Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Signor segretario della Lega, lei non mi rappresenta, e quindi faccia bene i conti quando si attribuisce la rappresentanza di sessanta milioni di Italiani, e come me la pensano milioni di persone, cittadini di questa Nazione. Si dia una calmata e controlli la sua esaltazione, o rischia di svegliarsi bruscamente da un falso sogno

Egregio signor Salvini, la invito a fare il conti bene: lei ha preso il 17 per cento dei suffragi alle elezioni politiche del 4 marzo scorso, il 17 per cento dei votanti, che sono stati poco più del 50 per cento degli aventi diritto al voto, e dunque circa forse 3 milioni di Italiani o poco più, su 48 milioni di elettori attivi, più o meno. Innanzitutto.

Io non la ho votata e conosco più di mille persone che non l’hanno votata, anche perché aborriscono il suo linguaggio, la sua boria, la sua tracotanza, la sua arroganza, la sua prepotenza, la sua vanagloria, la sua protervia, la sua presunzione, la sua ignoranza tecnica e morale, ché son cose diverse, il suo dilettantismo espressivo, in definitiva la sua superbia, principio di tutti i vizi, anche ieri evidenziato dalla citazione sgangherata di papa Wojtyla, che fa il paio con l’esecranda esibizione del Rosario e del libercolo contenente (forse) i Vangeli durante la campagna elettorale. Glielo dice un filosofo e teologo, e anche per di più politologo e sociologo con adeguati titoli ed esperienza. Le basta? L’elenco dei sopra elencati “sottovizi” della superbia è disponibile nell’etica tomista e in quella cui faceva riferimento il professore Norberto Bobbio, ma dubito queste siano letture cui lei possa essere aduso.

E dunque, se non vuole fare figure barbine con non pochi Italiani che sono in grado di smascherarla sotto ogni profilo, come me, prima di fare certe dichiarazioni studi, studi, studi umilmente e faticosamente, nel silenzio, invece di dar fiato alle sue trombe stonate.

Lei non rappresenta 60 milioni di Italiani,  non racconti balle, ché ogni persona appena alfabetizzata lo sa.

Ho ascoltato per Radio Radicale il suo discorso in Piazza di Popolo a Roma, e mi è rimasto in memoria un solo concetto della valanga di parolone e generici concetti espressi con un tono insopportabilmente dittatoriale ed autoreferenziale. Ora manca solo che lei parli in terza persona e passi dal già insopportabile “io”, a “Salvini”.

Di ieri mattina mi è rimasto un solo lemma, più volte da lei ripetuto: buonsenso. Ad ascoltare lei pare basti il buonsenso per governare, per comprendere i problemi, per decidere. Mi sembra pochino. Il buonsenso è una dotazione implicita per svolgere attività politica e qualsivoglia altra attività umana, lo sanno anche i gatti del cortile. E non basta, ovviamente. Ma per lei non è ovvio, che significa, dal latino ob viam, per la via, quindi scontato.

Lei forse non lo sa, ma le piazze, così come gli stadi, i cortei e ogni grande assembramento sono i luoghi dove la soglia critica dell’umana intelligenza si abbassa, come spiegano autori che lei probabilmente non ha neppure sentito nominare, come Gustave Le Bon nel suo La psicologia delle masse. Contento lei…

Non ho il dato socio-statistico dei partecipanti, ma non ce l’ha neppure lei, e quindi non si illuda.

Non so come procederanno le cose, né se questo ircocervo (sa che cosa è?) di governo potrà stare in piedi, poiché l’altro viceprimoministro mi par un poco in ambasce. Lei mi par voglia imitare il suo poco imitabile omonimo, mentre gli fa capire di non darsi pensiero con il sintagma esortativo: “Stai sereno (Luigi)”. Mi par di vederlo, il giovinotto campano, oramai tremebondo anzi che no.

E intanto, nonostante voi due, l’Italia lavora, vive, va avanti. Nonostante voi due, non molto noti per esser stati lavoratori indefessi. Se rivolgo l’attenzione al suo inopinato socio, non mi pare che possa vantare grandi esperienze di studio e di lavoro. E lei? Ha mai lavorato oltre all’aver fatto politica? Leggo che ha fatto il classico, bravo! E poi? Quando ieri la sentivo scandire in piazza il verbo al modo infinito “la-vo-ra-re”, più e più volte, mi veniva da pensare: ebbene sì, lavorate pure voi che mi applaudite qui in piazza, ché a me basta rappresentarvi. Quello è il mio lavoro. Sa invece quello che ho fatto io nella vita, figlio di operai emigranti, studiando e lavorando nel contempo? Ebbene: ho maturato quarantadue anni e sette mesi di contributi, con la legge Fornero, che lei non smantellerà, nonostante i suoi proclami cui lei è il primo a non  creder veritieri, perché le stanno spiegando che è improvvido farlo, quantomeno per ragioni di finanza attuariale; nel frattempo ho conseguito tre lauree magistrali, due dottorati di ricerca e un master. E lei?

Domattina, lunedì, io come altri ventisette milioni di Italiani andrò al lavoro, in una delle aziende che seguo, e in settimana farò anche lezione in due luoghi di formazione alta, nonostante mi sia arrivata una più che dignitosa pensione da un paio di mesi, che né lei né il suo socio in affari si azzarderà a toccare, e verso sera tornerò a casa. Se ne avrò la forza andrò in palestra, così come oggi ho fatto sessanta km in bici, fisico recuperato da un pericoloso tumore, che mi è stato ben curato da un sistema sanitario vigente, non pensato da lei, ma da quelli che lei disprezza ogni volta che apre bocca: i democristiani, i socialisti, i laici e i comunisti e i loro eredi. Un sistema sanitario gratuito da una quarantina d’anni, tra i migliori del mondo.

Joseph Goebbels, ministro della propaganda del III Reich spiegava che dire per dieci volte una menzogna non basta, ché la verità vince, ma se si dice mille volte una menzogna, questa diventa “verità”. Cito qui il fanatico gerarca nazista, non certo per ipotizzare similitudini, ma per ricordare che il meccanismo della menzogna, che riguarda anche il protagonista di questo post, funziona sempre allo stesso modo.

Salvini da Milano, mi ascolti, lasci perdere i sessanta milioni di Italiani, e si accontenti dell’onesto.

Il Quadernaccio (storia di un assassinio al Regio Liceo Ginnasio Jacopo Stellini)

Nando Ceschia, uomo probo e gerundio contratto da Ferdinando e Fernando, ovvero gerundivo, beninteso al caso ablativo, atto a comporre solenni perifrastiche passive, ambo modi verbali infinitivi, con alti e bassi di frequentazione reciproca è presente affettivamente nella mia vita da mezzo secolo abbondante, oddio come siamo signori in età, (eufemismo edulcorato). Frequentammo insieme, e con una venticinquina di altri eroici giovini e giovinette la squola che a Rivignano era chiamata “dai siòrs” [friul., in it. dei ricchi], proprio come me, figlio di Pietro operaio emigrante cavatore di pietra, cioè lo “Stellini”, il classico, nientemeno. Simone, ora ti chiamerai Kefàs, cioè Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa. Mi scusi, il gentil lettore, la citazione gesuana.

Nando ha creatività iconografico-narrativa degna di un genius loci antropologicamente complesso: è un centramerican-napoletan-furlano. Forse è questa varietà genomica che lo rende così com’è, ricco di un’ironia unica e un umorismo mai strafalcione, sempre richiedente un po’ di sana attività cognitiva, inaccessibile ai dimaio e ai salvini che imperversano.

Eccoti, mio paziente lettor, quel che mi ha inviato su un vero e proprio assassinio dell’intelligenza accaduto, appunto, più o meno mezzo secolo or è, proprio al nobile istituto citato, di cui vanto orgogliosa frequentazione, peraltro iterata dalla mia forte figliuola.

L’idea, se proprio vogliamo azzardare un termine estremo, si era venuta imponendo quasi naturalmente, figlia di una condizione che poche congiunzioni astrali offrono agli studi, almeno in maniera così brillante. Mi trovavo, desolatamente e senza possibilità di remissione alcuna, in una gabbia di matti autentici. Da qualunque parte volgessi lo sguardo, coglievo anomale condense protoplasmatiche che dell’intelletto e del decoro sembravano fare orgogliosamente a meno. Le prime vertiginose minigonne che nulla lasciavano all’immaginazione di adolescenti strapieni di appetito (a costo della sospensione dalle lezioni), c’erano. L’assiro-pordenonese, figlio di un farmacista, che veniva a scuola vestito da Hitler con i regolari baffini a spazzola e la divisa, candidandosi a fare da mocjo Vileda dentro e fuori la classe, c’era. La valchiria dalle orecchie a salsiccia che scagliava il vocabolario Rocci contro il professore dottamente scurrile [difettando purtroppo nella mira], c’era. I templari dello spontaneismo duro e puro, che facevano singhiozzare mandrie di supplenti, accusandoli crudamente e marxianamente di “deviazionismo facocerista”, certo non mancavano all’appello. C’era pure il lanciatore di banane mature, l’atleta macho che aveva, oltre al bicipite ed al tricipide, anche l’eptacipite in zone francamente  impensabili, la figlia del primario che aveva da molto tempo smarrito la retta via, la sesta misura davvero abbondante e l’interprete carnico della “S di sappa”. C’era poi il martire, tramortito dalla chiave della canonica che dopo il colpo in testa ricevuto dal bellicoso Don Annibale , balbettava frasi in sanscrito, e la collega Leonzia per la quale i gemelli Gentile e Marx, secondo fugaci letture del “Cirannini” non esprimevano pensieri filosofici granchè diversi da quelli del Pomponazzi. “Ma quando mai mi capiterà una fortuna del genere? – arrivai faticosamente ad abbozzare – Qui bisogna cogliere l’attimo, trovare un sistema che catturi tutto questo squilibrato caravan-serrail calamitandone le tracce preziose, combattendo la spinta normalizzatrice di un Potere che intendeva fare della Sezione F un’altra Verdun. Superando se possibile  il primato della densità di morti per metro quadrato che la cittadina francese aveva tristemente conquistato nel 1916. In uno dei non rari momenti di pausa che mi venivano concessi dalle autorità del Regio istituto, il professor Cernecca, convinto che stessi intrattenendo con il collega Massimo Frizzi una discussione tanto accesa quanto di scarso profilo culturale, mi aveva spostato di banco, relegandomi a fianco dell’abbronzatissima Carmen, che fingeva di seguire rapita ed a bocca aperta la lezione, senza peraltro cogliere granchè dell’argomento in questione. Au contraire, sapendo che si trattava di matematica e desideroso di entrare a pieno nelle pieghe della materia, cominciai a contare gli elegantissimi nei che la non reticente collega mi permetteva di visionare. “Ceschia, la prego davvero, si accomodi in cortile sino alla fine della lezione”. Seguii naturalmente quell’invito non nuovo, secondo i dettami di una educazione spartanamente essenziale, giusto in tempo per assistere ad una partita di calcio di Roberto Peloi & Co. Nel disadorno quadrato al centro dell’edificio, sei ardimentosi, servendosi di un pallone da pallavolo [era questa una regola non scritta ma rispettata da tutti] segnavano uno sproposito di reti [anche grazie a dei portieri disattenti], ma nessuno teneva aggiornato il punteggio. “Eh no! – pensai – Così la tenzone ne esce falsata. Bisogna che qualcuno certifichi questi prodigi su un pezzo di carta”. Ecco… CHE QUALCUNO CERTIFICHI SU UN PEZZO DI CARTA. La cosa più semplice del mondo, come non averci pensato prima! Il pomeriggio mi recai in cartoleria e scelsi all’uopo un massiccio quadernone a quadretti con una copertina psichedelica originale, che ritenni, per marcato senso internazionalista, furoreggiasse assai nell’area sud del Congo belga. A lungo ponderai sull’incipit, convenendo alfine con me stesso che un piccolo madrigale potesse risultare calzante. “I tuoi occhi per sorridere, le tue labbra per baciare, il tuo alito per uccidere mosche e zanzare”, accompagnato dalla sfrontatezza “Chi può fare di meglio ne dia prova”. Lasciai allora il “quadernaccio” sotto il banco, per chiunque intendesse raccogliere il guanto della sfida. Per diversi mesi quella raccolta di fogli circolò liberamente in classe, raccogliendo i contributi di colleghi e colleghe. Allegri, colorati, sbracati, ironici, seri. Espressi attraverso collage, disegni, vignette, racconti, storie. I canti montani di Matèo la bagarele….”Cheste no je l’ore di bandonà l’amor” [di Alberto Francois]…”I viaggi interminabili degli scalpitanti eredi Purillo” [di Massimo Frizzi]… “Ci sono più curve a Grado oppure a Lignano? [di Enrico Barberi]. “Il potere magnetico dei mascellopidi come Mal dei Primitives, conta qualcosa in questa società,  oppure no ?” [di Maila Gori]. “Diciamolo una buona volta: l’uomo in fondo è solo un bambulto [sintesi abbozzata tra adulto e bambino]”  [di Daniela Zaninotto]. “La struggente saga del filo per tagliare la polenta” oppure “Alberto di Slobbovia è lavabile o illavabile?” [del sottoscritto]. Non mancavano le liriche poesie a ritmo spesso baciato di Pilo [Renato Pilutt]) che maldestramente cercavo di imitare con stralci che ritenevo pulsanti come   “Son piccin, cornuto e bruno, ma mi mangio un panattone”, che  ancora mi fa sanguinare il cuore dalla commozione. “Se il professore Cepparo vuol sapere da me qualcosa sulla cellula, potrei discettare sulla cellula politica” [di Claudio Giachin]. Seppure dosati, per comprensibili ragioni legate al segreto industriale, non mancavano neppure i contenuti scientifici e le ricerche applicate, sempre nobilmente volte a migliorare la condizione umana. Se la conferenza del polpaccio delle more fosse maggiore di quella delle bionde, o se un budino Elah al cioccolato, sottoposto ad intensa frittura diventasse maleodorante mucillagine prima o dopo il creme caramel. Il fluire rapito e vorticoso di questi tocchi, sul pentagramma del quadernaccio, non lasciava intuire che l’irruente sinfonia avrebbe avuto un esito brusco e drammatico. A metà dell’anno scolastico ’68-’69 la nostra classe [detta anche la Cayenna] si era trovata ad ospitare l’ennesimo girovago, figlio di un colonnello dei carabinieri trasferito ad Udine per ragioni di servizio. Il ragazzo, alto e parecchio azzimato, usava tenere la testa bene inclinata di lato, inforcare sempre i Ray-Ban da sole e fare sfoggio di una accattivante erre moscia che aveva finito per attirare un ingenuo angelo biondo  delle prime sezioni [quelle dell’alta borghesia in regola col ruolino di marcia], proditoriamente ribattezzata VOSANNA. Alla giovane lo spilungone raccontava di incomparabili successi scolastici, soprattutto nelle materie più ostiche. Cosa pesantemente fastidiosa. Non solo perché era priva di fondamento, ma perché minava alla base il profilo complessivo di una comunità che aveva faticato non poco a conquistare una posizione diciamo francamente invidiabile. Lo spunto per ristabilire le giuste distanze da quell’eretico mi venne osservando una foto di John Mayall in concerto. La piega tra il pollice e l’indice, nell’impugnare un’armonica a bocca, quando opportunamente delimitata da un cerchietto di carta, rendeva un’immagine che a me sembrava del tutto simile a quella del volto di Enzino. Questa “intuizione” mi premurai di consegnarla al quadernaccio, con una esplicativa didascalia atta a caricare il misterioso fascino quel devastante segreto. Sarebbe bastato sollevare il cerchietto per capire subito che si trattava di una mano e non di un irriguardoso deretano. Ma Enzino non sollevò mai quel cerchietto, caricando così di furore la sua vacua superficialità. Dopo giorni di affanno e di disperate ricerche, la colorata combriccola della Sezione F apprese che il figlio del milite aveva scagliato il quadernaccio nella roggia che costeggia lo Stellini, cancellando con spegio una irripetibile opera d’arte, uno spazio conquistato alla libertà di espressione. La tentazione di menarlo come un tamburo [a rispetto di Fedro la pelle d’asino era assicurata] fu forte, ma subito sostituita dalla scelta matura di adottare un comportamento non muscolare ma razionale, responsabile. Andai dalla creatura bionda e pacatamente riprecisai, con oggettivi dettagli, il profilo scolastico del suo moroso. Non senza un certo schiamazzo, chiaramente avvertito nei corridoi dell’istituto sempre affollati di entusiastici perdigiorno, ipso facto Vosanna piantò lo spilungone assassino. Nel ricordo dei miei vecchi amici, il quadernaccio conserva un posto di privilegio, per la sua straordinaria unicità. Solo tra le sue pagine vissute ad esempio, si sarebbe potuta apprendere la differenza strutturale tra le strisce pedonali ed i biscotti Pavesini. Un vero peccato, perché la roggia non lo restituirà più alla nostra spensieratezza, alla nostra gioventù.”

Nando Ceschia

Mi sono accorto che Daniela Z., mi ha tolto il primato della crasi neologistica con “bambulto”, poiché io, solo un decennio fa, creai i termine “bambazza” per dire una bambina che non era più tal ma non ancora ragazza. [Era mia figlia Bea in crescita, sulla spiaggia di Alimini]. Di tal trattatello esiste traccia in questo mio sito, basta sul web digitar “La bambazza”.

Tizio, Caio e Sempronio

Prendo a prestito il raccontino sottostante, ove troverai, mio gentil lettore domenicale e oltre, con solo un breve inciso tra parentesi, mio, ricevuto stamane da un caro e spiritoso amico che citerò più avanti, e con il suo permesso quivi pubblico.

“Mediamente in ogni azienda di qualsiasi dimensione ci sono tre personaggi: Tizio, Caio e Sempronio. Nomi in voga nell’antica Roma, ma adatti all’uopo di questo racconto breve (n.d.r.).

Tizio è il classico “vecio brontolon” (rectius rompicojoni), da tempo in azienda (e quindi costoso), non allineato con le nuove forme di lavoro, tecnologie, freno e/o barriera per i più giovani etc. etc… L’azienda ne farebbe volentieri a meno, ma non si può mandarlo senza tirar fuori una barcata di soldi.

Quindi cosa c’è di meglio di liberarsene elegantemente mettendolo a carico della collettività’ (rectius pantalon) e prendendo al suo posto un baldo giovine in stage o altre forme contrattuali poco costose?

Caio, viceversa, è vecio e costoso ma molto competente e non c’è sbarbatello che lo possa sostituire. Peccato per il costo ma come sa far girare lui il tornio non lo sa fare nessuno.

Quindi cosa c’è di meglio di liberarsene elegantemente mettendolo a carico della collettività (ut supra)  e ri–prendendolo con un bel contratto di consulenza che costa la metà? Infatti Caio ha due fonti  di reddito e quindi può permettersi di prestare la stessa quantità (o quasi) di lavoro ad un prezzo molto più basso, mentre l’azienda ci guadagna in termini di costo e di flessibilità.

Infine c’è Sempronio che è vecio e costoso ma non brontolon ma neanche così competente da subire una perdita in caso di sua uscita dall’azienda.

Sempronio fa il “suo” e ma il “suo” è ormai superato dai tempi e sparirà con lui.

Quindi cosa c’è di meglio di liberarsene elegantemente mettendolo a carico della collettività’ (ut supra),  NON prendendo nessuno al suo posto ma
distribuendo il lavoro tra gli altri componenti la struttura e/o  con nuove tecniche?”

L’amico Paolo, che è della mia generazione, è autorevole uomo dei conti aziendali, ma non disdegna esercitarsi nell’umanesimo scrittorio, qualità poco diffusa tra le persone più giovani, fra i trenta e i cinquanta, anche se insignite di notevoli incarichi. In altre parole Paolo è molto più colto di altri miei interlocutori contemporanei, ed è per me un piacere dialogare con lui, piacere almeno altrettanto grande del dispiacere di dialogare con altri (ut supra, eh eh). Anche così dicendo non generalizzo, ché vi son ben validi interlocutori anche tra i ventidue e i cinquanta anni, più o meno. Non molti, però.

Beninteso, non intendo avallare la tesi che gli incliti potrebbero attribuirmi, visto che pubblico l’aneddoto di cui qui, in base alla quale potrei sembrare non condividere o addirittura denigrare l’esigenza di cambiare anche profondamente le strutture aziendali, che natura vuole possano vivere la normale obsolescenza che il tempo produce e obbliga i non incliti a tenerne conto.

Bisogna cambiare: io stesso che a trenta anni o poco più avevo la responsabilità di una quarantina di operatori socio-politici, e a quaranta la direzione risorse umane di un’azienda che ne aveva quattromila, e anni dopo la possibilità di esercitare quantomeno una moral suasion su alcune aziende che occupano qualche migliaio di persone, sono consapevole di dover lasciar fare ad altri, con mucho gusto e produttivamente. Anzi, mi occupo di cominciare a lasciare in buone mani parte, dico “parte” del mio lavoro, dedicandomi di più, da ora, allo studio, alla ricerca e alla docenza.

Ciò detto e sottoscritto, come s’usa nei verbali di accordo di qualsiasi genere e specie, non posso non gaudère della spiritosità del racconto inviatomi da don Paolo, anzi dal dottor Paolo, ché un titolo di studio e studi veri il mio amico li può vantare, senza vantarsene.

Ebbene, caro amico lettore, dilettiamoci orsù, ogni dì che il buon Dio ci concede, di esercitar con spirito critico la nostra analisi sulle informazioni che i media propalano, senza farci intortare da semplificazioni e imprecisioni, da dati senza fondamento e da incompetenti presuntuosi.

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

Il finale de La tempesta , ultima opera del “bardo” contiene i versi che danno il titolo a questo pezzo. E’ una storia di sovrani e usurpatori di isole mediterranee e magia, ma io preferisco parlare anche solo dei due versi citati, che Shakespeare scrisse o dettò, da quel gran poeta lirico che era. E soprattutto…

Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e chissà che cosa vuol dire. Proviamo a fantasticare anche noi: che siamo a questo mondo volatili come i sogni è fuori di dubbio, e parlo delle nostre singole vite, e che noi sognamo “cose vere”, cioè delle res, è altrettanto vero: è vero che i sogni sono veri. Anche se Rorty direbbe semplicemente che “i sogni sono veri“. Volatili e veri come noi stessi.

I sogni poi, il Dr. Freud pensa, sono messaggi dell’inconscio: ebbene questo inconscio, se c’è, è parte profonda della nostra psiche. …

Ma provo a declinare il tema in un modo forse insolito o inaspettato per un testo del genere, che è letterario, parte di una commedia.

Papa Francesco non è compreso da molti, e anche da non pochi teologi, miei colleghi di scienza. Riporto un suo scritto, cercando poi di spiegare il collegamento con lo splendido verso shakespeariano.

Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37).

Che c’entra questo brano tratto dal capo 49 dell’esortazione papale Evangelii Gaudium con la poesia di Shakespeare? C’entra perché questo brano teologico-pastorale  è il brano di un sognatore. Francesco sogna una chiesa molto diversa da quella che fa notizia, da quella dei mantelli rossi e delle belle vite. Il papa sogna. E sogna come ognuno di noi, sapendo che i sogni sono reali. Ma Francesco papa è un sognatore concreto, che quest’ossimoro definisce in modo eccellente: un sognatore concreto capace di guardare negli occhi chi incontra e la persona a cui si rivolge, con attenzione particolare a chi è più disagiato e, quando serve, anche ai suoi confratelli, presbiteri o vescovi che siano, specialmente quando sbagliano.

Circa questo tema mi verrebbe voglia di scrivergli per raccontargli  quello che mi sta succedendo in questo periodo con vescovi e presbiteri locali, gelosi di me per recondite e incomprensibili ragioni. Ma mi convien seguire il Poeta maximo quando canta con Virgilio “Non ti curar di lor, ma guarda e passa” (Inf. III, 51), come fraternamente mi consiglia di fare un carissimo amico prete.

Sappiamo che se non si sogna non si può stare bene, poiché una parte del ciclo circadiano non funziona. Nel pieno del sonno R.E.M. (Rapid Eye Movements), la parte centrale di un ciclo, si sogna. E poi di solito si dimentica. Solo gli ultimi sogni, in vista del risveglio, nel centro dell’ultimo sonno R.E.M. possono essere ricordati al risveglio, ma, se non ci si affretta a raccontarseli, o a scriverne una traccia, scompaiono in una nebbia smemorante. Eppure non possiamo negare che i sogni sono esistiti, cioè sono-stati-qualcosa, non nulla. Pertanto i sogni sono veri.

Se la nostra vita ha la sostanza dei sogni è vera, eccome è vera, per cui il paradosso del grande inglese è solo apparente, caro lettor mio. In realtà Shakespeare intende dire che vita e sogni sono correlati in una verità sostanziale.

Come non ricordare infine Calderon de la Barca con il suo La vida es sueňo?

E dunque … noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.

Il prigioniero triste

Vedere il volto del premier Conte, mentre penosamente presenta il “decreto Salvini” insieme con il medesimo suo vice (?) su immigrazione e sicurezza (che cosa c’entrino nello stesso dispositivo legislativo è mistero gaudioso, e anche doloroso) è pena ulteriore in sé.

Mentre il suo coequipier raggiante occupa fisicamente tutto lo schermo, lui, più minuto, si accontenta dello spazio rimasto, desideroso che la pagliacciata, e non so bene se lui stesso la ritenga tale, si concluda al più presto. Sembra un prigioniero. E’ un prigioniero.

Il fatto è che la pagliacciata rischia di piacere, in giro, di fare adepti e aumentare il consenso elettorale.

Non voglio qui soffermarmi più di tanto sui contenuti del decreto, ma desidero commentare il marketing mediatico dell’evento. Cos’altro è se non puro marketing, e anche di bassa “lega” (ah ah ah), una modalità di presentazione del decreto come quella voluta da Salvini? E pensare che il marketing ormai è una cosa seria, al punto da dare il nome anche a dipartimenti (in Italia) e facoltà universitarie (in America).

Il decreto legge è uno dei modi previsti dall’ordinamento costituzionale italiano (artt. 72 e 77 )  per legiferare. Per essere emanato debbono esaminarne la congruità costituzionale gli esperti della Presidenza della Repubblica e in seguito va controfirmato dal Presidente della Repubblica stesso. Nei due mesi successivi deve affrontare un iter parlamentare doppio, alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica, che possono anche stravolgerlo nei suoi contenuti. In questo caso, vista la solida maggioranza che sostiene il Governo, è probabile che non succeda, e che conservi i connotati essenziali voluti dal ministro Salvini.

Tornando al decreto si resta allibiti dal pot pourrì dei temi regolamentati: si va dalla legittima difesa al trattamento dei migranti richiedenti asilo. L’insieme dei temi la dice lunga sugli intendimenti del su nominato ministro, che insiste su argomenti che “buttano” molto in termini di consenso generico e di successo elettorale, perché parlanti alla visceralità degli Italiani. E io comunque non disprezzo la visceralità, se questa è umanità, con tutte le sue declinazioni soggettive e culturali.

Né sottovaluto per questo i neuroni intestinali, che comunque so non essere specificamente deputati alle passioni, ché a questo ci “pensa” il sistema limbico, cervello ancestrale, luogo delle emozioni e delle passioni istintuali.

Tornando a Conte, nell’immagine della presentazione del decreto appare proprio come un “prigioniero triste”, dall’espressione rassegnata e malinconica. E mi chiedo: vale la pena fare il premier a questo prezzo? Dipende, si potrebbe pensare: se uno ama in qualche modo il potere come fine, può anche sopportare qualche umiliazione.

Personalmente, fossi stato in Conte, ma non avrei mai potuto essere al suo posto, perché uno come me non si fa comandare da un Di Maio o da un Salvini (non mi faccio comandare da nessuno, in realtà), non avrei accettato la sceneggiata per ragioni prima estetiche che etiche. E qui l’accezione del termine “estetiche” nulla c’entra con gli estetismi superficiali di moda ai nostri giorni ma, come ho scritto più volte, ha a che fare con la sua etimologica filologico-filosofica che significa un qualcosa che si manifesta all’essere, dal sostantivo greco antico àisthesis.

E poi il presidente Conte è anche un po’ sfortunato: basti pensare alla madornale gaffe del suo portavoce, tale Casalino, mi pare un ex disk jockey o tronista (e che è?) o cose del genere, con tutto il rispetto per gli emuli di Claudio Cecchetto e Jovanotti. Questo arrogante ragazzotto stava registrando un messaggio con il quale prometteva morte e distruzione ai funzionari del ministero dell’economia, lo hanno sentito ed è stato sparato -come meritava- sul web, come un qualsiasi cialtrone che scrive perché ha uno smarphone in mano, non perché abbia qualcosa di sensato da comunicare.

Bene, il premier si trova un figuro del genere come portavoce. Ma ha bisogno del portavoce? Si? Non può sceglierlo lui? Evidentemente no, perché i due dioscuri che hanno i voti e l’arroganza dei vincenti (per ora) lo hanno “commissariato”. Lo tengon prigioniero, e lui deve abbozzare se vuol stare lì. Altrimenti, se si ribella, i due lo cacciano. In ogni caso è lui che si è cacciato nel covile dove lo hanno per i … (che dire? hai compreso, mio paziente lettore?).

Qualis poena nobis est!

Le sponde dello Enisej

Ho fatto un sogno. Camminavo all’alba lungo le sponde dello Enisej. Non so se con me c’era mio padre, che me ne aveva parlato da piccolo, quando mi raccontava di tutti i fiumi del mondo. Ma sì, c’era anche lui.

Il sentiero si snodava nella sterpaglia stepposa di quella sponda; l’altra, che intravedeva appena a forse sette o otto chilometri di distanza, pareva più ardua, alta e scoscesa. Lo Enisej è uno dei fiumi più  lunghi (5.870 chilometri dalle più remote sorgenti) e possenti del pianeta: è il più grande dei grandi fiumi siberiani, insieme con il Lena e l’Ob. Alcuni suoi affluenti sono più lunghi e con più portata d’acqua dei maggiori fiumi europei, a parte il Volga e il Danubio, come le due Tunguska, la Pietrosa e l’Inferiore, e l’Angara.

Il grande fiume nasce dai monti Sajany presso la città di Kyzyl nella repubblica di Tuva, formato dai due rami del Grande e del Piccolo Enisej.

Mi hanno sempre emozionato le acque scorrenti, come nella metafora eraclitea. Mio padre camminava in silenzio, mentre io pensavo alla magnificenza del corso d’acqua e al pensatore di Samos. Pànta rèi, tutte le cose passano, così si può tradurre dal greco antico, ed eccome è vero, ma ognuna in modo diverso: anche i nostri passi sono diversi. Io non metto le tracce de i miei scarponcini sulle orme di mio padre, mentre lo Enisej scorre verso il Grande Nord artico.

Dopo aver rotto la catena dei Sajany con l’escavazione di gole profondissime da milioni di anni, lo Enisej rotola con grande turbolenza verso aree più tranquille. Rapide perigliose interrompono il corso del fiume. Quando giunge ad Abakan il suo alveo arriva alla larghezza di quindici chilometri. Dal vivo, e non in sogno, in vita mia ho visto uno spettacolo quasi simile solo a Rosario, in Argentina, dove il Rio Paranà raggiunge quasi dieci chilometri di larghezza. Colà pensavo che l’altra sponda corrispondesse a una fila d’alberi che mi pareva a un chilometro e mezzo al massimo. Ma Marcelo mi disse: “Renato, sai che oltre quell’isola lunga e stretta ci sono ancora otto chilometri di acque.” Eh sì, fino ad allora avevo visto come fiumi più grandi il Danubio, il Reno, la Vistola, la Loira. Più recentemente avrei visto l’immenso Dniepr, nella città ucraina quasi omonima. Ma il Paranà e lo Enisej erano un’altra cosa.

E chissà che impressione può fare il Rio della Amazzoni, anche solo a Manaus, o più in giù verso l’Oceano Atlantico, incontrando via via affluenti giganteschi come il Rio Madeira, il Rio Negro, il Rio Tocantins, cantato con entusiasmo emozionato dal caro amico ingegnere Giorgio L., mancato in volo.

Krasnojarsk si trova sulle sue rive e poi incontriamo l’Altopiano Syverma e il Putorana. Più a Nord lo Enisej si allarga di nuovo fino a oltre venti chilometri, come solo l’Amazzoni. Il suo bacino è immenso, iniziando dalla tajgà che circonda il profondissimo lago Bajkal, dove il ramo sorgentizio si chiama Selenga.

Camminiamo ancora in silenzio, io e Pietro. Lui ogni tanto si ferma, si mette le mani sui fianchi e scuote la testa. Par voglia dire: “Quanto lontani da casa siamo, Renato“. Non sappiamo neanche la ragione per la quale siamo là. Non siamo in emigrazione, non siamo in ferie, non siamo in una missione militare.

Cosa succede, allora? In che tempo viviamo? Mio padre mi sembra giovane, quasi come quando era militare in Grecia e Albania, e gli toccò di difendersi all’arma bianca. E io, come faccio a esserci già, son nato non pochi anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale.

E stiamo camminando lungo lo Enisej. Siccome si è difeso all’arma bianca in un caposaldo italiano, del IV Reggimento Bersaglieri sul lago di Konijc, ci sono anch’io, anche se in un tempo improbabile, nel 1942. Forse nella sua mente, e così lontano, ben oltre i Balcani dove si trovava in quell’anno, dopo essere partito su una nave da Ancona per “destinazione ignota”.

Avrebbe potuto viaggiare anche sul Galilea, naufragare e morire in fondo all’Adriatico, ma non è andata così. E così sono nato io. Ma come mai eravamo in Siberia lungo il grande fiume? Più sopra ho scritto che è tutto un sogno, ma forse è altro, trovandosi su una stringa altra della realtà, come ipotizzano alcuni studiosi di fisica, e magari è tutto vero, in un tempo pensato, creato e vissuto ad hoc, voluto dalla passione e dalla curiosità per il mondo.

Ecco che il sogno è reale, è una res, una cosa che esiste nel tempo e nello spazio, come mio padre e me stesso, mentre camminiamo sulle sponde dello Enisej, in un chiaro mattino dell’anno…

Un bellissimo settembre

Questo settembre è pieno di cieli azzurri, come mi aspettavo, ed è il mese più bello, per me, insieme con maggio, poiché ha l’equilibrio delle temperature e della luce, tra notte e giorno, tra albe e tramonti. Se si è attenti si distingue all’alba anche l’aurora e il momento magico del dilucolo.

Un settembre bellissimo, anche se tutto lentamente cambia, o forse anche per questo. Cambia per tutti e anche per me. Vedevo che ottocento venti milioni di persone umane soffrono la fame nel mondo, e potrebbero essere nutrite se vi fosse l’equilibrio dei beni.

L’Italia litiga con l’Europa inutilmente. Tra una battuta greve di Salvini e una citazione al vetriolo di Moscovici, per cui “l’Italia è pericolosa“, verrebbe voglia di prendere a sberle gli uni e gli altri.

Noto nell’uomo sempre gli stessi difetti, sia che sia di destra, di centro o di sinistra, sia che sia laico o presbitero, sia che sia italiano o d’altra genia e nazione. I parenti sono come tutte le altre persone e io non sono particolarmente attaccato a loro. Anzi: ho due cugine che non vedo da decenni. E abitano a Udine, figlie di una sorella di mia mamma Luisa. Ho due cugini che vivono in Canada (sono ancora vivi, spero), cui ho scritto lettere e e-mail, ma non mi hanno risposto: figli del gemello della zia Anna citata due righe fa, lo zio Tony, simpatico e un poco birromane. Mancato anni fa e sepolto nella cittadina di Prince George, British Columbia, ai confini dell’Alaska.

Quando veniva in Italia mi raccontava delle battute di caccia all’alce. Una volta abbatté con i compagni d’avventura anche un Grizzly di cinquecento kili. La sua gioia era contagiosa.

Ricordo la nonna Catine (Caterina), mamma di mia madre, donna fortissima e sapiente. I primi principi morali me li ha impartiti lei, con i miei genitori: se una cosa non è tua e la trovi devi cercarne il padrone, non offendere gli altri, se puoi aiuta chi ha bisogno, prima o poi ma meglio prima dì le cose come sono, non avere paura se hai ragione ma non pretendere di avere sempre ragione… e altro, sembra un elenco di consigli filosofici antichi come l’intelligenza umana. Pareva conoscere Epicuro e Aristotele, il Buddha e san Tommaso, senza sapere che erano esistiti. Mio padre Pietro era della stessa tempra, meno presente quando ero bambino, perché emigrante in Germania, ma quando c’era si sentiva, e mi insegnava, come ho già ricordato altre volte, le capitali di ogni nazione del mondo, da Buenos Aires a Pechino, da Madrid a Mosca, dal Cairo a Città del Capo, da Canberra a Ottawa, da Brasilia a Caracas, dov’erano i fiumi e la loro lunghezza, dal Rio delle Amazzoni al Nilo al Congo e allo Zambesi, dal Mississippi al Murray, dal Volga allo Jenisej, dal Mekong allo Yang-tse-Kiang, dal Tago-Tejo al Reno al Danubio, per cui aveva una particolare passione, e i monti dei vari continenti e la loro altitudine, dall’Aconcagua al McKinley, all’Erebus al Kilimanjaro, dall’Everest al Bianco.

Quando gli chiedevano di me e come ero, lui rispondeva che un bambino o un ragazzo come me nasceva ogni due o trecento chilometri. Quello era il suo pensiero su di me. Ma a me non lo diceva, me lo riferivano. Così crescevo in tutti i mesi dell’anno e a settembre aspettavo di tornare a scuola, che mi piaceva moltissimo, curioso com’ero. Non vedevo l’ora di sentire le spiegazioni di storia e matematica, di fare un tema, di fare una passeggiata in campagna con il prof di scienze.

La mamma era silenziosa e stava sola con Pietro lontano per dieci mesi all’anno. Faceva iniezioni a mezzo paese, non chiedendo nulla a chi non poteva pagare il servizio, oppure bastavano due uova di gallina di cortile come compenso.

E gli amici di Rivignano? Sandro, Gianni, Agostino e le loro sorelle, a me molto care per motivi diversi, e poi Andrea, Luciano, Edi, un altro Gianni, due Franco, uno alto e uno basso, entrambi musicanti, e Beppe, Pericle, Bruno, ragazzi di basket. E poi altri e altri: mai avuto tanti amici nella mia vita. Ora sono a due, forse, o tre. E qualche bella partita di botte dalla quale non mi tiravo indietro. In un paio di occasioni ho portato l’altro a medicarsi da mia madre.

Poi sono emigrato in un paesone vicino, dove sto ancora, con i piedi nell’erba, finalmente, e gli alberi che circondano la grande casa affittata. Che bello essere in affitto, non possedendo immobili, precario come la vita umana. Non possedere se non le risorse economiche che permettono di vivere con dignità. Non mi mancano i soldini, né libri, né musica. Soldini che vengono dal lavoro e dal riconoscimento del valore acquisito in tanto studio e ancora lavoro. Nessuno ti regala nulla. Le mie sei pergamene accademiche sono in una scatola, ma il sapere è in me, sempre insufficiente, sempre ignorantemente curioso, come insegnava il grande ateniese condannato a morte perché avrebbe traviato i giovani. Ultimamente anche nel mio paesone mi hanno negato la presentazione di un libro importante di teologia-filosofica, apprezzato in giro per l’Italia, perché sarebbe scandaloso e fuorviante per i giovani. Meno male che il Comune non mi può ordinare di bere la cicuta.

Ecco a che cosa mi fa pensare questo bellissimo settembre che prelude a un ottobre diverso dai precedenti, per ragioni piacevoli, che qui non dico, in quanto l’outing sul web per me deve avere dei limiti. Non posso e non voglio mettere in piazza tutto, caro lettore, anche perché, nonostante la mia non banale esperienza umana, scopro ogni dì aspetti di chi conosco, che mi deludono, svelando piccinerie, gelosie e perfino invidia (gravissimo vizio che rende l’anima gialla, come spiega papa Francesco) che non sospettavo vi fossero,

E allora preferisco far silenzio su alcune cose, limitandomi a descrizioni un poco nostalgiche, ma non troppo, oppur liricheggianti. Così mi faccio meno male, in questo bellissimo settembre.

Ogni mattina ventisette milioni di italiani si alzano e vanno al lavoro, ventiquattro nei settori privati e tre nel pubblico impiego, otto milioni di bimbi, ragazzi e giovani a scuola e all’università e forse una ventina di milioni di donne fanno i lavori di casa lavorando anche fuori sotto padrone o sotto lo stato o in autonomia, ma un pezzo di Italia è malato

Caro lettor del sabato.

forse non sai ma a me piace molto il lunedì, che dopo il sabato per me è -leopardianamente- il più gradito.

Ripeto il titolo: ogni mattina ventisette milioni di italiani si alzano e vanno al lavoro, ventiquattro nei settori privati e tre nel pubblico impiego, e sette milioni di giovani a scuola e all’università, e forse una ventina di milioni di donne fanno i lavori di casa lavorando anche fuori sotto padrone o sotto lo stato o in autonomia, e questa è l’Italia di cui essere orgogliosi, ma un pezzo di Italia è malato, quello della politica di governo e anche dell’opposizione. Non praticando quegli ambienti, non conosco nei suoi dettagli la gravità della malattia, che appartiene alla sociologia, alla politologia e alla psicologia sociale, ma vivo nel mondo e tra la gente, in parte purtroppo portatrice non sana della stessa malattia, e quindi ho sufficienti conoscenze per poterne parlare con cognizione di causa.

Un esempio: il caso Ilva/ Di Maio. il “ministro” la sta gestendo come un dilettante analfabeta di ogni sapere legato alle normative della contrattualistica civile e di quella sindacale. Non può saperne nulla perché non ha studiato né praticato questi ambiti disciplinari, eppure detta la linea, facendo di volta in volta inorridire o spaventare i suoi interlocutori, sindacali e industriali, non so da chi necessariamente “imboccato”. Mi verrebbe voglia di andare giù e dirgli “lascia fare, ragazzo“. Non mi lascerebbero neanche avvicinare al ragazzo-ministro, che gli Italiani si sono improvvidamente dati. Ma così è, in assenza di una opposizione degna di questo nome e meritevole di sostituire i vincenti attuali. Se in azienda, nelle aziende italiane, funzionasse così come sta andando sul “caso Ilva”, molto rapidamente i milioni di lavoratori sopra citati resterebbero senza lavoro, perché in azienda funzionano una razionalità organizzativa nonché pesi e contrappesi tali da scongiurare il rischio che un padrone pazzoide possa mettere a repentaglio l’intera struttura economica e produttiva.

Un altro esempio: la faccenda migranti/ Salvini. Non è in discussione la complessità del tema, il suo essere problema globale che attiene più o meno i vari continenti e tutte le nazioni del mondo, per cui è corretto il pensiero di creare le condizioni di vita in modo equilibrato sull’intero pianeta, ovvero di far vivere razionalmente i collegamenti e le filiere economico-produttive atte a dare a tutti gli umani il necessario per vivere. Preoccupa e indigna -di contro- il suo modo di fare il ministro, la sua sbruffonaggine bulla, il suo vitalismo sfrenato, la sua spudoratezza nell’impadronirsi di simboli popolari o religiosi -mostrando un grave spregio del buon gusto oltre che del buon senso, come tra altri, la corona del Rosario della Madonna, il Vangelo, la maglietta t-shirt degli alpini- il suo modo sprezzante di relazionarsi, la sua incapacità di dialogo razionale, il suo uso violento dei social media, la sua arroganza proterva, la sua prepotenza espressiva, ec. ec., scriverebbe il grande poeta di Recanati, e scrivo io, un poco dolorosamente. Mi vergogno come italiano di avere al potere in Italia ministri come Di Maio, Salvini, Toninelli (che pena!).

Fossi nelle condizioni proverei a spiegare agli Italiani che le grandi “derive” e movimenti dei popoli sono irrefrenabili, e che bisogna analizzarle e gestirle con una visione alta, pre-vidente, complessiva, e che intanto son da soccorrere i disgraziati che non possono, non riescono a fare questi discorsi complicati. Non condivido un “et” delle semplificazioni di cui è divulgatore un dottore Gino Strada, che ha tanto veleno dentro da farlo uscire senza requie, così come il furbissimo “scrittore” di racconti Saviano, ma le persone in difficoltà vanno aiutate e non mai utilizzate per proprie convenienze partitico-elettorali. In questo senso il cinismo di Salvini è inescusabile.

Ora ci stiamo aspettando anche la valutazione ottobrina di Moody’s and company, che servirà ad aumentare il nostro credito internazionale. E pensare che l’Italia resta la settima nazione del mondo per economia e industria, la seconda d’Europa, e la prima per il manifatturiero metalmeccanico di precisione. Economia reale, alla faccia dell’incompetente Di Maio e accoliti. E quello che il ministro testé citato racconta del bilancio a saldo tra contributi italiani all’UE e somme restituite per obiettivi precisi di sviluppo? Lui parla di venti miliardi all’anno, mentre in realtà sono due e mezzo. E’ un falsario.

E poi abbiamo la situazione ambientale e infrastrutturale italiana, priorità assoluta, e non perché è crollato il ponte Morandi a Genova.

E poi ancora la crisi cognitiva e intellettuale, il rischio (per il momento scongiurato) di avere ministri dell’istruzione come la signora Fedeli (che Iddio ne scampi e liberi!), e la connessa crisi etica. Batto su questo e mi batterò finché ne sarò in grado. Confido per non poco tempo.

Tre sesquipedali idiozie: a) come il quotidiano Il manifesto ha trattato Marchionne; b) la denunzia dell’Italia della signora Josefa; c) la scritta “frocio” sullo scontrino fiscale e il successivo can can

Caro lettor domenicale,

chi mi legge sa che non esito a scrivere cose ritenute politicamente scorrette, secondo i criteri radical chic molto diffusi soprattutto a sinistra, tra politicanti minoritari arancioni o rosè (tra questi non c’è il comunista Marco Rizzo, che ha tutta la mia stima) à la Boldrina, cineasti giovani e meno, scrittori alla moda à la sapete chi, conduttori televisivi strapagati come Fazio e Augias, campioni sportivi ignoranti, giornalisti benestanti, preti monotematici e tristissimamente compresi del loro “eroismo” come don Ciotti, capi di Organizzazioni Non Governative come Open Arms, e altri.

Ho tre esempi di questa insopportabile tendenza: a) come Il Manifesto, quotidiano comunista, sta trattando la grave malattia di Sergio Marchionne; b) la denunzia penale della signora Josefa, camerunese, dell’Italia e della Libia per omissione di soccorso; c) l’enfasi posta su un comportamento omofobo da parte di un cameriere, che ha dato del frocio a un cliente scrivendolo sulla ricevuta fiscale. Di seguito tre commenti sui tre argumenti.

Nella sua brillante iconografia di prima pagina, senz’altro storicamente intelligente e ironica, questa volta Il Manifesto ha fatto schifo: foto di un Marchionne immalinconito e frase di questo tipo “e così Fiat“, dove quasi, echeggiando la formula liturgica “e così sia“, si sottende la morte del manager scherzando in modo insopportabile sulla vita di un uomo, considerato dalla linea editoriale dell’elegante quotidiano, un nemico.

Apprendiamo dalle tv, dalla stampa e dal web, che Open Arms, e la signora Josefa, le cui condizioni evidentemente permettono di avviare una vertenza penale, starebbero per denunziare Italia e Libia per omissioni di soccorso in mare dove c’erano persone in pericolo di vita. Quante centinaia di migliaia di persone ha salvato l’Italia in questi anni, caro signor nessuno di Open Arms e signora Josefa? Ecco perché anche Salvini continua a sbagliare con i suoi comportamenti che, in un mondo smemorato, pare facciano l’opinione storico-morale sul comportamento italiano in tema. Cosa ne sa lei Josefa dell’Italia? Chi la pilota ora che una visibilità planetaria e a che pro?

Terzo episodio: a Roma un cameriere idiota scrive sulla ricevuta fiscale di una cena per due, due giovani, molto giovani, coppia omosessuale, “frocio”, viene licenziato, ma per l’associazione gay  non basta: per costoro le autorità, cioè il sindaco Raggi, dovrebbero revocare la licenza al ristorante. Ma siete fuori di senno? Intanto, da un punto di vista gius-lavoristico il comportamento del cameriere avrebbe dovuto prevedere una contestazione disciplinare ex articolo 7, comma 2, della Legge 300/70 Statuto dei diritti dei lavoratori e, e come sanzione disciplinare, tuttalpiù una sospensione dal servizio e dallo stipendio di una o due giornate. Questa sanzione a parer mio e anche di un paio di autorevoli legali, miei amici, sarebbe stata proporzionata al fatto. Possibile non sia evidente a una mente normalmente pensate che si è trattato di una stupida goliardata, non di un enfatico “attacco ai diritti”. Immagino gli squilli di trombone di un Rodotà redivivo. Che noia.

Tre episodi che mi hanno fatto imbestiare per la loro stupidità, la loro idiozia, ma anche per l’insostenibile leggerezza interpretativa dei media e dei vari soggetti interessati.

Mi leggono migliaia di frequentanti questo sito ogni settimana, ma questa volta vorrei fossero milioni, perché non vedo in giro commenti come questo mio, soprattutto da sinistra, ché io sono lì da quelle parti veramente, a differenza dei radical chic che citavo sopra, anzi costoro sono di quella sinistra che non riesce più a parlare alle “masse”, che perde voti, capace solo di lamentarsi con sussiego e la puzza sotto il naso. Continui così anche su temi come quelli sopra commentati e il suo destino è segnato. Avanti con i diritti civili e il nulla su quelli sociali, in un mondo che è diventato competitivo con furia, cara sinistra auto-estinguentesi.

Resto sul mio, tengo il mio libero pensiero socialista riformista e raziocinante, lontano mille miglia da palloncini gialli, magliette rosse, manifestazioni trite, pura retorica solidaristica, e guardo al concreto real-vero del lavoro, della paziente formazione, dello studio e dei commenti in-formati, cioè provvisti di forma, denunziando le sgangherate semplificazioni dei populisti, così come gli scandalizzati strapparsi le vesti del ben-pensanti politicamente corretti, che sono non solo inutili, ma terribilmente noiosi, e quindi pericolosi.

I professionisti della percezione sono gli stessi professionisti che predicano lo sfascio

Diminuiscono gli omicidi, di tutti i generi (compreso l’orrido atto chiamato con lo stupidissimo neologismo di femminicidio), le rapine, i furti, gli arrivi di migranti (cf. dati Istat e Censis), ma il comune sentire, cioè la percezione è come se i fenomeni andassero al contrario di quanto e come informano affidabilissime statistiche. Certo è che se il delitto tocca a qualcuno, e tocca sempre a qualcuno di preciso, questi ha la sensazione che le cose vadano malissimo, che tutto stia peggiorando. E non è vero.

Peraltro, tutto ciò è anche una diminutio per la percezione come fase psico-dinamica dell’intelletto umano, come ben sapevano gli antichi pensatori, quelli moderni e gli psicologi contemporanei, ed è un aspetto molto importante per la conoscenza, e non deve essere svilita con delle accezioni improprie. Non dobbiamo neanche sottovalutare le ricerche neuro-scientifiche che ci spiegano come la parte emotiva del sistema nervoso vada vista addirittura nella sua dimensione paleoantropologica ed evoluzionistica (cf. Antonio Damasio, Lo strano ordine delle cose, ed. Adelphi), che ci mostra come l’istinto o le emozioni, per modo di dire, costituiscano un’area di sviluppo da centinaia di milioni di anni, e quindi presente perfino nei monocellulari e nei batteri primordiali. E qui mi scusino gli specialisti se non sono preciso.

Che dire dunque? Che la ragione spesso non funziona proprio, sopraffatta dalle emozioni e dai sentimenti, e anche dalle passioni, che non sono sinonimi. Infatti, se la ragione è la facoltà che deve indirizzare l’agire umano secondo criteri rispondenti a una funzionalità e a un’etica rispettosa della vita umana, le emozioni e i sentimenti sono moti dell’anima non controllabili dalla ragione, e ancora più potenti, come abbiamo visto in altri post, sono le passioni, tra le quali la più forte è l’amore. Tutti sanno che l’amore non si fa inizialmente dominare da alcun ragionamento logico, come ben sapevano anche gli antichi pensatori. Addirittura Platone erge eros a dominatore di tutto l’agire umano. Gli stoici consideravano sentimenti ed emozioni come moti negativi dell’anima, da combattere e da vincere. Aristotele riteneva che le passioni dovessero essere moderate dalla ragione, dando un indirizzo al pensiero successivo, fino a sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, Immanuel Kant e molti moralisti contemporanei, come Amartya Sen.

Le passioni sono -insieme con le emozioni- la parte della spiritualità umana che dà calore e colore allo stile di vita, ma senza l’uso della ragione che le illumina può far sì che il soggetto perda il controllo delle proprie azioni e faccia del male a sé e agli altri. Si può dire che senza passioni, emozioni e sentimenti l’anima umana è come “morta”, ma non se ne può lasciar completamente dominare. Perfino dall’amore: la più forte delle passioni, l’amore, deve essere ciò che muove le azioni umane dando loro verità e sostanza, ma si deve considerare alla luce di una riflessione che tenga conto di tutto l’equilibrio delle scelte e delle azioni umane.

Invece, chi predica soltanto il male, chi percepisce solo negatività, i giornali e gli altri media che titolano ogni notizia al peggio, e scrivono a volte peggio del titolo, non curando la veridicità delle fonti, i politici che non si documentano con giuste avvertenze o che si oppongono verbalmente a ogni iniziativa anche ragionevole degli avversari politici, che così diventano solo nemici, chi suggerisce, direttamente o indirettamente, di pensare male ché conviene, non solo non usa la ragione come governo politico (Aristotele) delle passioni, come cavallo raziocinante che guida il cavallo dell’ira e il cavallo del bruto desiderio (Platone), ma disprezza i sentimenti stessi, che in tal modo decadono a istinto, così come le emozioni e le passioni.

Chi non riesce o non vuole distinguere le idee buone da quelle meno buone non basandosi sul merito di esse, su un giudizio avvertito e razionale, fondato sulla competenza e su una buona documentazione, ma sull’incompetenza, l’improvvisazione o addirittura sull’odio (non dimentichiamo che l”odio è la passione contraria all’amore, secondo i grandi filosofi citati sopra), non solo non fa l’interesse dei suoi amici/ ascoltatori/ lettori/ elettori/ allievi, ma è in sé disonesto intellettualmente, e tanto più disonesto se ha i mezzi intellettivi per non militare a scatola chiusa per una tesi preconcetta, piuttosto che per un’altra che, se opportunamente analizzata, potrebbe risultare più corretta o comunque migliore di quella scelta irragionevolmente o superficialmente.

E dunque, come ho scritto nel titolo, i professionisti della percezione sono i professionisti dello sfascio, innanzitutto del proprio intelletto e della propria morale, o etica della vita. Sono disonesti e stupidi.

Quanti ne potremmo avere in elenco? Moltissimi, di cui parlo molte volte con severità in questo sito, anche recentemente, proprio qualche giorno fa, mio caro lettore, basta tu vada indietro di poco, e che non ripeto.

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