Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Ne la profonda e chiara sussistenza/ …

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza
;

e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ’l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri
.

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ’l mio viso in lei tutto era messo
.

Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige
,

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa
,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Dante esprime, anzi canta la sua fede nell’Eterno Dio-Unitrino, immaginando di “vedere” con gli occhi dell’anima ciò che non è concesso vedere da nessun uomo vivente. La visio dell’Alighieri conclude una serie di visiones che prese avvio, oltre che da numerosi passi biblici, sia del Primo sia del Nuovo testamento, da scritti di molti autori medievali. Ne cito uno fra i tanti: il monaco benedettino Valafrido di Reichenau, che operò a cavallo fra il IX e il X secolo presso la corte carolingia (Carlo il Calvo, nipote di Carlo Magno).

Dante, però, a differenza dei predecessori, osò l’inosabile: immaginare di avere la visibilità della SS. Trinità, non di qualche episodio attribuito a questo o a quel abate, venerabile o beato o addirittura proclamato santo, che fosse.

La Trinità è il Dio cristiano, cattolico, ortodosso, riformato (secondo la storia del cristianesimo), di cui si sono occupati, prima di Dante, i grandi teologi, come Agostino d’Ippona nello specifico ampio trattato. Si pensi che, concludendolo, il grande Africano quasi si scusa con il Signore per avere osato tanto!

Forse la prima indiretta citazione si trova in Matteo 28, 19: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo“.

In Giovanni 14, 26 leggiamo: “Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.”

San Paolo scrisse ai Corinzi nella Seconda lettera 13, 14: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi“.

Senza citare altri passi neotestamentari che alludono alla Trinità, troviamo già a cavallo tra il I e il II secolo espressioni “trinitaristiche” in Clemente di Roma e in Ignazio di Antiochia.

Per riassumere non è corretto affermare che il Padre o il Figlio, in quanto alla divinità, siano due esseri. L’affermazione indefettibile e cruciale della fede cristiana (cattolica, ortodossa e riformata) è che esiste un solo salvatore, Dio, e la salvezza è manifestata in Gesù Cristo, attraverso lo Spirito Santo. Lo stesso concetto può essere espresso in quest’altra forma sillogistica di primo tipo (aristotelica):

  1. Soltanto Dio può salvare (premessa maggiore)
  2. Gesù Cristo salva (premessa minore)
  3. Gesù Cristo è Dio (conclusione necessaria)

…ovvero nell’entimema (sillogismo sintetico): “Dio salva mediante il Cristo in quanto Dio“.

Non è possibile né ragionevole semplificare il concetto più di un tanto. Sant’Agostino esplicita il concetto arricchendolo di paronimi e quasi-sinonimi capaci di dire la Trinità nell’Unità in questo modo: Dio unico si conosce (nel suo Figlio, Verbo, Pensiero, Sapienza) e si ama in esso (Spirito Santo, Amore). E inoltre: non si può avere conoscenza diretta del Padre, poiché egli è trascendente, ma si può “vederlo” solo mediante il corpo di uomo di Gesù.

In ambito teologico viene fatta una distinzione fra la Trinità da un punto di vista “ontologico” (ciò che Dio è) e da un punto di vista “economico” (ciò che Dio fa). Secondo il primo punto di vista le persone della Trinità sono uguali, mentre non lo sono dall’altro punto di vista, cioè hanno ruoli e funzioni differenti. L’affermazione “Figlio di”, “Padre di” e anche “Spirito di” implica una dipendenza, cioè una subordinazione delle persone. Il trinitarismo ortodosso rifiuta il “subordinazionismo ontologico”, affermando che il Padre, essendo la fonte di tutto, ha una relazione monarchica con il Figlio e lo Spirito. Ireneo di Lionee, il più importante teologo del II secolo, scrive: “Il Padre è Dio, e il Figlio è Dio, poiché tutto ciò che è nato da Dio è Dio.” Si tratta, dunque di un “subordinazionismo economico”, altro e altrimenti detto “monarchianismo“, “sabellianesimo“, “patripassianismo“, “docetismo“, a seconda che il concetto ricada sulla persona del “Padre” o su una dottrina teologica.

Affermazioni in tema sono presenti in altri scrittori pre-niceni, cioè prima dello scoppio della controversia ariana (il prete Ario fu il più conseguente e costante detrattore della divinità di Gesù, che per lui non era il Cristo).

San Giustino martire, ad esempio, scrive nell’Apologia dedicata all’imperatore Marco Aurelio o nel Dialogo con Trifone (non ricordo bene):

«vediamo ciò che avviene nel caso del fuoco, che non è diminuito se serve per accenderne un altro, ma rimane invariato; e ugualmente ciò che è stato acceso esiste per se stesso, senza inferiorità rispetto a ciò che è servito per comunicare il fuoco. La Parola di Sapienza è in sé lo stesso Dio generato dal Padre di tutto

Metafora straordinaria, vero, caro lettore? E Ilario di Poitiers, nel suo De Trinitate successivamente afferma:

«Noi non togliamo al Padre la sua Unicità divina, quando affermiamo che anche il Figlio è Dio. Poiché egli è Dio da Dio, uno da uno; perciò un Dio perché Dio è da Se stesso. D’altro lato il Figlio non è meno Dio perché il Padre è Dio uno. Poiché l’Unigenito Figlio non è senza nascita, così da privare il Padre della Sua unicità divina, né è diverso da Dio, ma poiché Egli è nato da Dio

I primi scrittori cristiani, dopo la controversia ariana conclusasi con il Concilio di Nicea (325) convocato dall’imperatore Costantino, così si esprimono al riguardo della S.S. Trinità, oltre a chi abbiamo citato sopra:

«Quando affermo che il Figlio è distinto dal Padre, non mi riferisco a due dèi, ma intendo, per così dire, luce da luce, la corrente dalla fonte, ed un raggio dal sole» (Ippolito di Roma)

«Il carattere distintivo della fede in Cristo è questo: il figlio di Dio, ch’è Logos Dio in principio infatti era il Logos, e il Logos era Dio (Giovanni 1, 1ss, ndr)– che è sapienza e potenza del Padre Cristo infatti è potenza di Dio e sapienza di Dio – alla fine dei tempi si è fatto uomo per la nostra salvezza. Infatti Giovanni, dopo aver detto: In principio era il Logos, poco dopo ha aggiunto e il logos si fece carne, che è come dire: diventò uomo. E il Signore dice di sé: perché cercate di uccidere me, un uomo che ha detto la verità? e Paolo, che aveva appreso da lui, scrive: Un solo Dio, un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo» (Atanasio di Alessandria, il “vincitore”, seppur sui generis, del Concilio di Nicea, nella sua Seconda lettera a Serapione).

L’interpretazione trinitaria è stata nei secoli uno degli elementi di distinzione fra Chiesa latina e Chiesa greca. Se ambedue riconoscono l’unità delle tre Persone divine nell’unica natura indivisa, per cui ciascuna di esse è pienamente Dio secondo gli attributi (eternità, onnipotenza, onniscienza etc.), ciascuna è a sua volta distinta e inconfondibile rispetto alle altre due, ma si pone il problema di come comprendere le relazioni che intercorrono fra di esse.

Il Simbolo niceno-constantinopolitano (detto comunemente il Credo) approvato nel Concilio del 381 tenutosi a Costantinopoli, nel quale si parlava e si scriveva in greco, e la prevalente presenza di vescovi e religiosi della Chiesa orientale aveva un suo peso, si affermò con chiarezza il seguente dogma: il Figlio è generato dal Padre, mentre lo Spirito Santo è spirato dal Padre. Il Padre è dunque l’unica origine della Trinità. Con il Concilio di Toledo, a prevalente partecipazione di vescovi occidentali , e utilizzando anche la lingua latina, si scrisse il dogma in modo differente e, come vedremo, radicalmente differente, se l’etimologia, la semantica e la teologia detta hanno il loro giusto peso. A Toledo, si stabilì unilateralmente che lo Spirito Santo procede anche dal Figlio (si tratta della millenaria questione del cosiddetto Filioque).

Per specificare: se per gli Orientali (che da allora e sempre di più assunsero il nome di “ortodossi”, cioè depositari della retta fede), “lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio” (per Filium), per gli occidentali “lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio“, dove la congiunzione “que” corrisponde a “et”, e pertanto…

Anche oggi gli Ortodossi rifiutano la dizione occidentale, e si tratta di una delle due principali diversità dogmatiche che separano la chiesa di Roma, da quella di Istanbul, di Sofia, di Bucarest, di Belgrado, di Kiev, di Mosca, etc. (non dimentichiamo che le chiese orientali sono autocefale, cioè non hanno un papa, cioè un vescovo principale). Peraltro la dizione orientale era stata promossa fin dai primi sette secoli da insigni teologi come Gregorio di Nissa, Massimo il Confessore e Giovanni Damasceno, tutti riconosciuti come “santi”.

I cristiani “riformati” da Lutero e Calvino in poi hanno accettato la dizione “cattolica”, quella del filioque, s’intende.

Pur avendone parlato altrove in questo sito, completo questa sintesi sul tema trinitario, non dimenticando le vicende legate ai conflitti teologici fra “Roma” e il grande e coltissimo patriarca Fozio da Costantinopoli, senza trascurare ciò che accadde nel 1054, quando si verificò lo scisma tra Costantinopoli e Roma, fra Michele Cerulario patriarca greco e il cardinale Uberto da Silvacandida, legato di papa Leone IX.

Coloro che invece ritengono, dal periodo illuminista in poi, che la figura di Gesù di Nazaret (sia egli il Cristo o meno) sia puramente mitica, devono accontentarsi, e non è poco, della poesia di Dante, che comunque, in quanto non solo “poetica”, ma anche “poietica” è di densissima entità.

Dopo, dunque, questo breve excursus storico-teologico, torno a Dante, e precisamente al finale del XXXIII Canto della Terza cantica, alla sua miracolosa immagine.
La Trinità sussiste, cioè esiste di-per-sé, senza bisogno di alcun altro “ente”: sussiste in modo chiaro ed evidente, come lo è la Verità, ed appare (phainetài) con tre “giri eguali ma di diverso colore. Ogni giro è connesso e si riflette nell’altro, quasi fosse (ed è) lo stesso, nonostante si colga una differenza.

Continua poi la narrazione dell’immagine che “appare”, finché il poeta non si senta quasi debilitato (mancò possa), e dunque incapace di proseguire nel racconto della visione, e zittisce sapendo per intuizione che null’altro un uomo può discernere e altrettanto dire, del “divino”, se non abbandonandosi al silenzio.

Dante con questa chiusa si inserisce a pieno titolo nella teologia apofatica, quella del silenzio, quella dei suoi contemporanei mistici, renani e italiani, quella del “nulla-di-Dio”, cioè di un Dio infinitamente sfuggente, che si deve guardare come fece Mosè sul Sinài, coprendosi il volto con il mantello, per non dovere aspettare la morte umana… per poter accedere alla vita divina.

La manipolazione dell’entusiasmo è in effetti il germe della mancanza di libertà

A pagina 429 dell’impressionante cronaca di Milovan Dijlas narrata nel volume La guerra rivoluzionaria Jugoslava. 1941-1945 Riflessioni e ricordi, edito da L.E.G. di Gorizia, trovo questa riflessione profonda, intelligente, illuminante di ciò che accade durante le guerre rivoluzionarie, sempre, forse, in ogni tempo e luogo.

(Milovan Dijlas)

Quei quattro anni sono stati un passaggio cruentissimo della lunga storia balcanica e, per certi versi, un prodromo, un annuncio di ciò che sarebbe (quasi) ri-accaduto cinquant’anni dopo, negli anni ’90. Quei popoli inquieti sono storicamente collocati sul crinale dei due “mondi”, l’Oriente e l’Occidente: baluardo contro l’Oriente, sia esso Ottomano o semplicemente barbarico, e nello stesso tempo antemurale dell’Oriente dentro l’Occidente.

Ricordo che sul confine orientale dell’Italia, cioè del mio Friuli, nel ’91 si sentiva quasi il rombo del cannone e si vedevano sfrecciare i Mig della Federazione Socialista Yugoslava, sopra Gorizia. Le bombe, anche se solo dimostrative, più vicine, caddero sulle piste del piccolo aeroporto di Vrsar (Orsera), terra di camping e bagni estivi spensierati per molti di noi. Nella bellissima Istria, nostra terra cugina, confinante, accogliente.

Milovan Gilas (Đilas o anche Djilas) nato a Podbišce nel Montenegro nel 1911 e morto a Belgrado nel 1995, è stato uno dei grandi capi della guerra di liberazione dal nazismo e dal fascismo in Yugoslavia e anche della rivoluzione socialista. Protagonista di primo piano in ambito politico e militare, era un intellettuale di vaglia. Il carcere lo accolse negli anni ’30 prima della Guerra ai tempi del re Alessandro, e poi lo riaccolse negli anni ’50 e ’60, quando si era accorto che il comunismo, anche quello titino, pur essendo eretico rispetto allo stalinismo, restava un modello sociale autoritario e rinnovatore di privilegi per alcuni, a scapito dei più.

Ebbe parte in causa anche nella dolorosa vicenda degli esuli istriani e dalmati di etnia italiana, che contribuì a cacciare, come riconobbe più tardi, quando la resipiscenza politica e filosofica lo portò su posizioni apertamente critiche verso il regime comunista yugoslavo. Su questo vi sono posizioni differenti anche nella storiografia italiana. Vi è chi crede in questa resipiscenza (Arrigo Petacco) e chi non del tutto, come Raoul Pupo, studioso di quegli anni e di quelle vicende. Di seguito riporto un brano dell’interviste data da Dijlas a un periodico italiano:

«[…] Ricordo che nel 1946 io ed Edward Kardelj (sic) andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Si trattava di dimostrare alla commissione alleata che quelle terre erano jugoslave e non italiane: ci furono manifestazioni con striscioni e bandiere. Ma non era vero? (domanda del giornalista). Certo che non era vero. O meglio lo era solo in parte, perché in realtà gli italiani erano la maggioranza solo nei centri abitati e non nei villaggi. Ma bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni d’ogni tipo. Così fu fatto.»
(Milovan Gilas intervistato da Alvaro Ranzoni – Panorama, 21 luglio 1991)

Vediamo ad esempio Arrigo Petacco. Nel suo libro “L’esodo. La tragedia negata degli italiani d’Istria, Venezia Giulia e Dalmazia” (Mondadori, 2000) la cita in esergo in questa forma: “Nel 1945 io e Kardelj fummo mandati da Tito in Istria. Era nostro compito indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo. E così fu fatto”

Da tali parole si può pensare che si tratti di una sorta di “autoammissione di responsabilità” anche in relazione ai successivi massacri delle foibe. Dopo la guerra di liberazione e la rivoluzione socialista, in Yugoslavia tornavano fuori i nazionalismi più feroci, prima tra popoli slavi e poi contro gli italiani. Oltre a Petacco e a Pupo possiamo citare qui lo storico Guido Rumici, il quale ritiene opportuno considerare, almeno in parte, attendibile la testimonianza di Gilas scrivendo: “Quindi possiamo fare tutte le congetture che vogliamo, ma le sue parole restano. La mia opinione personale è che poco conta che lui fosse presente a queste manifestazioni e a queste pressioni di “ogni tipo”. Gilas se ne è assunto la responsabilità organizzativa.”

Negli anni ’90, Dijlas fu contrario alla rinnovata svolta nazionalista e alle sue spinte centrifughe, manifestando fino all’ultimo un’autonomia di pensiero che lo rende abbastanza unico nel panorama dei capi comunisti dell’Europa orientale nel ‘900.

Tornando al libro, occasione di questo pezzo, ho da dire che, una volta iniziatolo, non riuscivo a staccarmene. Dijlas è stato un grande scrittore, non solo di società e di politica, non solo di rivoluzione e di guerra, ma anche capace di mostrare l’amore indistruttibile per la sua Patria controversa e variegata. Non indulge mai nel compiacimento quando narra storie trucide, come quando si trovò a giustiziare con le sue mani un giovane militare germanico, conservando sempre una sorta di pietas per l’uomo, nell’ineluttabilità del conflitto e della violenza. Vi sono passaggi perfino lirici, quando racconta delle notti passate all’addiaccio, quando vaga incerto e impaurito per i burroni e percorre strade solitamente inaccessibili per salvarsi la vita.

Il montenegrino è capace di sentimenti profondi e di analisi critica eccellente, come quando narra dei suoi incontri con Stalin, che ammira e nel medesimo tempo teme e disapprova. Esempi di psicologia relazionale sono i suoi racconti dei rapporti che ebbe con Rankovic e Kardelj, gli altri due grandi capi sotto Tito, che quando cadde in disgrazia a metà degli anni ’50 non ebbero cuore di sostenerlo. La frase che ho posto come titolo di questo articolo, ripeto, è sua, e dice benissimo come fosse fatto quest’uomo: la manipolazione dell’entusiasmo è in effetti il germe della mancanza di libertà.

Ebbene sì, Dijlas è stato un comunista e un socialista che non ha permesso che l’entusiasmo della lotta facesse venire meno, alla fine, la sua capacità di giudizio, libero. Un esempio.

La baionetta e la pietra

La guerra era iniziata da un anno per l’Italia e le cose non andavano bene, se “andare bene” in una guerra vuol dire uccidere nemici, distruggere città e creare terrori inimmaginabili. Molti fronti erano aperti, a Est come a Ovest. L’Italia era entrata in guerra, come nella Prima grande guerra, qualche mese dopo che la Germania l’aveva scatenata, invadendo la Polonia. Il tema storiografico e morale delle responsabilità dell’inizio di questo terribile evento non è di facile spiegazione, per la sua complessità e per le contraddizioni insite nei rapporti tra le grandi Potenze del tempo. In assoluto non si possono assolvere neppure la Gran Bretagna e la Francia da queste responsabilità, pur attribuendone la primaria al Reich germanico.

L’Italia era entrata in guerra impreparata, mentre Mussolini con la solita vis rethorica si scagliava contro le “demo-plutocrazie” occidentali e dava ordine di attaccare la Francia dalle Alpi Marittime. Una sanguinosa e stupida scaramuccia. Nel frattempo la Wehrmacht aveva invaso il Belgio e stava travolgendo l’esercito francese fino a raggiungere rapidamente Parigi. In realtà il Duce era stato sorpreso dall’attacco hitleriano alla Polonia e si era convinto di dover fare qualcosa per non restare troppo indietro nel concerto delle Nazioni, anche per una spartizione, a guerra vinta. Povero illuso. E allora, sottomessa facilmente l’Albania, di cui Vittorio Emanuele III si affrettò a farsi proclamare re, occorreva attaccare la Grecia, magari attraverso la Yugoslavia. L’illusione di una facile conquista durò poco. Alpini, fanteria, bersaglieri furono ben presto impantanati tra le acque e le montagne che dalla Bosnia scendevano verso la Macedonia. Ascolta se vuoi, mio gentile lettore, la dolente nenia alpina dedicata al Ponte di Perati.

Pietro aveva ventisei anni ed era di guardia quella notte sul lago di Konijc, nella valle della Neretva, Bosnia. L’Ottavo reggimento bersaglieri aveva sostenuto combattimenti aspri con i soldati yugoslavi, e con reparti di cetnici serbi. Faceva freddo e nella battaglia di giornata molti commilitoni erano morti. Anche il colonnello comandante era stato tranciato da una granata. Pietro non era un pauroso, ma in quella situazione non si poteva non temere assalti improvvisi e letali. Più avanti nel tempo, quando avevo già vent’anni, mio padre avrebbe commentato quello che accadde in questa storia premettendo queste parole: “Ero io a casa loro, a  rompere i…, ero io. E che cosa dovevano fare se non difendersi con le armi dal nostro attacco?” Aveva aspettato che fossi diventato grande per raccontarmi come si era salvato la vita quella notte e così poteva raccontarmelo.

Saran state le due o le tre di notte. I comandi italiani sapevano che quei valorosi soldati e partigiani erano usi anche a sortite notturne. L’uomo lo aggredì all’improvviso. Pietro riuscì a malapena ad evitare il colpo che l’aggressore gli stava per portargli con qualcosa di simile a una baionetta impugnata. Si girò e lo colpi a sua volta con la baionetta che aveva inastato sul moschetto. Il soldato si accasciò con un flebile grido. Era stato colpito in pieno petto dalla parte del cuore. La pozza di sangue si vedeva nel buio allargarsi, nera.

Il trambusto aveva fatto sopraggiungere alcuni commilitoni che si assicurarono che Pietro fosse incolume. Lo era. Neppure di striscio lo aveva ferito l’arma dell’aggressore. Pietro fu congedato qualche settimana dopo perché la piorrea gli aveva smangiato metà dentatura. Torno al fronte dopo mesi, imbarcandosi ad Ancona per “destinazione ignota”. In realtà, nottetempo il reparto era stato sbarcato a Patrasso per continuare la guerra. Pietro si salvò, ma l’Italia perse la guerra e la faccia.

 

Pietro aveva quarantatré anni e da tre lavorava in quella cava di pietra nell’Assia centrale, in mezzo ai boschi di conifere. Dormiva, con i suoi compagni d’emigrazione, in baracken di legno, simili a quelle che ancora si vedono a Dackau. Le ho viste anch’io, perché decenni dopo lo portai io in quei luoghi. Era partito dal Friuli, perché qua non c’era lavoro. La fabbrica di mattoni dove da dieci anni lavorava aveva chiuso e bisognava emigrare, come suo nonno, che era andato in Baviera ai primi del ‘900, a far mattoni. La ditta era un kombinat parastatale voluto da Adenauer subito dopo la Seconda guerra. Tiravano giù la montagna con la dinamite, e con le mani caricavano carrelli pieni di pietre adatte alla costruzione delle dighe sul mare olandese, che servivano a conquistare chilometri di terra coltivabile, i pölder. Lavoro pesante, paga a cottimo: tanti carrelli al giorno, tanti marchi. Pietro aveva una grande forza naturale, ché batteva a “braccio di ferro” anche omoni più alti e grossi di lui. Spesso aiutava i compagni che non ce la facevano a riempire i carrelli. Lavorava da dodici a quattordici ore al giorno. Guadagnava due volte e mezzo più che in Italia. La casa di Rivignano era da mettere a posto e noi due, io e Marina costavamo. Io poi volevo andare a scuola e parroco e insegnanti dicevano a mia mamma che dovevo fare il “liceo classico”, perché “Renato arrivava” (per dire che capivo le cose e le materie).

Un pomeriggio d’estate la carica di dinamite esplose, annunciata come al solito dal capo-cantiere, herr Sprüger, con un fischio prolungato. Tutti allora dovevano allontanarsi e Pietro seguì la procedura. Giovanni no, non si seppe perché, anche dopo la disgrazia, lui era rimasto troppo vicino al punto dell’esplosione. Un macigno di almeno cento e venti chili (dopo fu pesato) gli piombò sulla gamba destra spezzandola e provocando una brutta emorragia. Urlò disperatamente. Pietro lo sentì ed accorse. Non seppe come riuscì a spostare la pietra da solo, e nel frattempo chiamando aiuto.

Giovanni fu curato bene ma perse la gamba. Fu salvo. Prese una pensione di inabilità dal Governo Federale e tornò in Italia. Pietro lo andò a trovare quando, finita la stagione ai primi di dicembre, era tornato anche lui a casa, per ripartire, come al solito, ai primi di marzo. Gjovanin lo accolse, ma non parlava, era commosso. Bestemmiò: era la sua giaculatoria al Signore. Arpalice, la moglie, offrì un taj di vino a  Pietro. Rimasero lì tutto il pomeriggio, parlando pochissimo e lasciando fare  tutto al pensiero e agli sguardi. “Tu mi as salvât la piel, Pieri” (mi hai salvato la pelle, Pietro, trad. dal friulano). Mio padre gli rispose che altrettanto avrebbe fatto lui, ma Giovanni si schermì dicendo che non ne avrebbe avuto la forza.

Mio padre aveva provato ancora a sollevare quella pietra, ma non ce l’aveva fatta. La sua forza era servita solo per salvare Giovanni, come insegna la buona dottrina cristiana, ché lo Spirito Santo sa quando e come intervenire.

Allora mio papà mi disse: “Ho tolto una vita e ne ho recuperata un’altra“. Ho pareggiato i miei conti con Dio.

Questo era Pietro, mio padre.

Le tre celle

Oltre alle celle degli alveari e alle celle del telefono, ne conosco altri tre tipi: a) quelle dei conventi  e dei monasteri, b) quelle delle carceri, c) quelle dei magazzini per i prodotti surgelati.

Parto da conventi e e monasteri. Per i miei studi e il mio lavoro ne ho frequentati non pochi: il principale di essi è il Convento di San Domenico a Bologna dove, nell’attigua grande basilica, si trova la tomba del Santo fondatore che ha ad ornamento un angelo michelangiolesco. Colà dormii per decine di notti nella cella che probabilmente fu di frate Gerolamo Savonarola, che in quel convento studiò fino a diventare magister, prima del suo destino fiorentino. Il suo spirito grande e forte, e un po’ fanatico, aleggia ancora per i corridoi del Convento –  Facoltà teologica dai tempi di Tommaso d’Aquino.

Altre celle vidi, come quelle dell’eremo delle carceri ad Assisi, perse in mezzo alla boscaglia, quelle della Verna dove il Santo assisiate ebbe le stimmate, come la tradizione propone. Ho soggiornato in conventi cittadini a Firenze, in monasteri discosti nel silenzio dell’Appennino. Ci torno sempre volentieri, perché mi confanno. Sono un animale strano, come diceva mio padre raccontando di me. Lui aggiungeva anche altro, che qui evito di dire, poiché troppo emotivamente legato al suo affetto. Per lui ero speciale.

Le carceri: ne ho visitate alcune, dell’Alta Italia, del Sud e del Centro, sempre seguendo il girovagare di un uomo ristretto in orizzonti limitati da muraglie alte e da porte di ferro, le cui grosse chiavi sbattevano su ogni serratura, quasi a confermare che da lì non si esce. Sette porte blindate per arrivare al parlatorio, prigioniero anch’io per cinque ore, quel giorno quando vado in visita. Opera di misericordia spirituale, dice la dottrina cristiana. Speranza in una redenzione sempre possibile, e non perché è prevista dall’art. 27 della Costituzione della Repubblica Italiana, ma perché il cuore dell’uomo è e rimane un mistero insondabile.

Redenzione, e che significa laicamente, visto che teologicamente il termine è assai famoso e conosciuto? Cambiamento radicale dei sentimenti e dei ragionamenti? Forse sì, forse la redenzione laica è proprio un’azione dello spirito sulla psiche di chi è convinto di aver fatto bene a fare ciò che lo ha portato dentro ristretti orizzonti. Chissà.

Le celle frigorifere: lì si lavora a meno ventiquattro gradi sotto lo zero per un’ora e tre quarti, poi un quarto d’ora di pausa, altra ora e tre quarti, pausa pranzo di mezz’ora, una penultima ora e tre quarti, un quarto d’ora di pausa riposo, rifocillo e riscaldo e un’ultima ora e tre quarti di lavoro. Si entra in quel freddo artico vestiti come un eschimese, dagli scarponi al berretto di lana spessa, guanti, pantaloni e giaccone imbottiti. Gli operai si muovono veloci, sia riempiendo a mano i roller di scatole e scatoline, sia operando con transpallet e carrelli, che guidano con perizia da campioni. Apparentemente, quando guidano il muletto sembrano divertirsi, anzi a volte si contendono i mezzi più nuovi ed efficienti. Il silenzio è rotto solo da brevi intercalari di informazioni tecniche tra loro e con il capo.

Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. D’estate, l’escursione termica tra la cella frigo e l’esterno può essere anche di sessanta gradi, quando fuori ce ne sono trentacinque. Occorre qualche minuto di adattamento per uscire al caldo dal ventiquattro sotto lo zero. Questi lavoratori guadagnano più degli altri operai, mediamente, perché hanno diritto a un’indennità di freddo, di disagio. Meritata è dir poco.

Celle. Vi sono altre celle nelle nostre vite, mio caro lettore? Io penso di sì, quelle spirituali: i pregiudizi, le semplificazioni verbali, le banalizzazioni concettuali… queste sono celle nelle quali la nostra psiche, la nostra anima e la nostra coscienza a volte vengono imprigionate, in larga misura per nostra stessa responsabilità.

Talora scegliamo, per pigrizia, assuefazione o convenienza, di farci imprigionare in celle da cui poi è difficile uscire, perché sono un carcere dove, come accade nelle carceri di cui abbiamo parlato più sopra, si può trovare anche una confort zone, una situazione di calma tranquillità che non impegna, che non crea turbamenti, non ci fa mettere in gioco, pagando, se del caso, un prezzo.

Visitare celle è un insegnamento, perché sono una metafora di ciò che sarebbe bene evitare nella nostra vita spirituale e morale, nella nostra vita e in quella degli altri i quali, se ne hanno bisogno, a volte è bene aiutare, senza spocchia, ma senza indulgere in una falsa comprensione.

Blizzard

Un vento diverso da quello che sentì Elia (come si racconta nel biblico Primo Libro dei Re 19, 11-16). Il vento di Elia era quasi una brezza leggera, come la voce di Dio.

Il blizzard. Non può soffiare alle latitudini del profeta, ma molto più a Nord, là dove uomini intabarrati vincono la vita sopravvivendo in giornate brevi. Colà il freddo è crudele e le notti lunghissime. Anche una capanna di tronchi e un fuoco può bastare per la vita, e carne d’alce.

Raccontava lo zio Toni, emigrato in British Columbia, ai confini dell’Alaska. Il blizzard può alzarsi di notte, furtivo come un grizzly affamato, oppure di giorno, annunciandosi con brevi folate sempre più fredde e l’iscurirsi progressivo del basso orizzonte. I tronchi della foresta impediscono che lo sguardo umano penetri oltre le prime file dei fusti altissimi dell’abetaia già piena di neve. A volte il vento viene dal Minnesota e sale inesorabile verso il grande Nord.

Anche Dersu Uzala conosce quel vento e lo chiama per nome, nel suo antico idioma siberiano. Lo conosce da quando avi lontanissimi nel tempo attraversarono su piroghe coraggiose lo Stretto tra i continenti, fra Eurasia e Americhe, lassù nel Mare artico, esplorato da Vitus Bering di Danimarca, alla fine del Seicento. Qualcuno si era fermato alle Aleutine, per un periodo, isole sperse da Est a Ovest nell’Oceano mare. Per poi ripartire, alcuni verso Ovest, altri verso Est. Tant’è che i volti sono rimasti uguali, gli occhi fessure atte a sopportare l’infinito biancore della neve distesa fino all’orizzonte.

Oltre la latitudine dei ghiacci e delle nevi eterne vive il grande orso polare, più a Sud la tigre bianca, il cui spirito dialoga con Dersu. Come il vento. Anche il lupo vagola inquieto per i grandi boschi del Nord, forte del branco, in cerca di qualche ungulato. Uccelli neri nel cielo, corvi, forse. Per il resto un grande silenzio, ché i passi sulla neve si perdono in uno scalpiccio sommesso.

A volte mi pare che l’anima mia attenda il blizzard. E questo vento arriva, magari sulle note di Georg Philip Telemann o di Orlando di Lasso, una mattina qualsiasi, in un giorno del Signore. La quiete non basta.  Il blizzard interiore è come un dolore, è il dolore, quello che ti fa sentire vivo, nelle tue carni, e nel tuo spirito.

Quando il vento freddo del Nord si annuncia sempre più forte oltre gli scuri della capanna nella radura, è come quando il dolore arriva improvviso nel tuo corpo e ti mette in guardia. Così, come il boscaiolo o il cercatore d’oro che ha traversato lo Yukon o lo Jenisej per trovare qualcosa, si ferma a riflettere nella capanna per non farsi travolgere dal blizzard, chi è raggiunto dal dolore cerca una risposta al dolore, per combatterlo, per non farsi vincere, per andare oltre.

Come il cacciatore di pellicce si ferma nella capanna del cercatore d’oro, così l’uomo del mondo trovato dal dolore si ferma per poi ripartire sempre. E questo “sempre” è avverbio temporale che conosce le cose: il blizzard si fermerà dietro l’ultima fila di abeti neri che circondano la radura e il dolore scomparirà nel sonno o nel cammino, fino alla fine.

Le trombe di una musica antica annunciano il passo leggero della lince, che esce dalla tana in cerca di una preda, e anche la forza ritrovata dei muscoli vivi, oltre il dolore. Anche se il vento ha piegato gli alberi antichi della foresta, questi non si sono spezzati. Non si è spezzato l’uomo.

La pista è lunga tra gli alberi e oltre i fiumi, così come l’alternarsi del dolore e della quiete. Non sa il cercatore d’oro dove la pista lo porterà, se ad Anchorage o ai ghiacci del Mar Bianco, non sa l’uomo del mondo dove lo porterà il dolore. Ma il cercatore d’oro ha incontrato un cacciatore di pellicce, e l’uomo del mondo ha trovato parole di altri uomini e donne del mondo che gli hanno detto: “La pista è giusta, vai avanti, tieni duro, ché la notte sta finendo e l’alba si annuncia oltre le cime, oltre la cerchia di quelle montagne innevate“. A volte l’ira sopraggiunge come una fiera nel cuore dell’uomo dei boschi che nulla ha trovato, e nel cuore dell’uomo del mondo che fatica a procedere. Ma poi si perde nello sguardo e nel silenzio sopraggiunto.

Lo Spirito Santo, il Paraclito, veglia, sia sul cercatore d’oro, sia sul viandante per il mondo, che conosce il dolore e anche il primo accendersi dell’aurora.

Viaggio in Galizia

Parafrasando i racconti, ovvero sulle tracce di Joseph Roth e dei fratelli Singer, si Deus vult, con un valoroso coequipier, che in gioventù viaggiò quasi senza soste su una Opel Kadett fino a Istanbul, a maggio, quando già i segni dell’estate vicina si fanno sentire, ma con moderazione, si andrà in Galizia, la nazione-non stato, presente in tre o quattro paesi, un po’ come il Popolo kurdo, che vive tra Turchia, Siria, Irak e Iran, male accetto ovunque.

Io stesso viaggiai in gioventù, su una Renault 4 (1100 cc) fino a Leningrado (così allora si chiamava), passando da Vienna, Bratislava, Cracovia, Varsavia, Brest-Litovsk, Minsk, Smolensk, Mosca, Novgorod, e al ritorno, da Vyborg, Helsinki, Turku, Stoccolma, Helsingborg, Copenaghen e Hannover… fino a Rivignano, da cui io e Roberto eravamo partiti un mese prima. Viaggi nella memoria e nella storia, la nostra e quella generale. Fulvio era con Ferruccio, a Istanbul.

Ora, andremo in Galizia, che ora non ha capitale, ma un sentimento diffuso, germanico, polacco, slovacco, ungherese ed ebraico. C’è anche un’altra Galizia che si trova in Spagna, e una Galazia, una terra amata e percorsa da Paolo di Tarso, ai cui abitanti dedicò una memorabile lettera, dove scrive, al capitolo terzo, versetto ventotto, che tutti gli uomini sono uguali,  con parole come: “non c’è ebreo non c’è greco, non c’è uomo non c’è donna, ma in Cristo tutti sono figli di Dio” (parafrasi mia). Sovrapposizioni e assonanze di nomi di terre e di popoli.

Una terra chiamata in molti modi, quasi polisemantica, a rappresentare altrettante lingue e idiomi del ceppo slavo, germanico, yiddish, ugro-finnico. Ucraini, ruteni. polacchi, cechi e slovacchi, ungheresi, romeni, russi, la Galizia è una regione suddivisa nei tempi storici in tanti stati/ paesi, regni e imperi. Si è chiamata anche Galizia e Lodomiria (in tedesco Königreich Galizien und Lodomerien), nome datole dal re Andrea II d’Ungheria fin dal XIII secolo; quando apparteneva all’Austria-Ungheria dal 1772 al 1918, per esempio, aveva Leopoli (Lvov-Lviv). come capitale. Galizia-Lodomiria potrebbe derivare dalla latinizzazione delle due città di Haliç e Volodymir, ancora in territorio ungherese.

Inoltre, il nome Galizia, probabilmente, siccome è presente nella Spagna settentrionale e nella Turchia a cavallo del Bosforo, come Galazia, potrebbe derivare da un etimo comune di origine celtica, ma potrebbe avere anche tratto origine dallo slavo antico halyca/galica che significa “collina spoglia”, o da halka/galka che significa taccola, uccello che venne rappresentato nello stemma cittadino e in seguito anche su quello della Galizia. Il nome, comunque, nasce prima dello stemma.

Un altro passaggio storico fu quello dei regnanti ungheresi i quali mantennero il titolo di re della Galizia e della Ludomiria fino al XVI secolo quando tale titolo, di cui si fregiò anche Maria Teresa, passò alla casata asburgica, che ormai stava costruendo il suo grande Impero.

Vi andremo dunque a maggio inoltrato, Fulvio e io, e penso Anita e forse un’altra persona per fare un quartetto atto ai dialoghi e alla compagnia.

L’ipotesi è di partire in aereo per Cracovia e di lì poi in auto portarci verso le città polacche e galiziane di Przemsyl e Rzeszów, fino a Leopoli. Con il treno arriveremo a Kiev, dove sosteremo presso la Grande Porta cantata da Modesto Mussorgski, nel suo poema sinfonico Quadri d’una esposizione. Chissà se, verso sera, vicino a quella porta, troveremo la strega Baba Yaga, vivente già a i tempi del principe Vladimir mille anni fa, come si racconta nelle sere invernali, quando la neve copre le izbe e i villaggi, i fienili e le strade persi nell’infinita pianura ucraina.

Quando si viaggia verso Est si prova una sensazione strana. Basta uscire dalla porta orientale del Friuli che cambiano gli odori: le foreste sono più scure e i comignoli fumano. Vi è, diffuso, un odore di legno e di carbone bruciato. I villaggi sparsi non hanno subìto il tormento della modernizzazione selvaggia del XX secolo. La povertà è dignitosa, le ragazze sono belle. Cracovia è stata capitale del regno di Polonia, e sede del principe vescovo, ultimo dei quali non si dimentica Stefan Wyszyński. Da lì l’Oriente si dipana oltre i Tatra tra boschi e colline, e grandi fiumi.

La Wehrmacht non è riuscita  distruggere tutti gli shetl del popolo ebraico della diaspora orientale, gli askenaziti. Il mondo ortodosso si avvicina con le sue architetture fiorite. Si chiamano cristiano-ortodossi perché dal 1054 ritengono di possedere la vera fede nel Cristo Pantocrator, il creatore del mondo, e forse sono – nello stesso tempo – più severi e più indulgenti dei cattolici. Le città di Polonia ti accolgono con la fierezza di una storia e di una memoria tremenda.

Majdanek prende con il suo alto silenzio, nel quale pare che sussurri infiniti ti colgano di sorpresa, come un vento silente. Le anime dei morti assassinati ancora guardano al campo, e lo faranno per l’eternità.

La pianura ucraina è immensa, la terra nera, quella che a piedi percorsero duecentomila fanti e alpini italiani quasi ottanta anni fa, mandati allo sbaraglio da un Capo del governo pazzo e crudele. Qua e là si intravedono ancora le izbe che accolsero la fredda disperazione di ventenni feriti, delusi, sconfitti.

Leopoli parla di due mondi, di tre di quattro lingue e culture: il mondo polacco e il mondo russo; le lingue dei popoli che lì nei secoli sono passati e si sono insediati.

Il treno attraverserà la pianura vallonata che porta alla capitale, quella Kiev che accolse mille anni fa il messaggio di Cristo portato da Cirillo e Metodio e dai loro seguaci, viandanti coraggiosi, fin nelle steppe e ai confini della taigà odorante di resina, e rifugio inaccessibile dei lupi e degli orsi. Andremo.

“Poupou” e “Jacquot” lungo le strade di Borgogna e i tornanti dell’Izoard, scendendo dal Portet d’Aspet per affrontare il Ventoux di petrarchesca memoria, fino all’Arc de Triomphe

I due nomignoli del titolo, così, tutti soli, direbbero qualcosa solo a esperti di ciclismo, ma la citazione dei passi alpini e pirenaici dà qualche traccia anche ad altri.

Ora anche il “contadino” Raymond ha raggiunto nella visio beatifica l’elegante campione che lo batté sempre. Per otto volte Poulidor salì sul podio del Tour de France, cinque volte secondo e tre volte terzo. Una volta lo vinse anche il giovane Gimondi, nel 1965, quando terzo fu Motta.

Raymond Poulidor, nato a Masbaraud Mérignac nel ’36 è mancato a Saint-Leonard-de-Noblat qualche giorno fa. Professionista dal 1960 al 1977, vinse una Vuelta a España, sette tappe al Tour de France, una Milano-Sanremo e una Freccia Vallone, oltre ad altre decine di corse.

Ciclista professionista tra il 1960 e il 1977, ha avuto modo di correre con Louison Bobet, Federigo Martin Bahamontes, Rik Van Looy, Eddy Merckx, Felice Gimondi, Joop Zoetemelk e perfino con il più grande dei corridori francesi Bernard Hinault, il bretone di Yffiniac, oltre che con il Normanno.

Pensandolo mi vengono in mente le grandi estati quando ero bambino e del Tour mi parlava Pietro, mio papà. In televisione, in bianco e nero andavo a vedere le tappe del Giro d’Italia nell’osteria “da Lino”, di fronte a casa mia, ma il Tour non si vedeva, perché la Rai non lo seguiva come il Giro. Si sentivano i risultati verso sera al giornale radio. E io aspettavo di sapere chi avesse vinto la tappa e la nuova classifica. Ricordo di avere seguito, per la prima volta, il Tour del ’65 che avrebbe dovuto essere vinto da Adorni, ma poi andò diversamente. Immaginavo le assolate strade di Francia in pieno luglio e imparavo i nomi dei colli più ardui, il Puy de Dome sul Massiccio Centrale nei Vosgi, il Tourmalet, l’Aspin, l’Aubisque sui Pirenei, e poi il Croix de Fer e il Galibier, 2650 metri, dove sarei andato decenni dopo con Bea bambina, ai tempi di Armstrong e Ivan Basso, di Rasmussen e del kazako Alexandre Vinokourov, che vinse quella tappa a Briançon. Era il 2005, proprio il 14 luglio.

La sua rivalità con Anquetil fa pensare alla differenza radicale che vi era fra i due, quasi a rappresentare – sociologicamente – l’uno una Francia contadina, arcaica, dura, il Nostro, e l’altro di più la modernità, l’eleganza metropolitana e cosmopolita di Paris. Anche il loro “francese” li distingueva: il grande Normanno parlava in punta di labbra quasi geloso di non dir troppo, Poupou era di poche parole, più silente e a volte dolorosamente cosciente della fatica di pedalare e di vivere.

L’uno, Jacquot, era abituato ad arrivare primo, vinse otto grandi corse a tappe (cinque Tour, due Giri e una Vuelta), l’altro fu “abituato” alla sconfitta, ma senza che ciò lo debilitasse al punto da fargli rinunziare a combattere. Perse un Tour da Anquetil per 55 secondi, uno dei distacchi minimi di tutta la storia del Tour de France. Mi pare che solo Fignon perse per meno secondi da Lemond, forse 8 o 12, anni dopo.

Arrivare secondo non significa essere sconfitti, ma arrivare prima di tutti gli altri eccetto uno. E’ importante il secondo posto perché insegna a non esaltarsi per un primato, che è sempre friabile vicenda della vita umana, che passa.

Quando il suo grande rivale fu vicino alla morte, ancor giovane, per un tumore allo stomaco e Raymond lo andò a trovare, si sentì chiamare, mentre stava uscendo dalla stanza d’ospedale: “Raymond – disse Jacques sorridendo come poteva – anche stavolta ti batto, arrivo prima io“.

Quando sento definire Venezia “Patrimonio mondiale dell’umanità” dall’UNESCO, acronimo di “United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization”, mi viene l’orticaria

Il gentiluomo Enrico Dandolo passeggia per le calli della cittade sulle acque,  apparentemente senza meta, conversando con il suo segretario scrivano, e anche un po’ guardia del corpo. L’uomo è infatti ancora giovane, sulla trentina, bruno e robusto, delle terre furlane, che tanto piacciono ai Veneziani.  L’argomento principale è un’altra Crociata contro gli “infedeli”, per ribadire che il diritto dei Cristiani di potere accedere al Santo Sepolcro e alla Città Santa senza pericoli, ma anche… aggiunge nel mezzo del seriosissimo discorso, per ampliare il numero di fondachi per il commercio che la Serenissima già intrattiene con il Vicino Oriente, anche con i Maomettani.

Il segretario, messer Zuan da Porpetto annuisce, facendo osservare al suo signore che la sera sta scendendo per le calli e che l’umidità ottobrina potrebbe non fare bene a Sua eccellenza Serenissima. Enrico Dandolo, ha appena compiuto ottant’anni e il Gran Consiglio lo ha eletto alla carica dogale da poche settimane. Dandolo annuisce all’invito del suo fedele servitore e così si incamminano di buon passo verso palazzo. La sera offre una miriade di ombre che variano continuamente tra i canali e le pareti dei casamenti. Venezia sta diventando sempre più bella, considera fra sé e sé il vecchio gagliardo. E pensa a come dovrà muoversi se si farà la Crociata, gli sembra sia la quarta, dopo quella indetta da papa Urbano II e la altre due, spedizioni di alterna fortuna.

Prima di ritirarsi il doge chiede a Zuane (così lo chiama il gran signore venezian) di fare un giro più largo, per dare un ultimo sguardo alla Basilica, per una prece silenziosa al protettore, al gran Santo che conobbe Gesù. Dandolo era un buon cristiano, ma sapeva separare la religione dalla politica, e non mancava di criticare, a volte, con gli amici più fedeli del Consiglio dei Dieci certe iniziative del romano pontefice. San Marco appare nei chiaroscuri di mille torce che brillano come fuochi celesti dalla base alle cupole; gli pare che la cupola dell’Ascensione sia più illuminata di quella della Pentecoste, e dice a messer Zuane: “Dobbiamo provvedere”.

 

L’UNESCO è un’agenzia delle Nazioni Unite creata con il fine di promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione, per promuovere “il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti  umani e le libertà fondamentali” quali sono definite e affermate dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Fondata dai vincitori del Secondo conflitto mondiale nel 1945, è entrata in vigore il 4 novembre 1946 e ratificata da venti stati. Tra le sue attività si nota soprattutto l’attenzione per l’ambiente, l’arte e la storia delle nazioni, per cui, se pone attenzione su qualche “oggetto” da tutelare particolarmente, costituisce senza dubbio un viatico potente per la sua promozione, anche turistica ed economica. I paesi fanno a gara per farsi riconoscere “Patrimonio universale dell’Umanità” dall’Unesco. L’Italia è la nazione che ha più siti con questa denominazione, per ragioni obiettive anche per un francese invidioso o per un inglese supponente.

 

Venezia, nel 1571 sostenne a Lepanto metà dello sforzo militare della flotta cristiana contro gli Ottomani, e vinse. Venezia, anche se formalmente il comandante era don Juan de Austria, un Asburgo, figlio dell’imperatore Carlo V e fratellastro di Filippo II. L’ammiraglio inimico Muezzinzade Alì Pascià morì nello scontro. Il comandante veneziano era il capitano Agostino Barbarigo, omonimo di un doge, con l’ausilio del valoroso capitan Sebastiano Venier, settantacinquenne. I genovesi erano al comando di un Doria, Gianandrea. Queste le principali forze in campo e la vittoria arrise ai cristiani, come ognun sa.

In totale, la Lega cristiana schierò in battaglia una flotta di 6 galeazze e circa 204 galere. A bordo erano imbarcati non meno di 36.000 combattenti, tra soldati (fanteria al soldo del re di Spagna, tra cui 400 archibugieri del Tercio de Cerdeña, pontificia e veneziana), venturieri e marinai, verosimilmente tutti armati di archibugio. A questi si aggiungevano circa 30.000 galeotti sferrati, ovvero tutti i rematori, schiavi esclusi, cui venivano distribuite spade e corazze per prendere parte alla mischia sui ponti delle galere. Quanto all’artiglieria, la flotta cristiana schierava, approssimativamente, 350 pezzi di calibro medio-grande (da 14 a 120 libbre) e 2.750 di piccolo calibro (da 12 libbre in giù).

Gli Ottomani avevano una forza più o meno equivalente e persero.

Dai tempi del doge Dandolo alla Battaglia di Lepanto, Venezia aveva acquisito territori italiani nel suo entroterra da Verona a Trieste, ma si era soprattutto sviluppata lungo la costa orientale dell’Adriatico dall’Istria alle isole greche. Città come Parenzo, Rovigno, Pola, Sebenico, Zara, la dioclezianea Spalato, Traù e Ragusa erano veneziane. Lo erano anche le grandi isole del Quarnero, Veglia, Cherso, Lussino, e più giù Arbe, Pago, e le Coronate, Brazza, Lesina, Curzola e Meleda, e più giù Corfù, Zante, Cefalonia e Itaca. Il Pireo era di casa, il Peloponneso (Morea) e Candia (Creta), Eubea e Cipro, e perfino Costantinopoli, nel corso della Quarta crociata nel 1204 fu brutalmente veneziana.

Così Goffredo di Villehardouin descrisse Dandolo che guidava l’assalto veneziano a Costantinopoli:

«Stava ritto tutto armato a prua della sua galera, con davanti lo stendardo di san Marco, ordinando a gran voce ai marinai di portarlo prestamente a terra, o li avrebbe puniti a dovere; sicché quelli approdarono subito, e sbarcarono con lo stendardo. Tutti i veneziani seguirono il suo esempio: quelli che stavano nei trasporti dei cavalli uscirono all’aperto, e quelli delle navi grandi salirono sulle barche e presero terra come meglio poterono.»

Durante i primi burrascosi mesi dalla conquista della città, il doge Dandolo, pur ormai vecchissimo e debilitato dal lungo viaggio via mare, riuscì ad ottenere ampi vantaggi per Venezia, stando sempre attento a non farla coinvolgere troppo nella situazione politica interna dell’ormai decadente impero bizantino.

Combatté in Oriente per una quindicina d’anni e morì dopo la battaglia di Adrianopoli all’età di novantotto anni. Era il 1205. Fu sepolto in Santa Sofia.

 

Venezia, novembre 2019. L’acqua granda è tornata. E con lei i politici, che sfilano, senza cravatta, con gli stivali (più o meno usa e getta, tanto non li usano mai nella loro vita): Conte-capodelgoverno, la ministra delle infrastrutture, che parla come una maestrina elementare alle prime armi, il governator-doge Luca Zaia, successore del delinquente Galan. Il sindaco Brugnaro, che fa fatica a parlare. Arriva, tutta commossa, la presidenta del Senato della Repubblica italiana. E poi alcuni veneziani, come Brunetta e… non ricordo.

Mi viene in mente di compararli al doge Enrico Dandolo, e sorrido amaro.

Venezia è con Parigi, Londra, New Jork, Firenze, Istanbul, Berlino, Mosca, e Roma Caput mundi,  la più famosa città del mondo, con merito, e con o senza Unesco. E aggiungerei San Pietroburgo, Pechino, Vienna e Praga.

Ma mi faccia il piacere (L’Unesco)!

Le vie dei canti e le vie dei santi

…ovvero le strade dei sogni. Bruce Chatwin, viaggiatore, le ha raccontate, le pietre e la polvere e i boschi del cammino aborigeno. Un percorso iniziatico, via spirituale, dove l’importante è l’andare non la meta.

Io pure sono un viaggiatore, anche se non sono ancora stato in Patagonia e in Australia.

Nato a Sheffield nel 1940, Chatwin studia nel Wiltshire al Marlborough College, ma lavora nel contempo alla casa d’aste Sotheby’s, dove si distingue per sensibilità estetica. Riprende gli studi all’università di Edimburgo in modo non regolare e pagandosi gli studi con il lavoro. Viaggia: in Afghanistan  in Africa, itinerari nello spazio e nel tempo che lo ispirano. Comprende il valore antropologico del viaggio e il valore relativo della proprietà: il viaggio è la vita mentre la proprietà è la sicurezza egoista. Io vivo – ben felice di ciò – in affitto, da sempre.

Nel ’73 è assunto dal Sunday Times Magazine come consulente di arte e architettura, ove lavorando sviluppa la sua narratologia. Ancora viaggia, in Cina, in India e in Unione Sovietica, intervistando personaggi come Ernst Jünger, Indira Gandhi, André Malraux e Nadešda Mandel’štam. Gli viene il desiderio di andare in Patagonia dopo averne visto una mappa nello studio dell’architetto Eileen Gray. Vi rimane sei mesi e scrive un famoso reportage, che segna un po’ il suo destino di narratore.

Studia la tratta degli schiavi conoscendone le vicende dall’Africa al Brasile, ispirando il film di Werner Herzog Cobra verde.

Si ammala di Aids  e muore a Nizza a quarantotto anni. Ars longa vita brevis.

Le vie dei canti è il suo lavoro maggiore, ispirato in Australia, dove va per studiare la tradizione aborigena, secondo la quale il percorso iniziatico della crescita dell’uomo è connotata dal viaggio e da canti di sapore esoterico, che si tramandano di generazione in generazione e contengono leggende genesiache, storie personali di grandi antichi.

Perché Chatwin mi interessa? Che ha a che vedere con me e la mia vita? Perché il suo, come il mio, è un Itinerarium mentis in hominem, parafrasando Bonaventura da Bagnoregio, il quale scrisse l’Itinerarium mentis in Deum, che in un passo, prima commentato, recita… “A differenza del vagabondare ozioso o del riposante passeggiare, l’itinerario esige un cammino impegnato e orientato che trae significato dalla meta verso cui si muove. All’inizio quindi della nostra ricerca dobbiamo fissare l’attenzione sul traguardo finale del cammino bonaventuriano come ci è dato conoscerlo dalla esplicita dichiarazione dell’autore stesso: «Mentre dunque, io peccatore, sull’esempio di S. Francesco di cui sono indegno settimo successore nel governo dell’Ordine, anelavo con tutta l’anima la pace, il Signore mi ispiro di ritirarmi nella tranquilla solitudine del monte della Verna» (2)”.

Anche a me piacciono le solitudini, aspiro alla solitarietà, che è cosa differente dalla solitudine. E’ un perdersi ritrovandosi o, viceversa, è un ritrovarsi perdendosi.

L’argomento mi fa far memoria di un caro amico, il dottor Giancarlo Re, uomo di marketing, umanista classico e mio editore di un libro per me importante Il viaggio di Johann Rheinwald, mancato qualche anno. Tra i suoi lavori editoriali non dimentico Le vie dei santi, dedicato al molteplice “santorale” friulano, presente nelle innumerevoli chiesette votive ed edicole sparse in tutta la picjule Patrie. Con lui, come con Chatwin, bello è stato il procedere per terre e distese prative, ai piedi dell’arco Prealpino e in mezzo alle torri straordinarie di dolomia, accanto allo sciabordio delle onde marine e in riva a placidi laghi riflettenti natura e vita. Canti e santi, canti dei santi, e santi cantati nel tempo e nella storia degli umani, che ogni tanto si ricordano di essere spiriti incarnati.

Boschi d’Appennino, tra i castelli dei conti Guidi e Malatesta, tra gli eremi di Vallombrosa e di Camaldoli, nel profumo del vento della sera, filosofico

ROMAGNA (Myricae 1891)

 

Sempre un villaggio, sempre una campagna/ mi ride al cuore (o piange), Severino:/ il paese ove, andando, ci accompagna/ l’azzurra vision di San Marino:

sempre mi torna al cuore il mio paese/ cui regnarono Guidi e Malatesta,/ cui tenne pure il Passator cortese,/ re della strada, re della foresta.

Là nelle stoppie dove singhiozzando/ va la tacchina con l’altrui covata,/ presso gli stagni lustreggianti, quando/ lenta vi guazza l’anatra iridata,

oh! fossi io teco; e perderci nel verde,/ e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,/ gettarci l’urlo che lungi si perde/ dentro il meridiano ozio dell’aie;

mentre il villano pone dalle spalle/ gobbe la ronca e afferra la scodella,/ e ‘1 bue rumina nelle opache stalle/ la sua laborïosa lupinella.

Da’ borghi sparsi le campane in tanto/ si rincorron coi lor gridi argentini:/ chiamano al rezzo, alla quiete, al santo/ desco fiorito d’occhi di bambini.

Già m’accoglieva in quelle ore bruciate/ sotto ombrello di trine una mimosa,/ che fioria la mia casa ai dì d’estate/ co’ suoi pennacchi di color di rosa;

e s’abbracciava per lo sgretolato/ muro un folto rosaio a un gelsomino;/ guardava il tutto un pioppo alto e slanciato,/ chiassoso a giorni come un biricchino.

Era il mio nido: dove immobilmente,/ io galoppava con Guidon Selvaggio/ e con Astolfo; o mi vedea presente/ l’imperatore nell’eremitaggio.

E mentre aereo mi poneva in via/ con l’ippogrifo pel sognato alone,/ o risonava nella stanza mia/ muta il dettare di Napoleone;

udia tra i fieni allor allor falciati/ da’ grilli il verso che perpetuo trema,/ udiva dalle rane dei fossati/ un lungo interminabile poema.

E lunghi, e interminati, erano quelli/ ch’io meditai, mirabili a sognare:/ stormir di frondi, cinguettio d’uccelli,/ risa di donne, strepito di mare.

Ma da quel nido, rondini tardive,/ tutti tutti migrammo un giorno nero;/ io, la mia patria or è dove si vive:/ gli altri son poco lungi; in cimitero.

Così più non verrò per la calura/ tra que’ tuoi polverosi biancospini,/ ch’io non ritrovi nella mia verzura/ del cuculo ozïoso i piccolini,

Romagna solatia, dolce paese,/ cui regnarono Guidi e Malatesta;/ cui tenne pure il Passator cortese,/ re della strada, re della foresta.

 

Non potevo non iniziare con l’assolata poesia del Pascoli, scritta per l’amico Severino Ferrari, per dire poche parole di queste brevi ferie filosofiche, passate a Poppi, sotto il castello dei conti Guidi, noto per le citazioni letterarie e per il fantasma di cui si racconta.

 

Il castello di Poppi risale al 1191, ristrutturato nel 1274 dal conte Simone Guidi e da suo figlio Guido. Pare che una parte dell’edificio sia da attribuire a Arnolfo di Cambio. Lì nei pressi si svolse la battaglia di Campaldino nel 1289 di dantesca memoria.

Fare filosofia tra i boschi del Casentino è d’uopo, proprio mentre si sa della dipartita di un non-filosofo napoletano, l’ingegner De Crescenzo, sdoganato dalla superficicial tv degli Arbore e dei Costanzo. Pax aeterna ei sit, amen (et mihi damnatio memoriae). Son crudele con un uomo defunto di recente, no, sono solo stanco di buffonate, mimi di verità e venditori di nulla, beninteso un nulla non logico, ma metafisico. La celebrazione esagerata di un mediocre guitto.

Se la filosofia fosse quella di De Crescenzo potrebbe essere una disciplina adatta all’inutile facoltà di scienze della comunicazione, non ad altro di formativo. E muore quest’oggi una grande invece, Agnes Heller, allieva di György Lukacs, filosofa d’Ungheria, angariata, prima dal fascista maresciallo Horthy e poi dai regimi comunisti, e infine dall’attual amico di Salvini, il vergognoso capo del governo Orbàn.

Siamo qui con la temperie delle valli e dei boschi, delle terre dissodate da san Romualdo e san Giovanni Gualberto, tra Camaldoli e Vallombrosa, mi racconta chi mi vende una bottiglia di Pinot nero della Civettaja, vino filosofico per eccellenza, tramite Atena. Microclima e altitudine, terre emerse da un lago ancestrale, argillose da vitigni bassi, dove si pota in ginocchio e le viti sono a trentacinque centimetri l’una dall’altra e i filari a un metro e dieci. Miracolo dell’uomo quando si allea con lo Spirito. Il mercadante è facondo di conoscenze antiche, il suo eloquio quasi rimato a volte è ricco di assonanze e verbi al passato remoto, desueto nel povero parlar comune… del Settentrione italico.

Il più e il meno, l’essere e il nulla, la verità e la libertà, l’ossimoro della filosofia come inattualità, il bene e il male, la consapevolezza e la vergogna, l’ignoranza e l’arroganza, coerentissime a braccetto come “virtù”, per modo di dire, della contemporaneità. La filosofia è un mettersi-davanti-a-sé-e-al-mondo con spirito e pensiero critico, per cercare di comprendere, se non di capire il senso di ciò-che-ci-sembra-esista, della realtà che appare provvista di un suo essere. La stranezza della realtà è che-appare, ma in qualche modo è, e non si manifesta – epifanicamente – solo. La difficoltà è quella di ri-velarla, che significa metterla in evidenza mentre essa si nasconde ancora, come sempre. La ri-velazione è due cose: uno svelamento e un secondo velamento, per cui abbiamo continuamente un apparire e uno scomparire dell’essere.

Umilmente ci si pone come ricercatori dell’infinita possibilità della conoscenza, amico Davide, decisivo collega di questo evento, finalmente ci siamo parlati.

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