Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La clemenza, una virtù umanissima e previdente

Seneca, filosofo e politico dei tempi di Claudio e Nerone, ne scrive nel suo omonimo De Clementia. Il testo latino a fronte aiuta a ri-ammirare questa splendida lingua e razionale, una meraviglia continua per chi la pratica e uno stupore sconfinato per chi non la conosce, se questi ha la bontà di apprezzare le “cose belle”.

In questa riflessione proverò a dialogare con il grande Lucio Anneo, cercando di immergermi, come insegna Gadamer, nel suo tempo e nella sua temperie socio-culturale, e di attualizzare il suo insegnamento filosofico-morale e politico alla luce della nostra mentalità, occidentale, sub-occidentale, planetaria… Impegno ambizioso, che cercherò di svolgere con la massima umiltà che il tema stesso e il confronto con un autore di duemila anni fa richiedono.

Il De clementia è un trattato, cioè uno speculum principìs, uno specchio nel quale il principe si può specchiare analizzando se stesso, che per Seneca permette di proporre in modo critico la relazione fra filosofia e politica, soprattutto al fine di individuare le virtù migliori, non solo di tutti gli uomini, ma specialmente del sovrano, tra le quali egli colloca in primis la clemenza.

Seneca dedica lo scritto al giovane Lucio Domizio Enobarbo, cioè Nerone, di cui il filosofo era divenuto precettore, su incarico della madre del futuro imperatore, Agrippina Minore, moglie del defunto imperatore Claudio.

Il De clementia, dunque, è una sorta di libro di testo per educare all’esercizio del potere il giovane Domizio Enobarbo, che era promettente. Seneca era convinto che il miglior modo di condurre lo stato fosse una monarchia “illuminata”, che pensava avrebbe potuto essere una grande opportunità per il potenziale del giovane alunno.

In questo trattato di filosofia politica, scritto tra il 55 e il 56 d.C., Seneca definisce la condotta politica che il neo imperatore Nerone farebbe bene a seguire. Il trattato era originariamente diviso in tre libri, dei quali ci sono pervenuti solo i primi due (il secondo incompleto).

Il tipo di trattato chiamato, appunto, speculum, è di origine greca è impostato su un paradosso continuo, con il quale l’autore mostra all’allievo, descrivendo i vizi di un regno condotto in modo sbagliato e ingiusto, come invece dovrebbe comportarsi al contrario, perseguendo le virtù umane, tra le quali la clemenza è tra le primarie.

Ancora Seneca: nella sua visione del mondo la clemenza è la virtù più umana, perché – manifestandosi – mostra tra gli umani il sentimento che ciascuno desidera per sé, quando sbaglia e così operando, rischia la sanzione, la punizione. Immaginiamo che tipo di punizioni erano in vigore ai tempi del filosofo: la pena di morte era prevista per non pochi reati, per cui la clemenza, in questo caso, risultava decisiva per la sopravvivenza stessa dell’individuo.

Ma anche il sovrano, il principe, esercitando la virtù di clemenza verso i cittadini, è anche clemente verso se stesso, in quanto comportarsi in questo modo è un fatto benefico per tutti, per se stessi, i re s’intende (i leader, diremmo oggi), e per i cittadini, che si sentiranno in dovere di essere solidali con il re stesso.

Seneca paragona il principe a vari soggetti, in termini metaforici, ad esempio a un medico, all’ape regina, agli dei, al sole, a un tiranno, che è il confronto più importante. Una delle opzioni più importanti dell’esercizio della clemenza è la rinuncia alla vendetta, per mostrare il fatto che se chi occupa una posizione elevata deve controllare i propri comportamenti nei minimi dettagli. La clemenza, inoltre, è un’espressione della mitezza, che può… mitigare la severità.

Un aspetto fondamentale della clemenza è la capacità di misurare la severità nel punire e nell’essere clementi. La clemenza è dunque in contrapposizione alla crudeltà, cioè nelle modalità di infliggere le punizioni. Anche una esagerata clemenza non va bene, perché abitua a non assumersi responsabilità, a pensare che tanto, vada come vada, la compassione sarà sempre sufficiente per trovare un perdono generale per qualsiasi atto compiuto, anche il più malvagio, o quasi.

La clemenza è la virtù dell’uomo saggio, poiché egli è persona mite e dunque misurata nel punire, non lasciandosi condizionare né dalle sofferenze né dal godimento altrui.

La clemenza non è soggetta alla legge e – più strettamente – alla pura razionalità. Chi è clemente ha una certa sicurezza in sé di agire per il meglio, in quanto la clemenza ha un valore di giustizia e di equità, con apporti concreti, talora, della stessa epicheia, cioè della giustizia-giusta, kairologica, attuale. Quella giustizia che sembra ingiusta, ma in realtà interpreta i fatti in modo più completo. Oggi diciamo a 360°.

Che cosa si intende per clemenza nella nostra cultura attuale? Certamente non è un termine di uso consueto. Si potrebbe dire che da qualche decennio è una parola relegata al diritto, alle pratiche giurisprudenziali, soprattutto di carattere penale. Ad alcuni pare un termine più vicino alla cultura ottocentesca, che a quella del ventunesimo secolo.

La clemenza la si chiedeva un tempo ai sovrani, ai comandanti militari, magari sotto la forma della grazia. I sovrani, infatti, venivano chiamati “sua grazia”, definiti “graziosi”, con un linguaggio deferente e sottomesso. La clemenza è una virtù e un modo di porsi verso l’altro, specialmente se i due soggetti sono asimmetrici per posizione, ruolo e potere.

La clemenza si pone come virtù classica, in quanto rappresenta valori condivisibili, e reciprocamente utili alla convivenza umana. Basti solo pensare al fatto che ognuno di noi potrebbe qualche volta avere bisogno di clemenza,

A questo punto mi piace citare Aristotele, precedente nel tempo a Seneca, che diede un’importanza centrale, tra le virtù morali umani, alla virtù di giustizia, la quale non solo deve permettere all’uomo di individuare e definire l’unicuique suum (la giustizia di scambio, oggi la chiamiamo come riconoscimento dei meriti individuali) le norme generali (che erano in vigore al tempo dello Stagirita e lo sono anche oggi) e le norme concernenti la società nel suo insieme (oggi le definiamo welfare), ma anche a una dottrina e a modalità operative che superino in via eccezionale le norme sopra citate, mediante l’epichèia, che ho ampiamente trattato qualche tempo fa in questa sede.

Ripeto: l’epicheia altro non è che la “giustizia giusta”, una giustizia che può anche apparentemente risultare ingiusta, ma in realtà contribuisce a fare andare avanti il mondo.

E’ bene non confondere mai la persona agente con il reato commesso

…come insegnano le buone Filosofia e Teologia morali. Ricordo qui il chiarissimo detto di papa Giovanni XXIII: “bisogna essere contro il peccato, mai contro il peccatore“.

Oppure, citando volentieri, tra altra importante letteratura filosofica in tema, l’Etica di Pietro Abelardo, recentemente “riscoperta” dal collega phronetico prof. Roberto Di Bacco e spiegata in un bel volume dal titolo omonimo pubblicato dall’editore Segno, laddove Abelardo chiarisce con inestimabile precisione la differenza fra peccatum e vitium, in modo tale da comprendere come il primo concetto teologico è comparabile al reato penale, mentre il secondo a una declinazione malvagia continua del comportamento umano. Ma anche in questo caso, l’uomo non è condannato tutto e totalmente in quanto tale (essere umano, animal rationale), ma è chiamato a redimersi, perché ciò è nelle sue possibilità, o potenzialità, come si dice in psicologia. Aristotele docet.

Peraltro, senz’altro ispirato anche da queste sane dottrine cristiane, nonché dall’Illuminismo classico (cf. Cesare Beccaria in Dei delitti e delle pene, 1764), la Costituzione della Repubblica Italiana, all’articolo 27 prevede (quasi proclamandola con una certa solennità) la possibilità per l’autore di un crimine, in quanto essere umano, di redimersi, poiché la pena stessa non deve mai essere disumana e degradante. E, aggiungo, senza rimedio, definitiva (quasi condanna-a-morte-a-vita) come l’ergastolo ostativo, nella definizione italiana. Sappiamo che così non è, per varie ragioni sulle quali qui cercherò di dire qualcosa.

Resta sempre in discussione e inesaurita (inesauribile?) la storica diatriba fra libero arbitrio, secondo la visione aristotelico-tomista e kantiana, e il determinismo meccanicistico derivante dall’atomismo greco-latino (Democrito, Leucippo e Lucrezio) fino allo spinozismo e alla linea calvinista e luterano-evangelica, che tanto bene ha fatto per lo sviluppo economico dell’Occidente (cf. Max Weber, ne Il Protestantesimo e lo spirito del Capitalismo), ma altrettanto male ha indotto e ancora induce nella sua versione moralista e individualista americana, che nel trumpiano “America first” ha avuto lo sviluppo più malato, degenere e pericoloso.

Ora si legge di nuovo sui media della vicenda concernente la storia dei fratelli Savi, protervi assassini degli anni ’80. Uno dei tre, Alberto Savi, dopo 30 anni, si trova libero in permesso (cf. Legge penitenziaria del 1975), mentre con i fratelli Roberto e Fabio in Emilia Romagna, è stato un pluriomicida di 24 persone, se non ricordo male, fra cui tre carabinieri, nella tragicamente famosa strage del Pilastro a Bologna. In carcere il signor Alberto “avrebbe fatto un percorso redentivo” di riflessione morale e di pentimento. Su ciò non ho nulla da obiettare, poiché anch’io condivido lo spirito e la “lettera” della morale di Abelardo, della pastorale di papa Giovanni e del principio giuridico espresso all’art. 27 della Costituzione repubblicana, ma ho molto da dire, in termini di equità, circa l’ingiusta applicazione di questi princìpi nei confronti di tutti quanti i detenuti, di uno dei quali, ergastolano, mi occupo come Tutore legale.

Infatti, ad altri, magari perché non lo chiedono, come nel caso del mio tutelato, l’Amministrazione penitenziaria nulla concede. Ripeto: ne ho esperienza diretta come Tutore legale di un detenuto condannato all’ergastolo per crimini politici, che è “dentro” oramai da quasi trentanove anni. Siccome lui, per una sorta di malinteso “orgoglio spirituale” e per altri fattori che qui taccio per rispetto di lui, non chiede nulla, nulla gli viene concesso, perché è stato più o meno “dimenticato”, proprio dimenticato.

Anche i miei tentativi di sensibilizzazione della “politica” finora sono stati vani. Solo qualcuno appartenente alla Chiesa cattolica mi ha dato un qualche ascolto, cercando di far migliorare le condizioni logistiche della sua detenzione, magari avvicinandolo a dove abito io.

Tornando al tema fondamentale, cioè la necessità etico-razionale di separare con nettezza l’autore di un “delitto” dal delitto stesso, colui che compie un reato dal reato stesso. In che modo lo mostriamo?

Direi in modo molto semplice: un atto umano singolo non può esaurire il giudizio etico su una vita intera, poiché ogni atto umano è frutto di più fattori, tra i quali la volontà personale, checché sostengano i meccanicisti di ogni tempo e luogo. Inoltre, ogni vissuto umano è complesso e comporta una pluralità di atti e comportamenti non sempre mali, anzi: è noto alla sapienza popolare che ogni essere umano è capace sia di efferatezze sia, nel contempo, di atti generosi. La contraddizione accompagna ogni vita, ogni biografia. C’entrano poi, e massicciamente, le circostanze, che contemplano fattori diversi, vettori causali che non sono sotto il controllo del soggetto agente, eventuale autore del delitto/ reato.

Qualcuno ama anche inserire il tema del “caso”, che può darsi, se non altro per ragioni di corrente modalità espressiva umana, ma che, se si vuole applicare una logica rigorosa, potrebbe anche non essere dato in generale, salvo che nel mondo delle micro-particelle quantistiche. Infatti, il “caso” altro non è che il fattore sconosciuto all’agente umano il quale non può obiettivamente controllare tutti i vettori causali degli effetti reali.

Altri sottolineano molto il tema della fortuna, un tempo chiamata dagli antichi fato, che sarebbe per costoro decisiva in ogni situazione, in ogni evento. All’altro si augura infatti, in tutte le lingue occidentali “buona fortuna”, poiché si ritiene che essa abbia comunque un grande ruolo nelle umane vicende. In Oriente, invece, la visione è legata di più al destino, al karma, che si co-costruisce soggettivamente, all’interno di un dato contesto esistenziale, con le proprie azioni.

Quale è dunque il karma di quel signor Alberto, pluri-assassino, ora pentito e in permesso premio? Quale il karma del mio tutelato “irridotto” spiritualmente, ma collocato nei ristretti orizzonti del carcere? Quali sono le proporzioni fra atti compiuti, crimini effettuati, reati riconosciuti e pena scontata, e misura dell’espiazione vissuta? Non saprei rispondere in maniera chiara e netta.

Quello che provo dentro me è comunque, se paragono le due situazioni, un profondo senso di ingiustizia, là dove occorrerebbe, non solo osservare le leggi, per quanto siano sempre imperfettamente giuste ed eque sotto il profilo umano, ma anche praticare l’antica sapienza dell’epicheia, cioè della “giustizia-giusta”.

La volgare insurrezione di Washington è un esempio di alcune delle “sette forme patologiche” di esercizio del potere

Ciò che è successo il 6 Gennaio 2021 a Washington, cioè una sorta di jacquerie fuori tempo, sollecitata da quell’insolente guitto viziato che risponde al nome di Donald J. Trump, è l’esemplificazione di una delle sette modalità di manifestazione patologica del potere, e forse di più di una.

Questi fatti, però, significano diverse cose: intanto, che l’America è forse la punta dell’iceberg di un disagio comunicazionale, e anche cognitivo, che da qualche anno (da oltre un ventennio) caratterizza i modi relazionali delle persone e delle nazioni del mondo. Mi sono speso molto nello scrivere denunziando la crisi profonda del pensiero critico, la pervasività pericolosissima dei social e il loro sconsiderato e (forse in parte) inconsapevole uso di moltissimi, che pensano di contare solo se intervengono sul pubblico mercato della comunicazione. Le tv commerciali hanno la loro responsabilità oggettiva in questo processo di deformazione dell’informazione, e quindi della possibile interpretazione dei fatti. Qui lascio perdere la solita citazione concernente la crisi della scuola e dei nuclei familiari, nelle loro varie declinazioni, tema più volte anche da me trattato.

La crisi americana attesta anche la mediocrità del loro sistema scolastico pre-accademico: quando sento parlare di “liceo” nelle cronache americane, mi sorge un sorriso prima di compatimento e poi di preoccupazione. Liceo, ma dai. Una fabbrica di molti ignoranti, mentre le università restano inaccessibili, se non ai ricchi, o almeno ai benestanti.

Trump è la cartina di tornasole di una crisi della politica e non del solo Grand Old Party, i repubblicani di Jefferson, di Lincoln, di Mc Kinley e di Eisenhower, ma anche dei democrat, fino ad Obama. Constatare che gli operai si siano rivolti nel 2016 a Trump e non a Hillary Rodham Clinton, dà da pensare. Ora, forse, se qualcuno o qualcosa non lo fermerà, The Donald cercherà di costruire una terza forza per “portare avanti” il suo progetto tanto distruttivo quanto incomprensibile (almeno a me in questo momento).

Ma c’è qualcosa che non mi convince anche nello schieramento opposto, nei democratici. Biden ha vinto e auguro al mondo che possa fare, non solo meglio dell’appena deposto clown, ma anche meglio di Obama (ci vuol poco) in politica estera. Ma ora allargo lo sguardo.

Qualche tempo fa ho scritto qui del potere, cercando di parlarne come di una dimensione ineludibile della vita organizzata umana, in ogni ambiente e come declinazione dell’autorità, in qualsiasi modo essa sia data. Il potere è ciò-che-esercita-una-autorità-di-ruolo, di posizione. Epperò, non vi è dubbio che esso, sollecitando sentimenti ed emozioni forti, anzi, meglio dire classicamente, passioni, può essere utilizzato in modo eccessivo e irrispettoso per i “sottoposti”, i subalterni nelle varie gerarchie. Trovo ancora ispirazione dal libro di De Toni e Bastianon, Isomorfismo del potere. Lì vi trovo sette tipologie di esercizio sbagliato del potere. E non trascuro il volume di Hugh Freeman qui sotto mostrato e più avanti citato.

Narcisismo e insostituibilità. Quanti narcisi conosce ciascuno di noi, caro lettore? Il narciso è uno che pone se stesso al centro del mondo, per cui ogni altro deve porsi in subordine, in qualsiasi senso, momento e modo. Il narcisista è un superbo, un presuntuoso, un arrogante, un protervo. Un brutto soggetto, anche se a volte si presenta in modo affascinante e coinvolgente. Trump si colloca tranquillamente in questa declinazione dell’esercizio del potere, così come nella successiva.

Sindrome eroica e volgarità: il potere a volte rende volgari nei gesti, nei modi e nella scelta delle espressioni. Un potente mostra di avere sulle sue spalle mostrine virtuali da altissimo ufficiale, e perciò, con il linguaggio arcaico dei gesti, invita arrogantemente all’ubbidienza. Accanto alla volgarità egli vuol mostrarsi eroico, unico, irraggiungibile, imbattibile, inconfrontabile.

Crisi di legame e indifferenza: un’altra dimensione molto diffusa e visibile è quella dovuta alla problematica legata al deterioramento dei legami gerarchici in ogni ambiente, situazione che sulle prime genera indifferenza e successivamente crisi del legame. Nell’ultima fase, Trump ha preteso che il suo vice, Pence, gli obbedisse oltre ogni norma costituzionale, ma non è andata così.

Rottura di contratto e negazione del conflitto: a volte accade che nel flusso gerarchico del potere una vera e propria rottura cui può anche seguire la falsificazione della negazione del conflitto. Anche qui troviamo il tycoonnewyorkese.

Conformismo e saturazione: il potente non ha bisogno di mostrarsi originale, poiché gli basta seguire la corrente dal suo scranno di potere, senza particolari preoccupazioni. Trump?

Paura e invidia: il depositario di potere fa paura e crea invidia. Fa paura perché può decidere di molto delle vite degli altri, se non delle vite stesse, in certe situazioni storiche e territoriali come quella di cui sto scrivendo qui nella quale Trump non riesce a pensarsi non più commander in chief.

Psicosi da performance e gestione dell’ansia. Il potente si esalta per le proprie performance che spiega come inimitabili. I modi consueti del nostro. Circa la gestione dell’ansia, questa è soggettiva, ma tipica di chi vuole sempre prevalere. Ed è la sua condanna.

Tra non pochi (Max Weber in primis) che hanno scritto su questo tema, nel saggio Le malattie del potere, edito da I Coriandoli, Hugh Freeman analizza un tema particolare: il rapporto tra politica e malattia, attraverso una serie di casi di uomini famosi, dall’antichità a oggi. Vengono esaminate le malattie di personaggi come Hitler e Stalin, Kennedy e Mao, Hailé Salassié e Margaret Thatcher in rapporto alla loro attività politica, e alle conseguenze che ne sono derivate. Come si vede, questo elenco propone personaggi diversamente ricordati dalla storia e dalla memoria collettiva. Parlare della malattia del potere in “San” J.F.K. può risultare difficile, ma Freeman lo ha fatto, sapendo che l’uomo è cagionevolmente e diversamente esposto alle patologie del potere, anche i migliori.

Come potrebbe trattare Trump in una seconda edizione di questo saggio, il prof Freeman?

Mentre la periclitante, mediocre, sciatta e debole politica italiana, da Conte a Renzi a Zingaretti, e poi dai peggiori, Meloni e Salvini, oggi particolarmente imbarazzati, sono intenti a contemplarsi l’ombelico.

Volti travisati, tra voglia di sicurezza e voglia di libertà

con le mascherine dei più vari colori, tessuti e consistenza, personalizzate, patriottiche, chirurgiche, perfino trumpiane (aaah Salvini, te ga sbaglià anca stavolta). Mascherine sui volti, volti mascherati, maschere pirandelliane…

Volti travisati si incontrano per strada e nei posti di lavoro. Volti travisati sono volti trasformati, diversi, a volte del tutto non riconoscibili.

Oggi si può dire che il dibattito prevalente è tra libertà e sicurezza, non tanto su libertà e giustizia, forse più classico per la storia e per la politica, che rimane tra le righe.

Nel confronto la libertà e giustizia, anche se la lotta è “con il fucile”, vince la libertà. Nelle guerre civili, considerando soprattutto quella Italiana tra il 1943 e il 1945, il tema ha coinvolto le masse popolari italiane, sia politicamente, sia sotto il profilo militare, ma soprattutto sotto il profilo di un’Etica generale.

L’Etica generale parla di giustizia giustapposta alla libertà, di liberalismo, di socialismo democratico e di comunismo…

La libertà oggi, più che essere contrapposta alla giustizia, si giustappone alla sicurezza: libertà è ora poter passeggiare a Roma, verso i Fori Imperiali, perché la bellezza è libertà.

Caravaggio, Van Gogh, Mozart, Raffaello non hanno amato la sicurezza, come attestano le loro biografie. Tutti e quattro sono morti prima dei quarant’anni. Uno dei quattro si suicidò, mentre gli altri tre vissero, o in maniera precaria, come il Salisburghese e il Merisi, mentre si ipotizza per l’Urbinate una fine diversa, da malattia epidemica.

Pare di poter dire che tra sicurezza e libertà la dialettica è continua e necessaria (proprio nel senso  etimologico del termine).

La razionalità, in questa fase pandemica, certamente deve prevalere sulle emozioni e sui sentimenti più appassionanti, come la libertà, per ragioni di buon senso e perfino di mera sopravvivenza: nessuno mette in dubbio, se non irresponsabili senza cultura, l’uso delle mascherine e degli altri dispositivi e misure di sicurezza, ma la libertà pone altre esigenze che talora mal si conciliano con una sicurezza al suo massimo.

Il tempo che viviamo richiede una nuova conciliazione fra ragione e sentimento, far volontà e intelletto, direbbe Jane Austen, ma anche Aristotele. Come in altre situazioni limite (sono le grenz Situazion di Karl Jaspers) serve un di più di umanità completa… potremmo dire a 360°.

Oggi, piuttosto che giustapporre la classica diade valoriale libertà/ giustizia, forse è meglio inserire in mezzo anche la sicurezza, cercando un equilibrio fra i tre concetti etici e pratici.

La giustizia va declinata secondo il principio dell’equità, il quale la rende… giusta, mediante il principio classico dell’unicuique suum (cioè, a ciascuno il suo, prima per le necessità essenziali per la vita, e poi per i meriti individuali); la libertà va intesa nei limiti della responsabilità individuale e del rispetto degli altri e del Bene comune, vale a dire una Libertà per un Fine di buona vita condiviso; la sicurezza, nei limiti delle capacità, possibilità, scienza e coscienza dell’uomo, che non può e non deve chiudersi in una capsula di vetro o di titanio da tramandare ai posteri, ma deve affrontare anche i rischi e i pericoli insiti nel vivere.

Non esiste, oggi come in ogni tempo dell’uomo e della Terra, per restare sul nostro pianeta, un luogo assolutamente sicuro. Mettersi in auto la mattina è salire sul mezzo di trasporto di gran lunga più pericoloso di tutti, di navi, treni e aerei: eppure ognuno di noi guida la propria auto quotidianamente, senza pensare di incrociare un pazzo o un ubriaco che gli invade la corsia di marcia, e va, va verso il proprio destino che contribuisce liberamente a costruirsi.

In tempi di Covid, la pur breve esperienza ci sta insegnando che forse i luoghi più sicuri in assoluto, più delle scuole, più degli ospedali, più degli uffici pubblici, più dei supermercati…, sono le aziende di produzione private, le quali sono più strutturate con i mezzi di protezione collettivi e individuali rispetto a ogni altro ambiente. Non esiste la sicurezza assoluta, ma la sicurezza possibile e doverosa, per etica generale e per legge, alla costruzione della quale tutti devono contribuire con il dialogo, la comprensione e la partecipazione.

E dunque, cerchiamo di lavorare sereni, portando ognuno di noi un contributo di attenzione e di responsabilità per la salute comune, bene da condividere, bene da tutelare insieme. Ce la facciamo, dai.

Condividere, convivere e (è?) con-filosofare

Condividere, convivere è con-filosofare: nei tre verbi ciò che più conta è la particella “con”, il latino “cum”, la quale dà senso al lemma. Senza quel “con” il verbo resta generico, quasi scontato, perché “dividere, vivere, filosofare” può riguardare anche solamente il singolo individuo, che magari si trova in un deserto o in una grande foresta, sconosciuto ai più, se non a tutti, e la cui vita non influenza alcun’altra vita.

Se i verbi “condividere” e ” convivere” sono molto noti e altrettanto utilizzati, meno noto e usato è “con-filosofare”. Bene, questo verbo descrive, ad esempio, modelli antichi e straordinariamente efficaci, come quelli di Platone, che aveva una sua “scuola”, chiamata Accademia, o di Aristotele, che guidava il Liceo, e anche di Epicuro che coltivava il suo Giardino di intelletti, per tacere di altri esempi.

Ora, sia pure faticosamente, è riemersa questa tendenza a fare della filosofia, non solo un sapere liceale e accademico relegato nei licei e nella facoltà omonima, ma anche un sapere comunitario e pratico.

L’Associazione nazionale che da poco più di un mese presiedo, Phronesis, si pone su questa linea anche con me, che seguo la pista di valorosi predecessori, filosofi e filosofe, che qui ringrazio e a cui rivolgo un atto di stima anche da questo luogo telematico.

Deduttivamente e anche intuitivamente “sento” che questo momento di vita è un momento fortemente “filosofico”, non solo perché siamo tutti coinvolti dalla pandemia globale, ma perché si sta cominciando a pensare che… pensare è indispensabile, che la riflessione logica è vitale, che la capacità di argomentare fondando su dati seri e possibilmente veritieri le proprie convinzioni, è indispensabile.

Ecco: con-filosofare può essere un’attività utile, opportuna, se non indispensabile, e ciò dico senza alcuna enfasi. Con-filosofare significa mettersi sulla stessa lunghezza d’onda, ma non in senso meramente empatico, pure condizione e clima indispensabile per essere veramente in dialogo: con-filosofare vuol dire accettare che il pensiero è lo strumento principale di comprensione della realtà.

Con-filosofare è anche “tenersi sul proprio”, evitando di pontificare su cose che non si sanno, come spesso capita di ascoltare in tv e sul web, anche da parte di autorevoli studiosi ovvero, forse per meglio dire, divulgatori scientifici. A me, questa categoria di personaggi piace e non piace: piace quando come Alberto Angela e suo padre Piero propongono argomenti su cui si sono documentati e interpellano esperti di vaglia, non piace quando un personaggio mediatico come il prof di matematica Odifreddi, si impanca su disquisizioni teologiche. Mi pare abbia scritto anche un testo dal titolo Il vangelo secondo la scienza, che già nel titolo è fortemente fuorviante, se non di dubbia onestà intellettuale. L’ultima trovata, detta con il solito simpatico sogghigno di superiorità, si riferisce a qualche giorno fa, quando ha definito “fumisterie” non so che argomento di carattere teologico.

Non io, che fisico e matematico non sono, lo faccio, ma nessuna persona di buon senso si permette di definire fumisterie le ipotesi di universi paralleli o a stringhe, oppure le matematiche caotiche, oppure… non essendo-del-mestiere, ma rispettando il lavoro faticosissimo e diuturno della ricerca scientifica.

Altrettanto si potrebbe pretendere, quantomeno per correttezza epistemologica, da chiunque, quando si parla di Teologia, che è, per chi non la frequenta, una scienza-di-scienze, cioè un complesso sistema di saperi che va dall’esegesi biblica comprensiva della filologia classica ed ebraica, alla dogmatica, alla storico-giuridica e sociologica, alla morale, alla ecclesiologica e dell’evangelizzazione, alla sistematica, alla filosofica, e potrei continuare ancora.

E dunque, con-filosofare è avere rispetto per le opinioni altrui, attivando un ascolto vero, senza pre-comprensioni e soprattutto senza pregiudizi, altrimenti non si con-filosofa, e dunque non si dialoga, nientemeno.

Con-filosofare è anzitutto dialogare, ascoltando e dicendo, acquisendo e donando parole e significati, soprattutto nel senso della com-partecipazione alla vita comune (con-vivere) e alla condivisione dei beni (con-dividere), che devono essere distribuiti con equità e giustizia tra tutti.

Compresi i Beni spirituali dell’Intelligenza, della Razionalità e del Linguaggio, cioè della Parola-che attraversa, in greco “dia-logos”.

E’ abbastanza chiaro, cari professori del tutto e del… nulla?

Circa il discorso sul “nulla” rinvio a un altro brano pubblicato qui qualche anno addietro.

“Resilienza”: un “americanismo” forse sostituibile, essendo una metafora metallurgica. Avremmo a disposizione “fortezza, coraggio, costanza, perseveranza”, come termini appropriati per dire “resistenza durevole”, e invece usiamo spesso, come facciamo anche in altre occasioni, un lemma anglofono importato dai media

L’amica filosofa Gloria da Verona mi sollecita sul tema, e io vado a nozze, perché ogni scoperta di idiozie diffuse sui media e in nuove consuetudini espressive discutibili, mi sostiene in una grande vis polemica.

Tommaso d’Aquino considera teoreticamente ed eticamente le virtù “cardinali” (cioè “principali”) o “umane”, già classificate dai grandi Greci, e riprese in seguito da Agostino e papa Gregorio Magno, ponendo la fortezza nel “quartetto base” insieme con giustizia, (dikaiosyne) prudenza (phronesis) e perseveranza (sofrosyne).

Peraltro la fortezza e la prudenza sono ritenute dalle dottrine filosofiche morali classica e cristiana le virtù capaci di temprare ed equilibrare anche le altre virtù, in una dimensione di medietà virtuosa che considera fatti, circostanze ed esigenze morali puntuali dell’agire umano libero.

Il concetto morale di fortezza viene dalla parola greca aretè, e dalla latina virtus, da vir, la qualità degli uomini-forti (i viri, da cui virile, virilità, etc.). E noi (per modo di dire), nonostante tanta abbondanza concettuale e lessicologica a disposizione delle lingue occidentali, ci mettiamo a usare termini come “resilienza”, ma dài.

Siamo talora stranamente esterofili, spesso condizionati da un notevole inferiority complex soprattutto nei confronti di inglesi e americani (chissà se c’entra la sconfitta nella Seconda Guerra mondiale), e forse ancora di più della lingua inglese, che è diventata pervasiva, una koinè contemporanea, al punto che vi sono facoltà universitarie italiane che stanno decidendo di insegnare tutto in inglese. Speriamo che qualche normativa pubblica glielo impedisca.

E’ come se si ritenesse l’italiano una lingua inferiore. Pazzesco. E non ci si limita a sostituire la nostra lingua madre con l’inglese, ma si barbarizza la lingua madre, imitando l’inglese anche nelle sue povertà, come nello scarso uso dei modi ipotetici come il congiuntivo o il condizionale.

Mi pare che tutto ciò debba far pensare le persone di buon senso, non solo filologi e linguisti, filosofi e moralisti, politici e docenti, ma un po’ tutti i “parlanti-italiano”, cioè quasi cento milioni di persone, diffuse in tutto il mondo, oltre che in Italia (e in Argentina primariamente, quasi nazione sorella).

“Resilienza” è solo uno dei tanti termini che, traslitterati o meno hanno invaso il nostro parlato quotidiano, anche quando non serve strettamente. Non esito a precisare che si tratta di una metafora derivante dal mondo “fisico-chimico” della metallurgia, là dove viene utilizzata per definire una situazione di mutazione della cristallografia del metallo, come nella nozione di acciaio “peritetico”, atta a definire l’esito di un trattamento termico esterno sul pezzo metallico.

Se dovessi dire quale possa essere una parola inglese che va mantenuta così come è, in inglese, questa è leadership, poiché la sua traduzione è troppo circonlocutoria e faticosa: “capacità di motivare e guidare altre persone, mantenendo la responsabilità dei risultati di una determinata azione verso il livello gerarchico superiore“. E dunque va bene dire leadership anche parlando in Italiano.

Un po’ inutili e talvolta ridicoli sono altri lemmi o sintagmi inglesi che potrebbero essere tranquillamente taciuti e sostituiti con termini italiani. Alcuni esempi: a) flash meeting, cioè riunione breve; b) kick off meeting, cioè incontro di avvio (di un progetto); c) planning, cioè pianificazione; d) mentoring, vale a dire guidare, “tutorare” e) release, cioè pubblicazione; f) accountant, cioè contabile (troppo dickensiano?); g) assistant, cioè assistente; i) chairman, per presidente; l) target, cioè obiettivo; m) pattern, vale a dire schema; n) item, cioè tema o) board, per dire consiglio; p) lock down per confinamento; r) recruiting al posto di selezione; s) back up in luogo di salvataggio, copia; t) download per scaricare, e così via.

E poi un’ultima considerazione: l’errata pronunzia all’inglese di termini latini o greci (anche contro il diverso parere di mia figlia Beatrice che è una giovine filologa), come medium/ media, pronunziati midium/ midia; plus, pronunziato plas; nike pronunziato naiki

E dunque, possiamo sommessamente chiedere in giro di smetterla con la resilienza?

Andare avanti senza dire banalmente ogni momento, provocando (in me e, penso, non solo in me) un gran senso di noia: “andrà tutto bene”

Se c’è una frase che non sopporto di questi tempi è quella del titolo. Che cosa significa “andrà tutto bene“? E’ un auspicio, è uno scongiuro, è una giaculatoria forzosamente ottimistica, è un incoraggiamento prima a se stessi e poi agli altri? E’ un…

Prima di provare a comprendere le ragioni comunicazionali/ relazionali e sociologiche della frase apoditticamente affermativa del titolo, analizzerò filologicamente i tre termini: 1) andrà: verbo al futuro, concetto ineccepibile perché noi umani contemporanei occidentali abbiamo una nozione fisico-lineare del tempo (anche se Nietzsche e le persone di cultura induista esprimerebbero qualche perplessità in tema); 2) tutto: beh, qui cominciano mie serie perplessità. Infatti, che cosa significa “tutto”, in greco òlos? Si tratta proprio di “tutto” nel senso che nulla è escluso? No, non può essere vero, in quanto in nessun caso, in nessun luogo e in nessun tempo si può dire che “tutto” è andato in un certo modo, in questo caso, auspicabilmente buono, positivo. Si potrebbe anche obiettare che il concetto di “tutto” non è… completo, perché si tratta di un lemma quantitativo: infatti manca la nozione qualitativa che si può esprimere con l’avverbio “totalmente”.

Per dirla bene, occorre specificare “tutto e totalmente”. Se non si conviene su questo, il lemma “tutto”, anche nel senso di “totalmente”, resta incompleto, in quanto non chiaramente esplicitato; 3) bene: vale quanto scritto qui sopra. Che cosa significhi “bene” può essere un generico dire positivo, oppure si tratta della traduzione del convenevole inglese in risposta a “how are you... cioè “nice, tanks“, quando ben poco interessa (di solito) all’altro del tuo vero bene. Ma può essere anche un qualcosa che riguarda tutte le “cose” buone di una vita, e anche di tutto il mondo: il latino bona, i beni.

E dunque, detto questo, come possiamo ragionare sul “vero-bene”?

Non possiamo non prendere in considerazione molto, anzi tutto quello che rappresenta l’agire umano in pensieri, parole, opere e omissioni, per usare un linguaggio teologico-morale.

A parer mio, si potrà affermare “andrà tutto bene” solo se qualcosa di radicale, qualcosa di profondo cambierà nel consorzio umano, locale e globale. C’è da ripensare, come si dice, veramente a tutto. Ma prima di tutto bisogna pensare al… pensiero umano e alla sua profonda crisi attuale.

Chi mi conosce sa che lo sto sostenendo e scrivendo da tempo. Anche la mia stessa appartenenza a Phronesis, l’Associazione nazionale per la Consulenza filosofica, attesta questa mia priorità. Si parla tanto, e quasi sempre a vanvera, sul web e nei social di cristi etica, senza che molti parlanti sappiano che cosa si debba intendere per “etica”. Lo ripeto qui per l’ennesima volta: l’etica è un sapere strutturato e scientifico che opera per giudicare l’agire buono o malo dell’uomo, in quanto libero e perciò responsabile.

Secondo me (e grazieadio non solo), la “crisi etica e valoriale” è effettiva, ma prima ancora mi pare si possa dire che si è oltremodo dis-ordinato e messo in crisi il pensiero critico, cioè la capacità/ facoltà umana di analizzare, discernere, dedurre, intuire… in definitiva, di ragionare e di argomentare con logica stringente.

Sappiamo dalla storia del pensiero umano occidentale che vi sono due modi di analizzare la realtà dell’uomo e del mondo: la deduzione che è governata dal processo virtuoso del rapporto causa/ effetto e, teoreticamente, dal sillogismo (parole collegate: syn lògos) di matrice aristotelica, e l’induzione o intuizione, che da qualche tempo viene definita retroduzione (cf. Karl Popper e quanto scrivono Alberto F. De Toni ed E. Bastianon in Isomorfismo del potere, ed. Marsilio, Venezia 2020, volume che consiglio a tutti coloro che sono interessati ai temi della leadership e delle dinamiche del potere).

Abbiamo detto che la deduzione è il modo normale, quotidiano, di ragionare mediante la considerazione di una o due premesse e di una conclusione necessaria. Un esempio che Aristotele propone nella sua Logica è il seguente, denominato sillogismo dimostrativo: a, prima premessa: l’uomo è razionale, b. seconda premessa: il razionale è libero, c. conclusione: l’uomo è libero. Epperò, si può anche rovesciare il ragionamento, considerando gli effetti invece della cause: ad esempio “credere” che vi sia un fuoco acceso vedendo del fumo dietro gli alberi. Questo metodo è, appunto, induttivo o retroduttivo.

Abbiamo la necessità ineludibile di utilizzare deduzione e retroduzione per analizzare l’uomo e il mondo in cui vive, anche e forse soprattutto per comprendere e far comprendere che cosa non funziona nell’agire umano. Ad esempio, nella politica e nella distribuzione della ricchezza mondiale, delle risorse e dell’acqua in primis, ad esempio.

Non può essere neppur pensata un’Etica declinata verso un Fine condiviso tra tutti gli uomini, se non funziona il pensiero logico, se non si usa la metodica analitica sopra indicata. Per stabilire e condividere un’Etica occorre condividere una modalità operazionale del pensiero riflessivo di cui siamo dotati, come esseri umani.

E dunque, per concludere, si potrà affermare, senza che la frase non risulti trita e annoiante, “andrà tutto bene”, solamente se saremo d’accordo che occorre (ri)-mettere al centro la nostra capacità di pensare. Se così sarà, farà seguito un futuro solidale co-progettato dagli esseri umani, e non – perlopiù – subìto.

Persona&Comunità nel Cristianesimo. Non concordo con il collega esimio professore

Mi è dispiaciuto leggere che un ottimo – e da me stimatissimo – studioso come il prof Galimberti (vedi intervista di Walter Veltroni pubblicata il 17 Novembre scorso su La Repubblica) ritiene che il cristianesimo non abbia mai tenuto al centro il tema della comunità umana, privilegiando l’individuo e il suo destino terreno e ultraterreno.

Sono rimasto sorpreso per varie ragioni: non mi sembra possibile che un intellettuale come il professore ignori, sia pure nella sinteticità tipica di un’intervista (almeno nelle risposte date durante l’intervista stessa), che questa tradizione religiosa si sia certamente fondata sulla “persona” di Gesù di Nazaret detto il Cristo, ma immediatamente dopo su una prima comunità di seguaci, gli apostoli e i discepoli prima a Gerusalemme, e dopo la morte del Maestro, su comunità che – sotto la spinta soprattutto di Paolo di Tarso – si sono diffuse in quasi tutto l’Impero romano, dal Vicino Oriente, all’Africa settentrionale, ai Balcani a Roma e oltre.

Non è assolutamente vero, caro Galimberti che il cristianesimo abbia denegato il valore comunitario e la sua centralità per esaltare – di contro – il valore della persona-individuo. Diciamo piuttosto che, in una fase storica nella quale non vigeva una nozione etica di uguaglianza tra tutti gli esseri umani, mostrabile, oltre ogni forma di distinguo razzistico con la tabella “struttura di persona”, ben nota a i miei lettori e ai miei studenti (compresenza in ogni uomo di fisicità, psichismo e spiritualità, che qui necessariamente riprendo), il cristianesimo ha portato nella storia umana una lezione assolutamente nuova sul valore dell’uomo. Si legga il versetto 27 del cap. primo di Genesi Dio fece l’uomo a sua immagine…”, si leggano poi, nell’ambito della letteratura paolina, i versetti 28 del cap. 3 della Lettera ai Galati e l’11 del cap. 3 della Lettera ai Colossesi, dove si enunzia l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani “non c’è greco, non c’è ebreo, non c’è donna né uomo, ma tutti sono uguali in Cristo”, (parafrasando san Paolo)!

Ebbene, è stato il cristianesimo a portare all’evidenza il valore irriducibilmente incommensurabile e unico della persona umana, contro ogni discriminazione censuaria e classista, anche se Paolo stesso dovette adeguarsi in qualche modo allo schiavismo del tempo (si legga in tema la Lettera a Filemone, nella quale Paolo invita questo signore, un catecumeno cristiano, a non maltrattare e tanto meno uccidere uno schiavo fuggitivo).

Circa poi gli aspetti comunitari, si leggano Atti, dove si riporta che Pietro in qualche modo punisce nel modo più grave Anania e Safira, una coppia che non aveva secondo regola versato nelle casse della comunità il ricavato di una vendita (possiamo parlare di “paleo-comunismo apostolico”?).

Nella Bibbia poi, Dio cerca l’alleanza, non con il singolo uomo, ma con il Popolo, guidato di volta in volta da un Patriarca (Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè…) o da un altro leader, come i re Davide, Salomone, Giosia…, dai grandi profeti Isaia, Geremia, Ezechiele, Nathan…, e con il leader “tratta”, ma per il popolo tutto, che punisce o loda difendendolo, a seconda del comportamento morale e della fede in Lui stesso.

Come si fa a dire che il cristianesimo e la sua matrice giudaica sono individualisti? E’ assurdo e assolutamente non rispondente al vero, se si vuole conoscere, studiare e valutare correttamente la storia e il supporto teroretico di queste tradizioni religiose?

Si pensi poi al Vaticano Secondo e alla Costituzione conciliare Lumen Gentium dove all’art. 1 si legge “La Chiesa è il Popolo di Dio…”. Che dire di più sotto il profilo scritturistico e dogmatico? Teniamo poi conto che “chiesa” significa “adunanza, riunione” (dal verbo greco ekkalèo, cioè chiamare, da cui il latino ecclesìa).

Non corrisponde al vero che il Cristianesimo abbia esaltato l’individuo-persona a scapito della comunità. Certamente in Oriente, il buddhismo e soprattutto l’induismo nelle sue varie declinazioni storiche e teologiche, hanno posto al centro l’uomo-tra-gli-altri-esseri-viventi, ma soprattutto come parte di un divino diffusivo e prevalente sulla individualità: il brahman sull’atman. “Schegge di divino”, che si trovano echeggiare anche nel cristianesimo ortodosso post scisma del 1054, e perfino in qualche teologo-filosofo “occidentale” come Friedrich Schleiermacher.

Anche paragonare cristianesimo e classicità come fa Galimberti non è corretto: il paragone tra un Aristotele che parla dell’uomo come animale politico e un Agostino che scrive e predica della salvezza dell’anima per grazia e per fede non è coerente, se posto in contrapposizione. Sono due teorie filosofico-religiose che non confliggono, poiché parlano di cose diverse.

Citare poi Rousseau, come fa il caro prof, forse (a parer mio) il più sopravvalutato e mediocre filosofo del XVIII secolo, il quale non riteneva il cristiano un buon citoyen non mi pare una buona idea, perché ignora quello che è stato il mondo cristiano antico e medievale e rinascimentale, e tutto ciò che ha fondato, dalle chiese ai monasteri, alle università, alla musica, alle arti figurative… per il popolo, anche se commissionate da papi e signori.

Se andate a Montefalco, cari lettori e visitate la cappella francescana dove Benozzo Gozzoli ha affrescato le storie del Santo assisiate, o agli Scrovegni a Padova, o nella basilica grande di Assisi dove Giotto di Bondone ha raccontato la vita di Giovanni di Pietro di Bernardone, se andate nella cappella piccoliminiana del Duomo di Siena, trovate il Pinturicchio. O visitate a Roma la Sistina e le Stanze di Raffaello ai Musei vaticani, e Caravaggio in Santa Maria del Popolo e in San Luigi dei Francesi. E Piero della Francesca ad Arezzo, a Sansepolcro e a Monterchi. Ravenna. E altrove, in ogni dove dell’Europa, da Lisbona a Mosca, da Canterbury a Istanbul (nonostante Erdogan). Sono tutte storie bibliche, di santi e della chiesa fatte per il popolo, per le comunità analfabete di quei tempi. Si pensi poi a Bach, a Haendel, a Vivaldi e Monteverdi, a Mozart, a Haydn, a Verdi e Rossini e ad altri innumerevoli, che hanno scritto Messe e Laudi religiose.

Se, caro lettore, leggi le quasi duecento omelie di sant’Agostino (le trovi nel sito Augustinus.it) trovi un dire, un parlato adatto al popolo, alla comunità di analfabeti della Ippona del V secolo (l’attuale città algerina di Hannaba), e rivolto a tutta la cristianità del tempo del grande Padre africano. E attuale anche per noi del XXI secolo.

E questo è il cristianesimo che si occupa solo delle anime dei singoli? Suvvia, professore!

Evviva! Biden è il Presidente di tutti gli Americani, nello squallore deluso dei trumpiani nostrani. Occorre una sinistra moderata e una destra propositiva: perché “zio Joe” è il “democristiano giusto” per questo momento storico dell’America e del mondo, e perché, purtroppo, Trump è il cieco distruttore di una utile destra liberale. Comunque è la fine di un incubo durato quattro anni, incubo iniziato nel comico e tramontato nel grottesco

Non so perché qualche brillante intellettuale italiano, ancorché “di sinistra”, sta definendo la figura del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America fiacco, sbiadito e mediocre. Certamente la figura del nuovo Commander in chief, non spicca per carisma esteriore come un Obama o un Clinton, di trent’anni più giovani all’atto dell’elezione, ma ciò significa poco o nulla. Anche Blair sembrava avere carisma, e poi s’è visto quanto fosse fasullo, come politico e come socialdemocratico, quando imbrogliò il mondo con la pericolosa e immorale falsificazione storica delle armi di distruzione di massa – inesistenti – di Saddam l’Irakeno.

Purtroppo, a volte la sinistra italiana si innamora di leader quasi trasparenti per valore reale, come il citato Tony e come – in parte – Obama stesso, piuttosto mediocre in politica estera. Si ricordino le sue poche idee e confuse sulla Siria, quando, se non fosse stato per papa Francesco, si sarebbe imbarcato in una guerra contro il crudele Assad, per cui sarebbe stato obiettivamente alleato dell’Isis. Incredible! E come quando seguì la follia vigliacca di Sarkozy nell’attacco a Gheddafi. La Libia e l’intero Mediterraneo ancora stanno pagando per quegli errori di strategia politico-militare, e l’Italia in particolare.

Questi politici statunitensi, anche se possiedono brillanti titoli accademici, dottorati etc. (mi piacerebbe vedere quanto sia realmente difficile conseguire i loro titoli di studio, avendo necessariamente mucho dinero a disposizione) conseguiti a Yale, Stanford o Harvard, sono ignorantissimi in storia.

Quando parlo di saggezza della destra americana penso a Bush senior, che si fermò prima di arrivare a Bagdad, a differenza del suo indegno figlio e del compare di questi, il citato liblab inglese; e penso anche a Nixon, poverino di qualità, peraltro, ma capace di far finire la Guerra del Vietnam, forse la pagina più vergognosa della Storia degli USA. Se vogliamo essere realisti, anche considerando la questione da “sinistra”, una destra seria è indispensabile: ricordiamoci di Eisenhower, mentre a volte la “sinistra” americana in qualche modo s’inceppa, talvolta anche nelle esperienze più gloriose, come quella del magnifico J. F. K.. Ricordati della Baia dei Porci, caro Presidente John Fitzgerald!

Per questo ritengo Trump colpevole, oltre che verso l’America e il Mondo, anche per la sua pericolosa e quasi folle insipienza, forse ancora di più nei confronti del suo schieramento politico, che lo deve ringraziare (scherzo) per il disastro che ha compiuto. Eppure, va aggiunto, avendo preso oltre 70 milioni di voti significa che gli USA hanno una base popolar-populista che rappresenta quasi metà della Nazione e, anche se repubblicani classici come George W. Bush e il generale Colin Powell non sono trumpiani, il problema di Biden sarà come dialogare con questa metà del popolo americano.

E torniamo al supposto scarso carisma di Joe Biden, come sostengono diversi radical chic italioti.

Max Weber ci ha insegnato che il carisma è un dono in-divenire, echeggiando quasi san Paolo che parla di carismi, cioè di doni del Signore, specifici, destinati alla solidarietà tra fratelli, tra uguali.

Tornando al carisma, caro lettore, quante volte ci è capitato di osservare che un sindaco eletto da outsider, si è rivelato rapidamente molto valido e capace di amministrare, e anche carismatico? Che cosa significa ciò? Che il carisma, come molte altre qualità umane, non è del tutto innato, ma in buona misura è costruibile, mediante l’esperienza, l’ascolto e la cultura, oh cari amici troppo impressionabili dagli uomini “forti” e un po’ tromboni, come echeggia il morfema cognominale dell’americano graziaddio oggi perdente.

Grazie a Dio, e al Popolo americano, The Donald termina qui la sua carriera tra il fantastico e il pazzoide. Evviva. Quella grande Nazione ora si merita altro.

Mi basta esprimere la mia soddisfazione per questa svolta, utile per gli Americani e il Mondo, essendo stato mandato a casa un pazzoide narcisista e incompetente.

Un’osservazione non può non riguardare la stampa, anzi i media. Continuo a sentir utilizzare un po’ ovunque, in tv, sul web e sul cartaceo, un verbo assurdo quando si parla del feroce e irrazionale disappunto di Trump per la sconfitta. Sento infatti usare l’espressione “Trump NON CONCEDE la vittoria a Biden“, Ma, santoiddio, come si fa a usare il verbo concedere, quando non si tratta di una concessione graziosa da parte di un sovrano assoluto come nella Francia del XVII secolo, quando Luigi XIV poteva concedere o meno un privilegio o una sinecura a un vescovo o a un marchese, perché ai nostri tempi si tratta di un’elezione democratica, il cui risultato è oggettivo: chi prende più voti vince, altro che “concedere, riconoscere”.

Dei sentimenti di Trump verso la sua sconfitta ci può interessare molto, se siamo suoi tifosi, ma non è il mio caso, come si capisce, poiché io lo aborro per disistima e per comprensione lucida del rischio che costituisce un tipo come lui, provvisto legalmente di un potere immenso. Dei sentimenti, delle sue concessioni, dei suoi riconoscimenti nulla mi cale, caro lettore.

Buen retiro in salute, mio per niente caro immobiliarista fallito e politico pericoloso.

Un’ultima riflessione merita questa conclusione delle presidenziali americane. Il nuovo Presidente, mettendosi in posizione da leader, ha voluto citare il capitolo terzo del Qoèlet, là dove lo scrittore biblico afferma, tra altre alternative esistenziali opposte, che vi è un tempo per il male e un tempo per la guarigione. Ecco, l’America ora è nelle condizioni per guarire da una serie di malattie morali e sociali gravi: l’odio per il sapere, l’odio per la democrazia, l’avversione per le grandi strutture internazionali come l’Unione Europea, un titillare continuo la violenza razziale, il disprezzo per le problematiche del clima globale, e altro che il populismo trumpiano ha cavalcato per quattro anni e ora è stato fermato. Epperò, se Biden ha preso quasi 75 milioni di voti, Trump ha superato la cifra di 70 milioni: ciò significa che gli USA sono una grande e composita Nazione spezzata in due.

Forse il compito primario del nuovo ticket presidenziale, nel quale la signora Harris può rappresentare il futuro (se non si monterà la testa, visto che è meticcia, intelligente e bella, tre caratteristiche perfette per il politically correct), e sarà l’impegno più arduo, potrebbe essere il lavoro di unificazione patriottica.

Caro Presidente Macron,

fin dall’inizio del suo mandato presidenziale, non ho provato una particolare simpatia per lei. Si sa che simpatia e antipatia percorrono strade e flussi emotivi misteriosi. Non mi “prendeva” il suo appartenere a un’élite alto-borghese che mi è distante, io figlio d’operai e studioso con le mie sole forze.

Da una settimana, i colleghi della importante Associazione Italiana della Consulenza filosofica e della Filosofia Pratica Phronesis (lei sa che in greco antico la parola significa Prudenza/ Saggezza, proprio la sagesse in francese) mi hanno democraticamente eletto Presidente per un biennio. Peraltro sono un professionista che si occupa di Etica in medie e grandi imprese e fa il professore in ambito accademico.

Ma non le scrivo nella veste di Presidente di Phronesis. Le scrivo come persona e come studioso.

Ovviamente conosco bene la storia della sua grande Nazione e l’importanza che ha avuto nella Storia grande, dell’Europa e del mondo. Senza indugiare su altri importanti momenti di questa storia nazionale, mi soffermo un momento sulle tre parole-valori, sulle tre idee-forza che hanno ispirato i rivoluzionari del 1789: Liberté, Fraternité, Egalité. Non commenterò il secondo e il terzo dei tre termini, che meriterebbero adeguate riflessioni.

Mi soffermerò invece solo sul primo, la Liberté. Penso che lei sappia che i Greci antichi avevano due termini per dire “Libertà”, mentre noi neolatini ne abbiamo uno solo. I Greci usavano il termine (qui traslitterato) Eleutherìa, per significare “libertà-di-fare” in genere, mentre utilizzavano la parola Parresìa, per dire “libertà-di-dire”.

Ecco, vede, i Greci distinguevano le due “libertà”, sapendo bene che un termine di tal fatta non può essere compreso e utilizzato da chiunque nello stesso modo. Questo popolo sapiente, che ci ha dato i fondamenti della nostra comune cultura generale, aveva bene presente che occorre misurare con saggezza (ecco!) le parole che si utilizzano nei vari ambienti e momenti e conseguentemente anche le azioni che si compiono, le quali debbono essere proporzionate e congrue alle varie diverse esigenze dalla vita.

I grandi filosofi medievali, italiani, tedeschi, francesi, inglesi, hanno poi sviluppato la comprensione del termine “libertà”, spiegando bene che si tratta di un valore sempre connesso alle condizioni oggettive di chi lo utilizza nella sua propria vita. In altre parole, la libertà non è mai assoluta, cioè sciolta da ogni vincolo, ma è sempre in-relazione con circostanze e interlocutori vari, presenti nella vita di ogni persona.

Tommaso d’Aquino, in particolare, gigante del pensiero universale, che lei certamente ha sentito nominare, ma non so se ha studiato nei suoi corsi di diritto, ha spiegato bene che la libertà non è “fare-ciò-che-si-vuole”, poiché ciò è impossibile, ma è “volere-ciò-che-si-fa”, ribaltando la logica della decisione. Tommaso, sulle tracce della psicologia aristotelica, sapeva molto bene che, prima di mettere in atto un’azione libera, bisogna pensarci, riflettendo con cura sulla situazione, sui pro e sui contro della decisione da assumere.

Aggiungo: la visione tommasiana, approfondita in pieno Medioevo, è superiore per acutezza, a parer mio, alla visione liberale apparsa primariamente nelle culture settecentesche inglesi e francesi. Pensatori come i suoi Voltaire, Diderot, D’Alembert, oppure come Locke e Hume, e successivamente come Stuart Mill, e molti altri più recentemente (tra costoro cito solo i suoi Michel Foucault e Jean-Paul Sartre), hanno delineato la filosofia liberale sulla “libertà”, sostenendo che “la libertà di ciascuno termina dove ha inizio la libertà altrui”. Qui, pardon, ho ripreso solo in maniera parafrastica quelle tesi.

Qui sta il punto. La visione liberale non è sufficiente. Quello che voglio dirle è che sarebbe bene tornare a Tommaso d’Aquino, anche per parlare della libertà in Francia e della sua tutela in questi periodi drammatici che sta vivendo la sua Patria. Lei sta sostenendo che si deve difendere la laicità e la libertà di espressione in Francia, ripetendo che le vignette su Mohamed pubblicate da Charlie Ebdo, possono, anzi debbono, essere utilizzate nella formazione scolastica. Non mi dichiaro contrario all’utilizzo di ogni esempio che spieghi che cosa sia la libertà di espressione.

Discuto l’opportunità di calcare la mano sul tema, in questo momento storico e della cultura mondiale.

E vengo a una metafora illuminante, tipica della tradizione popolare italiana, questa: “si deve abbeverare il cavallo nella misura in cui ha bisogno di acqua“, poiché, si intende, oltre quella misura il cavallo non beve. Che cosa significa questo modo di dire popolare italiano? Significa che non si può pretendere di affermare e spiegare il proprio concetto di libertà a tutto il mondo, e anche a immense masse poco alfabetizzate, come se lei stesse tenendo un seminario alla Sorbonne.

Bisogna adeguare il linguaggio e il lessico al pubblico, al target che si desidera raggiungere. Insistere su Charlie Ebdo per spiegare la libertà-alla-francese è sbagliato e dannoso. Eviti di insistere, perché in questo modo dà adito a chi conosce bene quel target, di agire (sto pensando al presidente-dittatore della grande e bellissima Nazione turca, che non va confusa con questo politico furbo e opportunista) facendo una gran confusione e incitando alla violenza persone senza cultura e inclini alla violenza.

I recenti tragici fatti di Parigi e di Nizza mi hanno ispirato questa lettera personale, mentre qui non ho inteso trattare la grande questione delle migrazioni, che richiede altro tempo e spazio scrittorio. Mi creda e ci pensi, presidente Macron.

Glielo suggerisce un filosofo italiano.

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