Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Radio Radicale e il gerarca lillipuziano

Mi piace partire dal bravissimo Massimo Bordin, mancato da poco (manca a me e a molti, come professionista e come persona) per parlare di Radio Radicale e di un nanetto che vuole sopprimerla.

Non condivido tutte le battaglie dei radicali italiani e di questa emittente, specialmente quelle relative all’etica della vita umana, sull’eutanasia in primis, ma ritengo che la cultura etico-politica radicale abbia contribuito fortemente alla civilizzazione della politica e della società italiana, e credo che sia stata e sia un baluardo della democrazia e del diritto alla conoscenza, ultima grandiosa battaglia di Marco Pannella.

Di quest’ultimo tema, credo, i grillini hanno un terror panico, per cui preferiscono che una voce libera e colta si spenga, così potranno riuscire meglio nel loro squallido lavoro di disinformazione manipolatoria del pubblico (di chi si fa intortare, comunque), soprattutto, anche se non solamente, tramite la Casaleggio e C.

«Radio Radicale non nacque per essere “la radio del Partito Radicale”, quanto piuttosto tentare di dimostrare concretamente, attraverso un’opera da realizzare, come i Radicali intendono l’informazione.
Creare un dato emblematico, in maniera sostanziale e non astratta, di quello che il servizio pubblico dovrebbe fare»
(Massimo Bordin, già direttore di Radio Radicale)

Un po’ di storia. Radio Radicale è un’emittente radiofonica la cui proprietà è l’Associazione Politica Lista Marco Pannella, legata al Partito Radicale, con sede a Roma e copertura nazionale. E’ riconosciuta dal Governo italiano come “impresa radiofonica che svolge attività di informazione di interesse generale”. È stata la prima radio italiana a occuparsi esclusivamente di politica, senza introiti pubblicitari di alcun genere e specie.

Radio Radicale vide la luce ai primi del 1976, voluta da un gruppo di militanti radicali. La prima sede fu collocata in un appartamento di 60 metri quadri situato in via di Villa Pamphili, nel quartiere Gianicolense di Roma. Era il periodo delle radio libere, e poté trasmettere anche  seguito della sentenza n. 202 della Corte Costituzionale. Caratterizzata da uno spirito libertario, utilizzò mezzi di fortuna per trasmettere  e tenne bassissimi costi di produzione per sopravvivere. I suoi attivisti non vollero mai chiamarla organo di “controinformazione”, come andava di moda nei mezzi di comunicazione dell’estrema sinistra del tempo. I radicali sono dei liberal-democratici e socialisti libertari. I fondatori vollero invece che la Radio fosse un servizio di informazione “radicale”, e non solo, anzi per nulla, nel senso di essere organo di partito, ma di essere emittente fedele al principio di servire radicalmente la verità, come servizio pubblico.

Non dimentichiamo che in gnoseologia o critica della conoscenza,  disciplina filosofica, si parla di “riflessione radicale” per dire che essa va proprio alle “radici” dei concetti, delle definizioni e delle espressioni, per non tradire mai la ricerca della verità sulle e delle cose. La Scolastica classica dell’Aquinate, David Hume e Wittgenstein docent.

Radio Radicale, fin da subito, oltre all’informazione sulle iniziative radicali, animò trasmissioni di informazione sui momenti centrali della vita istituzionale e politica italiana, fino ad allora alla portata di una ristrettissima élite: fin dall’inizio, le dirette dal Parlamento, dai congressi dei partiti e dai tribunali avrebbero costituito il segno distintivo dell’emittente, rendendola di fatto una struttura privata efficacemente impegnata nello svolgimento di un servizio pubblico.

Il metodo della Radio fu un modello di informazione politica innovativo, poiché garantiva la trasmissione degli eventi politici, culturali legati alla politica, istituzionali e congressuali in termini integrali, senza mediazioni giornalistiche o condizionati da “veline” dei poteri partitici. Il motto sotteso era ed è quello einaudiano di “conoscere per deliberare”. Solo Radio Radicale ha sempre parlato e parla di tutto il mondo dando spazio senza rete e senza alcuna censura a rassegne di stampa estera, dall’Asia, dall’Africa e dall’America Latina, intervistando chiunque, di ogni partito e orientamento politico e ideale, dando così al pubblico informazioni che altrove non si trovano con quella dovizia e acribia del dettaglio.

Essa è tuttora il più grande archivio della democrazia italiana, che a oggi conta più di 250.000 registrazioni audiovideo, tra cui oltre 19.000 sedute dal parlamento, 6.700 processi giudiziari, 19.300 interviste e 4.400 convegni.

Ripeto: i grillozzi la vogliono chiudere perché la temono..

 

Vediamo ora l’etimologia di “gerarca” e, caro lettore, capirai subito il perché. L’etimologia deriva dal ieròs, lemma greco, che significa anziano e perciò autorevole. Il fascismo prese a utilizzarlo per i suoi scopi organigrammatici dal 1929 per designare i dirigenti del  Partito Nazionale Fascista, al di sotto del Duce. I gerarchi più alti in grado, dal segretario federale (provinciale e nazionale) facevano parte del Consiglio Nazionale del PNF, e dal 1939 della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (i sindacati datoriali e dei lavoratori), mentre il Segretario e i due Vicesegretari nazionali erano componenti di diritto del Gran Consiglio del Fascismo.

Bene, poco prima di mancare, Bordin aveva definito crimivito o vito crimi, nel 2013 portavoce in Senato di quel gran partito di cultissimi esponenti, i 5S, “gerarca minore”. Questo signore palermitano, non sente ragioni: come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, plenipotenziario all’editoria, vuole vuole vuole far chiudere Radio Radicale.

Non so se ce la farà. Se il Governo andrà a casa, no. Se rimarrà in carica può darsi anche che qualcuno, ma non credo l’etereo Conte, lo blocchi.

Da questo blog chiedo ai miei gentilissimi lettori di aiutarmi, nel mio piccolo, a combattere questa buona battaglia per la cultura e per la libertà.

EVVIVA, ULTIME ORE, LA CAMERA, con il fondamentale contributo della Lega, RIDICOLIZZANDO IL GERARCA MINORE, HA RICONOSCIUTO IL RUOLO DI RADIO RADICALE, CONFERMANDOLE I MEZZI ECONOMICI PER CONTINUARE!

Equador, Carapaz, Italia, Fagagna del Friuli

L’Equador è una repubblica, uno stato e una nazione sudamericana, di estensione un poco minore dell’Italia e una popolazione di quasi diciassette milioni di abitanti. Si trova tra la Colombia il Perù e il Mare Oceano Pacifico. L’equatore attraversa questa terra, dandole il nome. Quito è la capitale, mentre la città più popolosa è Guayaquil.

A circa mille chilometri nell’Oceano si trovano le isole Galapagos, nelle cui acque e territori Darwin studiò la natura e poi scrisse L’origine delle specie.

Dal 1832 l’Equador è indipendente dopo essere stato colonia spagnola, e parte dello stato (la Grande Colombia) fondato da Simon Bolìvar, il libertador dal dominio spagnolo, con Colombia, Venezuela e Panama.

Ivi si parla spagnolo, ma sono lingue ufficiali anche il quechua, lo shuar, lo tsafiki e altri idiomi parlati dagli autoctoni.

Da tanto lontano, è arrivato al Giro d’Italia di quest’anno, e lo ha vinto con forza e merito, Richard Carapaz, ventiseienne andino, dalla faccia scolpita con lontane reminiscenze fisiognomiche di un altro combattente della bici, Claudio Chiappucci, che poco meno di trent’anni fa duellava con onore perfino con Miguelon Indurain e Gianni Bugno, con Argentin e Greg Lemond. Un primo argumentum che desidero agganciare al secondo, poiché entrambi rappresentano modi dell’umano agire, nei suoi chiaroscuri contraddittori, a volte strani o imprevedibili.

Altro scenario: una domenica di primavera, in quel di Fagagna, ridente borgo collinare friulano, in un campo da golf molto prestigioso, io son stato nominato da un giovin signore. Un signore più in età, incarnazione dell’arcangelo Gabriele, con cui sono in contatto da qualche tempo, onorato del fatto, io indegnissimo, proprio come Maria di Nazaret e il Profeta Mohamed, mi ha riferito che il giovin signore ebbe a citarmi per dir -seppur indirettamente- che sono una persona perbene, uno che non cannibalizza le aziende che frequenta, favorendo spostamenti di personale dall’una all’altra.

Sono ben contento che tale chiara fama percorra ponti e sentieri, strade e convalli, e giunga fin nel verde smeraldino dei prati curatissimi di un nobile deporte, se dice en castellano.

Che cosa insegna l’episodio di non spregevol natura? Che bisogna stare accorti a come dove e con chi si parla e a chi può ascoltare i nostri discorsi, anche se ora il web può tradire chiunque.

Il mio cortese informatore, a sua volta protagonista involontario di un aneddoto frizzante, mi ha detto convintamente che son stato nominato con rispetto e fiducia. Ooooh, almeno qualche volta il gossip non è dannoso.

L’episodio di cui sopra. G.T., queste le iniziali del signore, amico e collega, e non è l’acronimo di un’Alfa Romeo degli anni ’60 mi racconta: “Ero lì e, dopo avere giocato la mattina, ho aiutato, berrettino da barman in testa, un collega dell’altra grande azienda del gruppo, a distribuire tranci di pizza a giocatori e ospiti, signori e signore della borghesia buona che frequentano il prato verde nella natura. Davo loro quel che mi chiedevano e taluno o, più spesso, taluna, mi apostrofava un po’ piluccando e commentando critica i tranci…. oooh troppo salamino, ragazzo quel pezzo là, sì signora, subito. E così dalle 14 alle 17 circa. Vado a casa a cambiarmi e torno, perché sul tardi vi era una cerimoniola per ringraziar gli sponsor, tra cui la fabbrica di pizze famosa della Pedemontana. Il chairman cita i presenti e chiama anche me al tavolo presidenziale (faccio per dire) dicendo “ringrazio sentitamente il dottor G.T, amministratore delegato della multinazionale b., che ci aiutati in questa bellissima giornata”. Bene: non so se in me hanno riconosciuto il “ragazzo” che due ore prima dava fuori i tranci di pizza ma, scenario capovolto, molti a tirarmi per la giacca, complimenti, perorazioni… e io ero sempre quello là, cui ci si rivolgeva con la degnazione di un superiore verso la servitù”.

Lezioncina morale: l’umanità e di una variabilità infinita, da Carapaz al giovin signore che mi citò senza peritarsi di controllare se qualcuno lo stesse ascoltando, l’amministratore vestito da barman, i suoi “servìti” e poco dopo clientes quasi imploranti, e perciò si conferma che l’abito e il ruolo fanno il monaco, ma i presuntuosi imbecilli possono vestirsi come vogliono, firmati o meno, cosicché imbecilli (certamente non nel senso descritto dalla neuropsichiatria positivistica neo-lombrosiana, e neppure con terminologia più attuale dal Manuale medico-diagnostico V) sono e tali restano, semper et ubique. Amen.

La dannosità delle “migliori amiche” e altri guai

Ogni tanto mi chiedo la ragione per cui le ragazze di oggi debbano avere sempre bisogno della “migliore amica”, la quale non sempre ricambia il sentimento, e spesso lo tradisce con vili attività stalkizzanti. Lo psicologo ci può spiegarne le ragioni… con il bisogno di avere qualcuno che non ti giudica, che ti è vicino, ti è fedele in tutte le situazioni, e così via.

Leggo sul web: “Migliore amica non significa la preferita tra le amiche, ma significa qualcosa di più. Significa avere una persona accanto che non ti giudica e ti accetta per quello che sei, che ti ascolta, che ti scherza e ti rimprovera come se fosse un padre quando quello che fai non gli piace. Significa anche avere qualcuno su cui contare, qualcuno a cui puoi dire tutto senza provare vergogna perché lei non ti giudicherà ma saprà consigliarti. Qualcuno che sarà come una sorella e sarà difficile, impossibile, dimenticarla. E per me quel qualcuno sei tu.”

Epperò ho notizie e sono coinvolto e cercato per le mie competenze filosofico-pratiche per affrontare casi nei quali la “migliore amica” si è comportata come una autentica carogna. Allora quella non era proprio la migliore amica, ma una gelosa se non invidiosa di una ragazza più bella, più in vista, più ammirata, più desiderata.

Dopo mille moine, all’improvviso la bella sprovveduta che pensa di avere in A, per modo di dire, la migliore amica, si accorge che A la sta sputtanando sul web, e nel modo peggiore. Così piange e si dispera, si vuole quasi ammazzare. Controlla ogni momento il cellulare e se vede qualcosa che la riguarda si impanica subito, il cuore le batte forte, non sa se è rabbia o dolore, non capisce, non ci crede perché mai avrebbe immaginato che A avesse parlato di lei in quel modo e con chi, poi? La migliore amica ora è come una bestemmia. La migliore amica ora è una nemica. La delusione si alimenta con l’ammalamento della volontà e viceversa. Le ragazze “punite” dalle migliori amiche vanno in crisi a scuola e ovunque…

Altri guai non mancano, brutte facce in tv, parlari inordinati e talvolta squallidi, linguaggi impoveriti e sciatti. Non posso non dare uno sguardo al “tempo” e ai modi della politica attuale, quasi quotidianamente, ogni volta che scrivo. Mi scappa proprio. E mi pare che il concetto di “migliore amica”, rigorosamente al femminile, ché i maschi non hanno bisogno di migliori amici per qualche profonda ragione di genere che un giorno o l’altro mi deciderò a studiare, mi par la metafora della politica di governo attuale. I due soliti noti paiono proprio due “migliori amiche”, che si dicono e dicono “si va avanti”, “ah io con lui non ho nessun problema”, “le parole in libertà e le offese delle scorse settimane erano frutto della campagna elettorale”.

Dimaio e Salvini sono “due migliori amiche”, che si cercano e si insultano, si chiamano e si sputano addosso sputando in aria, però, e la fisica ci insegna che il liquido biologico emesso verso l’alto, a causa della brezza può tornare sul grifo dello sputante, e non sull’ampia e intelligente fronte della “migliore amica”. Eh Eh. Se la situazione non fosse preoccupante sarebbe comica.

Anche i discorsi dell’opposizione di sinistra sono fuori  controllo, ché quando si sente Zingaretti parlare dell’Italia (ovviamente anche lui parla “del Paese”, e non so lo intende con la P maiuscola) pare che le cose siano a un punto tale da suggerire il suicidio a tutti. Sono convinto che non se ne rende conto e nessuno gli spiega che l’effetto che fa su molti esseri pensanti, che magari votano PD (come me), è questo.

Deve cambiare il linguaggio, devono essere scelte parole più adeguate, precise, perfino raffinate per descrivere la situazione, che è grave soprattutto a causa degli atti di questo governo di sconsiderati, ma anche per atti di governi precedenti, tenendo conto degli ultimi (almeno) tre decenni.

Tornando alle “migliori amiche”, è bene riflettere sul tema. Suggerirei alle ragazze di cambiare (anch’esse) espressioni, e di parlare di “amiche” senza aggettivi, poiché il giudizio di eccellenza, a quelle età, può essere smentito in ogni momento. Le giovani menti sono ondivaghe, fragili condizionabili, perfino manipolabili e -cosa non strana se si ha qualche idea dell’evoluzione-maturazione della psiche umana- auto-manipolabili. Le ragazze, confrontandosi continuamente sui social, entrano obiettivamente in competizione, creano alleanze “stupide” contro qualcuna, per gelosia o per disinformazione e allora inizia la persecuzione. Negli ultimi anni anche con conseguenze tragiche.

Lasciate perdere le “migliori amiche”, e scegliete amiche che non sono gelose di voi, care ragazze, e coltivatevi con cura e attenzione, ché così crescete in equilibrio e virtù, per diventare donne capaci di guidare le vostre vite e aiutare i maschi con cui avrete coesioni di vita: loro ne hanno bisogno.

Viva Verdi, viva V.E.R.D.I, viva i “verdi”

Viva il sommo musicista dei cori e delle musiche possenti, viva l’acronimo patriottico del 1859, viva i “verdi” come idea politica di oggi! Tre volte evviva.

La scritta Viva Verdi oppure W Verdi si vide sui muri di Milano e Venezia in pieno Risorgimento andava interpretato in due modi: il primo era di lode al grande musicista che allora assurgeva a meritata fama; il secondo era un furbo acronimo che significava Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia.  Nel 1959 si rappresentò a Roma al Teatro Apollo l’opera verdiana “Un ballo in maschera”; a un certo punto gli spettatori (o una loro parte) iniziarono a pronunziare il nome del musicista, enfatizzando la scansione delle lettere, in modo da dare forza al fatto che esse costituissero l’acronimo patriottico riferito a re Vittorio (l’unico “Vittorio” che meriti di essere ricordato, dei Savoia). Il grande bussetano  completò il quartetto di grandi operisti ottocenteschi italiani, dopo Rossini, Bellini e Donizetti, ma di loro forse fu più grande come musicista in assoluto. Uno dei maggiori del suo tempo, con il contraltare stilistico Richard Wagner, e di ogni tempo.

Verdi fu partecipe del Risorgimento e dell’Unità d’Italia accettando anche la carica di senatore del Regno, e fu certamente uno dei personaggi-simbolo maggiori dell’Unità d’Italia. Basti aver memoria delle sue esequie a Milano, quando un corteo attraversò la città al suono e al canto del sublime coro Và Pensiero, accostando il canto di nostalgia della Patria del popolo ebraico in esilio a Babilonia al conseguimento della libertà patria raggiunta durante la vita del nostro grande. Note di libertà, tema di libertà.

I Verdi sono una forza politica di ispirazione ambientalista sviluppatasi negli ultimi decenni specialmente nelle nazioni del Nord Europa (Germania in primis) che, dopo un periodo di appannamento, nelle ultime elezioni per il Parlamento europeo, è riesplosa con consensi importanti. In Italia, invece, niente, poiché probabilmente molti ambientalisti, visto il fenomeno grillino dell’ultimo decennio, peraltro già in declino, si sono rivolti a questo soggetto.

Salvini invece è come Brenno, capo de Galli Senoni, convinto ora, dopo la vittoria elettorale, di avere in mano il mondo, ma ora gli suggerirei di non pensare al detto che la tradizione attribuisce al capo “barbaro” Vae victis,  cioè “guai a i vinti”, ma al suo contrario: “Vae victoribus“, cioè “guai ai vincitori”. Deve infatti stare attento che la vittoria dà alla testa.

L’altro dioscuro (spiegategli chi erano i Dioscuri) quasi si esalta dopo l’approvazione on line di uno “sputo” (senza offesa) di italiani sulla piattaforma della democrazia diretta gestita da una furba Srl, “non mi esalto perché resto”. Ci mancherebbe. I dati economico-finanziari in questo momento condannano l’Italia, si dice i mercati, lo spread, Bruxelles, Strasburgo, il governo italiano, di tutto un po’.

Il loro primate teorico è uno sconosciuto che resta tale, anche dopo un anno esatto, dalla voce afona, un perbenista che si è affezionato al potere, bisognoso di inventarsi un master mai fatto (come se un master post lauream fosse chissà che) noioso anche prima che inizi a parlare.

Gli altri, o alcuni di essi: penoso il rientro nel partitone rosa dei transfughi da sinistra: una volta avrei mangiato una pizza con Bersani, ora non più, forse neppure un camparisoda. Forse è vero che invecchiando ci si rincoglionisce (devo essere preoccupato?), ma quando era ministro l’uomo di Reggio faceva “lenzuolate” di riforme lib-lab  e ora invece, accompagna il suo sodal baffino nelle intemerate per i compagni di partito, che farebbe istruire da Landini. “Parlare agli operai”, D’Alema carissimo non è difficile, perché basta solo saper parlare e avere qualche idea, e voi avete smesso di saper parlare e di avere idee per una “sinistra” ragionevole e soprattutto ragionante una venticinquina/ trentina d’anni fa, quando stavate ad ascoltare -prevalentemente- altri che parlavano, e molto meglio di voi.

E intanto e ancora viva Verdi, viva V.E.R.D.I. e viva i verdi!

La superficialità banalizzante degli ignoranti inconsapevoli o dei presuntuosi arroganti che sono anche malvagi

Un’endiadi non ossimorica, composta dai lemmi ignorante e carogna può starci, se si pensa a qualche politico in auge di questi tempi: due termini reciprocamente attribuibili. Ignorante, per cui colui che lo è, è anche arrogante, e carogna per cui è malvagio chi è carogna: questo nella tradizione antropologico-morale classica. Similitudini nominalistiche etimologico-linguistiche perlomeno passabili.

Due di questi soggetti mi hanno tagliato la pensione. Sono due che nel governo fungono da vicecapi di un noiosissimo signore quasi afono, professore di diritto dal curriculo di studi un po’ zoppicante.

Analizzo semanticamente i termini del titolo, rendendoli secondo l’uscita del sostantivo: “La superficialità banalizzante degli ignoranti inconsapevoli o dei presuntuosi arroganti che sono anche malvagi“.

SUPERFICIALITA’: è la caratteristica di chi -pigramente- si colloca sempre e comunque sulla superficie delle cose, ragiona semplificando, restando in superficie senza approfondire mai…

BANALITA’: è la qualità negativa di chi, per non affaticarsi o perché non ha le possibilità intellettuali per fare diversamente, dice o scrive cose ovvie…

IGNORANZA: può essere tecnica o morale. Nel primo caso non è colpevole, a meno che l’ignorante, pur essendo consapevole dell’errore, insista a sostenere cose che non conosce in profondità, come è moralmente indispensabile fare, inventandosi esperto; il secondo caso si dà quando l’ignorante si comporta in modo malvagio pur sapendo fondamentalmente di commettere una cosa mala

PRESUNZIONE: spesso si accompagna all’ignoranza, anzi a volte ne è fomite, poiché il non-sapere genera il convincimento di essere nel giusto, anche se non si è costruita una conoscenza sufficiente o buona dell’argomento o della disciplina in questione: infatti le persone veramente colte sono umili, sapendo benissimo che più imparano e più sono in grado (socraticamente) di cogliere i limiti -sempre spostati in avanti- della conoscenza…

ARROGANZA: è il primo stadio di una triade che vede un climax comprendente più oltre la PREPOTENZA e la PROTERVIA, come spiega con chiarezza Norberto Bobbio, che ne sono la versione aggravante…

MALVAGITA’: a volte viene chiamata “cattiveria”, ma dirla come propongo io è più corretto: la malvagità appartiene a chi non avendo senso morale ed essendo molto egoista, si comporta in violazione dell’etica del rispetto dell’uomo e delle leggi coerenti con questo rispetto…

Caro lettore, conosci persone, più o meno note, che assommano in sé le caratteristiche sopra menzionate?

Io sì, e stanno in tutti gli ambienti, dalla politica, specie quella attuale, agli ambienti di lavoro, ecclesiali, sanitari, scolastici, militari, etc., e oltre.

Ma son fiducioso, nonostante tutto.

Irrazionalismo, nihilismo, nazionalismo, sovranismo, suprematismo, razzismo

Alternative für Deutschland, la Lega e Fratelli d’Italia,  il Rassemblement National della Le Pen, il partito di Orbàn, che si chiama Fidesz, i polacchi del PiS,  i nazionalisti fiamminghi di Vlaams Belangs, la destra austriaca del Fpo, gli euroscettici svedesi di Sweden Democrats  gruppi come CasapoundForza Nuova , il Pvv di Geert Wilders, le Croci Frecciate evocanti analoghi gruppi ungheresi degli anni ’40, i “suprematisti” bianchi americani inclini alla violenza e all’uso delle armi, il “trumpismo” con le sue contraddizioni volgari e altri, sono movimenti e partiti certamente non sovrapponibili, ma attestano diversamente “culture” politiche altre rispetto alle forze che si sono divise il potere nelle grandi nazioni dopo la Seconda guerra mondiale.

Anche i termini che ho posto nel titolo non sono sinonimi. Forse il più importante sotto il profilo culturale è il primo, irrazionalismo. Si tratta di un “nome” filosofico, presente nella storia del pensiero europeo fin dal XIX secolo con pensatori come Schopenhauer e Nietzsche, via -in un certo senso- Leopardi, che però rappresentava soprattutto ben altra temperie e una geniale arte poetica, che lo rende unico.

Questo pensiero genericamente definibile “di destra” si fonda su una visione ancestrale del popolo, rappresentata in maniera parzialmente intraducibile in italiano, dell’aggettivo “völkisch” (cf. G. Rusconi, Dove va la Germania), che non ha solo l’accezione semantico-etimologica di “popolare” in tedesco, ma molto di più. Ciò avviene mentre le varie sinistre, moderate o meno, non sanno rappresentare il “popolo” e i suoi interessi anche come solo un ventennio fa. Il rinforzo presente in “völkisch” ha a che fare con “Kultur”, lemma che non significa solo cultura come sapere, ma dimensione antropologica di un popolo, e di quello tedesco in particolare, storicamente depositario di un superiority complex impressionante. “Noi -pare pensino i Tedeschi- abbiamo qualcosa di più e di diverso dagli altri popoli“.

Il tema, ben studiato da Gian Enrico Rusconi, parla di una Germania che non riesce ancora a distinguere il proprio humus storico profondo dall’esperienza indicibile della storia nazista, dove l’abisso di male dell’uomo è stato svelato, e che non è possibile neppur comprendere, nemmeno se si amplifica lo sguardo all’infinito.

Vi è un irrazionalismo radicale o metafisico, il quale sostiene che la realtà, tutta, sia condizionata dal destino, dal fato, uno scetticismo deterministico pericoloso e quasi disperato. Ci sono anche posizioni più moderate, non completamente avulse dalla funzione intellettiva raziocinante, ma più orientate a valutare come strumenti conoscitivi i sentimenti,  le passioni, gli istinti, l’intuizione, la fede, l’esperienza estetica. Filosoficamente si tratta di un mix di scetticismo, di misticismo anche religioso e teologicamente “negativo” (la teologia negativa preferisce tacere sul divino, e quindi non è del tutto… negativa), di romanticismo, di sentimentalismo.

Nell’ambito della creatività artistica, soprattutto in letteratura, da metà ‘800 in poi fiorirono modelli estetici come il simbolismo, il decadentismo, e nel ‘900 il surrealismo, il dadaismo, il futurismo, la patafisica, e perfino il dannunzianesimo come estetismo. Questa visione del mondo rifiutava l’idealismo hegeliano e il positivismo di Comte, preferendo di gran lunga Schopenhauer e Nietzsche.

Il contesto culturale di quel tempo -in generale- rifiuta l’ordine logico e la struttura sintattico-grammaticale dei testi, preferendo le “parole in libertà”. Tutto ciò sa molto di nihilismo filosofico, per cui si pensa che la distruzione sistematica dei valori, non sia irrazionale, solo che si pensi che debba essere messa in atto.

Il nazionalismo si colloca in un pendolo, là dove, se un estremo può essere una forma di patriottismo esasperato, l’altro estremo confina con le peggiori teorie e prassi marchiate dalla storia come disumane, poiché incapaci di accogliere l’altro come pari in dignità: l’esempio più devastante è -penso- quello del nazionalsocialismo, che riteneva i popoli non tedeschi inferiori, con una precisa tassonomia, che elencava in testa gli anglosassoni (inglesi e scandinavi) come degni di una qualche collaborazione (non dimentichiamo che Churchill negli anni ’30 non era il peggior nemico per Hitler e viceversa; il sovranismo sostiene un’autonomia delle nazioni/ stato a scapito di ogni integrazione di livello superiore, come può essere in una comunità (piena di difetti, ma anche di pregi) come l’Unione Europea; il suprematismo è una posizione filosofico-politica presente nel mondo anglosassone, la quale, di matrice chiaramente razzistica, sostiene la superiorità dei bianchi sulle altre etnie ed agisce di conseguenza, proponendo norme consone a questa visione e non disdegnando il ricorso alla violenza: il razzismo è il nome classico del suprematismo, ed ha radici storiche antiche  e più recenti: a cavallo tra il XIX e il XX secolo si sviluppò non solo in Germania con i noti tragici esiti, ma anche nel Nordamerica, in Sudafrica, in Francia e altrove. In particolare -storicamente- ebbe il popolo ebraico come obiettivo da attaccare, dai pogrom medievali e moderni della Galizia russa, Ucraina e Polonia, fino alla soluzione finale dei nazisti (cf. Wannsee, 1942).

Tornando ai nostri tempi, non si pensi che i partiti e movimenti che ho elencato all’inizio siano specchi di virtù morali e civiche, perché ognuna di quelle sigle ha cose di cui si può e si deve vergognare, che preferisce sottacere o nascondere, come i 49 milioni “spariti” della Lega, di cui Salvini non vuole parlare, perché era secondo lui una faccenda di prima, di Bossi, il papà dei due figli manigoldi, e oltraggiatore del Tricolore.

Questi signori sono proprio… questi, non-eroi, non meglio degli altri, non-esempi. Tra costoro, molta brutta gente, gente che plaude magari alla sospensione della professoressa di Palermo, che ha lasciato le briglie sul collo ai suoi alunni, per poi spiegare e correggere.

Non credo sia impossibile rimediare a queste brutture. Bisogna avere (kantianamente) pazienza e resistere, studiando, comunicando bene, dialogando, e soprattutto sviluppando il pensiero critico.

Il gesto di Don Corrado e la censura torinese

Stavo pensando in questi giorni se e come trattare questi due temi, che sono nettamente distinti, ma -se pure indirettamente- correlati, poiché ambedue hanno a che fare con la situazione e con il clima ideologico e morale attuale di quest’Italia un poco sconnessa.

Il cardinale Konrad Zajewski, don Corrado pare lo chiamino a Roma, è sceso in un tombino per riallacciare l’energia elettrica in un palazzo dove l’azienda pubblico-privata dei servizi ACEA l’aveva interrotta per morosità degli inquilini. Quattrocento e più persone, con molti bambini. E’ stato lodato dalla stampa legata al Vaticano e ai vescovi, ma pesantemente attaccato dagli organi di stampa di destra, e guardato con qualche sospetto dal PD. Si pensi che l’acuto Zingaretti ha affermato, con una certa preoccupazione, che non è il caso di lasciare tutta la carità e la misericordia alla chiesa, perché un poca la deve fare anche la sinistra politica. Se tale affermazione non mi facesse pena, mi farebbe ridere. Continuo a non capire nulla della strategia del nuovo segretario PD, ove ne abbia una. Salvini, poi, ha invitato il cardinale a pagare le bolletta arretrate.

I giornalisti più vili hanno parlato di elemosina fatta con i soldi degli altri, di case che la chiesa possiede e che potrebbe dare ai senzatetto e ai rifugiati, e via di questo passo. Non voglio difendere la chiesa, ma so che già fa moltissimo in questo senso, soprattutto mediante le diocesi e le parrocchie. Mi è stato chiesto da amici e lettori che cosa pensassi del gesto del cardinale e qui scrivo la mia risposta.

Mons. Krajewski ha operato, su un singolo problema, in modo evangelico, gesuano, e chiaramente il suo gesto ha suscitato scandalo. Qualcuno ha scritto che si è trattato di un gesto “apocalittico” (e condivido), di un gesto, cioè, rivelativo di un qualcosa di molto più grande e profondo. Alla buon’ora che un giornalista conosce l’etimologia e il significato di apocalisse!

Sotto il profilo teologico-morale l’azione è stata cristianamente corretta e giusta. Inappuntabile. Semmai qualche considerazione si può fare sotto il profilo giuridico-legale e dell’opportunità politica di un tale gesto, dove ci può stare qualche critica, soprattutto in riferimento alla dimensione pedagogica della politica, se questa dimensione ha ancora un valore, almeno teorico. Mi viene da sorridere se penso alla capacità pedagogica dei politici attuali di qualsiasi schieramento, dove troviamo la bonomia falso-matura-tecnicamente-ignorante del capo 5stellato, o del cosiddetto “truce” capo lombardo che penso se la farebbe sotto di fronte a un vero pericolo e così la finirebbe di tromboneggiare in giro. E, mio malgrado devo aggiungere anche il capo della sinistra attuale, tanto “qualsiasi” da farmi pensare che c’è un impressionante affollamento nell’aurea mediocritas, e che nessuno si trova nella parte destra della campana di Gantt, la quale, come è noto, accoglie le persone più degne di attenzione.

Secondo tema. Vado al Salone del Libro di Torino mi trovo di fronte un tizio che canta -stonando- Bella ciao in faccia alla giornalista che ha scritto la biografia di Salvini per una casa editrice neonata di destra. Viene fuori ovunque la polemica, tanta che farà vendere una camionata con rimorchio di libri, di quel libro, che sicuramente non sarà altro che uno spottone per il signor “i porti son chiusi”, in mera sineddoche rettorica. Peraltro, chi tira fuori le leggi antifasciste in questo caso mostra una grande ignoranza delle stesse, poiché né le norme costituzionali del 1948, né la Legge “Scelba” del ’52, né la Legge “Mancino” del ’93 ipotizzano la configurazione del reato di ricostituzione del partito fascista nel caso della pubblicazione di un libro come quello in questione.

Per non fare comunella con coloro che parlano a vanvera del tema, riporto qui l’essenziale della normativa, a partire dalla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione Italiana, la quale, pur essendo inserita tra le disposizioni transitorie e finali, ha carattere permanente e valore giuridico pari a quello delle altre norme della Costituzione. Per questa ragione leggiamo il primo comma della XII disposizione finale, che così recita:

È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista“.

In seguito, la legge 20 giugno 1952, n. 645 (la cosiddetta legge Scelba) in materia di apologia del fascismo, sanziona “chiunque fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità” di riorganizzazione del disciolto partito fascista, e “chiunque pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”.

La legge Mancino del 1993, infine, punisce “i reati di odio e discriminazione razziale e punisce esplicitamente la “esaltazione di esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo”. Infine, nel 2017 in Parlamento è stata presentata una proposta di legge da parte del deputato PD Emanuele Fiano per introdurre il reato di propaganda del regime fascista e nazi-fascista, ma l’approvazione si è arenata per la fine della legislatura e lo scioglimento delle Camere. A sanzionare l’apologia del fascismo restano quindi al XII Disposizione finale della Costituzione repubblicana,  la legge Scelba e la legge Mancino.

Bene, la domanda allora è questa: mi si spieghi se, in che senso e in che modo la biografia di Salvini scritta dalla giornalista Chiara Giannini, e pubblicata dall’editore Altaforte di un sig. Polacchi viola una delle norme sopra riportate. Non lo ho letto e lo leggerò, perché lo comprerò, mio malgrado, poiché non stimo Salvini. Ecco l’effetto che tutto questo sghembo dibattito e anche gli esposti inoltrati alla procura della Repubblica dal sindaco di Torino Chiara Appendino e dal presidente del Piemonte Sergio Chiamparino, quello di contribuire a far vendere una caterva di copie del libro. Bene per Polacchi e Altaforte come impresa, e per i suoi dipendenti, se ve ne sono.

Non credo che questa campagna del politicamente corretto antifascista sposti un voto o un miliardesimo dei sentimenti di simpatia o antipatia verso il fascismo in questa Italia, che è meno stupida di quanto alcuni pensino. L’altro protagonista della vicenda è il salone del Libro di Torino e i suoi responsabili, che hanno negato gli spazi espositivi e promozionali al libro e al suo editore. Una osservazione: negli anni scorsi il nazi-fascistissimo avvocato padovano Franco Freda (ricordi, gentil lettore, la strage di Milano del 12 dicembre 1969?) ha potuto portare più volte le sue pubblicazioni al salone stesso. E poi: siamo sicuri che altre pubblicazioni lì presenti negli anni e pure quest’anno, magari di tutt’altro colore e ideologia politica, non abbiano esaltato in qualche modo la violenza e la sopraffazione? Io son sicuro che lì si può ancora trovare qualcosa che assomiglia ai manuali che Bertani, editore padovano, pubblicava negli anni ’60 e ’70, libercoli ai confini con l’apologia del terrorismo e consigli pratici per praticarlo.

Io sono liberlamente per la libertà di stampa e per una discussione su qualsiasi tema non imbrigliata nelle panie di proibizioni e divieti, come se il pubblico dei lettori non avesse diritto di esprimersi -in democrazia- nella più assoluta libertà di leggere, giudicare, dire: la parresìa greca, proposta dagli antichi sapienti di quella grande cultura fondativa della nostra e, per certi aspetti, superiore alla nostra. Prima di questo pezzo ho pubblicato il saggio sulla libertà che mi sono affaticato a scrivere nell’ultima settimana. Mio caro lettore, se hai pazienza, dagli un’occhiata.

Per concludere vengo al rapporto che io intravedo tra il gesto del cardinal Krajewski e la storia del libro su Salvini: Quale il comun denominatore? Mi pare di poter dire la superficialità, l’incapacità di analizzare i due fatti ricorrendo a tutte le informazioni, notizie e nozioni che sono necessarie per non discutere in modo irrispettoso dell’intelligenza altrui, di qualsivoglia interlocutore o dialogante. Allora: i politici, tutti (con qualche eccezione che scompare nel mare di idiozie che si leggono e si ascoltano) parlano solo per convenienza propria, della propria carriera politica e del proprio partito, anch’essi largamente disinformati, ignoranti per pigrizia e inerzia intellettuale; i media alla rincorsa del consenso facile di fruitori web e di lettori, dove non serve competenza specifica e integrità morale, ma solo o prevalentemente l’urlo del titolo e l’inganno della tesi sostenuta (con qualche lodevole eccezione, come si può constatare, ad esempio nel Foglio e in Giuliano Ferrara in particolare, che non silenzia mai la sua intelligenza). Questa è la situazione, per cui ognuno, peroro questa causa da qui, legga, si informi, approfondisca, senza dare peso a ciò che propongono i su nominati, per formarsi un giudizio libero e autonomo. Autonomia è un altro nome della libertà.

Mi prenderebbe l’uzzolo di parlare estesamente anche di un’altra allegra e indisponente pensata di un politico, anzi di una donna in politica, la famosa cosiddetta Ladylike del PD veneto, Alessandra Moretti, candidata alle Europee, che sta proponendo di oscurare con tendine amovibili crocifissi, madonne, angeli e altre immagini e simboli religiosi nei cimiteri, quando si svolge lì nei pressi il funerale di un agnostico o ateo, i cui parenti pensino che l’estinto ne sarebbe offeso o loro stessi. Penso che il 99,99% delle tombe abbiano simboli religiosi, più o meno rappresentativi del tipo di vita del defunto, ma consoni a una tradizione più che millenaria.

Resto senza parole di fronte a una proposta del genere, poiché, e lo ho già scritto in un pezzo precedente, immagino che un avvocato come la signora abbia, se non altro per inerzia, una qualche nozione di storia, di storia delle religioni, di antropologia culturale, di sociologia dei simboli, e via dicendo. Ma forse no, non è detto. E, per questa stronzata, il 26 maggio non so se voterò quel partito, perché nulla di nulla mi avvicina alla bella donna citata, essendo io distante un miliardo di anni luce dalla stupidità così clamorosamente data in pasto alla rete e al giudizio del mondo ivi navigante. Amen

giornalisti e politici occupano il 90% dello spazio dei media, una noiosa vergogna, mentre la realtà “di fuori” è il 90% e viaggia silente per conto suo e coincide con la verità delle cose

LEGENDA PER IL LETTORE: il testo sottostante è quasi privo di punteggiatura con frasi apodittiche e ipotattiche messe lì come mi son venute; in corsivo le cose importanti, in stampatello le cose oggettivamente di minor importanza o del tutto idiote

Travaglio che commenta la presa di posizione del ministro Salvini che commenta i titoli di Repubblica che riporta il non detto del mancato incontro a cena tra Salvini Di Maio e Conte, e via dicendo

quello che accade dove si fa l’economia, i pezzi fatti in una manifattura, l’Ebidta della stessa, gli investimenti di una fabbrica innovativa, le assunzioni  effettuate nell’ultimo semestre nel settore manifatturiero metalmeccanico stanno a pagina 15 del quotidiano x e y, primo e secondo d’Italia

Fazio che ospita Di Battista, nullafacente e nullapensante, ops forse la trasmissione è Dimartedì, che peccato non lo ricordo, imperdonabile! e poi a Piazzapulita l’ospitata di Toninelli che sbaglia logica, storia, tempi e modi della sua narrazione e commenti e l’indomani commenti su tutti i quotidiani non oltre pagina 2, perché l’opinione del ministro dei trasporti è importante… per i media, non per gli Italiani

l’azienda x o y ha migliorato la performance delle esportazioni del 10% sull’anno precedente e l’azienda a o b ha assunto altre 80 persone negli ultimi sei mesi raggiungendo e superando  i 600 dipendenti, azienda nata solo dieci anni fa: questa notizia si trova a pag. 23

la seconda notizia -in ordine gerarchico- del tg tal dei tali è la posizione di Grillo sulle vaccinazioni, essendo Grillo un noto clinico a livello internazionale, mentre su un altro tg si svolge un talk dove gli ospiti sono due politici e due giornalisti che se la cantano e se la suonano, i secondi che raccontano dei primi e i primi che criticano gli avversari-nemici politici, incapaci di dire che cosa intendono fare per rimediare a limiti e difficoltà sociali: ambedue i gruppi distanti dalla realtà di due o una misura, ché il mondo va da un’altra parte mentre questi parlano, cianciano, blaterano, talora competenza inesistente o scarsissima (quando va bene)

le università di Roma (nell’area umanistica) e Milano (Politecnico) sono tra le prime del mondo, così come alcuni licei classici italiani, e si vede dalla brillantezza dei nostri studenti, ma la notizia si trova a pagina 48 dell’inserto settimanale del quotidiano che si colloca al secondo posto delle vendite nazionali

il web si preoccupa dell’assenza di Di Battista dal web stesso, ponendolo quasi come problema, notizia non vomitevole, bensì inutile

i giovani si stanno accorgendo che occorre impegnarsi in prima persona, non solo per se stessi, ma per la propria e le altrui terre e patrie, senza nazionalismi, imparando le lingue, non temendo il confronto e cercando di farsi opinioni proprie

la Casaleggio Srl e C. toppa con la sua piattaforma Rousseau, in prima pagina su tutti i quotidiani nazionali, anche se il posto giusto e proporzionato, come notizia, potrebbe essere quella dell’ultima dell’inserto di un foglio della Brianza

nel silenzio dell’agire quotidiano vi sono mille e mille (numero ebraico per innumerabile, come settanta volte sette) azioni dialogiche, crescita della comprensione tra diversi, nascita di nuove idee per l’economia e l’occupazione 

nel talk show la conduttrice mette a confronto un grillino e un forzista, o un leghista e un piddino interrompendoli, quando non rispondono come lei si aspetta, non accorgendosi che gli argomenti sono trattati senza alcun aggancio con la realtà delle cose, e che quello è il vero problema

mentre crescono le discriminazioni etniche, secondo i media, ma non ci credo, vi sono innumerevoli atti di incontro, di solidarietà e di fratellanza tra diversi

quasi ogni trasmissione tv, salvo qualche eccezione, più evidente nei commenti parlati ai giornali, mette in evidenza l’auto-referenzialità dei politici, di questi tempi del genere Salvini vs Di Maio, come se i destini della Patria fossero lì consegnati, più o meno

anche la Chiesa si muove, nella lenta deriva dei duemila anni, chiarendo ciò che era oscuro, grazie al vescovo di Roma e a molti altri volenterosi

la maggior parte dei media continua, contro ogni logica e scelta filologica a “dare del femminile” (la, della) all’acronimo T.A.V., che significa Tunnel Alta Velocità, dove evidentemente (anche agli incliti, forse) “tunnel” è sostantivo maschile e richiede l’articolo “il” e la preposizione “del”: se ne è accorto perfino Toninelli

milioni di volontari  operano continuamente per dare una mano a chi ha bisogno, in tutti gli ambienti e settori della vita nazionale, senza nessun cenno, o quasi, nei media: non fa audience!

una “tempesta emotiva” pare sufficiente a dimezzare la pena per un omicidio, e dico omicidio non femminicidio, da trenta a quindici anni: anche i giudici dovrebbero studiare meglio e di più neuropsichiatria e filosofia morale, anzi nell’ordine inverso: filosofia morale e neuropsichiatria, per un corretto approccio disciplinare

dà fiducia vedere che lavoratori e imprenditori non si arrendono mai, anche di fronte alle più grandi difficoltà che derivano da un mondo sempre più – anche se sgangheratamente- connesso, e anche se ciò non produce evidenti entusiasmi da parte di un pubblico condizionabile 

su dieci canali televisivi almeno tre presentano -ogni giorno che Dio ci manda- talk show con applausi telecomandati eseguiti da un gregge di umani penosamente colà aggregati

nel silenzio dei più, che non viene percepito dai media, nascono e si sviluppano pensieri di crescita del livello di umanità 

e potrei continuare ad libitum… 

Signor segretario della Lega, lei non mi rappresenta, e quindi faccia bene i conti quando si attribuisce la rappresentanza di sessanta milioni di Italiani, e come me la pensano milioni di persone, cittadini di questa Nazione. Si dia una calmata e controlli la sua esaltazione, o rischia di svegliarsi bruscamente da un falso sogno

Egregio signor Salvini, la invito a fare il conti bene: lei ha preso il 17 per cento dei suffragi alle elezioni politiche del 4 marzo scorso, il 17 per cento dei votanti, che sono stati poco più del 50 per cento degli aventi diritto al voto, e dunque circa forse 3 milioni di Italiani o poco più, su 48 milioni di elettori attivi, più o meno. Innanzitutto.

Io non la ho votata e conosco più di mille persone che non l’hanno votata, anche perché aborriscono il suo linguaggio, la sua boria, la sua tracotanza, la sua arroganza, la sua prepotenza, la sua vanagloria, la sua protervia, la sua presunzione, la sua ignoranza tecnica e morale, ché son cose diverse, il suo dilettantismo espressivo, in definitiva la sua superbia, principio di tutti i vizi, anche ieri evidenziato dalla citazione sgangherata di papa Wojtyla, che fa il paio con l’esecranda esibizione del Rosario e del libercolo contenente (forse) i Vangeli durante la campagna elettorale. Glielo dice un filosofo e teologo, e anche per di più politologo e sociologo con adeguati titoli ed esperienza. Le basta? L’elenco dei sopra elencati “sottovizi” della superbia è disponibile nell’etica tomista e in quella cui faceva riferimento il professore Norberto Bobbio, ma dubito queste siano letture cui lei possa essere aduso.

E dunque, se non vuole fare figure barbine con non pochi Italiani che sono in grado di smascherarla sotto ogni profilo, come me, prima di fare certe dichiarazioni studi, studi, studi umilmente e faticosamente, nel silenzio, invece di dar fiato alle sue trombe stonate.

Lei non rappresenta 60 milioni di Italiani,  non racconti balle, ché ogni persona appena alfabetizzata lo sa.

Ho ascoltato per Radio Radicale il suo discorso in Piazza di Popolo a Roma, e mi è rimasto in memoria un solo concetto della valanga di parolone e generici concetti espressi con un tono insopportabilmente dittatoriale ed autoreferenziale. Ora manca solo che lei parli in terza persona e passi dal già insopportabile “io”, a “Salvini”.

Di ieri mattina mi è rimasto un solo lemma, più volte da lei ripetuto: buonsenso. Ad ascoltare lei pare basti il buonsenso per governare, per comprendere i problemi, per decidere. Mi sembra pochino. Il buonsenso è una dotazione implicita per svolgere attività politica e qualsivoglia altra attività umana, lo sanno anche i gatti del cortile. E non basta, ovviamente. Ma per lei non è ovvio, che significa, dal latino ob viam, per la via, quindi scontato.

Lei forse non lo sa, ma le piazze, così come gli stadi, i cortei e ogni grande assembramento sono i luoghi dove la soglia critica dell’umana intelligenza si abbassa, come spiegano autori che lei probabilmente non ha neppure sentito nominare, come Gustave Le Bon nel suo La psicologia delle masse. Contento lei…

Non ho il dato socio-statistico dei partecipanti, ma non ce l’ha neppure lei, e quindi non si illuda.

Non so come procederanno le cose, né se questo ircocervo (sa che cosa è?) di governo potrà stare in piedi, poiché l’altro viceprimoministro mi par un poco in ambasce. Lei mi par voglia imitare il suo poco imitabile omonimo, mentre gli fa capire di non darsi pensiero con il sintagma esortativo: “Stai sereno (Luigi)”. Mi par di vederlo, il giovinotto campano, oramai tremebondo anzi che no.

E intanto, nonostante voi due, l’Italia lavora, vive, va avanti. Nonostante voi due, non molto noti per esser stati lavoratori indefessi. Se rivolgo l’attenzione al suo inopinato socio, non mi pare che possa vantare grandi esperienze di studio e di lavoro. E lei? Ha mai lavorato oltre all’aver fatto politica? Leggo che ha fatto il classico, bravo! E poi? Quando ieri la sentivo scandire in piazza il verbo al modo infinito “la-vo-ra-re”, più e più volte, mi veniva da pensare: ebbene sì, lavorate pure voi che mi applaudite qui in piazza, ché a me basta rappresentarvi. Quello è il mio lavoro. Sa invece quello che ho fatto io nella vita, figlio di operai emigranti, studiando e lavorando nel contempo? Ebbene: ho maturato quarantadue anni e sette mesi di contributi, con la legge Fornero, che lei non smantellerà, nonostante i suoi proclami cui lei è il primo a non  creder veritieri, perché le stanno spiegando che è improvvido farlo, quantomeno per ragioni di finanza attuariale; nel frattempo ho conseguito tre lauree magistrali, due dottorati di ricerca e un master. E lei?

Domattina, lunedì, io come altri ventisette milioni di Italiani andrò al lavoro, in una delle aziende che seguo, e in settimana farò anche lezione in due luoghi di formazione alta, nonostante mi sia arrivata una più che dignitosa pensione da un paio di mesi, che né lei né il suo socio in affari si azzarderà a toccare, e verso sera tornerò a casa. Se ne avrò la forza andrò in palestra, così come oggi ho fatto sessanta km in bici, fisico recuperato da un pericoloso tumore, che mi è stato ben curato da un sistema sanitario vigente, non pensato da lei, ma da quelli che lei disprezza ogni volta che apre bocca: i democristiani, i socialisti, i laici e i comunisti e i loro eredi. Un sistema sanitario gratuito da una quarantina d’anni, tra i migliori del mondo.

Joseph Goebbels, ministro della propaganda del III Reich spiegava che dire per dieci volte una menzogna non basta, ché la verità vince, ma se si dice mille volte una menzogna, questa diventa “verità”. Cito qui il fanatico gerarca nazista, non certo per ipotizzare similitudini, ma per ricordare che il meccanismo della menzogna, che riguarda anche il protagonista di questo post, funziona sempre allo stesso modo.

Salvini da Milano, mi ascolti, lasci perdere i sessanta milioni di Italiani, e si accontenti dell’onesto.

Il Quadernaccio (storia di un assassinio al Regio Liceo Ginnasio Jacopo Stellini)

Nando Ceschia, uomo probo e gerundio contratto da Ferdinando e Fernando, ovvero gerundivo, beninteso al caso ablativo, atto a comporre solenni perifrastiche passive, ambo modi verbali infinitivi, con alti e bassi di frequentazione reciproca è presente affettivamente nella mia vita da mezzo secolo abbondante, oddio come siamo signori in età, (eufemismo edulcorato). Frequentammo insieme, e con una venticinquina di altri eroici giovini e giovinette la squola che a Rivignano era chiamata “dai siòrs” [friul., in it. dei ricchi], proprio come me, figlio di Pietro operaio emigrante cavatore di pietra, cioè lo “Stellini”, il classico, nientemeno. Simone, ora ti chiamerai Kefàs, cioè Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa. Mi scusi, il gentil lettore, la citazione gesuana.

Nando ha creatività iconografico-narrativa degna di un genius loci antropologicamente complesso: è un centramerican-napoletan-furlano. Forse è questa varietà genomica che lo rende così com’è, ricco di un’ironia unica e un umorismo mai strafalcione, sempre richiedente un po’ di sana attività cognitiva, inaccessibile ai dimaio e ai salvini che imperversano.

Eccoti, mio paziente lettor, quel che mi ha inviato su un vero e proprio assassinio dell’intelligenza accaduto, appunto, più o meno mezzo secolo or è, proprio al nobile istituto citato, di cui vanto orgogliosa frequentazione, peraltro iterata dalla mia forte figliuola.

L’idea, se proprio vogliamo azzardare un termine estremo, si era venuta imponendo quasi naturalmente, figlia di una condizione che poche congiunzioni astrali offrono agli studi, almeno in maniera così brillante. Mi trovavo, desolatamente e senza possibilità di remissione alcuna, in una gabbia di matti autentici. Da qualunque parte volgessi lo sguardo, coglievo anomale condense protoplasmatiche che dell’intelletto e del decoro sembravano fare orgogliosamente a meno. Le prime vertiginose minigonne che nulla lasciavano all’immaginazione di adolescenti strapieni di appetito (a costo della sospensione dalle lezioni), c’erano. L’assiro-pordenonese, figlio di un farmacista, che veniva a scuola vestito da Hitler con i regolari baffini a spazzola e la divisa, candidandosi a fare da mocjo Vileda dentro e fuori la classe, c’era. La valchiria dalle orecchie a salsiccia che scagliava il vocabolario Rocci contro il professore dottamente scurrile [difettando purtroppo nella mira], c’era. I templari dello spontaneismo duro e puro, che facevano singhiozzare mandrie di supplenti, accusandoli crudamente e marxianamente di “deviazionismo facocerista”, certo non mancavano all’appello. C’era pure il lanciatore di banane mature, l’atleta macho che aveva, oltre al bicipite ed al tricipide, anche l’eptacipite in zone francamente  impensabili, la figlia del primario che aveva da molto tempo smarrito la retta via, la sesta misura davvero abbondante e l’interprete carnico della “S di sappa”. C’era poi il martire, tramortito dalla chiave della canonica che dopo il colpo in testa ricevuto dal bellicoso Don Annibale , balbettava frasi in sanscrito, e la collega Leonzia per la quale i gemelli Gentile e Marx, secondo fugaci letture del “Cirannini” non esprimevano pensieri filosofici granchè diversi da quelli del Pomponazzi. “Ma quando mai mi capiterà una fortuna del genere? – arrivai faticosamente ad abbozzare – Qui bisogna cogliere l’attimo, trovare un sistema che catturi tutto questo squilibrato caravan-serrail calamitandone le tracce preziose, combattendo la spinta normalizzatrice di un Potere che intendeva fare della Sezione F un’altra Verdun. Superando se possibile  il primato della densità di morti per metro quadrato che la cittadina francese aveva tristemente conquistato nel 1916. In uno dei non rari momenti di pausa che mi venivano concessi dalle autorità del Regio istituto, il professor Cernecca, convinto che stessi intrattenendo con il collega Massimo Frizzi una discussione tanto accesa quanto di scarso profilo culturale, mi aveva spostato di banco, relegandomi a fianco dell’abbronzatissima Carmen, che fingeva di seguire rapita ed a bocca aperta la lezione, senza peraltro cogliere granchè dell’argomento in questione. Au contraire, sapendo che si trattava di matematica e desideroso di entrare a pieno nelle pieghe della materia, cominciai a contare gli elegantissimi nei che la non reticente collega mi permetteva di visionare. “Ceschia, la prego davvero, si accomodi in cortile sino alla fine della lezione”. Seguii naturalmente quell’invito non nuovo, secondo i dettami di una educazione spartanamente essenziale, giusto in tempo per assistere ad una partita di calcio di Roberto Peloi & Co. Nel disadorno quadrato al centro dell’edificio, sei ardimentosi, servendosi di un pallone da pallavolo [era questa una regola non scritta ma rispettata da tutti] segnavano uno sproposito di reti [anche grazie a dei portieri disattenti], ma nessuno teneva aggiornato il punteggio. “Eh no! – pensai – Così la tenzone ne esce falsata. Bisogna che qualcuno certifichi questi prodigi su un pezzo di carta”. Ecco… CHE QUALCUNO CERTIFICHI SU UN PEZZO DI CARTA. La cosa più semplice del mondo, come non averci pensato prima! Il pomeriggio mi recai in cartoleria e scelsi all’uopo un massiccio quadernone a quadretti con una copertina psichedelica originale, che ritenni, per marcato senso internazionalista, furoreggiasse assai nell’area sud del Congo belga. A lungo ponderai sull’incipit, convenendo alfine con me stesso che un piccolo madrigale potesse risultare calzante. “I tuoi occhi per sorridere, le tue labbra per baciare, il tuo alito per uccidere mosche e zanzare”, accompagnato dalla sfrontatezza “Chi può fare di meglio ne dia prova”. Lasciai allora il “quadernaccio” sotto il banco, per chiunque intendesse raccogliere il guanto della sfida. Per diversi mesi quella raccolta di fogli circolò liberamente in classe, raccogliendo i contributi di colleghi e colleghe. Allegri, colorati, sbracati, ironici, seri. Espressi attraverso collage, disegni, vignette, racconti, storie. I canti montani di Matèo la bagarele….”Cheste no je l’ore di bandonà l’amor” [di Alberto Francois]…”I viaggi interminabili degli scalpitanti eredi Purillo” [di Massimo Frizzi]… “Ci sono più curve a Grado oppure a Lignano? [di Enrico Barberi]. “Il potere magnetico dei mascellopidi come Mal dei Primitives, conta qualcosa in questa società,  oppure no ?” [di Maila Gori]. “Diciamolo una buona volta: l’uomo in fondo è solo un bambulto [sintesi abbozzata tra adulto e bambino]”  [di Daniela Zaninotto]. “La struggente saga del filo per tagliare la polenta” oppure “Alberto di Slobbovia è lavabile o illavabile?” [del sottoscritto]. Non mancavano le liriche poesie a ritmo spesso baciato di Pilo [Renato Pilutt]) che maldestramente cercavo di imitare con stralci che ritenevo pulsanti come   “Son piccin, cornuto e bruno, ma mi mangio un panattone”, che  ancora mi fa sanguinare il cuore dalla commozione. “Se il professore Cepparo vuol sapere da me qualcosa sulla cellula, potrei discettare sulla cellula politica” [di Claudio Giachin]. Seppure dosati, per comprensibili ragioni legate al segreto industriale, non mancavano neppure i contenuti scientifici e le ricerche applicate, sempre nobilmente volte a migliorare la condizione umana. Se la conferenza del polpaccio delle more fosse maggiore di quella delle bionde, o se un budino Elah al cioccolato, sottoposto ad intensa frittura diventasse maleodorante mucillagine prima o dopo il creme caramel. Il fluire rapito e vorticoso di questi tocchi, sul pentagramma del quadernaccio, non lasciava intuire che l’irruente sinfonia avrebbe avuto un esito brusco e drammatico. A metà dell’anno scolastico ’68-’69 la nostra classe [detta anche la Cayenna] si era trovata ad ospitare l’ennesimo girovago, figlio di un colonnello dei carabinieri trasferito ad Udine per ragioni di servizio. Il ragazzo, alto e parecchio azzimato, usava tenere la testa bene inclinata di lato, inforcare sempre i Ray-Ban da sole e fare sfoggio di una accattivante erre moscia che aveva finito per attirare un ingenuo angelo biondo  delle prime sezioni [quelle dell’alta borghesia in regola col ruolino di marcia], proditoriamente ribattezzata VOSANNA. Alla giovane lo spilungone raccontava di incomparabili successi scolastici, soprattutto nelle materie più ostiche. Cosa pesantemente fastidiosa. Non solo perché era priva di fondamento, ma perché minava alla base il profilo complessivo di una comunità che aveva faticato non poco a conquistare una posizione diciamo francamente invidiabile. Lo spunto per ristabilire le giuste distanze da quell’eretico mi venne osservando una foto di John Mayall in concerto. La piega tra il pollice e l’indice, nell’impugnare un’armonica a bocca, quando opportunamente delimitata da un cerchietto di carta, rendeva un’immagine che a me sembrava del tutto simile a quella del volto di Enzino. Questa “intuizione” mi premurai di consegnarla al quadernaccio, con una esplicativa didascalia atta a caricare il misterioso fascino quel devastante segreto. Sarebbe bastato sollevare il cerchietto per capire subito che si trattava di una mano e non di un irriguardoso deretano. Ma Enzino non sollevò mai quel cerchietto, caricando così di furore la sua vacua superficialità. Dopo giorni di affanno e di disperate ricerche, la colorata combriccola della Sezione F apprese che il figlio del milite aveva scagliato il quadernaccio nella roggia che costeggia lo Stellini, cancellando con spegio una irripetibile opera d’arte, uno spazio conquistato alla libertà di espressione. La tentazione di menarlo come un tamburo [a rispetto di Fedro la pelle d’asino era assicurata] fu forte, ma subito sostituita dalla scelta matura di adottare un comportamento non muscolare ma razionale, responsabile. Andai dalla creatura bionda e pacatamente riprecisai, con oggettivi dettagli, il profilo scolastico del suo moroso. Non senza un certo schiamazzo, chiaramente avvertito nei corridoi dell’istituto sempre affollati di entusiastici perdigiorno, ipso facto Vosanna piantò lo spilungone assassino. Nel ricordo dei miei vecchi amici, il quadernaccio conserva un posto di privilegio, per la sua straordinaria unicità. Solo tra le sue pagine vissute ad esempio, si sarebbe potuta apprendere la differenza strutturale tra le strisce pedonali ed i biscotti Pavesini. Un vero peccato, perché la roggia non lo restituirà più alla nostra spensieratezza, alla nostra gioventù.”

Nando Ceschia

Mi sono accorto che Daniela Z., mi ha tolto il primato della crasi neologistica con “bambulto”, poiché io, solo un decennio fa, creai i termine “bambazza” per dire una bambina che non era più tal ma non ancora ragazza. [Era mia figlia Bea in crescita, sulla spiaggia di Alimini]. Di tal trattatello esiste traccia in questo mio sito, basta sul web digitar “La bambazza”.

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