Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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L’intelligenza imbecille

…è tipica di quelli che tirano giù le statue di Cristoforo Colombo a Baltimora o dove volete, che non sanno un acca della loro storia, quasi perfino ignorando dove stia di casa l’Europa. Gli americani USA hanno licei che crescono molti imbecilli e facoltà universitarie accessibili quasi solo ai benestanti. Uno dei risultati è la mancanza di quasi alcun senso e conoscenza della storia e l’abbattimento di statue e vestigia storiche. Se si ignora, non sapendo di ignorare si fanno gesti idioti, frutto di ignoranza incolpevole (fino a un certo punto). Ovvero, se non si ignora e si fanno gesti idioti, si è imbecilli. E colpevolmente ignoranti.

Cristoforo Colombo

Proprietà transitiva dell’imbecillità e dell’idiozia. Se A allora B, se B allora C: dunque A è uguale a C. Logica elementare, ma già simbolica.

L’assassinio di George Floyd ha scatenato due fenomeni e diversi epifenomeni. Il primo è la riflessione su quanto il razzismo sia ancora diffuso, non solo sottotraccia, perché negli esseri umani (abbastanza) intelligenti il razzismo può anche generare un sentimento di vergogna; epifenomeno del primo è ciò di cui ho scritto sopra; il secondo è il ribadimento di sentimenti razzisti e slogan whitepower da esaltati, figli e nipoti del Ku Klux Klan.

Gli imbecilli sono anche imbelli, cioè scelgono la lotta di gruppo contro qualcosa che qualcuno ha cominciato a denigrare. Uno denigra, il secondo denigra, il terzo denigra, il quarto disprezza, il quinto insulta, il sesto comincia a invitare il gruppo ad agire. E agiscono andando contro ciò che hanno cominciato a odiare. Sono diventati haters, odiatori, che non si pongono più domande, non dubitano di fare la cosa giusta, perché la cosa è giusta in quanto pensata da molti allo stesso modo. Il Le Bon ha studiato oltre cent’anni fa questo fenomeno di psicologia sociale e di sociologia generale esponendo le sue teorie ne La psicologia delle folle (1895). Ogni anima (psiche) debole sottosta all’urlo, allo slogan semplificatorio e definitivo dei molti.

La psicologia clinica odierna, ma anche gli autori classici, hanno studiato e studiano come e perché la psiche umana degradi, decada, smetta quasi di funzionare con spirito e senso critico, quando il gruppo sopraffà il singolo e lo rende succube, gregario, indebolendolo ogni momento che passa…

Che cosa deve fare una persona che si accorge di star entrando in un circolo vizioso di questo tipo? Uscirne, scappare, dileguarsi, smettere di stare lì ad ascoltare chi sta dicendo parole che fanno aumentare sempre di più l’avversione e l’odio distruttivo verso l’oggetto dell’odio stesso.

Altra cosa è invece l’abbattimento dei simboli di dittatori spietati contemporanei, i monumenti di Stalin, di Pol Pot, di Saddam…, che non sono minimamente paragonabili a Cristoforo Colombo e a Thomas Jefferson. Quest’ultimo è stato uno dei redattori della bella Costituzione americana, ma nel suo ranch aveva degli schiavi. Una contraddizione apparentemente incomprensibile. Ma il più grande e auto-contradditorio personaggio della cultura occidentale circa queste tematiche appare senza dubbio Saulo di Tarso, cioè san Paolo, che ebbe a scrivere il versetto 3, 11 della Lettera ai Colossesi e il versetto 3, 28 della Lettera ai Galati, nei quali proclama per primo e con forza inaudita, traccia successiva di ogni processo democratico, che gli uomini son tutti uguali, anche a livello di genere/ sesso, ma nella Lettera agli Efesini (5, 22) raccomanda alle donne di zittire nell’assemblea, ché quello è un luogo di discussioni maschili…, ma anche ai mariti di amare e rispettare le proprie mogli, ma come? E’ lo stesso Paolo, quello di Colossesi, quello di Galati e quello di Efesini?

Ebbene sì, è il medesimo “apostolo delle genti” che, quando riteneva di esporre dottrine definitive come in Galati e in Colossesi si esprimeva in modo “scandaloso” per quei tempi, mentre quando dava direttive liturgico-pratiche, sapeva di dover tenere conto dello spirito dei tempi, soprattutto tra i maschi capifamiglia, e quindi della sociologia del suo tempo. Vi è però un’altra ragione: Paolo era nato a Tarso in Cilicia, civitas romana, municipium, e pertanto era un Civis romanus, come quando invoca il giudizio dell’imperatore su di sé, rifiutando quello del governatore di Palestina. Paolo sapeva che Roma non era razzista, ma era rispettosa delle etnie e dei ruoli sociali, per cui aveva senso – in quel contesto socio-politico – suddividere il popolo tra essere cittadini, oppure meteci, oppure iloti, sulle tracce dell’antica democrazia oligarchica di Atene.

Un primo grande passo verso i valori in cui oggi crediamo noi, ma non gli imbecilli di cui al titolo.

I due Alex, simbolo di vitalità, e la giornalista portasfiga

Anni fa conobbi il primo dei due Alex di cui qui parlo. Era Alexander Langer, politico, giurista e filosofo sud Tirolese. Spesso si trovava nei pressi dell’ala ecologista del sindacato nel quale ho avuto un qualche ruolo per tredici anni. Di matrice cattolica e lottacontinuista era diventato il trait d’union tra la cultura ecologista germanica dei gruenen, i verdi e i primi vagiti dell’ecologismo italiano. Meraviglioso il suo slogan che contrapponeva tre concetti “duri” … ad altrettanti concetti “dolci”, cioè citius, altius, fortius, ossia “più veloce, più alto, più forte” versus lentius, profundius, suavius, vale a dire più lento, più profondo, più soave”.

Alexander Langer

Fu tra i fondatori del partito dei Verdi italiani e leader europeo di tale impostazione politica. Pace, diritti umani e ambiente erano i suoi principali centri interesse politico e morale. Pur essendo Altoatesino-Sudtirolese e germanofono, non si confuse mai con le lotte etno-nazionaliste, che rifuggiva e combatteva.

Negli anni tra l’87 e il ’90 partecipai un paio di volte a Città di Castello alla “sua” iniziativa mondialista, la “Fiera delle utopie concrete”, dove l’ossimoro implicito cercava ispirazione dai quattro elementi naturali di Empedocle: fuoco, aria, terra e acqua.

A lui interessavano le nozioni e i rapporti tra Nord e Sud e con l’Est del mondo, tant’è che la sua personale crisi ebbe origine ai tempi della Guerra e delle stragi in Bosnia nel primi anni ’90. Tuzla e Srbrenica furono il luoghi del suo tormento insopportabile. Pur essendo inesorabilmente pacifista, non lo era a senso unico e in modo imbecille, come molti, perché era in grado di sostenere – senza sentirsi in contrasto con i propri fondamenti morali – l’esigenza, alla bisogna, di un “intervento internazionale armato”, definendo i caschi blu “ostaggi dileggiati”, e chiedendo di inviare soldati per “fermare l´aggressione”“proteggere le vittime”“punire i colpevoli”, e impedire che “la conquista etnica con la forza delle armi torni a essere legge in Europa”.

Molti di sinistra e Verdi lo abbandonarono, perché, loro sì, facenti parte di quelle comitive imbelli e non-pensanti comunque contrari a ogni tipo di uso delle armi, in qualsivoglia situazione. Prima di togliersi la vita nei pressi di Firenze nell’estate del 1995 lasciò lo scritto che segue.

“I pesi mi sono diventati davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. “Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto.”

Alexander Langer riposa nel piccolo cimitero di Telves accanto ai suoi genitori.

Il secondo Alex è Zanardi, che tutti conoscono, e a cui tutti gli Italiani tengono, perché simbolo di forza e di capacità/ volontà di ripresa, dopo il drammatico incidente automobilistico che quasi vent’anni fa gli troncò le gambe. Dedicandosi alla handbyke è diventato un atleta meraviglioso e fortissimo, vincitore di campionati mondiali e di paralimpiadi. Esempio per tutti quelli che hanno avuto una disgrazia menomante. Non mi cito, perché io non ho perso arti, ma ho combattuto e combatto contro il dolore fisico.

Stiamo aspettando notizie buone dall’Ospedale di Siena dove è ricoverato, e preghiamo, se crediamo.

Dopo aver ricordato l’amico Langer e Zanardi, come esempi di positività, di contro cito un esempio fastidioso di negatività.

C’è una inviata speciale di alcune delle principali testate televisive che da Pechino sembra, per toni e testi, quasi godere delle disgrazie che racconta. Insopportabile: la sua enfasi narrativa pare preludere all’annuncio di una catastrofe nucleare o almeno di una serie di devastanti tifoni oceanici. Pare goda usando quei toni. Chissà se se ne accorge o se qualcuno glielo ha fatto notare. Ripeto: per me è insopportabile. Si chiama Botteri. E la si ricorda per altre precedenti dis-grazie narrate.

I due Alex sono un inno alla vita, quest’ultima, no.

Fucilazione alla schiena

Neanche i più abietti… vien da dire, vengono ammazzati così.

Galeazzo Ciano, De Bono et alii, dopo il processo di Verona furono fucilati alla schiena l’11 gennaio 1944, e non erano più abietti di chi li fucilava. Anzi, forse il termine “abietti” è esagerato per i su citati signori.

I fratelli Attilio ed Emilio Bandiera nel Vallone di Rovito furono fucilati al petto dai Borbonici il 25 luglio 1944, come Gioacchino Murat il 13 ottobre 1815 a Pizzo Calabro, e come l’ultimo fucilato nello stato dello Utah, per condanna a morte il 18 giugno 2010, Ronnie Lee Gardner, già ricoverato in clinica per problemi mentali, infanzia tremenda e scalcagnata, come molti dei condannati a morte negli Stati Uniti d’America, e non solo. Cinque Winchester hanno tuonato dalla feritoia di una stanza dove il condannato era legato a una sedia e aveva sul cuore un cerchio come bersaglio, fucili di cui uno era caricato a salve, cosicché ognuno dei cinque soldati/ poliziotti/ boia ha potuto pensare di non essere stato lui a sfondare il cuore del criminale malato, condannato alla pena capitale.

La fucilazione così organizzata permette a un “boia” di sentirsi moralmente alleggerito, mentre tutte le altre modalità di esecuzione non lo consentono.

Fu Ronnie Lee a scegliere di essere fucilato invece che ucciso con il cloruro di potassio e il cianuro in vena.

Rayshard Brooks è stato invece fucilato alla schiena, innocente, senza processo, con tre colpi di calibro 9 millimetri, non so se di una Beretta, Smith&Wesson, Colt o Glock, comunque di ordinanza, come si dice. Il fucilatore è stato licenziato e forse sarà processato e condannato per omicidio di qualche grado (per me sarebbe di primo grado), forse vent’anni, dei quali sconterà 4 o 5.

Quando l’uomo, trovato in auto mentre dormiva, un po’ ubriaco e fatto, è stato afferrato dai due poliziotti, ed essendo riuscito a divincolarsi e a fuggire, è stato fermato con la fucilazione alla schiena. Ma, dico, trovi uno ubriaco che dorme in auto, lo fermi, lui scappa e tu lo ammazzi? Ma che? Ma che ragione c’era di sparargli? Anche se a piedi li avesse seminati, non avrebbero potuto chiamare rinforzi fino a catturarlo, se avevano ragioni per catturarlo? Non si è neppure capito perché avessero tanto bisogno di fermarlo. Sembra una follia.

O razzismo puro e semplice, violenza sadica, immotivata. Dopo l’omicidio, il capo del Dipartimento di polizia di Atlanta, la signora  Erika Shields,  si è dimessa.

Anche un imbarazzato Trump ha dovuto ammettere che si tratta di una fatto inammissibile.

Un paragone. Ricordi, mio gentil lettore, il caso del carabiniere accoltellato dal ragazzino americano, turista a Roma qualche tempo fa? Quei fatti in poche parole che trovo sul web: “…nella notte del 26 luglio scorso a Roma, il vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega venne ucciso con 11 coltellate nel quartiere Prati a pochi metri dall’albergo dove i due americani Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjorth, ora in carcere, alloggiavano. Il vicebrigadiere, quella notte, insieme al collega Andrea Varriale andò in via Pietro Cossa per recuperare la borsa che i due ragazzi avevano rubato a Sergio Brugiatelli. Elder e Hjorth, dopo il furto dello zaino avevano organizzato, infatti, un ‘cavallo di ritorno’ e dissero a Brugiatelli di riportare soldi e droga. Ma all’appuntamento si presentarono i 2 militari, da lì l’aggressione da parte  del 20enne americano Finnegan Lee Elder. Oltre all’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega ai due indagati vengono contestati la tentata estorsione, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e concorso in omicidio.”

E ricordi il padre del ragazzo americano, con che sussiego superbioso era poi venuto a Roma per il figlio? Sembrava quasi che il vizioso ragazzo fosse la vittima, non il reo.

Cerciello Rega e Varriale non avrebbero mai sparato ai ragazzi americani, se questi gli fossero sgusciati dalle mani, anzi, Cerciello non aveva manco l’arma con sé…

Gli Stati Uniti d’America, per certi aspetti assomigliano alla Somalia, dove se cammini per strada non sei sicuro di nulla. Negli USA pare che, se sei nero, puoi non tornare a casa un giorno qualsiasi.

Odio (faccio per dire) quelli che dicono “non meritava di morire” oppure “era innocente“, anche se sopra lo ho scritto anch’io. Mi spiego: chi può dire che uno “merita di morire o meno?” Chi? Chi “merita di morire?”

Come si può intendere una domanda del genere, magari con l’aggiunta che la vittima è innocente? La domanda è assurda ed eticamente insensata. Io posso uccidere chi volesse attentare alla vita di mia figlia, ma non c’entra il merito, e, in questo caso, perfino la colpevolezza. Non c’entra.

Altro è agire d’impeto, soprattutto per legittima difesa, azione legittima e non perseguibile, altro è esprimere concetti come quelli sopra, che sono imbecilli. Eppure nelle cronache di vita vera e nei telefilm si sentono queste frasi indegne e anche stupide.

Devo dire che preferisco, mi perdoni la famiglia del povero nostro soldato di pubblica sicurezza, una situazione come quella di Roma piuttosto che come quelle di Minneapolis e di Atlanta, anche se per me, che non sono direttamente coinvolto, è facile dirlo. Ma ci capiamo, caro lettore.


Imbecilli a buon mercato: un mix di razzisti, di politicamente corretti, di babbei generici e di snob di ogni risma e colore politico

Se ne vedono e si incontrano persone e fatti di tutti i generi e specie.

Statua abbattuta di Cristoforo Colombo

Il primo fatto tra altri, in ordine sparso: “…e allora, qui ci sono o due neri che non mi fanno entrare“, in una banca primaria, in quel di Udine. Qualche dì or sono, giungo verso mezzogiorno per fare alcuni bonifici, avendo telefonato per l’appuntamento. All’ingresso trovo due ragazzoni neri che fungono da commessi, chiedendo ai clienti se avessero prenotato il servizio, come d’uso di questi tempi Covid-relati, facendo entrare con ordine ogni persona, non appena ne fosse uscita un’altra, al fine di non creare assembramenti all’interno.

La frase di cui sopra è pronunziata da un circa cinquantenne, furlàn, giacchino leggero rosso, calvizie non poco incipiente. Il ragazzo cui (non) si era rivolto direttamente, ma si trovava a due metri dall’uomo, trasecola visibilmente, ma non dice nulla. Tutt’intorno forse eravamo in cinque o sei, persone di tipo vario, tra cui si poteva riconoscere la casalinga, il professionista, il pensionato, il giovane… e poi c’ero io.

Passano cinque o sei secondi in un silenzio imbarazzato e intervengo: “Ma ho sentito bene, lei sta telefonando a qualcuno dicendo che qui ci sono due” neri” che la stanno bloccando?” Si capiva benissimo che stava parlando con qualcuno all’interno che, essendo il tono confidente, era certamente conosciuto.

Non mi risponde. Aggiungo, allora: “Si rende conto di avere pronunziato una frase razzista? …silenzio…, poiché qui non si tratta di “neri” che la bloccano, ma di due lavoratori che fanno il lavoro loro affidato… silenzio, e anche perché è noto a tutti gli esseri pensanti che le razze non esistono, sono un concetto antiscientifico“… silenzio.

Mi accorgo anche di star facendo un sermoncino, ma il parlato non mi viene diversamente. Ero incredulo, e immediatamente incazzato.

A quel punto si avvicina anche l’altro commesso, alto circa due metri, una vera ala forte da basket che, alleandosi obiettivamente a me, cerca di tranquillizzare il collega che stava per esplodere. I presenti, allibiti, per circa mezzo minuto non intervengono, finché una signora piccolina comincia a darmi ragione, mentre un signore anziano, al contrario, inizia a proferire una serie di contumelie contro di me del tipo “Lei è un cafone, maleducato, ma come si permette, idiota“, e via così. Ho reagito verbalmente mantenendo un tono fermo, ma senza rispondere con espressioni aggressive, solo dicendo che la mala-educazione forse apparteneva a lui fin dalla lontana infanzia, devo aver detto.

Questo, nell’accogliente Friuli del 2020.

Piccolo parco milanese dedicato a Indro Montanelli: qualcuno vuole tirare giù la sua statua, poiché è stato pedofilo in gioventù durante la Guerra di Abissinia. In America vogliono abbattere la statua di Cristoforo Colombo. La imbrattano di rosso. Poveri ignorantelli.

Altrove si stanno abbattendo le statue di commercianti di schiavi e di generali Unionisti sconfitti nella Guerra di Secessione.

Montanelli, la statua di Colombo divelta a Richmond e a Boston, i commercianti di schiavi, i militari sudisti, tutto da abbattere. E allora, perché non distruggere le statue di Socrate, di Giulio Cesare, di Adriano, che avevano una visione dell’educazione e dei rapporti umani improntati alla greca paidèia? Platone come il mercante schiavista.

Perché non distruggere tutti i libri di Kant, perché ha scritto qualche frase razzista?

Perché non abolire la lettura liturgica delle Lettere di San Paolo, perché non era antischiavista alla lettera?

Ignoranza diffusa, crassa e abbondante. San Paolo, nella Lettera a Filemone implora questo signore di perdonare lo schiavo fuggito, potendo egli come padrone, secondo le leggi romane di allora, addirittura togliergli la vita? A questi signori che fanno d’ogni erba un fascio suggerirei di farsi leggere e spiegare il versetto 11 del capitolo terzo della Lettera agli abitanti di Colossi e il versetto 28 del capitolo terzo della Lettera agli abitanti della Galazia, sempre di Paolo di Tarso, dove si afferma l’assoluta uguaglianza fra tutti gli esseri umani, prodromo filosofico-morale di tutta le norme successive, fino all’Illuminismo.

La servitù della gleba è stata abolita formalmente in Russia solo oltre la metà del XIX secolo dallo zar Alessandro II, ma nei fatti continuò. Del razzismo statunitense e delle sue date ho già scritto nei pezzi precedenti, e non mi ripeto.

Certamente alcune statue sono simboli di ingiustizie radicali perpetrate nei secoli verso milioni di esseri umani, e fanno problema, ma la loro distruzione non migliora la cultura generale, né quella individuale dei manifestanti. Piuttosto è nella scuola dell’obbligo della grande Nazione americana e ovunque che bisogna operare, promuovendo cultura e conoscenza.

Non dimentichiamoci del norvegese Anders Brejvik che poco più di dieci anni fa ha fucilato 77 giovani del partito socialista nell’isola di Utonomja e ad Oslo. Se in America non si placa la guerra ai simboli dell’odio, non dimentichiamo la storia dell’apartheid sudafricana e anche dell’omicidio razzista di Olof Palme, che fu ucciso per strada a Stoccolma, probabilmente da un sicario assoldato dai servizi segreti del Sudafrica.

Non dimentichiamoci dei pogrom russo-ucraino-polacchi dei secoli XVI, XVII e XVIII contro gli Ebrei.

Non dimentichiamoci della Shoah, della Conferenza di Wannsee e delle leggi infami italiane del 1938. Non dimentichiamo nulla, se vogliamo che ogni popolo, ogni nazione faccia i conti fino in fondo con i propri fantasmi orrendi.

Questo direi anche alla speaker democratica del Parlamento americano Nancy Pelosi. Non tanto abbattere statue, ma migliorare la cultura degli Americani e dei giovani in particolare, cui, se non possono permetterselo con mezzi familiari propri, son dedicate scuole mediocri: quello che loro chiamano “liceo”, da quasi tutti frequentato, è solo la pallida ombra di un liceo classico o scientifico italiano o tedesco. La cultura media degli americani è scarsa, insufficiente. Loro parlano inglese e conoscono il computer, ma non hanno alba di storia dell’Europa (loro mamma e papà spirituale) e universale.

Prima di abbattere le statue di chicchessia, cari leader americani, abbattete la vostra ignoranza. Anzi, non solo gli americani, tutti, tutte le nazioni sono povere di conoscenza.

Ho letto le schede della Commissione Colao. Un buon lavoro propositivo, ma due cose: quali strutture gestionali saranno in grado di attuarle, anche solo in parte? Perché non si è sottolineato di più l’esigenza di una formazione antropologica ed etica? Non bastano i diagrammi psicometrici per cambiare, occorre la filosofia, caro dottore Colao! E a me ben poco caro prof Conte.

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Adnan, siculo-pakistano è morto, ucciso dalla mafia dei caporali. La sua tragica fine, dimenticata dai media, “vale” moralmente come quella di George

Caltanissetta è una città della bella Sicilia piena di sole, abitata dai Nisseni. Tutt’intorno vibra la vita antica della Trinacria greca, bizantina e islamica.

Adnan Siddique

Adnan lì viveva da cinque anni a Caltanissetta. Lì lavorava, lì cercava di collaborare civicamente e moralmente alla vita sociale e lavorativa degli autoctoni e dei suoi connazionali lì residenti. E’ stato ucciso a coltellate per aver difeso dei braccianti attivi nelle campagne, colà, come in altre parti d’Italia, brutalmente sfruttati dai cosiddetti “caporali”, delinquenti professi e cinicamente attivi.

Adnan Siddique era un manutentore di macchine tessili, ed era quindi un operatore specializzato, colto di cultura del lavoro, sensibile. Quando ha accompagnato un connazionale a sporgere denuncia perché retribuito con una cifra che era solo metà di quella contrattuale, la sua storia personale è cambiata. Ha iniziato a subire minacce e aggressioni fisiche fino all’epilogo tragico del 3 Giugno scorso, quando, in casa sua, è stato ammazzato con un coltello da macellaio. Sono stati fermati diversi suoi connazionali, che evidentemente si erano integrati nel crimine locale, imparando il peggio di quella sub-cultura, e portando il peggio della propria.

Per le sub-culture il valore della vita umana del singolo essere umano è molto basso, quasi inesistente, scambiabile per pochi denari o per l’ottenimento di beni di esiguo valore, o per vendetta rispetto a comportamenti che questi assassini ritengono pregiudizievoli dei propri affari o “privilegi”.

Questi assassini sono persone ignoranti e violente, per le quali sopprimere un uomo o una donna costituisce nient’altro che un “fatto tecnico”, da attuare rapidamente e possibilmente senza farsi scoprire.

Non saprei qualificare (non parlo di quantificarlo) il rimorso rispetto al proprio stato interiore, in quanto, se il valore della vita umana altrui è tanto inconsistente, pare evidente che non provochi significative reazioni psicologiche. L’assenza di empatia, che sia totale o parziale, è l’ambiente psico-spirituale e morale nel quale possono essere assunte certe decisioni finalizzate all’omicidio.

La tragedia è stata denunziata da vicini di Adnan che lo hanno sentito gridare, e in breve i carabinieri hanno intercettato alcuni degli assassini sporchi di sangue.

Perché bisogna parlare di questo atroce delitto, almeno come si è giustamente parlato e si continua, dell’orrore di Minneapolis? Anche se nel caso italiano non sono coinvolte le forze dell’ordine?

Un alto ufficiale dell’Arma , amico mio, mi ha spiegato come avviene l’addestramento delle reclute. Si cura molto l’aspetto tecnico, ma si dovrebbe curare di più e meglio quello psico-morale. Eventi come quelli di Cucchi, Uva e Aldrovandi non dovrebbero succedere, anche se nei grandi numeri, la statistica ci insegna che qualcosa non è prevedibile nell’agire umano.

Nel caso di Caltanissetta, invece, i carabinieri sono arrivati in soccorso, come in innumerevoli altri casi, che non conoscono la ribalta delle cronache. Ma lì Adnan era già morto.

In Italia viviamo in una temperie psico-morale più matura e civile di quelle americana, perché veniamo da più lontano (e speriamo di andare lontano), anche se molti non ci amano, in giro per il mondo, magari perché gelosi, come lo sono diversi grandi popoli a noi molto vicini, che non voglio neanche citare, poiché lo ho fatto altre volte.

Questi tempi, però, suggeriscono di stare in guardia, perché la mondializzazione e la globalizzazione non sono solo un fenomeno economico-finanziario, ma anche qualcosa di legato alla comunicazione in tempo reale e alle sue deformazioni. Un omicidio come quello di Adnan è connesso, sia all’ambiente nel quale è avvenuto, sia all’oggettività dei grandi flussi umani che stano accadendo da qualche decennio.

Per questo occorre vigilare sui modi del cambiamento globalizzante e investire denaro pubblico nella formazione dei giovani e nell’assistenza alle famiglie disagiate. Anche in Italia abbiamo non poco lavoro da fare.

Il Muro di Berlino, la Piazza della “pace celeste”, il comunismo e la democrazia

In cinese è chiamata Tien-an-men, l’immensa piazza di Bejing. Pechino. Un nome poetico, armonioso, antico, derivante da millenarie tradizioni. La storia è scorsa su quella piazza, nei secoli e in anni recenti.

La data che ricordiamo più di altre, relativa a quella piazza, è il 4 Giugno del 1989. In quell’anno, qualche mese dopo, sarebbe avvenuto un altro fatto, di importanza storica fondamentale, il 9 Novembre 1989 il Muro di Berlino cadde, dopo quasi cinquant’anni. Era stato costruito dal governo della Germania dell’Est nel 1961, in piena Guerra fredda, per separare gli interessi tedeschi ed europei di quella Nazione, nata dopo la fine della Seconda Guerra mondiale che aveva diviso il mondo in due blocchi, divisi da una Cortina di ferro (espressione del cinico Churchill), e soprattutto dell’Unione Sovietica da quelli dell’Occidente, USA in primis. Qui da me in Friuli la Cortina di ferro trovava espressione nel cosiddetto “muretto” di Gorizia, che divideva la nostra città da Nova Gorica, anche se l’agglomerato urbano non aveva soluzione di continuità.

Il Muro di Berlino (in tedesco: Berliner Mauer, nome ufficiale: Antifaschistischer Schutzwall, in italiano: “barriera di protezione antifascista”) era un sistema di fortificazioni atto ad impedire la libera circolazione delle persone verso la Germania Occidentale. Era lungo 156 km e alto 3,6 metri.

Fu il simbolo di una divisione del mondo che andava ben oltre la separazione fisica tra le “due Germanie”, poiché rappresentava una distinzione e un’avversione tra due sistemi inconciliabili, teoricamente e anche praticamente, per un lungo periodo.

E dunque, ricordiamo meglio ancora un altro episodio fondamentale della storia recente: fra il 3 e il 4 giugno 1989, le proteste dei giovani per ottenere dal regime comunista maggiore libertà e democrazia a Pechino furono represse nel sangue da esercito e polizia. L’immagine scolpita nel cuore di tutti è quella del ragazzo che disarmato fronteggia il primo di una fila di carri armati in assetto da battaglia… in una piazza civile, contro civili. Ma vi sono regimi che ritengono di detenere la verità morale, civile, politica ed economica, per cui ogni manifestazione contraria è – secondo loro – “contro il popolo”, ecco! contro il popolo! Perché il popolo è (sarebbe) la congerie di duemila o tremila boiardi che si riuniscono nella cattedrale del partito fra un profluvio di bandiere rosse come il sangue che spargono. Tutti uguali, fermi ad applaudire ovvietà e noia.

Quella, in quei casi, non è la bandiera rossa del socialismo umanistico, quando veramente i lavoratori erano schiacciati da uno sfruttamento bestiale, come nelle fabbriche studiate da Engels a metà ‘800.

Già a metà aprile 1989 erano iniziate proteste studentesche di grandi dimensioni e anche scioperi della fame, forma di lotta inusitata a quelle latitudini. La legge marziale e l’intervento dell’esercito fu la conseguenza di quel movimento. A Pechino in quei giorni stava per arrivare in visita ufficiale Mikhail Gorbacev, e i capi cinesi (dopo le dimissioni del segretario del partito comunista Zhao Zhiyang) Deng Xiaoping, il leader riformista-realista, ma comunista fino all’osso, e il primo ministro Li Peng ordinarono la repressione della protesta di Piazza Tienanmen.

Il Rivoltoso Sconosciuto, uno studente di cui non si seppe mai il nome, solo e disarmato si parò davanti ai carri armati, fotogramma immortale.

Di quell’evento in Cina non si può ancora parlare, pena sanzioni gravi e la perdita del proprio status. Ora neppure a Hong Kong, dove l’accordo su “un solo Paese due modelli socio-economici” ora è messo in questione dalle autorità cinesi.

USA e Cina sono forse ora le due Nazioni più potenti del mondo, almeno economicamente, perché la Russia è pari agli USA militarmente.

Il caso di George Floyd e l’anniversario di Piazza della Pace Celeste ci rammentano la strada che l’uomo pensante, il sapiens sapiens, nome auto-attribuitosi, deve ancora fare per diventare quello che può essere come doppiamente sapiens. Meno male che i paleoantropologi hanno scoperto che nel nostro genoma di sapiens sapiens vi sono tracce significative di Neanderthal, così anche quelli che pensano (anzi il loro non è vero pensiero) in termini razzisti forse hanno qualcosa di diverso su cui riflettere.

Il 2 Giugno e l’appartenenza: ognuno di noi appartiene a… “qualcosa”: a se stesso (con dei limiti), alla famiglia, al proprio territorio, alla Patria (si può dire o lasciamo che lo dica solo la destra politica?), all’azienda dove lavora, a una religione, a una associazione, a una squadra di calcio… ad libitum

La morte crudele di George Floyd sta scuotendo l’America, e paradossalmente può perfino giovare a Trump. Io penso che Trump abbia battuto Hillary Rodham Clinton, non solo perché il sistema elettorale americano è quantomeno strampalato, ma perché nell’America profonda albergano ancora sentimenti razzisti, e diffusi non poco.

L’appartenenza

Non solo i suprematisti bianchi, nazistoidi e fascisti, ma anche altre fasce di popolazione civile negli USA conservano – nel profondo – sentimenti ancora razzisti, che sono come incistati in una memoria antica, vorrei dire quasi da annettere a una sorta di genetica storica.

Ora, la scelta peggiore del Presidente americano potrebbe essere quella di mandare le “Troops“, cioè la polizia militare, che è abituata a scenari di guerra esterni, e dunque non al controllo di vie e piazze metropolitane.

In realtà, il malcontento americano ha ragioni profonde, che vengono da molto lontano: Rosa Parks che si rifiutò negli anni ’50 di cedere il suo posto in bus a un viaggiatore bianco, l’Act emanato dal Presidente Johnson che parificò i diritti tra le etnie bianca, afroamericana e ispanica, la lezione di Martin Luther King, ucciso per le sue lotte, e anche di Malcolm X, morto allo stesso modo, ma anche la presenza nello sport delle glorie americane di innumerevoli neri, basti pensare al basket e all’atletica leggera, dove quei “tipi” umani dominano, e tali ragioni non bastano.

In America, nell’America della grande campagna, della provincia di mille e mille piccole comunità locali, vive ancora un sentimento nutrito di razzismo, di appartenenza a una visione insopprimibile di superiorità bianca, e di malcontento per ogni violazione di questo convincimento quasi scritto nel sangue. E poi vi è un’altra componente: lo spirito della frontiera in America non si è spento: non è molto diverso da quello che aveva abituato la gente ad impiccare un colpevole di abigeato, fino a fine ‘800: se rubavi un cavallo a Wichita o a Tombstone nel 1881, potevi essere condannato a morte per impiccagione sulla pubblica piazza, poiché il cavallo, in quelle terre “selvagge” (per i bianchi), era condizione di vita o di morte per il suo possessore.

Se ci si vuole documentare ulteriormente sulla cultura razzista americana, e sulle cause socio-culturali dei delitti razziali, come quello di Rodney King del 1992, si trovano tracce in qualcosa che si muoveva nell’immediato dopoguerra negli Stati del Sud come le Slave Patrols (pattuglie schiaviste), presenti nella composita Nazione fin dalle misure antirazziste del Presidente Lincoln nel 1865. Se nel 1868 i cosiddetti Codici Neri avevano posto nella Costituzione federale le norme volute dal grande Presidente, nel 1888 le Leggi Jim Crow riportavano la situazione a prima di Lincoln. E così si andò avanti per quasi un altro secolo durante il quale, fono alle misure emanate dal Presidente Johnson, il linciaggio di un nero non veniva in alcun modo punito.

Per gli Americani la Patria è questa congerie potente di sentimenti e di spirito di appartenenza, vale a dire che la Patria americana, quella dei Padri pellegrini e della conquista dei territori contro Inglesi, Francesi e Spagnoli, è qualcosa di sacro, di mitologico, di eterno. Per questo il loro patriottismo si esprime nelle guerre, anche in quelle di liberazione, che hanno liberato anche noi, e in quelle che si sono convinti fossero di liberazione, ma erano altro, di pericoloso e dannoso, come la Seconda Guerra del Golfo, per la quale George W. Bush,
supportato dal “deficiente” Blair, imbrogliò il suo popolo, che si fece imbrogliare, però.

Il 2 Giugno è la Festa della repubblica. Il Presidente Mattarella si è detto “(…) fiero del suo Paese“. Mi sono chiesto perché non abbia detto “fiero dell’Italia” oppure “fiero della sua Patria“, cioè perché il termine “Patria” non si riesca a dire nelle più alte sfere, lasciandolo in uso alla destra. Oggi lo griderà Meloni in Piazza del Popolo.

Ti ricordo, mio gentil lettore, su suggerimento della collega professoressa Anna Colaiacovo da Pescara, che l’ultimo Presidente della repubblica che usava correntemente la dizione “Patria” fu Carlo Azeglio Ciampi, certamente non uomo di sinistra, ma senz’altro non di destra, garbato, colto e sincero democratico.

Io sono di sinistra (moderata) e non temo di nominare l’Italia come mia Patria. Provo senso di appartenenza per la Patria, senza sentirmi per nulla di destra. Sono passati 75 dalla fine del fascismo, anzi 77, e qualcuno ha ancora paura di parlare di “Patria”. Si pensi che due o tre anni fa scrissi su questo tema una lettera al Presidente, il quale mi rispose con un biglietto di suo pugno, con molto garbo e riconoscenza. Ma tant’è.

Commitment è il termine anglofono di dire l’appartenenza in azienda, quando si scelgono gli item per le analisi del clima. Ebbene, i lavoratori sono quasi sempre orgogliosi di appartenere all’azienda dove lavorano, la sentono “loro”, quasi come “propria”, parlano dell’azienda dove lavorano dicendo spesso “la mia azienda”, sapendo bene che l’aggettivo possessivo non significa che la possiedono in senso proprio, ben conoscendo i principi della proprietà privata, che apprezzano e stimano. Nella mia non breve esperienza di frequentazione di aziende, di cui alcune molto importanti e di cospicue dimensioni, sia nei momenti “normali”, sia nei momenti difficili o addirittura drammatici, i lavoratori hanno sentito la “loro azienda” ancora più “loro”, come Bene comune da salvaguardare prima e al di là di ogni cosa. E qui ricordo, senza citarla ancora, una delle aziende che mi sono più care, con la quale collaboro da più di un decennio, quando due anni e mezzo fa fu colpita da un gravissimo incendio: bene, tutti i dipendenti si strinsero attorno all’imprenditore e, insieme, la fecero rinascere più grande e forte di prima.

Questa è l’Appartenenza con la A maiuscola!

Un altro modo di “appartenere” è quello del tifo sportivo, specialmente quello calcistico, in questa tipologia caratteristica soprattutto dei maschi. Fanno male i politici che amministrano il settore a sottovalutare questo tipo di appartenenza. Nella vicenda calcistica di questi mesi e settimane ho sentito il Ministro dello sport affermare di essere ministro dello sport, non del calcio. Che significa questa sottolineatura scontata? Che c’è una sorta di vezzosa o snobistica avversione per questo sport, che in Italia è, non solo il più popolare, ma anche lo sport che con i suoi incassi garantisce anche agli altri sport opportuni finanziamenti attraverso lo Stato e il Comitato Olimpico Nazionale Italiano.

Posso parlare anche dell’appartenenza a qualche scuola filosofica. Anche in questo ambito vi sono persone e colleghi che ritengono la loro propria impostazione ideologico-teoretica la unica degna di studio e di attenzione, mentre le altre sono solo sottospecie incomplete, imperfette o addirittura dannose. E’ vero il contrario: ogni modello di pensiero umano, dispiegatosi nella storia, dai naturalisti pre-socratici, ai grandi Greci da Socrate, ai Padri della chiesa cristiana antica, ai Medievali, fino ai Moderni (da Galileo e Descartes), fino ai contemporanei, il pensiero umano, qui in Occidente come in Oriente ha rappresentato il modello per ogni riflessione critica e logico-argomentativa, indispensabile per il progresso scientifico e per il miglioramento del lavoro e della vita umana. Chi tra i pensatori odierni (questa strana e dannosa scuola annovera – in particolare – grazie a Dio fra pochi altri, un filosofo francese, mio collega nella filosofia pratica, con il quale non ho quasi nulla da spartire) ritiene che tutto si risolva tra un e un no, uno 0 e un 1, una x o una y, ponendo l’alternativa secca, binaria, tra due poli / estremi, fa un grave danno al pensiero, poiché la realtà è molto più complessa e di faticosa e paziente comprensione. Il manicheismo, cioè una visione del mondo e della vita morale umana impostati dal sacerdote persiano Mani, è stato nell’antichità cristiana, (III, IV e V sec.) un grave momento di scontro con il cristianesimo, che era più dialogico e dialettico, basato sui Vangeli e sulla grande tradizione filosofica greca platonico-aristotelica e stoico/ scettica (quest’ultima rinvenibile, anche, tra le righe, nei loghia (detti) di Gesù di Nazaret, mia personale opinione teologica, così come sono riportati dagli evangelisti). Ci sono ancora dei “manichei” odierni, che pensano di avere sempre ragione e che gli altri abbiano sempre torto. Costoro, questi moderni manichei, sono dei settari che fanno del male prima di tutto a se stessi, e poi agli altri e alle strutture dove operano.

Se infine parliamo delle religioni, troviamo ulteriori esempi di come l’appartenenza non deve mai essere connotata da assolutismo e fanatismo. La grande storia racconta in tema molte drammatiche vicende, ad esempio, in Oriente tra Indù e Musulmani che si scannarono per secoli, e soprattutto nel bacino mediterraneo, tra Cristiani e Islamici, su cui ci sarebbe molto da dire, ma anche tra Cristiani e… Cristiani: basti ricordare la Guerra dei Trent’anni (1618/ 1648) fra Cattolici e Riformati, cioè fra Nord e Sud Europa, che provocò centinaia di migliaia di morti. Ci volle la Pace di Westfalia per trovare un modus vivendi decente. E ad oggi questa storia è tutt’altro che terminata. L’islam negli ultimi decenni ha conosciuto un’involuzione terroristica che ha trovato precisi e drammatici agganci e concause in politiche economiche e militari dell’Occidente, soprattutto a guida USA, ma anche a guida degli ex paesi coloniali come la Francia (guerra civile di Libia dal 2011) e la Gran Bretagna (Seconda Guerra del Golfo, con la nefanda politica di Tony Blair).

Potrei continuare, ma mi pare basti. Il tema dell’appartenenza, dunque, è importante, fondamentale, maledettamente serio, sia per l’umana convivenza sia per la crescita civile, morale e culturale delle persone, di tutte le nazioni e di tutti i continenti della Terra.

George Floyd è morto, ucciso per strada a Minneapolis, nell'(in)-civile America (?)

Derek Chauvin, poliziotto 46enne, da 19 in polizia, ha ucciso George Floyd tenendolo bloccato a terra con un ginocchio sul collo, dopo averlo ammanettato. Il filmato di un passante sottolinea l’inesorabile decisione del poliziotto di continuare nella sua azione, nonostante il povero uomo catturato si stesse lamentando che non respirava più “I cannot breathe, I cannot br...”

Arrivata l’ambulanza George è morto.

In un primo momento, con la prima autopsia, è stato insinuato che Floyd fosse cardiopatico e quindi indebolito, mentre l’autopsia successiva, indipendente, ha confermato quello che si è visto davanti al mondo: che George Floyd è morto per soffocamento meccanico dovuto alla pressione del ginocchio del poliziotto durata almeno dieci minuti. Si tratta di omicidio, se di primo o di secondo grado, secondo l’ordinamento penale americano, lo stabilirà una giuria popolare, sempre se il procuratore vorrà proporre gli esiti di tutte e due le autopsie..

Sono stupìto ogni volta che accade un fatto del genere. Non ce la faccio a rassegnarmi che il metodo western sia ancora vivissimo negli USA. Il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha chiesto perché l’omicida non fosse in carcere per omicidio, intanto. Poi è stato incarcerato con l’accusa di omicidio preterintenzionale, cioè non voleva ucciderlo: si è realizzata – come si dice in filosofia – un’eterogenesi dei fini.

Mi chiedo che cosa abbia prodotto tutto ciò e c’è da pensare molto, con l’aiuto di psicologia, sociologia, storia, cultura, politica, filosofia morale… umanità.

La polizia americana ha una tradizione di brutalità: circa 1000 morti all’anno al momento della cattura o nei dintorni.

Altre cronache però mettono in vista altri aspetti sulla Polizia americana, come quelli del rischio che corrono nella lotta alla delinquenza. Molti poliziotti perdono la vita facendo il loro lavoro. E dunque, quando si pensa e si esamina il caso di George Floyd, non si può non pensare anche al contesto sociale, culturale e politico in cui le cose avvengono.

A volte pare che in America la cultura razzista sia ancora ben radicata, senza voler dire che il Ku Klux Klan sia ancora quello che era in Georgia e in Alabama negli anni ’50 e ’60. E anche che il West selvaggio sia ancora ben presente nel pensare e nel fare “americano”. Uso ancora questo aggettivo scorretto, “americano”, perché ci si capisce bene. Statunitense è troppo lento.

Il corpaccione del poliziotto che ha causato la morte di Floyd è un emblema di quel modo di “fare” pubblica sicurezza, uno stile, un mood.

Ora le strade di Minneapolis e di altre città americane sono in subbuglio.

Si può definire, di fronte a questi eventi, in-civile l’America statunitense? E’ legittimo? Che cosa significa essere civili? Avere accettato alcuni principi etici fondamentali: a) lo stato di diritto e quindi l’uguaglianza sostanziale tra tutti gli esseri umani tra loro e nei confronti dello Stato, innanzitutto, quello nato dalla Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo partorito dalle due grandi Rivoluzioni di fine ‘700, a loro volta ispirate, più prossimamente dall’Illuminismo di un Montesquieu, e prima ancora dalla dottrina biblico-paolina (cf. Genesi 1, 27; Lettera ai Galati 3, 28; Lettera ai Colossesi 3, 11), principi ribaditi poco più di settant’anni fa dopo la Seconda Guerra mondiale; b) la parità di diritti tra uomini e donne, faticosamente conquistata, ma non del tutto e non ovunque, come sappiamo (si pensi che il diritto di voto alle donne in Italia risale solo al 1946!); c) l’uguaglianza di opportunità di studio, lavoro e crescita individuale e sociale; e, se vogliamo anche altre declinazioni più precise dei diritti&doveri dell’uomo.

Intere aree del mondo e nazioni non conoscono, né applicano questi principi, tuttora, e ciò è un tema e problema centrale di questi decenni che viviamo. Le donne avranno un ruolo principale nella “liberazione” da queste catene fisiche, politiche e da panìe culturali insopportabili.

Su questo tema potrebbe essere utile rileggere perfino il nostro Mazzini, filosofo politico un poco dimenticato, che scrisse “Dei diritti e dei doveri“, quando di diritti si parlava ancora molto faticosamente, a partire da quello della libertà individuale e sociale, e della connessa giustizia, senza la quale la libertà stessa è indebolita e… afona.

E dunque, tornando al povero George Floyd, quanto civile è la grande e democratica America, che è stata indispensabile nel XX secolo per sconfiggere le tirannie più pericolose, ma si è anche persa in politiche e scelte militari sbagliate, o addirittura nefande, come nella guerra del Vietnam e nel sostegno a squallide e tremende dittature militari (ad esempio nella vicenda cilena), oppure interferendo pesantemente nella vita di nazioni come l’Italia, alla luce dei principi geopolitici di Yalta, decisi con due immensi campioni di cinismo politico-morale come Stalin e Churchill?

Domanda lunghissima, che lascia anche me che la ho formulata, senza respiro.

Risponderei che non si può definire in-civili gli Stati Uniti d’America, ma immediatamente occorre dire che molta strada questa grande Nazione deve fare per raggiungere uno standard più equilibrato di vita civile. C’è molto lavoro da fare sul piano culturale, a partire dalle scuole e dalle comunità locali. Le leggi americane sono improntate ai più nobili principi di Libertà e Giustizia, dai tempi dei Padri fondatori come Washington e Jefferson, che pure erano ancora schiavisti, ma cominciavano a pensare all’uomo come un essere parimenti portatore dei medesimi diritti. L’America di Thoreau e di Emerson sta sotto le righe dell’America crudele e competitiva, e ancora razzista tra le pieghe dell’anima di molti.

Occorre che anche quell’America emerga alla luce, in ogni città, in ogni quartiere, in ogni famiglia: così allora casi come quello di Minneapolis, Minnesota, non accadranno più. Forse.

Veri e falsi maschi “alfa”, veri leader o solamente manager, tipi e tipe carismatici/ he e narcisi/ e

Parlando di leadership (tenendo come linea guida soprattutto lo studio in tema di Max Weber), e di persone carismatiche, è inevitabile incappare nel discorso dei maschi “alfa” e del loro ruolo nei contesti organizzati, partendo pure dalla famiglia. Dico subito che vi sono anche le femmine alfa. Per esempio mia figlia Beatrice lo è, come lo era mia nonna materna Catine (Caterina), e mia cugina Lucilla, nota attrice di prosa, mancata quattro anni fa. Alfa era mia zia Enrica, sorella maggiore di papà Pietro, che a suo modo lo era anche lui, anche se con molta modestia vera. Lo è anche mia suocera Maria Assunta.

Non lo era mia mamma Luigia e neppure le principali donne della mia vita, poiché con le due che lo erano, ai tempi della mia giovinezza, sono durato al massimo sei/ otto mesi. Con le altre, di dopo, una vita.

Chiarisco subito un punto: essere alfa non significa essere più intelligenti dei non-alfa. Un altro punto: molti manager non sono leader: i due concetti sono radicalmente diversi, poiché, mentre il manager ha un ruolo, per ragioni le più varie, un leader può essere quasi chiunque (si pensi al Craxi men che trentenne, segretario di Nenni, ad esempio), anche chi è molto indietro nella gerarchia (politica aziendale, ecclesiastica, etc.), ma può crescere fino alla leadership per carisma e per il fatto che è un vero alfa.

Io non potrei avere un rapporto continuativo con una femmina alfa, perché la simmetricità danneggia (anzi rovina) la coppia umana, e mi limito a considerare quella costituita da maschio e femmina. Nel mio caso sarebbe insopportabile, proprio perché chi mi conosce sa che io stesso sono un maschio alfa, senza che tale affermazione sia una vanteria, in quanto tale caratteristica mi è riconosciuta da quando, a otto/ dieci anni, ero “capo” dei chierichetti in chiesa a Rivignano, con ottanta miei compagnucci in mini-talare (si era ai tempi del rivoluzionario Concilio Ecumenico Vaticano II), e punto di riferimento per Monsignor Prevosto Don Aurelio, che mi trattava da “grande”, quasi.

Poi capoclasse alle medie, capitano nella squadra di basket, animale leader di profitto (soprattutto in greco e latino) al liceo, caporeparto del reparto di verniciatura quando facevo lo studente-operaio, segretario generale di un sindacato, per solo un mese coordinatore-portavoce, su proposta di diversi parlamentari laici e cattolici, ex comunisti e socialisti, di una nuova forza politica a livello regionale (era la metà degli anni ’90 e nasceva la poco fortunata Alleanza Democratica), direttore del personale in una grande azienda, provvisto di sei pergamene accademiche (fra cui due PhD), presidente di organismi di vigilanza aziendali di aziende notevoli e coordinatore di colleghi filosofi sul territorio.

E senza aver mai sofferto della sindrome da libido potestatis: Questo è importante: a me del-potere-per-il-potere non frega alcunché, cioè… nulla! La libido potestatis e sua sorella la libido pecuniae non mi hanno mai preso e tanto meno condizionato. Avrei dovuto essere diverso da come sono, ma non sarei stato io. Forse, invece, alla libido in senso primario e più proprio (freudiano, ma forse è meglio dire da Cantico dei cantici), sono sempre stato… sensibile. Sono stato e sono un maschietto e poi un maschio “alfa” senza alcun interesse per comandare, eppure la mia opinione e posizione è stata sempre tenuta in buona o addirittura grande considerazione dagli altri. Il potere diretto mi fa quasi ridere, e provo un po’ di compassione per chi vive per esso. Preferisco di gran lunga esercitare della moral suasion, che è più discreta e alla lunga più efficace.

Il generale Massimo

Di maschi alfa, ve ne sono di veri e di falsi. Che vuol dire? Che alcuni di costoro riescono con naturalezza a mostrarsi leader per un carisma evidente e giammai forzato, altri invece hanno bisogno di “veri” leader che li sovrastano e che (i primi) accettano di buon grado, per mostrare in qualche modo la loro tendenza a comportarsi da maschi alfa, o comunque ad allearsi con costoro, ma la maggior parte delle volte non ci riescono, perché tale caratteristica personologica non si può mutuare da un terzo. O c’è o non c’è, come l’essere e il non-essere parmenideo.

Gli etologi alla Konrad Lorenz, per dire, studiano le gerarchie animali, definendo i capi branco, gruppo, stormo, etc. proprio “maschi-alfa”. Tra costoro, si tratta di specie che vivono in gruppo, possiamo ricordare i lupi, i licaoni, i leoni, i cervi, gli elefanti, dove tra questi ultimi il “capo” è una femmina anziana. In questi gruppi la gerarchia si stabilisce attraverso lotte rituali tra aspiranti al “titolo” di capo, lotte che a volte possono anche avere conseguenze mortali, ma in una minoranza di casi. Gli animali, a differenza degli esseri umani, accettano il verdetto del confronto, senza poi congiurare contro il nuovo capo, come spesso fanno gli uomini.

In certe specie animali può comunque succedere che il “capo” vincente desideri eliminare i concorrenti anche pro futuro, sopprimendo i piccoli avuti dal predecessore, ma le femmine-madri fanno buona guardia: si pensi alle leonesse e anche alle scrofe di cinghiale, alle orse…

La storia insegna che anche tra gli umani ha avuto larga applicazione di un’arma di guerra tra le più atroci: lo stupro delle femmine degli sconfitti, applicata d esempio anche nelle Guerre balcaniche degli anni ’90 del XX secolo. Noi c’eravamo e questi racconti giunsero fino a noi, di vicende che accadevano a meno di mille chilometri dal Friuli, dove vivo io.

Il gruppo animal-sociale sta con l’individuo alfa anche nella caccia e in qualche modo nella riproduzione, quando il capo decide – più o meno – tutto.

Prendendo spunto dal comportamento animale, anche nella specie umana vengono indicati – abbastanza impropriamente – individui “alfa”, che avrebbero caratteristiche “dominanti” nella società e nei rapporti interpersonali.

Esistono anche le donne “alfa”, e ognuno di noi ne conosce qualcuna. Non meno del maschio, quel tipo di donna è resistente a ogni avversità, è coraggiosa, combattiva, un avversario duro per chiunque. La leadership di questi tipi umani si manifesta abbastanza presto, anche se può stare per lunghi periodo in una sorta di latenza, che può terminare quando l’occasione la smuove. L’essere leader e alfa, allora, esplode.

Gli/ le alfa sono persone che riescono a pensare alle cose migliori per sé, per dare soddisfazione alle proprie ambizioni, e sono capaci di grandi sacrifici e di grande impegno. Sono competitivi e determinati, sempre fiduciosi in se stessi. La loro forza è la capacità di essere credibili, mostrando sempre uno stile assertivo nella comunicazione, e sono senza scrupoli – talora – quando si accorgono di poter manipolare gli altri.

A volte gli alfa non sono tali, ma solamente dei gran narcisisti, non realmente bravi e intelligenti, persone guida e responsabili, ma molto bravi a fingere. Non è possibile che un vero alfa basi il suo (presunto) carisma di leader sulla falsità, poiché prima o poi il gioco viene scoperto. Il narcisista, a differenza del vero alfa, ha bisogno di sottolineare continuamente le sue capacità e i suoi successi e, se ha potere, gode nel sentirselo ricordare dagli altri. Anzi, i suoi subalterni devono sapere che una delle principali attività loro richieste, se vogliono mantenere la posizione raggiunta, è l’adulazione del capo (fino all’adorazione, come ai tempi delle sovranità assolute e divinizzate, si pensi alle monarchie orientali, ma anche ai capimafia et similia), un continuo riconoscimento di superiorità nei confronti di tutti gli altri.

Molto spesso il “falso alfa”-narciso è anche geloso e permaloso. A volte è perfino invidioso, arrivando a soffrire per i successi altrui, quando l’invidia si trasforma in odio. Attenzione: l’invidia è la deformazione “patologica” della gelosia, ed è il secondo per gravità (dopo la superbia) dei sette vizi capitali, secondo la morale classica. Tipi di questo genere di solito temono i talenti più giovani, perché sono fondamentalmente insicuri e hanno paura che chi vale di più gli porti via il posto e soprattutto il potere. Queste caratteristiche sono tipiche di chi in realtà non è un vero leader, ma è un capo (ove lo sia) fasullo. Ne conosco alcuni, e tu, caro lettore? Fai attenzione: spesso queste figure ci tengono anche ad apparire virtuose, giuste, perfette (o quasi). E non scordiamo che spesso il narcisismo è così grave da configurarsi come una vera sociopatia, a volte assai pericolosa per gli altri, come ci spiegano gli psico-criminologi, e gli psico-thriller americani, così ben fatti da sembrare cronache.

Ora facciamo un gioco, mio caro lettore… quanti maschi o femmine alfa, o falsi-alfa, o narcisi conosci? Che lavoro fanno? A che classe sociale appartengono? Hanno “inventato” più o meno da soli la loro crescita o sono “figli/ figlie di papà”? …

Io ne conosco non pochi, dell’uno e dell’altro genere, ma qui non farò nomi, perché mi limiterò a descriverne alcuni per caratteristiche tali da dipingerli con una certa cura ed eventualmente farli riconoscere – con indubbio gusto – da qualche mio lettore. E infine a proporre un elenco molto incompleto di alfa, molto, molto diversi tra loro.

Idealtipi “weberiani”: abbiamo il cinico-opportunista-curioso, oppure il falso-umile, oppure ancora l’attore-giocoliere, o… ad libitum, tanti da riempire il capitolo di un testo di caratterologia psicologica.

Vediamo qualche tipo, che è leader di fatto e di diritto senza essere maschio “alfa”: il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Questo signore di buone maniere, ma non poco superbo, è uno dei trecentomila e più avvocati presenti sulla piazza italiana, nulla di più, con rispetto parlando della sua professione, ovviamente.

Un altro che non merita alcun riconoscimento leaderistico da maschio alfa, carisma a zero è Dimaio: proprio stamattina ha affermato in un’intervista che “ciò che si è fatto durante la pandemia, caratterizzato dalla trasparenza permette di evitare gli errori del futuro“, del o nel futuro? Bah.

Invece qualche tipo, che è leader di fatto e di diritto, essendo veramente un maschio “alfa”: Antonio Conte, l’allenatore dell’Inter. Stesso cognome del capodelgoverno, diversissima caratura di personalità; oppure un tipo come Boris Johnson, o come Putin, o Kurz? chi dei tre lo è? Kurz certamente no, inquietante giovinetto democristiano che starebbe bene con la divisa della Hitlerjugend,…forse lo è, invece, l’omonimo colonnello Kurz di Apocalypse Now, che ne dici, caro lettore?

Sicuramente Pericle era un maschio alfa, Milziade e Temistocle pure. Gesù di Nazaret (e in che modo!) Giovanni di Patmos, e Paolo di Tarso…

Salah el-Din lo era, il conte Raimondo di Tolosa (Prima crociata) pure, Timur-Lenk, Genghis-Khan, Siddharta Gautama (il Buddha), Caio Mario e Lucio Cornelio Silla, diversi imperatori romani, sì, certamente, fin da Cesare Augusto, Vespasiano, Tito, Traiano, Adriano, Marco Aurelio, Antonino Pio, Diocleziano, Costantino, tutti maschi “alfa”.

Maschi alfa erano diversi papi, come Gregorio Magno, Gregorio VII, Bonifacio VIII, Innocenzo III, Giulio II, Pio II (Enea Silvio Piccolomini), quello che faceva lavorare Bernardino di Betto, chiamato il Pinturicchio, Karol Wojtyla e qualche altro. Maschio alfa anche don Rodrigo de Borja, cioè Alessandro VI, padre di Lucrezia e Cesare Borgia, con dei difettucci, ma alfa.

Politici e militari italiani come Lorenzo il Magnifico, Bartolomeo Colleoni, Giovanni de’ Medici (delle Bande Nere) il Conte di Cavour, Giuseppe Garibaldi, Francesco Crispi, Giovanni Giolitti, Benito Mussolini, Filippo Turati, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Aldo Moro (nonostante il suo stile garbato, che non significa “mancanza di p.”), Benedetto Craxi, Enrico Berlinguer, Silvio Berlusconi. Ai nostri tempi, nessuno, neanche Renzi e Salvini, che si credono tali: alla grossa questi due lo sono (alfa), ma i difetti che mostrano, soprattutto l’arroganza e la politica urlata, finiscono con il nullificarne il carisma. Si vedrà.

Maschi e femmine alfa erano santi e sante come Francesco d’Assisi (Giovanni di Pietro di Bernardone), Antonio da Padova (Fernando de Soana), Caterina de’ Benincasa (da Siena), Teresa d’Avila, san Juan de la Cruz, Edith Stein (Teresa Benedetta della Croce), Giovanni Bosco, padre Pio da Pietrelcina, tra non pochi altri.

Artisti e poeti/ scrittori/ attori e registi come Fidia, Omero, Publio Virgilio Marone, Quinto Orazio Flacco, Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio, Francesco Petrarca, Ludovico Ariosto, William Shakespeare, Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Fedor Dostoevskij, Honorè de Balzac, Gustave Flaubert, Charles Dickens, Jane Austen, Lev Tolstoij, Michelangelo Buonarroti, Leonardo da Vinci, Michelangelo Merisi-Caravaggio, Gianlorenzo Bernini, Johann Sebastian Bach, Georg Friedrich Haendel, Ludwig van Beethoven, Richard Wagner, Giuseppe Verdi, Lev Tolstoj, Gabriele D’Annunzio, Pablo Picasso, John Lennon, Miles Davis, Charlie Chaplin, Stan Laurel, Spencer Tracy, Katherine Hepburn, Stanley Kubrick, Robert De Niro, Jean Reno, Clint Eastwood, Federico Fellini…

Di altre nazioni e tempi, capi come Abramo, Mosè, Ramses II, re Davide, Giulio Cesare, Publio Cornelio Scipione, Gneo Pompeo, Alessandro il Grande, Federico II (Stupor mundi) di Svevia, Carlo V d’Asburgo, Pietro I il Grande, Caterina II di Russia, Napoleone, Cromwell, Lincoln, De Gaulle, Wladimir I’lic Ulianov (Lenin), Josip Dgiugasvilj (Stalin), Lev Bronstein (Trotskij), Josip Broz (Tito) Michail Gorbacev, Franklin D. Roosevelt, Mao-Tze-Dong, Ciu en Lai, Deng Hsiao Ping, John e Bob Kennedy, Margaret Thatcher, Bill Clinton, Angela Merkel, tra altri, non pochi. Certamente maschi “alfa” anche se non privi di difetti e di narcisismo (Mussolini, Stalin, Hitler, Raynard Heydrich, questi ultimi tre “alfa” di malvagità terrificante).

Filosofi come Platone, Aristotele, Eraclito, Parmenide, Epicuro, sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, il beato Giovanni Duns Scoto, sant’Anselmo d’Aosta, san Bonaventura da Bagnoregio, Renè Descartes, Johann G. Leibniz, John Locke, David Hume, Immanuel Kant, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Friedrich Schelling. Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger, Ludwig Wittgenstein…

Nello sport secondo me sono stati e sono alfa: Costante Girardengo, Alfredo Binda, Gino Bartali, Fausto Coppi, Jacques Anquetil, Bernard Hinault, Francesco Moser, Eddy Merckx, Franco Baresi, Armando Picchi, Gianni Rivera, Valentino Mazzola, Diego Maradona, Nereo Rocco, Helenio Herrera, Alfredo Di Stefano, Nino Benvenuti, Gianpiero Boniperti, Mohammed Alì, Valentina Vezzali, Sugar Ray Leonard, Alberto Juantorena, Gigi Riva, Ferenc Puskas, Luis Suarez (quello dell’Inter, non il dentone antipatico del Barcellona), Bobby Charlton, Gigi Meroni, Gaetano Scirea, Mario Kempes, Franz Beckenbauer, Daniel Passarella, Francesco Totti, Giorgio Chinaglia, Socrates, George Best, Roberto Mancini…

E questo discorso potrebbe continuare a lungo, ma ce n’è già abbastanza per riflettere.

Silvia Romano, o di ciò-che-è-possibile: la “realtà” dei sogni e anche dei pro-getti, dell’immaginazione e della fantasia creativa, tutte manifestazioni della “verità”, anche nelle storie più drammatiche e angoscianti

Sicuramente Silvia Romano, liberata dopo oltre 500 giorni di prigionia nei covi di Al Shabab, dall’intelligence italiana e – pare – con il decisivo ausilio dei Turchi, ci rende tutti pieni di gioia e in purezza di cuore.

Però… e l’avversativa non è casuale, come puoi immaginare, mio gentil lettore.

Non voglio nascondertii quello che scrissi quando fu rapita: grosso modo su questo blog affermai con una certa durezza: “sarebbe stato meglio che si fosse dedicata agli anziani non autosufficienti di Treviglio o di Rho,
invece di andare in Africa“.

Una battuta istintiva, forse ispiratami dal fatto che Silvia è coetanea della mia Beatrice, e quindi mi sono immedesimato in suo padre. Un delitto aver pensato e scritto quanto sopra?

Chi non è padre (o madre) non può immaginare che cosa significhi una figlia. Semplicemente il destino di una vita, la persona di gran lunga più importante, fin da quando è stata “immaginata” (io immaginavo di voler/ poter avere una figlia da quando ero adolescente, lo dicevo a tutti, peccato che chi lo sapeva, mia povera mamma Luigia, non è più qui per confermarlo), e poi nata (me presente e attivo nella sua venuta al mondo esterno, mentre solo sua Madre era presente nel momento misterioso e inafferrabile della sua venuta al mondo… interno, come zigote), e cresciuta in corpo, mente e spirito, e accolta da un uomo, cui si è affidata.

Invece, la Vis imaginativa di Silvia, la sua generosità e il suo altruismo la hanno portata in Kenia, nell’Africa profonda, e oggi riceve, non solo l’affetto di tutta Italia, ma anche l’approvazione per la scelta fatta a suo tempo, oltre che dai “governanti” che in pompa magna (eccessiva, ma la politica dell’immagine ha le sue ragioni, no?) la vanno a “raccogliere” a Ciampino soprattutto per visibilità mediatica, e poi da parte del dottor Gino Strada (costantemente votato alla politicanza), da Saviano (eh, ci mancava!), da Fazio (che sicuramente la ospiterà nel suo invidiato programma di prima serata), da uno scrittore sopravalutato come Erri De Luca; penso anche da don Ciotti, prete cattolico molto “aperto” (tra qualche altro presbitero nostrano, il cui nome qui non faccio, ma chi mi conosce sa bene chi intendo), certamente tra molti altri. Sul fronte “opposto” si scateneranno i forti lai salviniani (questa volta non direttamente suoi, forse qualcuno ultimamente gli ha consigliato di modificare i suoi toni solitamente urlati) e meloniani, talmente prevedibili da essere stucchevoli.

Capisco razionalmente tutto, ma non condivido l’insieme della vicenda, dalla scelta iniziale al suo esito nel brutto barracano islamico verdastro (nulla a che vedere con i tradizionali coloratissimi bei vestiti femminili della tradizione somala), impostole dai delinquenti nazifascisti che l’hanno rapita, specialmente se queste missioni non sono supportate da misure di sicurezza maggiori di quelle che offre il Kenia in un villaggio a sessanta km da Malindi.

Tutti sappiamo che una disgrazia può accadere a chiunque, ovunque e in qualsiasi momento, in modo tale da poter perdere la vita. Ma, un rapimento o una morte violenta sono più probabili dove la situazione locale, socio-politica, etnica e militare è particolarmente difficile, per ragioni obiettive conosciute. Dopo la Seconda Guerra mondiale si usa dire che abbiamo vissuto 75 anni di pace, ma non è vero, perché in questi tre quarti di secolo abbiamo vissuto decine di guerre locali e regionali che hanno fatto milioni di morti: basti ricordare la Guerra di Corea nei primi anni ’50 e quella del Vietnam, dal ’63 al ’75, più o meno dalla presidenza Kennedy alla presidenza Nixon, che provocò oltre un milione di morti tra i Vietnamiti e 60.000 tra i soldati Statunitensi.

Il vicino Oriente, poi, dal ’48 a oggi è stato un teatro di guerre e guerriglie continue, per il conflitto Israelo-Palestinese (1948 – 1967 – 1973, etc..), la guerra Iran-Irak che fece un milione di morti, le due Guerre del Golfo dei due Bush e del falsario Blair. E in Africa ricordiamo, tra altre, le storie terribili delle guerre congolesi negli anni ’60 e quella tribale fra gli Hutu e i Tutsi in Ruanda negli ’80, che provocò due milioni di morti.

E abbiamo ben presente la – a noi vicinissima – Guerra balcanica negli anni ’90, che tolse la vita a quasi 400mila persone; e poi quella siriana, più recente, con mezzo milione di morti. Non dimentichiamo mai l’11 settembre 2001 americano e la conseguente Guerra infinita in Afganistan. E le dittature violente in Sudamerica (Cile, non Venezuela, caro Dimaio!), e altri orrori, come la strage cambogiana perpetrata dal criminale Pol Pot e dalla sua cricca di delinquenti, guerre e guerriglie fatte senza alcune dichiarazione formale, come usava la diplomazia politico-militare fino alla Guerra ’39/ ’45.

E torniamo da noi, per parlare di Silvia. Lei è andata in zone infestate da terroristi e sedicenti guerriglieri islamisti (falso-islamici, e lo dico da un punto di vista, sia teologico sia socio-politico, nonché etico).

Silvia ha deciso di rischiare ed è andata laggiù, venendo rapita da un gruppo organizzato, probabilmente una banda che opera border line, tra traffico di armi e di droga, il quale manteneva rapporti “affaristici” con gruppi più politico-militari come i kaedisti di Al-Shabaab. Indubbiamente Silvia è una ragazza forte e determinata, sicuramente preparata e disponibile a rischiare qualcosa, anzi molto, della sua vita. Ciò che è successo non sono ora in grado di qui descrivere. Un anno e mezzo da rapiti può essere molto dura, specialmente per una giovane donna, che rischia, oltre alla vita, anche il rispetto del suo essere-donna. Non conosciamo i dettagli del trattamento riservatole, anche se lei di primo acchito ha affermato di essere stata trattata bene, e probabilmente li conosceremo tra qualche tempo.

Vi è poi la tematica religiosa: a me pare sia stata costretta alla “conversione” all’Islam, metodica tipica di queste situazioni, anche se lei afferma che è stata una scelta spontanea e libera. Restando sul teologico-religioso, vengono in mente i casi storici dei primi cinque secoli di Cristianesimo, certamente fino al dominatum di Diocleziano, ma anche in certi casi un poco oltre, qui evitando di citare le lotte intestine al cristianesimo, che causarono migliaia di morti, almeno fino alla lotta iconoclasta del VIII/ IX secoli. La storia dei “testimoni” capaci di farsi uccidere per non abiurare alla loro fede, ci racconta in modo accurato, nei cosiddetti “martirologi” quello che successe in molti casi, ma anche queste storie andrebbero ri-studiate, perché la vulgata catechistica non le ha presentate correttamente, almeno fino al Concilio Ecumenico Vaticano II. Per la dottrina cristiano-cattolica non vi è nessun problema se si è costretti alla “conversione” con le minacce e la violenza: Santa Madre Chiesa è accogliente, sempre, verso chi ha subito violenza.

In questi casi la differenza la fa, come sempre, la persona, l’individuo, che ha capacità del tutto soggettive di sopportazione della paura, del dolore, dell’ignoto che genera un’ulteriore paura… quella della paura, un’emozione-passione tra le peggiori. Non conosciamo Silvia, né la sua capacità di sopportare una situazione senza empatia verso di lei, possiamo pensare, ma non ne siamo sicuri.

La letteratura narrativa e quella psicologica parla di una famosa sindrome, quella detta “di Stoccolma”, per la quale il prigioniero in qualche modo finisce con l’essere perfino solidale con il proprio rapitore e/ o carceriere, visto che è “passata di mano” più volte essendo tenuta in almeno sei luoghi diversi, come ha già raccontato.

Certamente, in vicende tipo quella di Silvia viene meno, ovvero si riduce il potenziale della persona che offre il suo servizio, ed emerge il possibile, cioè ciò-che-può-essere (o capitare), oppure ciò-che-può-non-essere (o capitare). Il possibile è costituito, qui scritto in modo filosoficamente assai approssimativo, dalla somma fra realtà effettuale e realtà virtuale.

Ad esempio, parliamo brevemente della sua “con-versione”, o metanoia, in greco antico. Silvia si è convertita all’Islam, ma da che cosa? da un agnosticismo di tipo giovanil-occidentale o da un cattolicesimo cristiano? e questa religione era prima da lei vissuta in modo tiepido o intenso, convinto? Tante domande che occorre farsi, psicologicamente e filosoficamente. Io non lo so, perché non conosco la sua interiorità spirituale e morale.

Quello che posso dire è che in una situazione analoga non sappiamo che cosa potrebbe fare una qualsiasi ragazza italiana di ventiquattro anni. Può anche darsi, e non so se lo sapremo mai, che la scelta della conversione sia stata fatta per evitare un matrimonio islamico, nella tradizione del quale, la Sharjia prevede come effetto immediato l’adesione della sposa alla fede del marito. Ricordo qui che, tra i Paesi a maggioranza musulmana, solo la Tunisia ha messo in Costituzione il divieto di origine semitico-patriarcale (pre-islamico, lo sottolineo, per una doverosa cura della correttezza storiografica) per la moglie dell’obbligo di aderire alla fede del marito, mentre altre Nazioni cominciano ad adeguarsi a questo principio democratico-liberale, come il Marocco, l’Egitto, l’Algeria e l’Indonesia (ti ricordo, gentile lettore, che l’Indonesia è la più grande Nazione a maggioranza musulmane del mondo).

Non dobbiamo mettere in dubbio la buona fede di Silvia, ma è lecito essere perplessi di fronte a una scelta, peraltro così immediatamente e mediaticamente conclamata come la sua. Ne saranno ammirati stuoli di giovani ragazze, e si metteranno sulle tracce del suo esempio? Ne dubito fortemente.

Altro argomento, in qualche modo collegato al precedente. Anche i sogni, l’attività onirica, fanno parte della realtà, come ben sapevano gli antichi, e in tempi più a noi vicini Sigmund Freud e Karl G. Jung. I sogni sono una dimensione del reale che fa parte della vita umana e della natura psico-fisica di essa.

L’attività onirica, cioè i sogni, oltre che come attività psicologica inconscia, possono essere anche considerati come metafora. Tutti noi sognamo una vita migliore per noi stessi e per i nostri cari e amici.

Silvia Romano ha “sognato” una realtà e un mondo “migliore”, soprattutto per i più fragili e poveri, come i bambini, e si è mossa per questo.

Per lei, ma anche per ciascuno di noi, questa realtà viene veramente generata o “creata” dagli esseri umani. La generazione è un passaggio da una vita a un’altra, un passaggio di vita, mentre la creazione appartiene a due “fonti”: la prima è quella “divina” che nessuno è obbligato a tenere veridica, poiché la fede è un atto, non un frutto del ragionamento logico-argomentativo; la seconda è quella dell’arte, della poesia, della musica. O dell’impegno sociale, come nel suo caso e in quelli di numerosissimi altri/ altre.

In questo ambito, quello dell’impegno sociale, che richiede anche la disponibilità a “rischiare del proprio”, voglio segnalare anche un altro aspetto, quello del comportamento delle Ong/ onlus, la cui correttezza morale e la cui preparazione professionale lasciano molto a desiderare. Nel caso, Silvia era nella savana africana, più vicina gli ippopotami e ai leoni che a un servizio di polizia degno di questo nome, cara fondatrice della Ong marchigiana per la quale lavorava Silvia. Mi auguro che questa drammatica vicenda suggerisca indagini approfondite da parte delle autorità italiane e magari l’adeguamento di una normativa che pare largamente insufficiente.

Ogni progetto, anche quello di Silvia, è come un “secondo sguardo” sulla realtà. Noi esseri umani abbiamo bisogno di due sguardi, il primo sull’immediato istante che accade, e mentre accade, passa, facendo transitare la sensazione del tempo dal passato al futuro, passando per il presente; il secondo è lo sguardo di medio periodo, che presuppone un progetto, che è composto di analisi prima, di sintesi, di decisione e di azione. Bene: mi chiedo se Silvia abbia avuto attenzione per i due sguardi: certamente l’impeto della scelta di andare mostra come abbia utilizzato il primo, ma forse non il secondo.

Ora per lei è tempo, dopo che si sarà riposata, di riflettere per ri-costruire un progetto per la sua vita, avendo la forza e la razionalità per il secondo sguardo, quello che permette alla volontà umana di trasformare il possibile in reale, utilizzando il potenziale, cosicché ciò-che-è-in-potenza possa diventare atto, cioè verità. Anche rispetto alla scelta di fede che si è – in qualche modo – “sentita” di compiere.

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