Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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I Talebani mostrano l’ignoranza storica, antropologica e culturale dei politici e dei militari occidentali, anche se vent’anni di guerra e di presenza di americani, inglesi e italiani ha dato un contributo indistruttibile al cambiamento culturale di quel popolo

La prima domanda che ci si deve fare quando si approccia una cultura radicalmente diversa è. “Chi sono costoro? Come la pensano? Che valori hanno? Che priorità? Che storia hanno? Hanno di che vivere? In che cosa credono?”

Sono le domande “antropologico-filosofiche”, che attengono la dimensione più alta e profonda dell’antropologia scientifica.

Vi pare, cari lettori, che, prima gli Inglesi, poi i Sovietici e infine (parlo solo del’età contemporanea) gli Americani, si siano fatti queste domande in profondo?

Domanda retorica, con risposta incorporata: no. Né i “colti” Inglesi di Oxford e Cambridge, né i potenti Sovietici, né, infine, i grezzi Americani si sono fatti queste domande. Forse solo i militari italiani hanno una qualche formazione in tema, e difatti sono i meno sgraditi in queste e altre zone di guerra. Per noi sono lontani i tempi del nostro crudele e goffo imperialismo coloniale savoiardo e fascista.

Vengo al dunque: da decenni, almeno sei o sette, l’Occidente, con in testa gli USA, pensano che i popoli dell’ex Terzo mondo debbano essere istruiti alla democrazia parlamentare, con le buone o con le cattive (quasi sempre con le cattive).

Proviamo a capirci qualcosa.

La capitale Kabul è da sempre un crocevia dell’Asia centrale, un punto di snodo ineludibile per i mercanti e i viaggiatori. L‘Afghanistan da millenni è stato continuamente invaso da vari popoli, tra i quali si possono citare gli Indoariani, i Medi, i Persiani, i Greci d Alessandro il Grande, i Maurya, gli Unni, i Sasanidi, gli Arabi, i Mongoli, i Turchi, e infine i tre potenti già citati. Nessuno di questi popoli e stati riuscì, però, nel tempo, a mantenere un costante e lungo controllo su quel territorio.

Si può ricordare che tra il 2000 e il 1200 a.C. giunsero gli Arii parlanti lingue del ceppo indoeuropeo, da cui la radice del nome Aryānām Xšaθra, o “Terra degli Arii”. Anche le dottrine filosofico-religiose di Zoroastro (o Zaratustra) pare abbiano avuto origine da queste parti, mentre gli antichi abitanti di quei secoli probabilmente parlavano la lingua avestica, come gli abitanti della Persia orientale, e a nord-est il battriano, probabilmente l’idioma con cui ebbe a che fare lo stesso Alessandro il Macedone. La sua Roxane pare fosse una principessa della Bactriana.

Poi, dal sesto secolo a. C. arrivarono i Persiani, prima di essere sconfitti da Alessandro. I Seleucidi seguirono, con lo sfaldarsi rapido del grande impero ellenistico. I Romani, invece, con Traiano, non superarono mai la linea che oggi divide l’Irak dall’Iran.

Il Buddhismo arrivò nella zona con i Maurya, ma nei secoli successivi, più o meno dal I secolo a. C., si succedettero Parti (i popoli con cui si scontrò proprio Traiano), gli Sciti, gli Unni fino ai Sasanidi, che ebbero molto a confliggere con l’Impero romano d’Oriente.

Nel VII secolo fu la volta degli Arabi che portarono l’Islam, facendo dipendere quei territori dal grande Califfato di Bagdad. L’Afganistan allora era diviso tra regioni con diversi nomi, come lo Zabulistan, il Badakhstan, il Khorasan, etc.

Con il tempo molta parte della popolazione si convertì all’Islam, anche se minoranze zoroastriane, manichee e buddhiste sono attestate fino a oltre l’anno 1000.

Successivamente l’Afghanistan fu retto da regni come quello Ghaznavide (962-1050 circa), che durò fino all’arrivo dei Turchi Selgiuchidi, colà giunti nel XIV secolo, per poi spostarsi a conquistare la penisola anatolica, fino a far terminare nel 1453 l’Impero romano d’Oriente, con la presa di Costantinopoli.

I Mongoli non trascurarono quelle plaghe e nel 1220 circa vi giunsero guidati da Gengis Khan, mentre Tamerlano (Timur Lenk, Timur lo zoppo) ivi giunse circa duecent’anni dopo.

Con i discendenti di Tamerlano si sviluppò il regno di Herat, che fu un centro di enorme importanza culturale, là dove si sviluppò una raffinata letteratura in lingua persiana e turca-chagatay, e una civiltà artistica notevole (arte miniaturista e architettura), nonché religiosa (misticismo sufi), tra le maggiori del mondo islamico dell’Asia centrale.

Agli inizi del Cinquecento i musulmani Moghul iniziarono a comandare, sia sull’India e l’attuale Pakistan, sia sui territori afgani

Altri gruppi come i Savafidi e i Durrani regnarono sull’Afganistan, finché, a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo secolo si affacciarono i sudditi armati dell’Impero britannico. Da allora quelle terre, abitate da diverse nazioni, furono dominate dal potente imperialismo inglese.

Nel 1919 con il re Amanullah Khan, gli Afgani ripresero il controllo del loro territorio, finché, con alterne vicende si giunse ai decenni scorsi.

Mohammed Zahir Shah (1914-2007), regnò fino al 1973. Sotto il suo regno l’Afghanistan visse uno dei periodi più lunghi di stabilità. Durante questo periodo l’Afghanistan rimase neutrale. Non partecipò alla Seconda guerra mondiale, né si allineò con i blocchi di potere durante la Guerra Freddaa.

Nel 1973 il Re si trovava in Italia, e suo cugino Mohammed Daud Khan organizzò un golpe facendo finire la monarchia. Da allora, fu un continuo tourbillon di cambiamenti, più o meno drammatici, e a volte tragici fino a questi giorni. Nel 1978 un altro colpo di Stato (la Rivoluzione di Saur) fece nascere la Repubblica Democratica dell’Afganistan, sotto la guida di Nur Mohammad Taraki. Sembrava che le riforme strutturali democratiche avviate potessero dare un futuro di modernizzazione al paese, come l’abolizione dei rapporti semi-feudali tra latifondisti e braccianti, come il voto alle donne, come la statalizzazione dei servizi sociali, come l’ammissione delle attività sindacali e l’abolizione dei matrimoni forzati.

Si potrebbe dire che si trattava di riforme di tipo “occidentale” a tendenza socialista.

Ma ciò non durò a lungo, perché clero islamico e capi tribù, probabilmente (anzi certamente) sostenuti da forze occidentali, si opposero e guidarono un colpo di stato che riportò le cose allo stato quo ante.

Già questa è una “lezione” evidente, se si vuole comprendere lo strato del pensiero profondo afgano. Il nuovo presidente, però (non dimentichiamoci che siamo ancora in un periodo da “Guerra fredda”), fece insospettire l’Unione sovietica che vedeva nei cambiamenti introdotti da Taraki una sorta di via temporanea verso un socialismo su cui avrebbe potuto “mettere il cappello”. La sua uccisione fece pensare a un intervento della Cia per riportare l’Afganistan sotto l’egida statunitense. E Breznev decise per invadere militarmente quel paese, così strategico per gli equilibri asiatici.

L’Armata rossa fu a Kabul il 27 dicembre 1979, mettendo subito al potere il fedele Babral Karmak. E scoppiò una cruentissima guerra con i Mujaeddin e’Kalk, (sostenuti dagli Stati Uniti), finché i Sovietici, non riuscendo a venire a capo di una guerra troppo lunga e costosa in vite umane e risorse, lasciò l’Afganistan nel febbraio del 1989.

Altra lezione non compresa dal mondo.

Fu proclamato lo Stato islamico dell’Afganistan, che non riuscì ad unificare le varie componenti tribali e dei Mujaeddin, tra cui il più autorevole era Ahmad Shah Massud, chiamato “Il leone del Panshir”.

Nel 1996 comparvero sulla scena i “Taliban”, gruppo organizzato di studenti islamici formati nelle madrasse” da mullah ultra-ortodossi nella fede sunnita.

I Talebani, dopo avere ucciso Massud, che resisteva al nord, proclamarono l’Emirato islamico dell’Afganistan, applicando da subito con estrema ferocia la legge della shari’a. L’ultimo presidente della Repubblica Democratica afgana, Mohammad Najibullah, fu catturato, torturato e fucilato. Un altro episodio clamoroso a carico dei Talebani fu la distruzione dei Buddha di Bamyian nel 2001, segno violento di una cultura intollerante e totalitaria. Eppure, noi Occidentali dovremmo essere competenti in fatto di dittature!

Altro segnale importante per chi avesse avuto la cultura e l’umiltà per cercare di capire, senza giustificare quegli atti, quella gente. Comprendere non è giustificare.

In Occidente (e anch’io) vent’anni fa ci siamo limitati a deprecare l’accaduto e a denigrare i suoi autori.

Dopo l’11 settembre 2001, gli USA diedero il via all’operazione militare Enduring Freedom, invadendo l’Afganistan, per catturare i progettisti e gli autori degli attentati terroristici avvenuti in quella data negli Stati Uniti, di cui conoscevano le identità politico-militari e personali (la rete di al-Qa’ida guidata da Osama bin Laden), e per abbattere il regime talebano.

Il regime talebano venne sconfitto in poco più di un mese, nel novembre del 2001.

Altro evento, la rapida sconfitta, che non ha suggerito di riflettere profondamente, in Occidente, in tutti gli ambienti. I popoli abituati alla guerriglia, sono in grado di accettare le sconfitte, perché sono, come si dice oggi, resilienti, più di noi occidentali.

Il nuovo presidente è Hamid Karzai, che resta al “potere” fino al 2014.

Al gruppo di intervento militare, oltre agli USA, partecipano anche altre Nazioni, con la Gran Bretagna e l’Italia fornitrici dei contingenti maggiori, sotto l’egida della NATO. Nel 2013, presidente degli USA Barack Obama, Osama bin Laden viene ucciso in un attacco mirato nella città pakistana di Abbotabbad.

La situazione resta tesa per i continui attacchi dei Talebani, che approfittano dell’ambigua vicinanza del Pakistan. E siamo a un altro passaggio decisivo. Il Presidente Donald Trump nel febbraio 2020 decide per il ritiro militare degli USA, che viene confermato e attuato in questi giorni dal Presidente Biden. Con gli Americani si ritirano tutti gli altri contingenti.

Non occorre sottolineare, anche in questa vicenda, l’assoluta inefficacia dell’ONU, delle Nazioni Unite che, come sempre, si limitano a diffondere proclami, detti risoluzioni, peraltro numerate.

Eccoci, cari lettori, a queste ore.

Ora i Taliban che, nel frattempo, in questi ultimi vent’anni hanno stabilito rapporti utilitaristici (non si dimentichi che per quelle regione passerà un gasdotto di importanza strategica) con potenze moralmente più “ciniche” sui diritti umani come la Cina, la Russia, la Turchia e l’Iran, mentre con il Pakistan non avranno grandi problemi, perché sono al potere, anche anche a nome e per conto proprio del Pakistan, per rinforzare la massa critica sunnita della regione contro l’India, nemico storico.

Peraltro, non dimentichiamo anche l’intreccio etnico-culturale presente storicamente nella zona: tra i pashtun, sunniti, e gli hazara, sciiti, c’è inimicizia sotto molti profili: i primi sono prevalentemente pastori, i secondi piuttosto agricoltori. Poi vi sono i Tagiki, come Massud e gli Uzbeki. Un crogiolo complesso e in continuo movimento.

Ci sono gli aspetti economici da considerare che, anche se quasi sempre dissimulati dalle questioni ideologiche, sono sempre primari. Di che che cosa vivrà il Popolo afgano? Ancora essenzialmente di oppio, sostanza stupefacente di cui pare costituisca circa il 90% della produzione mondiale? O di minerali rari come il litio, il rame, le terre rare, l’oro, etc.? Non pare plausibile. Con i Taliban bisognerà trattare, come si è fatto in mille altre situazioni della storia.

Ci può insegnare qualcosa, dico, come Occidente, questo evento?

Riusciamo finalmente a capire (non tanto noi Italiani, ma gli Americani in primis, e in secundis Inglesi e Francesi) che la democrazia parlamentare NON si può esportare? Non bastano le lezioni irakena, siriana, libica e afgana, per capire questo? In questo contesto drammatico gli USA sono stati il protagonista peggiore (e mi dispiace che anche Obama si sia distinto in pejus).

La base di questi errori macroscopici è l’ignoranza antropologica. I gruppi dirigenti dell’Occidente non hanno finora avuto l’umiltà e la pazienza di studiare la storia, gli usi, costumi, cultura e tipologie religiose dei popoli del Vicino e del Medio Oriente. Non hanno capito che il “sindaco” di una comunità non viene eletto, ma “riconosciuto”, per leadership, vale a dire, storia personale, coraggio, saggezza e lealtà, e quel “sindaco” è il capo tribù. Un altro esempio: ci si scandalizza per l’inefficienza del cosiddetto “esercito afgano” forte (?) di 300.000 uomini. Ma sappiamo che, quando uno degli ufficiali impartisce un ordine, il subalterno telefona al padre per sapere se deve eseguirlo o meno? Così funziona la cultura tribale: non riconosce altra autorità che quella sua propria intrinseca.

Non si può mutuare l’Illuminismo francese di Montesquieu, quello inglese di John Locke, quello tedesco di Kant, quello italiano di Cesare Beccaria in territori che per millenni hanno scelto il modello patriarcale di vita e di gestione della famiglia, della comunità locale e dello stato. Di questo ambiente fanno parte anche le vittime attuali dei Talebani, anche il popolo.

Anche in tutto questo, oltre alla disastrosa gestione del passaggio di consegne militare tra Occidentali ed “esercito afgano”, si può collocare la demotivazione di soldati e ufficiali nella lotta ai Talebani. Questi assomigliano moltissimo a quelli, ancora.

E allora bisogna prendere atto che forse i tempi della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità all’occidentale non possono maturare sulla traccia dei caccia bombardieri, ma su un mix di sviluppo della cultura (anche della nostra) e dell’economia di quei popoli e nazioni.

Forse l’occasione viene data dalla crisi ambientale planetaria, da quella del clima, da quella energetica, ma soprattutto da quella del pensiero critico, se ve ne sarà una consapevolezza più generale.

In ogni caso, la nostra idea di etica del rispetto totale e assoluto dell’integrità psicofisica degli esseri umani, non potrà non guidarci nei rapporti con questi nuovi padroni dell’Afganistan. Non solo le convenienze dettate dall’economia, che sono sempre primarie in ogni vicenda umana.

Messi, che lacrime ridicole! Jacobs sia umile. Tortu, che bel sorriso… e approfitto della visibilità del titolo per segnalare l’ultima idiozia vista su un quotidiano sportivo: parlando della staffetta vincitrice della 4 per 100 a Tokio, leggo che il primo frazionista, Lorenzo Patta, nato nel 2000, è un millennial. Ma, se si intende che “millennial” è chi è nato nel nuovo secolo, il XXI e nel nuovo millennio, il III, Patta NON E’ un millennial! Ancora, ancora c’è gente convinta che il 2000 sia il primo anno del III millennio e del XXI secolo, idioti!

Ciò che qui scriverò, caro lettore, non avrà nulla di moralistico, ma sarà semplicemente narrativo, realistico, forse solo un po’ attento agli aspetti finanziari, gestionali e di etica d’impresa, nei limiti che la mia limitata competenza in materia mi consente, incompetenza che, come sai mio caro lettore, non riguarda l’etica d’impresa.

Il signor Messi, gran calciatore e piccolissimo uomo, mi ha fatto solo malinconicamente ridere con le sue lacrime (?), mentre dalla sede della sua storica squadra di calcio, spiegava ai giornalisti le ragioni per cui dopo vent’anni se ne stava andando a Parigi, per un compenso biennale di settanta milioni netti (se ho capito bene)! Più o meno. Dal Barcellona ne aveva accettati appena (!!!) 20 (parlo di milioni all’anno, caro lavoratore medio, ma anche caro dirigente, caro Cfo, caro Ceo, caro imprenditore), ma la Liga spagnola non avrebbe ammesso un contratto del genere, vista la crisi (morale?) finanziaria ecc. ecc. del settore, e in considerazione delle regole attualmente in vigore negli organismi internazionali, come la UEFA, regole che comunque le società calcistiche di proprietà di emiri o magnati russi, come il PSG di Parigi, il Manchester City, il Chelsea e altre, stanno bellamente violando da oltre un decennio.

La dico così: oramai da oltre dieci anni la Coppa dei campioni, o Champions League, NON VIENE VINTA, MA COMPERATA!!! Diciamo, almeno dal famoso Triplete dell’Inter de Milan.

Qualche ingenuo (solo ingenuo?) scoltatore radiofonico addirittura si scandalizza perché Messi non abbia accettato di giocare agratis (così ha detto) per il club catalano. No comment. Alle radio aperte al pubblico telefonano quelli che hanno bisogno di sentirsi per radio e di farsi ascoltare dagli amici del barsport. Trattasi, solitamente, di fuoriclasse del pensiero umano contemporaneo.

Diego Armando Maradona, figura con la quale Messi non ha nulla a che vedere

Piangeva (ma senza lacrime vere, cioè acquose e salate), con il fazzolettino nascondente il falso pianto, el seňor Lionel Messi, convincendo sul suo reale dolore solo (penso) cinque o sei persone (o solo tre), in tutto il mondo. Che squallore!

Lui, come il grosso Lukaku, che pareva un eroe gladiatorio della ottima Inter dell’anno scorso (squadra tanto simpatica quanto sfigatella), e invece ha seguito il market anglo-russautocratica, che gli bonificherà 12 milioni netti (1 al mese) all’anno, invece dei (solamente) 7, poverino, che poteva confermargli la “sua” Inter. Big Rom, l’amatissimo condottiero se ne è andato dopo due anni, facendo seguito alla scelta del suo ex coach, che non poteva accettare neanche per 12 milioni all’anno, di rivincere (forse) solo lo scudetto, ma forse, ripeto. Che squallore! …cui si aggiunge anche quello del giovine portierone della Nazionale italiana, il fortissimo Gigio, governato da un grosso (di circonferenza addominale) mezzano, che mi ricorda proprio i mediatori di compravendita di buoi di paese di nonnesca memoria.

Non mi scandalizzo per gli stipendi abnormi dei calciatori, ma per la loro inconsapevolezza di vivere in una sorta di bolla esistenziale senza senso, in ragione di una vita pressoché scollegata dal resto del mondo.

Tortu Filippo, invece, è un bel ragazzone italiano, con una personalità timida ma spiccata. E’ già un campione notevole e lo diventerà ancora di più, se saprà mantenere le virtù morali che ha già mostrato in questi anni. Insieme con i suoi compagni della staffetta potrà fare grandi cose, ma soprattutto se Lamont Marcel Jacobs riuscirà a non montarsi la testa cedendo alla retorica fasulla dell’uomo più veloce del mondo. Affermazione non rispondente al vero (se non durante la finale olimpica del 100 metri piani di Tokio), perché 9.80 è un tempo già corso, anche più volte, negli ultimi vent’anni almeno da una decina di atleti (alcuni: Tim Montgomery, Tyson Gay, Johan Blake, Justin Gatlin, Travyon Borrel, Asafa Powell, Nesta Carter, etc.), che hanno spesso fatto anche meglio di Jacobs, e molto distante dal 9.58 di Usain Bolt che, nella stessa gara gli avrebbe dato almeno due metri e mezzo di distacco. Jacobs stia umile e lavori, come tutti quelli che sanno che il lavoro e la fatica pagano. Faustino Eseosa Desalù lo sa bene, e anche Lorenzino Patta, il primo frazionista ventunenne, nato nel 2000.

Patta non è un millennial, come scrivono alcuni giornalisti, che insistono nell’errore di propalare che il 2000 sia il primo anno del terzo millennio e del ventunesimo secolo. Ma diamine (per non dire di peggio)!

Possibile che non sia a loro chiaro che il 2000 è l’ultimo anno del ventesimo secolo e del secondo millennio? Non gli basta capire che la prima decina numerica, da uno a dieci, finisce con il 10 e non con il 9? Non ce la fanno a fare un’analogia tra il più semplice dei conteggi, quello da prima elementare da 1 a 10, con il rapporto che sussiste tra il 2000 e il 2001, capendo che il primo giorno del ventunesimo secolo e del terzo millennio è il primo gennaio 2021, non il primo gennaio del 2000?

Ma a Patta certo non interessa nulla di questa ignoranza colpevole dei protagonisti dei media.

A me interessa, perché costoro fanno danni a chi non sa leggere criticamente le loro fanfaluche e imprecisioni.

Rimedio nel mio piccolo, come posso, sempre sul pezzo.

Il mio “Sessantotto”

Nando, o Ferdinando Ceschia è mio amico da oltre mezzo secolo. Frequentammo assieme il nobile Regio Liceo ginnasio Jacopo Stellini di Udine, scuola magnifica, che ci ha lasciato un ricordo, ma soprattutto un retaggio formativo e culturale incommensurabile. Pubblico questo suo racconto su quegli anni, “formidabili” come scrisse qualcuno, ma soprattutto indimenticabili, tali da farci ritenere di essere stati dei privilegiati, rispetto a prima e anche a dopo. I nostri ricordi sono parte di ciò che siamo diventati.

Negli anni sperimentammo altre esperienze in comune, come quando fummo, in tempi diversi, Segretari generali di un Sindacato forse un po’ strano ma libertario, nel quale ci succedemmo l’un l’altro.

Un suo pezzo…

“Ero con Enrico e Claudio nella sede udinese del “movimento studentesco” in Via Anton Lazzaro Moro. Trenta metri quadri arrendevolmente disadorni, ma nel cuore di Borgo Villalta, quello che era allora il quartiere più proletario di Udine. Dopo un anno di nomadismo cospirativo nelle salette dei bar, ci pareva una conquista di cui andare abbastanza orgogliosi. Intendevamo discutere di come tenere accesa la tradizione asimmetrica della Sezione F, l’ultima e la più raccogliticcia del Liceo Stellini, affidata ad un gruppo di professori di sana e robusta tradizione antidemocratica. Quel giorno non ci fu tempo per farlo, perché il gruppo friulano degli studenti dell’Università di Trento (quelli scafati e già leader) comunicò asciuttamente, a noi studenti medi : “Da domani ci chiameremo Lotta Continua”. Una scelta (era l’autunno del’69) che accettammo subito, senza riserve, come naturale e matura (“Ce n’est qu’un début, continuons le combat”…), in linea con il radicamento politico/ideologico tutto italiano del fenomeno “Sessantotto”.

Un fenomeno che ha cambiato profondamente i miei gusti, la mia vita personale, familiare e lavorativa attraverso scelte, valori e pratiche che vivo ancora oggi, a distanza di cinquant’anni, come un nucleo formativo fondante, come il sapore di una originalità assoluta che ho avuto la fortuna ed il privilegio di cogliere.

Nessuna esaltazione enfatica nel ricondurre questa considerazione ad una oggettiva evidenza: il decennio di movimenti spontanei di opposizione al sistema, in Italia, ha registrato una complessità, una estensione sociale, e soprattutto una capacità interattiva straordinarie, ben più marcate che negli Stati Uniti, in Francia, in Germania od in Polonia. A settori ampi di classe operaia, si affiancarono aree del ceto medio (studenti, impiegati, tecnici, intellettuali, professionisti), segmenti sociali marginali (sottoproletari, disoccupati, carcerati), quote di rami dello Stato (magistrati, poliziotti, soldati di leva e di carriera) e movimenti di gruppi minoritari (minoranze etniche e linguistiche, religiose, sessuali). Nessun’altra nazione è in grado di esibire questa gamma e soprattutto questa rete di “contaminazioni”. Con la loro spontaneità, la loro irruenza, il loro entusiasmo gli studenti contagiarono la classe operaia, proponendo nuovi modelli di riferimento, sul piano dei contenuti come su quello della organizzazione delle forme di partecipazione. Le femministe non rimasero, come altrove, isolate in piccoli nuclei di avanguardia, ma influenzarono il movimento studentesco, influenzarono la politica ed i suoi equilibri. I soldati riportarono nelle caserme il vento dell’assemblearismo studentesco e della rivendicazione dei diritti, ed a loro volta influenzarono il movimento dei sottufficiali, i nuclei iniziali del sindacato interno di polizia e così via.

Anche sul versante delle culture politiche i contatti, le osmosi, gli scambi, furono frequenti e molto significativi. Marxisti, anarchici, cattolici, radicali, pur secondo impronte spesso esasperatamente gelose delle proprie peculiarità, entrarono a far parte di una pandemia a rapidissima diffusione, che coinvolse e non lasciò nulla di immutato.

Basterebbe un semplice raffronto tra il “prima” ed il “dopo”, per comprendere la portata e la qualità dei cambiamenti intervenuti per effetto dell’irrompere del “Sessantotto”.

Il mio percorso soggettivo (studente al Liceo Jacopo Stellini, poi Movimento Studentesco, quindi militante di Lotta Continua, Avanguardia Operaia, Democrazia Proletaria), mi suggerisce di sottolineare due elementi connotativi specifici di questa realtà locale, due elementi sostanziali o forse soltanto due condizioni anomale:

  • la massiccia presenza dell’esercito e delle conseguenti servitù militari, e
  • la spinta popolare attorno alla richiesta di istituire l’Università a Udine, ricollegabile in buona parte ad un filone di cultura autonomista, tanto laico che clericale.

Nel “Sessantotto”, oltre 1/3 dell’esercito italiano era in Friuli, e nessuna delle sanguinose trame nere di quel periodo, a partire da quella di Piazza Fontana (“La strage di Stato” fu per la mia generazione una sorta di finestra sul baratro), mancò di coinvolgere le gerarchie militari in Friuli.

Tutto il fermento cresciuto nelle fabbriche, nelle università e nelle scuole del Paese, si ritrovava da noi, nelle caserme più sperdute, in grigioverde, a misurare la distanza tra un sogno di libertà ed una penosa ed inspiegabile costrizione. Quasi nessuno ricorda più che a Udine, centinaia di soldati in divisa, rischiando il carcere di Peschiera, sfilarono per le strade della città, chiedendo il rispetto dei diritti costituzionali, battendosi perchè ai giovani friulani colpiti dal terremoto del ’76 fosse riservato il servizio civile.

Ecco, è importante annotare che in Friuli, più di Bologna ’77, dei carri armati nella città felsinea, del pugno di ferro adoperato per liquidare tutta una generazione di contestatori e non solo le sue frange degenerate, quelle approdate alla lotta armata, sia stato proprio il terremoto, la capacità di reagire e lo sforzo per la ricostruzione delle aree disastrate che ne seguì, a segnare il confine tra la fine del “Sessantotto”, del “movimento” e l’inizio di un’altra fase, assai concreta, capace di impegnare i “figli del Maggio” in una sfida carica di significati collettivi stimolanti.

Porto ancora negli occhi, prima del ‘68, l’immagine di un fiume di giovani che canta, corre, si inginocchia e riparte. Che scandisce slogan per l’istituzione dell’Università a Udine, si stringe in fila e sorride, anticipando la convinzione che si può contestare il potere costituito, che si può essere protagonisti scendendo in piazza, alla luce del sole, mettendosi in primo piano. Rischiando.

Ho seguito spesso quest’ultimo spunto, pur conoscendo bene le composte valutazioni che si accompagnano a collaudate etichette di comodo come: ingenui, sognatori, guasconi… Eppure.

Ricordo benissimo di avere provato un brivido inquieto quando ho visto per la prima volta un autista in limousine accompagnare una ragazza ricca al terrapieno del MIO “Regio Liceo” (la scolarizzazione di massa aveva riempito il tempio di proletari irriguardosi e non soffrivo più di solitudine) ed ho partecipato volentieri alla occupazione dei suoi storici stanzoni. Ho vissuto l’espulsione da tutte le scuole d’Italia dei due amici e compagni di classe già citati, che stufi di essere repressi, di essere continuamente fatti oggetto di note sul registro e di sospensione dalle lezioni, avevano deciso fosse venuto il tempo di invertire i ruoli e di cominciare a vergare più fantasiose reprimende nei confronti degli insegnanti.

Ho distribuito volantini dei Proletari in Divisa, partecipato alle attività del Movimento Democratico dei Soldati, diretto la sede locale del “Circolo La Comune” di Dario Fo. Ho partecipato alla contestazione nella Facoltà di Medicina a Trieste nel ’70, cercando di capire le differenze ideologiche e comportamentali tra il Professor Quadrifoglio e lo studente Massimo B. . Ho sposato una femminista di AO, ed infine, dal ’77 sono stato sindacalista della ricostruzione post-terremoto. Io, io, io….coniugazioni in prima persona….solo per dire che il “Sessantotto” non è per me solo un ricordo lontano, più o meno nostalgico.
Mi è entrato dentro, mi scalda ancora, mi rallegra e non vuole finire in un cassetto. Testardo.”

(Ferdinando Ceschia)

Perché la sinistra italiana attuale non mi piace, una sinistra i cui leader (?) si fanno “dare la linea” da un rapper… come mai avrebbero fatto Berlinguer e Craxi con Venditti e Guccini

(chiosa ex post: scrivo queste righe qualche giorno dopo la pubblicazione di questo post, in ragione di ciò che è successo al concertone sindacale del I Maggio. A un certo punto il rapper Fedez ha fatto un discorso politico sui diritti civili, naturalmente senza alcuna fondazione teorica, che da lui non si può pretendere, e tanto meno dalla pletora di suoi follower che riempie la parte centrale della gaussiana, quella dei mediocri. Detto questo, se in sostanza condivido eticamente ciò che ha sostenuto, epperò su robuste fondazioni antropologiche circa la pari dignità fra tutti gli esseri umani, ciò che mi deprime è la leadership della sinistra politica italiana che ha bisogno di dire che “ha ragione Fedez…”. Tutto qui, poveri Conte e Letta?)

Chi mi conosce sa che sono un socialista riformista classico, turatiano, nenniano e anche craxiano, per la parte nella quale Bettino rinforzò la linea gradualista e riformista del suo predecessore, il grande Pietro, non per la dimensione più cinica dei suoi atti. Salto De Martino, ma con rispetto.

Pietro Nenni

Essere socialisti riformisti significa essere molto distanti dai comunisti. La dico così, semplicemente, anche se qualcuno potrebbe pensare che, tutto sommato, la distanza non sia così importante. Invece no, è quasi siderale, soprattutto dal punto di vista filosofico-antropologico. Sotto questo profilo, il comunismo privilegia la massa alla persona, il socialismo no, specialmente quello umanistico, che proviene dritto dritto dal cristianesimo evangelico.

Secondo una vulgata diffusa, attualmente la mia “casa politica” dovrebbe essere il Partito democratico, oggi guidato da Enrico Letta, ma non è così. Né posso ritrovarmi nel micro-partitino di Nencini e Bobo Craxi. E’ ovvio che, a maggior ragione, non mi trovo nelle aree di centro  tipo Forza Italia, che tanti ex PSI hanno scelto da poco meno di trent’anni.

Mi spiego: fino a Tangentopoli le linee politiche dei partiti erano chiarissime: ad esempio, era evidente a quali aree di riferimento sociale attingessero i comunisti e i socialisti, i repubblicani e i democristiani. Parlo di ciò che mi interessa qui: la sinistra di allora faceva ancora riferimento alle classi lavoratrici e anche ai lavoratori intellettuali. Molti comunisti e socialisti erano insegnanti, docenti e ricercatori, ma in generale non erano spocchiosi, salvo alcuni.

Con il tempo, invece, quasi la maggioranza di questi, soprattutto dopo le vicende sopra citate, che avevano salvato solo i comunisti, è diventata spocchiosa e politicamente corretta, nel contempo progressivamente abbandonando la rappresentanza dei ceti sociali che erano stati il riferimento della sinistra storica da più di un secolo, preferendo forme di rappresentanza civile che interessavano di più, e non poco, i ceti intellettuali a stipendio fisso, spesso statale, ma anche giornalisti, conduttori televisivi, etc. Un Fabio Fazio sarebbe stato impensabile, così come si esprime oggi, prima del ’90, e anche una Murgia o altri di cui dirò dopo. Bene, se costoro sono “di sinistra”, io non posso essere più di sinistra, quantomeno della loro sinistra.

Non posso essere della sinistra di un Saviano, che vive di rendita e costa allo stato fior di quattrini, oppure di un don Ciotti, che ha la faccia e i toni del falso modesto.

Non condivido la sinistra che si occupa solo di diritti civili, dimentica di quelli sociali, di quella sinistra ex-capalbiese fatta di intellettuali, scrittori di successo à la Maraini che difende la Murgia, e cineasti senza problemi di sopravvivenza.

Non condivido la sinistra educata al politicamente corretto, per cui è indispensabile usare parole come “femminicidio” per sottolineare che è stata uccisa una donna: a costoro vorrei opporre il simmetrico “maschicidio”. Ridicolo, vero? Diciamo “omicidio”, perché la derivazione dal latino homo significa “genere umano”.

Non condivido la sinistra à la Boldrini, che declina al femminile tutto quello che storicamente è al maschile, ma non per conservatorismo, ché la lingua evolve, cambia, s’adatta ai tempi. Noi parliamo l’italiano dantesco, ma con molte modificazioni generate nel tempo. Va bene, è per ragioni estetico-fonetiche che preferisco sindaco a sindaca, ministro a ministra

Potrei continuare citando la sinistra “apparente” dei 5Stelle: gente come Crimi e Dibattista, di che sinistra volete che siano? suvvia… E Dimaio che recita di un partito né di destra né di sinistra?

Come si fa? Destra, sinistra e centro non sono morti, ma sono cambiati, si sono adeguati ai tempi, ai nuovi raggruppamenti sociali e alle nuove culture, anche se molto male, in modo sgangherato, confuso, contraddittorio. Certamente cinquant’anni fa era più facile essere, ad esempio, “di sinistra”: stavi con gli operai, che erano lavoratori con poche o nulle garanzie, specialmente prima dell’emanazione dello Statuto dei Diritti dei lavoratori (20 maggio 1970).

Quelle erano classi con milioni di facenti-parte: venti milioni di operai, tre milioni di pubblici dipendenti, un milione di insegnanti, due milioni di gente dei campi… trenta milioni di casalinghe. Tutto chiaro e nitido. Eri di sinistra più o meno se eri operaio, e di destra più o meno se possidente, industriale, alto dirigente pubblico o privato, borghese, o anche, ma solo un po’, di centro. Gaber ironizzava sulle tre posizioni politiche in modo memorabile: di sinistra la doccia, di destra il bagno in vasca; di sinistra o di destra o di centro a seconda delle abitudini personali…

Oggi, per me stare a sinistra è essere democratico-parlamentare, per un welfare equilibrato e giusto, per una cultura diffusa e una scuola-università accessibili a tutti, una sanità gratuita e improntata alla prevenzione, per una ricerca centrale nella programmazione degli investimenti…

Essere di sinistra è non cercare sempre scuse, è essere responsabili, cioè rispondere delle proprie azioni, è delegare con criterio, è guardare l’altro come un “io”, non come un oggetto dove terminano le mie azioni e le mie parole.

Essere di sinistra significa sentirsi cittadini del mondo senza dimenticare la patria, termine negletto dalla sinistra ufficiale, lasciato stupidamente alle destre, anche le più retrive.

Essere di sinistra è molto… filosofico, anche se vi sono, eccome validi pensatori di destra, secondo lo schema storico-politico. E concludo con…

La mia patria è il mondo intero, la mia legge la libertà, come cantavano gli anarchici alla fine dell’Ottocento. Io aggiungo: la mia patria è prima di tutto l’Italia e pongo la giustizia accanto alla libertà, perché quest’ultima senza giustizia è un egoismo insensato.

Da immemorabili tempi le cronache estive hanno il loro “giallo”, dai tempi dello “scandalo Montesi/ Piccioni”, delle vicenda di Fenaroli/ Ghiani e Maria Martirano, dai tempi del delitto del bitter di Arma di Taggia… è come se il popolo dei lettori abbia bisogno di qualcosa di diverso, di piccante, e misterioso, di peccaminoso e delittuoso, di drammatico o addirittura di tragico, poiché il “male” permea la vita dell’uomo, inevitabilmente, facendo anche – a volte – risaltare il bene

Quest’anno il fatto è collocato in Sicilia, tra Messina e Caronia. Protagonisti: una gradevole signora poco più che quarantenne dal sorriso smagliante (almeno sul web), il suo figlioletto quattrenne, entrambi trovati morti dopo giorni di ricerche vane, il marito un po’ trendy, le comunità locali, gli inquirenti, i volontari che si offrono per ricercare i primi due scomparsi in modo finora inspiegabile, il carabiniere in pensione che trova un corpicino “dove nessuno lo stava cercando” (parole sue un po’ indispettite), e l’ambiente, meravigliosamente estivo, siculo fin nel profondo, con il mare a portata di sguardo, il Tirreno profondo, e una piramide in ferro brunito, definita “misteriosa” da giornalisti privi di ampiezza lessicale. Tutt’intorno la boscaglia, la macchia, i maiali neri dei Nebrodi mescolati geneticamente ai cinghiali, un territorio semi-collinoso definito “impervio” da qualcuno, aggettivo che a me, abituato alle impervietà vere delle rocce e di erti pendii alpini, sembra esagerato. Un territorio che percorrerei con le infradito, che non ho mai usato.

Lo strano comportamento di chi ha visto la donna e il bimbo incamminarsi verso la boscaglia. Zitti, muti come cospiratori. Nessuno telefona ai carabinieri, al 118, nulla.

E poi lo stuolo di “esperti” o reputati (e sé reputanti tali) tali in tv e sul web, la criminologa seriosa, lo psichiatra dal cachet sempre splendido, le domande falsamente insidiose dei conduttori, emblemi di una mediocrità comunicativa evidente. Farei anche dei nomi, ma li ho fatti altrove, precedentemente. E il lettore mio sa a chi mi riferisco. E la noia incombe.

Che è successo realmente? Il super esperto di psiche afferma con fare annoiato che una “mamma” con quei conclamati (da quando?) problemi psichici non la si lascia portare via in auto un bimbo come Gioele. La criminologa, come sempre assai compunta, si distingue per una pretesa maggiore profondità di ragionamento, a sentir lei. Pagati tutti e due per dire cose che poteva intuire anche mia nonna. E ogni giorno la vicenda è in prima pagina, sia sui media di carta, sia su quelli telematici, accanto ai nuovi contagi Covid, a Lukascenko e a Trump/ Biden, in base a una per me assai discutibile gerarchia di importanza.

Siamo seri: alla fine, che importanza nazionale può avere la vicenda di Caronia per meritare tutta questa attenzione mediatica? Rispondo in base a diverse prospettive: 1) da un punto di vista etico/ filosofico personalista e teologico, la vicenda ha importanza assoluta, perché ogni (dico “ogni”) vita umana ha un valore assoluto. Ma subito obietto: e le altre migliaia di bimbi che ogni santo giorno si ammalano, son sempre più denutriti e muoiono in molte zone del mondo? Di loro si parla per numeri, non per nomi. Delle donne poi che dire? quante sono maltrattate, picchiate, stuprate, vilipese in qualsiasi modo, mutilate e uccise, mentre parliamo della (bella?) disk jockey? 2) da un punto di vista politico, la vicenda ha ben poca rilevanza; 3) da quello socio-culturale, appartiene al novero dei fenomeni attinenti agli attuali modi di vivere, frenetici e disordinati, e perciò non indica particolarità significative; 4) dal punto di vista mediatico, tutto cambia, perché l’insistenza con la quale se ne parla, contribuisce ad enfiarne l’importanza, la centralità nella gerarchia delle notizie, perché incuriosisce interpellando morbosità insite in molti, forse in quasi tutti. Ecco, è la dimensione mediatico-commerciale e quindi economica che muove la vicenda. E questo fa un po’ di tristezza. Mi viene da dire una cosa che attesta la mia scarsa simpatia per gli esperti convocati dalle tv: che cosa farebbero questi signori&signore se, specialmente d’estate, non accadessero fatti così sfiziosi, ancorché tragici? Non lo so.

Nel novero dei protagonisti della vicenda una sola persona mi ha convinto, per la scarna frase pronunziata e per il comportamento, cioè il carabiniere in pensione che ha trovato lavorando solo due o tre ore, il corpicino: alla domanda circa “come avesse fatto a trovarlo così rapidamente“, ha risposto lapidario: “Ho cercato dove gli altri non hanno cercato. Punto“. per dire che non ammetteva né repliche né commenti.

Ecco, un altro punto. Dopo venti giorni nei quali forze dell’ordine e volontari cercavano senza trovare un corpo di bimbo in una zona che è fuorviante definire “impervia” (sopra ho spiegato che cosa ragionevolmente si possa onestamente intendere per “impervio”), una persona veramente esperta, competente e disinteressata, ha risolto un caso che decine di altre persone non riuscivano a concludere in intere giornate di ricerca.

Caro lettore, sai che proprio non mi capacito? Non capisco, non riesco a comprendere come la cosa si sia risolta in questo modo. Battendo il territorio con metodo, con gruppi che avanzano in riga orizzontale e visitano ogni anfratto del rettangolo di territorio destinato, per poi spostarsi su un altro rettangolo, metodicamente, fino a coprire una superficie che ragionevolmente avrebbe potuto contenere tutto il girovagare della donna… quanto? dieci o quindici km quadrati? Un rettangolo di due/ tremila metri per sei/ settemila?

Proprio come si vede fare nei thriller americani, che pare siano più documentati del nostro reality. Ecco, mi è parso che le tv abbiano trasmesso un reality senza pagare nessuna comparsa, perché tutti erano più o meno tali.

Dear Mister Conte (Antonio)…

un paio di decenni fa ero Direttore Risorse umane di un’azienda con un fatturato forse 15 volte maggiore di quello dell’Inter F.C. Spa di Milano, squadra che mi è simpatica. L’azienda dove fungevo da Human Resources General manager contava circa 5000 dipendenti (ora 7000), quindi almeno cinquanta volte il numero dei dipendenti dell’Inter pazza e imprevedibile. Bene, se avessi qualche anno di meno, mi sentirei di propormi come Direttore del Personale di quella nobile compagine calcistica e, tra le cose più costruttive che proporrei in questi giorni alla Proprietà Suning-Zhang e alla Direzione, vi sarebbe una lettera all’allenatore attuale, il Signor Antonio Conte.

il testo potrebbe essere il seguente, caratteristico di una Raccomandazione formale scritta, e quindi nulla a che vedere con il Codice disciplinare aziendale, cioè con le modalità di una Contestazione disciplinare ex articolo 7, comma 2 della Legge 300/ 70 o Statuto dei diritti dei lavoratori.

Dear Mr. Conte,

lo spirito di dialogo e collaborazione che ha sempre contraddistinto il rapporto tra la nostra Società e Lei, deve necessariamente prevedere trasparenza e verità nelle relazioni tra noi.

Pertanto, in questo caso, ci duole segnalarle che alcune Sue recenti dichiarazioni pubbliche, in occasione dell’ultima partita di Campionato italiano (vinta sull’Atalanta), non sono state congrue e appropriate circa la Sua posizione di dipendente della Società, anche se, trattandosi di una Società attiva nel mondo del calcio, non v’è dubbio che tale rapporto di dipendenza sia di carattere molto particolare: basti solo pensare alla enorme popolarità e fama che tale ambiente comporta anche per Lei, e il trattamento economico con Lei concordato, che nulla ha a che fare con l’enorme maggioranza degli altri lavoratori. In ogni caso, Lei non deve dimenticare mai di essere un “dipendente”, oltre che un valido e stimabile professionista, da molti riconosciuto, nel Suo ruolo.

Prima di procedere con le considerazioni che intendiamo proporLe, non possiamo non farLe presente che, se la Società avesse scelto di procedere disciplinarmente, si sarebbero giuridicamente addirittura configurati gli estremi per un Suo licenziamento, invocando la figura giuridica (ex Lege 604/ 1966 et s.m.i.) della Giusta causa. Un tanto è confermato da non pochi pareri di autorevoli giuristi, che possiamo (o meno) avere interpellato.

Di contro, come questa nostra evidenzia, abbiamo deciso di percorrere la strada del dialogo, mettendo in chiaro alcune questioni che riteniamo essenziali per una prosecuzione positiva del rapporto di collaborazione.

Ci permettiamo pertanto di formularLe alcuni consigli, che se Lei riterrà utile considerare, potrebbero aiutarLa a migliorare il Suo modo di “stare nell’Inter” e, se Lei permette, anche il Suo personale modo di porsi con gli altri. Beninteso, non siamo qui a parlare dei Suoi tratti caratteriali che, come ci è ben noto, non sono modificabili, ma di alcuni suoi comportamenti che, come ben spiegano le più affidabili dottrine psico-relazionali, sono modificabili, se l’interessato è disponibile a prendere in considerazione l’opportunità di un cambiamento.

Nello specifico ci pare di poter affermare che alcune modalità comportamentali Sue sono caratterizzate da un Egocentrismo e da un’Autostima assai, troppo, espansi, espressione di un Ego poco capace di considerare le posizioni altrui. Questo sotto il profilo psicologico. Ma non si può trascurare neppure il profilo etico-morale: Lei a volte pare manifestare una importante carenza di Umiltà e. badi bene, non stiamo parlando di Modestia, ché non è richiesta, specie se fasulla nella sua declinazione falsa.

Le diciamo quindi, con serenità e fermezza, che ci aspettiamo da Lei un cambiamento nei comportamenti, anche perché riteniamo che questo sia possibile tenendo conto della Sua indubbia intelligenza e cultura.

Con i migliori saluti e auspici di collaborazione ulteriore

La Presidenza/ Direzione

(…questo farei firmare al Signor Presidente Steven Zhang)

Quando Sigrid mi aggiustava il nodo della cravatta

Ragazzini vestiti da uomini eravamo. Al liceo, al nobile regio liceo-ginnasio, dove io ero – per alcuni – lì come per sbaglio. Unico, forse, figlio della classe operaia in quel luogo.

Il Liceo Ginnasio Jacopo Stellini di Udine

Gli altri compagni e compagne erano o figli e figlie di militari, o di professionisti, o di impiegati pubblici, o di commercianti. Ero, per le regole di classe di quegli anni, fuori posto. Anche la mia preparazione, dopo la terza media e nei primi mesi della quarta ginnasio, era inferiore a quella di molti compagni, ma ben presto pareggiò la loro: forse a febbraio non avevo più nessun handicap verso alcun compagno. Le ragazze mi sembravano grandi, molto grandi, e io mi sentivo piccolo, molto piccolo, ma non di statura. Loro guardavano quelli di seconda e terza liceo: da quattordicenni si interessavano ai diciottenni che, a loro volta erano spesso figli di papà benestanti che li portavano a scuola in auto. Ma erano dei rivoluzionari. Taluni avevano già la macchina personale, magari “solo” una Fiat 500 o una Mini Morris.

Ricordo ancora uno studente (ho in mente il suo cognome che qui non riporto, ma forse, se leggerà, si potrà anche riconoscere), militante della FGCI, cioè della Federazione Giovanile Comunista Italiana, che, quando pioveva, scendeva davanti alla nobile scalinata, da una grossa Mercedes grigia, pulitissima con suo padre al volante. La militanza politica era prevalentemente a sinistra, anche (anzi soprattutto) al liceo, ma a sinistra del Partito Comunista. Io che mi sentivo socialista, per via di mio papà e delle prime letture politiche, mi sentivo esterno, estraneo a un mondo che era profondamente borghese, eppure parlava di proletariato, di lotta di classe e di rivoluzione. C’era qualcosa che non mi quadrava.

I maschietti erano obbligati dal dress code dell’istituto e del tempo a giacca e cravatta, codice che il ’68 avrebbe smantellato. La ragazze indossavano il grembiule nero, che le rendeva carine come dei corvi giovinetti. E le professoresse idem, anche loro con il grembiule nero. I professori, invece, indossavano giacca e cravatta come noi ragazzini.

Non avevo capi di gran pregio, ma ero pulito e dignitoso. Non avevo ancora imparato a far bene il nodo della cravatta e , ricordo, una mattina, una mia compagna tedesca, Sigrid, mi sistemò con cura il nodo e mi diede un buffetto cameratesco. Non so se avesse simpatia per me, ma lo fece con naturalezza estrema. E io neanche mi vergognai. Lo dissi a mia madre e lei sorrise. Ma poi imparai a fare bene i nodi della cravatta, finché la cravatta fu un obbligo, perché poi venne il tempo dei maglioni, degli eskimo verde oliva, dei jeans e delle scarpe da ginnastica.

Il liceo era cambiato. La rivoluzione era alle porte, ma il racconto di quei tempi è cantata meglio dal mio amico Nando, che ne ha fatto una saga, una serie di fatti narrati che meriterebbe la pubblicazione di un volume. Il mio amico Sergio ha pubblicato un volume, Le case di via Feletto, dove racconta quegli anni dalla prospettiva di dove abitavano famiglie di militari come la sua. Non so se altri compagni del tempo abbiano scritto qualcosa. Sarebbe bello.

Ho cercato sul web quella Sigrid e mi pare di averla trovata, mi pare che faccia attività nel mondo della comunicazione, nella sua Germania, ma mezzo secolo fa mi aggiustava il nodo della cravatta.

Tanto tempo è passato e siamo ancora qua per qualche tempo a raccontarcela, più in età, con la memoria buona, dopo vicende tutte diverse, studi, lavori, amori, figli fatti e figli evitati, forse anche figli inconsapevoli di essere stati generati da quelli della sezione F. Un saluto e un abbraccio a chi di loro, della vecchia F, mi possa e mi voglia leggere.

“mat, vecju, stupit e puar”, cioè – in lingua friulana – “matto, vecchio, stupido e povero”, ovvero del possibile disegno di distruzione della classe media

Anch’io come alcuni miei cari amici, come Fabio, direttore di una azienda piccola ma molto coraggiosa e innovativa (nel periodo della crisi, per continuare a lavorare i dipendenti si erano addirittura ridotti lo stipendio, prendendo esempio dal loro direttore, per poi riprenderlo integralmente una volta che l’azienda tornò in pista positivamente sul mercato, esempio straordinario di amore per il lavoro e di etica aziendale, tipico delle nostre terre friulane), sono abbastanza convinto che alcuni potentati di livello planetario abbiano interesse a zittire chi pensa con la propria testa, chi ha cultura, chi dissente, chi discute, chi non si accontenta delle informazioni mediatiche.

Detto questo per presentare il mio caro amico e stimabile collega, siamo seduti per una pizza dopo aver lavorato insieme a migliorare le relazioni dentro l’azienda con dei colloqui, ci soffermiamo sulla situazione attuale. Allora dico a Fabio che vi è un detto nel vecchio Friuli, riferito a me ancora giovanissimo dai miei genitori e dai nonni che recita come nel titolo: “matto, vecchio, stupido e povero“. Se tu, caro lettore, se sei intelligente, onesto e coraggioso, e non ti adegui al pensiero unico, puoi venir ridotto ad essere considerato matto, a invecchiare nella discriminazione, a diventare stupido e – chiaramente – a essere o diventare povero. Così starai zitto, e la smetterai di disturbare il comitato di controllo delle menti e dei mercati.

Questo periodo di analisi socio-politica sembra paranoico, ma io penso che non lo sia. In giro c’è qualcosa che non va, non va per nulla, e la recente crisi Covid lo conferma, a mio parere.

Mino Cancelli (alias Bill Gates), Zuckerberg (pronuncia Zuckerberg), Bezos, Brin e Page (o chi per loro), Tim Cook, ma anche i loro servitori politici (molti democrat americani e repubblicani non dissimili) come alcuni italiani che vanno per la maggiore, o pensano di andare per la maggiore, sono la punta di diamante di quel gruppo di potere. Dobbiamo stare molto attenti, noi piccolo-medio borghesi che non abbiamo più la ghigliottina a disposizione per decapitare il privilegio, come ebbero i Francesi dal 1789 al 1794, perché rischiamo di fare la fine dei generosi ingenui. E non mi si dia del sanguinario.

Il generale De Gaulle sosteneva che “gli Americani commettono tutte le stupidità che riescono ad immaginare, più qualche altra oltre la loro immaginazione“. De Gaulle ebbe il merito, non solo di guidare la Resistenza francese al nazismo, ma anche di non cedere allo strapotere americano, facendo rispettare la sua Patria, che non aveva paura di nominare come tale, come invece accade al linguaggio di molti “presidenti” attuali, come anche il nostro, italiano. Bene, proprio nel loro ambiente, parlo degli USA, da qualche anno si sta pensando che siamo troppi nel mondo, e troppo liberi, per cui occorre trovare il modo di controllare questo processo di crescita delle popolazioni.

Se è vero, come si dice che il danno peggiore per gli stupidi, è essere se stessi, dobbiamo stare attenti agli stupidi irrimediabilmente tali. E noi, che scriviamo e leggiamo e studiamo, non lo siamo. Noi siamo la classe media che fa paura, la classe media che fece la Rivoluzione francese, ma non quella italiana, e ora, senza rivoluzione italiana, i potentati pensano che siamo condizionabili, controllabili, manipolabili. Ma no pasaràn, no, perdio!

Il rischio è grande, perché l’ignoranza è molto diffusa, e in quanto tale nutre la presunzione, che a sua volta alimenta l’irrazionalità, la quale è fomite essenziale della stupidità. Il fatto è che la stupidità è inconsapevole, anzi, se la si indica come difetto a qualcuno, sempre educatamente, c’è perfino il rischio che se ne vanti.

Un altro detto molto noto recita in questo modo: “Se uno stupido tace, vuol dire che non è poi così stupido.” Noi invece parliamo liberamente e quindi, non essendo stupidi, non abbiamo paura del comitato d’affari che vuole controllare il mondo, che ci vuole: matti, vecchi, stupidi e poveri, pronti per la bara e la cremazione.

Ma no pasaràn, no, perdio!

Da decenni scrivo quello che le “sardine” ora chiedono, qui e altrove ma… un suggerimento: il giovane Santori, con il suo presenzialismo mediatico risulta già antipatico

Linguaggi, espressioni, modi… ne parlo e ne scrivo qui da decenni, criticando la violenza, l’approssimazione, le contraddizioni della politica, specialmente, anzi quasi solamente, della destra politica.

I media destrorsi sono preoccupati e accusano le sardine di non avere contenuti politici. Forse ignorano che filosoficamente anche solo proporre metodi e modi nuovi è proporre “contenuti”, perché la forma è sostanza, la forma definisce e determina ciò che è sostanziale, come le forme del David (qui citato più volte) sono, SONO la statua del David: senza quella forma il marmo che costituisce la struttura statuaria è mera materia prima, cioè marmo di Carrara.

Dunque: le sardine propongono forme di comunicazione per far risalire la politica a un livello accettabile: a) non più, se non per eccezione, comunicazione chat, ma dalle segreterie ufficiali di ministeri ed enti, b) non turpiloquio, ma uso corretto e rispettoso dell’italiano, c) riconoscimento dell’avversario politico evitandone la demonizzazione, d) accettazione della complessità dei temi e dei problemi e impegno a una documentazione costante.

Non abbiamo bisogno di programmi da loro, ché già li sappiamo i programmi sani per l’Italia. Servono altri modi, un’altra educazione, un’altra eleganza. Non Rosari e Vangeli sbandierati, non parolacce e minacce, non annunzi di palingenesi impossibili, ma promesse di impegno quotidiano, di competenza, di continuità nel lavoro politico, umile e forte.

Gli attuali politici che vanno per la maggiore fanno fatica a studiare i dossier pure se aiutati da staff numerosi, ma non si sa quanto competenti. Basta ascoltare le interviste, quasi tutte prevedibili con discorsi preconfezionati, quasi gli intervistati leggessero il “gobbo” in uso quando si va in tv.

La stampa e i pensatori destrorsi della carta e della tv attaccano le sardine, perché non sanno che… pesci pigliare, e allora si abbandonano alla metafora del tonno che in un sol boccone fa strame del branco di piccoli pesci azzurri. Chi è il tonno?

Epperò un consiglio lo do ai capi di questo movimento, specialmente a Santori. Si guardino dallo scambiare il loro neo-apparire con l’essere qualcosa. Sono abili, ma rischiano di stancare, anche perché non aiutati dalla prossemica, che trovo fin troppo studiata. A Santori consiglio anche di tagliarsi i capelli e di fare il trentaduenne vero, ché il suo look è fermo ai diciott’anni. Stia attento. A persone come me che pensano su modi e metodi più o meno come loro hanno avuto la forza e l’abilità/ tempestività di cogliere l’attimo giusto per comparire alla ribalta da prima che loro nascessero, non fanno né caldo né freddo.

Siano cauti, umili, non imitino negli errori i 5S, che son partiti un po’ come loro e poi si sono sfilacciati, perché convinti che si possa improvvisare in politica.

Ruotino i portavoce (Santori, ad esempio, già dopo queste poche settimane, mi ha stancato), studino e lavorino dentro i partiti. Evitino le facili ribalte mediatiche, non facendosi attrarre dal successo. Pensino che questa parola è innanzitutto il participio passato del verbo succedere.

A chi è intelligente, ciò basti.

Il deliquio della politica attuale, per cultura generale, cultura dell’informazione e cultura politica

Diruta, deleta, masochisticamente indebolita, qui in Italia, la politica. E non consola il mal comune mezzo gaudio, se facciamo dei confronti con gli altri stati. Un esempio di queste ore: Zingaretti fa una convention (oggi si dice così) del PD, proponendo un rinnovamento radicale, con Landini, non so se anche con “greta”, o forse anche con la “racketa” (spero di no, altrimenti vuol dire il PD è alla frutta),  ma giustamente, a mio parere, riparlando di ius soli et culturae, e di cambiare i decreti sicurezza salviniani. Politicamente condivido queste due misure.

Dimaio risponde che nel momento in cui c’è il gravissimo tema di ex-Ilva e di Venezia, è improvvido parlare d’altro. Primo pensiero: come i gatti (o i cani, che è la stessa cosa) i politici attuali riescono a pensare a una sola cosa per volta. Se invece che una vi sono due emergenze contemporanee, vanno in tilt.

In matematica, storia, lettere, molti politici, anche laureati e di primo piano, secondo il valore loro proprio, che è assai scarso, sono insufficienti (ignoranti): Polverini, Di Girolamo, Fassina, Puglia, Buccarella, Zoggia, Mussi, Formigoni, Carella, Tabacci, Epifani, Alaimo, Lavagno, Richetti, Centinaio, Currò, Dato, Dimaio, Boccuzzi, Roccella, Casini, Cappelletti, Cicchitto, tra molti altri e altre (capre e capri) interrogati/ e dalle Jene, non ce la fanno. Salvini dice che “migranti” è un gerundio. Solo Buttiglione ce la fa. Che pena. Un’ignoranza crassa, vergognosa. Su circa un centinaio di interpellati, solo due o tre riescono a rispondere correttamente a domande tipo “data di inizio della Rivoluzione francese, 1789 o 1803; idem per la Rivoluzione russa 1917 o 1921; data della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo?; data dell’Unità d’Italia 1861 o 1871; data di promulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana 1944 o 1947/8”; e altre date d’importanza e notorietà per una cultura da scuole medie ben fatte.

Vi è addirittura un tale (deputato o senatore, non ricordo) che raggiunge e supera il ridicolo, rispondendo a una domanda trabocchetto sulla “Lamenia”, uno stato che tutti (o quasi, evidentemente) sanno che non esiste. Forse costui ha appena visto il film fanta-storico-politico Il prigioniero di Zenda con Stewart Granger, che ne dite? Molti rispondono alla domanda “Norvegia e Svizzera” faranno un referendum per restare o uscire dall’UE come il Regno Unito, non mostrando di sapere che le due nazioni non fanno parte dell’UE. Ah, anche la Lamenia indirà un referendum confermativo con il plauso del citato parlamentare! E, gentile lettore, ti ricordi di quando Dimaio affermò che Pinochet fu dittatore in Venezuela e che la Russia è uno stato mediterraneo, oltre ad altri clamorosi svarioni? Oggi è ministro degli esteri e per ricoprire tale carica dovrebbe possedere nozioni non-banali di storia, geografia, cultura generale e geopolitica, che non ha.  Dobbiamo proprio incaricare questi personaggi incompetenti a rappresentarci, oppure, se vengono messi lì dei non-politici di professione, questi vengono pressoché denigrati come “tecnici”? Ebbene, forse che io sono solo un “tecnico”, visto che ho nozioni non-banali delle discipline su citate? E conosco altri con caratteristiche analoghe alle mie, ma nessuno che conti della “politica” li c… onsidera (volevo usare un altro verbo, più spiccio, ma un po’ volgaruccio). Bada bene, lettor mio, non mi sto candidando, sto solo ragionando, ché ho altro e di più interessante da fare in questa fase della mia vita. Continuo?

Qualcuno potrebbe dire: ma allora solo umanisti, linguisti, giuristi, letterati e filosofi possono fare politica? No, rispondo, basta curarsi di una propria base culturale e approfondire la conoscenza della lingua italiana  e del suo uso ordinario.

La cultura è un bene non libresco, erudito e pedante, ma respiro dell’anima, dello spirito, della psiche, è mezzo per comprendere l’infinita complessità dell’umano e della sua storia, dei modi espressivi e del funzionamento delle cose, dall’uni o multi-verso al cervello. E’ questo, non privilegio per pochi, ma diritto per tutti.

Certo è che, per acquisirne in misura dignitosa occorre fatica, sacrificio, proprio nel senso etimologico del termine che è “rendere-sacro-qualcosa” (dal latino sacrum facere). Facili sono le semplificazioni, le banalizzazioni, i giudizi sommari e manichei, gli estremismi polari e intolleranti, le definizioni apodittiche senza fondamento. Facile è denigrare la persona non entrando nel merito di quello che sostiene, contestandone eventualmente i fondamenti, le basi conoscitive, la documentazione sottesa. Facile è farsi belli con un pensiero semplificato accattivante, capace di stuzzicare sentimenti allo stato di pure emozioni, ma siamo in un tempo nel quale le emozioni sembrano santificate dal marketing mediatico e ogni ricerca della verità per tappe e umile ricerca sembra una perdita di tempo.

Caro lettore, prova ad ascoltare su Radio 24 La zanzara, condotta da un laureato, il giornalista Cruciani, che immediatamente, se appena qualcuno che telefona prova a porre questioni di complessità su un tema, lo sbeffeggia insultandolo con epiteti quasi sempre vergognosi, in questo spalleggiato da altri due giornalisti intellettualmente disonesti, l’uno, David Parenzo, che fa il sinistro alla moda, e l’altro, tale Gottardo, sfortunato perfino nel timbro vocale. Tre sporcaccioni. A volte sono stato tentato di telefonare, ma mi sono trattenuto: non sopporterei infatti di farmi insultare, senza possibilità di replica (perché ti buttano giù la chiamata dicendoti “imbecille”) da figuri del genere. Il conduttore spiega, se richiesto, questo suo comportamento con esigenze di “ritmo” radiofonico, pensando che gli ascoltatori, tutti, più o meno, cambierebbero canale se qualcuno si “impancasse”, secondo lui, in teoresi faticose. Non so se Cruciani si adegua a quello che lui ritiene sia il livello culturale del target degli ascoltatori, o se lavora, per qualche assai oscura ragione, per abbassare questo livello. Questo comportamento è, di per sé, un insulto all’intelligenza e alla cultura di molti. Non comprendo come Confindustria, proprietaria di Radio 24, possa permettere uno scempio culturale e morale del genere.

Di contro, gli ignorantelli dei 5S hanno fatto di tutto per far chiudere Radio Radicale, dove veramente tutti hanno la parola e possono portare un pensiero autonomo, anche complicato, per ora non riuscendovi. Speriamo non ci riescano.

Così è, se ti pare, caro lettor mio.

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