Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Un altro anno è andato

Nella conta degli anni il 2017 si sta per collocare in archivio. Un anno potente, crudele, da non rimpiangere. Per me. E anche, lo so, per molti.

C’è da essere sconfortati come sono di solito gli opinionisti che vanno per la maggiore nei quotidiani, cotidie scriventi e scrivono e non han molte altre virtù (da libera eco carducciana). E invece no.

Nonostante Trump e il suo essere più che presidente degli americani, tycoon di se stesso, falso e autentico nel contempo mentre il parrucchino e i denti gli si rinnovano a seconda della bisogna. Eppur è stato votato da metà votanti, quantomeno, e anche Michele Serra si è accorto, più gramscianamente che marxianamente, che i governati non son meglio dei governanti. L’uomo non si emenda per decreto, vivaddio! E’ una bella conquista, convincersi che l’homo novus è quello che siamo ogni giorno, pazientemente più vecchi e saggi, quando ce ne rendiamo conto, però, di essere ogni giorno più vecchi e saggi. Peccato che molta parte della sinistra politica, quella spesso maggioritaria qui da noi, abbia sempre pensato che il sol dell’avvenire appartenesse, non tanto alla pazienza delle riforme democratiche e sociali, ma a una palingenesi antropologica, lasciando alla destra -ovviamente- il culto dell’individuale arroganza, ma senza apprezzare molto, se non recentissimamente, l’irriducibile differenza di ogni soggetto da qualsiasi altro, dico, soggetto umano. Collettivismo senz’anima individuale. Non lasciamo alle destre l’apprezzamento della persona-individuo e la nozione di patria e di matria, perdio!

Le guerre sono lì, numerose, varie,  tutte crudeli, quasi innumerabili, non dichiarate, gli ambasciatori sono livree che non servono, sono mestieri imbalsamati per ruoli oramai finiti. Epperò servirebbero le ambascerie, eccome, se si capisse che non è questione di tecnica comunicativa, ma di buone relazioni, di sincera voglia di conoscere quell’altro lì, quello là, che di solito non capisco, e che talora aborro o addirittura -inspiegabilmente- odio.

Siamo in sette miliardi abbondanti sul bel pianeta  ancor pieno d’acque, e saremo –secundo el parer de li studiosi– dieci o undici tra mezzo secolo. Un chilo di carne di manzo richiede decine di ettolitri d’acqua per essere prodotto, forse che (nonne più congiuntivo) non sarebbe meglio utilizzare meglio la qualità nutrizionale dei cibi, piuttosto che la standardizzazione? E’ chiaro che lo standard riduce i costi… ma a breve, ché nel medio-lungo farà danni intuibili anche all’inclito. Cioè a me e a te, caro lettor, che pensavi fossi scomparso dall’etere. E come vedi stavo solo riposando un po’.

Pare che il terrorismo sia una dimensione endemica della storia umana. Accanto ai fatti di cronaca, noti a tutti, emergono ricordi di varia natura, come la cattura in Portogallo di uno dei responsabili della strage di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974. Ovvero, di Norbert Feher, alias Igor il Russo, dopo nove mesi di latitanza e una scia di sei o sette morti, che viene catturato in Spagna. Serial killer criminale comune determinato freddo spietato e terrorista perché terrorizza?

La salma di Vittorio Emanuele III torna in Italia da Alessandria d’Egitto su un volo di Stato, è ragionevole o no? Non condivido perché il giudizio storico sul re-soldato non può non essere severo, non foss’altro, ed è moltissimo, che per la firma delle Leggi razziali del ’38 e per la vigliacca fuga a Brindisi dopo l’8 settembre ’43. Va bene che riposi a Vicoforte accanto ad Elena, ma sarebbe stato meglio fosse tornato con mezzi diversi e privati.

La salute è il bene primo della vita, lo sentiamo dir fin dall’infanzia e quando questa vacilla temiamo, barcolliamo, teniam paura e chiamiam la mamma. Scherzo, ma non troppo, caro viandante della rete che indugi sul mio scritto. E dunque abbiamo da tenerla da conto, se pur sappiamo che non tutto, anzi forse un po’ poco, dipende da le nostre voluntadi. Ma basta che queste sien poste verso la cura positiva del corpo e dell’anima nostra, con passion e umilitade, e anche con la disposizione d’animo della preghiera all’Onnipotente Iddio che tutto vede e sa e contempla dal suo sguardo sine limite ullo.

Ambiente: vedere un orso polare che si accascia morente di fame è scena quasi inguardabile. Che cosa stiamo facendo alla Terra? Ce la faremo a capire, o almeno a comprendere che noi stessi siamo gli autori del nostro proprio destino terracqueo, almeno (o di più, perfino) come per quanto riguarda la nostra salute individuale?

Un altro fatto da mettere qui, non perché sia bello, ma perché ha una sua densità politica: il neo costituito governo -si diceva un tempo- clerico-fascista (ma è una dizione forse ingenerosa per il giovanissimo cancelliere democristiano Kurz) intende concedere la cittadinanza austriaca ai cittadini italiani tedescofoni  dell’Alto Adige o Sud Tirolo, che dire si voglia. Mi sembra faccia il paio con altre tendenze, non patriottiche, ma nazionaliste e patriottarde, ultimamente apparse in Polonia e in Ungheria, come se gli ex satelliti dell’URSS volessero affrancarsi dal passato stalinista diventando razzisti e fascistoidi. Bruttino, anzi brutto. In Italia non mancano i mentori di questa tendenza che spero venga sconfitta.

Leggo dopo anni di nuovo un libro bellissimo, Narratori delle pianure, edito da Feltrinelli nel 1985, autore Gianni Celati, che insegna lingua e letteratura anglo-americana all’Università di Bologna e quella italiana in Inghilterra, se non sbaglio. Che cosa c’entra il libro con questo piccolo riepilogo sull’anno che se ne sta andando? C’entra perché racconta, narra di cose piccole che avvengono o sono avvenute lungo il corso del nostro gran fiume Po, che è grande per noi italiani, ma è ben piccolo se comparato ai grandi alvei dei fiumi asiatici, africani, americani. Io che ho visto il Paranà a Rosario d’Argentina e il Dniepr nell’omonima città ucraina, lo posso ben dire.

Celati narra storie piccine, ma non per questo insignificanti, cosicché mi ha suggerito l’idea di imitarlo, per zittire il frastuono talora orrendo della cronaca. Partire a primavera, dedicandovi una settimana, in treno, lungo l’asta del Po, magari un poco più su, dal Cavallino o da Chioggia in laguna, in treno, con uno di quei treni locali che si fermano ovunque c’è una stazione. Un poco senza mete precise. E scendere, che so, alla stazione per Porto Tolle, alla foce, e poi a Porto Garibaldi, evitando Ravenna. Risalire fino a Adria e pernottare, per arrivare il giorno dopo a Polesella. E poi Ostiglia e Mantova. Qui sì fare una sosta per l’Alberti e Andrea Mantegna. E poi Mirandola, Viadana e Casalmaggiore. Un po’ in treno e un po’ con il bus. Pernottare quando vien pomeriggio e si deve decidere. E cenare in trattoria, cercando quelle che hanno le tovaglie e quadrettoni rossi e il vino sfuso, rosso però, Sangiovese penso, stante la zona.

Per finire nella Bassa milanese, ma senza toccar la metropoli, ché sarò a caccia di silenzi e di discorsi fatti sottovoce nei vicoli e fuori delle osterie, sotto i portici antichi delle cittadine di pianura.

Un libro che raccomando al mio gentil lettore.

Per lasciar perdere le “cose grandi”, i grandi problemi del mondo, della società e della politica, non perché non mi interessino più, ma per respirare di nuovo aria pura, l’aria pulita delle cose semplici, quelle che mi hanno visto crescere al paese strano “delle acque”, a Rivignano. I cortili, i richiami attutiti dalla distanza, il parlato a volte urlato e talaltra quasi un bisbiglio, onomatopea della riservatezza dei semplici, come mia madre, che parlava forte solo perché abituata da ragazzina ai rumori della filanda di Palmanova, dove l’avevano impiegata a tredici anni, prima di andare a servizio a Torino, nella casa avita del colonnello Torquato Vanzi, da Poggibonsi, ufficiale di cavalleria del regio Esercito Italiano in pensione.

Dormire in qualche locanda lungo il Po, e svegliarsi senza fretta per prendere il prossimo treno o bus verso occidente, prima di tornare a oriente, dove sorge il sole, dove c’è il sapore della nascita e di tutta la mia vita.

Gerusalemme! Gerusalemme!

Caro lettore,

il titolo è quello di un libro di Collins e Lapierre, ma l’intendimento mio è quello di parlare di questa città, ora che Trump l’ha sbattuta sulle prime pagine di tutto il mondo, e la sua decisione sta già provocando feriti e morti, la sua decisione, come atto concreto, ma insieme con la Storia, la grande Storia di questa città, di questa parte di mondo che si chiama per noi Vicino Oriente e Storia del mondo. Ed è anche un pezzo della storia recente dei presidenti americani: basta cercare sul web le dichiarazioni di Bill Clinton, di George W. Bush e di Barack Obama in tema, tutti e tre decisissimi a proclamare Gerusalemme capitale di Israele!

Gerusalemme (in ebraico: יְרוּשָׁלַיִם‎, Yerushalayim, Yerushalaim e/o Yerushalaym; in arabo: القُدس‎, al-Quds, “la (città) santa”, sempre in arabo: أُورْشَلِيم‎, Ūrshalīm, in greco Ιεροσόλυμα, Ierosólyma, in latino Hierosolyma o Ierusalem, per antonomasia è definita “La Città Eterna“), capitale giudaica (del Regno di Giuda) tra il X e il VI secolo a. C., è la capitale contesa di Israele e città santa per l’Ebraismo, per il Cristianesimo e per l’Islam. E’ situata sull’altopiano che separa la costa orientale del Mar Mediterraneo dal Mar Morto, a est di Tel Aviv, a sud di Ramallah, a ovest di Gerico e a nord di Betlemme.

Il luogo è citato in testi antichissimi fin dal II millennio a. C., ma il primo dato storicamente plausibile è la sua occupazione da parte della tribù Amorrita dei Gebusei e la successiva più solida conquista da parte del re Davide attorno all’anno 1000 a. C. I più importanti momenti successivi per la città si possono riferire al regno di Salomone. Il gran re fece costruire il Tempio, segno e simbolo di Israele per mezzo millennio, fino alla sua distruzione perpetrata nel 587 da Nabucodonosor, che deportò in Babilonia i maggiorenti ebrei. Un’altra data fondamentale è il 538, quando il re dei Persiani Ciro il Grande (e fu grande veramente), con un Editto liberò gli Ebrei che tornarono in patria e riedificarono il tempio e le mura della loro capitale. Nel 331 Gerusalemme fu conquistata da Alessandro Magno, come tutte le città e i regni fino al fiume Indo, ma la conquista fu precaria, poiché passò di mano ad altre dinastie egizie e siriache come i Tolomei e i Seleucidi, fino alla guerra di liberazione che, nel II secolo portò al potere la dinastia degli Asmonei, mentori i bellicosi fratelli Maccabei.

Finché il generale e triumviro romano Gneo Pompeo la conquistò (63 a. C.). Il secolo successivo vede le vicende della nascita vita e morte di Gesù di Nazaret tra i regni dei due Erode, il primo detto il Grande, e il secondo detto Antipa. Tito, nel 70 e Adriano nel 132 d. C. soffocarono due tremende ribellioni popolari nel sangue, marcando il sigillo dell’Impero romano sulla Città, che fu distrutta di nuovo.

L’imperatore Costantino ridette vita cristiana alla città che resistette a vari tentativi di conquista, come quello di del re sasanide persiano Cosroe, poi sconfitto dall’imperatore bizantino Eraclio I, fino a quando arrivò l’Islam nel VII secolo, prima con i califfi Omayyadi di Damasco (638) e poi con gli Abbasidi di Bagdad. Nei tre secoli successivi si affacciarono altri conquistatori, come i Turchi Selgiuchidi di Malik Shah I. Furono infine i Fatimidi d’Egitto a impadronirsi di Gerusalemme, fino al 1099, quando la Prima Crociata li scacciò a un prezzo inenarrabile di sanguinose stragi.

Alterne vicende e varie crociate non impedirono la riconquista musulmana della città, soprattutto a partire dalle imprese di Salah-el-Din. Dal XVI, dal regno del sultano Solimano il Magnifico,  e fino al 1917 Gerusalemme fu sottoposta al dominio turco-ottomano della Sublime Porta di Costantinopoli. E siamo ai nostri giorni, al Protettorato britannico del generale Allenby (1917), alla proclamazione dell’internazionalizzazione di Gerusalemme, sotto il controllo dell’ONU per favorire la convivenza di cristiani, musulmani ed ebrei, con il Trattato sulla Partizione del territorio tra Israele e popolazione palestinese. Sappiamo comunque che ciò non bastò alla pacificazione dell’area. Tutt’altro.

Il resto è storia dell’ultimo mezzo secolo, dalla Guerra dei Sei Giorni (1967) alle “Intifade”, o giorni della collera, come quello in corso.

Eccoci al dunque, alla dimensione politica della decisione trumpiana.

Su questo vi sono posizioni diverse, variamente declinate. E’ evidente e più che ovvia la reazione forte del mondo arabo-musulmano, ma anche della “grande Turchia” di Erdogan e dell’Iran sciita. Più tiepida la reazione sunnita dei sauditi e dell’Egitto, perché le contraddizioni insite nel mondo musulmano dettano comportamenti e prese di posizioni a volte difficilmente comprensibili a noi occidentali. L’Europa ha reagito contrariata dalla decisione di Trump, soprattutto con l’attivissimo presidente francese Macron.

Se si dovesse dividere in due categorie le reazioni alla decisione del Presidente USA, si potrebbe dire che i politically correct non hanno condiviso, mentre gli altri, o sono rimasti in silenzio o hanno condiviso. Destra e sinistra si sono espresse -più o meno- come ci si può aspettare classicamente dai due schieramenti: a favore di Trump la destra, contro la sinistra. Papa Francesco ha invitato alla prudenza, saggiamente.

Ma la contraddizione in seno al popolo della sinistra sussiste: come la mettiamo con le dichiarazioni, oramai storiche, di Clinton e di Obama?

E con la Storia di cui sopra, come la mettiamo? Gerusalemme è la capitale di Davide, Goffredo di Buglione, di Saladino, di Solimano, di Allenby o di Ben Gurion e di Golda Meir? E’ la capitale di Arafat o di Rabin? Di Abu Mazen o di Netanyahu? Se dovessi esprimermi su questi due ultimi personaggi terrei per Abu Mazen, ma solo perché non sopporto Netanyahu. Ma così non funziona.

Non so quello che potrà succedere nei prossimi giorni, settimane, mesi, ma so che qualcosa doveva succedere di fronte allo stallo che caratterizza una trattativa trentennale. Che i due popoli, le due nazioni debbano convivere su un territorio così esiguo è fuori di dubbio e che ciò sia molto difficile altrettanto. Ma non c’è alternativa.

Come fare? Non esistono ricette e soluzioni facili, ma solo la ricerca paziente di un accordo che riconosca il diritto a Israele di esistere e prosperare, così come il diritto ad avere uno stato alla nazione palestinese, con i corollari fondamentali del territorio, della disponibilità di acqua, energia, di un’economia capace di creare lavoro e reddito diffuso. La miseria è sempre fomite di disastri, così come l’indisponibilità al dialogo, l’incapacità di ascolto, il razzismo.

Vedo che comunque ancora manca la pazienza della riflessione razionale, dell’argomentazione logica, lasciando così lo spazio all’ideologismo più vieto. La divisione non dovrebbe essere tra chi “tiene per” Trump e chi lo avversa, ma tra chi ragiona con l’intelletto disponibile e chi preferisce, spesso per pigrizia o per ignoranza, essere contro comunque, a prescindere, e a favore  di qualcosa d’altro, comunque, a prescindere.

Personalmente ritengo che la decisione americana su Gerusalemme sia stata sbagliata, soprattutto perché inquinata da esigenze di politica interna USA, e da intenti legati a battaglie politiche che poco hanno a che fare con i diritti dei popoli israeliano e palestinese, non perché errata in assoluto.

Gerusalemme è storicamente la capitale di Israele, ma, se alziamo lo sguardo oltre la contingenza, e anche oltre la Storia, è anche la capitale del popolo palestinese, e, di più ancora, è la capitale spirituale di tutto il mondo, al pari di Roma, di Atene, di Istanbul, di Benares, su questo piccolo meraviglioso Pianeta.

La qualità dei politici, anche dei giovani-nati-vecchi, è l’attuale miseria della politica?

Ricordo che ventotto anni fa partecipavo per la Uil nazionale a riunioni e seminari per la riforma dell’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori  Legge 300/70 (ancora al tempo!), e uno come Bertinotti, che era in Cgil segretario confederale, in qualche modo, magari obtorto collo,  condivideva che non potesse essere ragionevolmente esteso anche alle piccole e piccolissime imprese come “tutela reale” del posto di lavoro, e che quindi come sindacati si dovesse aderire alla formula “risarcitoria” poi regolamentata dalla Legge 108. Dieci anni dopo circa, lo troviamo sul fronte opposto, come segretario del Partito della Rifondazione Comunista a proporre un referendum, andato poi nullo, analogo a quello che proponeva Democrazia Proletaria nel 1989. Coerenza dei fantasiosi o coglionaggine dei presuntuosi elegantoni dalla evve arrotata?

Idem Bersani, le cui ultime uscite mi fanno desiderare sempre meno di mangiare una pizza con lui. Ricordiamo tutti le lenzuolate (suo pittoresco copyright emiliano) di riforme liberali che propose come ministro dell’industria del governo Prodi. Oggi sostiene che sull’art. 18, che sarebbe per lui da ripristinare in toto, vive o muore una possibile alleanza elettorale con il PD. Ma questo è lo stesso signore di cui prima? O è un altro? Ma queste nuove posizioni, diciamo con un po’ di ironia, “rivoluzionarie” sono solo in odium Rentianum? Se sì, e temo che lo sia, che squallore!

Avrei anche altri esempi più regionali, miei, citando vecchi compagni riformisti, ora tornati rivoluzionari per lo stesso sentiment bersaniano o antirenziano, che è lo stesso, ma risparmio ai gentili lettori la noia.

Se volessi citare il non mai sopito presuntuoso e sussiegoso (nei toni) D’Alema, ne avrei  da scrivere, ma lascio perdere.

Ho scritto qui, e non poche volte, che a me Renzi non piace: non mi piace il suo viso, i suoi atteggiamenti posturali da praima dona (in inglese), il suo inglese stropicciato, la sua sbrigatività argomentativa, la sua ironia spesso fuori luogo, ingenua e controproducente, come quando prende per il sedere i “cespugli” alla sua sinistra, che sarebbero ventinove, ma lui di questi cespugli avrebbe bisogno come dell’acqua da bere nel deserto per poter sperare qualcosa alle prossime politiche. Invece fa il “maggioritario” senza averne plausibili certezze, le sue circonlocuzioni falsamente argute, ecco. Così come aborro il ghigno di Salvini, i suoi toni, le sue smargiassate, o la confusione mentale di Grillo.

Questi personaggi, compreso il fin troppo laudato Professore Prodi, assai flemmatico e annoiante per eloquio e toni, sono dei nani rispetto al personale politico dei decenni tra i ’60 e gli ’80: persone come Moro, Nenni, Saragat, Berlinguer, Craxi, Terracini, lo stesso Ugo La Malfa erano di ben altra tempra politica e culturale. Se poi torniamo indietro di altri due decenni troviamo De Gasperi e Togliatti, dei giganti della politica, e prima ancora Turati etc.. Ora è una devastazione di mediocritas, per nulla aurea, ma miserevole. Pensate, siamo costretti a sentite le intemerate di un Di Battista, e chi è?, di un Rosato, dall’altra parte del tavolo, di un Alfano, oh Dio! Ne avrei da citare centinaia di meno noti e altrettanto inutili, o perfin dannosi.

Ma a me interessa l’Italia e gli Italiani, cittadini di tutti tipi, donne, uomini, vecchi, bambini, sani, operai e impiegati, dirigenti e imprenditori, liberi professionisti e attori teatrali, malati, disoccupati, militari, preti, ignoranti e culti, tutti, tuttissimi.

E quindi la politica e i politici dovrebbero avere lo stesso mio interesse prospettico, ma non perché ce l’ho io, ma perché è ragionevole, razionale, logico, eticamente e politicamente fondato.

E invece no: la politica e i politici sanno quasi solo fare calcoli meschini di bottega elettoralistica, dove comincia a spiccare per saggezza ottantunenne Berlusconi che non voterò mai, ma che a questo punto dovrei forse votare per riconoscergli il merito di saper guardare oltre la sua bottega, finalmente.

I politici sono incapaci di riconoscere qualsiasi merito a proposte dell’avversario, i cui contenuti magari avrebbero proposto in modo identico se le circostanza l’avessero consentito, stando al governo piuttosto che all’opposizione. Quella cosa lì è giusta, ma siccome la  propone lui è sbagliata. Follia, pura follia, oppure cinico opportunismo. Ma la gggente se ne accorge e non va più a votare, né Grillo, né Renzi, né Berlusconi, né Salvini, perché è stanca, scazzata, come si dice, non perché è semplicemente dis-interessata, o lo è perché la politica e i suoi attori attuali sono il mare magnum della mediocrità politica ed etica.

Il fatto è che la classe politica, spesso senza arte né parte, e sempre tanta presunzione, come nel chierichetto Di Maio, è quasi totalmente rappresentata dai peggiori, a volte corroborata (si fa per dire) da sindacalisti in tristissima grisaglia mentale come la signora Camusso.

Non saprei che suggerire: le persone più dotate di cultura e buon senso se ne stanno lontane. Vi immaginate me che dialogo con Renzi o con Salvini, o anche con Bersani, e scusatemi l’autovalutazione, realistica però,… ne uscirebbero con le ossa rotte. Ma, state pur sicuri, che questi signori e i loro mentori regionali non accetteranno mai di confrontarsi con chi ne ha di più anche se meno noto, per cruda e nuda paura, paura, paura, come quella del berbe Di Maio, che ogni tanto si ricorda di essere una nullità.

Così tutto continua nel disincanto di una trasformazione radicale della democrazia/ democrazie occidentali, sempre più malate, sempre più annoianti, sempre più distanti dai problemi reali e dalle persone. Meno male che i più si dedicano con sentimenti buoni, volontà ottimista e conoscenze serie, al lavoro, all’operare, con una ratio operandi esemplare, che tiene in piedi nazioni come l’Italia, Patria nostra e non  un “paese” qualsiasi.

Il cuore del malvagio

Il male fisico e quello psichico sono di natura. La malattia è una manifestazione vitale, a volte tremenda e dolorosa, ma sta nell’ordine disordinato delle cose. Va combattuta con criteri scientifici e con la forza d’animo, coniugando possibilmente l’impostazione che possiamo definire “occidentale”, più tecnicale e talora parcellizzata, con quella “orientale”, senz’altro più olistica e capace di assumere tutto l’uomo come soggetto cui dedicare attenzione. Il male va sconfitto, ma tutto l’essere umano va considerato e curato.

Il male morale legato all’agire umano, no, non è semplicemente di natura, ma è anche di cultura e legato alle scelte della libertà. Il male morale è dentro la sfera della libertà, più o meno, direi più che meno, perché non credo al determinismo “spinozista”: il grande filosofo ebreo/portugues/olandese non avrebbe mai avallato una lettura meramente deterministica del suo pensiero. Spinoza credeva fermamente che l’uomo, nell’ambito delle sue circostanze vitali,  pur subendo le circostanze stesse, avesse comunque sempre un ruolo decisivo nel fare o non fare certe azioni, azioni buone o azioni male.

La morte del capomafia Salvatore Riina mi pone domande che trovano solo difficilissime e inesaustive risposte. Come si può essere “esseri-umani” capaci di tanta efferata crudeltà? Ricordo Arancia meccanica di Stanley Kubrick, e l’assurda violenza perpetrata dal branco guidato da Alex (Malcom Mc Dowell), ma la violenza del capomafia defunto è di un altro genere, perché è direttamente funzionale al potere. O meglio, anche in Alex vi è un tema di potere, magari sul branco, però in Riina si tratta di potere economico, sociale, territoriale, diffuso, temuto, dissimulato o meno che sia. In proposito suggerirei di rileggere Leonardo Sciascia.

L’uomo della mafia nuota in un mare conosciuto di solidarietà e di familismo amorale. E’ apprezzato oltre che temuto. Ventisei ergastoli, anzi un numero teoricamente infinito di anni di carcere (9999, tanto per quantificare quasi periodicamente una cifra senza fine), di cui lui si compiaceva, perfino, a sentire i suoi detti intercettati. Ne ha fatti ventiquattro. E’ stato mandante di un numero imprecisato di omicidi, di stragi famose e tremende, che non occorre nemmeno qui citare, tanto note sono a chiunque.

Resta il tema del come si fa ad avere un cuore così malvagio, e allora torna a darsi come fondamento il sistema di dis-valori sotteso. Quest’uomo, come altri crudeli esemplari del genere umano, veramente ha sempre pensato di essere nel giusto, di essere nel suo buon diritto di agire come ha sempre agito? Sembra certamente, a te e a me, caro lettore, impossibile che si possa dare una cosa del genere. Sembra, ma evidentemente così non è: vi sono cuori e menti in grado di sentire/ pensare di essere nel giusto a comportarsi come Riina.

Si è parlato di  mostro, di dis-umanità,  e va bene: la descrizione metaforica aiuta a dare le dimensioni dei fatti, ma non basta. Bisogna rassegnarsi ad ammettere che l’uomo -in generale- è in grado di compiere azioni come quelle del boss appena deceduto, e per il quale non riesco a provare odio, ma solo un sentimento di pena infinita, e non di carattere perdonistico.

La storia racconta tutto anzi tanto, senza insegnare mai nulla, narrando che sono accaduti innumerevoli atti e fatti di crudeltà indescrivibili, nelle guerre tra genti e popoli, e anche in periodi di “pace”, che altri esseri umani si sono macchiati di delitti inenarrabili, analoghi o peggiori a quelli di cui si è reso responsabile l’uomo di cui qui parliamo, e non li cito, perché noti a tutti. Basti pensare a capi popolo orientali e occidentali di tutti i tempi, anche molto vicini a noi, capi del XX secolo, alle dittature che si ponevano l’obiettivo di eradicare ogni oppositore con la forza e con la morte, e non solo ogni oppositore, ma anche  ogni essere umano che non rispondesse a criteri di coerenza con il modello umano prefissato: basti solo il tema ebraico, per capirci.

Ebbene, allora si deve ammettere che l’istinto della malvagità, il voler fare il male è intrinseco nell’uomo, che il bene e il male, ambedue sono nell’uomo, sono dell’uomo, purtroppo, e così devono essere considerati. Il bene e il male sono due dimensioni morali dell’agire umano, la cui valenza è nota e presente nella valutazione di ogni coscienza matura. Ecco: si parla di coscienza matura. Ma Riina che coscienza aveva? Una coscienza matura o una coscienza erronea? Possiamo facilmente dire che la sua coscienza, per come la intendiamo correntemente, era quantomeno “silenziata”, o resa tale dal contesto e dalle abitudini malvagie, da lui ritenute non solo plausibili, ma di suo diritto.

Ci viene da dire: pazzesco! Però è così, e probabilmente in analogia a come la pensano i suoi compari o successori, o simili, come gli uomini di atre cosche e mafie, come i narcos messicani, come i cinici sfruttatori di esseri umani che trafficano con i migranti nel deserto africano e nel Mediterraneo, come i terroristi e i loro mandanti, come ogni uomo che abbia, appunto, silenziato l’ultimo barlume di coscienza rimasto, forse.

L’ultima domanda è questa: ma figure come Riina conservano nel fondo oscuro dell’anima qualche dubbio ancora circa la moralità o meno del loro agire? Non lo sappiamo. Nessuno può leggere nel cuore dell’uomo. Possiamo solo sperare, e non solo in questo, ma che l’uomo evolva anche biologicamente e psicologicamente verso un’umanità più completa.

Il vento va e poi ritorna

Caro lettore,

il titolo poetico di questa narrazione potente di Wladimir Bukovskij mi ha sempre intrigato. Il vento va e poi ritorna, ma di qual vento si tratti bisogna leggere, immergersi nel racconto di quegli anni sovietici, quando l’utopia o la distopia “socialista” sembrava preludere all’homo novus, a una mutazione antropologica radicale, come auspicato da Saint Simon, da Fourier, da Babeuf, da Filippo Buonarroti, da Blanqui, da Eudes e dagli altri Comunardi del ’70, se non dallo stesso dottor Marx da Treviri. L’homo novus, nientemeno, non più egoista, egocentrico, egoico, strumentale verso gli altri. La convinzione soggettivista, cartesiana, e nello stesso tempo collettivista che l’uomo potesse essere riformato nella sua propria natura determinò l’illusione somma e ciò che ne conseguì. Ho conosciuto di persona militanti comunisti, rimasti allo stalinismo classico, ancora convinti, negli anni 2000 e rotti che ciò sia ragionevole, possibile, conseguibile. Eppure sarebbe bastato (basterebbe) una sana rilettura dell’antropologia classica, da Aristotele in poi, e della psicologia clinica moderna, per poterlo escludere radicalmente, se non in una prospettiva di lunghissime derive filogenetiche evolutive, peraltro condivisa solo da una parte -e forse non maggioritaria- di neuro-scienziati.

Come si fa a pensare che l’uomo possa essere reso razionalmente e certissimamente virtuoso tramite l’educazione o la rieducazione, peraltro a cura dello stato, anche se (si fa per dire) con gulag e lao-gai a disposizione, se ogni essere umano è unico, irripetibile, irriducibilmente soggetto, con le sue qualità e le sue tare, che possono essere anche biologiche, cerebro-mentali? Come si fa a escludere che nella mente degli assassini seriali, presenti non solo nelle cronache nere, ma anche in quelle delle grandi tragedie politiche di ogni tempo, ci sia qualcosa di malato, di sbagliato, di mancante?

E dunque? Proviamo a leggere un passo di una recensione del libro, presente sul web.

Nel novero delle grandi opere letterarie dei dissidenti sovietici, che hanno dato vita ad una stagione straordinaria inaugurata nel 1962 dall’indimenticato “Una giornata di Ivan Denisovic” dello storico e drammaturgo Alexander Solgenitzyn, s’inserisce a pieno diritto questo libro di Vladimir Bukovskij, “Il vento va e poi ritorna”, che non trova collocazione completa né nella saggistica né nella narrativa. Trattasi in realtà di documento politico-sociale, di guida alla sopravvivenza, possiamo definirla, per chi vive il dissenso nella società sovietica.
L’autore narra l’esperienza della cella di rigore, che ha sperimentato per lunghi anni della sua vita per non essersi voluto adeguare alle rigide direttive del regime. Una mosca bianca, che perseguiva i propri ideali di libertà, noncurante dello scherno di chi gli sta intorno, convinto della follia d’un simile comportamento. Non a caso, ai periodi di detenzione si alterneranno, per Bukovskij, i ricoveri coatti in ospedali psichiatrici. E un’esperienza tragicamente vera, che l’autore, forse proprio perché l’ha vissuta sulla propria pelle, rende con toni romanzeschi, poetici in alcuni punti“.

Il vento va e poi ritorna, come metafora, come allegoria di un qualcosa che non può passare, perché rimane con tutta la sua forza ineluttabile distruttiva e perfino devastante, in ragione della sua verità evidente. La violenza politica è stata a volte peggiore di quella militare, perché essenzialmente asimmetrica, e perciò profondamente ingiusta, iniqua, sbagliata, specialmente quando ha voluto rappresentare la perfezione illusoria della palingenesi, della rinascita integrale di un qualcosa, da radici diverse e opposte. Non si può accettare l’assolutezza di una verità, ma la verità di una assolutezza sì, come una bandiera piena di colori, l’ingenuità di un pianto vivo, la fede in qualcosa che non può morire e non deve.

Il vento va e poi ritorna, come a ogni cambio di stagione, ora che ottobre è terminato e il cielo si affida a novembre per accostarsi all’ennesimo inverno delle nostre vite. In attesa del risveglio che ineluttabilmente verrà, sì, verrà.

Gli eroi fucilati di Cercivento e i veri traditori della Patria

Non i quattro alpini fucilati all’alba a Cercivento per codardia di fronte al nemico, ma Pietro Badoglio (marchese del Sabotino e duca di Addis Abeba nientemeno!) avrei inviato al plotone di esecuzione per alto tradimento dopo la rotta di Caporetto.

“La Decimazione di Cercivento (1 luglio 2016), conosciuta anche come I fucilati di Cercivento (I fusilâz di Çurçuvint in friulano), identifica la decimazione di un intero plotone composto da ottanta Alpini dell’8° Reggimento appartenenti alla 109ª Compagnia del Battaglione Monte Arvenis allora operante sul Monte Cellon, nei pressi del passo di Monte Croce Carnico, accusati dal proprio Comandante di Compagnia, il capitano Armando Ciofi e dal suo vice tenente Pietro Pasinetti, d’insubordinazione e ribellione.

In base all’articolo 114 del codice penale militare: rivolta in faccia al nemico, per quattro Alpini le accuse del tribunale portarono alla condanna a morte, per altri ventinove a 145 anni di carcere complessivi e per i rimanenti militari in assoluzione.

Le esecuzioni capitali vennero eseguite davanti al muro di cinta del piccolo cimitero di Cercivento (Udine).

  • Caporal maggiore Silvio Gaetano Ortis da Paluzza (UD), 25 anni, contadino
  • Caporale Basilio Matiz da Timau (UD), 22 anni
  • Caporale Giovan Battista Corradazzi da Forni di Sopra (UD)
  • Soldato Angelo Massaro da Maniago (PN)”  (dal web)

La battaglia di Caporetto, o dodicesima battaglia dell’Isonzo (in tedesco Schlacht von Karfreit, o zwölfte Isonzoschlacht), venne combattuta durante la prima guerra mondiale tra il Regio Esercito Italiano e le forze austro-ungariche e tedesche.

Lo scontro, che cominciò alle ore 2:00 del 24 ottobre 1917, rappresenta la più grave disfatta nella storia dell’esercito italiano, tanto che, non solo nella lingua italiana, ancora oggi il termine Caporetto viene utilizzato come sinonimo di sconfitta disastrosa.

Con la crisi della Russia dovuta alla rivoluzione, Austria-Ungheria e Germania poterono trasferire consistenti truppe dal fronte orientale a quelli occidentale e italiano. Forti di questi rinforzi, gli austro-ungarici, con l’apporto di reparti d’élite tedeschi, sfondarono le linee tenute dalle truppe italiane che, impreparate a una guerra difensiva e duramente provate dalle precedenti undici battaglie dell’Isonzo, non ressero all’urto e dovettero ritirarsi fino al fiume Piave.

La sconfitta portò alla sostituzione del generale Luigi Cadorna (che cercò di nascondere i suoi gravi errori tattici imputando le responsabilità alla presunta viltà di alcuni reparti) con Armando Diaz. Le unità italiane si riorganizzarono abbastanza velocemente e fermarono le truppe austro-ungariche e tedesche nella successiva prima battaglia del Piave riuscendo a difendere a oltranza la nuova linea difensiva su cui aveva fatto ripiegare Cadorna.” (dal web)

 

In realtà, la responsabilità di Caporetto non può essere in alcun modo fatta ricadere sulle truppe, sui soldati, stanchi, feriti, offesi da trenta mesi di trincea, di fango, di puzzo di morti, di sangue malattie e infezioni, ma sui gruppi dirigenti, sui comandanti, a partire dall’inetto presuntuosissimo Cadorna, che stava giocare a carte in via Mercatovecchio a Udine mentre la truppa moriva dissanguata sul San Michele, sul Podgora, sul Sabotino, e ai suoi luogotenenti, in primis l’altro generale presuntuoso e incapace, Pietro Badoglio, che ignorò l’avanzata degli austro-tedeschi, che gli passarono sotto il naso a Caporetto, pur avendo i mezzi per opporre resistenza valida. Poi il fascismo, per pelosa carità di Patria lo resuscitò, facendo damnatio memoriae di Caporetto, per non ledere la grandezza della storia patria, e infine… si ricordi, fu recuperato dopo l’8 settembre come Capo del governo provvisorio post-mussoliniano, e anche in quel ruolo ebbe l’ardire di diffondere un comunicato ambiguo e nefasto per il povero Esercito italiano: annunciò l’armistizio di Cassibile con gli Alleati invitando le truppe a rispondere a ogni attacco proveniente da altrove, cioè dagli ex alleati tedeschi, i quali, sentendosi -giustamente dal loro punto di vista- traditi, si affrettarono a disarmare gli italiani e ove questi non si arrendessero ad attaccarli e, come a Cefalonia, a ucciderli tutti, come ci narra l’eroica vicenda del generale Gandin.

Per due volte Badoglio è stato nefasto per la Patria, ed è morto tranquillamente nel suo letto nel 1956, glorioso per due volte (si fa per dire) solo in Etiopia, dove adoperò anche l’iprite contro le popolazioni locali, e nella guerra italo-turca del 1911. Un bel soggetto questo immarcescibile generale piemontese, sgradito a tutti e carrierista di successo. Così a volte vanno le cose.

A fronte di quanto sopra, circa i quattro eroi fucilati a Cercivento, silenzio di tomba, anche da parte del Parlamento repubblicano. Ma c’è qualche coraggioso parlamentare che a cento anni di distanza temporale promuove una riabilitazione giuridica e morale per i quattro ragazzi vittime della sesquipedale stupida inqualificabile ignominiosa idiozia militare, in modo che i loro nomi recuperino l’onore dall’ignominia della fuga davanti al nemico?

E’ chiedere troppo onorevoli deputati e senatori friulani?

Grazie.

Tempora bona veniant

Il tropo liturgico ottocentesco recita così: tempora bona veniant, cioè verranno [o potranno venire] i tempi delle cose buone, riferendosi al percorso della salvezza delle anime. Possiamo mutuare la frase per riferirci anche ai corpi e alle cose umane, ai beni, che si dicono “bona“, esattamente come l’aggettivo “buono“, o “buoni“, si veda il caso del neutro plurale del titolo [bonum, i – bona, orum]. Il tropo continua così: Pax Christi veniat, Regnum Christi veniat, verrà la pace di Cristo, verrà il regno di Cristo, e poi il refrain Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat, un po’ controriformista o papalino alla Pio X.

Bello, però, solenne come erano le liturgie, cioè le azioni del popolo in preghiera, un tempo, purtroppo sostituite da canti e cerimonie spesso trascurate e sciatte.

Papa Ratzinger aveva provato a proporre un recupero della bellezza liturgica nei canti e nelle omelie, ma non c’è riuscito. Si fa, anche nella Chiesa [come nelle aziende], con il patrimonio umano che si ha, con tanto realismo e anche un po’ di rassegnazione. Utinam [voglia il cielo che] che in questo caso “rassegnazione” si possa intendere nel suo senso proprio, profondo, di “ri-segnazione”, cioè di ri-partenza, di rilancio. Speriamo.

Per qualche imperscrutabile ragione questo 2017 rappresenta per me e anche per il contesto che mi sta intorno un anno difficile, che Elisabetta II definirebbe forse quasi orribile (lo disse dell’anno in cui sui figlio Charles divorziò da Diana Spencer), forse in assoluto esagerando, ma dal suo punto di vista forse no.

In ogni caso un anno impegnativo, arduo, da affrontare con una dose di pazienza e di slancio anche un poco iracondo. Il mio lavoro si è sviluppato ancora in qualità, sapendo che devo vigilare affinché la quantità non debordi e mi faccia peggiorare ciò che conta di più, la qualità. La salute è stata messa a dura prova, fatto inaudito nella mia vita sportiva, ma sto lavorando per recuperarla e tornare in bici. Altri aspetti sono problematici ma li taccio, ché ho sempre posto limiti alla confidenzialità di questo mio luogo pubblico, ossimoro amatissimo e utile, per chi mi conosce bene e di più per chi mi conosce poco o punto, e magari pretende di conoscermi. Ho continuato a incontrare persone attente e persone disattente, persone grate e persone ingrate, così come si suddividono sociologicamente e caratterialmente nell’universo umano.

Nel mondo invece le cose, anche se guardate di fatto con gli occhiali della vicinanza, vi sono molte cose che non vanno, a partire dall’uso delle capacità cognitive, quelle sì messe sotto scacco in maniera preoccupante. Da almeno dieci anni scrivo, dico, insisto sul fatto che la vera origine (originante) della crisi odierna non è etica, politica o sociale o, meglio, lo è anche, ma è innanzitutto intellettuale, cognitiva, riflessiva, cioè del pensiero e dell’argomentazione logica.

Il pensiero umano ogni tanto va in crisi, come è successo in certi periodi storici, che potremmo definire “assiali”, e sto pensando ad esempio alla fase che segnò la fine dell’Impero Romano d’Occidente o, ancora di più, alla parte centrale del “secolo breve”, il XX, che vide il mondo scannarsi in due guerre mondiali e in vari tremendi totalitarismi. Che cosa è stata la versione staliniana del socialismo se non una crisi terribile del pensiero critico, così come in dimensioni ancora più patologiche, il nazismo, e ora il terrorismo insensato degli jihadisti?

Si diceva un tempo “il ben dell’intelletto” per significare il maggior bene di cui l’uomo è dotato, ben superiore a ogni altro, al sentimento, alle emozioni, alle passioni di ogni genere e specie, poiché esso permette di accedere alla conoscenza delle verità “locali”, che possono qualificare la realtà delle cose, delle vite, di ogni uomo e  di tutti gli uomini. L’intelletto muove il pensiero e questo permette alla ragione di esercitarsi nella logica, nell’argomentazione razionale, atta a comprendere il flusso degli accadimenti e il fluire dei ragionamenti, la loro verifica e anche la loro falsificazione, se del caso.

L’intelligenza autoriflessiva dell’uomo e il linguaggio sono i due elementi che lo differenziano radicalmente dagli altri animali, compresi i parenti più prossimi, come i primati. Ebbene, forse questa intelligenza negli ultimi anni si è essenzialmente esercitata nell’innovazione tecnologica della telematica e delle varie ingegnerie, bio-meccaniche, molecolari, etc., ma ben poco nella riflessione razionale sull’uomo e sulle derive che sta scegliendo: l’ambiente è devastato dai cambiamenti climatici in qualche misura determinati dall’agire umano in campo economico e geo-politico; le relazioni internazionali tra le nazioni sono precarie e confuse, dove la fine dello scontro tra est e ovest è stato sostituito dal contrasto/ conflitto/ confronto tra nord e sud del mondo, che determina guerre non dichiarate e grandi migrazioni; la comunicazione è diventata pervasiva e fuorviante mediante il web e altri mezzi del tempo reale, per cui si hanno spesso sensazioni deformate della realtà; il divario di qualità della vita tra le nazioni è aumentato e anche tra le categorie sociali, dove si rilevano nuove fasce di precarizzazione e di impoverimento; i sistemi del welfare classico sono in crisi, non sostituiti dai nuovi welfare aziendali o privati. E così via.

In questo contesto i giovani osservano con patemi d’animo il loro futuro, e si adattano sempre di più alla sua nebulosità, accettando lavori quasi senza regole, anzi una nuova concezione del lavoro, che va declinata al plurale: nuovi lavori. Personalmente ci sono dentro da più di due decenni e questo è forse il mio vantaggio e la mia relativa tranquillità. Ebbene sì, il lavoro classico, contrattuale, con orari e regole giuridicamente scanditi, è in declino, perché sta sempre più assumendo i connotati di una declinazione esistenziale dentro altre declinazioni: si vive, si lavora, si viaggia, si studia, si lavora ancora studiando, si studia lavorando, si accettano cambiamenti, flessibilità di orario e di location, dove scompare la vecchia classe lavoratrice, sostituita da miliardi di singoli operatori di tutti i mestieri, ciascuno dei quali sta cambiando al proprio interno.

Le forze politiche sono al lumicino in quanto a qualità del personale che vi si dedica, e pure le forze sociali, i sindacati, non sono mai stati guidati da gruppi dirigenti così scarsi sotto il profilo qualitativo.

In ogni caso non posso e non voglio indulgere al pessimismo, ché sarebbe fuori luogo perché in mezzo a tanta devastazione intellettuale ed etica intravedo barlumi luminosi, proprio nel mondo giovanile, che secondo me riuscirà a prendere per mano questo mondo, usando i mezzi potentissimi che la tecnologia gli mette a disposizione. il 2.0, il 4.0 o quello che volete, saranno un risparmio di tempo stupido e un salvadanaio di creatività, per una ripartenza, un rilancio, che non solo è possibile ma è nelle cose stesse, è nella sinusoide degli eventi, è sullo sfondo della speranza di cui si intravedono i prodromi, i segnali deboli epperò nitidi, per chi li sa scrutare.

Ebbene sì, Tempora bona veniant.

Chi fu più crudele, Alessandro il Macedone, il presidente Truman o il generale Westmoreland?

Caro lettor mio,

qui non parlerò dei soliti Hitler e Stalin, Pol Pot o Hafez el Assad, tra molti altri dittatori e affini, oggettivamente crudelissimi e tali, ovviamente, anche secondo i racconti di riviste alla Focus o di programmi televisivi alla Voyager, che perseguono il “divulgatismo” culturale più vieto e fuorviante. Farò un confronto sintetico tra Alessandro il Grande, il presidente Harry Truman e  il generale U.S.A. William Westmoreland, comandante in capo delle forze americane nella prima fase kennedyan-johnsoniana della orrenda guerra del Vietnam, malefatta cosmica della democrazia occidentale del XX secolo, poi quasi pareggiata dal duo di dementi criminali Bush jr.&Blair con la seconda guerra del Golfo nei primi anni del terzo millennio.

Qualche giorno fa un signore, forse attento lettore di Focus e spettatore del millantatore Giacobbo di Voyager, “mi informava” che Alessandro, dopo l’uccisione nel 336 a.C. del padre Filippo II re di Macedonia, per assicurarsi la successione e realizzare il suo sogno di “conquistare il mondo”, fece uccidere parenti e affini, e quindi lo giudicava di una crudeltà inenarrabile. A quel punto gli ho chiesto che cosa pensasse della crudeltà di Westmoreland che usava il napalm sui villaggi contadini della nazione vietnamita e i B52 sulle città, che scaricavano bombe da due tonnellate da quota diecimila metri dal suolo, e sotto, laggiù, molte inermi persone, oltre ai guerriglieri Vietcong, morivano, non davanti a un gladio sguainato o per una freccia, ma schiacciati come pantegane, uomini, donne, vecchi e bambini. O era più crudele Alessandro quando inseguiva e uccideva i Persiani di Dario III già battuti al fiume Granico, a Isso o a Gaugamela?

O che cosa pensasse degli Alleati che bombardarono Dresda, o di Hitler, ah no lui, perché quello è già il cattivissimo, che attuò lo sterminio degli ebrei e distrusse Coventry, o del presidente Truman che scaricò due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki (massimo atto terroristico di ogni tempo). Chi più crudele? Alessandro, Truman o Westmoreland?

Il fatto è che vedere un campo di battaglia dell’antichità, come può essere stata Canne dopo lo scontro tra Annibale e i consoli romani Emilio Paolo e Terenzio Varrone sarebbe stata una cosa, mentre osservare il fungo atomico di Hiroshima dal B29 Enola Gay che -dopo lo sgancio- si allontana rapidamente, è un’altra: nel secondo caso il colonnello Tibbets non ha visto morti, feriti, bruciati, dissolti, mentre nel primo caso il valloncello di Canne era pieno di corpi dilaniati e la terra intrisa di sangue di almeno cinquantamila soldati uccisi dei due eserciti. Era crudele Annibale o il console Varrone, era crudele il colonnello Paul Tibbets?

L’errore del mio interlocutore sta nella visione anacronistica del giudizio morale. Se per noi cittadini del ventunesimo secolo infliggere la morte a un essere umano in qualsiasi modo, anche con la pena di morte, è inaccettabile, per il tempi di Alessandro non era così, poiché il valore di una singola vita umana era diverso dal valore che le attribuiamo noi. E’ stato il Maestro di Nazaret a spiegare all’uomo che ogni creatura, ogni anima, ha la stessa dignità incommensurabile di chi è stato “fatto a sua immagine” (Genesi 1, 27), ri-leggendo in termini umanissimi e davvero “nuovi” la crudelissima Bibbia, anzi il Primo Testamento dei Patriarchi. Dal lieto messaggio evangelico, in mezzo a mille contraddizioni, si è sviluppata l’idea del valore della vita umana, peraltro per quasi duemila anni proprio non curata dalla chiesa, anzi dalle chiese cristiane e dalle altre grandi religioni. Fu il pensiero laico settecentesco a riprendere illuministicamente questo valore, con il trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria (1764), mentre la chiesa di Roma continuò a tagliare teste (vero “santità” san Pio IX?) fino al 1870 (Agatino Bellomo).

Tommaso d’Aquino, sulla crudeltà in ambito bellico, scrive (Summa Theologiae, II II, q.20, 1 ad 3):

La guerra è giusta se ripara un’ingiustizia. Ma deve essere fatta con retta intenzione, con carità.

Si richiede che l’intenzione di chi combatte sia retta: e cioè che si miri a promuovere il bene e ad evitare il male. Ecco perciò quanto scrive S. Agostino: «Presso i veri adoratori di Dio son pacifiche anche le guerre, le quali non si fanno per cupidigia o per crudeltà, ma per amore della pace, ossia per reprimere i malvagi e per soccorrere i buoni». Infatti può capitare che, pur essendo giusta la causa e legittima l’autorità di chi dichiara la guerra, tuttavia la guerra sia resa illecita da una cattiva intenzione. Dice perciò S. Agostino: «La brama di nuocere, la crudeltà nel vendicarsi, lo sdegno implacabile, la ferocia nel guerreggiare, la smania di sopraffare, e altre cose del genere sono giustamente riprovate nella guerra».”

Riassumendo, la crudeltà è una specie di indifferenza alla sofferenza e al dolore altrui a volte confinante con il sadismo, cioè al piacere di infliggere questo male. Non sempre è quasi sinonimo di violenza, perché può configurarsi anche come mancato soccorso di una persona in pericolo. Rappresenta comunque sempre una manifestazione di pretesa superiorità di un individuo umano su un altro.

Forse è il caso di considerare altri tipi di crudeltà, quella dei serial killer. Che cosa accomuna l’elegante Ted Bundy al “mostro di Rostov” Chikatilo, all’uccisore di prostitute Donato Bilancia, al cannibale di Milwaukee Jeffrey Dahmer, a Landru, a John Wayne Gacy, alla contessa sanguinaria Erzsébet Bàthory, alla saponificatrice di Correggio Leonarda Cianciulli, ai fratelli Savi, se non la crudeltà assoluta, anche se in parte -come sostengono molti neuro-scienziati- connotata da tratti di follia. O quella degli orrendi macellai dell’Isis e affini, cui non intendo dedicare neppure una virgola in più.

E dunque la crudeltà umana appartiene a tutta la storia, ma va vista nella situazione data, nel momento storico, nell’etica creduta e nella filosofia del diritto del tempo esaminato. Quanto al suo essere un sentimento individuale deve essere esplorata dalla psicologia e dai saperi antropologici e filosofici.

In definitiva, non si può paragonare Alessandro il Grande a Hitler o al colonnello Tibbets, perché colti nel loro agire individuale in tempi e situazioni assolutamente diversi, nonché caratterizzato da intenzioni e giudizi soggettivi sugli esseri umani radicalmente differenti, ad esempio, sicuramente folli e crudelissimi nel caporale Adolfo.

Per questo sconsiglierei -per la cultura personale e la maturazione di un sapere etico certamente soggettivo ma ben documentato- di leggere riviste alla Focus e di seguire trasmissioni tromboneggianti come quelle del puerilmente minaccioso Giacobbo. Amen.

I terroristi sono infelici

Chi mi conosce o mi legge qui sa bene che non amo né il concetto, né il “nome” della felicità, perché mi paiono ambedue troppo ridondanti e soprattutto irrealistici. Come anche ultimamente ho scritto preferisco il termine “gioia”, gaudio, sentimento e stato psicologico che può convivere -intersecandolo e mitigandolo- anche con il dolore.

Seconda premessa: nel titolo vi è il termine “terroristi”. Ebbene qui non intendo tutte le fattispecie di “terroristi” che si siano mai mossi nelle vicende umane. Non intendo gli ebrei “zeloti” che combattevano i Romani, né i circoncellioni dei tempi di sant’Agostino, né gli ashasins arabi; non i militanti del “Terrore” rivoluzionario francese di fine ‘700, gli anarchici ottocenteschi alla Felice Orsini o Gaetano Bresci; non intendo i serbi della Mano nera (Gavrilo Princip ne faceva parte), e nemmeno quelli dell’Irish Republican Party militare; neppure gli ebrei di Stern e Irgun, di cui fu militante Menachen Begin, i GAP partigiani in azione nella Guerra civile italiana del ’43-’45; non mi riferisco né ai più recenti NAR, né alle Brigate Rosse o a Prima Linea. E infine forse neppure del tutto ai terroristi “intellettuali” alla Bin Laden o Mohammed Atta. Troppo diversi gli “attori” delle categorie citate sopra, tra le quali vi erano e vi sono terroristi in senso stretto (Al-Qaèda) e militanti politico-militari, che utilizzavano il “terrore” come estremo rimedio in situazioni limite (GAP, IRA?), o altre forze che terrorizzavano con chiari e spietati messaggi (Brigate Rosse).

Tutte queste categorie di terroristi hanno usato armi da taglio e da fuoco, messo bombe, compiuto attentati, con o senza intenti suicidiari. Qui, invece, mi riferisco all’ultima generazione di infelici che accoltellano, investono, fanno saltare auto e camion-bomba, si fanno esplodere, sparano per spaventare un mondo che odiano da tempo o hanno imparato rapidamente a odiare, e vogliono colpire nel suo stile di vita, nelle sue certezze, senza distinguere tra le vittime. Attentati in tutto il mondo, sempre più frequenti da oltre un quindicennio. Non dimentichiamo che comunque il maggior numero di vittime causate da questo tipo di terrorismo 2.0 post ventesimo secolo è di religione musulmana. Giustamente ci impressionano i quindici morti e i cento feriti di Barcellona, ma a Bagdad, Aleppo, Nairobi, Homs, Mosul, in Indonesia, in Pakistan, in Tunisia e in Nigeria, a Kabul e a Mumbay, Istanbul, Ankara, Sinai,  etc., le vittime si contano spesso a centinaia. Anche se teniamo conto delle Twin Towers nel 2001, di Atocha nel 2004, di Londra, Parigi, Bruxelles, Nizza, Mosca, Berlino e Barcellona, dove son morti europei e americani soprattutto, il confronto tra i due terrificanti bilanci non regge. In Asia e in Africa la filiera del terrore fa sempre più morti, spesso neri, sempre poveri e quasi sempre musulmani.

Ma noi europei (americani e australiani compresi) facciamo fatica a capire quello che sta succedendo, e come mai siamo pienamente coinvolti da questa terribile stagione di sangue e di morti insensate.

Molti oggi cercano di analizzare le tipologie socio-psicologiche di questa generazione di killer senza remore.

Che gli Occidentali abbiamo molto da farsi perdonare per le politiche coloniali dell’ultimo secolo e mezzo e fuori questione. Senza tornare all’Impero di Vittoria regina, basta che ricordiamo la follia dei franco-inglesi (accordo di Sykes-Picot) dopo la Prima guerra mondiale che definirono con riga e squadra i confini di Siria, Irak, Turchia, Iran, Libano, cioè di tutto il Vicino Oriente, con la nazione Curda presente in quattro di questi stati, o alla pazzia menzognera di Bush&Blair con la Seconda guerra del Golfo, o a quella idiotissima idea di Sarkozy, che nel 2011 volle morto Gheddafi, per comprendere qualcosa almeno, delle origini di questo sfacelo.

Che il mondo musulmano (e in particolare arabo-musulmano) abbia bisogno di una specie di “Rinascimento filosofico-religioso e politico”, che gli permetta di fare un passo in avanti nella separazione tra religione, società e politica è fuori questione, così come lo stesso mondo cristiano ha dovuto aspettare il diciannovesimo secolo per separare trono e altare,  bisogna riconoscere che su questa strada si sono incamminate, pur tra mille contraddizioni, diverse loro grandi nazioni, come il Marocco, l’Algeria, la Tunisia, l’Egitto (a proposito, se è indispensabile fare piena luce sul delitto Regeni, è pienamente legittimo e opportuno il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo), la stessa Indonesia, e che l’Iran stesso merita grande attenzione,  e la grande nazione turca pure, nonostante -appunto- Erdogan, ambiguo e cinico.

Non è credibile che questi ragazzi si basino “coscientemente” su un certo letteralismo violento presente nel Corano, testo scritto per popolazioni nomadi di un millennio e mezzo fa, probabilmente analfabete. Analogamente, ad esempio, almeno dai tempi di Origene, i cristiani sono in grado di interpretare i libri biblici in modo allegorico, come insegnava la “scuola alessandrina” di Clemente e Origene stesso, o tipologico, come insegnava la “scuola antiochena” di un Teodoro di Mopsuestia: in entrambi i casi il testo biblico, per dire quello del Primo libro dei Re, particolarmente connotato da efferata violenza, veniva visto come immagine o lezione divina che punisce il peccato dell’uomo in maniera esemplare, con un linguaggio diretto e popolaresco, proporzionato al comune sentire e alla etno-cultura e sociologia di quei tempi arcaici, i tempi dell’occhio per occhio, dente per dente, vita per vita. Lo stentoreo urlo di questi ragazzi Allah-hu Akbar, Dio è grande, ha un che di disperato e di infelice, per nulla prodromo e promessa di improbabili “paradisi” ultraterreni.

Veniamo ora un attimo al cuore del tema, al conflitto civile e intra-religioso siro-irakeno. Dopo la sconfitta e la morte di Saddam Hussein e l’implosione siriaca, il vecchio Partito Baath si è spappolato e migliaia di quadri politico-militari si sono trovati sotto le accuse del mondo. Dove sono andati? Hanno costituito il nerbo dell’Is (o Isis, se si vuole), ora in procinto di essere militarmente sconfitto. Ma, come sempre, dopo le guerre civili, che sono le peggiori guerre (Mario vs. Silla, Pompeo vs. Cesare, Ottaviano Augusto vs. Marco Antonio, la Storia non insegna proprio nulla!), la diaspora dei combattenti si disperde in mille rivoli di odio e di azioni dettate dall’odio, dalla mancanza di prospettive, da un nichilismo di fatto che nessuno riesce a recuperare, finora.

Oltre a costoro vi sono i foreign fighters europei, nordafricani e vicino-orientali, e magari anche ceceni o pakistani. Ecco, questo è il punto che riguarda questa fase in Europa. Bastano poche centinaia di individui che oggi definiamo “radicalizzati” per costituire una rete terroristica fatta di cellule più o meno indipendenti, ispirate dai messaggi semplici e ignoranti di un Al Bagdadi di turno. Giovani di periferia, spiantati, magari dediti alla piccola criminalità, perennemente connessi sui social, sempre più giovani e quindi indifesi dal punto di vista della più semplice logica umana.

Non mai sorridenti, talora irridenti, quasi a volersi prendere una rivincita verso questo mondo che li ha accolti, ma non come pensano “sarebbe stato giusto”.

Il mix ideologico-morale è micidiale: a) frustrazione, b) gelosia per modelli di vita diversi, c) spirito di vendetta, d) desiderio di mostrare la propria forza, e) nichilismo distruttivo e autodistruttivo… Il tutto su un sostrato di ignoranza micidiale, che rende vittime questi psichismi elementari facilmente indottrinabili e manipolabili da esperti predicatori dell’odio, in persona  e sul web.

Per questo nel titolo scomodo il tema dell’infelicità, come sentimento e stato psichico di frustrazione estrema, di delusione di se stessi, di autostima sotto i tacchi, di mancanza di ogni progettualità, di imitazione sterile e inefficace di altri modelli di vita. Rayban e kalashnikov allora stanno insieme, si tengono, come il consumismo e la impazienza di fare qualcosa di clamoroso e di “forte”.

Il fondo e lo sfondo di tutto questo è dunque una forma di in-felicità, come disprezzo di ogni fe-condità, che è la vera matrice di un equilibrio mentale e fisico, culturale e sociale, che possa definirsi, con qualche opportuna cautela, perfino “felicità“.

Per questo questi giovani e talvolta giovanissimi terroristi sono degli “infelici”.

Da qui dovrebbe partire una riflessione profonda in tutto l’Occidente, che deve difendersi anche materialmente con tutte le sue forze, ma anche con tutta la sua capacità culturale e politica, con tutta la sua immensa storia, con il dialogo e con la fermezza, con la collaborazione e l’affermazione dei principi di convivenza civile e democratica che anche qui da noi sono costati secoli di fatica, di dolore  di sangue, cui non si può e non si deve rinunziare.

Dove pedali ora Michele?

Caro compagno di strada,

la dura rampa di San Daniele l’ho dedicata a te, Michele, questo pomeriggio fresco e pieno di sole. Mentre salivo con il rapporto giusto e un po’ di dolore muscolare ho ricordato il tuo sorriso.

Te ne sei andato a trentasette anni, ancora fortissimo e speranzoso nel prossimo Giro d’Italia che avresti corso come capitano dell’Astana in assenza di Fabio Aru, tu che avevi vinto il Giro del 2011 al posto di Contador, perché chi guidava un furgone non ti ha visto. Un mese fa a me stava capitando la stessa cosa sulla rotonda di una nobile cittadina friulana, e il furgone io l’ho evitato. Non perché più agile di te, ma perché era più lento il mezzo. E son qui a parlarti con nostalgia. Mio papà mi raccontava di Serse Coppi, fratello del grande Fausto, anche lui investito per strada. Un giorno andrò al Portet d’Aspet sui Pirenei, dove la mala suerte attese Fabio Casartelli al Tour de France del 1995.

La nostra bici da strada, caro Michele, viaggia su due tubolari stretti e ci tiene su perché corriamo leggeri, nel vento, come antilopi. Noi che conosciamo la fatica e il dolore, tu molto più di me, caro Michele. Per te era la vita il ciclismo, per me un modo per manutenermi e per pensare, restando solo nel fruscio dell’aria che si fende.

Ciò che ci accade accade perché si incrociano destini, vite, camion, proiettili, fulmini, persone. La casualità è il modo di dire della nostra cecità, che ci impedisce di vedere le cause o di comprendere le ragioni di ciò che accade. La nostra visuale è ristretta, il nostro sguardo miope, la portata delle nostre forze limitata. E così siamo a questo mondo, foglie frali, oppure come d’autunno stan sugli alberi le foglie. Scusami le citazioni letterarie, caro Michele, ma vengono bene per dire la precarietà dell’essere a questo mondo, anzi l’inesplicabilità di questo esser-ci. Una volta che siamo al mondo può capitarci qualsiasi cosa, a partire dalla genetica, per continuare con l’ambiente in cui cresciamo e con l’educazione che riceviamo, e con le scelte che facciamo. E qui c’entra la nostra libertà relativa, caro Michele, quando decidiamo “a” invece di “b”, e non conosciamo mai prima ciò che comporta l’una o l’altra opzione.

Qualche logico scioperato potrebbe dire “e se stamane non fossi uscito ad allenarti alle 8, e se avessi ritardato o anticipato l’uscita, e se, e se, e se...”. Discorsi che non valgono nulla, sono perdite di tempo, sono ipotesi irritanti.

Siamo nel tempo con le nostre storie personali, che in parte sono incomunicabili, mentre è certo solo ciò che accade, ma dopo che è accaduto.

Considero tornando, un po’ di discesa e vento contrario, che a volte si trova disperatamente in salita. Il pomeriggio sta andando, come la mia bici al ritorno. Pausa nel paesino ai piedi delle colline e pensieri che vagano, grati per il respiro regolare, per la forza di tornare, preghiera silente rivolta a Chi non è condizionato come noi, caro Michele. Gli indiani d’America ti direbbero: pedala nelle celesti praterie del cielo, dove il grande Spirito ti ha accolto.

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