In un tempo e in un mondo confusi (e strambi) e pericolosi come l’attuale. Due esempi tra innumerevoli: la strage antisemita islamista di Sydney, che spero sia definita come tale anche dal signor Anthony Albanese, nomen omen, perché finora non lo ha fatto, e l’omicidio di Sharon Verzeni perpetrato da Moussa Sangare, per il quale la procura chiede – giustamente – l’ergastolo: questo “signore” ha ucciso per noia, per capriccio, per futili motivi, per malvagità, schifoso!… e non voglio leggere sociologismi o psicologismi insulsi che cercano di spiegare questo orrore con le colpe della società, (aaah, respiro profondo) la “Filosofia scolastica” medievale di Tommaso d’Aquino, Alberto di Colonia, Sigieri di Brabante, Guglielmo d’Occam, Giovanni Duns Scoto and co., può offrire ancora strumenti utili di conoscenza dell’uomo, dei suoi comportamenti e del suo ambiente, poiché riesce a far dialogare psicologia, diritto e morale, che il sapere contemporaneo ha pericolosamente separato, in un “cupio dissolvi” (trad.: desidero di essere fatto scomparire) che tende al tragico. La speranza e la carità conducono alla fede
PROEMIO
In un tempo e in un mondo confusi (e strambi) e pericolosi come l’attuale. Due esempi tra innumerevoli: la strage antisemita islamista del sedicente ISIS di Sydney, che spero sia definita come tale anche dal signor Anthony “Albanese”, nomen omen, perché finora non lo ha fatto, e l’omicidio di Sharon Verzeni perpetrato da Moussa Sangare, per il quale la procura chiede – giustamente – l’ergastolo: questo “signore” ha ucciso per noia, per capriccio, per futili motivi, per pura malvagità (perché il male esiste nell’uomo, anche se non è, sotto il profilo ontologico, cari indulgenti-intellettualmente-disonesti-a-prescindere!), lo schifoso!… e non voglio leggere in giro filosofemi, sociologismi o psicologismi insulsi che cercano di spiegare questo orrore con le colpe della società, (aaah, respiro profondo) la Filosofia scolastica medievale di Tommaso d’Aquino, Alberto di Colonia, Sigieri di Brabante, Guglielmo d’Occam, Giovanni Duns Scoto and co., può offrire ancora strumenti utili di conoscenza dell’uomo, dei suoi comportamenti e del suo ambiente, poiché riesce a far dialogare psicologia, diritto e morale, che il sapere contemporaneo ha pericolosamente separato, in un cupio dissolvi che tende al tragico.
Una storia di questi giorni. Per il primo ministro australiano Mr. Anthony Albanese (oddio, cognome azzeccato, amara ironia della storia), ciò che è successo su una spiaggia di Sydney una settimana fa, uno spaventoso attentato contro cittadini ebrei australiani, un pogrom, sembra essere una mera faccenda criminale, non un tremendo e orribile crimine islamista. Pare che per il signor Albanese, le decine di persone ammazzate o ferite non siano “sostanza individuale di natura intellettuale“, cioè provviste di una dignità pari alla sua, di australiano con origini italiane, ma solo accidentalmente, anzi, incidentalmente, ebrei, che stavano celebrando la Festa delle Luci, l’Hanukkah.
In lingua ebraica la parola hanukkah significa «inaugurazione» o «dedica»: infatti la festa ricorda il miracolo della durata dell’olio della Menorah dopo la riconquista del Tempio di Gerusalemme e la riconsacrazione dell’altare nel tempio stesso avvenute nel 164 a.C., nelle prime fasi della rivolta maccabaica contro l’impero seleucide.
L’antisemitismo attuale si nutre di ignoranza e di pregiudizi. Ha sempre le medesime origini storiche di tutti gli aspetti di questa tragica dottrina: l’ebreo come opportunista, ladro, colonialista, finanziere sfruttatore, sopraffattore, fanatico, superbo (cf. Mein Kampf di A. Hitler); viene confuso con il sionismo tout court, che è la dottrina della rinascita di un sentimento culturale e sociale dell’ebraismo nato a fine Ottocento (cf scritti di Theodor Herzl), prodromo della costituzione di uno stato ebraico, quello che oggi si chiama Israele, peraltro rievocante il nome biblico del Regno del Nord dell’VIII secolo a. C. Il sionismo, questo lo scrivo a favore degli antisemiti di sinistra, e notizia storica, ha prodotto elementi di socialismo come i kibbutzim, la democrazia e forme di socialismo democratico, unica avis nell’attuale Vicino Oriente.
Altre forme gravissime di antisemitismo si sono registrare in tutti i tempi della storia occidentale, da subito dopo la diaspora del 70, sotto l’imperatore Flavio Vespasiano per opera di suo figlio Tito, e del 135 d. C. sotto l’imperatore Adriano (cf. Giuseppe Flavio, Le Guerre giudaiche), fino alla Spagna di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona che li espulsero dal Regno ispanico bicefalo nel 1492. I cristiani, soprattutto i cattolici e gli ortodossi furono fortemente antisemiti in nome del cosiddetto “deicidio”, che sarebbe stato compiuto dagli Ebrei con l’uccisione di Gesù di Nazaret. Storicamente si sa che Gesù fu ucciso dopo un breve processo imperiale, sotto il Procuratore Ponzio Pilato, su istigazione del Sinedrio dei Sadducei, che temevano questo rabbi smascheratore dei loro formalismi ipocriti. Si dovette attendere papa Giovanni XXIII per vedere tolta, nel 1960, alla vigilia del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo, dalla liturgia cattolica l’invocazione a Dio per la conversione dei “perfidi Ebrei”. Altrove, soprattutto dopo la cacciata dalla Spagna sopra citata, gli Ebrei trovarono accoglienza in tutto il Mediterraneo, soprattutto nell’Impero Ottomano, dove poterono vivere in buona tranquillità.
Lo dico e lo ripeto: fermo restando il diritto degli arabi di Palestina, come ogni altro popolo della Terra, di avere un soggetto statuale che stabilisca un territorio per la loro Nazione e cultura, che peraltro non è islamica al 100% (nozione poco nota), con altrettanta vigoria sostengo il diritto all’esistenza dello Stato di Israele. Al di fuori di questa affermazione chiara intravedo, o direttamente o surrrettiziamente, forme più o meno violente di antisemitismo…, che mi spiace di notare anche a sinistra (ma non è una novità, perché in parte antisemiti sono stati i socialisti francesi, i comunisti sovietici, i socialdemocratici tedeschi e austroungarici, e non pochi altri ascrivibili alla storia mondiale della sinistra… e oggi lo sono in una certa misura i pro pal che non so se sopportano o supportano (spero non sia così, ma non gli manca quantomeno l’ingenuità) gli spaccatori di auto e negozi, perché questi ultimi non sono fascisti, in quanto si definiscono comunisti. Tuttalpiù squadristi, come li definisce correttamente Luciano Violante, quasi facendo eco al professor Sabino Cassese. Claro?).
Qualche tempo fa proposi in questo sito un articolo sui brocardi e sui latinismi giuridici. Questa domenica, invece, propongo di cercare assieme nella sapienza classica, quella metafisica, la possibilità di interpretare il mondo, la realtà, l’uomo, proprio con gli strumenti filosofici e concettuali di quella sapienza immortale.
I. DELLA PERSONA
Inizio da questa frase del grande filosofo e teologo del V/VI secc. Anicio Manlio Torquato Severino Boezio: “Persona est rationalis natura individua substantia“, cioè “la persona è una sostanza individuale di natura intellettuale”. E’ una frase che insegna il rispetto per ogni essere umano, come insegna la Scrittura in Genesi 1, 27: “Dio fece l’uomo a sua immagine (…)”. Insegnamento per tutti gli arroganti, i violenti, gli omicidi, come colui, colei o coloro che il 13 agosto 2007 uccisero con orribile crudeltà la dottoressa Chiara Poggi a Garlasco in via G. Pascoli, provincia di Pavia, Lombardia, Italia, Europa, pianeta Terra, Sistema solare, Via Lattea, a seimilacinquecento anni luce dal Braccio di Perseo, che confina con l’infinito… Se trovi o trovate queste righe, omicida/i di Chiara e di Sharon Verzeni, e di…, aprite i vostri aridi cuori alla vergogna, al pentimento e alla richiesta di perdono. Piccoli, miserabili.

II. DELLA NATURA
Sempre del grande Boezio, che ebbe la vita troncata da Teoderico, l’Ostrogoto re d’Italia, il primo re d’Italia: “Natura est quoddam ens per se subsistens, quod habet in se rationem motus et quietis”, vale a dire “La natura è qualsiasi ente sussistente di per sé, che possiede in se stesso origine di moto e di quiete”. Bellezza e armonia risonanti sfere celesti e pensieri buoni. Dizione non distante da quelle più antiche di Aristotele e di Lucrezio.
III. DEL MASSACRO DI SYDNEY
Gli uccisi di Sydney erano enti in quanto esseri umani viventi, senzienti, coscienti, ma qualcuno ha deciso che non avevano diiritto di vivere: due assassini islamisti nutriti di odio verso gli ebrei. Piccoli, miserabili, a 6500 anni luce dal Braccio di Perseo, oltre la nostra Galassia.
IV. DEI FONDAMENTI DELLA METAFISICA
Vediamo prima di tutto il fondamento teorico più sintetico della metafisica: a) l’essere è ciò per cui l’ente è; l’essenza, o quidditas, è ciò per cui l’ente è ciò che è; l’ente è il soggetto di cui trattasi. Nulla sfugge al principio dell’essere, che tutto contene (come recita la Carta Capuana, fin dal 1060).
V. DEL BENE ORDINATO E PERCIO’ GIUSTO
Continuiamo: “Bonum quia iussum et iustum quia iussum“, traduzione in italiano: “Il bene è perché ordinato ed è giusto perché ordinato”, poiché il bene deve essere ordinato, vale a dire messo-in-ordine, e perciò è giusto, non in quanto ordinato come “comandato”. Bene, ordine, giusto vs male, dis-ordine, in-giusto.
VI. DELL’IDENTITA’ TRA SOGGETTO CONOSCENTE E OGGETTO CONOSCIUTO
“Idem est actus cognoscentis et cogniti“, ovvero “idem est actus moventis et moti“; rispettivamente “identico è l’atto di chi conosce e di ciò che è conosciuto”, ovvero “identico è l’atto di chi muove (qualcosa) e di ciò che è mosso (da qualcuno)”. Che significa? …che la strada verso Atene da Tebe è la medesima se si va da Atene a Tebe o, viceversa, da Tebe ad Atene. Comunque si arriva tornando da dove si è partiti.
VII. DELL’ANIMA
“Anima est forma substantialis corporis” significa che “l’anima è la forma sostanziale del corpo”. Gli ebrei, dunque, secondo gli islamisti fanatici, non hanno l’anima? E invece ce l’hanno come loro, che pensano che non ce l’abbiano.
VIII. DEL PECCATO
Ecco una frase di sant’Agostino per rappresentare il peccato: “Aversio a Deo et conversio ad creaturas“, cioè “Togliersi dai comandamenti di Dio e volgersi agli ordini delle creature”: certamente nel Ku’ran si parla di proselitismo, ma non vi è nessuna frase che prevede l’uccisione sic et simpliciter degli “infedeli”, come ordinato dall’islamismo criminale. Quindi i due assassini di Sydney hanno gravemente peccato, e il peccato è un allontanamento da Dio.
Nel mondo greco latino il peccato è una specie di ingiustizia (adikìa, iniustitia), mentre nel mondo biblico ebraico, i concetti di awon/ awol si riferiscono piuttosto a un certo “mancare il bersaglio”, quasi preconizzando l’idea salvifica del “fine ultimo” cristiano.
IX. DELLA GNOSEOLOGIA O CRITICA DELLA CONOSCENZA
“Adaequatio intellectus et rei (et) adaequatio intellectus ad rem (et) adaequatio rei ad intellectum: sono le tre modalità della conoscenza. Traduzione. “Adeguamento dell’intelletto e della cosa (e) adeguamento dell’intelletto alla cosa (e) adeguamento della cosa all’intelletto”. Le tre modalità rappresentano, rispettivamente: a) il realismo aristotelico–tomista, b) il materialismo comunque declinato, da Democrito, Leucippo e Lucrezio, fino a Comte, Marx e Hack, c) l‘idealismo, da Platone a Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Una sintesi gnoseologica o di critica della conoscenza: applichiamola al crimine di Sydney, alla lurida vicenda di Garlasco, e anche all’omicidio mostruoso di Sharon Verzeni perpetrato da quell’uomo crudele e malvagio che, primo et per se (non per colpa della società!), è Moussa Sangare.
Un esempio applicativo della triade logica è evidente nel caso della tristissima e orribile vicenda di Garlasco nella quale vi è chi pretende di piegare la realtà al proprio pensiero (adaequatio rei ad intellectum, vale a dire l’adeguamento della cosa al pensiero), con ciò intendendo la linea di difesa del signor Sempio e della incomprensibile “parte civile” della famiglia della giovane signora assassinata, dove si presentano professionisti letteralmente inascoltabili come l’avvocato XC e l’ex RIS dottor YC.
X. DEL DIVENIRE COME PERSEITA’ PROPOSIZIONALE
“Il divenire è l’essere proprio di chi non è ancora (fieri non est esse cuius adhuc non est)”; non si può dire, contra, “il divenire è l’essere del non-essere”, mentre invece si può affermare che “Il divenire è l’atto proprio di chi è in potenza”.
Tutto quanto sopra è, primo et per se, propriamente aderente ai fatti, ai protagonisti e anche ai deuteragonisti e perfino ai testimoni dei casi sopra citati (in IX).
Ricordo che il concetto di “perseità proposizionale” si riferisce al significato intrinseco, sostanziale di ogni detto, fuor di ogni campo eventualmente polisemantico.
XI. DEL FINE
Quale era dunque il fine cui propriamente (primo et per se) tendeva l’agire di chi ha agito nei tre casi? L’omicidio, cioè il male fatto. La natura, l’essenza e la sostanza di quanto sopra raccontato hanno connotati di verità effettuale. L’omicidio è intrinsecamente male voluto dall’essere umano libero, che risponde del male-fatto o del male-detto. Maledetto.
XII. DEL FINE DELL’AGIRE UMANO
Un altro aspetto è il seguente: ad ogni modo di agire corrisponde un determinato fine in cui si compie l’agire (perficitur). Coloro che hanno volutamente o per insipiente ignoranza tecnica nello studio del crimine di Garlasco sono moralmente colpevoli, poiché l’ignoranza tecnica, se non causata da forza maggiore (impedimenti insuperabili), si fa ignoranza morale, e dunque colpevole, come quella del genetista che non escluse dal genoma Y presente sul corpo della dottoressa Poggi il dottore Alberto Stasi, il professor XYDS.
XIII. DEL MALE
La definizione del male più classica è quella di sant’Agostino: “Malum est defectio boni“, vale a dire che il male è simpliciter una mancanza di bene, per cui non è, in quanto esiste solo come mancanza. Il bene è, non solo il bonum, ma anche il facere/dicere bonum, vale a dire il fare-bene le cose. Sul lavoro, ad esempio. La mancanza di diligenza è una colpa morale: come si vede, il male è una mancanza, una deficienza (di bene).
XIV. DEL BENE E DEL MALE
a) Il fine di ogni cosa è il bene nel senso che ogni cosa è buona, se utlizzata bene, denaro compreso; b) non vi è alcun “sommo male” o “dio del male”; c) nessuna azione, di per sé, tende al male; d) anche in chi agisce deliberatamente, il male è preterintenzionale (in quanto non è di per sé l’oggetto del tendere della volontà, che in questo caso può essere traviata, perché non illuminata dall’intelletto); e) il male è spiegato e causato da un bene (anche se apparente); f) il male, di per sé, non causa nulla, ma esprime sé stesso; g) ogni male suppone un bene nel soggetto da esso affetto… e ancora:
- malum in rebus incidit praeter intentionem agentium, vale a dire “il male incide nelle cose al di là delle intenzioni dell’agente”;
- malum causatum nisi a bonum, cioè “il male non è causato se non da un bene (malinteso)”, come nel caso di chi, uccidendo Chiara Poggi, riteneva di avere dei vantaggi sociali evitando problemi penali propri in altri ambiti;
- malum, etsi non sit causa per se, est tamen causa per accidens, vale a dire “il male, anche se se non è causa di sé per se, è tuttavia causa casuale” (apparente ossimoro);
- bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu, in it. “il bene deriva da una causa integra (completa), il male deriva da qualunque mancanza”;
- omne malum est in aliquo bono fundatum, cioè “tutto il male è fondato in qualche bene (per il colpevole, si intende, e dunque, malinteso)”.
- aversio a fine ultimo, vale a dire “(compiere il male) è un’opposione al fine ultimo (che è la salvezza delll’anima, in qualsivoglia senso la si intenda)”, e
- ex fine oportet accipere rationes eorum quae ordinantur ad finem, cioè “bisogna che dal fine si comprendano le ragioni di coloro che sono stati ordinati al fine (stesso)”;
- bonum est quod omnia appetunt, vale a dire “il bene è ciò cui tutte le cose tendono”.
Per finire, un detto quasi consolatorio: “il male non potrà mai distruggere totalmente il bene”.
XV DEUS EST IPSUM ESSE SUBSISTENS SICUT AGERE BONUM. PER KANT LA FEDE NASCE DALLA MORALE. LA SINDERESI
Deus est ipsum esse subsistens, vale a dire “Dio è l’essere stesso sussistente”. Non procedo su questo tema dogmatico-metafisico, che affronterò più avanti nel tempo, per tornare al tema morale.
Secondo questa impostazione filosofico morale, l’agire umano è governato dalla sinderesi, che è un termine filosofico e teologico, di orgine greca, che indica la capacità innata della coscienza umana di discernere spontaneamente il bene dal male, una sorta di scintilla interiore o “luce della coscienza” che guida verso princìpi morali universali, centrale nella Scolastica, e ancora oggi rilevante (Immanuel Kant, Martha Nussbaum, Elizabeth Anscombe, Roberta De Monticelli, altri/e) nell”etica e nella vita spirtuale, anche se nel tempo, se non coltivata, può indebolirsi.
Una domanda: come funzionava la sinderesi negli assassini/ nelle assassine di Chiara Poggi, di Sharon Verzeni, di Giulia Cecchettin, di Serena Mollicone, di Giulia Tramontano, di Liliana Resinovich, di Nada Cella, di Simonetta Cesaroni e di altre donne? …oppure di Guido Rossa, di Massimo D’Antona, di Marco Biagi e di Aldo Moro?
Avevano questi assassini o queste assassine un fine ultimo e fini intermedi per la propria vita? Forse fini intermedi sì, la carriera, il successo, la liberazione da un peso, il toglimento di un testimone, la rivoluzione proletaria, etc… circa il fine ultimo pare di no. O forse, il fine ultimo era un fine intermedio. Ecco che allora, come insegna l’etica classica, se manca il fine ultimo, o se esso è còlto in un fine intermediio, la vita dell’agente è un fallimento, oltre che un reato penale, e/o un peccato morale.
XVI DELLA COSCIENZA
La coscienza è il luogo più segreto e sacro dell’uomo. Da un punto di vista morale si dà un’ignoranza tecnica e un’ignoranza morale, che fanno comunque agire mediante una ratio particularis et consensus, vale a dire scegliendo e decidendo con la mente.
L‘ignoranza tecnica è un non-conoscere una determinata cosa e cionostante occuparsene, generando un errore e un danno; un esempio può essere il seguente di ambito lavorativo: un addetto a una macchina utensile (un tornio manuale, per dire) inizia ad utilizzarlo senza avere una formazione adeguata al suo utilizzo, rovinando il pezzo a cui si dedica con l’utensile messo in moto dall’energia elettrica, e danneggiando la macchina stessa. Si tratterebbe di un atto di presunzione e di superbia professionale se attuato per prevalente ingenuità e fiducia. Tale azione può diventare, da colpevole senza dolo nel caso in cui qualcuno (un superiore) gli abbia ordinato di operare nonostante non fosse professionalmente preparato e lui avesse obbedito fidandosi dell’ordine in quanto ordine (cf. supra: bonum est iustum quia iussum; omne malum nisi a bono; omne malo ex bono), o con dolo nel caso opposto.
L’ignoranza morale e quindi la colpevolezza (derivante dalla responsabilità diretta) sotto il profilo etico e giuridico-contrattuale sorge quando il lavoratore, nonostante sappia (primo et per se) e sia stato avvertito dal superiore che non doveva mettersi al tornio e lavorare in autonomia, lo abbia ugualmente fatto.
Si possono trovare innumerevoli analogie esemplificative in ogni settore della vita umana.
Si dà, dunque, una ratio operandi et docendi sed post discendi, vale a dire, che “vi è un agire successivo all’aver imparato”. In ogni lavoro si danno quattro livelli: a) chi sa a malapena accendere la macchina utensile, b) chi la sa condurre nella norma quando non vi sono intoppi e sa agire su piccoli e semplici contrattempi tecnici, risolvendoli; d) chi sa insegnare a un collega inesperto come funziona e come si conduce una macchina. nel processo dell’agire vi è – previamente – una ratio voluntatis, cioè una “decisione assunta da un atto volontario”.
Un altro esempio di mancanza di coscienza lo apprendo ascoltando alcuni dei commentatori a pagamento del delitto di Garlasco. Non li cito per pietà della loro miseria mentale e morale: intendo opinionisti, alcuni youtuber, organizzatori di feste e programmi tv, che lucrano sul dolore altrui, operattori di casting e potenziali vittime di questi figuri. Se un lettore mi chiedesse i loro nomi glieli farei.
Tornando a noi, per arrivare al punto iniziale dell’azione occorre distinguere tra varie fasi connesse e successive: studium et examen operis, comprehensio, ratio operandi laborem, deliberatio, actio per finem, vale a dire “studio ed esame del lavoro (da eseguire), comprensione del lavoro stesso, conoscenza del come si esegue il lavoro, decisione (di iniziare), agire per il fine (compreso nella prima analisi)”.
XVII DELL’OPZIONE FONDAMENTALE DELLA SCELTA MORALE E GLI ATTI “CATEGORIALI”
Con il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo, la morale cattolica ha previsto anche la definizione di cui qui tratto, denominata: opzione fondamentale (che il padre gesuita Karl Rahner, esperto, trasse in parte dall’etica heideggeriana). Tale dottrina ammette la possibilità di perdono per la commissione di molti peccati, se la persona si è data una convinta opzione fondamentale per la virtù e una scelta per il bene. Forse un po’ comodo? Si tratta di vedere quanti “peccati”, e di quale gravità siano condonabili come colpa, ferma restando la pena.
La tradizione morale cattolica prevede che, affinché si dia un peccatum grave (detto della-morte-dell’anima) occorrono tre condizioni, in assenza di una delle quali si può comunque dare peccato grave; esse sono la materia grave, la piena avvertenza e il deliberato consenso. Facciamo un esempio: l’omicidio di Chiara Poggi è sicuramente da definire oggetto di materia grave; la domanda è: l’assassino era pienamente avvertito e, nell’agire, ha conferito all’azione il suo pieno consenso? Ovvero, a volte la materia grave è talmente grave come in questo caso che non occorrono neanche le altre due condizioni (che a mio avviso comunque sussistevano).
Qui entra in campo il DSM-IV-TR MG Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali per la Medicina Generale, che può indicare, sia alcuni bias cognitivi, sia alcuni aspetti patologici che possono contribuire al male. Infatti, il direttore spirituale, il confessore, il consulente filosofico, lo psicoterapeuta, lo psicanalista e naturalmente il medico psichiatra, debbono tenere conto di ciò che finora le scienze neuro-psicologiche e psichiatriche hanno capito che può accadere all’uomo. E di conseguenza può operare – in base a scienza condivisa e a coscienza sua personale – il giurista incaricato dalla magistratura di esprimere un giudizio di condanna o di proscioglimento di un imputato.
XVIII DELLA SCIENZA, DELLA TEOLOGIA CATTOLICA E DEL SACRO
Secondo la teologia la beatitudine è nel fine ultimo, che è la salvezza, mentre la scienza è una “conoscenza certa ed evidente di un enunciato in forza del suo perché proprio, proporzionato e prossimo”.
Per la teologia Dio vede tutto simultaneamente e non ha consecutio temporum, poiché il suo contesto è l’aeternitas, quia est interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio, vale a dire “l’eternità è un possesso simultanemente totale e perfetto dii una vita interminabile”.
La teologia si sviluppa vivendo in ambiente metafisico: la metafisica è l’autotrasparenza del fondamento epistemico, trattando quod est habet necessitatem essendi et permanendi, cioè “ciò che è necessita dell’essere che permane”.
Dio + mondo uguale Dio; Dio dice tutto e totalmente se stesso in Cristo; Dio è l’autocoscienza assoluta. In Dio il divenire è l’apparire/ scomparire di ciò che eternamente è; c’è una coscienza assoluta cui eternamente appaiono gli eterni essenti (o enti), che è Dio.
Cristo è la manifestazione piena e totale dell’autocoscienza assoluta (simpliciter); il Lògos incarnato dà una visibilità cosmico/creaturale all’autotrasparenza di Dio; Dio dice tutto e totalmente se stesso in Cristo; l’Incarnazione è la visibiltà cosmica di Dio; la teologia esplora ciò che non è evidentemente assurdo nella Rivelazione; Dio è anche il suo vedersi visto da noi; ex nihilo significa che nulla è presupposto all’atto creatore; la presenza di immensità di Dio si estrapola dal mondo; Dio è la manifestazione assoluta della complessità, che si può comprendere con questo tipo di “algoritmi” concernenti il numero 10: 5+5 uguale 10 oppure 2*5 uguale 10, ovvero 20/200/2000…:X uguale 10… è tutto ma non totalmente, perché il 10 si ottiene in infiniti modi, ad e. ; Deus est sub specie aeternitatis, cioè “Dio è sotto la specie dell’eternità” (cf. anche Ilya Prigogine).
Deus est omnia et totaliter in omnibus et quodlibet in quolibet, vale a dire “Dio è tutto e totalmente in tutte le cose e per qualunque cosa”: kantianamente si tratta di un giudizio sintetico anagogico a priori, che conclude il percorso ermeneutico necessario seguente: letteralismo, metaforicismo–allegorismo, morale, anagogico, cosicché la fede teologale è vedere le cose dal punto di vista della scienza di Dio.
Infine: la connessione formale del diverso è un giudizio sintetico a posteriori, mentre la connessione necessaria dell’identico è un giudizio analitico a priori.
Spiego la concettosità filosofico-scolastica del capitolo in questo modo, semplificando: Dio è Tutto e Totalmente come Intelligenza personale e amorosa, di cui Cristo è la manifestazione disponibile a chi umilmente si pone in un atto di fede.
In breve: la teologia utilizza il linguaggio filosofico-metafisico, collocando il proprio “ambiente” nella dimensione del “sacro”: il sacro può essere una via di meraviglia e di umiltà che può condurre alla fede: dalla bellezza dell’oceano e della montagna, dalla bontà di un uomo, dall’arte sublime, dai racconti ispirati dallo Spirito, ci si può incamminare verso l’eternamente Incondizionato, che è Dio.
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