Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: teologia (page 1 of 20)

Padri o, a volte, “padroni”?

Tornando dalla Slovacchia ho sentito un racconto biblico, simile e dissimile a quello di Mosè e le figlie di Ietro, in ebraico  יִתְרוֹ, Yiṯrô,  che significa eccellenza. Di Ietro si parla inizialmente in Esodo 2,16, come colui che sarebbe diventato suocero di Mosè ed era sacerdote di Madian.

Ietro era il capo di una tribù di pastori nomadi che si spostavano lungo le rive del golfo di Akaba. Accolse Mosè fuggitivo dall’Egitto dove aveva ucciso un persecutore dei suoi fratelli ebrei, e gli diede in sposa sua figlia Sefora, perché aveva difeso le sue sette figlie dall’arroganza di certi pastori che le volevano scacciare dal pozzo dell’acqua (Esodo, 2,21).

Ecco, “gli diede in sposa“, il padre che dà in sposa la figlia come sua proprietà. Nel mondo semitico questo era un costume etico, cioè un qualcosa di ammesso anche dal punto di vista giuridico e sociale. Lo era e lo è ancora nel Sub-continente indiano, nonostante la legislazione liberale voluta da Nehru fin dagli anni ’60. In molte aree di cultura e religione islamica altrettanto, lasciando da parte le situazioni tribali ancora presenti in Africa e in Asia.

Vedremo dopo perché il racconto di Ietro è simile e dissimile di quello fattomi in viaggio. Ora un altro esempio di potere maschile.

Gavino Ledda, sardo, nacque in un famiglia di pastori. Il padre Abramo gli fece frequentare solo per poche settimane la prima elementare e poi lo ritirò dalla scuola. Doveva iniziarlo al lavoro di pastore.  E così Gavino crebbe analfabeta fino al servizio militare, quando incontrò Franco Marescalchi che lo convinse a riprendere gli studi. Prima ottenne la licenza elementare, poi quella media, la maturità, fino a laurearsi in glottologia a La Sapienza di Roma. Fu ammesso all’Accademia della Crusca e in seguito fu nominato assistente di filologia romanza all’Università di Cagliari. Nel 1975 narrò la propria vita nel romanzo Padre padrone, tradotto in molte lingue e vincitore del Primo Viareggio. I fratelli Taviani nel 1977 girarono un film dallo stesso titolo.

Altra storia. Nel 1965 Franca Viola fu rapita e violentata dall’ex fidanzato, che la tenne segregata per otto giorni, ma lei rifiutò il cosiddetto “matrimonio riparatore”, che era in uso specialmente nel Sud, dopo una violenza sessuale. Fu l’emblema dell’inizio della liberazione femminile in Italia.

Tante violenze sono state perpetrate e si perpetrano sulle donne, fisiche e psicologiche, da parte di un elemento maschile forse un poco debole e insicuro, che ritiene di ribadire il suo ruolo anche con la violenza, mentre invece dovrebbe riflettere sul valore straordinario della differenza di genere e sulla ricchezza umana e morale del rispetto reciproco. Perfino in Iran le donne si stanno liberando, in Tunisia, in Marocco, in Algeria e, sia pure lentamente, in Arabia Saudita.

E dunque veniamo al racconto del mio amico. Mi dice: “Ero proprio là dove siamo stati in questi giorni, in Slovacchia, per cercare qualche aggancio industriale, e alla fine un interlocutore mi ascolta e mi invita a casa sua. Mi viene a prendere in elicottero, avevo portato il mio figlio minore che allora aveva una ventina d’anni o poco più. Cena splendida e alla fine la sorpresa… fa venire le sue tre figlie in età a scalare dai venti ai sedici anni e si rivolge a mio figlio invitandolo a sceglierne una, ché gliela avrebbe data in sposa”.

La cosa finì lì, tra lo sconcerto del mio amico e di suo figlio, che abbozzarono un gentile diniego, e la sorpresa dell’anfitrione, che pensava di aver fatto una grande proposta per creare un’alleanza imprenditoriale, neanche si fosse a contrattare un matrimonio tra eredi al trono nel ‘700 dell’assolutismo monarchico.

Si era nel 2005 più o meno, nel Centro Europa in una famiglia di imprenditori.

Se il comportamento di Ietro è plausibile da un punto di vista socio-storico, il comportamento del padre di Gavino Ledda si può spiegare solo con la presenza di elementi di cultura patriarcale arcaica, oggi inaccettabile, sia dal punto di vista etico sia da quello giuridico e sociale. E il signore slovacco come si configura, se non come arcaico padre padrone?

Oggi non è ammissibile che nessuno si consideri padrone di alcun altro essere umano, sia pure il figlio. La legge sulla maggiore età non lo consente, ma vi è anche una legislazione che tutela i minori e può togliere la patria/matria potestà a qualsiasi genitore che non sia in grado di garantire di poterlo essere per la crescita e lo sviluppo umano, sociale e culturale dei figli. Ciò è altrettanto vero se si tratta di rapporti tra adulti, ché ciascuno è il vero, unico e legittimo padrone del proprio destino e delle proprie scelte di vita: una verità cristallina.

Io ho avuto un padre che non mi ha mai schiacciato e una madre libera, e così son cresciuto scegliendo di fare il mio meglio, dalla famiglia povera da cui provenivo, ho lavorato e studiato tutta la vita portando a casa soddisfazioni e crescita, che continua ancora. Che Dio li abbia nella sua gloria.

Interludi filosofici

Oggi nell’ineguagliabile Firenze, all’Assemblea nazionale di Phronesis, l’Associazione italiana dei Filosofi “pratici”, e tra un mese e mezzo, l’8 luglio,  a Berceto di Parma, in buona compagnia di pensatori insigni come Boncinelli, Cacciari e Galimberti, in qualità di relatore al Primo Festival Nazionale della Coscienza.

Sono interludi filosofici per la sanità mentale. La mia, e non solo. Perché l’esercizio filosofico è sempre ascesi, è sempre musica, sempre poesia. Ascesi come sacri-ficio, un rendere-sacro-ciò-che-si-fa operando con il pensiero e la riflessione razionale, accettando e dominando, per quanto possibile, le emozioni; musica come infinito dipanarsi del suono, parola, significato e senso del dire quello che si può dire del pensato, ma mai del tutto e totalmente, ché il pensato deborda, sovrabbonda ai limiti dell’indicibile; poesia, come costruzione di nuovi percorsi del sensibile emotivo tramite la parola, in tutte le sue declinazioni, come luogo della metafora implicita, luogo della creazione della comunicazione e della relazione intersoggettiva, tra esseri umani. Ascesi, musica e poesia, a contorno e supporto della filosofia come habitus,  ambiente nel quale ci si dà il tempo per pensare. Ah quanto tempo si dovrebbe dedicare al pensiero! All’uso del pensiero e alla sua traduzione in parole, proprio in tempi nei quali l’uno e le altre non sono curate più di tanto, in cui vagolano in libertà apparente, e schiavitù reale della superba ignoranza.

Ogni pensiero, anche quello di non-pensare, è un moto proprio interiore che ci trascende. La nostra umanità, anzi il grado della nostra umanità si manifesta quando riusciamo a tra-durlo in parole, senza tra-dirlo più di tanto. Ma vi è di più: siamo più umani quando riusciamo a non-pensare e a dire il male, giudizi affrettati, insulti, offese sanguinose e immeritate all’altro, quando riusciamo a non definire l’altro con titoli e termini di condanna.

Siamo più umani quando riflettiamo e riusciamo a trasmettere il senso dell’infinito procedere del nostro tempo umano e del cambiamento, e li accettiamo come costitutivi del senso delle nostre vite, quando accogliamo il transeunte e il precario, il volto nuovo e un lavoro nuovo, una nuova casa e una nuova amicizia o amore.

Siamo più umani quando non ci crogioliamo sulle sicurezze acquisite, sulle certezze che ci sembrano indispensabili, e invece non lo sono, perché ogni vita è itinerario, processo, gradualità, scoperta, cosicché la fissità del posseduto e del certo diventa ostacolo alla crescita e alla comprensione del mondo e degli altri.

Siamo più umani quando ci accettiamo nel nostro limite, sempre da ricercare e accettare al suo manifestarsi, credendo fermamente che ce la possiamo fare in questa indagine infinita.

Ecco, caro lettor di questa domenica di maggio e oltre, a che cosa serve la filosofia, e perché questi interludi sono salubri per la mente e per il cuore.

Ovunque tu sia, chiunque tu sia, ti auguro ogni bene, e anche di accompagnarmi silenziosamente, o anche scrivendomi se vuoi, in questa diuturna meravigliosa esplorazione del senso delle cose e del senso della vita.

A love supreme, il male e l’inesistente

Caro lettor paziente,

John Coltrane nella mia giovinezza, insieme con Miles Davis, Mc Coy Tyner e altri, del free iazz, nobilissimi. “I will do all I can to be worthy of Thee O Lord./ It all has to do with it./ Thank you God (…) God Breathes through us so completely,/ so gently we hardly feel it, yet,/ it is our everything./ Thank you, God./ … Scriveva Coltrane.

Un amore supremo, cantava e canta per sempre con il suo meraviglioso sax, quando forse ormai il male supremo lo stava portando via nei secondi ’60. Lo ascoltavo alternandolo a volta con Chet Baker, specie quando mi prendeva un’inspiegabile melanconia e allora la tromba discreta dell’uomo bianco duettava nella mia anima con il sassofono del nero.

Avevo bisogno di ascoltare quei suoni rarefatti, finché non mi rasserenavo, e allora non c’era che Solea, Miles Davis dal vivo a Montreux con Quincy Jones. Le note dei solisti si connettevano a sentimenti miei, reconditi e gelosi, togliendo il marùm dei miei giovani anni, il fiottare dell’ansia, e ancora, che è passato tempo, ancora. Ora per diverse ragioni e stagioni, ora. Ma la musica, un doppio pregare della creatura, mi accompagna. Il vento si è fermato tra le foglie, come il fermarsi del vecchio efficiente vinile che ascolto, dopo averlo ripulito con cura. Come se stessi coccolando la mia anima spirituale, o l’anima di chiunque abbia bisogno di me, a guisa di guida alpina, capace di trovare una traccia del sentiero, prima confuso e ora forse rischiarato, almeno un poco.

La musica è più potente di ogni parola, perché si intrattiene tra le pause, è figlia del silenzio, e non si traduce. La musica trasforma il senso dello stare-al-mondo, lo avvolge, gli dà una trasparenza e una speranza. Anche il Requiem di Mozart o quello di Verdi, lo Stabat mater del giovine Pergolesi, il Nunc dimittis di Haendel e la Messa in Si minore del Kantor di Lipsia.

E Otis Redding sussurrante The dock of the bay, scritta prima dell’ultimo volo sul lago.

Sembra a volte essere armonia di sfere altissime, celesti, coro di angeli, mentre l’umanità si arrabatta o dà anche il peggio di sé.

Ho sentito il presidente Mattarella, non so se male imbeccato, dire una cosa sbagliata dopo il rogo di Centocelle, dopo la morte di Elizabeth, Francesca e Angelica… che si è trattato di un “atto al di sotto del genere umano“. No, Presidente, è un atto dell’uomo, ma dis-umano. L’uomo può fare cose così e le fa, così come può commentare sul web “Tre zingari in meno“. Il male costituisce in qualche parte l’uomo, è nell’uomo, come scelta di rifiuto del bene, come egocentrismo egolatrico, come ignoranza colpevole, come crudeltà, come freddezza, inganno, an-empatia, odio, vendetta,  come umanità irredenta.

A love supreme canta John Coltrane e altri umani vomitano l’indicibile, questo è il concerto talora stonato del mondo, cui dobbiamo attenzione, cura quotidiana, ascolto, condanna, sanzione, con lo studio, la riflessione, il lavoro, la preghiera.

Ma c’è anche un altro estremo che voglio cantare, malinconicamente. Il canto di Coltrane sta di fronte al suo contrario come l’ente sta di fronte al ni-ente, come l’essere sta al nulla. Se il canto di Coltrane è l’esistente, nella foschia lontana si intravede l’inesistente, che è tale solo perché non si vuole ammettere che esiste. E così, come ogni ente ha il suo nulla-di-ente, così ogni esistente ha il suo contrario, che esiste anche di più: apparente contraddizione solo per il senso comune, ma lineare nozione metafisica. Ebbene: anche se io stesso posso risultare in-esistente per alcuni, dichiaro che exsisto, eccome, per la gloria di Dio e del canto d’amore supremo di John Coltrane.

Balaustrata di brezza/ per appoggiare/ la mia/ malinconia.” (G. Ungaretti)

Silenti spazi dello spirito

Pedalando per contrade di prima mattina nel festivo giorno di maggio si colgono silenti spazi e quasi sovrumani, come canta il giovin favoloso di Recanati. Strade senza fine deserte, campi a perdita d’occhio, campanili oltre le cime di lontani pioppeti, incombenti quando li attraversi, cielo, questo cielo alto del confine con nuvole dalle forme cangianti. Il viaggio è lento e senza fatica, la frescura dell’ora piacevole, i pensieri vagolanti dall’animula mentis nostra.

Non vi è meta, ma solo un andare-verso, un viaggio, pur breve, nella silenziosa campagna. Stridii di rondini attorno ai campanili e improvvisi scrosci di rintocchi nunzianti la Messa eterna, che ti scuotono dai pensieri sparsi tra acque torbide e pure sorgenti. La luce del tardo mattino ti raggiunge, e ti consola della mancanza, della lontananza, nella perduranza, nella tardanza.

Villaggi lontani si annunziano con lentezza, le prime case, l’abbaiar dei cani, l’incresparsi dell’erba, e un vento leggero, come quello del profeta Elia, ti avvolge, e allora puoi pensare di appartenere all’Eterno essente, anche se a volte brancoli nell’incertezza. Sembra che il limite delle cose confini con l’infinito, così come ogni pensiero, e con l’eterno. Ogni giorno è dono e inquietudine, ogni ora è ricerca del senso, ogni minuto battiti cardiaci e ciclo della respirazione, ogni secondo un inesorabile andare-verso, mentre tutto-si-tiene nel Tutto e totalmente dell’Essere.

Ma oggi è giornata da carcerati, festa granda per una comunione, per me scandalo, lontana anni luce dall’evangelo della semplicità. Sono vicino da sempre ai carcerati innocenti, e oggi ho provato per mezza giornata, più sgradevole di quando entro veramente nell’istituzione totale. Sono e sarò sempre con chi ha conculcata la propria libertà, in ogni condizione.

E’ con questi pensieri che mi è scesa lentamente la sera, a piedi per campi lontani, nel viridescente apparire di erba, coltivi e grandi alberi, olmi di trenta metri e querce e ontani lungo corsi d’acqua di nuovo fluenti, dopo le piogge. Pensieri miei lasciati nei canali, in attesa della notte e del sonno.

Robert Duvall e Kevin Costner viaggiano nelle praterie dell’anima, e con loro cavalco in spirito.

L’animo iscurito e la luce pura

Caro lettore,

a volte sono iscurito nell’animo, per timore che lo stiramento al vasto intermedio sinistro sia qualcosa di impegnativo. Ah, la mia bicicletta amata! Non abituato al dolore, con solo cinque notti in ospedale in tutta la mia vita, di cui quattro dovute a una dimenticanza dell’ortopedico chirurgo, un’arteriola lasciata aperta dopo un’artroscopia, emorragia rimediata con un’emoglobina a 16, or sono quasi due anni. E, se questo iscurimento è forte, a volte si innesta su altri patemi, talora affettivi, esistenziali, di scelte. E si somma ad essi dando sofferenza e insofferenza, impazienza e straniamento, e uno strano, temporaneo indebolimento delle facoltà che da sempre mi hanno caratterizzato, la forza, la decisione, difficilmente impressionabile, capace di sopportare il dolore fisico e quello psichico, mio e degli altri. E di soccorrere chi aveva bisogno.

Il risultato è chiedersi che cosa ne sarà di me, ora, e dov’è tutta la mia sagesse filosofica, il dominio razionale delle cose, il controllo, il saper-cosa-fare, dire, consigliare, orientare me e gli altri. Eccomi allora, ecce homo, ecco l’uomo che veramente sono, Signor, l’omp a l’è cà, o ài fat ce ch’o hai podut, sta cun me, così prego invocando l’Incondizionato Iddio che ci vuole bene da sempre, ci ama, ci ascolta, ci sente, soprattutto, con l’aiuto dei suoi angeli, nostri custodi.

Ma l’iscurimento dell’animo fa fatica ad essere superato, e allora ringrazio qui le persone che mi vogliono bene, che mi stanno aiutando in questo momento di fatica e di pensieri, tutte, e loro sanno di essere quelle lì, che mi aiutano. Tra loro non si conoscono, se non in parte, ma io le conosco tutte, non sono molte, ma importanti, importanti per la mia vita e, spero, per la loro.

E allora l’iscurimento dell’anima può essere lenito come le ferite dell’uomo che da Gerico saliva a Gerusalemme, soccorso solo dal Samaritano, mentre il sacerdote e il levita erano passati oltre. Ecco, quando si incontrano momenti di confronto con la vita si pensa a chi può aiutarti, e se tu hai aiutato l’altro ogni volta che aveva bisogno. Mi chiedo se l’ho fatto sempre e mi dico forse sì, o qualche volta no, mi chiedo se ho saputo perdonare chi mi ha offeso. Non sempre, e non ultimamente.

L’animo iscurito, anche se fa soffrire, aiuta a riflettere, a confrontare tra loro le cose importanti e meno, urgenti e meno, per dare la giusta dimensione al dolore e alla paura, come scrivevo qualche giorno fa.

Il tempo opportuno che si percepisce, dentro quello fisico, è la dimensione giusta per la riflessione sul valore delle cose, degli atti e delle scelte che si fanno o si faranno.

Che il Signore del tempo, l’Incondizionato mi assista, come sempre.

… e quello sopra era il prequel

 

Mi ha assistito, come sempre, l’Incondizionato Iddio. Lui sa che ho ancora molte cose da fare a questo mondo, in salute e grazia sua, per me che devo avere forza e decisione, e per le persone che contano su di me. Gratias ago Domino Deo nostro, e alla luce pura che emana attraverso gli occhi delle sue creature.

Della coscienza

Caro lettor mio,

di questi tempi disarticolati e strani, recupero un capitolo del mio Manuale di Filosofia morale, edito da Il Quadrivio nel 2006, con il titolo Non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto (Rom 7, 14), famoso detto di san Paolo.

Cum-scientia è scienza di sé, scienza del guardarsi dentro. In greco suona, infatti, sin-èidesis etimologicamente identica al termine latino e quindi a quello italiano. E’ una delle parole di cui più si usa e abusa, spesso travisandone almeno in parte il vero significato.

Nel linguaggio corrente contemporaneo coscienza si può intendere in due modi principali: il primo di accezione morale, cioè “avere una coscienza”, che è sinonimo di possedere dei principi etici come norma dei propri comportamenti; il secondo di accezione psicologica e cognitiva, come “essere coscienti di”: cioè essere consapevoli. In questo secondo caso, “coscienza” assume quasi il significato di conoscenza, e senz’altro, in toto, quello di consapevolezza. In questa riflessione cercheremo soprattutto di approfondire l’accezione più propria di coscienza, cioè la prima.[1]

Vediamo: prima della coscienza intesa come facoltà umana di autovalutazione morale, secondo Aristotele[2] e Tommaso d’Aquino[3], che la denomina “ordinatio rationis“: uso dell’intelletto secondo la ragione del fine, vi è la cosiddetta sinderesi, cioè la facoltà di agire necessariamente verso il “bene”, seguendo la scienza dei “primi principi pratici” posti nell’intelletto, o ragione. Su ciò non è d’accordo tutta la scuola nominalista, nata dalle riflessioni del beato Duns Scoto e di Guglielmo d’Ockam, l’occasionalismo di Malebranche, e la casuistica seguita al Concilio di Trento; non è d’accordo Kant, che è il più famoso moralista moderno, ma non lo è per i presupposti gnoseologici; non sono d’accordo le teorie utilitariste classiche (da Hume in poi) e attuali. Tutte queste scuole di pensiero, infatti, ritengono che l’adesione al bene appartenga piuttosto alla sfera della volontà: “devo fare il bene perché devo“,[4] oppure “devo fare il bene (quale bene? ndr) perché mi conviene“.[5] Ma, non tanto stranamente, sia pure con parole diverse, comincia ad essere di nuovo d’accordo con san Tommaso (e quindi con Platone, Aristotele e sant’Agostino) molta della filosofia morale contemporanea, anche in parte quella laica[6]. Evidentemente il relativismo etico e il cosiddetto “pensiero debole” cominciano a preoccupare più d’un uomo pensoso. Per proseguire però si deve brevemente riflettere sui concetti di “partecipazione” e di “bene”. Sono ambedue concetti denominati “trascendentali”, vale a dire diversamente riferibili a più soggetti: essi infatti si devono intendere in modo non univoco, ma analogo. Per “partecipazione” si concepisce un qualcosa che può appartenere con intensità diversa a due soggetti diversi, come ad esempio la “vita” negli esseri viventi vegetativi (piante) e nei sensibili (animali). Per “bene” si intende tutto ciò che può essere raggiunto come fine, indipendentemente dall’essere o meno ordinato al fine vero del soggetto desiderante: cioè, è bene, intanto, ciò che si desidera conseguire. La sinderesi agisce a questo livello. Al livello successivo, più alto, si pone il livello della coscienza morale, che è chiamata a scegliere sulla base della finalità propria del soggetto. E’ a questo punto che resta aperto, ora più che mai, il dibattito su ciò che sia “coscienza morale”. In generale si possono individuare due posizioni: vi è che sostiene che l’uomo, ponderando di sé in generale, opera una scelta morale globale che si può definire “opzione fondamentale”. A seguito di questa scelta si potrebbero considerare come meramente accidentali (nel senso proprio di non-costituenti-la-sostanza dei fatti e delle cose) anche le azioni più gravi (o peccaminose), poiché il soggetto avrebbe operato una scelta per il bene, cui comunque, in ultima istanza tenderebbe. E’ la morale del “siamo tutti salvi”, basta la fede (Fede), un poco neo-luterana, inclusiva, e un poco… buonista. Vi è, per contro, chi sostiene che, anche ammettendo un’opzione fondamentale per il bene, questa debba essere sempre vigilata e sostenuta da azioni buone, perché quelle cattive la ferirebbero talora, forse, in modo “mortale”,[8] laddove vi sia: materia grave, piena avvertenza e deliberato consenso.

Forse è il caso di considerare seriamente la pervasività della fallibilità umana, e la facile adesione dell’uomo al male.

 

Approfondimento tematico Quell’oscura presenza

Nei giorni di ciascuno di noi, quando il silenzio ci aiuta nella riflessione interiore, quando si riesce ad abbandonare lo strepito quotidiano, sorge dalle profondità dell’anima un fiotto irrefrenabile, come una colata di lava incandescente, come un torrente reso turbinoso dalla piena. Pensieri, rimorsi, ipotesi, pentimenti, moti d’ira raffrenati, intuizioni… e poi é come se, su tutto questo materiale confuso, si ergesse un giudice pacato e severo: la nostra coscienza. Per giorni, settimane, mesi, a volte anni, essa tace, avvolta nell’oscurità dell’anima, nel torpore di una volontà ferita, ma a un certo punto essa riemerge, senza prepotenza, senza iattanza, in punta di piedi, quasi per non disturbare. E allora lentamente illumina l’ombra profonda che c’è dentro di noi, prima con barlumi infinitesimi, che ci permettono di intravedere qualcosa, e poi con sempre maggiore vigore ci mostra la nostra condizione. Fino a che non riusciamo a vedere con chiarezza ciò che prima era avvolto dalle caligini, avviluppato dalle panie della nostra cecità. Ci mostra il male che è dentro di noi, la nostra superbia e la nostra cupidigia, madri maligne delle cattive azioni che abbiamo compiuto. Siamo stati superbi e dunque abbiamo smesso di ascoltare, di imparare, di avere attenzione per noi stessi e per gli altri, travolti da quella che pensavamo fosse una vera, sana attenzione per noi stessi. Siamo stati cupidi e dunque abbiamo desiderato per noi beni sbagliati, finiti, disordinati, pensandoli adatti alla nostra vita. Abbiamo messo la sordina alla retta ragione scambiando il male con il bene.

Come impostare allora la vita, allorquando, alla fine di un lungo tunnel male o punto illuminato, si trova la via d’uscita? Non certo pensando di avere sconfitto tutta l’umana fragilità che è in noi, che ci costituisce, almeno parzialmente. Essa è parte non eliminabile della nostra struttura personale, e ci rende cagionevoli, bisognosi di aiuto. Essa è uno specchio nel quale ritrovare la via dell’umiltà, che si oppone alla superbia come il bene al male. Il problema che ci sta di fronte è come riuscire ad armonizzare ricomponendo le nostre straordinarie facoltà di esseri intelligenti, cioè come ricostruire la nostra identità creaturale.

Lo sforzo è grande e non privo di incertezze, cadute, ripensamenti, stanchezza. La perseveranza è la virtù da invocare e praticare. Proprio quando sembra che non ce la facciamo, che l’impegno sia troppo grande, smisurato, allora capita che ci accorgiamo di avere fatto un passo avanti, magari impercettibile. Ciò che fino a qualche tempo prima ci pareva nebuloso e incerto, comincia a stagliarsi alla nostra coscienza con un certo nitore.

Ecco: la cosa giusta da fare è questa. Lì mi stavo sbagliando… La coscienza non ha voce stentorea, più spesso fa fatica a varcare la soglia della nostra percezione interiore, perché siamo affannati a fare mille cose, frastornati da innumerevoli interessi e incombenze. E non ci mettiamo in ascolto.

Ma la voce (la coscienza) è resistente. E capace di emergere nei momenti di silenzio, quando finalmente fermiamo il nostro attivismo e ci predisponiamo al riposo. Occorrerebbe andarle incontro ogni giorno. Donarsi momenti di contemplazione e di cura del nostro spirito, fermandoci a osservare le cose, gli altri, il mondo, ma da fermi. In silenzio. E valutare le nostre azioni, soppesarle, confrontarle, chiedendoci se sono state congrue con il nostro esistere, se sono state buone, per noi e per gli altri.

I credenti di tutte le religioni e i seguaci di tutte le etiche dei valori lo chiamano esame di coscienza, o giù di lì, ciò che è il solo modo che permette a quella presenza avvolta nella nostra oscurità interiore, di uscire dalla latenza cui spesso la costringiamo, per illuminare finalmente la nostra via di una luce pura.

E’ dunque nella mia coscienza che si fa presente, in qualche modo, la normatività morale. La intendiamo qui dunque come

“quell’atto della ragione pratica che, alla luce dei primi principi del bene, della scienza etica e dell’esperienza personale illumina il soggetto su ciò che deve fare o evitare hic et nunc nella sua personalissima e irripetibile situazione.”[9]

Il giudizio etico della coscienza è allora la norma prossima della moralità e dell’obbligazione di una determinata azione dell’agente razionale (l’uomo).

E’ a questo punto che dovrebbe scattare, quell’atto che Aristotele chiama proàiresis, cioè la decisione per il bene proprio dell'”ente”, il quale dovrebbe essere riconosciuto quasi per connaturalità, per simpatia, per esercizio di retta ragione.[10]

Un’altra questione (anche questa sarà approfondita più oltre) concerne il rispetto dovuto alla coscienza erronea. Per coscienza erronea si intende quell’atto di coscienza che non persegue il fine dell’ente secondo la sua propria natura, ma non per cattiva volontà, piuttosto per una qualche forma di ignoranza momentaneamente invincibile. Nonostante tale atto sia erroneo, esso va rispettato, fino a che un approfondimento illuminato dalla retta ragione non porti il soggetto a cambiare la propria decisione.

[1] Interessante potrebbe essere esplorare la distinzione sartriana fra l’en-soi e il pour-soi, che approfondisce il tema dello iato esistente fra essenza dell’essere, o fatticità, e potenzialità dell’essere, o trascendenza: luogo dove si dibatte anche il conflitto naturale fra coscienza irriflessa e coscienza riflessa o “conoscenza”.

[2] Etica Nicomachea, VII, VIII

[3] Summa Theologiae, I-II, q. 19, art. 2

[4] è la deontologia kantiana

[5] il casuismo gesuitico e l’utilitarismo empirista anglosassone

[6] Cfr. in Galimberti U., I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli, 2002

[7] Possiamo intendere il termine sia nel senso comune che nel senso teologico di peccato.

[8] Poppi A., Per una fondazione razionale dell’etica, cit., Studium, Padova 1994

[9] Cfr. Tommaso d’Aquino, De veritate, q. 17, a. 1

La “funzione” del dolore e della paura

Dolore e paura ci fanno sentire vivi, anche se ci preoccupano. Il dolore e la paura ci avvertono di un qualcosa, che dobbiamo avere il coraggio e la pazienza di affrontare. Peraltro, secondo la distinzione classica, il coraggio o fortezza è proprio il rimedio alla paura, che è la passione contraria, sempre che non sconfini nell’imprudenza e nella temerarietà: affrontare a mani nude un uomo armato di pistola è follia. Nel dolore invece è la pazienza a costituire rimedio, pazienza che significa capacità di sopportare, cioè di sup-portare e dunque, ancora, significa coraggio. Pazienza e coraggio vs dolore e paura.

Di seguito una nota pubblicata nel 2015 nel mio L’eros come struttura ermeneutica per la comprensione del senso, ed. Cantagalli, Siena.

Dolore e sofferenza non sono sinonimi. Il dolore è la causa, a sua volta causata, e la sofferenza, che è un sopportare [dal verbo latino subfero, supporto, sopporto], è la conseguenza del dolore stesso sull’essere umano, il quale ne è consapevole, in quanto autocosciente. Tutti i viventi soffrono, anche se con un grado differente di consapevolezza, ma solo l’uomo, in condizioni normali, ne è perfettamente cosciente. Il dolore è sintomo di uno squilibrio, di una irritazione, di disturbi funzionali e di meccanismi psicosomatici e riflessivi vegetativi, di una lesione, o ferita, ed è generalmente un segnale di attenzione per un pericolo, per una patologia. È positivo come segnalazione di un qualcosa che non va, negativo se inutile.

[Pschyrembel H., Klinisches Wörtherbuch, ISBN 3-11-018171-1, de Gruyter, Walter, GmbH&Co, Berlin].

Il verbo greco πάσκω, ειν, significa “ciò che si prova nel fisico e nel morale”, e poi ”provare un’impressione, una sensazione, un sentimento”, e dunque ”soffro, sopporto, subisco”, così come nella traduzione latina patior, e italiana patire: dolore, miseria, danno, sciagura, disgrazia, calamità, sconfitta, etc..

La nozione greco-latina del patire è quindi origine dell’etimo della stessa virtù di pazienza [patientia], la quale ha come parte integrante fondamentale la fortezza, e dunque il coraggio. Il paziente è forte, e dunque è virtuoso, perché la fortezza [α̉ρητή] è la virtù per eccellenza.

Per Platone [Filebo 17, 31d, 32a; Timeo 47d; IX, 591d] il dolore è rottura dell’armonia, come un rientro nel Chaos iniziale, che è stato ordinato dal Demiurgo. Per Platone il problema è ripristinare l’armonia.

Per Aristotele [Etica Nicomachea VII, 13, 115] il dolore è conseguenza di una forzatura di ciò che è naturale. E comunque, ciò che è naturale tende alla corruzione e alla distruzione.

Per gli Stoici i dolore è una dimensione naturale da affrontare con determinazione e rassegnazione.

Sant’Agostino introduce il tema psicologico della volontà umana, che causa dolore quando dà spazio alla cupidigia e alla concupiscenza. [D. Antiseri e G. Reale, Il pensiero occidentale dalle origini a oggi, vol. I, 341-347].

Per Nietzsche il dolore è un’esperienza che favorisce la conoscenza, ponendo sotto una luce diversa e altrettanto veritativa la realtà di se stessi e del mondo.

Per la tradizione giudaico-cristiana il dolore è causato dalla rottura di un patto, per la quale vi deve esserci un’espiazione. Per la tradizione cristiana, siccome la rottura del patto ha causato dolore infinito a Dio, solo il dolore di un Dio ha potuto dare valenza soddisfattoria al dolore infinito di Dio stesso. Interessante è il passaggio paolino nella Lettera ai Romani [8, 19ss]: “[…] la creazione stessa infatti soffre e geme per le doglie del parto, […] essa pure attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio”.

Merita un cenno anche la dottrina del dolore in campo buddhista: per questa filosofia religiosa “[…] il dolore è realtà, suprema certezza ed esperienza umana universale; la causa del dolore è nella passione del desiderio; perciò, ci si può liberare dal dolore [e dal ciclo delle rinascite] solo con l’estinzione del desiderio; il desiderio si estingue attraverso la rinuncia [non mediante l’appagamento], e con comportamenti morali adeguati [retto discorso, retta condotta, etc., l’ottuplice sentiero]”; Neri U., La Sapienza Buddista e la risposta Hindu, in Rivista di Teologia dell’Evangelizzazione, Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, Bologna, Anno XI, n. 21 – gennaio/giugno 2007, 226.

E dunque… abbiamo pazienza e coltiviamo la fortezza.

La tras-figurazione dei diritti

L’ultimo diritto che ho sentito dichiarare sulla titolistica mediatica è il “diritto di morire”, con riferimento alla costruenda legislazione sul “fine vita”, denominata Dichiarazione Anticipata di Trattamento (D.A.T.). “Diritto di morire”. E’ un diritto “morire”? Secondo la biologia e la storia umana il “morire” è l’ultimo atto del vivere, della vita. Come si fa a chiamare “diritto” un fatto ineluttabile per tutti i viventi, l’uomo in primis, che è consapevolmente mortale? Un “diritto” è un qualche cosa di legato al divenire del sapere etico e alla normativa umana, storica, politica, giuridica, è una prerogativa, tuttalpiù una potestà, non altro.

Che occorra regolamentare il “fine vita” come norma anagrafico-biologica ed etico-giuridica, affinché faccia parte dell’ordinamento civilistico di una grande nazione è fuori questione, ma che si trasformi concettualmente e terminologicamente in un “diritto” è non solo assurdo, ma decisamente insensato sotto il profilo logico-argomentativo. Non vi è alcun dubbio che si debbano correggere storture come l’accanimento terapeutico e un eccesso di tecnicalità nel tenere in vita (e quale vita in qualche caso?) un essere umano a tutti i costi, cosicché forse gli esempi di Eluana e Welby ci dicono qualcosa, e  spero anche al cardinal Ruini, ma trasformare un atto ineluttabile facente parte dell’esistere del vivente in un diritto è dunque assurdo, insensato e perfin stupido.

Altro discorso che va trattato con cura estrema è quello che i recenti episodi “svizzeri” propongono: Magri, Fabo etc., dove si tratta di suicidio assistito e di eutanasia strano vocabolo auto-contradditorio ancorché eufemistico (appunto!) nella sua etimologia greco-antica, che edulcora uno dei passaggi radicali dell’essere dell’uomo a questo mondo, che nasce a fatica (Leopardi) e a volte può morire a fatica. Lucio Magri ha voluto evitare di “morire a fatica” perché “depresso”. Qualcuno lo aiutato, gli ha parlato? E i vecchi compagni del Manifesto e del Pdup che dicono? Tutto a posto?

Sempre in tema di “diritti” voglio citare quelli legati ai temi delle coppie omosessuali, delle adozioni e delle maternità surrogate. Mi sembra che si possano dire due cose: a) i diritti, se tali, cioè strutturati secondo principi razionalmente e generalmente condivisibili, non possono essere considerati come una coperta che si può tirare da tutte le parti, e spiego la metafora: non è la stessa cosa una coppia genitoriale eterosessuale, naturale o adottiva che sia, e una coppia “genitoriale” omosessuale, necessariamente votata alla mera adozione; b) non tutto ciò che la scienza può permettere di fare in termini pratici, come la fecondazione eterologa e l’impianto dello zigote nell’utero di una donna “terza” rispetto ai gameti costituenti lo zigote ricevuto, è ragionevole e eticamente fondato, se si ha una visione dell’etica non meramente utilitaristica e congiunturale.

Nel primo esempio risulta evidente come un papà e una mamma rispettivamente maschio e femmina non siano la stessa cosa di un” papà” e una “mamma” dello stesso sesso, sia sotto il profilo educativo del figlio, sia sotto il profilo relazionale e sociale presente e futuro di quest’ultimo; nel secondo esempio mi pare inequivocabile la prevalenza di un tecnicismo al servizio di scelte connotate da un macroscopico egoismo.

Per quanto riguarda il tema del  gender, siamo daccapo: anche se molte legislazioni oramai prevedono una sorta di “discrezionalità culturale” nella scelta soggettiva di appartenere a una certa categoria sessuale, ciò non significa che la natura si faccia condizionare dalla legislazione umana. Resta fermo il rispetto per l’omosessualità, come inclinazione complessa della persona, da non enfatizzare da un lato, e dall’altro a cui non negare opportune riflessioni scientificamente critiche sotto il profilo psico-biologico, culturale e sociale.

E così via. In altre parole si può dire che non tutto ciò che si ritiene conveniente, per qualsivoglia ragione, deve poter diventare un “diritto”, se ripugna alla ragione discorsiva usata con tutti i passaggi di una sana logica argomentativa.

…kài èiden kài epìsteusen, e vide e credette nel Crocifisso Risorto

Scegliendo tra i quattro racconti della Passione di Cristo, cito il versetto 8 del capitolo 20 del vangelo secondo Giovanni, per centrare il cuore della fede cristiana. Se non c’è la sequela dell’atto di fede attribuito dal redattore di quell’evangelo all’apostolo che Gesù amava, non c’è fede cristiana, come scrive con nettezza san Paolo nella Prima  lettera ai Corinzi al capitolo 15 versetto 14, (…) Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. (…)

Il discepolo che Gesù amava (Giovanni?) aveva corso più di Pietro, più anziano, ed era arrivato prima al sepolcro vuoto. Era stata Maria di Magdala, amica e discepola del Maestro, ad avvertirli, dopo che lei la mattina del giorno dopo il sabato si era recata prestissimo, ancora con il buio al luogo dove avevano deposto Gesù, nella tomba nuova messa a disposizione da Giuseppe d’Arimatea. Il buio è la prima pennellata del racconto, un buio profondo, che può essere anche simbolo della solitudine di quella donna, e di chi stava con il Rabbi di Nazaret, ucciso con disonore due giorni prima.

Poi arrivano Pietro e “Giovanni” è trovano la tomba vuota, il sudario che aveva avvolto il corpo del Maestro e la benda messa sul volto, piegata in un angolo (entetuligmènon, verbo greco medio-passivo). Il crocifisso risorto. E poi il racconto, anzi i quattro racconti proseguono.

Ma io qui, in un tempo tremendo che non voglio descrivere perché tutti lo conoscono, e parlo del tempo che viviamo, di guerra a pezzi e di sfacelo della ragione umana, mi soffermo sulla simbologia profonda del Crocifisso e del Risorto. Anche per chi non crede sono la più potente sintesi della vita umana, che si dipana e si declina tra dolore e suo superamento, e anche perfino gioia.

Ogni dolore umano è una “crocifissione”, nelle sue mille gradazioni, e ogni suo superamento, anche parziale, è una “risurrezione”. La vita umana è contenuta tra queste due polarità, ogni giorno, per ogni essere umano, da sempre, per cui ognuno di noi può chiedersi, con Kant, che cosa posso sapere, che cosa è giusto fare, che cosa posso sperare? E allora viene in soccorso la mente (lo spirito), declinata nell’intelletto e nella ragione che opera, se vogliamo, seguendo la logica argomentativa naturale, base necessaria di ogni ricerca di ciò che sia bene o male per l’uomo stesso. Prima di ogni scelta eticamente fondata occorre “mettere in moto” la ragione, cosa non semplice e non molto diffusa ultimamente, sembra. Che cosa sono gli attentati, gli omicidi, le minacce, le guerre asimmetriche, gli imbrogli finanziari, i fanatismi di ogni genere e specie, da quelli religiosi a quelli alimentari, il rifiuto di ogni compassione umana, la stupidità diffusa, debordante, in molti ambienti. L’elenco non mette tutto sullo stesso piano, ma costituisce uno scenario dove i fenomeni sono apparentati da un uso insufficiente o negativo della ragione, con una prevalenza delle peggiori passioni.

La tentazione è quella di ritirarsi, di far finta che non ci sia nulla, o comunque che non si possa far nulla per migliorare l’umano, la cui struttura mentale è quasi identica a quella di mezzo milione di anni fa. Ma non è così che si deve fare, poiché ogni momento è il momento per intervenire, senza strafare, con le proprie forze, anche nella debolezza, ché le opere contano sempre meno delle intenzioni al bene.

Qui sotto troviamo la risposta di Paolo, il quale intende dire di aver fatto quello che ha potuto con le opere, ma soprattutto con l’ausilio della fede, certamente in Dio, ma anche nell’uomo di volontà buona.

Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede” (2 Timoteo 4, 7).

Vale sempre la pena provarci, proprio perché il Crocifisso è Risorto.

Le ragioni della scienza come sapere discorsivo-razionale e le ragioni della fede religiosa come sapere intuitivo

Bello allargare gli spazi di ogni discussione, bello che il Caffè Filosofico diventi sempre più inclusivo, dando spazio e voce a nuovi saperi e nuove persone. Ogni apertura, o aperità, come la chiamava Heidegger, porta nuove possibilità di comprensione sull’infinito “che tutto com-prende” (l’Umgreifende di Jaspers). L’amico professor Angelo Vianello, che mi saluta con un abbraccio, ne parla con acribia da biologo  e passione di credente. Il biologo è un “filosofo della natura” che esplora il mondo con lo stesso spirito di un Democrito o di un Lucrezio, con la stessa determinazione di Copernico e di Galileo; il credente è uno che si affida alla possibilità della trascendenza, di un oltre, di Dio, come ciò che non può essere capito fino in fondo con la ragione, ma com-preso, nel senso di preso-dentro, con la fede.

Il discorso antico su scienza e fede o meglio, tra scienzadimensione religiosa, ovvero tra ricerca razionale sul funzionamento della natura e ammissione di un “oltre” , si è specificata sempre meglio nei secoli a partire dalla grande stagione rinascimentale dei Marsilio Ficino e di Giovanni Pico della Mirandola, con l’acuirsi di conflitti e intolleranze, che hanno portato ai roghi del 1600 a Campo dei Fiori, quando l’inquisizione uccise a Roma il filosofo e frate nolano Giordano (Filippo) Bruno e a Pordenone il mugnaio di Montereale Valcellina Domenico Scandella (detto Menocchio), e molte centinaia di altri fino al 1800 inoltrato, e infine al processo degli anni ’30 del diciassettesimo secolo a Galileo Galilei.

Scienza e dimensione religiosa interpellano comunque la ragione, se pure in modo diverso, la prima in modo discorsivo e logico, utilizzando l’argomentazione razionale e il metodo sperimentale, la seconda ammettendo che vi sono dimensioni che sfuggono al rigore dimostrativo, emergendo dalla misteriosità dell’indicibile. In aggiunta non si può non tenere conto della triplice dimensione del mistero, quella del sacro, quella del sentimento religioso, e quello dell’atto di fede. Il sacro come senso della grandezza e potenza della natura che meraviglia e spaventa, il sentimento religioso  come manifestazione di una parte della interiorità umana esterna alla dimensione razionale della ricerca scientifica, l’atto di fede come de-cisione individuale e dono, come incontro tra umano e divino, come affidamento dell’umano e accoglimento dell’Oltre.

Non vi è contrasto radicale tra i due campi, poiché ciascuno di essi è diversamente collocato nella psiche, e connotato. Il distacco tra le due dimensioni, però, può essere in qualche modo e misura quasi “riconciliato”, se fossimo capaci di ricorrere alla vecchia nozione di scienza, quella antecedente la rivoluzione filosofica e scientifica post rinascimentale, la nozione di epistème, come scienza intrisa di sapienza, cioè di sapidità, di sguardo penetrante, di sophìa.

Il “luogo” deputato per realizzare questa conciliazione è la filosofia. La filosofia, come amore per la sapienza, è l’ambiente conoscitivo e dialogico, soprattutto nella sua insuperata versione magistrale socratico-platonica, più adatto a far dialogare sentimento religioso e ricerca scientifica, poiché essa non è subalterna ad alcun sapere, né “subalterna” alcun sapere. La filosofia è autonoma nella sua solo apparente autoreferenzialità, poiché mentre si chiede le ragioni del suo stesso argomentare, pone le basi per la riflessione radicale sul senso della vita e di tutte le cose. La filosofia si pone dei “perché”, non essendo molto interessata ai “come”, che lascia volentieri alle scienze naturali: si chiede il “perché” del nostro di umani stare-al-mondo, e se il mondo esista per noi o da noi pre-scindendo, e se saremmo arrivati fin qua senza la catastrofe d 65 milioni di anni fa che estinse i grandi rettili lasciando spazio ai mammiferi, e se su cento miliardi di galassie come la Via Lattea possano darsi intelligenze, anche diverse dalla nostra autoconsapevolezza soggettiva, e se di possa dare un “dio” in qualche modo supervisore. E se, infine, vi sia un destino, una teleologia, un luogo di compensazione del male del mondo.

Ecco allora che, se con la disciplina logica la filosofia lascia lo spazio alle matematiche  e alle scienze sperimentali, con la disciplina etica apre spazi immensi alle religioni, e dunque ai sistemi morali presenti in tutte le declinazioni del mondo, per certi versi in qualche modo sempre apparentate in quanto umane, come ben spiegava Kant.

Religione e scienza, fede e filosofia sono tutti campi di riflessione spirituale che rendono l’uomo meno ferino, meno belluino, sempre che sappia riconoscere i propri limiti, accettandoli e casomai esplorandoli fino in fondo senza atteggiarsi a simulacro arrogante e superbo di prometeiche divinità.

Older posts

© 2017 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑