Gemona del Friuli, Luglio 2025. Noi esseri umani siamo capaci di “tutto”. Ha solo sei mesi la vittima innocente della tragedia, anche se non lo sa: si tratta della bimba, figlia del giovane uomo ucciso e di una delle due omicide… e di altri “fatti umani”, come li definiva Tommaso d’Aquino per dargli una dimensione etica, sia nel senso buono, sia nel senso malo
Due donne, una di trent’anni della Colombia e una di poco più di sessanta, brava infermiera, come dicono, uccidono un uomo di trentacinque, dalla biografia un po’ controversa, e lo nascondono in un bidone dopo averlo tagliato a pezzi. L’omicida più giovane e l’uomo ucciso hanno avuto una figlia di sei mesi. I fatti si svolgono nella amena cittadina pre-montana di Gemona del Friuli, assai nota per tragica fama legata al terremoto del 1976, nel quale morirono, proprio lì, quasi cinquecento persone.
Raccontano che Alessandro era un violento, molto violento con le due donne e che la decisione di ucciderlo è stata presa per questo. Pare evidente che secondo le due donne non si poteva fare altro. Terribile. Ricordiamoci sempre che la dottrina morale cattolica, che è prevalente nel nostro humus antropologico, ammette il “tirannicidio”, cioè, se uno si atteggia e si comporta da tiranno, può essere ucciso e l’atto omicidiario può non essere considerato malo sotto il profilo morale. Altro, ovviamente, è il discorso e profilo legale e penale per la società civile.
Dall’esterno, si può dire e si dice e si scrive: ma non potevano rivolgersi ai Carabinieri? Dall’esterno. Come sempre dall’esterno si trovano sempre le soluzioni. Come nel caso di coloro che giudicano chi decide di non sopportare più dolori inevitabili e si toglie la vita, in qualche modo.
Dall’esterno siamo tutti saggi e sapienti. Come gli intellettuali che ci spiegano sempre come dovremmo comportarci meglio per il futuro, anche se, come è noto (era noto alla mia none Catine, che me lo diceva in qualche modo), ma non agli intellettuali, il futuro non viene mai (cf. Agostino, Libro XI Confessiones; A. Einstein, Della relatività generale). Caspita: il futuro non viene mai!
Gemona è nota fin dal Medioevo di cui conserva vestigia di grande valore, a partire dal Duomo gotico, del maestro Giovanni Griglio, progettista anche del meraviglioso Duomo della vicina Venzone che, distrutto completamente dal citato terremoto, è stato ricostruito con la metodologia dell’anastilosi, in base alla quale ogni pietra del vecchio edificio è stata collocata nel medesimo punto della struttura antecedente alla distruzione, costituendo in tal modo esempio tecnico-estetico per gli studiosi e gli architetti di tutto il mondo. Altrettanto o quasi è stato fatto per il Duomo di Gemona.
Perché parto da questi eventi, se nel titolo si parla di un terribile omicidio? Perché ogni cosa, ogni fatto dell’uomo si colloca nella vita e nella storia umane e in questi contesti vanno studiati, con cura e rispetto della verità possibilmente accessibile.

Ancora poche frasi su Gemona. Gemona “parte dalla pianura e poi si inerpica alle falde del monte Quarnan e del monte Cjampon. Il duomo è separato dal monte Glemine da una robusta muraglia, che il duplice scopo di proteggerlo dalle frane e di costituire una parte del sistema difensivo della città.”, si legge sul web.
Il territorio di Gemona del Friuli ha un clima sub-continentale con inverni piuttosto freddi, ma relativamente miti per la latitudine, e molto vento; estati moderatamente calde, piovosità e nevicate molto variabili da un anno all’altro: da pochi centimetri in alcuni a parecchi decimetri in altri, soprattutto nelle borgate più alte. Tuttavia il manto nevoso è di breve durata.
L’esistenza di Gemona viene menzionata da Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum, il quale riporta che nel 611 era considerato un castrum inespugnabile. Mi fermo qui, poiché penso di avere dato un’idea bastante di Gemona al lettore non-friulano che possa essere interessato da questo terribile racconto.
Nel 1976, ho scritto sopra, Gemona è stata il tragico centro del terremoto del Friuli, dal cui evento è stata condizionata nei decenni successivi, in ogni senso.
Innanzitutto, per parlare del delitto, occorre tenere conto dell’antropologia, degli aspetti etnici e linguistici del Friuli, non solo la sua storia e la sua economia.
I Friulani, e i Gemonesi tra essi, sono gente dura, ma in generale buona e generosa. Provata da mille battaglie e scorrerie di millenni. Terra di confine, che come tutte le terre di confine, tempra fino a una durezza estrema.
Nel caso si può osservare che sicuramente sono stati importanti alcuni elementi, come le differenze socio-culturali fra la giovane colombiana e i due friulani; oltre a ciò forse anche una sorta di stigma sociale per la bimba avuta fuori dal matrimonio può essere stato, nel tempo, un fattore si stress. Chi lo sa.
Bisogna inoltre considerare del male in generale e del male in particolare. A volte ci convinciamo che quello che diffonde la tv e scrivono i giornali debba riguardare sempre altri, altri popoli, altre nazioni, altre terre, altri continenti. Ad esempio, quando il 6 maggio del 1976 accadde il tremendo terremoto del Friuli, nessuno ci pensava, e pochissimi sapevano che erano avvenuti ancora terremoti in questa terra di confine, e che in Italia i terremoti sono di casa, per dire, stante la grande abbondanza di attività vulcaniche soprattutto nei territori del Meridione. Il tema del terremoto come male è stato posto alla nostra attenzione di Friulani in quella data di quarantanove anni fa. Neanche a scuola, neanche alle superiori (e io avevo già fatto il classico) nessuno ne parlava.
Si era persa la nozione del male-terremoto, del flagello terraemotus, come si cantava nelle rogazioni campestri fino a qualche anno prima. Mi ricordo che io, chierichetto, accompagnavo don Aurelio, il mio parroco, per i crocicchi della grande campagna silente nel mattino di marzo e si cantava: “a flagello terraemotus, libera nos, Domine…” Se l’invocazione era presente nella sacra liturgia vuol dire che era esperienza comune del popolo nella storia.
Così è degli omicidi. La mia terra di confine registra senz’altro un numero e una percentuale sulla popolazione residente di omicidi inferiore, e di molto, rispetto alle metropoli settentrionali (Milano e Torino), a Roma, e soprattutto a Napoli e al Meridione esteso. Ma ci sono. E a volte sono efferati, come dovunque.
Nella società odierna, nella comunicazione intersoggettiva e sociale il male c’è, anche se non si può dire che prevalga sul bene, poiché il bene si dà per scontato, non se ne parla, non fa notizia, non fa vendere spazi pubblicitari su internet e sulla stampa. Il male sì. Il male attrae, anche morbosamente.
Dei processi sugli omicidi sono pieni i media: di Garlasco, della vicenda triestina Resinovich-Visentin, e di Cogne fino a qualche anno fa, di Erba, della povera Yara, di Sara Scazzi e dei suoi parenti cattivi, eccome!
Questa storia trucida di Gemona è comunque piombata inaspettata in questa sonnolenta estate. Lo scrivo per i miei lettori non friulani e non italiani (il mio blog è disponibile anche in tedesco, francese, spagnolo, inglese e croato-serbo), che sono numerosi, che le estati in Friuli sono sempre sonnolente.
Forse scambio un po’ una sensazione larga con il mio vivere-l’estate, ma forse no. Io non vado a cacciarmi sotto il sole in auto per le ferie, non vado a rattrappirmi su assolate spiagge, non riesco più a salire le mie amate montagne, ma sono attivo. Anche nelle due settimane centrali di agosto. Più avanti farò dei brevi viaggi finalizzati a qualcosa di concreto: ad opere di misericordia spirituale e corporale e ad approfondimenti conoscitivi di storia. Sonnolenta e “Distesa estate/ stagione dei densi climi/ dei grandi mattini/ dell’albe senza rumore…” come cantava Vincenzo Cardarelli tant’anni fa.
Si può dire “Che fare”, dopo il delitto di Gemona? Sento concionare sulla stampa e in tv che “bisognava accorgersi prima del disagio, etc., etc.” Chi? Come? Dove? …e che “ora bisogna istituire luoghi di ascolto del disagio, etc., etc.”
Un paio di anni fa, vicino a casa mia, a meno di duecento metri, un uomo ha ucciso sua moglie, che lo voleva lasciare, due figli orfani doppiamente, ora. Avevo dato e ricevuto il buongiorno da quell’uomo qualche settimana prima nell’osteria dove vado, quando posso, a leggere la Gazzetta Sportiva e a bere un taj di vino. Era “normale”, come si dice sempre, dopo, e gentile.
Figurarsi se non appariva normale la povera Lorena Venier a colleghi e colleghe nell’ospedale di Gemona dove lavorava. Anzi, normale e cordiale, premurosa e professionale, come sempre. E aveva già architettato il delitto, di cui è stata principale autrice.
E allora? Non ripeto a scrivere ancora una volta del male, piccolo a grande che sia, perché non sono vittima di coazione a ripetere.
Resto zitto perché non ho spiegazioni (spiegare una cosa è come spiegare un lenzuolo, ma è anche diverso). Non ho capito il gesto del mio quasi-vicino, né lo ho compreso (capire è diverso da comprendere, e chi dice che ha capito è un presuntuoso); non ho capito il gesto di Gemona, né compreso.
Lo ho appreso, come quello di Codroipo.
Sono qua che penso, nel silenzio di un giorno feriale, mentre da distante si fanno vive care persone con cui lavoro, persone amiche, mia sorella cui è mancato il marito pochi giorni fa. Ho detto una breve orazione funebre in chiesa per ricordarlo, come feci quasi due anni fa in morte di un bravo imprenditore passato per la mia vita.
Apprendo che vi sono persone non più in grado di reggere il peso di una vita dolorosa e se ne vanno, e mi chiedo se noi “possediamo la nostra vita o ce l’abbiamo in dono“, rispondendomi che non possediamo nulla, ma siamo posseduti dalla vita, come dall’essere che ci costituisce.
Davanti alla morte, che non coe-esiste a noi, come insegnava Epicuro di Samo, c’è solo il silenzio.
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2 Comments
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Ciao Renato, Livio ed io siamo in aeroporto a Venezia e stiamo andando a New York a far visita a Beatrice. Staremo via qualche giorno. Volevo salutarti e complimentarmi per la riflessione sul delitto di Gemona e simili. Davvero interessante. Grazie mille e buon Ferragosto.
Grazie del tuo commento e dell’attenzione, cara Gabriella. Fate un saluto affettuoso e cordiale alla vostra cara Beatrice e anche a Nicolò. Vi auguro un ottimo bene stare a New York, che merita sempre una visita con occhi bene aperti, mandi mandi