Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Le grandi derive della storia e i diversi sguardi umani sul mondo

Tra papa Bergoglio e Salvini vi sono certamente persone che tengono per l’uno o per l’altro: se si “tiene” per il primo il secondo risulta inviso e viceversa. Ad esempio sul tema epocale dei migranti e dello ius soli. Manicheisticamente, come ai tempi di sant’Agostino o delle lotte guelfi-ghibellini del nostro gran Medioevo.

Sappiamo che dai tempi preistorici tutte le popolazioni del mondo si sono spostate, più o meno, dai territori di origine, a volte muovendosi per migliaia o decine di migliaia di chilometri. Pensiamo alle trasmigrazioni di popolazioni asiatiche o amerinde attraverso lo stretto di Bering, alle migrazioni dei popoli Indoeuropei dall’Asia Centrale all’Anatolia, alla Tracia, e all’Europa, agli esodi nel Vicino Oriente antico, come narra la Bibbia, fino ai fenomeni attuali di enormi masse di migranti che salgono dall’Africa equatoriale verso il Mediterraneo, o provengono da zone di guerra o di miseria afro-asiatiche.

Detto questo, i popoli che si sono spostati, o si sono inseriti nei nuovi contesti socio-etnici in qualche modo (in molti modi) integrandosi, o hanno conquistato i nuovi territori, come racconta la Bibbia con dovizia di particolari (cf. libro dei Giudici).

Ora sta accadendo un fenomeno epocale che non può essere fermato con misure militari o di polizia, perché ha a che fare con la distribuzione dei beni nel mondo, che è iniqua, con la qualità di vita che si differenzia in maniera radicale tra Occidente e i territori da cui provengono queste genti, e dunque l’inerzia “fisica” della deriva è inarrestabile. Anche mio padre, quando non trovava lavoro in Italia è andato in Germania dove lo ha trovato.

Questo non significa che si possono accogliere tutti e in qualsiasi modo. Ma vuol dire anche che le grandi Nazioni ricche e sviluppate, meta agognata di queste persone, e non dico le fallimentari e quasi inutili organizzazioni sovra-statuali (ONU in primis), debbono porsi, ed è già tardissimo, il tema dello sviluppo nelle terre di provenienza di questi esodi, in Africa, in Asia, e tenere conto che “tutto-si-tiene”, guerre in corso, guerre sbagliate fatte dai colonialisti di un secolo fa e di pochi anni fa, avidi di terre, ricchezze varie e petrolio.

Ora in Italia si pone con urgenza nell’agenda politica il tema dello Ius soli, cioè del diritto di cittadinanza di chi nasce qui, pur provenendo da qualsiasi altrove. Negli Stati Uniti d’America vige da secoli, perché è in Costituzione, mentre da noi il diritto di cittadinanza è regolamentato da leggi vecchie di un paio di decenni, abbastanza arzigogolate, e ora fondamentalmente ingiuste e inefficaci. Non le sto a riassumere qui: basti dire che il diritto di cittadinanza è concesso ai bimbi nati da almeno un genitore italiano, o comunque solo al compimento del diciottesimo anno di età, e così via. Pare ci siano oltre un milione e mezzo di bambini, ragazzi e giovani che, se fosse emanata la norma dello ius soli, diventerebbero immediatamente italiani.

Se mi si chiedesse se sto con Salvini o il papa, io non esiterei a dire che sto con la ragione, perché hanno in parte torto tutti e due. Il primo perché, nel suo stile a-logico e sgangherato, fa di ogni erba un fascio, usando i social, mescolando un tema gigantesco con le paturnie dei disinformati e blandendo i sentimenti e gli egoismi peggiori. Salvini fa male anche a mettere insieme il tema dei migranti con il terrorismo, perché porta solo acqua al mulino della confusione.

Al papa rimprovero un certo semplicismo, che gli fa dire, una po’ à la Bertinotti d’antàn, che tutti hanno diritto di essere accolti, se fuggono da miseria, guerre e altre disgrazie. Certamente, ma agendo in contemporanea su tutta la tastiera delle cose da fare, comprese politiche di sviluppo e commerciali più eque e solidali nei e con i paesi di provenienza dei migranti.

Sto con la ragione argomentante, perché non parteggio, non ho bisogno di “stare con”, avendo un’autonomia di giudizio che non richiede conferme nel mondo dei più noti, e non sempre più accorti.

Frontiere e limiti come passaggi per andare oltre, nella storia umana e nella vita delle persone…

Si ritiene in ambito storiografico che negli antichi imperi, quando il mezzo di trasporto più veloce e sicuro era il cavallo, dai tempi di Suppiluliuma re degli Hittiti, di Tiglat Pileser III degli Assiri, della Cina della Grande muraglia, di Ciro il Grande, di Alessandro e del magno imperium di Roma, fino a Gengis Khan e Timur Lenk, le amministrazioni centrali dovevano essere raggiunte in non più di quattordici giorni, pena lo sfaldamento delle strutture politico-amministrative. I Mongoli stessi che ebbero l’impero più grande, si decisero a dividerlo in khanati per poterlo governare, e comunque il loro impero durò pochi decenni. L’impero romano, invece, che aveva dimensioni più contenute e soprattutto aveva la sua capitale, Roma, baricentrica rispetto ai confini estremi della Tracia e della Persia a Est, della penisola ispanica a Ovest, del Vallo Adriano a Nord e delle regioni mediterranee del Nordafrica a Sud, durò quindici secoli, se consideriamo il periodo  da Augusto alla caduta di Costantinopoli nel 1453 sotto i colpi dei Turchi di Mehmet II.

Pochi decenni è durato l’impero di Gengis Khan, quasi 1500 anni Roma. E’ evidente che le ragioni di queste differenti storie non stanno solo nei quattordici giorni a cavallo dal confine alla capitale, ma anche e soprattutto nella superiore capacità organizzativa, nella cultura filosofico-giuridica e socio-politica di Roma, rispetto agli altri imperi.

E poi le abbiamo derive migratorie, irresistibili, esodi impressionanti di tanti esseri umani da… e per… Sono questi i grandi movimenti dei popoli, delle tribù, delle nazioni che a volte si spostano da un luogo all’altro di questo piccolo pianeta in cerca di vite nuove, fuggendo carestie, cataclismi, epidemie-pandemie, guerre e ogni altro pericolo che incomba su immensi e popolati territori.

Mio caro lettore, perché questa premessa, solo per il gusto dell’indagine geo-storiografica, peraltro oggi materia unificata alle superiori? Certamente anche per questo, ma soprattutto per parlare ancora dell’uomo e del destino che egli si costruisce come soggetto autonomo dentro le circostanze della vita.

Se la storia ci insegna di confini, di nazioni conquistate e conquistatrici, di fiumi e catene montuose invalicabili, di orde disordinate (come quelle uralo-altaiche o turco-mongole) o di eserciti organizzati scientificamente (come quelli di Alessandro, Annibale, Pompeo, Cesare, Scipione, Napoleone,…) lanciati alla conquista di pezzi di mondo, la storia umana, anzi le singole storie umane, la mia la tua, lettore gentile, ci insegna che si tratta sempre di una ricerca dei confini, dei limes, dei limiti.

Per tutta la mia vita, senza mai dichiararlo neppure a me stesso, sono andato in cerca del limite, del mio limite, e ho corso, corso, e corro ancora, forse con più equilibrio, chissà. Il mio caro amico Franco, leggendo gli ultimi miei pezzi qui, mi esorta a non mollare la presa, a andare “a manetta” se me la sento, se le forze mi assistono, se “ho l’ispirazione”. Ebbene sì, caro Franco, che mi conosci bene, e anche altri cari amici/ care amiche che mi volete bene in questa vita frenetica e bellissima, seguirò il vostro consiglio, di andare spedito, di andare avanti ad esplorare i confini, ad esplorare i limiti delle mie energie ben spese per un buon fine.

Il fatto è che, come nelle gare sportive, il limite assoluto non si può conoscere, perché può sempre venire “limato” dal nuovo primatista della gara: analogamente i limiti delle nostre prestazioni non sono conoscibili in anteprima, prius quam, aprioristicamente, ma solo alla fine di una fase della ricerca, che abbisogna di riposi per poi consentire la ripartenza. E così si va, nel tempo e nella storia, a volte incespicando, ma poi -rialzandosi- si riparte verso l’orizzonte, il confine, il limite ancora inesplorati. Grazie a Dio.

Gli sguardi, i momenti, l’intuizione, il coglimento del senso, il valore di ogni cosa che si fa

Ultimamente, mi rimproverano un po’ di questo carissime persone, che sto facendo forse un po’ troppa autocritica della mia frenesia operativa, del mio muovermi multitasking, del mio essere-presente in molte situazioni, del mio scrivere e pubblicare, tre libri in due mesi (per circostanze e coincidenze), etc. Ma stai un po’ tranquillo ché ti fai male, dai, sembra emergere dal mio prezioso network di amicizie e solidali colleganze. Va bene, devo rallentare anche per manutenermi un po’ in questa fase un poco dolente.

Epperò, mi fa notare qualche altro, stai attento a non esagerare con l’autocritica, perché se hai fatto tante cose, se sei così rock, ti sarà pur piaciuto, sarà pur servito a qualcosa.

E allora che fare? Non è facile portarsi sul ciglio della strada per riflettere un poco sulla corsa, senza abbandonarla, ché il mio è sempre un rally, e mi piace da sempre, da quando portavo bibite, studiavo allo Stellini e giocavo a basket, ancora pochissimo attento alle ragazze (poi ho recuperato).

E’ chiaro che tutto questo fremente incedere nella mia vita non dipende solo da un’opzione fondamentale, come direbbe il padre gesuita Karl Rahner, ma anche da miriadi di micro-decisioni quotidiane, da vettori causali alieni e da volontà altrui, e infine da circostanze plurime. Faccio un esempio: se spostandomi da un’azienda a un’altra a cavallo della mezza giornata, non riesco a mangiare perché sono distanti quaranta chilometri l’una dall’altra e, mentre termino verso le 13 nella prima, ho da iniziare alle 14.15 nell’altra, che faccio? Un tramezzo? Un caffè e dolcetto? Nulla, o solo acqua? Questa è spesso la mia vita, miracolo se riesco a sedermi una o due volte alla settimana con Michele o qualche altro collega a pranzo, un primo o un secondo-contorno e dolcetto e un taglio di vino rosso.

Quanti sono gli sguardi, le parole non dette, le parole dette, le correzioni, l’uso combinato di e-mail, watts app, sms, rinvii, discorsi brevi sul ciglio della porta di un ufficio, un gesto d’intesa, una caterva ogni giorno, ed è bellissimo, perché il dialogo è vivo, vero, potente, trasversale, nutriente sul piano psichico ed efficace su quello operativo.

E i momenti? Tutti diversi, tutti da in-ventare (cioè da -latinamente- invenire, cioè trovare, ché inventare significa trovare ciò che già c’è nell’intelligenza del mondo  e dell’uomo). Ogni momento ha la sua irriducibile unica preziosità di tesoro nascosto e svelato, è la alètheia greca, la verità locale e formale che si svela-ri-velandosi (cf. Heidegger), ogni attimo genera miracoli, mira (cose meravigliose), se ci si crede volendo fare quello che di meglio sappiamo fare.

L’intuizione delle cose poi aiuta la riflessione razionale: posso fare anche questo oggi, o devo rinviare? Ci sta, se lo aspettano, rinviare è dannoso? Io non rinvio mai, seguo l’istinto, ragiono ma immediatamente procedo, anche senza completare il sillogismo argomentativo, se colgo che è meglio fare subito, piuttosto che rinviare.

Ed ecco che incontri il coglimento del senso, cioè la verità-importanza- validità dell’aver operato senza ulteriori indugi, dell’essere partito come una scheggia arrivando in tempo e salutando chi lasci senza ansia da prestazione. Non mi pare di aver fatto cose insensate in questa mia velocità di pensiero, di parole e opere. Non mi pare di aver peccato granché di omissioni, cioè di non avere pensato detto o fatto ciò che avrei dovuto, nel ganglio centralissimo della mia posizione esistenziale, operativa e umana, nelle relazioni che ho e che coltivo.

Il valore di ogni cosa che si fa è presente nel farla e nei suoi effetti, immediati o mediati o futuri che siano. Intanto hanno e sono un valore le cose che si fanno, se pensate con cognizione di causa, con rispetto dei fondamenti e della qualità relazionale.

Rimanere inerti è colpevole, come insegna il Maestro di Nazaret in molti passi del suo annunzio nuovo per l’uomo e per il mondo, ma specialmente nella famosa parabola dei talenti, là dove lo scrittore del vangelo secondo Matteo (25, 14-30) raccomanda di usarli per il fine buono cui sono destinati, pena il deragliamento dalla propria vita e da quella degli altri esseri umani, un deragliamento dal mondo e dalla vita.

Io non deraglio, ma viaggio dritto come un fuso sulla mia strada, che alcuni conoscono e altri no, ma va bene così.

Come un grazie all’Incondizionato e a chi mi ha voluto e mi vuol bene, conoscendomi, qualcosa della mia vita

Caro lettore,

alcuni narrano di essere stati spinti dagli amici a scrivere una biografia, facendomi morire dal ridere. Solitamente si tratta di falsi modesti matricolati, presenti in ogni dove, tra i laici e i chierici, ché la superbia vera monta là dove te l’aspetti e anche dove non penseresti mai albergasse. Accade.

E allora io ho deciso di scrivere qualcosa di me come in un pezzo di Wikipedia privata (anzi qualcuno sta preparando un pezzo su di me per questa web enciclopedia. Non so se devo essere contento o no, vedremo.)

Qui racconterò qualcosa, limitandomi a dire da dove provengo e della parte studiorum, laborum operarumque, avendo già più volte qui narrato le “dimensioni del cuore”.

(Qui sopra una foto con Andrea, io in giro in bici, l’inverno scorso.)

Sono nato a Rivignano da famiglia operaia povera. Sanissimo e curioso fin da bambino son scolaro e chierichetto. Don Aurelio mi voleva prete ma il mio destino era un altro: in ogni caso aveva colto con la sua attenzione la mia predisposizione per la musica, e per il greco e il latino liturgici.

Ricordo la rimozione delle tonsille a freddo, con tanto sangue al distretto sanitario di Cervignano. Le cadute frequenti per esuberanza, anche di bicicletta, e gli interventi di ricucitura del miedi Aurelio, che mi voleva bene.

Bene alle elementari, alle medie, e ora, che facciamo? “Suo figlio può fare qualsiasi scuola superiore! così la preside a mia madre… e specialmente il liceo classico“.

Mio padre era in cava di pietra in Germania (lì stette per undici stagioni) per pagare debiti di sopravvivenza e per mettere a posto la casa. Pietro mi diede la passione per la nozione, la storia, la geografia, e la memoria prodigiosa di suo padre Antonio, mio nonno. Mia madre economizzava nel silenzio e si chiedeva come potermi mandare a scuola a Udine, “ta la scuel dai siors“, le dicevano, nella scuola dei ricchi e dei maggiorenti destinati a diventare medici e avvocati. Anche mia sorella voleva studiare, ma si fermò alla seconda superiore per insuperabile sopravvenuta condizione di salute, che da allora la accompagna, senza averle tolto il sorriso.

Allora, io che avevo avuto alle medie, vinto un concorso con un tema, la borsa di studio di 50.000 lire all’anno, più che sufficienti per le spese scolastiche, mi diedi da fare per averla anche dopo, e ce la feci per tutti e cinque gli anni del ginnasio-liceo, 150.000 lire all’anno scolastico, come 1.500 euro adesso. E d’estate, tutte e cinque estati lavoravo a portar bibite, avendo già la statura e la forza per poterlo fare. A diciassette anni ero un metro e ottantadue per settantadue chili.

In quarta ginnasio sono accettato in classe solo dopo aver mostrato, e mi ci vollero i primi tre mesi, le mie capacità di pareggiare la preparazione dei cittadini, ma poi non ci fu storia. Non ebbi mai difficoltà e ne uscii in regola, ansioso di università. Nel frattempo giocavo a basket non male, sport di allora, come ora la bici e la montagna. A ventidue anni sono assessore alla cultura nel mio paese “d’acque” e predispongo l’acquisto dei primi duemila volumi per la neonata Biblioteca civica.

Non ce la potevamo fare: mio padre nel frattempo si era ammalato e io dovevo andare a lavorare. Mi iscrissi ugualmente all’università ma lavorando da operaio in aziende del legno e metalmeccaniche. Diventai anche capo reparto. La laurea in scienze politiche arrivò dopo anni di fabbrica e di sindacato, nel quale ero entrato nel frattempo facendo una rapida carriera fino a livelli nazionali. A 32 anni ero segretario generale provinciale e a 35 regionale. Mi iscrissi per dieci anni al Partito socialista, dei cui organismi regionali facevo parte, forza politica che, con tutti i suoi difetti, ora (mi) manca in maniera lancinante.

A metà degli ’80 ho anche diretto un’elegante periodico politico-culturale, Quadrivio, che ebbe vita breve ma allora era molto apprezzato, prima di tenere per nove anni, qualche tempo dopo, una rubrica quindicinale sul Messaggero Veneto sulle tematiche sociali e del lavoro.

Il salto lo feci quando la dottoressa Cecilia Danieli mi chiamò alla direzione risorse umane di quella grande azienda, dove resistetti poco più di due anni, per ragioni che qui è troppo complesso spiegare. La grande e sempre amatissima Danieli. Per due anni vidi ogni mattina quella grande imprenditrice con cui discutevo liberamente di ogni cosa relativa al personale.

Il passo successivo, forte delle mie esperienze e del mio titolo di studio fu la consulenza direzionale, che ancora costituisce parte essenziale del mio lavoro, in aziende metalmeccaniche e commerciali, alimentari e di servizi, multinazionali e nazionali, oramai da ventidue anni, in Italia soprattutto, ma anche in qualche stabilimento all’estero (Slovacchia, Messico). Ho girato la nostra bella terra in lungo e in largo, l’Europa, Russia compresa, Stati Uniti e Argentina, sempre con la curiosità del bambino che ero.

Ma un’illuminazione mi stimolò a riprendere gli studi: dovevo approfondire la conoscenza dell’essere umano. Utilizzando al meglio la flessibilità dei miei orari, mi immersi negli studi teologici e filosofici che mi hanno permesso di raggiungere i titoli accademici massimi, due dottorati di ricerca, dopo le lauree ordinarie. Insieme al master in consulenza filosofica posso appendere, se voglio, sei pergamene accademiche, di cui non mi frega nulla, se non per ricordare che cosa può la volontà del figlio di un operaio.

Faccio formazione aziendale e accademica, vengo invitato in Friuli, ma di più fuori di qui, a tenere conferenze e relazioni in convegni e festival. Nel frattempo ho pubblicato una ventina di volumi di vario genere, dalla lirica, alla narrativa, alla filosofia alla teologia, e ne ho curato quattordici di autori vari. Ho vinto premi letterari nazionali, e son stato vicepresidente per un biennio della maggiore associazione di filosofia pratica italiana, Phronesis.

Ho fondato caffè filosofici e letterari, lasciandoli poi al loro autonomo destino. Mi piacciono le imprese start up: sono uno dei padri dell’iniziativa Caritas di raccolta di indumenti e scarpe con i contenitori gialli; autore del logo E.Bi.Art. dell’ente bilaterale dell’artigianato di cui sono stato socio fondatore e primo vicepresidente; pioniere nel lavoro interinale per cui, incaricato da una società milanese, ho aperto tra Friuli e Veneto cinque filiali portandole al break even point. Nel 2003 ho portato dalla Romania venti infermiere professionali che ancora lavorano e si sono stabilite in Friuli. Seguo come tutore legale un amico condannato all’ergastolo, visitandolo nelle varie carceri in cui è ristretto, oramai da quasi diec’anni.

Godo della stima e del rispetto di molti, imprenditori milionari, che spesso mi mettono a parte delle loro disgrazie chiedendomi aiuto, di operai, di giovani e pensionati, di donne e ragazzi di cui mi occupo come mentore per la loro carriera scolastica, disponendomi come correlatore di tesi di laurea. In questi ultimi anni per almeno dieci di loro. Quasi come un istitutore o precettore settecentesco.

Soffro della gelosia e della maldicenza di altri, che mi rattrista e mi illustra la piccineria di chi vive la vita degli altri e gode delle disgrazie, odiando il bene.

E’ stato un peana questo racconto? Una lode impropria? Qualcuno può pensarlo, ma è solo un racconto biografico, il racconto biografico di un friulano ancora in piena attività creativa, con l’aiuto dell’Incondizionato e di chi mi vuol bene, conoscendomi.

Per il resto mi affido alla virtù di speranza, che è anche una passione, come insegnava il mio maestro Tommaso d’Aquino. Mandi.

Le Vie dei Silenzi e Charlie Gard

Conosco l’Alta via dei Silenzi che attraversa le Alpi Carniche, dal Peralba al Lastroni ai Laghi d’Olbe, dal passo Elbel a Mimoias, dal Tudaio al Col Nudo e fino alla Cima Manera. Ne ho percorso parti nel tempo e ci tornerò. Vi sono ovunque “vie dei silenzi”, che tagliano campi e strade, percorrono i fondovalle e raggiungono gioghi e creste montane. Anche la mia vita è una via dei silenzi, quante corse, quante escursioni in solitudine, quanti viaggi in auto, quanti tremori per viaggi altrui e pensieri.

Le Vie dei Silenzi fendono le strade movimentate e rumorose della vita quotidiana, così intrecciando vicende e muovendo vettori causali, solo apparentemente casuali.

La via dei monti è aspra, i sentieri numerati stretti e perigliosi, soprattutto quando si fanno roccia nuda, bianca o grigia, dolomitica o basaltica. Camini ardui si presentano all’improvviso, e lì devi inerpicarti, lì cercando appigli sicuri e badando a non scivolare. Ricordo ascese di fatica e entusiasmo, come posseduti-dal-dio, al grande Sernio, interminabile, oltre il Foran da la Gjaline e la Forcella Nuviernulis. Oppure l’immensa foresta superata quasi in notturna per arrivare al Corsi verso lo Jof Fuart, in compagnia degli stambecchi. Lo Jof di Montasio, il Cridola, il Civetta, il Coglians, la Creta Grauzaria, magnifica e silente.

Mentre cammino in campagna, per le Risorgive del Friuli di Mezzo, progettando un’ascesa al Peralba, penso a Charlie, il bimbo di otto mesi, inglese, che deve e morire, perché non può vivere.

La montagna e la malattia incurabile di Charlie hanno qualcosa in comune, l’ineluttabilità, la sofferenza e il silenzio. Come quando si cammina per ardui sentieri e creste vertiginose si deve fare silenzio per concentrarsi sullo sforzo e sui pericoli che si incontrano, così si dovrebbe fare affrontando un tema come quello di Charlie, evitando la canea mediatica che si è scatenata, e le divisioni tra realisti e buonisti, laici e cattolici o d’altre fedi, liberal-radicali e integralisti di ogni genere e specie.

Trovo che il dibattito sia come al solito in questi casi sgangherato, come ai tempi di Eluana, di Dj Fabo, di Welby. Sarebbe bene che i militanti (spesso militonti) di tutte le scuole di pensiero prendessero esempio dai camminatori, dai viandanti, homines viatores, di cui mi onoro di far parte, e stessero un po’ zitti, rispettando il dolore di chi ama Charlie, e ne segue ogni respiro, finché vivrà.

Non sappiamo quello che la ricerca scientifica potrà produrre per rimediare a malattie genetiche come quella del piccolo, ma un tempo l’uomo non conosceva neppure la circolazione del sangue o il meccanismo procreativo che prevede l’unione di due gameti uno femminile e uno maschile. Una volta.

Un po’ di silenzio, via!

Consapevolezza e rallentamento

Non si può fare tutto. E poi che cosa è questo “tutto”? Ovviamente sotto il profilo umano è solo una “parte” delle infinite (indefinibili, non definite) cose che si possono fare in “una” vita. “Una vita”. E dunque si deve scegliere, limitando le cose da fare nel tempo, fisico, che è incomprimibile. C’è chi accelera l’eloquio per timore di non dire “tutto-quello-che-ha-da-dire” nel tempo che ritiene gli sia concesso, e stanca con la sua velocità gli astanti; c’è chi è sempre indaffarato e non ha mai “tempo” per un’altra cosa e, di rinvio in rinvio, la cosa muore lì.

Io avrei teoricamente un appuntamento con un politico da anni (!!!), ma anche ultimamente, dopo che era stata fissata una data  concordata, l’appuntamento è saltato. Poco male. Vi sono gli affannati perenni che non cavano un ragno dal buco, nonostante sia un problema trovare un interstizio nelle loro agende: i sindacalisti sono specializzati in questo, avendo scarsa dimestichezza con un ordo rationum delle cose da fare, cioè delle priorità, che sono sempre le loro, ombelichi del mondo. Almeno quelli di queste ultime generazioni, che ti trattano da loro pari anche se hanno solo la scuola dell’obbligo e vent’anni di meno, nonché un’esperienza di studio, lavoro e vita che è un’infinitesima parte della tua (la mia in questo caso). Del “tu” a piena bocca prima di esserci messi d’accordo, approcci del tipo “Senti un poco…”. Aah Signor.

Anch’io spesso “vado di fretta”, e mi stresso: a proposito invito fermamente chi mi conosce e frequenta in qualche modo, a non usare con me questo brutto verbo latino anglicizzato (stringo, ere vs. to stress), perché mi dà l’impressione di una strizzata di co.ni. Eppoi, come insegna più elevatamente Wittgenstein e più tera-tera (direbbero Venditti o Totti) la Programmazione Neurolinguistica, più ne parli e più esiste, lo stress. Dai, lasciamolo perdere, por favor!

Nel borgo selvaggio dell’Appennino dove appena ieri mi trovavo a parlare di “coscienza, tra principi etici e consapevolezza”, ho rivissuto il senso del rallentamento consapevole, ho visto il fornaio fornire un’anziana abbarbicata vicino al castello diruto, ho sentito parlottare vecchi sulla panchina, mi sono lasciato perdere per gomitoli di strade come le ungarettiane quattro capriole di fumo sul focolare. Senza meta ho gironzolato per vicoli e scalette, salitelle e discesuole, piazzette e slarghi sulla valle amena del fiume Taro, che scorre in fondo verso il Po.

Lentamente ho vissuto per meno di due giorni, ricordando il vecchio amico che non c’è più, Alex Langer, che predicava -altissimo- lentius, dulcius, suavius, invece che citius, fortius, altius. Più lentamente, più dolcemente, più soavemente, piuttosto che (qui il “piuttosto che” ci sta!) più velocemente, più fortemente, più in alto. Ah i convegni di Città di Castello, la Fiera delle Utopie Concrete (ossimoro suo, bellissimo), di Spello, di Bolzano, di Novacella. Nell’altra mia vita quando a qualche amico potevo confidare i miei patemi. Ora non più.

A Berceto mi sono fermato andando e ho camminato fermandomi, di tanto in tanto, come insegna sant’Agostino, che ama gli opposti, le contraddizioni e i dialoghi tra l’io e il sé, i soliloqui silenti del sentiero rupestre che finisce oltre la collina, quasi in cielo, di un azzurro lancinante. Ieri mattina, con pensieri miei vaguli, transfughi come colombe del diluvio.

Comunque andando

Se la meta è il viaggio, l’itineranza, la meta del viaggio è solo un luogo da cui ripartire per dove, per ogni dove, come questa mattina, estiva dal denso clima, con pensieri diversi e distinti. Pensieri del mare e di terra, pensieri di lontananza e presenza, com-presenti nella mente e nel cuore. Necessità delle vite che permangono, così come le ore e i giorni che transitano attraverso me e attraverso ognuno che vive. Spinoza comprende la necessità delle cose, volendo mostrare che le scelte son quasi geometriche (Ethica more geometrico demonstrata), ma non son tanto convinto, perché resta spazio per l’arbitrio liberante di ognuno. Non insisterò mai abbastanza sul rispetto del libero arbitrio di ogni persona, che porta conseguenze necessarie, pur agendo nella contingenza. E’ solo dal-punto-di-vista-di-Dio, sub specie aeternitatis, che tutto-è-necessario, non dal nostro.

Tra poco la birota rossa mi porterà relativamente lontano nella mattina ancora non torrida di questa estate strana, e sarò di nuovo, trovatore inesistente nell’itineranza, nella perduranza, nella tardanza di eventi futuri. Oddio. La forza non manca né la volontà di procedere, di provvedere, di attendere, di essere presenti alle cose che accadono di per sé e per me, nel dipanarsi delle mattine e dei giorni. Ce l’ho solo, un poco, con chi non comprende la complessità, tutto semplificando in un abc di azioni e reazioni superficiali e a volte insensate, pensieri e atti presenti in ogni ambiente e circostanza. Ma oltre c’è il tempo della verità, che non può non vincere, così come vince la vita, sempre, dalle spore ai batteri alla balenottera azzurra, alla grande sequoia, all’uomo.

La strada assolata mi ha stremato, la salita della collina un limite odierno delle mie forze. Un’anima pura nel corpo stanchissimo. Ascolto la musica, parole di Giovanni della Croce, mezzosoprano Giuni Russo, che non c’è più. Il Carmelo di Echt, la storia di Edith Stein, Teresa Benedetta della Croce, dove sarà ora? Bea è con me, qui. Pace e silenzio e solitudine e le cose del mondo. Insondabili pensieri.

Una giornata calda, vera e dura, con pezzi di lavoro e pezzi di vita pieni di sudore e lacrime, ma è così che vanno le cose al mondo, quando il dialogo non vince, quando i media prevalgono sull’incontro, quando il fraintendimento è quasi regola, quando la pietas latita e l’apertura della mente non c’è, quando il vento è fermo e solo qualche timida brezza si insinua nella sera.

Resta la virtù di speranza, alla fine, dopo che la conoscenza e l’etica si sono stancate di operare, oramai, anche loro stremate. La speranza, come scriveva il grande solitario di Koenigsberg “che cosa posso sperare?”

E io spero molto, anche perché l’amico Claudio, un medico, tornando da un viaggio condiviso nella Mitteleuropa, sorridendo diceva, rivolgendosi a me “Ma tu che non finisci di sorprenderci sulle innumerevoli cose che sai, hai fatto un patto col diavolo, o sei tu stesso il diavolo?”, suscitando il sorriso degli astanti in viaggio, e io: “No, io sono solo il figlio maggiore, quello rimasto vivo, di Pietro, e non è poco“.

Libera nos a malo, Domine Jesu Christe. Libera, libera, libera tutti…

Cieli slovacchi

Si va dopo un anno e mezzo, forse un po’ di più, di nuovo in Slovacchia, verso l’azienda di Galanta, a nord-est di Bratislava, quasi al confine ungherese di Ezstergom, sul Danubio, dove sta la gran cattedrale cattolica magiara. Cieli alti e mulini a vento elettrici oltre Vienna. Il viaggio è concorde, come un canto, il mio canto concorde, viaggio e meta. Non parliamo di lavoro, né della quasi grande azienda furlana che colà produce pezzi pregiati per la grande industria europea e americana dell’automobile. La fabbrica ha quattrocento dipendenti,  e vive dove Kodaly scriveva le sue danze slave. Il vento pannonico talora la raggiunge, traversando i boschi di querce sulle lunghe colline, talaltra il caldo dell’estate.

Viaggio finalmente calmo, senza guidare io, affidato ad altri. Siamo amici più che colleghi. I Piccoli Tatra si annunziano oltre il Danubio e le fabbriche dell’Europa, Samsung e Peugeot, la centrale nucleare dell’Enel verso Trnava e Nitra. Da venerdì a domenica. La pianura, vagamente ondulata, arriva fino agli Urali, solcata dai grandi fiumi. Ricordo il Dniepr immenso nel viaggio di anni fa, e pare ci tornerò, nell’acciaieria evoluta di Dnieprpetrovsk.

La Slovacchia è al centro della vecchia Europa, e a volte mi chiedo se il disfacimento degli imperi con la nascita delle nazioni sia stata una buona o una pessima cosa. Qui c’era l’Impero Austro-Ungarico fino al 1918, la dinastia degli Asburgo. Se mi si chiedesse chi avrei scelto tra la casata germanica e i Savoia, non avrei avuto dubbi a sfavore di questi ultimi. Eppure si son fatte guerre sanguinose, milioni di morti per dividere per nazioni, e poi più recentemente ancora di più, la Slovacchia si è staccata dalla Boemia/ Moravia (Repubblica Ceca), per poi rifluire faticosamente nell’Unione Europea.

Storie, culture, lingue, tradizioni ricchissime, diverse, straordinarie oggi sono rimescolate nel web e nella globalizzazione, e forse è un bene, piuttosto che mai sopiti nazionalismi, ma restano dubbi su come lo si stia facendo. Il viaggio concilia pensieri diversi, mentre paesaggi si susseguono, villaggi e cittadine, case avite di contadini in mezzo alla grande campagna.

Il viaggio dure sette ore, son quasi settecento chilometri, si faranno diverse cose, cercando ragioni a ciò che si fa di noi a questo mondo. Il silenzio si fa filosofia, contemplazione, e solo a tratti par di riuscire a contemplare la vita, che va contemplata, vivendo, non solo vissuta dell’operare obbligato del giorno. Sono e resto un viandante, mai stato turista o forse solo in qualche gesto nella vita precedente. Ora sono viator, homo viator, spesso solitario e a volte immalinconito, in cerca di silenzi, sempre, come con la bicicletta, che mi aspetta a casa per nuovi tragitti. Ma la malinconia non è tristezza, non è accidia, è un modo di vedere il mondo da pellegrino, consapevole dell’impermanenza e del destino.

Prima di partire Haendel con il suo Zadok the priest, nella sera che viene, e poi in auto commenti dei vangeli e testo greco, Maria di Magdala e Pietro, Giovanni e il Maestro. E il Preludio all’Atto I del Lohengrin, quando i violini iniziano e finiscono, e l’atto finale dell’Oro del Reno. Wagner.

Il castello di Belà è in mezzo ai boschi lontano dai villaggi e si dorme nel silenzio naturale al confine ungherese. La puszta è immensa, il Danubio non scorre lontano da qui, come i miei sogni.

Dove tornare.

…andando, gentili viandanti incontro

…dopo che Michele è andato a pedalare in cielo, in bici ti passano  a un metro  mezzo, gentili

di sabato pomeriggio sono lungo la rosta di destra del Tiliaventum verso Portus Tisanae

la morte e il dolore producono civiltà, pare, ma non ovunque, qui sembra di sì, chissà per quanto, e quindi saluto e son grato ai guidatori che mi lasciano scorrere sul ciglio della strada perigliosa nel tempo dell’estate, auscultando il cuore e polmoni, lungo il gran fiume furlano

io salvo nel flusso della statale, ecco che mi sovviene Canzone per un’amica dei Nomadi, con le trombe che cantano la vita giovane andata via, testo del maestro Guccini, “…quando la vita è fuggita… sull’autostrada cercavi la vita… voglio però ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi, voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi“, voce amica eternamente di Augusto Daolio, che Dio l’abbia in gloria

mi dice Bea che ha visto civiltà e amor al gay pride di Udine, la ascolto, lei mi dice che sarei stato un po’ confuso, ma mi sarebbe piaciuto, mi fido della bimba mia oramai fattasi donna

ogni giorno che passa è rapido e quasi non lascia respiro, il sole svanisce se pensi al domani, un figlio dei fiori non pensa al domani

ogni alito di vento ogni brezza ti lascia presagire un dio, o forse Dio, che ti assomiglia, o il contrario, e ti accompagna nella veglia e nel sonno

arrivi al tuo limite nel lavoro del giorno, quando ti sembra di non farcela a sopportare l’incomprensione, la distanza, il muso duro dell’altro, la riunione lo sconcerto, ognuno sulle sue, e manderesti tutto in malora

ma poi ci dormi sopra e tutto riparte, hai ancora tempo per sentire scampanii, odore d’erba tagliata e fioriture di tigli, e speranze

tutto si tiene, tutto nel tempo si ricompone, come sapeva il gran Benedetto Spinoza, anche se non tutto è giusto, ma si aggiusta nell’incastro della necessità, come pensa il mio amico Cesare, ristretto tra mura arcigne

e le cose più difficili accadono o supposte tali, ma erano già scritte e previste nel gran libro del destino

e oggi ch’è domenica verso la Laguna di Marano, foce del fiume verde cupo, dello Stella, che confina con l’Isola detta d’Oro e con il mare

lacerti di Roma, di patriarchi austeri e di Venezia con calma e ritmo nella piena estate, nelle brezze inattese e nei silenzi,

rondini razzenti attorno ai campanili e l’odore dei tigli, io ricordo il limitare di gioventù quando guardavo

i cieli alti di questa landa di confine, che mi accompagnano ancora, e vivo e so e faccio e spero, così come Kant per la vecchia Koenigsberg, assorto

in cerca della verità

find the way to my heart

La beatitudine im-perfetta

…è anche quella del pedalare senza vento a diciotto gradi, con un po’ di ombra, i trenta all’ora li fa solo peso delle gambe e la meccanica della bici, campane che annunziano la festa, erba, odore d’erba tagliata, lontani latrati di cani nelle aie contadine, campanili tra i pioppeti nella lontananza, questa è la beatitudine del tempo sospeso, quando non pensi alle brutture del mondo e ai dolori della tua vita, o a chi ti vuole male, e stai in compagnia del paesaggio e dell’anima di chi ti vuol bene che ti raggiunge ovunque, anche da lontano, o da vicino, ché pochi chilometri oggi è vicino.

Caro lettor gentile, ti scrivo tutto d’un fiato, senza punteggiatura, o quasi, e regole grammaticali imitando Joyce, in questa prima domenica di giugno, già pienamente estivo, sapendo che il titolo è contradditorio perché la beatitudine è sempre perfettibile, non mai perfetta, se non quella di Dio, come insegna Tommaso d’Aquino, che inizia la Somma della sua Teologia con la beatitudine divina, lui parte da lì, dall’unica perfezione, che in quell’unico caso non è sinonimo di morte, perché solitamente la perfezione è il completato, il finito, il concluso, e allora anche la mia beatitudine nella corsa è im-perfetta, in-completa, in-esausta, im-passibile, im-possibile, in-adeguata, e tanti altri contrari.

La mia giornata inizia presto, all’alba, e sarà di pedalate e studio, pedalate la mattina verso un non so dove di mare, e di studio ausiliatorio verso sera, con un giovin ragazzo che ha da rimediare voti scolastici. Domenica di beatitudine più che im-perfetta, anche se la grazia della forza mi accompagna e il pensiero potente analizza e ipotizza. Attentati a Londra, attentati in Afganistan e in Irak, attentati nei cuori di molti, di bambini che non hanno di che sopravvivere, attentati nel mio cuore. Il libro di Conrad si confà a questa giornata estiva, bene meritevole dell’odio di Bruno Martino, lui cantava nei ’60 ed ero bambino e ragazzo.

Io sono povero in spirito e dignitoso in economia, non so se il regno sarà anche mio. Intanto qui sulla terra combatto la mia buona battaglia, conservando la fede in me stesso, ché non ho terminato la corsa.

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