Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

Papa Leone XIV parla dell’uomo che vuole essere Dio e tratta i suoi simili come merce: l’esempio di ciò, le sue ragioni, le cause e gli effetti di fondo, sono i 117 morti annegati nelle fredde acque mediterranee in questi giorni. E lo sono i morti ammazzati in battaglia ucraini e russi, soldati (+ di 1000 al giorno) e civili, da quasi quattro anni fa quasi un milione di morti per “conquistare” – da parte di Vladimir Vladimirovic Putin – un territorio più o meno pari alla superficie del Nordest italiano (forse che c’è qualche manifestazione con le bandiere di questi popoli sofferenti da qualche parte?), oppure, ancora, le centinaia di migliaia di morti del Sudan, e in altre cinquanta e più situazioni di conflitto sul pianeta Terra, l’orrore di Gaza compreso. Il presepe, con la scena della crocifissione e quella della resurrezione di Cristo, è il principale simbolo della Cristianità. Il simbolo e l’analogia, da Tommaso d’Aquino a Cornelio Fabro. Nel 1223 Giovanni di Pietro di Bernardone, assisiate, frate Francesco, o san Francesco, Patrono di tutte le Italiane e di tutti gli Italiani, volle rappresentare la nascita di Gesù nell’eremo di Greccio. Per ottocento anni il presepe è stato il simbolo, nelle famiglie, nei paesi e nelle città cristiane, di quel lontano evento che ha cambiato la storia del mondo. Oggi apprendiamo che in molti luoghi viene contestato, vilipeso, abolito. Chi lo fa non conosce la storia, né le religioni, oppure per opportunismo cerca di titillare settori che potrebbe convenire farsi amici e potenziali elettori. Eppure io so che ai musulmani che conosco il presepe non dà alcun fastidio, perché considerano Gesù un grande profeta, e sanno che Maria è ampiamente citata (più di Fatima e di Kadijia) dal Corano nella Sura 4. Ecco allora che, nei casi più clamorosi c’è un islamista che spacca Gesù Bambino come a Brescia, ma in quelli peggiori c’è l’autocensura di amministrazioni che tolgono le figure della Famiglia di Gesù (a Bruxelles nella sede dell’Unione Europeo c’è un presepe con le figure della Sacra Famiglia senza faccia)… oppure, in un caso si presenta un presepe senza san Giuseppe, in un altro caso che sarebbe pittoresco se non fosse vergognoso, quello di una parrocchia di Avellino dove don Vitaliano Della Sala mette una “gesù bambina” nella mangiatoia… Ha nulla da dire il suo vescovo? No pasaràn

DEL SIMBOLO, DELL’ANALOGIA, DELLA METAFORA, DELL’ALLEGORIAA

Il simbolo, dal verbo greco syn-bàllein (cioè: unire) è la figura retorica che rinvia a un collegamento semantico tra un’immagine e un significato diverso. Ciò in estrema sintesi.

In greco antico, il termine “simbolo” (σύμβολον) aveva il significato di “tessera di riconoscimento” o “tessera hospitalitatis” (dell’ospitalità) secondo l’usanza per cui due individui, due famiglie o anche due città spezzavano una tessera, di solito di terracotta, o un anello, e ne conservavano ognuno una delle due parti a conclusione di un accordo o di un’alleanza: da qui anche il significato di “patto” o di “accordo” che il termine greco assume per traslato. Il perfetto combaciare delle due parti della tessera provava l’esistenza dell’accordo.

Nella cultura letteraria e nelle relazioni tra esseri umani, in ogni idioma, il simbolo è un elemento strutturale della comunicazione, esprimente un significato traslato del termine proprio. Il simbolo è il significante di un nuovo significato.

Non deve essere confuso con la figura retorica della metafora, che tramite un termine o un’espressione propone un senso traslato; ad es.: “lo studio apre le porte alla professione”, dove l’espressione “apre le porte” è metaforico. Nè deve essere confuso con l’allegoria, che retoricamente si configura come una metafora continuata. Un esempio: un’aquila in volo o in un’altra azione generica spesso ha valenza di simbolo, indipendente dal contesto entro il quale viene posta, come nel caso dell’aquila posta in testa alle Legioni romane, che fu ripresa da Napoleone Bonaparte per la sua Grande Armée. Quando invece il contesto è basilare nell’interpretazione si parla di allegoria; un’aquila che, all’interno di una narrazione, scenda dal cielo e faccia una serie di azioni significative può rappresentare un’immagine più complessa (ad esempio simboleggiava il Sacro Romano Impero).

Il simbolo evoca, invece, rispetto alla metafora (o alla metonimia, con la quale si dà un nome diverso all’oggetto volendo significare qualcosa di più ampio, come in questo esempio: invece di dire che “il Governo nazionale ha deciso questo e quello”, si può dire, leggere e scrivere: “Roma ha deciso…”), qualcosa di completamente differente dal significato semantico proprio del termine dato. Alcuni esempi a) la croce, che può essere un segno matematico, b) uno strumento di esecuzione capitale in uso nell’antichità, e a seguito di ciò, del sacrificio di Cristo, c) un simbolo di vittoria con la battaglia di Ponte Milvio nel 312, d) simbolo del Cristianesimo. Esattamente come lo è il presepe, da quando san Francesco lo propose nel 1223 a Greccio, come suo ricordo della nascita di Gesù da indicare ai credenti e a tutti gli uomini.

(il chi-rho come cristogramma)

DEL SIMBOLO IN FILOSOFIA

Alcuni pensatori coeme Thomas Hobbes, Charles Sanders Peirce e altri, che proposero la logica simbolica come metodologia per rappresentare il flusso del pensiero umano, sostituendo la logica classica del sillogismo etc., lo ritennero una sorta di segno-significante-qualcosa “che sta al posto di (un’altra cosa)”. Charles W. Morris attribuì al simbolo una ulteriore vaelnza alternativa al significato del termine o concetto che si voleva rappresentare diversamente, magari con più efficacia.

I simboli sono senz’altro differenti dai segnali, come quelli stradali, che sono puramente informativi, ma non evocano nulla se non la contravvenzione, se violati. Sono anche diversi dai marchi, sia che siano individuali (FIAT, DANIELI Group…) sia che sia territoriali (DOP, DOC, IGP, etc.) che vengono usati per indicare un’origine commerciale.

Il simbolo può essere di due tipi: convenzionale, in virtù di una convenzione sociale; oppure analogico, capace di evocare una relazione tra un oggetto concreto e un’immagine mentale.

Ad esempio, il linguaggio parlato consiste di distinti elementi uditivi adoperati per rappresentare concetti simbolici (parole) e disposti in un ordine che precisa ulteriormente il loro significato. I simboli e i segni possiedono un forte carattere intersoggettivo, in quanto sono condivisi da un gruppo sociale o da una comunità culturale, politica, religiosa.

La “parola” (o termine o lemma) è sempre un “simbolo” (cf. il mio La Parola e (o) i Simboli nella Bibbia per una Teologia delll’Eros, Esd. Cantagalli, Siena 2018. Mi si perdoni l’autocitazione)

G. G. F. Hegel distingue il simbolo dal segno, che “(…) rappresenta quella diun c.ontenuto del tutto diverso da quello che ha per sé.” Mentre cioè nel segno il contenuto è del tutto diverso dalla sua rappresentazione, nel simbolo l’oggetto simbolizzato è simile alla sua espressione simbolica, così come accade con l’analogia, che a sua volta può essere distnta tra analogia di partecipazione (ad e. l’anima spirituale dell’uomo possiede un’analogia di partecipazione con quella di Cristo) e analogia di proporzionalità (cf Tommaso d’Aquino e Cornelio Fabro).

L’analogia in Tommaso d’Aquino è il modo fondamentale per parlare di Dio, superando i limiti del linguaggio umano univoco, basandosi sul fatto che Dio e le creature condividono l’essere, sia pure in modi diversi, perché Dio è l’essere-per-essenza, mentre le creature lo sono per partecipazione (all’essere). Questa analogia si fonda sulla proporzionalità intrinseca tra l’essere infinito di Dio e l’essere finito delle cose, permettendo di attribuire a Dio predicati come “buono” o “vero”, che indicano una somiglianza e una dissomiglianza, salvaguardando la trascendenza divina e rifiutando il panteismo

In Cornelio Fabro, l’analogia è un concetto centrale della sua filosofia tomista, specialmente nel contesto del suo “tomismo intensivo”, che supera la visione tradizionale dell’analogia come mera somiglianza per affermare un’unità di essere (esse) che fonda la differenza tra le cose, permettendo di conoscere Dio (l’Essere puro) attraverso la partecipazione delle creature al Suo essere, pur nella loro distinzione, collegandosi alla Quarta Via di Tommaso d’Aquino per dimostrare l’esistenza di Dio. Il padre Fabro enfatizza l’analogia non solo come rapporto di somiglianza (come nella logica comune o retorica), ma come un legame reale con la causa prima, che si manifesta in un’analogia dell’essere (analogia entis) che unisce creatore e creato. Nel filosofo friulano, mio conterraneo (è nato nela paese di Flumignano, a una dozzina di km da casa mia, e di ciò indirettamente mi onoro) l’analogia non è solamente semantico-retorica, ma anche ontologica, là dove la contingenza delle creature si connette intrinsecamente a Dio come Essere-Necessario (che-non-cessa), in un processo di intensificazione progressiva-virtuosa che, dalle anime umane, culmina nell’immensità di Dio. Ancora una volta si può cogliere l’analogia tra anima umana e divino solo in una dimensione metafisica. (I proff. Odifreddi e Rovelli non si facciano venire un coccolone, ché non si tratta di scienze fisiche classiche, anche se forse la quantistica non è poi così distante da queste riflessioni, vero professor Faggin?).

Il simbolo, dunque, è più o meno il contenuto che esso esprime come simbolo“.

Nella tradizione cristiana, il segno o semèion (soprattutto nel Vangelo secondo Giovanni, specialmente come dalla esegesi patristica) è distinto dal miracolo poiché rivela una verità ulteriore a quella storica, che è sempre presente e attuale per tutte le generazioni successive fino alla fine dei giorni..

Il simbolo, quindi, con un significato immediato contenuto al suo interno, si può dire abbia una valenza metafisica nascosta, espressa da un intimo rapporto tra la raffigurazione sensibile espressa nel simbolo e la sua valenza spirituale.

Nel Cristianesimo neoplatonico (Agostino, Bonaventura da Bagnoregio, Giovanni Duns Scoto, etc.) il simbolo ha avuto un’importante rilevanza nell’ambito di una teologia mistica, mentre in Plotino, con la sua dottrina “emanatista”, ogni passaggio a un essere (“essere” non nel senso di “ente”)-superiore è una rappresentazione simbolica del grado che lo sovrasta. Come si può constatare, il Cristianesimo ha variamente utilizzato il simbolo o l’allegoria a seconda dei periodi che ha attraversato nel suo sviluppo.

Specifico: quando il Primo cristianesimo sentiva l’impellente necessità di realizzare il mondo promesso dall’annunzio di Cristo o quando come nel Rinascimento o nell’età barocca appariva una profonda frattura tra l’umano e il divino, era la funzione dell’allegoria a prevalere; quando invece il Cristianesimo risentiva dell’influsso neoplatonico ispirato ad una divaricazione del rapporto tra l’uomo e Dio nella storia e nella realtà terrena, allora era il simbolo a prevalere come più adatto a significare i valori e gli elementi ideali della divinità. Così la visione simbolica di Dio descritta dalla scuola di Alessandria con Filone di Alessandria, Clemente e Origene, sempre di Alessandria. Di sant’Agostino s’è supra detto.

DELLE ORIGINI DEL NATALE DALLA FESTA DEL SOL INVICTUS MITRAICA

Dobbiamo risalire fino al 45 a. C. quando Giulio Cesare, al fine di ordinare anche il flusso della politica fece redigere il nuovo calendario di 365 giorni con delle feste collocate nel corso dell’anno, come prevedeva una concezione del tempo ricorrente. Da 17 al 27 dicembre in Roma e nel nascente impero, soprattutto in Oriente, si celebravano i Saturnalia, come festa del Solstizio d’inverno, a rammerorare il cambiamento della natura e i suoi rischi. In Oriente viveva molto diffusa la religione mitraica, nella quale il dio Mitra veniva definito Sol invictus, cioè dio sole invincibile, perché rinasce.

Il Natale cristiano, anche dopo la morte di Gesù e l’esperienza di san Paolo è ben di là da venire.

Nel 274 l’imperatore Aureliano definì per tutto l’impero la festa mitraica del Sol invictus.

Nel 312 con la battaglia di Ponte Milvio Costantino (il Grande) vince Massenzio e diventa imperatore unico. Il suo biografo Eusebio di Cesarea racconta che nel cielo (o in un sogno del generale) appare una croce, che da allora cominciò a diventare un labaro, come simbolo di vittoria delle legioni. (cf. Il sogno di Costantino di Piero della Francesca, in Storie della vera Croce, Chiesa di san Francesco, Arezzo)

Con il Concilio di Nicea del 325 convocato da Costantino, che era pontifex maximus secondo le antiche tradizioni, venne definito il 25 dicembre come festa del Sol invictus di origine mitraica. Fu papa Liberio, nel 354 a cominciare la tradizione di far coincidere questa festa con la nascita di Gesù, come narrato nei vangeli secondo Matteo e Luca e, per alcuni personaggi presenti nel futuro presepe, nell’apocrifo Pesudo-Matteo..

L’imperatore Giustiniano nel 531 fece coincidere l’antica festa con la nascita di Cristo, a ciò ispirato dai Padri della Chiesa. Agostino cominciò a chiamare la festa del 25 dicembre Festa del Chritus invincibilis. Ecco come si può legare il Natale alla traizione precedente, che il Cristianesimo finì con il sussumere.

Per tutto l’Alto Medioevo, fino a Francesco d’Assisi il Natale fu una delle principali feste cristiane. Lo è ancora assumendo, oltre alla tradizione del presepe, anche altre teologicamente assai meno intense, come quella nordica dell’albero di Natale, quella di San Claus, san Nicola di di Mira e di Bari (il Babbo Natale del marketing contemporaneo), che meriterebbe un approfondimento. Il vescovo Nicola di Mira, ai temi di Costantino fu tra i protagonisti del Concilio di Nicea (325) per la sua lotta contro Ario (forse finita a pugni, come usava al tempo, di cui restano tracce nel setto nasale rotto; cf. studi delle Università di Cambridge, di Manchester e del medico legale professor Francesco Introna). Nel 1087 un gruppo di coraggiosi marinai delinquenti baresi sottrassero le reliquie dal monastero della città turca, le portarono a Bari dove fu fatta costruire una meravigliosa basilica. Da allora, rifacendosi allo spirito di carità cristiana del vescovo santo (che era anche benestante di famiglia), si è s viluppata nei secoli la figura di questo personaggio fino alla sua tarsformazione in ciò che sappiamo.

DEL PRESEPE COME SIMBOLO DELLA SACRA FAMIGLIA

Il presepe è una rappresentazione artistica e devozionale della nascita di Gesù, che deriva dal latino “praesaepe” (mangiatoia), la cui tradizione è attribuita a Francesco d’Assisi, che nel 1223 a Greccio creò il primo presepe vivente per rivivere l’evento in modo concreto, diffondendo poi l’usanza di allestirlo in chiese e case, arricchendolo con figure (Sacra Famiglia, pastori, Magi, animali) e ambientazioni suggestive, e così diventando un forte simbolo culturale e religioso del Natale in Italia e nel mondo. 

Le rappresentazioni della Natività hanno radici nelle prime iconografie cristiane; scene della nascita di Gesù compaiono in opere d’arte paleocristiane fin dal IV secolo e in seguito sono diventate sempre più diffuse nel Medioevo.

Il presepe tradizionale comprende solitamente statue della Sacra Famiglia, dei Magi, dei pastori, degli animali come il bue e l’asino, e altri personaggi collocati in un contesto che evoca la grotta o la capanna di Betlemme. Secondo alcune tradizioni, la statuina di Gesù Bambino viene inserita nella mangiatoia alla vigilia di Natale e le figure dei Magi vengono posizionate progressivamente fino al giorno dell’Epifania.[2]

Stamane, vivo le povere persone morte l’altrieri nel Mediterraneo come cercatori del Bambino Gesù, che purtroppo in alcuni “presepi” occidentali non avrebbero trovato.

DI PRESEPI INSENSATI

Di contro, il presepe in molti luoghi viene contestato, vilipeso, abolito. Chi si comporta in questo modo non conosce la storia, né le religioni, oppure per opportunismo cerca di titillare settori che potrebbe convenire farsi amici e potenziali elettori. Ecco allora che, nei casi più clamorosi c’è un islamista che spacca Gesù Bambino come a Brescia, ma in quelli peggiori c’è l’autocensura di amministrazioni che tolgono le figure della Famiglia di Gesù (a Bruxelles nella sede dell’Unione Europeo c’è un presepe con le figure della Sacra Famiglia senza faccia e, pare, altrettanto è accaduto anche a Reggio Emilia!!! già nota per recenti azioni della Pubblica autorità quantomeno insensate); a Milano in un presepe la mangiatoia è sostituita da un gommone; oppure, in un caso si presenta un presepe senza san Giuseppe; in un altro Gesù Bambino è collocato tra Hitler e il capofamiglia dei Simpson; a Bologna in Piazza Maggiore, davanti a San Petronio, hanno piazzato dei megaliti colorati (no comment, poiché una a me carissima amica bolognese ha ben valutato l’iniziativa, a mio avviso, di natura “zuppiana”); in un altro caso che sarebbe pittoresco se non fosse vergognoso, quello di una parrocchia di Avellino, (il parroco?) don Vitaliano Della Sala mette una “gesù bambina (intendo una bimba femmina)” nella mangiatoia… Ha nulla da dire il suo vescovo?

Eppure io so che ai musulmani che conosco il presepe non dà alcun fastidio, perché considerano Gesù un grande profeta, e sanno che Maria è ampiamente citata (più di Fatima e di Kadijia) dal Corano nella Sura 4.

No pasaràn! …perché la verità delle cose, prima o poi, ha sempre vinto, e vincerà.

AUGURI SPECIALI A GARLASCO

Un ultimo augurio per la gente di Garlasco e dintorni: che il Natale di Gesù e della Sacra Famiglia porti la pace possibile al dottor Alberto Stasi e alla sua mamma, nel ricordo di papà Nicola che è morto di dolore; porti lucidità e pace alla povera famiglia Poggi; porti un sentimento di umana vergogna, di pentimento, di resipiscenza e di disponibilità all’espiazione agli assassini/ assassine della dottoressa Chiara Poggi (13 agosto 2007); instilli vergogna in chi ha lavorato per la menzogna con livore e ostinata pervicacia nella maldicenza e perfino nella calunnia in tv (opinionisti/e, criminologhe, legali, genetisti, etc.), sul web e nelle istituzioni (a suo tempo nella Magistratura e nella Polizia giudiziaria), e pace, conforto e coraggio di continuare a ben operare ai più che nelle istituzioni (ora l’attuale Magistratura e Polizia giudiziaria operante), nonché agli specialisti e ai tecnici intellettualmente onesti, che hanno avuto ed hanno il coraggio di cambiare il senso delle cose in una prospettiva di Giustizia, scoprendo i/le colpevoli del delitto e liberando, finalmente, l’innocente.

Buon Natale, salute e serenità a chi mi legge

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