Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Azioni “disumane” “dell’uomo”

Caro lettore,

sedici morti ammazzati ammassati su vetusti furgoni appesi a qualche cordame per strada di ritorno dal bestiale lavoro a tre euro l’ora. Sedici ragazzi giovani dell’Africa, facili prede di orrendi profittatori. Non ci son scuse o ragioni, se non la bestialitas dei caporali e dei loro accoliti.

Da decenni si parla di questa tratta di forze umane nel meridione italiano e ora non solo: non so che cosa abbiano fatto i sindacati eredi del grande compagno Di Vittorio, che cosa gli ispettori del lavoro, che cosa i politici eletti in loco, che cosa le associazioni d’impresa, che cosa qualsiasi altro soggetto umano a conoscenza dello sfruttamento sette/ ottocentesco di decine di migliaia di giovani di pelle scura, alloggiati alla canina via, bastonati e sfruttati con ritmi di lavoro e paghe indonesiane. Che cosa? Dove erano, dove sono? Che cosa fano dalla mattina alla sera? Congressi? Riunioni di lavoro? Piani di intervento a tavolino? Multe? Non so.

Nel titolo ho scritto “azioni disumane dell’uomo”: forse che, mio gentile lettore, trovi una qualche contraddizione nel titolo stesso? Vediamo: azioni (sostantivo-soggetto), disumane (attributo del sostantivo-soggetto), dell’uomo (genitivo, complemento di specificazione del sostantivo-soggetto). A prima vista vi è una ripetizione, perché l’attributo di “azioni”, cioè disumane, in qualche modo si giustappone al complemento di specificazione “dell’uomo”. E dunque, le azioni sono disumane, epperò sono-dell’uomo, cioè l’uomo è capace di azioni disumane, là dove l’attributo ha valenza morale e rilevanza etica. L’uomo fa il male, perché è intriso di male nella sua propria anima.

Svelo l’arcano linguistico-filosofico, per dire: Tommaso d’Aquino distingueva tra le azioni “umane”, e quindi anche tra quelle “disumane”, e le azioni dell’uomo, per chiarire bene che l’uomo, animal rationale, secondo il Philosophus Aristoteles (così Tommaso lo chiama nella Summa Theologiae) è capace di azioni buone, cioè umane: ed eccoci, vale a dire degne del suo essere animale razionale e quindi capace di conveniente bontà, e anche -di contro- di azioni malvage, vale a dire di azioni intrise di malevolenza, mancanza di rispetto, di solidarietà, di fratellanza, fino alla violenza e all’omicidio dell’altro, se tale atto  potrà essere di convenienza propria.

I neuro-scienziati tendenzialmente materialisti odierni, un po’ alla Damasio, considerano l’evoluzione un tutt’uno dai batteri di cento milioni di anni fa al sapiens di ottantamila anni fa, quello della rivoluzione cognitiva. Può darsi abbiano ragione sotto un certo profilo, ma non bastano le loro ragioni razionalistiche: occorre un pensiero più capace di accedere, almeno a tentare di accedere, alla stupefacente complessità psico-fisica dell’essere umano, cioè alle sue manifestazioni spirituali. cioè psico-morali .

E dunque, lasciando perdere qui le dimensioni giuridico-contrattuali e politico-amministrative dei casi sopra citati, appunto, e mantenendoci a un livello più generalmente antropologico, che cosa dobbiamo fare di e con quei “caporali”, dopo averli individuati e debitamente puniti secondo il nostro civile ordinamento penale? Dobbiamo credere che sono degli umani capaci di resipiscenza, di pentimento e di redenzione? Non ho rispose facili. Totò Riina fino all’ultimo ha minacciato forze dell’ordine e magistratura, ritenendosi al di sopra di ogni morale e di ogni ordinamento, e questi signori, questi uo-mi-ni di che pasta sono fatti?

Innanzitutto mi metto in ascolto della politica che comanda ora, i due partitoni che a sentir loro non sbagliano mai, che in realtà ereditano e debbono rimediare a errori altrui, dei predecessori, delle opposizioni (e mi chiedo, quali opposizioni?). Non sono letteralmente in grado di profferir verbo che abbia un qualche senso analitico e programmatico-operativo. Meno male che c’è la Polizia, i Carabinieri, la Guardia di finanza, qualche prete e la Caritas. Per il resto sguardi attoniti e parole vuote in libertà, come quelle, le solite, arroganti e distruttive, del Ministro dell’Interno o del prezzemolino-saviano.

Personalmente son convinto che le energie e le forze ci sono, ci sarebbero, solo che chi le guida, a partire dalla politica, sapesse lavorare. Il fatto è che questa classe politica cui gli Italiani hanno demandato la responsabilità di governo, NON SA LAVORARE.

Quando io incontro un giovane laureato, anche in ingegneria, in un colloquio di selezione, spesso lo spiazzo con la domanda: “scusi, lei sa lavorare?” la domanda è insidiosissima, perché se si si tratta di un giovane può suonare come una presa per il sedere, ma se si tratta di un senior di più di quaranta anni può suonare addirittura umiliante. Eppure io continuo a fare questa strana domanda, i cui esiti psico-dialogici recupero immediatamente dopo spiegando che è un modo per entrare in medias res e condividere che ogni azienda, ogni luogo di lavoro, richiede una ri-partenza mentale, un nuovo approccio, umiltà, capacità di ascolto e di mettersi in discussione, anche se la persona,  il candidato possiede ottimi titoli e una buona esperienza pregressa. Le persone più vispe mi rispondono quasi subito, dopo un legittimo attimo di smarrimento: “beh, non conosco questa azienda e pertanto all’inizio devo imparare“, e queste sono le persone che accettano anche di ripartire da un inquadramento più modesto e da una RAL (Retribuzione Annua Lorda) calmierata rispetto alla precedente. Allora si prosegue e si arriva spesso all’inserimento del perito meccanico trentacinquenne, dell’ingegnere quarantacinquenne, e si va avanti.

Questi signori e signore entrano e imparano (re-imparano) a lavorare e crescono e, dopo un periodo nel quale sono state un puro costo per l’impresa, diventano parte di una struttura che fa guadagnare e quindi creare le condizioni ineludibili per crescere insieme, reinvestire e assumere ancora persone.

I politici di cui sopra NON CONOSCONO LE COSE DI CUI SI OCCUPANO, NON SANNO LAVORARE E PRETENDONO DI INSEGNARE. Questa è la ragion principale dei fatti di cui a questo post.

Non so più farlo, né lo voglio fare, di perorare ancora umiltà e buona volontà, se non per riflettere ancora una volta con i miei gentili lettori, che non si può non partire che dalla conoscenza, dallo studio, dalla ricerca, dalla costruzione di una capacità progettuale della politica e della pubblica amministrazione, a partire dalla scuola, che deve dare gli strumenti per un’inculturazione generale all’umano. Inculturazione non acculturazione, cioè crescita della consapevolezza di essere-umani. Anche i caporali, a questo punto, potranno svestire la maschera ambigua della violenza e del ricatto e si potranno mettere creaturalmente in gioco con tutti gli altri, anche con i neri vilipesi e offesi.

Omicidi: 0,2% ogni 100.000 abitanti in Italia, 4,5% su 100.000 abitanti negli U.S.A.

…forse 7/8 milioni di armi da fuoco comprese quelle da caccia in Italia su 60 milioni di abitanti, 250.000 di armi da fuoco negli U.S.A. su circa 350.000 milioni di abitanti. Un rapporto clamorosamente favorevole alla situazione italiana.

Ora, la linea politica della destra, soprattutto della Lega e del partitino assorbibile della Meloni vuole pistole per tutti. Ieri uno stagista incazzato fa una strage nella redazione di un giornale americano ad Annapolis nel Maryland, perché, pare, riteneva di essere stato trattato ingiustamente da quel foglio, di essere stato diffamato. Qui non siamo nel contesto fanatico di Charlie Hebdo, ma in una situazione “normale”, dove un uomo “normale” fa una strage. Personalmente sono coinvolto nell’inserimento di stagisti e tirocinanti nelle aziende che seguo, i quali lavorano un periodo, scrivono la loro tesi, mi aiutano, li aiuto come co-relatore, finito il periodo se ne vanno ringraziando e mantenendo i contatti. Proviamo a immaginare un altro scenario: effrazione di una casa, il ladro entra, è armato, il padrone di casa si accorge, cerca la pistola nel comodino, posto che l’abbia messa lì, e il ladro, nel frattempo, che cerca anche i gioielli della moglie, che fa? Aspetta che il padrone di casa armi l’arma, si concentri, gli punti la pistola contro intimandogli il “mani in alto”? Bene che vada gli spara in una spalla, per immobilizzarlo, male che vada lo fredda.

Cosa abbiamo ottenuto? Un cittadino libero e onesto è morto, una famiglia è nella disperazione e il ladro è diventato un assassino.

È evidente che la magistratura deve valutare bene come viene esercitata la legittima difesa e il diritto di ciascuno di usare anche un’arma per difendere sé e i propri cari: troppe volte infatti, al di là dei dovuti procedimenti di accertamento, a volte è sembrato che l’aggredito che si è difeso sia passato dalla parte del toro, e questo è indecente.

Quello che scriverò qui sotto farà un po’ di impressione, ma la vita e le cronache ci presentano speso questi racconti e conti.

Studiato queste misere piccole cose Salvini e Meloni? Avete letto qualche testo di psicologia della violenza? Sapete che un’arma in mano o a disposizione moltiplica le possibilità di usarla, anche contro se stessi? Chi ha una pistola a disposizione in un momento di depressione grave sta un momento a puntarsela alla tempia o in bocca; chi non se l’ha, magari ha il tempo di ripensarci, o no?

Guardate la bocca e il gesto di Charlton Heston qui sopra, attraente, vero? Il volto si atteggia a una minaccia quasi preventiva: “guarda che se ti avvicini ti sparo, non entrare nel mio giardino eh?” brandendo un vecchio catenaccio delle guerre franco/canadesi/inglesi/americane di fine ‘700, con Lafayette al comando, o dell’Ultimo dei Mohicani. Bello lo sguardo accogliente di un Ben Hur malamente invecchiato con l’odio a titillargli il cuore, vero?

Come mai la differenza di dati riportati nel titolo? Forse che gli Americani pensano di vivere ancora nel Far West i giorni della frontiera, mentre noi siamo civilizzati da tremila anni di storia? Forse che si tratta del confronto tra un popolo bambino multietnico e un popolo forte di filosofie e religioni profondissime e complesse, che hanno studiato l’uomo per duemilacinquecento anni, mentre oltre oceano si studiano psicologie proposte solo da un secolo?

Antropologie diverse, psicologie sociali e psicologie individuali o sociologie diverse? Sicuramente le esperienze tra Europa e America sottolineano profonde differenze, anche se Anders Breivik è norvegese, 77 persone da lui uccise e 21 anni di carcere, e ancora, lui che si permette di protestare per come è trattato nella casa circondariale, noi chiamiamo così le nostre carceri, che sono spesso indecenti e disumane, degradanti e umilianti.

Una nazione civile si riconosce da come tratta i carcerati, ma forse qualche nazione esagera in uno dei due sensi, in questo caso la Norvegia e l’Italia.

L’America profonda non è solo Clinton e Obama, peraltro pieni di difetti anche loro, ma anche Trump e, a loro tempo Mc Carthy e Barry Goldwater, è Bush Sr. e Bush Jr.

Non credo che un aumento della disponibilità di armi da fuoco a livello individuale dia più sicurezza, piuttosto son convinto che non sia possibile una riduzione a zero dei questo tipo di violenza, di solito sotteso o esplicitato negli auspici di prammatica che sentiamo esprimere ogni qualvolta accade qualcosa del genere, che sono inutili e annoianti. E’ possibile invece lavorare con pazienza sulla consapevolezza delle persone, sulle loro culture, sui valori morali, senza illuderci di riformare l’uomo nel suo profondo antropologico e psicologico, ma con una ragionevole speranza di contribuire a farlo crescere in umanità nei tempi evolutivi ragionevolmente ipotizzabili.

Una tragedia furlana

Una tragedia furlana come altre, perché l’uomo è fatto ovunque allo stesso modo, quasi simile agli angeli, come canta il melodioso Salmo 8, ma inteso sia nel senso di quegli esseri che servono Dio, sia nel senso di coloro che a Dio si sono ribellati in tempi prima dei tempi. Il testo del Salmo 8:

O Signore, nostro Dio,/ quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:/ sopra i cieli si innalza la tua magnificenza./  Con la bocca dei bimbi e dei lattanti/ affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,/ per ridurre al silenzio nemici e ribelli./ Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,/ la luna e le stelle che tu hai fissate,/ che cosa è l’uomo perché te ne ricordi/ e il figlio dell’uomo perché te ne curi?/ Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,/ di gloria e di onore lo hai coronato:/ gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,/ tutto hai posto sotto i suoi piedi;/ tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna;/ Gli uccelli del cielo e i pesci del mare,/ che percorrono le vie del mare./ O Signore, nostro Dio,/ quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.”

Ecco come canta lo scrittore biblico, anzi il poeta salmista.

79 anni lui, architetto, benestante di soldi ma non di salute, pare. Ecco, cosa conta di più, se case da 250.000 il cui importo di vendita dividersi,  e altro, o un po’ di salute in più, soprattutto mentale e morale. 64 lei, belladonna, sommelier, ex moglie, uccisa a revolverate nell’ufficio del notaro famoso in centro della città borghese, e poi pistola in bocca e boom. Omicidio-suicidio, la coppia d’atti maledetta, che pare vada oltremodo di moda di questi tempi, ovviamente non solo di questi tempi, ma se lo sai mezz’ora dopo l’accaduto dal web, è come un moltiplicatore di eventi. Lo vedi  e lo senti cinque volte in una giornata, e ti sembrano cinque eventi, cinque tragedie, dieci morti, invece di “solo” due.

Alle solite, e comunque un caso irriducibilmente unico. Siamo qui a chiederci con moralisti, psicologi, psichiatri e sacerdoti che cosa succeda nella psiche, questa volta di un uomo anziano, di 79 anni si può dire così? che gli scatena tanta violenza contro un’altra persona e se stesso. Quanta parte abbia la premeditazione e quindi il dolo ragionato, e quante, se ve n’è, di perdita del senso e del valore delle cose e della vita delle persone. Le varie antropologie, più o meno biologizzanti o spiritualizzanti, si interrogano senza darsi soddisfazione. Noi qui non sappiamo se la cosiddetta elaborazione del lutto della separazione sia stato parte del movente, o lo sia stato di più un aspetto economico, legato agli accordi della separazione, et similia.

Fatto sta che tre ogive del revolver hanno spento due vite per volere di una volontà e di un intelletto. Partirei da qui. Caro defunto architetto: prima di tutto nessuno possiede la vita di nessuno, forse neanche la propria, anche se su ciò oggi il dibattito è molto acceso. Ebbene, possiamo concedere, laicamente, che della propria si possa disporre, ma basta così. La vita degli altri è in-vio-la-bi-le. Chi sei tu, chi sono io per disporre della vita altrui, così, a freddo, calcolando tutto? Un fatto è che io uccida una persona per difendere la mia vita o quella dei miei cari, ma lì non vi è dolo, reato o peccato, a meno che non si alzi in piedi truce moralista o un falso-buonista che abbia da protestare di eccesso colposo di legittima difesa. ve ne sono tanti, in giro, e li vorrei vedere davanti a una pistola altrui che sta per sparargli in faccia.

L’uomo che decide di uccidere e si organizza per farlo, in pubblico, in un ufficio dove son presenti altre persone, e lì vuole esibire il suo potere di vita o di morte, quasi come in un rito sacrificale, in una cerimonia stabilita nella sua testa una volta per sempre, inevitabile, incontrovertibile, a meno che qualcuno non lo scopra armato prima, ma non è così, lui è accorto, è capace di dissimulare, sorride perfino, si adegua al modo urbano dell’ufficio notarile, si siede e saluta cordialmente gli astanti, anche la sua ex moglie che vuole uccidere. E poi si alza, estrae l’arma e spara una due volte, ché la prima non era bastata, e poi recita la parte del glorioso suicida. Si mette di fronte e si spara in bocca, morendo nel suo sangue sporco di vergogna altrui, non la sua, perché non fa a tempo a vergognarsi.

Troppo pasciuto di benessere e di sfizi, quell’uomo? Chi lo sa? Chi lo conosceva un po’ forse è in grado di fare supposizioni. L’odio per una donna ancora piacente che gli sarebbe sopravvissuta per almeno vent’anni, vista la differenza di età e la media della vita femminile in Italia. Imperdonabile sopravvivergli tanto. Invidia della vita altrui? Incomprensibile per me, E per te, caro lettore?

Le persone umane sono, come abbiamo scritto qui più volte, sia uguali in dignità, sia irriducibilmente unici. Nel caso dell’architetto la differenza è stata in negativo di umanità. L’uomo, come insegnava sant’Agostino, è una commistione di bene di male, di bontà e malvagità, il bene il male è nell’uomo e dell’uomo. Una inestricabile situazione dell’esistere in questo essere-umani, cioè primati consapevoli e provvisti di linguaggio variegato, a volte melodioso e a volte sconvolgente, pesante, duro, incomprensibile.

Qualcuno sostiene, ad esempio il direttore di Radio Maria, che il diavolo è scatenato, come racconta l’Apocalisse, e quindi ispira delitti e male. Il male è nell’uomo e il bene lo deve vincere. Il male è assenza di bene, defectio boni, è mancanza, penìa secondo Platone, carenza da riempire con l’eros potente ed eterno del desiderio vitale, come ho cercato di proporre nel mio libro più profondo e impegnativo che, caro lettore, trovi qui a lato.

L’eros, o amore è il motore dell’agire umano nel mondo e forse è anche il nome di tutta la forza vitale del cosmo, nientemeno. Sorprendente, ma fino a un certo punto, poiché qualcosa tiene insieme la realtà oltre alle quattro grandi forze cosmologiche che nessuno è finora riuscito a concepire come unificate. Che sia proprio l’eros divino a costituire l’elemento che le rende Una, cioè l’Uno, che il filosofo Plotino riteneva fosse uno dei nomi di Dio, anzi il Nome?

Avevo qualche sospetto, ma ora ne sono sicuro: Macron è un babbeo, anche se sorridente, un furbo babbeo sorridente, che cerca di spostare i suoi problemi interni al livello europeo, tentando di fare il profeta

Riporto alla lettera quanto appare oggi sul web in tema di migranti, di sapienza e di senso etico-civico francesi… Ecco la posizione del giovin presidente en marche Emmanuel Macron, anche tramite suoi vari portavoce:

La posizione del governo italiano sui migranti “è da vomitare”: lo ha detto il portavoce del partito di maggioranza francese La République En Marche del presidente Emmanuel Macron, Gabriel Attal, intervistato dalla tv Public Sénat. A una domanda sulla chiusura dei porti alla nave Aquarius di Sos Mediterranee, il deputato ha denunciato la posizione assunta dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, assicurando tuttavia che anche la Francia cerca “una soluzione”. Il presidente francese Emmanuel Macron denuncia “una forma di cinismo e di irresponsabilità” da parte dell’Italia nel caso della nave Aquarius: è quanto riferito dal portavoce del governo, Benjamin Griveaux, al termine del consiglio dei ministri a Parigi. “La Francia fa la sua parte, ciò che è inaccettabile è il comportamento e la strumentalizzazione politica che è stata fatta dal governo italiano” sul caso Aquarius, ha detto il portavoce del governo francese, Benjamin Griveaux.

Respinge le critiche l’Italia:  “Le dichiarazioni intorno alla vicenda Aquarius che arrivano dalla Francia – si legge in una nota di Palazzo Chigi – sono sorprendenti e denunciano una grave mancanza di informazioni su ciò che sta realmente accadendo. L’Italia non può accettare lezioni ipocrite da Paesi che in tema di immigrazione hanno sempre preferito voltare la testa dall’altra parte”.  “Il governo italiano – si legge nella nota – non ha mai abbandonato le quasi 700 persone a bordo dell’Aquarius. La nave è stata sin da subito affiancata da 2 motovedette che hanno offerto tutto il supporto necessario. Preso atto del rifiuto di Malta a collaborare e a permettere lo sbarco delle persone, abbiamo accolto un inedito gesto di solidarietà arrivato dalla Spagna. Lo stesso gesto non è arrivato invece dalla Francia, che anzi ha più volte adottato politiche ben più rigide e ciniche in materia di accoglienza”.

E insiste con la sua arroganza, Macron, dico.

Ecco, la grandeur senza grandezza, in questo rampollo bene della Francia odierna. Il generale De Gaulle non avrebbe mai autorizzato prese di posizione del genere, neppure Mitterrand, nemmeno Chirac e, andando indietro negli anni altrettanto non avrebbero fatto Pompidou e Giscard D’Estaing. Invece il giovin signore, imitando il perfetto idiota Sarkozy, probabilmente banchier masson progressivegoista lo ha fatto, con il suo giovenil entusiastico sorriso che non mi ha mai convinto. Il 24% di suffragi ha preso per diventare Monsieur le Président de la République Française, non granché, e quindi abbassi anche un poco le alucce. E in Italia qualcuno lo vuol pure imitare, forse meno bellino di lui ma altrettanto arrogante, l’uomo di Rignano sull’Arno.

I gendarmi francesi bloccano i migranti oltre Ventimiglia senza tante storie e a Bardonecchia, in Italia, vengono a controllarli con durezza e arroganza. Mi sembra che non possano farci lezioni credibili da tanto pulpito.

In realtà, par di intuire che l’ineffabile presidente si muove in vista di una ripresa del tentativo della Francia di ricostruire una egemonia politico-economica sulla Libia, così come fece il suo predecessore dal sorriso facile e idiota, Sarkozy, e l’Italia fa bene a reagire con dignità.

I sovrani francesi hanno spesso fatto cattive figure in Italia, basti solo ricordare come si mossero a cavallo tra il quindicesimo e il sedicesimo secolo Carlo XVIII e Francesco I, che finì prigioniero del ben più scafato imperatore asburgico Carlo V.

Ah, dimenticavo: anche la Spagna dopo il facilissimo beau geste del compagno Pedro Sanchez si esprime macronianamente con il ministro Dolores Delgado che quasi minaccia l’Italia di potere avere “problemi legali”, la gran giurista. E poi gli spagnoli sono quelli che hanno sparato a Ceuta agli immigrati. Tutti maestrini da strapazzo.

L’Italia non fa annegare nessuno -qualsiasi governo governi- solo che le cose non possono continuare con il buonismo di una generica solidarietà. Il ministro Minniti aveva indicato la strada, ora Salvini deve cercare di non fare propaganda ma politica e azioni positive. La Francia si muova e anche la grande Deutschland, oltre a riconoscere che “l’Italia è stata lasciata sola“, ma non basta, frau Merkel.

E’ stupido oltre che crudele girarsi dall’altra parte quando derive storiche accadono come in questi decenni. La nostra piccola Terra vede muoversi come formiche milioni di persone in cerca di vite migliori. E’ sempre accaduto, sia in tempi storici sia prima. E’ accaduto fin dai tempi della rivoluzione cognitiva, 70/ 80.000 anni fa e ai tempi di quella agricola, circa 12.000 anni fa. Nulla di nuovo sotto l’astro solare, oh Macron e Salvini, nulla di nuovo. Solo che oggi i numeri sono più grandi di quelli dei millenni andati, epperò l’umanità possiede più mezzi, risorse, capacità, possibilità. E’ per questo che è stupido e crudele non trovare soluzioni, che non siano “furbe”, opportuniste, di poco respiro.

Accanto a politiche di investimento nelle grandi plaghe da dove si parte, che vanno ponderate tra le grandi nazioni, cercando accordi e coesione razionale, come sembra tentino di fare perfino Kim e Trump, alla faccia dei bellissimi e bravissimi leader occidentali, appunto, alla Macron e alla Trudeau, che paiono bambinoni viziati, almeno quanto i su nominati, la strana coppia di Singapore.

Ad esempio, sulla Libia perché la Francia, sia presidente l’inetto Sarkozy oppure il brillante quarantenne attuale, nulla cambia? Dalla idiotissima politica del 2011, sulla quale cadde anche l’ingenuo e improvvido Obama, alle politiche attuali, la Francia cerca in ogni modo di farci fuori.

Consiglierei alla sinistra e al PD di smetterla di criticare e di collaborare, senza polemiche, ché la gente, cioè gli elettori capiscono. Capiscono il senso di un agire morale e politico intelligente. Alzino dunque la capacità di proposta al livello europeo, proponendo di rivedere solidalmente e solidariamente il Patto di Dublino per distribuire in modo equo le persone che fuggono dal disastro esistenziale. Nel contempo, dialogando anche con la Cina, come fa con più sapienza di quella che ipotizzavamo (anch’io) The Donald, e con gli USA, sappiano proporre politiche di sviluppo controllato nel Sud del mondo, specialmente nel continente africano. Da lì, dopo centomila anni parte l’umanità dolente di questo millennio, quasi evocando la prima diaspora, quella della piccola Lucy della Rift Valley.

La Terra è piccola, e prima di andare a mangiare verdure e legumi su Marte, che siamo già quasi pronti a produrre, occorre occuparsi con scienza e coscienza della nostra meravigliosa Patria comune, il Pianeta Azzurro.

Filippone, malvagia follia o folle malvagità, mentre i due beoti politici continuano a fare i babbei?

Utilizzo nel titolo un ossimoro in forma chiasmica, perché non mi viene nulla di meglio. Ancora una volta, come tante altre, la logica emotiva di Sant’Agostino mi aiuta.

A giorni dalla tragedia di Francavilla a Mare, mentre la politica scherza col fuoco di una crisi gravissima sulla pelle degli Italiani (disgraziati, disgraziatissimi Di Maio l’ignorante e Salvini il cinico), insultando il Presidente della Repubblica e i tedeschi rispondono sempre al loro prepotente istinto egemonico prussiano, questa volta con il tinto di biondo commissario europeo Guenther Oettinger, Filippone butta giù la moglie dal terrazzino di casa, e non la degna di un sguardo mentre agonizza sul selciato.

Prima domanda: che uomo è se si comporta così? Qualcuno dei soccorritori si è fatto qualche domanda di questo tipo? C’era lì qualcuno in grado di farsi qualche domanda, visto che la prima parte della disgrazia concernente la morte della moglie, pareva confermarne le modalità, di disgrazia, appunto, ma non era così?

Seconda domanda: durante le sette ore passate prima che l’uomo si gettasse di sotto non si è riusciti a predisporre qualche struttura ai piedi del viadotto per impedire che anche lui, dopo avere ammazzato la moglie a casa e buttato giù la bambina, si sfracellasse di sotto? Sempre durante le sette ore chi ha parlato con lui, uno psicologo, uno psichiatra? Che cosa gli hanno detto? Come ha risposto? Erano proprio le persone adatte a parlargli dopo quello che aveva fatto? Se dopo due o tre ore, nelle quali è possibile fare molti discorsi, la cosa non si è sbloccata, perché non si è pensato a cambiare l’interlocutore esperto, visto che sulla piazza c’erano sicuro altri psicologi, presenti sul territorio a pacchi, e anche psichiatri? Oppure guardarsi in giro cercando altri interlocutori, perché non un sacerdote o un filosofo?

Ho qualche dubbio sulla gestione del caso da un punto di vista tecnico-relazionale-comunicazionale. Posso nutrire qualche dubbio? Si sono toccate le corde giuste? Ora gli inquirenti hanno trovato all’uomo cocaina in auto e i resti di un sedativo con cui avrebbe rincoglionito la bimba Ludovica prima di scaraventarla giù. Gli hanno trovato dunque materiali già pensati, cercati, trovati e utilizzati con (folle?) lucidità. Gli psichiatri ci spiegano che alcuni psicotici di tipo schizoide hanno momenti di lucidità inframmezzati da momenti di distacco, di follia. Ebbene, che significa questo? Che nei momenti di lucidità con costoro bisogna utilizzar la logica sostanziale ordinaria, normale, fatta di domande sul bene e sul male, sulla responsabilità e sulla libertà individuale, o no? In sostanza un dialogo serrato nel quale il Filippone avrebbe potuto (?) sentirsi considerato normale?

Secondo me Filippone, nell’arco di sette lunghissime ore, avrebbe potuto capire.

Ho già detto che se fossi stato lì, avrei cercato di salvarlo e poi l’avrei strozzato di brutto dopo averlo salvato. Perché Filippone era un bravo professionista, laureato in economia, come si dice oggi un Chief of  Financial Officer (CFO). Ho l’impressione che nelle strutture pubbliche vi sia molta confusione su questo terreno e su questi argomenti.

Bene, un brav’uomo che all’improvviso diventa matto e fa una strage e nessuno lo ferma. Ah, qualcuno ha scoperto che era sconvolto perché qualche mese prima aveva perso la madre. Tutti prima o poi, se non muoiono prima, perché cari al cielo, e quanto caro al cielo sarebbe stato bene fosse stato Filippone, perdono la madre, e anche il padre, o no? Uno perde la madre e ammazza moglie  e figlia? Andiamo. Che cosa ci spiega il Manuale Diagnostico Statistico IV? Una forma maniaco-depressiva… una forma di stress post-traumatico?

Forse che sarebbe stato utile e necessario non trattarlo secondo le schema della malattia mentale, ma secondo il non-schema della normalità per cui un padre e marito non fa quello che ha fatto, ma si pente e affronta le conseguenze dei suoi atti, assumendosi la responsabilità di quanto e come agìto.

Quale forma tecnico-culturale è la più adatta a sviluppare ragionamenti di quel genere? Forse anche l’invito religioso al rispetto della vita, fondandolo sul fatto che non è a nostra disposizione, specialmente quella degli altri, a meno che non si abbia la testa sbagliata di un killer. Ma Filippone non era un killer, era un uomo normale. Oppure la logica filosofica, non la ricerca di nevrosi o psicosi, mi pare. “Quale è la ragione per la quale hai fatto quello che hai fatto, e vuoi fare ancora danni uccidendoti? Ne è valsa la pena, e varrà la pena, oh sì, adesso che le hai ammazzate forse è meglio che anche tu le segua, o no? Guarda, se vuoi ne parliamo, così poi a mente fredda puoi ammazzarti anche tu. Ma che uomo sei?” Lì avrebbe dovuto e potuto esserci un collega di Phronesis, colleghi che in in Abruzzo, nelle Marche o nel Lazio non mancano. A una o due ore di auto. Avrei potuto proporre almeno cinque o sei nomi di signori e signore, colleghi e colleghe, in grado di ben agire. Oppure, in meno di sette ore sarei arrivato anch’io, lì. per l’Adriatica, ché ho una macchina molto veloce.

Presunzione, la mia? Penso proprio di no.

Una normale famiglia italiana, ovvero “lo strano ordine delle cose” (Antonio Damasio)

In questo modo “una normale famiglia italiana“, come in parte nel titolo, la ha definita il questore di Chieti, commentando il tremendo episodio avvenuto dal viadotto autostradale di Francavilla a Mare, nei pressi di Lanciano, in Abruzzo, terre che conosco da decenni per via dell’olio di Giuseppe Bianco, vigoroso contadino sannita, mancato qualche anno fa. Terre severe come il Friuli. Mio padre diceva sempre che lavorava volentieri con gli abruzzesi perché gli somigliavano per forza e dedizione al lavoro, per costanza e lealtà alla parola data.

In mattinata la moglie, insegnante di lettere era caduta dal terrazzo (per mano del marito?), morendo in breve, e poco dopo l’uomo, marito e padre, dirigente laureato in economia, prendeva la figlia decenne, la portava con sé in autostrada fino al viadotto, e la buttava giù, oltre trenta metri di volo, morta, povera bambina. Ho un’ira tremenda verso quel disgraziato. E poi, dopo sette ore di tira e molla con le forze di polizia, si buttava giù anche lui, morendo sul colpo.

L’omeostasi di cui teorizza Antonio Damasio nel suo recentissimo Lo strano ordine delle cose, edito da Adelphi, si era realizzata con un (forse) duplice omicidio e un suicidio? I sentimenti metterebbero in moto tutto. Ma mi pare non sia una grande scoperta, poiché l’eros platonico dice altrettanto ancora meglio di Damasio. Non poche volte ne ho scritto qui. Aristotele e Tommaso d’Aquino parlano preferibilmente di passioni, mentre la psicologia contemporanea di emozioni, per finire con il sintagma apparentemente ossimorico di intelligenza emotiva.

La tragedia di Francavilla a Mare interpella in profondità la nostra natura, con accenti sconvolgenti. Che cosa passava per la testa a quell’uomo quando ha deciso di fare quello che ha fatto? C’è una consequenzialità logica e -se c’è- che tipo di consequenzialità logica guida azioni del genere?

Una normale famiglia italiana” a dire del questore di Chieti. Ma allora, che cos’è la normalità, caro lettore? Questo tanto abusato concetto ha forse una range, cioè un campo semantico talmente ampio da ricomprendere il gesto del dottore in economia (Ca’ Foscari) Fausto Filippone, oppure si deve parlare di situazione psichica border line non nota ai servizi sanitari, e neppure… a lui stesso? Che cos’è il “normale” come concetto teorico clinico-psicologico?

Leggendo il Manuale Diagnostico IV e V, “bibbia” internazionale delle nevrosi e delle psicosi, noto agli addetti ai lavori, psichiatri, psicoterapeuti e psicologi, ma non ignoto a me, bisogna lavorare quasi per toglimento, per sottrazione, quasi come faceva Michelangelo con il blocco di marmo per “estrarvi” la statua (sue parole parafrasate da me), per cui “normale” è… quel comportamento che non è … così e colà, colà via etc., delineandone con enorme difficoltà un profilo, o tentando di farlo.

Il senso comune direbbe che quel signore, ora defunto per propria mano, era pazzo, ma se parenti, vicini e compagni di lavoro affermano di lui ogni bene, pacifico, intelligente, responsabile… che cosa è successo? Un blackout di coscienza? una depressione fortissima che ha aperto le porte alla perdita di controllo? un atto dettato dal manifestarsi di una schizofrenia improvvisa, fino a quel momento latente?

O, come pare di evincere dalle dense pagine del professor Damasio, una ricerca tormentosa di un’omeostasi che a quel punto prevedeva la morte sua e dei due familiari più vicini e cari? Terribile.

Intanto, nel mio cuore, dopo la rabbia per cui -sinceramente, caro lettore, l’avessi soccorso io salvandolo, subito dopo l’avrei strozzato, il Filippone, ora non posso che pregare per la sua anima.

Colate d’acciaio, cadute, scivolamenti, rischi, pericoli e loro prevenzione sul lavoro. Cultura della vita e cultura del lavoro devono camminare insieme

Il 2018, a un terzo dal suo inizio, sembra non aver fine nel presentare il conto di morti e feriti sul lavoro in Italia. Siamo a metà maggio e i dati sono impressionanti, come se fossimo tornati a prima delle normative attuali, che sono buone, cioè del Decreto 81 del 2008, se non del famosissimo “626” del 1994.

Occupandomi molto da vicino di questi temi, dall’osservatorio degli organismi di vigilanza e dei codici etici, non so darmi ragioni sufficienti di questi dati così preoccupanti. Nel concreto del mio lavoro mi informo quasi quotidianamente anche sugli infortuni meno gravi e anche sui mancati infortuni. Io stesso qualche giorno fa ho assistito a un “mancato infortunio”: un operaio è scivolato da uno scalino di almeno venticinque centimetri rischiando di picchiare il mento su uno spigolo a novanta gradi molto appuntito. L’ha salvato sicuramente il tono muscolare delle gambe, la reattività dei riflessi e la tenuta muscolo-tendinea del ginocchio destro. Come vedi, mio gentile lettore, entro proprio nel dettaglio fisico-posturale dell’accadimento, perché ogni fatto è legato o causato da infinitesimi micro dettagli, che possono modificare in meglio o in peggio la situazione, causando o meno conseguenze.

Le aziende più avvedute nell’organizzazione e nella gestione operativa, e rispettose delle normative vigenti, in diverse delle quali opero, lavorano curando con attenzione l’informazione e la formazione dei lavoratori, la strutturazione del servizio di prevenzione e protezione, la presenza di una buona vigilanza sanitaria, e infine una qualità relazionale e gestionale dei capi che sia in grado di trasmettere buone pratiche, sia con l’esempio e le raccomandazioni, sia all’occorrenza utilizzando la censura ad hoc, e il codice disciplinare contrattuale. Posto che la situazione sia sotto controllo sotto il profilo tecnico, normativo e della vigilanza, se accadono infortuni bisogna dunque volgere l’attenzione ai comportamenti dei singoli lavoratori e dei gruppi di lavoro.

Quando a metà degli anni ’50, in piena ricostruzione post bellica, il legislatore italiano decise di intervenire in tema di sicurezza del lavoro emanando, prima il Decreto legislativo 547 nel 1955 sulle norme antinfortunistiche, e l’anno dopo il Decreto 303 dedicato all’igiene del lavoro, all’ambiente e alle malattie professionali. Il sostrato teorico, etico e politico di questi due provvedimenti era fondato sulla fiducia nella possibilità di risanare gli ambienti e i posti di lavoro, e di renderli sicuri puntando essenzialmente, se non totalmente, sulla ricerca tecno-scientifica, tant’è che la stessa dizione normativa fin da allora invalsa per definire il massimo di possibilità di salvaguardia dell’incolumità psico-fisica dei lavoratori era un riferimento alle ultime e più avanzate scoperte delle tecno-scienze. In sostanza ci si basava e si riponeva una fiducia pressoché totale nella capacità dell’uomo di monitorare e di perfezionare quasi fino a una definizione teorica della sicurezza… assoluta. Illusioni? Direi di no, forse un eccesso di ottimismo, che ben presto ha generato l’esigenza di una profonda riflessione sul tema, riprendendo a porre al centro l’agire umano responsabile, frutto della riflessione razionale.

Nei decenni successivi lo sviluppo quantitativo e qualitativo dell’economia italiana e in particolare dei settori industriali, con particolare attenzione al manifatturiero, e l’aumento dell’occupazione hanno fatto comprendere, sia agli imprenditori, sia ai lavoratori e ai sindacati, che sarebbe stato necessario recuperare un nuovo protagonismo dell’uomo e della donna al lavoro, insieme con la consapevolezza di essere protagonisti del proprio quotidiano, non solo del proprio futuro. Nel frattempo, l’Unione europea, dai primi anni ’80, emanava alcune direttive in tema di sicurezza del lavoro e dell’ambiente, che sarebbero state riprese nei primi anni ’90 dalla legislazione italiana, proprio con il Decreto legislativo 626 del ’94.

In ambito politico europeo, a partire dalla Germania, cresceva nel contempo una nuova sensibilità ambientalista-ecologista con i movimenti “verdi” (i grünen), che contribuiva a indirizzare anche la legislazione lavoristica in tema di sicurezza del lavoro (security). Io stesso, nella precedente vita professionale in ambito socio-politico, ebbi modo di conoscere quel mondo e quelle sensibilità: si organizzavano convegni, corsi, seminari, collegando strettamente mondo del lavoro, della cultura e della politica. Ricordo ancora la Fiera delle Utopie Concrete di Città di Castello alla fine degli anni ’80, dedicata ai quattro elementi empedoclei dell’acqua, dell’aria, della terra e del fuoco, con ospiti che conobbi, gente del calibro di Ivan Illich e di Alex Langer. Altri anni pieni di speranza, più di oggi, ma non dobbiamo disperare.

Dopo la tragedia della Thyssen Krupp del 2007 in Italia è cresciuta la sensibilità, sia sotto il profilo normativo specifico, con il Decreto 152 del 2006 sull’Ambiente, e con il Decreto 81 del 2008 sulla tutela della salute e sicurezza del lavoro, che coinvolge sempre di più e meglio i lavoratori, sia nelle politiche e nelle buone prassi della sicurezza stessa, sia sotto il profilo etico-legislativo con il Modello di Organizzazione e Gestione ex Decreto 231 del 2001 e con i Codici etici. Personalmente ne sono coinvolto da poco meno di un decennio presiedendo organismi di vigilanza di aziende e associazioni di tutto rispetto per importanza e dimensioni di fatturato e occupazionali, là dove il tema della sicurezza del lavoro e dell’ambiente è sicuramente il principale.

Non si può che continuare su questa strada, informando e formando i lavoratori, collaborando con i rappresentanti aziendali e con i sindacati, con le strutture sanitarie e gli Istituti pubblici con l’Inail e l’Inps.

Sotto il profilo culturale si tratta di mettere al centro un’antropologia dei valori e un’etica declinata secondo il rispetto primario della vita e dell’incolumità psico-fisica delle persone che lavorano e dei cittadini che vivono dove si lavora. Ambiente e sicurezza vanno coniugati insieme, difendendo il business insieme con la qualità esistenziale di tutti e di ciascuno.

Da vicino nessuno “è normale”, o no?

Stamattina, caro lettor mio, mentre attendo mia figlia, ascolto Joseph Haydn, gran musicante, servitore dei principi ungheresi Esterhàzy, prima le sinfonie nr. 94 Mit dem Paukenschlag e nr. 104 Londoner, Slovak Philarmonik Orchestra diretta da Alfred Scholz, e poi quelle denominate dello Sturm und Drang, già un po’ romantiche o quasi, dicendo un poco impropriamente, beethoveniane, la nr. 26 Lamentatione, la nr. 49 La Passione e la nr. 58 senza titolo, suona l’orchestra The English Concert diretta da Trevor Pinnock,  e mi do tempo. Mi do tempo, non ho fretta, quasi quasi non ci credo, io che son sempre di fretta, veloce, tornato criceto impazzito, tornato impaziente con gli altri. Ho da darmi una regolata, me lo dico da solo.

Stamattina, nel silenzio di casa ai confini della campagna, con tanto verde intorno, mi sono dato tempo. Leggo della legge 180 del 1978, quella di Franco Basaglia, che permise di chiudere progressivamente i manicomi, dove venivano ricoverati gli alienati, pericolosi a sé e agli altri.

Letti e camere di contenzione dove stavano recluse persone per ore, giorni, settimane, mesi, anni, con il volto rivolto alla porta, il bugliolo portatile, mai occhi verso la finestra a volte a “bocca di lupo”. Su un muro di Santa Maria della Pietà, manicomio di Roma, c’è scritta la frase del titolo. Caro lettore, sei d’accordo che da vicino nessuno è normale? E poi che cosa significa “normale”? Più o meno agitato? Più o meno ragionevole? Più o meno preoccupante? Più o meno pericoloso? Cosa?

Nel periodo fascista i ricoverati passarono da circa sessantamila a oltre novantamila. I regimi totalitari hanno sempre usato i manicomi, per attestare la follia degli oppositori, che non vanno mai considerati come umani, ma semplicemente sedati. In qualche modo con i farmaci, e/o con la contenzione e/o con l’elettroshock. Non cito neppure i regimi cui mi riferisco, che il mio buon lettore conosce, e il giovane, se apre queste pagine, è bene che studi.

Leggo sulla Treccani “In psichiatria la terapia elettroconvulsivante (TEC), comunemente nota come elettroshock, è una tecnica terapeutica basata sull’induzione di convulsioni nel paziente successivamente al passaggio di una corrente elettrica attraverso il cervello.”

Si tratta di una tecnica terapeutica sviluppata negli anni ’30 dai neurologi italiani Ugo Cerletti e Lucio Bini. La letteratura specifica indica nella TEC una modalità terapeutica particolarmente indicata in tutte le psicosi da shock (melanconie, manie, deliri, legate a shock morali intensi, cioè quello che oggi chiamiamo “disturbo post-traumatico da stress“, nelle quali “avrebbe un successo del 100% con una media di 6-8 sedute; 80% di successi nella depressione, psicosi maniaco-depressiva e negli stati confuso-onirici di origine tossica (alcol), tumorale, infettiva; di contro, riporta come nelle patologie croniche, soprattutto se legate a danni fisici in ambiti localizzati del cervello, come le schizofrenie, demenza, ritardo mentale, autismo, epilessia, gli insuccessi e le remissioni superano i successi, giungendo al risultato che l’automatismo mentale indotto dalla crisi convulsiva sembra meglio influenzato se il disturbo è di origine ambientale, tantopiù se recente. Per questi motivi la TEC era considerata la terapia d’elezione per la depressione e le patologie ad essa correlate, piuttosto che per altri tipi di patologie, specie neurologiche. Per questo la TEC è stata usata non solo nelle patologie neuro-psichiatriche propriamente dette, ma anche in quelle psicosomatiche (derivate ossia da eventi ambientali vissuti): asma, eczemi, psoriasi, prurito di Hebra, dermatite seborroica, con risultati spesso favorevoli.” (dal web)

Un giorno o l’altro, caro lettore, parlerò qui di codesta terapia, che in una fase della mia vita, ho osservato molto da vicino, dolorosamente.

Un video sul web mi illumina su come si può curare il disturbo mentale. X è stata curata in Italia e in Germania, ma in Italia la sedavano e la tenevano reclusa, mentre in Germania poteva socializzare dipingere, fare teatro, sentirsi utile e anche… bella. L’autostima, crollata a terra dopo l’aggravarsi di un disturbo bipolare in schizo-affettivo, è di nuovo tornata, per una vita “normale”. Ecco, una “vita normale”. Che cosa è una vita normale? Chi è “normale”, cioè secondo norma? Sappiamo che norma, dal greco antico nòmos, significa legge, ma è possibile parlare di legge in questo caso? E’ ragionevole legiferare sulla mente e sul suo funzionamento? Siamo sempre ancora all’eterna questione tra visione biologistica e psico-spiritualistica. A seconda degli autori, siano essi antropologi, filosofi e psicologi, psichiatri o neuro-scienziati, si oscilla tra un polo e l’altro, come spesso in questo sito ho proposto in dialettica.

Chi sostiene che è tutto un problema di lobi orbito-frontali e di neuro-trasmettitori, dopamina, ossitocina, serotonina, etc., più o meno regolarmente funzionanti, non accetta molto volentieri le sottolineature di chi propone interventi più “umanistici”. Io mi colloco, ovviamente, tra questi ultimi, senza per nulla sottovalutare gli aspetti biologici. Noi umani siamo certamente delle bio-macchine, ma anche anime incarnate. La signora X, di cui ho detto sopra, parrebbe confermare che serve anche la dimensione psico-spirituale, proprio come è sotteso dalla “riforma Basaglia”.

Che dire, infine? Che la nostra umanità animale possiede forse (io ci credo) anche la luce dello spirito, pensiero della nostra anima e di Dio. E qui permettimi, caro lettore, una sottigliezza teologico-semantica: questa espressione “di Dio” è un genitivo oggettivo, ma anche soggettivo, cioè significa sia “pensiero di Dio”, cioè attribuibile a Dio, sia pensiero di Dio come un “pensare a Dio”. Bello, no?

E qui finisco nel silenzio della dies dominica.

La sagra delle rane, la deiezione terroristica e il “contratto” di governo

Momenti di comunione, feste popolari celebrate davanti ai templi o, in epoca cristiana, alle chiese hanno a che fare con il sacro, inteso come dimensione potente dell’essere, come ponte tra la vita ordinaria dell’uomo e ciò che sfugge da questa ordinarietà. Un testo importante in tema, che consiglio al mio gentile lettore è Das Heilige, Il Sacro, scritto da Rudolf Otto nel 1927, e tradotto in italiano da Ernesto Bonaiuti, docente di filosofia e sacerdote sospeso a divinis per “modernismo”, una posizione riformista all’interno di una chiesa cattolica ancora molto dogmatica. Lontanissimo ancora era il Concilio Ecumenico Vaticano II di papa Roncalli e Paolo VI (1963-1965, io ero già bambino consapevole, chierichetto, impressionato dai duemila padri in bianco nella Basilica di San Pietro).

“Sagra” deriva etimologicamente dal lemma latino sacer, cioè “sacro”, legato al sacro, al religioso, a qualcosa di grande, e infine a qualcosa di solenne e festoso. L’antropologo israeliano Harari, che insegna a Oxford, da me citato nel post precedente, si fa una domanda: quanto contente possono essere le rane della sagra di Rivis di Sedegliano, provincia di Udine, che oramai è un evento storico, nell’ambito di una tradizione, di diventare cibo fritto per gli umani? per gli animali-umani che siamo noi?

La domanda sembra peregrina ma non lo è. Senza essere animalisti, è importante che ci si renda conto che tutti i viventi senzienti soffrono, provano dolore, senza arrivare alle esagerazioni dei vegani che sostengono addirittura la sofferenza dell’insalata, quando viene colta. Si può anche ridere. Ogni tanto incontro qualcuno convinto (veramente?) che la Terra sia piatta a l’insalata soffra, persone che disprezzano chi legge e studia, vantandosi della propria ignoranza, a volte con disprezzo e violenza verbale inauditi. Come facciamo, allora, a meravigliarci se l’animale umano in situazione riesca ad agire come l’assassino di Parigi di iersera?

Pensavo a queste cose quando stavo andando a prendere qualche porzione di rane fritte per casa. Potrebbe venire anche da ridere, ma può far ridere o piangere qualsiasi cosa, dipende dall’ottica. dall’angolo visuale. I cinici non piangono mai, i sentimentali forse troppo.

Mentre tornavo, dunque, apprendo dalla radio che a Parigi e nell’isola di Java, nella città di Surabaya, ancora si muove il terrorismo. Coltello sulla Senna e armi da fuoco in Indonesia. Mentre noi aspettiamo un piatto sul gran fiume, altri umani disperano e si disperano uccidendo.

A Milano i due “vincitori” del 4 marzo elaborano i cosiddetto “contratto” di Governo, mentre il Presidente della repubblica svolge in piazza a Dogliani una lectio di diritto costituzionale su Luigi Einaudi, forse per “parlare a nuora”. Dubito che i due studiosi del “Pirellone”, Di Maio e Salvini, abbiano letto anche una sola pagina di Einaudi. Forse neppure sapevano che fosse venuto al mondo (Di Maio, ignora la posizione geografica della Russia, mentre io bambino di dieci anni conoscevo i nomi e lunghezze di tutti i maggiori fiumi del mondo, le altezze dei quattordici “ottomila” e le capitali). Mattarella dice che il Presidente della Repubblica non è un notaio, né un mero ratificatore di decisione altrui… parla di moral suasion, ma anche di possibilità di opporre veti a decisioni che non stiano in piedi. Egli, il Presidente è il custode della Costituzione, per tutti noi. Fidiamoci. Il Presidente  ricorda quando il suo predecessore Einaudi non seguì le indicazioni della Democrazia Cristiana di De Gasperi e nominò Presidente del consiglio l’onorevole Pella, mostrando le proprie prerogative costituzionali e i propri legittimi poteri. Ri-dico: fidiamoci, anche se il presuntuosetto campano afferma “Occorre pazienza perché stiamo scrivendo la storia“. Bum!

Torno al trittico argomentativo: rane, terrorismo, politica. Io tranquillo, le rane pronte. Non ho notizie da Parigi né da Milano. Non siamo disperati qui in Italia, ma un poco pre-occupati, vista la situazione politica.

Circa le rane e la sera che viene, son sereno. Con il terrorismo dovremo convivere, come abbiamo convissuto con guerre e armistizi, con stupidità e intelligenza, con violenza e cura, con Travaglio e Fazio. A proposito, avverto Travaglio che, più lui insulta Berlusconi e più quest’ultimo mi diventa simpatico, e penso anche a molti che come me lo hanno aborrito per due decenni.

Un’ultima idiozia da invettiva: sento Speranza di Leu (il nome di questo partito ha anche un brutto e cupo suono) attardarsi a criticare il PD, che ha perso milioni di voti, lui dice, per politiche sbagliate. Ma io chiedo a Speranza e ai Fratoianni, Civati, Boldrini, Bersani (D’Alema, più intelligente di costoro, almeno sta zitto, mentre i citati parlano senza vergognarsi), dove sono andati i voti persi dal PD? sono venuti a voi, poveri illusi, o sono andati all’ignorante Di Maio e all’insulso e pericoloso Casaleggio jr., oppure sono rimasti a casa il 4 marzo scorso? L’hai finita di fare le pulci agli altri, professorino da nulla, Roberto Speranza?

Circa il governo, qualcosa si farà, stiamo a vedere.

25 Aprile per sempre

Quest’anno è il settantatreesimo anniversario della liberazione d’Italia, la festa della Liberazione e della Repubblica Italiana. A proposito, da quando ha ricevuto la mia lettera, il presidente Mattarella, caro lettore,  non usa più la dizione “il paese”, ma l’Italia”, “la repubblica. Evviva!. Anche oggi, 25 Aprile.

Ultimo capitolo di una guerra civile terribile e sanguinosa, durata due anni e mezzo, dove le parti non si sono risparmiate i colpi, lotta di resistenza e lotta patriottica, contro un regime traditorie e contro i nazisti. Dopo l’8 settembre che aveva giubilato il primo fascismo (ne sarebbe nato ambiguamente un secondo nella Repubblica di Salò) con la destituzione e l’arresto di Mussolini la data del 25 Aprile ha assunto un significato politico e militare decisivo, e la fine ingloriosa della Seconda Guerra Mondiale. In Friuli, però, i nazisti vollero dare un’ultima dimostrazione di ferocia andandosene con la strage di Avasinis, dove uccisero cinquanta cittadini inermi. Nel frattempo a Giulino di Mezzegra veniva fucilato su ordine del comando del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, guidato da Luigi Longo, Sandro Pertini, Emilio Sereni e Leo Valiani, Benito Mussolini, e Clara Petacci volle morire con lui, mentre sul lungolago di Dongo venivano giustiziati 15 gerarchi fascisti, tra cui il sempre socialista e amico storico di Mussolini Nicola Bombacci.

Da Milano partì il 25 Aprile l’insurrezione generale contro i presìdi fascisti e tedeschi imponendo la resa, giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate. “Nel contempo parallelamente il CLNAI emanò in prima persona dei decreti legislativi, assumendo il potere «in nome del popolo italiano e quale delegato del Governo Italiano“. (dal web)

Le date della liberazione delle varie principali città del Nord le seguenti: Bologna il 21 Aprile, Genova il 23 Aprile, Venezia il 26 Aprile,

La Liberazione mise fine a vent’anni di fascismo e a cinque anni di guerra; la data del 25 aprile simbolicamente rappresenta il culmine della fase militare della Resistenza e l’avvio effettivo di una fase di governo da parte dei suoi rappresentanti che porterà prima al referendum del 2 giugno 1946 per la scelta fra monarchia e repubblica – consultazione per la quale per la prima volta furono chiamate alle urne per un voto politico le donne – e poi alla nascita della Repubblica Italiana, fino alla stesura definitiva della Costituzione.” (dal web)

Di seguito riporto il testo del Decreto Legislativo Luogotenenziale emanato dal Principe Umberto II, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri Alcide De Gasperi: “A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale.” festa confermata come perenne con la Legge 260 del 27 Maggio 1949.

« Sono considerati giorni festivi, agli effetti della osservanza del completo orario festivo e del divieto di compiere determinati atti giuridici, oltre al giorno della festa nazionale, i giorni seguenti: […] il 25 aprile, anniversario della liberazione;[…] »

Da allora il Presidente della repubblica Italiana e le massime cariche dello Stato si portano al sacello del Milite ignoto all’Altare della Patria per depositarvi una corona d’alloro in ricordo dei caduti e dei dispersi di tutte le guerre.

Perché nel titolo l’espressione “… per sempre“? Perché chi non conosce la storia, e in particolare la storia della propria Patria o Nazione, è destinato a ripetere gli errori già commessi, guerre e stragi comprese. Il 25 Aprile dovrebbe essere, dovrebbe diventare una data condivisa di liberazione della mente e del cuore per tutti, L’Italia è stata fascista e poi antifascista, ma oggi è tempo di andare oltre trovando la voglia e la capacità di superare i vincoli ideologici che dividono e spezzano rapporti.

Su questo piccolo pianeta inquinato e sfruttato, in mezzo a guerre non dichiarate e gravissimi disequilibri nella distribuzione delle risorse, occorre che l’uomo riesca a compiere un passo in avanti rispetto alla mentalità sopraffatrice da cacciatore- raccoglitore che lo caratterizza da almeno 70.000 anni, da quella che la paleoantropologia fisico-culturale denomina come rivoluzione cognitiva. (Cf. JUVAL N. H., Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità, Bompiani, Milano 2018)

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