Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Gli sguardi, i momenti, l’intuizione, il coglimento del senso, il valore di ogni cosa che si fa

Ultimamente, mi rimproverano un po’ di questo carissime persone, che sto facendo forse un po’ troppa autocritica della mia frenesia operativa, del mio muovermi multitasking, del mio essere-presente in molte situazioni, del mio scrivere e pubblicare, tre libri in due mesi (per circostanze e coincidenze), etc. Ma stai un po’ tranquillo ché ti fai male, dai, sembra emergere dal mio prezioso network di amicizie e solidali colleganze. Va bene, devo rallentare anche per manutenermi un po’ in questa fase un poco dolente.

Epperò, mi fa notare qualche altro, stai attento a non esagerare con l’autocritica, perché se hai fatto tante cose, se sei così rock, ti sarà pur piaciuto, sarà pur servito a qualcosa.

E allora che fare? Non è facile portarsi sul ciglio della strada per riflettere un poco sulla corsa, senza abbandonarla, ché il mio è sempre un rally, e mi piace da sempre, da quando portavo bibite, studiavo allo Stellini e giocavo a basket, ancora pochissimo attento alle ragazze (poi ho recuperato).

E’ chiaro che tutto questo fremente incedere nella mia vita non dipende solo da un’opzione fondamentale, come direbbe il padre gesuita Karl Rahner, ma anche da miriadi di micro-decisioni quotidiane, da vettori causali alieni e da volontà altrui, e infine da circostanze plurime. Faccio un esempio: se spostandomi da un’azienda a un’altra a cavallo della mezza giornata, non riesco a mangiare perché sono distanti quaranta chilometri l’una dall’altra e, mentre termino verso le 13 nella prima, ho da iniziare alle 14.15 nell’altra, che faccio? Un tramezzo? Un caffè e dolcetto? Nulla, o solo acqua? Questa è spesso la mia vita, miracolo se riesco a sedermi una o due volte alla settimana con Michele o qualche altro collega a pranzo, un primo o un secondo-contorno e dolcetto e un taglio di vino rosso.

Quanti sono gli sguardi, le parole non dette, le parole dette, le correzioni, l’uso combinato di e-mail, watts app, sms, rinvii, discorsi brevi sul ciglio della porta di un ufficio, un gesto d’intesa, una caterva ogni giorno, ed è bellissimo, perché il dialogo è vivo, vero, potente, trasversale, nutriente sul piano psichico ed efficace su quello operativo.

E i momenti? Tutti diversi, tutti da in-ventare (cioè da -latinamente- invenire, cioè trovare, ché inventare significa trovare ciò che già c’è nell’intelligenza del mondo  e dell’uomo). Ogni momento ha la sua irriducibile unica preziosità di tesoro nascosto e svelato, è la alètheia greca, la verità locale e formale che si svela-ri-velandosi (cf. Heidegger), ogni attimo genera miracoli, mira (cose meravigliose), se ci si crede volendo fare quello che di meglio sappiamo fare.

L’intuizione delle cose poi aiuta la riflessione razionale: posso fare anche questo oggi, o devo rinviare? Ci sta, se lo aspettano, rinviare è dannoso? Io non rinvio mai, seguo l’istinto, ragiono ma immediatamente procedo, anche senza completare il sillogismo argomentativo, se colgo che è meglio fare subito, piuttosto che rinviare.

Ed ecco che incontri il coglimento del senso, cioè la verità-importanza- validità dell’aver operato senza ulteriori indugi, dell’essere partito come una scheggia arrivando in tempo e salutando chi lasci senza ansia da prestazione. Non mi pare di aver fatto cose insensate in questa mia velocità di pensiero, di parole e opere. Non mi pare di aver peccato granché di omissioni, cioè di non avere pensato detto o fatto ciò che avrei dovuto, nel ganglio centralissimo della mia posizione esistenziale, operativa e umana, nelle relazioni che ho e che coltivo.

Il valore di ogni cosa che si fa è presente nel farla e nei suoi effetti, immediati o mediati o futuri che siano. Intanto hanno e sono un valore le cose che si fanno, se pensate con cognizione di causa, con rispetto dei fondamenti e della qualità relazionale.

Rimanere inerti è colpevole, come insegna il Maestro di Nazaret in molti passi del suo annunzio nuovo per l’uomo e per il mondo, ma specialmente nella famosa parabola dei talenti, là dove lo scrittore del vangelo secondo Matteo (25, 14-30) raccomanda di usarli per il fine buono cui sono destinati, pena il deragliamento dalla propria vita e da quella degli altri esseri umani, un deragliamento dal mondo e dalla vita.

Io non deraglio, ma viaggio dritto come un fuso sulla mia strada, che alcuni conoscono e altri no, ma va bene così.

Visioni di una sfera

…dagli infiniti punti, prisma infinito, fatta di piramidi infinitesime, “tridimensionale con il minimo rapporto superficie/volume: ciò spiega perché a tale forma tendono molti oggetti fisici, dalle gocce di liquido ai corpi celesti. Ad esempio, le bolle sono sferiche perché la tensione superficiale tende a minimizzare l’area a parità di volume.” (dal web). Peraltro, il cilindro circoscritto ha un volume che è 3 / 2 rispetto a quello della sfera, ed una superficie laterale che è la stessa di quella della sfera. Questo fatto, e le formule scritte sopra, erano già noti ad Archimede. Una sfera è definibile anche come formata da un cerchio ruotante intorno al suo diametro.

La sua forma suggerisce perfezione, al punto che Parmenide di Elea la paragonava all’essere stesso, per dare un’immagine di assolutezza e di intangibilità, cioè di perfezione. L’essere-che-è-e-non-può-non-essere.

La sfera è cognitivamente illuminante perché metafora dell’infinita congerie dei percorsi riflessivi, del pensiero umano e della manifestazione creativa. Si pensi alla smisurata possibilità espressiva di una lingua come l’italiano (suggerisco di leggere qualche pagina del padre Daniello Bartoli, gesuita, gran viaggiatore del XVII sec., o di Gadda o di D’Annunzio), della musica di Bach o di Mozart, della poliedricità di Michelangelo Buonarroti, dell’eclettismo di Giovanni Pico della Mirandola o di Goethe, ma anche della mente di un contadino empirico di una vallecola resiana, che coltiva l’aglio inarrivabile di quella nascosta plaga montana, per restare qui da noi.

E anch’io traggo spunti dalla sfera per allargare il mio sguardo, di questi tempi, cominciando ad abbandonare la visione lineare, progressiva, quasi di conquista che ho sempre avuto, per fermarmi a guardare tutt’intorno, con una pazienza che non ho mai avuto, tutt’intorno e anche dentro di me, ché anche ognuno di noi è come una sfera, nell’infinita poliedricità del proprio essere.

Mi è capitato di vivere momenti come una fuga continua verso qualcosa e da qualcosa, quasi ad evitare la contemplazione di ciò che è lì, come fosse una perdita di tempo. Non sempre, certo, poiché mi hanno attirato e “fermato” i contorni del sacro, del sublime, come la grande montagna ascesa, le possenti nuvole all’orizzonte, il mare, il grande monumento umano, come la cattedrale di Chartres. Ma… poi la fuga è ricominciata, nel quotidiano.

Sto comprendendo che mi sfuggiva qualcosa, nella coazione a ripetere del fare, dell’agire, del divenire “eracliteo” inarrestabile di atti, fatti, mete raggiunte, scopi conseguiti, fini e orizzonti acquisiti. “Acquisiti”, appunto, e poi? In realtà la sfera dell’essere è infinita, e perciò stesso, indefinitamente sfugge ad essere posseduta, spostando sempre più in là i suoi confini. E ora capisco meglio che è più sano così, affinché questa perduranza dell’incerto e dell’impreciso possa mantenere viva una linea e un ambiente spirituale mai domo, ma sempre disponibile all’imperfezione, all’approssimazione, al “quasi”.

Anche la radura fa parte del bosco. Ecco, forse devo fermarmi un poco in questa radura ampia e ariosa, per riprendere il cammino nel bosco, per uno degli innumeri sentieri che si dipartono tra gli alberi frondosi, senza trascurare altre radure, ascoltando i rumori dei rami che si frangono, delle foglie che volteggiano e cadono, degli animali che furtivamente si spostano, evitandomi accuratamente, perché sanno che io sono l’animale più pericoloso.

Tengo le briglie del mio cavallo in mano, e cammino, finalmente, smettendo il galoppo continuo, disposto a riprenderlo, ma senza trascurare di accorgermi di ciò che mi sta attorno, anche quando mi sembra flebile e forse insignificante, perché accorgersi (ad corrigendum) è già un correggersi. Non si manifestò forse Dio al profeta Elia in una brezza leggera, e non nel fuoco, nel tuono o nel terremoto? (Cf. 1 Re 19, 11-13).

Se così è, ogni cosa ha una sua ragione la cui totalità (intesa come tutto e totalmente) ci sfugge e ci sfuggirà sempre, ma è e sarà sempre spinta e motivazione alla ricerca dell’infinita, o non-finita, platea delle origini, o fonti, o cause del suo proprio essere.

E allora ci possiamo connettere alla pagina fondamentale, che è un frammento, del poemetto “Sulla natura” del grande e “terribile” eleate, come lo definì Platone…

« Εἰ δ’ ἄγ’ ἐγὼν ἐρέω, κόμισαι δὲ σὺ μθον ἀκούσας, αἵπερ ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός εἰσι νοῆσαι· ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι, Πειθοῦς ἐστι κέλευθος – Ἀληθείῃ γὰρ ὀπηδεῖ – ,
ἡ δ’ ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι, τὴν δή τοι φράζω παναπευθέα ἔμμεν ἀταρπόν· οὔτε γὰρ ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν – οὐ γὰρ ἀνυστόν – οὔτε φράσαις.
… τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι. »
(IT)« … Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l’una che “è” e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità);
l’altra che “non è” e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo….Infatti lo stesso è pensare ed essere. »

Perseveranza e purificazione

Mi sembra che la classica virtù di perseveranza (cf. quaestio 137, Secunda secundae, Summa Theologiae, Tommaso d’Aquino), possa essere, da un lato correlata alla virtù di costanza, come capacità di permanere in una decisione dedicata e precisa per un fine, dall’altra, come insegna il mio Maestro, alla virtù di fortezza, come sua componente essenziale, connessa intrinsecamente alla fondamentale virtù di pazienza, in quanto capacità di sopportazione in condizioni ardue di prove difficili. La perseveranza richiede pazienza e così dà linfa ed energia alla virtù di fortezza che si chiama anche coraggio.

La perseveranza è una virtù raccomandata  specialmente ai pigri, e in particolare ai pigri di talento, alcuni/e dei/delle quali qui mi leggono, affetti/e non tanto da pigrizia, ma da una sua versione a volte un poco accidiosa, e perciò più responsabilmente considerabile, la pigrèria (mio neologismo ad hoc). E dunque, orsù orsetti e orsette, datevi una mossa!

Un altro nesso potrebbe essere trovato con la “virtù” di coerenza, che però non va presa in maniera integralistica e assoluta, poiché le circostanze possono cambiare e quindi rendere necessaria una revisione del processo decisionale. In molti casi un eccesso di coerenza può non essere utile o addirittura dannoso: non si può dire che si fa così perché si è fatto sempre così. In molti ambiti della vita “aver fatto sempre così” può essere stato sbagliato, sulla base di nuove conoscenze e saperi scientifici o esperienziali.

Perseveranza, costanza, pazienza, coerenza stanno insieme dunque, cum grano salis, e possono anche costituire per la psiche e la morale umana, oltre ad un percorso di rinforzo morale e psichico, un vero itinerario di purificazione interiore.

Il termine purificazione deriva dall’etimo greco pyr, cioè fuoco, e significa una sorta di attività di rinnovamento e pulizia interiore, attraverso la ricerca e il recupero di un’essenzialità vitale e spirituale. A volte bisogna -appunto- quasi “bruciare” vecchie convinzioni e abitudini, al fine di creare le condizioni per un rinnovamento dello spirito vitale, o dello spirito tout court. In realtà, la vita contemporanea ci ha offerto una pletora di opportunità esagerata, in ogni settore dei beni fruibili, dalla comunicazione ai cibi, dai viaggi alle opportunità di carriera, e a volte ci siamo fatti fagocitare da questa abbondanza disordinata, non distinguendo le cose essenziali da quelle inutili, voluttuarie o addirittura dannose. Molte volte gli orpelli del consumismo ci hanno ottenebrato le facoltà raziocinanti non facendoci distinguere bene il grano dalla zizzania (cf. Matteo 13, 24-30), cioè le cose buone ed essenziali, dalle cose inutili, inessenziali e forse “cattive” nel senso di “male”.

La perseveranza ha dunque a che fare con la purificazione, perché è un esercizio, un’ascesi (in greco), una scelta razionale e morale per un miglioramento e una crescita dell’anima spirituale e un rischiaramento delle scelte esistenziali.

Io stesso penso di aver esagerato in qualche modo, non tanto nel consumismo in genere, quanto nell’aver forse preteso troppo da me, non quietandomi mai nelle attività varie di studio lavoro sport e di relazione. Sto imparando ora che occorre trovare la misura giusta delle cose, per poter essere perseveranti e non solo guidati da un entusiasmo-del-fare che può essere esagerato e dannoso.

Io che son “filosofo” (si può anche sorridere di questo) devo imparare a fare una vita più filosofica e meno pratica e tesa al risultato, devo kantianamente e anche per me stesso rivedere alcune modalità esistenziali, che mi permettano di adeguare ritmi di impegno più consoni e rispettosi del tempo che vivo e della mia persona. Qui mi impegno per me e per l’affetto e l’interesse di chi mi legge.

L’io e il mondo, il tempo e la memoria

Come siamo fatti bene, come funziona bene il nostro cervello! Stavo pensando che se dovessimo ricordare più o meno in contemporanea tutti i dolori, le sofferenze, le mancanze della nostra vita, non reggeremmo, forse.

Invece, lui seleziona, colleziona, “dimentica”, ricorda, memorizza, anestetizza, amnesizza e riporta in mente, e fa tutto questo nel tempo che percepiamo scorrere, più o meno velocemente (cf. Agostino, Bergson, Einstein). Questo “lui” è un “io”, il nostro-io, bio-macchina che presuppone, contiene, pone la sua stessa coscienza di essere come autocoscienza-consapevolezza, o di esser-ci (cf. Heidegger), ed è anche un “tu-io”, non tanto quando -empaticamente- ci mettiamo nei panni di un altro, ma proprio quando, quasi innaturalmente, pensiamo all’altro come un “io”, capace di pensare-se-stesso-e-il-mondo (cf. Fichte) esattamente come noi, anche se a modo suo.

Anzi, secondo il pensiero idealista moderno (Fichte, Schelling, Hegel), è pressoché tutt’uno con il mondo, poiché altro e altrimenti non si può conoscere se non nell’io-penso (qualcosa), al di là della conoscenza empirica che ovviamente è ammessa, ci mancherebbe.

Se Descartes, con il suo “cogito, ergo sum”, aveva separato l’io pensante dal mondo, auto-fondando la verità della conoscenza del reale nel io-penso stesso, Kant aveva voluto ancora distinguere la possibilità della conoscenza tra ciò-che-appare come fenomeno (l’aisthesis aristotelica, o apparizione dell’essere), e ciò-che-è-in-sé-e-per-sé, che lui chiama noùmeno. Un ultimo tentativo di ammettere la sussistenza di un mondo reale al di fuori della percezione soggettiva. L’idealismo ha poi portato questo percorso alle estreme conseguenze, prodromi di derive novecentesche che bene conosciamo: gli idealismi che si son fatti totalitarismi.

Per questo non è male recuperare un sano pensiero realista, più umile e consono al limite umano, riprendendo le formidabili lezioni di Aristotele e Tommaso d’Aquino, capaci di coniugare la possibilità di conoscenza di una realtà che pre-esiste ed esiste nonostante l’uomo e la sua stessa possibilità di conoscenza, ed esiste perché possiede un’essenza sua propria, che Spinoza, un po’ ateisticamente, avrebbe identificato con Dio stesso (Deus sive Natura). La Realtà esiste prescindendo dalla nostra conoscenza, così come la storia della mia famiglia si è dipanata per cinquecento anni, di cui ho precise tracce genealogiche, nonostante il mio fratellino Antonio sia morto a soli due mesi e non abbia mai conosciuto nessuno di questa genealogia.

E’ bene riconoscere un’oggettività al mondo, una sua verità indipendente da noi, che conosciamo per evidenza, quando appercepiamo le cose, e per comunicazione di notizia, quando ci fidiamo della parola o degli scritti di un altro circa una cosa che non conosciamo direttamente, ad esempio, per quanto mi riguarda, dell’esistenza dell’Australia (non ci sono mai stato, e potrei supporre, se fossi un idealista puro, che non esistesse finché non ne avessi avuto esperienza diretta).

Altrimenti, si può anche dire che l’essere delle cose tende ad apparire nella sua verità o a scomparire (cf. Bontadini e Barzaghi), ovvero a non manifestarsi, perché non possiamo conoscere tutto, anzi, più avanziamo nella conoscenza altrettanto avanziamo nella consapevolezza e constatazione della nostra ignoranza, nel senso tecnico-etimologico del termine. Ovvero, infine, come ritiene Severino, ogni cosa-che-è, è eterna come eterno essente e non può non-essere, per sempre.

Conosciamo e ricordiamo, dunque, ma con dei limiti, in parte determinati dalla nostra genetica, dall’ambiente in cui siamo vissuti e cresciuti e dall’educazione-formazione acquisite e in divenire, in parte da un lavorio silenzioso che il nostro mente-cervello elabora anche quando dormiamo, quando riposiamo, quando soffriamo, quando siamo contenti, quando comprendiamo qualcosa e quando ci sfugge perché troppo complicata o mal spiegata, quando interpretiamo male le dinamiche della vita nostra e di quella degli altri, e infine quando qualcosa ci illumina e comprendiamo ciò che fino a un attimo prima ci pareva oscuro.

Abituati all’alternarsi del giorno e della notte e all’andirivieni ritmico delle stagioni, siamo però dentro un corso lineare che è la nostra vita, la quale inesorabilmente scorre verso… Sta a noi attendere al senso di questo verso, alla sua direzione, cercando di trovarne tracce ovunque, anche nel dolore e nella mancanza, nella confusione e nell’assenza, nell’abbandono e nel dissenso, perché la vita stessa è una via e una verità, come scrive Giovanni al capitolo 14 versetto 6.

Shema Israel, ascolta Israele (Deuteronomio 4, 1a, 6, 3a; 9, 1a; etc.)

Il Deuteronomio è il quinto libro della Torah, o Pentateuco, la parte più classica e antica della Bibbia ebraica e cristiana. Alcuni studiosi distinguono alcune sue parti (gli ultimi capitoli in particolare) ritenendole un “libro diverso”, quasi a formare, con il libro di Giosuè e Giudici, un “Esateuco”. Dalla Genesi e fino agli ultimi tre capitoli di Deuteronomio (capp. 31-34) le tre tradizioni redazionali, la jahwista, la elohista e la sacerdotale, sono intrecciate e a volte indistinguibili.

Libri storici nell’accezione antica, raccontano le vicende della creazione del mondo (i primi undici capitoli della Genesi) e successivamente, da Abramo in poi, del popolo di Israele e della sua controversa alleanza con il Dio unico, Signore e creatore. Vi si trova la Legge, specialmente in Esodo, Levitico e Deuteronomio, cioè le prescrizioni morali, civili e religiose da osservare per stare nell’alleanza con Dio, ma in Deuteronomio vi è qualcosa di diverso: gli ordini e i divieti assumono un carattere particolare, potremmo dire meno giuridista, che può interessare di più noi, persone di questi tempi disincantati, ateizzanti e a volte solamente stolti. Ad esempio, nel capitolo 9 si parla di “circoncisione del cuore”, che è ben altro rispetto a quella tradizionale del prepuzio maschile, caratterizzata dal legalismo. La metafora canta la conversione, l’accettazione del proprio limite, il ricordo della propria condizione di viandante, di pellegrino, che ha bisogno di affidarsi, superando ogni iattanza, ogni presupponenza, ogni atto di superbia.

Qualcuno, come Vito Mancuso (cf. Il destino di Dio), interpreta alla lettera il Codice deuteronomico, che è più sanguinario di ogni altro testo religioso, Corano compreso ma, così facendo, vanifica millesettecento anni di interpretazione metaforico-allegorica della Scrittura, e sto parlando dei tempi di Clemente Alessandrino e di Origene.

Certamente le esortazioni del Signore a passare a fil di spada gli abitanti e il bestiame delle città conquistate da parte di Israele, con il suo determinante aiuto, fanno impressione, stupiscono e forse spaventano, se non si applicano corretti criteri interpretativi, se non si discernono i generi letterari, e se non si contestualizzano il tempi storici degli autori e dei destinatari di quegli scritti, fondendo i loro con i nostri “orizzonti” (Gadamer).

Molto interessanti sono i capitoli 27 e 28, che contengono le maledizioni per chi trasgredisce la legge divina e le benedizioni per chi la osserva. Anche qui il linguaggio è per noi implausibile, ma se facciamo un sforzo di immaginazione e di quasi reviviscenza nostra, una specie di viaggio nel tempo, in quegli ambienti e in quei secoli, forse qualcosa potremmo comprendere di quel linguaggio durissimo e inesorabile, caro Vito Mancuso, che usi impiegare giudizi di morale attuale su scritti di morale di tre millenni fa, con un metodo inaccettabilmente anacronistico. Proviamo a pensare alla durezza della vita nomadica, al deserto, alla mancanza d’acqua, a un’igiene inesistente, al destino vedovile di quasi tutte le donne, e così capiremmo meglio la durezza delle punizioni per il furto, per l’omicidio, per la mancata cura al bestiame altrui, per l’obbligo del cognato di sposare la vedova di suo fratello, e così via. E’ il Signore che ordina, ma è l’uomo che scrive “le parole del Signore”, e il popolo comprende che si tratta di una Legge buona, anche a volte dura, per la sopravvivenza.

Alcuni esempi di maledizioni e benedizioni. Nelle prime si rileveranno quasi delle assonanze con il Dieci Comandamenti e con il codice di Hammurabi, ad esempio: “Maledetto chi maltratta il padre e la madre! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deut 27, 16), oppure “Maledetto chi lede il diritto del forestiero, dell’orfano e della vedova! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deut 27, 19), o anche “Maledetto chi sposta i confini del suo prossimo! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deut 27, 17).

Qualche benedizione. “Se tu obbedirai fedelmente alla voce del Signore (…). Sarai benedetto nella città e benedetto nella campagna. Benedetto sarà il frutto del tuo seno, il frutto del tuo suolo e il frutto del tuo bestiame; benedetti i parti delle tue vacche e i nati delle tue pecore: Benedette saranno la tua casa e la tua madia. Sarai benedetto quando entri e benedetto quando esci. Il Signore lascerà sconfiggere davanti a te i tuoi nemici (…). Per una sola via verranno contro di te e per sette vie fuggiranno davanti a te. (…)” (Deut 28, 3-7).

E prosegue al versetto 15 “Ma se non obbedirai alla voce del Signore Dio tuo…” e giù la terribilità delle punizioni.

Chiediamoci una cosa: se l’uomo “deuteronomico” non avesse avuto una normativa del genere che cosa sarebbe potuto succedere in quei contesti arcaici e primordiali?

La cosa importante è sempre mettersi in sintonia con questi testi, senza pretendere di giudicarli con i nostri metri di giudizio illuministico-democratici, e oramai, a volte anche -in alcuni- genericamente “buonisti”, o, direi, delittuosamente ignoranti di storia, di sociologia comparata e di antropologia culturale.

La fine di Deuteronomio si scioglie in poesia, con il meraviglioso Cantico di congedo di Mosè che, compiuti i suoi giorni e il suo destino, se ne va incontro all’Onnipotente cantando così: “Ascoltate o cieli: io voglio parlare:/ oda la terra le parole della mia bocca! Stilli come pioggia la mia dottrina,/ scenda come rugiada il mio dire;/ come scroscio sull’erba del prato, come spruzzo sugli steli di grano./ (Deut 32, 1-2) (…), e così continua glorificando e benedicendo le opere del Signore.

Ma Mosè non vide la Terra promessa perché il Signore, prima di chiamarlo a sé lo portò sul monte Nebo e di lì gli fece vedere Gàlaad fino a Dan, tutto Nèftali, il paese di Efraim e Manasse, tutto il paese di Giuda fino al Mar Mediterraneo, e il Negheb, il distretto della valle di Gerico, fino a Zòar. (Deut 34, 1b-3).

…perché ognuno di noi deve ubbidire alla legge del proprio destino e arrivare fino lì, dove è segnato il confine dell’itineranza e… l’inizio.

Grazia, gratuità e gratitudine

In questo saggio tratterò sia della grazia secondo le dottrine teologiche, sia secondo le dottrine poltiche e  giuridiche, sia della gratuità, sia della gratitudine.

Premessa

In teologia esiste il trattato classico “De Gratia“, sulla “grazia”, che varrebbe la pena leggere, se non studiare a fondo.

Storicamente nella cultura del diritto occidentale, il potere di grazia appartiene al sovrano (cf. stele di Hammurabi, XIX sec. a. C., specie per quanto riguarda la remissione dei debiti). Anche nel Codice biblico c’è qualcosa di simile, come vedremo.

La gratuità e la gratitudine fanno parte dei comportamenti solidali e dei sentimenti di condivisione empatica.

 

La grazia in teologia

La gratia gratis data è una grazia concessa alle persone grate a Dio, gratuitamente, come dono. La grazia è una sorta di benevolenza divina verso l’essere umano, così come un re concede doni a un suddito, non per obbligo, ma per libera scelta. A volte si esprime, specie nella Bibbia come “benignità”, o costanza della bontà di Dio. Nell’Antico Testamento sono in uso due termini ebraici per esprimerla, hesed, o misericordia (cf. Lamentazioni 3, 22) e chen (Genesi 33, 8.10.15; Geremia 31, 2). Vi sono personaggi biblici che hanno trovato grazia davanti a Dio, come Noè (Genesi 6, 8), Mosè (Esodo 33, 12-17), Davide (2 Samuele 15, 25).

La maggiore grazia, secondo il testo biblico, è stata la scelta divina dell’alleanza con Israele (cf. Esodo 34, 6; Isaia 63, 7-9; Salmi 103.8), nonostante le molte “trasgressioni” comportamentali e morali di questa nazione (cf. Salmi 51, 1, il famoso Miserere, canto di pentimento del re Davide). Allo stesso modo ogni uomo, che è peccatore, si pente del male fatto, e può ottenere la grazia divina. Dio non vuole distruggere, ma salvare sempre chi si pente.

Nel Nuovo Testamento troviamo due parole greche fondamentali, soprattutto in san Paolo, èleos (Romani 9, 15-18), e charis (1 Corinzi 1, 4). Grazia significa anche favore, gentilezza, bontà, ma soprattutto misericordia divina verso l’uomo fragile e peccatore. Troviamo il concetto di grazia come favore divino nei testi di san Luca (2, 52; Atti 2, 47), di san Paolo (Romani 1, 7; 1 Corinzi 1, 3; 2 Corinzi 1, 12; Galati 1, 3; Efesini 1, 2; Colossesi 1, 2; 1 Tessalonicesi 1, 1; 2 Tessalonicesi 1, 2; Filemone 3), e qui la grazia è anche misericordia e pace data da Dio stesso. Come si può notare è soprattutto Paolo il cantore della grazia, con la specificazione dell’accettazione di Gesù come salvatore del mondo. Alcuni testi di seguito:

« (…) per la grazia di Dio io sono quello che sono; e la grazia sua verso di me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me. »   (1 Corinzi 15, 10).

Oppure in Pietro:

« Come buoni amministratori della svariata grazia di Dio, ciascuno, secondo il carisma che ha ricevuto, lo metta a servizio degli altri. »   (1 Pietro 4, 10)

Ancora san Paolo:

« Noi crediamo che siamo salvati mediante la grazia del Signore Gesù. »   (Atti 15, 11)

Anche nel vangelo di Giovanni, all’inizio troviamo parole sulla grazia:

« E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. (…) Infatti, dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. »   (Giovanni 1, 14-17)

San Paolo sottolinea la fine del giuridismo-legalismo veterotestamentario, proponendo la fede in Gesù Cristo come “legge”:

« (… )ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù »   (Romani 3, 24)
« Perciò l’eredità è per fede, affinché sia per grazia. »   (Romani 4, 16)

 

« (…) mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l’accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio. »   (Romani 5, 2)

 

« La legge poi è intervenuta a moltiplicare la trasgressione; ma dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata (…) Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi? »   (Romani 5, 20. 6, 1)

Tutto, per san Paolo dipende dalla grazia divina:

« Voi che volete essere giustificati dalla legge, siete separati da Cristo; siete scaduti dalla grazia. »   (Galati 5, 4)

Lo scopo della grazia è quello di formare la creatura umana affinché si comporti secondo giustizia:

« (…) affinché, come il peccato regnò mediante la morte, così pure la grazia regni mediante la giustizia a vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore. »   (Romani 5, 21)

Si può, dunque, crescere nella grazia ed essere de-stinati alla visione beatifica di Dio nella vita eterna.

 

Nella dottrina cattolica la grazia  è elargita da Dio tramite lo Spirito Santo, prima di tutto attraverso il Battesimo (Grazia santificante), e successivamente con gli altri atti sacramentali, che sono segno e strumento della grazia divina, quando l’uomo accetta un rapporto filiale con Dio stesso, e quindi può vivere in stato di grazia (o grazia di Dio, o grazia abituale).  Chi erra ha a disposizione il sacramento della Penitenza o Riconciliazione, nel quale tutti i peccati commessi vengono perdonati da Dio. In questo caso si parla di grazie attuali, cioè interventi di Dio, che può anche concedere grazie materiali, come la guarigione da una malattia, o spirituali, come la cosiddetta conversione del cuore.

Teologicamente si può intendere la Grazia come Persona, cioè lo Spirito Santo stesso, che è Ruah, soffio, amore… La grazia si può chiedere attraverso la preghiera, l’intercessione dei Santi e soprattutto di Maria, la madre di Dio.

Nel mondo protestante il tema della grazia si rifà a sant’Agostino, contro ogni esaltazione delle opere umane di fronte alla gratuità della grazia divina (si ricordino le controversie del vescovo di Ippona contro Pelagio, sostenitore del valore primario delle buone opere umane rispetto alla grazia divina). Ancora san Paolo:

« (…) poiché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio »   (Romani 3, 23)

Ma Gesù, morendo in croce ha espiato per tutti i peccati del mondo con il suo sacrificio infinito, per cui chi ha fede in lui, come ancora Paolo scrive, avrà la vita eterna:

 

 

« Voi infatti siete stati salvati per grazia, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio, non per opere, perché nessuno si glori. »   (Efesini 2, 8-9)

 

La grazia secondo le dottrine giuridiche

Nel diritto penale la grazia è un atto di clemenza individuale, di cui beneficia soltanto un determinato condannato detenuto o internato, al quale la pena principale è condonata in tutto o in parte, con o senza condizioni, oppure è sostituita con una pena meno grave. (dal web)

La grazia si applica, dunque, individualmente, a differenza dell’amnistia e dell’indulto, che possono essere provvedimenti riguardanti categorie di condannati.

In Italia viene concessa dal Presidente della Repubblica (art. 87, comma 11 della Costituzione), con atto  controfirmato dal Ministro della Giustizia (art. 89 della Costituzione). Il procedimento relativo alla concessione della grazia è disciplinato dall’art. 681 del codice di procedura penale, a patto che la sentenza sia passata in giudicato, cioè non più riformabile. La grazia può essere concessa su domanda presentata dal condannato stesso, da un suo congiunto o convivente o dal curatore o tutore legale o da un avvocato su proposta del Presidente del consiglio di disciplina (art. 681 codice di procedura penale, terzo comma) o anche, infine, in assenza di domanda o proposta (art 681 codice di procedura penale, comma quarto), d’ufficio, cioè d’iniziativa del Presidente della Repubblica o dello stesso ministro della giustizia. In questo caso la domanda di grazia prescinde dal consenso dell’interessato.

I provvedimenti di grazia possono riguardare: la pena principale (es. la reclusione), una pena accessoria (es. l’interdizione dai pubblici uffici), la pena principale e quella accessoria, una riduzione della pena principale (soprattutto in riferimento alle pene pecuniarie), la commutazione della pena.

Dal 1° gennaio 1948 al 31 gennaio 2016 i provvedimenti di clemenza individuale sono stati 42.320, di cui 3.651 per reati militari.

Vi sono stati conflitti di attribuzione dei poteri in alcune richieste di grazia (come tra il presidente Ciampi e il guardasigilli Castelli sul caso Bompressi), ma la Corte Costituzionale ha risolto il conflitto (sentenza n. 200 del 3 maggio 2006), riconfermando al Capo dello Stato il potere esclusivo ed incondizionato di grazia, ed assegnando al ministro guardasigilli il diritto di “rendere note al Capo dello Stato le ragioni di legittimità o di merito che, a suo parere, si oppongono alla concessione del provvedimento” ma non la possibilità di “rifiutarsi di dare corso all’istruttoria e di concluderla“.

 

La gratuità e la gratitudine

La gratitudine è invece un sentimento buono verso una persona che ti ha aiutato, beneficato, salvato. Nella mia esperienza e grazie alla mia rete di conoscenze ho aiutato molte persone, e non sempre ho sentito gratitudine per il bene loro fatto, quasi sempre in modo gratuito. Conosco, e per ragioni lavoro frequento anche persone potenti e con grandi mezzi finanziari, così come persone con meno disponibilità e, nella mia esperienza, la gratitudine non è mai stata legata o proporzionata allo status del beneficato: vi sono stati casi di ingrati nei miei confronti da parte di ricchi e potenti, così come da parte di persone con meno o pochi mezzi, e casi di persone grate in tutte e due o più categorie sociali, e in tutte le classi di età, giovani e meno giovani. Sembra che aiutare qualcuno, a volte, paia a questo “qualcuno” una sorta di atto dovuto; altri invece si rendono conto della straordinarietà e del disinteresse dell’aiuto dato come dono puro, senza alcun secondo fine.

Ho aiutato persone a trovare un lavoro che avevano perso, persone in difficoltà familiari, famiglie colpite da tragedie come il suicidio di un proprio caro, giovani in difficoltà scolastiche o rischi di abbandono, sono stato orientatore e co-relatore di parecchie tesi di laurea, e via avanti. E lo farò ancora, perché lo ritengo un mio dovere morale, in questa fase della mia vita, nella quale ho i mezzi culturali e relazionali per poterlo fare.

La gratitudine è un sentimento del cuore, non dello stomaco o del portafoglio. E’ un respiro dell’anima verso l’altro e un ringraziamento all’altro per poterlo aiutare, facendosi aiutare. Nella gratitudine la reciprocità è il fondamento, come amore di benevolenza verso la fragilità nostra, di umani.

La sostenibile precarietà del vivere?

Venuti al mondo, e “nati a fatica“, come scrive Giacomo Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, siamo qua, inermi e abbandonati alla vita, “gettati“, secondo Heidegger, “condannati a essere liberi“, a parere di J.-P. Sartre. Incapaci di stare in piedi fino a un anno di età, precari per vent’anni e, oramai, oltre, perché bisognosi di essere sostenuti per poterci -a nostra volta- sostenere autonomamente. Eccoci: ecce homines, scriverebbe l’euangelista. Riina e Borsellino, Bill Gates e un piccolo bimbo del Darfur, Maria di Nazaret e Catherine Zeta Jones, Cristiano Ronaldo e un percettore di voucher a chiamata… Homines sumus.

Tutti precari, anche se in modi del tutto diversi, ma uguali nella mortalità necessaria, possibili vittime di malattie e infermità, certamente con diverse possibilità di cura, ma in fondo tutti fragili. Solo che a volte, ai ricchi e potenti viene meno la consapevolezza di questa comune fragilità e precarietà, questo stare in bilico sul crinale dell’esserci e del poter non esser-ci più. Quando manca questa consapevolezza nasce l’arroganza, quasi un senso di invincibilità, di perennità, stupido come un chiudere gli occhi davanti all’evidenza dei fatti e alla certezza della storia delle vite umane. Certamente non conosciamo il destino, né “il giorno e l’ora” (cf. Matteo 25, 13b), ma sappiamo che ogni cosa pre-vista della nostra natura verrà, avverrà.

Ossimoro anche in questo caso, il titolo del pezzo dice che ogni cosa, anche se precaria è sostenibile, perché solitamente abbiamo il potenziale e l’allenamento necessario per affrontare l’insicurezza, l’indecisione e la precarietà, sempre che queste non siano la conseguenza di una pigrizia insuperabile: in quel caso la situazione esistenziale diventa fastidiosa, e rende insofferenti, specialmente quando nelle relazioni interpersonali si indulge al rinvio, alla poca chiarezza, all’ambiguità, per timori del peggio, veri o presunti tali.

Teologicamente, nella cultura cristiana, si sostiene che Dio offre la forza necessaria per ogni prova, se la si chiede con umiltà. Nella realtà delle cose le situazioni possibili sono in-finite, con enne gradi di possibilità di sostenimento e superamento delle prove. Ogni persona ha una diversa soglia del dolore, una diversa sensibilità, una differente e irriducibile soggettività di giudizio sulle cose e sui fatti che gli accadono. Se questo è incontestabilmente vero, vero è altrettanto che tutti gli umani sono provvisti di ragione e di una logica argomentativa basica, che va conosciuta e coltivata. Nessuno si può rifugiare perennemente dietro il paravento delle emozioni e delle sensazioni dicendo “Ho la sensazione che…”. Bene, la sensazione può essere condizionata da un atteggiamento fondamentalmente viziato, quello di chi pensa e vede le cose quasi “con gli occhi degli altri”, invece che con i propri.

Si usa parlare spesso impropriamente di intuitività e sesto senso, attribuendo a queste “forme conoscitive” quasi una valenza assoluta, ed è sbagliato. Tutti dobbiamo fare i conti con la nostra psiche, la sua conformazione storicamente, geneticamente, ambientalmente strutturata, e perciò stesso, limitata.

Il passo successivo, oltre le emozioni sensitive è quello dell’uso razionale della logica argomentante, la facoltà superiore che ci permette di collocare le cose e i fatti nella prospettiva più giusta, nel contesto più completo e convincente. Non dobbiamo mai temere di non poter modificare le cose, se vogliamo modificarle e renderle più ragionevolmente plausibili per il nostro e altrui equilibrio esistenziale.

Pertanto, la precarietà del vivere, ancorché inevitabile, può diventare un’opportunità di crescita umana e morale per ciascuno di noi e per chi ci sta attorno, in ogni ambito, dal lavoro agli affetti, dalla progettualità al consolidamento, da un oggi incerto e ondivago a un immediato domani consapevole e coraggioso.

Questo siamo chiamati a fare nelle conseguenze della nostra gettatezza inconsapevole, di ex zigoti in questo mondo.

L’insostenibile leggerezza dell’essere?

Sopra riporto il titolo del famoso romanzo di Milan Kundera al modo interrogativo… perché?

Forse perché la forma interrogativa si pone necessariamente se si passa dalla dimensione esistenziale dell’essere a quella metafisica.

Infatti, l’essere come struttura portante dell’esistere è altro rispetto all’essere sostanziale di ciò-che-è, cioè dell’ente in quanto ente, l’essere in-comune.

Faccio un esempio tratto da poesia suprema: in chiusura del Paradiso (vr. 115, 33o canto) Dante canta così “Ne la profonda e chiara sussistenza (…), riferendosi all’apparire della Santissima Trinità al Poeta e a Beatrice.

Ma ciò che si pensa di capire è poco, pochissimo, se ci si riferisce a una mera parafrasi del testo. Che cosa è la “sussistenza” profonda e chiara? che cosa l’essenza? Perché ha da essere leggera l’essenza?

La sussistenza è metafisicamente ciò che sussiste, come anche noi umani viventi sussistiamo esistendo, epperò non autonomamente, perché siamo dipesi da chi ci ha messi al mondo e dipendiamo dalla Natura o da Dio se si crede, ma nel caso della Trinità è ciò che sussiste in sé e per sé, senza bisogno di alcun’altro ente.

Che cosa intende Kundera e che cosa Dante usando una terminologia metafisica, cioè espressioni che vanno al di là della fisica?

Mi pare che il titolo dell’autore boemo ci offra un indizio, l’ossimoro costituito dall’aggettivo “insostenibile”: la leggerezza dell’essere è insostenibile, ed è insostenibile perché non è leggera, non è leggero l’essere. L’essere ha il pondus del tutto, sopporta il tutto, lo supporta, lo costituisce, ne è la natura e la forma.

E’ la physis, cioè la struttura portante delle cose dell’uomo stesso. Il grande problema, posto dagli antichi filosofi greci e modernamente soprattutto da Kant e poi da Heidegger, è “che cosa si possa sapere della vera natura-forma-essenza delle cose, che cosa di ciò che appare-all’essere corrisponde realmente alla struttura essenziale sussistente dell’ente stesso che appare“.

Io, in quanto ente-uomo, come sono realmente nella mia verità sussistente rispetto a ciò che sembro essere? Quanto di me risulta evidente e certo, e di cui si può dire “è-così”, e quanto invece resta dentro una nebulosità indefinibile e inconoscibile? E così di ogni altro essere umano?

Siamo veramente sorpresa a noi stessi, a volte in situazioni ordinarie, quando reagiamo in modo inopinato o nuovo, ma specialmente in quelle situazioni che Jaspers definisce come estreme, come quando siamo in pericolo, o quando è in pericolo un nostro caro. Siamo sempre noi, ma allora viviamo esplorando dimensioni che non si sono note, aspetti del nostro essere che potrebbero rimanere sempre latenti, se non su-scitate all’esistenza da un qualcosa di straordinario che accade.

A me è capitato. Ho scoperto recentemente aspetti della mia struttura esistenziale, della mia sussistenza, che non conoscevo, e il movente è stata una grenz Situazion, come spiega Jaspers, una situazione di estremo stress che mi ha rotto argini e difese che avevo costruito per anni, rivelando a me stesso aspetti nuovi e inaspettati. Chi mi conosce bene, in pochissimi, due o tre persone, sa di che cosa parlo. Altri forse possono intuirlo, se sensibili e intelligenti, anche se mi conoscono poco o poco mi frequentano, perché sono selettivo e solitario.

E dunque è vero che l’essere ha una leggerezza insostenibile, perché è nientemeno che la nostra stessa essenza umana o, meglio, ciò che la fa essere-ciò-che-è.

Non è un giro di parole, lettor mio caro, è un tentativo di esplorare la verità e la complessità del nostro stare-al-mondo, per quanto possibile.

E allora, caro lettore, scusiamoci per le nostre miserie ed errori, scopriamo la nostra coscienza ed esaminiamola, verificando le volte che abbiamo offeso noi stessi offendendo gli altri, e ringraziamo l’Incondizionato che ci fa esistere nel Suo Essere .

La pazienza e il perdono, l’offesa e la riparazione, tra pars destruens e pars construens dello spirito

La pazienza è virtù costitutiva della fortezza secondo Aristotele e Tommaso d’Aquino. Ne è parte integrante e fondamentale come capacità di patire (pathos), di sopportare (subfero) anche dolore e avversità, e quindi di supportare sé e gli altri nei percorsi più faticosi della vita e del lavoro.

La pazienza edifica nel tempo e permette di discernere il valore delle cose. L’impetuosità e il moto temerario sono il contrario della pazienza: sono improvvisazione e rischio, come quando si guida un’auto ritenendo di essere i padroni della strada, e non si rispettano le regole e i diritti degli altri utenti.

La pazienza è anche un’ascesi e un codice: ascesi in quanto esercizio mentale e fisico, codice in quanto capace di indicare i tempi e i modi del comportamento.

La pazienza, nel caso di una situazione di ingiustizia subìta, non può durare sine die, perché rischia di trasformarsi in rabbia, quando il senso di ingiustizia vissuto nell’attesa supera le capacità di sopportazione della persona, e quindi la forza della pazienza disponibile.

Può riguardare offese ricevute direttamente o da una persona cara, cui non si è reagito per ragioni di ordine logico e per opportunità nel momento dell’offesa, ma tale stato d’animo non può rassegnarsi a una immodificabilità senza fine, poiché ha bisogno di chiarimenti e a volte di scuse, affinché possa risanarsi un ambiente relazionale. Ciò avviene nella vita quotidiana e anche sul lavoro, ché il meccanismo mentale funziona sempre allo stesso modo.

Il perdono, come dice la parola stessa è un dono-iterato, cioè un dono ripetuto, più grande di qualsiasi altro, perché ha a che fare con l’offesa e la pazienza della sopportazione.

L’offesa, la fatica, la pazienza e il perdono sono nel flusso delle cose, appartengono al vissuto quotidiano e alle relazioni interumane. A volte non ci si rende conto di ferire con le parole, oppure ci si rende conto e si decide di farlo ugualmente, perché in preda alla collera o convinti di avere ragione. In quel caso la pazienza dell’offeso, che viene colpito da un’azione destruens, deve riuscire a razionalizzare i fatti non reagendo, se possibile, in modo vendicativo,  e quindi avviando una fase construens, di cui, però, il “distruttore”, deve essere informato per potervi partecipare, se umilmente ammette di essere stato “distruttore” e desidera rimediare.

Il tutto appartiene, tra le varie “etiche”, a un’etica del fine, dove il fine è proprio l’essere umano, nella sua integralità e integrità, che deve essere rispettata sempre e comunque, anche se carcerato per giuste ragioni e in ogni caso, distinguendo, nel caso del carcerato, l’espiazione della pena dovuta da indebite punizioni aggiuntive, come spesso accade anche in Italia. Nel caso della persona libera ogni angheria limitante la libertà individuale è inammissibile, illegale e profondamente immorale, da combattere, condannare ed eliminare.

Solo in quel caso il perdono per il male subìto ha ragion d’essere e produce buoni frutti, altrimenti è solo buonismo un poco evitante, per nulla coraggioso o formativo, e forse anche un poco vigliacco. Occorre far introiettare questi semplici principi morali ai ragazzi, fin dal primo sviluppo infantile e adolescenziale, o altrimenti cresceranno nell’ambiguità e in una forma di sottile accettazione della soperchieria e della sopraffazione, come accade nei noti contesti di familismo amorale, ma anche in situazioni definibili “normali”, ancora molto diffuse.

A Berceto un festival del pensiero pensante e pensato

… in un borgo appenninico dove si è svolto il Primo festival nazionale della Coscienza, sull’onda di una ripresa filosofica italiana molto interessante. Modena, Sarzana e altre località già da anni offrono occasioni di pensiero pensante, quasi facendo a gara per riportare al centro il diritto alla conoscenza argomentativa e logica in un tempo di crisi del linguaggio e delle relazioni interumane.

Sono tra i relatori con illustri colleghi come Boncinelli e Galimberti, e ne sono onorato. Ospite invitato, mi dicono, per la mia presenza sul web e una biografia e bibliografia di studioso pratico, si vede, per loro interessante. In Friuli un poco meno (sorrido).

A oltre ottocento metri, sull’Appennino parmense che già odora di mare, lungo l’antichissima via Francigena, e il fresco dei boschi concilia il sonno e la riflessione. Son venuto solo, la filosofia è anche solitudine, anche se non sempre. A volte è condivisione, confronto, a volte ricerca della solitarietà e del silenzio.

Devo parlare della “coscienza morale”, di che cosa si intenda oggi e nella storia per coscienza, per quel luogo dello spirito dove si decide tramite un giudizio circa la bontà o malignità delle azioni umane. Parlare della coscienza oggi può apparire perfino inattuale, vista la confusione lessicale e teoretica in essere. Oggi sembra si possa ammettere ogni scelta purché possibile, alla volontà umana o alle tecno-scienze, superando sempre i limiti posti dai costumi etici e dal diritto di migliaia di anni.

Non so come andrà a finire, anche perché non “andrà mai a finire”, o almeno non siamo nelle condizioni di poterlo ipotizzare. Solo i media da strapazzo e i non-pensatori di ogni genere  e specie riescono a ipotizzarlo. Troppe sono le varianti, innumerevoli i vettori causali, imprevedibili le decisioni e le azioni umane, per poter ipotizzare come si porrà tra qualche tempo la dimensione etica e quindi la coscienza nella vita degli esseri umani.

In un certo linguaggio teo-filosofico si può dire che la coscienza è la persona stessa, non di più e non di meno.

La strada che conduce al paese è tortuosa come anche in certe zone delle nostre montagne furlane, tipo le Valli favolose, e chi mi conosce sa quanto mi sono care. La montagna è boscata con ampie zone di scisti scuri. Il paesaggio silente, due auto sole incrocio da Borgotaro a Berceto, e poi l’accoglienza amicale, mi riconoscono dalle immagini del blog, Renato, caro professore possiamo darci del tu? Come no?, giro per stradine, la Collegiata di San Moderanno, antichissima, VIII secolo, dei tempi del re longobardo Liutprando, il castello diruto su in alto. Cammino sugli spalti come un armigero e godo la brezza delle antiche montagne.

Mi presenta Mariangela dell’editore Guanda, che bello, dicendo due cose di me che mi fanno pensare come il lavoro paghi, sempre, la fatica, e il ricordo di chi mi ha dato la genetica e la forza per studiare. Chi, se non i miei genitori? E chi ha avuto pazienza di sopportarmi in questi decenni.

Ecco il pezzo clou del mio intervento, letto lentamente nell’attenzione degli astanti…

“—Nei giorni di ciascuno di noi, quando il silenzio ci aiuta nella riflessione interiore, quando si riesce ad abbandonare lo strepito quotidiano, sorge dalle profondità dell’anima un fiotto irrefrenabile, come una colata di lava incandescente, come un torrente reso turbinoso dalla piena. Pensieri, rimorsi, ipotesi, pentimenti, moti d’ira raffrenati, intuizioni … e poi é come se, su tutto questo materiale confuso, si ergesse un giudice pacato e severo: la nostra coscienza. Per giorni, settimane, mesi, a volte anni, essa tace, avvolta nell’oscurità dell’anima, nel torpore di una volontà ferita, ma a un certo punto essa riemerge, senza prepotenza, —senza iattanza, in punta di piedi, quasi per non disturbare. E allora lentamente illumina l’ombra profonda che c’è dentro di noi, prima con barlumi infinitesimi, che ci permettono di intravedere qualcosa, e poi con sempre maggiore vigore ci mostra la nostra condizione. —Fino a che non riusciamo a vedere con chiarezza ciò che prima era avvolto dalle caligini, avviluppato dalle panie della nostra cecità. Ci mostra il male che è dentro di noi, la nostra superbia e la nostra cupidigia, madri maligne delle cattive azioni che abbiamo compiuto. —Siamo stati superbi e dunque abbiamo smesso di ascoltare, di imparare, di avere attenzione per noi stessi e per gli altri, travolti da quella che pensavamo fosse una vera, sana attenzione per noi stessi. Siamo stati cupidi e dunque abbiamo desiderato per noi beni sbagliati, finiti, disordinati, pensandoli adatti alla nostra vita. Abbiamo messo la sordina alla retta ragione scambiando il male con il bene.

—Come impostare allora la vita, allorquando, alla fine di un lungo tunnel male o punto illuminato, si trova la via d’uscita? Non certo pensando di avere sconfitto tutta l’umana fragilità che è in noi, che ci costituisce, almeno parzialmente. Essa è parte non eliminabile della nostra struttura personale, e ci rende cagionevoli, bisognosi di aiuto. Essa è uno specchio nel quale ritrovare la via dell’umiltà, che si oppone alla superbia come il bene al male. Il problema che ci sta di fronte è come riuscire ad armonizzare ricomponendo le nostre straordinarie facoltà di esseri intelligenti, cioè come ricostruire la nostra identità creaturale.

—Lo sforzo è grande e non privo di incertezze, cadute, ripensamenti, stanchezza. La perseveranza è la virtù da invocare e praticare. Proprio quando sembra che non ce la facciamo, che l’impegno sia troppo grande, smisurato, allora capita che ci accorgiamo di avere fatto un passo avanti, magari impercettibile. Ciò che fino a qualche tempo prima ci pareva nebuloso e incerto, comincia a stagliarsi alla nostra coscienza con un certo nitore.

—Ecco: la cosa giusta da fare è questa. Lì mi stavo sbagliando… La coscienza non ha voce stentorea, più spesso fa fatica a varcare la soglia della nostra percezione interiore, perché siamo affannati a fare mille cose, frastornati da innumerevoli interessi e incombenze. E non ci mettiamo in ascolto.

—Ma la voce (la coscienza) è resistente. E capace di emergere nei momenti di silenzio, quando finalmente fermiamo il nostro attivismo e ci predisponiamo al riposo. Occorrerebbe andarle incontro ogni giorno. Donarsi momenti di contemplazione e di cura del nostro spirito, fermandoci a osservare le cose, gli altri, il mondo, ma da fermi. In silenzio. E valutare le nostre azioni, soppesarle, confrontarle, chiedendoci se sono state congrue con il nostro esistere, se sono state buone, per noi e per gli altri.

—I credenti di tutte le religioni e i seguaci di tutte le etiche dei valori lo chiamano esame di coscienza, o giù di lì, ciò che è il solo modo che permette a quella presenza avvolta nella nostra oscurità interiore, di uscire dalla latenza cui spesso la costringiamo, per illuminare finalmente la nostra via di una luce pura.”

E poi la declinazione delle varie etiche, tra libero arbitrio e cultura degli uomini, tra scienza e fede, dialogando con un pubblico attento e rispettoso.

Son venuto via dal borgo montano, leggiero, in fronte la brezza sottile del mistero e del vento. Dove tornare.

 

(di seguito i Power Point utilizzati, anche se solo in parte)

la Coscienza morale2

la Coscienza morale3

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