Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Conoscevo Pierre Carniti

Non solo lo conoscevo e lo stimavo, ma voglio scriverlo qui, a beneficio dei miei lettori, e anche dei sindacalisti oggi operativi, a volte immemori che ho avuto diverse vite, tra cui una atta a consentirmi di lavorare con persone che hanno “fatto la storia” del sindacato, come Pierre Carniti.

Verso il 1980 entravo in quel mondo “socio-politico” da ragazzo studente lavoratore, mentre Pierre veniva eletto segretario generale della Cisl. Nei primi anni lo vedevo da distante, ma quando entrai da segretario friulano negli organismi nazionali un lustro dopo, lo vidi spesso. Uscito dal sindacato ebbi modo di incontrarlo ancora, come racconto più sotto.

Carniti era nipote di Alda Merini, buon sangue creativo. Inizia nel sindacato Cisl a vent’anni, come operatore nella zona industriale  Sempione di Milano. Nei primi anni Sessanta spinge per una contrattazione articolata e diventa segretario dei metalmeccanici, la Fim. Il suo spirito è immediatamente unitario verso Cgil e Uil. Nel 1965 è segretario nazionale della Fim e nel ’70 ne viene eletto segretario generale. Nel 1977 è segretario generale aggiunto della Cisl, per assumerne la guida nel ’79 e fino al 1985.

Il suo tormento, ma anche la dimostrazione di coerenza e ottimismo della volontà è l’accordo di San Valentino nel 1984, che taglia quattro punti di contingenza, fortemente voluto da Bettino Craxi per calmierare l’inflazione. Io c’ero e, come lui in altri modi , mi beccai il titolo di “servo dei padroni” davanti a più di mille operai della Zanussi di Porcia, da parte di un imbecille che allora seguiva i metalmeccanici della Cgil. Questi poi ebbe modo di dar prova evidente del suo opportunismo egoistico in aziende cooperative.

Il referendum abrogativo promosso dal PCI e dalla componente comunista della Cgil, con un segretario, Lama, lacerato dalla divisione nel sindacato, registra la vittoria della linea Carniti e… mia. Faccio per dire. Una vittoria della ragione, forse.

Erano i tempi in cui le Brigate Rosse facevano politica con le pistole, e uccidevano persone come il professor Ezio Tarantelli, consigliere di Carniti, cattolico progressista e giurista rigoroso. Uscito dal sindacato, Pierre, vicino ai socialisti, non si piega mai a convenienze di partito. Troppo idealista? No, realista progressista come me, che rifiutai verso la metà degli anni ’90 offerte di lavoro convenientissime, quando -senza paracadute politici e cooperativistici- come molti miei colleghi, se queste offerte offendevano la mia coscienza. Eroismo? No, ancora una volta un sano realismo dell’onestà. Lo ho sempre per certi versi a me ritenuto affine, anche se lui era una terza media, ma valeva più di molti laureati. Io lo ero, avevo studiato lavorando, uno dei pochi dirigenti “studiati” nel sindacato. Carniti era naturalmente colto, non come i pretenziosi odierni politicanti , che pretendono quasi si creda possiedono una sorta di scienza infusa, come quelle pentecostale dei dodici apostoli gesuani, a loro certamente ignota.

Con Ermanno Gorrieri, Carniti e altri, fondano nei primi anni ’90 gruppi di lavoro ispirati a “princìpi etico-politici di difesa della vita umana, della prole, della dignità umana, del lavoro, della democrazia, della famiglia, della libertà, della fraternità, della equità, della solidarietà, del rispetto delle culture delle altre persone da considerare come opportunità per un dialogo ed un confronto, vissuti come fonti di possibilità di incontro e di arricchimenti umani reciproci, del non impedimento nell’affermazione della propria identità e nel relazionarsi, della rivendicazione delle differenze (ognuno è differente dall’altro ma con eguali doveri e diritti) e del conflitto, non violento, nei confronti della società del capitalismo materialista-consumista causa, fra l’altro, di inaccettabili ed enormi disparità fra le persone e le popolazioni” (dal web) con cui ho dialogato anch’io, a lungo. I suoi Cristiano Sociali sono stati infatti tra i fondatori dei Democratici di Sinistra e del Partito Democratico, cui forse ora manca proprio quell’ispirazione autentica.

Con Pierre partecipai come relatore a due meravigliosi seminari, e c’era in uno anche l’amico Alex Langer, a Spello e a Bolzano: allora si parlava di ambiente e industria, di questo difficile rapporto, che non può mai diventare uno sposalizio, perché attraversato da intrinseche tensioni e torsioni tra interessi, convenienze e obblighi. Ma con il sindacalista asceta, ebbene sì, asceta, cioè capace di esercitarsi laicamente senza farsi condizionare neppure dalla sua cultura cattolico-democratica e socialista libertaria, si ragionava senza restare mai prigionieri di schemi e di pregiudizi. In piena libertà.

Grazie e ciao Pierre, mio buon amico.

…e ora vediamo se Salvini sarà capace di fare meglio di Minniti (a cui, afferma, chiederà come si fa a fermare i migranti, ma come, allora anche il governo cessante era abbastanza bravo!) se Di Maio meglio di Calenda, ché meglio di Poletti non avrà problemi a fare, anche se, afferma, che il suo obiettivo personale è “migliorare la qualità della vita degli Italiani” (ingenuità o dabbenaggine?): in nome della cara Patria Italia, auguri!

Caro lettore,

finalmente, dopo quasi novanta giorni di polemiche talora stupide se non penose, abbiamo il Governo della Repubblica Italiana. Non conosco la maggior parte dei ministri, ma auguro buon lavoro a tutti, anche a Toninelli, che ha detto spesso cazzate sesquipedali, e ai due vice premier che sono la rappresentazione -differenziata- del non-sense politico serio, e non aggiungo altro, perché non smentisco un et di quello che ho scritto di loro nei tre mesi scorsi.

Vediamo se ora il pensiero dei due e dei loro militanti politici e seguaci si sposta sulle tematiche vere del popolo italiano, sull’economia, sulla società, sulla giustizia, sul diritto alla conoscenza, sul futuro concreto della nostra bella Nazione, dal pensiero volto prevalentemente a un eventuale voto e all’incremento di suffragi da realizzare. Bravo presidente Mattarella che anch’io, qui nel mio piccolo, ho sostenuto. Ho visto anche che dopo la mia lettera inviatagli, ha iniziato a utilizzar meno il termine “paese” per dire Italia, ma di più riferimenti all’Italia, agli Italiani, alla Repubblica, se non alla Patria o alla Nazione, etc. Ah (sorrido), Di Battista può tranquillamente rimanere in America, non credo manchi alla Patria, a me no certamente.

Ora invierò la lettera anche al prof Conte per vedere se condivide la mia proposta. Caro lettore, trovi la lettera in questione se vai indietro di un mese e mezzo circa.

I temi sul tavolo del nuovo governo sono molti e difficili, per cui preoccupa l’approssimazione e la banalità dei contenuti del famoso “contratto” tra i due partiti che ora hanno la responsabilità di guidare l’Italia. Una considerazione: come si fa a prevedere un surplus di spesa per circa 108 miliardi per il primo anno, con una copertura specifica di meno di un duecentesimo scarso della cifra (cioè con 500 milioni di euro)? Dove si andrà a prelevare il restante denaro? dalle solite tasche degli Italiani, da nuove tasse o accise, dall’evasione fiscale di cui si strombazza a ogni appuntamento elettorale, dalla riduzione dei costi della politica? Mi pare ci sia, come si dice, molta fuffa in tutto ciò, ovvero approssimazione e dilettantismo.

Accadrà certamente che quasi tutti i sogni di gloria dell’alleanza M5S e Lega saranno accantonati silenziosamente, a partire dalla improponibile Flat Tax e dal Reddito di cittadinanza, due esempi di misure ontologicamente e reciprocamente contraddittorie, perché l’una richiede maggiori uscite e l’altra prevede minori entrate: come a dire di poter fare di più con meno, che neanche un bambino…

Anche per questo Salvini voleva lucrare al più presto la sua furbissima credibilità con nuove elezioni da tenersi al più presto e Di Maio, consapevole -finalmente- di essere stato messo nel sacco dall’Asterix padano, no. Si pensi: il pensiero sommo di tutti e due, anche se a geometria variabile, altro non è stato che il potere per il potere, come nelle precedenti “repubbliche”, che poi non è mai del tutto vero, ma un po’ vero lo è, sempre. Il potere non negativo in sé, ma lo può diventare per come lo si esercita e per i fini per i quali lo si esercita. La differenza la fa la qualità delle azioni umane, lo spirito, il cuore di chi agisce. La moralità delle azioni è data dall’interiorità, dalle intenzioni, come insegnava il Maestro nazareno (cf. cap. 5 Vangelo secondo Matteo).

I danni che hanno fatto i due dilettanti solo nell’ultima settimana solo il Padreterno quantificarli, o il suo CFO, che probabilmente sarà Paolo di Tarso o San Benedetto, forse meglio.

Questi due hanno scambiato il governo per un gioco di monopoli, il bimbo napoletano di più, ma anche il ragazzo un po’ in carne della Lombardia. E” drammatico che la democrazia rappresentativa, quando opera con leggi elettorali così idiote, pensate e scritte da minus habens come i suoi autori omonimi. Bisognerà provvedere affinché non accadano più cose del genere.

Altra cosa: anche la stampa deve smettere di raccontare cazzate, di riferire amenità e falsità, di commentare con un rancore, così come i potentati politici alla Juncker, prima di parlare dovrebbero controllare il tasso alcolico: nel suo caso si vede dalla pelle vizza di un uomo non vecchio del ’53 che è un forte bevitore, che però non “tiene” come Churchill, e così va nel pallone del suo minuscolo Lussemburgo. Così dal pomposo e panzone e vino tinto capelli di Barroso si è passati a questo giocatore di briscola prestato alla politica che parla come se battesse il fante all’osteria.

Passando in rassegna i nuovi ministri, forse qualcosa di buono c’é, ora lavorino sodo confrontandosi senza ideologismi e rabbia in Parlamento anche con chi non li voterà. Alla guida dei due rami ci sono due persone che personalmente gradisco di gran lunga rispetto ai predecessori. Un Fico al posto di Boldrini mi sta non bene, benissimo, così come la signora Casellati al posto di un Grasso… ma chi ha pensato che poteva essere un leader politico quest’uomo spento? Bersani? ma sei fuori? D’Alema? Non posso crederci. Forse quei quattro gatti di ex vendoliani o possibilisti civatisti. Lo ripeto, a questo sinistrume ridicolo capitanato dalla fervida Boldrina preferisco il vecchio compagno Marco Rizzo, comunista all’antica.

Buona fortuna prof Conte. Faccio il tifo per lei.

Finalmente forse forse forse… un governo arriva (o non arriva) a giorni per questa nostra Repubblica Democratica e cara Patria Italia, NON PER IL “PAESE”!!! cz. (speriamo non sia di scalzacani, ma il rischio c’è, visti i mentori)

Non avrei mai pensato di collocare Berlusconi in una certa qual cauta gradazione dalla parte delle mie simpatie (o quasi), perché vi è stato un lungo periodo, dal ’94 a un paio di anni fa in cui lo ho letteralmente aborrito, come figura, come postura, come lessico, come politico, come persona. Devo dire, però, mai come imprenditore, dei cui comportamenti, viste le mia attività, ho avuto spesso notizie di prima mano, e non negative, soprattutto circa il trattamento delle sue aziende verso i dipendenti e collaboratori. Ricordo soprattutto il racconto di un amico che non c’è più, editore di un mio amato libro, Il Viaggio di Johann Rheinwald, che quando fu assunto in una posizione di dirigente in Mediaset trovò in albergo -il primo giorno di lavoro- un bellissimo vestito completo grigio brillante scuro e un bel paio di scarpe nere, dono del presidente. Paternalismo? chiesi, no, gentilezza mi disse Giancarlo, che era di sinistra.

Il fatto è che oramai il cosiddetto benchmarking, o confronto, non lo si fa più con le storiche dignitosissime e spesso grandi figure di un Moro, di un Nenni o di un Berlinguer, e di Craxi che il tempo oramai passato fa stagliare nella sua giusta dimensione di statista vero (non dimenticare, mio gentile lettore, i fatti di Sigonella quando Craxi mostrò a Reagan nell’ottobre del 1985 che se gli USA schieravano i Delta Forces in territorio italiano, il Capo del Governo italiano poteva farli circondare dai Carabinieri!) e men che meno con quelle di un Turati e di un De Gasperi: oggi fai il confronto con pistolin Di Maio (così lo chiama il sempre spiritoso Vittorio Feltri), convinto che la Russia sia un paese mediterraneo e vuole fare il ministro degli esteri, e con lo sboccato (da qualche giorno di meno) Salvini, emulo del Bossi primitivo, sempre comunque a lui superiore, perché il modello, come insegna Platone, è sempre meglio dell’imitazione. E dunque, Berlusconi mi è diventato un poco simpatico per confronto con altri politici e per ragionamento. Vediamo  che cosa succede ora e che ruolo si ritaglierà nella nuova situazione politica, credo un ruolo non secondario, visto il tipo che è e i limiti evidenti e in qualche modo clamorosi, cognitivi, intellettuali e culturali dei nuovi “capi”, digiuni del tutto o quasi di ogni nozione storica, giuridica e socio-politologica.

Ora vediamo soprattutto gli altri cosa faranno e mi auguro, per il bene della Patria nostra, che qualcosa riescano a fare. Che il Governo nasca e si metta a lavorare seriamente, da subito, in Italia e in Europa, facendo sentire la voce della seconda nazione industriale dell’UE, senza imitazioni macronian-mayane o merkeliane. Facciamo l’Italia, perdio! Rispondiamo a tono a Donaldo Tromba, che sembra ogni giorno che passa un grosso vecchio bambino capriccioso, con il broncio del viziato fin dalla nascita. Questo vuol porre dazi alle merci importate, imporre politiche estere nefaste come quella contro l’Iran, che non è la Corea del Nord, dove sembra aver funzionato il suo muso duro, ma il bamboccio di Pyong Yang non è Kameney e neppure Katamy, che sono personaggi, se pur di diverso orientamento tra radicale e moderato, di lunga lena islamica. Pare che voglia ri-fare un accordo. Gli Americani dovrebbero studiare di più la storia dell’Europa e del mondo, ma le loro sapientissime università sfornano a manetta pacchi di specialisti ignorantissimi, ossimoro plausibile, contraddizione in termini ma specchio della realtà. Salvo rare eccezioni, come il generale Petraeus, noto per la sua capacità di leggere proficuamente la situazione afgana, i loro ufficiali, anche alti in grado, non sono neanche da paragonare ai nostri, che sanno dialogare con i capi tribù e con i maggiorenti delle nazioni diverse afro-asiatiche. Anche la vicenda libica degli ultimi anni, fino alla morte di Gheddafi, la dice lunga, in questo caso, sull’ignoranza crassa di Obama, presidente pessimo in politica estera, che si fatto trascinare nell’avventura da quello sciagurato presidente francese Sarkozy, sì, proprio quello che prendeva per il sedere Berlusconi, complice frau Merkel. Ricordiamoci anche l’infame avventura della seconda guerra dell’Irak, dove i due potenti idioti Bush&Blair hanno in pratica creato le condizioni per l’insorgenza dell’Isis. Coglioni. Ecco, il nuovo Governo italiano deve avere le carte in regola per fare politiche non prone e succubi di questi poco credibili partner.

Per quanto riguarda l’Italia, occorrono politiche semplici e chiare di carattere sociale e fiscale: non il “reddito di cittadinanza”, misura ambigua e diseducativa sotto il profilo etico e sociale, ma sostegno al reddito in formazione lavoro, flessibilità Jobs act e sua gestione condivisa per quanto possibile tra aziende e sindacati un po’ più evoluti degli attuali: basterebbe che queste organizzazioni, così utili se sono serie e preparate, tornassero a darsi -se ci riescono- gruppi dirigenti come quelli, almeno degli anni ’60/ ’80, ma occorre un profondo ripensamento organizzativo e l’abbandono delle sinecure e delle rendite di posizione di gruppi dirigenti invecchiati e oramai obsoleti. Io ne ho fatto parte negli anni migliori (1979/ 1993), ma ero diverso per cultura e formazione politica, e oggi me li trovo come interlocutori molto spesso non all’altezza delle tematiche in gioco, a volte arroganti, presupponenti e ricattatori, non avendo io “voltato nessuna gabbana”, ma essendo sempre quel socialista riformista che ero e che i titolari di azienda comprendono e apprezzano come approccio: tant’è che sono stato nominato in più aziende Garante degli aspetti etici dell’agire aziendale. Il fatto è che io ho continuato a studiare sempre raggiungendo importanti traguardi accademici, e loro no. Diversi di loro, se non sono invecchiati nel sindacato, hanno trovato delle garanzie economiche e di prestigio sociale nel mondo cooperativistico o nella politica. De mediocritate numquam satis.

Occorre che il nuovo governo curi la scuola non come voleva fare l’improbabile ministro Fedeli, che grazie a Dio è scaduta, non confondendo la formazione culturale e morale con l’addestramento: il rapporto scuola-lavoro non può mescolare impunemente gli ambiti e i piani, ché la scuola e l’università, nel rapportarsi con il mondo delle imprese non possono smettere di essere il luogo della formazione e della crescita umana e culturale, per diventare mera propedeutica quasi addestrativa al lavoro. Ben vengano i tirocini e gli stage, ma sempre finalizzati a progetti precisi e creativi collegati al curriculum di studi concordato con i docenti tutor di facoltà e dipartimenti, oltre che con le direzioni HR delle aziende.

La sanità pubblica va rinforzata in maniera selettiva nella sua presenza territoriale, mantenendone la gratuità totale per i redditi bassi e le malattie più gravi, ma anche impegnando nel pagamento di oneri indiretti, ad esempio l’albergaggio per ricoveri ospedalieri chi può permetterselo: in altre parole il welfare sociale deve essere proporzionato ai redditi accertati, come ho scritto in altri pezzi precedenti.

Partecipare al welfare sociale in modo equo significa anche studiare un fisco meno esoso e più giusto, in un equilibrio che permetta di esigere tasse progressive, ma senza punire chi guadagna di più della media per merito. Ebbene sì, parlo anche di me, che pago salato fino all’ultimo centesimo su ciò che guadagno, tutto fatturando.

I diritti civili non possono essere condizionati da una ricerca scientifica che permette progressivamente qualsiasi cosa perché possibile, senza alcun filtro di analisi etica. I diritti non possono essere scanditi e sanciti dalla mera ricerca scientifica senza alcun filtro, e sto pensando soprattutto alle maternità surrogate e cose simili. Il diritto deve derivare da un’etica ben declinata, non dalle scoperte scientifiche. L’Homo sapiens non può pensare che tutto sia possibile fare, solo perché è possibile farlo, anche se non lecito, altrimenti è destinato all’autoestinzione, come ben spiega l’antropologo Harari, israeliano di Oxford, nel suo Sapiens. Da animali a dei. Breve storia dell’umanità, recentemente edito da Bompiani.

Sullo ius soli occorre procedere senza indugio, distinguendo dentro il fenomeno migratorio e difendendo l’Italia da chi vuol approfittarne per farne rifugio di male intenzionati e terroristi.

Insomma, sia chi sia il nuovo premier, confido che il presidente della Repubblica insedi un ministero di persone competenti e capaci di ascolto e di proposta, con un Parlamento che lavori assiduamente.

Il buon governo, se non procura del tutto la felicità dei cittadini (sto scherzando) che è affidata anche alla dopamina e agli altri principali neuro trasmettitori  sviluppati da ogni cervello, può comunque contribuire all’equilibrio delle persone, come spiegano i biologi e i neuro-scienziati, e come sperano sia le persone pensanti di ogni colore e cultura, e storia personale. Auguri alla nuova maggioranza, e che sia assistita dallo Spirito, mentre chi farà opposizione la faccia con intelligenza e non per partito preso, ma su questo ho quasi meno fiducia, guardando le facce da gregari dei Rosato, delle Boschi e di altri di vari generi e specie di politicanti, soprattutto interessati a non perdere lo scranno ben pagato che hanno conquistato in liste chiuse previste da una vergognosa legge elettorale, di cui i due citati ignorantissimi politici sono tra i principali autori.

NESSUNO HA VINTO LE ELEZIONI POLITICHE DEL 4 MARZO 2018, ovvero “Rigore è quando fischia arbitro” (Vujadin Boškov, allenatore della Sampdoria Campione d’Italia ’90/ ’91)

Mio caro lettore,

cito un allenatore di calcio che, se messo a confronto con i politici attualmente in auge in Italia, farebbe la figura di un intellettuale di prim’ordine. I politici sottintesi sono dunque, ovviamente, Di Maio e Salvini in primis, e in secundis alcuni della legislatura che non riesce a finire, tipo Boldrini, Grasso e altri di tutti e tre o quattro schieramenti, lasciando perdere i Meloni e affini.

Voglio ricordare ai lettori miei che non seguono il calcio, che Boskov allenava la Sampdoria di Mancini, Vialli, Briegel e Cerezo tra altri giocatori di vaglia, quella che vinse l’unico scudetto della sua storia e arrivò in finale di Coppa Campioni perdendola dal Barcellona. Boskov è stato dunque, sul suo, molto autorevole ma, da questi assunti, lo è stato anche più in generale, e certamente più dei troppo volte citati soliti perfin troppo noti. Ma scompariranno alla vista tra non molto, mi par di poter dedurre dai fatti.

Potrei anche parafrasare il detto boskoviano in questo modo, e forse i poveretti sopra citati mi capirebbero “Elezioni vince chi ha maggioranza“.

Qualche fine esegeta della politica, ma anche solo chi abbia una qualche conoscenza del mondo ex comunista potrebbe dire che Boškov aveva in qualche modo introiettato il modello centralista-autoritario tipico dei regimi di quell’area e di quel tempo, per cui si ubbidiva (si doveva, anche obtorto collo) al Partito, al Primo Segretario, al Presidente, cosicché, magari a livello inconscio, nell’ambito di una partita di calcio quel ruolo era dell’arbitro. In ragione di ciò… “E’ rigore quando arbitro fischia”. Tranquillo, oggettivo, reale, vero.

E, secondo l’entimema (l’entimema è un sillogismo abbreviato che esprime una logica inferenziale -cioè deduttiva- immediata) derivante dal primo sillogismo di Aristotele, siccome nessuno dei partiti o coalizioni ha ottenuto la maggioranza (se non relativa) il 4 marzo scorso, checché ne farfuglino i due principali su notati, NESSUNO HA VINTO LE ELEZIONI POLITICHE DEL 4 MARZO 2018. Secondo Boskov e secondo la logica del grande Stagirita e nostra, tuttora corrente. Ma non per Di Maio e Salvini. Ma cz, caro lettor mio, se sei un elettore di quei due, ti sei accorto che non ci arrivano proprio, o no? E, comunque, non ti sei accorto che la loro ignoranza è continuamente stimolata da altrettanta presunzione, in un oramai inarrestabile circolo vizioso? Se del caso e se ci tieni alla loro fama (usurpata) potresti consigliargli un testo sacrosanto che qui ti indico ben volentieri: Pragmatica della comunicazione umana, di Watzlawick, Beavin e Jackson, edito da Astrolabio. Si tratta di un testo non facilissimo, per cui potrebbe essere utile un aiutino interpretativo-esegetico, del quale ti farei dono a-gratis, per interposta persona. A fin di bene, s’intende, per il loro bene, e anche per il tuo.

Parliamo  per due righe o poco più di Renzi, anche lui campione di semplificazioni sesquipedali. Il giovine di Rignan sull’Arno non brilla di molta coltura della mente. Iersera, anche lui, da quell’ironico falsetto conduttor di Fazio: Il M5S e la Lega hanno vinto (e dàie!), e dunque governino, il PD ha perso e quindi stia all’opposizione. Prima di tutto, dear Renzi, il M5S e la Lega NON HANNO VINTO, e comunque il PD è arrivato secondo dietro Casaleggio&Grillo (devo cominciare a non nominare più Di Maio, come se fosse un chierichetto o un dèmone, a proposito, lui veste come insegnava a fare Togliatti: gli oppositori devono essere -o sembrare- esteticamente come i funzionari dello Stato, per non destare inquietudine nel popolo), secondariamente, perché da segretario dimissionario va a dare la linea in tv quando è convocata la Direzione tra un paio di giorni? Certo, non è colpa sua se esistono in “renziani”, i quali, in quanto tali, sono dei sacrosanti poveri beoti che amano l’etero-direzione.

Ci sono al mondo i maschi “Alfa” e i gregari: ecco, uno come Renzi, ma ne conosco altri, e non pochi, che amano circondarsi da gregari, perché, non avendo un’autostima equilibrata, teme che il proprio potere venga messo a repentaglio da altri maschi “Alfa”. Ad esempio, è anche per questo che io preferisco da sempre, salvo un caso eccezionale riferito alla maggiore azienda della regione, una multinazionale dove son stato Direttore delle Risorse umane del gruppo, la Consulenza direzionale e la Moral Suasion, alla Dirigenza aziendale: da maschio “Alfa” preferisco preservare le mie energie alla creatività e ai fatti, piuttosto che alle lotte di potere. A proposito, nella mia esperienza ho incontrato anche delle donne “maschi Alfa” e, attenzione, erano ben più caz.ute della povera Boschi.

Ooooh, il-facilmente-licenziabile-per-statuto dalla Casaleggio&C (da ora in avanti chiamerò così Di Maio, anche se sarà più faticoso), dopo avere ascoltato l’intelligentissima intervista fazio-renziana, ha sbottato, o sbroccato, essendogli partito l’embolo (e ciò non è una excusatio, beninteso) in questo modo: “La pagherete“, suona camorristico o no signor Di Maio? Non le pare? No? E allora cosa suona? Bambinesco? Capricciesco? Beh, furfantesco senz’altro. Oppure echeggia il sessantottin-settantasettesco “Pagherete caro, pagherete tutto“?

Che cosa deve pagare il PD, caro facilmente-licenziabile-per-statuto ? Che fai, minacci? Ricatti? Come mai vuoi tanto metterti insieme in qualche modo con chi hai denigrato e insultato fino a qualche giorno fa? Hai cambiato idea o giudizio? Ti sei sbagliato prima o sbagli adesso? Non ne esci, my dear facilmente-licenziabile-per-statuto .

Un consiglio: riprendi umilmente a studiare, ma nell’ombra e parti dalla biografia di Vujadin Boskov.

L’Agenzia delle Entrate e la mia progressiva e certa (eh eh) umanizzazione

Racconto odierno, via Mentana 6, Udine, Agenzia delle Entrate. Ieri ricevo una citazione per mancato pagamento delle imposte di registro per una sede di agenzia del lavoro di cui avevo curato l’apertura nel 1999. Avevo la delega della società interinale a trattare a nome e per  conto suo locazioni, selezione di personale amministrativo e commerciale, assunzioni, pagamenti etc. Tra il ’99 e il 2004 ho aperto o implementato sei sedi aziendali, tre in Friuli (Udine, Pordenone e Maniago) e tre in Veneto (Mestre, Treviso e Verona). Si trattava di una delle sedi friulane. Nel 2004 non ho continuato la collaborazione con questa Spa (anche perché seguivo altre aziende industriali e tenevo i miei corsi universitari), che l’anno dopo sarebbe stata venduta a una società austro-tedesca, in seguito fallita, e questo fatto, come leggerai più sotto, mio gentile lettore, influirà sulla vicenda che sto qui raccontando. Ho fatto per loro un ultimo lavoro, andando a Bucarest dove ho selezionato venti infermiere professionali romene, che -contentissime- lavorano tuttora in Friuli, assunte dal 2007 a tempo indeterminato. Anzi, me le sono trovate nelle terapie, quasi a far a gara ad assistermi. Grate, bellissimo. Ricordo che una di esse, quando a ottobre 2003 percepì il primo stipendio italiano, al netto 1.450 euro, mi chiamò piangendo per dirmi che quei soldi in Romania li prendeva in un anno di lavoro. Bene. Il guaio che ha provocato la mia chiamata di correo dall’Agenzia delle Entrate per non aver pagato le tasse di registro è stato causato dalla mancata comunicazione della mia  cessazione di responsabilità da parte della società che mi aveva delegato a rappresentarla nel Nordest, per cui il mio nome risultava come soggetto tuttora operante.

Spiego ai due impiegati allo sportello, esibendo gli incarichi societari iniziali e successivi, loro analizzano lo strano caso e mi dicono: possiamo fare due cose, la prima è che lei vada a … (la località friulana dove avevo aperto la sede locale), parli con i colleghi che avvertiamo subito e, siccome lei è già qui potrebbe compilare la domanda di pagamento della sanzione (515 euro!), con riduzione di una parte (65 euro) per “ravvedimento operoso” (pensa, gentile lettore, io che mi ravvedo di una violazione amministrativa che non ho mai commesso, di fatto e, te lo dico subito, un anno fa, alla ricezione della busta verde sarei andato su tutte le furie… ecco che sono cambiato), e pagamento in tre rate di 150 euro a ottobre, dicembre e febbraio 2019. Accetto, compiliamo la domanda, firmo, mi danno una copia, li ringrazio e li saluto cordialmente, e me ne vado quasi fischiettando. Chi mi conosce dei miei lettori, dico personalmente, potrebbe pensare che sono diventato matto, Renato è irascibile e anche un po’ violento di natura, nonostante la… cultura. Io sono un uomo del popolo, figlio di Pietro operaio, plurilaureato e dottore di ricerca, ma un po’ selvaggio di carattere.

Per te che leggi, e anche per memoria mia, prima delle considerazioni finali, le più importanti, dico due parole sull’Agenzia delle entrate:  è una struttura pubblica dedicata a svolgere funzioni relative ad accertamenti e controlli fiscali nella gestione dei tributi. Ha l’obbligo istituzionale di  garantire gli adempimenti fiscali previsti dalla legge da parte dei cittadini; si occupa inoltre del catasto e dei servizi geotopocartografici e di quelli relativi alle conservatorie dei registri immobiliari, con il compito di costituire l’anagrafe dei beni immobiliari esistenti sul territorio nazionale sviluppando, anche ai fini della semplificazione dei rapporti con gli utenti, l’integrazione fra i sistemi informativi attinenti alla funzione fiscale ed alle trascrizioni ed iscrizioni in materia di diritti sugli immobili. Il contenzioso tributario è trattato di fronte alle commissioni tributarie, mentre la riscossione non volontaria viene effettuata dall’agente della riscossione. In sintesi, parafrasando ciò che si trova sul web, ma + affidabile, dice chi è del mestiere.

Nella mia vita personale e professionale non ho mai risparmiato critiche anche feroci al pubblico impiego, sempre auspicando e battendomi sindacalmente e nella formazione per una modifica radicale degli ordinamenti contrattuali della Pubblica amministrazione. In sintesi ho sempre detto e scritto che i pubblici dipendenti debbono avere una normativa di legge e di contratto come i dipendenti delle aziende private, operai, tecnici, impiegati e quadri, ed essere posti sotto l’egida della Legge 300/ 70 “Statuto dei diritti dei lavoratori“. Ma questi lavoratori dell’Agenzia mi sono sembrati diligenti, attenti ed efficaci come impiegati del settore privato, come amministrativi di un’industria metalmeccanica, ambienti che ben conosco e seguo dalla Danieli in poi. E prima nei vari ruoli sindacali avuti.

Durante la feroce crisi generale iniziata nel 2008 e durata fino a… oggi, per certi aspetti, sia come uomo d’azienda sia come consulente filosofo ho affrontato tanti casi di persone in gravissime crisi esistenziali: padri di famiglia che avevano perduto il lavoro, lavoratori sessantenni rimasti senza lavoro a cinque anni dal pensionamento ex legge Fornero, giovani che non trovavano lavoro, imprenditori travolti dalla crisi e famiglie di imprenditori che si sono suicidati. Una di queste famiglie la ho seguita per un anno intero, visitando casa loro una volta alla settimana, sostenendo la vedova e i tre figli: alla vedova e a un figlio ho trovato lavoro, al figlio minore ho fatto lezioni di latino portandolo dal quattro al sette in terza liceo scientifico, ho accompagnato la figlia maggiore più volte in tribunale per dirimere cause di affido dei due figli avuti da padri diversi. Tante cose, nella crisi, ho affrontato con determinazione, pazienza, e anche rabbia, sempre controllata.

Poi, alla fine dell’estate scorsa mi sono ammalato, ho combattuto, sempre lavorando, studiando, pregando, scrivendo, insegnando, con la solidarietà di molti, che mi ha sostenuto e contribuito a debellare il tumore insieme con i farmaci. Io sono cambiato sotto il profilo umorale-relazionale, sono migliorato, sono più paziente, più dialogico, più efficiente anche se soffro ancora non poco. Riesco a comprendere meglio e di più gli altri: la sofferenza mi ha dato nel concreto quello che gli studi filosofici non mi avevano dato. Mi dicono perfino che le mie lezioni e le mie conferenze sono più belle ed efficaci di prima. Sta per arrivarmi il link di una conferenza fatta al CRO di Aviano sul Valore morale del dolore che ti renderò noto, caro lettore. Un uomo migliore, spero, anche per chi mi conosce e mi legge qui. Grazie, grazie, grazie a tutti, e all’Onnipotente Dio che mi guarda come si guarda un figlio.

“Fuga senza fine”, il caso e la necessità, o del destino di ciascuno di noi

Qualche giorno fa ho qui parlato di Joseph Roth proponendo alcuni cenni sul suo Le città bianche, romanzo breve o racconto lungo inserito in Opere (1916-1930), edito da Bompiani, oltre che edito separatamente, come le altre opere narrative del grande narratore austro-ebreo-galiziano.

Qui accanto, gentil lettore, trovi la prima di copertina dell’edizione Adelphi di un altro testo rothiano, citato nel titolo e in questo post.

E dunque oggi mi piace proporre un breve passo tratto da Fuga senza fine, la storia di un amico dello scrittore, il tenente Franz Tunda, militare austro-ungarico, prigioniero dei russi bolscevichi-sovietici durante la Prima Guerra Mondiale e poi militante comunista girovago, dalla Siberia a Parigi, passando per molte città e plaghe dell’Eurasia, al di qua e al di là degli Urali, fino a Irkutsk, quasi simbolo umano del disfacimento di un tempo, quello a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, quello della Finis Austriae.

Il militare, dopo aver conosciuto la guerra sanguinosa e assurda, la rivoluzione inattesa, la compagna Natascia Alexandrovna, con la quale condivise azione politica e amori, e le fatiche del ritorno, si ritrova a Parigi, dove vive la sua antica fidanzata, oramai sposata a un altro, la signorina Irene Hartmann, che non lo riconosce. Nella descrizione del suo percorso umano ed esistenziale, ho trovato un passo bellissimo che tratta della volontà umana, ma più ancora, del destino suo, di Franz Tunda, e del destino di ciascuno di noi, sempre irriducibilmente unico e senza alcuna possibilità di replica, nel quale si manifesta il fatum esplicitato in mille e mille vettori causali ed effetti, e via dicendo.

La tyke greca come buona o cattiva sorte, la fortuna dispensata dall’intreccio inestricabile di caso e necessità.

A pag. 788 dello splendido volume in carta leggera patinata e copertina cartonata, si legge “(…) Poi si trovò una sera seduto in un treno che andava verso l’Occidente e gli pareva di non viaggiare di sua spontanea volontà. Era andata come tutto andava nella sua vita, come va il più delle volte, e per le cose più importanti,, anche nella vita degli altri, i quali sono indotti da un’attività rumorosa e più consapevole a credere nella spontaneità delle proprie decisioni e azioni . Dimenticando soltanto i passi del destino al di sopra del loro intenso agitarsi. In una di quelle belle mattinate d’aprile in cui il centro di Vienna è tanto gaio quanto elegante, in una di quelle mattinate in cui sulla Ringstrasse le belle signore passeggiano con signori sfaccendati, sulle terrazze di fresco installate dei caffè brillano i sifoni blu e l’associazione volontaria di pronto soccorso organizza cortei di propaganda con la banda musicale, Franz Tunda apparve sul lato soleggiato e affollato del Graben nello stesso abbigliamento in cui era apparso al consolato di Mosca e fece senza dubbio scalpore: Era identico a come il droghiere all’angolo, davanti alla porta della sua bottega profumata, s’immaginava un “bolscevico”. Le lunghe gambe di Tunda sembravano ancora più lunghe perché portava calzoni alla cavallerizza e morbidi stivaloni alti fino al ginocchio, che emanavano un forte odore di cuoio. Il berretto di pelliccia era calcato sui suoi occhi malinconici (…). Tunda si trovava dunque a Vienna (…) Gli raccontarono che la sua fidanzata si era sposata e probabilmente viveva a Parigi (…)”.

Era a Vienna dopo essere stato in Russia, Ucraina, Siberia… e sarebbe andato a Colonia e infine a Parigi. Tunda viaggiava, ma oramai non sapeva più il perché viaggiasse, né provava un gran desiderio di re-incontrare Irene.

Il destino lo aveva sbattuto di qua e di là per l’Europa, quella vecchia e quella nuova, quella orientale e quella occidentale. Il destino è un concetto di cui abbiamo bisogno, così come abbiamo bisogno del concetto di caso. A volte la metafisica si intromette nella nostra vita con la potenza di un uragano, e destino e caso sono due termini metafisici, cioè appartenenti a un’area della conoscenza filosofica completamente estranea alla logica formale e ancora di più alla logica del concreto.

Non possiamo mostrarne l’esistenza come invece riusciamo a fare con la razionalità umana. Se dedurre che l’uomo è libero dalla sua razionalità viene naturale: cito per l’ennesima volta il classico sillogismo aristotelico composto da due premesse e da una conclusione necessaria: a) l’uomo è razionale, b) il razionale è libero, c) l’uomo è libero, inferendo l’incontrovertibilità di c) da a) e da b), altrettanto non posso operare con i concetti di caso e di destino.

Vediamo perché, ancora una volta, ché di caso e destino abbiamo già trattato più volte in questo mio pubblico luogo del web. Caso è il modo che abbiamo di chiamare la mancanza o la non conoscenza di vettori causali ai relativi effetti constatati; destino è il modo che abbiamo di chiamare l’ineluttabile della nostra vita, o ciò che ci sembra essere tale: un incidente, un ammalamento, una guarigione, un incontro inaspettato, un lavoro che ha successo o il suo contrario, e altro di cui non si intravedono percorsi causa/ effetto chiaramente individuabili. Parrebbe dunque che il caso caratterizzi in qualche modo il destino, e il destino sia frutto in qualche misura del caso.

Vi è un pensatore, Baruch Spinoza, che invece ritiene che tutto-si-tenga-, tutto sia necessario, vale a dire, non cessi mai di esistere perché facente parte di quel tutto-che-si-tiene. Paradossalmente, si potrebbe pensare che il caso corrisponda alla necessità e quindi al destino, nonostante appaiano quasi in contrapposizione. In altre parole si potrebbe dire anche karma, come lo chiamano gli orientali, induisti e buddisti, i quali ritengono che ogni anima si meriti il proprio destino in ragione del comportamento tenuto in vita, meritando premi o punizioni proporzionate, anche in vite successive, credendo nella reincarnazione, sia nella modalità della trasmigrazione delle anime da corpo umano a corpo umano, detta metempsicosi, sia nella modalità del passaggio delle anime a esseri sempre più degradati a causa di comportamenti immorali, detta in greco metemsomatosi: secondo queste dottrine orientali, l’anima umana peccatrice potrebbe ri-nascere in esseri orrendi e spregevoli, mostri, demòni, conseguenza della colpa morale, cioè dell’assunzione di responsabilità individuale in base al libero arbitrio di cui siamo provvisti.

Se così non fosse saremmo irresponsabili, e anche i peggiori esseri umani potrebbero non essere punibili, né sotto il profilo morale, né sotto quello penale.

Caso e destino, vita e morte, angeli e demòni, questo è lo scenario in cui si dipana la nostra esistenza, che viene indefettibilmente da una scelta di cui non abbiamo parte, quella dei nostri genitori insieme a quella dell’Incondizionato Iddio.

La Casaleggio e C. Srl verso l’orrore

Caro lettor mio,

per iniziare questo pezzo ti propongo di andare sui vangeli come ti spiego dopo, là dove il Procuratore romano Ponzio Pilato, lavandosi le mani delle sorti di uno in cui non aveva visto colpe, e nell’occasione della Pasqua ebraica (Pesah) che prevedeva la consuetudine di liberare un prigioniero, propone al “popolo” la scelta tra Gesù e Barabba, ottenendo dalla folla (non dal popolo) l’urlo belluino che segue: “Bar-abba, Bar-abba“, con le conseguenze che conosciamo (cf. Marco 15, 7; Matteo 27, 16; Luca 23, 19; Giovanni 18, 40, dove Barabba viene variamente definito omicida, prigioniero famoso o semplicemente brigante).

Barabba (aramaico בר-אבא, Bar-abbâ, letteralmente “figlio del padre”) o Gesù Barabba (Yeshua Bar-abbâ, letteralmente “Yeshua, figlio del padre”, come riportato in alcuni manoscritti del Vangelo secondo Matteo) era, secondo i quattro vangeli canonici, un ebreo appartenente probabilmente al partito degli zeloti, detenuto.” (dal web)

Ora, caro lettore, vediamo la ragione per la quale ho esordito con citazioni evangeliche, la cui analogia certamente coglierai con quanto segue. E parliamo di politica.

Già il padre dell’attuale titolare della Casaleggio e C. Srl, Gianroberto, aveva teorizzato la fine di tutti i partiti, come mediatori di democrazia, e l’avvento in loro totale sostituzione, della democrazia del web, per cui il “popolo sovrano” avrebbe deciso votando le proposte del M5S e affini o successori tipologici. Il tutto echeggiando una lettura raccogliticcia e da divulgazione à la Giacobbo/ Lucarelli della filosofia di Jean Jacques Rousseau, che era già confuso di suo nelle idee e negli scritti, nonché sufficientemente fanatico.

Infatti il ginevrino scrisse di “volontà generale” intendendo, comunque, con questa espressione di filosofia politica una nozione vicina al concetto di “ricerca del bene comune”, non tanto un devastante dominio delle maggioranze sulle minoranze. Ma tant’è, la Casaleggio e C. governa questo processo info-politico a nome e per conto di questo nuovo potente partito, che vuol continuare a chiamarsi movimento  pretendendo di irridere secoli di storia, anzi forse millenni, e almeno dai tempi di Pericle.

Ogni tanto penso alle idee che Marx aveva maturato sui suoi seguaci “marxisti” e si sa da testimonianze attendibili, che li avrebbe presi a schiaffi, proprio per il loro dichiararsi tali. Altrettanto posso pensare di Rousseau rispetto a questi penosi orecchianti. Ricordo quando comparvero nel 2013 i Crimi e le Lombardi e mi chiesi da dove uscissero tali analfabeti. Poi sono addirittura peggiorati e i loro capo politico, in grisaglia con faccia da bambino, è il peggiore, forse.

Il fatto è che i partiti sono veramente al lumicino, e anche la Lega non pensi di essere la vittoriosa del futuro, ché la verità delle cose fa presto a venir fuori e le bugie o le false promesse hanno gambe corte e lunghe a seconda dei casi, corte per svelare l’inganno, lunghe per rifilare solenni calci in culo agli improvvidi.

Di Forza Italia sappiamo tutto, ché è legata a doppio filo con il destino del suo fondatore e immarcescibile prence, il dottor Silvio, migliorato col tempo. Del PD male, spiace dirlo, ed è il partito a me ora più affine, ma non finché lo governava l’arrogante di Rignano sull’Arno.

Non parlo degli altri frammenti più o meno nostalgici, sperando che molte persone di buona volontà la mostrino in questo frangente difficile e contorto, partecipando, dando una mano a chi non crede nelle semplificazioni mortuarie e nella subornazione degli ingenui, a chi odia i manipolatori di tutte le risme e vuol mettere in guardia gli schiavi del web dallo stesso web omnipresente e furbescamente fascinoso.

Non può essere la macchina apparentemente intelligente, il caso di Facebook di queste ore lo dimostra, a dominare l’uomo, lasciamo stare le previsioni di Nick Bostrom, di cui qui parlo più indietro, ma l’incontrario. E perciò, cari Casaleggio e C. vi auguro di camminare sempre più soli verso l’orrore, anche se spero per tutti, e dunque anche per voi, nella resipiscenza, nel ripensamento, nella conversione anche per i peggiori delinquenti, tra i quali ancora non vi annovero.

Preferisco Putin a Theresa May, tra Erdogan e la confusione in Turchia meglio il “sultano”, idem in Egitto, e mal si dica di Sarkozy

Caro lettore,

ti propongo una riflessione politicamente scorrettissima. Si legge qua e là da qualche anno:

che lo csar (Putin), il sultano (Erdogan), il generale (Al Sisi), l’imperatore (Hi Jinping) sarebbero deprecabilmente “antidemocratici”, secondo la stampa occidentale perbene e secondo l’Alto Rappresentante Esteri dell’UE, Federica Mogherini, per l’amor di Dio.

E dunque: l’Italia è la seconda nazione esportatrice verso la Russia dopo la Corea del Sud, prima dell’Europa, con incrementi pazzeschi anno su anno, nonostante le ridicole e ingiuste sanzioni comminate dalla UE e dagli USA. Anche con Turchia, Egitto e Cina gli scambi economici sono molto importanti e in crescita. Anche la Persia degli ayatollah è un partner di molto rilievo per l’Italia, ed è una grande nazione di ottanta milioni di abitanti, giovanissima e culta, come la Turchia.

L’OSCE critica le elezioni russe dicendo che non c’è stata competizione, là dove Putin ha portato a casa il 76,6% dei voti, avendo votato il 67% degli elettori. In base a che cosa l’OSCE delegittima il risultato delle elezioni russe? Non gli piace Putin?

Pretendiamo di insegnare la democrazia con i cacciabombardieri di George W. Bush e Barack Obama? Mi sono rotto di questa presunzione democratica occidentale che guarda dall’alto in basso nazioni ancora semi-tribali, o ex imperi medievali o comunisti, ma grandi, grandissime, popoli enormi, straordinari, per storia e cultura, Cina, India, Russia, Persia, Egitto, Turchia… basta così? Gli facciamo far lezione di civiltà da quell’ubriacone di Juncker, nientepopodimeno che ex premier del poderoso Lussemburgo? E il prode gran coglione Sarkozy, ora fermato per finanziamenti ricevuti da Gheddafi nel 2007, che cosa ha fatto in Libia nel 2011,  con l’avallo dell’inettissimo -in politica estera- presidente Obama?

Certo è che questi signori non sono stati a scuola da Mario Pannunzio, Ernesto Rossi o Marco Pannella, e men che meno da Hans Kelsen, su ciò che sia lo “stato di diritto”, né hanno ben presente il diritto civile alla “conoscenza”, ma non sono tipi alla Idi Amin Dada o Bokassa, e nemmeno alla Mugabe o Saddam Hussein. Vero o no? E allora che cosa pretendiamo facciano, ereditando imperi o quantomeno grandi regioni del mondo, che devono comunque difendere come “patrie” loro.

Ci si può chiedere la ragione della grande partecipazione dei cittadini russi al voto di domenica scorsa e la ragione del risultato ottenuto dal principe Wladimir? Sa la Mogherini e gli altri ben-pensanti del nostro bel mondo pasciuto che cosa è la “sindrome da accerchiamento”? Hanno letto qualcosa delle guerre napoleoniche e dell’hitleriana Operazione Barbarossa che avrebbe dovuto schiacciare l’Unione Sovietica e insieme con essa il popolo russo e le altre decine di popoli di quel grande Stato, antidemocratico e imperfetto, ma erede di una storia e di una cultura immense? Quanto hanno sofferto i Russi negli ultimi duecento anni?

Forse che  i nostri benpensanti non hanno mai letto Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern o Centomila gavette di ghaiccio di Giulio Bedeschi, per sapere che migliaia di nostri alpini della Cuneense, della Tridentina, della Julia, sono stati salvati dai meno 40 nelle izbe ukraine dalle babuske con il fazzoletto portato come le nostre nonne? Ed erano andati in armi nella Patria d’altri? Se avessero letto questi libri e molti altri in tema saprebbero distinguere tra il disastro ivi descritto e la devastante e criminale scelta di Mussolini di allearsi con Hitler, per non “restare indietro” dopo la Guerra, come ben spiega lo storico Enrico Folisi sul Messaggero Veneto di ieri, e altri ricercatori, da tempo.

Lasciamo a perdigiorno come Salvini e Di Maio, cui per meriti e capacità oggettive troverei un posto di lavoro da commesso in un ente pubblico, con tutto il rispetto per i commessi degli enti pubblici, un buon rapporto con questi signori, intendo lo csar, il sultano, il generale e l’imperatore?

Oppure dialoghiamo con realismo cercando accordi e confronti, senza la pretesa di insegnar loro a vivere e a governare, ma misurandoci sulle cose, sui valori, sulla qualità etica, sulla filosofia di vita? Io penso che occorra percorrere insieme la strada accompagnando e correggendo le lunghe derive, le onde oceaniche del cambiamento, che non può non riguardare anche questo Occidente inflaccidito e stordito da troppa abbondanza.

Che l’uomo possa evolvere non è solo tema della politica, anche nella sua declinazione militare, e dell’economia, ma è tema di un’antropologia generale, capace di guardare dall’alto la storia, sia quella grande delle nazioni, delle guerre e delle paci, sia quella più minuta delle comunità locali, delle lingue, delle religioni, delle culture, di tutto ciò che il dottor Marx, sbagliando un po’, definiva come “infrastrutture” dipendenti essenzialmente dai meccanismi dei rapporti economici, poiché l’uomo, come insegnava Descartes, è anche e soprattutto res cogitans, oppure, come preferiva dire Blaise Pascal, una fragile “canna pensante”.

De bestialitate vel de humana stultitia

Francisco Goya è l’autore dell’acquaforte-acquatinta del 1797, che ho scelto per illustrare questo post: Il sonno della ragione genera mostri. Il dipinto mi parso adatto a commentare qual metafora immaginifica i molti “mostri mediatici” che ci vengono erogati quotidianamente dal sistema della comunicazione.

La bestialità nel codice teologico-morale classico è un peccato gravissimo legato a una sessualità deviata, e ciò  fino a tre secoli fa, significando le pratiche con animali, persone dello stesso sesso e “Giudei”.

Bestialitade è, quando non solamente si perverte l’appetito, e la ragion pratica, ma ancora s’adopera contr’alla natura, per bestiali operazioni. Così recita un testo dell’Accademia della Crusca e, più o meno, anche il manuale per i confessori voluto da san Pio V e perfezionato dai Padri Cappuccini nel XVI secolo.

Pazzesco mettere vicino la copula con un cane, l’omosessualità e gli Ebrei, ma può anche essere metaforicamente un’indicazione di grave mancanza cognitiva/ culturale. Qui tratterò soprattutto questo aspetto metaforico, dopo aver fatto solo un breve cenno all’etimologia teologico-morale.

Politici e giornalisti dicono spesso bestialità in Italia e altrove: basti dare uno sguardo al quasi sempre ingeneroso verso l’Italia quotidiano inglese The Guardian. Una risale a questi ultimi giorni: l’intellettuale (faccio così per dire), con occhiali, barbetta breve e riccioloni del M5S, tal Danilo Toninelli, ha affermato che, siccome il loro movimento ha vinto le elezioni, non solo pretendono di presiedere il Governo della Repubblica Italiana, ma vogliono anche la Presidenza della Camera, non si sa in base a quale vincolante norma o consuetudine politica.

Ricordo al non imberbe e non poco presuntuoso esponente politico che nel ’72, nel ’76 e nel ’78, pur essendo state vinte dalla Democrazia Cristiana le consultazioni politiche, la Presidenza della Camera dei deputati andò, rispettivamente, a un socialista (per suffragi terzo partito a quelle elezioni) che sarebbe successivamente stato eletto Presidente della repubblica, Sandro Pertini, e a due prestigiosi e stimabilissimi esponenti del Partito Comunista Italiano, Pietro Ingrao e Nilde Iotti. Negli anni ’90 furono Presidenti della Camera Giorgio Napolitano e Luciano Violante, del Partito Democratico della Sinistra, che non era stato il primo partito -per consensi- alle elezioni precedenti, ma il secondo.

E studiare un po’ la storia contemporanea, on. Toninelli, prima di sparare cazzate?

Un’altra bestialità del giorno, ma non fa passar giorno senza dirne una, l’ha detta proprio oggi l’onnipresente sui media (checché ne dica, miagolando lamentosamente) Salvini: che si possa fare un’altra riforma elettorale in sette, diconsi 7, giorni. Bum! Dài, Salvini, anche tu, non sparare cazzate, ché ci avete messo del vostro, tutti o quasi tutti a fare, prima il porcellum, a cura del tuo compagno di partito Calderoli, ghignante a guisa di tuo maestro in smorfie e ghigni, e ora, a cura di quella volpe di Rosato del PD, l’omonima boiata, non si capisce perché goffamente latineggiante.

Un’altra c.ta, e il gentil lettore, fortunatamente abituato a un linguaggio mio spesso elevato, se non addirittura aulico, quando l’argomento merita, mi perdoni, ma qui…, la ha detta, sempre Salvini, poche ore fa: che il Regolamento della Riforma carceraria è una misura “salvaladri”, battuta propagandistica disonesta in sé e tecnicamente sbagliata. Il politico in questione titilla i sentimenti più beceri dei più disinformati e pigri utenti di mamma tv e del web, questa è la semplice elementare verità che lo riguarda. “Salvaladri” cosa?, quando questa misura, in una situazione carceraria -quella italiana- indegna di una grande nazione civile, e vergognosa sotto il profilo dei diritti umani e civili, in aperta ed evidente violazione dell’art. 27 della Costituzione che vieta pene disumane e degradanti, affida comunque ogni decisione per consegnare a misure alternative al carcere chi ha una condanna entro i quattro anni di reclusione, al giudice di sorveglianza, e quindi non vi è alcun automatismo.

Un altro personaggio prodigo di stupidaggini è il Governatore pugliese, Emiliano, che riesce spesso ad essere dalla parte più insipiente di ogni decisione politica, sia all’interno del suo partito, il PD, sia sotto il profilo amministrativo: basti osservare i suoi ricorsi al Tar sulla vicenda dell’Ilva di Taranto. Non so dove quest’uomo, ex giudice non dimissionario, viva, se in cielo in terra o in nessun luogo.

Altra esemplar manifestazione di hebetudo simplex è quella della Meloni, che tromboneggia in romanesco neanche fosse appollaiata sulla curva sud dei laziali o romanisti non importa, proponendosi come premier, in quanto donna, ma dài. Vinci le elezioni come frau Angela e poi ti proponi, non con il 4 per cento dei voti.

Se si vuole posso continuare impunemente questa triste carrellata di ben poco aurea mediocritas, ma forse è preferibile smettere e passare ad altro titolo, che certamente qualcosa o qualcuno mi ispirerà ben presto, anzi, immantinente, caro lettor mio. E ringraziami (scherzo, sai) perché stavolta ti ho risparmiato la Boldrini.

E ora la Terza Repubblica, ovvero il ritorno della Prima, o della carica dei “tecnicamente ignoranti” incazzati che ora devono mostrare di saper governare, e il declino di presuntuosi alla Renzi, co-distruttore di una sinistra riformista, quasi geneticamente incapace, vien da dire, di ammettere sue personali responsabilità della débacle del PD, e alla Berlusconi, mai-rassegnato-allo-scorrere-del-tempo

Non mi auguravo questo risultato nelle politiche di ieri, ma l’Italia va avanti, 24 milioni di italiani questa mattina sono andati al lavoro, 7 milioni di alunni a studiare, decine di milioni di donne a lavorare in casa anche per 30 milioni di maschi, piccoli, grandi e vecchi. Al di là e nonostante Di Maio e Salvini, Berlusconi e Renzi, vincitori e sconfitti, oppure presuntuosi come D’Alema e Bersani, poveretti. Di Grasso, di quel presuntuoso di Enrico Rossi, di Fratoianni, di Civati, e di Boldrini dirò poco, pochissimo, perché gli Italiani ne hanno fatto stracci, come meritavano.

Forse ora, per capire qualcosa di più, occorre riprendere anche un discorso storico-sociologico sulle differenze interne alle popolazioni italiche, dai tempi dei Greci e dei Sanniti, dei Romani e dello Stato pontificio, sul meridionalismo e sul piemontesismo, o sul lombardo veneto e il Granducato di Toscana. Qualcuno sta paragonando, ad esempio, in modo non peregrino l’appeal del M5S alle politiche “assistenzialiste” di Achille Lauro, etc..

Con mia grande gioia, Renzi ha annunziato le proprie dimissioni, e alla buon’ora, dopo aver fracassato il PD, che era l’ultimo grande partito vero sulla scena politica italiana, epperò, anche dimettendosi ha continuato con pervicacia nella sua opera di devastazione di un pezzo fondamentale della sinistra riformista italiana. Se fosse stato un minimo “generoso”, anzi ragionevole, avrebbe dovuto dimettersi subito dopo l’esiziale esito del referendum costituzionale di fine ’16, ma non l’ha fatto, perché la sua presunzione arrogante fino alla protervia ha prevalso su ogni altra considerazione politica. E’ riuscito, infatti, a fare ancora danni, come il varo di una legge elettorale che è stata, funereo contrappasso, la sua “attuale” tomba politica, oltre che essere una strepitosa cazzata o c.ta di fantozziana memoria, caro ragionier Rosato (puarèt, par furlan). Perdonami, mio sempre cortese lettore, questo tono forse un poco acrimonioso, ma non posso perdonare -ora- a questo parvenu borioso e sostanzialmente ignorante, di avere massacrato un pezzo di storia politica italiana, cui appartengo con orgoglio dal versante socialista, che non morirà con la fine politica di Renzi, che auspico per il bene dell’Italia, da quando avevo l’uso di ragione e finché saprò di stare a questo mondo.

Il vaffa a Renzi glielo dico io, oggi, con vera anche se amara soddisfazione.

d’alema e bersani stanno sul Sunset boulevard da tempo e ieri glielo hanno detto chiaramente gli Italiani, che tra le righe sanno anche essere saggi, non solo talora ignorantelli. Gli elettori, da un lato hanno premiato teste di vitello come salvini e di maio, dall’altro hanno smontato buffole strabordanti come grassoboldrini, che spero abbiano capito la loro individual insussistenza. Questi due proprio non tengono substantia, essentia nec forma, direbbe Tommaso d’Aquino, che pregherebbe per le loro povere anime di incliti sciocchini, e quasi persin da compatire.

Ora il pallino è nelle mani costituzionali dell’onesto Presidente Mattarella. Meno male. Di lui possiamo fidarci come custode esperto delle nostre Norme fondative, quelle di Calamandrei, Togliatti, Ruini, Nenni, De Gasperi, etc., quelle di fine ’47 inizio ’48, quando questi coraggiosi pensarono a una Costituzione piena di sanissimi e solidi principi di uguaglianza, equità e giustizia, ispirati dal più elevato pensiero politico liberal-socialista e cristiano-cattolico. L’Italia più sana, che ancora vive, forse oggi un po’ sotto la cenere, come braci non spente e non mai spegnibili. Credo e spero, oppure spero e credo, oppure, come insegnava sant’Agostino, credo ut intelligam et intelligo ut credam, cioè credo per comprendere e comprendo per credere. Il miglior pensiero politico laico e cristiano li aveva ispirati, qualcuno dice, auspice lo Spirito Santo, che soffia dove vuole, non perché si stesse ragionando e decidendo a Roma… o forse anche, perché Roma era e resta caput mundi, senza che tale sintagma un po’ nazionalista infici il mio e il tuo, caro lettore, senso di pace ed eguaglianza tra tutti gli esseri umani e tutti i popoli, senza alcuna distinzione, come recita la nostra Carta, che per questo è Sacra.

E dunque, teniamo duro e teniamoci per mano, lavorando e cantando, sperando e credendo, amando più ancora la nostra bella Patria Italia e i nostri cari, comprendendo il prossimo di tutti i colori, studiando e cambiando (anche idea), perché qualcosa dovrà pur accadere, e se accade significa che qualcuno opera, nell’evidenza dei mass media o nel silenzio e nel nascondimento, come Maria di Nazaret, che custodiva nel suo cuore il segreto più grande.

Ecco, magari ricordiamoci che forse anche un’Ave Maria può essere un rispettoso esercizio di umiltà creaturale, caro lettor della sera.

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