Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Dove pedali ora Michele?

Caro compagno di strada,

la dura rampa di San Daniele l’ho dedicata a te, Michele, questo pomeriggio fresco e pieno di sole. Mentre salivo con il rapporto giusto e un po’ di dolore muscolare ho ricordato il tuo sorriso.

Te ne sei andato a trentasette anni, ancora fortissimo e speranzoso nel prossimo Giro d’Italia che avresti corso come capitano dell’Astana in assenza di Fabio Aru, tu che avevi vinto il Giro del 2011 al posto di Contador, perché chi guidava un furgone non ti ha visto. Un mese fa a me stava capitando la stessa cosa sulla rotonda di una nobile cittadina friulana, e il furgone io l’ho evitato. Non perché più agile di te, ma perché era più lento il mezzo. E son qui a parlarti con nostalgia. Mio papà mi raccontava di Serse Coppi, fratello del grande Fausto, anche lui investito per strada. Un giorno andrò al Portet d’Aspet sui Pirenei, dove la mala suerte attese Fabio Casartelli al Tour de France del 1995.

La nostra bici da strada, caro Michele, viaggia su due tubolari stretti e ci tiene su perché corriamo leggeri, nel vento, come antilopi. Noi che conosciamo la fatica e il dolore, tu molto più di me, caro Michele. Per te era la vita il ciclismo, per me un modo per manutenermi e per pensare, restando solo nel fruscio dell’aria che si fende.

Ciò che ci accade accade perché si incrociano destini, vite, camion, proiettili, fulmini, persone. La casualità è il modo di dire della nostra cecità, che ci impedisce di vedere le cause o di comprendere le ragioni di ciò che accade. La nostra visuale è ristretta, il nostro sguardo miope, la portata delle nostre forze limitata. E così siamo a questo mondo, foglie frali, oppure come d’autunno stan sugli alberi le foglie. Scusami le citazioni letterarie, caro Michele, ma vengono bene per dire la precarietà dell’essere a questo mondo, anzi l’inesplicabilità di questo esser-ci. Una volta che siamo al mondo può capitarci qualsiasi cosa, a partire dalla genetica, per continuare con l’ambiente in cui cresciamo e con l’educazione che riceviamo, e con le scelte che facciamo. E qui c’entra la nostra libertà relativa, caro Michele, quando decidiamo “a” invece di “b”, e non conosciamo mai prima ciò che comporta l’una o l’altra opzione.

Qualche logico scioperato potrebbe dire “e se stamane non fossi uscito ad allenarti alle 8, e se avessi ritardato o anticipato l’uscita, e se, e se, e se...”. Discorsi che non valgono nulla, sono perdite di tempo, sono ipotesi irritanti.

Siamo nel tempo con le nostre storie personali, che in parte sono incomunicabili, mentre è certo solo ciò che accade, ma dopo che è accaduto.

Considero tornando, un po’ di discesa e vento contrario, che a volte si trova disperatamente in salita. Il pomeriggio sta andando, come la mia bici al ritorno. Pausa nel paesino ai piedi delle colline e pensieri che vagano, grati per il respiro regolare, per la forza di tornare, preghiera silente rivolta a Chi non è condizionato come noi, caro Michele. Gli indiani d’America ti direbbero: pedala nelle celesti praterie del cielo, dove il grande Spirito ti ha accolto.

Emanuele di Alatri

Caro lettore,

Emanuele è morto ucciso da un branco di delinquenti appartenenti alla gente “normale”. La statistica psichiatrica spiega che atti di questo genere sono commessi solo nel 10% dei casi da soggetti psicopatici, mentre il restante 90% è opera dei “normali”. Sarà anche che la violenza inter-umana è in declino rispetto al passato, come spiega nel suo classico libro in tema edito nel 2012 Steven Pinker, ma è difficile sopportare azioni come quella di Alatri. Gli specialisti della mente aggiungono anche che certi soggetti, se ottenebrati da alcol e droghe, in situazione di branco, abbassandosi radicalmente l’autocensura e la soglia critica morale, magari anche anempatici, possono diventare autori di nefandezze come quella di Alatri. E si è anche tentati di riprendere per mano un certo biologismo materialista alla Lombroso, o almeno alla Adrian Raine (cf. il suo Anatomia della violenza, Mondadori Università, 2016).

L’azione mala appartiene all’uomo e alla sua libertà. L’azione mala è compiuta dunque in piena responsabilità, ché quando si decide di bere o di drogarsi si sa di poter perdere del tutto o in parte il controllo delle proprie azioni. E quindi si decide di poter diventare dei criminali. I due maledetti bastardi, fratelli di 27 e 20 anni che hanno massacrato Emanuele ora meriterebbero di essere processati per direttissima, prendere l’ergastolo e chiudere il discorso qui, anche se avessero lesioni congenite orbito-frontali, ma così non accadrà, in questo stato di semi-diritto, di semi-democrazia, di paradossi giuridici, per cui chi delinque in questo modo è spesso condannato a pene risibili in proporzione alla gravità del delitto commesso, che in questo caso è aggravato dalla futilità e dalla crudeltà. In un contesto di omertà locale legata a una tradizione nefasta.

Detto questo d’impeto, rientro in un tono che mi è più consono. Quale è la lezione che si trae dall’ennesimo crimine contro la persona? Una lezione complessa, da equilibrare con cura, rifuggendo dai due estremi della colpa totalmente individuale e dalla colpa sociale, o sociologica che sia. Ho letto infatti alcuni commenti di benpensanti “politicamente corretti” alla Gianfranco Bettin, che, dopo avere fatto un rapido cenno alla responsabilità individuale dell’azione mala, si sono subito affrettati a buttarla sul sociale, sui cattivi esempi televisivi, sui linguaggi violenti etc. Tutto vero, ma non esageriamo. Conosco persone che hanno avuto infanzie disgraziate e che sono meravigliosamente umane, così come ne conosco altre, viziate e privilegiate, che sono esseri spregevoli. Si dirà: la sofferenza tempra e l’agio rammollisce. Vero anche questo, ma fino a un certo punto. E allora?

Il lavoro da fare è immenso, in una situazione in cui le agenzie educative sono indebolite e la cultura della responsabilità individuale piuttosto negletta. Non è né di destra né di sinistra riprendere un discorso fondato sull’antropologia reale, non su quella presunta, ipotizzata o auspicata. Se non si agisce con fermezza e lungimiranza nell’ambito educativo, la deriva attuale non potrà che peggiorare, sapendo che molte persone, ambienti e situazioni sono degradati a un punto tale da non consentire scorciatoie ottimistiche. Una disciplina fondamentale che potrebbe servire è la consulenza filosofica, così come è declinata nella modernità, sulle tracce di Socrate e Platone, dall’esperienza del professor Achenbach a quella di Phronesis, e quindi alla mia. Consulenza filosofica individuale e di gruppo, che gli Enti locali potrebbero promuovere, a partire dal Comune di Alatri: seminari e riflessioni sui valori umani, sulla pari dignità, concetti semplici da capire anche da parte di persone “normali”. In questo modo si porterebbero nell’ambito sociale sollecitazioni razionali, culturali e morali in grado di ristrutturare il pensiero. Ancora una volta l’intelletto e la ragione sono la dimensione e il luogo dove si può sviluppare la crescita interiore delle persone.

Forse occorrerebbe perfino, oso dire, una revisione dello stato di diritto nel senso di operare una sorta di contaminazione obbligatoria di buona cultura morale sociale nelle zone meno civili della nazione, magari imponendo insegnanti e pedagogisti provenienti da fuori, anche dall’estero, ben pagati e motivati. Occorre mescolare le carte, come un tempo faceva la leva obbligatoria, inopinatamente depennata dall’ordinamento. Idee di destra? Ma non fatemi ridere, sono solo idee nel vuoto pneumatico che ci affligge.

Ah, aggiungo una penultima: è apparsa sul web una infinita stronza vegana che ha postato la foto di Emanuele pescatore con una bella trota catturata e la didascalia seguente: “Emanuele è stato ucciso, e anche il pesce“. Ignobile.

E  un’ultima: il giorno stesso dell’omicidio un Gip romano ha rilasciato il più vecchio delle due carogne dopo una notte in guardina, perché gli avevano trovato in casa centinaia di dosi di coca, maria giovanna e hashish, ma siccome “era per uso di gruppo”, allora…

La sofferenza umana è plausibile o assurda?

Per un razionalista materialista il problema della sofferenza umana è presto risolto: siccome in natura tutto cambia, tutto si combina e si scombina e, quando tocca all’uomo che ha un bell’impianto nocicettivo, cioè capace di sentire il dolore, le cose non cambiano. Il dolore naturale ci sta, è presente, dal parto alla morte, passando per malattie e incidenti, per infortuni e aggressioni, per omicidi e guerre, per attentati e crudeltà di ogni genere.

Per un realista che crede a qualcosa di spirituale il problema è invece complicatissimo, perché interpella la presenza o l’assenza di Dio.

Hans Küng scrive a pag. 575 del suo Essere cristiani (ed. BUR, 2013) che Auschwitz costituisce lo scandalo massimo della storia umana anche come interpello a Dio, un Dio strano, che pare sordo e cieco di fronte a quell’azione. Pierre Bayle e Feuerbach prima, Nietzsche e Freud poi hanno smascherato un’immagine di Dio vendicativo, così come i dualisti manichei e Marcione, e tra noi oggigiorno anche Mancuso Vito, novello marcionita manicheo, novello Agostino junior, che vuole uccidere “Deus”-Jahwe, per tenersi il Dio padre buono di Gesù di Nazaret. Ma Dio, se è Dio, come può essere malvagio? Oppure parzialmente potente? O indolente?… se guarda e non interviene nel grande male? Questo si chiedevano i “maestri del sospetto” sopracitati.

Solo il grande Leibniz, sulle tracce di Agostino, ha provato a parlare di una teodicea, cioè una filosofia della storia dove Dio si manifesta nel tempo rispettando la libertà dell’uomo, e quindi la presenza del male si dà in vista di un bene futuro… Non facile da accettare.

In realtà, l’uomo ha bisogno di essere redento, per poter diventare sempre più tale, ominizzandosi. Credo fermamente che solo la redenzione giunge fin nei precordi profondi dell’umano, superando il fisico e lo psichico, e arrivando al vero strato profondo dell’umana filogenesi.

Forse può aiutare ancora, come da più di duemila anni, leggere Giobbe, che mostra come si può credere in modo incrollabile in Dio, nonostante il male stupido e inspiegabile. Il male non si spiega e neppure si interpreta, perché il male, come carenza di bene, appartiene al vero senza avere un’essenza. Il male è vero ma puramente esiste, senza essere.

E allora ha qualche senso anche l’assurdo, il sacrificio, cioè il rendere-sacro qualcosa, della Croce, il nazareno inchiodato e morente, abbandonato dagli uomini e anche da… Dio. Ma no, da Dio no.

L’insensatezza della morte di Gesù di Nazaret è l’unica spiegazione del male del mondo, che quella morte espia fino in fondo. Non c’è altro, se non l’assurdo. E perché non sia assurdo e anodino questo nostro stare al mondo, accompagnati dal dolore. All’uomo, a me a te gentile lettore, spetta di decidere: se la morte di Gesù sulla croce sia veramente l’offerta di senso che cerchiamo. Espiazione vicaria, spiegava a teologia il padre Cavalcoli, sbeffeggiato sul web da un branco di stronzi. Che altro può essere se non questo, il senso di ogni desolazione, dolore, sofferenza, mancanza, privazione?

La morte di Gesù il nazareno è segno della com-passione di Dio, che guarda alla nostra libertà, tentato di togliercela per il nostro bene, perché anche Dio è tentato dalla bontà, ma poi si pente e ci lascia liberi nell’errore, e perfino nel crimine.

Dio si pente, come è raccontato in tanti passi biblici, perché Dio è a nostra immagine, o al contrario, e a volte modello, o idea della grandezza e del limite.

Oh mio Dio, aiutami a essere qui a questo mondo cercando la verità su di me.

La coscienza morale è un lusso di questi tempi?

Qui, caro lettore, stiamo senz’altro trattando dell’accezione morale della coscienza, non di quella neuro-psicologica, che potremmo chiamare coscienza-consapevolezza d’essere esistentivo, o coscienza riflessa.

Nella storia umana piena di guerre sanguinose, di imbrogli e truffe, piena di superficialità, di ignoranza colpevole, di manipolazioni intellettuali e ottusa noia, non ultimo fomite di delitti e malefatte, anche se spesso sottovalutato, sembra veramente sia stato sempre e sia in qualche modo ancora un lusso avere una coscienza e ascoltarla.

Il dibattito su ciò che sia la coscienza morale è presente nella storia del pensiero occidentale da almeno due millenni e mezzo (in quello orientale da più tempo ancora), ma ha assunto una connotazione forte e distinta soprattutto con il pensiero di Platone e di Aristotele (cf. Etica a Nicomaco, etc.), ma anche delle “scuole” scettiche, stoiche e ciniche. Il pensiero cristiano, a partire dal riconoscimento della persona umana come valore in qualche modo assoluto (Vangeli canonici e Lettera di Paolo ai Galati 3, 28 come fonti principali) ha sviluppato il tema nelle sue varie declinazioni patristiche (Giovanni Cassiano, Giovanni Climaco, Agostino e Gregorio Magno tra diversi altri) e filosofiche (in primis con Tommaso d’Aquino), fino alla modernità (Kant, Marx, Nietzsche, etc.) e alla contemporaneità (Heidegger, Jaspers, Elisabeth Anscombe, Martha Nussbaum, Cornelio Fabro, etc.).

Secondo la dottrina classica la coscienza dovrebbe essere Lex aeterna in rationali creatura, cioè la capacità di “sentire” dentro che un’azione è buona o mala, che un detto è onesto o falso, che un apprezzamento è giusto o ingiusto, e così andando. La coscienza come voce interiore che, se non è zittita dalla crudeltà e dal cinismo, indirizza e giudica le azioni umane libere, per quanto possibile.

La coscienza va relata al tema della libertà, che a sua volta si declina in vari modi: da quello liberale classico del fare ciò che è consentito rispettando la libertà altrui (Stuart Mill, etc.), a quello edonista-emotivista del “fare ciò che si vuole”, a quello etico-personalista del “volere ciò che si fa”, con una sottolineatura forte del momento razionale e logico argomentativo della scelta morale.

 

Breve excursus storico-filosofico

Citiamo innanzitutto il Codice del re Caldeo Hammurapi del XIX secolo a. C., il Decalogo biblico (Esodo e Deuteronomio) e il Codice Levitico (VII/X sec): già in questi testi legislativi si riflettono un’etica umana rispettosa di certi limiti. La coscienza aveva cominciato a funzionare a livello giuridico-normativo e socio-politico.

E’ chiaro che la “misura della coscienza” va contestualizzata e storicizzata, perché la nozione del valore da attribuire alle cose, agli atti e alla vita umana è cambiato nel tempo, in modo diacronico rispetto ai vari luoghi abitati del pianeta. In ogni caso una carrellata non sistematica su fatti orribili accaduti nel tempo è utile.

Torno molto indietro solo con due esempi: la strage di Tessalonica voluta dall’imperatore Teodosio nel 390, convocatore cristianissimo del Primo Concilio di Costantinopoli e la strage di ebrei e musulmani perpetrata da Goffredo di Buglione e Raimondo di Tolosa il 15 luglio del 1099 a Gerusalemme. Si possono poi ricordare, tra le altre, le stragi degli Albigesi nel 1209 a Beziers (“Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”, la frase di un capo crociato, l’Amaury, a un soldato dubbioso), la notte di San Bartolomeo tra il 23 e il 24 agosto 1572 in cui vennero sterminati migliaia di Ugonotti (protestanti); i roghi di Bruno e Serveto; il genocidio degli Armeni perpetrato dai Turchi nel 1915; la morte per fame di milioni di contadini e i fucilati per paranoia del capo, sotto Stalin; la Shoah voluta da Hitler, Himmler e Heydrich; il bombardamento tedesco di Coventry; quello alleato di Dresda e del quartiere di San Lorenzo a Roma, fino ai due supremi atti di terrorismo di ogni tempo, il volo dell’Enola Gay autorizzato dal presidente Truman su Hiroshima e poi dell’altro B29 su Nagasaki.

Dov’è la coscienza di Gheddafi che ordina Lokerbie e quella di Sarkozy che vuole Gheddafi morto e scatena l’inferno; dov’è la coscienza di Saddam Hussein che gasa i Curdi e quella di Bush “il demente” e Blair “l’idiota” che scatena un altro inferno. E quella di Bin Laden?

Dov’è la coscienza di Parolisi che ammazza a coltellate la moglie per? non si sa… e quella dell’ometto bergamasco che uccide una bimba per eiacularle sopra; dov’è la coscienza di Stasi che ammazza la fidanzata (se è veramente colpevole, però!), e quella di Donato Bilancia che uccide diciassette donne; dov’è la coscienza di Leonarda Cianciulli che saponifica il prossimo; dov’è la coscienza di Chikatylo, e quella di Ted Bundy, o quella di Jeffrey Dahmer? E quella dei “soldati di Allah” che ammazzano a Londra, Madrid, Parigi, Bruxelles e Nizza. Soldati di chi? Quanta ignoranza, fanatismo, arretratezza… si tratta forse della diacronia nell’ominizzazione. Recuperiamo, via!, non solo il dato sociologico, ma anche un poco Lombroso o Adrian Raine (cf. Anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine, Mondadori Università, Milano 2015).

Abbiamo sentito dire che l’assassino “islamista” di Nizza era depresso perché la moglie lo stava mollando, ma dài, il depresso si suicida, non ammazza, beati giornalisti e buonisti del c.zo! Paranoico, forse (cf. Manuale Medico Diagnostico IV).

Come facciamo a chiamare “danni collaterali” i bambini, donne, vecchi uccisi dai bombardieri americani, francesi o russi, solo perché erano nei dintorni di un capo jihadista? E quella di Erdogan, democratico dittatore?

Dov’è la coscienza di Totò Riina e dov’era quella del giudice che condannava Enzo Tortora?

E l’elenco potrebbe continuare sine die, anche se il buon Steven Pinker ci spiega che la violenza è in declino (cf. Il declino della violenza, Feltrinelli, Milano 2012). Speriamo, ma il declino sarà lento e molto lungo.

in vinculis

Una dopo l’altra le porte blindate si chiudono dietro a me, tre, quattro, cinque… e forse basta.

Avevo atteso mezz’ora all’entrata perché il computer non partiva, e senza la conferma registrata della mia visita, non potevo entrare. Espletate tutte le formalità: deposito di tutti gli oggetti in stipetto chiuso a chiave (l’unico oggetto concessomi di tenere con me), compreso la catenina con il crocifisso, e “subìta” la perquisizione corporale, sono entrato.

Ecco il parlatorio. Sul muro un a-fresco, anzi un trompe l’oeil che rappresenta Bambi e i suoi amici, coloratissimo.

Attendo uno, due minuti, e arriva il mio vecchio amico di gioventù. Ho il tempo di riflettere un poco sul tempo: l’orologio a muro ha le lancette dei secondi ferme, ma funziona.

Abbiamo quattro ore abbondanti e parla quasi sempre lui, ha bisogno di esprimere la sua verità reclusa, intercalando il fluire dei discorsi con citazioni di film, di libri, di dottrine etico-politiche, di etica e teologia morale. Si parla del determinismo spinoziano e del volontarismo ottocentesco, di Hegel e di Heidegger, di Nietzsche e di Husserl, di Freud e di Florenskij, di Edith Stein e di papa Wojtyla, dei fratelli Bandiera e di Piero Maroncelli, della Baader-Meinhof e di Camilo Torres. Dei “crollisti”, rispetto al futuro del capitalismo, e dei gradualisti della Seconda Internazionale, della Luxenburg e di Karl Kautsky, di Piero Sraffa, Gobetti e Antonio Gramsci, di Labriola, di Croce e Gentile, di Emilio e Vittorio Sereni, di Piero Jahier e Scipio Slataper, di Ungaretti, Clemente Rebora e Leopardi, di Renzi, Mussi (perfino!) e Mussolini, di finanza e di economia, di Fellini e  De Sica, di lavoro produttivo e subappalti. Solo per dire alcuni titoli e argomenti, tra molti di più.

Il tempo a volte sembra volare a volte fermarsi, kairo-kronologicamente, agostinianamente, o come spiega David A. Armstrong, nel suo aureo libretto sulla Metafisica (edito da Carocci nella serie Quality Paperbacks, nel 2010).

Ganser è il nome di chi ha studiato questo parlare ininterrotto, inesauribile, come fonte che zampilla perenne da un’anima inquieta, da un sentimento fortissimo di presunzione anche arrogante, del vero. Provo a fare un lavoro di logica-argomentativa, di razionalizzazione, ma è arduo, devo interrompermi, devo ascoltare e quasi auscultare l’ansia da prestazione intellettuale, multitasking, rapsodica, melodica, nevrotica, metodica, a suo modo.

Si parla, anzi gli parlo di PNL, Programmazione Neuro-Linguistica, pericolosa modalità di manipolazione mentale, se non vigilata, utilizzata alla grande nel marketing della vendita multi-level, ma anche nei meandri dell’ingannevole web contemporaneo.

I muri sono spessi e il termosifone piccolo, qualche brivido di freddo ci fa cambiar posizione sulla sedia, e argomento. Si parla dell’università, di suoi interessi e di quelli di una ventunenne che mi vive vicino, di filologia medievale, del Burchiello e di Pietro Aretino, per dire come la cultura patria sia infinitamente ricca e varia, ammirevole per il mondo. Gli parlo del libro di A. Crespi, Storia d’Italia in quindici film, che gli manderò.

Gli propongo una riflessione che lo interessa: la distinzione aristotelica del principio di giustizia, tra quella generale, quella distributiva e quella di scambio (cf. Libro V dell’Etica Nicomachea), così come rivista cristianamente da Tommaso d’Aquino nella Secunda Secundae della Summa Theologiae. Gli propongo soprattutto la giustizia di scambio, dove il principio non è tanto quello di uno scambio tra valori come nel contratto per una prestazione lavorativa o una compravendita, ma tra due verità: nel suo caso tra i crimini commessi e l’espiazione ampiamente compiuta. Discorsi in itinere, durissimi, tra ciò che si è deciso di essere facendo cose, e ciò che si è stati determinati a essere dal contesto e dalle circostanze vissute. Tra responsabilità personale e flusso degli eventi, comunque lo si intenda, neurologicamente e socialmente, nel tempo dato.

E anche della coscienza abbiamo parlato, come luogo dove si incarnano i giudizi e le scelte, dopo la riflessione e il consiglio, o forse anche senza, talora, ma sempre luogo della vita e della sua verità fragile. E pensare che la coscienza dovrebbe (potrebbe?) essere la Lex aeterna in rationali creatura, cioè la capacità di “sentire dentro” l’anima che un’azione è buona o mala, che un detto è onesto o falso, che un apprezzamento è giusto o ingiusto, e così andando. La coscienza come voce interiore che, se non è zittita dalla crudeltà e dal cinismo, indirizza e giudica le azioni umane libere, per quanto possibile.

Si aprono di nuovo per me, a ritroso, le cinque porte blindate e torno all’aria aperta, aria di pioggia fredda, marzolina. Le colline umbre spariscono tra la bassa nuvolaglia.

Torno verso Bologna nella pioggia, mi fermo in un anonimo Hotel della catena Hilton convenzionato per me da un’azienda importante ove opero, a 70 euro. Non ci tornerò, troppo “americano” e banale nella sua grandeur spocchiosa e vaniloquente. E oggi al Convento di San Domenico, il seminario di Teologia della vita umana sui valori e disvalori dei nuovi modi di vivere e condividere, sulle famiglie e sugli affetti, sulla verità dell’uomo e i suoi limiti, sulla sua fragilità e sulla sua grandezza.

Dj Fabo, il valore della vita e la libertà

La foto del vicebrigadiere Salvo D’Aquisto sarà molto chiara al lettore, alla fine del post, e fors’anche ora, subito.

La morte in Svizzera di Dj Fabo e la sua aspra mediatizzazione riapre la discussione sul tema del fine vita, purtroppo svolta in un modo generalmente non riflessivo, dialogico e dignitoso per l’alto valore dell’argomento.

Personalmente ho seguito la scelta con rispetto e in silenzio, pur avendo sull’argomento alcune idee di etica filosofica, che non coincidono con l’itinerario percorso dal ragazzo. Ad esempio, altre persone hanno fatto scelte diverse dalle sue. In ogni caso, fossi stato nella sua situazione, non so che cosa avrei fatto.

Ma non vi è ragione o torto, vi è una condizione diversamente percepita, specie oggi che la possibilità di sopravvivenza dopo incidenti gravi o malattie irreversibili si è notevolmente allungata, ponendo quindi questioni e domande ineludibili sulla vita e la sua sostenibilità-accettabilità qualitativa.

Con Epicuro e con mio padre, so che la com-presenza della morte e della nostra coscienza è impossibile, e pertanto una riflessione seria deve ricomprendere insieme -come oggetto- la vita e la morte, come suo ultimo momento terreno.

Circa il valore della vita e della vita umana si scrive da millenni, in Occidente e in Oriente, con conclusioni molto diversificate: in Oriente la vita fa essenzialmente parte del Tutto divino ed è considerata proprio in questa prospettiva, dove l’individualità è un qualcosa che non possiede in sé valore particolare; in Occidente, per contro, con la grande filosofia greca e la lezione evangelica, la persona singola è assurta a una dignità notevolissima, quasi assoluta. La persona è il singolo uomo auto-cosciente, libero della libertà relativa al suo limite, specie se si declina il concetto di libertà come un “volere ciò che si fa”, non con il suo contrario.

Anche in Occidente, però, a partire dallo sviluppo delle filosofie soggettivistiche dal XVII secolo, ha progressivamente perso terreno la visione classica di una vita come dono, che si riceve e non si possiede del tutto, ma su cui si ha un mandato di tutela e conservazione (soprattutto per la dottrina morale cristiano-cattolica e ortodossa).

Si può dire che dalla lezione di Descartes, con un’accentuazione quasi parossistica a partire dal XIX e dal XX secolo, soprattutto con le filosofie politiche del liberalismo e del radicalismo di lì derivante, la scelta soggettiva-individuale sembra avere avuto ragione di ogni altra riflessione di merito sul valore della vita, come dato su cui non poter esercitare un diritto di possesso analogo a quello esercitato sulle cose.

Oggi si discute di fine vita intendendo spesso cose diverse, riferite ad almeno quattro o cinque orientamenti, qui proposti in un ordine, potremmo dire, sempre più “libertario”: a) cure palliative e lenitive del dolore, b) non accanimento terapeutico, c) cessazione di alimentazione e idratazione forzata o eutanasia passiva, d) suicidio assistito, e) eutanasia attiva.

Il tema del testamento biologico, che è di per sé una scelta etica e non solo biologica è all’ordine del giorno in Italia da anni, senza esito.

Detto ciò nella forma più stringata e netta possibile, osservo come si faccia una grande fatica a mantenere la discussione pubblica su un versante dialogico corretto e rispettoso, ma invece si proceda spesso con punte di violenza verbale e di qualunquismo pressapochista quasi insopportabili, come in certe trasmissioni radiofoniche, pur se di prestigiose emittenti, come Radio24. Questa sera, infatti, di ritorno da Bologna, ho avuto modo di ascoltare i dibattiti a dir poco surreali, e li definisco così per non parlare di un certo voltastomaco, de La zanzara. Impressionanti, soprattutto, le testimonianze di chi del fine vita sta facendo un lucroso business privato.

Tale Coveri, dell’associazione Exit, interpellato da un attore che si è finto depresso per verificare le pratiche suicidiarie in Svizzera, non si è visto rivolgere neppure una parola di conforto dal citato “misericordioso” esponente, ma semplicemente è stato reso edotto circa una maggiore complessità delle pratiche relative a propositi suicidi da parte di un depresso: cartelle cliniche di psichiatri, che però devono essere tenuti all’oscuro delle reali intenzioni del depresso, perché altrimenti (“quegli stronzi”, parole del signore di cui sopra) potrebbero edulcorare la diagnosi e porre così ostacoli alla procedura. E poi la parte economica: 10.000 euro tutto compreso, fino alla cremazione.

Un conduttore della trasmissione poi, non so quanto candidamente o quanto intenzionalmente, accentuava il concetto del servizio alla persona che, se non previsto dallo stato, ovviamente viene preso in mano dai privati.

Questi signori discutevano della vita umana come se stessero parlando di noccioline. Facevo quasi fatica a pensare di star ascoltando una trasmissione di larga audience, ma forse è proprio per questo che la trasmissione derivava in quel modo.

Nessun cenno alla cura della persona, all’empatia, all’amicizia, alla riflessione sui valori, sul bene, nulla. E mi son detto: quanto lavoro per la filosofia pratica in un  mondo che non ha più la forza di ragionare.

Infine Saviano che scrive una lettera di scuse degli italiani verso Fabo, una lettera di scuse!, ma chi si crede di essere? E Vespa l’immarcescibile, non passa, non va via.

Lo dico a chi mi leggesse e si trovasse in difficoltà: scriva a me non a quei signori qui sopra citati. Auguro una pace luminosa a Fabiano, e il dono del consiglio a chi non usa il ragionamento, ma la semplificazione e l’insulto. Buona notte.

Morire di lavoro, o esser morti dentro, di stupidità

Paola Clemente è morta di fatica, sfruttata da un caporale travestito da somministratore interinale. Lei, 49 anni, il 13 luglio del 2015 è morta di fatica nei campi di Andria, in Puglia.

Dodici ore al giorno per 27 euro di paga.

La Procura di Trani, dopo aver indagato ha proceduto a far arrestare sei persone per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, in base alla legge del 2016 contro il caporalato.

Sono stati arrestati il responsabile dell’agenzia interinale che pagava 2 euro e mezzo l’ora Paola, alcuni collaboratori e qualche altro delinquente che si occupava dei trasporti nei campi in condizioni bestiali.

Sul lavoro si muore da sempre, dalla costruzione delle mura di Gerico.

E dunque che le morti sul lavoro non siano una novità è noto, ma altrettanto noto è che da qualche decennio esistono normative molto stringenti a tutela della sicurezza e salute del lavoratori, ed esistono i modelli organizzativi e i Codici etici, di cui ormai molte aziende si sono dotate. Si può dire che questa attenzione ha fatto sì che negli ultimi trent’anni, in Italia, gli infortuni mortali per anno si siano ridotti di due terzi: da circa duemila nei primi anni ’80, ai circa seicento dello scorso 2016. Sempre troppi, certamente, ma il trend è positivo e va mantenuto.

Che cosa c’è di più a dire del caso citato? Che non solo le condizioni di lavoro erano disumane e disumanizzanti, ma anche il trattamento economico era sotto ogni minimo di sopravvivenza, in violazione della Costituzione e del contratto agricolo sezione avventizi. Una vergogna indicibile, segno di disumanità e feroce cinismo sfruttatore, segno di malattia sociale e di connivenze insopportabili, segno di lentezza burocratica nei controlli degli istituti e di addormentamento forse doloso degli stessi sindacati.

Il caso fa rabbia irresistibile e grande tristezza, attestando come vi siano ancora angoli del mondo, e della nostra stessa Italia, dove per anni si può impunemente maltrattare le persone fino a farle morire di inedia e di fatica. Mi auguro che i responsabili paghino il fio dei loro crimini davanti alla legge, ma ancora di più che si vergognino per il resto dei loro giorni.

 

Altro fatto. Follonica (Grosseto), 23 febbraio 2017. Tre dipendenti di un supermercato

“…hanno rinchiuso due donne nomadi in un gabbiotto dove si trovano i cassonetti per la carta, hanno ripreso con un telefonino le loro urla e gesti disperati perchè volevano uscire dalla improvvisata prigione, poi hanno postato il video sui social: per questo tre addetti di un supermercato di Follonica sono stati denunciati dai carabinieri ai quali le donne si sono rivolte dopo essere state liberate. La Procura di Grosseto ha aperto un fascicolo per sequestro di persona. La “prigionia” delle due donne, sorprese dagli addetti a prendere carta e cartone dai cassonetti, è durata pochi minuti ma il video postato su facebook ha totalizzato oltre 200mila visualizzazioni, tra cui molte approvazioni tipo mi piace. Nelle immagini si vede il gabbiotto e due degli addetti che ridono e dicono alle due donne, che si trovano oltre una parete del gabbiotto, di che non si doveva entrare in quell’area, mentre un terzo riprende la scena. Poi l’inquadratura si sposta sulla parte superiore del gabbiotto, coperta da sbarre, e si vedono le due donne urlare e disperarsi. Dopo la loro liberazione, quasi sicuramente ad opera degli stessi addetti, le due donne si sono rivolte ai carabinieri.” (dal web)

Se fossero stati rinchiusi due gattini o due cagnolini vi sarebbe stata la sollevazione del web.

In questo caso, invece, è apparsa l’autorivelazione della verità di Gauss: il centro e un lato della sua campana sono popolati da imbecilli, cretini, vigliacchi senza volto e senza onore, che infestano la rete come un’epidemia, uebeti followers di loro consimili (i tre dipendenti del supermercato).

Marco Pantani, o degli eterni essenti

Sale ancora la bici sul declivio/ Tra i raggi scintillanti del meriggio,/ Pensieri persi nella valle oscura/ Per cercare più in alto la tua pace.

Sul volto la vittoria pregustata,/ La prepari con un sorriso breve,/ Ma la strada non cede e sale ancora/ Fino sull’Alpe che il tramonto indora.

Hai negli occhi una rapida emozione/ Come se più il traguardo non ci fosse,/ E la malinconia lì ti prendesse.

Ma il cuore batte giusto e il sangue gira,/ Il vento dei tornanti giù ti attende,/ L’anima tua inquieta il tempo fende.

Scrivevo così, in forma di sonetto regolare, di Marco Pantani, quando correva, prima della tragedia, prima dell’inganno di Madonna di Campiglio in quel giugno del ’99 quando, dopo aver vinto Giro e Tour de France del ’98, si accingeva a vincere ancora. E presto in qualche modo pubblicherò questi versi, per lui, in suo onore.

Ora la storia sembra tornar fuori, come ha sempre chiesto la sua madre dolorosa, convinta che gli avessero ammazzato il figlio, dentro, con la provetta falsificata e il dato di eritropoietina a 50, 5. Squalificato.  Giro vinto ufficialmente da quel bravo ragazzo di Ivan Gotti. Anch’io ho l’eritropoietina a 49, naturale, perché faccio sport aerobici da quando avevo quindici anni. E’ come se mi fossi allenato sempre sui vulcani di Tenerife, perché non ho mai mollato, e sono diventato un signore in età, ancora capace di fare cento chilometri a trenta all’ora. Marco era un campione, un uomo intelligente, fortissimo e fragile, come ogni grande persona. Gli voglio bene, anche a nome di Pietro, mio papà, che mi raccontava di Coppi, di Bartali, e anche di Bottecchia, il nome della mia bici.

Quando Marco si alzava sui pedali e buttava via la bandana si sapeva che sarebbe partito, sul prossimo strappo, sul tornante duro, e se ne sarebbe andato, per arrivare prima, come diceva, per accorciare la sofferenza. Nessuno, a parte Fausto, di cui ho memoria nei racconti di mio padre e nella registrazione famosa di Mario Ferretti “…un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome Fausto Coppi“, mi ha emozionato così, come il grande campione romagnolo, leggero come un ramo di salice e forte come un’antilope.

E allora, siano maledetti in eterno quelli che hanno rovinato Marco, siano dannati nel più profondo degli inferni, come silenzio assoluto di Dio.

Ma io penso che, siccome gli eventi sono eterni essenti, anche il sorriso di Marco, anche i suoi muscoli serici e vibranti, anche le sue parole mai banali, siano eterni. Nulla finisce perché tutto sopravvive, anzi vive, nella struttura dell’altro, come una genetica dell’essere, come un filo rosso che congiunge il prima e il poi e poi ancora ciò che viene e ciò che deve venire, che non sappiamo, ma sappiamo che verrà, con una lacrima e un sorriso, anch’essi eterni.

Il treno di Viareggio, o di “uno spiacevolissimo incidente”, come ebbe a dire l’ineffabile ing. Moretti

…in una audizione in Senato dopo il disastro del treno lanciato a cento all’ora, dopo la palla di fuoco, dopo i 32 morti e le decine di feriti gravissimi, che portano ancora i segni della tragedia sulla pelle e nel cuore il dolore per i propri cari morti bruciati come Giordano Bruno o Domenico Scandella da Montereale.

Uno spiacevolissimo incidente” è la definizione consona per una lavatrice che si rompe e spande acqua per tutto il lavatoio, per una pentola che si rovescia, per una caffettiera che si brucia, per una strisciata sulla carrozzeria della propria auto, per una scivolata sciando che provoca una distorsione, per una rampogna disciplinare aziendale verso un campione aziendale, per una partita di serie A o D malamente persa, caro ingegner self-made Moretti! Non quello che è successo al SUO treno a Viareggio. Non si vergogna? Ma neppure un po’?

Altro che sentenza populista, caro avvocato D’Apote, sentenza neppur proporzionata al male accaduto (cf. concetto di epichèia, la giustizia giusta, in Aristotele, Etica Nicomachea, libro V), e tardiva.

Spieghiamoci: il legale rappresentante di un’azienda, come nel caso era Moretti di Rfi, ha anche una responsabilità in-delegabile, quella della sicurezza del lavoro nei confronti dei propri dipendenti e di tutti coloro che in qualche modo e a qualsiasi titolo hanno a che fare con le attività aziendali. Vi è di più: con il Decreto Legislativo 231 del 2001 è stata riconosciuta la responsabilità amministrativa e penale delle aziende se, per lucro, decidano di risparmiare sulla sicurezza del lavoro. Ed è il caso di cui parliamo, perché, ammettendo che i controlli sul materiale rotabile e le certificazioni dei vagoni noleggiati avessero dato esito rassicurante, resta l’inequivocabile responsabilità di avere permesso che un convoglio di tal fatta potesse viaggiare a cento all’ora tra le case. Per lucro, indubbiamente, che lei chiama risanamento del bilancio, vero?

Per precisare meglio: il legale rappresentante di un’azienda e datore di lavoro può delegare le attività di controllo della sicurezza e dell’ambiente a un suo Procuratore speciale, salvo la Valutazione dei rischi, la nomina del Responsabile della Prevenzione e Protezione (RSPP) e del medico del lavoro. Aveva valutato bene i rischi di una situazione quale quella del disastro? Non pare proprio.

Le più sicure ferrovie d’Europa, Moretti? Statisticamente? E allora? Spieghi la statistica ai sopravvissuti, dai.

Lei è quello che, su indicazione politica, da Prodi in poi, ha risanato le ferrovie italiane chiudendo centinaia di stazioni minori, togliendo linee che non fossero di business, eliminando tutte le sale d’aspetto, privilegiando quasi solo l’alta velocità (come quella del treno di Viareggio). Questo ha fatto, risanato, come fosse un capitano d’industria fordista-taylorista, e meno male che è stato nella precedente vita un sindacalista della Cgil, altrimenti chissà che cosa avrebbe fatto.

Perché non si toglie dignitosamente dai piedi, facendosi dimenticare, un po’ come dovrebbe fare Schettino? A proposito, lo stesso numero di morti. Notte, gentil lettore.

Una vergogna lasciar morire di freddo la gente per strada

stazioneSembra sia un fatto ineluttabile, per la politica e l’amministrazione di questa grande e talvolta idiota nazione italiana che, con questo freddo, muoiano per strada esseri umani, italiani e non italiani. Non so quanti siano, poche centinaia, migliaia, forse la Caritas e sant’Egidio lo sanno, non so se gli uffici pubblici degli enti locali sono altrettanto informati.

Non sto qui a fare la comparazione tipica della pubblicistica di destra, che sottolinea come per gli extracomunitari, profughi, etc. vi siano i 35 euro al giorno conferiti dallo Stato italiano alle strutture che li accolgono più o meno bene, ché richiede un altro tipo di discorso, più ampio, di etica generale, di socio-economia e di politica, ma mi limito al dato, al fatto che i senzatetto o senza fissa dimora, in queste condizioni muoiono, e a volte muoiono perché non vogliono separarsi dal cagnolino che gli fa compagnia, cui è interdetto l’ingresso nei dormitori.

Stamani ho letto su Libero un reportage interessante di Noemi Azzurra Barbuto, il racconto del chihuahua bianco che non sa di essere una povera cagnetta di strada, ma è felice con il suo padrone, un clochard bulgaro che non la lascia sola e preferisce rischiare l’addiaccio sotto un portico o in stazione, per tenerla al caldo del suo vecchi pastrano.

Non voglio neppure fare pietismi lacrimosi, perché la povertà radicale non è una cosa nuova, e può capitare a chiunque di trovarsi in difficoltà, specialmente quando mordono crisi economiche epocali come quella iniziata nel 2008. Non stai tanto a trovarti a dormire in macchina o in un sottoscala se ti separi, se perdi il lavoro, se ti capita una sfiga grande, magari in contemporanea con altre. Ciò non significa che si devono accettare, in posti come l’Italia, che possiede uno dei maggiori patrimoni immobiliari di proprietà del mondo e imponenti strutture collettive ora dismesse (caserme, etc.), che persone dormano per strada o dove capita, rischiando l’assideramento come i nostri poveri alpini in Russia nell’inverno del ’42.

Può essere questo un tema politico, oppure la politica è troppo impegnata nelle sue autoriforme che non arrivano mai? Che cosa volete che importi del modello elettorale che sarà scelto a chi, cittadino italiano, è perforato da mille punture di gelo, sottonutrito, sotto-idratato, sporco e senza speranza?

Su questo anche la sinistra politica è in generale sorda e muta, occupata a medicare le sue ferite da strapazzi e insensatezze oramai quasi degenerate. E questo mi addolora. Dove sono le Anna Kuliscioff, medico e socialista esule russa, compagna di Andrea Costa e di Filippo Turati, che curava gratuitamente bambini e donne povere? Chi sono le sue emule attuali, le Boschi e le Boldrini? Ma andiamo!

Potrebbe essere un progetto politico urgente quello di destinare un investimento congruo per questo fine: abbiamo centinaia di caserme di dismesse, di appartamenti sfitti, di immobili utilizzabili proficuamente, basterebbe la famosa “volontà politica” di pensarci e progettare qualcosa.

Vien proprio da pensare di nuovo che siamo solo all’alba di una vera ominizzazione, ancora, nonostante le tecniche genetiche, nonostante la ricerca astronomica, nonostante l’esplorazione delle micro-particelle, dell’energia oscura, nonostante stiamo vincendo molte battaglie contro il cancro e si studino con un certo successo le cause delle malattie degenerative, per combatterle al meglio. Nonostante.

Se come umani non riusciamo a mettere sul desktop delle nostre priorità la salvezza semplicemente di questi nostri simili, pari a noi in dignità, ma più sfortunati, allora vi è da pensare. E pensare, in sovrappiù, che qui siamo “cattolici”, cioè rivolti-al-tutto, secondo l’etimologia greca classica (katà òlon). Siamo storicamente secondo-il-tutto, nulla trascurando, e invece trascuriamo, trascuriamo molto della nostra umanità. Viene quasi da piangere.

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