Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il cambiamento vive nella permanenza, come insegnavano Platone e Aristotele, che seppero sintetizzare il pensiero opposto di Parmenide di Elea e di Eraclito di Samo, per dire che nulla è fermo, perché è impermanente, ma nulla scompare, perché è eterno. Una contraddizione apparente…, perché spesso nell’attuale politica italiana si osserva l’immobilità “parmenidea” assieme alle contraddizioni reomatiche “eraclitee” dei più, basti osservare il “voltagabbanismo” osceno di un Conte, quello che sarebbe “de sinistra”, però amato da The Donald (Trump), di cui ambiguamente accolse il ministro Barr offrendogli il contatto diretto con i nostri servizi segreti, e altrettanto ambiguamente fece girare per l’Italia centinaia di militari russi venuti ufficialmente per aiutarci in tempo di Covid, …e dunque che sinistra è quella del dandy foggiano? Aaah, eraclitea, certo! Le società economico-industriali e commerciali “benefit”, ad esempio, potrebbero essere una delle cure per la “guarigione” della politica. Se questo schema morale ed operativo fosse già presente nella politica e nella società, non saremmo qui a discutere di elezioni dove si fronteggiano schieramenti politici guidati da mediocrissimi (Conte e Salvini che, quando lo sento parlare di 30 miliardi di euro come se fossero bruscoli di segatura, gli chiederei se si rende conto di ciò che sta parlando), e da mediocri (Letta e Meloni), ma sosterremmo il lavoro prezioso del Presidente Draghi che quei quattro, con diverse responsabilità, hanno cacciato

La vulgata filosofica del cosiddetto “liceo” americano, ove si studi qualche filosofema greco antico, spiega come Parmenide di Elea, con il suo concetto di Essere rotondo e immutabile, contrasti il Fluire (divenire) eracliteo dell’acqua, sempre diversa, sotto il medesimo ponte, che è lo stesso, invece.

La vulgata, appunto, perché i due concetti, dell’essere e del divenire, non sono così in contrasto, poiché danno del mondo due prospettive, entrambe plausibili. Non dico “vere”, perché il discorso sulla verità è un altro, e non lo si può fare semplificando troppo il discorso stesso.

Nel titolo ho citato i due “Magni” di Grecia, poiché loro sono riusciti a “mettere d’accordo” la contrapposizione tra essere e divenire, fra Parmenide ed Eraclito. In quale modo? Platone proponendo il concetto di Idea e di Sommo bene, che comunque si possono concepire solo operando nella vita, e quindi attingendo all’Idea, che è stabile, tramite un movimento; Aristotele proponendo il movimento intrinseco che si dà fra Potenza e Atto, cioè tra ciò che esiste in quanto ente provvisto di potenzialità di sviluppo, e l’ente che si dà quando questo potenziale è stato attuato.

Pertanto, tutto è movimento secondo natura, ma verso un fine, che si raggiunge superando ostacoli e obiettivi, o scopi, intermedi.

Anche le piante, gli animali, di cui facciamo parte in toto, con l’aggiunta della coscienza responsabile. Tutto è in movimento secondo natura.

Anche la politica, che però subisce molti intoppi, rallentamenti, arretramenti, sconfitte. Ed è questo che voglio sottolineare. La politica di oggi ha raggiunto un livello di mediocrità impressionante e pericolosa.

Se vogliamo applicare lo schema eracliteo-parmenideo, la politica di oggi non ha né la solidità dell’essere parmenideo, né la fluidità del divenire eracliteo.

Fuor di metafora, se la paragono alla possanza dell’essere, mi sembra che la fragilità della politica, sia nel suo esprimersi sia nel suo (per modo di dire) agire rappresenti ciò che di più distante non si può immaginare da un essere-della-politica che sia men che lontanamente paragonabile a quella di un Churchill (che mai mi è stato simpatico), o di un De Gasperi, o anche solo a quella di un Moro, di un Craxi, di un Berlinguer.

Mi si potrebbe obiettare che i tempi dei sopra citati erano tempi tragici (la Seconda Guerra Mondiale e le sue conseguenze), quelli dei primi due, e drammatici (terrorismo di sinistra e stragismo di destra e dei servizi deviati) quelli dei secondi tre, mentre i tempi della politica attuale sono certamente drammatici e difficili (pandemia e aggressione russa all’Ucraina), ma l’obiezione si auto… obietta, poiché proprio per queste ragioni avremmo bisogno di figure della politica di un livello ben più alto di quello che esprimono, ad esempio, Salvini e Conte, per me i due peggiori della combriccola. Ma anche gli altri non stanno molto bene, i Berlusconi, i Tajani, i Letta, i Renzi, i Calenda, pur se gli ultimi due capiscono qualcosa di più, mi pare. Taccio di altri ancora, patriae caritate.

Perché questa mediocritas, che aurea non è? Quali le ragioni? Quali i motivi? Quali? Certo è che il popolo, in democrazia, quando si vota a suffragio universale, ha i parlamenti e i governi che vota, e che quindi si… merita.

Certo è che la selezione del personale politico, da almeno una trentina d’anni, si produce senza la preparazione in uso nei decenni precedenti, quando le forze politiche avevano una struttura che cresceva qualitativamente nel tempo.

La tv commerciale e lo sviluppo della telematica con internet e con il web hanno favorito un cambiamento radicale nelle comunicazioni interpersonali e sociali. Le persone sono cambiate e il modo di fare politica è cambiato. La democrazia della comunicazione ha prodotto il risultato che qualsiasi idea, espressione, giudizio, persona hanno potuto avere una visibilità impossibile qualche anno prima, quando quelle idee, espressioni, giudizi e persone sarebbero rimaste a disposizione del bar Sport o del negozio della parrucchiera, con tutto il rispetto per l’uno e l’altro luogo di socializzazione secondaria, se quello primario è la famiglia.

Come avrebbe potuto in un mondo del secolo precedente, uscire dal nulla, all’improvviso, un qualsiasi avvocato commerciale foggiano che lavora a Roma, e diventare capo del governo, oppure un venditore di bibite dello Stadio San Paolo, prima capo di un partito e poi ministro degli esteri, senza conoscere neanche primi rudimenti di inglese, senza conoscenze storiche etc., oppure, ancora, un frequentatore comunista junior del Centro sociale Leoncavallo e diventare il segretario del partito del Nord, ascoltato e sopportato da gente più valida di lui, partito che comunque non è riuscito a diventare un partito nazionale. Ma, soprattutto, come avrebbe potuto un uomo delle televisioni diventare decisivo nella politica italiana per trent’anni?

Lascio perdere la sinistra, che non ha capi degni di questi nome da almeno un quindicennio, dal 2008, quando il PD di Veltroni prese il 33% dei voti e subito dopo quel segretario si dimise, perché lì non sopportavano il suo successo signori della Prima repubblica come D’Alema e altri nostalgici, falsi riformisti.

Forse queste domande sono sbagliate, e non fanno i conti né con Eraclito né con Parmenide. Provo a raddrizzarle, e non è facile.

Bisogna certamente chiedersi la ragione per cui in questi ultimi due o tre decenni hanno potuto emergere in politica i soggetti citati sopra o, meglio, che cosa ci si deve attendere dalla politica oggi.

Ecco: acquisiti, almeno da noi, lo stato di diritto, le libertà civili e sociali, occorre rivolgere lo sguardo più lontano e più in profondo, come insegnava, inascoltato dai più, il caro Alexander Langer. Occorre guardare le cose dulcius, profundius et suavius, studiando e operando secondo un’Etica del fine dove ognuno ha un ruolo e nessuno può starsene fuori.

Ad esempio, nel mio ambito di studio e di lavoro, occuparmi del fatto che le imprese dove lavora la maggioranza degli Italiani, siano sempre più aziende eticamente fondate, capaci di lavorare non solo per il business, che comunque è la conditio sine qua non per procedere, ma anche per la coesione sociale e per diventare benefit.

L’economia e la politica, in questo senso, si sosterrebbero a vicenda nella costruzione di un reticolo sociale armonioso e fondato su un’etica della vita umana e sociale capaci di pensare un futuro solidale e nel contempo produttivo.

Le Società Benefit (SB) rappresentano un’evoluzione del concetto stesso di azienda: integrano nel proprio oggetto sociale, oltre agli obiettivi di profitto, lo scopo di avere un impatto positivo sulla società e sulla biosfera.

Anche da questo progetto può essere alimentata la buona politica, poiché il personale politico attuale non potrà bastare a reggere il confronto con una società che sarà più avanti, lavorando più in profondo, non solo nell’economia, ma anche nel cuore delle persone.

Riprendo la chiusura del titolo: se questo schema morale ed operativo fosse già presente nella politica e nella società, non saremmo qui a discutere di elezioni politiche dove si fronteggiano schieramenti politici guidati da mediocrissimi (Conte e Salvini) e da mediocri (Letta e Meloni), ma sosterremmo il lavoro prezioso del Presidente Draghi che quei quattro, con diverse responsabilità, hanno cacciato.

La Bibbia ci insegna a considerare i “segni dei tempi”, cioè i messaggi che dobbiamo saper cogliere per il cambiamento, sia nelle nostre vite, sia nei nostri ruoli, sia nelle strutture sociali cui partecipiamo. Il testo che cito è il capitolo III del Qoèlet, che fu scritto attorno al III/ II secolo avanti Cristo, probabilmente da un filosofo ellenista di scuola cinico-scettica (anche Gesù di Nazaret probabilmente conosceva questi indirizzi filosofici), che si aggirava per il Vicino Oriente antico. Riporto i primi versetti del capitolo citato…

[1]Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.

Un tale che non ha saputo fermarsi nei tempi giusti, come gli avrebbe suggerito Qoèlet

[2]C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.

[3]Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.

[4]Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.

[5]Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.

[6]Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.

[7]Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.

[8]Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

[9]Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?

(…)

Qoèlet non desidera certo disincentivare l’impegno di ciascuno, ma semplicemente far presente che tutto ciò che facciamo deve tenere conto del cambiamento, sia di quello oggettivo provocato dal trascorrere del tempo e delle vita, sia di quello generato da noi con il nostro agire, sia di quello derivante da tutti gli altri “vettori causali” che fanno parte delle circostanze su cui non abbiamo possibilità di interferire, e quindi sollecita e richiede la saggezza di accettare, e perfino di promuovere il cambiamento, per il Bene comune che spesso coincide con il Bene proprio.

In tempi più a noi vicini, possiamo trovare due grandi personalità pubbliche che hanno posto il tema del cambiamento, proponendo il sintagma “Segni dei tempi“, che dovremmo saper cogliere, volendo coglierli. I “segni dei tempi” sono quei “messaggi” che si possono cogliere da un’interpretazione attenta della complessità del reale, che non può mai essere compreso per scorciatoie e semplificazioni. I “segni dei tempi”, se bene interpretati e compresi suggeriscono che cosa e in quali tempi creare le condizioni per un mutamento. Anche rivoluzionario, se pure raramente, come la grande Storia spiega. Più spesso nella modalità riformistica, che è più accettabile da “chi viene cambiato”, ed è più ragionevole per chi promuove il cambiamento. In altre parole, il socialismo è meglio, molto meglio, del comunismo.

I due cui si ascrive il sintagma “segni dei tempi” sono il famoso Sindaco di Firenze e promotore di una Cultura della Pace professor Giorgio La Pira e papa Montini, Paolo VI.

Nella politica, nell’economia, nello sport, nella cultura, ovunque siamo attivi come esseri umani, dovremmo saper cogliere i “segni dei tempi”, che possono dire diverse cose:

a) siamo stanchi e non abbiamo più le energie per condurre le cose con la dovuta e necessaria responsabilità;

b) le nostre idee non bastano più per conseguire il Bene comune, e sono – perciò – superate;

c) noi stessi (o chiunque), non siamo (non è) più nelle condizioni di competere, ad esempio nello sport;

d) non ci presentiamo (alcuni non si presentano), con la nostra (loro) immagine, con la dovuta e necessaria dignità nella nostra (loro) persona…

Provo a fare degli esempi per ciascuna di queste quattro fattispecie:

per a) potrei essere anch’io nella conduzione di una importante Associazione nazionale;

per b) potrebbe essere un “Andreotti” o un “Berlusconi”, che non si sono rassegnati (il primo) o non si rassegnano (il secondo) a passare la mano ad altri più giovani e vigorosi;

per c) potrebbero essere atleti come il ciclista Nibali, come i calciatori Ibrahimovic e Ronaldo, e altri;

per d) potrebbero essere figure come Piero Angela, che ha continuato a presentarsi in tv in condizioni precarie. Oggi, giovedì 8 settembre 2022, in questo luogo aggiungo anche Elisabetta II di Windsor (regina solo perché Edoardo VIII sposò una divorziata americana e abdicò a favore del papà di Elisabetta Giorgio VI), che è rimasta fino all’ultimo respiro. Ascolto che tutto il mondo la piange. Io no, se non come qualsiasi altro essere umano che muore.

Scrivo queste cose con il massimo rispetto per le persone, caro lettore.

Ammetto che a questo mio discorso si può opporre una grandiosa eccezione: quella di papa Wojtyla, che restò nel ministerium Petri in condizioni tremendamente precarie, per mostrare la profonda umanità del suo dolore, condiviso con tutto il dolore e il peccato del mondo,… ma il suo successore, papa Benedetto XVI ha proposto un’altra scelta, opposta, basata sulla constatazione della sua “ingravescente aetate” (trad. it.: essendo la mia età non più in grado di sopportare il carico…), costrutto della lingua latina, un ablativo assoluto che riconosce il limite, la finitezza, il transeunte della vita umana.

Certamente queste mie idee sono criticabili: una critica la esprimo io stesso, immediatamente. Potrebbe anche darsi che ciò-che-è il “vecchio” non abbia successori, in ragione della qualità scarsa dei più giovani; può darsi che il “vecchio” desideri abbandonare certi impegni per riposare un po’ di più, ma non perché sia superato per le idee e le iniziative (potrebbe trattarsi di a), cioè del mio caso); nei casi dello sport ogni disciplina e ogni atleta fa storia a sé, per cui uno a trentacinque anni smette, ma potrebbe continuare con profitto per altri due o tre anni, mentre uno a trenta anni potrebbe smettere, perché non è più motivato ai sacrifici durissimi degli allenamenti. Nella storia del calcio vi sono stati due esempi di campioni che si sono ritirati nel pieno delle forze a soli trentadue anni, Giampiero Boniperti e Michel Platini. Marco Van Basten, invece, smise di giocare a ventinove anni, nel pieno fulgore della sua immensa classe calcistica, perché non aveva più le cartilagini delle caviglie: causa di forza maggiore, in questo caso.

Non è detto che Qoèlet non suggerirebbe anche a qualche persona relativamente giovane di fermarsi, di cambiare mestiere, di togliersi di torno, come farebbero bene a fare non pochi politici di neanche cinquanta anni. La differenza, quindi, non la fa l’età assoluta, ma il valore individuale e la capacità di analizzarsi e di essere capaci di mollare e di farsi sostituire.

Caro lettore, non pensi che sia utile e saggio questo discorso, proprio di questi tempi nei quali pare che primeggiare, essere in evidenza, comandare, vincere (“essere vincenti”, horribile dictu!), sia l’unica cosa che conta nella vita e nella società?

Piango e ricordo Michail Sergeevič Gorbačëv, riformatore visionario nel grande Mistero russo, nel momento in cui le brutture, la maleducazione, l’incultura, la barbarie sembrano prevalere

La Grande Madre Russia forse piange quest’uomo come me, anche se a modo suo, modo che io non posso capire, se non solo in parte. Certamente, in questa fase storica a “geometria variabile”, cioè in diverse maniere, sulla base di diversi giudizi storici e politici, anche contraddittori se non contrari.

Dopo la morte di Antonin Cernienko nel 1985, il Praesidium del Comitato centrale del Soviet Supremo del Partito Comunista dell’Unione Sovietica seguì il consiglio che il precedente Segretario generale del Pcus Yuri Andropov aveva dato ai suoi compagni, di eleggere un sessantenne. Invece, avevano eletto Cernienko, un altro ottantenne, ma poi, alla sua morte, avevano scelto Gorbačëv, un uomo di neanche cinquanta cinque anni.

E fu la rivoluzione, oppure le riforme radicali. Furono la Perestrojka e la Glasnost, la trasparenza e il cambiamento. E lo fu, ma solo in parte. La società russo-sovietica “profonda”, insieme con le Repubbliche asiatiche e il complesso dei “Paesi satelliti” europei, erano un congegno, un non-combinato disposto troppo complicato perché l’azione del pur onnipotente Segretario generale del Partito potesse generare conseguenze decisive e definitive in termini di democratizzazione e modernizzazione.

Forse anche questi due termini sono inadeguati, anzi senza forse, perché vi era di più. Anche restando nell’ambito dell’ex URSS, i retaggi erano (e sono, poiché le conseguenze della grande Storia sono ancora fortemente attive e condizionanti) enormemente profondi, perché si potesse e si possa tuttora parlare di democrazia come la intendiamo noi: intendo il retaggio zarista, che era “Grande Russo”, soprattutto nella visione di Caterina II, e il retaggio cristiano ortodosso, teologicamente “Cristico”, ma non nel senso del Gesù povero rabbi itinerante, ma nel senso del Cristo trionfante e Pantocratore, cioè creatore e padrone del mondo. Gli stessi sàloi, i monaci itineranti “pazzi per Cristo” della Tradizione russa, il cui ultimo malvagio rappresentante, Rasputin, aveva voce a Palazzo imperiale presso l’imperatrice Alexandra Fedorovna Romanova, erano la rappresentazione di questa “cristicità” assoluta del potere russo.

Lo csar, Stalin, Breznev e oggi Putin sono l’estrema rappresentazione di quella linea metastorica. Come vedi, caro lettore, ho letteralmente “saltato” Gorbačëv, perché, nonostante i suoi poteri fossero teoricamente uguali a quelli di Stalin e di Leonid Breznev, lui decise di esercitarli in modo differente dai suoi predecessori, in quanto aveva in testa quello che poi ha fatto, con i risultati contraddittori che abbiamo constatato.

L’Unione Sovietica era il più grande stato di ogni tempo, socialista, anzi comunista, non democratico, e la rivoluzione di Gorbačëv fu fatta dall’elite sovietica, non dal popolo. Tra l’altro, anche la Grande Rivoluzione del 1917 era stata voluta e fatta da élite intellettuali e politiche, prima mensceviche e poi bolsceviche. Il popolo, come le salmerie, seguiva, e questo è stato uno dei limiti di quella grande Rivoluzione.

Sulle prime Reagan lo osteggiò, quasi per mettere alla prova la potenza industriale e militare sovietica, ma poi con lui stipulò straordinari accordi per evitare il conflitto nucleare, e Bush senior proseguì su questa strada.

Ora sembra che le cose siano tornate indietro, con Putin e con la congerie di capi mondiali di scarso carisma e qualità politica. La Cina tenta dove può, e può molto, di sostituirsi agli Americani, e in Africa ci riesce pure. La vicenda Taiwan è solo la punta dell’iceberg della volontà di potenza di XI, pretendente imperatore del Cielo.

L’Occidente, quando è stato sciolto il Patto di Varsavia, non ha saputo studiare ed attuare una diversa architettura Nato, tale da non far credere ai “Grandi Russi” attuali di essere una minaccia.

Dentro l’Occidente, l’Unione Europea va avanti e poi indietro nei suoi tentativi di maggiore unificazione d’intenti strategici sotto il profilo politico, economico e anche militare, soffrendo difficoltà che a volte paiono insormontabili, dovute ai diversi interessi dei singoli Paesi, soprattutto dei maggiori, tra i quali annoveriamo ovviamente la nostra Italia.

C’è un terzo del mondo che soffre la fame e la sete, ci sono trenta guerre non dichiarate, ci sono turpissimi commerci di esseri umani e di droga.

Culturalmente le élite mondiali, controllate in buona parte dalla grande finanza, non si occupano se non della propria sopravvivenza, sviluppo e mantenimento del potere.

Le sinistra politiche, quella italiana in particolare, è snob e vilmente ritrosa a guardarsi dentro, nella sua attuale insipienza. Il “compagno” Marco Rizzo, con un tweet che brinda alla morte dei Gorbačëv, è la rappresentazione della miseria di questa sinistra, che Karl Marx, Gramsci, Turati e perfino Lenin criticherebbero con durezza. La destra politica si barcamena, supposta maggioranza, dentro “culture” e inculture da “basso impero”.

Gli imprenditori, intendo come associazione, non come singoli, hanno bisogno (sembra) di “marcare il territorio” servendosi anche di media tipo Radio 24 che ospita orrori mediatici come La Zanzara, dove un conduttore villano e impunito furoreggia insultando gli sprovveduti che gli telefonano, con il moccolo retto da un collega che gli fa controcanto da “sinistra”. Ampiamente ed evidentemente falso e falsificatore. Dei sindacati non dico, perché il giudizio sarebbe impietoso.

Il Vicino (non Medio, cari giornalisti e politici, ché il Medio Oriente inizia dal Golfo Persico!) Oriente islamico è coinvolto da infiniti turbinii e conflitti civili economico-religiosi, di cui gli Occidentali non hanno poche responsabilità, Usa e Regno Unito in testa, ma anche la Francia, almeno per la storia libica recente.

La guerra d’invasione scatenata da Putin contro l’Ucraina e contro l’Occidente, è l’ultimo e più grave evento che preoccupa, con le sue connessioni strategiche con il tema energetico.

Vi è il Papa di Roma che ha una visione, forse l’unica in questo momento, di prospettiva.

La morte di Michail Sergeevič, che sarà sepolto, pare, senza funerali di stato (o forse con), e ciò è almeno non ipocrita, accanto a Raissa, fautore di una utopia generosa, si scontra con le distopie attuali, ma la speranza, con san Paolo e con Marco Pannella, non muore mai.

Work-Life Balance, alla ricerca di un equilibrio tra vita e lavoro

Sempre più si nota l’espandersi del fenomeno delle dimissioni, soprattutto di giovani, dai più vari “posti di lavoro” dei settori privati, fenomeno di tali dimensioni da meritare una prima riflessione, non solo di carattere socio-statistico, ma anche filosofico-esistenziale.

Se per decenni, anche osservando solo l’Italia, e forse da oltre mezzo secolo, si potrebbe dire dal boom economico dei primi anni ’60, l’acquisizione di un “posto di lavoro” (si notino le virgolette il cui significato spiegherò più avanti), è stata il primissimo risultato in positivo della vita di una singola persona, prevalendo su ogni altra scelta e considerazione, da qualche anno si nota una certa inversione di tendenza: il “posto di lavoro” non è più ciò che fa premio su tutto, ma comincia a fare i conti con il tema della “qualità della vita”, e dell’equilibrio tra vita e lavoro.

Si pone dunque con sempre maggiore evidenza il tema di un equilibrio diverso tra tempi di vita e tempi di lavoro. Dico subito che personalmente non mi tange, e quindi lo tratto osservandolo da una posizione essenzialmente “esterna” e forse definibile come “fortunata”.

Come mai questo, può chiedersi uno? Il fatto è che il mio lavoro, anzi i “miei lavori”, perché sono plurali, mi piacciono e dunque non mi pesano. “Fortunato sei”, potrebbe osservare lo stesso commentatore. “No”, risponderei io, “non fortunato, ma capace di costruire una vita di lavoro che sia anche una vita di… vita“.

Che significa? Che se riesci a mettere vicino studio, interessi, passione, competenze, allora arrivano incarichi e lavori che non “disturbano”, anzi sono gradevoli, tali da non indurti a cercare di evitarli, bensì all’incontrario, di ambirli, di acquisirli, di possederli. Mi spiego: quando, già in pensione, ho acquisito e mantenuto una situazione lavorativa costituita da numerose presidenze di Organismi di vigilanza dei Codici etici aziendali, da docenze accademiche semestrali, da progetti di libri da pubblicare, da attività di guida di associazioni culturali nazionali, sapendo che nessuno ti regala nulla, e che tutto è frutto di studio, lavoro e passione, ebbene, non si dà problema di work life balance, perché un equilibrio esiste già! Per me.

Tornando a un’analisi più generale, il work life balance, ovvero il buon equilibrio tra vita privata e lavoro, si conferma uno dei fattori maggiormente ricercati dai lavoratori italiani nella scelta di un’azienda. È quanto emerge dai risultati del Randstad Employer Brand Research 2022.

Questo aspetto è, infatti, ritenuto importante dal 65% del campione coinvolto dall’indagine – 6590 intervistati tra la popolazione attiva del nostro Paese – ed è in vetta alla classifica degli elementi più ricercati in un’azienda insieme ad un clima aziendale gradevole.

Con il termine work life balance, si intende letteralmente l’equilibrio tra la vita privata e il lavoro. Si tratta, dunque, della capacità di far convivere in maniera pacifica la sfera professionale e quella privata.

Si vede che, se è necessario studiare questo equilibrio, perché la maggior parte dei “lavori” e dei “posti di lavoro” non è gradevole, anzi spesso è fastidioso e annoiante.

Non è un concetto nuovo, perché si è iniziato a parlarne ancora una quarantina di anni fa, si può dire dalla rivoluzione tecnologica informatica e telematica. Paradossalmente, la messa in campo di macchine sempre più capaci di sostituire l’uomo riducendo la fatica del lavoro, soprattutto con lo sviluppo delle due tecniche sopra citate, applicate anche alla produzione di beni e servizi, ha mescolato sempre di più la sfera privata e quella lavorativa, perché il lavoratore non è più riuscito a “staccare” con chiarezza le due dimensioni, essendo reperibile, raggiungibile, “impegnabile” anche al di fuori dell’orario di lavoro.

Per il 65% dei lavoratori italiani intervistati in occasione della citata indagine, il work life balance è, insieme al clima piacevole sul posto di lavoro, l’aspetto prioritario nella scelta di un’azienda da parte di un lavoratore che, però, se lo possa permettere. Non è detto, infatti, che tali condizioni siano vincolanti per la maggioranza dei lavoratori e di chi è in cerca di lavoro.

L’indagine di cui sopra ha anche evidenziato un significativo gap tra le aspettative dei dipendenti e quella che, secondo loro, è la realtà dei fatti per quanto riguarda il datore di lavoro ideale. L’esito principale della ricerca mostra come le aziende, innanzitutto, non sappiano comunicare bene la qualità della vita lavorativa che si può sperare di avere lavorando all’interno. Sempre la medesima ricerca elenca gli item che i lavoratori ricercano per accettare un lavoro:

  • solidità finanziaria
  • ottima reputazione aziendale
  • sicurezza del posto di lavoro

Per quanto attiene al work life balance, la ricerca ha evidenziato, inoltre, una differenza di genere. L’equilibrio vita/lavoro, infatti, è un aspetto prioritario soprattutto per le donne, insieme all’atmosfera piacevole sul posto di lavoro, la retribuzione e i benefit.

Ovviamente emergono anche differenze connesse ai diversi livelli culturali, cioè di scolarità acquisita ed esperienziali e professionali. Il work life balance è un’esigenza primaria per chi non ha un alto livello di istruzione, proprio per quasi “pareggiare” la noiosità e ripetitività delle attività più standardizzate. Interessante è la presenza massiccia tra questi lavoratori degli ex cosiddetti baby boomers, cioè i nati nei primi anni ’60 del secolo scorso, persone che hanno tra 58 e 62 anni.

Un altro dato interessante, è quello che attesta come siano gli impiegati e i lavoratori stabili nella stessa azienda a ritenere importante un buon work life balance.

Un buon equilibrio tra vita privata e lavoro è certamente una questione di salute, sia fisica sia mentale. Studi scientifici molto attendibili hanno mostrato come i sovraccarichi di lavoro siano associati a un maggior rischio di incorrere in ictus e, in generale, in problemi cardiocircolatori.

Cito qui una ricerca pubblicata nel 2017 sull’European Heart Journal, che ha evidenziato come prolungati orari di lavoro sarebbero associati ad un più elevato rischio di fibrillazione atriale, la forma più comune di aritmia cardiaca.

A conclusioni molto simili è giunta anche un’altra indagine più recente pubblicata sull’European Journal of Preventive Cardiology, che avrebbe individuato una correlazione tra lo stress da lavoro e alcune patologie cardiache.

Occorre dunque dedicare del tempo ai propri interessi staccando dal lavoro, e ciò può essere fondamentale anche a livello psichico. Alcuni segnali, più di altri, sono indicativi del fatto che bisognerebbe calibrare meglio le abitudini quotidiane, ritagliandosi il giusto spazio al di fuori della sfera professionale:

  • sensazione di forte stress
  • mancanza di tempo per fare qualsiasi cosa
  • disturbi del sonno
  • irritabilità
  • difficoltà relazionali
  • difficoltà di concentrazione

Raggiungere tale equilibrio, al fine di prevenire gli stati e le condizioni sopra elencate, non è facilissimo. Occorre intraprendere azioni da ambo le parti, del singolo lavoratore, e dell’azienda.

Dalla parte dell’azienda, secondo le ricerche citate, la flessibilità degli orari di lavoro è la condizione più gradita e la ragione si capisce in modo intuitivo. Seguono, nella scala del gradimento, dei benefit, come quelli già praticati nei piani di welfare, e anche dei piani di carriera attendibili, praticabili, realistici e scanditi nel tempo.

Dalla parte del dipendente è gradito uno sviluppo del lavoro on-line, in fasce di orario flessibile, e una riduzione dello straordinario.

E’ chiaro che tali condizioni sono impraticabili per tutte le attività di produzione industriale di serie, che richiedono un presidio costante di macchine e impianti. E’ anche difficile un lavoro “a distanza” per posizioni e ruoli di gestione di processi e del personale.

Tenendo conto di questi limiti, sia le aziende, sia i singoli lavoratori possono decidere misure di buon senso e di saggezza. Ad esempio,

a) avere e sviluppare buone relazioni sociali, sul lavoro e fuori del lavoro;

b) pianificare e razionalizzare gli schemi e i flussi operativi, cercando di “ottimizzare” attività simili, quasi “industrializzandole”;

c) non trasformare il tempo libero in stress: molto spesso il tempo libero rischia di trasformarsi in una corsa a tutte le attività che non si sono potute fare nel corso della settimana lavorativa, perché il tempo libero (e liberato) deve essere caratterizzato dal relax, non da ansie da prestazione dopolavoristica;

d) saper dire qualche no;

e) riuscire a convincersi che è possibile anche ogni tanto “disconnettersi” dall’ambiente psicologico e pratico del lavoro: ad e. non accettare farsi interrompere un pranzo o una conversazione in corso, soprattutto perché oggi i cellulari ci accompagnano ovunque, anche in bagno… Si può sempre rinviare con educazione.

Spiego, alla fine, come promesso, anche la differenza concettuale, politica e morale tra “lavoro” e “posto di lavoro”. Il secondo è la posizione giuridicamente normata di un lavoro, per cui è dovuto un salario, un’assicurazione e il versamento di tasse e contributi a cura del datore di lavoro in quanto sostituto d’imposta. Dico subito che nei settori privati il “posto di lavoro” coincide con il “lavoro”, perché non sarebbe sostenibile che vi fossero dei costi in assenza di prestazioni reali e quindi di ricavi. Nessun “padrone” ti regala nulla, né può regalarti nulla, pena la sussistenza stessa dell’azienda.

Nel pubblico impiego, invece, essendo diversa la stessa “natura giuridica” del lavoro, può anche darsi che il “lavoro” non coincida sempre e comunque con il “posto di lavoro”. Sembra strano, ma è così. Spiego: nel Pubblico impiego il controllo dell’efficienza e dell’efficacia delle prestazioni non si dà nello stesso modo che è necessitato e obbligatorio nel privato, per cui a volte vi possono essere casi nei quali il lavoro, o è più scarso, o non esiste proprio, come nel caso limite, scoperto dai Carabinieri accaduto nella sede nazionale romana dell’Inps, laddove vi erano più cartellini di controllo delle presenze al lavoro, di quante non fossero le scrivanie disponibili. Questo insospettì l’Arma, che scoprì come vi fossero “posti di lavoro” a costo del pubblico erario, senza che corrispondessero a lavoro effettivamente prestato.

Non fosse che per questo caso limite è bene distinguere fra i due concetti di “lavoro” e “posto di lavoro”.

Si può fare, dunque. Si può riuscire a connettere con intelligenza il lavoro e la vita, tendendo, se posso dire, a costruirsi una vita nella quale le due dimensioni non confliggano troppo.

Con l’aiuto del Signore io ci sono abbastanza riuscito, e abbastanza presto nel mio tempo di vita e di lavoro.

Il delitto di Civitanova Marche: coloro che hanno filmato l’omicidio di Alika, senza muovere un dito per fermare lo scempio, sono non solo perfetti imbecilli e vigliacchi (avevano paura di prenderle?), ma spero siano inquisiti per omissione di soccorso, se vi sarà un’estensione interpretativa e applicativa di tale fattispecie di reato, finora considerato prevalentemente per gli incidenti stradali e gli infortuni. Scrivo questi epiteti perché desidero che questi signori “emergano” dal web e leggano ciò che si può pensare di loro, e qui io, in particolare

art. 593 del Codice Penale

qui è stato ucciso Alika Ogorcukwu, senza che alcuno lo soccorresse. Vergogna, Civitanova!

Chiunque, trovando abbandonato o smarrito un fanciullo minore degli anni dieci, o un’altra persona incapace di provvedere a se stessa, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia o per altra causa, omette di darne immediato avviso all’Autorità è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a duemilacinquecento euro.

Alla stessa pena soggiace chi, trovando un corpo umano che sia o sembri inanimato, ovvero una persona ferita o altrimenti in pericolo, omette di prestare l’assistenza occorrente o di darne immediato avviso all’Autorità.”

Mi pare che il caso occorso a Civitanova Marche ricada sotto le fattispecie descritte nel secondo capoverso dell’articolo del Codice penale, o no? Cari amici giuristi, aiutatemi!

Intanto, spero che anche questa mia piccola cosa scritta serva a smascherare la vigliaccheria guardona o il guardonismo vigliacco delle persone che, sentendosi quasi perfetti reporter, hanno filmato. Invece di intervenire. Per oltre quattro minuti, mentre si consumava l’assassinio, questi filmavano, oserei dire tre avverbi come fossero una bestemmia contro l’uomo, beatamente, idiotamente, colpevolmente.

Ho già detto dell’articolo 593 del Codice penale, ma ora mi pare necessario parlare del guardonismo smartphoniano, che è diventata una vera malattia.

Caro lettore, altro episodio tristissimo, cosa pensi che facessero Giulia e Alessia quando sono andate sotto il treno a Riccione domenica mattina? Forse erano anche un pochino rinco per la serata, ma sicuramente, almeno quella a cui non avevano rubato il cellulare, si stava dando da fare con quello che era rimasto, e poi sono scivolate tra i binari davanti al Freccia Rossa. Non ci saranno autopsie per i corpi troppo straziati, e il racconto del macchinista del treno che le ha travolte non dice altro che a 200 all’ora non poteva fermarsi vedendo una ragazza allucinata davanti a sé per frazioni di secondo.

E’ oramai irresistibile per i ragazzi, e non solo per loro, il richiamo del web, che li trasporta in un mondo neanche virtuale, ma del tutto fasullo e pericoloso.

Qualche psicologo dall’alto cachet televisivo torna con la manfrina risaputa dell’educazione genitoriale e scolastica che manca. Per saper dire questa ovvietà non occorre farsi pagare profumatamente dalle tv.

Occorrono piuttosto azioni politiche che sostengano scuola e famiglie in modo diverso da quello attuale, che sembra quasi solo un atto dovuto, non un Progetto primario dello Stato sociale e di diritto.

Occorre investire in cultura umanistica, dove discipline come la Filosofia pratica di Phronesis, la Psicologia umanistica à la Rogers e la Psichiatria fenomenologica (sulle tracce di studiosi come Karl Jaspers, Edmund Husserl, Ludwig Binswanger, ben conosciuto dall’amico Giorgio Giacometti, Giovanni Jervis, Franco Basaglia, Vittorino Andreoli, un professor Galdi suggeritomi dall’amica Lia Matrone, e altri, anche se non molti…) si devono aiutare integrandosi.

Personalmente mi muoverò affinché sia fondata una associazione come Philia, in grado di mettere vicino specialisti come quelli indicati, accanto a Phronesis, e ai suoi filosofi pratici, associazione che ancora per qualche mese presiederò, e poi si vedrà.

Torno al “folle” di Civitanova. Risulta che fosse stato sottoposto anche a un Trattamento Sanitario Obbligatorio e che sua madre fosse stata nominata Amministratore di sostegno, senza però nulla essere capace di fare.

La sindrome psicotica di cui è parlato è pericolosa, ma lo si è lasciato in giro così com’era. Un disturbo bipolare, o sindrome maniaco depressiva, che si esprime anche con la violenza di Civitanova, non può essere lasciato allo svolgersi di atti e fatti purchessiano. Nella vicenda vi sono dunque anche responsabilità oggettive degli enti di controllo e della famiglia.

Si tratterà poi di stabilire, e questo sarà compito dei giudici, di che tipo di libero arbitrio disponesse Filippo Ferlazza, visto che la posizione lavorativa Inps lo colloca a un 100% di invalidità. Un po’ strano, però, un invalido, se pure mentale, che massacra un uomo ancora giovane. Analisi cliniche e giuridiche da fare. Aspettiamo.

Ma torno ai testimoni del disumano orrore e mi rivolgo a loro. Mi auguro che sorga nel vostro cuore e nella vostra mente la consapevolezza dei vostri atti e vi pentiate e vi vergogniate di quello che avete fatto.

E infine vi sentiate – per il tempo giusto – obiettivamente dei miserabili.

Caro lettore, ti immagini se al Ministero dell’Interno, dopo le elezioni, andasse un amico di Putin, cioè Salvini? …però, voi iscritti al PD dite a Letta di non continuare a fare errori tattici: Zan, jus schola, ora tassazione su eredità, e altre proposte poco tempestive che NON portano neanche un voto… perché sono cose che si fanno DOPO!!! (Un po’ di competenze politiche, santoiddio!). Non so se Letta non riesce a pensarci o se ha consiglieri inadeguati, cosa forse ancora peggiore

Sono esplicito: non mi fido dello sbruffone di colore verde che proclama di voler fare cose impossibili. Non lo nomino neppure.

Anche quella signora che prenderà più voti di lui, e che ufficialmente sta più a destra, mi disturba meno, perché è più coerente e meno casinista. Di lei, quanto ad atlantismo, inteso non nel senso kissingeriano o bushiano o trumpiano, e nemmeno bideniano (per scarsa lucidità), mi fido di più che non degli altri due, che non nomino.

Si tratta di un atlantismo che mi ricorda perfino quello di Berlinguer che, quando nel 1973, dopo il golpe di Pinochet in Cile, affermò, facendo oltremodo incazz. Breznev, che si sentiva più al sicuro sotto l’ombrello della Nato, piuttosto che sotto quello del Patto di Varsavia.

Tant’è che i sovietici, tramite i bulgari (sempre loro, vero caro papa Wojtyla? ovunque tu sia, santo nel paradiso dei beati) cercarono di farlo fuori per le vie solitarie di Sofia.

Io sono per un “atlantismo” alla Berlinguer, che non era solo tattico, ma strategico. Con tutti i loro difetti, le democrazie occidentali, anche se a volte sostengono sistemi incompatibili con i principi democratici, sono cento volte meglio del populismo dittatoriale di Russia e Cina, dove il nazionalismo si associa a un conservatorismo rosso (Cina) e a un tradizionalismo di colore almeno marron scuro (Russia).

Ricordi, mio caro lettore, le “camicie brune” di Ernst Roehm? Quelle che prima stettero fedelmente al servizio di Hitler e poi furono fatte fuori dalle SS non appena furono ritenute in odore di eresia nazionalsocialista e quindi inaffidabili dal Pazzo? Bene, molti pezzi della cultura populista, tradizionalista, falso-cristiana sembrano apparentate a questa orribile eredità.

Proviamo a vedere altri. In questo novero confuso, populista e demagogico, un posto d’onore spetta, in Italia, ai Cinque Stelle, nate dalla fantasia di un comico televisivo e piazzaiolo: costoro hanno dato risposta a uno scontento macrognoso tra il 2013 e il 2018 arrivando fino al 33%. Pensare che si tratta della percentuale che Veltroni aveva raggiunto con il PD nel 2008, dopodiché si dimise. Incomprensibile, se non si pensa all’invidia dalemiana. Poi Renzi, altro campione di supponenza arrogante, fece di peggio, con il suo 41% alle Europee del 2014: volle intestarsi la sconfitta nel referendum per le riforme istituzionali e divenne un fragile partitino di centro, che però fece valere molto efficacemente negli anni successivi.

La sinistra è stata storicamente specializzata a dividersi,e perfino a spezzettarsi (si pensi alla sempre rinnovata stagione dei partitini a sinistra del PCI/ PDS/ DS/ PD, da Lotta Continua a Sinistra Italiana) e a scontare pene che i suoi elettori non meritavano, e non meritano, a partire dal Congresso del Partito Socialista Italiano del 1921. Il Partito di quell’anno era scosso da profonde divisioni tra gradualisti (tra cui mi colloco io da quando ero bambino, perché mio padre mi spiegava che gli operai devono mostrare il loro valore prima di chiedere nuovi diritti, e la sua vita fu un esempio di socialista silenzioso e coerente, mentre suo cognato, il mio zio ricco, il “Signor Zio” Massimiliano Gattolini mi chiedeva che simpatie politiche avessi consigliandomi le sue, per il Partito Liberale) e massimalisti, che diventarono comunisti.

Caro lettore, prova a guardare sul web i socialisti di ogni tempo, trovi di tutto, non solo Bissolati Leonida, Mussolini (sic!) Benito (in memoria del rivoluzionario messicano Benito Juarez), Turati Filippo, Costa Andrea, Kuliscioff Anna, Balabanoff Angelica, Morandi Rodolfo, Lombardi Riccardo, Nenni Pietro, Craxi Benedetto detto Bettino e si suoi due figli, Sacconi Maurizio, Brunetta Renato, De Michelis Gianni, Martelli Claudio, Spini Valdo, De Martino Francesco, Mancini Giacomo, Formica Rino, Marianetti Agostino, Boniver Margherita, Del Turco Ottaviano, Viglianesi Italo, i cari Pierre Carniti, Giorgio Benvenuto e Marco Biagi, la carissima Roberta Breda, ma anche quelli che sarebbero diventati comunisti a Livorno nel ’21: trovi Gramsci Antonio, Togliatti Palmiro, Terracini Umberto, Bordiga Amadeo, Bombacci Nicola, che sarebbe stato fucilato con i gerarchi catturati da Audisio Walter a Dongo il 29 aprile del ’45, e gridò, morendo “viva il Socialismo“, che lui aveva creduto sopravvivesse nel fascismo mussoliniano. E perfino Bertinotti Fausto, che da buon uomo di sinistra fece cadere Prodi Romano per poi avere Berlusconi Silvio. Poverino, Bertinotti, intendo.

Torno ai 5S, smagriti dopo le defezioni dimaiane e individuali. Ridotti ai minimi termini, come meritano. E come soprattutto merita il loro sussiegoso presidente, già da me qui “cantato” come uno dei tre superbi narcisi della politica italiana. Letta li ha corteggiati fino a che, una cum la destra più bieca (non quella meloniana, chiarisco, perché Meloni è stata sorpresa e spiazzata per questa anticipazione da nulla dei tempi delle elezioni, e ha telefonato a Draghi per capirci qualcosa sulle cose da fare ineluttabili per il PNRR e non solo), non hanno fatto cadere l’unico Governo decente che l’Italia poteva (e può) permettersi in questi tempi storici. Draghi, non solo governava bene, ma era diventato la guida dell’Europa, con un Macron indebolito e uno Scholz poco meno che esistente.

Tajani e Letta hanno sostenuto Draghi fino a che non è stato “fatto fuori” dai vecchi alleati gialloverdi, che obiettivamente lo sono ancora. Per la sua dignità personale non avrebbe potuto rimanere in mezzo a dei traditori, anzi molto meno, a dei poveretti. Ora, di “agenda Draghi” parlano solo l’eterno parvenù del San Paolo, ora Stadio “Diego Armando Maradona”, che mi viene da piangere alla possibilità che dovrebbe saper spiegare politica a me; e il chiacchierante pariolino, che ha una parola buona per tutti come queste “Inetto, inadeguato, sega!” rivolte poche settimane fa a Letta con il quale oggi dovrà obiettivamente allearsi.

Ora, caro lettore, dimmi che cosa dovrebbe votare un vecchio socialista cattolico come me, dimmi tu. Non ti dico chi voterò, ma il suo profilo, e lo voterò turandomi una delle due narici del naso: voterò uno che con una manciata di voti ha mandato a casa due volte Conte e ha lavorato perché Draghi diventasse capo del Governo di questa amata e sfortunata Patria.

Di persona questo giovane uomo non mi piace, perché ha un atteggiamento spocchioso e superbo, ebbene sì, anche lui, come diversi altri! La spocchia superba è una malattia diffusa tra i politici, e anche tra alcune uome (o uomine?) politiche. E non si adontino di questi miei scherzi lessicali le donne, femministe o meno che siano. Tantomeno se si tratta di una Annunziata o di una De Gregorio.

Pensa, caro lettore, che la sua segreteria mi ha invitato all’assise del partito tramite twitter, e io ho ringraziato scrivendo che io all’assise del suo partito potrei anche partecipare, ma come relatore. Uno dei relatori, intendo, ovviamente.

E’ superbia la mia? No, consapevolezza, quella che lui, di sé (seguo le indicazioni del prof Serianni sull’accentazione di “sé”) stesso, come i più, non ha.

Mentre alcune sfortunate (grazie a Dio pochissime) del giornalismo di sinistra imperversano, papa Francesco va a chiedere perdono ai nativi del Canada. La mia puntualizzazione non esime da altrettante critiche, se a mio parer meritate, le giornaliste di destra. C’è un fatto che mi differenzia da alcuni miei amici di sinistra: che loro non condividono che critichi, per qualsiasi ragione, chi si colloca a sinistra, mentre io penso che la stupidità, ovunque si manifesti, sia da criticare, senza timore di togliere voti alle elezioni, perché gli Italiani non si fanno condizionare da giudizi di merito motivati e fondati. Ad esempio, io apprezzo, per alcune (per molte altre, no) sue riflessioni antropologiche, Marcello Veneziani, come intellettuale, anche se è un conservatore, e lo scrivo pure e, di contro, non sopporto personaggi come Di Battista che “sarebbe” di sinistra, perché non ho stima per come si muove, per la sua supponenza e il suo falso modo di porsi in modo ridicolmente “eroico”, e falsamente terzomondista o addirittura “guevariano”, dai!

Sono due (le sfortunate), per le cose accadute negli ultimi giorni. Molte altre, sono sequenziabili nel tempo, e con ciò non sto escludendo dal tristo elenco i maschi, anzi. E, ovviamente, includo in un elenco ideale di stupidità tutta la “fauna” scrittoria che ragiona e pubblica “a destra”.

A questo primo elenco, però, anche se qualcuno la vorrebbe inserita quivi, non ne aggiungerei una, che non cito per nome e che non è stupidotta, né “gallina” come la ha chiamata un signore (?) maleducato e sopravalutato, non molto amico dell’acqua, acqua né da bere né da utilizzare per l’igiene corporale.

La prima è (anche) una bella donna, con lo sguardo sempre compitamente serio, che ha paragonato i saperi accademici di Draghi a quelli di un docente di istituto alberghiero, offendendo tutti, doppiamente. Ha offeso Draghi, ma questo è il meno, perché ha offeso (se ne è accorta?) soprattutto i docenti degli istituti alberghieri, gli studenti e le loro famiglie, e perfino – pro futuro – anche i luoghi della ristorazione dove opereranno quei ragazzi che studiano all’alberghiero, per servire con eleganza e stile proprio signore come l’infelice che sto citando, whose name is Concita De Gregorio, già direttrice dello sfortunato quotidiano fondato da Antonio Gramsci, L’Unità.

Ho letto la sua lettera di scuse all’istituto alberghiero, nella quale invoca addirittura la figura retorica del paradosso funzionale. Parbleu! Il resto della lunga lettera è un arrampicarsi sugli specchi che, a parer mio, invece di scusarla, la mettono in una luce ancora peggiore. Avesse solo chiesto scusa, senza tentare di scrivere un trattatello di retorica, peraltro assai zoppicante. Che tristezza che tanto nome di giornale si possa accompagnare a tanto piccolo (ecco un ossimoro, visto che piacciono le figure retoriche) nome di persona!

Da non credersi. Eppur (galileianamente), è vero.

La seconda è una donna che non si è accorta, intervistando il senatore Renato Brunetta, di ispirarsi all’hitleriano Mein Kampf, quando ha riconosciuto al senatore stesso di possedere dei begli occhi azzurri da ariano, sulle tracce pur’anche di teorici del razzismo come De Gobineau, Chamberlain e Rosenberg. Forse, non se ne è accorta, oppure pensava di essere spiritosa, la beatina. Lucia Annunziata.

Il “buon” (mica tanto) Renato ha risposto che non ha deciso lui, né di essere alto meno della media, né di avere gli occhi azzurri, ma madre natura genetica.

Brunetta, che a me non piace, dovrebbe anche farsi perdonare molte espressioni ineducate e giudicanti altre persone oltre il limite della critica legittima. Non è stato un esempio per i giovani, come forzaitaliota. Me lo ricordo più garbato come socialista, quando era più giovane. Si vede che la frequentazione di certi ambienti politici peggiora anche i migliori, posto che Brunetta fosse tra costoro.

Papa Bergoglio, invece, per recuperare, senza che ciò sia nelle sue intenzioni che volano più in alto, sulla stupidità delle signore citate, va in Canada per un pellegrinaggio penitenziale, in una terra dove cristiani cattolici, anglicani e protestanti hanno fatto azioni razziste delle più bieche negli ultimo cento e cinquanta anni.

Non sto qui a raccontare che cosa ha fatto il governo canadese per estirpare la cultura dei nativi, per togliere loro l’anima, e per fare ciò ha incaricato istituti religiosi cattolici, anglicani e protestanti.

In questi istituti, chiamati “scuole residenziali” sono state costrette decine di migliaia di bambine e bambine, di ragazzi e ragazze, letteralmente rapiti alla famiglie, per farli diventare “buoni cittadini canadesi civilizzati”, e quindi dimentichi della loro lingua, delle loro tradizioni e delle loro relazioni con il soprannaturale.

Sono stati costretti a dimenticare il Grande Spirito per imparare il nome di Gesù Cristo e del papa di Roma o del vescovo anglicano della diocesi.

Gesù Cristo non avrebbe mai voluto che dimenticassero il Grande Spirito, che altro non è che lo stesso Spirito-che-soffia-dove-vuole, lo Spirito santo, uno dei tre nomi della Santissima Trinità cristiana, l’Unico Dio.

Papa Francesco ha voluto andare là in fondo, ai confini delle più grandi foreste del mondo e sulla sponda dei grandi laghi del Nord, zoppicando e dire “Pido perdon”, chiedo perdono, nella sua lingua madre per dare più forza alla richiesta di perdono.

Mi auguro che le nostre “campionesse” meditino sulle cazzate che hanno detto, non limitandosi a lodarlo perché Francesco è spesso “politicamente corretto”, ma imparando qualcosa dal Papa.

Concludendo, mai ho avuto, ho e avrò indulgenza della stupidità ovunque si manifesti e chiunque sia il soggetto che la produce e la propala. Senza censure preventive, per paura che succeda il peggio, nei confronti di alcun fatto e di alcun detto, da qualsiasi parte provenga.

La Filosofia, come sapere, resterà nel tempo, anche se molte discipline e processi di studio e di lavoro umano rapidamente mutano e cambieranno ancora: “blockchain”, “metaverso”, “intelligenza artificiale”, o A.I., stanno rivoluzionando il modo di pensare e di eseguire il lavoro, come ultime evoluzioni dell’informatica e della telematica

La rivoluzione informatica degli ultimi tre decenni abbondanti ha già radicalmente modificato il modo di lavorare nelle aziende industriali e commerciali, e anche nella pubblica amministrazione, anche se lì con maggiore lentezza. L’informatica individuale ha preso il sopravvento sui grandi mainframe degli anni ’80 e ’90.

Oramai quasi tutte le modalità operative di produzione sono “servite” dai sistemi automatizzati dall’informatica. L’innovazione tecnologica procede speditamente in tutti i settori produttivi, richiedendo sempre nuove professionalità e specializzazioni.

Va in questa direzione il varo del nuovo modello di studi tecnici integrato tra gli ITI e le aziende, sull’ottimo modello tedesco. Accanto a questo è importante che a nessuno venga in mente la sciagurata idea di smantellare i licei, con i loro tipici studi di filosofia e latino (il classico e lo scientifico), e greco (classico), perché questi saperi restano fondamentali per la strutturazione logica del pensiero umano, a qualsiasi scopo esso sia dedicato.

La cultura è una, una sola, in tutte le sue declinazioni umanistico-scientifiche.

Quando devo fondare questo mio convincimento, sia in un colloquio a due, sia in un intervento seminariale o di docenza, sia in una conferenza, utilizzo questi due esempi: 1) facciamo conto di trovarci alla Facoltà di Lettere di X e di incontrare il prof. XY, glottologo delle lingue asiatiche, che sta svolgendo una ricerca su un idioma quasi perduto del ceppo uralo-altaico; sta predisponendo una tabella con i morfemi, gli etimi radicali e i grafemi, cercando di definirne anche la pronunzia. Ebbene: si tratta di una ricerca umanistica (la disciplina generale del professore è la linguistica) o scientifica?

La domanda è impropria, poiché la ricerca è sia umanistica, sia scientifica, in quanto l’esito darà una risposta a una dimensione fondamentale di certe popolazioni, e nel contempo descriverà una struttura linguistica e quindi comunicazionale provvista di senso.

2) Ci trasferiamo alla Facoltà di Fisica, che comprende anche Astrofisica, di Z, e incontriamo il professor S.H. (è riconoscibile!). Ci spiega che le sue ricerche sull’origine dell’universo e dei buchi neri, nonostante lui sia sempre stato agnostico, lo hanno sempre interpellato sull’esistenza o meno di un’Intelligenza creatrice, in altre parole, di Dio. Non trovando risposte. Se l’avessi incontrato davvero mi sarei trattenuto con lui sulle “forme” del sapere: la ricerca di Dio non può appartenere direttamente alla Fisica, ma solo indirettamente (cf. Sapienza 13).

E veniamo alla domanda sul tipo di ricerca: il prof S.H. si sta facendo domande scientifiche o umanistiche? Sia umanistiche sia scientifiche, poiché i meccanismi chimico-fisici della formazione dell’universo appartengono alle discipline che studia, ma la domanda sull’Intelligenza creatrice è “solo” umanistica, perché la domanda su Dio, che ci si fa in Teologia e in Metafisica, è una domanda… sull’uomo.

Su questo tema, qualche anno fa ho cortesemente polemizzato in questa sede con il Prof. Carlo Rovelli, cui rimproveravo con garbo di “trattare male” la tesi platonica sull’immortalità dell’anima che il Grande ateniese ha proposto specialmente nel dialogo Fedone.

Di questi tempi si stanno – però – proponendo ulteriori modelli operativi come il blockchain, che è un registro digitale, cioè una struttura-dati condivisa e immutabile. Nel 2008, Satoshi Nakamoto (pseudonimo), utilizzando blockchain, inventò bitcoin che poi prese la sua strada autonoma e, per me, fortemente dubbia sotto il profilo morale, e forse anche finanziario (ma questo non è pensier mio). In sostanza blockchain dovrebbe contribuire a migliorare i processi informatici e i collegamenti telematici, sia nei processi produttivi, sia nei collegamenti civili e nella pubblica amministrazione.

Accanto al sistema precedente possiamo citare il metaverso, dai tempi in cui Neal Stephenson nel 1992 scrisse Snow Crash, per proporre quello che si può chiamare “universo virtuale”. Si tratta di un insieme di spazi virtuali attraversati da avatar, che sarebbero anche “più avanti” rispetto alla stessa realtà virtuale. Tramite questo sistema ci si può sentire con amici, partecipare a un concerto, esplorare sconosciuti paesaggi, senza muoversi da casa.

In tempi di pandemia, l’ideale, potrebbe sembrare.

Ma sorge subito, però, un tipico dubitar filosofico…: dopo qualche tempo, non è che il sistema metaverso ci potrebbe abituare a una solitudine non ricercata in sé, come possono esserlo le passeggiate in silenzio, o il gusto dell’escursione montana, oppure, ancora, l’andare in bici per strade secondarie nella frescura. In questi tre casi la solitudine non può scivolare nel senso di un rifiuto degli altri, perché risponde solamente all’essenziale esigenza che ha ogni essere umano di starsene a volte per conto suo, senza sentire parole inutili, urla scomposte e atti noiosi di altri.

Abbiamo bisogno di questa solitudine, e il metaverso usiamolo per lavorare.

Terzo tema: l’Intelligenza artificiale. Molti certamente ricordano il film Minority report, nel quale Tom Cruise fa parte della polizia predittiva, che si occupa di prevenire i delitti e arresta i probabili/ possibili/ (quasi) certamente progettatori ed esecutori di delitti di tutti i generi.

L’intelligenza artificiale lavora mediante collegamenti informatici che imitano l’intelligenza umana mediante l’analogia e la logica razionale di base, ma, di contro, un pensatore laico come Stephen Hawking, ancora nel 2014, ha messo in guardia l’ambiente accademico e il sistema massmediologico dai pericoli dell’AI.

I prodromi dell’intelligenza artificiale si possono trovare addirittura nei secoli passati, nelle ricerche di matematici e fisici come, nel 1623 Wilhelm Schickard, nel 1674 Gottfried Wilhelm von Leibniz, nel 1834, 1837 Charles Babbage, nel 1937 Claude Shannon a Yale, nel 1936 Alan Turing, e poi Mc Culloch e Pitts nel 1956 al Dartmouth College, fino alle ultime evoluzioni fisico-informatiche.

Bello, perché tutto ciò che la scienza produce è importante per l’uomo e per l’umanità tutta, specialmente quando scopre ciò che può essere utile in natura e si muove per proteggere la natura come in questo periodo sarebbe essenziale. La scienza e la tecnica possono servire per ridurre l’inquinamento da combustibili fossili… ad esempio, riprendiamo con il nucleare di ultima generazione? …. servono per migliorare la difesa del territorio e del clima terracqueo, per sconfiggere sindromi e malattie.

Ma l’intelligenza artificiale, se considerata addirittura sostitutiva di quella umana, rischia di essere una delle modalità attuali del peccato di superbia. Sto pensando alla gravidanza surrogata, alla clonazione umana, a tutto ciò che mette in questione la struttura morale della realtà naturale.

E’ vero che la cultura umana ha modificato la natura delle cose, ma non bisogna esagerare. A questo proposito, ci si deve porre, a mio parere, una domanda: c’è un sapere che riesce e mettere in guardia da questo rischio? Domanda retorica, perché la risposta è di tutta evidenza, almeno da due millenni e mezzo.

La Filosofia. La filosofia non morirà mai e non potrà essere sostituita neppure dal machine learning, poiché questo sapere si interroga sui princìpi primi, sulle ragioni dell’esistenza umana cosciente nel mondo, sul funzionamento della logica e dell’argomentazione razionale,sul bene e sul male, sulle scelte morali e sulla scala virtuosa o viziosa dell’agire libero.

E, oltre alla frequentazione dei grandi classici, dai due Greci che non occorre nominare tanto sono conosciuti, ad Agostino e Tommaso d’Aquino, fino a Kant e Hegel, a Heidegger, a Emanuele Severino, e al padre Cornelio Fabro, da Flumigano (Ud) per la cui biografia scrissi la prefazione, mi consolo con questo pensare.

Il compito di chi la pratica è immenso.

Ci penso ogni giorno per rinforzare il mio impegno, nel mio piccolo, per proporre la filosofia come sapere che riesce, analizzando con cura razionale ogni cosa e ogni fatto, a discernere le strade buone dalle strade male della vita di ognuno, delle famiglie, delle aziende e di ogni gruppo organizzato, dei popoli e delle nazioni.

Miseria e nobiltà (assai poca) della politica italiana attuale. Un esempio: la spregiudicata, pericolosa, vergognosa e miseranda scelta di Conte Giuseppe, un parvenù della politica presuntuoso e arrogante, nei confronti del Governo Draghi (al quale ho anche scritto una lettera personale), che è l’unica possibilità decente di tenere in piedi l’Italia in questa fase storica. Da Letta mi aspetterei un atteggiamento più… virile (caro lettore, so che mi capisci). Non a caso richiamo uno stuolo di personaggi storici di ben altro valore

Poche arti umane, forse nessuna, possono sconfinare nella miseria e, di contro, nella grandezza, o nobiltà, come la politica, considerandone le infinite sfumature che la collocano verso ognuno dei due estremi di grandezza e miseria. Nell’immagine che riporto sotto, troviamo il severo cipiglio di Solone, uno dei primi legislatori dell’antica Grecia, nostra madre.

Rimanendo in quei luoghi e tempi, potremmo citare altri personaggi di enorme valore etico e politico: da Licurgo a Pericle, da Senofonte a Pausania… Nel Vicino Oriente antico, troviamo sovrani come il caldeo Hammurabi, come il faraone Ramses II, come i re Assiro-Babilonesi Sargon II, Tiglat-Pileser, Salmanassar, Nabucodonosor, che non furono solo perfidi tiranni, ma anche visionari sovrani. E poi il grande Ciro… il Grande, che liberò gli Ebrei dalla schiavitù babilonese, il più importante di quei re, e in seguito il greco conquistatore effimero di regni, ma immenso per il lascito culturale nelle sue conquiste, Alessandro il Macedone.

Se veniamo a Roma, possiamo iniziare dagli antichi re Numa Pompilio e Servio Tullio, nobili legislatori. La Repubblica, che mise in mostra insigni Consoli come Bruto e Collatino, i Tribuni della plebe Caio e Tiberio Gracco, e poi Catone il Censore, gli stessi Caio Mario e Lucio Cornelio Silla, al netto della terribilità della Guerra civile, Cesare, intendo Giulio, che diede inizio alla seconda storia di Roma; l’Impero, a partire da quello che per me è stato il maggior politico della Storia occidentale, Ottaviano Augusto, il princeps, e dopo di lui, perché no? Claudio, con la sua capacità di integrare Pitti e Britanni quasi fino al Senato; i Flavii, soprattutto Vespasiano e Tito, i dinasti Marco Ulpio Traiano il soldato, Elio Adriano l’intellettuale, gli Antonini con l’omonimo Pio, con il sapiente e coraggioso filosofo imperator Marco Aurelio, che però non riuscì a comprendere le Apologie che gli inviarono i cristiani Melitone di Sardi, Apollinare e Milziade, per fargli comprendere come il cristianesimo non dovesse esser confuso con la setta montanista, che non ammetteva alcuna forma di convivenza con il potere imperiale, avendo addirittura delle pregiudiziali antistatali (ricordiamo qui il loghion gesuano “Date a Cesare… e ciò che segue”).

Nel Medioevo, Salah-el-Din e Carlo Magno tra i maggiori, furono dei militari “prestati” alla politica, che seppero esercitare il loro potere in modi eccellenti, oltre la durezza dei tempi.

Conosciamo le figure e il valore di personaggi come Federico II di Svevia imperatore del Sacro Romano Impero; come Lorenzo de’ Medici, politico, banchiere e mecenate lungimirante, che portò Firenze in vetta all’Europa; Carlo V d’Asburgo; Federico II di Prussia, tra assolutismo e Illuminismo.

Ricordiamo l’Illuminismo inglese e francese, Locke e Montesquieu con la sua divisione della politica amministrativa nei tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, Robespierre con le sue contraddizioni; Napoleone Bonaparte che contribuì a edificare l’Europa moderna; il barone Clemens von Metternich, il vescovo Talleyrand, capace di stare – in tempi diversi – con la Rivoluzione e con la Restaurazione post Congresso di Vienna; Thomas Jefferson, che redasse la Costituzione degli Stati Uniti d’America e Abraham Lincoln, capace di pagare con la vita la sua battaglia contro il razzismo.

Se veniamo all’800 e al ‘900, abbiamo lo sviluppo del liberalismo e delle varie forme di socialismo, da Marx a Proudhon, a Turati a Bernstein.

Certamente, troviamo anche Mussolini, Hitler e Stalin che non sono sovrapponibili.

Oggi abbiamo Putin con la sua lucida follia, nella miseria della politica.

Più recentemente, però, anche grandi personaggi come Iztsak Rabin e Olaf Palme, socialisti riformisti, uccisi per la loro capacità di conciliare la tradizione e il cambiamento.

In Italia osserviamo l’emanazione ai primi del 1948, della Costituzione repubblicana, e politici grandi come Nenni, Moro, Berlinguer, e oggi, come loro degni emuli, Draghi e Mattarella.

Accanto alla politica e nel marasma della Magistratura, che va radicalmente riformata nel senso dei precetti montesquieuiani, non dimenticheremo mai il Dottore (come chiamano i laureati in legge nell’Amministrazione pubblica di Cultura meridionale) Borsellino, il Dottore Falcone, il Dottore Caponnetto e il Dottore Livatino, assieme ad altri.

Di contro, ci sono Salvini e Conte, per mostrare ancora una volta come la miseria della politica, rappresentata in questo momento soprattutto dal comico “avvocato del popolo” (Conte avv. Giuseppe), e dai suoi restanti “venticinque” seguaci, dei quali non nomino alcun nome, perché inutil fatica, a volte raffreni e rischi di mettere a repentaglio i percorsi virtuosi della politica, che comunque vinceranno.

Il sig. “Conte”, avvocatuccio/ icchio della Magna Grecia, e i suoi restanti seguaci (spero in costante diminuzione) neppur si accorgono di chi sia Draghi per l’Italia e della stima di cui gode all’estero, salvo che da parte di Putin e dei suoi insignificanti e maldestri socii, come l’arrabbiatissimo Medvedev.

Spero anche che questa vicenda serva a ridimensionare un giornalista che crede di poter essere facitore e dis-facitore di governi come il suggeritore grillino Marco Travaglio, e a far tornare nel posto giusto colui che iniziò questa triste commedia, il mediocre comico Grillo. In piazza, ma come guitto da fiera.

Anche Meloni se la metta via, ché non si va a votare, anche perché (forse lei non se lo ricorda) le elezioni politiche, in base all’articolo 60 della Costituzione della Repubblica Italiana, si tengono ogni cinque (5!) anni, e quindi i tempi costituzionali sono marzo/ aprile 2023. Benedetta donna.

La politica, ne sono convinto, è e resta l’arte maggiore dell’umana convivenza, come insegnava e insegna sempre il filosofo di Stagira, Aristotele e molti suoi illustri successori nell’arte del pensare, come Tommaso d’Aquino, John Locke, Immanuel Kant, Charles Louis de Secondat, Baron de La Brède et de Montesquieu, Hans Kelsen etc.

“De vulgaribus verbis in hoc saeculo diffusis diurnariis culture inopia plenis” (in altre parole, ad sensum, in un tempo nel quale circolano molte parole volgari per la carenza di cultura dei giornalisti)

Da quasi tutta la mia vita lavorativa e di studi ho avuto e ho a che fare con le Aziende di Confindustria, prima come sindacalista (da “ragazzo” fui in Direzione nazionale Uil con Giorgio Benvenuto), successivamente come dirigente industriale nell’area risorse umane in una grande azienda metalmeccanica, e poi come consulente direzionale e ora come presidente di una decina di Organismi di vigilanza ex D.Lgs 231/ 2001.

Inoltre, come docente universitario (PhD in Filosofia e Teologia, e Laurea in scienze politiche), nonché presidente dei Filosofi pratici italiani, svolgo da tempo anche formazione per i gruppi dirigenti aziendali e per gli imprenditori stessi. Potrei citare, ma non lo faccio, alcune aziende nelle quali presiedo l’Organismo di Vigilanza. Chi lo desidera può incontrarmi sul mio blog dove sono citate le mie pubblicazioni di carattere filosofico e socio-politico.

E ora desidero parlare brevemente della trasmissione di Rai24 La zanzara, che mi capita di sentire in viaggio, a volte smanettando tra i canali radiofonici.Riconosco che si tratta di una trasmissione che svela interessantissimi dati sociologici sul livello culturale e morale degli italiani, che hanno bisogno di ascoltarsi e di farsi ascoltare per radio, e comunque – ovviamente – non conosco però quanta percentuale di persone di quel livello e tipologia etico-culturale rappresentino in ambito nazionale.

Su ciò non si può fare direttamente nulla se non constatare la realtà fattuale. Su altri piani, educativo, formativo, scolastico e familiare si deve intervenire con una maggiore attenzione e impegno, nel piccolo di ciascuno.

La cosa che però desidero segnalare concerne i due conduttori, che, capisco, sono opportunamente assortiti per favorire l’audience.

Capisco anche che i modelli linguistico-culturali attuali hanno “sdoganato” espressioni e lemmi che fino a qualche anno fa sarebbero stati sottoposti a sentimenti e giudizi di ludibrio e vergogna, quest’ultimo oramai sentimento assai desueto.

Detto questo, voglio esprimere un mio giudizio e una preoccupazione proprio sul linguaggio che, sia il signor Cruciani (di più, ma non molto) sia il signor Parenzo, hanno in costante uso. Nonostante la mia formazione etico-filosofica e i miei principi morali, in ciò che segue non vi è nulla di moralistico o bacchettone.

Ebbene: mi sembra che il linguaggio dei due, spesso caratterizzato da insulti inaccettabili, tipo cretino, imbecille rivoltia ogni malcapitato ascoltatore che telefona, la coprolalia compiaciuta, le espressioni sprezzanti da antico trivio che esultanti e in medium confusionis maximae questi signori proferiscono con compiacimento, mi pare abbia superato ogni limite della decenza. Con il tempo anche i radioascoltatori che ascoltano e telefonano hanno preso ad imitarli al loro peggio, utilizzando le stesse inutili parolacce ed espressioni offensive.

A volte mi chiedo come una organizzazione così importante socialmente, economicamente e culturalmente come Confindustria, possa sopportare una simile deriva.Non capisco proprio il fine, lo scopo, l’obiettivo, Tommaso d’Aquino e Aristotele direbbero che non si comprende la “causa finale” di tutto ciò.

Questo è l’esempio più orrido e diseducativo. Nel restante panorama della comunicazione trovo approssimazione e superficialità, banalizzazione e scarso controllo dei concetti e dei ragionamenti proposti. A volte anche insufficiente documentazione e imprecisioni linguistiche ed espressive. Una deriva da fermare.

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