Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Un altro anno è andato

Nella conta degli anni il 2017 si sta per collocare in archivio. Un anno potente, crudele, da non rimpiangere. Per me. E anche, lo so, per molti.

C’è da essere sconfortati come sono di solito gli opinionisti che vanno per la maggiore nei quotidiani, cotidie scriventi e scrivono e non han molte altre virtù (da libera eco carducciana). E invece no.

Nonostante Trump e il suo essere più che presidente degli americani, tycoon di se stesso, falso e autentico nel contempo mentre il parrucchino e i denti gli si rinnovano a seconda della bisogna. Eppur è stato votato da metà votanti, quantomeno, e anche Michele Serra si è accorto, più gramscianamente che marxianamente, che i governati non son meglio dei governanti. L’uomo non si emenda per decreto, vivaddio! E’ una bella conquista, convincersi che l’homo novus è quello che siamo ogni giorno, pazientemente più vecchi e saggi, quando ce ne rendiamo conto, però, di essere ogni giorno più vecchi e saggi. Peccato che molta parte della sinistra politica, quella spesso maggioritaria qui da noi, abbia sempre pensato che il sol dell’avvenire appartenesse, non tanto alla pazienza delle riforme democratiche e sociali, ma a una palingenesi antropologica, lasciando alla destra -ovviamente- il culto dell’individuale arroganza, ma senza apprezzare molto, se non recentissimamente, l’irriducibile differenza di ogni soggetto da qualsiasi altro, dico, soggetto umano. Collettivismo senz’anima individuale. Non lasciamo alle destre l’apprezzamento della persona-individuo e la nozione di patria e di matria, perdio!

Le guerre sono lì, numerose, varie,  tutte crudeli, quasi innumerabili, non dichiarate, gli ambasciatori sono livree che non servono, sono mestieri imbalsamati per ruoli oramai finiti. Epperò servirebbero le ambascerie, eccome, se si capisse che non è questione di tecnica comunicativa, ma di buone relazioni, di sincera voglia di conoscere quell’altro lì, quello là, che di solito non capisco, e che talora aborro o addirittura -inspiegabilmente- odio.

Siamo in sette miliardi abbondanti sul bel pianeta  ancor pieno d’acque, e saremo –secundo el parer de li studiosi– dieci o undici tra mezzo secolo. Un chilo di carne di manzo richiede decine di ettolitri d’acqua per essere prodotto, forse che (nonne più congiuntivo) non sarebbe meglio utilizzare meglio la qualità nutrizionale dei cibi, piuttosto che la standardizzazione? E’ chiaro che lo standard riduce i costi… ma a breve, ché nel medio-lungo farà danni intuibili anche all’inclito. Cioè a me e a te, caro lettor, che pensavi fossi scomparso dall’etere. E come vedi stavo solo riposando un po’.

Pare che il terrorismo sia una dimensione endemica della storia umana. Accanto ai fatti di cronaca, noti a tutti, emergono ricordi di varia natura, come la cattura in Portogallo di uno dei responsabili della strage di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974. Ovvero, di Norbert Feher, alias Igor il Russo, dopo nove mesi di latitanza e una scia di sei o sette morti, che viene catturato in Spagna. Serial killer criminale comune determinato freddo spietato e terrorista perché terrorizza?

La salma di Vittorio Emanuele III torna in Italia da Alessandria d’Egitto su un volo di Stato, è ragionevole o no? Non condivido perché il giudizio storico sul re-soldato non può non essere severo, non foss’altro, ed è moltissimo, che per la firma delle Leggi razziali del ’38 e per la vigliacca fuga a Brindisi dopo l’8 settembre ’43. Va bene che riposi a Vicoforte accanto ad Elena, ma sarebbe stato meglio fosse tornato con mezzi diversi e privati.

La salute è il bene primo della vita, lo sentiamo dir fin dall’infanzia e quando questa vacilla temiamo, barcolliamo, teniam paura e chiamiam la mamma. Scherzo, ma non troppo, caro viandante della rete che indugi sul mio scritto. E dunque abbiamo da tenerla da conto, se pur sappiamo che non tutto, anzi forse un po’ poco, dipende da le nostre voluntadi. Ma basta che queste sien poste verso la cura positiva del corpo e dell’anima nostra, con passion e umilitade, e anche con la disposizione d’animo della preghiera all’Onnipotente Iddio che tutto vede e sa e contempla dal suo sguardo sine limite ullo.

Ambiente: vedere un orso polare che si accascia morente di fame è scena quasi inguardabile. Che cosa stiamo facendo alla Terra? Ce la faremo a capire, o almeno a comprendere che noi stessi siamo gli autori del nostro proprio destino terracqueo, almeno (o di più, perfino) come per quanto riguarda la nostra salute individuale?

Un altro fatto da mettere qui, non perché sia bello, ma perché ha una sua densità politica: il neo costituito governo -si diceva un tempo- clerico-fascista (ma è una dizione forse ingenerosa per il giovanissimo cancelliere democristiano Kurz) intende concedere la cittadinanza austriaca ai cittadini italiani tedescofoni  dell’Alto Adige o Sud Tirolo, che dire si voglia. Mi sembra faccia il paio con altre tendenze, non patriottiche, ma nazionaliste e patriottarde, ultimamente apparse in Polonia e in Ungheria, come se gli ex satelliti dell’URSS volessero affrancarsi dal passato stalinista diventando razzisti e fascistoidi. Bruttino, anzi brutto. In Italia non mancano i mentori di questa tendenza che spero venga sconfitta.

Leggo dopo anni di nuovo un libro bellissimo, Narratori delle pianure, edito da Feltrinelli nel 1985, autore Gianni Celati, che insegna lingua e letteratura anglo-americana all’Università di Bologna e quella italiana in Inghilterra, se non sbaglio. Che cosa c’entra il libro con questo piccolo riepilogo sull’anno che se ne sta andando? C’entra perché racconta, narra di cose piccole che avvengono o sono avvenute lungo il corso del nostro gran fiume Po, che è grande per noi italiani, ma è ben piccolo se comparato ai grandi alvei dei fiumi asiatici, africani, americani. Io che ho visto il Paranà a Rosario d’Argentina e il Dniepr nell’omonima città ucraina, lo posso ben dire.

Celati narra storie piccine, ma non per questo insignificanti, cosicché mi ha suggerito l’idea di imitarlo, per zittire il frastuono talora orrendo della cronaca. Partire a primavera, dedicandovi una settimana, in treno, lungo l’asta del Po, magari un poco più su, dal Cavallino o da Chioggia in laguna, in treno, con uno di quei treni locali che si fermano ovunque c’è una stazione. Un poco senza mete precise. E scendere, che so, alla stazione per Porto Tolle, alla foce, e poi a Porto Garibaldi, evitando Ravenna. Risalire fino a Adria e pernottare, per arrivare il giorno dopo a Polesella. E poi Ostiglia e Mantova. Qui sì fare una sosta per l’Alberti e Andrea Mantegna. E poi Mirandola, Viadana e Casalmaggiore. Un po’ in treno e un po’ con il bus. Pernottare quando vien pomeriggio e si deve decidere. E cenare in trattoria, cercando quelle che hanno le tovaglie e quadrettoni rossi e il vino sfuso, rosso però, Sangiovese penso, stante la zona.

Per finire nella Bassa milanese, ma senza toccar la metropoli, ché sarò a caccia di silenzi e di discorsi fatti sottovoce nei vicoli e fuori delle osterie, sotto i portici antichi delle cittadine di pianura.

Un libro che raccomando al mio gentil lettore.

Per lasciar perdere le “cose grandi”, i grandi problemi del mondo, della società e della politica, non perché non mi interessino più, ma per respirare di nuovo aria pura, l’aria pulita delle cose semplici, quelle che mi hanno visto crescere al paese strano “delle acque”, a Rivignano. I cortili, i richiami attutiti dalla distanza, il parlato a volte urlato e talaltra quasi un bisbiglio, onomatopea della riservatezza dei semplici, come mia madre, che parlava forte solo perché abituata da ragazzina ai rumori della filanda di Palmanova, dove l’avevano impiegata a tredici anni, prima di andare a servizio a Torino, nella casa avita del colonnello Torquato Vanzi, da Poggibonsi, ufficiale di cavalleria del regio Esercito Italiano in pensione.

Dormire in qualche locanda lungo il Po, e svegliarsi senza fretta per prendere il prossimo treno o bus verso occidente, prima di tornare a oriente, dove sorge il sole, dove c’è il sapore della nascita e di tutta la mia vita.

1968/2018… senti l’estate che torna

Cinquant’anni fa, in pieno ’68 Le Orme di Tagliapietra e Pagliuca nel ’68 cantavano così:

“Su spegni quel fuoco ti prego/ L’inverno è un ricordo lontano/ Stasera non sento più freddo/ Stammi vicina dammi la mano/ Stasera ti vedo diversa/ I tuoi occhi hanno un altro colore/ In strada c’è aria di festa/ Ora la gente, pensa all’amore

Senti l’estate che torna/ Senti con tutti suoi sogni/ Senti l’estate che torna/ Tra noi

Il vento del nord se ne è andato/ E lascia nell’aria un sapore/ Di cose lasciate al passato/ Senza rimpianto/ Senza dolore

Senti l’estate che torna/ Senti con tutti suoi sogni/ Senti l’estate che torna/ Tra noi.”

Era un pop non ancora progressive, prima della fine dei ’60, quando speranze e illusioni erano quasi tutt’uno per i ragazzi del tempo. Liceali, aspiranti periti, geometri o ragionieri, o già giovani operai che fossero. Albe radiose sembravano prepararsi per quella generazione, così piena di promesse per quei tempi, così pieni di ansia di cambiamento, così piena di gioia.

Il ’68, mitizzato, lodato e vituperato, tradito, illusore e portatore di sogni. Controverso. Le Orme erano un gruppo musicale capace di rappresentare bene quella temperie, così come i Pooh erano già la bandiera musicale del sentimento amoroso nazional-popolare, e i Nomadi di quello politico e sociale.

Non si sapeva bene dove si stava andando a parare, salvo che era chiara una  cosa: non si accettava più il diktat dell’obbedienza a scatola chiusa, acritica, del “fai come ti dico io, perché te lo dico io“. Era la lotta contro ogni tipo di autoritarismo, in famiglia (la figura del padre), in fabbrica (la figura del padrone), in chiesa (la figura del prete), a scuola (la figura del professore). Quattro “p” per dire potere.

Era la lotta contro quattro figure che rappresentavano l’autorità costituita nei vari settori della vita umana, autorità spesso quasi assoluta, e fomite di reazioni forti, di ribellione e di malcontento. In questo senso il ’68 è stato salutare, perché negli anni successivi qualcosa è avvenuto: per quanto riguarda il padre il nuovo Diritto di famiglia ha sancito la parità tra i generi dei genitori; circa la fabbrica lo Statuto dei diritti dei lavoratori ha riequilibrato i “poteri” tra datore di lavoro e lavoratori; per quanto concerne la chiesa è stato il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo a mettere al centro, oltre alla gerarchia (immarcescibile), i fedeli, cioè il “popolo di Dio” (cf. Lumen Gentium 1); infine, per ciò che attiene la scuola, beh qui non saprei, perché quello che è successo dopo non è molto lusinghiero. Infatti, forse è da qui che dovremmo partire per criticare utilmente il ’68.

Se gli aspetti politici, giuridici, sociali e del costume apportati dal ’68 sono stati di gran lunga positivi, il suo profilo filosofico merita, a mio parere, una critica radicale. Infatti, se è stata giusta e sacrosanta la critica dura e vincente all’autoritarismo, sbagliata, improvvida e intellettualmente debole è stata la critica alle dimensioni concettuali della conoscenza e su ciò, per non creare equivoci, mi spiego meglio. Certamente non è in questione il discorso della ricerca scientifica, che è andata e va utilmente avanti, ma il discorso sulla logica argomentativa, tipica del pensiero riflettente. Anche a causa delle riforme scolastiche, che hanno disgraziatamente semplificato oltremodo i corsi curricolari, anche universitari, è andato in crisi nientemeno che il pensiero, che si è progressivamente disabituato al concerto cognitivo costituito dalle due fasi, quella intuitiva, induttiva, eidetica e quella deduttiva, sillogistica, argomentativa.

Oggi si è diventati tutti troppo sbrigativi, non avendo più la pazienza discorsiva della ricerca umile e paziente di ogni “verità locale” (Zampieri) che plausibilmente si ponga davanti all’intelletto raziocinante.

E dunque si assiste a prese di posizione socio-politiche spesso insensate, proposte sul web senza ratio e senza rispetto per i saperi, urlata sui media e nei talk show dal primo che passa di lì, orecchiata da politici ignoranti e altrettanto arroganti, accettata per stanchezza (se non per altro) da un pubblico estenuato.

Ecco perché la canzone delle Orme, il cui testo apprezziamo più sopra è come un auspicio: che ritorni l’estate del ’68, cioè la sua parte migliore, a scaldare i nostri cuori e a illuminare le nostre menti.

In una silenziosa sera d’autunno a parlare del senso del tempo

Sarei stata qui ad ascoltarla fino a mezzanotte“, mi dice una signora salutandomi, ed erano le ventidue e quarantacinque di un incontro iniziato due ore e un quarto prima. Di venerdì sera, nel bel borgo pedemontano dei coltelli d’acciaio. Per strada quasi nessuno al ritorno quaranta chilometri in poco più di mezz’ora, li ho fatti, un poco dolorante, nel silenzio sospeso della notte incombente. Dopo Spilimbergo il ponte sul grande Fiume, la curva a destra e poi i rettilinei per il bivio delle Terre di Mezzo, verso casa.

Giornata di fatica un poco temeraria, vissuta Time after time come canta il pezzo di Miles Davis, ed eccomi di nuovo –after midnight–   davanti alla tastiera del mio pc-tablet, anche se stasera mi hanno regalato una penna e una matita, i miei ospiti organizzatori della conferenza, perché io scriva qualche volta a mano. A mano oramai scrivo solo a chi non ha computer, ad esempio a un carcerato con cui dialogo da un decennio, un ergastolano mio tutelato.

Abbiamo dialogato sul tempo dandoci tempo, perdendo e ritrovando tempo, con-dividendo, con-vivendo tempo, senza fretta e senza calcoli utilitaristici. Ecco altre persone nel mondo che non “investono” (caro amico Ermanno gentilmente presente!) soltanto nel tempo, ma lo creano vivendolo, curiosando pazientemente nei suoi interstizi misteriosi e profondi.

Abbiamo parlato delle dimensioni varie, e a volte contraddittorie del tempo, che non cede alle semplificazioni delle vulgate mediatiche, ma si staglia oltre, vive al di sopra, si propone come costrutto esistenziale, non tanto come misurazione matematica dei movimenti del cosmo, cioè dell’ordine universale. Il tempo interiore prevale come concetto cognitivo e come percetto neuro-fisiologico. Il nous, cioè l’intuizione eidetica prevale sull’argomentazione logica, questa sera come sempre, in un uditorio prevalentemente femminile, di lavoratrici e donne di famiglia, operaie e insegnanti. Ancora una volta ha avuto ragione Platone.

Penso, mentre l’auto corre tranquilla sui rettifili deserti, che vale sempre la pena fermarsi a parlare. Anch’io, se non per la stanchezza di una giornata infinita, quasi un azzardo per il mio stato attuale, sarei andato a bere un bicchiere con Paolo e Ilario e con chi altri saranno andati. Ma ci rivedremo per parlare della libertà e della comunicazione nella qualità relazionale, presto.

Settimane, le prossime, di conferenze, lezioni e convegni cui mi hanno invitato come relatore e docente. Bellissimo sfidare la dolorosa fatica di queste settimane, accettando questo surplus, vivendolo nei tempi condivisi.

Essenziale e superfluo stanno di fronte al tempo e ne subiscono la legge inesorabile, dice Alejandro Jodorowskij, ed è vero, poiché ciò che sta sulla superficie delle cose (il superfluo) si volatilizza presto, non essendo coeso con le cose stesse, mentre ciò che sta-dentro-le cose, nell’essenza (nell’essenziale) costituisce -letteralmente- le cose stesse. Pensa, caro lettore, al nucleo della cellula umana, al fuoco del centro della Terra, allo zigote da cui ognuno di noi è venuto al mondo, pensa a Roma, che pur se così sporca, resta caput mundi…

Il centro delle cose, l’essenza, la sostanza, la natura (cf. P.-J. Nicolas) , filosoficamente quasi sinonimi, muovono verso le periferie dell’essere connettendosi in modo continuo e profondo, creando sinapsi e sinusoidi, andando e venendo come nella respirazione, come nella ritmica cardiaca di sistole e diastole, come il pensiero della vita e la vita del pensiero. A proposito, caro lettore, secondo te, come si pongono tra loro questi due ultimi sintagmi? Come si connette la vita del pensiero pensante  con il pensiero della vita vivente? Cartesio risponderebbe che viene prima il pensiero della vita (vivente), in quanto unica connessione vera con la vita stessa, ma forse altrettante ragioni potrebbe avere Tommaso d’Aquino, la cui contraria opinione si fonderebbe sull’evidenza che la vita del pensiero attesta la presenza di chi pensa, della persona stessa, di chi è dotato di intelletto, ragione volontà viventi in un corpo concreto.

Idealismo vs. realismo, ancora una volta. Personalmente inclino verso un realismo ragionato e non materialista, come invece fa il mio amico carcerato, specie se si tratta di un materialismo idealista, ossimoro non improbabile nelle menti di ha preteso di cambiare il mondo, palingeneticamente, con la canna fumante di una pistola e il popolo dietro. Popolo che non si è mai mosso dietro gli estremisti, come ben sapeva lo stesso Vladimir Il’ic, quando scrisse l’acuto pamphletL’estremismo malattia infantile del comunismo“.

Per me, dunque, il tempo è la categoria trascendentale (Kant) dove si manifesta, dove accade l’epifania della luce conoscitiva, dell’intelligenza, del leggere-dentro le cose e i fatti della vita umana e del mondo, ed è forse più importante dello spazio dove la vita si muove, tant’è che nella dimensione einsteiniana della relatività, basta una categoria “tempo” a dare senso al combinato disposto delle tre dimensioni della categoria “spazio”, e a spiegarci come non si possa dare l’assolutezza del tempo come verità presente a tutti gli osservatori del cosmo.

Nel tempo le cose si dipanano, si spiegano, a volte addirittura si com-prendono, ed è la dimensione conoscitiva più difficile poiché concerne la complessità infinita del vivente-autocosciente-umano. Darsi tempo, come devo fare io in questa fase, di più e meglio che nel passato, è come una medicina -a volte amara- ma benefica, sulla strada di una sempre maggiore capacità di vivere pienamente il proprio destino, come itinerario che sta-lì, costruito dagli infiniti nessi causali delle circostanze e da volontà indipendenti l’una dall’altra, e dalla mia volontà, speranzosamente esercitata su una libertà consapevole.

Finestre sulle solitudini

…mi sembra di vedere quando incontro giovani, ragazzi e men giovani, per strada, gli occhi rivolti al display di uno iphone o di uno smartphone, finestre sulle solitudini.

Ecco l’immagine che mi ispirano: ognuno solo sul cuor della terra  -à  la Quasimodo- trafitto dal video (e non da un raggio di sole) o da un’immagine carpita tra uno spot e l’altro.

Son lì che cincischiano attoniti, braccio contro braccio, spalla contro spalla, se sono in macchina, oppure semplicemente seduti accanto in un bar caffè pub osteria, quindici, sedici diciassette, ma a diciott’anni poi invece c’è l’auto di un amico che li porta via, e in auto continuano, testa bassa, a smanettare imperterriti.

Se qualcuno fosse lì presente sentirebbe l’inesistente dialogo tra i due o tre viandanti motorizzati, fatto di mmm, sssh, e altri illuminanti monosillabi borbo-rigmati forse da una regressione paleo-antropologica.

Finestre sulle solitudini, o no? Qualcuno me lo dice? C’è un diciottenne che legge questo blog e mi può illuminare? Forse che stanno inventando nuovi linguaggi da studiare seriamente al corso di glottologia e linguistica generale a lettere? Chiederò a Bea che studia lì.

Dove e quando si è interrotto il parlato normale, sviluppatosi negli ultimi 5 o 10 mila anni? Negli anni ’80 nella Silicon Valley? A New York, a London, a Milano, a Paris, a Santa Maria de los Angeles? O in uno dei borghi natii e selvaggi della nostra penisola, in uno dei borghi più belli d’Italia, cioè del mondo?

Smanettano così anche i cinque imbecilli delinquenti che hanno picchiato, ultimi tra le miriadi di bande di sciammannati attive, quel pakistano, o indiano, o marocchino, o quel che volete, anche un barbone? Anche quei minus habens si danno appuntamenti nefasti dalle loro finestre sulle solitudini? Chi hanno a casa, che padri, che madri, che sorelle, che altra parentela o affini? Hanno gente che li difende, o vicini che dicono quando il fattaccio diventa irrimediabile come un delitto, e allora dicono compunti davanti al cronista: “era così un bravo ragazzo, chi l’avrebbe mai detto?”

Dove sono finiti gli occhi di un vicinato curioso, ma attento, di un tempo, dove si è spenta la vigilanza implicita del quartiere? Che volti stanno dietro le felpe anonime che ciondolano per le strade a tutte le ore del giorno e fino alle ore piccole? “Dove vai?” “In giro“, la risposta più faconda e ricca di particolari.

E, se qualche insegnante delle superiori (si fa per dire… superiori, e de che?) si permette di segnalare ai genitori che c’è qualcosa che non va nei comportamenti del giovin rampollo, rischia di beccarsi una denuncia a i carabinieri o al TAR. Nessuno tocchi il mio bambino, o bambina, ché da qualche tempo son diventate molestatrici bulle anche le ragazzine. Mobbing, stalking, straining, gerundi inglesi entrati nel lessico normale della cronaca e delle denunce.

Forse che l’aggressività sociale che si percepisce, si respira perfino, li sta mettendo in un angolo quasi sulla difensiva? Gli esempi di violenza sociale, politica, militare non mancano. In tempo reale sul web appare di tutto, dalle follie del coreano Ping Pong e di parrucchino Trump, alle dichiarazioni di innocenza di Battisti, agli attentati casuali del terrorismo jihadista, agli omicidi casalinghi irrisolti, come quello di Denise Pipitone e di altri casi incredibili, come quello di Sara Scazzi, etc.

Oggi si uccide meno di un tempo ma lo si sa subito, e si coglie la follia consapevole dell’assassino, come la zia di Sara che strangola la nipote perché più bella e ricercata di Sabrina, sua figlia. Come si fa a uccidere per gelosia paesana o per invidia parentale? Come si fa? In che mondo spirituale vive quella donna, in quale miseria morale suo cognato Michele Misseri, che nasconde il cadavere “in campagna”, come si dice laggiù.

E poi il profluvio di talk show, dove per due anni si parla di un delitto, con esperti/ esperte o sedicenti tali, criminologi in carriera, psicologi forensi, ex alti ufficiali e giornalisti “specializzati” in delitti, torture e rapine. Il tutto condito da cronache di attentati, di guerre non dichiarate, ma combattute in giro per il mondo, e pare che attualmente ve ne siano almeno un centinaio in corso.

I ragazzi orecchiano tutto questo, certo distrattamente, ma qualcosa li colpisce, loro che son privi di strumenti critici, analitici, e a volte anche cognitivi, perché poco coltivati, aiutati, ascoltati da chi sta a casa con loro, quando sono a casa, o c’è qualcuno che li aspetta, a casa. L’intelligenza umana è una dotazione naturale da coltivare, però: non può essere lasciata lì inerte, inerme di fronte al turbinio del mondo che gira, che cambia, che si agita, di fronte a tutto ciò che nasce, che cresce, che diminuisce e che muore.

I ragazzi sono rimasti soli, ed è anche per questo che smanettano afoni e a volte perfino afasici davanti alle loro finestre di solitudine.

Mattutino

I monaci basiliani (San Basilio di Cesarea è l’autore della prima regola monastica della grande chiesa del IV secolo) utilizzavano lo schema qui a latere per la preghiera quotidiana, e il modello benedettino ne tenne conto, specie nelle clausure. Ogni tratto della notte e della giornata era buono per elevare al Signore la preghiera del cuore che iniziava spesso, soprattutto nella chiesa d’Oriente, con una bellissima giaculatoria cioè, da sua etimologia, un “dardo” (lat. iaculum) lanciato verso Dio: “Signore, Figlio di Dio Padre onnipotente, abbi pietà di me peccatore“.

Era non solo l’umile rivolgersi all’Incondizionato, ma anche  il riconoscimento del limite oggettivo e soggettivo dell’essere umano, della sua finitezza, della sua miseria, al contrario della iattanza che contraddistingue molto del pensare, del dire e dell’agire odierno sul web, sulla carta patinata dei magazine, in tv. Oggi sembra che l’uomo si sia fatto quasi omnipotente, vantandosi senza un minimo di umiltà della sua scienza, della sua tecnologia, della sua capacità di modificare il pianeta Terra e se stesso. Bene, benissimo i progressi della medicina, della biologia, della fisica, ma non tutto ciò che consentono di fare, è lecito fare, poiché vi sono dei limiti etici a parer mio insuperabili. Straordinario è il lavoro che è stato fatto sulla genetica animale e umana, e il poter usare le cellule staminali per guarire patologie gravi, ma non il loro utilizzo per modificare, ad esempio, il genere di un nascituro. Ottima cosa usare le risorse presenti sulla terra per migliorare la vita delle persone, ma non abusarne fino a danneggiare in modo speriamo non irreparabile l’ambiente stesso, che è come l’utero di una madre per il feto. L’ambiente e gli altri animali non vanno mitizzati, ma rispettati per il loro ruolo nell’equilibrio più generale. E qui mi rivolgo specialmente ai più accesi animalisti e vegani: cercate di vedere le cose a partire dall’umana autocoscienza, e non dal mero vivente, perché -per coerenza- dovremmo morire di fame, in quanto anche l’insalata geme e soffre quando viene raccolta. Non lasciare un cane in autostrada è bene, trattarlo come fosse un bambino è male.

E infine, l’uomo d’oggi non deve mai dimenticare di essere spesso solo un nano sulle spalle dei giganti del pensiero e della ricerca precedenti, da Platone e Aristotele a Cartesio e Galileo, Darwin, Einstein, Curie, Freud, Dirac etc., che hanno via via elaborato e corretto, sia pure in parte, il pensiero dei predecessori.

Al mattino vengono a volte questi pensieri, prima di andare al lavoro, o avendolo già iniziato “in remoto” via e-mail o watts app, tra le sei e le sette quando il silenzio ancora avvolge casa e le vie adiacenti, verso la grande campagna, che trascolora nell’autunno. Un bel merlo maschio è venuto a trovarmi mentre scrivo sul terrazzino verso il giardino interno, e osservo l’ulivo sempreverde che sbarbaglia i raggi del primo sole.

E poi vien l’ora della partenza per una delle aziende che seguo, quella che mi dà più “pensieri”, ma anche soddisfazioni, in questo periodo, il “fabbricone” di pizze della pedemontana, dove le persone (con l’aiuto del Padreterno) hanno fatto un miracolo, dieci giorni fa, cioè di farla ripartire due giorni dopo un devastante incendio.  Miracoli che può fare l’intelligenza, la dedizione, il cuore delle persone umane, dai proprietari a ogni dipendente, dirigente, quadro, impiegato o operaio che sia.

L’uomo può se vuole scavalcare montagne, esplorare territori sconosciuti, definire nuovi limiti a se stesso e alla forme organizzate, perché ha in dotazione una mente plastica e adatta ad affrontare le emergenze, anche quando sono tremende. Sono orgoglioso di fare parte anche di questo gruppo, dopo aver affrontato in anni precedenti gravi emergenze occupazionali, sempre risolte senza danni per le imprese e per i lavoratori.

E questo basta e avanza per darmi forza senso al mio agire, fin da questi pensieri mattutini, tra l’ulivo, un merlo maschio e il lavoro da fare.

Buona giornata a te caro lettore.

El buen retiro de este dia en el final de septiembre

Dopo decenni, da meno di un anno son tornato con i piedi nell’erba. Il verde della campagna mi circonda, ultime case prima delle Risorgive. Nei pressi l’osteria dove Bea impara a lavorare per studiare. Uccelli chioccolano alla fine di settembre, in attesa dell’autunno. Già i colori della stagione volgono alle tonalità dell’ocra e del rosso cupo, un merlo si attarda sotto l’ulivo. Io contemplo tutto intorno ascoltando le campane del sabato che annunziano la rinascita, come ogni settimana, da millenni. Il rito si ripete sempre nuovo e unico, uno e innumerabile, come le stelle del cielo, come le cellule di un corpo, come i punti della superficie di una sfera, come le qualità del Divino che tutto trascende.

L’aria è ferma dopo che una brezza s’era fatta sentire, quasi ricordandomi il profeta Elia, che scorse nel vento leggero la Presenza. Telefonate amicali, ai confini tra l’affettività e il lavoro, come spesso mi accade in un tempo vigoroso e nobile.

Il senso del mio tempo si manifesta in tanti piccoli gesti, atti, parole, pensieri, silenzi. La profondità della vita si dipana tra il corpo e lo spirito, anzi nel corpo spirituale che mi costituisce, fin dal mio concepimento nell’utero di mamma Luigia. Misteriose forze promanano da tutta la mia storia genetica, lottando per prevalere, come gli alberi di una fitta foresta cercano di svettare per cogliere il sole mattutino.

Non so del domani, come ciascuno di noi, ché domani non esiste, e sarà solo quando.. sarà domani. Il senso del tempo è uno dei caratteri distintivi del sapere umano, una categoria necessaria, anche se fisicamente relativa, poiché di assoluto, di sciolto-da-ogni-altro-ente il tempo nulla possiede. Mentre penso, scrivo, immagino te gentil lettore che apri questo sito, so che accadono cose i cui vettori causali non conosco, né controllo, e questo può perfino darmi l’angoscia di cui scriveva Kierkegaard, l’angst, una sorta di apnea esistenziale che prende l’uomo cosciente del suo limite terreno, e lo spinge a gettarsi nell’infinito di Dio.

Non controlliamo quasi nulla delle nostre vite o, meglio, pochissimo, poiché il più è determinato dalla millenaria filogenesi dei cromosomi corsari che ci hanno condotto fin qui, e dalle condizioni ambientali in cui questi cromosomi nel tempo si sono incarnati, e dall’educazione ricevuta dall’ultima “incarnazione” come sono io, che sei tu, caro lettore, che siamo tutti, esseri umani, animali, animati, viventi. E pure le pietre hanno una storia, più arcaica della nostra, ma apparentata ad essa.

Guardando i volti delle persone che incontro, conosco, sfioro per le strade, i luoghi di lavoro, le stazioni, gli aeroporti, intravedo in lontananza e in chiaroscuro le tracce di traiettorie esistenziali uniche e irripetibili, provenienti da plaghe più o meno lontane, fino all’incrocio con la mia vita. E stasera guardavo la ragazza pronta all’uscita amical del sabato, alta e slanciata, figlia mia quasi in copia, proveniente, lei pure, dall’abisso cosmologico del tempo e proiettata oltre la mia vita, e ho pensato “che bello”, in realtà siamo immortali con la nostra progenie che ci supera e noi che abbiamo costituito l’anello tra i nostri genitori e i figli che abbiamo messo al mondo. Genitori e figli per sempre, coppie umane non per sempre, talvolta. La dimensione orizzontale dei rapporti umani è a rischio, quella verticale invece è più forte di ogni volontà soggettiva, perché garantisce la specie.

Pensieri lasciati allo scrivano che sono mentre la sera sta calando su noi, in questa plaga severa del Nordest, io scriba 2.0 del ventunesimo secolo, emulo dei predecessori egizi ed ebrei, allievo dei Padri antichi della filosofia e della chiesa, amanuense tecnologico e gutemberghiano, uso alla tastiera del tablet e del pc, io scrivano, autore di testi che utilizza parole e frasi, retorica e stile, secondo la lunga tradizione della scrittura occidentale.

Erano le luci del pigro e dolce tramonto settembrino che mi hanno suggerito di scrivere, e ora il buio della sera che viene mi dice di contemplare l’ennesimo giorno che se ne va nell’altrove.

Il paese delle mele

Echeggiando quasi il titolo di un vecchio film, che vedeva protagonista la allora giovanissima Sophie Marceau, iersera mi sono trovato a ricordare una amica scomparsa, anziana e intelligentissima, un’insegnante, una “maestra” vera di vita e di studio, nell’accezione più alta e aristotelica del termine, Marcella da Pantianicco, il “paese delle mele”. Il tempo delle mele è quello della gioventù, della scoperta, dei primi palpiti del sentimento amoroso, ma il paese delle mele è un locus animae, in mezzo alla campagna silenziosa delle Terre di Mezzo. Ne ho parlato così, a un pubblico attento, partecipe del ricordo e della memoria vera di una grande donna del Friuli.

Come vedete, se pure arrivato in ritardo per qualche mio limite attuale,  ho aderito molto volentieri a questa iniziativa che ricorda la carissima amica Marcella Cisilino, cui mi ha invitato Marisa Loszsach.

Ho conosciuto Marcella non molti anni fa, forse una quindicina, in occasione di un incontro culturale, e da quel momento si è creata una corrente empatica… e di un comune sentire su molte cose, che mi piace chiamare consentaneità, parola molto cara a un papa ingiustamente un poco dimenticato, Paolo VI.

Prima di tutto, quindi, come sempre accade nelle relazioni, vale la qualità della relazione stessa, non la frequenza e la quantità.

In seguito vi sono stati diversi incontri e dibattiti che ci ha visti compresenti, come quelli del Club Unesco di Udine, cara professoressa Capria D’Aronco…

E incontri a due, cui Marcella mi invitava per un aperitivo condito di argomenti sempre nuovi, in un tempo di banalizzazioni e di stereotipie mediatiche abbastanza infame.

Se dovessi dire tre termini che possono sintetizzare, a mio parere, il modo d’essere di Marcella, direi: curiosità inesauribile, onestà intellettuale, originalità nella ricerca, sui campi che la interessavano, ad esempio la musicologia, oltre alla saggistica, alla didattica e all’educazione dei ragazzi.

La curiosità si manifestava nella sua capacità di ascolto, oggi merce molto rara, e di interloquire con garbo sulle varie questioni, mai indulgendo alla vieta tuttologia oggi tanto di moda in tv, sul web e nelle occasioni socio-politiche della scena mediatica. Marcella avrebbe scosso la testa desolata ad ascoltare un Di Maio, cucciolo aspirante politico, e ora candidato a guidare il governo dal suo partito!, inventato ieri da un comico, confondere capitali di nazioni, date storiche e dire altre poco memorabili facezie, o il buonismo di certe cariche istituzionali (la terza magari, senza fare nomi?) che pretendono di farci allievi dei migranti come stile di vita… mentre mio padre emigrante per lavoro in Germania diventò un po’ tedesco, per modo di dire, ma restando friulano nel profondo, così come il senegalese deve rispettare le leggi italiane “diventando un po’ italiano”, ma restando senegalese nel profondo, finché il tempo delle generazioni future avrà fatto il suo corso.

Questa è la natura delle cose in un’antropologia sana.

O, aggiungo questa ultima, sempre immaginando Marcella in ascolto dell’avvocatessa campana che dice “i migranti forse non sanno che non devono stuprare (con un sottinteso pensiero di antropologia culturale che ammette lo stupro in quanto costume locale introiettato e piega un’etica elementare di rispetto della vita umana e della sua integrità, in nome di mere consuetudini arcaiche e tribali)”. Sarebbe come se noi friulani chiudessimo un occhio sulla quantità inenarrabile di incesti avvenuti fino a pochi decenni fa anche in nostre plaghe, forse discoste dai centri principali, ma sempre “nostre”.

L’onestà intellettuale di Marcella si manifestava nel suo radicale rifiuto di parlare di cose che non conosceva o di interloquire con chi le conosceva premettendo sempre un “forse”, oppure “non potrebbe essere che…”, o ancora “scusa se mi permetto, ma a me pare che…”, con un garbo gentile e nello stesso tempo naturalmente autorevole. La sua credibilità infatti si fondava su una fondamentale umiltà, che però non scivolava mai nella vieta falsa modestia, malattia morale molto diffusa in giro. Un esempio: so di persone abbastanza in vista a livello pubblico, che si sono scritte addosso un’autobiografia, dicono loro… spinti a farlo da amici che “dai scrivi qualcosa di te che hai fatto tante cose nella vita, dai…”, e ho in mente laici, e anche chierici, senza che ciò mi meravigli più di tanto. Infatti non penso che un sacramento in più dia la virtù, ma la penso come Aristotele e Tommaso d’Aquino, cioè che la virtù si nutre di comportamenti buoni, sani e costanti nel tempo, con l’aiuto di Dio, se si crede. La virtù è un “abito morale”, un costume buono consolidato nell’intelletto e nella volontà.

L’onestà nella ricerca di Marcella è misurabile nei suoi scritti. Io ho avuto da lei in dono, ad esempio, una originalissima e completa, anche se sintetica, Storia della notazione musicale, in cui lei spiega con poche essenziali didascalie e molti schemi la nascita della notazione musicale e del ben conosciuto pentagramma, nel plesso mediterraneo a partire dai modelli dei Greci. I Greci poetavano cantando e accompagnandosi con strumenti a corda, sia nella lirica sia nella tragedia con l’uso del coro. L’agile volumetto tratta poi dello sviluppo della notazione nella musica sacra, a partire dal Canto gregoriano (VI secolo d.C.) e dall’arte trobadorica italo-francese. Se si può dire un nome di quei tempi facciamo quello del probabile inventore del sonetto, Guido d’Arezzo.

Essendo poi io da un dodicennio il curatore dell’Agenda Friulana dell’editore Chiandetti, abbiamo ospitato almeno un paio di volte Marcella con suoi saggi di musicologia dedicati a stili e argomenti più vicini alla modernità.

E, da ultimo, permettetemi di dire una cosa: una decina di anni fa Marcella mi avvisò che si stava organizzando il Premio nazionale di poesia dedicato a Gioia Turoldo Malnis, nipote del padre David Maria. Lo vinsi con un sonetto che vi leggerò, dedicandolo qui ora a lei, che certamente ci ascolta da qualche “dove” Dio vuole.

Il titolo è: Mi sono familiari i lupi scuri

 

(lo trovate da qualche parte in questo sito, più indietro)

La realtà delle cose non è mai pigra, e ogni giorno è unico lungo il cammino infinito della vita

Noi umani numeriamo, classifichiamo, mettiamo in ordine, abbiamo bisogno di tassonomie, categorie, classi, ordini, famiglie di viventi, minerali, tipi di economia, di sistemi politici, di modelli sociali, di dottrine religiose, etc…, così ci mettiamo tranquilli, per modo di dire, pensando di avere tutto, o quasi, sotto controllo. Riusciamo perfino a pensare, nella nostra ansia di standardizzazione, che sia possibile “ingegnerizzare” in qualche modo anche la gestione delle persone nelle strutture organizzative, come ad esempio le aziende. Ma non è così, perché alla fin fine ogni vicenda, ogni vita umana è unica e a sé stante, ogni cammino originale e irripetibile. Individuale (“Ognuno sta solo sul cuor della terra…, Salvatore Quasimodo”)

Le giornate che si vivono sono sempre, pur nell’elenco innumere, uniche e, una volta transitate, non si ripetono, se non per sommi capi, se non come cornice di consuetudini, di atti quotidiani, da quello del sonno a ciò che si fa in stato di veglia, alimentarsi, metabolizzare i cibi, lavorare, incontrare, staccarsi dagli altri, alternare compagnia e solitudine. Ogni giorno è unico lungo il cammino. Ogni giorno è un lungo cammino lungo il quale puoi incontrare il dolore tuo e quello degli altri, e poi anche la gioia, che a volta sta lì dentro il dolore, a questi alternandosi. Il cammino è sempre più importante della meta, perché quest’ultima altro non è se non una tappa di un percorso ulteriore che sempre ti aspetta.

Sto capendo sempre di più che l’alternarsi del dolore e della gioia è un itinerario di conoscenza e di consapevolezza, e alla fine è un itinerario della coscienza d’essere.

Di conoscenza perché finalmente riesci a trasformare la corsa, anche quella in bici, in un pellegrinaggio, che ti permette di osservare le persone, i luoghi, gli atteggiamenti, le miserie, le grandezze e le cadute dei tuoi simili, e quindi di com-prendere meglio tutto e capire, cioè prendere-dentro e penetrare le “verità locali”, cioè imperfette e transeunti, ma con barlumi di luce, e capire di più anche ciò che prima ti sfuggiva o appariva nebuloso e informe: linguaggi, espressioni, silenzi, più o meno fragorosi, assenze, lamentele, reazioni strane, e via andando per la strada che fai.

Di consapevolezza perché guardandoti allo specchio riconosci tratti che prima ti sfuggivano, difetti, umanità nascoste, debolezze e anche punti di forza inattesi e sconosciuti, e ti collochi diversamente nello scenario del tuo mondo e del mondo, riducendo la distanza tra ciò che pensavi dovessero essere e ciò che effettivamente sono. La consapevolezza fa maturare quel principio di realtà che ci ha insegnato Aristotele, e che qualche volta ci sfugge, per frettolosità o per pigrizia. La realtà delle cose non è mai pigra.

La coscienza d’essere è come il contenitore di tutto, è il senso di appartenenza (aziendalmente si chiama commitment, ed è indispensabile per la collaborazione tra colleghi) a un tutto che ti trascende da sempre e per sempre, finalmente.

Il tempo che scorre è esso stesso un contenitore del tutto, categoria trascendentale secondo Kant, ma è anche uno stato interiore nel quale si svolgono, si dipanano tutti gli eventi e le storie umane e del mondo, nella soggettività di ciascuno di noi, negli alti e bassi che accadono, nelle vicende che capitano.

E allora è vero che ogni giorno è unico lungo il cammino della vita, reiterando solo la cornice delle ventiquattro ore, ma colmando di significati e soprattutto di senso questo nostro essere-al-mondo, anche se, come scrive Heidegger, inconsapevolmente gettati-in-questo-mondo.

Come il sole riflesso sulla superficie cangiante del mare

A pagina 203 del suo ponderoso volume Platone 2.0, La rinascita della filosofia come palestra di vita, edito quest’anno da Mimesis, il mio amico Giorgio Giacometti, filosofo (posso dire?) neo-platonico contemporaneo, e studioso di Schelling, propone questa bellissima frase-verso, che riporto qui sopra nel titolo, a un suo interlocutore ospite di sedute di filosofia pratica. Si tratta di un piccolo industriale disorientato che ha confuso, o con-fuso per tutta la vita azienda e famiglia, facendo della seconda, in sintesi, una parte della prima: famiglia e azienda quasi indistinguibili, per cui sono nati problemi, incomprensioni, crisi, separazioni. La meravigliosa immagine del mare riflette uno stato delle cose, una condizione abbastanza comune nella vita personale e familiare degli esseri umani, specialmente di questi tempi sconvolti e disarticolati, che la cronaca ci fa pensare come i peggiori di ogni altro tempo, e invece è vero il contrario… forse.

La “superficie cangiante del mare“, quasi di montaliana memoria (cf. “Meriggiare pallido e assorto (…) osservare tra frondi il palpitare/ lontano di scaglie di mare …”), rappresenta con la metafora “scaglie” l’immagine dell’indefinibile mutazione e andirivieni delle onde sulla superficie della sconfinata distesa d’acqua di un mare o addirittura di un oceano, immisurabili e imprendibili, come le gocce della pioggia, come i raggi del sole e il mulinìo del vento novembrino.

Cangiante è  termine aulico per cambiante, quest’ultimo participio presente sgradevole all’udito, mentre la sua versione “alta” fa tanto lemma poetico e, come spesso capita, poietico, cioè costruttore di un qualcosa, e forse distruttore d’altro. Cambiare, oggi si deve cambiare, in organizzazione aziendale vi è la teoria del change management, della gestione snella (lean), efficace, della leadership situazionale, dove anche gli organigrammi possono venire scon-volti da un’idea nuova, più brillante ed efficace della linea guida precedente. Solo che in azienda e in economia il cambiamento produce disorientamenti momentanei, modifiche organizzative e un “dolore” personale controllato, o comunque controllabile, soprattutto nel caso di una perdita di posizione o del posto di lavoro stesso: in altri contesti, invece, il cambiamento può essere più doloroso perché più legato ai sentimenti e alle emozioni. Nelle vite individuali a volte càpita questa fluidità sofferente, questo scorrere delle cose, che dipende solo in parte dalle volontà singole. Secondo il pensiero di Baruch Spinoza e anche di un mio amico ristretto in vinculis, “tutto si tiene”, cioè accade, anche inopinatamente, anche contro le convenzioni, le leggi, i contratti, perché più forte, più potente, in definitiva, più umano.

Si pensi all’innamoramento e a tutto ciò che gli è connesso. Scaglie di mare, cangianti scaglie di mare. Onde, increspature del grande oceano della vita, come nel film di Andreij Tarkovskij, Solaris, dove c’è un “oceano che pensa” o, direbbe sant’Agostino, un “pensiero come oceano“. E io dico che il pensiero è più grande di ogni oceano, perché è il dialogo dell’anima con se stessa (Platone), flusso dell’immenso, ché in una frazione infinitesima di secondo arriva fino ai confini dell’universo a quattordici miliardi di anni luce.

E, in questo turbinare della vita, dove sta la morale ordinaria? dove le convenienze? dove i convenevoli? Non al centro, ma a lato, con il rispetto dovuto. Più forte è la vita, che vince sempre come nelle musiche di Haendel, ascolto ora il Dettinger Te Deum, nel pomeriggio settembrino, mentre la luce dell’autunno veniente taglia di traverso i rami dell’ulivo e la siepe di bosso che divide da un prato il mio giardino.

Il mio sguardo si perde verso le alte cime degli alberi del parco delle Risorgive, in attesa che venga l’ora del bicchiere di vino con big Mario, all’osteria dell’angolo qui vicino, per darci il tempo di racconti e di memorie, tra silenzi che scendono tra le parole. Tutte preziose, tutte pesate dall’esperienza, a volte dure, ma mai volgari, comprensive e settarie nello stesso tempo, ché l’incazzarsi è sano come ogni segno di vita, sempre che sia ben diretto, e non ingiusto a colpire anime innocenti, che sono anime salve.

Oh voci del coro potente, o trombe, ottoni dal suono di cristallo, ascoltate il canto dell’anima mia.

Ulissidi cerchiamo

Il paradigma di Ulisse è più consono all’esperienza umana, come sua inarrivabile metafora. Più del mio amatissimo Tour de France, perché il percorso marino dell’itacense non era definito in tappe, e le onde che l’avrebbero portato da Circe, da Calipso o alla terra dei Feaci, incerte, perigliose e innumerevoli. Se le strade del Tour si snodano lungo campagne ondulate, come in Borgogna, tra i vigneti dei Vosgi e del Massiccio Centrale, o tra gli ardui tornanti del Tourmalet (a proposito, questo nome pirenaico echeggia quasi una tortura, un tormento…), e anche le mie di ciclista, le vie del mare sono incerte, indefinite, sconfinate, spesso minacciose, e dunque, come la vita umana è il viaggio di Ulisse, ché -come in quella- tutto può accadere.

E tutto accade, di prevedibile e imprevedibile. Per questo nella tradizione storica abbiamo tutta la congerie di attività e persone che si sono occupate di scrutare il futuro, attraverso gli astri, la direzione del fumo dei fuochi, il volo degli uccelli, i visceri degli animali. Astrologi, àuguri, aruspici, maghi, sciamani, sibille, pizie, profeti, e ora futurologi. Ma soprattutto ogni essere umano, nella sua consapevolezza di essere al mondo, o come direbbe Heidegger, di esser-ci, si è sempre chiesto del proprio tempo futuro, constatando il decorso delle vite degli altri, a partire da quella dei propri genitori.

Nell’elenco di visionari fatto sopra vi è però una tipologia che si discosta, si differenzia in maniera radicale dagli altri scrutatori di futuro, quella dei profeti, o nebijm, in ebraico. Profeta è parola greca che significa, dalla preposizione pro (davanti) e dal verbo femì (dire), colui-che-dice-davanti-a- un-altro-che-ascolta. Il profeta non è colui che predice il futuro, ma colui che parla chiaro davanti a chiunque, soprattutto se questi è un re (cf. Natan vs Davide, nei libri biblici Samuele 2, Re 1 e Cronache). Natan è colui che rimprovera il re Davide per aver mandato a sicura morte un suo ufficiale, l’hittita  Uria, per poter avere come sposa la moglie di questi Betsabea. Tempi tribali. Poi il gran re compone il Salmo 51 accompagnandosi con la cetra, il Miserere, abbi pietà di me, Signore. Il salmo del pentimento. Ma lo stesso Natan, anni dopo, suggerisce all’all’ormai anziano re patriarca di designare suo successore Salomone, avuto da Betsabea, in luogo del primogenito Adonia. Quasi che il peccato di Davide sia stato segnato come parte di un destino più grande, che comprendeva il magnifico regno di Salomone, sapiente e giusto, famoso in tutto il Vicino Oriente antico.

Ognuno di noi vorrebbe sapere quello che gli riserva il futuro, ma non è possibile. Quello che si può fare è avere dei comportamenti personali che in qualche modo hanno una rilevanza per il futuro: tenersi da conto con il cibo e con l’igiene, monitorare il proprio corpo e la propria mente. Avere attenzione per tutte le cose e gli ambienti che interferiscono con la propria vita, selezionandoli con discernimento. Fin qui si può e si deve agire, perché il resto lo fa la nostra filogenesi, la nostra genetica, che le scienze umane e mediche sono sempre più in grado di esplorare, soprattutto per curare e addirittura prevenire malattie di tutti i generi.

Un’altra componente che ci fa “ulissidi” consapevoli è la capacità raziocinante e la volontà, che sono le due facoltà tipicamente umane in grado di darci tutte le informazioni e suggerire gli atti opportuni per una buona vita.

Come Ulisse siamo sempre alla ricerca di noi stessi e dell’isola non trovata, magari già apparsa sotto il palmo del nostro naso. Nessun luogo è lontano, caro amico che leggi, come nessun cuore è lontano da te.

Dai dunque vele al vento e governa il timone, ché il tempo è propizio e l’alba vicina.

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