Il buono e il bene (…e anche il bello, di cui ho scritto qualche giorno fa), sono unificati nel sintagma greco “kalokagathia” (καλοκαγαθία), che significa “la bellezza e la bontà” (cf. Platone, Timeo); a ciò aggiungo il “tob” genesiaco (cf. Genesi 1, 4: “…Dio vide che la luce era cosa buona.”), cioè “bello/buono”: tutti sintagmi che collegano il buono al bello, ovvero del giudizio morale fondato su un’etica che distingue le azioni buone dalle azioni male liberamente compiute dall’uomo (Seconda parte)
Circa la bellezza, so di affrontare nuovamente un tema non facilissimo, visto che non ne tratterò come di esso parlano le riviste di moda patinate o di quelle che propongono suggerimenti sul cosiddetto make up (o trucco) per le donne, caratterizzati da modalità espressive e da un lessico essenzialmente “estetistici”, come nell’evidente caso dell’armocromia, che tanto interessa – convenientemente, a mio avviso – in special modo a una dirigente della politica italiana, e certamente a molte altre persone di ogni categoria sociale, opinion politica e livello culturale.
Nulla provo di negativo né mi oppongo o contrasto, ovviamente, le misure di eleganza delle donne, che anzi mi fanno oltremodo piacere, essendo in tal modo attrattive per la mia natura ordinaria di maschio adulto un pochino geneticamente (?) “patriarchista”, come non troppo brillentemente osservava, da giurista, un importante Ministro della Repubblica qualche dì or è. Detto intervento mi ha oltremodo confermato nell’idea che gli studi giuridici e quelli psico-sociologici da qualche tempo trascurino un po’ gli studi di etica, e anche di estetica, se quest’ultima intesa in senso filosofico. Personalmente irrobustirei non poco gli studi di Filosofia del diritto e di Etica generale nelle accademie di tutti gli studi umanistici e delle varie antropologie (culturale, psicologica, fisica, medica e filosofica). Più precisamente, suddividerei l’Etica – sotto il profilo accademico – in a) Etica naturale della persona, dei viventi, o bioetica-neuroetica, e dell’ambiente, e b) in Etica socio-politica.
Le donne, prima di tutto verso sé stesse, hanno il “dovere” di “tenersi bene”, al fine civilissimo di piacere, fine che, di per sé, non parmi informato di mero patriarchismo (vedi sopra). Un esempio: se all’apparire dei primi fili grigi nell’ampia volumetria del capello femminile, la donna cerca un modo per ripristinare il suo colore iniziale, trovo tale decisione oltremodo opportuna, e a volte perfino necessaria, soprattutto se la “grigità” sopraveniente non offre quei balenii di luce discreta che rendono anche il color grigio affascinante, nei capelli di una donna, mentre ove altrettanto accada a un uomo, la ricerca affannosa del ripristino del castano o del biondo primigenio, comprese le loro sfumature, per me risulta abbastanza patetico.
Per esperienza personale, posso tranquillamente affermare che il mio ingrigimento pilifero, peraltro flebilmente già iniziato attorno ai vent’anni, non solo non ha peggiorato (nel senso del gradimento femminile per la mia figura maschile, prima ancora che come persona), ma ha addirittura migliorato il mio propormi al mondo (e i suoi esiti, comunque intesi).
A conclusione di queste prime riflessioni, propongo però un mio giudizio sui capelli femminili concernente quantomeno l’Italia: salvo qualche raro caso di donne bionde, più numerose nell’Italia settentrionale, e di donne brune tipiche del Meridione mediterraneo, quasi tutte le donne italiane sono castane, ma preferiscono farsi tendenzialmente bionde. Un suggerimento ai miei congeneri maschi: guardate le sopracciglia, che non mentono mai.
Passiamo ora al termine bene correlato all’altro sostantivo, bontà, che reciprocamente si richiamano.

LE PRINCIPALI FONTI FILOSOFICHE E TEOLOGICHE
Platone di Atene correlava immediatamente il concetto di bene-bontà e del suo connesso attributo buono con gli altri concetti trascendentali, cioè il bello (e financo il vero), mediante una crasi lessicale, la kalokagathia (καλοκαγαθία, che vuol dire bello e buono): il buono in quanto bello e viceversa. Si tratta di una identificazione metafisica tra i due concetti, poiché il bene non può che essere bello, poiché coincide con l’armonia delle relazioni (cf. articolo precedente – prima parte), mentre il male è disarmonico e malvagio.
Il Cristianesimo ha accettato e utilizzato questo sintagma, a partire dall’alessandrino Origene, che ne trattò aiamente nel suo Commentario al Cantico dei cantici del quale consiglio la lettura (Ed. Mondadori-Lorenzo Valla, Milano 1997, e cf. R. Pilutti, Le Parole e i Simboli nella Bibbia per una Teologia dell’Eros, Ed. Cantagalli, Siena 2017, chiedendo immediatamente perdòno per l’immodesta autocitazione), e successivamente lo sviluppò con sant’Agostino, soprattutto nell’ampia semantica dell’amore. Il Dio cristiano infatti, oltre che onnipotente e onnisciente, è l’essenza della bontà, della bellezza e della verità.
In generale, nel nostro modo di parlare e di intendere questi concetti, quando diciamo bene vogliamo significare azione buona (è il “fare del bene“), oppure anche cosa buona come ricchezza disponibile: si ttratta dei beni, anche materiali, sui quali il giudizio morale non si basa sulla sua esistenza, bensì sul suo utilizzo. Le regole morali sono quelle che sovrintendono all’agire buono, secondo valori e princìpi eticamente fondati sulla ricerca di un ben-stare e bene-essere condiviso.
Filosoficamente pare che al bene si possa opporre simmetricamente il male, ma potrebbe non essere proprio solamente così. Sant’Agostino, ad esempio, riteneva che il male non fosse formalmente il contrario del bene, ma una sorta di mancanza di bene, una defectio boni, poiché il male mancherebbe di sostanza, in sé: un’assenza, un difetto, un’ingiuria, non un qualcosa di concretamente autonomo, perché si tratterebbe soggettivamente di una ignoranza, e ancora, detto altrimenti, non di un qualcosa provvisto di essere. Il male, per il vescovo-filosofo africano sarebbe un non-essere, quasi in senso parmenideo.
Sulla strada agostiniana, ma da essa deviando, troviamo Hannah Arendt, che ebbe a incontrare il male durante il processo ad Adolf Eichmann nel 1961: la filosofa definì il grande male della Shoah “banale”, a mio avviso sbagliandosi, perché il male può-non-essere il contrario del bene, ma non è mai banale, se non altro per le sofferenze indicibili che in quel caso genocidario e in altri ha generato.
Sempre ad opinione del grande Ipponate, il male si potrebbe intendere in tre modi: a) il male fisico come mancanza di salute, b) il male morale come mancanza di senso etico e c) il male metafisico, come assenza di sostanza di bene, un vuoto.
ETICA E MORALE
Etica e morale, rispettivamente in greco (ἦθος, èthos) e in latino (mos) sono termini a volte considerati e utilizzati come sinonimi, ma è preferibile tenere conto di sfumature semantiche differenti. Per “etica“, ai nostri tempi si ritiene si possa definire la conoscenza del giudizio sull’agire libero dell’uomo, che può essere buono o malo. Più precisamente, secondo l’etica aristotelico-tomista, cui preferisco ancora prevelentemente (anche se non esclusivamente) riferirmi, aggiungendo, appunto, un robusto corollario kantiano (quello che esplicita il dovere di trattare l’uomo sempre come fine e mai come mezzo, cf. Critica della ragion pura pratica), che parafraso come segue: “l’etica è la scienza del giudizio morale sull’agire libero dell’uomo: se sia buono o malo“. Una scienza, dunque, che a sua volta – ardendo di utilizzare una crasi concettuale aristotelico-cartesiana, è “una conoscenza certa ed evidente di un enunziato in forza del suo perché proprio, adeguato e prossimo“. Quindi non un sapere generico e soggettivista, bensì un sapere forte, nel quale il giudizio sulle azioni umane non è opinabile, ma rispondente a criteri dati di rispetto del principio del bene, o di disprezzo di esso con la scelta del male.
Per morale, invece, si intende – più praticamente – la cornice entro la quale si collocano i comportamenti, o l’agire umano libero, alla luce di un’etica determinata, cosicché le conseguenze di una scelta mala vengono definite dal diritto penale reato e dalla teologia morale peccato, che a sua volta si può intendere, alla greca, come ingiustizia compiuta (adikìa), oppure al modo biblico-ebraico, come fallimento (awòn, awòl). Nel pensiero moderno e contemporaneo, l’agire malo fattuale-puntuale si definisce nel reato (o peccato) e configura una colpa meritevole di una proporzionata pena.
Su questa distinzione si fonda il tema, da sempre uno dei più dibattuti in ambito filosofico, teologico, religioso, politico e giuridico, con risultati che, se per certi aspetti sembrano convergere verso tesi condivise, da altri portano alla creazione di teorie a volte del tutto inconciliabili o comunque antagoniste. I diversi contesti storico-culturali influenzano sostanzialmente la percezione del grado di “moralità”, ovvero di “accettabilità sociale” delle azioni degli individui-persone.
Richiamo un esempio: l’infibulazione e la mutilazione dei genitali femminili, nell’ambito di un certo ethos tribale di origine africana, in parrte sussunto dalla cultura islamica (che comunque non ne costituisce la fonte), è considerata accettabile in quei mondi come affermazione implicita del potere maschile, cioè di un patriarcato totale, mentre nel mondo occidentale, informato dalla cultura etico-giuridica cristiano-illuministica, tali atti sono esecrabili, crudeli e inaccettabili, sia in sé, sia negli ambiti sopra descritti.
Per noi, che l’Egitto e l’Eritrea, e prossimamente (lo farà) l’Arabia Saudita per volontà del principe Mohamed bin Salman, abbiano messo fuori legge costituendo come reati, quelle operazioni, ci sta rendendo un po’ speranzosi su questo arduo tema.
Restando nell’ambito teorico dell’etica occidentale, possiamo individuare diverse “scuole” di etica, intendendo con tale termine non tanto come una pletora di accademie organizzate, ma come tendenze di pensiero che, se prese singolarmente, possono produrre esiti eticamente discutibili. Ciò mostra come non basti, nei discorsi e negli scritti, parlare semplicemente di “etica”, come accede nella pubblicistica scritta e parlata odierne (stampa, tv e web), ma occorra declinarne la tipologia, aggiungendo al sostantivo un attributo o una spiegazione per farne comprendere il senso. Le desinenze in “ismo” già preannunziano un giudizio morale su una determinata “etica”, anche se si può ritenere quantomeno curioso che si dia un “giudizio morale” a un’etica.
LE “SCUOLE” DI ETICA
Con una certa distintiva chiarezza se ne poossono individuare alcune:
– Utilitarismo, o di una visione totalmente vocata all’interesse materiale: caratterizza chi si comporta in modo tale da massimizzare il proprio profitto personale curando essenzialmente i propri interessi, anche a scapito di quelli altrui; pare strano, ma si tratta di un’etica;
– Edonismo, o di una visione totalmente vocata al piacere hic et nunc: caratterizza chi pone il proprio piacere fisico (nella morale cattolica si tratta dei vizi della gola e della lussuria) inteso in ogni senso come obiettivo principale della vita; idem come sopra;
– Prescrittivismo, o di una visione totalmente vocata alle mere norme scritte: caratterizza un modo di operare essenzialmente formalista, senza attenzione alcuna per eventuali esiti immorali e ingiusti della norma; la disobbedianza civile e la lotta politica possono contrastare questa etica; un esempio: le abominevoli Leggi razziali del Regno d’Italia del 1938 et similia; idem come sopra;
– Deontologismo, o di una visione totalmente vocata alle professioni: un po’ come qui sopra, caratterizzando una tendenza dell’attore a celarsi dietro una normativa occhiuta e imprevidente;, scarsamente o punto attenta alle conseguenze sulla vita individuale e sociale;
– Culturalismo, o di una visione totalmente vocata alle radici antropologico-culturali, comprese quelle più inammissibili, come le mutilazioni dei genitali femminili; idem come sopra;
e/o Finalismo? vale a dire una visione capace di considerare tutti i beni, a partire dall’uomo, come fine dell’agire umano e non come meri strumenti.
Quest’ultima etica contraddice formalmente tutte le precedenti e in qualche modo, al contrario, le riassume, poiché nella sua finalità per il bene, ammette che una misura nell’agire ispirato da ciascuna delle etiche sopra elencate (ad esempio, nell’utilitarismo, un apprezzamento per la sobrietà e il risparmio, oppure, nell’edonismo, l’uso ponderato di ciò che dà piacere, etc.)
SOGGETTIVISMO, RELATIVISMO E OGGETTIVISMO NELLA DISAMINA E DISCERNIMENTO DEI BENI E DEI GIUDIZI
La domanda, a questo punto, è la seguente: si possono dare beni e giudizi oggettivi, superando l’opinione personale, che si esprime nel soggettivismo? Mi pare di poter dire che se per i beni non vi sono soverchie difficoltà ad ammetterne l’oggettiva bontà, che è intrinseca alla semantica stessa di bene-buono-bontà, per i giudizi personali dell’individuo umano occorre soffermarsi sull”oggetto esaminato, sia esso un atto/fatto, uno scritto o un’altra qualsiasi espressione soggettiva.
Bisogna anche esaminare la capacità e le competenze del soggetto giudicante nell’ambito e nel contesto socio-culturale ed etico nel quale si svolge il giudizio.
L’equanimità del re Salomone (e analogamente di tutti i magistrati della storia umana) che decide (il de-cidere è, latinamente, un tagliare) mostra come il giudice possa essere chiamato ad assumere decisioni difficili al punto da essere a-poretiche (indecidibili), se pure dentro una situazione in cui qualcosa debba essere comunque stabilito e definito. La decisione di Salomone di tagliare il bimbo per offrirne una metà a ciascuna delle sé dicenti “madri” apre paradossalmente la porta alla verità, per cui la decisone successiva è secondo giustizia (il bimbo viene assegnato alla madre vera, che avrebbe rinunziato (stava rinunziando) a lui se si si fosse dovuto tagliare in due l’infante, e quindi ucciso).
Un esempio diverso, ma che illustra l’esigenza di uscire dalla norma meramente deontologico-prescrittivista, lo si può rinvenire nelle procedure invalse nel Regime nazista, dove operava secondo le norme allora vigenti nel Reich Germanico il giudice Roland Freisler, il quale giudicava gli imputati, non in base alla fattualità di reati effettivamente commessi, ma in base ad atti che anche solo in qualche modo si opponessero al regime: l’esempio è quello delle condanne a morte dei componenti della congiura denominata Rosa Bianca a Monaco nel 1943, Sophie e Hans Scholl, Christoph Probst e altri. Queste le motivazioni della sentenza capitale pronunziata da Freisler:
«Gli accusati hanno, in tempo di guerra e per mezzo di volantini, incitato al sabotaggio dello sforzo bellico e degli armamenti, e al rovesciamento dello stile di vita nazionalsocialista del nostro popolo, hanno propagandato idee disfattiste e hanno diffamato il Führer in modo assai volgare, prestando così aiuto al nemico del Reich e indebolendo la sicurezza armata della nazione. Per questi motivi essi devono essere puniti con la morte.»
Altrettanto e quantitativamente molto di più potremmo dire del “lavoro” che, nell’Unione Sovietica degli anni ’30 del secolo scorso, svolse il Tribunale del Popolo (la medesima dizione che ebbe un analogo organismo giuridico nella Germania nazista, nell’Italia fascista e anche, mezzo secolo dopo, negli anfratti diperatamente rivoluzionari delle Brigate Rosse, ahimè). Si tratta della pretesa che dei pretesi crimini potessero essere punti da un Tribunale del Popolo deciso da arroganti e violentissime élites.
Si può dire che Salomone si comportò secondo un’etica di difficile applicazione, ma corretta, mentre Freisler e i giudici sovietici, fascisti e brigatisti, no?
Secondo il relativismo l’unico “organismo” in grado di esprimere un giudizio di valore sul grado di “bontà” di un certo comportamento umano è l’intera comunità di cui i singoli individui fanno parte. In questa logica, quanto maggiore sarà il consenso riscosso, quanto più giusto (cioè “buono”) un individuo (o un comportamento) saranno “legittimamente” considerati. Le “leggi morali” non potrebbero, quindi, essere valide in senso assoluto, ma dovrebbero, al pari di tutte le altre leggi, trovare la propria convalida nell’approvazione dell’intero corpo sociale, o quantomeno di una sua qualificata maggioranza.
Non mi pare realistico affidare all’intero corpo sociale una decisione, che magari debba condannare a morte una persona, ma anche questa affermazione trova contrasti nella storia: Socrate fu condannato a morte dalla Boulè di Atene, composta da forse cinquecento capi famiglia. E si trattava di un consesso democratico, ben diverso dall’ambiente nazista o sovietico sopra citati.
Kant propone di risolvere la questione ponendo il principio religioso cristiano al vertice della morale, come più alta vetta di giustizia razionale umana possibile, confermando sostanzialmente l’etica–del fine di matrice aristotelico-tomista di cui abbiamo parlato sopra.
CONCLUDENDO
Tornando al titolo, il concetto della kalokagathia quindi deve essere l’oggetto dell’educazione dell’uomo eccellente, poiché tutte le qualità buone e belle devono essere tenute in esercizio e la saggezza non meno delle altre, come osservava un detto antichissimo (repetita juvant).
La kalokagathia, dunque, rappresenta la concezione greca del bene connessa all’azione dell’uomo con la quale si sostiene che vi è una complementarità tra “bello” e “buono”: ciò che è bello non può non essere buono e ciò che è buono è necessariamente bello.
Questo stesso principio del bello e buono viene riportato all’ordinamento del cosmo (κόσμος in greco, cioè ordine) che con i suoi armonici movimenti astronomici e con la precisione dei rapporti matematici in esso nascosti, come avevano già messo in evidenza i filosofi-matematici pitagorici, funziona bene ed è quindi compiutamente perfetto (τέλειος, compiuto).
In ambito biblico, il lemma tôb (presente in diversi punti di Genesi 1) registra uno spettro semantico molto variegato di sfumature, tant’è vero che l’antica versione greca della Bibbia detta “dei Settanta” usava almeno tre diversi aggettivi: oltre all’ovvio agathós, «buono», e a kalós, «bello», aggiungeva anche chrestós, «utile», introducendo anche l’aspetto pratico.
Se si sfogliano i vari vocabolari di ebraico, si vede dispiegarsi un ventaglio colorato di significati ulteriori, come piacevole, gustoso, soave, dolce, proporzionato, ma anche giusto, onesto, benevolo, clemente, valoroso e così via.
Mi pare che, a questo punto, l’attuale disamina possa lasciar riposare il paziente lettore.
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