Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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L’Agenzia delle Entrate e la mia progressiva e certa (eh eh) umanizzazione

Racconto odierno, via Mentana 6, Udine, Agenzia delle Entrate. Ieri ricevo una citazione per mancato pagamento delle imposte di registro per una sede di agenzia del lavoro di cui avevo curato l’apertura nel 1999. Avevo la delega della società interinale a trattare a nome e per  conto suo locazioni, selezione di personale amministrativo e commerciale, assunzioni, pagamenti etc. Tra il ’99 e il 2004 ho aperto o implementato sei sedi aziendali, tre in Friuli (Udine, Pordenone e Maniago) e tre in Veneto (Mestre, Treviso e Verona). Si trattava di una delle sedi friulane. Nel 2004 non ho continuato la collaborazione con questa Spa (anche perché seguivo altre aziende industriali e tenevo i miei corsi universitari), che l’anno dopo sarebbe stata venduta a una società austro-tedesca, in seguito fallita, e questo fatto, come leggerai più sotto, mio gentile lettore, influirà sulla vicenda che sto qui raccontando. Ho fatto per loro un ultimo lavoro, andando a Bucarest dove ho selezionato venti infermiere professionali romene, che -contentissime- lavorano tuttora in Friuli, assunte dal 2007 a tempo indeterminato. Anzi, me le sono trovate nelle terapie, quasi a far a gara ad assistermi. Grate, bellissimo. Ricordo che una di esse, quando a ottobre 2003 percepì il primo stipendio italiano, al netto 1.450 euro, mi chiamò piangendo per dirmi che quei soldi in Romania li prendeva in un anno di lavoro. Bene. Il guaio che ha provocato la mia chiamata di correo dall’Agenzia delle Entrate per non aver pagato le tasse di registro è stato causato dalla mancata comunicazione della mia  cessazione di responsabilità da parte della società che mi aveva delegato a rappresentarla nel Nordest, per cui il mio nome risultava come soggetto tuttora operante.

Spiego ai due impiegati allo sportello, esibendo gli incarichi societari iniziali e successivi, loro analizzano lo strano caso e mi dicono: possiamo fare due cose, la prima è che lei vada a … (la località friulana dove avevo aperto la sede locale), parli con i colleghi che avvertiamo subito e, siccome lei è già qui potrebbe compilare la domanda di pagamento della sanzione (515 euro!), con riduzione di una parte (65 euro) per “ravvedimento operoso” (pensa, gentile lettore, io che mi ravvedo di una violazione amministrativa che non ho mai commesso, di fatto e, te lo dico subito, un anno fa, alla ricezione della busta verde sarei andato su tutte le furie… ecco che sono cambiato), e pagamento in tre rate di 150 euro a ottobre, dicembre e febbraio 2019. Accetto, compiliamo la domanda, firmo, mi danno una copia, li ringrazio e li saluto cordialmente, e me ne vado quasi fischiettando. Chi mi conosce dei miei lettori, dico personalmente, potrebbe pensare che sono diventato matto, Renato è irascibile e anche un po’ violento di natura, nonostante la… cultura. Io sono un uomo del popolo, figlio di Pietro operaio, plurilaureato e dottore di ricerca, ma un po’ selvaggio di carattere.

Per te che leggi, e anche per memoria mia, prima delle considerazioni finali, le più importanti, dico due parole sull’Agenzia delle entrate:  è una struttura pubblica dedicata a svolgere funzioni relative ad accertamenti e controlli fiscali nella gestione dei tributi. Ha l’obbligo istituzionale di  garantire gli adempimenti fiscali previsti dalla legge da parte dei cittadini; si occupa inoltre del catasto e dei servizi geotopocartografici e di quelli relativi alle conservatorie dei registri immobiliari, con il compito di costituire l’anagrafe dei beni immobiliari esistenti sul territorio nazionale sviluppando, anche ai fini della semplificazione dei rapporti con gli utenti, l’integrazione fra i sistemi informativi attinenti alla funzione fiscale ed alle trascrizioni ed iscrizioni in materia di diritti sugli immobili. Il contenzioso tributario è trattato di fronte alle commissioni tributarie, mentre la riscossione non volontaria viene effettuata dall’agente della riscossione. In sintesi, parafrasando ciò che si trova sul web, ma + affidabile, dice chi è del mestiere.

Nella mia vita personale e professionale non ho mai risparmiato critiche anche feroci al pubblico impiego, sempre auspicando e battendomi sindacalmente e nella formazione per una modifica radicale degli ordinamenti contrattuali della Pubblica amministrazione. In sintesi ho sempre detto e scritto che i pubblici dipendenti debbono avere una normativa di legge e di contratto come i dipendenti delle aziende private, operai, tecnici, impiegati e quadri, ed essere posti sotto l’egida della Legge 300/ 70 “Statuto dei diritti dei lavoratori“. Ma questi lavoratori dell’Agenzia mi sono sembrati diligenti, attenti ed efficaci come impiegati del settore privato, come amministrativi di un’industria metalmeccanica, ambienti che ben conosco e seguo dalla Danieli in poi. E prima nei vari ruoli sindacali avuti.

Durante la feroce crisi generale iniziata nel 2008 e durata fino a… oggi, per certi aspetti, sia come uomo d’azienda sia come consulente filosofo ho affrontato tanti casi di persone in gravissime crisi esistenziali: padri di famiglia che avevano perduto il lavoro, lavoratori sessantenni rimasti senza lavoro a cinque anni dal pensionamento ex legge Fornero, giovani che non trovavano lavoro, imprenditori travolti dalla crisi e famiglie di imprenditori che si sono suicidati. Una di queste famiglie la ho seguita per un anno intero, visitando casa loro una volta alla settimana, sostenendo la vedova e i tre figli: alla vedova e a un figlio ho trovato lavoro, al figlio minore ho fatto lezioni di latino portandolo dal quattro al sette in terza liceo scientifico, ho accompagnato la figlia maggiore più volte in tribunale per dirimere cause di affido dei due figli avuti da padri diversi. Tante cose, nella crisi, ho affrontato con determinazione, pazienza, e anche rabbia, sempre controllata.

Poi, alla fine dell’estate scorsa mi sono ammalato, ho combattuto, sempre lavorando, studiando, pregando, scrivendo, insegnando, con la solidarietà di molti, che mi ha sostenuto e contribuito a debellare il tumore insieme con i farmaci. Io sono cambiato sotto il profilo umorale-relazionale, sono migliorato, sono più paziente, più dialogico, più efficiente anche se soffro ancora non poco. Riesco a comprendere meglio e di più gli altri: la sofferenza mi ha dato nel concreto quello che gli studi filosofici non mi avevano dato. Mi dicono perfino che le mie lezioni e le mie conferenze sono più belle ed efficaci di prima. Sta per arrivarmi il link di una conferenza fatta al CRO di Aviano sul Valore morale del dolore che ti renderò noto, caro lettore. Un uomo migliore, spero, anche per chi mi conosce e mi legge qui. Grazie, grazie, grazie a tutti, e all’Onnipotente Dio che mi guarda come si guarda un figlio.

“Fuga senza fine”, il caso e la necessità, o del destino di ciascuno di noi

Qualche giorno fa ho qui parlato di Joseph Roth proponendo alcuni cenni sul suo Le città bianche, romanzo breve o racconto lungo inserito in Opere (1916-1930), edito da Bompiani, oltre che edito separatamente, come le altre opere narrative del grande narratore austro-ebreo-galiziano.

Qui accanto, gentil lettore, trovi la prima di copertina dell’edizione Adelphi di un altro testo rothiano, citato nel titolo e in questo post.

E dunque oggi mi piace proporre un breve passo tratto da Fuga senza fine, la storia di un amico dello scrittore, il tenente Franz Tunda, militare austro-ungarico, prigioniero dei russi bolscevichi-sovietici durante la Prima Guerra Mondiale e poi militante comunista girovago, dalla Siberia a Parigi, passando per molte città e plaghe dell’Eurasia, al di qua e al di là degli Urali, fino a Irkutsk, quasi simbolo umano del disfacimento di un tempo, quello a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, quello della Finis Austriae.

Il militare, dopo aver conosciuto la guerra sanguinosa e assurda, la rivoluzione inattesa, la compagna Natascia Alexandrovna, con la quale condivise azione politica e amori, e le fatiche del ritorno, si ritrova a Parigi, dove vive la sua antica fidanzata, oramai sposata a un altro, la signorina Irene Hartmann, che non lo riconosce. Nella descrizione del suo percorso umano ed esistenziale, ho trovato un passo bellissimo che tratta della volontà umana, ma più ancora, del destino suo, di Franz Tunda, e del destino di ciascuno di noi, sempre irriducibilmente unico e senza alcuna possibilità di replica, nel quale si manifesta il fatum esplicitato in mille e mille vettori causali ed effetti, e via dicendo.

La tyke greca come buona o cattiva sorte, la fortuna dispensata dall’intreccio inestricabile di caso e necessità.

A pag. 788 dello splendido volume in carta leggera patinata e copertina cartonata, si legge “(…) Poi si trovò una sera seduto in un treno che andava verso l’Occidente e gli pareva di non viaggiare di sua spontanea volontà. Era andata come tutto andava nella sua vita, come va il più delle volte, e per le cose più importanti,, anche nella vita degli altri, i quali sono indotti da un’attività rumorosa e più consapevole a credere nella spontaneità delle proprie decisioni e azioni . Dimenticando soltanto i passi del destino al di sopra del loro intenso agitarsi. In una di quelle belle mattinate d’aprile in cui il centro di Vienna è tanto gaio quanto elegante, in una di quelle mattinate in cui sulla Ringstrasse le belle signore passeggiano con signori sfaccendati, sulle terrazze di fresco installate dei caffè brillano i sifoni blu e l’associazione volontaria di pronto soccorso organizza cortei di propaganda con la banda musicale, Franz Tunda apparve sul lato soleggiato e affollato del Graben nello stesso abbigliamento in cui era apparso al consolato di Mosca e fece senza dubbio scalpore: Era identico a come il droghiere all’angolo, davanti alla porta della sua bottega profumata, s’immaginava un “bolscevico”. Le lunghe gambe di Tunda sembravano ancora più lunghe perché portava calzoni alla cavallerizza e morbidi stivaloni alti fino al ginocchio, che emanavano un forte odore di cuoio. Il berretto di pelliccia era calcato sui suoi occhi malinconici (…). Tunda si trovava dunque a Vienna (…) Gli raccontarono che la sua fidanzata si era sposata e probabilmente viveva a Parigi (…)”.

Era a Vienna dopo essere stato in Russia, Ucraina, Siberia… e sarebbe andato a Colonia e infine a Parigi. Tunda viaggiava, ma oramai non sapeva più il perché viaggiasse, né provava un gran desiderio di re-incontrare Irene.

Il destino lo aveva sbattuto di qua e di là per l’Europa, quella vecchia e quella nuova, quella orientale e quella occidentale. Il destino è un concetto di cui abbiamo bisogno, così come abbiamo bisogno del concetto di caso. A volte la metafisica si intromette nella nostra vita con la potenza di un uragano, e destino e caso sono due termini metafisici, cioè appartenenti a un’area della conoscenza filosofica completamente estranea alla logica formale e ancora di più alla logica del concreto.

Non possiamo mostrarne l’esistenza come invece riusciamo a fare con la razionalità umana. Se dedurre che l’uomo è libero dalla sua razionalità viene naturale: cito per l’ennesima volta il classico sillogismo aristotelico composto da due premesse e da una conclusione necessaria: a) l’uomo è razionale, b) il razionale è libero, c) l’uomo è libero, inferendo l’incontrovertibilità di c) da a) e da b), altrettanto non posso operare con i concetti di caso e di destino.

Vediamo perché, ancora una volta, ché di caso e destino abbiamo già trattato più volte in questo mio pubblico luogo del web. Caso è il modo che abbiamo di chiamare la mancanza o la non conoscenza di vettori causali ai relativi effetti constatati; destino è il modo che abbiamo di chiamare l’ineluttabile della nostra vita, o ciò che ci sembra essere tale: un incidente, un ammalamento, una guarigione, un incontro inaspettato, un lavoro che ha successo o il suo contrario, e altro di cui non si intravedono percorsi causa/ effetto chiaramente individuabili. Parrebbe dunque che il caso caratterizzi in qualche modo il destino, e il destino sia frutto in qualche misura del caso.

Vi è un pensatore, Baruch Spinoza, che invece ritiene che tutto-si-tenga-, tutto sia necessario, vale a dire, non cessi mai di esistere perché facente parte di quel tutto-che-si-tiene. Paradossalmente, si potrebbe pensare che il caso corrisponda alla necessità e quindi al destino, nonostante appaiano quasi in contrapposizione. In altre parole si potrebbe dire anche karma, come lo chiamano gli orientali, induisti e buddisti, i quali ritengono che ogni anima si meriti il proprio destino in ragione del comportamento tenuto in vita, meritando premi o punizioni proporzionate, anche in vite successive, credendo nella reincarnazione, sia nella modalità della trasmigrazione delle anime da corpo umano a corpo umano, detta metempsicosi, sia nella modalità del passaggio delle anime a esseri sempre più degradati a causa di comportamenti immorali, detta in greco metemsomatosi: secondo queste dottrine orientali, l’anima umana peccatrice potrebbe ri-nascere in esseri orrendi e spregevoli, mostri, demòni, conseguenza della colpa morale, cioè dell’assunzione di responsabilità individuale in base al libero arbitrio di cui siamo provvisti.

Se così non fosse saremmo irresponsabili, e anche i peggiori esseri umani potrebbero non essere punibili, né sotto il profilo morale, né sotto quello penale.

Caso e destino, vita e morte, angeli e demòni, questo è lo scenario in cui si dipana la nostra esistenza, che viene indefettibilmente da una scelta di cui non abbiamo parte, quella dei nostri genitori insieme a quella dell’Incondizionato Iddio.

La Casaleggio e C. Srl verso l’orrore

Caro lettor mio,

per iniziare questo pezzo ti propongo di andare sui vangeli come ti spiego dopo, là dove il Procuratore romano Ponzio Pilato, lavandosi le mani delle sorti di uno in cui non aveva visto colpe, e nell’occasione della Pasqua ebraica (Pesah) che prevedeva la consuetudine di liberare un prigioniero, propone al “popolo” la scelta tra Gesù e Barabba, ottenendo dalla folla (non dal popolo) l’urlo belluino che segue: “Bar-abba, Bar-abba“, con le conseguenze che conosciamo (cf. Marco 15, 7; Matteo 27, 16; Luca 23, 19; Giovanni 18, 40, dove Barabba viene variamente definito omicida, prigioniero famoso o semplicemente brigante).

Barabba (aramaico בר-אבא, Bar-abbâ, letteralmente “figlio del padre”) o Gesù Barabba (Yeshua Bar-abbâ, letteralmente “Yeshua, figlio del padre”, come riportato in alcuni manoscritti del Vangelo secondo Matteo) era, secondo i quattro vangeli canonici, un ebreo appartenente probabilmente al partito degli zeloti, detenuto.” (dal web)

Ora, caro lettore, vediamo la ragione per la quale ho esordito con citazioni evangeliche, la cui analogia certamente coglierai con quanto segue. E parliamo di politica.

Già il padre dell’attuale titolare della Casaleggio e C. Srl, Gianroberto, aveva teorizzato la fine di tutti i partiti, come mediatori di democrazia, e l’avvento in loro totale sostituzione, della democrazia del web, per cui il “popolo sovrano” avrebbe deciso votando le proposte del M5S e affini o successori tipologici. Il tutto echeggiando una lettura raccogliticcia e da divulgazione à la Giacobbo/ Lucarelli della filosofia di Jean Jacques Rousseau, che era già confuso di suo nelle idee e negli scritti, nonché sufficientemente fanatico.

Infatti il ginevrino scrisse di “volontà generale” intendendo, comunque, con questa espressione di filosofia politica una nozione vicina al concetto di “ricerca del bene comune”, non tanto un devastante dominio delle maggioranze sulle minoranze. Ma tant’è, la Casaleggio e C. governa questo processo info-politico a nome e per conto di questo nuovo potente partito, che vuol continuare a chiamarsi movimento  pretendendo di irridere secoli di storia, anzi forse millenni, e almeno dai tempi di Pericle.

Ogni tanto penso alle idee che Marx aveva maturato sui suoi seguaci “marxisti” e si sa da testimonianze attendibili, che li avrebbe presi a schiaffi, proprio per il loro dichiararsi tali. Altrettanto posso pensare di Rousseau rispetto a questi penosi orecchianti. Ricordo quando comparvero nel 2013 i Crimi e le Lombardi e mi chiesi da dove uscissero tali analfabeti. Poi sono addirittura peggiorati e i loro capo politico, in grisaglia con faccia da bambino, è il peggiore, forse.

Il fatto è che i partiti sono veramente al lumicino, e anche la Lega non pensi di essere la vittoriosa del futuro, ché la verità delle cose fa presto a venir fuori e le bugie o le false promesse hanno gambe corte e lunghe a seconda dei casi, corte per svelare l’inganno, lunghe per rifilare solenni calci in culo agli improvvidi.

Di Forza Italia sappiamo tutto, ché è legata a doppio filo con il destino del suo fondatore e immarcescibile prence, il dottor Silvio, migliorato col tempo. Del PD male, spiace dirlo, ed è il partito a me ora più affine, ma non finché lo governava l’arrogante di Rignano sull’Arno.

Non parlo degli altri frammenti più o meno nostalgici, sperando che molte persone di buona volontà la mostrino in questo frangente difficile e contorto, partecipando, dando una mano a chi non crede nelle semplificazioni mortuarie e nella subornazione degli ingenui, a chi odia i manipolatori di tutte le risme e vuol mettere in guardia gli schiavi del web dallo stesso web omnipresente e furbescamente fascinoso.

Non può essere la macchina apparentemente intelligente, il caso di Facebook di queste ore lo dimostra, a dominare l’uomo, lasciamo stare le previsioni di Nick Bostrom, di cui qui parlo più indietro, ma l’incontrario. E perciò, cari Casaleggio e C. vi auguro di camminare sempre più soli verso l’orrore, anche se spero per tutti, e dunque anche per voi, nella resipiscenza, nel ripensamento, nella conversione anche per i peggiori delinquenti, tra i quali ancora non vi annovero.

Preferisco Putin a Theresa May, tra Erdogan e la confusione in Turchia meglio il “sultano”, idem in Egitto, e mal si dica di Sarkozy

Caro lettore,

ti propongo una riflessione politicamente scorrettissima. Si legge qua e là da qualche anno:

che lo csar (Putin), il sultano (Erdogan), il generale (Al Sisi), l’imperatore (Hi Jinping) sarebbero deprecabilmente “antidemocratici”, secondo la stampa occidentale perbene e secondo l’Alto Rappresentante Esteri dell’UE, Federica Mogherini, per l’amor di Dio.

E dunque: l’Italia è la seconda nazione esportatrice verso la Russia dopo la Corea del Sud, prima dell’Europa, con incrementi pazzeschi anno su anno, nonostante le ridicole e ingiuste sanzioni comminate dalla UE e dagli USA. Anche con Turchia, Egitto e Cina gli scambi economici sono molto importanti e in crescita. Anche la Persia degli ayatollah è un partner di molto rilievo per l’Italia, ed è una grande nazione di ottanta milioni di abitanti, giovanissima e culta, come la Turchia.

L’OSCE critica le elezioni russe dicendo che non c’è stata competizione, là dove Putin ha portato a casa il 76,6% dei voti, avendo votato il 67% degli elettori. In base a che cosa l’OSCE delegittima il risultato delle elezioni russe? Non gli piace Putin?

Pretendiamo di insegnare la democrazia con i cacciabombardieri di George W. Bush e Barack Obama? Mi sono rotto di questa presunzione democratica occidentale che guarda dall’alto in basso nazioni ancora semi-tribali, o ex imperi medievali o comunisti, ma grandi, grandissime, popoli enormi, straordinari, per storia e cultura, Cina, India, Russia, Persia, Egitto, Turchia… basta così? Gli facciamo far lezione di civiltà da quell’ubriacone di Juncker, nientepopodimeno che ex premier del poderoso Lussemburgo? E il prode gran coglione Sarkozy, ora fermato per finanziamenti ricevuti da Gheddafi nel 2007, che cosa ha fatto in Libia nel 2011,  con l’avallo dell’inettissimo -in politica estera- presidente Obama?

Certo è che questi signori non sono stati a scuola da Mario Pannunzio, Ernesto Rossi o Marco Pannella, e men che meno da Hans Kelsen, su ciò che sia lo “stato di diritto”, né hanno ben presente il diritto civile alla “conoscenza”, ma non sono tipi alla Idi Amin Dada o Bokassa, e nemmeno alla Mugabe o Saddam Hussein. Vero o no? E allora che cosa pretendiamo facciano, ereditando imperi o quantomeno grandi regioni del mondo, che devono comunque difendere come “patrie” loro.

Ci si può chiedere la ragione della grande partecipazione dei cittadini russi al voto di domenica scorsa e la ragione del risultato ottenuto dal principe Wladimir? Sa la Mogherini e gli altri ben-pensanti del nostro bel mondo pasciuto che cosa è la “sindrome da accerchiamento”? Hanno letto qualcosa delle guerre napoleoniche e dell’hitleriana Operazione Barbarossa che avrebbe dovuto schiacciare l’Unione Sovietica e insieme con essa il popolo russo e le altre decine di popoli di quel grande Stato, antidemocratico e imperfetto, ma erede di una storia e di una cultura immense? Quanto hanno sofferto i Russi negli ultimi duecento anni?

Forse che  i nostri benpensanti non hanno mai letto Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern o Centomila gavette di ghaiccio di Giulio Bedeschi, per sapere che migliaia di nostri alpini della Cuneense, della Tridentina, della Julia, sono stati salvati dai meno 40 nelle izbe ukraine dalle babuske con il fazzoletto portato come le nostre nonne? Ed erano andati in armi nella Patria d’altri? Se avessero letto questi libri e molti altri in tema saprebbero distinguere tra il disastro ivi descritto e la devastante e criminale scelta di Mussolini di allearsi con Hitler, per non “restare indietro” dopo la Guerra, come ben spiega lo storico Enrico Folisi sul Messaggero Veneto di ieri, e altri ricercatori, da tempo.

Lasciamo a perdigiorno come Salvini e Di Maio, cui per meriti e capacità oggettive troverei un posto di lavoro da commesso in un ente pubblico, con tutto il rispetto per i commessi degli enti pubblici, un buon rapporto con questi signori, intendo lo csar, il sultano, il generale e l’imperatore?

Oppure dialoghiamo con realismo cercando accordi e confronti, senza la pretesa di insegnar loro a vivere e a governare, ma misurandoci sulle cose, sui valori, sulla qualità etica, sulla filosofia di vita? Io penso che occorra percorrere insieme la strada accompagnando e correggendo le lunghe derive, le onde oceaniche del cambiamento, che non può non riguardare anche questo Occidente inflaccidito e stordito da troppa abbondanza.

Che l’uomo possa evolvere non è solo tema della politica, anche nella sua declinazione militare, e dell’economia, ma è tema di un’antropologia generale, capace di guardare dall’alto la storia, sia quella grande delle nazioni, delle guerre e delle paci, sia quella più minuta delle comunità locali, delle lingue, delle religioni, delle culture, di tutto ciò che il dottor Marx, sbagliando un po’, definiva come “infrastrutture” dipendenti essenzialmente dai meccanismi dei rapporti economici, poiché l’uomo, come insegnava Descartes, è anche e soprattutto res cogitans, oppure, come preferiva dire Blaise Pascal, una fragile “canna pensante”.

De bestialitate vel de humana stultitia

Francisco Goya è l’autore dell’acquaforte-acquatinta del 1797, che ho scelto per illustrare questo post: Il sonno della ragione genera mostri. Il dipinto mi parso adatto a commentare qual metafora immaginifica i molti “mostri mediatici” che ci vengono erogati quotidianamente dal sistema della comunicazione.

La bestialità nel codice teologico-morale classico è un peccato gravissimo legato a una sessualità deviata, e ciò  fino a tre secoli fa, significando le pratiche con animali, persone dello stesso sesso e “Giudei”.

Bestialitade è, quando non solamente si perverte l’appetito, e la ragion pratica, ma ancora s’adopera contr’alla natura, per bestiali operazioni. Così recita un testo dell’Accademia della Crusca e, più o meno, anche il manuale per i confessori voluto da san Pio V e perfezionato dai Padri Cappuccini nel XVI secolo.

Pazzesco mettere vicino la copula con un cane, l’omosessualità e gli Ebrei, ma può anche essere metaforicamente un’indicazione di grave mancanza cognitiva/ culturale. Qui tratterò soprattutto questo aspetto metaforico, dopo aver fatto solo un breve cenno all’etimologia teologico-morale.

Politici e giornalisti dicono spesso bestialità in Italia e altrove: basti dare uno sguardo al quasi sempre ingeneroso verso l’Italia quotidiano inglese The Guardian. Una risale a questi ultimi giorni: l’intellettuale (faccio così per dire), con occhiali, barbetta breve e riccioloni del M5S, tal Danilo Toninelli, ha affermato che, siccome il loro movimento ha vinto le elezioni, non solo pretendono di presiedere il Governo della Repubblica Italiana, ma vogliono anche la Presidenza della Camera, non si sa in base a quale vincolante norma o consuetudine politica.

Ricordo al non imberbe e non poco presuntuoso esponente politico che nel ’72, nel ’76 e nel ’78, pur essendo state vinte dalla Democrazia Cristiana le consultazioni politiche, la Presidenza della Camera dei deputati andò, rispettivamente, a un socialista (per suffragi terzo partito a quelle elezioni) che sarebbe successivamente stato eletto Presidente della repubblica, Sandro Pertini, e a due prestigiosi e stimabilissimi esponenti del Partito Comunista Italiano, Pietro Ingrao e Nilde Iotti. Negli anni ’90 furono Presidenti della Camera Giorgio Napolitano e Luciano Violante, del Partito Democratico della Sinistra, che non era stato il primo partito -per consensi- alle elezioni precedenti, ma il secondo.

E studiare un po’ la storia contemporanea, on. Toninelli, prima di sparare cazzate?

Un’altra bestialità del giorno, ma non fa passar giorno senza dirne una, l’ha detta proprio oggi l’onnipresente sui media (checché ne dica, miagolando lamentosamente) Salvini: che si possa fare un’altra riforma elettorale in sette, diconsi 7, giorni. Bum! Dài, Salvini, anche tu, non sparare cazzate, ché ci avete messo del vostro, tutti o quasi tutti a fare, prima il porcellum, a cura del tuo compagno di partito Calderoli, ghignante a guisa di tuo maestro in smorfie e ghigni, e ora, a cura di quella volpe di Rosato del PD, l’omonima boiata, non si capisce perché goffamente latineggiante.

Un’altra c.ta, e il gentil lettore, fortunatamente abituato a un linguaggio mio spesso elevato, se non addirittura aulico, quando l’argomento merita, mi perdoni, ma qui…, la ha detta, sempre Salvini, poche ore fa: che il Regolamento della Riforma carceraria è una misura “salvaladri”, battuta propagandistica disonesta in sé e tecnicamente sbagliata. Il politico in questione titilla i sentimenti più beceri dei più disinformati e pigri utenti di mamma tv e del web, questa è la semplice elementare verità che lo riguarda. “Salvaladri” cosa?, quando questa misura, in una situazione carceraria -quella italiana- indegna di una grande nazione civile, e vergognosa sotto il profilo dei diritti umani e civili, in aperta ed evidente violazione dell’art. 27 della Costituzione che vieta pene disumane e degradanti, affida comunque ogni decisione per consegnare a misure alternative al carcere chi ha una condanna entro i quattro anni di reclusione, al giudice di sorveglianza, e quindi non vi è alcun automatismo.

Un altro personaggio prodigo di stupidaggini è il Governatore pugliese, Emiliano, che riesce spesso ad essere dalla parte più insipiente di ogni decisione politica, sia all’interno del suo partito, il PD, sia sotto il profilo amministrativo: basti osservare i suoi ricorsi al Tar sulla vicenda dell’Ilva di Taranto. Non so dove quest’uomo, ex giudice non dimissionario, viva, se in cielo in terra o in nessun luogo.

Altra esemplar manifestazione di hebetudo simplex è quella della Meloni, che tromboneggia in romanesco neanche fosse appollaiata sulla curva sud dei laziali o romanisti non importa, proponendosi come premier, in quanto donna, ma dài. Vinci le elezioni come frau Angela e poi ti proponi, non con il 4 per cento dei voti.

Se si vuole posso continuare impunemente questa triste carrellata di ben poco aurea mediocritas, ma forse è preferibile smettere e passare ad altro titolo, che certamente qualcosa o qualcuno mi ispirerà ben presto, anzi, immantinente, caro lettor mio. E ringraziami (scherzo, sai) perché stavolta ti ho risparmiato la Boldrini.

E ora la Terza Repubblica, o della carica dei “tecnicamente ignoranti” incazzati che ora devono mostrare di saper governare, e il declino di presuntuosi alla Renzi, co-distruttore di una sinistra riformista, quasi geneticamente incapace, vien da dire, di ammettere sue personali responsabilità della débacle del PD, e alla Berlusconi, mai-rassegnato-allo-scorrere-del-tempo

Non mi auguravo questo risultato nelle politiche di ieri, ma l’Italia va avanti, 24 milioni di italiani questa mattina sono andati al lavoro, 7 milioni di alunni a studiare, decine di milioni di donne a lavorare in casa anche per 30 milioni di maschi, piccoli, grandi e vecchi. Al di là e nonostante Di Maio e Salvini, Berlusconi e Renzi, vincitori e sconfitti, oppure presuntuosi come D’Alema e Bersani, poveretti. Di Grasso, di quel presuntuoso di Enrico Rossi, di Fratoianni, di Civati, e di Boldrini dirò poco, pochissimo, perché gli Italiani ne hanno fatto stracci, come meritavano.

Forse ora, per capire qualcosa di più, occorre riprendere anche un discorso storico-sociologico sulle differenze interne alle popolazioni italiche, dai tempi dei Greci e dei Sanniti, dei Romani e dello Stato pontificio, sul meridionalismo e sul piemontesismo, o sul lombardo veneto e il Granducato di Toscana. Qualcuno sta paragonando, ad esempio, in modo non peregrino l’appeal del M5S alle politiche “assistenzialiste” di Achille Lauro, etc..

Con mia grande gioia, Renzi ha annunziato le proprie dimissioni, e alla buon’ora, dopo aver fracassato il PD, che era l’ultimo grande partito vero sulla scena politica italiana, epperò, anche dimettendosi ha continuato con pervicacia nella sua opera di devastazione di un pezzo fondamentale della sinistra riformista italiana. Se fosse stato un minimo “generoso”, anzi ragionevole, avrebbe dovuto dimettersi subito dopo l’esiziale esito del referendum costituzionale di fine ’16, ma non l’ha fatto, perché la sua presunzione arrogante fino alla protervia ha prevalso su ogni altra considerazione politica. E’ riuscito, infatti, a fare ancora danni, come il varo di una legge elettorale che è stata, funereo contrappasso, la sua “attuale” tomba politica, oltre che essere una strepitosa cazzata o c.ta di fantozziana memoria, caro ragionier Rosato (puarèt, par furlan). Perdonami, mio sempre cortese lettore, questo tono forse un poco acrimonioso, ma non posso perdonare -ora- a questo parvenu borioso e sostanzialmente ignorante, di avere massacrato un pezzo di storia politica italiana, cui appartengo con orgoglio dal versante socialista, che non morirà con la fine politica di Renzi, che auspico per il bene dell’Italia, da quando avevo l’uso di ragione e finché saprò di stare a questo mondo.

Il vaffa a Renzi glielo dico io, oggi, con vera anche se amara soddisfazione.

d’alema e bersani stanno sul Sunset boulevard da tempo e ieri glielo hanno detto chiaramente gli Italiani, che tra le righe sanno anche essere saggi, non solo talora ignorantelli. Gli elettori, da un lato hanno premiato teste di vitello come salvini e di maio, dall’altro hanno smontato buffole strabordanti come grassoboldrini, che spero abbiano capito la loro individual insussistenza. Questi due proprio non tengono substantia, essentia nec forma, direbbe Tommaso d’Aquino, che pregherebbe per le loro povere anime di incliti sciocchini, e quasi persin da compatire.

Ora il pallino è nelle mani costituzionali dell’onesto Presidente Mattarella. Meno male. Di lui possiamo fidarci come custode esperto delle nostre Norme fondative, quelle di Calamandrei, Togliatti, Ruini, Nenni, De Gasperi, etc., quelle di fine ’47 inizio ’48, quando questi coraggiosi pensarono a una Costituzione piena di sanissimi e solidi principi di uguaglianza, equità e giustizia, ispirati dal più elevato pensiero politico liberal-socialista e cristiano-cattolico. L’Italia più sana, che ancora vive, forse oggi un po’ sotto la cenere, come braci non spente e non mai spegnibili. Credo e spero, oppure spero e credo, oppure, come insegnava sant’Agostino, credo ut intelligam et intelligo ut credam, cioè credo per comprendere e comprendo per credere. Il miglior pensiero politico laico e cristiano li aveva ispirati, qualcuno dice, auspice lo Spirito Santo, che soffia dove vuole, non perché si stesse ragionando e decidendo a Roma… o forse anche, perché Roma era e resta caput mundi, senza che tale sintagma un po’ nazionalista infici il mio e il tuo, caro lettore, senso di pace ed eguaglianza tra tutti gli esseri umani e tutti i popoli, senza alcuna distinzione, come recita la nostra Carta, che per questo è Sacra.

E dunque, teniamo duro e teniamoci per mano, lavorando e cantando, sperando e credendo, amando più ancora la nostra bella Patria Italia e i nostri cari, comprendendo il prossimo di tutti i colori, studiando e cambiando (anche idea), perché qualcosa dovrà pur accadere, e se accade significa che qualcuno opera, nell’evidenza dei mass media o nel silenzio e nel nascondimento, come Maria di Nazaret, che custodiva nel suo cuore il segreto più grande.

Ecco, magari ricordiamoci che forse anche un’Ave Maria può essere un rispettoso esercizio di umiltà creaturale, caro lettor della sera.

Da Giacomo Leopardi a Emanuele Severino, una ricognizione del pensiero filosofico italiano del ‘800 e del ‘900

Caro lettore,

mi è stato chiesto di preparare per il prossimo Anno accademico un corso dal titolo di cui sopra. Ho accettato con entusiasmo, perché qui in Italia siamo esterofili alla follia, soprattutto con ciò che viene dall’Inghilterra e dall’America, intesa come USA ovviamente. E pensare, non so caro lettore se lo sai, io l’ho saputo da poco, che Elisabetta I Tudor scriveva le sue lettere e i suoi comunicati regali più importanti in Italiano. E’ stato recentemente editato un libretto che contiene ventinove di questi scritti, tra i quali una gentilissima missiva all’Emperadore del Catajo, cioè della lontana Cina.

Le varie storie della filosofia, venendo a noi, raccontano e celebrano di questi due secoli -con dovizia di spazi e testi- soprattutto la grande filosofia tedesca, da Kant e Hegel a Heidegger, abbastanza quella francese, da Rousseau ai nouveaux philosophes à la Deleuze e Foucault, i cosiddetti analitici della “Scuola di Vienna”, Popper, Russell, Wittgenstein, talora Edith Stein, Husserl e Jaspers, certamente Nietzsche (ancora tedeschi), ma non molto gli italiani, a meno che non sia un manuale liceale in italiano.

In un pezzo da blog non mi dilungherò in trattazioni impegnative riservandomi di farlo nella preparazione del corso, il cui testo in Power Point comunque metterò a disposizione dei mei gentili lettori quivi, tra qualche mese, ma mi limiterò a delineare in brevi tratti quelli che ritengo, se me lo consentite, soggettivamente, i pensatori più interessanti dei nostri ultimi due secoli. Noterete che mi soffermerò di più su Gentile che su Croce, che mi è sempre parso molto sopravvalutato, mentre su Gentile è scesa una damnatio memoriae, perché era fascista. Tratterò brevemente di Leopardi, che è stato, oltre che sommo poeta lirico, anche grande pensatore e Luigi Pareyson con la sua dottrina dell’ “interpretazione infinita”, e così via, un po’ arbitrariamente, tanto per far annusare al lettore la grande bellezza del pensiero pensante, sotto il profilo dell’italianità contemporanea.

Non mi dispiace partire da due ecclesiastici, l’abate Vincenzo Gioberti e il padre Antonio Rosmini, prima del conte Giacomo da Recanati. Il Gioberti vedeva, nella sua filosofia politica uno scenario ideale patrio cristiano-cattolico di stampo liberale, sullo stile manzoniano e di un Pio IX prima maniera. Il Rosmini, mettendosi molto a latere delle gerarchie ecclesiastiche studiò il male morale presente nella chiesa del suo tempo, applicando un’etica forse paradossalmente laica nella sua analisi. Il grande poeta di Recanati, illuminista, ma anche scettico sulla capacità di leggere a fondo il futuro, nutriva il suo pensiero di uno scetticismo modernissimo e disilluso… (cf le magnifiche sorti e progressive, ne La ginestra). Antonio Labriola fu un marxista non dogmatico, come lo è stato ancora di meno Antonio Gramsci. Non potremo evitare l’incontro con Benedetto Croce, e con l’estetica e lo storicismo da lui declinati, anche se resto convinto che questo filosofo e politico sia stato forse un poco sopravvalutato. Piuttosto, invece, nel mio piccolo, vorrei contribuire un poco a rendere giustizia a Giovanni Gentile, negletto ingiustamente perché fascista come detto sopra, per la sua straordinaria teoresi, l’attualismo, così adatta al recupero del sapere filosofico costituito dal rilancio socratico-platonico della filosofia pratica e della consulenza filosofica. Luigi Pareyson e l’interpretazione inesauribile, secondo me, è un altro punto di riferimento in un tempo in cui un relativismo cognitivo ed etico banalmente scettico sembra dilagare: Pareyson dialoga alla pari con pensatori fondamentali del ‘900 come Heidegger, Gadamer e Ricoeur. Da ultimo, non trascurerò Emanuele Severino, il suo maestro Gustavo Bontadini e Maurizio Ferraris, Massimo Cacciari e Roberta De Monticelli che, in vario modo, stanno recuperando il grande pensiero metafisico e realista, medicina sagace e salute spirituale per i tempi che viviamo, colmi di incertezza e anomia.

Ha ragione Wittgenstein, ma…

LGBT è un acronimo utilizzato come termine collettivo per riferirsi a persone di diverso orientamento sessuale e in qualche modo identità di genere, come lesbiche, gay, bisessuali, transgender, cioè non eterosessuale. A volte si trova aggiunta la lettera Q, inziale di queer, cioè di chi si sta interrogando ancora sul genere a cui… pensa o intende appartenere. E dunque la sigla completa è LGBTQ. Lascio perdere in questa sede considerazioni etico-antropologiche ed estetiche già da me svolte e pubblicate, nella radicale non condivisione dell’ideologia sottesa, limitandomi agli aspetti gnoseologici e cognitivi.

La domanda che mi faccio prima di tutto è se basti chiamare le cose con il loro nome, o quello presunto, senza pretendere di dare nomi a nostro uso e consumo, poiché i sostantivi sono convenzioni fonetiche-segnalanti-significanti cose e fatti, quando sono verbi sostantivati, come si può fare, in genere, nelle nostre lingue con il modo participio e anche con l’infinito: basti pensare all’importanza avuta nella storia della filosofia occidentale del lemma “essere”.

Se nel titolo di questo pezzo do ragione a Wittgenstein, in realtà non me la sento di dargliela completamente, specie quando afferma che “Il mondo è la totalità dei fatti non delle cose“, seconda proposizione del Tractatus Logico-Philosophicus, e infatti concludo il titolo con un’avversativa e puntini sospensivi.

Certo è che lui, pensando e scrivendo in tedesco, dove ad esempio il termine “fatti” è Tatsache, la cui accezione introduce la possibilità di un movimento o di un nesso di concetti. Si capisce ancora meglio se si considera il lemma Sachverhalt, che può essere tradotto come fatto o come stato-delle-cose.

E’ interessante e meritorio il lavoro di Wittgenstein, coerente con le proprie idee nelle scelte di vita, che ha smascherato, con l’aver posto la centralità del linguaggio, l’ipocrisia della retorica narrativa contemporanea, un po’ come ha fatto, mi pare, Friedrich Nietzsche in ambito antropologico-morale.

Per lui il linguaggio rispecchia il mondo, anzi, per essere affidabile, lo deve rispecchiare. E il linguaggio per il nostro è la grandiosa capacità d’espressione che ha l’uomo: dalla pittura, alla matematica, alla logica matematica, alla musica. Tra il linguaggio e la realtà esiste e bisogna individuare un iso-morfismo, una corrispondenza biunivoca, e la scienza, cioè il sapere più adatto ad operare questo aggancio, è la logica, che conterrebbe, per Wittgenstein, anche la matematica.

Per Wittgenstein la logica serve per interpretare il rapporto che abbiamo con la realtà esterna a noi, come distinguere la destra dalla sinistra, le quali non hanno un’oggettività assoluta, com’è intuitivo. Vero? La logica mostra quello che il linguaggio dice. La logica è sinn, cioè senso, così come il linguaggio è bedeutung, significato.

Infine, qualunque cosa possa significare il Mistico (dal greco mùo, eìn, tacere) esso designa cose molto importanti, la verifica stessa di una proposizione è muta. Ma il Mistico ha un alto valore filosofico per Wittgenstein: è la vita personale, l’etica, l’estetica, il fatto dell’esistenza del mondo.

Un pensiero dunque interessante e originale, smascherante e puro, quello del filosofo austriaco, ma a me non basta. Io non abbandono la tradizione metafisica dell’essere e dell’essenza, dell’ente e degli eterni essenti, non lascio Aristotele, Averroè e Tommaso d’Aquino, non evito Heidegger, Bontadini e Severino. E anche il padre Cavalcoli, domenicano cui sono grato per le sue lezioni di ontologia e metafisica, che mi hanno fatto assaporare la grandezza del pensiero astraente, che dà la possibilità di intravedere negli interstizi della vita ciò che è sotteso e ciò che è implicito, non solamente ciò che può essere esperito, detto e logicizzato.

La metafisica dell’essere solleva il mio spirito fino alle altezze sublimi del destino che può avere il nostro pensiero pensante.

Afferrato il concetto, mio gentil lettore della sera?

E la mia domanda è metafora, perché il concetto si può afferrare solo con il pensiero, ché infinitamente sfuggente, o fuggitivo come gli occhi ridenti della leopardiana Silvia (rimembri ancor che or volge l’anno…).

E’ la dimensione siderea del pensiero e dell’anima che mi eleva lo spirito del mio essere-stare per sempre, eterno essente, immortale come l’anima donatami da Dio, Ente- supremo-analogato-analogante di tutti gli esseri, Incondizionato Amore.

A volte seguire le regole e fare la cosa giusta non è la stessa cosa, o della “giustizia giusta” (in greco antico si dice epicheia)

La giustizia giusta, secondo Aristotele e Tommaso d’Aquino è l’epicheia. Il doctor angelicus (Tommaso) la definisce in latino in questo modo: aequitas iustitia dulcore misericordiae temperata, cioè una giustizia temperata dall’equità misericorde, val inoltre a dire una giustizia che non tiene conto solo della norma scritta, ma anche delle circostanze particolari che, se non considerate, potrebbero rendere ingiusta l’applicazione della norma stessa.

Il termine e il concetto stesso di epicheia ha la sua origine nella Grecia classica, per cui bisogna partire da lì, colloquiando con autori come Gorgia e Aristotele, Tucidide e Plutarco, Esiodo ed Euripide, e con autori meno noti presenti su papiri del tempo (VI-IV sec. a. C.; I-II sec. d. C.).

Innanzitutto il termine epicheia è polisemantico, cioè propone diversi significati. Lasciando in questa sede da parte gli autori “minori” sull’argomento, mi soffermerei essenzialmente sui due padri “magni” del pensiero greco, Platone e Aristotele.

In Platone il termine assume vari significati come “equità”, “convenienza” o “moderazione”, come si può trovare nei testi seguenti: Politico 294 a-301 a, e Leggi, VI, 757 a ss. Nel Politico Platone, tra l’altro, afferma che «il perfetto monarca sarà sempre da preferire alla più perfetta legislazione, perché la legge irrigidita nella scrittura non si può adattare con sufficiente prontezza al mutar delle situazioni e non permette perciò di fare nel necessario momento ciò che è veramente necessario». Le leggi scritte sono dunque rigide, poiché  esse non possono «attribuire con precisione a ciascun individuo ciò che gli conviene»

In ogni caso Platone sa che non esiste il governante perfetto, come anche noi sappiamo, empiricamente, essendoci sempre il rischio di imbattersi in sotto il dominio di incompetenti e crudeli tiranni. Per questo, spiega, le leggi sono necessarie anche se imperfette, con queste parole «Io credo, infatti, che contro le leggi stabilite sulla base di una lunga esperienza e per consiglio di uomini che le hanno meditate con cura nei singoli particolari e che hanno persuaso la popolazione a promulgarle, chi osasse agire contro questi leggi, commetterebbe un errore, sconvolgendo ogni attività in misura ancora maggiore di quanto facciano le leggi scritte».

Un passaggio interpretativo non facile è quello contenuto in Leggi, VI, 757 a ss., dove si propone, forse per la prima volta in filosofia politica la questione dello “Stato di Diritto”, cioè ciò che attiene l’eguaglianza dei cittadini nei confronti dello Stato.

In ogni caso Platone propone l’idea di dare a ciascuno secondo i meriti e i bisogni (da chi ha copiato il dottor Marx quest’idea?), anche se ciò è molto difficile da realizzare, in quanto si configura come una sorta di eguaglianza proporzionale., vale a dire una forma di egualitarismo equo, che in parte ossimoro, in parte metafora di una verità morale difficilmente definibile, poiché fa correre sempre il rischio nel giudice/ legislatore di commettere parzialità a favore o a sfavore dei singoli.

In Aristotele l’epicheia diventa una virtù di enorme importanza, con conseguenze decisive nel successivo pensiero morale cristiano-cattolico, come si evince soprattutto dall’Etica Nicomachea, libro V, 1137 a 31-1138 a 3 e dalla Retorica, libro I, 1374 a-1375 b. Anche la Grande Etica, II, 1198 b -1199 a contiene un ampio riferimento, peraltro meglio sviluppato nello scritto a Nicomaco.

Occorre ricordare che il grande stagirita è il primo filosofo a credere che l’etica sia il sapere precipuo della vita buona e delle virtù, cioè di ciò che dal cristianesimo in poi si dice “Etica della persona”. Questo tipo di etica, a differenza di quanto sostengono pensatori contemporanei, figli dello scetticismo di tutti i tempi (nel prossimo post tratterò del pensatore svedese Nick Bostrom), afferma con chiarezza che è fondata su: a) una ragione pratica, dei suoi principi, delle sue condizioni e della sua attività; b) da una propria teoria dell’azione; c) e da un modo particolare di intendere il ruolo della norma e il suo rapporto con le virtù morali in quanto principi pratici, antropologici, ontologici e -in teologia morale- anche teologici.

Aristotele tratta dell’epicheia verso la fine del libro V dell’Etica Nicomachea, libro dedicato alla giustizia. E’ evidente che questa virtù è strettamente correlata alla giustizia, pur non essendo la stessa virtù, e comunque non è facile co-relarle, se si giustappongono in termini alternativi come nel seguente schema: infatti, appare strano che l’equo, che è qualcosa di diverso e ulteriore rispetto al giusto, sia tuttavia degno di lode: infatti, se sono diversi, o il giusto non è buono o l’equo non è giusto; o se entrambi sono buoni, essi sono la stessa cosa.

Ma non è così, come spiega Aristotele nel seguente brano: «Ciò che produce l’aporia è il fatto che l’equo è sì giusto, ma non il giusto secondo la legge, bensì un correttivo del giusto legale. Il motivo è che la legge è sempre una norma universale, mentre di alcuni casi singoli non è possibile trattare correttamente in universale. Nelle circostanze, dunque, in cui è inevitabile parlare in universale, ma non è possibile farlo correttamente, la legge prende in considerazione ciò che si verifica nella maggioranza dei casi, pur non ignorando l’errore dell’approssimazione. E non di meno è corretta: l’errore non sta nella legge né nel legislatore, ma nella natura della cosa, giacché la materia delle azioni ha proprio questa intrinseca caratteristica. Quando, dunque, la legge parla in universale, ed in seguito avviene qualcosa che non rientra nella norma universale, allora è legittimo, laddove il legislatore ha trascurato qualcosa e non ha colto nel segno, per avere parlato in generale, correggere l’omissione, e considerare prescritto ciò che il legislatore stesso direbbe se fosse presente, e che avrebbe incluso nella legge se avesse potuto conoscere il caso in questione. Perciò l’equo è giusto, anzi migliore di un certo tipo di giusto, non del giusto in senso assoluto, bensì del giusto che è approssimativo per il fatto di essere universale. Ed è questa la natura dell’equo: un correttivo della legge, laddove è difettosa a causa della sua universalità. Questo, infatti, è il motivo per cui non tutto può essere definito dalla legge: ci sono dei casi in cui è impossibile stabilire una legge, tanto che è necessario un decreto. Infatti, di una cosa indeterminata anche la norma è indeterminata, come il regolo di piombo usato nella costruzione di Lesbo: il regolo si adatta alla configurazione della pietra e non rimane rigido, come il decreto si adatta ai fatti. Che cosa è dunque l’equo, e che è giusto e migliore di un certo tipo di giusto, è chiaro. Da ciò risulta manifesto anche chi è l’uomo equo: è equo infatti chi è incline a scegliere e a fare effettivamente cose di questo genere, e a chi non è pignolo nell’applicare la giustizia fino al peggio, ma è piuttosto portato a tenersi indietro, anche se ha il conforto della legge. Questa disposizione, Hèxis,  (il latino habitus electivus, che sarà ripreso sistematicamente da Tommaso d’Aquino, ndr), è l’epicheia, che è una forma speciale di giustizia e non è una disposizione di genere diverso». (cf. parte finale dell’Etica a Nicomaco)

Aristotele intende dunque l’epicheia come una vera e propria virtù morale dell’uomo, una virtù della vita buona e del ben vivere, non una mera interpretazione soggettiva della legge. Ciò significa che essa non è l’interpretazione della legge positiva fatta dal legislatore o dal giudice quando i termini della legge sono oscuri. In ogni caso è un correttivo della legge, laddove essa è carente per la sua universalità e incapacità di interpretare i singoli fatti concreti, il giusto e l’ingiusto, ma quello lì, non quello generico o generale. La prima versione latina dell’Etica Nicomachea, dovuta a Roberto Grossatesta, rendeva, infatti, il termine greco con directio. Virtù direttiva come capacità di orientare la scelta verso ciò che è giusto, anche se legalmente non secondo la norma. Una frase aristotelica che illumina quest’ultimo passaggio è la seguente: “…è legittimo considerare prescritto ciò che il legislatore stesso direbbe se fosse presente, e che avrebbe incluso nella legge se avesse potuto conoscere il caso in questione.” E la seguente: “… non è pignolo nell’applicare la giustizia fino al peggio, ma è piuttosto portato a tenersi indietro, anche se ha il conforto della legge.”

 

In Tommaso d’Aquino troviamo alcuni commenti all’Etica Nicomachea

Egli tratta del testo aristotelico nella lectio 16 del libro V del suo Commento, che si può sintetizzare come segue. Intanto, Tommaso conferma che l’epicheia è un habitus, una virtù, e concretamente «est quaedam species iustitiae, et non est alius habitus a iustitia legali», cioè si tratta di una specie di giustizia, poiché altro non vi è altra virtù dalla giustizia legale. Secondo la traduzione latina su cui lavora, S. Tommaso spiega che il compito dell’epicheia è la directio iusti legalis, cioè la direzione della giustizia legale, poiché di certe materie non è possibile parlare in termini universali con totale esattezza.

Il punto in cui S. Tommaso sembra aggiungere qualcosa è il suo richiamo al diritto naturale, del quale parla Aristotele nello stesso libro V. «Verum est enim quod id quod est epiiches est quoddam iustum et est melius quodam alio iusto: quia, ut supra dictum est, iustum quo cives utuntur dividitur in naturale et legale: est autem id quod est epiiches melius iusto legali, sed continentur sub iusto naturali. Et sic non dicitur melius quam iustum, quasi sit quoddam aliud genus separatum a genere iusti. Et cum ambo sint bona, scilicet iustum legale et epiiches, melius est illud quod est epiiches».

E qui di seguito, per concludere, propongo alcuni passi latini di facile comprensione in tema.

Tommaso propone alcuni esempi, tratti dai commenti greci del testo aristotelico, e che sono diventati classici. «Sicut reddere depositum secundum se iustum est et ut in pluribus bonum; in aliquo tamen casu potest esse malum, puta si reddatur gladius furioso». Più avanti: «Sicut in quadam civitate statutum fuit sub poena capitis quod peregrini non ascenderent muros civitatis, ne scilicet possent dominium civitatis usurpare. Hostibus autem invadentibus, peregrini quidam ascendentes muros civitatis defendunt civitatem ab hostibus, quos tamen non est dignum capite puniri. Esset enim contra ius naturale ut benefactoribus poena rependeretur. Et ideo secundum iustum naturale oportet hic dirigere iustum legale». Si vede come l’epicheia, nel primo caso, evita qualcosa di moralmente negativo e, nel secondo, evita di andare contro il diritto naturale. L’applicazione della legge positiva va regolata secondo il diritto naturale. In questa ottica, l’epicheia non è qualcosa che si può benevolmente applicare, ma va necessariamente applicata. Ciò è richiesto dalla giustizia e dall’ordine morale.

Non manca il riferimento all’atteggiamento proprio del virtuoso: «et dicit quod talis non est acribodikaios, idest diligenter exequens iustitiam ad deterius, idest ad puniendum, sicut illi qui sunt rigidi in puniendo, sed diminuunt poenas quamvis habeant leges adiuvantem ad puniendum. Non enim poenae sunt per se intentae a legislatore, sed quasi medicina quaedam peccatorum. Et ideo epiiches non plus apponit de poena quam sufficiat ad cohibenda peccata». Neanche qui si può evitare l’impressione di duplicità. Si passa ad un altro argomento, specificamente ad una tematica di diritto penale.

Negli esempi prima riportati non si tratta di essere mite nel punire, o di non punire più di quanto basta per reprimere i peccati, ma di situazioni nelle quali punire sarebbe stato moralmente cattivo e intrinsecamente ingiusto, in quanto sarebbero state punite azioni che in realtà non rientravano nella legge che stabiliva la pena.

In ogni caso, San Tommaso propone riflessioni di notevole interesse per il diritto penale, specialmente quando il giudice valuta le attenuanti eventualmente rinvenibili nelle intenzioni dell’atto delittuoso detto reato.

Infine, anche in teologia morale cristiana, partendo dalle cosiddette “avversative matteane”, caro lettore, al cap 5 del vangelo secondo Matteo, dopo il vrs, 8 che conclude l’elenco delle Beatitudini, trovi la fonte originaria e originante di ogni commento teologico successivo, come quello sopra citato del buon Tommaso d’Aquino, mio maestro sopra tutti.

Si beve si fuma si fanno baby gang si indulge al vizio si spera sempre

Mio caro e gentil lettore,

se un ragazzo/ ragazza italiani su tre tra i 15 e i 19 anni (è il 33%!) assume sostanze stupefacenti tipo cannabis, e talora qualcos’altro; se oramai osservando i caffè/ bar/ pub fighi si vedono ragazze più o meno splendidamente a nero con il calice di rosso in mano; se vedi adolescenti che chattano uno accanto all’altro con smartphone da seicento euro, e non si parlano; se ciò che comunemente si è sempre chiamato vizio sembra allignare in ogni dove, e se la contemplazione del bello, in silenzio, latita, e se la meditazione non si pratica, vi sarà pur qualche ragione. O ragioni.

Quali? Il sociologo si esercita nelle sue ricerche, lo psicologo si profonde in consigli sui magazine alla moda, il sacerdote invita padri e madri all’ascolto dei giovani virgulti, il professore scuote sconsolato la testa, il filosofo è inascoltato, i sindacati ronfano, ai governi interessa poco o punto, ai partiti oramai inesistenti anche meno… tutti o quasi hanno qualche diagnosi e qualche rimedio, che propongono nei talk show con l’audience maggiore. E tutto continua come prima. Che sta accadendo caro sociologo, psicologo, sacerdote, insegnante, filosofo, papà, mamma?

Com’era quando io e chi mi legge sopra i cinquanta avevamo dai quindici a i diciannove / vent’anni? Io ricordo il mio liceo, il lavoro estivo a portar bibite e fusti di birra da venticinque kili, il basket, la musica, il telefono fisso, la tv in bianco e nero, i pochi soldi, le non-vacanze, l’auto di seconda mano a ventuno anni. Ricordo, ed ero pieno di gioia nella mia turbolenta e vivace giovinezza. Le ragazze, non mancavano cz cz, eravamo sani e forti e pieni di voglia di fare cose, di studiare, capire, fare politica, anche di litigare, fino ai diciotto anni non evitavo le risse, qualche cazzotto, qualche occhiale rotto, un labbro spaccato, mi offendevo facilmente ed ero di parola facile. Anche allora c’erano bulli e bullismi, io stesso sono stato aggredito un paio di volte da due o tre coetanei, ed ho reagito a freddo picchiandoli poi uno alla volta. Avevo sedici o diciassette anni. Non so se era bello, ma era un bullismo diverso da quello dei minorenni metropolitano di oggi.

Quando volevo parlare con qualcuno andavo da lui/ lei senza storie, anche senza telefonare. “C’è Roberto, c’è Maria Grazia, c’è Marina, c’è Andrea?” chiedevo a chi trovavo in casa. E mi rispondevano, e io restavo o andavo via dicendo che li avevo cercati. In serata mi cercavano loro, e si andava al cinema, in palestra, oppure a… fai tu caro lettor mio.

E adesso che succede? Come stanno dentro l’anima questi ragazzi? Vedo la mia figliolona, grande, alta, bella non poco, intelligente e colta, quasi dottorina, musicante esperta, anche lavoratrice nella trattoria vicina. Ma non mi spiega bene come stanno le cose, o sono io che non capisco. Mi rimprovera la lentezza di comprendonio. Come? A me? Ebbene sì “Papà, tu non capisci“. Ma è sempre destino delle generazioni precedenti non capire?

Sembra che il tempo stia accelerando sempre di più, oppure sono le cose che cambiano più velocemente? In ogni caso, antropologicamente parlando, siamo ancora, come in tutti i tempi passati, irriducibilmente esemplari unici, e provvisti di intelligenze diverse, com’erano anche la Lucy del professor Leakey o l’homo naledensis. Se Maria De Filippi e Di Maio trovano adepti tra cui non ci sono io e Beatrice ci sarà qualche ragione, o no? Ma trovano adepti, eccome se li trovano, perché ognuno ha il QI (quoziente intellettivo) suo proprio, come i bambozzi che fanno baby gang a Napoli e Torino e dove volete voi. Stupidi, ma meno dei loro genitori, che lo sono meno dei loro nonni, e forse meno dei loro vicini, e così via.

Come si fa a parlare con questi? Ci interessa? C’è un linguaggio adatto a instaurare un dialogo? Una volta si diceva l’esempio, ché l’esempio è più forte ed efficace di ogni discorso. Vero, ma il tema da svolgere riguarda l’accettazione della miseria umana, che è sempre rediviva, quasi perenne, speriamo quasi, poiché l’evoluzione ominizzante è lenta, lentissima. Siamo sempre e comunque scimmie pelate, homines erecti, idioti deambulanti a fasi alterne, e, nel migliore dei casi, capaci di piangere, di attenzione, perfino di intensificazione solidale, cioè di amore.

Siamo buoni e cattivi, intelligenti e stupidi, scorfani e sublimi, uomini e donne che camminano per questo mondo un po’ sbilenco e un po’ stupefacente, senza la pretesa di capire tutto e tutti.

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