Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Soleimani, Bagdad, 3 gennaio 2020; nonno Agostino e quota 85, Carso, Prima guerra mondiale, 6/ 7 Agosto 1916

Ogni cosa ha un inizio. Se non percepiamo quando accade l’inizio ci facciamo domande. L’inizio del mondo potrebbe coincidere con l’inizio del tempo, parola di Hawking e di sant’Agostino.

E una fine. Ogni cosa ha una fine, ma anche un fine (Aristotele). La fine è cosa diversa da il fine, poiché la fine può essere sostituita per quasi omonimia dal lemma “termine”, mentre il fine significa la ragione per la quale un essere umano, ma anche un animale o una pianta, oppure un progetto sono: il diventare in atto ciò che in potenza sono fin dal primo istante (zigote, per gli umani). Il farsi-atto è il conseguimento del fine.

Ne parlo in questi giorni, quando l’uomo pare non apprendere nulla dalla storia.

Sto pensando all’uccisione del generale persiano Soleimani. Il presidente americano gioca con la storia mediante twitter, importandogli solo la sua rielezione. Mi sto chiedendo come la fine di questo militare possa costituire un fine per Trump, per gli USA, per tutti. Non ne trovo. La guerra mondiale a pezzi (copyright di papa Francesco) continua e si sviluppa.

 

Facciamo un salto all’indietro di cento e più anni. Prima guerra mondiale: Sarajevo è ormai alle spalle e da tre anni si sta combattendo crudelmente in tutta Europa. I morti sono centinaia di migliaia, e diventeranno milioni alla fine della guerra (quasi 20), sia civili sia militari. E non dimentichiamo che dopo il “nostro” 4 novembre 1918 della vittoria, si è continuato a combattere sul fronte orientale per altri tre anni, tra Russi e Polacchi, tra Sovietici rossi e Russi bianchi. Una pausa di vent’anni è stato l’intervallo per la Seconda guerra mondiale, che ha fatto oltre sessanta milioni di morti. Le tre guerre hanno avuto un termine, una fine, ma quale fine hanno raggiunto? Ad esempio, si poteva realizzare l’Unità di tutta l’Italia senza i 650.000 morti italiani? Gli storici della diplomazia più accorti affermano di sì.

La fantascienza si è posta il tema del viaggio nel tempo. Una domanda: forse che viaggiando nel tempo, sarebbe stato possibile uccidere Hitler da bambino ed evitare…

Il tempo attuale viene ormai chiamato antropocene, come tappa ulteriore della storia fisica e antropologica del pianeta. A differenza di soli cinquant’anni fa, l’uomo è oggi in grado di influire pesantemente sulle condizioni climatiche della terra, con le conseguenze che già intravediamo. E non positivamente. Antropocene è un termine diffuso negli anni ottanta dal biologo Eugene Sturmer, e adottato nel 2000 anche da Paul Crutzen, Premio Nobel per la Chimica. Crutzen formalizzò il concetto in testi quali l’articolo Geology of mankind, apparso nel 2002 su Nature, e il libro Benvenuti nell’Antropocene. Il termine apparve per la prima volta in V. Shantser, alla voce The Anthropogenic System (Period) del secondo volume della Great Soviet Encyclopedia (1973). Con il lemma si indica  l’epoca geologica che si distacca dall’olocene (la precedente), e sta a significare quanto l’uomo influisca sull’ambiente con le sue attività, che diventano le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche.

Se il precedente nome, olocene, stava a significare solo la presenza umana sul pianeta, che non trasformava la struttura stratigrafica e climatica della Terra, ora l’influenza umana le sta toccando e cambiando. Dai tempi dell’abate Stoppani che definì a fine ‘800 le ere geologiche, il quale comprese che la forza delle attività umane costituiva già un’era antropozoica, cioè con l’uomo al centro delle forze agenti sulla terra, registriamo da parte del geochimico russo Vernadskij il termine successivo, noosfera, vale a dire luogo dove l’intelligenza umana interferisce con l’ambiente in modo decisivo, termine ripreso negli anni ’70 del Novecento dal padre gesuita, teologo e paleontologo  Pierre Teilhard de Chardin. E siamo qui, con le guerre e le attività di questi tempi, mentre con fatica tentiamo di evadere dal pianeta azzurro.

 

Nonno Agostino si temeva fosse morto al largo di Durazzo, durante un naufragio dove centinaia di fanti italiani erano annegati. No. Per le strane e comunque causative vicissitudini dei percorsi informativi, il nipote omonimo e sua sorella Grazia e Gianfranco scoprirono che la vita del trentatreenne nonno era finita sul Carso, a ridosso di una trincea, dove anche Enrico Toti aveva vissuto gli ultimi giorni. Era il 6/ 7 Agosto del ’16.

Come lui milioni di altri esseri umani sono morti in guerra: dalla Prima mondiale anche milioni di civili, ciò che fino a tutto l’800 non accadeva, se non in minima parte, quella delle guerre coloniali. Inglesi e tedeschi massacrarono popolazioni intere, la giovanissima America del padri pellegrini aveva sterminato gli uomini rossi delle praterie, e gli ispanici gli indios del Sudamerica, bene presto imitati dai nuovi padroni locali, come nel caso delle stragi patagoniche di fine ‘800.

Gli ebrei sono stati oggetto di sterminio fin dal Medioevo.

Nonno Agostino era un contadino del Friuli, chiamato alla armi come milioni di altri. Alla fine del 1915 i soldati al servizio del maresciallo Cadorna, quello che giocava a tressette in via Mercatovecchio a Udine, mentre a trenta chilometri più a est si moriva in mezzo al fango, alle feci e al sangue, e se qualcuno osava protestare veniva fucilato.

Nonno Agostino invece morì per mano altrui, forse un contadino slovacco o ungherese, che era stato prelevato dal suo villaggio dai reclutatori del kaiser.

I suoi nipoti, che avevano dedotto notizie della sua morte nel naufragio in Adriatico, hanno saputo ricostruire che il nonno era morto a poche decine di chilometri da casa, a mezza giornata di carro e cavallo. Uomo giovane, per la Patria. La sua fine aveva contribuito a costruire un fine ma, abbiamo detto sopra: sarebbe stato possibile raggiungere il fine medesimo senza sangue, senza dolore. Ma così è andata, perché l’uomo non agisce per il meglio, ma per la convenienza, come spiegava Machiavelli nelle sue Lettere a Francesco Vettori, mai confondendo, però, all’incontrario di ciò che diffonde la vulgata, mezzi e fini, come Cadorna, Trump e molti altri.

Caso o causa, necessità o contingenza la morte di nonno Agostino? A posteriori non si può non pensare alla necessità, a priori avrebbe qualche chance anche il caso: il fatto è che tutto ciò che accade accade per cause: il problema dell’uomo è che conosce le cause di ciò che accade solo in minima parte, e pertanto…

La “micosi” del male nelle sue varie declinazioni etiche e storiche, sotto i profili: fisico, morale e metafisico. Da sant’Agostino a Hannah Arendt

Il concetto riportato nel titolo  si trova nel carteggio che intercorse negli anni ’60 del secolo scorso fra Hannah Arendt, famosa per il volume La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, pubblicato nel 1963, e Karl Jaspers, suo maestro dopo Heidegger.

Una micosi è una diffusione fungiforme, per cui il male viene descritto come un’epidemia, quasi, come potesse intaccare qualsiasi vivente, per suggerne la linfa e berne anche il sangue. Quasi vampiro, il male, per Jaspers e Arendt, come spiega Luca Cerardi in un suo lavoro che citerò in calce, si diffonde subdolo, e, se non te ne accorgi, ti fagocita lentamente, cambiandoti senso della vita e vita spirituale, mente e pensieri, mettendo in moto precordi ancestrali di lotta e di morte.

La micosi non ha profondità, anche se può fare molto male: essa colpisce la superficie restando in superficie, ma molti hanno una spiritualità superficiale, e pertanto basta una micosi spirituale per renderli astenici sotto il profilo intellettuale e morale. Persone citate nei precedenti articoli hanno caratteristiche di questo tipo.

Per arrivare al tema così come posto dai due pensatori contemporanei, partirò dal principale concetto proposto da Sant’Agostino per definire il male: la privatio o defectio boni,  vale a dire il male come assenza di bene, il male sprovvisto – di per sé – di essere e di essenza, in quanto puro nulla metafisico, pur dandosi una metafisica del male, come vedremo più avanti.

Eppure il male, anche se si può definire puro-nulla-metafisico, esiste, eccome se esiste, e si fa sentire, con il dolore, la sofferenza, la disperazione, la morte. E poi può declinarsi come reato, come peccato, come offesa, come delitto… Il titolo già esprime un primo concetto filosofico: il male esiste nel mondo, sotto varie forme.

Si potrebbe dire forse che questo è uno strano modo di vedere le cose, ma i modi espressivi della metafisica hanno senso, anche se non piacciono ai Rovelli e agli Odifreddi.

A volte capita di sentir formulare proprio l’espressione del titolo, specie quando la dimensione del male, oggettivo e percepito, è talmente grande, da superare ogni immaginazione sulla malvagità umana: di fronte alla Shoah, di fronte agli eccidi, di fronte a certe efferatezze, perché Dio è silenzioso? Dove è? E se c’è, posto che ci sia, perché non interviene?

Pertanto… il male è percepito come pura negatività da combattere e da vincere nel nostro mondo occidentale. Ma il tema è più complesso. Su questo tema invito, fin da subito, a dare uno sguardo anche ad alcuni studi neuro-scientifici e sociologici contemporanei, come nei libri di Steven Pinker: Il declino della violenza e Illuminismo adesso, ambedue editi da Mondadori. In ambedue i volumi lo psicologo di Harvard sostiene, dati alla mano, che il male è in declino, nonostante l’Isis, i narcos, gli eccidi… Come mai allora la percezione dei più è di segno contrario?

In Oriente, il male è come l’altro punto di oscillazione di un «pendolo», che necessariamente si pone di fronte al bene, quasi costituendone il necessario contraltare, in un’armonia per noi occidentali difficilmente comprensibile.

Ad esempio, nel Taoismo ciò particolarmente evidente nella dottrina dello Yin e dello Yang, che rappresentano anche i due principi complementari del femminile e del maschile, entrambi indispensabili alla costruzione dell’ordine cosmico. I due poli del pendolo non rappresentano gli opposti di bene e male, ma due elementi indispensabili della vita.

In Occidente siamo culturalmente figli della filosofia greca e dell’ambiente biblico-evangelico, per cui l’eros, cioè l’attività desiderante, proposta soprattutto da Platone, è il motore del mondo.

Il Cristianesimo accolse la visione «greca» della vita e delle cose, mettendo in moto un meccanismo di progressiva crescita delle aspirazioni umane verso il bene, che è stato anche conquista, crescita, tramite ciò che si dice, teologicamente, evangelizzazione: a scanso di equivoci, non voglio confondere la diffusione di questa grande religione e dei suoi formidabili valori morali, fondativi anche dell’illuminismo e della modernità, con un marketing essenzialmente commerciale, ma certamente anche lo sviluppo economico ha a che fare con la visione «cristiana» della vita e del mondo.

In Oriente vale la legge del Dharma e del Karma, sia nell’Induismo, sia nel Buddhismo: vi è una legge naturale da rispettare che ricomprende bene e male, ma bisogna evitare il desiderio delle cose, ché provoca sofferenza, quando il desiderio stesso viene frustrato.

Come si può ben capire si tratta di una visione della vita completamente differente dalla nostra occidentale, caratterizzata da una continua spinta alla crescita, all’ampliamento dell’influenza, e ciò spiega anche la storia della colonizzazione e le varie fasi dell’imperialismo.

L’uomo ha paura di molte cose che gli capitano o gli potrebbero capitare, e per affrontare la paura cerca di avere coraggio: paura e coraggio sono una delle coppie di passioni contrapposte, così come le elencava nella sua antropologia san Tommaso d’Aquino. La paura è utile, così come lo è il dolore come segnale di pericolo.

Il problema è quello di non scivolare nella temerarietà, che è una deformazione del coraggio, di cui abbiamo mille esempi. L’espressione «cigno nero» è stata recentemente ripresa dalla stampa e dalla politica, per significare fatti ed eventi imprevedibili e perciò stesso da accettare nella loro ineluttabilità. Bisogna però stare attenti, come insegna la psicologia più sana, a non evocare fatti negativi, che gli inglesi chiamano con efficacia «wishful thinking» o profezia che si autoavvera.

In realtà il discorso è profondamente filosofico e riguarda l’eterno dibattito tra caso e necessità. Se vogliamo, possiamo anche mostrare l’inesistenza del caso…

Circa il male si sono spesi fiumi di inchiostro e si sono affaticati grandi intelletti nei millenni, e a volte vanamente. Propongo dunque alcune considerazioni su ciò che (il male, appunto) viene considerato da evitarsi da ogni morale umana. Se la privazione del fine è privazione del bene, si tratta di quello che intendiamo con la parola male.

Scrive il padre Sergio Parenti O.P.:

“L‘agire è compiutezza, perfezione dell’agente. Infatti il raggiungimento del fine è perfezione dell’azione. L’azione poi è perfezione della capacità operativa: bene della vista è vedere. Ma le capacità di agire sono la conseguenza di un modo d’esistere che in esse trova la connaturale perfezione e compiutezza, altrimenti si avrebbe qualcosa che non viene attuato e per questo manca.”

Per rapporto alla natura dell’agente, dunque, parleremo propriamente di privazione: cioè essa è negazione in un determinato soggetto, non una qualsiasi negazione. E tale privazione, in quanto privazione di un bene connaturale diventa un male. Un sasso che non vede, non ha la vista, ma non lo diciamo “privo”. Un gatto, invece, se non è capace di vedere, è cieco. Se vi si riflette un poco, ci si accorge che queste denominazioni non sono affatto arbitrarie, ma corrispondono all’uso del linguaggio quotidiano.” (in Parenti S. o.p., Logica e decisione etica. Tra principi e concretezza, pro manuscripto, Convento san Domenico, Modena 2002, p. 21)

Possiamo vedere anche come si pongono alcuni modi del male, come privazioni di bene. Le privazioni sono un “ente di ragione”, ma il male in quanto tale può essere definito in qualche modo, magari aiutati da sant’Agostino e san Tommaso:

a) il male in sé e per sé non esiste, né è qualcosa nel senso comune di queste parole,

b) il fine di ogni cosa o essere è il bene,

c) non vi è alcun “sommo male”, o dio del male,

d) nessuna azione, di per sé, tende al male. Anche in chi agisce deliberatamente, il male, di per sé, è “preterintenzionale” (cioè non è l’oggetto vero del tendere della volontà),

e) il male è spiegato e causato da un bene,

f) il male, di per sé, non causa nulla,

g) un male suppone un bene nell’oggetto desiderato…

(in Tommaso d’Aquino, Summa contra gentiles, III libro, capp. I – XVI; S. Agostino, Confessiones, lib. VII, cap. XII)

 

E ancora:

a) “Malum in rebus incidit praeter intentionem agentium“, cioè, il male capita, nelle cose, indipendentemente dall’intenzione dell’agente. Questo è il senso della preteritenzionalità sopra richiamata, che non toglie, beninteso, la responsabilità del soggetto agente.

b) “Malum non causatur nisi a bono“, cioè, il male non è causato se non dal bene. Diciamo anche “è colpa della cattiveria”, che , allora, causa deficiens, causa che deficita, insufficiente, causa-non-efficiente.

c) “Malum, etsi non sit causa per se, est tamen causa per accidens, cioè, il male, anche se di per sé non è una causa, è però una causa “per accidens”. Si intende che non è una causa propria, ma derivata, come da una goccia fredda deriva benessere al corpo umano nella calura.

d) “Omne malum est in aliquo bono fundatum, cioè, ogni male si fonda in qualche bene. E’ di immediata intuizione, poiché ogni male, per esistere, deve interferire in un qualche bene. (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II)

Ci aiuta in questo difficile e inusitato cammino anche sant’Agostino:

“Così mi fu chiaro come le cose che vanno soggette a corruzione, sono buone: poiché, se fossero buone in grado sommo e assoluto, andrebbero esenti da corruzione, e se non fossero buone, non andrebbero soggette a corruzione (…) Giacché la corruzione nuoce, e non potrebbe nuocere se non diminuisse il bene (…) Che se verranno private totalmente del bene, cesseranno affatto di esistere, dacché, se continueranno ad esistere, saranno meglio di prima, perché rimarranno incorruttibili. Ora c’è asserzione più mostruosa del dire che le cose che sono state private totalmente del bene, sono migliori? Dunque se saranno private totalmente del bene, cesseranno di esistere; dunque, fintantoché esistono, sono buone; dunque, qualsiasi cosa che esiste, è buona. E il male, di cui cercavo l’origine, non è una sostanza, perché, se fosse una sostanza, sarebbe un bene … Perciò vidi chiaramente come Tu facesti buone tutte le cose e come, d’altra parte, non esistono sostanze che Tu non abbia fatte“. (Confessiones, lib. VII, cap. XII)

Possiamo dunque dedurre con certezza che il male non potrà mai distruggere totalmente il bene, ma che il bene, oltre gli ottimismi di maniera, ma anche evitando ogni pur sotterranea forma di nichilismo o di manicheismo, va perseguito con intelligenza acuta e costante, per orientare la volontà, affinché sia realizzato il fine vero e buono di chi agisce.

Ancora una volta incontriamo i “trascendentali” che si convertono l’uno nell’altro: il bello nel vero e questi  nel bene.

Nell’agire morale sembra molto strano e quasi paradossale che si affermi che il male è preterintenzionale, dato che il male deve derivare da consapevolezza intellettuale e consenso volitivo. La preterintenzionalità, anche nel diritto penale corrente, rappresenta il riconoscimento del male non voluto, ma qui siamo su un terreno diverso dal diritto. Siamo in filosofia morale, o in etica.

Pensiamo agli incidenti stradali: viaggio ad una velocità adeguata rispetto al codice della strada, al mezzo che guido e alle condizioni del traffico e della strada, mi attraversa la strada all’improvviso un pedone, lo investo ed egli muore. Altro sarebbe il senso dell’esempio se, nella stessa situazione, io non avessi rispettato il limite di velocità: sarei stato imputabile almeno di omicidio colposo.

L’agire volontario libero è proprio dell’uomo. Ma perché sia così definibile e per determinarne la responsabilità, occorre fare un passo avanti. Dobbiamo cercare un difetto a monte dell’agire.

Se un atto moralmente rilevante dipende da:

a) il bene conosciuto,

b) la capacità di riconoscerlo,

c) la capacità di tendere ad esso, o volontà,

d) la capacità di conseguirlo effettivamente,

Dobbiamo dunque convenire che è necessario “purificare” il percorso conoscitivo fino a giungere alla volontà. Ma anch’essa, come facoltà desiderante deve essere esaminata attentamente al fine di escludere che vi siano condizionamenti tali da conculcarne il libero operare. Il punctum dolens è allora il suo rapporto con l’intelligenza. Chi la esercita veramente (l’intelligenza) deve saper discernere tra i beni, cioè se essi siano ordinati al fine, o meno, del soggetto agente (dell’uomo, in definitiva). Questo è il punto dirimente, e difficilissimo della morale.

Il peccato. Usiamo questo termine teologico anche in etica per capirci meglio. Potremmo anche parlare di violazione o di reato, ma ci collocheremmo nell’ambito, non distante ma sostanzialmente di altra natura, del diritto. Mentre i termini colpa e pena sono comuni, alla morale e al diritto. Naturalmente ne parleremo più diffusamente nella sintesi di teologia morale.

Nell’ottica di una vita orientata al fine, il peccato si configura come una aversio a fine, utilizzando il linguaggio agostiniano e tommasiano.

Lat.: una digressione, una fuga, un rifiuto del fine (per cui si è a questo mondo).

Leggiamo: in Tommaso d’Aquino Summa Theologiae, I-II, q. 72, a. 5, c: “(…) quando anima deordinatur per peccatum usque ad aversionem ab ultimo fine, scilicet Deo, cui unimur per caritatem, tunc est peccatum mortale: quando vero fit deordinatio citra aversionem a Deo, tunc est peccatum veniale“, cioè, quando l’anima si disordina per mezzo del peccato fino a porsi in avversione al fine ultimo, cioè a Dio, vi è peccato mortale: quando invero non si tratta di una vera avversione a Dio, allora vi è peccato veniale; (Cfr. anche ibidem, q. 74, a. 9, c.; q. 7, a. 8, c.; q. 87, a. 5, ad 1um).

Secondo la comune accezione il male è il contrario del bene, cioè si oppone al bene come un qualche cosa che lo impedisce o lo contrasta, per un’immediata intuizione dell’atto umano come non buono. Si può dire che si tratta di un significato accettabile, anche se incompleto, perché del male, come dei correlati concetti filosofici, etici, religiosi e giuridici citati nel titolo, si possono e si debbono chiarire anche altre dimensioni. Più precisamente, vi è opposizione di contraddizione tra virtù e vizio, cioè gli habitus (disposizione stabile dell’animo umano orientata al bene o al male), che fondano le azioni umane rispettivamente buone o di malizia.

Possiamo dire che l’idea del male è presente nella legge naturale che ogni uomo ha inscritto nel “cuore”, così come è nozione ammessa in tutte le culture, filosofie e religioni. Nel manicheismo, filosofia religiosa proveniente dall’altopiano iranico e molto diffusa ai tempi del primo cristianesimo, insieme con lo zoroastrismo e il mazdeismo, vi è  una concezione talmente dualistica della realtà, che prevede perfino l’esistenza, accanto a un Principio o Dio del Bene, di un Principio del male, che così condizionerebbe la volontà umana piegandola al male stesso. Cuore è qui inteso secondo il significato semitico di “centro della persona”. (da Mani, sapiente e sacerdote iranico, III-IV sec. d. C.)

Dopo Aristotele, che sarà recuperato prima da Boezio e successivamente da San Tommaso, l’analisi più approfondita sulla questione del male viene filosoficamente sviluppata da Sant’Agostino. Il Dottore d’Ippona, partendo dalle giovanili posizioni manichee, che forse nel substrato del suo pensiero conserverà a lungo, tratteggia un’analisi sul principio del male il quale costituirà in seguito la base, sia per il pensiero morale di Tommaso, sia per la riflessione moderna e contemporanea. Sant’Agostino concepisce il male secondo tre gradi o dimensioni: il male metafisico, il male morale e il male fisico, reciprocamente in qualche modo collegati e interdipendenti. sia nella linea neo-tomista di un Maritain o di un padre Fabro, sia nella linea induzionista-riflessiva  di Cartesio, Kant, Husserl, Heidegger, Edith Stein, ma anche dello stesso Sartre.

 

Il male metafisico

Attenzione, però, al linguaggio, che è strettamente filosofico: il male metafisico è l'”imperfezione”, nel senso che ogni res umana, ogni atto umano, ogni modo dell'”essere” (nella duplice accezione di infinito sostantivo e di principio di analogia) umano, è limitato, defettibile, perfettibile, incompleto, o errato, colpevole, e via dicendo. E dunque, in questo senso il male é da intendersi come “non essere”, come deficienza di bene. Il male metafisico è quindi un “non essere” oggettivo, ineliminabile, appartenendo esso alla stessa natura delle cose umane.

Agostino per spiegare l’assoluta bontà di Dio propone un sillogismo:

  • tutto è stato creato da Dio;
  • Dio è sommamente buono;
  • dunque ogni realtà da Lui creata è buona, e non ne esistono di malvagie.

…per cui hanno torto i manichei (dottrina da lui stesso abbracciata in gioventù) che ritengono anche il male provvisto di essere. Il male ha dunque solo una pregnanza logica.

 

Il male morale

Vi è poi il male morale, che è quello che più interessa le azioni umane. Il male morale è il non conformare l’agire pratico alla legge naturale, che è conforme alla legge divina. Fin qui il filosofo africano. Più ancora San Tommaso, soprattutto nella Somma teologica, sviluppa la morale delle virtù, riprendendo Agostino nello schema delle Etiche aristoteliche (soprattutto la Nicomachea), e sostenendo che, se la volontà umana si conforma all’intelletto delle cose, non può non agire virtuosamente, guidata dalla prudenza, la quale sovrintende alle altre virtù (oggi diremmo valori o qualità), come recta ratio agibilium, retta ragione delle cose da farsi.

E’ una visione un po’ strana, forse, per la contemporaneità, dove contendono una morale dell’obbligo, della colpa e del peccato, e una morale, spesso amorale, del relativo e del contingente. Il male morale, dunque, per Agostino suppone la colpa e il peccato, che è un “mancare” verso Dio e verso il prossimo. Suppone una responsabilità che è insita nell’umano libero arbitrio. In altre parole, Dio non impedisce il male, pur conoscendolo nella sua prescienza, perché all’uomo è data costitutivamente la libertà di scelta, che si esercita nell’ambito dei limiti umani, e non oltre.

L’uomo ha così la possibilità di optare sostanzialmente tra due alternative, liberamente: quando si fa guidare dal vero amore, l’uomo sceglie sempre il sommo Bene, perché, illuminato dalla luce di Dio, egli impara a valorizzare i beni minori secondo la loro effettiva gerarchia. Quando invece è guidato da un amore alterato, egli è portato a desiderare un tipo di bene inferiore, come la ricchezza o la cupidigia, che da lui vengono trattati e considerati come beni superiori. In ciò risiede la possibilità del male morale.

 

Il male fisico

Vi è infine il male fisico, la malattia, la sofferenza in tutti i suoi gradi, che appartengono al modo d’essere del vivente (le piante), sensibile (gli animali), sensibile e razionale (l’uomo), che sono imperfetti e mortali. Cfr. l’ impostazione neo-radicale, che è un po’ oggi, purtroppo, trasversale, nelle sinistre politiche e anche nella destra tecnocratica. (Cfr. anche B. Ochino, Laberinti del libero arbitrio, a cura di M. Bracali, ed. Leo S. Olschki, Firenze 2004)

Nell’uomo, il male fisico può essere anche inteso come conseguenza del male morale, ma senza che fra i due mali vi sia un rapporto di causa-effetto. Ciò è particolarmente evidente nei mali dello spirito, nelle sofferenze interiori, nelle somatizzazioni dei sensi di colpa (qui non intesi come nevrotizzazioni), che non sono semplicemente da rimuovere, ma bisogna verificarli alla luce della coscienza morale.

Agostino non negava la sofferenza e neppure il peccato, nel senso cristiano. Il male fisico, da un lato, è conseguenza del male morale, poiché scaturisce dalla stessa origine metafisica, ontologica, ossia da un non-essere. Dall’altro, tuttavia, esso ha per Agostino anche un significato positivo, tramutandosi alle volte in uno strumento capace di condurre alla fede per vie imperscrutabili. In tal modo Agostino supera una convinzione diffusa nel periodo precedente, che concepiva la malattia e il dolore esclusivamente come una sorta di punizione divina delle azioni umane.

Il male fisico è lo stesso che persino Cristo dovette subire, per nostra espiazione, durante la Passione e il martirio sulla croce, pur essendo onnipotente: Egli non vi si oppose per lasciare libertà d’azione alla volontà umana.

 

Le nozioni del male: le domande etico-ontologiche

Per ciò che concerne il peccato, il quale presuppone la colpa derivante dal libero esercizio della volontà, si può dire che si tratta di un principio di valutazione morale, che lede la natura, la coscienza, e la “legge”, e che è presente in ambedue le Tradizioni cui fa riferimento la nostra cultura e la nostra scienza etica, sia quella greco-latina, sia quella giudaica. Nella Bibbia, i cui principali significati si trovano nelle aree semantiche di infedeltà (mà’al), di “oltrepassamento” (àbar), e ingiustizia-violenza (àwel), ma vi è anche il concetto generale del peccato come di un senso di fallimento (àwòn, letteralmente: mancare il bersaglio). Cfr. ad esempio Esodo 23, 21 e Isaia 1, 2) il riferimento al peccato è verbalmente amplissimo, constando di oltre trenta etimi (ebraico – aramaici).

Nei Vangeli sinottici e di Giovanni, e in Paolo (specialmente nella Lettera ai Romani), i lessemi greci rinviano a concetti e significati analoghi, poiché, per ingiustizia troviamo adichìaa͗dikίa (dalla radice di dikaiusìnedikaiusύnh, giustizia), e amartìaa͗martίa per peccato di infedeltà. Nell’etica greca e latina (Platone, Aristotele, Seneca, Marco Varrone, Cicerone, Marco Aurelio) così ben studiata da Agostino e Tommaso, troviamo, sia pure senza la dimensione soprannaturale della rivelazione cristiana, un’impostazione che possiede ampie corrispondenze soprattutto nell’ambito morale connotato dall’azione delle virtù e degli opposti vizi.

In ambito cristiano si mantiene dunque un’impostazione legata al valore della fedeltà a Dio, la cui negazione (aversio a Deo, conversio ad creaturas: allontanamento da Dio per scegliere i beni finiti, cioè le creature) porta al peccato, cioè all'”atto umano cattivo”, a tutti i peccati, sia contro se stessi che contro gli altri.

Ricapitolando possiamo dire: il male di per sé non è come principio, ma esiste ed è conseguenza della responsabile e libera azione dell’uomo, che di sé decide, anche quando agisce verso gli altri, perché in fondo ogni “peccato” è di omissione alla propria umanità. Cioè di rifiuto della possibilità di essere intelligenti.

Alcune delle questioni fondamentali a cui Agostino cercava una risposta erano in particolare le seguenti:

  • Se c’è Dio, che è buono e vuole il bene per le sue creature, perché allora permette che ci sia il male e il dolore?
  • E perché l’uomo, che pure è fatto a Sua immagine e somiglianza, compie deliberatamente il male?

Si trattava dei quesiti che erano sorti in lui sin da giovane, e per rispondere ai quali aveva deciso, prima della propria conversione al Cristianesimo, di aderire alla dottrina manichea: questa presumeva di spiegare il male facendone uno dei due princìpi che, insieme al bene, hanno creato il mondo.
Dopo aver preso in considerazione la vita di Gesù (Cristo), però, egli ritenne insoddisfacente una tale spiegazione. Cristo infatti aveva sconfitto il male, pur attraverso una lunga tribolazione nella quale si era sottoposto volontariamente ad esso.

Ciò comportava una serie di altre domande:

  • Ma allora Dio, che può tutto ed è perfetto, perché ha dovuto subire il male per riuscire a vincerlo?
  • E se questo accade, Egli è ancora un Dio onnipotente?

I vari tentativi di risposta condussero Agostino a ipotizzare che esistono almeno tre tipi di male, come abbiamo visto più sopra: il male metafisico; il male morale; il male fisico.

 

Immanuel Kant, sulle tracce di Agostino concepì la presenza del male come l’esercizio della libertà, proponendo di affrontare questo limite umano mediante un’etica del fine e la credenza in un bene superiore, da perseguire in quanto tale, esercizio di umanità e di benevolenza. Egli scrive: “Fai in modo che la massima del tuo agire possa costituire legislazione universale” e “Non tenere l’uomo mai come mezzo, ma sempre come fine”.

La malvagità e la tristezza del peccato si esprime in molti luoghi letterari. Solo qualche esempio: ne Il signore delle mosche di William Golding, in Heart of Darkness di Joseph Conrad, dove l’oscurità morale del colonnello Kurtz che viene ripreso anche da Coppola in Apocalypse now.

Del male ho scritto molto nei due articoli precedenti che vengono in qualche modo conclusi dal presente, lasciando ancora enormi spazi alla riflessione di colleghi e lettori.

 

Tra costoro…

Apprezzo lo sforzo che ha fatto per la redazione della sua tesi di laurea magistrale in filosofia morale dedicata in particolare a Hannah Arendt e alla sua distinzione fra male radicale e banalità del male, Luca Cerardi, un amico di Phronesis, cui auguro ogni bene, e la forza di stare in questo bene a lui donato dell’intelligenza e della passione per la conoscenza.

La baionetta e la pietra

La guerra era iniziata da un anno per l’Italia e le cose non andavano bene, se “andare bene” in una guerra vuol dire uccidere nemici, distruggere città e creare terrori inimmaginabili. Molti fronti erano aperti, a Est come a Ovest. L’Italia era entrata in guerra, come nella Prima grande guerra, qualche mese dopo che la Germania l’aveva scatenata, invadendo la Polonia. Il tema storiografico e morale delle responsabilità dell’inizio di questo terribile evento non è di facile spiegazione, per la sua complessità e per le contraddizioni insite nei rapporti tra le grandi Potenze del tempo. In assoluto non si possono assolvere neppure la Gran Bretagna e la Francia da queste responsabilità, pur attribuendone la primaria al Reich germanico.

L’Italia era entrata in guerra impreparata, mentre Mussolini con la solita vis rethorica si scagliava contro le “demo-plutocrazie” occidentali e dava ordine di attaccare la Francia dalle Alpi Marittime. Una sanguinosa e stupida scaramuccia. Nel frattempo la Wehrmacht aveva invaso il Belgio e stava travolgendo l’esercito francese fino a raggiungere rapidamente Parigi. In realtà il Duce era stato sorpreso dall’attacco hitleriano alla Polonia e si era convinto di dover fare qualcosa per non restare troppo indietro nel concerto delle Nazioni, anche per una spartizione, a guerra vinta. Povero illuso. E allora, sottomessa facilmente l’Albania, di cui Vittorio Emanuele III si affrettò a farsi proclamare re, occorreva attaccare la Grecia, magari attraverso la Yugoslavia. L’illusione di una facile conquista durò poco. Alpini, fanteria, bersaglieri furono ben presto impantanati tra le acque e le montagne che dalla Bosnia scendevano verso la Macedonia. Ascolta se vuoi, mio gentile lettore, la dolente nenia alpina dedicata al Ponte di Perati.

Pietro aveva ventisei anni ed era di guardia quella notte sul lago di Konijc, nella valle della Neretva, Bosnia. L’Ottavo reggimento bersaglieri aveva sostenuto combattimenti aspri con i soldati yugoslavi, e con reparti di cetnici serbi. Faceva freddo e nella battaglia di giornata molti commilitoni erano morti. Anche il colonnello comandante era stato tranciato da una granata. Pietro non era un pauroso, ma in quella situazione non si poteva non temere assalti improvvisi e letali. Più avanti nel tempo, quando avevo già vent’anni, mio padre avrebbe commentato quello che accadde in questa storia premettendo queste parole: “Ero io a casa loro, a  rompere i…, ero io. E che cosa dovevano fare se non difendersi con le armi dal nostro attacco?” Aveva aspettato che fossi diventato grande per raccontarmi come si era salvato la vita quella notte e così poteva raccontarmelo.

Saran state le due o le tre di notte. I comandi italiani sapevano che quei valorosi soldati e partigiani erano usi anche a sortite notturne. L’uomo lo aggredì all’improvviso. Pietro riuscì a malapena ad evitare il colpo che l’aggressore gli stava per portargli con qualcosa di simile a una baionetta impugnata. Si girò e lo colpi a sua volta con la baionetta che aveva inastato sul moschetto. Il soldato si accasciò con un flebile grido. Era stato colpito in pieno petto dalla parte del cuore. La pozza di sangue si vedeva nel buio allargarsi, nera.

Il trambusto aveva fatto sopraggiungere alcuni commilitoni che si assicurarono che Pietro fosse incolume. Lo era. Neppure di striscio lo aveva ferito l’arma dell’aggressore. Pietro fu congedato qualche settimana dopo perché la piorrea gli aveva smangiato metà dentatura. Torno al fronte dopo mesi, imbarcandosi ad Ancona per “destinazione ignota”. In realtà, nottetempo il reparto era stato sbarcato a Patrasso per continuare la guerra. Pietro si salvò, ma l’Italia perse la guerra e la faccia.

 

Pietro aveva quarantatré anni e da tre lavorava in quella cava di pietra nell’Assia centrale, in mezzo ai boschi di conifere. Dormiva, con i suoi compagni d’emigrazione, in baracken di legno, simili a quelle che ancora si vedono a Dackau. Le ho viste anch’io, perché decenni dopo lo portai io in quei luoghi. Era partito dal Friuli, perché qua non c’era lavoro. La fabbrica di mattoni dove da dieci anni lavorava aveva chiuso e bisognava emigrare, come suo nonno, che era andato in Baviera ai primi del ‘900, a far mattoni. La ditta era un kombinat parastatale voluto da Adenauer subito dopo la Seconda guerra. Tiravano giù la montagna con la dinamite, e con le mani caricavano carrelli pieni di pietre adatte alla costruzione delle dighe sul mare olandese, che servivano a conquistare chilometri di terra coltivabile, i pölder. Lavoro pesante, paga a cottimo: tanti carrelli al giorno, tanti marchi. Pietro aveva una grande forza naturale, ché batteva a “braccio di ferro” anche omoni più alti e grossi di lui. Spesso aiutava i compagni che non ce la facevano a riempire i carrelli. Lavorava da dodici a quattordici ore al giorno. Guadagnava due volte e mezzo più che in Italia. La casa di Rivignano era da mettere a posto e noi due, io e Marina costavamo. Io poi volevo andare a scuola e parroco e insegnanti dicevano a mia mamma che dovevo fare il “liceo classico”, perché “Renato arrivava” (per dire che capivo le cose e le materie).

Un pomeriggio d’estate la carica di dinamite esplose, annunciata come al solito dal capo-cantiere, herr Sprüger, con un fischio prolungato. Tutti allora dovevano allontanarsi e Pietro seguì la procedura. Giovanni no, non si seppe perché, anche dopo la disgrazia, lui era rimasto troppo vicino al punto dell’esplosione. Un macigno di almeno cento e venti chili (dopo fu pesato) gli piombò sulla gamba destra spezzandola e provocando una brutta emorragia. Urlò disperatamente. Pietro lo sentì ed accorse. Non seppe come riuscì a spostare la pietra da solo, e nel frattempo chiamando aiuto.

Giovanni fu curato bene ma perse la gamba. Fu salvo. Prese una pensione di inabilità dal Governo Federale e tornò in Italia. Pietro lo andò a trovare quando, finita la stagione ai primi di dicembre, era tornato anche lui a casa, per ripartire, come al solito, ai primi di marzo. Gjovanin lo accolse, ma non parlava, era commosso. Bestemmiò: era la sua giaculatoria al Signore. Arpalice, la moglie, offrì un taj di vino a  Pietro. Rimasero lì tutto il pomeriggio, parlando pochissimo e lasciando fare  tutto al pensiero e agli sguardi. “Tu mi as salvât la piel, Pieri” (mi hai salvato la pelle, Pietro, trad. dal friulano). Mio padre gli rispose che altrettanto avrebbe fatto lui, ma Giovanni si schermì dicendo che non ne avrebbe avuto la forza.

Mio padre aveva provato ancora a sollevare quella pietra, ma non ce l’aveva fatta. La sua forza era servita solo per salvare Giovanni, come insegna la buona dottrina cristiana, ché lo Spirito Santo sa quando e come intervenire.

Allora mio papà mi disse: “Ho tolto una vita e ne ho recuperata un’altra“. Ho pareggiato i miei conti con Dio.

Questo era Pietro, mio padre.

Quando sento definire Venezia “Patrimonio mondiale dell’umanità” dall’UNESCO, acronimo di “United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization”, mi viene l’orticaria

Il gentiluomo Enrico Dandolo passeggia per le calli della cittade sulle acque,  apparentemente senza meta, conversando con il suo segretario scrivano, e anche un po’ guardia del corpo. L’uomo è infatti ancora giovane, sulla trentina, bruno e robusto, delle terre furlane, che tanto piacciono ai Veneziani.  L’argomento principale è un’altra Crociata contro gli “infedeli”, per ribadire che il diritto dei Cristiani di potere accedere al Santo Sepolcro e alla Città Santa senza pericoli, ma anche… aggiunge nel mezzo del seriosissimo discorso, per ampliare il numero di fondachi per il commercio che la Serenissima già intrattiene con il Vicino Oriente, anche con i Maomettani.

Il segretario, messer Zuan da Porpetto annuisce, facendo osservare al suo signore che la sera sta scendendo per le calli e che l’umidità ottobrina potrebbe non fare bene a Sua eccellenza Serenissima. Enrico Dandolo, ha appena compiuto ottant’anni e il Gran Consiglio lo ha eletto alla carica dogale da poche settimane. Dandolo annuisce all’invito del suo fedele servitore e così si incamminano di buon passo verso palazzo. La sera offre una miriade di ombre che variano continuamente tra i canali e le pareti dei casamenti. Venezia sta diventando sempre più bella, considera fra sé e sé il vecchio gagliardo. E pensa a come dovrà muoversi se si farà la Crociata, gli sembra sia la quarta, dopo quella indetta da papa Urbano II e la altre due, spedizioni di alterna fortuna.

Prima di ritirarsi il doge chiede a Zuane (così lo chiama il gran signore venezian) di fare un giro più largo, per dare un ultimo sguardo alla Basilica, per una prece silenziosa al protettore, al gran Santo che conobbe Gesù. Dandolo era un buon cristiano, ma sapeva separare la religione dalla politica, e non mancava di criticare, a volte, con gli amici più fedeli del Consiglio dei Dieci certe iniziative del romano pontefice. San Marco appare nei chiaroscuri di mille torce che brillano come fuochi celesti dalla base alle cupole; gli pare che la cupola dell’Ascensione sia più illuminata di quella della Pentecoste, e dice a messer Zuane: “Dobbiamo provvedere”.

 

L’UNESCO è un’agenzia delle Nazioni Unite creata con il fine di promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione, per promuovere “il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti  umani e le libertà fondamentali” quali sono definite e affermate dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Fondata dai vincitori del Secondo conflitto mondiale nel 1945, è entrata in vigore il 4 novembre 1946 e ratificata da venti stati. Tra le sue attività si nota soprattutto l’attenzione per l’ambiente, l’arte e la storia delle nazioni, per cui, se pone attenzione su qualche “oggetto” da tutelare particolarmente, costituisce senza dubbio un viatico potente per la sua promozione, anche turistica ed economica. I paesi fanno a gara per farsi riconoscere “Patrimonio universale dell’Umanità” dall’Unesco. L’Italia è la nazione che ha più siti con questa denominazione, per ragioni obiettive anche per un francese invidioso o per un inglese supponente.

 

Venezia, nel 1571 sostenne a Lepanto metà dello sforzo militare della flotta cristiana contro gli Ottomani, e vinse. Venezia, anche se formalmente il comandante era don Juan de Austria, un Asburgo, figlio dell’imperatore Carlo V e fratellastro di Filippo II. L’ammiraglio inimico Muezzinzade Alì Pascià morì nello scontro. Il comandante veneziano era il capitano Agostino Barbarigo, omonimo di un doge, con l’ausilio del valoroso capitan Sebastiano Venier, settantacinquenne. I genovesi erano al comando di un Doria, Gianandrea. Queste le principali forze in campo e la vittoria arrise ai cristiani, come ognun sa.

In totale, la Lega cristiana schierò in battaglia una flotta di 6 galeazze e circa 204 galere. A bordo erano imbarcati non meno di 36.000 combattenti, tra soldati (fanteria al soldo del re di Spagna, tra cui 400 archibugieri del Tercio de Cerdeña, pontificia e veneziana), venturieri e marinai, verosimilmente tutti armati di archibugio. A questi si aggiungevano circa 30.000 galeotti sferrati, ovvero tutti i rematori, schiavi esclusi, cui venivano distribuite spade e corazze per prendere parte alla mischia sui ponti delle galere. Quanto all’artiglieria, la flotta cristiana schierava, approssimativamente, 350 pezzi di calibro medio-grande (da 14 a 120 libbre) e 2.750 di piccolo calibro (da 12 libbre in giù).

Gli Ottomani avevano una forza più o meno equivalente e persero.

Dai tempi del doge Dandolo alla Battaglia di Lepanto, Venezia aveva acquisito territori italiani nel suo entroterra da Verona a Trieste, ma si era soprattutto sviluppata lungo la costa orientale dell’Adriatico dall’Istria alle isole greche. Città come Parenzo, Rovigno, Pola, Sebenico, Zara, la dioclezianea Spalato, Traù e Ragusa erano veneziane. Lo erano anche le grandi isole del Quarnero, Veglia, Cherso, Lussino, e più giù Arbe, Pago, e le Coronate, Brazza, Lesina, Curzola e Meleda, e più giù Corfù, Zante, Cefalonia e Itaca. Il Pireo era di casa, il Peloponneso (Morea) e Candia (Creta), Eubea e Cipro, e perfino Costantinopoli, nel corso della Quarta crociata nel 1204 fu brutalmente veneziana.

Così Goffredo di Villehardouin descrisse Dandolo che guidava l’assalto veneziano a Costantinopoli:

«Stava ritto tutto armato a prua della sua galera, con davanti lo stendardo di san Marco, ordinando a gran voce ai marinai di portarlo prestamente a terra, o li avrebbe puniti a dovere; sicché quelli approdarono subito, e sbarcarono con lo stendardo. Tutti i veneziani seguirono il suo esempio: quelli che stavano nei trasporti dei cavalli uscirono all’aperto, e quelli delle navi grandi salirono sulle barche e presero terra come meglio poterono.»

Durante i primi burrascosi mesi dalla conquista della città, il doge Dandolo, pur ormai vecchissimo e debilitato dal lungo viaggio via mare, riuscì ad ottenere ampi vantaggi per Venezia, stando sempre attento a non farla coinvolgere troppo nella situazione politica interna dell’ormai decadente impero bizantino.

Combatté in Oriente per una quindicina d’anni e morì dopo la battaglia di Adrianopoli all’età di novantotto anni. Era il 1205. Fu sepolto in Santa Sofia.

 

Venezia, novembre 2019. L’acqua granda è tornata. E con lei i politici, che sfilano, senza cravatta, con gli stivali (più o meno usa e getta, tanto non li usano mai nella loro vita): Conte-capodelgoverno, la ministra delle infrastrutture, che parla come una maestrina elementare alle prime armi, il governator-doge Luca Zaia, successore del delinquente Galan. Il sindaco Brugnaro, che fa fatica a parlare. Arriva, tutta commossa, la presidenta del Senato della Repubblica italiana. E poi alcuni veneziani, come Brunetta e… non ricordo.

Mi viene in mente di compararli al doge Enrico Dandolo, e sorrido amaro.

Venezia è con Parigi, Londra, New Jork, Firenze, Istanbul, Berlino, Mosca, e Roma Caput mundi,  la più famosa città del mondo, con merito, e con o senza Unesco. E aggiungerei San Pietroburgo, Pechino, Vienna e Praga.

Ma mi faccia il piacere (L’Unesco)!

Dati veri per combattere falsità e disinformazione

La propaganda politica si è sempre nutrita di falsità e disinformazione. Si pensi al pericolosissimo ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels, che inventò Theresienstadt per ingannare tutti sul destino degli Ebrei. Oppure: quando si seppe ciò che aveva fatto il “piccolo Padre” Stalin dei kulaki ucraini e degli ufficiali polacchi a Katyn?

La lealtà e la verità non sono di casa in quella dimensione: l’avversario deve sempre apparire, se non un nemico, quasi, per cui la denigrazione costituisce il nocciolo dell’informazione. Tutto ciò soprattutto nelle dittature o nei regimi autoritari; ma anche le democrazie si “difendono” (faccio per dire) molto bene in questo campo. Ad esempio vorrei sapere che cosa sa di vero il popolo turco sulla decisione del “sultano” che si è dato, e che spero duri non molto ancora, il signor Erdogan, di attaccare il nord della Siria e i Curdi in particolare. Come accade in questi casi, l’uomo forte al potere cerca di convincere la sua nazione che sta combattendo un pericolo e quindi agisce preventivamente.

Oppure le informazioni che attualmente l’opposizione parlamentare italiana diffonde, per screditare il governo in carica: numeri, percentuali, scelte, sono come la sabbia sulla spiaggia, volatili. Prima di tutto è bene non credere a quello che dice Salvini, e poi in parte anche gli altri, i suoi ex amici in primis. Ma nessuno è esente dalle fake, cioè dalle falsità. Infatti, quando sento parlare, a mero titolo di esempio, un Marcucci (del PD, lo specifico perché non penso buchi il video), mi viene prurito dietro le ginocchia. A Renzi poi non credo neanche quando dice il suo nome e cognome.

Parliamo anche dei dati sulla violenza. Ha ragione Steven Pinker che nel suo trattato Il declino della violenza (più volte qui da me citato) spiega con dati e diagrammi incontestabili come la violenza sia diminuita, perfino nell’ultimo secolo, quello delle due guerre mondiali e di centinaia di guerre asimmetriche. E son diminuiti anche gli omicidi (donne uccise comprese), i morti sul lavoro e per strada. Sempre troppi, ma in diminuzione.

Ora alcuni altri dati, che possiamo rinvenire, se vogliamo, in alcuni testi di autori affidabili come ne Le verità nascoste, ed. Rizzoli, di Paolo Mieli, e nei trattati sull’inquinamento da Co2 del prof  Stefano Casertano: negli ultimi 25 anni le percentuali di Co2 sono diminuite del 10% negli USA, nonostante il raddoppio dell’economia; l’Europa è ancora più virtuosa con – 20%; la Cina è il grande” untore” mondiale con emissioni 5 volte maggiori dell’Europa;  ancora la Cina è la prima inquinatrice dei mari, con lo sversamento di 3,5 milioni di tonnellate di reti dei pescatori, l’Indonesia seconda con 1,3 milioni e poi il Vietnam e le Filippine a ruota. Nel Mediterraneo il record è dell’Egitto con 0,4 milioni, meno della metà degli USA.

Mandiamo colà i genitori e i finanziatori della signorina Thumberg? Sì, vero?

Se parliamo della povertà assoluta ecco i dati: se nel 1990 colpiva il 40% dell’umanità, nel 2019 è scesa al 10%.

L’età media degli esseri umani era di 35 anni, ora è di 70, con punte di 80/85 in Italia. La nazione dove si sta meglio al mondo. E dunque non sputiamoci sopra, come fa la nulla Mogherini. E chi è costei?, certamente si chiederanno 9 su 10 dei miei lettori. Nulla come il bullo che la ha nominata nel ruolo europeo da 30.000 euro al mese. Appunto.

Che dobbiamo fare, allora? Studiare, studiare, studiare a me poco caro Dimaio, controllare le fonti, verificare e, prima di parlare, cercare di conoscere. Se poi ci sono ancora molti che non credono che le cose sentite in tv o presenti sul web siano molto spesso false, e dunque siano vere “perché lo dice la televisione”, peggio per loro. Su questo tema, credo che l’anagrafe farà il suo corso.
Son malvagio ciò dicendo? Penso di no, piuttosto razional-realista, pressoché hegeliano.

Le parole hanno un peso decisivo, caro presidente della Camera Fico: non si dice “rimasti uccisi” dei due poliziotti di Trieste, ma “barbaramente ammazzati”, perché questo è accaduto. Le parole sono da usare con cura, Fico! “rimane ucciso” uno che va a sbattere con la macchina o che cade dall’alto, non chi riceve colpi di pistola in faccia

Non solo si registrano svarioni del “politicamente corretto” come  la frase citata nel titolo, ma a questo si aggiungono posizioni come quelle di tal Vauro, disegnator militante de sinistra, che interviene per sostenere la tesi che la brigatista Saraceni ha pieno diritto al Reddito di cittadinanza, ma non in base a una riflessione etica.

Prima dell’un tema e poi dell’altro, qui tratterò.

Ho letto anche critiche ingenerose a carabinieri e polizia, a volte ai limiti dell’irrisione, commenti indecenti. Il linguaggio della politica è spesso infelice, impreciso, sciatto, disinformante.

Oltre all’espressione “fichiana” (non “fichtiana”, eh eh) citata nel titolo, si dia uno sguardo ai tweet di Trump sulle vicende turco-siriane di questi giorni. Per dirne due: in un messaggio The Donald rimprovera i Curdi di non aver aiutato gli Americani nello sbarco in Normandia del 1944: c’è quasi da non crederci. Si tratta di un’affermazione che, se non fosse preoccupante per l’equilibrio mentale del presidente USA, sarebbe solo ridicola; in un altro tweet sempre lo stesso Trump rassicura i suoi concittadini sull’eventuale fuga di migliaia di terroristi Isis attualmente prigionieri dei Curdi, lui scrive “Niente paura, perché tanto questi andranno tutti in Europa, e quindi non ci preoccupano“. Cose da pazzi, ma di un pazzo che governa gli USA.

Torniamo a Trieste: come si fa a parlare di poliziotti rimasti uccisi, se sono stati ammazzati da un delinquente senza pietà, che sparato loro a freddo in faccia? Non si “rimane uccisi“, in questo caso, ma si “viene trucidati“. Occorre usare i verbi, le parole giuste per raccontare i fatti.

Andiamo a Halle in Sassonia, dove un ventottenne tedesco ammazza due persone, volendo ammazzarne decine, perché Ebrei. Pare proprio che la Storia, quella con la “S” maiuscola, non insegni nulla. Qualcuno lo ha sempre auspicato, ma l’uomo pare sia lento di comprendonio, ove abbia ragione (ammesso e non concesso) Steven Pinker che sostiene nel suo autorevole Il declino della violenza, pubblicato nel 2010, che l’homo sapiens sta lentamente evolvendo verso una maggiore humanitas mediante lo sviluppo (lentissimo) dei lobi prefrontali. Chissà?

Veniamo a Vauro Senesi, che sostiene la legittimità del Reddito di cittadinanza per la ex brigatista Federica Saraceni. Interpelliamo la virtù di giustizia, secondo Aristotele e Tommaso d’Aquino, passando per papa Gregorio Magno, e finendo con Kant, cioè i massimi studiosi di morale della cultura occidentale. Come avrebbero ragionato questi uomini di pensiero? Innanzitutto partendo dalla giustizia come virtù e dalle sue declinazioni. Sappiamo che sono tre i modi nei quali si dispone la Giustizia: a) distributiva, b) di scambio e c) generale, anzi, all’incontrario, gerarchicamente.

La distributiva attiene al diritto di ciascuno di avere ciò che gli serve per vivere, quella di scambio consiste nel contratto fra bene e corresponsione del suo prezzo, oppure tra prestazione lavorativa e retribuzione, mentre la generale è la normativa fondamentale di uno Stato. Bene: escludendo la giustizia di scambio, perché la Saraceni non ha nulla da scambiare con lo Stato, si pone come plausibile l’applicazione della giustizia distributiva, perché in uno “Stato di diritto”, espiata la pena comminata per crimini compiuti (e comunque anche in carcere lo Stato non può lasciar morire di fame e di sete un detenuto), non si può negare a nessuno ciò che è necessario per sopravvivere, e non è ammesso che si ritenga che la persona debba essere, da maggiorenne, mantenuta dai genitori, come nel caso citato, dove il padre della ex brigatista era uomo di legge e magistrato, addirittura.

Pertanto ritengo abbia ragione in tema Vauro Senesi, e torto Salvini, la Meloni e i giornali a essi corrivi.

L’importante è (su questo nutro dubbi) è che il compagno Vauro sia in grado di seguire il mio ragionamento e non sostenga la sua posizione per mera convinzione ideologica.

Per una critica della ragione ipocondriaca, sulle ardue tracce di Schopenhauer

Noto ai più (chissà se è poi vero?) che la struttura di persona dà pari dignità a tutti gli umani e che la struttura di personalità dice l’irriducibile unicità di ciascuno, qui affermo e dico – apoditticamente per ora – che non solo siamo diversi l’uno dall’altro, ma che ci differenzia anche la minore o maggiore capacità di pensiero. Beninteso non sto scrivendo che, contro le ricerche neuro-scientifiche più recenti e affidabili e contro la stessa evidenza dei fatti, vi siano persone che non hanno il dono del pensiero, ma che vi è un numero cospicuo di esse che hanno questo dono naturale in misura minima, insufficiente. Persone che comunque votano e quindi decidono come chi ha una dotazione sufficiente o buona o eccellente.

Per i grillini, addirittura, non solo uno vale uno, ma quell’uno vale per stabilire una linea politica se vota su un sistema informatico governato da una esserreelle privata, e il numero dei votanti, contro i 50 milioni di aventi diritto in Italia, è di qualche decina di migliaia.

Cioè: io che sono informato, studiato e culto, e non pochi altri che conosco, e che hanno caratteristiche analoghe alle mie, devo farmi decidere la vita da gente che spesso è carente sotto il profilo della capacità di pensiero, come si evince dal profluvio di bestialità che si leggono sul web, di gente incapace di pensiero critico, di un benché minimo se pur rozzo sillogismo naturale (dico, quelli di mia nonna Caterina, con la sua terza elementare), provvista di un lessico grezzo e minimale, di una grammatica e una sintassi che riflettono una profonda ignoranza letterale e una altrettanta arroganza verbale: ignoranza e arroganza, lo sappiamo, sono direttamente proporzionali tra loro. Siamo circondati da persone di questo tipo. La fatica che faccio, talora, a sopportarle, è improba, perché in queste persone manca la benché minima umiltà, poiché sono solo capaci di dire, di ascoltare per nulla.

Platone sosteneva che al governo dovessero andare le persone competenti e che tale oligarchia della mente fosse la più adatta al governo della cosa pubblica. Aristotele definiva la politèia come la più nobile delle arti umane.

Qua, ora, sta accadendo invece l’incontrario.

Perché parlo di una ragione ipocondriaca? Può l’ipocondria come nevrosi essere provvista di ragione? E’ un atto di presunzione quello che sto descrivendo in queste righe? E’ superbia? E’ vanagloria? Proviamo a riflettere.

Non mi pare sia vanagloria, perché non sto vantando conoscenze che non ho e di ciò mi “faccio perfino bello” (si fa per dire) di fronte al mondo; non mi pare sia superbia, poiché non penso di essere esentato da un’etica del fine che rispetta la struttura umana, limitandomi a dei giudizi sulle differenze tra umani; non mi sembra sia presunzione, perché non presumo altro rispetto a un qualcosa di facilmente mostrabile, per comunicazione di notizia e per tutta evidenza… e infine, non mi pare sia manifestazione di ipocondria, a meno che non si ritenga che segnalare gli altrui limiti e differenze non configuri questo grave difetto psico-morale.

Espressomi con questo articolato syn-logismo, mi permetto allora di affermare che questo tipo di “ipocondria”, cioè di paura per la propria incolumità psico-fisica, (a questo punto virgoletto il termine, per non equivocare), ha una sua ragion d’essere, e non va confusa con la mania di persecuzione altrimenti detta paranoia. Non posso essere giudicato paranoico se mi permetto di confrontarmi con un Dibattista o un Vitocrimi e di concludere che tra me, e non pochi altri, e questi signori vi è, senza alcun dubbio, se fanno fede i loro interventi, un abisso di differenza culturale, etc etc. o no? Per evidenza, dico, differenza che risulterebbe chiarissima se vi fosse l’occasione di un confronto davanti a terzi.

Caro lettore, è ovvio che non mi sto vantando (anche se a uno sguardo superficiale potrebbe parere che sì), ma sto guardando le cose da “ipocondriaco sano”, impaurito dalla vertigine che mi dà tanta incompetenza così vicina al potere. Mi spaventa che questi tizi, cui si possono aggiungere a piacimento leghisti, a partire dal sottufficiale loro capo, pidini e fascisti di vari generi e specie, possano usare il potere che hanno o che potrebbero avere. Ad libitum,

Di seguito propongo un testo clinico sull’ipocondria:

Un paziente è definito ipocondriaco (affetto da ipocondria) quando continua a male interpretare alcune sensazioni corporee nonostante abbia ricevuto rassicurazioni mediche pertinenti, valide e ben fondate, e nonostante abbia le capacità intellettive per comprendere le informazioni ricevute.

Nell’ipocondria la preoccupazione può riguardare le funzioni corporee (per es. il battito cardiaco, la respirazione); alterazioni fisiche di lieve entità (per es. piccole ferite o una saltuaria allergia); oppure sensazioni fisiche indistinte o confuse (per es. “cuore affaticato”, “vene doloranti”).

La persona attribuisce questi sintomi o segni alla malattia sospettata ed è molto preoccupata per il loro significato e per la loro causa. Le preoccupazioni possono riguardare numerosi apparati, in momenti diversi o simultaneamente.

In alternativa ci può essere preoccupazione per un organo specifico o per una singola malattia (per es. la paura di avere una malattia cardiaca).

I soggetti con l’ipocondria possono allarmarsi se leggono o sentono parlare di una malattia, se vengono a sapere che qualcuno si è ammalato, ed a causa di osservazioni, sensazioni o eventi che riguardano il loro corpo.

La preoccupazione riguardante le malattie temute spesso diviene per il soggetto un elemento centrale della immagine di sé, un argomento abituale di conversazione, e un modo di rispondere agli stress della vita.

 

Ebbene, io temo per me e non solo per me che il potere gestito da figure come quelle citate e loro affini, possa farmi molto male. Ho paura, perché questi sono inconsapevoli, non del tutto responsabili dei loro detti e azioni, e ciò si deduce dall’improbabilità razionale degli stessi, dalla rozzezza dei ragionamenti, dalla contraddittorietà degli interventi, da quasi tutto il loro agire.

Vi è, dunque, una ragione ipocondriaca ed è oltremodo legittimo sottoporla a una critica, a un giudizio, a una chiarificazione dimostrativa della sua pericolosità materiale e morale. Come altrove più volte ho scritto, il rimedio è lo studio umile e paziente, la cultura che si fa con la fatica, l’onestà intellettuale, la generosità evangelica e semplicemente umana, la capacità di ascolto, il riconoscimento dell’altro, anche di chi ti insulta senza ragione perché non ha ragioni logiche, né pensiero critico, né conoscenza.

La violenza bianca, ma sapete ignorantissimi e violenti giovanotti USA che eravamo tutti neri come il carbon, all’inizio, quando ci siamo erti in piedi per monitorare la savana e i suoi perigli? No? Oh babbei, studiate, studiate!

…e cercate di avere in classe con voi anche il Presidente in carica! (ché gli farebbe bene, forse).

L’ennesima strage negli Stati Uniti d’America fa riflettere su molte cose. E’ violenza allo stato puro, intanto e, come quella dei terroristi, solo debolmente – o per nulla – “giustificata” da teoremi e teorie messe per iscritto e veicolate sul web e dalle tv. Che la violenza sia un dato permanente nella storia umana è noto, anche se oggi sembra addirittura in crescita, come dato percepito, contrariamente alle statistiche, che attesta il contrario, per la rapidità e completezza con le quali diventa di dominio pubblico. In altri pezzi, infatti, ho ricordato (cf. Il declino della violenza di Steven Pinker, 2011) come statisticamente la violenza e il numero dei morti ammazzati siano in declino, e non lo farò di nuovo.

Qui mi interessa cercare di analizzare brevemente le ragioni di certe sue esplosioni, come quelle delle due ultime stragi americane a El Paso e a Dayton.

L’origine della specie umana, dall’Homo naledensis (1700K anni fa, cioè un milione e settecentomila anni) e da Lucy, la piccola donna della Rift Valley scoperta dal professor Leakey, presenta dei tipi umanoidi di pelle scura, neri, pelle che poi, con l’andare dei millenni e lo spostamento dall’Africa centrale verso nord, verso l’Egitto e la Mezzaluna fertile, il Golfo arabico e la Mesopotamia, si è progressivamente schiarita, fino a diventare pallida come quella dell’assassino plurimo di Oslo Anders Breivik. Che si è creduto e si crede superiore a chi-non-è-bianco-latteo come lui, solo perché ha 1.700K anni di meno del Naledensis. Così come Crusius, quello del mercato di El Paso o Tarrant, quello che ha ucciso nei mesi scorsi quasi cinquanta fedeli musulmani a Christchurch in Nuova Zelanda.

Follia?, come dice Trump con i suoi cinguettii, ebbene no! Troppo comodo: anche se avessero ragione Spinoza e Libet al 100%, troppo comodo.

Si tratta di gesti definibili come “folli”, ma non di follia nel senso psico-patologico, come da Manuale Medico-Diagnostico IV o V. Almeno pare. I killer di El Paso e di Dayton non erano ricoverati psichiatrici in fuga, né persone sottoposte a Trattamento Sanitario Obbligatorio. Erano e sono ragazzi americani ventenni, completamente immersi nell’humus culturale e nel mood sociologico attuali, fatti di telematica, web a manetta, superficialità informativa e ignoranza tecnica e morale clamorose. Il risultato, su menti fragili e incapaci di discernimento e di pensiero critico, è quello che abbiamo visto. Hanno compiuto stragi, senza guardare in faccia a nessuno: addirittura il ragazzo di Dayton ha fucilato sua sorella e il fidanzato di questa.

Strage non significa propriamente distruzione di massa come in guerra o omicidio plurimo, anche se di fatto stragi possono essere compiute, sia da privati cittadini, sia da governi o strutture militari. Dresda e Coventry sono due nomi che ricordano stragi compiute tramite bombardamenti a tappeto.

Specialmente negli USA vi sono esempi – oramai storici – di stragi compiute da singoli cittadini, per vendetta o per frustrazione, da lavoratori licenziati o maltrattati, che covano odio per anni e infine danno la stura alla violenza non selettiva, quasi a far pagare a chiunque altro il proprio dolore. Lo stalking e lo straining, e anche il mobbing possono costituire moventi. E poi vi sono queste esplosioni di violenza di difficile spiegazione, a partire da Columbine.

Altre stragi sono avvenute nelle carceri durante rivolte dei detenuti. Non occorre ricordare quanto già più volte qui trattato: le stragi dei vari terrorismi, da quelli politici a quelli religiosi, ambedue fanatismi irrazionali, eppure capaci di coinvolgere molti.

Il nome di Anders Breivik non si dimentica: 77 morti ammazzati fra Oslo e Utoya nel 2011. L’assassino ebbe addirittura a protestare per la qualità morale della detenzione, non pentito, anzi convinto di aver fatto bene con il suo agire in difesa della “razza bianca”.

Questi ultimi sono solo la punta dell’iceberg di una situazione che preoccupa. La disponibilità di armi da un lato, il degrado culturale dall’altro costituiscono i punti che generano processi causali difficili da fermare. Ma su questi due ambiti bisogna lavorare.

Lavorare da parte di chi e come? Tutti sono chiamati a occuparsi di questo tema ampiamente educativo, a partire dalle famiglie e dalle scuole. Anche se in Italia (finora) non sono accaduti episodi del genere, abbiamo comunque avuto recentemente fatti su cui riflettere. Si pensi a Corinaldo e alla strage in discoteca, alle sue motivazioni superficialmente criminali della banda di giovanissimi ladri, assolutamente insensibili all’incolumità altrui; si pensi al diciassettenne che ha buttato giù da una balaustra un cassonetto colpendo un dodicenne e ferendolo gravemente, solo perché era incacchiato. Il 17enne non si è chiesto minimamente se avrebbe potuto ferire qualcuno con il suo gesto iracondo.

La scuola: decine di migliaia di insegnanti precari sono stati regolarizzati da Renzi cinque anni fa e ora altrettanti lo saranno dal governo in carica. La qualità cultural-pedagogica di molti di questi è scarsa o addirittura insufficiente, perché premiati da cursus studiorum non rigorosi e selettivi. Che cosa possono dare agli adolescenti costoro? Il governo grillin-leghista pare voglia addirittura annullare le prove Invalsi per timore che svelino l’arcano di una impreparazione diffusa. Nascondiamo lo sporco sotto il tappeto, invece di pulire la stanza.

Che cosa possiamo pensare di questi progetti? Chi sarà in grado, per competenze e autorevolezza, di occuparsi dei nostri ragazzi, e-ducandoli? Certo. educandoli, perché ogni umano ha un potenziale latente che può essere fatto emergere con le dovute modalità. Perfino il truce Crusius di El Paso. Teniamo duro, ognuno nel proprio, con perseveranza.

“Il vento va e poi ritorna”, sia ai tempi di Iosif Vissarionovič Džugašvili, sia ai tempi nostri dei due furfantelli (o furfarelli) che ci governano e degli inetti che li circondano

Il titolo è tratto da un romanzo cronaca di una vita. L’autore è Vladimir Konstantinovič Bukovskij (in russo Влади́мир Константи́нович Буко́вский, nato nel ’42, dissidente del regime sovietico.

Prigioniero politico rinchiuso in una psikhushka, ospedale psichiatrico, perché sotto lo stalinismo – anche brezneviano –  dissentire significava essere matto. In totale ha trascorso dodici anni tra prigioni, campi di lavoro ed ospedali psichiatrici.

Nel novero delle opere dei dissidenti lessi a sedici anni Una giornata di Ivan Denisovic di Aleksandr Solgenytsin, suggeritami dal compagno di classe e “compagno” del Pdup Claudio, allora studente un poco svogliato e ora professore di filosofia e storia al regio Ginnasio Liceo, che posso dire “di famiglia”. Oramai ivi è passata anche mia figlia Beatriz.

Il vento va e poi ritorna è un documento politico-sociale, di guida alla sopravvivenza, possiamo definirla, per chi viveva il dissenso nella società sovietica.

Cella di punizione di rigore per non essersi adeguato al regime. Fu messo in carcere e alternativamente in ospedale psichiatrico. Si legge sul web:
“Tra le pagine più toccanti del libro, inevitabile scegliere quelle dove maggiormente traspare la grande responsabilità che Bukovskij intende assumersi nei confronti delle migliaia di sofferenti per la privazione, per motivi politici, della libertà. Lui, uno studioso universitario, uomo con conoscenze in ambienti intellettuali anti-KGB, in frequente collaborazione con mezzi di comunicazione “eversivi” e giocoforza clandestini, sentiva il dovere d’essere la cassa di risonanza di questo popolo martoriato, perché tutti sapessero, perché si potesse almeno provare a mutare questo stato di cose. E così svolge frenetica attività di propaganda tra un’incarcerazione e l’altra, come lui stesso spiega chiaramente nell‘opera: “Ogni volta che mi mettevano in libertà pensavo solo a una cosa: riuscire a fare il più possibile per poi non dovermi tormentare la notte, non gemere per la rabbia causatami dalla mia irresolutezza…” La sua battaglia è senza esclusione di colpi, vi consacra ogni momento della precaria libertà. Perché se non l’avesse fatto, lui che aveva il dono straordinario della parola e dell’intelligenza per portare avanti una denuncia, “…milioni di occhi di defunti ti bruceranno l’anima con i loro sguardi indagatori di rimprovero.”

Ammonimenti dolorosi per le coscienze. Tempi tremendi nei quali all’uomo non era consentito essere tale, cioè soggetto libero, nei limiti della libertà umana.

E veniamo ai giorni nostri, quando la libertà non è limitata o compromessa tanto da regimi chiaramente e giuridicamente illiberali, ché la democrazia permette addirittura l’elezione di persone – a dir poco mediocri – come Trump, Dimaio e Salvini, ancorché furbastre.

Oggi la libertà è messa in questione da sistema mediatico, dalla comunicazione, che sceglie appositamente temi fuorvianti per distogliere il pubblico, cioè gli elettori, dai temi veri che riguardano milioni o miliardi di persone su questa Terra. Faccio un esempio: l’enfasi giornalistica posta sulle temperature di questo inizio d’estate sono evidenziate in modo abnorme, anche se i report giornalistici non trovano un gran riscontro nelle interviste che gli inviati speciali propongono ai passanti… Infatti, accade che, mentre il cronista enfatizza il caldo-che-c’è. il passante dice, con qualche ironia “Ma a fine giugno c’è sempre stato un gran caldo, fin da quando ero bambino,  e quindi bevo più acqua, sto all’ombra, vesto chiaro e leggero…”

Altro tema: i migranti: fanno notizia i 42 cristiani (o musulmani che siano) davanti a Lampedusa portati fin colà dalla ben poco eroica Carola Rackete, ma non fanno notizia le bestialità che dice Dimaio sull’Ilva di Taranto, sulle aziende della famiglia Benetton, su Whirlpool, e così via, e le fesserie che proferisce Salvini sulla flat tax e sui mini bot. Rovinose battute che, se non sia sapesse fin da ora che le cose comunque andranno avanti, cioè che l’Ilva continuerà e lavorare e che i mini bot non si faranno, né la flat tax, quantomeno in questo momento, ci sarebbe da preoccuparsi in modo drammatico.

Ma è fuffa, tutta fuffa, di politici più o meno in auge, sull’altalena del successo, che spariranno alla vista non appena ci sarà un risveglio, che ci sarà, come è vero che abbiamo un po’ di consapevolezza. Se volgo lo sguardo a sinistra trovo “cose sinistre”, e qui mi dolgo: Boldrini L., che dopo aver plaudito alla piccola e strana Thumberg ora s’è innamorata della cosiddetta “capitana”, e Zingaretti, incerto a tutto, e Delrio, sempre più immalinconito, dietro. Vada per Fratoianni che l’età e il look per fare u bellu guaglione de sinistra. E Calenda che si illude di essere di destra e di sinistra insieme. Aaah dimenticavo, c’è il dibattito sulla scomparsa della destra e della sinistra, bolso e stantio. Se la denominazione delle cose umane appartiene alla storia dei linguaggi, anche destra e sinistra nacquero storicamente circa dugentovent’anni fa ai tempi di Robespierre e Saint-Just, e quindi i valori sottesi dai due schieramenti possono cambiare nome, ma non sono scomparsi.

Competizione contro solidarietà, guadagno a ogni costo verso equilibrio tra business e umanesimo, finalità utilitarista contro finalismo morale. Vorrei dire che oggi destra e sinistra si possono coniugare con queste coppie di sintagmi concettuali.
E quindi non è vero che le due posizioni, le due sensibilità sono scomparse, ma vivono in modo diverso e in espressioni differenti.

Il mondo è diventato più piccolo, grazie all’innovazione tecnologica, all’evoluzione telematica e dei trasporti, e quindi possono non valere le distinzioni anche di solo pochi decenni fa. E’ indubbio che secoli di dominio colonialistico dell’occidente su gran parte del resto del mondo non si cancellano con un tratto di penna, né un certo tipo di dominio è scomparso: oggi il dominio si è ridefinito con altri tratti, delineati soprattutto dalla finanza globale e dai rapporti di forza tra le grandi nazioni, dagli USA alla Cina, dall’India alla Russia, dall’Europa, pur così frantumata, al Brasile e al Sudafrica.

Il vento va e poi ritorna, con questo breve verso poeticamente elegante, intitolava il suo libro lo scrittore russo, quasi significando che vi è un eterno ritorno delle cose, quasi come nell’induismo classico, in Platone, in Origene e in Nietzsche: ciò non significa che le storie si ripeteranno uguali a se stesse, ma condizioni analoghe, non identiche, porteranno a fenomeni simili, che permettono di studiare la storia come esperienza, e così evitare gli errori più clamorosi. Voglio dire: gli abitanti della terra non possono permettersi di continuare a vivere, con-vivere e lavorare come stanno facendo di questi tempi, ma debbono alzare lo sguardo per constatare i limiti di una visione del mondo superata e oramai dannosa.

Il filone giusto è quello della tutela di ogni equilibrio, sia ambientale, sia relata a una più equa divisione delle risorse nel mondo tra le varie nazioni, territori, continenti.

Noa Pothoven non c’è più perché

si è tolta la vita ad Arnhem in Olanda, dove c’è una legge che permette il suicidio assistito dopo il compimento dei sedici anni, ma in questo caso lo stato non c’entra. Noa lo ha fatto a casa, pare, lasciandosi morire di fame. Voler morire, decidere di morire e poi morire interpella i più profondi precordi dell’anima.

C’è chi organizza i viaggi in Svizzera dall’Italia come la società Exit, il cui amministratore dice che il suo lavoro è come un altro e lui si limita a offrire (a pagamento) solo un supporto tecnico-logistico. Cercalo sul web, gentile lettore, ché vale la pena, per renderti conto fin dove può arrivare il freddo cinismo di qualche affarista, di qualche umano. E poi vi sono militanti radicali disponibile ad a accompagnare in Svizzera chi vuol chiudere la vicenda terrena per ragioni visibilmente comprensibili. Mi riferisco in particolare al caso di Fabiano Antoniani, più noto come Dj Fabo, di cui qui ho già scritto.

Non è banale decidere per il suicidio, fenomeno studiato da molti, fin dalle tesi degli antichi filosofi stoici, Seneca in primis, che si suicidò, certamente per ordine di Domizio Enobarbo, l’imperatore Nerone, senza attendere che qualche sicario lo uccidesse, nel caso in cui non avesse obbedito al “cesare”.

Condannato dalla dottrina morale cristiana che ritiene la vita umana bene indisponibile all’uomo, perché dono di Dio, il suicidio è stato studiato molto bene da Émile Durkheim nel 1897. Il sociologo francese era filosoficamente un positivista collettivista, per cui la società, per come è fatta, per i valori o disvalori che ha, per i problemi che pone, è ben più importante dell’individuo per la presa di decisione suicidiaria. Egli scrive:

«Se iniziamo dall’individuo, non saremo in grado di capire nulla di ciò che sta accadendo in un gruppo […] Di conseguenza, ogni volta che un fenomeno sociale viene spiegato direttamente indicando un fenomeno psicologico, possiamo essere sicuri che la spiegazione sia sbagliata”.»

Inoltre, pensava che un fenomeno sociale si potesse spiegare solo esaminando un altro fenomeno sociale, credendo in una sorta di meccanicismo causa/ effetto. Infatti afferma:

«Il suicidio coincide negativamente con il grado di integrazione nei gruppi sociali a cui l’individuo appartiene. […] Ci deve essere quindi una forza nell’ambiente comune che colpisce tutti nella stessa direzione, e il numero di suicidi individuali sarà alto o basso a seconda di quanto forte o debole sia questo potere”.»

Il suicidio. Studio di sociologia (titolo originale Le Suicide) è il testo a cui mi sto qui riferendo. Durkheim è convinto che la situazione sociale  condizioni le scelte individuali, in particolari situazioni di fragilità psicologica, fino quasi a coartare la scelta personale. Dal web: “Le statistiche mostrano che il suicidio è un fenomeno sociale normale: è un fenomeno regolare presente in molte società e, all’interno di ciascuna società, i tassi di suicidio si evolvono relativamente poco: Ciò che questi dati statistici esprimono è la tendenza al suicidio della quale ogni società è afflitta collettivamente“.

Lo studioso cercò in un primo momento di individuare le cause del suicidio e in seguito di proporre una sorta di classificazione dei tipi di suicidi, in base alle loro cause.

Venendo alla situazione attuale, da un punto di vista giuridico-legale in qualche stato è legale il suicidio assistito, nel quale il medico aiuta chi ha deciso di togliersi la vita, e differisce dall’eutanasia, poiché in questo caso il soggetto provvede a somministrarsi le sostanze mortali in modo “volontario” e autonomo.

Il tema interpella etica e religione, fortemente, e non è affrontato con superficialità in nessuno degli stati dove è ammesso. Belgio, Olanda, Colombia, Lussemburgo, Svizzera, e anche Oregon, Washington, Montana e California negli USA lo regolamentano.

Noa Pothoven, vittima di due stupri, anoressica e depressa, precedenti tentativi di suicidio, si legge, non è stata in grado di uscirne. Come è stata aiutata? Le notizie relative alla drammatica vicenda parlano di vari tentativi di rinforzarla, senza successo. Il ministero della salute olandese vuole accertare “il tipo di cure ricevute da Noa e se ci sia stato qualche errore” nei trattamenti somministrati.

Lei aveva anche scritto un libro con la sua storia nell’intento di fare coraggio ad altri giovani fragili, ma una decina di giorni fa ha rivelato sui social di voler porre fine alla sua sofferenza psichica “insopportabile e senza speranza“. “E’ da tanto che non mi sento davvero viva – aggiungeva – respiro ma non vivo” ed esortava i suoi follower a non tentare di dissuaderla. Prevedeva perfino quando sarebbe arrivata la fine: “Entro una decina di giorni“. E così è stato. “Genitori e medici – riporta il Guardian citando proprie fonti anonime – hanno concordato di non procedere all’alimentazione forzata“, una pratica consentita dalle linee guida dei medici olandesi secondo le quali “se un paziente nega il consenso alle cure, chi ne ha responsabilità può smettere di prestarne“.

Il papa ha scritto: “L’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza (…) la morte di Noa è una grande perdita per qualsiasi società civile e per l’umanità. Dobbiamo sempre affermare le ragioni positive per la vita“.

I Cinque Stelle hanno presentato una proposta di legge per l’eutanasia. Non so se e quanto abbiano approfondito il tema.

L’argomento di cui qui scrivo è di una delicatezza e profondità estrema, e le semplificazioni e le tecnicamente ignoranti considerazioni di non pochi, sui media e nella politica, non aiutano, anzi confondono. Perdere prematuramente la vita per un incidente o per malattia – purtroppo – appartiene all’esperienza comune, ma togliersela volontariamente (?) è cosa molto diversa. Torna in campo il tema della libertà. Fortissimamente. E qui rinvio al saggio di qualche settimana fa, scritto in questo sito, e a una sterminata letteratura filosofica, teologica, psicologica, sociologica e religiosa.

Per Spinoza e altri di varia provenienza teoretico-morale il suicidio, come ogni cosa-che-accade, appartiene al regno della “necessità” (ciò che non cessa), per cui non-può-non-accadere, in quanto coerente con tutti gli altri flussi causali che generano la realtà tutta.

Mio caro lettore, permettimi di dissentire da questo determinismo semi-assoluto. Non può essere che la decisione di togliersi la vita dipenda “solo” dal fatto che è previsto/ coerente-con-il-tutto la decisione suicidiaria, proprio per evitare che manchi un tassello alla… realtà. Anche accettando le teorie di Benjamin Libet dell’anticipazione (biologica) elettrochimica della decisione rispetto all’atto “libero”, non è plausibile che  non vi sia uno spazio di libertà in una decisione così drammatica, specialmente quando le “ragioni” sono di carattere psicologico-spirituale, e conseguentemente anche fisico, come nel caso di Noa o, più precisamente, nel caso del povero Lucio Magri.

Altro e diverso è il discorso di Dj Fabo. Il giovane uomo era in condizioni che definire terrificanti è un eufemismo, dopo un grave incidente stradale. La sua decisione è stata quella di cercare una fine che gli risparmiasse ulteriori tormenti. Il mio giudizio, da persona che è “uscita” (?) da una malattia gravissima, è improntato a un grande rispetto. Nel tempo e con l’esperienza ho anche cambiato idea rispetto a quella che nel 2008/ 9 mi ispirava a scrivere in un certo modo della povera furlanute Eluana, poiché ora su quella vicenda, vivendo e pensando e parlando con il dottore Amato, che la vide negli ultimi giorni, ho maturato una diversa posizione.

Libero arbitrio o meno, “proprietà” o “mandato” di ciascuno sulla sua propria vita, il tema del suicidio interpella i temi più profondi, delicati e difficili circa il valore della vita umana. E’ certo per tutti che la decisione di venire-al-mondo non è del soggetto, mentre è certo che, tecnicamente, il soggetto umano può decidere di togliersi la vita. La discussione, che deve essere sempre pacata, verte dunque su questo tema: se la vita sia un “valore” indisponibile alla volontà umana o meno. Non è una questione peregrina, poiché merita tutto il rispetto possibile e l’umiltà della ricerca e della competenza.

Se il papà o la mamma di Noa mi avessero contattato per aiutare la loro bambina, non so che cosa avrei potuto fare, chissà. Forse, utilizzando la filosofia pratica che, come si dice oggi, è una mia mia skill importante, forse – se coinvolto per tempo – si sarebbe stati capaci insieme – io e lei – di trovare un pertugio riflessivo per considerare che sarebbe valso la pena (?) continuare a vivere.

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