Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Si beve si fuma si baby gang si indulge al vizio si spera sempre

Mio caro e gentil lettore,

se un ragazzo/ ragazza italiani su tre tra i 15 e i 19 anni (è il 33%!) assume sostanze stupefacenti tipo cannabis, e talora qualcos’altro; se oramai osservando i caffè/ bar/ pub fighi si vedono ragazze più o meno splendidamente a nero con il calice di rosso in mano; se vedi adolescenti che chattano uno accanto all’altro con smartphone da seicento euro, e non si parlano; se ciò che comunemente si è sempre chiamato vizio sembra allignare in ogni dove, e se la contemplazione del bello, in silenzio, latita, e se la meditazione non si pratica, vi sarà pur qualche ragione. O ragioni.

Quali? Il sociologo si esercita nelle sue ricerche, lo psicologo si profonde in consigli sui magazine alla moda, il sacerdote invita padri e madri all’ascolto dei giovani virgulti, il professore scuote sconsolato la testa, il filosofo è inascoltato, i sindacati ronfano, ai governi interessa poco o punto, ai partiti oramai inesistenti anche meno… tutti o quasi hanno qualche diagnosi e qualche rimedio, che propongono nei talk show con l’audience maggiore. E tutto continua come prima. Che sta accadendo caro sociologo, psicologo, sacerdote, insegnante, filosofo, papà, mamma?

Com’era quando io e chi mi legge sopra i cinquanta avevamo dai quindici a i diciannove / vent’anni? Io ricordo il mio liceo, il lavoro estivo a portar bibite e fusti di birra da venticinque kili, il basket, la musica, il telefono fisso, la tv in bianco e nero, i pochi soldi, le non-vacanze, l’auto di seconda mano a ventuno anni. Ricordo, ed ero pieno di gioia nella mia turbolenta e vivace giovinezza. Le ragazze, non mancavano cz cz, eravamo sani e forti e pieni di voglia di fare cose, di studiare, capire, fare politica, anche di litigare, fino ai diciotto anni non evitavo le risse, qualche cazzotto, qualche occhiale rotto, un labbro spaccato, mi offendevo facilmente ed ero di parola facile. Bello così. Ma quando volevo parlare con qualcuno andavo da lui/ lei senza storie, anche senza telefonare. “C’è Roberto, c’è Maria Grazia, c’è Marina, c’è Andrea?” chiedevo a chi trovavo in casa. E mi rispondevano, e io restavo o andavo via dicendo che li avevo cercati. In serata mi cercavano loro, e si andava al cinema, in palestra, oppure a… fai tu caro lettor mio.

E adesso che succede? Come stanno dentro l’anima questi ragazzi? Vedo la mia figliolona, grande, alta, bella non poco, intelligente e colta, quasi dottorina (mi viene un po’ da sorridere), musicante esperta, anche lavoratrice nella trattoria vicina. Ma non mi spiega bene come stanno le cose, o sono io che non capisco. Mi rimprovera la lentezza di comprendonio. Come? A me? Ebbene sì “Papà, tu non capisci“. Ma è sempre destino delle generazioni precedenti non capire?

Sembra che il tempo stia accelerando sempre di più, oppure sono le cose che cambiano più velocemente? In ogni caso, antropologicamente parlando, siamo ancora, come in tutti i tempi passati, irriducibilmente esemplari unici, e provvisti di intelligenze diverse, com’erano anche la Lucy del professor Leakey o l’homo naledensis. Se Maria De Filippi e Di Maio trovano adepti tra cui non ci sono io e Beatrice ci sarà qualche ragione, o no? Ma trovano adepti, eccome se li trovano, perché ognuno ha il QI (quoziente intellettivo) suo proprio, come i bambozzi che fanno baby gang a Napoli e Torino e dove volete voi. Stupidi, ma meno dei loro genitori, che lo sono meno dei loro nonni, e forse meno dei loro vicini, e così via.

Come si fa a parlare con questi? Ci interessa? C’è un linguaggio adatto a instaurare un dialogo? Una volta si diceva l’esempio, ché l’esempio è più forte ed efficace di ogni discorso. Vero, ma il tema da svolgere riguarda l’accettazione della miseria umana, che è sempre rediviva, quasi perenne, speriamo quasi, poiché l’evoluzione ominizzante è lenta, lentissima. Siamo sempre e comunque scimmie pelate, homines erecti, idioti deambulanti a fasi alterne, e, nel migliore dei casi, capaci di piangere, di attenzione, perfino di intensificazione solidale, cioè di amore.

Siamo buoni e cattivi, intelligenti e stupidi, scorfani e sublimi, uomini e donne che camminano per questo mondo un po’ sbilenco e un po’ stupefacente, senza la pretesa di capire tutto e tutti.

“La vita, amico, è l’arte dell’incontro…”

Così cantava, verso la fine degli anni ’60, ma come stesse parlando piano, con toni delicatissimi da bossa nova, Vinicius de Moraes, poeta brasiliano amico di Sergio Endrigo, con cui e con Giuseppe Ungaretti fece un disco dal titolo omonimo.

Un disco e un testo molto bello che introduce poeticamente il tema della relazione tra umani, e dunque l’incontro, la relazione, la costruzione della società…

Facciamo insieme una carrellata su un etimo fondamentale per la vita umana, quello di socio, società, sociale, socialismo, etc..

La societas (cioè la “società”) è una nozione-concetto che significa -fin dalle norme del Diritto Romano- contratto consensuale, un’obbligazione consensu contractae. La sua messa in funzione iniziò probabilmente con l’incremento dei traffici commerciali nel mar Mediterraneo da parte di Roma. Poteva essere bilaterale o plurilaterale in cui i contraenti, in base al principio della buona fede, si obbligavano a compiere una data attività o a conferire dei beni in comune per raggiungere un fine comune, dividendo in seguito guadagni e perdite.

Occorreva comunque un consenso durevole tra i soci, il conferimento di beni o il compimento di attività, uno scopo finale patrimoniale di interesse comune.

Se tutti i soci erano obbligati nel conferire beni o attività nella societas, contemporaneamente vi era anche l’obbligo degli stessi di ripartire guadagni e perdite derivanti dalla gestione della stessa. Fu pertanto fondamentale stabilire le quote di ogni singolo socio e se questo non fosse stato fatto si intendevano tutte uguali“. (dal web)

Vi era dunque la societas formata dai socii, dai soci. E la struttura diventava sociale, esprimendo quindi una socialità e un senso di coesione e di condivisione, quasi di con-vivenza. Infatti, anche oggi si dice che si sta in azienda più che in famiglia e l’azienda ha qualche analogia, oltre molte differenze, con la famiglia.

Il tema della socialità ha poi dettato immediatamente un altro tema o valore, quello della solidarietà, che è diventata virtù morale, fin dai tempi antichi, corroborata dall’antropologia cristiana, inizio e fomite di tutte le antropologie e di tutte le etiche umane successive, in Occidente, anche di quelle laiche, derivanti dalla temperie dell’Illuminismo, così come variamente declinato.

Da questo primo gruppo di termini, la storia e la politica hanno poi fatto derivare la nozione di socialismo, che è un amplissimo “luogo terminologico” significante scelte etiche, orientamenti politici, movimenti sociali, anche di carattere rivoluzionario, tesi a una trasformazione più o meno profonda della società nel senso innanzitutto di una tensione all’uguaglianza di tutte le persone o cittadini, sotto il profilo economico, giuridico e, appunto, sociale.

La visione socialista, soprattutto nella sua versione marx-engelsiana presuppone, però, anche una antropologia completamente rivisitata rispetto a quella precedente, che potremmo definire con un sintagma un poco azzardato illuministico-cristiana, consapevole degli irriducibili limiti psico-morali dell’uomo, peraltro confermati sostanzialmente dalle neuroscienze contemporanee.

Infatti, a differenza dei suoi predecessori del primo ‘800, denominati in genere socialisti utopisti, tra i quali possiamo ricordare Auguste Blanqui, Pierre-Joseph Proudhon, il conte di Saint-Simon e altri,  che non ritenevano possibile un egualitarismo perfetto tra tutti se non in una prospettiva che si può forse definire, nella temperie di quei decenni, quasi romantica, Karl Marx riteneva che la realizzazione di una società socialista e poi comunista avrebbe modificato l’uomo alle sue radici più profonde, antropologiche,  quasi ri-creandolo, facendolo meno egoista e più giusto, in una società di uguali. Si può dire che tale prospettiva aveva ed ha un che di messianico quasi si trattasse, e in qualche modo si può dire lo sia, di un’eresia cristiana.

Tutte queste dottrine e movimenti di matrice socialista tendevano comunque verso un certo superamento delle classi sociali e della proprietà privata, fino all’abolizione dello Stato stesso, come nella linea anarchico-rivoluzionaria (cf. M. Bakunin e P. Kropotkin) certamente con accenti e toni diversissimi tra la linea utopista e quella del socialismo “scientifico” di matrice marxiana.  La data discrimine tra le due linee teoriche e politiche si può ritenere il 1848, con la pubblicazione, da parte di Marx e Engels, del Manifesto del Partito Comunista.

In ogni caso i termini socialismo e comunismo non possono essere trattati, utilizzati e ritenuti come sinonimi, poiché il socialismo, nel tempo e soprattutto nelle sue più recenti declinazioni pratiche si è connotato sempre di più come socialdemocrazia, cioè un modello che accetta l’economia di mercato e la proprietà privata all’interno di istituzioni democratico-liberali. Il socialismo democratico, nelle sue varie versioni, latine, e anche italiane, e nordeuropee si colloca tra la prospettiva marxista e quella borghese-capitalista, cercando una via mediana nella prassi socio-politica.

In Italia questa linea si può far risalire soprattutto alla lezione di leader come Turati, Pietro Nenni e fino a Bettino Craxi.

Nelle fasi più dure della storia del Novecento, il conflitto tra prospettiva comunista, diventata oramai stalinista, e visione socialista, giunse al punto che i comunisti chiamarono i socialisti social-traditori e social-fascisti, per poi, dopo la caduta del Muro di Berlino, dover ammettere che la prospettiva socialista era quella più razionale e plausibile, salvo ulteriori incomprensibili resipiscenze, come quelle italiane di questi anni e mesi.

La socialdemocrazia, corroborata peraltro dal pensiero cristianosociale, dalla metà del XX secolo ha costituito il nerbo del riformismo sociale, allargando la base del benessere delle persone con le politiche di welfare e di una migliore divisione delle risorse. Restano comunque problemi ciclopici, che non possono essere risolti con scorciatoie rivoluzionarie anche armate, come la storia degli ultimi quarant’anni ha mostrato.

Accanto a queste affascinanti storie di politica, e per tornare al nostro titolo, possiamo rinforzare queste riflessioni citando il pensiero di filosofi nostri contemporanei come Martin Buber ed Emanuel Lévinas, i quali declinarono le loro teorie guardando all’imprescindibile esigenza di considerare la vita delle persone singole, nelle varie società, come un continuo dialogo per la costruzione di una relazione, nel riconoscimento del pari valore di ogni soggetto umano. L’Iocome-Tu di Buber e il Volto dell’Altro di Lévinas, sono la simbolica immagine di quello che Vinicius de Moraes e Sergio Endrigo chiamarono la vita come “arte dell’incontro”.

Tempora bona veniant

Il tropo liturgico ottocentesco recita così: tempora bona veniant, cioè verranno [o potranno venire] i tempi delle cose buone, riferendosi al percorso della salvezza delle anime. Possiamo mutuare la frase per riferirci anche ai corpi e alle cose umane, ai beni, che si dicono “bona“, esattamente come l’aggettivo “buono“, o “buoni“, si veda il caso del neutro plurale del titolo [bonum, i – bona, orum]. Il tropo continua così: Pax Christi veniat, Regnum Christi veniat, verrà la pace di Cristo, verrà il regno di Cristo, e poi il refrain Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat, un po’ controriformista o papalino alla Pio X.

Bello, però, solenne come erano le liturgie, cioè le azioni del popolo in preghiera, un tempo, purtroppo sostituite da canti e cerimonie spesso trascurate e sciatte.

Papa Ratzinger aveva provato a proporre un recupero della bellezza liturgica nei canti e nelle omelie, ma non c’è riuscito. Si fa, anche nella Chiesa [come nelle aziende], con il patrimonio umano che si ha, con tanto realismo e anche un po’ di rassegnazione. Utinam [voglia il cielo che] che in questo caso “rassegnazione” si possa intendere nel suo senso proprio, profondo, di “ri-segnazione”, cioè di ri-partenza, di rilancio. Speriamo.

Per qualche imperscrutabile ragione questo 2017 rappresenta per me e anche per il contesto che mi sta intorno un anno difficile, che Elisabetta II definirebbe forse quasi orribile (lo disse dell’anno in cui sui figlio Charles divorziò da Diana Spencer), forse in assoluto esagerando, ma dal suo punto di vista forse no.

In ogni caso un anno impegnativo, arduo, da affrontare con una dose di pazienza e di slancio anche un poco iracondo. Il mio lavoro si è sviluppato ancora in qualità, sapendo che devo vigilare affinché la quantità non debordi e mi faccia peggiorare ciò che conta di più, la qualità. La salute è stata messa a dura prova, fatto inaudito nella mia vita sportiva, ma sto lavorando per recuperarla e tornare in bici. Altri aspetti sono problematici ma li taccio, ché ho sempre posto limiti alla confidenzialità di questo mio luogo pubblico, ossimoro amatissimo e utile, per chi mi conosce bene e di più per chi mi conosce poco o punto, e magari pretende di conoscermi. Ho continuato a incontrare persone attente e persone disattente, persone grate e persone ingrate, così come si suddividono sociologicamente e caratterialmente nell’universo umano.

Nel mondo invece le cose, anche se guardate di fatto con gli occhiali della vicinanza, vi sono molte cose che non vanno, a partire dall’uso delle capacità cognitive, quelle sì messe sotto scacco in maniera preoccupante. Da almeno dieci anni scrivo, dico, insisto sul fatto che la vera origine (originante) della crisi odierna non è etica, politica o sociale o, meglio, lo è anche, ma è innanzitutto intellettuale, cognitiva, riflessiva, cioè del pensiero e dell’argomentazione logica.

Il pensiero umano ogni tanto va in crisi, come è successo in certi periodi storici, che potremmo definire “assiali”, e sto pensando ad esempio alla fase che segnò la fine dell’Impero Romano d’Occidente o, ancora di più, alla parte centrale del “secolo breve”, il XX, che vide il mondo scannarsi in due guerre mondiali e in vari tremendi totalitarismi. Che cosa è stata la versione staliniana del socialismo se non una crisi terribile del pensiero critico, così come in dimensioni ancora più patologiche, il nazismo, e ora il terrorismo insensato degli jihadisti?

Si diceva un tempo “il ben dell’intelletto” per significare il maggior bene di cui l’uomo è dotato, ben superiore a ogni altro, al sentimento, alle emozioni, alle passioni di ogni genere e specie, poiché esso permette di accedere alla conoscenza delle verità “locali”, che possono qualificare la realtà delle cose, delle vite, di ogni uomo e  di tutti gli uomini. L’intelletto muove il pensiero e questo permette alla ragione di esercitarsi nella logica, nell’argomentazione razionale, atta a comprendere il flusso degli accadimenti e il fluire dei ragionamenti, la loro verifica e anche la loro falsificazione, se del caso.

L’intelligenza autoriflessiva dell’uomo e il linguaggio sono i due elementi che lo differenziano radicalmente dagli altri animali, compresi i parenti più prossimi, come i primati. Ebbene, forse questa intelligenza negli ultimi anni si è essenzialmente esercitata nell’innovazione tecnologica della telematica e delle varie ingegnerie, bio-meccaniche, molecolari, etc., ma ben poco nella riflessione razionale sull’uomo e sulle derive che sta scegliendo: l’ambiente è devastato dai cambiamenti climatici in qualche misura determinati dall’agire umano in campo economico e geo-politico; le relazioni internazionali tra le nazioni sono precarie e confuse, dove la fine dello scontro tra est e ovest è stato sostituito dal contrasto/ conflitto/ confronto tra nord e sud del mondo, che determina guerre non dichiarate e grandi migrazioni; la comunicazione è diventata pervasiva e fuorviante mediante il web e altri mezzi del tempo reale, per cui si hanno spesso sensazioni deformate della realtà; il divario di qualità della vita tra le nazioni è aumentato e anche tra le categorie sociali, dove si rilevano nuove fasce di precarizzazione e di impoverimento; i sistemi del welfare classico sono in crisi, non sostituiti dai nuovi welfare aziendali o privati. E così via.

In questo contesto i giovani osservano con patemi d’animo il loro futuro, e si adattano sempre di più alla sua nebulosità, accettando lavori quasi senza regole, anzi una nuova concezione del lavoro, che va declinata al plurale: nuovi lavori. Personalmente ci sono dentro da più di due decenni e questo è forse il mio vantaggio e la mia relativa tranquillità. Ebbene sì, il lavoro classico, contrattuale, con orari e regole giuridicamente scanditi, è in declino, perché sta sempre più assumendo i connotati di una declinazione esistenziale dentro altre declinazioni: si vive, si lavora, si viaggia, si studia, si lavora ancora studiando, si studia lavorando, si accettano cambiamenti, flessibilità di orario e di location, dove scompare la vecchia classe lavoratrice, sostituita da miliardi di singoli operatori di tutti i mestieri, ciascuno dei quali sta cambiando al proprio interno.

Le forze politiche sono al lumicino in quanto a qualità del personale che vi si dedica, e pure le forze sociali, i sindacati, non sono mai stati guidati da gruppi dirigenti così scarsi sotto il profilo qualitativo.

In ogni caso non posso e non voglio indulgere al pessimismo, ché sarebbe fuori luogo perché in mezzo a tanta devastazione intellettuale ed etica intravedo barlumi luminosi, proprio nel mondo giovanile, che secondo me riuscirà a prendere per mano questo mondo, usando i mezzi potentissimi che la tecnologia gli mette a disposizione. il 2.0, il 4.0 o quello che volete, saranno un risparmio di tempo stupido e un salvadanaio di creatività, per una ripartenza, un rilancio, che non solo è possibile ma è nelle cose stesse, è nella sinusoide degli eventi, è sullo sfondo della speranza di cui si intravedono i prodromi, i segnali deboli epperò nitidi, per chi li sa scrutare.

Ebbene sì, Tempora bona veniant.

Il riccio e la pantegana

Caro mio lettor di fine settimana o, come si dice oggi, del week end (che pena questo ennesimo anglicismo!),

ero seduto a fine giornata ai margini del parco, stasera, con i miei pensieri in chiaroscuro, più scuri che chiari. A chi mi chiedeva al telefono che cosa stessi facendo ho risposto: “Sono seduto su un vecchio pneumatico ai margini del Parco delle Risorgive, e aspetto che compaia dalla macchia un riccio, o almeno una pantegana, per conversare un poco“. “Ah si?, certamente ho risposto, di questi tempi interloquire con un riccio o una pantegana può essere più interessante che con gli umani.”

Il riccio e la pantegana, che poi non si sono fatti vedere e io mi sono incamminato un po’ mestamente verso casa. Deluso che non sono venuti a trovarmi, nonostante io viva tutto il giorno in mezzo alla gente per lavoro… mi mancava il riccio e la pantegana. Come si può parlare al riccio o alla pantegana? Certamente con gli occhi, con lo sguardo, non occorrono parole, né concetti, non vi possono essere fraintendimenti né secondi fini. Il riccio e la pantegana non ti ingannano, non ti usano, non ti accusano, non ti tradiscono, non ti mettono da parte.

Il riccio e la pantegana forse ti annusano da qualche metro, perché giustamente ti temono, temono la tua ferocia di essere umano, scimmia nuda coltissima e pericolosa. Però, se non li disturbi quando ti fanno visita a rispettosa distanza, forse indugeranno un poco nei pressi, furtivamente, il riccio con la sicurezza dei suoi aculei, e la pantegana con la sua rapidità topesca. Se fosse venuta la pantegana a trovarmi le avrei chiesto come stessero i suoi cugini conigli o gli scoiattoli, anch’essi con lei apparentati, e lei, forse un poco sorpresa della domanda mi avrebbe fatto segno con il muso affilato “che stanno tutti bene“, in mezzo alla macchia, al fitto bosco che circonda i corsi d’acqua del parco.

Se fosse venuto il riccio, con il suo passo più lento e meditabondo, avrei potuto chiedergli come stesse la sua famigliuola nascosta nella più remota macchia del bosco di ripa lungo il rio principale.

E così fantasticavo sulla pantegana e sul riccio mentre lentamente, ma a fatica, cominciava a calare la sera. Sono stanco di questa estate calda e avara, umida e fasulla, ambigua e feroce, giro di stagione perfettamente inutile, come un dito nell’occhio.

Sono stanco che vengano week end umbratili, e ho nostalgia del lunedì, come sempre nella mia vita, anche se il nostro tempo, come ho cantato, è sempre il sabato, e il primo giorno dopo il sabato la tomba è vuota (Giovanni 20), perché il Signore è (stato) risorto, e così penserà un poco anche a me, mandandomi a colloquio queste due sue splendide creature, il riccio e la pantegana.

Non vi sopporto più, neanche invocando la gran virtù della pazienza

adrianoCaro lettor, Adriano qui a lato per consolarci l’anima, ma per il resto

…titolisti di giornali e giornalisti prezzolati. Mi avete stancato da tempo, ma ora state superando ogni limite escludendo i lettori dal “diritto alla conoscenza”. Sulla carta, in tv e sul web massacrate la verità ogni giorno, fuorviando e disinformando con incomprensibili cronache di guerra, con narrazioni capziose e contradditorie sulla politica nazionale, con sintesi e semplificazioni inaccettabili o prorompenti logorree, talora compiaciute, sui peggiori eventi della cronaca. Talk show inascoltabili si alternano ai tg di parte e di qualsiasi parte, interviste sgangherate a prese di posizione risapute, e altro di infallibilmente inutilmente costoso e scemo.

Sul referendum costituzionale, sui licenziamenti individuali, sulla Libia, sul conflitto siro-irakeno, sul mondo intero.

Se, fino a qualche tempo fa “bufera” era il termine polisemantico atto a coprire tutte le aree significanti del disagio o dello sbagliato, ora furoreggia “gelo”: “gelo” su questo e su quello, sul Governo e sull’Italia, metafora meteorologica noiosa e trita.

Non sopporto più, ripeto e dico, la confusion contraddizione delle cronache che dicono e smentiscono, raccontano e sbugiardano se stesse o di altri mediocri narratori del video e della stampa.

Altrettanto v’è da dire sui politici dove spiccano scienziati come Di Battista o bravi bimbi tipo Di Maio, vecchie lenze alla Brunetta l’odiatore, o alla D’Alema, sussiegosamente in disparte-ma-dentro, offeso per la mancata nomina al posto della Mogherini, che per lamordidio, e perciò antirenzi, ché se non sarebbe stato a favor. Ignobili ghignanti alla Salvini o brutti ceffi come Razzi e Svicolone (non esiste?, non importa, tanto è uguale, perché non esistono quasi tutti quelli che stan là a prender soldi a ufo in Parlamento). Spicca perfin Renzi con il suo insopportabile modo di fare, in questa miseria.

Lo scenario internazionale è popolato da mediocri teatranti, spesso cinicamente adusi alla menzogna, mercanti in una fiera dove la posta in palio son le vite umane, come i burocrati sordi e ciechi di Bruxelles, come i nullafacenti delle Nazioni dis-Unite, ben pagati nel palazzo di vetro e ben lontani dal dolore del mondo. E dell’Unesco che possiamo dire, della sua inutilità ridondante: ma forse che come Italia abbiamo bisogno che qualche ente inutile qualifichi le nostre città, i nostri siti, le nostre meraviglie? Ma chi se ne frega. L’ultima poi, quella su Israele è infame, infame. Che Gerusalemme c’entri con le tre religioni del libro è indubbio. Giudaismo, cristianesimo e islam hanno e avranno a che fare con Gerusalemme, la “città della pace di Dio”. Tutte e tre. Non lo sapete idioti ignoranti dell’Unesco? Studiate allora e state zitti, coglioni!

Che è questa mia, pupulismo a buon mercà, o antipolitica, ahino! E’ analisi socio-etica delle più serie, ché altro non meritano i sunnominati questuanti e gli altri ben nascosti in confort zone di ogni genere e specie.

continua…

Nel tempo e nella storia

bob-dylanRobert Zimmermann, nato a Duluth nel ’41, mi ha accompagnato con altri dall’adolescenza, fino a che scrissi qualcosa su di lui. Qualche anno fa l’ho visto e ascoltato -un poco imbolsito- a Padova, su richiesta di Bea che stava diventando musicante. Ecco gli antichi versi per Bob Dylan, pubblicati nel 2004 (In Transitu meo, Chiandetti ed.)

 

PASSEGGIANDO PER DULUTH

Intravide el su duende Federigo,/ Per le strade piovose, con Bob Dylan./ “What’s el duende?”/ E’ forse il dàimon, lo swing,/ O quel lieve traccheggio che li sfiora?/ E’ sìncope (συνκοπη),/ O il tempo rubato di Brailowski, che esegue Sebastian di Sassonia?/ O è la tua/la mia folìa, un lottare/ non pensare “é un sentire/non capire”/ come di Paganini disse Goethe?/ Capire nulla e poi vagare/ Per l’albe montagne, che esistono/ Solo perché tramonti la luna.

 

E altro che allora scrivevo, talora ascoltando il piccolo poeta ebreo, forse remoti echi del paradiso in Knocking on heaven’s door.

 

GIUNTI SULL’ONDA DELL’ANTICO FIUME

Alla porta del mare la salmastra brezza è vinta, e trasparente e memore/ Dei ghiacci frammisti alla pietra frantumata,/ Del vento per mille albe levato/ E di ogni seme sparso nella piana,/ Delle vite nascoste tra i ciottoli nell’acqua impervia del fiume neonato,/ Degli occhi impauriti degli animali/ E dei primi stupori di un uomo.

 

E altro…

 

LIBERATI ENDACASILLABI

Quando qui la stagione si rinnova/ E a maggio i fiori annidano le serpi,/ Raggi incerti del sole tra le nubi/ E incanto di profumi sulle gote.

 

Senza la metafora/ E l’ambiguo nostro procedere-nel-mondo,/ Moriremmo nel dolore,/ Sopraffatti dall’esistere,/ Enti non bastevoli,/ Come siamo.

 

PASCAL

Inframmezzati echi dell’immenso/ Scendono e risalgono le scale tonali,/ e la risacca commenta la sera./

Ci si chiede quanto manca per l’alba,/ Quando vuoto e silenzio/ Son pieni d’ogni parola che pensi umana:/ Lès prèludes ètèrnelles/ Dello stesso infinito scenario,/ oh, verba numquam apta dicibili!

 

OTTO&BERNELLI

Alla festa del borgo ne l’autunno,/ Tammurria/ti ritmi e scalpitii/ Dietro i bambini o coppie infreddolite,/

E i musicanti./

Occhi sgranati inseguono le giostre rutilanti,/ Ma son pochi,/

Nel primo pomeriggio di quel sabato./

Scintilla in fondo una gran luna,/ Nastro di luce di melanconia/ Sui piccoli giostrai.

 

LA NOIA DEGLI ANGELI

Or più non batte/ Che l’ala del mio sogno,/ Ma la protervia del vento mi sostiene,/

E un desiderio aspro di vita./

Or più non sento pulsare/ Che il cuore della terra.

Oh, che il dolore venga, dell’uomo,/ A insaporirmi le narici!/ Oh, inabitate stanze mie del mondo perfettibile a me ignoto,/

Oh, graziose voci dei viventi mortali,/ Oh carezze di mani sconosciute,/

Abbiate tempo di aspettarmi,/ Ché il mio tempo d’angelo/ E’ trascorso,/

E la domanda accolta.

 

(I primi due versi sono stati raccolti da un’iscrizione posta su una stele nel Parco della Rimembranza – Colle S.Elia, Redipuglia – Gorizia)

 

ERRANTI

Dove si può trovare la cesura/

O l’umana ambiguità che dis/separa l’errante dall’errante,/

Colui che -si dice- sbagli, da colui che va per strade alla ricerca/ Di sé, e del proprio posto, senza meta, poiché non v’è luogo sicuro al mondo, né altro rifugio o spiegazione/ Del mistero umano e delle lacrime;/

E, di più, dunque, come si può con/fondere l’errore/

Con l’errante?

 

IN MUART DAL FRADI

Gòtin i cops/ Su la rudìne,/ Plòe di dicembre./

Sgrignôli claps davòur di ì,/ Chiâf bas, cidìne:/

Vot di chel mês tànchu àis fa/ Si soteràve il prin./

Il timp,/ Cul frêt e cu l’estât/ Al pàsse.

 

Titolo: in morte del fratello; la lirica è in lingua friulana nella parlata rivignanese 

Trad. dal friulano: Gocciano i coppi/ Sulla ghiaia/ Pioggia decembrina// Sgra-no i sassi/ Dietro a lei/ Testa bassa, zitta// Otto di quel mese/ Tanti anni fa/ Si sep-pelliva il primo// Il tempo,/ Col freddo e con l’estate/ Passa

 

PADRE

Nel dormiveglia ti ho sognato,/ Che tornavi, vivo, dalla guerra/ Estranea:/ Durazzo e Igoumenitsa,/ Con lo zaino vuoto,/ Tu non domo,/ Ma dovevi ripartire/ Con lo zaino/ Del lavoro;/ Era come già sapessi/ Che non ti avrei più avuto.

 

ELENA

Tua madre ha detto/ Che avrai freddo/ Stasera, nella terra./ Ma tu/ Consolala da altrove/ Raccontandole i giochi che fai.

 

LE CICALE DI SAN MARTINO

Ha agito lo scalpello di krònos/ Dove l’uomo sopraffece se stesso,/ Ma dove non ha continuato,/ Son rimasti gli aperti spazi/ Della muta ricordanza, / Crescendo gli alberi e i fiori,/ E in essi profusi i colori.

Lì l’uomo s’è fermato/ Al Ricordo dei morti in battaglia,/ Incidendo con Nomi ed Epigrafi/ Le pietre e la muraglia/ Lungo il vialetto ventoso,/ E sistemando l’ossario di crani/ Con le bocche digrignate,/ Nello sfolgorante mezzodì ritmato/ Dalle elitre instancabili/ Delle cicale.

San Martino della Battaglia (e Solferino): seconda Guerra d’indipendenza, 1859

 

ELEGIA

Gatti sonnecchianti nel meriggio/ Antico d’un giorno di tardo inverno,/ Altri colori, altre leggende in sogno/ Nel paese invecchiato, altre parole./

Catìne morta da poco./ Il paese ha connotati esausti,/ Un rifugio impallidito col tempo:/ Le voci, mia madre, i morti e i campi,/ E la scansione più lontana/ Dell’infanzia.

Le parole odorano d’un basso/ Orizzonte di castagne acerbe./ Il vento va qua e là,/ E le ombre.

 

…per onorare Dylan,  per ricordare mia madre e mio padre, la piccola Elena e anche, ma un poco, Dario Fo.

segnali d’altre vite come medicina per la superbia umana?

radiotelescopiTrovo sul web, per ragionare su un tema importante, quello della nostra solitudine o meno nel cosmo, dopo che un segnale forte è giunto sui monitor terrestri dallo spazio profondo.

Nessuno sta affermando che questo (segnale) sia dovuto ad una civiltà extraterrestre ma (vista la sua natura) merita comunque ulteriori studia” ha dichiarato Paul Gilster curatore del sito ‘Centauri Dreams’ che approfondisce lo studio del cosiddetto spazio profondo Il segnale proviene dalla stella HD164595 con una massa quasi identica a quella del nostro Sole a circa 95 anni luce della Terra in direzione della costellazione di Ercole.

La stella, la cui età stimata è di 6,3 miliardi di anni, contro i 4,57 miliardi di anni del Sole,  ha almeno un pianeta noto e potrebbe averne di più. “Studiando la forza del segnale i ricercatori affermano che proviene da un radiofaro isotropico la cui potenza sarebbe possibile solo se ci trovassimo di fronte ad una civiltà di tipo II sulla scala Kardashev (superiore alla nostra che è ferma ad un livello tra 0 e I)”, ha spiegato Gilster riferendosi alla scala di civilizzazione inventata dall’astronomo russo Nikolaj Kardashev e utilizzata dal programma Seti di ricerca di segnali di forme di vita intelligenti.

Il primo a dare la notizia della scoperta è stato un italiano, l’astronomo Claudio Maccone, torinese, che lavora proprio al progetto Seti, secondo il quale “è indispensabile un monitoraggio permanente della stella“.

Cosa ci fa pensare una cosa del genere? Ci fa abbassare le ali, forse?

Pensare di non essere gli unici esseri pensanti autoriflessivi nello spazio profondo forse può aiutare. Che cosa possono pensare di questo umani che solitamente si collocano come “ombelichi del mondo”‘? Provo a dirlo con qualche esempio: il mafioso che spara a chi non paga il pizzo (su questa piccola terra nella sua minuscola vita), l’assassino jihadista che tenta di scannare un altro essere umano (su questa piccola terra nella sua minuscola vita), il cinico profittatore che vende pattume finanziario ai clienti (tipo Zonin o altri del genere) con il sorriso (su questa piccola terra nella sua minuscola vita), e, perché no, anche chi criminale non è, ma quasi “santo” laico, come Roberto Saviano, che pontifica su tutto dall’alto di un ego debordante e vanaglorioso (su questa piccola terra nella sua minuscola vita), e via dicendo…

Tutti e quattro peccatori -in grado diverso- di superbia spirituale, fomite e origine di ogni vizio successivo.

Ma chi siete, oh piccolini, esempi abbastanza miseri dell’uman genere, da poter ritenere di essere importanti al punto da togliere la vita agli altri, da rovinare la vita di altri, da insegnare a vivere agli altri? Vi siete mai, mai misurati con la dimensione cosmica? o dell’incondizionatezza divina, che qualcuno di voi invoca, inopinatamente e impunemente (finora), o del vostro limite umano, anagrafico, temporale? Vi siete mai immaginati vecchi, indeboliti, ingrigiti, piegati, finiti in un mucchietto di fosfati? voi che arrogantemente uccidete, imbrogliate, pontificate dal basso della vostra pregnanza entitativa e ontologica?

Non vi sentite un po’ ridicoli? Ditemi, ditemi, ché forse la resipiscenza nella modestia delle vostre vite è medicina di umiltà salutare.

Oppure l’insignificanza, di fronte a quello che si annunzia e non conosciamo, di fronte all’Immenso, vi accoglierà nell’oblio di ciò che è passato senza lasciar traccia.

cinesi

lao-tzuLeggo volentieri Confucio e Lao-Tzu, ma non frequento i tentacolari ristoranti cinesi in Italia, nauseandomi l’odore dolciastro delle loro pietanze. Oggi invece ho apprezzato la flessibilità artigiana di chi mi ha assicurato la riparazione del mio S4 smartphone, cadutomi inopinatamente di tasca. Nessun elegantissimo negozio italiano, almeno nell’Alta Italia mi avrebbe combinato. Il giovanotto in tiro di turno, perito elettronico, magari laureato in informatica, mi avrebbe accolto scuotendo la testa ed esibendo una serie di cripticissime frasi in telematichese che io, tecnicamente ignorante, non avrei capito… avrei capito solo che, magari a rate, avrei dovuto comprarmene uno nuovo, di smartphone da seicento euro.

Invece il ragazzo cinese mi ha fornito di un “muletto” fino a domani, e proposto il prezzo della riparazione: centotrentacinque euro. Fatta.

Come accadeva da noi fino a venti o trenta anni fa, quando gli artigiani nostri si comportavano così, come il ragazzo cinese, gentilissimo. Il negozio tra banche e lussuose boutiques, odore di cibo, la cucina e la casa dietro il negozio.

Mi vien da pensare al futuro, a come sarà la nostra Italia tra qualche decennio, nel declino demografico della nostra gente e la compensazione fornita dagli immigrati, neri, gialli, musulmani, cristiani dei Balcani o delle Filippine, sudamericani. Meno male, altrimenti le foreste prenderanno il sopravvento come ai tempi della grande Silva Lupanica, il bosco dei lupi. E chissà, forse non sarebbe neanche un gran male.

I nostri sono sopraffatti dalla fighezza e dalle figate, senza figate non si va avanti, neppure si inizia. Il mondo funziona se sei in grado di inventare la figata di turno, non tanto se riesci a fare la fatica per crescere veramente, come diceva il vangelo, in statura, sapienza e grazia (Luca 2, 52).

Vedo ragazzi che veleggiano sotto i trenta e ancora si chiedono che cosa fare della vita, esamini pochi, lavoro che cos’è? tanto non avremo mai la pensione, il refrain. In un bar l’altro ieri una ragazza “figa” diceva a tre annoiati compari che le piacerebbe essere figlia di Escobar, perché potente e temuto. Escobar è un colombiano che ha a che fare con il mercato della cocaina, capo di killer spietati. Figlia di un killer. Che pensare, che sperare per lei?

Meglio il cinesino che mi aggiusta il cellulare a nero, ché se no la cifra va su. E non sostengo l’evasione, io che pago fino all’ultimo centesimo le tasse e quindi anche il servizio sanitario per la stronza che vorrebbe essere figlia di Escobar.

Vengano vengano, orsù, cinesi con l’odore dolciastro dei loro cibi, africani di pelle nera e meno nera, asiatici atticciati talora poco puliti, sudamericani chiassosi, siriani e copti, turchi e maltesi (non i cagnolini, ché ce n’è troppi, pensa gentil lettore, che il business dei cibi per animali da compagnia in Italia e di dieci miliardi all’anno!), circassi e armeni, azeri e calmucchi, vengano, in questa Italia schifiltosa e stanca, vengano, come dicono i profeti biblici e lo stesso re Salomone, che accoglie la regina dell’Austro. Diamo la corona d’Italia alla regina di Saba, che è nera e bella, fusca et formosa, esotica e vitale. Vera.

Il profumo dei tigli

20160530_204106Caro lettore,

ieri pomeriggio ho sentito di nuovo il profumo dei tigli in fiore, e mi ha ricordato giovinezze antiche. I tigli della piazza del Paese dove sono nato, Rivignano, e dove si indugiava quasi fino a notte in conversari acerbi e appassionati. Nomi di amici del tempo ancora a me presenti, alcuni non li vedo quasi da allora, altri qualche volta.

Erano tempi ed erano sogni, che ognuno portava nel cuore, condividendoli in parte, ma con pudore, quasi una timidezza, tipica del non-osare pensare tanto in grande, come da cultura furlana. “Sta tal trop“, cioè “stai nel gruppo“, nel senso di “non distinguerti molto” (ché può essere pericoloso, retro-pensiero del parlante anziano), usava sentirsi dire se mai si aveva il coraggio di accennare a progetti “grandi”, che prevedessero l’uscita dal Paese, studi universitari, cose che non appartenevano alla tradizione atavica di evitar perfino di pensare a qualsiasi forma di ascesa e di affrancamento sociale. Ricordo che ero uno dei tre che frequentavano il Liceo Classico, e ciò suscitava mormorii e pensieri critici: “Cemut ise, il fi di Piereto, c’al lavore in Gjermanie in gjave di piere, al Liceu?, cioè “Com’è, il figlio di Piero, che lavora in cava di pietra in Germania, al Liceo?”. Eh, certamente, io, secondo il comune sentire e un certo social silenzioso consenso, avrei dovuto, tuttalpiù, studiare da operaio specializzato. Ricordo ancora di aver suscitato rispetto oltre le perplessità, solo quando -iscrittomi all’università- andavo a lavorare come operaio a Udine prima e a Manzano e Corno di Rosazzo, poi. Ahhh, sentivo dire, “A si manten ai studis“, vale a dire “si mantiene agli studi”. Moralismo subalterno insopportabile della nostra antropologia furlana.

Ricordo che sopportavo con fastidio questo sentimento paesano, gretto, chiuso, geloso, sintetizzato così, ogni tanto “Ma che lì, cui sa cui c’al crôt di iessi“, “Ma quello, chissà chi crede di essere”, e così via. E ricordo, sempre, come un mantra o un’anafora retorica, che il sentimento cambiò quando cominciarono a leggermi sui giornali e a vedermi in tv: allora molti erano onorati di bere un bicchiere di Tocai con me. Coglioni. Sempre quello ero, semplice e complesso, povero di risorse economiche e ricco di idee e pensieri, collerico e umile, sempre quello che non contava un c., e anche dopo, quando contavo qualcosa, nella dialettica sociale o in qualche grande azienda. Coglioni.

Erano tempi ed erano segni

e qui di seguito, ringraziando l’amico filosofo Francesco Ferrari, fine esegeta di Martin Buber, aggiungo un brano del pensatore austro-ebreo da lui proposto, che c’entra molto con la mia breve biografia di sopra:

“Ognuno di noi è chiuso in una corazza, la cui funzione è di difenderci dai segni. Ininterrottamente ci accadono segni, vivere vuol dire essere appellati, occorrerebbe solo essere pronti, solo percepire. Ma per noi il rischio è troppo alto, tuoni silenziosi sembrano minacciarci di annientamento, e di generazione in generazione, perfezioniamo il sistema di difesa. Tutta la nostra scienza ci rassicura: “Stai tranquillo, tutto succede come deve succedere, ma nulla è rivolto a te, non si tratta di te, questo è appunto il “mondo”: puoi sperimentarlo come vuoi nella vita, qualsiasi cosa tu faccia dipende solo da te, non ti si chiede nulla, tutto è silenzioso”.

Ognuno di noi è chiuso in una corazza che presto per via dell’abitudine non avvertiamo più. Solo rari istanti riescono a penetrarla e a risvegliare l’anima alla ricettività. E quando ci è toccato qualcosa di simile e lo notiamo, ci chiediamo: “Che cos’è successo di così speciale? Non era dello stesso genere di cose che incontro tutti i giorni?”, allora possiamo risponderci: “Certo, nulla di speciale, è così tutti i giorni, soltanto che noi non ‘ci siamo’ tutti i giorni”.

I segni dell’appello non solo qualcosa di straordinario, qualcosa che esca dall’ordine delle cose, sono semplicemente ciò che succede sempre, sono proprio ciò che comunque succede: con l’appello non si aggiunge nulla. Le onde dell’etere spumeggiano sempre, ma per lo più abbiamo staccato i ricevitori.

Ciò che mi capita, è l’appello rivolto a me. In quanto è ciò che mi capita, l’accadere del mondo è appello rivolto a me. Solo sterilizzandolo, privandolo del suo nucleo di appello, posso comprendere ciò che mi capita come parte di un accadere del mondo che non mi riguarda. Il sistema coerente, sterilizzato, in cui basta solo che tutto ciò si inserisca, è opera titanica dell’umanità. …

La vera fede – se posso chiamare così il predisporsi e il mettersi in ascolto – incomincia là dove il consultare cessa, dove si dilegua. Ciò che mi capita mi dice qualcosa, ma cosa sia ciò che mi dice non mi può essere svelato da nessun’arte segreta, poiché non è mai stato detto prima e non è formato da suoni che siano stati pronunciati altre volte. È impossibile da interpretare e da tradurre, non me lo si può spiegare, non è affatto un ‘qualcosa’: è stato detto dentro la mia vita, non è un’esperienza, che si lascia ricordare indipendentemente dalla situazione, rimane sempre l’appello di quell’attimo, non isolabile, rimane la domanda di uno che interroga, che pretende risposta.”

(M. Buber, Dialogo (1930), in: Id., Il principio dialogo e altri saggi, San Paolo, Cinisello Balsamo 1993, p. 195-197)

 

La mia vita ha cercato e cerca sempre di essere nell’autenticità dell’appello ad essere quello che sono. Sogni e segni si dileguano solo apparentemente, perché tutto quello che càpita è per sempre. Faccio fatica, a volte, a sopportare le falsità, gli infingimenti, i trucchi furbeschi e volgari di molti che pensano di essere intelligenti, e invece sono solo furbi. C’è, per la verità, anche un’intelligenza furbesca, ma non è mai profonda, e soprattutto è spesso immorale, se non a-morale, se vogliamo dar peso anche alle neuroscienze, com’è saggio fare.

Il profumo dei tigli è un ricordo nel cuore e memoria nella mente, è costitutivo della mia anima spirituale e dell’intero mio essere, eternamente grato a chi mi ha voluto e mi vuole bene, e anche agli altri, che mi hanno fatto capire l’intrico intrigante del mondo, e il suo lento cammino.

© 2018 Renato Pilutti

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