Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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L’aghioterapia, come “cura della santità”, rimedio spirituale ai mali che affliggono l’essere umano, che però non toglie la responsabilità a ciascuno di operare per il bene proprio e degli altri

Santo significa “sancito”, ma anche “separato”, diverso, come diversi sono i “santi”, tra loro e dagli altri. Diversi in che senso? forse nel senso che sono dei superuomini o superdonne? Per nulla, perché, se ci si dedica a un opportuno approfondimento biografico di un qualsiasi santo o santa, ci si accorge che quelle figure sono persone normali, anzi, a volte molto normali, con difetti e con pregi, peccatrici e peccatori, generosamente solidali e/o egoisti, rabbiosi, scostanti…

Un esempio di santità umana, naturalmente speciale, o specialmente naturale, come avrebbe detto il santo che sto per nominare, è quella di sant’Agostino, che ebbe una giovinezza errabonda e strapazzata.

Il padre Tomislav Ivančič ha scritto per i tipi di Teovizija dell’Università di Zagabria un libro dal titolo L’Haghioterapia incontro all’uomo, con il quale spiega come si possa ricorrere alla dimensione spirituale, che si declina perfino con la santità, anche per rimediare ai mali che ci affliggono come esseri umani. Sappiamo che il male si manifesta all’uomo e nell’uomo almeno sotto tre specie e dimensioni, o forse quattro.

Il più tangibilmente immediato è a) il male fisico, che deriva dall’ammalamento del corpo, per ragioni (in estrema sintesi) genetiche e/o ambientali, o è causato da un incidente/ infortunio, e impone conseguenze più o meno gravi, che generano periodi di diversa lunghezza per la guarigione e/o la riabilitazione; b) il male psicologico, interiore, che può essere generato dal male fisico, ma può avere anche un’eziologia sua propria e derivare dallo stato d’animo della persona, dagli eventi che contraddistinguono la sua vita, etc., e può portare anche a gravi scompensi psichici, come la depressione e altre malattie dell’anima (psiche); c) il male morale, che nasce dalle scelte libere dell’uomo generanti mali e offese agli altri: e qui gli esempi sono noti e innumerevoli, tali e tanti che non occorre elencarli.  

A questo punto si potrebbe dare anche un altro tipo di male, che tutti i mali ricomprende: d) il male metafisico (come insegnava sant’Agostino), il quale consiste nella mancanza di un bene corrispettivo, che il grande teologo e filosofo africano definiva defectio boni, cioè mancanza di un bene, come può essere, ad esempio, l’amputazione di un arto.

A ben riflettere, però, si potrebbe dire che ogni male, fisico, psicologico e morale è un male metafisico, poiché, nel primo caso si tratta di una mancanza di salute, nel secondo caso si può dire che manca l’equilibrio mentale, e nel terzo è carente o assente il senso morale, ovvero la stessa coscienza morale, cioè il pilastro spirituale di ogni individuo umano.

Si vede, dunque, come l’aspetto spirituale, metafisico, dell’esistenza del male connette e sintetizza ogni genere e specie di mali presenti nella vita umana.

L’aghioterapia , termine alquanto strano per i nostri tempi, interviene a questo livello, ponendosi come medicina, terapìa nel senso e significato classici di attenzione e cura dell’intera personalità e persona umana. Vediamo il nome composto che la definisce: àghios, in greco antico significa santo, terapìa, nel senso classico appena citato, vuol dire prendersi cura di tutta la persona, ma non in termini di mera attività unidirezionale. In altre parole, l’aghioterapia, come ogni terapìa psico-spirituale non funziona se non vi è un dialogo connesso e continuo tra i due soggetti, colui che inizia da aiutare e colui che è disponibile a farsi aiutare. Nell’aghioterapia come, mi permetto di dire, nella consulenza filosofica individuale, di cui si occupa l’Associazione filosofica che di questi tempi presiedo, Phronesis, non funziona, se non vi è un coinvolgimento reciproco fra i due soggetto in dialogo, in quanto non è un insegnamento, ma una relazione.

Di solito, specialmente dalla modernità in poi, con un acme fortissimo nell’800 ai tempi della filosofia positivista, si è generalmente pensato alla medicina come a una scienza-tecnica oggettiva, in grado di correggere, estirpare, distruggere, se possibile, ogni male.

Propongo un esempio giuridico-contrattuale dei decenni scorsi, valido fino ad oggi: nel dopoguerra, la ricostruzione dell’Italia previde, non solo il rimettere in piedi infrastrutture e industrie, abitazioni e comunicazioni, ma anche di intervenire legislativamente in tema di sicurezza e tutela della salute sul lavoro. Furono perciò emanati due Decreti legislativi, il 247 nel 1955 sull’Antinfortunistica, e il 303 nel 1956 sull’Igiene del lavoro. Si tratta di normative estese e dettagliate, essenzialmente improntate alla fiducia che il progresso tecno-scientifico avrebbe ridotto fino ad annullare ogni pericolo e rischio per la salute dei lavoratori.

L’applicazione di tali misure fu importante e certamente calarono drasticamente infortuni e malattie professionali, pur in presenza di un aumento notevolissimo degli addetti, che da metà degli anni ’50 al 2000 passarono da 15 a 22 milioni di lavoratori, con uno spostamento epocale dall’agricoltura all’industria: su 10 milioni di lavoratori agricoli censiti nel 1955, già negli anni ’70 nove milioni erano passati all’industria e settori connessi del terziario.

Ciò che mancava in quella legislazione era l’intervento volontario e responsabile dell’uomo: nel senso comune, l’uomo al lavoro era pressoché quasi esentato da responsabilità in caso di accadimenti nefasti in fabbrica o ovunque si lavorava.

Un passo in avanti vi fu quando fu emanata la Legge 300/ 70, lo Statuto dei diritti dei lavoratori, che all’articolo 9 prevede l’obbligo di tutela e di auto-tutela della salute e sicurezza da parte del singolo lavoratore, perché si è capito che non si può affidare tutte le garanzie di tutela alla perfezione tecnica di macchine e impianti.

Fu però con il Decreto legislativo 626 del 1994, che si realizzò una svolta radicale in tema: i lavoratori divennero protagonisti della tutela della propria salute e sicurezza e di quelle dei colleghi, insieme con alcune figure bene individuate e responsabili: il Datore di lavoro in tema di sicurezza, il Procuratore aziendale speciale in tema, il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, il Medico di fabbrica, il Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, ma con queste figure, tutti e ognuno furono chiamati a interessarsi di questi temi e problemi.

Nel 2008 un nuovo decreto, il 108, e nel 2009, il 106, perfezionarono ulteriormente l’amplissima area delle responsabilità individuali.

Gli infortuni, specie quelli mortali, e le malattie professionali, diminuirono in maniera significativa, ma negli ultimi e a noi prossimi anni, questa virtuosa tendenza si è capovolta, tornando a verificarsi un numero di eventi, anche infausti, come un decennio fa. Le ragioni sono molteplici: alcune si possono trovare anche nella riflessione che ho sviluppato nei post precedenti, e quindi non mi ripeto. Basti qui dire che, fondamentalmente, lo scambio tra mezzi e fini nella vita umana, nel senso che l’uomo non appare più chiaramente come fine, sta generando lo stato di cose attuale.

In ultimo, cito il tema della pandemia e delle misure per arginarla e possibilmente sconfiggerla. Ebbene, anche in questo caso, valgono le riflessioni sopra proposte. Il tema è quello di utilizzare la scienza e la tecnica contro questo male, ma soprattutto di essere responsabili individualmente verso se stessi e verso gli altri, favorendo e scegliendo gli strumenti di difesa personale e collettiva.

Si evidenzia qui il senso, il principio, il valore virtuosodella responsabilità individuale, che va posta al centro di ogni iniziativa: mentre la politica, le strutture sanitarie e quelle produttive debbono attrezzarsi per legiferare e regolamentare i comportamenti, gli individui devono dare il loro contributo personale, scegliendo per il BENE COMUNE.

Mi preoccupano soprattutto cognitivamente e poi eticamente coloro che si oppongono, minimizzando la portata di questo male, diffondendo idee sbagliate perché non fondate su dati (ad esempio che il 95% dei decessi coglie persone non vaccinate), e pericolose.

Tommaso d’Aquino, quando incontrava qualcuno che lo contraddiceva senza aver studiato l’argomento, e così avendone acquisito una conoscenza completa, soleva dire “contra factum non valet argumentum et memento: sutor nec ultra crepidas” (trad.: contro i fatti non valgono argomentazioni contrarie, e ricorda che ogni ciabattino non deve andare oltre il suo sapere nel costruire stivali).

Mi pare che il sapere di san Tommaso sia ancora attuale.

Che dire, dunque, infine, dell’aghioterapia in questo contesto? Che la santità non è roba-per-pochi, ma è per molti… quanti “santi” senza nome in questi 24 mesi di storia mondiale? Quanti e quante medici, assistenti, infermieri, autisti di ambulanze, operatori nel settore della sicurezza sociale, lavoratori di tutti i tipi, imprenditori, mamme, papà, collaboratrici familiari… hanno praticato, oltre ai loro saperi teorici e pratici, l’aghioterapia?

Il numero è ignoto, ma la certezza di una santità diffusa è incontrovertibile.

Non trovo più neanche un elettrauto, dove sono spariti tutti? A me, invece, il mio dentista ha disdetto l’appuntamento per l’igiene…, ma che cosa sta succedendo?

Il vaccino aveva evitato molti morti e la pandemia sembrava oramai in sonno. Aveva avuto il suo acme un anno e mezzo prima e aveva spaventato il mondo. Con un documento verdolino tutti avevano ripreso a girare dappertutto senza intoppi. Il lavoro e il reddito pro capite erano aumentati in modo inaspettato, perché tutti avevano acquisito una fiducia nel futuro che prima non c’era.

Sembrava che una società fino a un anno o due prima un po’ anchilosata si fosse risvegliata, e avesse ripreso di buona lena un cammino che ricordava i ritmi dei primi anni ’60 del XX secolo, quelli che vengono ricordati come anni del Boom Economico, che trascinò con sé anche uno sviluppo demografico superiore a ogni attesa, il cosiddetto Baby Boom.

Certamente il mondo aveva reagito in modo diverso al Sars-Cov2, si può dire secondo le possibilità: Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Canada, Australia e… Cina se la erano cavata abbastanza bene, gli Stati Uniti un po’ meno, perché sono nazioni più o meno doviziose di soldi, di scienza e di logistica, ma la Namibia, il Sud Sudan, il Niger, la Somalia, l’Afganistan, lo Yemen, l’immenso alveare dell’India e altri posti lontani avevano avuto un numero imprecisato di infettati e di morti.

Se le statistiche relative a infettati, malati, guariti e vaccinati potevano essere abbastanza credibili per il primo elenco di paesi, per quelle citate in seguito, no.

Il mondo era cambiato, ma la gente non aveva ancora compreso in che misura e modi fosse cambiato. Ai più, anche ai media e ai politici, rimasti al livello mediocre di prima della pandemia, non era chiaro ciò che avrebbe provocato la terribile e subdola malattia infettiva, che aveva decimato città e campagna,e non solo nelle nazioni meno sviluppate. Anche civilissime città come quelle dell’arco prealpino italiano avevano sofferto malattie e morte. Era ancora negli occhi di tutti il lugubre spettacolo degli autocarri militari che portavano nottetempo o nella scarsa luce del crepuscolo mattutino le bare dei morti nei cimiteri.

Anche il lavoro era molto cambiato. Si era cominciato a praticare, specialmente nel pieno della pandemia, il lavoro in remoto, o in smart work, da casa, soprattutto da parte di chi aveva mansioni impiegatizie, amministrative o tecniche che fossero. Oramai i potenti mezzi informatici e telematici permettevano collegamenti in tempo reale tra le sedi delle compagnie industriali, logistiche e commerciali e i luoghi di effettuazione del lavoro, la casa dei lavoratori.

Si sparse l’idea che pian piano tutto il lavoro si sarebbe trasferito a casa propria, perché, ciò che era già possibile compiere in remoto oramai era acquisito, mentre le attività che avevano fino a quel tempo richiesto l’intervento manuale dell’uomo, si stavano trasferendo rapidamente, tramite una innovazione tecnologica, informatica e robotica, sempre più a macchine gestite da intelligenza artificiale o eseguite da programmati e instancabili robot.

Ciò era già praticato da almeno un decennio nelle aziende chimiche e meccaniche più evolute, e si stavano sempre più espandendo.

Qualcuno, però, aveva cominciato ad accorgersi che c’era qualche problema.

Con un lavoro sempre più distaccato dalla sua origine organizzativa e gestionale, stavano cambiando anche altre cose: ad esempio, il rapporto con i colleghi di lavoro, oramai già da un paio di decenni rarefatto dai collegamenti informatici (le mail e i messaggini telefonici) e dalla loro efficienza. I più accorti tra gli imprenditori e i dirigenti, ma anche tra i lavoratori, i più attenti fra gli studiosi, cominciarono a percepire una sorta di incrinamento della qualità relazionale tra colleghi e tra i leader e i loro collaboratori. Si cominciava a non ricordare più bene i nomi dei colleghi, i loro volti, le loro voci, le loro famiglie, i viaggi fatti assieme, le affettività, le antipatie e le simpatie. Le persone non erano più persone, ma ruoli, mansioni, posizioni, nient’altro.

Oramai la voce umana, prima percepita con l’apparato uditivo, si stava limitando a qualche telefonata, ma più ancora a dei comunicati “vocali” inviati nella messaggistica gratuita in tempo immediato (più ancora che reale, cui le persone si erano abituati dallo sviluppo del web, cioè dai primi anni 2000).

Si stava perdendo di vista quello che storicamente, almeno dai trentenni in su, era stato il rapporto inter-soggettivo e interpersonale tra colleghi, con i collaboratori, con i superiori. Ma vi è di più: oramai una schiera di misteriosi ed eleganti criminali del web stavano hackerando indifferentemente obiettivi generici e mirati, con i loro tremendi ramware, che si prestavano a ricatti di tutti i generi verso le malcapitate vittime degli attacchi.

Vi fu un periodo di barcollante incertezza.

La politica non sapeva che pesci pigliare, come normare queste novità estreme del lavoro, se e come e dove considerare soggetto fiscale i grandi web player, che ormai guadagnavano più dei maggiori gruppi industriali e commerciali del mondo.

Ma vi fu ancora di più: questo abbandono progressivo del lavoro dalle sue proprie sedi, mediante l’uso dell’automazione e della telematica sempre più spinto, costrinse gli istituti tecnici superiori e le facoltà tecniche a progettare e a programmare corsi sempre più intrisi di saperi innovativi guidati dall’intelligenza artificiale. Nelle università si insegnava solo con la semplificata e impoverita koinè inglese oramai in uso da decenni in tutto il mondo.

I beni della Terra interessavano i decisori solo come elementi e fattori di energie rinnovabili, anche se i combustibili fossili erano ancora le fonti prevalenti di energia. Persi negli algoritmi e nei diagrammi progettuali, i leader non si guardavano neanche più in giro, non apprezzavano più il Requiem di Mozart, la Nike di Samotracia, la Pietà dell’Opera del Duomo di Firenze di Michelangelo Buonarroti, gli idilli del conte Giacomo e le opere di Shakespeare o di Sofocle, il XXXIII Canto del Paradiso dantesco, ma nemmeno un tramonto d’autunno sulle Alpi o su una spiaggia amalfitana.

I giovani si iscrivevano a questi istituti formativi con sempre maggiore entusiasmo, quasi evitando, e certamente dimenticando, le facoltà di scienze umane, la filosofia, la psicologia, gli studi sull’uomo e per l’uomo, tutto l’uomo, corpo-anima-spirito dell’uomo, privilegiando la strumentalità e la mera efficienza, che diventavano da mezzo (indispensabile per ridurre la fatica delle persone…), fine. L’uomo non stava venendo – da… se stesso – più percepito come fine delle sue stesse azioni, ma come strumento reiteratamente destinato a innovare senza fine, in ogni settore, e senza alcuna domanda sugli effetti successivi di questa concentrazione sui mezzi divenuti fini.

L’effetto che, però, fece riconsiderare questa fanatizzazione del nuovo, fu un fenomeno inaspettato: comunque l’uomo, anche se ormai abitava in case caratterizzate dalla tecnologia domotica, non trovava più un manutentore, un elettricista, un elettronico, un idraulico, un barbiere, perché tutti gli strumenti per la vita casalinga erano (ritenuti) perfetti e esenti da ogni rischio di rottura.

Soprattutto coloro (ed erano ancora alcuni miliardi sulla Terra) che ancora non si erano troppo “domotizzati”, non trovavano più qualcuno che venisse ad aggiustare un rubinetto, a sbloccare uno scarico di cesso intasato,
un igienista dentale, non trovavano più un elettrauto, perché non tutti, anzi pochissimi, potevano disporre di Tesla da 65.000 dollari…

E allora scesero in piazza in tutto il mondo. I giornalisti si svegliarono dai loro beati sonni, seguiti dai politici. Gli studiosi riscoprirono Aristotele e Kant, e anche Freud e Jung, ma anche il capitolo Quinto del Vangelo secondo Matteo, quello delle Beatitudini, i Discorsi di Benares del principe Siddharta Gautama, L’arte della guerra (per non fare la guerra) di Lao-Tzu, e si fermarono a riflettere, perché forse avevano esagerato.

Il fatto è che questo racconto, nato da un sogno raccontatomi dall’amico Gianluca, si ferma prima che gli uomini e le donne (nel sogno) si rendessero conto che era un… sogno.

Meno male che era un sogno (premonitore).

Il “Cammino celeste”, ovvero sulla strada di Maria di Nazaret in Friuli

L’uomo, chiamato Callisto (“Callisto” è nome greco che significa “bellissimo”, spiritualmente) dagli amici, si era messo in viaggio il pomeriggio precedente dal Santuario della beata Vergine di Barbana, nell’arcipelago della Laguna di Grado. Oramai era agosto inoltrato, e la temperatura cominciava già a dare segni remoti di cambiamento, come se l’autunno facesse cenni di saluto. Non più le giornate infinite di giugno, ma tramonti coloratissimi che venivano prima.

L’isola di Barbana da tempo immemorabile è abitata in modo stabile da una comunità di monaci benedettini.

Il suo nome deriva probabilmente da Barbano, un eremita del VI secolo, mentre la laguna si è formata geologicamente proprio nel medesimo periodo. Il luogo sacro si è consolidato sullo stesso sito dove precedentemente vi era un luogo di culto al dio celta Beleno.

Il santuario si può far risalire più o meno allo stesso periodo, eretto quale ex voto di ringraziamento alla Madonna che salvò la popolazione da una terribile mareggiata (una maremoto?). La tradizione riporta che fu trovata un’immagine della Madonna all’asciutto sotto un olmo, dove avevano posto la loro rustica residenza due eremiti trevisani, Barbano e Tarilesso. Ecco.

Barbano radunò nel luogo alcuni monaci che si costituirono in una comunità, chiamata “barbanita”, come usava al tempo, sulle tracce di Basilio il Grande e di Benedetto da Norcia. L’immagine di Maria, forse un’icona, andò perduta, ma ciò non interruppe la dedicazione dell’isola e della chiesa alla Madonna, la cui venerazione si consolidò nei secoli fino a noi. Attorno al Mille furono i monaci benedettini a subentrare come ordine monastico nella reggenza del Santuario mariano. Nel 1237 una grave pestilenza colpì Grado e il Santuario della Madonna di Barbana divenne meta di pellegrinaggi e di più fervida venerazione per impetrare salute e grazie alla Madre di Dio.

Dal 1450 è attestata la presenza dei frati francescani conventuali (quelli di Assisi e di Padova) che sostituirono i benedettini.

Nel 1750 la Serenissima soppresse il monastero, ma il Santuario rimase operante, anche per opera della Confraternita dei gondolieri costituitisi in Fratellanza della beata Vergine di Barbana.

Da quei tempi il Santuario venne retto da sacerdoti diocesani di Udine e poi di Gorizia, e nel 1854, l’immagine di Maria andata perduta (rubata?) secoli prima, fu ritrovata in un boschetto.

La storia più recente inizia nel 1901, quando il Santuario fu di nuovo affidato ai frati dell’Ordine dei Minori francescani della Provincia dalmata, fino al 1924, quando passarono alla reggenza del monastero e del santuario i Francescani minori della Provincia veneta. Ma non è finita, perché nel 2020 tornarono i Benedettini.

Procedamus in pacem

E siamo a Cormòns (Krmin in sloveno, Kremaun in tedesco), nel cuore dei monti, dice l’etimo latino, che posi sono colli ameni come il monte Quarin.

E’ un punto di passaggio del Cammino, dove ci si riposa, forse si dorme, dando uno sguardo alla storia dell’amena cittadina fondata duemila anni fa da una legione romana in cammino verso Emona (Lubiana), per ordine dell’imperatore Augusto. E anche Callisto lì si ferma.

Per ragioni logistico-militari nel VII secolo fu anche sede provvisoria dei Patriarchi di Aquileia, che di tanto in tanto dovevano fuggire da invasori e inimici vari. Infeudata ai Patriarchi nel X secolo da Ottone II, fu poi contesa tra quei principi vescovi con il potente Conte di Gorizia.

La Serenissima a Napoleone ivi comandarono prima di far parte dell’Impero Absburgico fino alla Prima Guerra mondiale.

Nel corso della Grande Guerra Cormons passò dagli Austriaci agli Italiani in poco più di un anno un paio di volte, la prima agli Austriaci dopo Caporetto, la seconda agli Italiani dopo la Battaglia del Piave.

Procedamus in pacem…

E Callisto, camminando tra prati e boschi, superando paesini annunziati dai campanili, superando corsi d’acqua attraverso ponticelli di pietra e di legno, dopo un’erta salita da Forum Julii, giunge in vista del Santuario di Castelmonte, uno dei più antichi di tutta la cristianità.

Le origini risalgono a circa millecinquecento anni fa al crepuscolo del Cristianesimo primitivo. Erano gli anni appena successivi al Concilio di Efeso nel 431, che stabilì il concetto teologico di Theotòkos, nel quale venne solennemente definita la Divina Maternità di Maria.

Si tratta di un fondamento – circa l’origine del Santuario – di grande importanza, peraltro attestato da ritrovamenti archeologici risalenti al VI secolo, e oltre, certamente riferibili alla presenza di una guarnigione romana, lì presente per vigilare su confini che sarebbero stati varcati da varie popolazioni gote, unne e longobarde e da re come Alarico, Attila e Alboino. E i Romani non erano stati i primi ad occupare quella rocca immersa nel verde boschivo del confine tra mondo latino e mondo slavo.

Callisto dunque si muove per quelle contrade, memore della grande storia che ivi è passata e ha lasciato vestigia e remoti ricordi, ma ancora vivi nella presenza della vergine Maria, vigilante su quella rocca alta che a volte si nasconde tra le nuvole e tutela il silenzio dei boschi.

Sembra che Maria stia lì anche a vigilare sulla Patria del Friuli e sull’Italia. Questi i pensieri di Callisto mentre si avvia verso Nord, dopo aver trascorso una notte nella foresteria dei frati francescani che custodiscono il Santuario.

Procedamus in pacem…

Il viandante procede per valli e per sentieri costeggianti le alte montagne chiamate Giulie, passando prima le Prealpi per la Sella di Carnizza dove in volo vede volteggiare l’aquila reale, fino alla Val Resia. Colà incontra genti che parlano una antica lingua slava, e si ferma a riposare, prima dell’ultimo tratto verso la montagna più alta del suo viaggio. Davanti al piccolo albergo, guarda l’acrocoro immenso del Monte Canin. Ricordi di racconti di guerra sul confine, di cent’anni prima.

Le genti della Valle parlano la lingua dell’est e ballano al suono di due strumenti a corda, la zitira e la bunkula, specie di violino e violoncello, ma non da orchestra, piuttosto da mormori precordi ancestrali.

Il cammino di Callisto rallenta. Il Monte Lussari è raggiunto, col suo villaggetto, la sua chiesetta mariana, alto, quasi milleottocento metri, in vista delle grandi montagne che si stagliano a sud-est, lo Jof Fuart, poco meno di 2700 metri e il Madri dei Camosci, cento metri di meno. Roccia purissima, dolomia principale, cristalli potenti sedimentati per migliaia di metri.

In sloveno il Monte Santo di Lussari è chiamato Svete Višarje, “Le sante alture“, e in tedesco Luschariberg. Callisto, dopo duecento e dieci chilometri è giunto alla fine del Cammino, ma non del suo viaggio, perché il viandante non giunge mai alla meta definitiva.

La prima cappella risale al 1360 circa, e anche lì, come a Castelmonte, come in altri luoghi di Maria, si racconta che fu trovata una statuetta della Madonna col Bambino, per cui le genti del posto decisero di dedicare il luogo a Maria. Dopo quasi settecento anni la chiesa è detta dei tre popoli, là dove si incontrano le tre grandi fiumare linguistiche d’Europa: quella germanica (col tedesco), quella romanza (con friulano e italiano) e quella slava (con lo sloveno).

L’unico vero confine d’Europa.

Callisto, prima di intraprendere la via del ritorno, lì si ferma, indugia, cerca un posto dove dormire, in cerca del silenzio…

in pacem i, amice Calliste, (vel Marce, quod verum nomen tuum est).

 
 
   
 
 
 
 

STRESS, STRESS, STRESS! E’ ora di finirla con lo STRESS. NON ESISTE lo STRESS, ESISTE SOLO la FATICA se si LAVORA e si STUDIA tanto, COME è necessario!

Mio padre Pietro lavorava in cava di pietra dodici/ quattordici ore al giorno per pagare i debiti e per farmi studiare al liceo classico, la “scuola dei ricchi” che anche un ragazzo povero ma intelligente lui aveva capito che doveva frequentare.

falso stress da ricrescita

E parlo anche di me: dopo il liceo classico, quando durante le cinque estati delle superiori lavorai a portare bibite, poi, diplomato, andai a lavorare per sette anni in fabbrica come operaio, mentre studiavo scienze politiche. E poi nel sindacato e in azienda lavorai a tempo pieno continuando a studiare fino a raggiungere i risultati odierni, di 43 anni di lavoro e sei titoli accademici di cui due Dottorati di ricerca. Ora presiedo organismi di vigilanza di grandi aziende, presiedo l’Associazione italiana per la consulenza filosofica e sono docente in diversi corsi universitari. Ho scritto decine di libri e vinto premi letterari. Io, figlio dell’operaio cavatore Pietro Pilutti e della donna di servizio Luigia Bertoli.

Chi sono io? Lo Spirito Santo? Superman? No, un uomo friulano di volontà e forza incrollabili, ma non per dono gratuito, certamente per genetica, ma ancora di più per applicazione costante e abitudine alla fatica.

E ora veniamo al termine stress. Già in altri loci di questo blog ho parlato di stress, specie parlando di legislazione applicata del lavoro, ma sempre a partire dall’etimologia della parola.

Stress viene dal participio passato latino strictus, infinito del verbo stringere, cioè “co-stringere, obbligare”. Lo stress è dunque un qualcosa che ti lega, ti tiene stretto… va bene, ma che cosa significa? Significa l’impegno che ognuno di noi umani ha nella vita, se non vuole vivere di rendita e percepire il “reddito da divano di cittadinanza”, che significa prendere soldi senza lavorare.

Sono ben consapevole che, fin dall’esempio di mio padre, si può essere stressati, ma oggi si esagera con l’uso di questo termine. Mio padre non lo conosceva e neanch’io da ragazzo, per cui, né lui né io eravamo stressati, casomai eravamo stanchi, persino anche estenuati, da cadere nel sonno più profondo, ma non stressati.

Conosco bene la legislazione che si interessa dello stress lavoro correlato (art. 28 del Decreto legislativo 81 del 2008), sul cui tema ho anche diretto tesi di psicologia del lavoro, e quello stress, che può essere reale, va misurato con i sistemi psicometrici e statistici oggi a disposizione, ma cum grano salis, perdio!

Me ne occupo anche come Presidente di Organismi di vigilanza previsti dal Decreto 231 del 2001, mediante un’applicazione di una corretta Etica del lavoro e d’impresa. Figurarsi se non conosco la letteratura filosofico-giuridica e le prassi applicative delle dinamiche dello stress! Ma non esageriamo.

Oggi mi pare che questo tema si sia impadronito del linguaggio corrente, specialmente di giovani che non hanno ancora imparato la fatica obbligata dell’impegno dello studio e lavorativo, per cui occorre discutere, approfondire, per non favorire quello che mi sembra una specie di vittimismo dello stress.

Stiamo attenti: se non diamo i nomi corretti alle cose e ai fatti, rischiamo di essere vittime delle parole stesse, come se esse avessero un potere performativo negativo su noi. E’ un rischio.

E voi, ragazzi, smettetela di dire ai genitori e a chi vi vuole bene “Non stressarmi“, ma dite piuttosto “sono stanco, sono stanca, mi riposo un po’ e poi riprendo”… altrimenti lo stress può diventare un pericolosissimo alibi per non fare, e quindi per non crescere e non raggiungere alcuna autonomia, a partire da quella economica. Accettate, intanto, anche lavori precari e non rispondenti alle vostre aspettative, per allenarvi all’impegno e alla responsabilità. E alla fatica. Lo studio poi vi porterà a trovare le piste professionali che più sentite vostre, per le quali sentite una vocazione.

E voi genitori, educatori, non fatevi commuovere dalla richiesta impietosente contenuta nella espressione “Non stressarmi“, ma trovate il momento per riprendere a dialogare con i vostri giovani, figli o studenti che siano, per far comprendere loro che senza fatica non si raggiunge alcun risultato e, ciò che è più grave, non si realizza quel tanto di sé costituito dai talenti naturali che possono emergere e affermarsi solo accettando lo sforzo dell’allenamento e dello studio.

Nessun campione è mai diventato tale senza sforzo e autodisciplina, ma neanche alcun essere umano che abbia avuto la soddisfazione di realizzare i propri sogni, perché anche i sogni si realizzano solo e solamente con lo sforzo, la costanza, la perseveranza, accettando di stancarsi e di provare pena e perfino dolore.

La fatica e il dolore educano, lo stress conclamato ci rovina. Meditate ragazzi, meditate…

“Agorà”, in Greco antico, significa slargo, piazza: il plurale è “agorài” (piazze). Bene: vedo Letta del PD che troneggia su palchi dove la scritta è la seguente “Agorà democratiche”, quindi con il nome al nominativo singolare e l’aggettivo al plurale. Non mi si dica che in italiano i plurali greci non si mettono (come nell’inglese inserito in un testo italiano, perché sarebbe come dire che greco e latino stanno all’italiano come l’Inglese). Conclusione: Greco e Latino sono “papà” e “mamma” linguistici dell’Italiano e dunque, se non si conosce l’abc del Greco antico, si lasci perdere, per carità

Alle solite! Si usa una lingua antica e si fanno figure barbine. Chissà perché lo fanno… fa figo? E’ una cosa capalbiese, radical chic, snobistica? Mi par proprio di sì. Poi sono più o meno gli stessi che dicono mìdia invece di mèdia, plàs invece di plus, perché hanno deciso che la koinè inglese si è impadronita anche di un neutro latino della seconda declinazione, o di un avverbio comparativo di quantità.

Non è serio usare termini e concetti che non si conoscono per fare bella figura… con chi, poi? Chi non conosce il greco antico non si accorge dell’errore, e ci capisce poco o nulla del sintagma greco-italiano, a meno che il “colto” Letta non lo spieghi, mentre chi conosce il greco, può anche ridersela. Bel risultato.

Gli uomini e le donne di sinistra non avevano bisogno di grecizzare o latineggiare sbagliando, perché gli Amendola, i Pintor, i Macaluso, le Iotti, le Anselmi, i Chiaromonte, i Magri, le Castellina e le Rossanda, i Natta, i Bufalini, i Martelli, i Valdo Spini, et alii aliaeque (che Dio abbia in gloria chi non c’è più e protegga chi è ancora tra noi), pur potendolo fare, non indulgevano in inutili sfoggi di classicismi fuori luogo. Neppure Alessandro Natta che insegnava greco e latino al classico.

Ora, invece, seguendo la linea sub-culturale del web, che banalizza, semplifica e confonde cultura vera e raffazzonate citazioni, non pochi tra gli attuali politici di sinistra, come il sopra citato segretario, tra i quali tenta di galleggiare anche un Conte e il sempre parvenù Dimaio, abbozzano ipotetiche idee-forza e sintagmi markettari solo apparentemente colti e originali, in realtà scorretti, ma per nulla intelligenti ed efficaci.

Non parlo della destra, che offre – solo eccezionalmente – persone colte in posizioni di rilievo. Salvini e Meloni sono dei non-laureati al potere, ma questo non è il fatto più grave, perché, come chi mi conosce bene sa, io ho incontrato nella mia non breve e non da poco esperienza di incontri, diversi laureati non-colti e poco intelligenti, e non pochi “solo” diplomati, e anche con la terza media, di grande intelligenza e cultura. Un nome su tutti: Pierre Carniti, storico segretario generale della Cisl, che conobbi bene, aveva solo la terza media.

Salvini e Meloni (questa più di quello) sanno stare davanti a un microfono anche con grande efficacia, ma quando si spendono in ragionamenti che richiedono veri e seri fondamenti culturali, magari in storia, economia, temi sociali, mostrano tutta la loro inadeguatezza, anche qui evitando di citare la loro assoluta ignoranza in temi di filosofia del diritto e di etica generale.

A destra si trovano persone di cultura, certamente, e alcune anche molto visibili, come Marcello Veneziani oggi, e un Pino Rauti qualche decennio fa. La cultura è qualcosa di diverso dall’ideologia, ma quando manca, anche l’ideologia zoppica, come insegnava un grande Italiano, Antonio Gramsci.

Viaggiando ascolto spesso le cronache parlamentari di Radio radicale, emittente benemerita che i “grillini” qualche anno fa volevano costringere a chiudere, ma non ci sono riusciti; ebbene, il livello degli interventi dei DEPUTATI (o dei SENATORI), compresi i leader, a parte qualche eccezione molto rara, è caratterizzato da: 1) un linguaggio approssimativo, impreciso e a volte indecente, evidenza di un parlato in italiano di scarsa qualità e di una conoscenza delle lingue estere risibile (basti ascoltare le citazioni faticose degli anglicismi, che spesso sfiorano il ridicolo); 2) un’aggressività verbale che non sembra rivolta a degli avversari politici da confutare nel dibattito, ma a dei nemici da abbattere; 3) un’incapacità propositiva madornale, e mi fermo qui, per non infierire, perché questa mediocrità perfino pericolosa concerne tutte le aree politiche, di tutte!

La politica, comunque, è un “luogo”, un ambiente, con poca o punta cultura, oramai da decenni. In politica approdano figure e figuri di tutti i tipi, generi e specie, senza la selezione che fino a qualche decennio fa, funzionava, per impedire che “scappati di casa” diventassero sindaci o deputati o addirittura ministri, se non capi del governo.

Ora, invece, è possibile che uno arrivi al Governo della Repubblica Italiana senza avere prima percorso un lungo e non facile tratto di strada formativo ed esperienziale nella società, dentro i problemi, capendo pian piano di sanità, servizi, lavoro, occupazione riforme, e poi… di giustizia sociale, civile, penale, il ruolo delle parti sociali, la differenza e la necessaria integrazione tra diritti civili e diritti sociali, la relazione indispensabile fra declinazione dei diritti e osservanza dei doveri…

…per cui senti blaterare di diritti e diritti e diritti e, se gli chiedi che cosa intenda, una Lezzi, un Licheri, un Lollobrigida o una Cirinnà qualsiasi, non sanno risponderti altro che tautologicamente, senza conoscere nemmeno, beninteso, il significato del termine che ho appena usato.

La Tecnologia tecnocratica (Tèkne + Lògos) crea un’Antropologia (‘Anthropos + Lògos) verso il “Trans-umanesimo”?

Nella storia , la tecnologia ha sempre modificato la vita degli esseri umani, a partire dall’invenzione della ruota e dalla scoperta dell’utilizzo del fuoco.

L’evoluzione della scienza ha accompagnato e assistito l’incremento della tecnica applicata a tutte le attività umane, da quelle economiche a quelle militari.

Si pensi alla tecnologia evolutissima che gli antichi Egizi utilizzarono per la costruzione delle piramidi, oppure ai sistemi di irrigazione realizzati dagli Assiri e dai Babilonesi, sfruttando le acque dell’Eufrate e del Tigri; si ricordi l’enorme lavoro che richiese la costruzione della Grande Muraglia ai Cinesi di tremila anni fa.

I Romani unificarono l’impero, certamente con le legioni, lo Jus e la lingua latina, nel rispetto di tutte le lingue locali che via via incontravano, ma anche con la costruzione di un reticolo di strade sistemate nel modo più razionale che si potesse pensare. Ancora oggi, grandi vie di comunicazione efficienti, specialmente in Italia, portano il nome dei Magistrati romani che le vollero costruire.

Nel Medioevo la scienza procedette spedita, nell’esame della Terra e del Cosmo. Ben prima di Copernico e Galileo, Roberto Grossatesta, francescano ricordato anche perché fu tra i fondatori della Universitas Oxoniense (Oxford) comprese l’eliocentrismo, sulle tracce di Aristarco di Samo che ebbe ragion teorica sulle opinioni di Aristotele, ma perse la partita per l’enorme prestigio del filosofo che, in questo ambito, errò.

Anche lo studio dell’anatomia, della fisiologia e quindi della medicina umana viaggiò nei secoli da Ippocrate e Galeno fino alla modernità, superando via via errori e pregiudizi sul funzionamento del corpo umano. In Oriente si procedette in modo diverso con le tradizioni olistiche, omeopatiche e psico-fisiche dei Cinesi e degli Indiani.

La psiche fu studiata dagli antichi filosofi greci, dando poi il nome alla scienza della mente, la psicologia, come branca della filosofia della natura, o della fisica, come la chiamava Aristotele.

Ebbene, non sto qui a ricordare gli studi dell’ultimo secolo e mezzo in tema, dai maestri di Freud ai nostri giorni, perché argomento noto ai miei lettori.

Mi soffermerò invece sul rapporto oggi sempre più pervasivo esistente ed operante tra tecno-scienze e mente-corpo umani, nella furente evoluzione delle tecnicalità e dei mezzi attuali di informazione, formazione e produzione. I famosi mèdia (pronunzia “mèdia“, latino, neutro plurale di medium, mezzo, checché ne dica quella valorosa giovin filologa di mia figlia Beatriz), sono il tramite di tutta questa radicale evoluzione.

La domotica (la casa automatizzata mediante elementi di intelligenza artificiale), la robotica, come strumento per ottimizzare le strutture produttive riducendo al minimo la fatica umana e anche la noia della ripetitività delle operazioni, la ricerca biomedica della genetica, per una anamnesi precoce di difettosità intrinseche della struttura corporea, la nuova fisica delle micro particelle, etc. sono solo titoli di un’immensa evoluzione scientifica e tecnica che sta avvenendo, in parte (molto piccola), sotto gli occhi non sempre attenti dei più, in parte senza che questi “più” se ne accorgano, al punto da far nascere anche improbabili teorie su complotti atti a governare, non solo le menti umane, ma anche le scelte individuali, da parte di non meglio identificati gruppi di potere politico-finanziario.

Si parla (e si straparla) di algoritmi oramai in grado di condizionare le scelte sui consumi e sugli orientamenti culturali e perfino sessuali delle persone. Vero è che, nel momento in cui si entra a far parte dell’immensa comunità del web e dell’online, si entra nella rete commerciale di chi questi sistemi ben conosce, usa e sfrutta. Certo è che, sulla base dei click che si fanno, si viene censiti, in modo da venire oggetto di promozioni commerciali di vari generi e specie.

Il sempre più ampio fenomeno degli hacker non fa che accentuare questo trend, a volte mettendo seriamente a rischio il lavoro, i collegamenti finanziari e commerciali, e l’economia in generale. Su questo tavolo giocano un risiko complesso e nascosto vecchie e nuove “grandi potenze”, le quali hanno capito molto bene che oggi più dei cacciabombardieri da due Mach e mezzo, sono necessarie sofisticate tecnologie informatiche, tali da intercettare e mettere in difficoltà competitor e avversari economici.

La vicenda di questa pandemia, di questo Sars Cov-2 (il fatto che sia così classificato già dice come sia stato prevedibile e già censito) sta mostrando elementi di ignoranza tecnica (di ritorno, ma anche di andata) pervasivi. Un laboratorio prezioso svolto nel corso del seminario estivo di Brescia della Associazione per la consulenza filosofica da me attualmente presieduta, Phronesis, proprio in questi ultimi giorni di agosto 2021, mostra come l’intera vicenda abbia connotazioni di complessità estrema, e vada analizzata con l’acribia filosofica che manca al dibattito pubblico.

Non si può parlare con faciloneria e banali semplificazioni di argomenti così complessi come il Covid e le misure per affrontarlo. Quello che è importante è, ancora una volta, l’informazione scientifica seria e fondata su elementi e dati onesti, e non solo sulla quantitatività dei numeri: quanti infettati, quanti guariti, quante terapie intensive, quanti decessi, etc., ma anche su ciò che questo stato di cose genera individualmente, socialmente, nelle famiglie, nelle scuole e nei luoghi dell’economia. Intendo dire: sullo spirito, sull’anima, sulla psiche delle persone e degli operatori che si occupano della malattia.

Oggi si assiste alla contrapposizione neo-manichea tra vaccinisti e no vax, derivante da due classificazioni ancora più ampie, quella dei negazionisti (ad e. sulla Shoah) o revisionisti (ad e. sulla Resistenza italiana ’43 – ’45), e quella di chi ritiene di dover rispettare le norme date dalla legislazione pubblica, in nome del bene maggiore della comunità.

Anche il tema della libertà è maltrattato e mal proposto. Più volte ho proposto qui e altrove di ritenere la libertà una dimensione legata, non all’arbitrio emotivo del “fare-ciò-che-si-vuole”, ma alla ragione del “volere-ciò-che-si-fa”.

In questa fase, nella quale la pandemia del Covid ha mostrato tutta la sua pericolosità e virulenza, un esercizio responsabile della libertà, come sopra intesa, è VACCINARSI, non confondendo la libertà responsabile con la licenza di poter infettare gli altri, infettandosi.

Tutto si sta modificando e il rischio di una disumanizzazione è forte, e non solo nel giudizio neo-manicheo degli avversari, che diventano nemici, ma anche nel non governo dell’innovazione tecnologica, quando questa interviene sull’umano, sul corpo e anche sull’anima.

Molti irresponsabili oggi straparlano di transumanesimo, che dovrebbe essere accettato in nome della tecnologia e della scienza, di una scienza separata dall’etica… e qui, per etica intendo, come ben sa chi mi conosce, un’etica declinata chiaramente secondo un fine, quello della salvaguardia dell’umano tutto intero e della natura nella quale l’umano stesso vive e può prosperare, se riprende a riflettere seriamente sull’impatto che la vita delle persone, dei popoli e delle nazioni ha sull’intero sistema del Pianeta Terra.

“Troppi morti…”, esclama un uomo politico parlando del terremoto del Centro Italia di cinque anni fa: un’altra occasione per criticare chi si schiera sempre e solo da militante per un simbolo politico di partito senza valutare le qualità morali e culturali delle persone che lo rappresentano

“Troppi morti…”, inizia in questo modo il ricordo di tale Legnini, che fu anche Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, per ricordare il terremoto di cinque anni fa nel Centro Italia.

Troppi morti? Quanti? 299. Non ricordo bene, tutti indispensabili, tutti dello stesso valore, come persone. E se fossero stati 30, il 10%, che cosa avrebbe detto il Legnini? Beh, un numero equo, accettabile, non eccessivo, di morti, forse? Che ragionamento è quello che gli fa dire “troppi”? Aaah, certo, non è un ragionamento, ma una distrazione verbale: una distrazione dovuta a un fondamentale, essenziale, scarso interesse e poca empatia per la disgrazia. Mi domando: c’è un numero di morti-soglia per una disgrazia che cominci a far esclamare il politico che passa davanti alla telecamera “Troppi?”?

Chi avesse vera empatia non si “farebbe scappare” una parola come “troppi”. Ne sono convinto.

Ma che razza di pensiero mi viene in mente, vero, caro lettore? Sono troppo severo, e perfino “cattivo” con questi politici? Esagero? Bisogna essere più pazienti? Forse presumo troppo (questo aggettivo ci sta bene, qui) dalla qualità attuale del personale politico?

E’ che a me, al posto loro, non scapperebbe. Tutto qui. E non sono un “politico-puro”, ma conosco ciò che rende la politica un’arte (cf. Aristotele) nobile, forse la più nobile, perché si occupa del “Bene Comune”.

Non riesco più da tempo ad ascoltare alcun politico. Ogni volta che ne vedo uno (quasi tutti) aprire bocca, mi vengono brividi di noia (semmai la noia possa generare brividi) e un po’ di nausea, di qualsiasi partito sia, e non sopporto più neppure i militanti, quelli che “tengono” per qualcuno e criticano sempre gli “altri”. Non sopporto più neanche costoro, perché mi permetto di pretendere da questi, se hanno qualche competenza storico-politica e un po’ di cultura generale, un atteggiamento più equamente critico, equilibrato, emotivamente distaccato e scientificamente fondato. Militare si può sempre, quando è il momento, e si deve (pure) militare, pena l’affidamento del destino comune agli altri, ma il momento del ragionamento non può e non deve essere “militante”, altrimenti non-è un ragionamento, non ne ha le caratteristiche logico-argomentative, perché non può essere un sillogismo, e neanche un entimema, che è un sillogismo semplificato, del tipo “l’uomo è razionale, e dunque è libero”. Può essere solo un giudizio apodittico, e dunque pregiudiziale.

Al dunque. Non ce la faccio a sentire lodare Salvini da un leghista, o Letta da uno di sinistra perché Letta è (è? sarebbe?) di sinistra. Siamo arrivati al punto che i “di sinistra” hanno bisogno di lodare un democristiano, democristiano fin nel midollo. Fosse intelligente e capace come Aldo Moro, mi unirei a loro. Per Letta, no. E nemmeno per Orlando, Zingaretti e gli altri della truppa.

Evito di citare le Meloni, che insegna a Biden l’agire politico del Commander in Chief (se ci fosse LEI al suo posto, caro lei!), ben al sicuro della “sua” Roma romana e romanesca, e i suoi affini, oppure i Cinque Stelle, da Grillo in giù, o in su, non so. Conte lo cito solo perché mi è uscito di penna. Un disastro. Ripeto qui un giudizio sulla qualità politica attuale già da me espresso in questa sede qualche giorno fa: solo Draghi e Giorgetti, e forse Bonaccini, che poi non sono nemmeno tutti o del tutto politici “puri”, val la pena di ascoltare, a mio parere.

Le ragioni di questo declino qualitativo, a parer mio, si possono ricondurre a tre o quattro vettori generativi: a) la diffusione del Pensiero Unico, che rende problematico e faticoso il combattimento psico-cognitivo e intellettuale per contraddirlo con fondamenti diversi; b) la mancanza di un periodo di “gavetta”, che un tempo era “fisiologicamente” obbligatorio per chi volesse “fare politica”: in altre parole, non si poteva pretendere una candidatura, fosse pure a un consiglio comunale, non retribuita, se prima non si costruiva un’esperienza di sezione, di volantinaggio, di volontariato gratuito alle sagre e feste di autofinanziamento: ci si chieda da che parte sono venuti i centinaia di grillini che oggi siedono in Parlamento a 13.000 euro al mese, e non solo loro, perché la qualità scarsissima degli interventi è generalizzata; c) lo scadimento della cultura media generale, dovuta alla frequentazione di scuole superiori di livello spesso scarsino , ma soprattutto di corsi di laurea improbabili, tipo scienze della comunicazione o cose del genere, che rende i nostri neolaureati impegnati in politica abbastanza simili ai loro coetanei americani, che frequentano “licei” ridicoli, e si “laureano” a 21 anni, un disastro; d) la professionalizzazione mestierante, che gli permette di fare il mestiere del politico senza basi di formazione umana, spirituale e politica, non solo insufficiente, ma anche in qualche modo pericolosa per la delicatezza dell’attività politica.

Queste, a parere mio, le ragioni per le quali quasi tutti i politici e le politiche attuali sono quello che sono, e parlano e scrivono (quando scrivono) come parlano e scrivono.

Non mi piacciono queste parole: “perfetto”, “felicità”, “adoro, adorare” e, in genere, gli aggettivi al superlativo assoluto come “bravissimo”, “grandissimo”, “dolcissimo”, etc.

Le parole poste nel titolo sono molto diffuse e di uso comune e continuo. Le aborrisco.

Si pensi a “perfezione”: è una parola latinissima che deriva dal verbo perficere, che significa completare. Al participio passato fa perfectum, cioè completato, finito… perfetto, dunque. Vedi, mio caro lettore, che ciò che è perfetto è finito, e quindi… morto. Morto.

Come scrive Aristotele, che propone il paradosso di cui sopra, la perfezione è MORTE. E dunque, quando si sente dire “quelli hanno una vita perfetta, voglio la perfezione, se una cosa non è perfetta non mi interessa…” si potrebbe scrivere anche in questo modo: “quelli hanno una vita finita, voglio la fine, se una cosa non è finita non mi interessa“. Ecco, si vede che le prime due frasi sono preoccupanti , mentre forse solo l’ultima può starci, ma ha una sua dose di idiozia, perché ne deriverebbe che nei settori industriali un semilavorato o un oggetto finito solo nelle prime lavorazioni, si può gettare via.

Riflettere sulle parole e sui loro significati profondi è indispensabile per capire bene che cosa si dice e che cosa si ascolta. Il mio obiettore mi può contestare dicendo: “Ma quando si dice perfezione si intende una cosa fatta a regola d’arte, cioè perfetta“. Bene, d’accordo, anche i sistemi di qualità industriali richiedono “difetti zero”, ma se i difetti sono 0,0001, si lavora affinché i difetti si riducano a 0,00001, cioè 10 volte più vicini alla perfezione, e via dicendo.

Piuttosto si può (e si deve) pensare alla perfettibilità, cioè al miglioramento continuo, che è concetto sempre più presente nello sviluppo delle attività economiche, industriali, commerciali e dei servizi. La perfettibilità è logicamente collegabile alla figura matematica dell’asintoto, linea cui si può tendere all’infinito, senza mai raggiungerla (si ricordino i paradossi di Zenone di Elea, che hanno appunto questo senso contro-intuitivo!), così come l’unità (l’1) può essere divisa all’infinito (nel senso si senza-fine), continuando ad aggiungere numeri, anche dopo lo 0,9 per tendere all’1.

Discorso inutile, di lana caprina? Sì, per coloro che non si fanno mai domande su come parlano e su ciò che ascoltano.

Felicità è un termine talmente consueto e ab-usato da apparire noiosamente (almeno per me) pervasivo. “E vissero felici e contenti“: è il finale classico della favola occidentale, che abbisogna di aggiungere “contenti”, come se non bastasse “felici”. Ma allora felicità e contentezza non sono sinonimi… certo, quasi a vole significare che sono due stati d’animo bisognosi l’uno dell’altro. Ma poi si constata uno strano fenomeno semantico: se con “contentezza” si passa al verbo “accontentarsi”, ecco che il significato pare sfumare in una sorta di rassegnazione, o ri-segnazione (che è il significato etimologico di rassegnazione), cioè accettare una forma più debole di felicità.

Non sto qui ad approfondire la presenza del termine felicità in molti testi e perfino nella Costituzione americana del 1779. Mi e vi annoierei sine ullo dubio.

In realtà, il termine deriva da un antico etimo sanscrito fe, che richiama il significato di fecondità: felicità come fecondità, dunque, e ci può stare. Piuttosto, i fatti e l’esperienza comune non danno solitamente esperienze di felicità continuativa, ma di situazioni di una sorta di contentezza gioiosa che, in ogni momento, possono essere interrotti da eventi inaspettati e spesso dolorosi: si pensi all’insorgere improvviso di una malattia grave. Esperienza mia. Allora, siccome sono stato sano e sportivo tutta la vita, quando mi si è rivelato il grave tumore quattro anni fa, la mia “felicità” avrebbe dovuto morire. Nei fatti, siccome sono sempre stato molto scettico sull’uso e sul sentimento della felicità, il mio modo di vita non mi ha impedito di lottare con tutte le mie forze contro il male, riuscendo anche a bloccarlo (Dio mi aiuti sempre) e a vivere, se pure diversamente da prima, anche momenti di gioia.

Ecco, un altro termine: gioia. Io sarei dell’idea di utilizzare di più questo termine, perché dà l’idea di un sentirsi bene, sereni, anche nel mezzo di una prova dolorosa, ad esempio quando un farmaco funziona e tu riesci ad andare avanti, con rinnovate energie e sempre grande creatività. Ancora, biograficamente: ho raggiunto l’età della pensione un anno dopo il manifestarsi del male, e allora, stanti le mie forze non più integre, ho deciso di ridurre l’impegno del mio lavoro, avendo avuto la ventura di lavorare a temi e situazioni a me graditissime, almeno al 60%. Bene: per ragioni legate ai risultati raggiunti, senza che mi impegnassi in alcun modo, la percentuale del tempo lavorativo “mi è tornata” al 90%. Posso dire che sono contento? Pensionato e lavoratore sui temi a ambienti che mi sono più cari: etica d’impresa, docenza accademica, ricerca filosofica, scrittura di saggi e romanzi.

Ciò mostra con evidenza che la contentezza, la gioia, la soddisfazione non è data dal possesso di risorse materiali, che spesso generano preoccupazioni e cattivi sentimenti, e neppure da una salute senza difettosità, ma da quelle che sono le risorse morali, intellettuali, le risorse della coscienza e della mente.

Sono, perciò, felice? No, sono contento della mia vita, che comprende momenti di gioia commisti a momenti di dolore, come nella bella canzone di Carla Bissi, Alice: Il sole nella pioggia.

Il verbo adorare è un termine derivante, come in molti casi della lingua italiana, dal seguente sintagma latino ad os, cioè alla bocca, da cui ad osculum, cioè baciare. Ebbene, non ti pare, mio caro lettore, che l’uso del verbo adorare non sia esagerato quando lo si usa per una pettinatura, un capo di vestiario, un cagnolino, un cantante?

In Liturgia teologica cristiano cattolica l’adorazione è ammissibile solo verso Dio, mentre a Maria vergine e ai Santi spetta la venerazione. Anche questa distinzione spiega qualcosa, o no?

E vengo a tre superlativi assoluti di tre aggettivi: “grandissimo”, bravissimo” “dolcissimo”, trascurandone altri. Ebbene, se ne abusiamo per giudizi futili, come facciamo per definire cose o eventi veramente grandi?

Se è “grandissimo” ogni evento o fatto che supera l’ordinario quotidiano, come può essere un incidente stradale, anche grave, come facciamo a definire qualcosa di veramente grande, come un’eruzione vulcanica o un’alluvione che provoca migliaia di morti?

Si capisce che per chi vive quell’incidente nel quale magari ha perso la vita un proprio caro, l’incidente stesso è, non solo grandissimo, ma anche gravissimo. Ognuno applica la propria soggettività al proprio vissuto, per cui la percezione della grandezza o della gravità è correlata all’esperienza propria e al limite nel quale vive ogni essere umano.

Dunque, comprendo bene il senso e la ragione dell’utilizzo di codesti superlativi, ma non posso non rilevare che sarebbe meglio vigilare sul loro uso e abuso, per non rimanere senza parole quando si tratta di descrivere ciò che veramente merita la dizione superlativa, in termini anche oggettivi, non solo soggettivi.

Diritti e sovranità: la “lezione” dell’Afganistan

Il prof Strazzari della Scuola S.Anna di Pisa mi suggerisce una comparazione non consueta, quando si parla di diritti, quella fra diritti e sovranità. Di sicuro, una prospettiva riflessiva del genere non mi sarebbe mai arrivata da un’onorevole Cirinnà, o da Letta, Boschi, Dimaio, Fico, Guerini, Gelmini, Salvini, Renzi, Meloni, Letta, Di Maio, e tanto meno da Conte Giuseppe, etc. Questi signori e signore, professionisti/e della politica, non sono in grado di declinare concetti e riflessioni al di là della solita banale lezioncina che preparano per le interviste, campioni universali dell’annoiamento del prossimo. Immaginatevi una on.le Cirinnà che fa un discorso sui diritti non disgiunto dal tema della sovranità. Ipotesi per absurdum. Purtroppo, dico, ché non mi rende lieto la constatazione della povertà umana e culturale strutturali di questi soggetti dell’attuale politica italiana. Se dovessi elencare politici veramente degni di rispetto, in questo momento mi fermerei solo a Draghi e a Giorgetti, tra le figure più in vista.

Per tutti costoro, al “sicuro vitale” (vitalizio sicuro) costituito da stipendi faraonici e immeritati in quanto sproporzionati rispetto al loro valore professionale reale, al sicuro di uno Stato come l’Italia, dove funziona uno dei migliori welfare del mondo, e una legislazione costituzionale garantista e saggia, parlare di diritti&diritti è comodo e per nulla faticoso. Parlo del sintagma diritti&diritti, perché queste persone fanno fatica a declinarlo cambiandolo in questo modo, nobilmente mazziniano: diritti&doveri.

I doveri, come concetto politico-morale, sono stati pressoché silenziati – da almeno quattro decenni – nella dialettica politica e pubblicistica italiana, salvo che da qualche rara vox clamans in deserto come (umilmente) la mia.

Se nel ’70, in Italia, l’emanazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori (Legge 300) ha riequilibrato la qualità dei rapporti tra datori di lavoro e lavoratori, e nel decennio successivo si è sviluppata la legislazione che ha dato alle donne legittimi diritti finora negati, nei decenni che seguirono si è teso ad esagerare nella sottolineatura dei soli diritti, a volte confondendoli con bisogni soggettivi, anche fortemente voluttuari, i desideri e le aspettative. Mi spiego: io condivido che ogni persona possa manifestare e vivere la propria sessualità come la sua natura e cultura esprimono, e che nessuno possa permettersi di discriminarla, ma non condivido che si sviluppi, ad esempio, la maternità surrogata, perché qualcuno che non può o non vuole avere figli naturali, li possa comperare, perché non si dà, razionalmente ed eticamente (se vogliamo declinare un’etica scientifica e razionale semplicemente occidentale) un diritto di avere un figlio, ma un desiderio, un dono, una aspirazione.

Queste persone, se hanno forte il sentimento genitoriale, adottino bambini e bambine che abbisognano di una famiglia. E anche l’adozione, a parer mio, non può essere indiscriminatamente concessa a chiunque e qualunque tipo di coppia.

Sarò chiaro: ritengo inadeguata sotto il profilo pratico, e immorale sotto quello etico, l’adozione da parte di una coppia omosessuale, per ragioni evidenti di pedagogia sessuale della coppia e di qualità relazionale dei bimbi nei confronti dell’esterno. Ovviamente molti (spero non troppi) non la pensano come me, e mi piacerebbe poter dialogare con costoro evitando accuratamente gli ideologismi, ma penso ciò sia molto difficile. Mi fermo qui, perché ho parlato più volte di questi argomenti in precedenza. e vengo al tema proposto da Strazzari: il rapporto tra diritti e sovranità.

Anche su questo tema ci vengono in aiuto tre discipline filosofiche: l’antropologia filosofica e quella culturale, nonché l’etica o filosofia morale, il cui interpello non può essere evitato, pena il decadimento nell’ideologia militante à là Cirinnà (non si pensi che io ce l’abbia con questa signora, ma i suoi comportamenti e detti ufficiali di questi anni, mi portano a questa conclusione: la politica pidina non mostra attenzione o particolari conoscenze dei fondamenti delle tre scienze filosofiche citate, e con e come lei, moltissimi professionisti/e della politica).

E dunque parto dalla Filosofia morale. Analizzando le varie scuole di Etica sviluppatesi nei secoli, da pensatori greci in Occidente, e dalle filosofie religiose orientali del Buddhismo, del Confucianesimo e del Taoismo, si possono dare varie e diverse sensibilità nel giudizio sulla ricerca del bene: dall’utilitarismo all’edonismo, dall’emotivismo al prescrittivismo e deontologismo, dal culturalismo al finalismo, in ciascuna delle quali si sottolinea un particolare aspetto della qualità dell’agire umano nei confronti di se stessi e degli altri: dall’agire solo per la propria convenienza, all’agire solo per il rispetto della legge, all’agire nel rispetto di usi costumi e tradizioni (ogni lettore può attribuire la “scuola” sopra citata a ogni comportamento), all’agire per il rispetto integrale dell’essere umano (finalismo).

La cultura politica occidentale, partendo dal pensiero greco-latino, e poi evangelico-cristiano, che ha dato valore incommensurabile alla persona, è giunta, tramite l’illuminismo di Montesquieu, Beccaria e Kant in primis, alla nozione etico-politica di una giustizia che tenga conto dei diritti umani essenziali di tutti e di ciascuno.

Di contro, in Oriente, la persona singola non ha mai acquisito un valore comparabile a quello della cultura occidentale, perché il singolo essere umanoscompare sempre nel tutto, l’atman nel brahman, ad esempio nell’induismo.

Vengo dunque al tema afgano, ma che si può mutuare se si parla di altre zone critiche del pianeta, come la Somalia, il Sahel, il Niger…

Come è possibile che 75/ 80.000 miliziani taliban giungano a Kàbul (si pronunzia Kàbul, non Kabùl, così come si pronunzia Sinài, non Sìnai) in poche settimane, in una nazione di 35 milioni di abitanti e un esercito ufficiale nazionale di 300.000 uomini, se non ci fosse una sostanziale adesione della maggior parte degli abitanti? Si è trattato solo di rassegnazione, di stanchezza per decenni di conflitti? Non lo credo realistico, come condivide anche il citato collega pisano.

Si tratta dunque di fare un’operazione culturale e dialettica che metta in campo, non solo il tema dei diritti, ma anche quello della sovranità! Chi comanda in Afganistan, i portatori del verbo occidentale, o la popolazione locale, che non conosce la democrazia parlamentare? Come si conciliano questi due aspetti? Anzi, si possono conciliare tramite semplificazioni ed accelerazioni politico-militari? Domanda retorica. No.

Ovvero, si potranno conciliare solo con e dopo un paziente lavoro dialogico e collaborativo, dove filosofia, religioni, psicologia sociale, sociologia ed economia collaborino per trovare piste e metodi di riflessione comune, senza la frettolosità tipica dell’economia e soprattutto della politica attuali.

Sotto il profilo macro-politico occorre riformare profondamente e l’Onu e la Nato, attribuendo a questi due organismi prerogative che non siano, nel primo caso, di pressoché solo emissione di ottime perorazioni di principio, e la seconda al fine di costituire una forza militare veramente sovra-nazionale oltrepassando l’egemonia statunitense. Altro vi sarebbe da dire, ma qui non proseguirò, riservandomi di farlo in futuro.

Con e tra le varie culture e nazioni, occorre sviluppare un dialogo rispettoso ma fermo, prima che sui diritti, sui valori, poiché non sono concepibili diritti umani e civili se non sulla base di una adesione previa a valori condivisi. Vedi, mio gentile lettore, se non si conviene che l’etica deve riguardare il rispetto di tutti e tutte, in ogni senso, territorio e settore della convivenza umana, ogni discorso sui diritti resta privo dei fondamenti. Mi pare ciò sia di non poca importanza, per dirla con calma.

Ripeto: senza una condivisione sostanziale dei valori, i diritti scadono a una mera elencazione di desiderata, che cambiano nei momenti e nei vari territori. Anche qui un esempio fattuale di questi giorni: se non si concorda con i Taliban, ma anche con i pashtun di Massud jr., e con i Pakistani, i Cinesi, i Russi, gli Americani, i Libici, gli Irakeni, i Turchi, gli Egiziani, gli Inglesi, gli Israeliani, i Persiani, etc., anzi con le classi direzionali della politica di queste nazioni, che il valore primario è l’uomo e la sua tutela totale e integrale, ogni discorso sui diritti diventa fasullo e addirittura inutile e fuorviante.

…e poi, occorre coniugare diritti e doveri, sintagma indissolubile della condivisione umana della vita su questa Terra. I doveri sono lo specchio specchiante dei diritti; senza i doveri i diritti diventano meramente declamatori e scorciatoie retoriche di una moralità soggettivistica ed egoista. Altre strade non vi sono.

I Talebani mostrano l’ignoranza storica, antropologica e culturale dei politici e dei militari occidentali, anche se vent’anni di guerra e di presenza di americani, inglesi e italiani ha dato un contributo indistruttibile al cambiamento culturale di quel popolo

La prima domanda che ci si deve fare quando si approccia una cultura radicalmente diversa è. “Chi sono costoro? Come la pensano? Che valori hanno? Che priorità? Che storia hanno? Hanno di che vivere? In che cosa credono?”

Sono le domande “antropologico-filosofiche”, che attengono la dimensione più alta e profonda dell’antropologia scientifica.

Vi pare, cari lettori, che, prima gli Inglesi, poi i Sovietici e infine (parlo solo del’età contemporanea) gli Americani, si siano fatti queste domande in profondo?

Domanda retorica, con risposta incorporata: no. Né i “colti” Inglesi di Oxford e Cambridge, né i potenti Sovietici, né, infine, i grezzi Americani si sono fatti queste domande. Forse solo i militari italiani hanno una qualche formazione in tema, e difatti sono i meno sgraditi in queste e altre zone di guerra. Per noi sono lontani i tempi del nostro crudele e goffo imperialismo coloniale savoiardo e fascista.

Vengo al dunque: da decenni, almeno sei o sette, l’Occidente, con in testa gli USA, pensano che i popoli dell’ex Terzo mondo debbano essere istruiti alla democrazia parlamentare, con le buone o con le cattive (quasi sempre con le cattive).

Proviamo a capirci qualcosa.

La capitale Kabul è da sempre un crocevia dell’Asia centrale, un punto di snodo ineludibile per i mercanti e i viaggiatori. L‘Afghanistan da millenni è stato continuamente invaso da vari popoli, tra i quali si possono citare gli Indoariani, i Medi, i Persiani, i Greci d Alessandro il Grande, i Maurya, gli Unni, i Sasanidi, gli Arabi, i Mongoli, i Turchi, e infine i tre potenti già citati. Nessuno di questi popoli e stati riuscì, però, nel tempo, a mantenere un costante e lungo controllo su quel territorio.

Si può ricordare che tra il 2000 e il 1200 a.C. giunsero gli Arii parlanti lingue del ceppo indoeuropeo, da cui la radice del nome Aryānām Xšaθra, o “Terra degli Arii”. Anche le dottrine filosofico-religiose di Zoroastro (o Zaratustra) pare abbiano avuto origine da queste parti, mentre gli antichi abitanti di quei secoli probabilmente parlavano la lingua avestica, come gli abitanti della Persia orientale, e a nord-est il battriano, probabilmente l’idioma con cui ebbe a che fare lo stesso Alessandro il Macedone. La sua Roxane pare fosse una principessa della Bactriana.

Poi, dal sesto secolo a. C. arrivarono i Persiani, prima di essere sconfitti da Alessandro. I Seleucidi seguirono, con lo sfaldarsi rapido del grande impero ellenistico. I Romani, invece, con Traiano, non superarono mai la linea che oggi divide l’Irak dall’Iran.

Il Buddhismo arrivò nella zona con i Maurya, ma nei secoli successivi, più o meno dal I secolo a. C., si succedettero Parti (i popoli con cui si scontrò proprio Traiano), gli Sciti, gli Unni fino ai Sasanidi, che ebbero molto a confliggere con l’Impero romano d’Oriente.

Nel VII secolo fu la volta degli Arabi che portarono l’Islam, facendo dipendere quei territori dal grande Califfato di Bagdad. L’Afganistan allora era diviso tra regioni con diversi nomi, come lo Zabulistan, il Badakhstan, il Khorasan, etc.

Con il tempo molta parte della popolazione si convertì all’Islam, anche se minoranze zoroastriane, manichee e buddhiste sono attestate fino a oltre l’anno 1000.

Successivamente l’Afghanistan fu retto da regni come quello Ghaznavide (962-1050 circa), che durò fino all’arrivo dei Turchi Selgiuchidi, colà giunti nel XIV secolo, per poi spostarsi a conquistare la penisola anatolica, fino a far terminare nel 1453 l’Impero romano d’Oriente, con la presa di Costantinopoli.

I Mongoli non trascurarono quelle plaghe e nel 1220 circa vi giunsero guidati da Gengis Khan, mentre Tamerlano (Timur Lenk, Timur lo zoppo) ivi giunse circa duecent’anni dopo.

Con i discendenti di Tamerlano si sviluppò il regno di Herat, che fu un centro di enorme importanza culturale, là dove si sviluppò una raffinata letteratura in lingua persiana e turca-chagatay, e una civiltà artistica notevole (arte miniaturista e architettura), nonché religiosa (misticismo sufi), tra le maggiori del mondo islamico dell’Asia centrale.

Agli inizi del Cinquecento i musulmani Moghul iniziarono a comandare, sia sull’India e l’attuale Pakistan, sia sui territori afgani

Altri gruppi come i Savafidi e i Durrani regnarono sull’Afganistan, finché, a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo secolo si affacciarono i sudditi armati dell’Impero britannico. Da allora quelle terre, abitate da diverse nazioni, furono dominate dal potente imperialismo inglese.

Nel 1919 con il re Amanullah Khan, gli Afgani ripresero il controllo del loro territorio, finché, con alterne vicende si giunse ai decenni scorsi.

Mohammed Zahir Shah (1914-2007), regnò fino al 1973. Sotto il suo regno l’Afghanistan visse uno dei periodi più lunghi di stabilità. Durante questo periodo l’Afghanistan rimase neutrale. Non partecipò alla Seconda guerra mondiale, né si allineò con i blocchi di potere durante la Guerra Freddaa.

Nel 1973 il Re si trovava in Italia, e suo cugino Mohammed Daud Khan organizzò un golpe facendo finire la monarchia. Da allora, fu un continuo tourbillon di cambiamenti, più o meno drammatici, e a volte tragici fino a questi giorni. Nel 1978 un altro colpo di Stato (la Rivoluzione di Saur) fece nascere la Repubblica Democratica dell’Afganistan, sotto la guida di Nur Mohammad Taraki. Sembrava che le riforme strutturali democratiche avviate potessero dare un futuro di modernizzazione al paese, come l’abolizione dei rapporti semi-feudali tra latifondisti e braccianti, come il voto alle donne, come la statalizzazione dei servizi sociali, come l’ammissione delle attività sindacali e l’abolizione dei matrimoni forzati.

Si potrebbe dire che si trattava di riforme di tipo “occidentale” a tendenza socialista.

Ma ciò non durò a lungo, perché clero islamico e capi tribù, probabilmente (anzi certamente) sostenuti da forze occidentali, si opposero e guidarono un colpo di stato che riportò le cose allo stato quo ante.

Già questa è una “lezione” evidente, se si vuole comprendere lo strato del pensiero profondo afgano. Il nuovo presidente, però (non dimentichiamoci che siamo ancora in un periodo da “Guerra fredda”), fece insospettire l’Unione sovietica che vedeva nei cambiamenti introdotti da Taraki una sorta di via temporanea verso un socialismo su cui avrebbe potuto “mettere il cappello”. La sua uccisione fece pensare a un intervento della Cia per riportare l’Afganistan sotto l’egida statunitense. E Breznev decise per invadere militarmente quel paese, così strategico per gli equilibri asiatici.

L’Armata rossa fu a Kabul il 27 dicembre 1979, mettendo subito al potere il fedele Babral Karmak. E scoppiò una cruentissima guerra con i Mujaeddin e’Kalk, (sostenuti dagli Stati Uniti), finché i Sovietici, non riuscendo a venire a capo di una guerra troppo lunga e costosa in vite umane e risorse, lasciò l’Afganistan nel febbraio del 1989.

Altra lezione non compresa dal mondo.

Fu proclamato lo Stato islamico dell’Afganistan, che non riuscì ad unificare le varie componenti tribali e dei Mujaeddin, tra cui il più autorevole era Ahmad Shah Massud, chiamato “Il leone del Panshir”.

Nel 1996 comparvero sulla scena i “Taliban”, gruppo organizzato di studenti islamici formati nelle madrasse” da mullah ultra-ortodossi nella fede sunnita.

I Talebani, dopo avere ucciso Massud, che resisteva al nord, proclamarono l’Emirato islamico dell’Afganistan, applicando da subito con estrema ferocia la legge della shari’a. L’ultimo presidente della Repubblica Democratica afgana, Mohammad Najibullah, fu catturato, torturato e fucilato. Un altro episodio clamoroso a carico dei Talebani fu la distruzione dei Buddha di Bamyian nel 2001, segno violento di una cultura intollerante e totalitaria. Eppure, noi Occidentali dovremmo essere competenti in fatto di dittature!

Altro segnale importante per chi avesse avuto la cultura e l’umiltà per cercare di capire, senza giustificare quegli atti, quella gente. Comprendere non è giustificare.

In Occidente (e anch’io) vent’anni fa ci siamo limitati a deprecare l’accaduto e a denigrare i suoi autori.

Dopo l’11 settembre 2001, gli USA diedero il via all’operazione militare Enduring Freedom, invadendo l’Afganistan, per catturare i progettisti e gli autori degli attentati terroristici avvenuti in quella data negli Stati Uniti, di cui conoscevano le identità politico-militari e personali (la rete di al-Qa’ida guidata da Osama bin Laden), e per abbattere il regime talebano.

Il regime talebano venne sconfitto in poco più di un mese, nel novembre del 2001.

Altro evento, la rapida sconfitta, che non ha suggerito di riflettere profondamente, in Occidente, in tutti gli ambienti. I popoli abituati alla guerriglia, sono in grado di accettare le sconfitte, perché sono, come si dice oggi, resilienti, più di noi occidentali.

Il nuovo presidente è Hamid Karzai, che resta al “potere” fino al 2014.

Al gruppo di intervento militare, oltre agli USA, partecipano anche altre Nazioni, con la Gran Bretagna e l’Italia fornitrici dei contingenti maggiori, sotto l’egida della NATO. Nel 2013, presidente degli USA Barack Obama, Osama bin Laden viene ucciso in un attacco mirato nella città pakistana di Abbotabbad.

La situazione resta tesa per i continui attacchi dei Talebani, che approfittano dell’ambigua vicinanza del Pakistan. E siamo a un altro passaggio decisivo. Il Presidente Donald Trump nel febbraio 2020 decide per il ritiro militare degli USA, che viene confermato e attuato in questi giorni dal Presidente Biden. Con gli Americani si ritirano tutti gli altri contingenti.

Non occorre sottolineare, anche in questa vicenda, l’assoluta inefficacia dell’ONU, delle Nazioni Unite che, come sempre, si limitano a diffondere proclami, detti risoluzioni, peraltro numerate.

Eccoci, cari lettori, a queste ore.

Ora i Taliban che, nel frattempo, in questi ultimi vent’anni hanno stabilito rapporti utilitaristici (non si dimentichi che per quelle regione passerà un gasdotto di importanza strategica) con potenze moralmente più “ciniche” sui diritti umani come la Cina, la Russia, la Turchia e l’Iran, mentre con il Pakistan non avranno grandi problemi, perché sono al potere, anche anche a nome e per conto proprio del Pakistan, per rinforzare la massa critica sunnita della regione contro l’India, nemico storico.

Peraltro, non dimentichiamo anche l’intreccio etnico-culturale presente storicamente nella zona: tra i pashtun, sunniti, e gli hazara, sciiti, c’è inimicizia sotto molti profili: i primi sono prevalentemente pastori, i secondi piuttosto agricoltori. Poi vi sono i Tagiki, come Massud e gli Uzbeki. Un crogiolo complesso e in continuo movimento.

Ci sono gli aspetti economici da considerare che, anche se quasi sempre dissimulati dalle questioni ideologiche, sono sempre primari. Di che che cosa vivrà il Popolo afgano? Ancora essenzialmente di oppio, sostanza stupefacente di cui pare costituisca circa il 90% della produzione mondiale? O di minerali rari come il litio, il rame, le terre rare, l’oro, etc.? Non pare plausibile. Con i Taliban bisognerà trattare, come si è fatto in mille altre situazioni della storia.

Ci può insegnare qualcosa, dico, come Occidente, questo evento?

Riusciamo finalmente a capire (non tanto noi Italiani, ma gli Americani in primis, e in secundis Inglesi e Francesi) che la democrazia parlamentare NON si può esportare? Non bastano le lezioni irakena, siriana, libica e afgana, per capire questo? In questo contesto drammatico gli USA sono stati il protagonista peggiore (e mi dispiace che anche Obama si sia distinto in pejus).

La base di questi errori macroscopici è l’ignoranza antropologica. I gruppi dirigenti dell’Occidente non hanno finora avuto l’umiltà e la pazienza di studiare la storia, gli usi, costumi, cultura e tipologie religiose dei popoli del Vicino e del Medio Oriente. Non hanno capito che il “sindaco” di una comunità non viene eletto, ma “riconosciuto”, per leadership, vale a dire, storia personale, coraggio, saggezza e lealtà, e quel “sindaco” è il capo tribù. Un altro esempio: ci si scandalizza per l’inefficienza del cosiddetto “esercito afgano” forte (?) di 300.000 uomini. Ma sappiamo che, quando uno degli ufficiali impartisce un ordine, il subalterno telefona al padre per sapere se deve eseguirlo o meno? Così funziona la cultura tribale: non riconosce altra autorità che quella sua propria intrinseca.

Non si può mutuare l’Illuminismo francese di Montesquieu, quello inglese di John Locke, quello tedesco di Kant, quello italiano di Cesare Beccaria in territori che per millenni hanno scelto il modello patriarcale di vita e di gestione della famiglia, della comunità locale e dello stato. Di questo ambiente fanno parte anche le vittime attuali dei Talebani, anche il popolo.

Anche in tutto questo, oltre alla disastrosa gestione del passaggio di consegne militare tra Occidentali ed “esercito afgano”, si può collocare la demotivazione di soldati e ufficiali nella lotta ai Talebani. Questi assomigliano moltissimo a quelli, ancora.

E allora bisogna prendere atto che forse i tempi della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità all’occidentale non possono maturare sulla traccia dei caccia bombardieri, ma su un mix di sviluppo della cultura (anche della nostra) e dell’economia di quei popoli e nazioni.

Forse l’occasione viene data dalla crisi ambientale planetaria, da quella del clima, da quella energetica, ma soprattutto da quella del pensiero critico, se ve ne sarà una consapevolezza più generale.

In ogni caso, la nostra idea di etica del rispetto totale e assoluto dell’integrità psicofisica degli esseri umani, non potrà non guidarci nei rapporti con questi nuovi padroni dell’Afganistan. Non solo le convenienze dettate dall’economia, che sono sempre primarie in ogni vicenda umana.

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