Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il medico dell’Imperatore

Chiamate Giolla, il mio fedele medico, ordinò Adriano ai servitori, chiamatelo ché venga subito!”

L’ordine di Adriano era perentorio e Giolla comparve davanti al sovrano dopo pochi minuti. “Come posso servirti mio divino?, esclamò, e Adriano lo chiamo vicino, si trovavano vicino al laghetto chiamato Cepile nella grande Villa che il padrone del mondo aveva voluto far costruire sui colli, ma in vista dell’Urbe. Mandò via i servi e il pretoriano che camminava nei pressi e fece sedere il medico.

Caro Giolla, mio medico fedele per tanti anni, ho da chiederti un favore supremo… tu sai che non sto bene, dopo le perdite delle persone care, dopo le guerre feroci che ho dovuto combattere con tanti morti, anche donne e bambini. Mi hanno raccontato che a Masada, sul Mar Morto, ai tempi del mio predecessore Vespasiano, quasi mille persone per non cadere nelle nostre mani, erano ribelli all’Impero certamente, si sono tolte la vita. Un massacro. Ma io non voglio più vivere. Devi prepararmi una pozione, come quella che si dice abbia assunto Socrate, perché voglio raggiungere la pace dell’Ade insieme con i miei maggiori e con i grandi della Patria“.

Il medico rimase in silenzio, non osando contraddire il grand’uomo, ma volendogli bene provò a dissuaderlo con garbo. Adriano lo ascoltò senza interromperlo, e poi disse: “Conosco il tuo affetto sincero e il tuo dispiacere per me, ma ti prego di fare quello che ti ho detto, entro stasera e domattina, alle prime luci dell’alba mi porterai la pozione.” Giolla assentì e si congedò. Adriano trascorse la giornata in amabili conversari che attenuavano la sua tristezza: alla villa aveva voluto convenissero sapienti da tutto l’impero, sacerdoti caldei ed egiziani, filosofi greci sia di scuola stoica sia peripatetica, studiosi e altri sapienti di ogni genere della filosofia naturale e dell’astrologia.

L’indomani mattina Giolla non si presentava e l’imperatore era molto nervoso, lo mandò a chiamare quasi con ira ma, dopo qualche minuto vennero da lui disperati alcuni servitori che gli dissero “Oh divino, il tuo medico Giolla è morto, non sappiamo come“. Adriano piombò in grave costernazione e non volle vedere nessuno per tutto il giorno, né toccò cibo, cacciando sgarbatamente chiunque volesse servirlo in qualche modo. Verso sera chiamò il suo segretario e gli chiese di portarlo dove era stata composta la salma di Giolla. La stavano vegliando i servitori e un altro medico, che l’imperatore interpellò. “Ha preso del veleno, oh divino“, questi rispose.

Adriano comprese tutto. Giolla aveva assunto la pozione destinata a lui e, per non disubbidirgli e per affetto e pena, si era tolto la vita. L’imperatore, che pure sembrava ottenebrato, oramai, da un tristezza infinita, non cercò più il suicidio, e si spense nel 138 a sessantadue anni, dopo una vita intensissima, dedicata prima alla sua formazione militare e civile e poi all’esercizio del potere supremo. Non sappiamo se questa vicenda sia accaduta così come la sto raccontando, ma è plausibile, verisimile, e perciò, perché no?, vera.

L’imperatore Elio Adriano, di famiglia in parte ispanica ma romano di nascita, era stato accolto nell’entourage di Marco Ulpio Traiano molto giovane, stimatissimo da Plotina, moglie del grande imperatore. Aveva seguìto il suo mentore nella campagna contro i Daci di Decebalo e in Medio Oriente, ma non aveva ampliato il territorio imperiale oltre i confini traianei, consapevole che, soprattutto in oriente, non sarebbe stato possibile mantenerli, vista la presenza dei bellicosissimi Parti e la distanza che superava le quattordici giornate di cavallo dall’Urbe. Questa era la distanza ritenuta ragionevole per poter tenere sotto controllo un territorio, pur grande, ma non grandissimo. Infatti gli imperi di Genghis Khan e Timur-Lenk, più vasti di quello romano, durarono pochi decenni.

Aveva viaggiato molto durante il mandato imperiale, in Britannia dove aveva fatto costruire il Vallo, in Mauretania, in Grecia, in Egitto. Aveva fatto reprimere con estrema durezza la ribellione giudaica di Simon Bar Cochba (Simone Figlio delle Stelle), facendo spargere il sale su Gerusalemme neonominata Aelia Capitolina. Promosse notevoli riforme civili, sociali e giuridiche, con il fine di migliorare la vita e il diritto delle popolazioni.

Pure amando la bellezza come un fine ellenista, aveva sempre condiviso la rude vita dei soldati durante le campagne militari, come avrebbe fatto il suo degno successore Marco Aurelio. Si era preoccupato della successione per impedire che lo sostituisse una figura indegna e associò alla sua famiglia Antonino Pio e Lucio Vero, ma non si accontentò, perché volle che anche Antonino si muovesse in questo senso scegliendo, Adriano vivente, Marco Aurelio come successore. Mentre invece fece mettere a morte Salinatore, un suo parente che giudicava pericoloso e indegno.

Anche parlando di Adriano, trascuro confronti ingenerosi con la politica del nostro tempo e i suoi mediocri attori

Marguerite Yourcenar ne ha fatto un mito con il suo libro, non apprezzato da accademici invidiosi, o perlomeno gelosi, come Luciano Canfora, Le memorie di Adriano, da cui traggo una breve lirica dell’imperatore, quando sentiva avvicinarsi il momento estremo.

 

« Animula vagula blandula
Hospes comesque corporis
Quae nunc abibis in loca
Pallidula rigida nudula
Nec ut soles dabis iocos […] »
(IT)« Piccola anima smarrita e soave,
compagna e ospite del corpo,
ora t’appresti a scendere in luoghi
incolori, ardui e spogli,
ove non avrai più gli svaghi consueti. […] »

Francesco papa, il cardinale Umberto di Silvacandida e il patriarca costantinopolitano Michele Cerulario sono insieme a San Nicola di Bari in un bel mattino d’estate del terzo millennio

Francesco papa ha incontrato una ventina di patriarchi, metropoliti ed egumeni del Vicino Oriente cristiano, cattolici di rito caldeo, copti (cioè in greco eigùptioi, egizi), ortodossi costantinopolitani e russi, a San Nicola, vetusta meravigliosa insigne basilica barese, porta sull’Oriente.

E mi ha fatto sovvenire, in questo dì d’estate piena e di mia ascesi necessaria e benefica, lo scisma del 1054, mentre sto leggendo la Biblioteca del Patriarca Fozio, primo scismatico da Roma, di due secoli prima. Li chiamiamo scismi, dal verbo greco skìzomai, divido, separo (da cui schizofrenia), solo perché è il nostro punto di vista, tant’è che la grande chiesa d’Oriente ha voluto chiamarsi ortodossa, cioè “della retta opinion di fede”.

E mi sovvengono le figure del cardinale Umberto di Silvacandida, legato di papa Leone IX, del patriarca costantinopolitano Michele Cerulario, e dei loro anatematismi reciproci scagliati con ira nella Basilica della Santa Sapienza, l’insuperabile Santa Sofia, voluta da Giustiniano imperatore, a maggior gloria dell’Onnipotente.

Non dimentichiamo che i dogmi cristiani, soprattutto i due fondamentali, quello trinitario e quello concernente la natura di Cristo, sono stati oggetto di diatribe complicatissime a partire dalla fine del II secolo e fino almeno all’VIII, senza comunque lasciare soluzioni definitive per tutti. Pareva che a Calcedonia, nel concilio del 451 si fosse raggiunto un consenso condiviso, sia su Cristo, come unica persona in due nature, sia sul tema trinitario, ma poi non è stato così. In sintesi, il cristianesimo orientale ha sempre conservato una visione trinitaria subordinaziana, monarchiana, patripassiana, che significa gerarchia tra Padre, Figlio e Spirito, anche se certe icone paiono attestare l’incontrario (cf. la Trinità di Andreï Roublev), mentre l’occidente si è mantenuto su una visione trinitaria assolutamente paritetica, sulle tracce di Agostino (cf. De Trinitate). Personaggi e nomi come quelli di Nestorio, Eutiche, Cirillo di Alessandria, Teodoreto di Cirro, Teodoro di Mopsuestia, Ibas di Edessa, questi ultimi tre importanti anche per alcune vicende della chiesa aquileiese (Scisma dei Tre Capitoli) e altri sono il fulcro di queste complicatissime e interminabili discussioni e reciproche scomuniche.

I temi dello scisma del 1054, se oggi commentati, potrebbero suscitare fors’anche un poca di ilarità, ma allora…:

il primo e teologicamente più importante atteneva l’inserimento del Filioque , vale a dire la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio (Filioque) nel Credo niceno-costantinopolitano da parte della Chiesa latina, atto non accettabile dalla Chiesa orientale, che si basava sul testo del Concilio di Efeso (431). La diatriba pare sia stata originata nella Spagna Visigota del VI secolo per controbattere l’arianesimo che sosteneva la primazia del Padre e la coeternità di Figlio e Spirito, per cui non poteva darsi una doppia paternità dello Spirito, mentre in occidente venne proposto il testo seguente, tuttora in vigore: “Credo nello Spirito Santo, […] che procede dal Padre e dal Figlio [Filioque, appunto], e con il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato.” L’Oriente non accettò mai tale formulazione, preferendo la dizione “…procede dal Padre attraverso il Figlio”, lo Spirito, s’intende. Pensi la questione, il mio gentil lettore, alla luce della confusione concettual-terminologica, socio-giuridica ed etica in tema di paternità e maternità ai nostri giorni.

Un altro tema, ma non dei principali e comunque rimasto irrisolto, fu quello degli azzimi: ancora oggi il Pane eucaristico è azzimo in Occidente e salato in Oriente: la due chiese mangiano il corpo transustanziato di Cristo o salato o azzimo. Non sto scherzando.

Invece, un tema cruciale era ed è ancora, anche se attenuato, dopo l’incontro del 1964 tra papa Paolo VI e il patriarca Atenagoras di Costantinopoli, è quello concernente il primato universale di giurisdizione del papa, ossia se il Vescovo di Roma dovesse essere considerato un’autorità superiore a quella degli altri patriarchi. Su questo tema, tutti i cinque patriarchi della Chiesa (Alessandria, Gerusalemme, Antiochia, Costantinopoli e Roma) concordavano di attribuire gli onori  più elevati al vescovo di Roma, ma non in modo assoluto e soprattutto dal punto di vista giurisdizionale e di potere reale in ambito teologico e organizzativo.

I fatti di quel 16 luglio del 1054: papa Leone IX inviò a Costantinopoli il cardinale Umberto di Silvacandida al fine di cercare di risolvere l’intricata questione, ma tutto finì nel peggiore dei modi, come detto sopra. I due interlocutori depositarono sull’altare di Santa Sofia le reciproche scomuniche, che però non avrebbero avuto nessun valore canonico e giuridico, in quanto nel frattempo papa Leone IX era morto.

Da quel momento ognuna delle due chiese rivendicò per sé il titolo di “Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica” e di custode dell’Ortodossia cristiana. Nel 1453 il sultano turco Selgiuchide Mehmet II conquistò Costantinopoli e questo fatto allontanò ancora di più la chiesa orientale da quella di Roma. Neppure i tentativi di un Concilio quasi coevo, tenutosi a Firenze ebbero successo, fino ai tempi nostri, a Paolo VI e Atenagoras, e a Francesco.

Ma pare che la strada dell’unione sia ancora lunga, e il cammino impervio e faticoso. Anche questi fatti attestano la disunione tra gli umani su questo piccolo maltrattato pianeta, che Dio lo guardi con misericordia.

Noterelle sul Cristianesimo antico scritte durante la mia ascesi (dal greco àskesis, cioè “esercizio”) come anacoreta del XXI secolo

Caro lettore,

da ieri mattina, come chi mi vuol bene sa, sono alloggiato come un monaco anacoreta, e avendo un po’ di tempo in più traggo vantaggio dalla lettura di un monumentale tomo regalatomi da un amico rinchiuso, per ragioni diverse dalle mie, in ristretti orizzonti, la Biblioteca del gran patriarca costantinopolitano Fozio (IX secolo), volume edito dalla Scuola Normale di Pisa, che ha suscitato l’ammirazione della piccola filologa che mi ritrovo in casa, mia figlia Bea.

Non solo alloggiato come un monaco, ma anche spiritualmente sono disposto a tale stato, e ciò mi fa bene, per riposarmi corpo e anima.

Parto dal motto che introduce il testo di Fozio, che è in greco e italiano:

Si usava radunarsi ogni giorno per la lettura/ e interpretazione di un’opera principale,/ esattamente come ancora oggi i nostri/ amici cristiani sono soliti radunarsi negli/ stabilimenti dedicati allo studio, noti con il/ nome di scuole, ogni giorno per approfondire/ un’opera principale tra i libri degli antichi.” (Hunain Ibn Ishak, Sulle traduzioni di Galeno, p. 15 Bergsträsser)

Ecco quali erano i rapporti tra cristiani, musulmani ed ebrei in quegli anni, anche se certamente non mancavano i conflitti, non solo poiché si era alla vigilia della aspra e controversa stagione delle Crociate, ma anche perché si consumava con Fozio la prima grande spaccatura con il “papa” di Roma, anzi con il vescovo di Roma. Infatti l’intestazione della Biblioteca così recita, … di Fozio, vescovo di Costantinopoli e patriarca ecumenico, cioè patriarca di tutta l‘ecumene cristiana, certamente al di sopra dei patriarcati di Gerusalemme, Alessandria d’Egitto e Antiochia di Siria, ma non secondo neppure a Roma. La successiva e più grave rottura nel mondo cristiano, mentre l’islam si espandeva, avvenne nel luglio del 1056, ai tempi del patriarca Michele Cerulario e di papa Leone IX.

In ogni caso è bello constatare in questi nostri tempi circonfusi di ignoranza e di ignoranti che c’era, pure in presenza di molti contrasti, una sorta di dialogo fin da quei tempi tra le grandi tradizioni religiose, teologiche e filosofiche sviluppatesi attorno al Mediterraneo.

Le dottrine teologiche cristiane si dibattevano ancora tra due estremi, il nestorianesimo (dal nome di un patriarca costantinopolitano del V secolo, Nestorio) sostenitore della mera umanità di Gesù di Nazaret, che dunque era Cristo, cioè unto da Dio Padre, ma non consustanziale al Padre, molto forte ad Antiochia, e il monofisismo, molto forte ad Alessandria, il quale credeva vi fosse in Gesù Cristo solo la natura divina (mono, cioè uno, phusis, cioè natura), nonostante quello che era stato il consenso calcedonese (Concilio di Calcedonia del 451) tra le varie posizioni. Il tema trinitario e quello delle due nature di Gesù Cristo, quella umana e quella divina nell’unità teandrica o unione ipostatica (una Persona in due Nature), affaticò per secoli vescovi, patriarchi, monaci, teologi e imperatori, senza risolversi in una posizione unitaria, fino ai nostri tempi.

In qualche modo, possiamo osservare, sia il nestorianesimo, che forse aveva influenzato le origini dell’islam, poiché Mohamed incontrò probabilmente nei vasti deserti e durante le sue peregrinazioni nella penisola arabica diversi monaci nestoriani, sia il monofisismo che ben si sposava con l’assoluta trascendenza di Allah, erano dottrine complesse e molto diffuse, tali da affaticare la cristianità in almeno sette concili (quasi) ecumenici. Cosicché vedi, caro lettore, come i legami tra queste grandi tradizioni fosse molto forte, pur nelle differenze che nel tempo si sono anche accentuate: infatti, se la fonte era comune, la Bibbia degli ebrei, il suo prosieguo è stato differenziato, con il Nuovo testamento (Vangeli canonici, Lettere apostoliche e Apocalisse) per i cristiani, e il Corano per i musulmani. Si devono comunque registrare anche altre “sacre scritture”, come l Talmud (babilonese e gerosolimitano) e la Kabbala per gli ebrei, i Vangeli apocrifi e altri Scritti intertestamentari per i cristiani, e i commenti (Hadith di Mohamed e altri testi) al Corano per i musulmani. Nel tempo si sono registrate molte difficoltà di dialogo, escludendo finora ogni ipotesi di riunificazione, perfino nell’ambito cristiano. Il dialogo interreligioso è proseguito a fasi alterne, fino ai nostri tempi difficili. In ambito cristiano si è perfino assistito all’ulteriore separazione dovuta alla Riforma protestante nel XVI secolo.

Nei primi secoli cristiani vissero e scrissero innumerevoli autori, tra i quali alcuni furono definiti “Padri della Chiesa”, e proclamati santi, come Sant’Ireneo di Lione, San Giustino, San Basilio di Cesarea, San Gregorio di Nissa suo fratello, San Gregorio di Nazianzo, San Girolamo, Sant’Agostino, San Giovanni Crisostomo, San Giovanni Damasceno e altri; mentre alcuni sono definiti come scrittori cristiani, tra i quali spicca per profondità di pensiero e di esegesi Origene di Alessandria, che fu anche proscritto e anatematizzato dall’imperatore Giustiniano nel 553: Origene, infatti, aveva sostenuto alcune dottrine che non erano piaciute alla “grande chiesa, come quella dell’apocatastasi, cioè della salvezza di tutti in Cristo, grazie al sacrificio incommensurabile del Figlio di Dio in remissione dei peccati del mondo.

Altri autori, vocati propriamente all’ascetismo furono Evagrio Pontico, monaco, fatto santo per i suoi meriti di moralista rigoroso e Giovanni Cassiano, fondatore di monasteri e santo, prima di giungere alla grande stagione di San Benedetto, che dette inizio a una gloriosa vicenda, quella del monachesimo occidentale, inizio ragionevole dell’idea di Europa come res publica christiana.

La presunzione è la figlia primogenita dell’ignoranza

Dell’ignoranza, non di quella dotta e consapevole di Socrate e del cardinale Nicola di Kues, ma quella crassamente e colpevolmente idiota da bar sport, abbiamo qui trattato più volte. Nel titolo, caro il mio lettore, trovi un’affermazione apodittica, cioè che “la presunzione è figlia primogenita dell’ignoranza“.

Quel “è” caratterizza filosoficamente e filologicamente tutta la frase, come predicato nominale con cui mi permetto di attribuire all’ignoranza una figlia, e per di più primogenita, cioè caratterizzante una prima manifestazione genetica della “madre”.

Chi è presuntuoso nutre un’eccessiva sicurezza e fiducia epperò priva di riscontro nelle proprie capacità; questi solitamente  si attribuisce qualità e doti di cui non è in possesso, per un’opinione troppo elevata di sé, in ragione di una radicale mancanza di umiltà. Ecco: la mancanza di questa fondamentale virtù morale, che è valore e principio esistenziale. A volte si confondono i valori/ principi/ virtù con nozioni di carattere organizzativo, che si chiamano in un altro modo, appunto. Ma tant’è: vi sono docenti che non sanno queste cose e insegnano, invece di mettersi lì, umilmente, a imparare, perché sono presuntuosi.

Il presuntuoso molto spesso è anche caparbio e insolente, e dunque superbo, rischiando di essere vittima del peggiore dei vizi morali, la superbia, madre e figlia dell’orgoglio spirituale, il vizio che non permette alle anime di ammetter i propri errori. Disgraziato (cioè privo di grazia) chi non riesce ad ammettere i propri errori!

L’ignorante, per contro, è una persona che non conosce in modo adeguato un fatto, una regola o un oggetto, ovvero manca di una conoscenza sufficiente di una o più branche della conoscenza, pensando di possederla, e dunque è anche presuntuoso, poiché presume di sé qualcosa di falso, o di non rispondente al vero. Il senso e l’accezione comune del termine ignoranza significa dunque una mancanza di conoscenza di un particolare sapere o fatto specifici.

Il termine, come abbiamo scritto in altro pezzo precedente, deriva direttamente dal verbo greco antico gnor-ìzein e poi dal latino ignorare. Nel tempo il termine ha assunto un’accezione sempre più spregiativa, perché gli si è attribuito il senso morale di ignoranza colpevole, per mancanza di informazione e formazione dovuta a presuntuosa pigrizia.

A volte il presuntuoso, però, non è pigro, anzi è iperattivo, ma disordinatamente, disorganicamente. Muoversi per muoversi non significa nulla, se non si sa dove si sta andando: infatti si può conoscere veramente, anche se non mai del tutto, il proprio itinerario, esistenziale e lavorativo, solo se si è in ascolto, solo se non si dà per scontato di avere sempre ragione a priori, e gli altri, se ti contraddicono, sempre torto.

Non è mica difficile saper ascoltare gli altri, certamente quelli che meritano di essere ascoltati (cf, il significato etimologico di obbedire), basta fermarsi un momento nutrendo qualche sano dubbio sui propri convincimenti. Sant’Agostino e Descartes avevano fondato addirittura la conoscenza sul dubbio “cogito et dubito, ergo sum“, cioè penso e dubito, cosicché sono. Per questi due sommi pensatori il dubbio fonda lo stesso essere. Senza il pensoso dubbio non vi è neppure la persona, che pensa e che dubita, e in tanto in quanto pensa e dubita, essa stessa è.

L’essere è fondato sull’umiltà del dubitare, non sulla presuntuosa superbia del sapere senza confronto. Non vi sono titoli di studio o posizioni che esimono da questo circuito virtuoso del pensiero. Io stesso, che non mi son fatto mancare approfondimenti e studi, son sempre più consapevole della mia ignoranza, poiché mentre imparo cose nuove, queste mi presentano infiniti scenari conoscitivi ancora da esplorare, ed è così che mi sento creatura e non creatore, padrone e signore della conoscenza e della verità, io consapevole di restare sempre e comunque un povero essere umano, fragile e ansioso, consapevole della mia pur nobile finitezza.

Omicidi: 0,2% ogni 100.000 abitanti in Italia, 4,5% su 100.000 abitanti negli U.S.A.

…forse 7/8 milioni di armi da fuoco comprese quelle da caccia in Italia su 60 milioni di abitanti, 250.000 di armi da fuoco negli U.S.A. su circa 350.000 milioni di abitanti. Un rapporto clamorosamente favorevole alla situazione italiana.

Ora, la linea politica della destra, soprattutto della Lega e del partitino assorbibile della Meloni vuole pistole per tutti. Ieri uno stagista incazzato fa una strage nella redazione di un giornale americano ad Annapolis nel Maryland, perché, pare, riteneva di essere stato trattato ingiustamente da quel foglio, di essere stato diffamato. Qui non siamo nel contesto fanatico di Charlie Hebdo, ma in una situazione “normale”, dove un uomo “normale” fa una strage. Personalmente sono coinvolto nell’inserimento di stagisti e tirocinanti nelle aziende che seguo, i quali lavorano un periodo, scrivono la loro tesi, mi aiutano, li aiuto come co-relatore, finito il periodo se ne vanno ringraziando e mantenendo i contatti. Proviamo a immaginare un altro scenario: effrazione di una casa, il ladro entra, è armato, il padrone di casa si accorge, cerca la pistola nel comodino, posto che l’abbia messa lì, e il ladro, nel frattempo, che cerca anche i gioielli della moglie, che fa? Aspetta che il padrone di casa armi l’arma, si concentri, gli punti la pistola contro intimandogli il “mani in alto”? Bene che vada gli spara in una spalla, per immobilizzarlo, male che vada lo fredda.

Cosa abbiamo ottenuto? Un cittadino libero e onesto è morto, una famiglia è nella disperazione e il ladro è diventato un assassino.

È evidente che la magistratura deve valutare bene come viene esercitata la legittima difesa e il diritto di ciascuno di usare anche un’arma per difendere sé e i propri cari: troppe volte infatti, al di là dei dovuti procedimenti di accertamento, a volte è sembrato che l’aggredito che si è difeso sia passato dalla parte del toro, e questo è indecente.

Quello che scriverò qui sotto farà un po’ di impressione, ma la vita e le cronache ci presentano speso questi racconti e conti.

Studiato queste misere piccole cose Salvini e Meloni? Avete letto qualche testo di psicologia della violenza? Sapete che un’arma in mano o a disposizione moltiplica le possibilità di usarla, anche contro se stessi? Chi ha una pistola a disposizione in un momento di depressione grave sta un momento a puntarsela alla tempia o in bocca; chi non se l’ha, magari ha il tempo di ripensarci, o no?

Guardate la bocca e il gesto di Charlton Heston qui sopra, attraente, vero? Il volto si atteggia a una minaccia quasi preventiva: “guarda che se ti avvicini ti sparo, non entrare nel mio giardino eh?” brandendo un vecchio catenaccio delle guerre franco/canadesi/inglesi/americane di fine ‘700, con Lafayette al comando, o dell’Ultimo dei Mohicani. Bello lo sguardo accogliente di un Ben Hur malamente invecchiato con l’odio a titillargli il cuore, vero?

Come mai la differenza di dati riportati nel titolo? Forse che gli Americani pensano di vivere ancora nel Far West i giorni della frontiera, mentre noi siamo civilizzati da tremila anni di storia? Forse che si tratta del confronto tra un popolo bambino multietnico e un popolo forte di filosofie e religioni profondissime e complesse, che hanno studiato l’uomo per duemilacinquecento anni, mentre oltre oceano si studiano psicologie proposte solo da un secolo?

Antropologie diverse, psicologie sociali e psicologie individuali o sociologie diverse? Sicuramente le esperienze tra Europa e America sottolineano profonde differenze, anche se Anders Breivik è norvegese, 77 persone da lui uccise e 21 anni di carcere, e ancora, lui che si permette di protestare per come è trattato nella casa circondariale, noi chiamiamo così le nostre carceri, che sono spesso indecenti e disumane, degradanti e umilianti.

Una nazione civile si riconosce da come tratta i carcerati, ma forse qualche nazione esagera in uno dei due sensi, in questo caso la Norvegia e l’Italia.

L’America profonda non è solo Clinton e Obama, peraltro pieni di difetti anche loro, ma anche Trump e, a loro tempo Mc Carthy e Barry Goldwater, è Bush Sr. e Bush Jr.

Non credo che un aumento della disponibilità di armi da fuoco a livello individuale dia più sicurezza, piuttosto son convinto che non sia possibile una riduzione a zero dei questo tipo di violenza, di solito sotteso o esplicitato negli auspici di prammatica che sentiamo esprimere ogni qualvolta accade qualcosa del genere, che sono inutili e annoianti. E’ possibile invece lavorare con pazienza sulla consapevolezza delle persone, sulle loro culture, sui valori morali, senza illuderci di riformare l’uomo nel suo profondo antropologico e psicologico, ma con una ragionevole speranza di contribuire a farlo crescere in umanità nei tempi evolutivi ragionevolmente ipotizzabili.

La costruzione del tempo

Come sostiene il grande di Ulm, la cui casa natale dista due o trecento metri da un Danubio quasi neonato, perché Donaueschingen, la sorgente del gran fiume d’Europa con la sua fonte circolare, si trova a sessanta chilometri a nord ovest o poco più, il tempo è relato allo spazio, come quarta dimensione e quindi non è assoluto, cioè non è sciolto da ogni vincolo (ab-solutum). Come dire che l’istante dato e misurato dal krònos, dall’orologio cosmico acceso sulla realtà, non esiste, non ha consistenza reale. Eppure il tempo procede, è misurabile secondo il criterio noto da millenni, così come definito da Aristotele “il tempo scorre secondo un prima e un poi“, e perfezionato  nell’ultimo secolo. Procede senza esistere, dunque? In un certo senso sì e in un altro no: se per “esistere” intendiamo un suo “essere” consistente e autonomo, possiamo dire che il tempo non ha l’essere; se per “esistere” intendiamo un porsi al di fuori del nulla, ebbene esso esiste. In questo caso si intende un nulla di carattere logico, ché il nulla logico esiste, eccome! Forse il ragionamento può parere cervellotico, ma la metafisica ci aiuta in campi che sono proibiti alle scienze fisiche e matematiche, essendo un sapere originario, pre e a-scientifico nel senso galileiano del termine, intuitivo, e perciò comunque plausibile.

Anche il vescovo di Ippona, assiso sul seggio episcopale della città nordafricana tra il quarto e il quinto secolo, la pensava un po’ allo stesso modo, intuitivamente, millesettecent’anni prima. Oggi, come vedi mio caro lettore, all’inizio non metto neppure i nomi dei personaggi citati, sapendo che sai bene di chi sto parlando, di due grandi personaggi del pensiero occidentale che alla questione del tempo hanno dedicato molte riflessioni: il primo utilizzando le scienze matematiche e fisiche, il secondo l’intuizione filosofica, giungendo a risultati che presentano qualche analogia. Sant’Agostino, lo posso citare, scrive nel libro undecimo delle sue Confessioni che il tempo è un oggetto difficile da definire, riflettendo sulle sue tre dimensioni in cui si manifesta, il presente, il passato e il futuro. Si può giocare, secondo lui proprio sull’infinito scorrere degli istanti che trasformano il presente in futuro senza mai fermarsi, incessantemente, necessariamente. E qui l’etimologia dell’avverbio ci viene in aiuto: necessario è dal sintagma latino nec cessat, cioè non cessa, e perciò continua. Eccolo il tempo, qualcosa che si costruisce e si costituisce nella consapevolezza del transito di quegli istanti mobili e irrefrenabili. In altre parole il tempo è una dimensione legata alla consapevolezza di chi osserva la realtà, di per sé non esistendo, analogamente a ogni altra dimensione del reale.

Questa visione, senz’altro largamente idealistica, è quella platonico-agostiniana, più tardi ripresa e rilanciata da Descartes, per il quale ogni cosa trae la sua esistenza dalla consapevolezza dell’osservatore umano. La linea aristotelico-tommasiana, invece, sostiene la verità di un’essenza della realtà, indipendente  dall’osservatore. Chi ha ragione? Chi ritiene che ogni cosa esista solo se viene osservata, o chi ritiene che esista comunque, sia se sia osservata o meno? La differenza la fa la nozione di essere: per gli idealisti essa coincide più o meno con la nozione di esistenza, mentre per il realisti, costituisce una realtà autonoma, indipendente.

E dunque si può dire che hanno in qualche modo ragione tutte e due le linee di pensiero, l’una perché sostiene la soggettività della percezione delle cose, al di fuori della quale, nulla si può dire che sia e tantomeno il tempo, l’altra poiché ritiene che la realtà prescinda da chi la percepisce, e quindi la sua oggettività. In assoluto parrebbe avere più ragioni quest’ultima posizione perché l’uomo ominizzato, il sapiens è su questa terra, al culmine di una evoluzione di milioni di anni, da meno di duecentomila anni, e prima di lui il mondo e il “tempo” già esistevano.

Ma, secondo la nostra sensibilità e percezione che cosa è il tempo? Posto che sia cosmologicamente relativo, come insegnava l’uomo di Ulm, noi come lo viviamo, in situazione, esistenzialmente? Ecco che qui entra in gioco la nostra psiche, la nostra interiorità. E scopriamo che il tempo scorre veloce o lento a seconda di come stiamo dentro di noi. I Greci e i Padri della chiesa lo chiamavano kairòs, tempo opportuno o interiore, potremmo dire. A differenza del tempo fisico, il krònos, il kairòs non è misurabile, poiché appartiene all’interiorità di ciascuno, che non è accessibile ad altri che al soggetto stesso, e neanche del tutto. Vi è infatti una parte del mondo interiore, si chiami il “fondo dell’anima”, come lo definiva Meister Eckhart, o freudianamente inconscio, essa sfugge a definizioni esclusive e totalizzanti, mantenendosi in qualche modo e misura occultata, nascosta, misteriosa. In quella dimensione funziona solo il kairòs, mentre il krònos è silente, ameno che non venga in mente di guardare l’orologio.

Anche nella mia vita, come in quella di ciascuno, il tempo è stato costruito in molti modi, ovvero l’ho vissuto in molti modi. Con il passare degli anni mi è parso che sia aumentata la mia sensibilità al kairòs, forse perché si è sviluppata la sensibilità al mondo interiore, riducendo la superficialità, la banalizzazione, la frettolosità, che sono figlie degeneri del tempo cronologico. Per assaporare la vita il tempo cronologico va gestito con cura, senza diventarne schiavi. Uno dei problemi di questo tempo è proprio questo: una sorta di auto-schiavizzazione dove il padrone diventa il tempo, un padrone sempre più tiranno, se non cisi accorge.

Fare le cose richiede tempo, e le macchine ci permettono di ridurre il tempo di lavoro. Vi è un verbo orrendo, ottimizzare, che rappresenta il risparmio del tempo di lavoro, un verbo che sintetizza l’accelerazione dell’uso del tempo disponibile, riduce i tempi della riflessione e del dialogo, ma grazie alla natura e a Chi la governa, non potrà mai battere in velocità ed efficienza il pensiero il quale, magari nella solitudine e a volte nella solitarietà, altra dimensione della solitudine, permette la meditazione e la contemplazione, al fine di riprendere, almeno in parte, il controllo razionale della costruzione del tempo, senza dimenticare lo spazio infinito delle emozioni, respiro dell’anima.

Le parole “armate”

Mandare “un bacione” a Saviano da parte del ministro Salvini, non è un atto amichevole e affettuoso, anche se letteralmente questo significa, un gesto di affettività, peraltro non erotico, ma amichevole, fraterno: il bacione è quello che Odoardo Spadaro (“la porti un bacione a Firenze“) mandava a Firenze nella vecchia canzone degli anni ’30.

L’espressione del ministro degli interni come stile letterario si colloca tra il grottesco e il minaccioso, non so quanto consapevolmente da parte del suo pronunziante, ma abbastanza. Poteva evitarlo, mantenendo un fondo di eleganza, quello che gli può essere rimasto nel lessico usuale. Il fatto è che Salvini improvvisa poco, perché ha maturato una capacità di uso delle parole notevole. Non è colto, anche se si vanta di aver fatto il classico, ma è furbo, perché ha selezionato un lessico adatto a una cifra popolar-semplificata, tanto che colpisce le persone di scarsa cultura, le quali magari non ricordano quello che dice ma ricordano che “lo dice bene”. Incredibile, ma vero. Funziona così: “non mi ricordo quello che ha detto, ma lo ha detto così bene.”

Negli anni ha maturato uno stile comunicativo di grande efficacia, perché usa frasi brevi, poche coordinate e subordinate, di solito messe lì in modo paratattico, e quindi immediatamente comprensibili, poiché ogni proposizione è di fatto staccata dalle altre con il suo verbo reggente e i suoi complementi. E, in generale, si capisce quello che dice, salvo quelli citati sopra.

Ogni tanto condivido perfino io quello che dice, come quando in questi giorni dà dell’arrogante a Macron. Macron è più che arrogante, è un beota come Sarkozy, e come Hollande, i poveretti che hanno abitato l’Eliseo negli ultimi quindici anni.

Ancora su Salvini: i pensieri che esprime sono elementari, semplici e, quando sono allusivi, non lasciano mai eccessivi spazi interpretativi. Se dice “La nave non attraccherà a un porto italiano“, anche se poi i migranti saranno trasbordati su una nave militare italiana e portati in Sicilia, ciò che resta nella mente degli udenti è il concetto del non attracco, non quello del trasbordo. Il popolo capisce che quei migranti non verranno in Italia, anche se è vero il contrario. Oppure, quando parla di vaccini, si propone come padre non come ministro, e parla dei suoi bambini commuovendo gli ascoltatori presenti al comizio, che lo vedono come uno di loro, anche se dice sciocchezze sesquipedali sul piano scientifico. “Lo dico come padre“, e la gente si scioglie in applausi di consenso, come se parlare come padre sia garanzia di verità scientifica attestata da esperimenti ufficiali.

Basta ricordare quali e quanti benefici produsse il vaccino “Sabin” negli anni ’50 e ’60 nel combattere la allora diffusissima poliomielite. Il ministro-sceriffo piace come può piacere l’albo western dell’immarcescibile Tex Willer. Anche a me piacciono Tex, suo figlio Kit, Tiger Jack e Kit Carson, ma so che sono strisce meravigliosamente concepite e racconti in cui ti immergi volentieri, curati e fantasiosi, in un Ovest verosimile e in un ambiente etico per certi aspetti condivisibile, a volte un poco manicheo, ma plausibile in un contesto socio-storico di frontiera.

Tante volte ho scritto qui dell’importanza del linguaggio, dai tempi della grande filosofia greca, si pensi al profondo conflitto tra Socrate, Platone e Aristotele da un lato, i quali sostenevano la corrispondenza possibile tra detti e realtà, e i sofisti, che sostenevano la relatività delle affermazioni rispetto alla realtà, passando per le altre letterature classiche, come quella dei Padri della chiesa, medievali e moderne, per cui si dice che le parole sono pietre o simili alla spada, così come esplicitamente detto nella Lettera agli Ebrei (4, 12)… “Infatti la parola di Dio è viva,/ efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio;/ essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito,/ delle giunture e delle midolla/ e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.”

Quelli che usano “parole armate” non lo sanno, ma usano il linguaggio senza preoccuparsi degli effetti di un mancato controllo dei modi, oppure degli effetti di un eloquio privo di filtri. Uno dei difetti principali del comunicante è la mancata cura dei “filtri” espressivi, per cui costoro parlano con chiunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione sempre nello stesso modo, incuranti delle conseguenze: anzi questi parlanti non si pongono nemmeno il tema delle conseguenze del loro dire. Una delle lezioni più importanti di un corso serio sulla comunicazione verbale è quella che riguarda l’esigenza di controllare ciò che si dice alla luce di come lo si dice. Non occorre pensare alle maschere pirandelliane di “Uno, nessuno, centomila”, poiché si possono fare gravi danni senza far finta di essere diversi da come si è. Le parole, con i loro sinonimi, numerosissimi nel vocabolario italiano, le posture e la gestualità illimitate, infinitamente declinabili, permettono una comunicazione priva di ogni limite strutturale ed espressivo.

E’ possibile dire l’infinito caleidoscopio del reale e anche dell’irreale, dei fatti concreti e di quelli immaginati, del sogno, dell’ignoto e del mistero, come insegnava Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea De Chirico, fratello del più noto Giorgio).

Mi chiedo se a volte sia meglio trattare con un ignorante totale o con uno che possiede una cultura mediocre, ma che presume di essere colto. Direi con il primo ideal-tipo, così come è preferibile chi è un poco malvagio allo stupido. L’ignorante e il malvagio permettono contromisure, il presuntuoso e lo stupido, no.

Lo stupido e il sedicente colto usano parola armate senza accorgersene, oppure ne colgono solo in parte l’efficacia espressiva ed il valore semantico, come chi usa titoli per insultare il prossimo. Quei tipi non sanno che è diverso cogliere in fallo l’altro criticando o correggendo l’errore come atto, e come episodio, dall’insultare con titoli la persona stessa, mentre l’ignorante e il malvagio sono, rispettivamente, quasi innocenti o comunque battibili sul piano logico.

Tra i centinaia di aforismi sul potere della parole ne scelgo tre, il primo dell’antropologo Gustave Le Bon, studioso di psicologia delle folle: “Certe parole sembrano possedere un potere magico formidabile. Migliaia di uomini si son fatti uccidere per parole di cui non hanno mai compreso il significato, e spesso anche per parole che non hanno nessun significato.”

Il secondo della poetessa polacca Wislawa Szymborska: “(…) Quando pronuncio la parola Futuro/ la prima sillaba va già nel passato./ Quando pronuncio la parola Silenzio,/ lo distruggo./ Quando pronuncio la parola Niente,/ creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.”

Il terzo è dii Sigmund Freud: “Uno è padrone di ciò che tace e schiavo di ciò di cui parla.”

Ecco: da Confucio al Buddha, da Platone e Aristotele a sant’Agostino, dal Venerabile Beda a sant’Anselmo d’Aosta, da san Tommaso d’Aquino a Descartes, da Leibniz a François-Marie Arouet (Voltaire), da Marx a Heidegger, da Einstein a Heisenberg, da Wittgenstein a Pareyson, da Jaspers a Severino e Barzaghi, che Dio lo benedica, le menti più acuminate si sono occupate delle parole, e delle parole “armate” in particolare, conoscendone la pericolosità intrinseca, ma anche le opportunità che creano.

Con pazienza e buona volontà, leggendo e studiando, ascoltando e parlando, camminando e cantando, nel mio piccolo, anche nel mio dolore, cerco di proseguire su quei sentieri, sopportando e supportando, che son sinonimi mio caro lettore, fino a che la forza e la luce mi assisteranno qui. Per dopo si vedrà.

Voglio Balotelli capitano della nazionale di calcio, caro Mancini; la vita e la morte, la qualità e il valore, i principi e le virtù

Che parole importanti, no, caro lettore, dopo il mio invito a Mancini a fare di Balotelli (Barwuah) Mario il capitano della nazionale di calcio? Una stranezza? No, per nulla, ché ogni giorno si possono decidere cose utili sotto vari profili anche su faccende apparentemente di poco conto, come quelle della nazionale di foot ball. Tutto è importante, anche se in modo diverso, perché ognuno ha diritto di valutarle a modo suo, soggettivamente. E la nazionale di calcio riveste un grande valore simbolico per gli Italiani, ma anche per numerosi non-Italiani che vivono qui da noi o sono in giro per il mondo. Il capitano di questo team rappresenta dunque un’evidenza di questo simbolo: Balotelli, finalmente ragazzo e uomo maturo può interpretare il ruolo del capitano meglio di altri.

Vita e morte, cioè inizio e fine dell’esperienza terrena… e leggo del lavoratore goriziano, Roberto, che si è tolto la vita, amico di un mio caro amico. Che cosa vi è dietro la scelta di chiuderla qui così? Il mio amico, che lo conosceva e aveva avuto un ruolo nel suo inserimento in azienda, mi spiega che avevano fatto un’operazione industriale in grado, non solo di ottimizzare costi di struttura e occupazione, ma anche gli equilibri personali e familiari dei dipendenti. Questo mi ha scritto Franco, ma Roberto ha voluto andarsene. Ecco, anche se lì la Qualità era ed è lavorare bene, con precisione e rispetto, ottenendo anche certificazioni sulla qualità dei servizi erogati ai clienti, e motivo di soddisfazione per chi ivi operava. Qualità è anche condizione per vivere bene? Pare che non basti. A volte, nel cuore e nell’anima delle persone si manifesta una sorta di male oscuro (cf. Giuseppe Berto), inspiegabile all’esterno, eppure vero e maledettamente efficace.

Procedendo nell’analisi terminologica delle parole usate nel titolo, troviamo principio: il principio costituisce valore, in quanto espressione di capacità e di osservanza di regole e normative con costante perseveranza. I princìpi sono, se si vuole, la fons originaria originante di ogni atto umano libero, e quindi a valenza etica: un agire senza princìpi è un agire perso, debole, incapace di reggere nel tempo, inadeguato e improvvido. Se al cosiddetto “popolo” piace l’agire sconsiderato di Salvini, che più tuona che far piovere (qualcuno prima o poi se ne accorgerà) anche come ministro e vicecapo del Governo, non sfugge che tale agire è di corto respiro, inadeguato, non solo a rispettare i princìpi che regolano i rapporti internazionali e il rispetto della vita umana, ma anche per rapporto all’efficacia operativa. Accanto a una giusta suddivisione del carico umano ed economico delle conseguenze delle migrazioni, occorre pre-vedere, definire ed attuare le misure che possono ridurre il carico dei migranti e avviare lo sviluppo nel Sud del mondo. Le migrazioni sono fenomeni storici e ben conosciuti: si tratta di analizzare bene quello che accade in questi anni ed investire in proporzione, mentre ci si prepara a colonizzare Marte. In questo pensiero generale non può mancare un capitolo concernente gli aspetti demografici ed economici attuariali, i quali devono far premio sulla propaganda continua di chi pensa di stare in campagna elettorale permanente, come il citato segretario della Lega. Qualcuno dovrebbe anche dirgli che sarebbe utile, corretto e necessario distinguesse, quando prende la parola, tra i suoi due ruoli e si controllasse, se è in grado, anche nella terminologia e nel linguaggio espressivo, quando parla come ministro della Repubblica italiana.

Infine abbiamo la virtù, parola non troppo in uso, ma ancora comprensibile, poiché deriva da valore umano improntato a un agire eticamente fondato al bene, come ci insegnano i padri antichi della grande chiesa cristiana e i filosofi greco-latini e, spostando il nostro sguardo verso oriente, anche le grandi filosofie religiose come il buddhismo. La virtù è una dimensione spirituale che ispira, rinforza e guida un agire umano forte e determinato, chiaramente distinguibile e capace di visione prospettica, nel rispetto delle persone bisognose e della scurezza dei residenti, Italiani, Francesi, Spagnoli o Tedeschi che siano.

Princìpi e valori non sono perfettamente sinonimi, perché il primo termine è etimologicamente più esteso del secondo, essendo più esteso il suo campo semantico.

Non vi è alcun moralismo nei termini citati, ma un indirizzo antropologico, una visione del mondo molto articolata e complessa, che va studiata in modo non parcellizzato. Osservando il mondo circostante si trova di tutto: specialmente nelle aree tematiche dell’organizzazione aziendale e della gestione del personale, accanto a molte persone competenti e preparate, umili e ricettive, imperversano spietati guru che approfittano dell’ingenuità di molti per proporre formazione e coaching di bassa lega, se non truffaldino. Se interrogati da persone esperte, questi signori si barcamenano faticosamente, sperando che la tortura finisca presto.

Personalmente ne ho “sgamati” diversi, ma altri continuano a proporsi e a operare impunemente. A volte vengono promossi formatori master da aziende importanti, per ragioni imperscrutabili, quasi come quelle divine (scherzo).

Riassumiamo: a) Balotelli capitano e simbolo dell’Italia; b) vita e morte, c) qualità, valori, principi e virtù. Abbiamo il dovere di usare e declinare correttamente questi termini cosi importanti, per evitare fraintendimenti, ma soprattutto per onestà intellettuale e dirittura morale, esempio per i ragazzi che crescono e a cui dovremo sempre più affidare il futuro che ci viene incontro (cf. sant’Agostino, Libro XI Confessiones).

Una tragedia furlana

Una tragedia furlana come altre, perché l’uomo è fatto ovunque allo stesso modo, quasi simile agli angeli, come canta il melodioso Salmo 8, ma inteso sia nel senso di quegli esseri che servono Dio, sia nel senso di coloro che a Dio si sono ribellati in tempi prima dei tempi. Il testo del Salmo 8:

O Signore, nostro Dio,/ quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:/ sopra i cieli si innalza la tua magnificenza./  Con la bocca dei bimbi e dei lattanti/ affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,/ per ridurre al silenzio nemici e ribelli./ Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,/ la luna e le stelle che tu hai fissate,/ che cosa è l’uomo perché te ne ricordi/ e il figlio dell’uomo perché te ne curi?/ Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,/ di gloria e di onore lo hai coronato:/ gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,/ tutto hai posto sotto i suoi piedi;/ tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna;/ Gli uccelli del cielo e i pesci del mare,/ che percorrono le vie del mare./ O Signore, nostro Dio,/ quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.”

Ecco come canta lo scrittore biblico, anzi il poeta salmista.

79 anni lui, architetto, benestante di soldi ma non di salute, pare. Ecco, cosa conta di più, se case da 250.000 il cui importo di vendita dividersi,  e altro, o un po’ di salute in più, soprattutto mentale e morale. 64 lei, belladonna, sommelier, ex moglie, uccisa a revolverate nell’ufficio del notaro famoso in centro della città borghese, e poi pistola in bocca e boom. Omicidio-suicidio, la coppia d’atti maledetta, che pare vada oltremodo di moda di questi tempi, ovviamente non solo di questi tempi, ma se lo sai mezz’ora dopo l’accaduto dal web, è come un moltiplicatore di eventi. Lo vedi  e lo senti cinque volte in una giornata, e ti sembrano cinque eventi, cinque tragedie, dieci morti, invece di “solo” due.

Alle solite, e comunque un caso irriducibilmente unico. Siamo qui a chiederci con moralisti, psicologi, psichiatri e sacerdoti che cosa succeda nella psiche, questa volta di un uomo anziano, di 79 anni si può dire così? che gli scatena tanta violenza contro un’altra persona e se stesso. Quanta parte abbia la premeditazione e quindi il dolo ragionato, e quante, se ve n’è, di perdita del senso e del valore delle cose e della vita delle persone. Le varie antropologie, più o meno biologizzanti o spiritualizzanti, si interrogano senza darsi soddisfazione. Noi qui non sappiamo se la cosiddetta elaborazione del lutto della separazione sia stato parte del movente, o lo sia stato di più un aspetto economico, legato agli accordi della separazione, et similia.

Fatto sta che tre ogive del revolver hanno spento due vite per volere di una volontà e di un intelletto. Partirei da qui. Caro defunto architetto: prima di tutto nessuno possiede la vita di nessuno, forse neanche la propria, anche se su ciò oggi il dibattito è molto acceso. Ebbene, possiamo concedere, laicamente, che della propria si possa disporre, ma basta così. La vita degli altri è in-vio-la-bi-le. Chi sei tu, chi sono io per disporre della vita altrui, così, a freddo, calcolando tutto? Un fatto è che io uccida una persona per difendere la mia vita o quella dei miei cari, ma lì non vi è dolo, reato o peccato, a meno che non si alzi in piedi truce moralista o un falso-buonista che abbia da protestare di eccesso colposo di legittima difesa. ve ne sono tanti, in giro, e li vorrei vedere davanti a una pistola altrui che sta per sparargli in faccia.

L’uomo che decide di uccidere e si organizza per farlo, in pubblico, in un ufficio dove son presenti altre persone, e lì vuole esibire il suo potere di vita o di morte, quasi come in un rito sacrificale, in una cerimonia stabilita nella sua testa una volta per sempre, inevitabile, incontrovertibile, a meno che qualcuno non lo scopra armato prima, ma non è così, lui è accorto, è capace di dissimulare, sorride perfino, si adegua al modo urbano dell’ufficio notarile, si siede e saluta cordialmente gli astanti, anche la sua ex moglie che vuole uccidere. E poi si alza, estrae l’arma e spara una due volte, ché la prima non era bastata, e poi recita la parte del glorioso suicida. Si mette di fronte e si spara in bocca, morendo nel suo sangue sporco di vergogna altrui, non la sua, perché non fa a tempo a vergognarsi.

Troppo pasciuto di benessere e di sfizi, quell’uomo? Chi lo sa? Chi lo conosceva un po’ forse è in grado di fare supposizioni. L’odio per una donna ancora piacente che gli sarebbe sopravvissuta per almeno vent’anni, vista la differenza di età e la media della vita femminile in Italia. Imperdonabile sopravvivergli tanto. Invidia della vita altrui? Incomprensibile per me, E per te, caro lettore?

Le persone umane sono, come abbiamo scritto qui più volte, sia uguali in dignità, sia irriducibilmente unici. Nel caso dell’architetto la differenza è stata in negativo di umanità. L’uomo, come insegnava sant’Agostino, è una commistione di bene di male, di bontà e malvagità, il bene il male è nell’uomo e dell’uomo. Una inestricabile situazione dell’esistere in questo essere-umani, cioè primati consapevoli e provvisti di linguaggio variegato, a volte melodioso e a volte sconvolgente, pesante, duro, incomprensibile.

Qualcuno sostiene, ad esempio il direttore di Radio Maria, che il diavolo è scatenato, come racconta l’Apocalisse, e quindi ispira delitti e male. Il male è nell’uomo e il bene lo deve vincere. Il male è assenza di bene, defectio boni, è mancanza, penìa secondo Platone, carenza da riempire con l’eros potente ed eterno del desiderio vitale, come ho cercato di proporre nel mio libro più profondo e impegnativo che, caro lettore, trovi qui a lato.

L’eros, o amore è il motore dell’agire umano nel mondo e forse è anche il nome di tutta la forza vitale del cosmo, nientemeno. Sorprendente, ma fino a un certo punto, poiché qualcosa tiene insieme la realtà oltre alle quattro grandi forze cosmologiche che nessuno è finora riuscito a concepire come unificate. Che sia proprio l’eros divino a costituire l’elemento che le rende Una, cioè l’Uno, che il filosofo Plotino riteneva fosse uno dei nomi di Dio, anzi il Nome?

Voglio bene a Mario Balotelli e a Tiziano Ferro, bravi ragazzi normali, mentre Salvini inanella una gaffe dietro l’altra, e altri ministri come quello dell’ambiente riconoscono che i predecessori di dicastero non erano poi così male, ma anche il capo leghista, obtorto collo, deve ammettere che Marco Minniti aveva fatto un buon lavoro

Intanto il nostro centravanti nero, di origine ghanese (proveniente dalla famiglia Barwuah) coniuga bene i congiuntivi e poi, con voce profonda da omone giovane e robusto, parla di diritti umani con semplicità senza essere mai banale. Dice che sarebbe onorato di essere il capitano della Nazionale di calcio.

Lo sarà, ma intanto è importante constatare che questo ragazzone è cresciuto, è diverso da qualche anno fa, rappresentando meglio la generazione di quasi trentenni, e anche di ragazzi più giovani.

Il bravissimo cantante romano spera di non essere pressoché “trasparente” come uomo di orientamento omosessuale, anzi quasi invisibile. Convivono in questa beata Italia tante posizioni, tante opinioni, spesso fondate su mancanza di informazione e su pregiudizi. Molti parlano senza darsi la pena di conoscere le cose di cui parlano, e spesso senza una formazione adeguata, ignorando anche i fondamenti di un argomento, fregandosene bellamente di fondare il proprio pensiero su basi conoscitive solide e affidabili. A volte è una pena ascoltare chi parla in televisione o leggere chi scrive sul web, libero come l’aria e deficiente come un minus habens.

Se perfino Balotelli mi soddisfa significa che lo chef generale dell’informazione offre un modesto menù, senza offesa per il campione.

Giù nel Sud, nei pressi di Vibo Valentia, hanno fucilato un nero (chiamato da molti “negro”, con dizione spregiativa, non etno-antropologica), del Mali, Sacko Soumajli, che si occupava di se stesso e dei suoi conterranei migranti e lavoratori a tre euro l’ora, dentro il sindacato bracciantile USB, emulo di Di Vittorio, a quasi ottanta anni dalle lotte guidata da quel grande di Cerignola. Civilissimo rappresentante dei lavoratori, dignitosissimo e sapiente, di una sapienza antica.

Salvini invece parla di “galeotti” provenienti dalla Tunisia, e deve anche scusarsi con il governo di quella piccola nazione araba, a noi molto vicina. Bettino Craxi, che amava quella nazione e a Hammamet è morto, certamente l’avrebbe bacchettato invitandolo a informarsi meglio e a parlare da ministro con più cognizione delle cose. Nel frattempo, sempre il ragazzotto lombardo invoca Orban l’ungherese, il quale comunque ci è poco amico, con i suoi amici di Visegrád.

Il Gruppo di Visegrád si è costituito tra Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia il 15 febbraio 1991, al fine di rafforzare  la cooperazione tra questi tre stati e in seguito quattro (con la divisione tra Repubblica Ceca e Slovacchia dal 1993) sotto vari aspetti della vita civile, sociale, culturale, scientifica ed economica.

L’ispirazione del Gruppo di Visegrád è stata dovuta agli incontri avvenuti nel 1335 e nel 1339 tra i re Carlo I d’Ungheria, Casimiro III di Polonia e Giovanni I di Boemia, per migliorare i rapporti commerciali ed economici tra le tre nazioni. Un evento storico per affermare l’unità d’intenti di tre saggi sovrani e di tre popoli contermini. L’Europa si costituiva anche così, magari “a pezzi”, fin dai tempi di Carlo Magno, quando il Sacro Romano Impero in qualche modo proseguiva lungo la strada dell’Impero Romano ispirato dalla Res Publica Christiana.

Salvini forse non sa queste cose, ma qualcuno gliele spiegherà. Non vi era nulla di razzista nel primigenio Gruppo di Visegrád, bensì lungimiranza e dialogo, al contrario di quello che sta sostenendo il neo-ministro degli Interni, il quale comunque riconosce il buon lavoro fatto da Marco Minniti.

L’altro “dioscuro” della nuova maggioranza, il Di Maio, invece, si occupa dei ciclisti porta-pizze a casa, i rider, lavoratori senza diritti minimi. Gli economisti dei due partiti si dividono sulla plausibilità della flat tax e del reddito di cittadinanza, cominciando a spiegare che misura senza capienza finanziaria sono irrealistiche e illusorie, cioè un inganno per gli stessi cittadini elettori che hanno creduto nel “nuovo”, nell’enfasi del cosiddetto “cambiamento”.

Non si fanno miracoli: neppure san Giovanni evangelista nel vangelo da lui ispirato, parla di “miracoli” riferendosi alle opere del Maestro di Nazaret, ma di segni, di semèia, come si dice in greco antico. E i segni sono tracce importanti  dell’agire umano. I segni significano sempre qualcosa.

Quello che speriamo le persone imparino è che non esiste la perfezione, e tantomeno in politica, ma un continuo ricercare di migliorare, anche usufruendo umilmente di esperienze altrui, anche di avversari, perfino di nemici o ritenuti tali.

L’uomo forse evolve, ma lentamente, e a volte involve, per cui occorre pazienza, umiltà, lungimiranza, capacità di sopportazione, forza morale, come insegnano i padri insigni del pensiero greco-latino e cristiano.

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