Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Fascisti del 21o secolo (on.le Meloni!), non solo “cretini”, o “idioti” o “imbecilli”, anche se questi tre titoli si attagliano bene comunque a quei personaggi, e anche “ignoranti” e “facinorosi”. Il loro campione quel tipo nerboruto e un po’ grasso, tatuato e mezzo nudo davanti alla sede della Cgil in Corso d’Italia, e non evito di dire che questi “idealtipi” sono presenti anche in altri schieramenti estremisti…, uno dei campioni di questa crassa ignoranza (quasi incredibile) un po’ penosa, e dalla verbosità incagliata (non ha idea di che cosa sia la libertà e la responsabilità, ma dove è cresciuto?), è il capo dei camalli di Trieste Stefano Puzzer, che non sa neppure bene di stare a questo mondo, ma la situazione è comunque un po’ preoccupante a livello sociale e comunitario in questo momento della storia italiana, ingarbugliata e complessa

…e la Meloni fa pena quando dice che non ne conosce la matrice, mentre Lamorgese non si sa bene che capacità abbia. Pare scarsa, nel ruolo delicatissimo del Ministro degli Interni affari.

Tocca dirlo, perché i fatti non mentono. “Contra factum non valet argumentum“, cioè contro i fatti non servono chiacchiere, sosteneva Tommaso d’Aquino.

Ma qui il discorso non può fermarsi su un ministro che non riesce a fare quel “mestiere” grande e difficile. Sommessamente suggerirei al Presidente Draghi di invitarla gentilmente alle dimissioni. Salvini non c’entra neppure per un et nel formarsi di questa mia opinione. Come ti è noto, mio lettore gentile, non necessito di rinforzare le mie opinioni con quelle di Salvini. Mai. Quasi sempre è vero il contrario.

E vengo ai fatti. Un gruppo variegato non solo di facinorosi, ma di militanti violenti di estrema destra, nostalgici di fascismo e nazismo, aggregati alcuni sprovveduti e non della galassia no green pass e “io apro”, hanno attaccato alcune sedi della Cgil, tra cui quella nazionale di Corso d’Italia.

Ora il dibattito è anche sulla domanda se il Governo debba o meno spegnere Forza Nuova. Nella recente storia repubblicana si registra solo il caso di Ordine Nuovo, guidato dal dichiarato neo nazifascista Stefano Delle Chiaie.

Ci si deve chiedere se uno Stato, un Governo robusto dei crismi democratici, abbia bisogno di “abolire” un partitino violento, o meno.

Tra altro, tal deputato Pellini dei 5S afferma: “…noi sosteniamo che la violenza non debba stare al centro della politica“. Allibisco di colpo, e mi chiedo se per caso la violenza – di contro – possa stare alla… periferia della politica, siccome, secondo Pellini, non può stare al suo centro. Questi signori non si accorgono neanche di cosa stanno dicendo, e di quali effetti logici (e comici) provocano, in questo caso senza dubbio alcuno, involontariamente. Poverini.

Meloni invece, aggredendo una incertissima e ora chiaramente inadeguata ministra dell’Interno, letteralmente le urla intervenendo alla Camera: “Siamo di fronte a una strategia della tensione“, citando un archetipo notissimo della storia italiana dell’ultimo mezzo secolo, decisamente a sproposito. E poi insinua che la gestione dei tumulti sia stata studiata per mettere in cattiva luce la destra politica parlamentare.

Ora, io non saprei se si sia trattato di un diabolico disegno delle sinistre politiche coadiuvate dall’amministrazione della sicurezza pubblica, come ha sostenuto nel suo talk il giornalista Porro, oppure di grave dabbenaggine del Ministero degli Interni e della Polizia, ma ciò che è certo è che si è agito senza intelligenza e senza capacità di prevenzione del facinus della piazza.

I politici attuali hanno bisogno di studiare, perché sono tecnicamente e politicamente ignoranti.

Ciò che è successo e che cito nel titolo fa pensare però che la situazione sia in generale un po’ difficile e da prendere sul serio e per mano sotto tutti i profili, a partire da quello della formazione primaria.

Bisogna dare mezzi alle famiglie e all’insegnamento primario, perché negli ultimi decenni si è verificata una deriva che ha reso sempre più deficitaria la capacità pedagoggica delle due principali agenzie educative, la famiglia e la scuola.

Il risultato lo raccogliamo ora, con la presenza sulla scena pubblica, e la sua amplificazione mediatica, di uno scenario di impressionante ignoranza, in parte incolpevole e in larga parte colpevole.

Potrei dire che i due esempi sopra citati, quello del deputato Pellini e quello di Meloni rappresentano esemplificazioni chiarissime dei due tipi di ignoranza, almeno in qualche modo: a) se Pellini, deputato semisconosciuto e, prima di essere eletto dal fiume in piena grillesco-dimaian-dibattistiano ora contiano (ahimè), anch’esso frutto (quantomeno in parte) di ignoranza diffusa, del 4 marzo 2018, rinvia al tipo di ignoranza incolpevole, anche se Pellini potrebbe essere laureato; b) Meloni (anche se non ha una laurea, o uno straccio di laurea, finché non se ne meriterà una ad honorem, che si conferisce a chiunque, più o meno) invece rappresenta un’ignoranza colpevole, perché non si può dare un capo partito del poco meno 20% dei consensi elettorali, come da analisi socio statistiche delle attuali intenzioni di voto, che non sappia che cosa fu realmente, in tutta la sua pericolosità, la strategia della tensione dei decenni ’60/’70 del secolo scorso.

Non ci credo, non può essere. E allora si tratta di una provocazione, che fa forse il pari con quella che potrebbe essere un disegno delle sinistre, cui non credo, perché troppo raffinato per le intelligenze, pour dire, che guidano attualmente quella parte politica. Ahimè.

Il fatto è, come mi sottolinea l’amico Cesare che si trova da troppo tempo in ristretti orizzonti, che la complessità cui è giunta la società contemporanea non trova ancora item analitico-sociologici in grado di tentare, dico tentare, di descriverla. Non vi sono più le strutture democratiche classiche, o quelle sovietiche, o del periodo delle dittature novecentesche. Tutto è fluido, o forse, meglio dire (caro Bauman) intrecciato, intersecato, segmentato, cosicché non si riesce a proporre discorsi convincenti per le masse di cui parlavo sopra, perché non ci sono più.

Oggi ogni discorso viene colto in modo diverso da target differenti, per cui, oso dire, anche l’80% di vaccinati in Italia è qualcosa di molto importante, che forse significa e attesta ancora la presenza di una ragionevolezza diffusa.

Misteriosi passi nel buio

La ragazza camminava svelta nella notte. Aveva fatto tardi in una riunione di lavoro nel Centro direzionale della Città. Aveva fretta di tornare a casa a vedere dei bambini e perciò si affrettava con un passo che le era caratteristico.

Anche il suo modo di fare era noto a chi la conosceva, svelto, perfino sbrigativo.

L’uomo zoppicava un po’, perché era visibilmente anziano, molto. gli camminava davanti di una quindicina di metri, quando cominciò a udire il ticchettio di un passo veloce, non immediatamente identificabile.

L’inverno incipiente aveva fatto scappare a casa gli ultimi passanti infreddoliti, che avevano anche rinunziato a passare al bar per un ultimo cicchetto con gli amici. Era una di quelle serate, non freddissime per gradi Celsius, ma fredde perché un po’ ventose, un po’ solitarie, un po’ strane. I rintocchi delle otto di sera erano giunti dal campanile di San Marco che svettava sulla città con i suoi settantotto metri. La ragazza non li aveva neanche sentiti, perché i suoi pensieri erano rivolti ai due bimbi che la aspettavano a casa.

Di solito la scena di quel marciapiede cittadino, pure se collocato quasi in centro, era tipico di certi telefilm di paura o di certi thriller che preludono a un omicidio, magari di una donna.

L’uomo non sapeva che fare… non sapeva se rallentare per farsi superare, o accelerare per distaccare quei passi che lo inquietavano. Nel dubbio continuò con il suo passo incerto e in pochi secondi i passi che lo seguivano lo raggiunsero.

Il cuore dell’uomo era in gola, temeva, aveva paura, eccome! Ma in un lampo una figura svelta lo affiancò e o superò. Al che sospirò: “Auff, credevo che fosse un male intenzionatomeno male che è lei“. Allora la ragazza si fermò, si voltò e gli sorrise. Era una biondina snella, dal volto gentile. Aveva un fare diretto e la voce squillante.

Gli disse subito: “Mi scusi, non pensavo di spaventarla“. L’uomo rispose: “Noo, non si dia pensiero, sono io impressionabile, da tanti anni, deve sapere, con quello che ho passato da giovane…”

La ragazza si incuriosì e si fermò, guardandolo con simpatia, e gli chiese di che cosa avesse ancora paura. L’uomo le chiese se aveva un minuto e lei disse di sì. Allora l’uomo le raccontò con voce un po’ incerta che nel ’44 era stato catturato in una retata delle SS, identificato come ebreo, e portato in Polonia, a Majdanek, in campo di concentramento, dove sapeva che moltissimi suoi correligionari venivano uccisi. Lo aveva capito subito, lo sapeva da quando lo avevano messo a forza su un carro ferroviario blindato, con altre decine di disgraziati destinati alla morte.

Allora, settantasette anni prima, lui allora ne aveva diciannove, sentiva ogni momento il passo delle guardie del campo, e di notte lo spaventavano di più, lo terrorizzavano. Ogni momento pensava che sarebbe stato l’ultimo, l’ultimo giorno della sua vita. In giro vedeva fantasmi affamati e abbruttiti. Ogni giorno una persona, due, tre, dieci, un gruppo, spariva e non tornava più. Gli era rimasta solo una speranza: siccome aveva conservato ancora delle forze, continuava a tenere duro e a darsi da fare nei lavori che lo portavano a fare fuori del campo, con altri. Nel freddo dicembre polacco del ’44. Neve ovunque, comandi strillati con voci metalliche e qualche raffica. Qualcuno restava nella neve, con poco sangue visibile, perché il freddo fermava l’emorragia.

Si augurava di non perdere le forze al punto da farsi sparare sul posto, perché così facevano le guardie quando qualcuno cadeva a terra per debolezza o per un infortunio. Non poter continuare a lavorare significava morte. Si accontentava della sbobba che era il pasto, senza lamentarsi.

E così gli passavano i giorni. Terribili.

Ma una mattina di fine marzo, sentì urla, rombi di motori e cannonate, vide aerei con la stella rossa a bassa quota che volavano verso occidente. Era arrivata l’Armata Rossa e la libertà. Il ritorno in Italia fu lungo, mesi.

Si rifece una vita, cercando di dimenticare il terrore, la paura e il puzzo di morte dell’inverno polacco nel campo di Majdanek.

E smise di parlare. Saranno passati quattro o cinque minuti al più, e i due, il vecchio e la ragazza erano ammutoliti. Lei sorpresa e travolta dal un tumultuare di pensieri, che le lasciarono, paradossalmente, un senso di pace e di gioia. Lei poteva vivere, con i suoi cari, in una vita senza pericoli, in salute, in amicizia.

E anche l’uomo anziano, che quasi si scusò per quella che lui chiamò “perdita di tempo”. Ma la ragazza rispose: “No, sono io che mi scuso… ora vado, buona notte signore“.

Buona notte cara, rispose l’uomo“, e si separarono con un reciproco sorriso.

Non trovo più neanche un elettrauto, dove sono spariti tutti? A me, invece, il mio dentista ha disdetto l’appuntamento per l’igiene…, ma che cosa sta succedendo?

Il vaccino aveva evitato molti morti e la pandemia sembrava oramai in sonno. Aveva avuto il suo acme un anno e mezzo prima e aveva spaventato il mondo. Con un documento verdolino tutti avevano ripreso a girare dappertutto senza intoppi. Il lavoro e il reddito pro capite erano aumentati in modo inaspettato, perché tutti avevano acquisito una fiducia nel futuro che prima non c’era.

Sembrava che una società fino a un anno o due prima un po’ anchilosata si fosse risvegliata, e avesse ripreso di buona lena un cammino che ricordava i ritmi dei primi anni ’60 del XX secolo, quelli che vengono ricordati come anni del Boom Economico, che trascinò con sé anche uno sviluppo demografico superiore a ogni attesa, il cosiddetto Baby Boom.

Certamente il mondo aveva reagito in modo diverso al Sars-Cov2, si può dire secondo le possibilità: Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Canada, Australia e… Cina se la erano cavata abbastanza bene, gli Stati Uniti un po’ meno, perché sono nazioni più o meno doviziose di soldi, di scienza e di logistica, ma la Namibia, il Sud Sudan, il Niger, la Somalia, l’Afganistan, lo Yemen, l’immenso alveare dell’India e altri posti lontani avevano avuto un numero imprecisato di infettati e di morti.

Se le statistiche relative a infettati, malati, guariti e vaccinati potevano essere abbastanza credibili per il primo elenco di paesi, per quelle citate in seguito, no.

Il mondo era cambiato, ma la gente non aveva ancora compreso in che misura e modi fosse cambiato. Ai più, anche ai media e ai politici, rimasti al livello mediocre di prima della pandemia, non era chiaro ciò che avrebbe provocato la terribile e subdola malattia infettiva, che aveva decimato città e campagna,e non solo nelle nazioni meno sviluppate. Anche civilissime città come quelle dell’arco prealpino italiano avevano sofferto malattie e morte. Era ancora negli occhi di tutti il lugubre spettacolo degli autocarri militari che portavano nottetempo o nella scarsa luce del crepuscolo mattutino le bare dei morti nei cimiteri.

Anche il lavoro era molto cambiato. Si era cominciato a praticare, specialmente nel pieno della pandemia, il lavoro in remoto, o in smart work, da casa, soprattutto da parte di chi aveva mansioni impiegatizie, amministrative o tecniche che fossero. Oramai i potenti mezzi informatici e telematici permettevano collegamenti in tempo reale tra le sedi delle compagnie industriali, logistiche e commerciali e i luoghi di effettuazione del lavoro, la casa dei lavoratori.

Si sparse l’idea che pian piano tutto il lavoro si sarebbe trasferito a casa propria, perché, ciò che era già possibile compiere in remoto oramai era acquisito, mentre le attività che avevano fino a quel tempo richiesto l’intervento manuale dell’uomo, si stavano trasferendo rapidamente, tramite una innovazione tecnologica, informatica e robotica, sempre più a macchine gestite da intelligenza artificiale o eseguite da programmati e instancabili robot.

Ciò era già praticato da almeno un decennio nelle aziende chimiche e meccaniche più evolute, e si stavano sempre più espandendo.

Qualcuno, però, aveva cominciato ad accorgersi che c’era qualche problema.

Con un lavoro sempre più distaccato dalla sua origine organizzativa e gestionale, stavano cambiando anche altre cose: ad esempio, il rapporto con i colleghi di lavoro, oramai già da un paio di decenni rarefatto dai collegamenti informatici (le mail e i messaggini telefonici) e dalla loro efficienza. I più accorti tra gli imprenditori e i dirigenti, ma anche tra i lavoratori, i più attenti fra gli studiosi, cominciarono a percepire una sorta di incrinamento della qualità relazionale tra colleghi e tra i leader e i loro collaboratori. Si cominciava a non ricordare più bene i nomi dei colleghi, i loro volti, le loro voci, le loro famiglie, i viaggi fatti assieme, le affettività, le antipatie e le simpatie. Le persone non erano più persone, ma ruoli, mansioni, posizioni, nient’altro.

Oramai la voce umana, prima percepita con l’apparato uditivo, si stava limitando a qualche telefonata, ma più ancora a dei comunicati “vocali” inviati nella messaggistica gratuita in tempo immediato (più ancora che reale, cui le persone si erano abituati dallo sviluppo del web, cioè dai primi anni 2000).

Si stava perdendo di vista quello che storicamente, almeno dai trentenni in su, era stato il rapporto inter-soggettivo e interpersonale tra colleghi, con i collaboratori, con i superiori. Ma vi è di più: oramai una schiera di misteriosi ed eleganti criminali del web stavano hackerando indifferentemente obiettivi generici e mirati, con i loro tremendi ransomware, che si prestavano a ricatti di tutti i generi verso le malcapitate vittime degli attacchi.

Vi fu un periodo di barcollante incertezza.

La politica non sapeva che pesci pigliare, come normare queste novità estreme del lavoro, se e come e dove considerare soggetto fiscale i grandi web player, che ormai guadagnavano più dei maggiori gruppi industriali e commerciali del mondo.

Ma vi fu ancora di più: questo abbandono progressivo del lavoro dalle sue proprie sedi, mediante l’uso dell’automazione e della telematica sempre più spinto, costrinse gli istituti tecnici superiori e le facoltà tecniche a progettare e a programmare corsi sempre più intrisi di saperi innovativi guidati dall’intelligenza artificiale. Nelle università si insegnava solo con la semplificata e impoverita koinè inglese oramai in uso da decenni in tutto il mondo.

I beni della Terra interessavano i decisori solo come elementi e fattori di energie rinnovabili, anche se i combustibili fossili erano ancora le fonti prevalenti di energia. Persi negli algoritmi e nei diagrammi progettuali, i leader non si guardavano neanche più in giro, non apprezzavano più il Requiem di Mozart, la Nike di Samotracia, la Pietà dell’Opera del Duomo di Firenze di Michelangelo Buonarroti, gli idilli del conte Giacomo e le opere di Shakespeare o di Sofocle, il XXXIII Canto del Paradiso dantesco, ma nemmeno un tramonto d’autunno sulle Alpi o su una spiaggia amalfitana.

I giovani si iscrivevano a questi istituti formativi con sempre maggiore entusiasmo, quasi evitando, e certamente dimenticando, le facoltà di scienze umane, la filosofia, la psicologia, gli studi sull’uomo e per l’uomo, tutto l’uomo, corpo-anima-spirito dell’uomo, privilegiando la strumentalità e la mera efficienza, che diventavano da mezzo (indispensabile per ridurre la fatica delle persone…), fine. L’uomo non stava venendo – da… se stesso – più percepito come fine delle sue stesse azioni, ma come strumento reiteratamente destinato a innovare senza fine, in ogni settore, e senza alcuna domanda sugli effetti successivi di questa concentrazione sui mezzi divenuti fini.

L’effetto che, però, fece riconsiderare questa fanatizzazione del nuovo, fu un fenomeno inaspettato: comunque l’uomo, anche se ormai abitava in case caratterizzate dalla tecnologia domotica, non trovava più un manutentore, un elettricista, un elettronico, un idraulico, un barbiere, perché tutti gli strumenti per la vita casalinga erano (ritenuti) perfetti e esenti da ogni rischio di rottura.

Soprattutto coloro (ed erano ancora alcuni miliardi sulla Terra) che ancora non si erano troppo “domotizzati”, non trovavano più qualcuno che venisse ad aggiustare un rubinetto, a sbloccare uno scarico di cesso intasato,
un igienista dentale, non trovavano più un elettrauto, perché non tutti, anzi pochissimi, potevano disporre di Tesla da 65.000 dollari…

E allora scesero in piazza in tutto il mondo. I giornalisti si svegliarono dai loro beati sonni, seguiti dai politici. Gli studiosi riscoprirono Aristotele e Kant, e anche Freud e Jung, ma anche il capitolo Quinto del Vangelo secondo Matteo, quello delle Beatitudini, i Discorsi di Benares del principe Siddharta Gautama, L’arte della guerra (per non fare la guerra) di Lao-Tzu, e si fermarono a riflettere, perché forse avevano esagerato.

Il fatto è che questo racconto, nato da un sogno raccontatomi dall’amico Gianluca, si ferma prima che gli uomini e le donne (nel sogno) si rendessero conto che era un… sogno.

Meno male che era un sogno (premonitore).

Beatrice (Bebe) Vio mostra come la “gioia”, quel sentimento che in latino si dice “gaudium”, prevalga sulla “felicità”

Quando vedo o ascolto Beatrice (Maria-Adelaide-Marzia)-Bebe Vio, nata nel 1997, provo gioia. Provo la gioia che la ragazza mi trasmette con il suo entusiasmo, il suo sorriso, la sua eccelsa classe sportiva.

Pur essendo stata tormentata fin da piccola da una tremenda meningite che la ha mutilata, Bebe è una grande campionessa dello sport che si dice parolimpico, nella specialità della scherma, arma del fioretto, ma a mio parere si dovrebbe dire “dello sport”, e basta. Mi viene da pensare che se (uso l’ipotetica nonostante solitamente io rifugga da simulazioni a-storiche) avesse potuto usufruire dei suoi arti e di un corpo integro, avrebbe potuto imitare e seguire in grandezza sportiva l’immensa Valentina Vezzali.

Le sue performance mi offrono l’occasione di parlare della gioia, come sentimento positivo cui si anela sempre, anche se spesso si preferisce parlare di felicità… dopo di che ci si accorge che la felicità, intesa come stato di benessere gioioso continuo non si può mai dare, perché non c’è, non existe, cioè non sta dentro e fuori di noi.

Qualche giorno fa ho scritto dell’etimologia di felicità, che va fatta risalire alla radice sanscrita fe, che significa fecondità. Ecco, allora potrebbe darsi che l’etimo antico ci possa aiutare a darle un senso.

Nel caso della Bebe, dire che manifesta non solo gioia ma anche felicità di vivere, si può. Questa ragazza di ventiquattro anni, martoriata dalla sorte, da quello strano e incomprensibile (agli occhi e al sentimento) garbuglio di volontà umane, circostanze, genetica, ambiente… che a volte chiamiamo DESTINO, riesce a mostrare una felicità di vivere, almeno davanti alle telecamere, che fa provare ai lamentosi di ogni genere e specie, se riflessivi, un sentimento di vergogna e quasi di blasfemia, quando si lamentano, come si dice in Friuli, “di gamba sana”, che significa lamentarsi di inezie.

Devo dirti, caro lettore che, pur a volte soffrendo penosi dolori alle vertebre dorsali, lascito del tumore terribile che mi colpì quattr’anni fa, il pensiero di una ragazza coraggiosa come Beatrice Vio, mi aiuta a lamentarmi il meno possibile e mi ispira un po’ di vergogna se indulgo un pochino troppo nel lamentarmi, quando qualcuno mi chiede come sto.

Torniamo al sentimento della gioia, che ritengo più realistico di quello della felicità. Tre lustri fa, più o meno, con la mia carissima amica, la psico-pedagogista Anita Zanin, scrissi e pubblicai un volume che si configurava come una sorta di contro-manuale di pedagogia dell’età evolutiva. Ebbene, decidemmo di intitolarlo “Educare all’infelicità”, proprio per sottolineare la problematicità del termine, e per segnalare tutti gli “errori” educativi che gli “educatori”, genitori e insegnanti in primis, rischiano di commettere, se non tengono conto che non si può insegnare dall’alto ciò che andrà a costituire la struttura di personalità dei bambini, ma che si deve piuttosto “accompagnarli”, nella loro crescita, rispettando in ogni momento le caratteristiche delle piccole persone in evoluzione, dando loro delle dritte generali, ma soprattutto orientandoli con l’esempio e con la coerenza comportamentale.

Il volume, presentato a suo tempo durante la rassegna Pordenonelegge, ha avuto un certo successo, ma, abbiamo pensato che ciò sia avvenuto soprattutto per la paradossalità del titolo, con il quale abbiamo inteso pro-vocare curiosità, ma anche sottolineare, proprio ponendo un termine dal significato contrario della felicità, come questa condizione sia un tema arduo e largamente simbolico nella vita umana.

In-felicità certamente significa mancanza di benessere e di gioia, ma può anche favorire l’acquisizione di una consapevolezza che lo star-bene è una conquista della mente, della riflessione razionale e morale sui valori essenziali e non volatili, della vita.

Si può essere “felici” (virgoletto per restare nella logica del pensiero che qui cerco di esprimere), anche quando manca qualcosa alla nostra vita, ad esempio una parte di agio, un pezzo di salute fisica, una parte di sicurezza, solo se riusciamo a declinare questo “essere-felici” come una capacità spirituale di cogliere la gioia di vivere in (di) ciò che vale veramente: un rapporto sincero con l’altro, un sentirsi utile in una comunità, una capacità di ascoltare e di farsi ascoltare, una accettazione del limite nostro e degli altri, che è la condizione esistenziale più vera della vita umana, e di (e in) questo limite, una volta esplorato e còlto, sapersi ac-contentare.

Gli stivali di Re Vittorio

Toni, bundì, veiso timp?” (Friulano: Toni, buongiorno, avete tempo?)

Ai simpri timp par vo, sior sindic” (Ho sempre tempo per voi, signor sindaco)…

Toni zuet (zuet, in friulano, significava e significa zoppo, perché Toni aveva avuto in gioventù la frattura di una tibia mal curata, che gli aveva lasciato una zoppìa molto evidente) era il miglior calzolaio del paese, un vero maestro nel taglio della tomaia e nella sua applicazione alla suola.

Era metà luglio del 1915 e l’Italia era entrata in guerra contro gli Austro-Ungarici da un paio di mesi scarsi. Metà dell’enorme esercito italiano di un milione mezzo di uomini si era schierato sul fronte orientale, tra il Trentino e il Carso. Più di cinquecentomila soldati, ventenni, più o meno, di tutte le regioni d’Italia, si erano attestati nelle trincee friulane, dall’Alta Carnia alle Alpi Giulie meridionali.

Nel paesone poverissimo si era fermata una brigata di fanteria facente parte della III Armata, che era al comando di Vittorio Amedeo, Duca d’Aosta. C’erano due generali alloggiati nella Locanda al Cacciatore, con i rispettivi stati maggiori, mentre gli altri ufficiali, anche i sei o sette colonnelli comandanti di battaglione, erano stati collocati nelle scuole elementari, in piazza. I soldati, invece, erano alloggiati nelle tende piantate fuori dell’abitato, verso Udine, in una prateria fra i fiumi Taglio e Stella.

Il Sindaco, che era – al tempo – il Signor Conte di Codroipo, era arrivato nella botteguccia di Toni Pilutti insieme con un ufficiale, il colonnello Barresio, che il Sindaco stesso presentò, come aiutante di campo di Re Vittorio.

Toni si alzò con deferenza e ascoltò ciò che doveva chiedergli il colonnello:

Sua Maestà per questa notte resterà qui in paese… avrebbe bisogno che lei cortesemente gli costruisse un paio di stivali, si può fare? … per domattina.”

Era un ordine.

Toni, restando in piedi quasi sull’attenti, guardò il sindaco e poi il colonnello.

Annuì, dicendo sottovoce, rivolto al sindaco: “Ai di cjatà un corean bon, c’a no ai culì...” (Devo procurami del cuoio buono, che qui non ho).

Faseit ce c’al covente, Toni” (fate ciò che è necessario, Toni), chiuse il colloquio, sbrigativamente il Signor Conte, anche lui come il colonnello abituato a dare ordini.

I due signori si congedarono con un rapido “bune sere” (buona sera), mentre Toni già si guardava in giro per vedere se avesse a disposizione il materiale all’uopo per costruire la calzatura regale. Era stato prudente con i suoi interlocutori, perché il cuoio migliore era finito e doveva immediatamente provvedere a Codroipo. Attaccò l’asina al carretto e in un’ora scarsa era a Codroipo dal collega Fausto Bulfoni, con il quale da sempre si scambiava pareri e piaceri. Combinò. Era notte fonda quando si fece sull’uscio dove lo attendeva Mariute, sua moglie, con le mani sui fianchi e il grembiule nero sporco di polenta.

Eise chiste l’ore di tornà, on” (è questa l’ora di tornare, marito?). Toni brontolò qualcosa di incomprensibile e si si mise tavola. Mariute era al’ultimo mese della sua terza gravidanza, che pareva stesse andando a buon fine. Nel ‘9 era nata Enrica che sarebbe andata a marito con il Nobile possidente Massimiliano Gattolini, e nel ’10, era nata Anna che avrebbe sposato il fabbro milanese Aldo Morlacchi. Ora, Antonio Pilutti e Maria Biasutti aspettavano un bimbo, che volevano chiamare Pietro, come il nonno, che era morto a trentacinque anni in emigrazione, a Monaco di Baviera. E Pietro nacque il 5 agosto. Un bimbotto roseo e robusto.

La notte non fu di sonno per Toni, perché non aveva chiesto il numero dei piedi del Re. Schizzò fuori, come poteva, zoppicando, verso la residenza del sovrano e chiese di parlare con qualcuno che glielo sapesse dire. Il piantone, sconcertato, faceva resistenza, ma di lì, percependo la concitazione del dialogo, arrivò proprio il colonnello Barresio che, sentita l’istanza, si affrettò ad informarsi. Ed era tutto gentile con Toni.

Sentite, signor Toni… pardòn, il suo cognome?” e Toni disse in un soffio “Pilutti“, “sua Maestà porta il 39“. Era noto che Re Vittorio era alto (circa) un metro e cinquantatre, ma non lo si doveva dire in giro. Toni tornò alla bottega nella quale Mariute aveva provveduto a portare due ferȃrs (lampade a olio).

Toni non ebbe dunque modo di vedere i piedi del Re, come faceva di solito, quando riusciva a costruire scarpe e scarponi ai suoi clienti, solo con uno sguardo pieno di acribia calzolara. Toni era ritenuto uno degli uomini più intelligenti del paese, perché sapeva rispondere con saggezza ai quesiti che gli ponevano i molti frequentatori della sua botteguccia posta nella via principale, che portava il nome del papà di Re Vittorio, Umberto I, paesani, disoccupati e contadini, anche perché aveva una grande memoria. Vox populi sosteneva che conoscesse tutte le date di nascita e di morte di chi era sepolto in cimitero: in quegli anni circa tre o quattrocento persone.

Toni si premurò di mettere tutto il materiale necessario sul banchetto da lavoro e si mise all’opera. Prima di tutto iniziò a tagliare la tomaia, in misura abbondante, dopo avere segnato i bordi sul cuoio pregiato con una matita grossa; poi prese della gomma dura, del tipo “carrarmato”, cioè con tacche e sporgenze atte a grippare il terreno, e spessa due centimetri e cominciò a sagomare la suola. Poi si occupò del tacco che doveva essere più alto della suola di almeno un centimetro e mezzo. Per lui lo stivaletto avrebbe dovuto sopportare anche fango e pioggia, perché sapeva che Re Vittorio non era schizzinoso e si portava volentieri fino alle seconde linee della logistica.

Lentamente, ma con la precisione che gli era propria, gli stivali, più che altro degli scarponcini, prendevano forma. Quando il lavoro di aggiuntatura fu finito, ed erano già le tre del mattino, si diede da fare per la lucidatura, all’inizio con grasso di prima qualità,e poi con la crema da scarpe nera, fino a rendere la calzatura di un nero brillante.

Verso le quattro e mezza il lavoro era finito. Intanto Mariute si era alzata per andare a dar da mangiare al maiale e alle galline.

Cemut statu, femine, uè matine” (come stai, moglie, questa mattina?), chiese ruvidamente Toni alla moglie, e lei “Ce vutu, Toni, al è chi dentri e al scalze c’a mi pȃr c’al vueli vignì four subit…” (Cosa vuoi, Toni, è qui dentro che scalcia che mi pare voglia uscire subito…).

Mariute aveva portato al marito un caffè lungo fatto nel cardirin (pentolino), una fetta di polenta arrostita e una scodella di latte fresco. Nel cortile c’era qualcuno che teneva un paio di vacche, che producevano latte ad abundantiam. La famiglia Pilutti non pagava il latte mattutino, perché con i Parussini si erano accordati per “scambi in natura”: latte contro servizi di calzoleria e iniezioni che Mariute era brava a fare. Soprattutto al signor Giulio, diabetico fin dalla gioventù. Ogni giorno Mariute gli faceva l’iniezione, incombenza che tre decenni dopo sarebbe passata alla nuora Luigia, o Luisa, come la chiamavano le cognate Enrica e Anna, e la nipotina Lucilla, che veniva ogni estate da Milano, e voleva molto bene a “zia Luisa”, mia madre. Nel 1948 Luigia avrebbe sposato Pietro, mio padre.

Alle sette in punto, sentiti i rintocchi dell’ora dal campanile, Toni avvolse gli scarponi in un mezzo sacchetto di juta e si affrettò verso la “residenza” reale. Il piantone, che era cambiato rispetto alla sera precedente, provò a fare storie, ma piombò lì come fosse un falco di palude il colonnello Barresio che esclamò: “Signor Toni, benvenuto! Fatto tutto, allora? Mi attenda qui che vado da Sua Maestà per farli provare…” “Sì, si“, rispose pianamente Toni.

Un trafelato Barresio tornò all’ingresso in un paio di minuti esclamando mentre ancora doveva fare una rampa di scale: “Toni, Toni, signor Toni, sua Maestà vuole salutarla e ringraziarla personalmente. Venga, venga su…

Toni si incamminò per le scale, finché si trovo sul pianerottolo il Re in persona che volle dargli la mano. Gli disse solo un “grazie signor Antonio, Pilutti, vero?“, e Toni rispose “Sì, Maestà“, e percepì che quel “grazie” era sentito. Il fatto che avesse voluto ringraziarlo di persona lo aveva colpito, perché Toni aveva qualche conoscenza storica e sapeva che di solito i re e gli imperatori non si “abbassano” a parlare con la servitù, peraltro d’occasione, salvo le tate e le balie, ma questo era compito delle consorti. Toni era alto un metro e settantotto, un gigante per quegli anni, e sovrastava il Re di quasi tutta la testa.

L’incontro durò forse una ventina di secondi. Poi Toni prese a scendere seguito dal colonnello, che aveva già preparato il compenso, il cui importo non aveva chiesto a mio nonno. Lasciò in una busta una banconota da cinque lire, che potrebbero corrispondere a circa tre o quattrocento euro attuali.

Non aveva aperto la busta se non a casa, davanti a Mariute, che rimase senza parole, contenta, meravigliata. Le lasciò quasi tutti, quei denari, per sé tenne pochi centesimi per il tabacco da naso e per due sigari che si concedeva ogni domenica e duravano fino al sabato successivo.

Quel giorno Toni si mise al lavoro solo verso le dieci, ché doveva rabberciare scarponi militari e preparare anche un paio di scarpe da festa per la Signora Contessa.

Le due brigate si spostarono dal paese il giorno dopo, e Toni seppe che erano state schierate sul Monte Sabotino e sulla Bainsizza. Pensava che molti non sarebbero tornati a casa, e benedì la sua zoppìa che lo aveva reso inabile a vestire l’uniforme per la Patria.

Agli amici che lo venivano a trovare diceva: “A no mi plȃs nencje chiste guere, a mi sa che a vignaran plui indenant i Mongui a fa bevi i cjavai ta la fontane in plaze” (Non mi piace nemmeno questa guerra, sento che più avanti verranno i Mongoli ad abbeverare i cavalli nella fontana della piazza).

Ebbe quasi… ragione: trent’anni dopo, non i Mongoli, ma i cavalli dei Cosacchi dell’Atamàn Krasnov, si abbeveravano nella fontana della piazza di Rivignano.

Diritti e sovranità: la “lezione” dell’Afganistan

Il prof Strazzari della Scuola S.Anna di Pisa mi suggerisce una comparazione non consueta, quando si parla di diritti, quella fra diritti e sovranità. Di sicuro, una prospettiva riflessiva del genere non mi sarebbe mai arrivata da un’onorevole Cirinnà, o da Letta, Boschi, Dimaio, Fico, Guerini, Gelmini, Salvini, Renzi, Meloni, Letta, Di Maio, e tanto meno da Conte Giuseppe, etc. Questi signori e signore, professionisti/e della politica, non sono in grado di declinare concetti e riflessioni al di là della solita banale lezioncina che preparano per le interviste, campioni universali dell’annoiamento del prossimo. Immaginatevi una on.le Cirinnà che fa un discorso sui diritti non disgiunto dal tema della sovranità. Ipotesi per absurdum. Purtroppo, dico, ché non mi rende lieto la constatazione della povertà umana e culturale strutturali di questi soggetti dell’attuale politica italiana. Se dovessi elencare politici veramente degni di rispetto, in questo momento mi fermerei solo a Draghi e a Giorgetti, tra le figure più in vista.

Per tutti costoro, al “sicuro vitale” (vitalizio sicuro) costituito da stipendi faraonici e immeritati in quanto sproporzionati rispetto al loro valore professionale reale, al sicuro di uno Stato come l’Italia, dove funziona uno dei migliori welfare del mondo, e una legislazione costituzionale garantista e saggia, parlare di diritti&diritti è comodo e per nulla faticoso. Parlo del sintagma diritti&diritti, perché queste persone fanno fatica a declinarlo cambiandolo in questo modo, nobilmente mazziniano: diritti&doveri.

I doveri, come concetto politico-morale, sono stati pressoché silenziati – da almeno quattro decenni – nella dialettica politica e pubblicistica italiana, salvo che da qualche rara vox clamans in deserto come (umilmente) la mia.

Se nel ’70, in Italia, l’emanazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori (Legge 300) ha riequilibrato la qualità dei rapporti tra datori di lavoro e lavoratori, e nel decennio successivo si è sviluppata la legislazione che ha dato alle donne legittimi diritti finora negati, nei decenni che seguirono si è teso ad esagerare nella sottolineatura dei soli diritti, a volte confondendoli con bisogni soggettivi, anche fortemente voluttuari, i desideri e le aspettative. Mi spiego: io condivido che ogni persona possa manifestare e vivere la propria sessualità come la sua natura e cultura esprimono, e che nessuno possa permettersi di discriminarla, ma non condivido che si sviluppi, ad esempio, la maternità surrogata, perché qualcuno che non può o non vuole avere figli naturali, li possa comperare, perché non si dà, razionalmente ed eticamente (se vogliamo declinare un’etica scientifica e razionale semplicemente occidentale) un diritto di avere un figlio, ma un desiderio, un dono, una aspirazione.

Queste persone, se hanno forte il sentimento genitoriale, adottino bambini e bambine che abbisognano di una famiglia. E anche l’adozione, a parer mio, non può essere indiscriminatamente concessa a chiunque e qualunque tipo di coppia.

Sarò chiaro: ritengo inadeguata sotto il profilo pratico, e immorale sotto quello etico, l’adozione da parte di una coppia omosessuale, per ragioni evidenti di pedagogia sessuale della coppia e di qualità relazionale dei bimbi nei confronti dell’esterno. Ovviamente molti (spero non troppi) non la pensano come me, e mi piacerebbe poter dialogare con costoro evitando accuratamente gli ideologismi, ma penso ciò sia molto difficile. Mi fermo qui, perché ho parlato più volte di questi argomenti in precedenza. e vengo al tema proposto da Strazzari: il rapporto tra diritti e sovranità.

Anche su questo tema ci vengono in aiuto tre discipline filosofiche: l’antropologia filosofica e quella culturale, nonché l’etica o filosofia morale, il cui interpello non può essere evitato, pena il decadimento nell’ideologia militante à là Cirinnà (non si pensi che io ce l’abbia con questa signora, ma i suoi comportamenti e detti ufficiali di questi anni, mi portano a questa conclusione: la politica pidina non mostra attenzione o particolari conoscenze dei fondamenti delle tre scienze filosofiche citate, e con e come lei, moltissimi professionisti/e della politica).

E dunque parto dalla Filosofia morale. Analizzando le varie scuole di Etica sviluppatesi nei secoli, da pensatori greci in Occidente, e dalle filosofie religiose orientali del Buddhismo, del Confucianesimo e del Taoismo, si possono dare varie e diverse sensibilità nel giudizio sulla ricerca del bene: dall’utilitarismo all’edonismo, dall’emotivismo al prescrittivismo e deontologismo, dal culturalismo al finalismo, in ciascuna delle quali si sottolinea un particolare aspetto della qualità dell’agire umano nei confronti di se stessi e degli altri: dall’agire solo per la propria convenienza, all’agire solo per il rispetto della legge, all’agire nel rispetto di usi costumi e tradizioni (ogni lettore può attribuire la “scuola” sopra citata a ogni comportamento), all’agire per il rispetto integrale dell’essere umano (finalismo).

La cultura politica occidentale, partendo dal pensiero greco-latino, e poi evangelico-cristiano, che ha dato valore incommensurabile alla persona, è giunta, tramite l’illuminismo di Montesquieu, Beccaria e Kant in primis, alla nozione etico-politica di una giustizia che tenga conto dei diritti umani essenziali di tutti e di ciascuno.

Di contro, in Oriente, la persona singola non ha mai acquisito un valore comparabile a quello della cultura occidentale, perché il singolo essere umanoscompare sempre nel tutto, l’atman nel brahman, ad esempio nell’induismo.

Vengo dunque al tema afgano, ma che si può mutuare se si parla di altre zone critiche del pianeta, come la Somalia, il Sahel, il Niger…

Come è possibile che 75/ 80.000 miliziani taliban giungano a Kàbul (si pronunzia Kàbul, non Kabùl, così come si pronunzia Sinài, non Sìnai) in poche settimane, in una nazione di 35 milioni di abitanti e un esercito ufficiale nazionale di 300.000 uomini, se non ci fosse una sostanziale adesione della maggior parte degli abitanti? Si è trattato solo di rassegnazione, di stanchezza per decenni di conflitti? Non lo credo realistico, come condivide anche il citato collega pisano.

Si tratta dunque di fare un’operazione culturale e dialettica che metta in campo, non solo il tema dei diritti, ma anche quello della sovranità! Chi comanda in Afganistan, i portatori del verbo occidentale, o la popolazione locale, che non conosce la democrazia parlamentare? Come si conciliano questi due aspetti? Anzi, si possono conciliare tramite semplificazioni ed accelerazioni politico-militari? Domanda retorica. No.

Ovvero, si potranno conciliare solo con e dopo un paziente lavoro dialogico e collaborativo, dove filosofia, religioni, psicologia sociale, sociologia ed economia collaborino per trovare piste e metodi di riflessione comune, senza la frettolosità tipica dell’economia e soprattutto della politica attuali.

Sotto il profilo macro-politico occorre riformare profondamente e l’Onu e la Nato, attribuendo a questi due organismi prerogative che non siano, nel primo caso, di pressoché solo emissione di ottime perorazioni di principio, e la seconda al fine di costituire una forza militare veramente sovra-nazionale oltrepassando l’egemonia statunitense. Altro vi sarebbe da dire, ma qui non proseguirò, riservandomi di farlo in futuro.

Con e tra le varie culture e nazioni, occorre sviluppare un dialogo rispettoso ma fermo, prima che sui diritti, sui valori, poiché non sono concepibili diritti umani e civili se non sulla base di una adesione previa a valori condivisi. Vedi, mio gentile lettore, se non si conviene che l’etica deve riguardare il rispetto di tutti e tutte, in ogni senso, territorio e settore della convivenza umana, ogni discorso sui diritti resta privo dei fondamenti. Mi pare ciò sia di non poca importanza, per dirla con calma.

Ripeto: senza una condivisione sostanziale dei valori, i diritti scadono a una mera elencazione di desiderata, che cambiano nei momenti e nei vari territori. Anche qui un esempio fattuale di questi giorni: se non si concorda con i Taliban, ma anche con i pashtun di Massud jr., e con i Pakistani, i Cinesi, i Russi, gli Americani, i Libici, gli Irakeni, i Turchi, gli Egiziani, gli Inglesi, gli Israeliani, i Persiani, etc., anzi con le classi direzionali della politica di queste nazioni, che il valore primario è l’uomo e la sua tutela totale e integrale, ogni discorso sui diritti diventa fasullo e addirittura inutile e fuorviante.

…e poi, occorre coniugare diritti e doveri, sintagma indissolubile della condivisione umana della vita su questa Terra. I doveri sono lo specchio specchiante dei diritti; senza i doveri i diritti diventano meramente declamatori e scorciatoie retoriche di una moralità soggettivistica ed egoista. Altre strade non vi sono.

I Talebani mostrano l’ignoranza storica, antropologica e culturale dei politici e dei militari occidentali, anche se vent’anni di guerra e di presenza di americani, inglesi e italiani ha dato un contributo indistruttibile al cambiamento culturale di quel popolo

La prima domanda che ci si deve fare quando si approccia una cultura radicalmente diversa è. “Chi sono costoro? Come la pensano? Che valori hanno? Che priorità? Che storia hanno? Hanno di che vivere? In che cosa credono?”

Sono le domande “antropologico-filosofiche”, che attengono la dimensione più alta e profonda dell’antropologia scientifica.

Vi pare, cari lettori, che, prima gli Inglesi, poi i Sovietici e infine (parlo solo del’età contemporanea) gli Americani, si siano fatti queste domande in profondo?

Domanda retorica, con risposta incorporata: no. Né i “colti” Inglesi di Oxford e Cambridge, né i potenti Sovietici, né, infine, i grezzi Americani si sono fatti queste domande. Forse solo i militari italiani hanno una qualche formazione in tema, e difatti sono i meno sgraditi in queste e altre zone di guerra. Per noi sono lontani i tempi del nostro crudele e goffo imperialismo coloniale savoiardo e fascista.

Vengo al dunque: da decenni, almeno sei o sette, l’Occidente, con in testa gli USA, pensano che i popoli dell’ex Terzo mondo debbano essere istruiti alla democrazia parlamentare, con le buone o con le cattive (quasi sempre con le cattive).

Proviamo a capirci qualcosa.

La capitale Kabul è da sempre un crocevia dell’Asia centrale, un punto di snodo ineludibile per i mercanti e i viaggiatori. L‘Afghanistan da millenni è stato continuamente invaso da vari popoli, tra i quali si possono citare gli Indoariani, i Medi, i Persiani, i Greci d Alessandro il Grande, i Maurya, gli Unni, i Sasanidi, gli Arabi, i Mongoli, i Turchi, e infine i tre potenti già citati. Nessuno di questi popoli e stati riuscì, però, nel tempo, a mantenere un costante e lungo controllo su quel territorio.

Si può ricordare che tra il 2000 e il 1200 a.C. giunsero gli Arii parlanti lingue del ceppo indoeuropeo, da cui la radice del nome Aryānām Xšaθra, o “Terra degli Arii”. Anche le dottrine filosofico-religiose di Zoroastro (o Zaratustra) pare abbiano avuto origine da queste parti, mentre gli antichi abitanti di quei secoli probabilmente parlavano la lingua avestica, come gli abitanti della Persia orientale, e a nord-est il battriano, probabilmente l’idioma con cui ebbe a che fare lo stesso Alessandro il Macedone. La sua Roxane pare fosse una principessa della Bactriana.

Poi, dal sesto secolo a. C. arrivarono i Persiani, prima di essere sconfitti da Alessandro. I Seleucidi seguirono, con lo sfaldarsi rapido del grande impero ellenistico. I Romani, invece, con Traiano, non superarono mai la linea che oggi divide l’Irak dall’Iran.

Il Buddhismo arrivò nella zona con i Maurya, ma nei secoli successivi, più o meno dal I secolo a. C., si succedettero Parti (i popoli con cui si scontrò proprio Traiano), gli Sciti, gli Unni fino ai Sasanidi, che ebbero molto a confliggere con l’Impero romano d’Oriente.

Nel VII secolo fu la volta degli Arabi che portarono l’Islam, facendo dipendere quei territori dal grande Califfato di Bagdad. L’Afganistan allora era diviso tra regioni con diversi nomi, come lo Zabulistan, il Badakhstan, il Khorasan, etc.

Con il tempo molta parte della popolazione si convertì all’Islam, anche se minoranze zoroastriane, manichee e buddhiste sono attestate fino a oltre l’anno 1000.

Successivamente l’Afghanistan fu retto da regni come quello Ghaznavide (962-1050 circa), che durò fino all’arrivo dei Turchi Selgiuchidi, colà giunti nel XIV secolo, per poi spostarsi a conquistare la penisola anatolica, fino a far terminare nel 1453 l’Impero romano d’Oriente, con la presa di Costantinopoli.

I Mongoli non trascurarono quelle plaghe e nel 1220 circa vi giunsero guidati da Gengis Khan, mentre Tamerlano (Timur Lenk, Timur lo zoppo) ivi giunse circa duecent’anni dopo.

Con i discendenti di Tamerlano si sviluppò il regno di Herat, che fu un centro di enorme importanza culturale, là dove si sviluppò una raffinata letteratura in lingua persiana e turca-chagatay, e una civiltà artistica notevole (arte miniaturista e architettura), nonché religiosa (misticismo sufi), tra le maggiori del mondo islamico dell’Asia centrale.

Agli inizi del Cinquecento i musulmani Moghul iniziarono a comandare, sia sull’India e l’attuale Pakistan, sia sui territori afgani

Altri gruppi come i Savafidi e i Durrani regnarono sull’Afganistan, finché, a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo secolo si affacciarono i sudditi armati dell’Impero britannico. Da allora quelle terre, abitate da diverse nazioni, furono dominate dal potente imperialismo inglese.

Nel 1919 con il re Amanullah Khan, gli Afgani ripresero il controllo del loro territorio, finché, con alterne vicende si giunse ai decenni scorsi.

Mohammed Zahir Shah (1914-2007), regnò fino al 1973. Sotto il suo regno l’Afghanistan visse uno dei periodi più lunghi di stabilità. Durante questo periodo l’Afghanistan rimase neutrale. Non partecipò alla Seconda guerra mondiale, né si allineò con i blocchi di potere durante la Guerra Freddaa.

Nel 1973 il Re si trovava in Italia, e suo cugino Mohammed Daud Khan organizzò un golpe facendo finire la monarchia. Da allora, fu un continuo tourbillon di cambiamenti, più o meno drammatici, e a volte tragici fino a questi giorni. Nel 1978 un altro colpo di Stato (la Rivoluzione di Saur) fece nascere la Repubblica Democratica dell’Afganistan, sotto la guida di Nur Mohammad Taraki. Sembrava che le riforme strutturali democratiche avviate potessero dare un futuro di modernizzazione al paese, come l’abolizione dei rapporti semi-feudali tra latifondisti e braccianti, come il voto alle donne, come la statalizzazione dei servizi sociali, come l’ammissione delle attività sindacali e l’abolizione dei matrimoni forzati.

Si potrebbe dire che si trattava di riforme di tipo “occidentale” a tendenza socialista.

Ma ciò non durò a lungo, perché clero islamico e capi tribù, probabilmente (anzi certamente) sostenuti da forze occidentali, si opposero e guidarono un colpo di stato che riportò le cose allo stato quo ante.

Già questa è una “lezione” evidente, se si vuole comprendere lo strato del pensiero profondo afgano. Il nuovo presidente, però (non dimentichiamoci che siamo ancora in un periodo da “Guerra fredda”), fece insospettire l’Unione sovietica che vedeva nei cambiamenti introdotti da Taraki una sorta di via temporanea verso un socialismo su cui avrebbe potuto “mettere il cappello”. La sua uccisione fece pensare a un intervento della Cia per riportare l’Afganistan sotto l’egida statunitense. E Breznev decise per invadere militarmente quel paese, così strategico per gli equilibri asiatici.

L’Armata rossa fu a Kabul il 27 dicembre 1979, mettendo subito al potere il fedele Babral Karmak. E scoppiò una cruentissima guerra con i Mujaeddin e’Kalk, (sostenuti dagli Stati Uniti), finché i Sovietici, non riuscendo a venire a capo di una guerra troppo lunga e costosa in vite umane e risorse, lasciò l’Afganistan nel febbraio del 1989.

Altra lezione non compresa dal mondo.

Fu proclamato lo Stato islamico dell’Afganistan, che non riuscì ad unificare le varie componenti tribali e dei Mujaeddin, tra cui il più autorevole era Ahmad Shah Massud, chiamato “Il leone del Panshir”.

Nel 1996 comparvero sulla scena i “Taliban”, gruppo organizzato di studenti islamici formati nelle madrasse” da mullah ultra-ortodossi nella fede sunnita.

I Talebani, dopo avere ucciso Massud, che resisteva al nord, proclamarono l’Emirato islamico dell’Afganistan, applicando da subito con estrema ferocia la legge della shari’a. L’ultimo presidente della Repubblica Democratica afgana, Mohammad Najibullah, fu catturato, torturato e fucilato. Un altro episodio clamoroso a carico dei Talebani fu la distruzione dei Buddha di Bamyian nel 2001, segno violento di una cultura intollerante e totalitaria. Eppure, noi Occidentali dovremmo essere competenti in fatto di dittature!

Altro segnale importante per chi avesse avuto la cultura e l’umiltà per cercare di capire, senza giustificare quegli atti, quella gente. Comprendere non è giustificare.

In Occidente (e anch’io) vent’anni fa ci siamo limitati a deprecare l’accaduto e a denigrare i suoi autori.

Dopo l’11 settembre 2001, gli USA diedero il via all’operazione militare Enduring Freedom, invadendo l’Afganistan, per catturare i progettisti e gli autori degli attentati terroristici avvenuti in quella data negli Stati Uniti, di cui conoscevano le identità politico-militari e personali (la rete di al-Qa’ida guidata da Osama bin Laden), e per abbattere il regime talebano.

Il regime talebano venne sconfitto in poco più di un mese, nel novembre del 2001.

Altro evento, la rapida sconfitta, che non ha suggerito di riflettere profondamente, in Occidente, in tutti gli ambienti. I popoli abituati alla guerriglia, sono in grado di accettare le sconfitte, perché sono, come si dice oggi, resilienti, più di noi occidentali.

Il nuovo presidente è Hamid Karzai, che resta al “potere” fino al 2014.

Al gruppo di intervento militare, oltre agli USA, partecipano anche altre Nazioni, con la Gran Bretagna e l’Italia fornitrici dei contingenti maggiori, sotto l’egida della NATO. Nel 2013, presidente degli USA Barack Obama, Osama bin Laden viene ucciso in un attacco mirato nella città pakistana di Abbotabbad.

La situazione resta tesa per i continui attacchi dei Talebani, che approfittano dell’ambigua vicinanza del Pakistan. E siamo a un altro passaggio decisivo. Il Presidente Donald Trump nel febbraio 2020 decide per il ritiro militare degli USA, che viene confermato e attuato in questi giorni dal Presidente Biden. Con gli Americani si ritirano tutti gli altri contingenti.

Non occorre sottolineare, anche in questa vicenda, l’assoluta inefficacia dell’ONU, delle Nazioni Unite che, come sempre, si limitano a diffondere proclami, detti risoluzioni, peraltro numerate.

Eccoci, cari lettori, a queste ore.

Ora i Taliban che, nel frattempo, in questi ultimi vent’anni hanno stabilito rapporti utilitaristici (non si dimentichi che per quelle regione passerà un gasdotto di importanza strategica) con potenze moralmente più “ciniche” sui diritti umani come la Cina, la Russia, la Turchia e l’Iran, mentre con il Pakistan non avranno grandi problemi, perché sono al potere, anche anche a nome e per conto proprio del Pakistan, per rinforzare la massa critica sunnita della regione contro l’India, nemico storico.

Peraltro, non dimentichiamo anche l’intreccio etnico-culturale presente storicamente nella zona: tra i pashtun, sunniti, e gli hazara, sciiti, c’è inimicizia sotto molti profili: i primi sono prevalentemente pastori, i secondi piuttosto agricoltori. Poi vi sono i Tagiki, come Massud e gli Uzbeki. Un crogiolo complesso e in continuo movimento.

Ci sono gli aspetti economici da considerare che, anche se quasi sempre dissimulati dalle questioni ideologiche, sono sempre primari. Di che che cosa vivrà il Popolo afgano? Ancora essenzialmente di oppio, sostanza stupefacente di cui pare costituisca circa il 90% della produzione mondiale? O di minerali rari come il litio, il rame, le terre rare, l’oro, etc.? Non pare plausibile. Con i Taliban bisognerà trattare, come si è fatto in mille altre situazioni della storia.

Ci può insegnare qualcosa, dico, come Occidente, questo evento?

Riusciamo finalmente a capire (non tanto noi Italiani, ma gli Americani in primis, e in secundis Inglesi e Francesi) che la democrazia parlamentare NON si può esportare? Non bastano le lezioni irakena, siriana, libica e afgana, per capire questo? In questo contesto drammatico gli USA sono stati il protagonista peggiore (e mi dispiace che anche Obama si sia distinto in pejus).

La base di questi errori macroscopici è l’ignoranza antropologica. I gruppi dirigenti dell’Occidente non hanno finora avuto l’umiltà e la pazienza di studiare la storia, gli usi, costumi, cultura e tipologie religiose dei popoli del Vicino e del Medio Oriente. Non hanno capito che il “sindaco” di una comunità non viene eletto, ma “riconosciuto”, per leadership, vale a dire, storia personale, coraggio, saggezza e lealtà, e quel “sindaco” è il capo tribù. Un altro esempio: ci si scandalizza per l’inefficienza del cosiddetto “esercito afgano” forte (?) di 300.000 uomini. Ma sappiamo che, quando uno degli ufficiali impartisce un ordine, il subalterno telefona al padre per sapere se deve eseguirlo o meno? Così funziona la cultura tribale: non riconosce altra autorità che quella sua propria intrinseca.

Non si può mutuare l’Illuminismo francese di Montesquieu, quello inglese di John Locke, quello tedesco di Kant, quello italiano di Cesare Beccaria in territori che per millenni hanno scelto il modello patriarcale di vita e di gestione della famiglia, della comunità locale e dello stato. Di questo ambiente fanno parte anche le vittime attuali dei Talebani, anche il popolo.

Anche in tutto questo, oltre alla disastrosa gestione del passaggio di consegne militare tra Occidentali ed “esercito afgano”, si può collocare la demotivazione di soldati e ufficiali nella lotta ai Talebani. Questi assomigliano moltissimo a quelli, ancora.

E allora bisogna prendere atto che forse i tempi della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità all’occidentale non possono maturare sulla traccia dei caccia bombardieri, ma su un mix di sviluppo della cultura (anche della nostra) e dell’economia di quei popoli e nazioni.

Forse l’occasione viene data dalla crisi ambientale planetaria, da quella del clima, da quella energetica, ma soprattutto da quella del pensiero critico, se ve ne sarà una consapevolezza più generale.

In ogni caso, la nostra idea di etica del rispetto totale e assoluto dell’integrità psicofisica degli esseri umani, non potrà non guidarci nei rapporti con questi nuovi padroni dell’Afganistan. Non solo le convenienze dettate dall’economia, che sono sempre primarie in ogni vicenda umana.

“Lei, professore, ha affermato in una pubblica conferenza e ha più volte scritto sul suo blog che la dizione genitore 1 e genitore 2 è una idiozia imbecille? Bene, ne risponderà a un giudice”… è questo che si vuole, Letta e c.?

Gli articoli 1, 4 e 7, soprattutto il n. 4, del Disegno di Legge Zan in qualche modo rendono possibile questa incredibile fattispecie. Possibile che a sinistra non ci si accorga che si sta cercando di intervenire con una sanzione penale sull’espressione di una opinione filosofico-politica? No?

l’idiozia imbecille

Vediamo i testi di questi tre articoli.

Nell’articolo 1 del ddl Zan contro l’omotransfobia e la misoginia si stabilisce in premessa che per “sesso” si intende il sesso biologico o anagrafico; per “genere” qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso; per “orientamento sessuale” l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi; per “identità di genere” l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione.

Primo: la confusione che si ingenera con queste diverse dizioni è somma. Come si fa a pretendere che un articolo tipo questo possa chiarire il tema? Cosa può succedere se si intersecano le diverse definizioni nella vita quotidiana? Come si fa a mettere sullo stesso piano sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere? Mi paiono obiezioni sufficienti per semplificare il testo.

L’articolo 4 è una clausola di salvaguardia. Il DdL precisa: “Sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

Bene: proviamo a immaginare che un giudice ritenga che quanto io ho affermato e scritto più volte sul mio blog e in lezioni e conferenze, come riportato nel titolo, ritenga che tale giudizio sia o possa essere fomite di atti discriminatori e violenti (non si capisce contro chi), potrebbe chiedere per me una condanna ai sensi di quell’articolo. Non so neanche commentare una tale eventualità… Qualcuno può dirmi che non esistono giudici capaci di tali voli di fantasia giuridica, ma io non credo, perché la militanza ideologica a volte fa brutti scherzi. Non mi fido, e pertanto, occorre specificare meglio che cosa si intende per “(omissis) purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Non certo la dizione di cui sopra si tratta, penso, (che ne dici gentile lettore?), ma non mi fido lo stesso.

L’articolo 7 istituisce la “Giornata nazionale contro l’omotransfobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia” per il 17 maggio, giornata che va celebrata anche nelle scuole.

Direi proprio di no: soprattutto alla dizione “nelle scuole”, che può significare dalla scuola dell’infanzia alle superiori. Se c’è la preoccupazione che il tema sia conosciuto e discusso dai giovani in formazione, si può decidere di dare indicazioni, come Ministero della Pubblica istruzione, che se ne parli nelle scuole superiori a cura degli insegnanti di filosofia, di cultura religiosa o di materie umanistiche, là dove non è previsto lo studio della filosofia.

Questi tre punti rappresentano l’attuale aggiornamento del politicamente corretto, povero surrogato di una cultura veramente aperta, perché basata sui fondamenti antropologici, sociali e storici della nostra specie, il genere umano.

Non so se la deriva di questo pensiero mono-orientato sia irreversibile, ma io, finché avrò forza, continuerò a spiegare che per parlare dell’uccisione di un essere umano (mi scuso per il triste esempio) basta dire “omicidio”, che è l’uccisione di una persona appartenente al genere “homo (sapiens sapiens)”, e quindi maschio o femmina che sia. Non occorre inventare il termine “femminicidio”, cavolo. E di questo sono responsabili i giornalisti, sempre più intellettualmente pigri e ansiosi di scoop.

L’ultima idiozia che qui mi vien da citare è la decisione di Lufthansa di modificare il “buongiorno signore e signori” con cui si salutano i viaggiatori imbarcati, con un semplice “buongiorno” (neutro), per non offendere eventuali appartenenti a qualche altro sesso/ genere/ orientamento sessuale/ identità di genere… basta così?

Modifiche dell’articolato di legge come quelle da me qui proposte riducono la tutela della personalità individuale dei cittadini italiani, secondo quanto prevede la Costituzione della repubblica italiana?

Non mi pare, caro Letta, ma mi sembra lei ora ci stia pensando. Era tanto difficile pensarci prima? Che tristezza questa sinistra.

Parole dal carcere

Si discute, in una giornata di questo caldissimo luglio 2021, di quello che è accaduto a Santa Maria Capua Vetere, in altre carceri, e di molto altro. Il sistema pare sia un po’ questo, così come si è visto in tv e sul web. Me lo fa capire chi si trova da decenni fra ristretti orizzonti e, se pure in modi differenti, due poliziotti.

Parto da costoro. Il primo mi dice esplicitamente che, se si registrano azioni pericolose da chi fa rivolte, prima o poi ci si vendica, perché questo è l’ordine naturale delle cose. A bestia, bestia più uno, gli scappa di dire.

Il secondo, che è un graduato, mi mostra una sensibilità politica e morale che – con rispetto per lui – non mi aspettavo del tutto, dicendo che non è ammissibile eticamente che uno “strumento dello Stato” si vendichi, peraltro di persone che magari c’entrano poco o nulla con precedenti manifestazioni.

Il mio amico invece, parla di un “sistema”, cioè di una metodica che è stata introiettata nei comportamenti di chi è di guardia, ed è in qualche modo quasi “asseverata” dall’alto, checché ne dicano coloro che stanno in alto.

Come orientarsi tra queste tre opinioni così differenti? Il carcere è una istituzione totale e totalizzante, come spiegava Michel Foucault già mezzo secolo fa, e perciò in qualche misura – di fatto – al di fuori del rispetto delle norme dello “Stato di Diritto”, come quello francese o quello italiano. Epperò, come può ragionevolmente darsi un “poter-essere” al di fuori delle norme dello Stato di Diritto? Pare una contraddizione in termini.

Se uno Stato si dice di diritto, riconoscendo che le proprie prerogative giuridiche non possono eccedere quelle di ogni cittadino, in modo da metterlo in una situazione minoritaria, non dovrebbe consentire eccezioni, ovvero situazioni nelle quali ciò che significa il sintagma etico-giuridico “Stato-di-Diritto” non “funzioni”. Ebbene, non è così… e per le ragioni in base alle quali tutto, nel mondo degli uomini e nella storia, è accaduto nel corso del tempo, e ancora accade sovente e in molti luoghi e situazioni.

Il tema dei diritti è centrale da quasi due secoli e mezzo, dai tempi dell’Illuminismo francese, tedesco, italiano e anglosassone, dai tempi di Voltaire, Beccaria, Jefferson e Kant. E’ all’ordine del giorno da questo lungo periodo, perché, nonostante la chiarissima lezione evangelica, una cultura politica generale non ha saputo introiettarne il valore. In questi due secoli e mezzo i diritti sono diventati un elemento centrale delle legislazioni e della politica nella maggior parte dei paesi del mondo, dopo le crisi sistemiche dei totalitarismi del ‘900.

Ancora, però, in molte nazioni i diritti umani non sono riconosciuti, come in Corea del Nord e in Cina, ovvero dove sono negletti, ad esempio in certi regimi autoritari del Sud America, dell’Africa e dell’Europa, come in Bielorussia.

Nei paesi giuridicamente più evoluti i diritti stanno riguardando anche aspetti della vita personale fino a sfumare in un confuso giuridismo dei bisogni e dei desideri, come sta accadendo in queste settimane in Italia con gli scontri politici sul Disegno di Legge Zan, che concerne la tutela delle varie declinazioni sessuali dell’umano.

Forse il momento critico dei diritti va di nuovo valutato per rapporto ai doveri, di cui da tempo si parla pochissimo. Dovrebbe essere posto al centro in combinato disposto fra diritti e doveri, per riprendere un discorso che equilibri questi aspetti regolatori della convivenza umana.

E torno al tema carcerario della prima parte.

Comunque stiano le cose, e specialmente se si trattasse di un sistema, come mi spiega l’amico ospite di quell’istituzione da troppo tempo, i diritti umani non vanno mai negati, e dunque atti e fatti come quelli accaduti e sopra richiamati non dovrebbero avere più la possibilità di accadere.

Ma, perché vi siano speranze per una prospettiva del genere, è necessario riprendere i fondamenti etico-filosofici della Costituzione repubblicana, che all’articolo 27 parla di diritto al recupero della socialità per tutti e per ciascuno che abbia sbagliato e abbia pagato la pena per i crimini compiuti.

Anche l’ergastolo ostativo, pur misura comprensibile in un certo momento storico, oggi mostra tutta la sua evidente incostituzionalità e immoralità. Diritti dei cittadini e doveri nei comportamenti devono coniugarsi in un mix là dove la libertà di ciascuno sia contemperata al diritto alla sicurezza personale di ciascun altro, reciprocamente.

Non si dà, infatti, una libertà plausibile, se non connessa con la giustizia e la sicurezza, sempre nei limiti dell’agire umano.

…si scrivono e soprattutto si pubblicano troppi libri mentre si legge poco, pochissimo. Se dovessi dire il titolo di un volumetto un pochino furbicchio, tra i troppi pubblicati in questo periodo, non avrei dubbi a scegliere “Il senso della vita” del teologo Mancuso

Non capisco a che cosa serva la teologia, che è un discorso su Dio e sull’uomo per rapporto a Dio, se alla fine basta più o meno essere gentili, o giù di lì, per dare un senso alla vita. Ad esempio io spesso non sono gentile, e allora mi è negato di dare un senso alla mia vita? Andiamo!

Questo traggo dalla lettura di questo volumetto, che non ho comprato, ma mi è stato prestato. Anche Mancuso, come Saviano, è molto bravo nel fare la vittima, lui delle istituzioni ecclesiastiche, l’altro delle minacce della camorra. Parole dure le mie?

Non credo, perché non bisognerebbe dare spazio a chi approfitta della propria situazione, per costruirsi, in qualche modo condizionando la pubblica amministrazione, una sorta di sinecura a vita. Inviterei queste persone a considerare quanti esseri umani sono veramente in pericolo radicale, quello della vita, e sono lì, nel mondo, senza pretendere nulla da chicchessia. Di queste persone dovrebbero interessarsi i sopra citati, come cerco di fare io nel mio piccolo.

Il fatto è che la cultura sessantottina, oltre ad avere portato nel mondo necessarie modifiche nei rapporti interpersonali, politici e sociali, mettendo in mora le tre famose “p”, quella di figure arroganti consolidatesi nei secoli, il padre, il prete, il professore e il padrone, che hanno storicamente comandato a bacchetta, con arroganza e incrollabile protervia, agli altri, senza essere contrastati in alcun modo, ha indirettamente promosso lo sviluppo della “cultura della pretesa”. Una cultura fasulla e perniciosa, demotivante e ambigua.

Oggi, dopo decenni di dialettica fra diritti e doveri, si parla quasi solamente di diritti. Questo non-va-bene.

Ciò che rimprovero al teologo Mancuso, riferendomi soprattutto a un suo libro precedente, quello con il quale cercò di metter in mora il “dio della Bibbia”, che lui chiama “Deus”, per contrapporlo al “Dio dei vangeli”, quello di Gesù Cristo, è l’assenza di ogni accenno alla necessità di interpretare le Sacre scritture, al fine di dare un senso a testi scritti da tremila a duemila anni fa, che parlavano a popoli quasi del tutto analfabeti, con un linguaggio immaginifico e spesso violento e atroce.

In teologia fondamentale e in esegesi biblica si studiano i quattro sensi che aiutano a comprendere il testo: a) quello letterale che racconta i fatti, o le memorie dei racconti sui fatti, e che narrano i miti primordiali; b) quello allegorico che dà l’indirizzo di fede, per mezzo di passaggi linguistici di carattere retorico, là dove ciò che è scritto significa altro; quello morale, atto a dare un indirizzo virtuoso nei comportamenti; e infine quello anagogico, finalizzato a focalizzare la meta per l’anima spirituale.

Se le cose così stanno, come si fa a considerare “Deus”, il Dio-Signore-Iahwe, “dio-degli-eserciti”, così come citato nella Bibbia in modo letteralista, come se fossimo gli anawim, i poveri del Signore di quei deserti, di quelle pietraie assolate.

Lasciamo fare queste operazioncine a Odifreddi, che ama fare il teologo con una preparazione da professore di matematica. Ancora una volta dico, e ridico, mi dichiaro incolpevolmente ignorante tecnico di molte discipline, la medicina, la fisica, la geologia, ma non mi impanco a parlarne con il sussiego dell’esperto, cosicché invito a fare altrettanto chi non sa alcunché di teologia e filosofia o ne è solo un “orecchiante”. E torno al volumetto mancusiano. Da questo autore “pretenderei” di più, ma non trovo ciò che cerco.

Mi spiego: se devo trovare un senso alla vita, e mi pongo da un punto di vista teologico, cioè comprendente anche la dimensione del divino, non può bastarmi dire che il senso si trova anche solamente nella gentilezza dei tratti relazionali, nel respirare lentamente, nell’imparare a mangiare, nel provare sensazioni, nella lettura, nello studio, nella riflessione, nello scrivere appunti, nell’ascoltare gli altri, nell’essere sinceri, nel distinguere le bugie opportune dalla menzogna, nel diventare consapevole dei sentimenti, nel camminare nella natura, nell’apparecchiare con cura la tavola, nel curare il proprio corpo (di questo specifico elenco ringrazio gli amici Neri e Roberto, che mi hanno fatto avere l’articolo di Paolo D’Angelo pubblicato nei giorni scorsi sul quotidiano “Domani”, articolo che mi ha spinto a cercare il libro). Una buona estrapolazione dal volume citato.

…ma che senso ha un tipo di vita del genere? Abbisogna di Dio? Della teologia? della filosofia’ Non mi pare. Anche se conosco persone che proprio di quell’elenco costituiscono il senso della vita.

Posso dire che tutto ciò è solo banalmente piacevole?

Posso dire che nulla mi dice di ciò che la vita realmente è, con il suo carico di contraddizioni e di dolore, di gioia e di paura, di salute e di malattia…?

Con tutta la sua drammatica insensata sensatezza?

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