), Ludwig Wittgenstein, il linguaggio, per certi aspetti (in parte non condivido il pensiero del grande Austriaco quando fa pressoché coincidere la realtà con il linguaggio) è lo strumento che caratterizza l’essere umano e lo distingue dal resto delle cose-del-mondo, caratterizzandolo come unico essere senziente-cosciente-che-è-al-mondo, a nostra attuale conoscenza.

Se poi scopriremo che questa nostra coscienza è parte qualificata (qualia) della coscienza divina (o dell’Uno plotiniano e… fagginiano), che magari è presente anche in altri universi galattici (cf. Dello infinito Universo e Mondi del padre Filippo Giordano Bruno), e che non termina con sora nostra Morte corporale (Cantico delle creature, Francesco d’Assisi), sarà ancora più bello. Se un tanto scopriremo, sarà bello anche constatare che il sapere umano è unico e unificante (caro professor Gentile!), osservando come la fisica dei nostri giorni sia sempre più capace di dialogare con la meta-fisica dei sempre-nostri Grandi antichi. Magari con scorno di certuni divulgatori.

In cotal stato-dell’essere di sicuro non parleremo come vuole la burocrazia attuale dell’Unione Europea.

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