Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: Varia (page 3 of 5)

Le sponde dello Enisej

Ho fatto un sogno. Camminavo all’alba lungo le sponde dello Enisej. Non so se con me c’era mio padre, che me ne aveva parlato da piccolo, quando mi raccontava di tutti i fiumi del mondo. Ma sì, c’era anche lui.

Il sentiero si snodava nella sterpaglia stepposa di quella sponda; l’altra, che intravedeva appena a forse sette o otto chilometri di distanza, pareva più ardua, alta e scoscesa. Lo Enisej è uno dei fiumi più  lunghi (5.870 chilometri dalle più remote sorgenti) e possenti del pianeta: è il più grande dei grandi fiumi siberiani, insieme con il Lena e l’Ob. Alcuni suoi affluenti sono più lunghi e con più portata d’acqua dei maggiori fiumi europei, a parte il Volga e il Danubio, come le due Tunguska, la Pietrosa e l’Inferiore, e l’Angara.

Il grande fiume nasce dai monti Sajany presso la città di Kyzyl nella repubblica di Tuva, formato dai due rami del Grande e del Piccolo Enisej.

Mi hanno sempre emozionato le acque scorrenti, come nella metafora eraclitea. Mio padre camminava in silenzio, mentre io pensavo alla magnificenza del corso d’acqua e al pensatore di Samos. Pànta rèi, tutte le cose passano, così si può tradurre dal greco antico, ed eccome è vero, ma ognuna in modo diverso: anche i nostri passi sono diversi. Io non metto le tracce de i miei scarponcini sulle orme di mio padre, mentre lo Enisej scorre verso il Grande Nord artico.

Dopo aver rotto la catena dei Sajany con l’escavazione di gole profondissime da milioni di anni, lo Enisej rotola con grande turbolenza verso aree più tranquille. Rapide perigliose interrompono il corso del fiume. Quando giunge ad Abakan il suo alveo arriva alla larghezza di quindici chilometri. Dal vivo, e non in sogno, in vita mia ho visto uno spettacolo quasi simile solo a Rosario, in Argentina, dove il Rio Paranà raggiunge quasi dieci chilometri di larghezza. Colà pensavo che l’altra sponda corrispondesse a una fila d’alberi che mi pareva a un chilometro e mezzo al massimo. Ma Marcelo mi disse: “Renato, sai che oltre quell’isola lunga e stretta ci sono ancora otto chilometri di acque.” Eh sì, fino ad allora avevo visto come fiumi più grandi il Danubio, il Reno, la Vistola, la Loira. Più recentemente avrei visto l’immenso Dniepr, nella città ucraina quasi omonima. Ma il Paranà e lo Enisej erano un’altra cosa.

E chissà che impressione può fare il Rio della Amazzoni, anche solo a Manaus, o più in giù verso l’Oceano Atlantico, incontrando via via affluenti giganteschi come il Rio Madeira, il Rio Negro, il Rio Tocantins, cantato con entusiasmo emozionato dal caro amico ingegnere Giorgio L., mancato in volo.

Krasnojarsk si trova sulle sue rive e poi incontriamo l’Altopiano Syverma e il Putorana. Più a Nord lo Enisej si allarga di nuovo fino a oltre venti chilometri, come solo l’Amazzoni. Il suo bacino è immenso, iniziando dalla tajgà che circonda il profondissimo lago Bajkal, dove il ramo sorgentizio si chiama Selenga.

Camminiamo ancora in silenzio, io e Pietro. Lui ogni tanto si ferma, si mette le mani sui fianchi e scuote la testa. Par voglia dire: “Quanto lontani da casa siamo, Renato“. Non sappiamo neanche la ragione per la quale siamo là. Non siamo in emigrazione, non siamo in ferie, non siamo in una missione militare.

Cosa succede, allora? In che tempo viviamo? Mio padre mi sembra giovane, quasi come quando era militare in Grecia e Albania, e gli toccò di difendersi all’arma bianca. E io, come faccio a esserci già, son nato non pochi anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale.

E stiamo camminando lungo lo Enisej. Siccome si è difeso all’arma bianca in un caposaldo italiano, del IV Reggimento Bersaglieri sul lago di Konijc, ci sono anch’io, anche se in un tempo improbabile, nel 1942. Forse nella sua mente, e così lontano, ben oltre i Balcani dove si trovava in quell’anno, dopo essere partito su una nave da Ancona per “destinazione ignota”.

Avrebbe potuto viaggiare anche sul Galilea, naufragare e morire in fondo all’Adriatico, ma non è andata così. E così sono nato io. Ma come mai eravamo in Siberia lungo il grande fiume? Più sopra ho scritto che è tutto un sogno, ma forse è altro, trovandosi su una stringa altra della realtà, come ipotizzano alcuni studiosi di fisica, e magari è tutto vero, in un tempo pensato, creato e vissuto ad hoc, voluto dalla passione e dalla curiosità per il mondo.

Ecco che il sogno è reale, è una res, una cosa che esiste nel tempo e nello spazio, come mio padre e me stesso, mentre camminiamo sulle sponde dello Enisej, in un chiaro mattino dell’anno…

Un bellissimo settembre

Questo settembre è pieno di cieli azzurri, come mi aspettavo, ed è il mese più bello, per me, insieme con maggio, poiché ha l’equilibrio delle temperature e della luce, tra notte e giorno, tra albe e tramonti. Se si è attenti si distingue all’alba anche l’aurora e il momento magico del dilucolo.

Un settembre bellissimo, anche se tutto lentamente cambia, o forse anche per questo. Cambia per tutti e anche per me. Vedevo che ottocento venti milioni di persone umane soffrono la fame nel mondo, e potrebbero essere nutrite se vi fosse l’equilibrio dei beni.

L’Italia litiga con l’Europa inutilmente. Tra una battuta greve di Salvini e una citazione al vetriolo di Moscovici, per cui “l’Italia è pericolosa“, verrebbe voglia di prendere a sberle gli uni e gli altri.

Noto nell’uomo sempre gli stessi difetti, sia che sia di destra, di centro o di sinistra, sia che sia laico o presbitero, sia che sia italiano o d’altra genia e nazione. I parenti sono come tutte le altre persone e io non sono particolarmente attaccato a loro. Anzi: ho due cugine che non vedo da decenni. E abitano a Udine, figlie di una sorella di mia mamma Luisa. Ho due cugini che vivono in Canada (sono ancora vivi, spero), cui ho scritto lettere e e-mail, ma non mi hanno risposto: figli del gemello della zia Anna citata due righe fa, lo zio Tony, simpatico e un poco birromane. Mancato anni fa e sepolto nella cittadina di Prince George, British Columbia, ai confini dell’Alaska.

Quando veniva in Italia mi raccontava delle battute di caccia all’alce. Una volta abbatté con i compagni d’avventura anche un Grizzly di cinquecento kili. La sua gioia era contagiosa.

Ricordo la nonna Catine (Caterina), mamma di mia madre, donna fortissima e sapiente. I primi principi morali me li ha impartiti lei, con i miei genitori: se una cosa non è tua e la trovi devi cercarne il padrone, non offendere gli altri, se puoi aiuta chi ha bisogno, prima o poi ma meglio prima dì le cose come sono, non avere paura se hai ragione ma non pretendere di avere sempre ragione… e altro, sembra un elenco di consigli filosofici antichi come l’intelligenza umana. Pareva conoscere Epicuro e Aristotele, il Buddha e san Tommaso, senza sapere che erano esistiti. Mio padre Pietro era della stessa tempra, meno presente quando ero bambino, perché emigrante in Germania, ma quando c’era si sentiva, e mi insegnava, come ho già ricordato altre volte, le capitali di ogni nazione del mondo, da Buenos Aires a Pechino, da Madrid a Mosca, dal Cairo a Città del Capo, da Canberra a Ottawa, da Brasilia a Caracas, dov’erano i fiumi e la loro lunghezza, dal Rio delle Amazzoni al Nilo al Congo e allo Zambesi, dal Mississippi al Murray, dal Volga allo Jenisej, dal Mekong allo Yang-tse-Kiang, dal Tago-Tejo al Reno al Danubio, per cui aveva una particolare passione, e i monti dei vari continenti e la loro altitudine, dall’Aconcagua al McKinley, all’Erebus al Kilimanjaro, dall’Everest al Bianco.

Quando gli chiedevano di me e come ero, lui rispondeva che un bambino o un ragazzo come me nasceva ogni due o trecento chilometri. Quello era il suo pensiero su di me. Ma a me non lo diceva, me lo riferivano. Così crescevo in tutti i mesi dell’anno e a settembre aspettavo di tornare a scuola, che mi piaceva moltissimo, curioso com’ero. Non vedevo l’ora di sentire le spiegazioni di storia e matematica, di fare un tema, di fare una passeggiata in campagna con il prof di scienze.

La mamma era silenziosa e stava sola con Pietro lontano per dieci mesi all’anno. Faceva iniezioni a mezzo paese, non chiedendo nulla a chi non poteva pagare il servizio, oppure bastavano due uova di gallina di cortile come compenso.

E gli amici di Rivignano? Sandro, Gianni, Agostino e le loro sorelle, a me molto care per motivi diversi, e poi Andrea, Luciano, Edi, un altro Gianni, due Franco, uno alto e uno basso, entrambi musicanti, e Beppe, Pericle, Bruno, ragazzi di basket. E poi altri e altri: mai avuto tanti amici nella mia vita. Ora sono a due, forse, o tre. E qualche bella partita di botte dalla quale non mi tiravo indietro. In un paio di occasioni ho portato l’altro a medicarsi da mia madre.

Poi sono emigrato in un paesone vicino, dove sto ancora, con i piedi nell’erba, finalmente, e gli alberi che circondano la grande casa affittata. Che bello essere in affitto, non possedendo immobili, precario come la vita umana. Non possedere se non le risorse economiche che permettono di vivere con dignità. Non mi mancano i soldini, né libri, né musica. Soldini che vengono dal lavoro e dal riconoscimento del valore acquisito in tanto studio e ancora lavoro. Nessuno ti regala nulla. Le mie sei pergamene accademiche sono in una scatola, ma il sapere è in me, sempre insufficiente, sempre ignorantemente curioso, come insegnava il grande ateniese condannato a morte perché avrebbe traviato i giovani. Ultimamente anche nel mio paesone mi hanno negato la presentazione di un libro importante di teologia-filosofica, apprezzato in giro per l’Italia, perché sarebbe scandaloso e fuorviante per i giovani. Meno male che il Comune non mi può ordinare di bere la cicuta.

Ecco a che cosa mi fa pensare questo bellissimo settembre che prelude a un ottobre diverso dai precedenti, per ragioni piacevoli, che qui non dico, in quanto l’outing sul web per me deve avere dei limiti. Non posso e non voglio mettere in piazza tutto, caro lettore, anche perché, nonostante la mia non banale esperienza umana, scopro ogni dì aspetti di chi conosco, che mi deludono, svelando piccinerie, gelosie e perfino invidia (gravissimo vizio che rende l’anima gialla, come spiega papa Francesco) che non sospettavo vi fossero,

E allora preferisco far silenzio su alcune cose, limitandomi a descrizioni un poco nostalgiche, ma non troppo, oppur liricheggianti. Così mi faccio meno male, in questo bellissimo settembre.

Ogni mattina ventisette milioni di italiani si alzano e vanno al lavoro, ventiquattro nei settori privati e tre nel pubblico impiego, otto milioni di bimbi, ragazzi e giovani a scuola e all’università e forse una ventina di milioni di donne fanno i lavori di casa lavorando anche fuori sotto padrone o sotto lo stato o in autonomia, ma un pezzo di Italia è malato

Caro lettor del sabato.

forse non sai ma a me piace molto il lunedì, che dopo il sabato per me è -leopardianamente- il più gradito.

Ripeto il titolo: ogni mattina ventisette milioni di italiani si alzano e vanno al lavoro, ventiquattro nei settori privati e tre nel pubblico impiego, e sette milioni di giovani a scuola e all’università, e forse una ventina di milioni di donne fanno i lavori di casa lavorando anche fuori sotto padrone o sotto lo stato o in autonomia, e questa è l’Italia di cui essere orgogliosi, ma un pezzo di Italia è malato, quello della politica di governo e anche dell’opposizione. Non praticando quegli ambienti, non conosco nei suoi dettagli la gravità della malattia, che appartiene alla sociologia, alla politologia e alla psicologia sociale, ma vivo nel mondo e tra la gente, in parte purtroppo portatrice non sana della stessa malattia, e quindi ho sufficienti conoscenze per poterne parlare con cognizione di causa.

Un esempio: il caso Ilva/ Di Maio. il “ministro” la sta gestendo come un dilettante analfabeta di ogni sapere legato alle normative della contrattualistica civile e di quella sindacale. Non può saperne nulla perché non ha studiato né praticato questi ambiti disciplinari, eppure detta la linea, facendo di volta in volta inorridire o spaventare i suoi interlocutori, sindacali e industriali, non so da chi necessariamente “imboccato”. Mi verrebbe voglia di andare giù e dirgli “lascia fare, ragazzo“. Non mi lascerebbero neanche avvicinare al ragazzo-ministro, che gli Italiani si sono improvvidamente dati. Ma così è, in assenza di una opposizione degna di questo nome e meritevole di sostituire i vincenti attuali. Se in azienda, nelle aziende italiane, funzionasse così come sta andando sul “caso Ilva”, molto rapidamente i milioni di lavoratori sopra citati resterebbero senza lavoro, perché in azienda funzionano una razionalità organizzativa nonché pesi e contrappesi tali da scongiurare il rischio che un padrone pazzoide possa mettere a repentaglio l’intera struttura economica e produttiva.

Un altro esempio: la faccenda migranti/ Salvini. Non è in discussione la complessità del tema, il suo essere problema globale che attiene più o meno i vari continenti e tutte le nazioni del mondo, per cui è corretto il pensiero di creare le condizioni di vita in modo equilibrato sull’intero pianeta, ovvero di far vivere razionalmente i collegamenti e le filiere economico-produttive atte a dare a tutti gli umani il necessario per vivere. Preoccupa e indigna -di contro- il suo modo di fare il ministro, la sua sbruffonaggine bulla, il suo vitalismo sfrenato, la sua spudoratezza nell’impadronirsi di simboli popolari o religiosi -mostrando un grave spregio del buon gusto oltre che del buon senso, come tra altri, la corona del Rosario della Madonna, il Vangelo, la maglietta t-shirt degli alpini- il suo modo sprezzante di relazionarsi, la sua incapacità di dialogo razionale, il suo uso violento dei social media, la sua arroganza proterva, la sua prepotenza espressiva, ec. ec., scriverebbe il grande poeta di Recanati, e scrivo io, un poco dolorosamente. Mi vergogno come italiano di avere al potere in Italia ministri come Di Maio, Salvini, Toninelli (che pena!).

Fossi nelle condizioni proverei a spiegare agli Italiani che le grandi “derive” e movimenti dei popoli sono irrefrenabili, e che bisogna analizzarle e gestirle con una visione alta, pre-vidente, complessiva, e che intanto son da soccorrere i disgraziati che non possono, non riescono a fare questi discorsi complicati. Non condivido un “et” delle semplificazioni di cui è divulgatore un dottore Gino Strada, che ha tanto veleno dentro da farlo uscire senza requie, così come il furbissimo “scrittore” di racconti Saviano, ma le persone in difficoltà vanno aiutate e non mai utilizzate per proprie convenienze partitico-elettorali. In questo senso il cinismo di Salvini è inescusabile.

Ora ci stiamo aspettando anche la valutazione ottobrina di Moody’s and company, che servirà ad aumentare il nostro credito internazionale. E pensare che l’Italia resta la settima nazione del mondo per economia e industria, la seconda d’Europa, e la prima per il manifatturiero metalmeccanico di precisione. Economia reale, alla faccia dell’incompetente Di Maio e accoliti. E quello che il ministro testé citato racconta del bilancio a saldo tra contributi italiani all’UE e somme restituite per obiettivi precisi di sviluppo? Lui parla di venti miliardi all’anno, mentre in realtà sono due e mezzo. E’ un falsario.

E poi abbiamo la situazione ambientale e infrastrutturale italiana, priorità assoluta, e non perché è crollato il ponte Morandi a Genova.

E poi ancora la crisi cognitiva e intellettuale, il rischio (per il momento scongiurato) di avere ministri dell’istruzione come la signora Fedeli (che Iddio ne scampi e liberi!), e la connessa crisi etica. Batto su questo e mi batterò finché ne sarò in grado. Confido per non poco tempo.

Tre sesquipedali idiozie: a) come il quotidiano Il manifesto ha trattato Marchionne; b) la denunzia dell’Italia della signora Josefa; c) la scritta “frocio” sullo scontrino fiscale e il successivo can can

Caro lettor domenicale,

chi mi legge sa che non esito a scrivere cose ritenute politicamente scorrette, secondo i criteri radical chic molto diffusi soprattutto a sinistra, tra politicanti minoritari arancioni o rosè (tra questi non c’è il comunista Marco Rizzo, che ha tutta la mia stima) à la Boldrina, cineasti giovani e meno, scrittori alla moda à la sapete chi, conduttori televisivi strapagati come Fazio e Augias, campioni sportivi ignoranti, giornalisti benestanti, preti monotematici e tristissimamente compresi del loro “eroismo” come don Ciotti, capi di Organizzazioni Non Governative come Open Arms, e altri.

Ho tre esempi di questa insopportabile tendenza: a) come Il Manifesto, quotidiano comunista, sta trattando la grave malattia di Sergio Marchionne; b) la denunzia penale della signora Josefa, camerunese, dell’Italia e della Libia per omissione di soccorso; c) l’enfasi posta su un comportamento omofobo da parte di un cameriere, che ha dato del frocio a un cliente scrivendolo sulla ricevuta fiscale. Di seguito tre commenti sui tre argumenti.

Nella sua brillante iconografia di prima pagina, senz’altro storicamente intelligente e ironica, questa volta Il Manifesto ha fatto schifo: foto di un Marchionne immalinconito e frase di questo tipo “e così Fiat“, dove quasi, echeggiando la formula liturgica “e così sia“, si sottende la morte del manager scherzando in modo insopportabile sulla vita di un uomo, considerato dalla linea editoriale dell’elegante quotidiano, un nemico.

Apprendiamo dalle tv, dalla stampa e dal web, che Open Arms, e la signora Josefa, le cui condizioni evidentemente permettono di avviare una vertenza penale, starebbero per denunziare Italia e Libia per omissioni di soccorso in mare dove c’erano persone in pericolo di vita. Quante centinaia di migliaia di persone ha salvato l’Italia in questi anni, caro signor nessuno di Open Arms e signora Josefa? Ecco perché anche Salvini continua a sbagliare con i suoi comportamenti che, in un mondo smemorato, pare facciano l’opinione storico-morale sul comportamento italiano in tema. Cosa ne sa lei Josefa dell’Italia? Chi la pilota ora che una visibilità planetaria e a che pro?

Terzo episodio: a Roma un cameriere idiota scrive sulla ricevuta fiscale di una cena per due, due giovani, molto giovani, coppia omosessuale, “frocio”, viene licenziato, ma per l’associazione gay  non basta: per costoro le autorità, cioè il sindaco Raggi, dovrebbero revocare la licenza al ristorante. Ma siete fuori di senno? Intanto, da un punto di vista gius-lavoristico il comportamento del cameriere avrebbe dovuto prevedere una contestazione disciplinare ex articolo 7, comma 2, della Legge 300/70 Statuto dei diritti dei lavoratori e, e come sanzione disciplinare, tuttalpiù una sospensione dal servizio e dallo stipendio di una o due giornate. Questa sanzione a parer mio e anche di un paio di autorevoli legali, miei amici, sarebbe stata proporzionata al fatto. Possibile non sia evidente a una mente normalmente pensate che si è trattato di una stupida goliardata, non di un enfatico “attacco ai diritti”. Immagino gli squilli di trombone di un Rodotà redivivo. Che noia.

Tre episodi che mi hanno fatto imbestiare per la loro stupidità, la loro idiozia, ma anche per l’insostenibile leggerezza interpretativa dei media e dei vari soggetti interessati.

Mi leggono migliaia di frequentanti questo sito ogni settimana, ma questa volta vorrei fossero milioni, perché non vedo in giro commenti come questo mio, soprattutto da sinistra, ché io sono lì da quelle parti veramente, a differenza dei radical chic che citavo sopra, anzi costoro sono di quella sinistra che non riesce più a parlare alle “masse”, che perde voti, capace solo di lamentarsi con sussiego e la puzza sotto il naso. Continui così anche su temi come quelli sopra commentati e il suo destino è segnato. Avanti con i diritti civili e il nulla su quelli sociali, in un mondo che è diventato competitivo con furia, cara sinistra auto-estinguentesi.

Resto sul mio, tengo il mio libero pensiero socialista riformista e raziocinante, lontano mille miglia da palloncini gialli, magliette rosse, manifestazioni trite, pura retorica solidaristica, e guardo al concreto real-vero del lavoro, della paziente formazione, dello studio e dei commenti in-formati, cioè provvisti di forma, denunziando le sgangherate semplificazioni dei populisti, così come gli scandalizzati strapparsi le vesti del ben-pensanti politicamente corretti, che sono non solo inutili, ma terribilmente noiosi, e quindi pericolosi.

I professionisti della percezione sono gli stessi professionisti che predicano lo sfascio

Diminuiscono gli omicidi, di tutti i generi (compreso l’orrido atto chiamato con lo stupidissimo neologismo di femminicidio), le rapine, i furti, gli arrivi di migranti (cf. dati Istat e Censis), ma il comune sentire, cioè la percezione è come se i fenomeni andassero al contrario di quanto e come informano affidabilissime statistiche. Certo è che se il delitto tocca a qualcuno, e tocca sempre a qualcuno di preciso, questi ha la sensazione che le cose vadano malissimo, che tutto stia peggiorando. E non è vero.

Peraltro, tutto ciò è anche una diminutio per la percezione come fase psico-dinamica dell’intelletto umano, come ben sapevano gli antichi pensatori, quelli moderni e gli psicologi contemporanei, ed è un aspetto molto importante per la conoscenza, e non deve essere svilita con delle accezioni improprie. Non dobbiamo neanche sottovalutare le ricerche neuro-scientifiche che ci spiegano come la parte emotiva del sistema nervoso vada vista addirittura nella sua dimensione paleoantropologica ed evoluzionistica (cf. Antonio Damasio, Lo strano ordine delle cose, ed. Adelphi), che ci mostra come l’istinto o le emozioni, per modo di dire, costituiscano un’area di sviluppo da centinaia di milioni di anni, e quindi presente perfino nei monocellulari e nei batteri primordiali. E qui mi scusino gli specialisti se non sono preciso.

Che dire dunque? Che la ragione spesso non funziona proprio, sopraffatta dalle emozioni e dai sentimenti, e anche dalle passioni, che non sono sinonimi. Infatti, se la ragione è la facoltà che deve indirizzare l’agire umano secondo criteri rispondenti a una funzionalità e a un’etica rispettosa della vita umana, le emozioni e i sentimenti sono moti dell’anima non controllabili dalla ragione, e ancora più potenti, come abbiamo visto in altri post, sono le passioni, tra le quali la più forte è l’amore. Tutti sanno che l’amore non si fa inizialmente dominare da alcun ragionamento logico, come ben sapevano anche gli antichi pensatori. Addirittura Platone erge eros a dominatore di tutto l’agire umano. Gli stoici consideravano sentimenti ed emozioni come moti negativi dell’anima, da combattere e da vincere. Aristotele riteneva che le passioni dovessero essere moderate dalla ragione, dando un indirizzo al pensiero successivo, fino a sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, Immanuel Kant e molti moralisti contemporanei, come Amartya Sen.

Le passioni sono -insieme con le emozioni- la parte della spiritualità umana che dà calore e colore allo stile di vita, ma senza l’uso della ragione che le illumina può far sì che il soggetto perda il controllo delle proprie azioni e faccia del male a sé e agli altri. Si può dire che senza passioni, emozioni e sentimenti l’anima umana è come “morta”, ma non se ne può lasciar completamente dominare. Perfino dall’amore: la più forte delle passioni, l’amore, deve essere ciò che muove le azioni umane dando loro verità e sostanza, ma si deve considerare alla luce di una riflessione che tenga conto di tutto l’equilibrio delle scelte e delle azioni umane.

Invece, chi predica soltanto il male, chi percepisce solo negatività, i giornali e gli altri media che titolano ogni notizia al peggio, e scrivono a volte peggio del titolo, non curando la veridicità delle fonti, i politici che non si documentano con giuste avvertenze o che si oppongono verbalmente a ogni iniziativa anche ragionevole degli avversari politici, che così diventano solo nemici, chi suggerisce, direttamente o indirettamente, di pensare male ché conviene, non solo non usa la ragione come governo politico (Aristotele) delle passioni, come cavallo raziocinante che guida il cavallo dell’ira e il cavallo del bruto desiderio (Platone), ma disprezza i sentimenti stessi, che in tal modo decadono a istinto, così come le emozioni e le passioni.

Chi non riesce o non vuole distinguere le idee buone da quelle meno buone non basandosi sul merito di esse, su un giudizio avvertito e razionale, fondato sulla competenza e su una buona documentazione, ma sull’incompetenza, l’improvvisazione o addirittura sull’odio (non dimentichiamo che l”odio è la passione contraria all’amore, secondo i grandi filosofi citati sopra), non solo non fa l’interesse dei suoi amici/ ascoltatori/ lettori/ elettori/ allievi, ma è in sé disonesto intellettualmente, e tanto più disonesto se ha i mezzi intellettivi per non militare a scatola chiusa per una tesi preconcetta, piuttosto che per un’altra che, se opportunamente analizzata, potrebbe risultare più corretta o comunque migliore di quella scelta irragionevolmente o superficialmente.

E dunque, come ho scritto nel titolo, i professionisti della percezione sono i professionisti dello sfascio, innanzitutto del proprio intelletto e della propria morale, o etica della vita. Sono disonesti e stupidi.

Quanti ne potremmo avere in elenco? Moltissimi, di cui parlo molte volte con severità in questo sito, anche recentemente, proprio qualche giorno fa, mio caro lettore, basta tu vada indietro di poco, e che non ripeto.

Conoscevo Pierre Carniti

Non solo lo conoscevo e lo stimavo, ma voglio scriverlo qui, a beneficio dei miei lettori, e anche dei sindacalisti oggi operativi, a volte immemori che ho avuto diverse vite, tra cui una atta a consentirmi di lavorare con persone che hanno “fatto la storia” del sindacato, come Pierre Carniti.

Verso il 1980 entravo in quel mondo “socio-politico” da ragazzo studente lavoratore, mentre Pierre veniva eletto segretario generale della Cisl. Nei primi anni lo vedevo da distante, ma quando entrai da segretario friulano negli organismi nazionali un lustro dopo, lo vidi spesso. Uscito dal sindacato ebbi modo di incontrarlo ancora, come racconto più sotto.

Carniti era nipote di Alda Merini, buon sangue creativo. Inizia nel sindacato Cisl a vent’anni, come operatore nella zona industriale  Sempione di Milano. Nei primi anni Sessanta spinge per una contrattazione articolata e diventa segretario dei metalmeccanici, la Fim. Il suo spirito è immediatamente unitario verso Cgil e Uil. Nel 1965 è segretario nazionale della Fim e nel ’70 ne viene eletto segretario generale. Nel 1977 è segretario generale aggiunto della Cisl, per assumerne la guida nel ’79 e fino al 1985.

Il suo tormento, ma anche la dimostrazione di coerenza e ottimismo della volontà è l’accordo di San Valentino nel 1984, che taglia quattro punti di contingenza, fortemente voluto da Bettino Craxi per calmierare l’inflazione. Io c’ero e, come lui in altri modi , mi beccai il titolo di “servo dei padroni” davanti a più di mille operai della Zanussi di Porcia, da parte di un imbecille che allora seguiva i metalmeccanici della Cgil. Questi poi ebbe modo di dar prova evidente del suo opportunismo egoistico in aziende cooperative.

Il referendum abrogativo promosso dal PCI e dalla componente comunista della Cgil, con un segretario, Lama, lacerato dalla divisione nel sindacato, registra la vittoria della linea Carniti e… mia. Faccio per dire. Una vittoria della ragione, forse.

Erano i tempi in cui le Brigate Rosse facevano politica con le pistole, e uccidevano persone come il professor Ezio Tarantelli, consigliere di Carniti, cattolico progressista e giurista rigoroso. Uscito dal sindacato, Pierre, vicino ai socialisti, non si piega mai a convenienze di partito. Troppo idealista? No, realista progressista come me, che rifiutai verso la metà degli anni ’90 offerte di lavoro convenientissime, quando -senza paracadute politici e cooperativistici- come molti miei colleghi, se queste offerte offendevano la mia coscienza. Eroismo? No, ancora una volta un sano realismo dell’onestà. Lo ho sempre per certi versi a me ritenuto affine, anche se lui era una terza media, ma valeva più di molti laureati. Io lo ero, avevo studiato lavorando, uno dei pochi dirigenti “studiati” nel sindacato. Carniti era naturalmente colto, non come i pretenziosi odierni politicanti , che pretendono quasi si creda possiedono una sorta di scienza infusa, come quelle pentecostale dei dodici apostoli gesuani, a loro certamente ignota.

Con Ermanno Gorrieri, Carniti e altri, fondano nei primi anni ’90 gruppi di lavoro ispirati a “princìpi etico-politici di difesa della vita umana, della prole, della dignità umana, del lavoro, della democrazia, della famiglia, della libertà, della fraternità, della equità, della solidarietà, del rispetto delle culture delle altre persone da considerare come opportunità per un dialogo ed un confronto, vissuti come fonti di possibilità di incontro e di arricchimenti umani reciproci, del non impedimento nell’affermazione della propria identità e nel relazionarsi, della rivendicazione delle differenze (ognuno è differente dall’altro ma con eguali doveri e diritti) e del conflitto, non violento, nei confronti della società del capitalismo materialista-consumista causa, fra l’altro, di inaccettabili ed enormi disparità fra le persone e le popolazioni” (dal web) con cui ho dialogato anch’io, a lungo. I suoi Cristiano Sociali sono stati infatti tra i fondatori dei Democratici di Sinistra e del Partito Democratico, cui forse ora manca proprio quell’ispirazione autentica.

Con Pierre partecipai come relatore a due meravigliosi seminari, e c’era in uno anche l’amico Alex Langer, a Spello e a Bolzano: allora si parlava di ambiente e industria, di questo difficile rapporto, che non può mai diventare uno sposalizio, perché attraversato da intrinseche tensioni e torsioni tra interessi, convenienze e obblighi. Ma con il sindacalista asceta, ebbene sì, asceta, cioè capace di esercitarsi laicamente senza farsi condizionare neppure dalla sua cultura cattolico-democratica e socialista libertaria, si ragionava senza restare mai prigionieri di schemi e di pregiudizi. In piena libertà.

Grazie e ciao Pierre, mio buon amico.

…e ora vediamo se Salvini sarà capace di fare meglio di Minniti (a cui, afferma, chiederà come si fa a fermare i migranti, ma come, allora anche il governo cessante era abbastanza bravo!) se Di Maio meglio di Calenda, ché meglio di Poletti non avrà problemi a fare, anche se, afferma, che il suo obiettivo personale è “migliorare la qualità della vita degli Italiani” (ingenuità o dabbenaggine?): in nome della cara Patria Italia, auguri!

Caro lettore,

finalmente, dopo quasi novanta giorni di polemiche talora stupide se non penose, abbiamo il Governo della Repubblica Italiana. Non conosco la maggior parte dei ministri, ma auguro buon lavoro a tutti, anche a Toninelli, che ha detto spesso cazzate sesquipedali, e ai due vice premier che sono la rappresentazione -differenziata- del non-sense politico serio, e non aggiungo altro, perché non smentisco un et di quello che ho scritto di loro nei tre mesi scorsi.

Vediamo se ora il pensiero dei due e dei loro militanti politici e seguaci si sposta sulle tematiche vere del popolo italiano, sull’economia, sulla società, sulla giustizia, sul diritto alla conoscenza, sul futuro concreto della nostra bella Nazione, dal pensiero volto prevalentemente a un eventuale voto e all’incremento di suffragi da realizzare. Bravo presidente Mattarella che anch’io, qui nel mio piccolo, ho sostenuto. Ho visto anche che dopo la mia lettera inviatagli, ha iniziato a utilizzar meno il termine “paese” per dire Italia, ma di più riferimenti all’Italia, agli Italiani, alla Repubblica, se non alla Patria o alla Nazione, etc. Ah (sorrido), Di Battista può tranquillamente rimanere in America, non credo manchi alla Patria, a me no certamente.

Ora invierò la lettera anche al prof Conte per vedere se condivide la mia proposta. Caro lettore, trovi la lettera in questione se vai indietro di un mese e mezzo circa.

I temi sul tavolo del nuovo governo sono molti e difficili, per cui preoccupa l’approssimazione e la banalità dei contenuti del famoso “contratto” tra i due partiti che ora hanno la responsabilità di guidare l’Italia. Una considerazione: come si fa a prevedere un surplus di spesa per circa 108 miliardi per il primo anno, con una copertura specifica di meno di un duecentesimo scarso della cifra (cioè con 500 milioni di euro)? Dove si andrà a prelevare il restante denaro? dalle solite tasche degli Italiani, da nuove tasse o accise, dall’evasione fiscale di cui si strombazza a ogni appuntamento elettorale, dalla riduzione dei costi della politica? Mi pare ci sia, come si dice, molta fuffa in tutto ciò, ovvero approssimazione e dilettantismo.

Accadrà certamente che quasi tutti i sogni di gloria dell’alleanza M5S e Lega saranno accantonati silenziosamente, a partire dalla improponibile Flat Tax e dal Reddito di cittadinanza, due esempi di misure ontologicamente e reciprocamente contraddittorie, perché l’una richiede maggiori uscite e l’altra prevede minori entrate: come a dire di poter fare di più con meno, che neanche un bambino…

Anche per questo Salvini voleva lucrare al più presto la sua furbissima credibilità con nuove elezioni da tenersi al più presto e Di Maio, consapevole -finalmente- di essere stato messo nel sacco dall’Asterix padano, no. Si pensi: il pensiero sommo di tutti e due, anche se a geometria variabile, altro non è stato che il potere per il potere, come nelle precedenti “repubbliche”, che poi non è mai del tutto vero, ma un po’ vero lo è, sempre. Il potere non negativo in sé, ma lo può diventare per come lo si esercita e per i fini per i quali lo si esercita. La differenza la fa la qualità delle azioni umane, lo spirito, il cuore di chi agisce. La moralità delle azioni è data dall’interiorità, dalle intenzioni, come insegnava il Maestro nazareno (cf. cap. 5 Vangelo secondo Matteo).

I danni che hanno fatto i due dilettanti solo nell’ultima settimana solo il Padreterno quantificarli, o il suo CFO, che probabilmente sarà Paolo di Tarso o San Benedetto, forse meglio.

Questi due hanno scambiato il governo per un gioco di monopoli, il bimbo napoletano di più, ma anche il ragazzo un po’ in carne della Lombardia. E” drammatico che la democrazia rappresentativa, quando opera con leggi elettorali così idiote, pensate e scritte da minus habens come i suoi autori omonimi. Bisognerà provvedere affinché non accadano più cose del genere.

Altra cosa: anche la stampa deve smettere di raccontare cazzate, di riferire amenità e falsità, di commentare con un rancore, così come i potentati politici alla Juncker, prima di parlare dovrebbero controllare il tasso alcolico: nel suo caso si vede dalla pelle vizza di un uomo non vecchio del ’53 che è un forte bevitore, che però non “tiene” come Churchill, e così va nel pallone del suo minuscolo Lussemburgo. Così dal pomposo e panzone e vino tinto capelli di Barroso si è passati a questo giocatore di briscola prestato alla politica che parla come se battesse il fante all’osteria.

Passando in rassegna i nuovi ministri, forse qualcosa di buono c’é, ora lavorino sodo confrontandosi senza ideologismi e rabbia in Parlamento anche con chi non li voterà. Alla guida dei due rami ci sono due persone che personalmente gradisco di gran lunga rispetto ai predecessori. Un Fico al posto di Boldrini mi sta non bene, benissimo, così come la signora Casellati al posto di un Grasso… ma chi ha pensato che poteva essere un leader politico quest’uomo spento? Bersani? ma sei fuori? D’Alema? Non posso crederci. Forse quei quattro gatti di ex vendoliani o possibilisti civatisti. Lo ripeto, a questo sinistrume ridicolo capitanato dalla fervida Boldrina preferisco il vecchio compagno Marco Rizzo, comunista all’antica.

Buona fortuna prof Conte. Faccio il tifo per lei.

Finalmente forse forse forse… un governo arriva (o non arriva) a giorni per questa nostra Repubblica Democratica e cara Patria Italia, NON PER IL “PAESE”!!! cz. (speriamo non sia di scalzacani, ma il rischio c’è, visti i mentori)

Non avrei mai pensato di collocare Berlusconi in una certa qual cauta gradazione dalla parte delle mie simpatie (o quasi), perché vi è stato un lungo periodo, dal ’94 a un paio di anni fa in cui lo ho letteralmente aborrito, come figura, come postura, come lessico, come politico, come persona. Devo dire, però, mai come imprenditore, dei cui comportamenti, viste le mia attività, ho avuto spesso notizie di prima mano, e non negative, soprattutto circa il trattamento delle sue aziende verso i dipendenti e collaboratori. Ricordo soprattutto il racconto di un amico che non c’è più, editore di un mio amato libro, Il Viaggio di Johann Rheinwald, che quando fu assunto in una posizione di dirigente in Mediaset trovò in albergo -il primo giorno di lavoro- un bellissimo vestito completo grigio brillante scuro e un bel paio di scarpe nere, dono del presidente. Paternalismo? chiesi, no, gentilezza mi disse Giancarlo, che era di sinistra.

Il fatto è che oramai il cosiddetto benchmarking, o confronto, non lo si fa più con le storiche dignitosissime e spesso grandi figure di un Moro, di un Nenni o di un Berlinguer, e di Craxi che il tempo oramai passato fa stagliare nella sua giusta dimensione di statista vero (non dimenticare, mio gentile lettore, i fatti di Sigonella quando Craxi mostrò a Reagan nell’ottobre del 1985 che se gli USA schieravano i Delta Forces in territorio italiano, il Capo del Governo italiano poteva farli circondare dai Carabinieri!) e men che meno con quelle di un Turati e di un De Gasperi: oggi fai il confronto con pistolin Di Maio (così lo chiama il sempre spiritoso Vittorio Feltri), convinto che la Russia sia un paese mediterraneo e vuole fare il ministro degli esteri, e con lo sboccato (da qualche giorno di meno) Salvini, emulo del Bossi primitivo, sempre comunque a lui superiore, perché il modello, come insegna Platone, è sempre meglio dell’imitazione. E dunque, Berlusconi mi è diventato un poco simpatico per confronto con altri politici e per ragionamento. Vediamo  che cosa succede ora e che ruolo si ritaglierà nella nuova situazione politica, credo un ruolo non secondario, visto il tipo che è e i limiti evidenti e in qualche modo clamorosi, cognitivi, intellettuali e culturali dei nuovi “capi”, digiuni del tutto o quasi di ogni nozione storica, giuridica e socio-politologica.

Ora vediamo soprattutto gli altri cosa faranno e mi auguro, per il bene della Patria nostra, che qualcosa riescano a fare. Che il Governo nasca e si metta a lavorare seriamente, da subito, in Italia e in Europa, facendo sentire la voce della seconda nazione industriale dell’UE, senza imitazioni macronian-mayane o merkeliane. Facciamo l’Italia, perdio! Rispondiamo a tono a Donaldo Tromba, che sembra ogni giorno che passa un grosso vecchio bambino capriccioso, con il broncio del viziato fin dalla nascita. Questo vuol porre dazi alle merci importate, imporre politiche estere nefaste come quella contro l’Iran, che non è la Corea del Nord, dove sembra aver funzionato il suo muso duro, ma il bamboccio di Pyong Yang non è Kameney e neppure Katamy, che sono personaggi, se pur di diverso orientamento tra radicale e moderato, di lunga lena islamica. Pare che voglia ri-fare un accordo. Gli Americani dovrebbero studiare di più la storia dell’Europa e del mondo, ma le loro sapientissime università sfornano a manetta pacchi di specialisti ignorantissimi, ossimoro plausibile, contraddizione in termini ma specchio della realtà. Salvo rare eccezioni, come il generale Petraeus, noto per la sua capacità di leggere proficuamente la situazione afgana, i loro ufficiali, anche alti in grado, non sono neanche da paragonare ai nostri, che sanno dialogare con i capi tribù e con i maggiorenti delle nazioni diverse afro-asiatiche. Anche la vicenda libica degli ultimi anni, fino alla morte di Gheddafi, la dice lunga, in questo caso, sull’ignoranza crassa di Obama, presidente pessimo in politica estera, che si fatto trascinare nell’avventura da quello sciagurato presidente francese Sarkozy, sì, proprio quello che prendeva per il sedere Berlusconi, complice frau Merkel. Ricordiamoci anche l’infame avventura della seconda guerra dell’Irak, dove i due potenti idioti Bush&Blair hanno in pratica creato le condizioni per l’insorgenza dell’Isis. Coglioni. Ecco, il nuovo Governo italiano deve avere le carte in regola per fare politiche non prone e succubi di questi poco credibili partner.

Per quanto riguarda l’Italia, occorrono politiche semplici e chiare di carattere sociale e fiscale: non il “reddito di cittadinanza”, misura ambigua e diseducativa sotto il profilo etico e sociale, ma sostegno al reddito in formazione lavoro, flessibilità Jobs act e sua gestione condivisa per quanto possibile tra aziende e sindacati un po’ più evoluti degli attuali: basterebbe che queste organizzazioni, così utili se sono serie e preparate, tornassero a darsi -se ci riescono- gruppi dirigenti come quelli, almeno degli anni ’60/ ’80, ma occorre un profondo ripensamento organizzativo e l’abbandono delle sinecure e delle rendite di posizione di gruppi dirigenti invecchiati e oramai obsoleti. Io ne ho fatto parte negli anni migliori (1979/ 1993), ma ero diverso per cultura e formazione politica, e oggi me li trovo come interlocutori molto spesso non all’altezza delle tematiche in gioco, a volte arroganti, presupponenti e ricattatori, non avendo io “voltato nessuna gabbana”, ma essendo sempre quel socialista riformista che ero e che i titolari di azienda comprendono e apprezzano come approccio: tant’è che sono stato nominato in più aziende Garante degli aspetti etici dell’agire aziendale. Il fatto è che io ho continuato a studiare sempre raggiungendo importanti traguardi accademici, e loro no. Diversi di loro, se non sono invecchiati nel sindacato, hanno trovato delle garanzie economiche e di prestigio sociale nel mondo cooperativistico o nella politica. De mediocritate numquam satis.

Occorre che il nuovo governo curi la scuola non come voleva fare l’improbabile ministro Fedeli, che grazie a Dio è scaduta, non confondendo la formazione culturale e morale con l’addestramento: il rapporto scuola-lavoro non può mescolare impunemente gli ambiti e i piani, ché la scuola e l’università, nel rapportarsi con il mondo delle imprese non possono smettere di essere il luogo della formazione e della crescita umana e culturale, per diventare mera propedeutica quasi addestrativa al lavoro. Ben vengano i tirocini e gli stage, ma sempre finalizzati a progetti precisi e creativi collegati al curriculum di studi concordato con i docenti tutor di facoltà e dipartimenti, oltre che con le direzioni HR delle aziende.

La sanità pubblica va rinforzata in maniera selettiva nella sua presenza territoriale, mantenendone la gratuità totale per i redditi bassi e le malattie più gravi, ma anche impegnando nel pagamento di oneri indiretti, ad esempio l’albergaggio per ricoveri ospedalieri chi può permetterselo: in altre parole il welfare sociale deve essere proporzionato ai redditi accertati, come ho scritto in altri pezzi precedenti.

Partecipare al welfare sociale in modo equo significa anche studiare un fisco meno esoso e più giusto, in un equilibrio che permetta di esigere tasse progressive, ma senza punire chi guadagna di più della media per merito. Ebbene sì, parlo anche di me, che pago salato fino all’ultimo centesimo su ciò che guadagno, tutto fatturando.

I diritti civili non possono essere condizionati da una ricerca scientifica che permette progressivamente qualsiasi cosa perché possibile, senza alcun filtro di analisi etica. I diritti non possono essere scanditi e sanciti dalla mera ricerca scientifica senza alcun filtro, e sto pensando soprattutto alle maternità surrogate e cose simili. Il diritto deve derivare da un’etica ben declinata, non dalle scoperte scientifiche. L’Homo sapiens non può pensare che tutto sia possibile fare, solo perché è possibile farlo, anche se non lecito, altrimenti è destinato all’autoestinzione, come ben spiega l’antropologo Harari, israeliano di Oxford, nel suo Sapiens. Da animali a dei. Breve storia dell’umanità, recentemente edito da Bompiani.

Sullo ius soli occorre procedere senza indugio, distinguendo dentro il fenomeno migratorio e difendendo l’Italia da chi vuol approfittarne per farne rifugio di male intenzionati e terroristi.

Insomma, sia chi sia il nuovo premier, confido che il presidente della Repubblica insedi un ministero di persone competenti e capaci di ascolto e di proposta, con un Parlamento che lavori assiduamente.

Il buon governo, se non procura del tutto la felicità dei cittadini (sto scherzando) che è affidata anche alla dopamina e agli altri principali neuro trasmettitori  sviluppati da ogni cervello, può comunque contribuire all’equilibrio delle persone, come spiegano i biologi e i neuro-scienziati, e come sperano sia le persone pensanti di ogni colore e cultura, e storia personale. Auguri alla nuova maggioranza, e che sia assistita dallo Spirito, mentre chi farà opposizione la faccia con intelligenza e non per partito preso, ma su questo ho quasi meno fiducia, guardando le facce da gregari dei Rosato, delle Boschi e di altri di vari generi e specie di politicanti, soprattutto interessati a non perdere lo scranno ben pagato che hanno conquistato in liste chiuse previste da una vergognosa legge elettorale, di cui i due citati ignorantissimi politici sono tra i principali autori.

NESSUNO HA VINTO LE ELEZIONI POLITICHE DEL 4 MARZO 2018, ovvero “Rigore è quando fischia arbitro” (Vujadin Boškov, allenatore della Sampdoria Campione d’Italia ’90/ ’91)

Mio caro lettore,

cito un allenatore di calcio che, se messo a confronto con i politici attualmente in auge in Italia, farebbe la figura di un intellettuale di prim’ordine. I politici sottintesi sono dunque, ovviamente, Di Maio e Salvini in primis, e in secundis alcuni della legislatura che non riesce a finire, tipo Boldrini, Grasso e altri di tutti e tre o quattro schieramenti, lasciando perdere i Meloni e affini.

Voglio ricordare ai lettori miei che non seguono il calcio, che Boskov allenava la Sampdoria di Mancini, Vialli, Briegel e Cerezo tra altri giocatori di vaglia, quella che vinse l’unico scudetto della sua storia e arrivò in finale di Coppa Campioni perdendola dal Barcellona. Boskov è stato dunque, sul suo, molto autorevole ma, da questi assunti, lo è stato anche più in generale, e certamente più dei troppo volte citati soliti perfin troppo noti. Ma scompariranno alla vista tra non molto, mi par di poter dedurre dai fatti.

Potrei anche parafrasare il detto boskoviano in questo modo, e forse i poveretti sopra citati mi capirebbero “Elezioni vince chi ha maggioranza“.

Qualche fine esegeta della politica, ma anche solo chi abbia una qualche conoscenza del mondo ex comunista potrebbe dire che Boškov aveva in qualche modo introiettato il modello centralista-autoritario tipico dei regimi di quell’area e di quel tempo, per cui si ubbidiva (si doveva, anche obtorto collo) al Partito, al Primo Segretario, al Presidente, cosicché, magari a livello inconscio, nell’ambito di una partita di calcio quel ruolo era dell’arbitro. In ragione di ciò… “E’ rigore quando arbitro fischia”. Tranquillo, oggettivo, reale, vero.

E, secondo l’entimema (l’entimema è un sillogismo abbreviato che esprime una logica inferenziale -cioè deduttiva- immediata) derivante dal primo sillogismo di Aristotele, siccome nessuno dei partiti o coalizioni ha ottenuto la maggioranza (se non relativa) il 4 marzo scorso, checché ne farfuglino i due principali su notati, NESSUNO HA VINTO LE ELEZIONI POLITICHE DEL 4 MARZO 2018. Secondo Boskov e secondo la logica del grande Stagirita e nostra, tuttora corrente. Ma non per Di Maio e Salvini. Ma cz, caro lettor mio, se sei un elettore di quei due, ti sei accorto che non ci arrivano proprio, o no? E, comunque, non ti sei accorto che la loro ignoranza è continuamente stimolata da altrettanta presunzione, in un oramai inarrestabile circolo vizioso? Se del caso e se ci tieni alla loro fama (usurpata) potresti consigliargli un testo sacrosanto che qui ti indico ben volentieri: Pragmatica della comunicazione umana, di Watzlawick, Beavin e Jackson, edito da Astrolabio. Si tratta di un testo non facilissimo, per cui potrebbe essere utile un aiutino interpretativo-esegetico, del quale ti farei dono a-gratis, per interposta persona. A fin di bene, s’intende, per il loro bene, e anche per il tuo.

Parliamo  per due righe o poco più di Renzi, anche lui campione di semplificazioni sesquipedali. Il giovine di Rignan sull’Arno non brilla di molta coltura della mente. Iersera, anche lui, da quell’ironico falsetto conduttor di Fazio: Il M5S e la Lega hanno vinto (e dàie!), e dunque governino, il PD ha perso e quindi stia all’opposizione. Prima di tutto, dear Renzi, il M5S e la Lega NON HANNO VINTO, e comunque il PD è arrivato secondo dietro Casaleggio&Grillo (devo cominciare a non nominare più Di Maio, come se fosse un chierichetto o un dèmone, a proposito, lui veste come insegnava a fare Togliatti: gli oppositori devono essere -o sembrare- esteticamente come i funzionari dello Stato, per non destare inquietudine nel popolo), secondariamente, perché da segretario dimissionario va a dare la linea in tv quando è convocata la Direzione tra un paio di giorni? Certo, non è colpa sua se esistono in “renziani”, i quali, in quanto tali, sono dei sacrosanti poveri beoti che amano l’etero-direzione.

Ci sono al mondo i maschi “Alfa” e i gregari: ecco, uno come Renzi, ma ne conosco altri, e non pochi, che amano circondarsi da gregari, perché, non avendo un’autostima equilibrata, teme che il proprio potere venga messo a repentaglio da altri maschi “Alfa”. Ad esempio, è anche per questo che io preferisco da sempre, salvo un caso eccezionale riferito alla maggiore azienda della regione, una multinazionale dove son stato Direttore delle Risorse umane del gruppo, la Consulenza direzionale e la Moral Suasion, alla Dirigenza aziendale: da maschio “Alfa” preferisco preservare le mie energie alla creatività e ai fatti, piuttosto che alle lotte di potere. A proposito, nella mia esperienza ho incontrato anche delle donne “maschi Alfa” e, attenzione, erano ben più caz.ute della povera Boschi.

Ooooh, il-facilmente-licenziabile-per-statuto dalla Casaleggio&C (da ora in avanti chiamerò così Di Maio, anche se sarà più faticoso), dopo avere ascoltato l’intelligentissima intervista fazio-renziana, ha sbottato, o sbroccato, essendogli partito l’embolo (e ciò non è una excusatio, beninteso) in questo modo: “La pagherete“, suona camorristico o no signor Di Maio? Non le pare? No? E allora cosa suona? Bambinesco? Capricciesco? Beh, furfantesco senz’altro. Oppure echeggia il sessantottin-settantasettesco “Pagherete caro, pagherete tutto“?

Che cosa deve pagare il PD, caro facilmente-licenziabile-per-statuto ? Che fai, minacci? Ricatti? Come mai vuoi tanto metterti insieme in qualche modo con chi hai denigrato e insultato fino a qualche giorno fa? Hai cambiato idea o giudizio? Ti sei sbagliato prima o sbagli adesso? Non ne esci, my dear facilmente-licenziabile-per-statuto .

Un consiglio: riprendi umilmente a studiare, ma nell’ombra e parti dalla biografia di Vujadin Boskov.

L’Agenzia delle Entrate e la mia progressiva e certa (eh eh) umanizzazione

Racconto odierno, via Mentana 6, Udine, Agenzia delle Entrate. Ieri ricevo una citazione per mancato pagamento delle imposte di registro per una sede di agenzia del lavoro di cui avevo curato l’apertura nel 1999. Avevo la delega della società interinale a trattare a nome e per  conto suo locazioni, selezione di personale amministrativo e commerciale, assunzioni, pagamenti etc. Tra il ’99 e il 2004 ho aperto o implementato sei sedi aziendali, tre in Friuli (Udine, Pordenone e Maniago) e tre in Veneto (Mestre, Treviso e Verona). Si trattava di una delle sedi friulane. Nel 2004 non ho continuato la collaborazione con questa Spa (anche perché seguivo altre aziende industriali e tenevo i miei corsi universitari), che l’anno dopo sarebbe stata venduta a una società austro-tedesca, in seguito fallita, e questo fatto, come leggerai più sotto, mio gentile lettore, influirà sulla vicenda che sto qui raccontando. Ho fatto per loro un ultimo lavoro, andando a Bucarest dove ho selezionato venti infermiere professionali romene, che -contentissime- lavorano tuttora in Friuli, assunte dal 2007 a tempo indeterminato. Anzi, me le sono trovate nelle terapie, quasi a far a gara ad assistermi. Grate, bellissimo. Ricordo che una di esse, quando a ottobre 2003 percepì il primo stipendio italiano, al netto 1.450 euro, mi chiamò piangendo per dirmi che quei soldi in Romania li prendeva in un anno di lavoro. Bene. Il guaio che ha provocato la mia chiamata di correo dall’Agenzia delle Entrate per non aver pagato le tasse di registro è stato causato dalla mancata comunicazione della mia  cessazione di responsabilità da parte della società che mi aveva delegato a rappresentarla nel Nordest, per cui il mio nome risultava come soggetto tuttora operante.

Spiego ai due impiegati allo sportello, esibendo gli incarichi societari iniziali e successivi, loro analizzano lo strano caso e mi dicono: possiamo fare due cose, la prima è che lei vada a … (la località friulana dove avevo aperto la sede locale), parli con i colleghi che avvertiamo subito e, siccome lei è già qui potrebbe compilare la domanda di pagamento della sanzione (515 euro!), con riduzione di una parte (65 euro) per “ravvedimento operoso” (pensa, gentile lettore, io che mi ravvedo di una violazione amministrativa che non ho mai commesso, di fatto e, te lo dico subito, un anno fa, alla ricezione della busta verde sarei andato su tutte le furie… ecco che sono cambiato), e pagamento in tre rate di 150 euro a ottobre, dicembre e febbraio 2019. Accetto, compiliamo la domanda, firmo, mi danno una copia, li ringrazio e li saluto cordialmente, e me ne vado quasi fischiettando. Chi mi conosce dei miei lettori, dico personalmente, potrebbe pensare che sono diventato matto, Renato è irascibile e anche un po’ violento di natura, nonostante la… cultura. Io sono un uomo del popolo, figlio di Pietro operaio, plurilaureato e dottore di ricerca, ma un po’ selvaggio di carattere.

Per te che leggi, e anche per memoria mia, prima delle considerazioni finali, le più importanti, dico due parole sull’Agenzia delle entrate:  è una struttura pubblica dedicata a svolgere funzioni relative ad accertamenti e controlli fiscali nella gestione dei tributi. Ha l’obbligo istituzionale di  garantire gli adempimenti fiscali previsti dalla legge da parte dei cittadini; si occupa inoltre del catasto e dei servizi geotopocartografici e di quelli relativi alle conservatorie dei registri immobiliari, con il compito di costituire l’anagrafe dei beni immobiliari esistenti sul territorio nazionale sviluppando, anche ai fini della semplificazione dei rapporti con gli utenti, l’integrazione fra i sistemi informativi attinenti alla funzione fiscale ed alle trascrizioni ed iscrizioni in materia di diritti sugli immobili. Il contenzioso tributario è trattato di fronte alle commissioni tributarie, mentre la riscossione non volontaria viene effettuata dall’agente della riscossione. In sintesi, parafrasando ciò che si trova sul web, ma + affidabile, dice chi è del mestiere.

Nella mia vita personale e professionale non ho mai risparmiato critiche anche feroci al pubblico impiego, sempre auspicando e battendomi sindacalmente e nella formazione per una modifica radicale degli ordinamenti contrattuali della Pubblica amministrazione. In sintesi ho sempre detto e scritto che i pubblici dipendenti debbono avere una normativa di legge e di contratto come i dipendenti delle aziende private, operai, tecnici, impiegati e quadri, ed essere posti sotto l’egida della Legge 300/ 70 “Statuto dei diritti dei lavoratori“. Ma questi lavoratori dell’Agenzia mi sono sembrati diligenti, attenti ed efficaci come impiegati del settore privato, come amministrativi di un’industria metalmeccanica, ambienti che ben conosco e seguo dalla Danieli in poi. E prima nei vari ruoli sindacali avuti.

Durante la feroce crisi generale iniziata nel 2008 e durata fino a… oggi, per certi aspetti, sia come uomo d’azienda sia come consulente filosofo ho affrontato tanti casi di persone in gravissime crisi esistenziali: padri di famiglia che avevano perduto il lavoro, lavoratori sessantenni rimasti senza lavoro a cinque anni dal pensionamento ex legge Fornero, giovani che non trovavano lavoro, imprenditori travolti dalla crisi e famiglie di imprenditori che si sono suicidati. Una di queste famiglie la ho seguita per un anno intero, visitando casa loro una volta alla settimana, sostenendo la vedova e i tre figli: alla vedova e a un figlio ho trovato lavoro, al figlio minore ho fatto lezioni di latino portandolo dal quattro al sette in terza liceo scientifico, ho accompagnato la figlia maggiore più volte in tribunale per dirimere cause di affido dei due figli avuti da padri diversi. Tante cose, nella crisi, ho affrontato con determinazione, pazienza, e anche rabbia, sempre controllata.

Poi, alla fine dell’estate scorsa mi sono ammalato, ho combattuto, sempre lavorando, studiando, pregando, scrivendo, insegnando, con la solidarietà di molti, che mi ha sostenuto e contribuito a debellare il tumore insieme con i farmaci. Io sono cambiato sotto il profilo umorale-relazionale, sono migliorato, sono più paziente, più dialogico, più efficiente anche se soffro ancora non poco. Riesco a comprendere meglio e di più gli altri: la sofferenza mi ha dato nel concreto quello che gli studi filosofici non mi avevano dato. Mi dicono perfino che le mie lezioni e le mie conferenze sono più belle ed efficaci di prima. Sta per arrivarmi il link di una conferenza fatta al CRO di Aviano sul Valore morale del dolore che ti renderò noto, caro lettore. Un uomo migliore, spero, anche per chi mi conosce e mi legge qui. Grazie, grazie, grazie a tutti, e all’Onnipotente Dio che mi guarda come si guarda un figlio.

« Older posts Newer posts »

© 2020 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑