Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Complimenti! Il primo lavoro della sua vita è quello di ministro del lavoro. Bravo Di Maio!

Niente stage, niente tirocinio, niente apprendistato, niente periodo di prova, niente periodo di somministrazione o, come si diceva, interinale, ma subito assunto, anzi subito ministro del lavoro! Sembra una gag di Petrolini o una folgorante battuta di Ennio Flaiano, quello che definiva molte cose italiane gravi ma non serie (!). Luigi Di Maio è il fortunato campione di tale record galattico, che neanche il grande entusiasmante Real Madrid di Zidane e Cristiano… Neanche fosse un Alessandro Magno redivivo con Aristotele precettore.

In azienda un ingegnere di ventisei anni entra a milletrecento euro al mese, se gli va bene, o anche meno, dopo aver studiato seriamente e duramente matematica, fisica tecnica, chimica e altre discipline non banali e non facili. Lui no, lui è subito capo di tutti. La prima o la seconda  battuta concerne il Jobs act che definisce come fosse una persona, non un atto legislativo. Boh, approssimazioni espressive dovute all’insicurezza, all’imbarazzo, all’impreparazione. Circa il reddito di cittadinanza si capisce da come ne parla che non sa nulla di mercato del lavoro, né padroneggia (come potrebbe essere, peraltro, se non ha studiato, né ha vissuto esperienze sufficienti in tema?) i più importanti principi della sociologia generale e di un’antropologia culturale seria, che è disciplina indispensabile per comprendere almeno un po’ l’immensa e variegata ricchezza morale e spirituale, e anche i difetti, delle popolazioni italiche che compongono la nostra grande Nazione?

Molto più di lui sapevano gli antichi Romani, Cicerone, Seneca, gli imperatori Adriano e Marco Aurelio, tra altri, e Claudio, che ammise i Pitti e i Britanni nelle assemblee politiche dell’Impero. Ma non mi meraviglio: citando Cicerone, Marco Aurelio e Seneca cito intellettuali, filosofi, avvocati e politici di gran lunga superiori agli attuali, figurarsi se non superiori al ragazzetto campano.

Mi chiedo che sentimenti potesse avere quando ha dovuto stringere la mano al presidente Mattarella nel giorno della nomina a ministro e vice premier, dopo che solo tre giorni prima ne aveva chiesto la messa in stato d’accusa (l’impeachment, ex art. 90 della Costituzione imparato lì per lì). Un po’ di vergogna? Chissà.

L’ultima battuta del nostro la volete sentire? “Basta fischiare ora, lo Stato siamo noi, ora“. Beh, calma Gigino, calma Gigetto.

Salvini invece va subito in Sicilia e vedere come fare a ridurre gli sbarchi. Forse resterà lì di guardia, personalmente. L’atteggiamento, le posture, il linguaggio sono quelli di sempre, tra l’aggressivo e lo sbruffone, ma ora si accorgerà a sue spese che il gioco si fa serio. Dire che i clandestini si rassegnino a fare le valigie per tornare a casa è bello per la piazza plaudente, epperò non facilissimo da realizzare in tempi brevi, come lo ammonisce il suo autorevole compagno di partito Maroni, che ha già fatto, e bene, il ministro dell’interno. Un suo adepto, il neo-ministro della famiglia afferma che le famiglie gay non esistono: come negare la realtà. Forse ha bisogno di un refresh di logica espressiva. Anch’io non condivido le adozioni da parte di famiglia omosessuali, per ragioni antropologico-morali ed educazionali che ho qui trattato più volte, ma negare la realtà delle unioni civili, peraltro regolamentate da una legge dello Stato, è proprio stupido. Anche sull’aborto non dico di più di quanto scritto qualche giorno fa, sempre qui: penso che nessuno “sia per l’aborto”, ma è saggio, umano e ragionevole essere per una sua regolamentazione, nell’ambito di politiche di sostegno alle nascite di nuovi esseri umani. Homo insapiens, definisce brillantemente il ministro Fontana il quotidiano Il Manifesto.

La piccola fascistella Meloni si offre ma non la vuole nessuno, mi diverto un po’. Berlusconi è incazzato, per me simpaticamente, ma non so come gli andrà. Quelli che Bersani pensava potessero fare un po’ di sinistra sono a un patetico silenzio, salvo Boldrini che seriosamente tenta ancora di pontificare, proprio non ce la fa a capire che è venuto il tempo del silenzio dopo tanta idiozia.

Gli esponenti del PD, di nuovo mio partito, fanno pena, non so perché non impediscono a quell’impedito di Rosato di parlare, e anche Martina e Del Rio sembrano imbalsamati. Per ora sono solo capaci di fare muso duro e cipiglio afasico, niente proposte, nulla di nulla. Renzi scomparso, meglio così. Non so che cosa potrebbe fare di utile in questa fase.

Tanto è mentre pedalo verso la grande campagna di questa tarda calda primavera in attesa di prendere l’aereo per andare giù al Sud, a mille chilometri dal Friuli, per parlare con lavoratori e sindacati di lavoro vero, di impegno, di premialità giusta, di ripresa di entusiasmo, di crescita.

La giornata è infinita al Riva del Sole. Ora andiamo a Bitonto per uno sguardo alla Cattedrale meraviglia del romanico pugliese, poi cena sobria e un sonno giusto per la giornata di lavoro, uno splendido lunedì di vita vera.

La “sacra” dei tromboni: El Pais, Le Figaro, The Economist, The Guardian, Die Welt, Le Monde, New York Times, Der Spiegel, Il Fatto Quotidiano, il Corriere della Sera,…

Al mattino, viaggiando verso i primi impegni di lavoro ottimizzo (che brutto verbo) il tempo ascoltando pezzi di due rassegne stampa su Radio Radicale, dove l’ottimo Massimo Bordin si fa apprezzare per la sua non comune cultura storico-politica, e talora su Radio Maria, egemonizzata da quel marpione di padre Livio. Di sabato su Radio Radicale i commenti sono di Marco Taradash, vecchio “lottatore continuo”, diversamente ironico da Bordin e altrettanto ascoltabile. Ci sono tanti “lottatori continui” in giro come ex “avanguardisti operai”, alcuni agganciati al mondo liberal-radicale, altri addirittura alla destra, più o meno di centro, come il giornalista Liguori, o l’attuale sindaco di Udine che è stato presidente e sindaco di tutto, e trent’anni fa mi intervistava quando ero segretario della Uil.

Io son rimasto fermo -nei decenni- attorno al mio socialismo democratico, e mi son visto superare a destra da una miriade di coetanei, più  meno, che un tempo mi davano del “destro”, quasi reazionario. Eh eh. A sinistra, poi, si è invidiosi, e io stesso ne sono stato vittima, quando avrei potuto entrare in consiglio regionale o diventare sindaco del mio paese natale, ma mi sabotò per due volte un potentato della sinistra, per il quale e del quale non sarei stato subalterno. Ci mancherebbe, subalterno, e di chi? Io, di niuno! Ho riso in tutti e due i casi, non avendo bisogno di nulla, poiché vivo del mio.

Devo dire che mi diverto ai diversi accenti delle narrazioni, talora esilaranti. Qualche volta mi incazzo pure ascoltando i commenti degli articoli stampa. Soprattutto i titoli sono oggetto di interesse mio e del commentatore, e la loro strutturale incoerenza con i testi sottostanti. Non so se il titolista è ontologicamente un disonesto intellettuale o se il giornalista non si mette d’accordo con il titolista e/o viceversa. Fatto sta che ciò che leggiamo, o ci viene letto da questi meritevoli commentatori: in pratica mi digerisco in quaranta minuti i principali argomenti di cinque o sei quotidiani ogni giorno, un buon viatico per iniziare la giornata.

Ciò che colpisce, almeno me, è una certa vis retorica dei pezzi, una retorica non classica, ma zoppicante, a volte bolsa, non sempre nutrita alla fonte di un lessico sufficientemente ricco e polisemantico, o di una verbologia adeguata per scelta di tempi e modi. Non è raro che a volte zoppichi anche la consecutio temporum. La parte più povera, comunque, mi sembra sia il lessico, talora misero, trito, stanco. Un esempio: se il cronista deve riferire di difficoltà in cui sta incorrendo un politico o un partito, non c’è verso che non usi la metafora della “bufera”: bufera su, e su, e su… Basterebbe cercare uno degli anta sinonimi che il vocabolario italiano offre. Si pensi che per il concetto di “stupido” abbiamo a disposizione almeno una trentina di lemmi, che diventano un centinaio se allarghiamo l’attenzione alle inflessioni dialettali o idiomatiche presenti in Italia.

Questo dal punto di vista linguistico-formale. Se volgiamo la nostra attenzione ai contenuti, ne troviamo di tutti i colori. Sintetizzerei così: in generale la stampa anglosassone e, sia pure in modo diverso, anche quella francese, sembra godere nel prendere per il sedere l’Italia; quella tedesca pare abbia una vecchia ruggine contro l’Italia, cercando sempre esempi per mostrare una certa quale inaffidabilità antropologica degli Italiani. Anche se i tedeschi hanno superato e metabolizzato il nazismo rifiutandolo, sembra quasi che, sotto sotto, quell”8 settembre del ’43 non sia mai passato del tutto. A questi giornalisti io ricorderei magari Cefalonia e il generale Gandin, Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, se loro implicitamente hanno in testa il reuccio vigliacchetto e il generale fasullo, Pietro Badoglio.

Ora che il presidente Mattarella ha stoppato Salvini e Di Maio (quest’ultimo è oramai in naftalina con il suo bel vestitino blu), chissà che uscirà dall’intelligentissima penna dei malevolenti cronisti esteri. Prepariamoci all’ira.

Ai tedeschi, che ci hanno messo sei mesi a fare l’ultimo governo e hanno salvato le loro banche con i soldi amministrati da Mario Draghi, e agli spagnoli che torneranno presto a votare dopo aver votato per due volte consecutive circa venti mesi or sono, e ai polacchi, agli austriaci, agli ungheresi, mi verrebbe da ricordargli Cesare e Marco Aurelio, Traiano e Adriano, se non Michelangelo, Galileo e Leonardo, tra altri cento geni, se proprio ci tengono a prenderci per il sedere.

Florentia, oh Florentia di primavera

Caro lettor mio,

tornare a Firenze è quasi confidenza con la vita, con la vita mia e quella degli altri. Non occorrono più descrizioni della capitale dell’arte del mondo, basta il racconto, il sentimento dello stare-lì, girovagando nella sera che viene con il naso all’aria, quasi novello Marie-Henri Beyle (Stendhal, fo per dire). E ieri c’è stata l’assemblea e il consiglio dei filosofi, che rivedo dopo un tempo. Son tornato fra loro, contento. Abbiamo eletto la nuova presidente, è giovane, è Alexia Lombardi, umile e culta, come va bene che sia. Mi piace ora fare il king maker di trentenni e quarantenni, che mi chiamano magister.

Ciò accade mentre nasce il più strano governo della storia della Repubblica. Salvini trova ancora il tempo per dire l’ennesima c.ta: “…ora, fatto il programma, andiamo da Mattarella per un gesto di cortesia“. Ma sei impazzito segretario? Tu e l’altro socio andrete dal Presidente per obbligo costituzionale, non per cortesia! Studia, studia, studia!!!

Ma la battuta più tremendamente improbabile è di Di Maio: “Stiamo scrivendo la storia” (lui la intende con la “S” maiuscola, il tapino), la quale battuta, se non fosse delirante, sarebbe solo ridicola. Ognun sa che chi fa la storia di solito non sa di farla e soprattutto non lo dice. Invece Gegè Dimmaio lo dice, e lo dice serio. Non so se merita un’invettiva o solo una risata di seppellimento.

Un’ultimissima battuta, altrettanto retorica epperò meno roboante e più grottesca di altre, sempre del giovin campano: “Il nuovo premier sarà un amico del popolo“. Beh, non so se Giggino lo sapeva di suo o se glielo ha suggerito il flemmatico AD della Casaleggio&C, ma l’espressione “amico del popolo” pare sia stata di Jean-Paul Marat, quello che minacciava ghigliottina a tutti e la evitò, come invece non riuscì ai suoi sodali Danton e Robespierre, poiché venne pugnalato nella vasca da bagno di casa da Charlotte Corday.

Passo per un gazebo grillino e mi si fa incontro una stagionata attivista, che gentilmente tenta di porgermi una sintesi del “contratto” tra la Lega e il M5S; altrettanto gentilmente rifiuto di prendere il foglio e mi permetto di darle un consiglio di questo tenore: “Invece di scrivere contratti, iscrivete Di Maio a qualche scuola, che forse è un po’  tecnicamente ignorantello“. La reazione, immediata, è furibonda, cui si unisce il capo-gazebo. Offesissimi mi apostrofano con la seguente esilarante battuta, penso suggerita come piano di comunicazione da Casaleggio Jr. “E lei cosa dice della ministra Fedeli che ha solo la terza media?” Rispondo garbatamente ridendo che la ministra ha un triennio di professionali, ma su lei la penso come loro avendone già scritto con dovizia di particolari sul mio blog, gli preciso “molto letto“. Me ne vado con i due che cercano di inseguirmi per convincermi sulle qualità di Di Maio, ma ora sono già distratto dalle absidi di Santa Maria Novella.

Due parole dolenti anche sul mio partito, il PD, che ancora non trova di meglio che litigare in pubblico celebrando l’Assemblea nazionale, con un Renzi che non si cuce mai la bocca, mettendo in difficoltà il segretario (reggente)  Maurizio Martina, un brav’uomo, preparato e onesto (forse non carismatico, secondo il pensiero nascosto del suo predecessore? ma ciò è tutto da vedere). Pare abbia detto che il Presidente del Consiglio designato (ex art. 95 della Costituzione della Repubblica Italiana) è amico della… onorevole Maria Elena Boschi, tanto per gradire ed essere costruttivo.

In ogni caso le recenti traversie tra i “vincitori” delle elezioni politiche del 4 marzo scorso Di Maio e Salvini e Quirinale, hanno consentito al Presidente Mattarella di erogare una da loro non richiesta (poveretti) lezione di Diritto costituzionale, di cui il Capo dello Stato è professore ordinario, sull’art. 95 della Costituzione, il quale delinea e definisce con precisione le prerogative del Presidente del Consiglio dei Ministri, tutt’altro che notarili, poiché “Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri.” Altro che notaio impegnato a registrare ed eseguire gli “ordini” dei due capi partito, magari ispirati da una privata Srl come quella di Casaleggio ir. Peraltro, in base alla normativa costituzionale italiana, non solo è andata così nei casi di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, ma anche in tutte le circa sessanta designazioni fatte dai presidenti della Repubblica succedutisi dal 1946 in poi, passando -tra molti altri- per De Gasperi, Pella, Segni, Andreotti, Spadolini, Craxi, De Mita, Berlusconi, etc.. e quindi anche per il professor Giuseppe Conte, prossimo designato nel ruolo. Piuttosto, se si farò finalmente una riforma elettorale ragionevole e intelligente oltre l’indecente “rosatellum” (come mi piacerebbe dire all’interessato di persona che cosa penso di lui), si potrà prevedere l’elezione diretta del premier da parte del corpo elettorale, e allora finirà la tiritera ignorante di cui non andiamo fieri. Et de quo hic satis.

In via Faenza, a due passi da San Lorenzo e dalle Tombe Medicee c’è il mio alberghetto ottocentesco. Di qui si può passeggiare un po’ a caso incontrando alcuni dei monumenti più belli del mondo, la sera, quando l’aria rinfresca. Nei pressi c’è anche la Biblioteca Laurenziana agognata dalla mia Bea per suoi studi. Vedremo.

La cattedrale è come un pastore che guida le sue pecore, in mezzo alla città insuperabile, palazzo Medici-Riccardi lo si lascia a sinistra, per procedere verso il Bargello e poi Piazza della Signoria e Palazzo Vecchio. Ricordi della congiura de’ Pazzi, di Giuliano, Lorenzo e Piero. La passeggiata verso l’Arno sotto gli Uffizi mostra i grandi di Firenze, che sono grandi del mondo. La Loggia del Bigallo mi ha già incantato con il Perseo bronzeo del delinquente Benvenuto Cellini, e il Ratto delle Sabine del Giambologna.

Ponte Vecchio accoglie il tramonto e un brusio continuo lungo il fiume lentissimo. Sulla collina i mill’anni di San Miniato al Monte.

Domenica di pensiero e progetti filosofici. Ci possono essere progetti filosofici? Se ne parla animatamente, accogliendo proposte e concordando sul fatto che la consulenza filosofica ha bisogno di decenni per ri-proporsi alla storia come un metodo adatto a questi tempi difficili, accanto ad altre arti, senza sovrapporsi alle psicoterapie, alle direzioni spirituali e alla psicanalisi. La filosofia è mamma, nonna e zia di tutte queste arti moderne, poiché viene da lontano nel tempo, e ne costituisce l’ossatura. Basti pensare alle antropologie platonico-aristoteliche, alle intuizioni di sant’Agostino sull’importanza della volontà e del sentimento, quasi a prefigurare il modernissimo concetto di intelligenza emotiva; si leggano i Soliloquia di questo grande antico: chi ne sa cogliere il non-detto-oltre-al-detto potrebbe scorgere l’antesignana intuizione freudiana dell’inconscio.

Vi è di più: lo studio delle passioni di questi grandi antichi mi pare quasi annunziare le scoperte clinico-biologiche più recenti di un Antonio Damasio, insigne neuro-scienziato. Egli sostiene infatti che ogni essere vivente, a partire dai batteri, cerca un’omeostasi, cioè un equilibrio di forze tale da garantirne la sopravvivenza e uno sviluppo evolutivo, dai monocellulari, i batteri appunto che sono presenti da oltre sessanta milioni di anni al Sapiens che ci annunzia come esseri umani da non più di cento e cinquantamila anni. L’omeostasi potrebbe essere dunque quasi sinonimo intelligente di quel discutibile lemma che è “felicità”.

Nelle more della trasferta, tra bellezze e incongruenze sento che Travaglio scrive sul suo quotidiano del generale Mori questo titolo “Il condannato si auto-assolve“, solo perché il vecchio e coraggioso militare avrebbe “osato” affermare di essere innocente e di non “aver tradito” (Mori usa un desueto ma efficace linguaggio patriottico), e che confida nei successivi gradi di giudizio per ristabilire la verità. A me poco caro Travaglio: ti ricordi di Tortora e di Gianni Melluso, e avresti fatto allora lo stesso titolo dedicato a Mori, salvo poi riportare  l’assoluzione giudiziaria per l’assoluta estraneità di Tortora in dodicesima pagina del tuo pericoloso foglio in una pallida manchette? Sai Travaglio che il 30% dei detenuti in attesa di giudizio viene poi assolto in giudizio? Sai che lo Stato italiano ha pagato a chi è stato detenuto ingiustamente circa trenta milioni di euro negli ultimi dieci anni? Sai che un avviso di garanzia non è una condanna, anche se tu sul tuo giornale lo fai diventar tale ad usum dell’ignoranza popolar-populista che sostieni da furbetto? Lo sai o fai finta di non sapere? In tutti due i casi hai un comportamento spregevole, sia sotto il profilo cognitivo, sia sotto il profilo morale.

Questa e altre cose nella trasferta filosofica alla ricerca di Phronesis, della prudente-sapienza che ci deve ispirare ogni ora del giorno, ogni giorno, settimana, mese, anno, ogni momento della vita. Il nome dell’associazione dei filosofi mi dà una forza tranquilla, quella che sant’Agostino chiamava tranquillitas animi, per dire pacificazione, serenità, mentre torno a casa veloce, nella sera che viene.

Il vento dell’Epiro

Otto mesi è più son passati dall’ultima venuta mia nel Meridione che più amo, la Puglia, frontespizio di Balcania, da cui la separa un mare stretto fino a sessanta miglia, a Otranto. Lungo il mare si cammina dopo la cena sobria consumata All’Ancora, con Salvatore e Davide, e il vento soffia dall’Epiro, dal paese delle aquile, come si chiama l’Albania, l’altra sponda.

C’è un vento che viene da est-sud-est e lo chiamiamo dell’Epiro, perché viene da quei monti, traversando il braccio di mare, che dalla costa barese sembra immenso, poiché non si vede l’altra sponda. Si deve pensare a ciò che potevano cogliere gli antichi abitanti, di qua e di là del bracci d’acqua, loro pensavano certamente a un Mare-Oceano, infinito, arduo e pericoloso per i loro piccoli legni galleggianti, che pure osavano mettere in acqua con remi e con vele grezze di canapa o lino. San Paolo era di mestiere un tessitore di vele e affrontò il mare naufragò presso Malta in uno dei suoi viaggi, rischiando la vita per Cristo.

La primavera è arrivata con il vento con piovaschi rari, annunziando una stagione piena di sole, quando sulle rocce del mare miriadi di umani si accalcheranno con i loro tavolini, i loro pasti, il gridìo di mille voci di animali umani e animali animali.

Il cammino è dolce, e si vorrebbe continuare fino a Bari, ma si farebbe notte fonda, e dopo sei chilometri si torna a dormire al Riva del Sole, che è sul mare e ben promette per l’estate.

Tornare all’azienda che seguo da ventitré anni ha una valenza simbolica importante, per me: è dire che la vita continua, il lavoro continua, il futuro è da costruire insieme con chi mi sta vicino e crede in me. Il vento veniente mi pare come un annunzio, un presagio, un incontro energetico che parla parole misteriose e profonde, indicibili col linguaggio umano, quasi la ruah biblica, cioè il soffio dello spirito, lo stesso che percepisce il profeta Elia tra le fronde degli alberi (1 Re 19, 9-13 ), un soffiar leggiero che scuote le fronde senza romperle. Elia non percepisce Dio nel tuono, nel lampo o nel terremoto, ma nel vento leggero che soffia, quasi un sussurro, perché Dio è discreto e non si ingerisce nella volontà umana, ma la rispetta solo suggerendo qualcosa, per chi sa e vuole ascoltare, con la coscienza, dove può remotamente sempre risuonare (cf. J. M. Echkart).

Ecco che il vento si fa a volte più forte e a volte si frena, quasi a voler lasciarmi pensare, mentre alterniamo discorsi a silenzi, come sempre si dovrebbe far nel cammino e nella vita. Anche il silenzio scandisce la musica, l’intervallo, l’attesa di ciò che vien dopo, che non si sa prima, ed è giusto così, perché tutto va in-ventato, cioè trovato, come insegna l’etimologia latina del verbo in-venire (trovare). En castellano se dice encontrar, sia trovare, sia incontrare. Che bello!

Come per dire che la vita ha le sue discontinuità, le sue gioie e i suoi dolori in alternanza, che non esiste una linea dritta, o la cosiddetta felicità, che è un falso pericoloso concetto. Accettare le cose senza chiedere nulla, ecco quello che sto imparando, non desiderare ciò che non c’è, ma può tornare, se rispetto i tempi che il destino e la sorte mi hanno riservato, un po’ come insegna il Maestro Siddharta Gautama, il Buddha.

Due giorni intensi di lavoro con le Risorse umane, colloqui, laboratori-seminari di formazione, incontro sindacale per aggiornare sulla situazione aziendale, che è migliorata, grazie al lavoro che è tornato, alla fiducia della Proprietà che ha confermato il proprio impegno, all’innovazione e alle nuove tecnologie e alla motivazione dei lavoratori, elemento fondamentale per andare avanti e salvaguardare il business.

Il mare ha onde lente che il vento quasi accarezza, mentre la sera viene lentamente e alle venti passate c’è ancora luce resistente, nuvole insistono all’orizzonte mentre indugiamo prima della cena, senza fretta, calmi in un ordine naturale. Anche Gaetano, il tecnico delle rettifiche, si è aggregato a noi, con discorsi tra il familiare e il lavorativo, buoni. Nel frattempo sappiamo che la politica indulge in altre lentezze e povertà miserande, mentori e campioni i 5Stelle, poveretti. Fuori di testa, oramai senza bussola, con il loro sedicente capo che si permette di dire al PD “la pagherete“, con linguaggio mafioso. Alla buon’ora che se ne vadano questi ignoranti-ingenui, se il popolo lo consente.

Tornando alle nostre belle cose, che è meglio, stasera osservo come tutto può cambiare in breve, finalmente anche in positivo. Ad esempio, l’incontro sindacale si è svolto in un clima di grande attenzione e rispetto reciproco, dove ognuna delle parti, rimanendo sul suo, obiettivi aziendali condivisi, ha svolto un ruolo per un miglioramento continuo e insieme elemento di conferma dell’investimento da parte dell’Azionista, il quale può sopportare delle perdite, ma non sine die, poiché a un certo punto bisogna invertire la rotta e re-iniziare a realizzare risultati positivi. Anche i temi della tutela della salute e sicurezza del lavoro, legati, sia ai comportamenti dei singoli lavoratori, sia al miglioramento tecnologico ed ergonomico, stanno muovendosi verso il positivo, riducendo lentamente anche lo stress correlato al lavoro. Tutto bene, dunque? Certamente no, ma abbastanza per far crescere la fiducia in tutti coloro che sono onesti intellettualmente, operai, impiegati e dirigenza.

Un’ultima considerazione relativa a questo viaggio nel “vento dell’Epiro”. Con tutti i lavoratori si sono fatti eventi seminariali di formazione sui temi etici, valoriali e comportamentali, con un’attenzione e partecipazione eccellente.

E ora alla prossima, ché la “fontana delle idee” proveniente dalla Murgia e i “doni del mare” prospiciente ci aiutino. Il 4 giugno, se Dio vuole, saremo di nuovo giù, per continuare questo bellissimo lavoro. Grazie a Dio e alla buona volontà di ciascuno di noi.

Strange Days e Giobbe, il muto profeta

Strani giorni  è un film di Kathryn Bigelow del 1995, con Ralph Fiennes e Angela Bassett, un film capace di specchiare le vite nelle vite degli altri, e in playback, musica a manetta su false vite a Santa Maria de los Angeles, dove diveggiano cantanti rock malati, come la politica italiana attuale nella vergogna. Visto una delle sere scorse. Fantasy con la violenza intrinseca della vita contemporanea, notturno, apparentemente senza capo né coda, ma non è così.

Squallida fantasy e vergogna , invece, a quel nesci di Di Maio, senza nervi e senza rughe, vergogna a quel gran salame di Salvini, una coppia intrinsecamente bolsa e comprensibile solo alla luce di questi strani giorni. Strange days.

Per consolare i miei lettori ora riporterò due testi bellissimi, il primo di sublime e beata speranza, tratto dall’evangelo secondo Matteo al capitolo quinto, notissimo, scuola e indirizzo per ogni buona vita, il testo de le Beatitudini, e il secondo di politica fine e garbatamente elevata, quella del Partito Radicale italiano, del cui Statuto il preambolo è meraviglia etica e politica.

 

Le Beatitudini – Mt. 5,1-12

Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli./ Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli./ Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati./ Beati i miti, perché avranno in eredità la terra./ Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati./ Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia./ Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio./ Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio./ Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli./ Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,/ diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia./ Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.”

Per un’etica della vita umana, ma anche  per l’intelligenza, bastano le Beatitudini, che Matteo mette in bocca al Maestro come ammaestramento definitivo, sufficiente e sovrabbondante per ognuna delle nostre vite, caro lettore. Beatitudine come distacco dagli affanni e immersione nella giustizia, nel senso biblico del termine. La giustizia biblica nulla ha di giuridico, occidental-illuministico o dirigistico, poiché si innesta nell’armonia di vissuti naturali, come interpretasse la verità delle vite, senza sforzo alcuno… ed è così: la tà Biblìa è, non a caso, il libro dei libri, scritto in non meno di mill’anni da decine di autori sconosciuti, dai grandi re Davide e Salomone, dal grande profeta e poeta Isaia e dai suoi sodali e successori Geremia, Ezechiele, Osea, Zaccaria, Malachia, e così via. Rima inutile ma bellissima.

Beati i puri di cuore, e che significa se non che la trasparenza illumina di luce ogni cuore? Beati i poveri in spirito, e che significa se non che nulla di posseduto è importante? Beati coloro che piangono e che significa se non che verrà pure la gioia? Beati i miti e che significa se non che non occorre l’arroganza, mai? Beati gli assetati e affamati di giustizia, e che significa se non che la giustizia, intesa come armonia, verrà? Beati i misericordiosi, e che significa se non che vi sarà un giusto contrappasso di misericordia? Beati gli operatori di pace, e che significa se non che il loro nome sarà quello di “figli di Dio”? Beati i perseguitati per la giustizia, e che significa se non che il loro sacrificio e anche il loro dolore sarà riconosciuto come merito? Beati coloro che riceveranno insulti e persecuzioni e male parole come maldicenze e calunnie, e che significa se non che saranno premiati con la Visione beatifica di Dio stesso?

Beatitudini come linea guida, sottile linea rossa dell’esistenza, come responsabilità individuale e capacità di scelta.

E ora, dalle Beatitudini a un testo che -apparentemente- può essere considerato campione di una laicità quasi contraltare dello scritto matteano, ma non è così, perché può essere, invece, giustapposto, quasi come traduzione contemporanea della sapienza sociale trasparente dal Nuovo testamento, così come proposto dall’evangelista. Il linguaggio del preambolo è chiarissimamente attuale, ma si fonda sulla sapienza antica e immortale del Libro dei Libri, il

 

Preambolo allo Statuto del Partito Radicale Trans-nazionale trans-partito

Il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito proclama il diritto e la legge, diritto e legge anche politici del Partito Radicale, proclama nel loro rispetto la fonte insuperabile di legittimità delle istituzioni, proclama il dovere alla disobbedienza, alla non-collaborazione, alla obiezione di coscienza, alle supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge. Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, allo stretto rispetto, all’attiva difesa di due leggi fondamentali quali: La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo (auspicando che l’intitolazione venga mutata in “Diritti della Persona”) e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo nonché delle Costituzioni degli Stati che rispettino i principi contenuti nelle due carte; al rifiuto dell’obbedienza e del riconoscimento di legittimità, invece, per chiunque le violi, chiunque non le applichi, chiunque le riduca a verbose dichiarazioni meramente ordinatorie, cioè a non-leggi. Dichiara di conferire all’imperativo del “non uccidere” valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa.

Ecco, quanti richiami evangelici se si legge di “(…) supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge (…) Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, (…) ai Diritti della Persona (…) Dichiara di conferire all’imperativo del non uccidere valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa“.

Il verso dell’umano è questo, laico e cristianissimo, evangelico e contemporaneo. Che differenza c’è parlare di beatitudine o di speranza? La speranza è virtù e passione, e questo è vero e valido, sia per la dottrina evangelica sia per quella politica laica e socialista. Io mi ci riconosco in entrambe. E’ virtù legata alla beatitudine (la beata speranza) ed è passione come aiuto indispensabile alla buona vita, contro ogni di-sperazione.

Infine, il romanzo di Mendel Singer, il Giobbe rothiano che riceve dal Signore ogni prova della vita, prima di avere il suo premio. Caro lettore, ti raccomando sommessamente di leggerlo, ché ti giova, affinché tu possa constatare per conto tuo come l’Incondizionato pre-vede mentre tu pro-cedi, e ascolta chi inter-cede per te con l’amore, la speranza e la preghiera, potentissimo ausilio e silenzioso ristoro dell’anima.

In Siria si gasano popolazioni inermi (forse), si scagliano missili, e dunque: come si sta in Italia senza Governo, mentre il mondo va avanti con semi-guerre e diplomazie ambigue?

Trump, Macron e Theresa May lanciano nella notte un attacco ai centri di ricerca e stoccaggio di armi chimiche in Siria (pare sia così, sperando non si tratti della fotocopia della gran bufala di Tony Blair vs. Saddam Hussein del 2003), mentre i Russi protestano e non si sa che cosa potrà accadere. In realtà la posta in gioco è l’egemonia politico-militare sul Vicino Oriente. Francia e Inghilterra non “possono” stare fuori dai tempi di Sykes-Picot, gli Americani per ragioni legate alla geo-politica globale (Trump o non-Trump), La Russia non molla gli spazi conquistati sulla costa orientale del Mediterraneo e desidera mantenere le basi militari di Tartus (l’antica Tortosa dei crociati) e Latakia (l’antica Laodicea di san Paolo e di sant’Ignazio, vescovo di Antiochia). In questo scenario Arabia Saudita, Israele, Iran e Turchia non stanno a guardare: l’intreccio è complicatissimo e contradditorio. E l’Italia, con Gentiloni in prorogatio e la politica nel grottesco, o quasi? In questa situazione, nessuno parla più di Brexit, del colonnello russo avvelenato, dei guai di Trump, etc. L’Occidente si ricompatta? No, è una fase tattica.

La domanda che si può fare il culto e l’inclito, il neutro o il filo-russo, il filo-americano e l’europeista: si sta meglio a interpretare il ruolo da protagonisti-aggressivi à la Macron, se pur oramai nel piccolo di quasi ex potenza, o il ruolo da deuteragonisti come l’Italia, che è guidata da un Governo attivo “per gli affari correnti”, ma non riesce, imitando altre grandi e meno grandi nazioni europee, a mettere insieme un Governo derivante dal risultato elettorale del 4 marzo scorso?

IN SIRIA (pezzo che ho inviato a Filosopolis, blog del mio amico filosofo Neri Pollastri stamattina)

La Siria fa parte, dopo essere stata culla dei linguaggi sillabici (Ebla, Ugarit, etc.) e parte di quella “Mezzaluna fertile” dove iniziò un pezzo di civiltà, in ogni senso si intenda questo termine, scrittura, appunto, sedentarizzazione di popolazioni significative, fondazione di città, origine di un’agricoltura intelligente con un uno “sfruttamento” altrettale delle non molte risorse idriche, e altrettanto si può dire per un artigianato e per arti figurative di livello eccellente (si contempli Palmira, per citare solo un luogo), etc., è stata con l’area palestinese che va dalle alture di Golan, dove pare sia stata collocata la cittadina di Cana (cf. Giovanni 2, 1-10), che non si troverebbe dove ora ti portano le guide se vai in visita ai luoghi di Gesù di Nazaret, al deserto del Negev, la culla del primissimo cristianesimo.
Anche san Paolo, che era di Tarso, un po’ a Nord, sotto i monti del Tauro e oltre il fiume Oronte che scorre ad Aleppo (!), città “romana” (oggi diremmo “turca” o jazida?) passò per la Siria più e più volte. Anzi, non era forse diretto a Damasco per perseguitare i seguaci del nazareno quando incontrò in qualche modo il Maestro? (vedi tela di pari tema, del Caravaggio, in Santa Maria del Popolo a Roma)
E potrei continuare, perché siro-palestinesi erano diversi personaggi di cui si parla in Giovanni e nei vangeli sinottici, etc. E, in seguito, altri “pezzi” della primitiva “grande Chiesa” erano di lì. Cito qui due o tre personaggi di tutto rilievo: Nemesio di Emesa (oggi Homs), vescovo e autore di un bel trattato di antropologia filosofica (Περὶ φύσεως ἀνθρώπου, cioè Della natura dell’uomo), Efrem il Siro, pensatore  e poeta di vaglia, Ignazio di Antiochia, vescovo e martire, che scrisse una lettera alle sette chiese della zona, tra le quali Laodicea (l’attuale Latakia, così cara ai Russi odierni per la base militare che vogliono mantenere sul Mediterraneo!), e così via.
La Siria è culla importantissima di parte della nostra cultura cristiana indefettibile, caro Neri, oltre ad essere la terra bellissima e struggente che tu ben descrivi.

Mane diu, o mane Deo, come preferisci, mio caro Neri e caro lettore della domenica.

La foresta di Arenberg

La Parigi-Roubaix è il mito del ciclismo da centosedici anni, caro lettore. E’ stata vinta da alcuni tra i più grandi ciclisti di ogni tempo, soprattutto quelli polivalenti, cioè capaci di vincere sia corse a tappe sia corse di un giorno: citare qui nomi come quelli di Henry Pelissier, Fausto Coppi, Rik Van Steenbergen, Rik Van Looy, Eddy Merckx, Walter Godefroot, Roger De Vlaemick, Felice Gimondi, Bernard Hinault, Sean Kelly, Francesco Moser, Johan Museeuw, Tom Boonen, Fabian Cancellara, fa venire i brividi, almeno a me. Su quasi duecentosessanta chilometri di gara da Compiegne, a nord di Parigi, fino al velodrome di Roubaix, almeno sessanta sono di pavé classificati in base al numero di stelle, da una a cinque. La foresta di Arenberg è uno dei settori più impegnativi, un “cinque stelle” come i tratti denominati Mons en Pévèle e Carrefour de l’Arbre.

Da cinquanta anni il tratto che taglia la foresta di Arenberg è stato introdotto nel percorso della Parigi-Roubaix. Il selciato è tremendo, in parte a schiena d’asino e in parte con delle salitelle taglia gambe, fangoso e viscido. Se non lo si affronta in testa o comunque mettendo una certa distanza dagli altri, si rischiano rovinose cadute, come quella che costò un ginocchio a Museeuw, vincitore della grande corsa per tre volte, come Francesco Moser. Insieme ad altre quattro grandi classiche, la Sanremo, al Liegi-Bastogne-Liegi, il Giro delle Fiandre e il Giro di Lombardia, la Parigi-Roubaix è favola nell’immaginario collettivo, e per me è leggenda.

Verso Roubaix mi troverò il prossimo anno sul ciglio verde di un tratto in pavé, mi troverò. Sono anni che penso di andarci, l’avevo promesso anche a mio padre, ma non fui in grado di mantenere l’impegno epico, troppo arduo per me, troppo giovane ero quando glielo promisi. Troppi soldi per una gita del genere, soldi che ora ho a disposizione, grazie a Dio e al mio lavoro.

Son già stato in Francia a vedere il grande ciclismo, nel 2005, quando portai Bea alla tappa del Galibier (2648 m.) che terminava a Briançon, erano i tempi dell’imbroglione Armstrong, di Rasmussen e di Ivan Basso. Anche sui Pirenei andrò, scegliendo penso la tappa del Portet d’Aspet per ricordare Fabio Casartelli. E alla Roubaix, senza dubbio, se Dio vuole, next year, mio caro lettore.

La foresta di Arenberg echeggia racconti lontani, brividi medievali, cavalieri bardati che intraprendono coraggiose avventure. Il percorso si snoda tra betulle e arbusti intricati, e pietre squadrate, come incistate in quadrangoli irregolari, capaci di scheggiare o sbrecciare una ruota e sgranare un tubolare con uno sfioramento. Si vedono le biciclette saltellare qua e là guidate da acrobati in tensione, di cui Sagan è principe e mentore, finché Van Avermaet e Terpstra riescono a domarlo, ma poi lui se ne va, in un tratto in asfalto, quasi non credendoci. Infatti si gira, non pedala a tutta, con sé ha uno svizzero valoroso, che cederà solo allo spunto dello slovacco al velodrome de Roubaix.

Quando il pavé finisce è tempo di pensare alla volata, se ci sarà volata, oppure no, di respirare quell’aria del Nord non ancora di primavera. E certamente al ragazzo Michael Goolaerts, mancato a ventitré anni, di cuore infartuato. La Roubaix è crudele come sa essere una gara al limite della fatica e del dolore.

Il Nord della Francia è un po’ triste, profili di torri di miniere e anche il clima si ingrigia man mano che ti allontani da Compiegne e Fontainebleau e vai verso Lille. Una tristezza di vento piovoso e di lavoro operaio antico. Meno male che il secolo breve è passato e molte miniere son diventate musei. Un anno arrivai fino a Dieppe, che ha le bianche scogliere antistanti quelle di Dover, ma quella era Normandia, quando con Mario facemmo il tour delle cattedrali, la più a nord quella di Amiens.

Odiosamata Francia, amabile a Parigi e nei dintorni del gotico, a Bourges, a Chartres, a Tours, a Rouen, a Reims, a Beauvais, ad Amiens, a Troyes e via percorrendo le grandi strade vallonate piene di profumo di lavanda. Borgogna cialtrona e Piccardia più gentile, a Roubaix ci andrò, ripeto, ma per vedere il fango e la fatica, per riposare un poco tra le betulle della foresta di Arenberg.

“Fuga senza fine”, il caso e la necessità, o del destino di ciascuno di noi

Qualche giorno fa ho qui parlato di Joseph Roth proponendo alcuni cenni sul suo Le città bianche, romanzo breve o racconto lungo inserito in Opere (1916-1930), edito da Bompiani, oltre che edito separatamente, come le altre opere narrative del grande narratore austro-ebreo-galiziano.

Qui accanto, gentil lettore, trovi la prima di copertina dell’edizione Adelphi di un altro testo rothiano, citato nel titolo e in questo post.

E dunque oggi mi piace proporre un breve passo tratto da Fuga senza fine, la storia di un amico dello scrittore, il tenente Franz Tunda, militare austro-ungarico, prigioniero dei russi bolscevichi-sovietici durante la Prima Guerra Mondiale e poi militante comunista girovago, dalla Siberia a Parigi, passando per molte città e plaghe dell’Eurasia, al di qua e al di là degli Urali, fino a Irkutsk, quasi simbolo umano del disfacimento di un tempo, quello a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, quello della Finis Austriae.

Il militare, dopo aver conosciuto la guerra sanguinosa e assurda, la rivoluzione inattesa, la compagna Natascia Alexandrovna, con la quale condivise azione politica e amori, e le fatiche del ritorno, si ritrova a Parigi, dove vive la sua antica fidanzata, oramai sposata a un altro, la signorina Irene Hartmann, che non lo riconosce. Nella descrizione del suo percorso umano ed esistenziale, ho trovato un passo bellissimo che tratta della volontà umana, ma più ancora, del destino suo, di Franz Tunda, e del destino di ciascuno di noi, sempre irriducibilmente unico e senza alcuna possibilità di replica, nel quale si manifesta il fatum esplicitato in mille e mille vettori causali ed effetti, e via dicendo.

La tyke greca come buona o cattiva sorte, la fortuna dispensata dall’intreccio inestricabile di caso e necessità.

A pag. 788 dello splendido volume in carta leggera patinata e copertina cartonata, si legge “(…) Poi si trovò una sera seduto in un treno che andava verso l’Occidente e gli pareva di non viaggiare di sua spontanea volontà. Era andata come tutto andava nella sua vita, come va il più delle volte, e per le cose più importanti,, anche nella vita degli altri, i quali sono indotti da un’attività rumorosa e più consapevole a credere nella spontaneità delle proprie decisioni e azioni . Dimenticando soltanto i passi del destino al di sopra del loro intenso agitarsi. In una di quelle belle mattinate d’aprile in cui il centro di Vienna è tanto gaio quanto elegante, in una di quelle mattinate in cui sulla Ringstrasse le belle signore passeggiano con signori sfaccendati, sulle terrazze di fresco installate dei caffè brillano i sifoni blu e l’associazione volontaria di pronto soccorso organizza cortei di propaganda con la banda musicale, Franz Tunda apparve sul lato soleggiato e affollato del Graben nello stesso abbigliamento in cui era apparso al consolato di Mosca e fece senza dubbio scalpore: Era identico a come il droghiere all’angolo, davanti alla porta della sua bottega profumata, s’immaginava un “bolscevico”. Le lunghe gambe di Tunda sembravano ancora più lunghe perché portava calzoni alla cavallerizza e morbidi stivaloni alti fino al ginocchio, che emanavano un forte odore di cuoio. Il berretto di pelliccia era calcato sui suoi occhi malinconici (…). Tunda si trovava dunque a Vienna (…) Gli raccontarono che la sua fidanzata si era sposata e probabilmente viveva a Parigi (…)”.

Era a Vienna dopo essere stato in Russia, Ucraina, Siberia… e sarebbe andato a Colonia e infine a Parigi. Tunda viaggiava, ma oramai non sapeva più il perché viaggiasse, né provava un gran desiderio di re-incontrare Irene.

Il destino lo aveva sbattuto di qua e di là per l’Europa, quella vecchia e quella nuova, quella orientale e quella occidentale. Il destino è un concetto di cui abbiamo bisogno, così come abbiamo bisogno del concetto di caso. A volte la metafisica si intromette nella nostra vita con la potenza di un uragano, e destino e caso sono due termini metafisici, cioè appartenenti a un’area della conoscenza filosofica completamente estranea alla logica formale e ancora di più alla logica del concreto.

Non possiamo mostrarne l’esistenza come invece riusciamo a fare con la razionalità umana. Se dedurre che l’uomo è libero dalla sua razionalità viene naturale: cito per l’ennesima volta il classico sillogismo aristotelico composto da due premesse e da una conclusione necessaria: a) l’uomo è razionale, b) il razionale è libero, c) l’uomo è libero, inferendo l’incontrovertibilità di c) da a) e da b), altrettanto non posso operare con i concetti di caso e di destino.

Vediamo perché, ancora una volta, ché di caso e destino abbiamo già trattato più volte in questo mio pubblico luogo del web. Caso è il modo che abbiamo di chiamare la mancanza o la non conoscenza di vettori causali ai relativi effetti constatati; destino è il modo che abbiamo di chiamare l’ineluttabile della nostra vita, o ciò che ci sembra essere tale: un incidente, un ammalamento, una guarigione, un incontro inaspettato, un lavoro che ha successo o il suo contrario, e altro di cui non si intravedono percorsi causa/ effetto chiaramente individuabili. Parrebbe dunque che il caso caratterizzi in qualche modo il destino, e il destino sia frutto in qualche misura del caso.

Vi è un pensatore, Baruch Spinoza, che invece ritiene che tutto-si-tenga-, tutto sia necessario, vale a dire, non cessi mai di esistere perché facente parte di quel tutto-che-si-tiene. Paradossalmente, si potrebbe pensare che il caso corrisponda alla necessità e quindi al destino, nonostante appaiano quasi in contrapposizione. In altre parole si potrebbe dire anche karma, come lo chiamano gli orientali, induisti e buddisti, i quali ritengono che ogni anima si meriti il proprio destino in ragione del comportamento tenuto in vita, meritando premi o punizioni proporzionate, anche in vite successive, credendo nella reincarnazione, sia nella modalità della trasmigrazione delle anime da corpo umano a corpo umano, detta metempsicosi, sia nella modalità del passaggio delle anime a esseri sempre più degradati a causa di comportamenti immorali, detta in greco metemsomatosi: secondo queste dottrine orientali, l’anima umana peccatrice potrebbe ri-nascere in esseri orrendi e spregevoli, mostri, demòni, conseguenza della colpa morale, cioè dell’assunzione di responsabilità individuale in base al libero arbitrio di cui siamo provvisti.

Se così non fosse saremmo irresponsabili, e anche i peggiori esseri umani potrebbero non essere punibili, né sotto il profilo morale, né sotto quello penale.

Caso e destino, vita e morte, angeli e demòni, questo è lo scenario in cui si dipana la nostra esistenza, che viene indefettibilmente da una scelta di cui non abbiamo parte, quella dei nostri genitori insieme a quella dell’Incondizionato Iddio.

Grazie a Georg Friedrich Händel, tedesco di Sassonia, che ascolto da quando ero ragazzo, e grazie al mio sentire… sinestesico

Caro lettore,

magari scrivo il nome di Händel all’inglese George Frederick, o ancora Giorgio Federico all’italiana, ché il grand’uomo venne più volte in Italia e vi stette una volta per ben tre anni, dove incontrò Alessandro  e Domenico Scarlatti, Tomaso Albinoni, Benedetto Marcello, Arcangelo Corelli, e forse anche Antonio Vivaldi. Nel 1708 a Roma gareggiò agli strumenti con Domenico Scarlatti, alla presenza del cardinale Ottoboni, suo ospite, come usava allora, surclassandolo all’organo, e come avrebbe potuto finire diversamente? E stiamo parlando di un musicista meraviglioso, lo Scarlatti. Infatti terminò alla pari la gara al clavicembalo!

Figlio di un barbiere-cerusico (chirurgo) di un certo successo preso il margravio di Sassonia-Weissenfels, che lo voleva avviare agli studi di Legge, Georg Friedrich preferiva la musica, studiandola di nascosto su un piccolo clavicembalo in solaio. Quando il padre lo scoprì si rassegnò e assecondò la sua vocazione. E fece bene, perché ben presto il ragazzo mostrò progressi da gigante, prima nella sua città natale di Halle e poi in molti luoghi, tra cui Berlino e l’italia. A Halle fu ascoltato suonare, mentre era sotto la guida del maestro Zachow, valletto (allora si usava così, ché lo stesso sommo Kantor di Eisenach, J. S. Bach aveva lo stesso inquadramento contrattuale sotto il borgomastro di Lipsia, per cui doveva operare presso la parrocchiale luterana di St. Thomas, scrivendo ed eseguendo con l’orchestra e il coro locali una cantata ogni domenica) alla corte del duca Giovanni Adolfo I di Schwarzenberg e colà studiò assiduamente musica fino a diventare musicista superiore al suo maestro.

E ciò accadde rapidamente. In seguito, mentre si esibiva davanti al re di Prussia, lo volle al suo servizio la duchessa Sofia Carlotta di Hannover, molto sensibile alla musica e colpita dalla genialità del ragazzino, e ben presto conobbe Telemann, mentre invece non risulta abbia mai incontrato Johann Sebastian Bach, che pure avrebbe voluto incontrarlo, pare da alcune testimonianze. Ti immagini, mio gentile lettore, se un evento del genere fosse accaduto? Io non riesco ad immaginarlo. Immenso. E conosceva bene il latino, l’inglese, l’italiano, il francese  e il tedesco, questo musicista fantasioso e iperattivo.

Bach valletto (!) mi fa pensare a come le persone di intelletto sono state utilizzate dai potenti, dai tempi dell’amico dell’imperatore Cesare Augusto, il senatore Mecenate, e dall’imperatore stesso e dal suo successore Elio Adriano, e passando per Lorenzo de’ Medici, il Magnifico, che aveva a corte Angelo Poliziano, Marsilio Ficino e il grandissimo Giovanni Pico della Mirandola, imitando in ciò il munifico e colto imperatore svevo Federico II, che aveva fatto altrettanto, e forse di più, duecent’anni prima, inimicandosi il papa e guardando al sapere futuro. Allo stesso modo si comportavano spesso gli imperatori cinesi (si pensi all’esperienza del padre gesuita Matteo Ricci) e i sultani ottomani, che avevano a corte matematici, filosofi, medici, teologi ebrei e cristiani. L’unico metro di misura per essere considerati persone importanti erano l’intelligenza e la cultura, non la religione o le credenze filosofiche praticate, lo status nobiliare o il censo economico-sociale. Quasi meglio di adesso.

In certo modo, senza che ciò che sto per dire sia affermazione superba, anch’io, figlio di povera gente, ma uomo di cultura, sono altrettanto apprezzato e pagato da uomini potenti e facoltosi, per il mio pensiero e per il mio lavoro, che essi rispettano e tengono in conto. Nella mia esperienza mi è stato richiesto, e tuttora, di fare perfino il precettore di giovani virgulti di queste famiglie importanti, fidandosi di me. Funziona sempre allo stesso modo, per me.

Tornando all’uomo di Halle, gli inglesi lo considerano un loro musicista, e non ne hanno di più grandi, poiché Händel si portò nel Regno albionico, e ivi divenne un grande in ogni senso, musicista totale, della corte e del popolo, scrivendo cantate sacre, opere ed oratori, raggiungendo vette paragonabili solo a quelle del suo grande conterraneo e coetaneo Johann Sebastian Bach, e forse più sublimi nella gestione delle voci umane miste, nei cori, che per Beethoven erano l’acme artistico musicale assoluto. Israel in Egypt, Messiah, Jephte, oratori, il Dixit Dominus e il Nisi Dominus, salmi, l’opera Aci e Galatea, Watermusic e Royal Fireworks, For Queen’s Anna Birthday, suites, insieme con innumerevoli cantate e brani per organo sono capolavori assoluti, non solo della grande musica barocca, ma della musica tout court. Nel 1710, Händel divenne Kapellmeister del principe tedesco George, l’Elettore di Hannover, che nel 1714 sarebbe diventato re Giorgio I di Gran Bretagna e Irlanda, e da allora il grande Sassone divenne in qualche modo “inglese”.

Uomo di grande successo, Händel era anche molto caritatevole, tant’è che istituì numerose opere in soccorso dei poveri e degli artisti poveri, senza farsi pubblicità, in questo seguendo il dettato evangelico che prescrive “In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.” (Matteo, 6, 1-6)

Tornando alla mia vita, questo ascoltare insieme con l’attenzione agli altri grandi sopra citati, e a Mozart, Wagner, Verdi, Rossini, Schumann, Schubert, Monteverdi, Giovanni Gabrieli e altri, e poi alla grande musica Rock&Blues dei ’70, e voglio citare Jimi Hendrix, i Cream, i Traffic, i Colosseum (gli ultimi due gruppi visti dal vivo!), i Genesis e altri, e Miles Davis, John Coltrane e Charlie Parker per il jazz, che sono stati i “miei” anni, anche per la crescita politica e culturale, e questo leggere i grandi poeti e scrittori greco-latini, da Pindaro a Tucidide, a Demostene a Cicerone e Virgilio, e poi Italiani, i tre Sommi del ‘300, e in seguito i Francesi (Balzac, Flaubert, Zola, Baudelaire…), gli Inglesi (Dickens, Austen, le sorelle Bronte, Shakespeare…), i Tedeschi (Goethe, Schiller, Heine, Rilke, Thomas Mann, Roth…), i Russi (Dostoevskij, Tolstoi, Puskin, Turgenev, Majakovskij…), e di nuovo gli Italiani da Ariosto a Leopardi a Pascoli, D’Annunzio, Ungaretti, Montale, Saba, Campana, Gadda, Primo Levi, Rigoni Stern… mi ha sviluppato una grande capacità sinestesica, direbbe il mio amico/ psicologo/ a. In altre parole vedo/ sento con l’udito/ ausculto/ odoro/ tocco, quasi tutto insieme, e così com-prendo, raccolgo dentro.

Non parliamo poi delle mie grandi discipline, dalla sociologia a, soprattutto, la filosofia e la teologia, che ho studiato e studio nei loro autori maggiori e minori, dai presocratici ai grandi Greci Platone e Aristotele, Parmenide ed Eraclito, Zenone di Cizio e Sesto Empirico, Epitteto e Plotino, Proclo e Porfirio; e poi il mio grande Origene, di cui posso umilmente esser considerato uno studioso, Ireneo e sant’Agostino, il Beato Giovanni Duns Scoto, san Bonaventura e san Tommaso d’Aquino, Galileo e Descartes, Leibniz e Pascal, Voltaire e D’Alembert, Kant, Schelling, Fichte e Hegel, senza dimenticare i due grandi inglesi Locke e Hume; e poi Schopenhauer, Nietzsche e Marx, i sociologi Comte e Durkheim, gli antropologi Mauss e Altan, e i pensatori contemporanei Freud, Jung, Heidegger, Husserl, Jaspers, Bontadini, Severino, Achenbach.

Io stesso sono considerato un filosofo-teologo contemporaneo, per le mie teoresi e i miei scritti (sono un realista-personalista), avendo anche avuto responsabilità associative in ambito filosofico e tuttora incarichi di docenza. Lo dico con la gratitudine di chi ha avuto la possibilità, datami dalla libertà fin da giovanissimo lasciatami da parte dei miei, e dalle mie energie spirituali e fisiche, di studiare ciò e quanto desideravo, scegliendo la fatica del lavoro per potermi permettere lo studio, e privilegiando lo studio ad altri passatempi. Ho così maturato un sapere ampio e sinestesico, ché sento e vedo e leggo e sintetizzo, articolando le cose che via via imparo all’albero sinottico della storia e della conoscenza.

Fino ad ora, e che Dio sia benedetto.

Bardonecchia, dove l’arroganza francese si è manifestata in tutta la sua iattanza, quasi con una “eclissi” della ragione

In friulano, nella mia lingua madre di ceppo ladino con importanti prestiti germanici e slavi, si dice “eclìs”, cioè eclisse, o eclissi, ed avviene dalla prospettiva terrestre solitamente quando la luna passa-davanti al sole, ovvero quando un qualsiasi corpo celeste, come un pianeta o un satellite, si frappone tra una sorgente di luce, cosicché uno dei due corpi celesti sopracitati entra nel cono d’ombra o di penombra, venendo occultato.

La parola “eclissi” deriva dal greco ἔκ (ek), preposizione che significa “da” (moto da luogo), e λείπειν, (leipein), che significa “allontanarsi” ovvero “nascondersi”, “rendersi invisibile”, ma io ne propongo qui sotto una diversa, e non sono sicuro che sia un grande azzardo.

Il termine potrebbe avere forse la stessa etimologia di “ekklesìa“, da ek-kalèo, “raduno”, “chiamo”, sempre in greco antico, e cioè, sostantivando il verbo, adunanza, chiamata, e derivare alla lontana perfino dal lemma ebraico corrispondente “kahàl”. Eclisse, dunque, non solo, come nascondimento, ma anche come chiamata. Che bello!

Magari qualche accademico attento e curioso mi potrebbe smentire, lieto io di discuterne. Se teniamo il significato posto per primo, in ogni caso è molto interessante, soprattutto per la valenza metaforica dei lemmi allontanamento, nascondimento rinvianti alla nozione di verità, così come proposta dal filosofo Martin Heidegger, che chiamava la verità “non-nascondimento”, cioè in greco antico a-lètheia, lontano-dal-fiume-infero-della-dimenticanza, il Lete.

Eclissi del sacro, eclissi del pensiero, eclissi o sonno della ragione (che genera mostri) ecco i sintagmi forti molto diffusi, di cui abbiamo molti esempi, come tra altri l’episodio di Bardonecchia, dove dei doganieri francesi hanno inseguito un migrante per raccogliere le sue urine al fine di controllare se fosse drogato o no. I gendarmi francesi, caro Monsieur le President Emmanuel Macron, non avevano alcun diritto di sconfinare venendo a “lavorare” in Italia. Eppure, non solo non si scusano, ma sostengono il loro pieno diritto di agire come hanno agito.

I Francesi, come spesso gli accade, anche in questo caso sono stati arroganti e stupidi. Ricordo al mio gentil lettore anche il tremendo episodio del DC9 Itavia colpito e inabissatosi nel mare di Ustica il 27 giugno del 1980; domanda: c’entravano Mirage o Corsair francesi partiti da una base in Corsica; oppure F 14 Tomcat o Awacs americani, che risultavano in volo in quei minuti più o meno sul mar Tirreno (cf. quanto noto sul web della “strage di Ustica”), magari a caccia di Mig 21 libici? Comprendo che la grande nazione francese, molto attiva ai tempi del colonialismo, ora è oggetto di attenzione da parte dei fanatici islamisti e ha già pagato un prezzo di sangue insopportabile negli anni scorsi. Un altro aspetto da non sottovalutare, che riguarda il contesto francese è il brutale omicidio dell’anziana signora ebrea Mireille Knoll, superstite della Shoah, segno di un revival preoccupante e orrendo di antisemitismo vestito di antisionismo, che narra le cose come un secolo e passa fa, quando ancora accadevano i pogrom nell’Europa orientale, “a cura” di polacchi e  russi, e in Francia le cose non andavano tanto bene per gli ebrei: si ricordi in tema l’affaire Dreyfuss. In attesa di ciò che nessuna mente umana avrebbe potuto pensare, vale a dire quanto è stato pensato e deciso nella cosiddetta “conferenza di Wannsee” il 20 gennaio 1942, mentori presenti Reynard Heydrich, SS-Obergruppenführer, Heinrich Mueller, capo della Gestapo e SS-Gruppenführer,  Einrich Himmler, capo di tutti e due, tra altri gerarchi di alto livello del regime nazista, le cui decisioni furono in seguito attuate con enorme dovizia di mezzi logistici (coordinatore Adolf Eichmann – SS-Obersturmbannführer), cinismo e umanamente ancora indecifrabile crudeltà.

Se eclissi, oltre a nascondimento significa anche chiamata, ascoltiamo le parole del papa, pronunziate il giorno di Pasqua, ché ci possono aiutare: “(…) Le donne che sono andate per ungere il corpo del Signore si sono trovate davanti a una sorpresa (…) gli annunci di Dio sono sempre una sorpresa perché il nostro Dio è il Dio delle sorprese (…) C’è sempre una sorpresa dietro l’altra, Dio non sa fare un annuncio senza sorprenderci e la sorpresa è quello che ti tocca là dove non lo aspetti. Per dirlo con il linguaggio dei giovani: la sorpresa è un colpo basso. Non te lo aspetti, Lui va e ti commuove (…) La gente corre lascia tutto quello che sta facendo, anche la casalinga, lascia le patate nella pentola. Le troverà bruciate ma l’importante è correre per vedere quella sorpresa, quell’annuncio“. E il Papa chiede se oggi noi siamo capaci di fare altrettanto, sorprenderci e correre. “E oggi, in questa Pasqua del 2018, io che? tu che?”

Proviamo a vedere se siamo capaci di andare oltre l’eclissi, oltre il nascondimento, oltre il sonno della ragione, per cogliere le pascaliane ragioni del cuore, se siamo capaci di ascoltare, anzi di auscultare le ragioni che vengono dal profondo, dal silenzio che si fa nell’anima (cf. Johannes Meister Echkart), Le voci di dentro, come son chiamate da Eduardo De Filippo in un suo lavoro del 1948.

O come, semplicemente, sono i silenzi ai confini della campagna, dove vivo da un anno e mezzo, stamattina accompagnato da Rossini e Mozart, e poi da Modest Mussorgsky, che innerva di romanticismo le storie antiche della Santa Madre Russia, con Promenade, Gnomus, Il vecchio castello, Tuileries de Paris, Limoges, Catacombae, Baba-Yaga e  La Grande Porta di Kiev, archi e timpani tonitruanti, per farmi sentire l’anima che viene dall’Est.

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