Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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L’Agenzia delle Entrate e la mia progressiva e certa (eh eh) umanizzazione

Racconto odierno, via Mentana 6, Udine, Agenzia delle Entrate. Ieri ricevo una citazione per mancato pagamento delle imposte di registro per una sede di agenzia del lavoro di cui avevo curato l’apertura nel 1999. Avevo la delega della società interinale a trattare a nome e per  conto suo locazioni, selezione di personale amministrativo e commerciale, assunzioni, pagamenti etc. Tra il ’99 e il 2004 ho aperto o implementato sei sedi aziendali, tre in Friuli (Udine, Pordenone e Maniago) e tre in Veneto (Mestre, Treviso e Verona). Si trattava di una delle sedi friulane. Nel 2004 non ho continuato la collaborazione con questa Spa (anche perché seguivo altre aziende industriali e tenevo i miei corsi universitari), che l’anno dopo sarebbe stata venduta a una società austro-tedesca, in seguito fallita, e questo fatto, come leggerai più sotto, mio gentile lettore, influirà sulla vicenda che sto qui raccontando. Ho fatto per loro un ultimo lavoro, andando a Bucarest dove ho selezionato venti infermiere professionali romene, che -contentissime- lavorano tuttora in Friuli, assunte dal 2007 a tempo indeterminato. Anzi, me le sono trovate nelle terapie, quasi a far a gara ad assistermi. Grate, bellissimo. Ricordo che una di esse, quando a ottobre 2003 percepì il primo stipendio italiano, al netto 1.450 euro, mi chiamò piangendo per dirmi che quei soldi in Romania li prendeva in un anno di lavoro. Bene. Il guaio che ha provocato la mia chiamata di correo dall’Agenzia delle Entrate per non aver pagato le tasse di registro è stato causato dalla mancata comunicazione della mia  cessazione di responsabilità da parte della società che mi aveva delegato a rappresentarla nel Nordest, per cui il mio nome risultava come soggetto tuttora operante.

Spiego ai due impiegati allo sportello, esibendo gli incarichi societari iniziali e successivi, loro analizzano lo strano caso e mi dicono: possiamo fare due cose, la prima è che lei vada a … (la località friulana dove avevo aperto la sede locale), parli con i colleghi che avvertiamo subito e, siccome lei è già qui potrebbe compilare la domanda di pagamento della sanzione (515 euro!), con riduzione di una parte (65 euro) per “ravvedimento operoso” (pensa, gentile lettore, io che mi ravvedo di una violazione amministrativa che non ho mai commesso, di fatto e, te lo dico subito, un anno fa, alla ricezione della busta verde sarei andato su tutte le furie… ecco che sono cambiato), e pagamento in tre rate di 150 euro a ottobre, dicembre e febbraio 2019. Accetto, compiliamo la domanda, firmo, mi danno una copia, li ringrazio e li saluto cordialmente, e me ne vado quasi fischiettando. Chi mi conosce dei miei lettori, dico personalmente, potrebbe pensare che sono diventato matto, Renato è irascibile e anche un po’ violento di natura, nonostante la… cultura. Io sono un uomo del popolo, figlio di Pietro operaio, plurilaureato e dottore di ricerca, ma un po’ selvaggio di carattere.

Per te che leggi, e anche per memoria mia, prima delle considerazioni finali, le più importanti, dico due parole sull’Agenzia delle entrate:  è una struttura pubblica dedicata a svolgere funzioni relative ad accertamenti e controlli fiscali nella gestione dei tributi. Ha l’obbligo istituzionale di  garantire gli adempimenti fiscali previsti dalla legge da parte dei cittadini; si occupa inoltre del catasto e dei servizi geotopocartografici e di quelli relativi alle conservatorie dei registri immobiliari, con il compito di costituire l’anagrafe dei beni immobiliari esistenti sul territorio nazionale sviluppando, anche ai fini della semplificazione dei rapporti con gli utenti, l’integrazione fra i sistemi informativi attinenti alla funzione fiscale ed alle trascrizioni ed iscrizioni in materia di diritti sugli immobili. Il contenzioso tributario è trattato di fronte alle commissioni tributarie, mentre la riscossione non volontaria viene effettuata dall’agente della riscossione. In sintesi, parafrasando ciò che si trova sul web, ma + affidabile, dice chi è del mestiere.

Nella mia vita personale e professionale non ho mai risparmiato critiche anche feroci al pubblico impiego, sempre auspicando e battendomi sindacalmente e nella formazione per una modifica radicale degli ordinamenti contrattuali della Pubblica amministrazione. In sintesi ho sempre detto e scritto che i pubblici dipendenti debbono avere una normativa di legge e di contratto come i dipendenti delle aziende private, operai, tecnici, impiegati e quadri, ed essere posti sotto l’egida della Legge 300/ 70 “Statuto dei diritti dei lavoratori“. Ma questi lavoratori dell’Agenzia mi sono sembrati diligenti, attenti ed efficaci come impiegati del settore privato, come amministrativi di un’industria metalmeccanica, ambienti che ben conosco e seguo dalla Danieli in poi. E prima nei vari ruoli sindacali avuti.

Durante la feroce crisi generale iniziata nel 2008 e durata fino a… oggi, per certi aspetti, sia come uomo d’azienda sia come consulente filosofo ho affrontato tanti casi di persone in gravissime crisi esistenziali: padri di famiglia che avevano perduto il lavoro, lavoratori sessantenni rimasti senza lavoro a cinque anni dal pensionamento ex legge Fornero, giovani che non trovavano lavoro, imprenditori travolti dalla crisi e famiglie di imprenditori che si sono suicidati. Una di queste famiglie la ho seguita per un anno intero, visitando casa loro una volta alla settimana, sostenendo la vedova e i tre figli: alla vedova e a un figlio ho trovato lavoro, al figlio minore ho fatto lezioni di latino portandolo dal quattro al sette in terza liceo scientifico, ho accompagnato la figlia maggiore più volte in tribunale per dirimere cause di affido dei due figli avuti da padri diversi. Tante cose, nella crisi, ho affrontato con determinazione, pazienza, e anche rabbia, sempre controllata.

Poi, alla fine dell’estate scorsa mi sono ammalato, ho combattuto, sempre lavorando, studiando, pregando, scrivendo, insegnando, con la solidarietà di molti, che mi ha sostenuto e contribuito a debellare il tumore insieme con i farmaci. Io sono cambiato sotto il profilo umorale-relazionale, sono migliorato, sono più paziente, più dialogico, più efficiente anche se soffro ancora non poco. Riesco a comprendere meglio e di più gli altri: la sofferenza mi ha dato nel concreto quello che gli studi filosofici non mi avevano dato. Mi dicono perfino che le mie lezioni e le mie conferenze sono più belle ed efficaci di prima. Sta per arrivarmi il link di una conferenza fatta al CRO di Aviano sul Valore morale del dolore che ti renderò noto, caro lettore. Un uomo migliore, spero, anche per chi mi conosce e mi legge qui. Grazie, grazie, grazie a tutti, e all’Onnipotente Dio che mi guarda come si guarda un figlio.

Edith Scaravetti, Toulouse, France

Edith Scaravetti, colpevole di aver ucciso il marito violento con una carabina e averlo murato nel cemento, è stata condannata a 3 anni di carcere contro i 20 che chiedeva l’accusa.” (dal web)

Nella sentenza di Tolosa i giurati hanno tenuto conto di tutte le angherie subite dalla trentunenne, con tre figli, in dieci anni di convivenza matrimoniale. “Omicidio involontario” e perciò di gravità molto inferiore alle altre fattispecie del volontario e del premeditato. La signora Scaravetti, di chiara origine italiana, era in carcere dal 21 novembre del ’14 ed è stata immediatamente posta in libertà.

La sua difesa ha descritto durante il processo la personalità del marito, Laurent Baca, “uomo che esigeva tutto, che ha fatto vivere per 10 anni un vero calvario a Edith Scaravetti“, fatto di “violenze fisiche, psichiche e sessuali“. Per questo “non potete giudicare Edith Scaravetti come una volgare assassina“.

Quest’uomo la picchiava, anche perché spesso ubriaco, e forse spacciava. Un infelice pieno di problemi che scaricava su lei e sui figli. I fatti, così come raccontati dalle cronache del tempo:

Il 6 agosto 2014, lui rientra alle tre di notte, la tira giù dal letto, la prende a calci, la fa rotolare dalle scale, afferra una carabina calibro 22 e se la punta alla tempia. Le dice: fammi vedere se sei capace di farlo. Edith forse preme il grilletto o forse il colpo parte chi sa come, non lo ricorda, non lo sa. Sa che prende il corpo di Laurent Baca e lo nasconde in giardino, poi, quando arrivano le mosche e il fetore, se lo carica in spalla, lo porta in soffitta e lo seppellisce sotto una colata di cemento. Per tre mesi, fa finta di nulla.”

Il resto è noto, e ora una riflessione, utile per considerare il valore della vita umana, di ogni vita, di una vita specifica, quella lì, nel contesto, però. In generale il valore della vita del singolo ha assunto diverse connotazioni a seconda dei tempi, dell’ètnos e dell’ethos cui ci si riferisce. Oggi che la pena di morte anche per i più gravi reati sta lentamente uscendo dagli ordinamenti penali di quasi tutte le nazioni (ogni anno qualche stato aderisce alla dichiarazione Onu contro la pena di morte, oppure la ha sospesa da tempo motu proprio), il valore della singola vita umana pare essere lievitato, come da un’ispirazione morale comune, che potremmo far tranquillamente ascendere alla lezione evangelica, a Gesù di Nazaret, lezione che ha lentamente permeato i fondamenti etici e giuridici della maggior parte delle nazioni.

Parto dalla pena di morte, per dire che si tratta dell’ambito etico-giuridico legato alla legislazione generale che l’uomo ha definito nel tempo come regola di convivenza, e per la tutela delle collettività. Oggi la maggioranza degli esseri umani è probabilmente contraria e le conseguenze normative si constatano come scrivo sopra.

Altro tema è quello dell’omicidio e della legittima difesa che può causare un omicidio. Ecco: se l’uccisione di un altro essere umano è, in sé, cosa gravissima, colpa, reato e… in ambito teologico, peccato, avvenendo in particolari circostanze, come quelle della legittima difesa di sé e dei propri cari, oppure in una situazione di guerra, come nel caso di mio padre che uccise all’arma bianca un greco nel 1942, e io sono a questo mondo in ragione di questo tristissimo evento, assume connotazioni morali diverse. Già il caso di mio padre è profondamente differente da quello di Edith: infatti lui mi raccontò costernato quei fatti  dicendo “ero io a casa sua” (nella disgraziata guerra italo-greca).

Edith si è trovata in una situazione terribile, quando il marito ubriaco ha fatto la bravata di puntarsi il fucile alla tempia e di istigarla a premere il grilletto se avesse avuto il coraggio. Quali sentimenti, quali terrori, quale spavento in quel frangente in quella donna? Che cosa poteva riuscire a pensare, magari con i figli piccoli presenti?

Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae, III-II, 64, 7, propone la dottrina del male minore e del diritto all’autodifesa in modo molto chiaro, come si legge di seguito:

Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l’altro è l’uccisione dell’attentatore. Orbene, codesta azione non può considerarsi illecita, per il fatto che con essa s’intende di conservare la propria vita: poiché è naturale per ogni essere conservare per quanto è possibile la propria esistenza. Tuttavia un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine. Se quindi uno nel difendere la propria vita usa maggiore violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita.”

E dunque, posto che Edith non volesse premere il grilletto uccidendo così il marito, a quale punto di sopportazione era arrivata? Nessuno lo sa e lo può sapere. Quanta paura fisica per sé e per i propri figli aveva? Nessuno lo sa e lo può sapere.

Per questo a me sembra, e lo dico sapendo di trattare un tema delicatissimo, la giuria, se ha colto negli occhi e nelle parole di Edith un dispiacere per l’accaduto, anche se i suoi comportamenti dopo i fatti sono sgangherati e colpevolizzanti, come l’aver nascosto il cadavere, ha ritenuto che quella signora non aveva intenzione di uccidere il marito, cosicché ha fatto bene a decidere una pena minima.

In proposito la buona Teologia, se parliamo di intenzioni del cuore ad operare una scelta piuttosto che un’altra, ci viene ancora in soccorso. Basti leggere alcuni versetti del Vangelo secondo Matteo al capitolo quinto (dal versetto 27 al 48), che così recitano:

Voi avete udito che fu detto: Non commettere adulterio./  Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per appetirla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore./  Ora, se l’occhio tuo destro ti fa cadere in peccato, cavalo e gettalo via da te; poiché val meglio per te che uno dei tuoi membri perisca, e non sia gettato l’intero tuo corpo nella geenna./ E se la tua man destra ti fa cadere in peccato, mozzala e gettala via da te; poiché val meglio per te che uno dei tuoi membri perisca, e non vada l’intero tuo corpo nella geenna./ Fu detto: Chiunque ripudia sua moglie, le dia l’atto del divorzio./ Ma io vi dico: Chiunque manda via la moglie, salvo che per cagion di fornicazione, la fa essere adultera; e chiunque sposa colei ch’è mandata via, commette adulterio./ Avete udito pure che fu detto agli antichi: Non ispergiurare, ma attieni al Signore i tuoi giuramenti./ Ma io vi dico: Del tutto non giurate, né per il cielo, perché è il trono di Dio;/ né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re./ Non giurar neppure per il tuo capo, poiché tu non puoi fare un solo capello bianco o nero./ Ma sia il vostro parlare: Sì, sì; no, no; poiché il di più vien dal maligno./ Voi avete udito che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente./ Ma io vi dico: Non contrastate al malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra;/ ed a chi vuol litigar teco e toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello./ E se uno ti vuol costringere a far seco un miglio, fanne con lui due./ Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un imprestito, non voltar le spalle./ Voi avete udito che fu detto: Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico./ Ma io vi dico: Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano,/ affinché siate figliuoli del Padre vostro che è nei cieli; poiché Egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti./ Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno anche i pubblicani lo stesso?/ E se fate accoglienze soltanto ai vostri fratelli, che fate di singolare? Non fanno anche i pagani altrettanto?/ Voi dunque siate perfetti, com’è perfetto il Padre vostro celeste.”

E un tanto basti, mio gentil lettore, per comprendere che le ragioni del cuore, insieme con la riflessione razionale, quando questa è possibile, sono quelle che governano una morale sana a giusta, come insegna il Maestro.

Arnaud Beltrame

Beltrame è un cognome friulanissimo, e si pronunzia qui da noi come si scrive, non Beltràm, à la francese. Vi sono anche le versioni correlate “Beltramini”, “Beltrami” “Beltramin”, etc.. La derivazione storico-etimologica ha a che fare con il grande patriarca Bertrando di San Genesio, francese, Bertrand de Saint-Geniès, ucciso novantaduenne dal conte Enrico di Spilimbergo nelle campagne di San Giorgio della Richinvelda nel 1350. Il Patriarca Bertrando era un grand’uomo, un comandante militare, un mistico, uno studioso di teologia e diritto, già professore a Tolosa. E’ sepolto nel Duomo di Udine.

Arnaud (Arnaldo) Beltrame è il tenente colonnello della Gendarmerie Française, ucciso dal pazzoide islamista a Trèbes, nei pressi di Carcassonne l’altr’ieri, nel corso di un attacco terroristico di matrice jihadista. Si era offerto ostaggio in luogo di un’altra persona, a lui sconosciuta, che si trovava lì, nel supermercato, luogo dell’attacco. La Gendarmerie francese è più o meno il corpo transalpino paragonabile ai nostri Carabinieri. Il colonnello Beltrame si è comportato come il brigadiere Salvo D’Acquisto, fucilato dai tedeschi il 23 settembre del 1943 a Torre di Palidoro. Questi si era accusato di un attentato per salvare ventidue ostaggi che stavano per essere fucilati per rappresaglia. Basti questo paragone per comprendere il gesto del colonnello Beltrame.

Arnaud entra, posa la pistola sapendo di trovarsi di fronte un fanatico armato pronto a tutto, sapendo di poter morire, a quarantacinque anni, moglie e due figli. Che cosa muove un uomo di quarantacinque anni o un ragazzo di ventitre come il brigadiere D’Acquisto, a dare la vita per altri? C’è molto che mi sfugge, perché non riesco a parlare solo di eroismo o di patriottismo. Che cosa c’era, e c’è, nell’anima di Salvo e di Arnaud? Come si può riuscire a compiere un gesto del genere? Quanto coraggio, altruismo vero, generosità umana sono sottesi?

Nel momento in cui hanno deciso di offrire la loro vita, Salvo certissimo della fucilazione, Arnaud comunque consapevole del rischio mortale che stava correndo di fronte a un fanatico armato, che cosa è passato loro per la testa? Quanta riflessione e/ o quanta passione per la giustizia, per ciò che può impedire un atto disumano? Ora il colonnello Beltrame è un eroe della Patria Francese, così come D’Acquisto è un eroe della Patria Italiana, entrambi immortali e giovani. “Muor giovane chi al cielo è caro“, cantava il poeta Menandro, citato da Leopardi in Amore e Morte, ma non solo. Anche il patriarca Bertrando era caro al cielo, credo, e, spero, anch’io, lasciamelo pensare  e scrivere, caro lettor mio della domenica. Io non sono vecchio, ma neppur giovane come Salvo e Arnaud, e mi chiedo: saprei fare altrettanto? Al di là di ogni riflessione su Patria e Affetti. Per degli “estranei”.

Non lo so. Non lo so. Razionalmente, l’ho sempre pensato, e anche scritto, che penso di poter scegliere di morire per la Patria/ Matria, cioè per la “mia” terra, dove stanno i miei cari, se qualcuno la attaccasse, per il mio cortile, per chi amo. Ma non so in situazione analoga a quelle sopra descritte che cosa farei. Proprio non lo so.

Vi è una componente emotiva, immediata, che non si può prevedere, che costituisce l’evento, l’ereignis, A o B solo se si creano situazioni atte a fare accadere gli eventi A o B. Solo in situazione si può sapere che cosa si farebbe. Penso che anche Arnaud non si sia detto prima di arrivare al supermercato “adesso va do lì e entro offrendomi come ostaggio al posto di qualcuno“, ma l’abbia fatto decidendo con quello che Tommaso d’Aquino chiamava “moto primo-primo”, cioè un atto di passione, immediato e irriflesso. Certo che era addestrato e allenato a situazioni estreme come allievo de la École de guerre e paracadutista, ma ci vuole anche altro, ché l’istinto di sopravvivenza è forse il primo istinto ancestrale che ci caratterizza come umani.

Andare oltre è incomprensibile alla mera ragione ragionante, ma, come insegnava Blaise Pascal, ciò che non comprende l’esprit de geometrie, raziocinante e logico-argomentativo, lo può comprendere l’esprit de finesse, che in un baleno in-tuisce, penetra, è intelligente, ed esprime tutto, e soprattutto la carità, che non ha limiti (cf. san Paolo, Prima lettera ai Corinzi, 13, 1-13 “…«Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità»).

Ecco, il colonnello Beltrame è stato un campione della più grande delle virtù umane, la carità.

Preferisco Putin a Theresa May, tra Erdogan e la confusione in Turchia meglio il “sultano”, idem in Egitto, e mal si dica di Sarkozy

Caro lettore,

ti propongo una riflessione politicamente scorrettissima. Si legge qua e là da qualche anno:

che lo csar (Putin), il sultano (Erdogan), il generale (Al Sisi), l’imperatore (Hi Jinping) sarebbero deprecabilmente “antidemocratici”, secondo la stampa occidentale perbene e secondo l’Alto Rappresentante Esteri dell’UE, Federica Mogherini, per l’amor di Dio.

E dunque: l’Italia è la seconda nazione esportatrice verso la Russia dopo la Corea del Sud, prima dell’Europa, con incrementi pazzeschi anno su anno, nonostante le ridicole e ingiuste sanzioni comminate dalla UE e dagli USA. Anche con Turchia, Egitto e Cina gli scambi economici sono molto importanti e in crescita. Anche la Persia degli ayatollah è un partner di molto rilievo per l’Italia, ed è una grande nazione di ottanta milioni di abitanti, giovanissima e culta, come la Turchia.

L’OSCE critica le elezioni russe dicendo che non c’è stata competizione, là dove Putin ha portato a casa il 76,6% dei voti, avendo votato il 67% degli elettori. In base a che cosa l’OSCE delegittima il risultato delle elezioni russe? Non gli piace Putin?

Pretendiamo di insegnare la democrazia con i cacciabombardieri di George W. Bush e Barack Obama? Mi sono rotto di questa presunzione democratica occidentale che guarda dall’alto in basso nazioni ancora semi-tribali, o ex imperi medievali o comunisti, ma grandi, grandissime, popoli enormi, straordinari, per storia e cultura, Cina, India, Russia, Persia, Egitto, Turchia… basta così? Gli facciamo far lezione di civiltà da quell’ubriacone di Juncker, nientepopodimeno che ex premier del poderoso Lussemburgo? E il prode gran coglione Sarkozy, ora fermato per finanziamenti ricevuti da Gheddafi nel 2007, che cosa ha fatto in Libia nel 2011,  con l’avallo dell’inettissimo -in politica estera- presidente Obama?

Certo è che questi signori non sono stati a scuola da Mario Pannunzio, Ernesto Rossi o Marco Pannella, e men che meno da Hans Kelsen, su ciò che sia lo “stato di diritto”, né hanno ben presente il diritto civile alla “conoscenza”, ma non sono tipi alla Idi Amin Dada o Bokassa, e nemmeno alla Mugabe o Saddam Hussein. Vero o no? E allora che cosa pretendiamo facciano, ereditando imperi o quantomeno grandi regioni del mondo, che devono comunque difendere come “patrie” loro.

Ci si può chiedere la ragione della grande partecipazione dei cittadini russi al voto di domenica scorsa e la ragione del risultato ottenuto dal principe Wladimir? Sa la Mogherini e gli altri ben-pensanti del nostro bel mondo pasciuto che cosa è la “sindrome da accerchiamento”? Hanno letto qualcosa delle guerre napoleoniche e dell’hitleriana Operazione Barbarossa che avrebbe dovuto schiacciare l’Unione Sovietica e insieme con essa il popolo russo e le altre decine di popoli di quel grande Stato, antidemocratico e imperfetto, ma erede di una storia e di una cultura immense? Quanto hanno sofferto i Russi negli ultimi duecento anni?

Forse che  i nostri benpensanti non hanno mai letto Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern o Centomila gavette di ghaiccio di Giulio Bedeschi, per sapere che migliaia di nostri alpini della Cuneense, della Tridentina, della Julia, sono stati salvati dai meno 40 nelle izbe ukraine dalle babuske con il fazzoletto portato come le nostre nonne? Ed erano andati in armi nella Patria d’altri? Se avessero letto questi libri e molti altri in tema saprebbero distinguere tra il disastro ivi descritto e la devastante e criminale scelta di Mussolini di allearsi con Hitler, per non “restare indietro” dopo la Guerra, come ben spiega lo storico Enrico Folisi sul Messaggero Veneto di ieri, e altri ricercatori, da tempo.

Lasciamo a perdigiorno come Salvini e Di Maio, cui per meriti e capacità oggettive troverei un posto di lavoro da commesso in un ente pubblico, con tutto il rispetto per i commessi degli enti pubblici, un buon rapporto con questi signori, intendo lo csar, il sultano, il generale e l’imperatore?

Oppure dialoghiamo con realismo cercando accordi e confronti, senza la pretesa di insegnar loro a vivere e a governare, ma misurandoci sulle cose, sui valori, sulla qualità etica, sulla filosofia di vita? Io penso che occorra percorrere insieme la strada accompagnando e correggendo le lunghe derive, le onde oceaniche del cambiamento, che non può non riguardare anche questo Occidente inflaccidito e stordito da troppa abbondanza.

Che l’uomo possa evolvere non è solo tema della politica, anche nella sua declinazione militare, e dell’economia, ma è tema di un’antropologia generale, capace di guardare dall’alto la storia, sia quella grande delle nazioni, delle guerre e delle paci, sia quella più minuta delle comunità locali, delle lingue, delle religioni, delle culture, di tutto ciò che il dottor Marx, sbagliando un po’, definiva come “infrastrutture” dipendenti essenzialmente dai meccanismi dei rapporti economici, poiché l’uomo, come insegnava Descartes, è anche e soprattutto res cogitans, oppure, come preferiva dire Blaise Pascal, una fragile “canna pensante”.

De bestialitate vel de humana stultitia

Francisco Goya è l’autore dell’acquaforte-acquatinta del 1797, che ho scelto per illustrare questo post: Il sonno della ragione genera mostri. Il dipinto mi parso adatto a commentare qual metafora immaginifica i molti “mostri mediatici” che ci vengono erogati quotidianamente dal sistema della comunicazione.

La bestialità nel codice teologico-morale classico è un peccato gravissimo legato a una sessualità deviata, e ciò  fino a tre secoli fa, significando le pratiche con animali, persone dello stesso sesso e “Giudei”.

Bestialitade è, quando non solamente si perverte l’appetito, e la ragion pratica, ma ancora s’adopera contr’alla natura, per bestiali operazioni. Così recita un testo dell’Accademia della Crusca e, più o meno, anche il manuale per i confessori voluto da san Pio V e perfezionato dai Padri Cappuccini nel XVI secolo.

Pazzesco mettere vicino la copula con un cane, l’omosessualità e gli Ebrei, ma può anche essere metaforicamente un’indicazione di grave mancanza cognitiva/ culturale. Qui tratterò soprattutto questo aspetto metaforico, dopo aver fatto solo un breve cenno all’etimologia teologico-morale.

Politici e giornalisti dicono spesso bestialità in Italia e altrove: basti dare uno sguardo al quasi sempre ingeneroso verso l’Italia quotidiano inglese The Guardian. Una risale a questi ultimi giorni: l’intellettuale (faccio così per dire), con occhiali, barbetta breve e riccioloni del M5S, tal Danilo Toninelli, ha affermato che, siccome il loro movimento ha vinto le elezioni, non solo pretendono di presiedere il Governo della Repubblica Italiana, ma vogliono anche la Presidenza della Camera, non si sa in base a quale vincolante norma o consuetudine politica.

Ricordo al non imberbe e non poco presuntuoso esponente politico che nel ’72, nel ’76 e nel ’78, pur essendo state vinte dalla Democrazia Cristiana le consultazioni politiche, la Presidenza della Camera dei deputati andò, rispettivamente, a un socialista (per suffragi terzo partito a quelle elezioni) che sarebbe successivamente stato eletto Presidente della repubblica, Sandro Pertini, e a due prestigiosi e stimabilissimi esponenti del Partito Comunista Italiano, Pietro Ingrao e Nilde Iotti. Negli anni ’90 furono Presidenti della Camera Giorgio Napolitano e Luciano Violante, del Partito Democratico della Sinistra, che non era stato il primo partito -per consensi- alle elezioni precedenti, ma il secondo.

E studiare un po’ la storia contemporanea, on. Toninelli, prima di sparare cazzate?

Un’altra bestialità del giorno, ma non fa passar giorno senza dirne una, l’ha detta proprio oggi l’onnipresente sui media (checché ne dica, miagolando lamentosamente) Salvini: che si possa fare un’altra riforma elettorale in sette, diconsi 7, giorni. Bum! Dài, Salvini, anche tu, non sparare cazzate, ché ci avete messo del vostro, tutti o quasi tutti a fare, prima il porcellum, a cura del tuo compagno di partito Calderoli, ghignante a guisa di tuo maestro in smorfie e ghigni, e ora, a cura di quella volpe di Rosato del PD, l’omonima boiata, non si capisce perché goffamente latineggiante.

Un’altra c.ta, e il gentil lettore, fortunatamente abituato a un linguaggio mio spesso elevato, se non addirittura aulico, quando l’argomento merita, mi perdoni, ma qui…, la ha detta, sempre Salvini, poche ore fa: che il Regolamento della Riforma carceraria è una misura “salvaladri”, battuta propagandistica disonesta in sé e tecnicamente sbagliata. Il politico in questione titilla i sentimenti più beceri dei più disinformati e pigri utenti di mamma tv e del web, questa è la semplice elementare verità che lo riguarda. “Salvaladri” cosa?, quando questa misura, in una situazione carceraria -quella italiana- indegna di una grande nazione civile, e vergognosa sotto il profilo dei diritti umani e civili, in aperta ed evidente violazione dell’art. 27 della Costituzione che vieta pene disumane e degradanti, affida comunque ogni decisione per consegnare a misure alternative al carcere chi ha una condanna entro i quattro anni di reclusione, al giudice di sorveglianza, e quindi non vi è alcun automatismo.

Un altro personaggio prodigo di stupidaggini è il Governatore pugliese, Emiliano, che riesce spesso ad essere dalla parte più insipiente di ogni decisione politica, sia all’interno del suo partito, il PD, sia sotto il profilo amministrativo: basti osservare i suoi ricorsi al Tar sulla vicenda dell’Ilva di Taranto. Non so dove quest’uomo, ex giudice non dimissionario, viva, se in cielo in terra o in nessun luogo.

Altra esemplar manifestazione di hebetudo simplex è quella della Meloni, che tromboneggia in romanesco neanche fosse appollaiata sulla curva sud dei laziali o romanisti non importa, proponendosi come premier, in quanto donna, ma dài. Vinci le elezioni come frau Angela e poi ti proponi, non con il 4 per cento dei voti.

Se si vuole posso continuare impunemente questa triste carrellata di ben poco aurea mediocritas, ma forse è preferibile smettere e passare ad altro titolo, che certamente qualcosa o qualcuno mi ispirerà ben presto, anzi, immantinente, caro lettor mio. E ringraziami (scherzo, sai) perché stavolta ti ho risparmiato la Boldrini.

Lo “webete”, pronunzia “uèbete”

Oh mio gentil lettore, indovina chi è, ti darò alcune tracce.

E mi aiuterà il valoroso e stimabile giornalista Enrico Mentana.

“In risposta a quelli che chiama «avvelenatori del Web», Mentana ha imbastito negli ultimi giorni una strenua ed encomiabile battaglia. E nel rispondere all’ennesimo sconosciuto che lo contestava polemizzando sugli immigrati che stanno negli hotel di lusso mentre i terremotati dormono in tendopoli, il Direttore ha toccato un nuovo apice e coniato un’offesa che dimostra come la lingua, usata da chi ne è maestro, è ancora una spada efficacissima.

Mi stavo giusto chiedendo se sarebbe spuntato fuori un altro così decerebrato da pensare e poi scrivere una simile idiozia», commenta il giornalista. «Lei pensa che il prossimo le sia simile. Ma non c’è distanza maggiore che tra il virtuoso e il virtuale: eppure per lei se uno non grufola contro gli invasori è un fake. Lei è un webete.” (dal web)

Il webete è uno che pensa di sapere e non sa, scrive molto su twitter  perché non può permettersi un blog tipo questo a meno che non paghi un altro in grado di farlo, fa politica ed è già arrivato a livelli notevoli per questi tempi un po’ disgraziati, approfittando del vuoto pneumatico che lo circonda. Ha un aspetto gentile, educato, un taglio di capelli da bravo ragazzo, un eloquio solo apparentemente forbito, ché, se si sta attenti, litiga con i congiuntivi, necessari in italiano nelle frasi concessive e ipotetiche. Non conosce l’ottativo e l’esortativo. Ha frequentato un istituto superiore tra i più facili. Niente università, lavoretti qua e là. Si è candidato a capo del governo senza alcuna vergogna, e lo ha votato un italiano su tre, quasi, e tra quelli che sono andati a votare che sono un italiano su quattro. In assoluto lo ha votato un italiano su quattro aventi diritto al voto. Ha osato paragonarsi a De Gasperi, non suscitando a parer mio una sufficiente ilarità.

Torniamo al suo peccato di presunzione, perché sappiamo come questo vizio sia prodromo di un altro e più pericoloso vizio, l’arroganza, a sua volta origine della prepotenza e infine della protervia, come insegnavano Tommaso d’Aquino e Norberto Bobbio, e come ho già scritto qui recentemente.

Quello che si fa fatica a capire è come lo abbia votato un italiano su tre rispetto a chi è andato a votare e un italiano su quattro tra chi ha diritto al voto. C’è chi dice che si tratta di un voto di rifiuto dei vecchi partiti e quindi di un voto purchessia. Ma questa ipotesi non accontenta.

E ora che succederà? Ci troveremo questo semi-analfabeta capo del governo, caro Mentana? Lei ha certamente capito di chi parlo, ma anche, oso dire, tutti i miei non pochi lettori. A proposito, miei carissimi, sapete di essere quasi tremila alla settimana? Non male, vero?

Cosa si deve fare per intraprendere una strada diversa, che faccia giustizia degli ignoranti e dei webeti? Forse niente di che, perché questi sono molto diffusi: ad esempio, tra essi va annoverato l’attuale gran capo della destra, che ha una dozzina d’anni più del webete iunior, appartenendo alla stessa categoria di presuntuosi arroganti. Si tratterà di scegliere tra uno dei due per il governo, o no? Spero di no.

Vi sarà una soluzione diversa? Provo a dirla. Siccome è chiaro che ha vinto il centrodestra, checché ne dica il primo e più imberbe webete, l’unica possibilità che possa far sì che il PD, dove non mancano i webeti, ma sono meno numerosi che altrove, e perciò prendono meno voti (paradossale? non so), abbia interesse a votare per far nascere tale governo, è che il premier non sia il webete dal baffo minaccioso ma un altro, magari un veneto o un lombardo che hanno già mostrato capacità di governo nelle loro grandi regioni.

Il webete iunior, figlio della piattaforma Rousseau, intitolata a uno dei più mediocri e pericolosi filosofi moderni, dall’alto della sua scienza economica orecchiata nella Casaleggio e C. e al corso di perito turistico, mi pare, ha chiamato il prof ministro Padoan “avvelenatore di pozzi”. Lui invece è quello che promette il reddito garantito a chi cerca un reddito, magari schivando il lavoro.

Mio padre, quando non lo trovava in Italia, è emigrato in Germania, caro giggino. Ops, mi è scappato un nome.

Far emergere la consapevolezza

…del cambiamento, del dolore, della possibilità del rialzarsi anche dalla malattia e dall’infortunio gravi, della “rottura biografica”, come cominciamento radicale di una vita “nuova”.

Un gruppo di medici mi ha invitato, anche in ragione di mie recenti esperienze “doloristiche”, a svolgere una relazione nell’ambito di un convegno tenutosi al Centro nazionale di riferimento oncologico di Aviano,

Propongo al mio gentil lettore il mio intervento, cliccando qui sotto

Il significato di salute oggi e il senso del dolore

Ricordando Davide Astori: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”

Davide Astori è mancato in silenzio qua vicino, a Udine, la notte prima di giocare con la forte squadra friulana, quasi completamente priva di friulani. Più internazionale della gloriosa Inter di Milano.

Quando l’ho saputo dai media, che poi -martellanti- non hanno smesso di ripetere la notizia tutta la domenica, ho prima provato una grande pena, come per un uomo di quarantasette anni del mio paese, morto allo stesso modo tre giorni fa, e poi ho pensato alla folgorante lirica ungarettiana, ispirata al poeta dalla guerra che visse in divisa da fante a pochi chilometri più a sud-est di Udine, tra Santa Maria la Longa, il Carso e l’Isonzo, dove si combattè per tre anni, crudelmente.

Quando vai a Gorizia, caro lettore, prima di arrivarvi, guarda alla tua destra, verso sud e vedrai una lunga altura di altezza collinare chiamata Monte, il Monte San Michele. Lì in pochi giorni morirono forse trentamila soldati di ambedue i fronti, e ruscelli insanguinati si versarono nelle acque smeraldine dell’Isonzo, il meraviglioso fiume italo-sloveno, limite e simbolo unente di due nazioni.

Davide non è morto in guerra, ma aveva l’età degli ufficiali di quei due eserciti, di tenenti, capitani e maggiori. E anche lui era capitano, il capitano della squadra di una città tra le più belle del mondo, forse in assoluto la più ricca di capolavori d’arte figurativa.

Davide Astori era un bravo calciatore e un atleta alto e forte, controllato come lo sono in Italia gli sportivi professionisti. Bene. Eppure lui non c’è più. Hanno fatto l’autopsia e ci diranno qualcosa. Forse l’impianto elettrico del suo sistema cerebrale e cardio-circolatorio ha detto basta, improvvisamente, senza preavviso e senza che vi fossero pur remoti prodromi clinici.

Ecco che se ne è andato, come può capitare in qualsiasi momento a chiunque, come dice il Vangelo secondo Matteo “Vegliate dunque perché voi non sapete il giorno e l’ora” (25, 13), là dove Gesù parla ai discepoli della “fine del mondo”, tema apocalittico, e dunque rivelativo, come dice l’etimologia di “apocalisse” (cari maghi dei mass media, che usate il termine “apocalisse” per parlare di catastrofi, cataclismi e disastri, poveri beoti!). Ma a noi interessa il nostro giorno e la nostra ora, e non li conosciamo, né possiamo conoscerli.

Il venir meno della vita è mistero, anche se possiamo pensare, anzi lo sappiamo per esperienza che essa può venire meno per ragioni anagrafiche, oppure per malattia o incidenti. Di solito viviamo non pensandoci più di tanto, perché è meglio così. Non conosciamo direttamente quest’ultimo momento, perché coincide con il venir meno della nostra coscienza, se questa non è già venuta meno prima. E le scienze medico-biologiche informano quelle giuridiche per definire bene il fenomeno, che è del tutto naturale, come spiega l’assioma conclusivo del principale sillogismo aristotelico “gli uomini, come tutti i viventi, sono mortali“, così com’è nella sua forma abbreviata di entimema.

Davide lascia moglie e bimba. Tutti lasciamo qualcuno e qualcuno ha lasciato noi. Alla fine, prima o poi siamo tutti orfani e rendiamo orfano qualcuno, se abbiamo procreato. Questo non è consolante: è reale. Hegel direbbe che è anche razionale. Vero ma doloroso, come può essere ciò-che-è-reale.

La filosofia, scriveva nel suo meraviglioso volume pensato e redatto nel carcere di re Teodorico, che sospettava di lui come traditore, che la Filosofia dà consolazione (De consolatione philosophiae), Severino Boezio. Possiamo anche convenire, ma non ci basta. Certamente. Il pensiero razionale non basta, specie quando si tocca con mano il dolore e l’invecchiamento, che tocca a molti. A Davide non è toccato, perché se ne è andato come una foglia in piena estate, poiché la sua vita non aveva ancora nulla di autunnale, come se qualche robusta mano avesse scosso il ramo dell’albero ben prima del vento di stagione.

Non ci sono parole adatte a consolare chi lo amava e rimane qui, specie la bimba, ma anche la sua donna e i suoi genitori e fratelli. Se in qualche modo queste mie parole arriveranno fino a loro mi piacerebbe dirgli che il loro ragazzo marito padre ora vive nella visione beatifica di Chi tutto sa, tutto comprende, tutto ama e attende in uno stato di grazia tutti noi che, anche se non l’abbiamo conosciuto, gli vogliamo bene, se pure non nello strazio tremendo dei suoi cari, perché nel comune destino.

Non basta, ma è tutto quello che si può dire prima di fare silenzio, oppure si può anche evitare di dire, facendo subito silenzio.

Il “badoglismo” come vizio italiota

Mi scusino la franchezza i miei gentili lettori, Badoglio era da fucilare, dopo Caporetto, altro che i quattro alpini di Cercivento, di cui non si riesce a onorare la memoria, togliendo loro l’infamia della condanna  a morte per “fuga davanti al nemico”. Deputati di tutti gli schieramenti patriottici, che mettete il tricolore nei vostri loghi, svegliatevi!

Il marchese duca maresciallo Badoglio è stato uno dei fuoriclasse italiani dell’ultimo millennio del “farsela andare bene“, comunque e sempre. Forse non ne conosco di più carismatici al negativo. Così per dire: Giordano Bruno, grande ed eroico pensatore, creativo veggente al rogo, e un Galileo (chissà, forse l’uomo più intelligente degli ultimi mille anni) lo rischia, il rogo, e Badoglio nel paradiso degli eroi-inetti.

Con la carriera che ha fatto un osservatore esterno, extragalattico però, ché i francesi e gli inglesi lo avevano “sgamato”, potrebbe pensare che questo piemontese, ufficiale di carriera, sia stato un grande condottiero, ma mi pare e non solo a me, che si tratti dell’esatto contrario.

Dopo una rapida carriera nelle alte sfere militari, viene la rotta di Caporetto nell’ottobre del ’17, caratterizzata dall’insipienza totale del suo comando e di quello dei suo superiore generale Cadorna impegnato in vigorose partite a tressette in via Mercatovecchio a Udine, oltre che a far fucilare soldati supposti vigliacchi, forse oltre settecento. Laida vergogna. Si tolgano le intestazioni di tutte le vie  e le piazze dedicate a ciascuno dei due. Poi nel ’36 andò in Etiopia che eroicamente conquistò opponendo i cannoni da 149 campali alle zagaglie di “quei selvaggi”, peraltro di antica fede cristiana.

Fu ambasciatore in Brasile, governatore della Libia e presidente del consiglio nazionale delle ricerche, che, sommati ai cospicui doni di Mussolini e dei big della finanza fascista, gli fruttarono un più che cospicuo patrimonio immobiliare.

Come stratega fu disastroso, “anche quando condusse nel ’40 i primi sei mesi della guerra di Mussolini accumulando sconfitte su tutti i fronti, compreso quello dell’Albania in cui aveva di fronte il modestissimo esercito greco. Da qui, alla fine del ’40, la sue seconda fuga: quella dalle responsabilità del comando supremo, attuata con le sue dimissioni, straordinariamente tempestive, dalla guida delle forze armate che nel ’43 gli fruttarono la presidenza del consiglio, in sostituzione di Mussolini. Poi la terza fuga, quella dell’8 settembre del ’43 a Pescara e a Brindisi, che lo riconfermò presidente di altri due governi, e gli consentì di uscire dalla scena nel giugno del ’44 con l’immeritata patente di salvatore della patria.” (dal web)

Ho conosciuto nella mia vita non pochi “badoglio”, bravissimi nell’ammanicarsi i potenti e farsi trascinare da loro in alto, molto in alto, con ferrea dedizione e fenomenale capacità di piaggeria e a volte di sottile manipolazione di anime bisognose di lodi sperticate e di laudatores semper et ubique.

Spesso questi personaggi sono degli inetti, però sono bravissimi a trovarsi sempre puntualmente al momento giusto nel posto giusto, in tempo per ricevere prebende e sinecure. Difficile che ciò accada nel mondo economico-aziendale, molto più facile in altri “territori” e ambiti. La politica è uno degli ambienti più propizi a questi meccanismi, altrimenti come si spiegherebbero le folgoranti carriere di personaggi come la Boldrini, Rosato, Di Battista e Di Maio, Grasso e Salvini, etc. etc., oppure la pletora di consiglieri regionali a diecimila euro al mese, senza arte né parte, mangiatori a ufo dei soldi pubblici, o parlamentari nazionali ed europei. Dovrei qui fare un interminabile elenco di beoti, che evito per noia e un po’ per schifo. E anche Renzi t’el racomandi, da sempre inguardabile e ora abbastanza stupidamente improvvido, e il Bersani che è proprio rincoglionito, e mi dispiace perché mi sarebbe simpatico, ma ha stufato con le sue metafore e le sue sconfitte a catena. Civati e Fratoianni, Crimi e Rotondi, Razzi e Scilipoti. E la Camusso, e il segretario della Uil di cui qui mi sfugge il cognome? Scherzo ma non lo scrivo, troppo insignificante, cùful si dice al mio paese, Rivignano del Friuli. Esemplari di un’inutile fuffa socio-politica.

Domenica 4 marzo 2018 andrò a votare, turandomi un poco il naso, come suggeriva qualche decennio fa Indro Montanelli a proposito di una certa DC, che magari fosse ancora oggi sulla scena piuttosto dei sopra citati politicanti da strapazzo.

La vergognosa ignoranza di Matteo Salvini contro la “docta ignorantia” di Socrate e Nicolò Cusano

Caro lettor d’inizio settimana,

la dottrina filosofica classica distingue tra “ignoranza ignorante”, tautologia necessaria e ne esamineremo la ragione, e “ignoranza tecnica”. Ognuno di noi, anche fosse la persona più colta del mondo è comunque “tecnicamente ignorante” (participio presente che regge l’accusativo) qualcosa, molte cose, e anzi, più è colta, e più si rende conto -seguendo Socrate- (secondo il detto del grande filosofo greco “so di non sapere”) di ignorare molte cose.

L’ignoranza tecnica non fa commettere o non presuppone alcuna colpa morale, necessariamente, intuitivamente:  infatti, non si può sapere tutto, neanche di un argomento singolo, cosicché non vi è colpevolezza se non si conosce in modo adeguato un fatto o un oggetto, ovvero se si pensano cose sbagliate di essi, validando una sorta di scostamento tra la realtà ed una percezione della stessa, che nel caso risulterebbe errata. A meno che non ci si vanti di una conoscenza insufficiente e/ o erronea, perché in quel caso si configurerebbe certamente una responsabilità morale e, secondo la morale cristiana, peccato.

Generalizzando, dunque,  il termine ignoranza significa una mancanza di conoscenza o di un particolare sapere. Il termine latino ignorantia deriva dal greco gnorìzein, ed ha assunto nel tempo un’accezione sempre più negativa, man mano che si è attribuito al termine una sempre maggiore valenza, potremmo dire, “volontaria”, e quindi di cui si ha responsabilità.

Nel mondo greco-latino l’ignoranza non è mai stata apprezzata, come è ovvio, a meno che non la si intenda socraticamente, come atto di umiltà e di curiosità di apprendere sempre cose nuove: una “sana ignoranza”, potremmo dire, recuperata quasi duemila anni dopo dal teologo cardinale Nicola di Kues (Cusano) con il suo concetto di dotta ignoranza, vale a dire l’ignoranza consapevole, e perciò porta di accesso spirituale e, aggiungerei con un termine della psicologia contemporanea, cognitiva, della sapienza. Altrove, come in Estremo Oriente, troviamo dottrine diverse dalle nostre: ad esempio nel buddismo l’ignoranza è considerata come  un velo, che induce le passioni e causa le conseguenti rinascite: per questo in base a quella filosofia religiosa è preferibile non desiderare nulla di superfluo al fine di evitare il dolore, sempre presente nella vita umana, e di più in chi è più avido di possesso.

Tornando a Socrate, chi confessa la propria ignoranza compie il primo passo verso la sapienza, in greco sophìa, da sophòs, vale a dire “illuminato” (da phòs, luce), la quale però apparteneva ai cosiddetti sofisti solo apparentemente, perché questi “filosofi” (o “filodossi”, come ebbe a chiamarli successivamente Platone, vale a dire amanti dell’opinione-propria) erano troppo superbi per essere veramente saggi e sapienti.

Nel titolo poi scrivo anche il nome del politico leghista, cioè Matteo, per non dare per scontato che sia l’unico “Salvini” di fama, in quanto vi è un omonimo giudice e un altro omonimo gran maestro massone.

Davanti al Duomo di Milano qualche giorno fa il politico in questione ha comiziato giurando di osservare la Costituzione della Repubblica Italiana, per tanti anni sbeffeggiata dal suo partito insieme alla bandiera tricolore, il Vangelo, la Buona novella di Gesù di Nazaret, brandendo anche un Rosario mariano, e così mostrando coram populo (e che significa questo sintagma latino, signor Salvini? e che significa sintagma?), non la propria dotta, ma la propria sesquipedale (e sesquipedale, che significa?) ignoranza.

Infatti dubito che, se lo interrogassi, Salvini saprebbe dirmi sui simboli religiosi cristiano-cattolici usati, che cosa significa “vangeli sinottici” o “vangeli apocrifi”, e ancor di più quando nella storia della Chiesa cattolica sia comparsa la preghiera iterata (a proposito chissà se sa che cosa significa l’aggettivo “iterata”) del Rosario e se sì, di quante Avemarie sia composto e che cosa siano e significhino i “misteri” richiamati nella sua recita, etc. etc. E, in ogni caso, la citazione e l’uso di simboli religiosi in un comizio politico è inopportuno, goffo e disdicevole.

Mi fermo qui per non infierire troppo crudelmente sulla sua per me certissima colpevole ignoranza teologica e catechetica che, nel momento in cui si accorgesse di possederla, dovrebbe farlo vergognare e seguire celermente  il consiglio di Wittgenstein, facente parte degli asserti fondamentali del Tractatus Logico-Philosophicus: “Di ciò che non si sa si taccia“.

Da ultimo, solo per mettere in guardia qualche mio lettore (se c’è) di simpatie salviniane, non dico leghiste, mi chiedo quanto Salvini conosca il contesto storico-socio-politico, la genesi, il sostrato etico-ideale e il testo stesso della Costituzione della Repubblica Italiana, ovvero se abbia solo orecchiato tutto ciò, più o meno come il suo quasi sodale grillino, altro mostro di evidente vergognosa ignoranza ignorante e proporzionata presunzione.

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