Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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“Crisi”: in greco può significare, o inizio del declino, oppure riflessione per una ripresa (lettera al Partito Democratico)

Osservo le triste manovre in vista del congresso del PD: vecchi vizi immarcescibili, correnti che si affannano a presentare le “correnti” interne come centri di riflessione, ma sono sempre loci di distribuzione di posti di potere e di stipendi, candidature alla segreteria tra il risibile (De Micheli/ Provenzano / Nardella) e il presuntuoso (Schlein, e chi è? 37 anni, pontifica di economia e di società dicendo ovvietà e vecchiume, come quando attacca il Jobs Act, lei che non ha mai visto – ne son certo – un’azienda di produzione, e ha incontrato lavoratori e imprenditori in tutta la sua vita come io in un giorno solo), presentazione di libri di militanti imbolsiti… e qui mi fermo un momento: ne ho sentito parlare per Radio radicale, dove gli amici e compagni si sono fatti fare una lezione di filosofia e di sociologia politica da Lucia Annunziata (riflessioni interessanti, quando ha parlato di “PD territoriali”, però dette con il tono saccente e da superioriy complex che è proprio di questa giornalista), mentre D’Alema si è faticosamente arrabattato sulle “radici della storia della sinistra”, da Marx-Gramsci a Berlinguer, e recuperando perfino (!!!) il vituperato Bettino, cioè Benedetto Craxi, morto in “esilio”, termine giuridicamente improprio, ma evocativo di uno stato della situazione colmo di un grande malessere etico e politico. La tristezza continua a sinistra.

Poi ci sono i “vecchi” saggi, brave persone alla Cuperlo, che credono ancora al metodo correntizio, magari non à la Franceschini, che è una vecchia lenza democristiana, senza accorgersi che il possibile-mondo-di-una-“sinistra-possibile” (l’aggettivo non ha nulla a che vedere con il movimentino del simpatico Civati da Milàn) va da tutt’altra parte.

A guardare lo spettacolo vien da pensare immediatamente che pare il set di una commedia tragicomica tendente al grottesco. Su un lato ci sono coloro che non si limitano (come continua a fare Letta rasentando il patetico) a criticare Renzi & Calenda, ma di costoro percepiscono la plausibilità delle critiche, come Bonaccini (che spero venga eletto segretario, ma ho molti dubbi su tale prospettiva) e dall’altra ci sono quelli che starebbero con Conte notte e giorno. Povero “Partito storico della sinistra”! Questi si chiamano Speranza, Provenzano, Bettini, ma anche Bersani che ha rinunziato alle fatiche improbe della prima fila. Dal loro punto di vista non si sono accorti che stanno correndo dietro a uno che è ontologicamente un “notabile democristiano fuori tempo massimo”. e di più non dico su un personaggio sul quale mi sono già esercitato troppo, e non a suo vantaggio.

Non è che i primi debbano accodarsi a Renzi & C., ma mi pare evidente che l’unica strada percorribile per una “sinistra possibile” sia quella capace di dialogare con la contemporaneità dei nuovi mezzi di comunicazione, con i “valori” delle ultime generazioni, che non hanno dimenticato la solidarietà e i sacri principi di eguaglianza evangelico-socialista, ma vogliono declinarla secondo il pricipio di equità, che è l’epicheia aristotelica.

Il principio di uguaglianza è da collocare solamente nel giudizio antropologico della struttura di persona, nella pari dignità di ogni essere umano, ma non nella struttura di personalità, che dice irriducibile differenza, unicità mia, tua, sua, caro lettore! Una sinistra che non si accorge che oggi i giovani desiderano rappresentarsi nella vita in modo diverso da come lo volevano i giovani anche solo di mezzo secolo fa, non può accostarli, e nemmeno portarli a condividere una lotta politica.

E questo lo spiegano la sociologia e l’antropologia culturale: oggi, il valore più importante percepito è la possibilità di essere sé stessi, non di essere uguali a tutti gli altri! Una sinistra capace di dialogare con il tempo attuale deve cominciare a capire che il valore principale non è l’uguaglianza, ma l’equità nella libertà. Ancora Aristotele e Tommaso d’Aquino. I signori sopra citati non studiano più (se mai hanno studiato). Studino con umiltà la filosofia morale classica, dallo Stagirita fino a Kant, per saper declinare anche il principio del dover-essere-come-lo-richiede-la-realtà-fattuale-attuale, che non è quella di Marx, di Lenin e di Gramsci, ma neanche quella di Berlinguer e di Gorbacev.

Se una “sinistra possibile” vuole vincere di nuovo differenziandosi dalle destre al potere, soprattutto da quella salviniana, deve saper declinare valori ritenuti “di destra”, come il successo individuale e il non-collettivismo, con il rispetto dell’individuo-persona che non è ascrivibile a nessun operaio-massa modernamente declinato.

Non sto proponendo un relativismo etico all’americana, né un liberismo economico senza leggi regolatrici, che ritengo indispensabili, soprattutto a livello sovra-statuale (una UE vera!), ma uno sforzo di comprensione dei nuovi linguaggi che rappresentano un mondo nuovo, preoccupante per molti aspetti (clima, guerre, pandemie…), ma pieno di potenzialità straordinarie (ricerca scientifica, esplorazione dello spazio, sviluppo di terre e popolazioni finora neglette…).

Una “sinistra possibile” non teme di concordare con la cultura politica di destra sul tema delle migrazioni, e si misura non sul ruolo delle ONG o su porti aperti o chiusi, ma sullo sviluppo del Sud del mondo, rischiando anche topiche ed errori. Un esempio, se il da me (e non dal PD, ahi ahi) rimpianto ministro Minniti (di sinistra!) ha fatto accordi con i Libici di dubbia efficacia e con esiti morali anche negativi, lo spirito della sua iniziativa di “lavorare in Africa” era giusto, corretto, eticamente fondato e politicamente lungimirante.

Una “sinistra possibile” non tema di misurarsi su un tema controverso come il “reddito di cittadinanza” di matrice grillina, e accetti di selezionarne rigorosamente i beneficiari, smettendo di ululare, una cum travaglieschi borborigmi giornalistici, all’attacco ai poveri!

Anche le dottrine morali cristiane (musulmane e buddiste) ammettono l’esigenza di accostare al principio dell’amore di benevolenza (la nobile Caritas, che comprende anche, nei casi estremi, l’elemosina), il principio dell’impegno individuale e del riconoscimento dei meriti derivanti da questo faticoso impegno, e da differenze antropologiche strutturali (genetica, ambiente, educazione).

Il tema delle “stesse opportunità” di partenza, tipicamente “di sinistra”, se declinato in modo assoluto, è realisticamente assurdo. Bisogna invece creare le condizioni per un’istruzione accessibile ai massimi livelli per tutti… quelli che vogliono istruirsi. Per illustrare questo principio devo di nuovo ricorrere alla mia biografia personale e a un esempio esterno.

Quando la mia umile famiglia condivise con me che sarei andato al liceo classico (incredibile dictu per chi aveva solo la licenza elementare, come i miei genitori!), vi andai con profitto. Altri miei coetanei non ci andarono, a volte anche potendo economicamente farlo con facilità. In questo caso come si considerano le pari opportunità di partenza? Io, partendo da più indietro, sono andato più avanti. Che legge ho violato? Quella delle pari opportunità? Al contrario, io ne avevo di meno. E allora? La verità è che è antropologicamente insopprimibile l’irriducibile differenza della struttura di personalità singola.

Il mio bisogno, come quello degli altri coetanei, era quello di studiare; il mio merito è stato quello di aver studiato (e di continuare a farlo), mentre altri, pur potendolo fare, non lo hanno fatto. E’ di destra che io abbia raggiunto il livello accademico di due dottorati di ricerca? E’ di destra il merito acquisito con la mia fatica, con il coraggio dei miei e con l’aver io avuto molta forza fisica e psichica e salute?

No, non è né di destra né di sinistra, cari Schlein, etc., mentre i vostri detti e fatti sembra che vogliano farlo apparire tale, come quando avete polemizzato con la nuova dizione del Ministero dell’Istruzione e del Merito neo istituito, perché la parola Merito, che significa differenza (antropologico-filosofica), vi fa paura, perché la ritenete di destra. Suvvia! Studiate, studiate.

Merito e bisogno vanno declinati assieme, come tentava di fare, inascoltato, il Ministro della Giustizia del governo Craxi, Claudio Martelli, a metà degli anni ’80.

Un altro esempio è quello di un grande imprenditore, della mia stessa classe sociale: egli partì per la Germania mezzo secolo fa, o poco più, come garzone gelataio, e oggi ha tremila e cinquecento dipendenti con un fatturato di oltre cinquecento milioni di euro, che lo hanno fatto diventare un gran signore, ma con il lavoro retribuito di migliaia di persone, lavoro che ha creato lui con i suoi valorosi collaboratori, dal più giovane dipendente all’amministratore delegato.

Cara Sinistra e caro PD, ce la fai a discutere in questo modo di come “essere sinistra” oggi senza aver paura di condividere valori che non sono storicamente nati nel tuo grembo, per poi declinarli con i tuoi? E magari anche il valore semantico, politico e morale della parola “Patria”, termine da te negletto, perché pensi che sia ancora fascista. Dai!

Se sì, se riesci a discuterne e a considerare in questo modo l’essere-di-sinistra-oggi hai speranze, altrimenti, lascerai il TUO campo di lavoro politico e sociale ai furbi populisti che si spacciano per sinistra e a quelli che saranno sempre voces sine fine clamantes, toto populo inutiles.

…surfando sull’orlo del caos, logica fuzzy, frattali e auto-similarità, casualità e causalità, nella natura e nell’uomo stesso

Le immense onde oceaniche che si abbattono sulle coste frastagliate dell’Algarve (toponimo derivante dall’arabo Al Garbh), sembrano travolgere il coraggioso surfista, ma quegli emerge miracolosamente da sotto la ripiegatura dell’onda che lo rincorre. E lui continua surfando… sull’orlo del caos.

Locandina del film “Un mercoledì da leoni”

Queste onde richiamano concetti matematici come i frattali da un lato, e filosofici come la complessità dall’altro, i cui assiomi primari sono stati approfonditi in questi anni da studiosi di fama come il russo Ilya Prigogyne e l’italiano Alberto F. De Toni, caro e valoroso amico, cui ho “rubato” la prima parte del titolo dal suo account di whattsapp.

Un concetto che si può riferire ai due sintagmi citati è autosimilarità, che in filosofia significa una sorta di analogia di partecipazione della parte (dell’ente) al tutto e viceversa. La sintesi espressiva di questo “tutto” può essere Unità nella Distinzione nella Relazione, che poi è lo slogan del mio blog.

Ecco dunque alcuni punti di tangenza tra filosofia, fisica, matematica e geometrie non euclidee.

Che cosa è un frattale: “un oggetto geometrico dotato di omotetia (in matematica e in particolare in geometria una omotetia composto dai termini greci omos, “simile” e dal verbo tìthemi, “pongo”) interna, cioè di una capacità di ripetersi nella sua forma allo stesso modo su scale diverse, e dunque ingrandendo una qualunque sua parte si ottiene una figura simile all’originale” (dal web).

Si dà dunque anche una geometria frattale, non euclidea che studia queste strutture, ricorrenti ad esempio nella progettazione ingegneristica di reti, e nelle galassie. Ecco una formula logaritmica adeguata:

{\displaystyle {\frac {\log 4}{\log 3}}\approx 1{,}26186}

Anche in geometria, come in filosofia, si può definire questa caratteristica autosimilarità o autosomiglianza, mentre il termine “frattale” venne scelto nel 1975 da Benoit Mandelbrot nel volume Les Object Fractals: Forme, Hasard et Dimension.

Il termine deriva dal latino fractus (rotto, spezzato), così come il termine frazione, vale a dire parti di un intero. I frattali si utilizzano nello studio dei sistemi dinamici e nella definizione di curve o insiemi e nella dottrina del caos. Sono descritti con equazioni e algoritmi in modo ricorsivo. Ad esempio, l’equazione che descrive l’insieme di Mandelbrot è la seguente: a_{n+1}=a_{n}^{2}+P_{0}}

a_{{n+1}}=a_{n}^{2}+P_{0}
a_{n}
P_{0}

dove a_{n}} e P_{0}} sono numeri complessi.

La natura produce molti esempi di forme molto simili ai frattali, come ad esempio nell’albero: in un abete, ogni ramo è approssimativamente simile all’intero albero e ogni rametto è a sua volta simile al proprio ramo e così via; un altro esempio si trova nell’osservazione di una costa marina, dove si possono notare aspetti di auto-similarità nella forma che si ripete in baie e golfi sempre più piccoli e collocati in successione lungo la costa stessa.

Altre presenza di forme a frattali sono presenti in natura, come nel profilo geomorfologico delle montagne, delle nuvole, dei cristalli di ghiaccio, di foglie e fiori. Il Mandelbrot ritiene che le relazioni fra frattali e natura siano più profonde e numerose di quanto si creda. Ad esempio, con la stessa mente umana, intesa come organo del pensiero.

«Si ritiene che in qualche modo i frattali abbiano delle corrispondenze con la struttura della mente umana, è per questo che la gente li trova così familiari. Questa familiarità è ancora un mistero e più si approfondisce l’argomento più il mistero aumenta»

Un altro esempio di analisi delle cose si può ritrovare nella logica filosofica denominata fuzzy , che si inserisce a buon titolo in questo novero di ipotesi teoriche.

La logica fuzzy (o logica sfumata) è una teoria nella quale si può attribuire a ciascuna proposizione un grado di verità diverso da 0 e 1 e compreso tra di loro. È una logica polivalente, peraltro già intuita da Renè Descartes, da Bertrand Russell, da Albert Einstein, da Werner Heinseberg e da altri meno conosciuti dai più.

In tema, con grado di verità o valore di appartenenza si intende quanto è vera una proprietà, che può essere, oltre che vera (= a valore 1) o falsa (= a valore 0) come nella logica classica, anche parzialmente vera e parzialmente falsa. Si tratta di una logica-in-relazione-ad-altro.

Si può ad esempio dire che:

  • un neonato è “giovane” di valore 1
  • un diciottenne è “giovane” di valore 0,8
  • un sessantacinquenne è “giovane” di valore 0,15

Formalmente, questo grado di appartenenza è determinato da un’opportuna funzione di appartenenza μF(x)= μ. La x rappresenta dei predicati da valutare e appartenenti a un insieme di predicati X. La μ rappresenta il grado di appartenenza del predicato all’insieme fuzzy considerato e consiste in un numero reale compreso tra 0 e 1. Alla luce di quanto affermato, considerato l’esempio precedente e un’opportuna funzione di appartenenza monotona decrescente quello che si ottiene è:

  • μF(neonato) = 1
  • μF(diciottenne) = 0,8
  • μF(sessantacinquenne) = 0,15

Aggiungiamo a questo novero di dottrine, anche la teorie del caos che troviamo in matematica, le quali possono mostrare anche una sorta di casualità (sul “caso” dirò dopo) empirica in variabili dinamiche, come nel frangente dell’oggetto matematico denominato asintoto (linea parabolica non-finita che si avvicina, senza mai toccarlo, a un segmento soprastante), mostrando come tra lo 0 e l’1 possano collocarsi infiniti (se pure relativamente) numeri o quote.

Ecco perché i paradossi di Zenone di Elea (VI secolo a. C.) possiedono una notevole perspicacia filosofica.

Comunemente il termine “caos” significa “stato di disordine“, ma nella sua dottrina può e deve essere definito con maggiore precisione, in quanto sistema dinamico, non statico, in questo seguente modo:

  • deve essere sensibile alle condizioni iniziali;
  • deve esibire la transitività topologica;
  • deve avere un insieme denso di orbite periodiche.

La transitività topologica è una caratteristica necessaria implicante un sistema evolventesi nel tempo, in modo che ogni sua data “regione”, che è un insieme aperto, si potrà sovrapporre con qualsiasi altra regione data. In sostanza, le traiettorie del sistema dinamico caotico transiteranno nell’intero spazio delle fasi man mano che il tempo evolverà (da qui “transitività topologica”: ogni regione dello spazio delle fasi di dominio del sistema dinamico verrà raggiunta da un’orbita prima o poi). Questo concetto matematico di “mescolamento” corrisponde all’intuizione comune fornita ad esempio dalla dinamica caotica della miscela di due fluidi colorati.

La transitività topologica è spesso omessa dalle presentazioni divulgative della teoria del caos, che definiscono il caos con la sola sensibilità alle condizioni iniziali. Tuttavia, la dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali da sola non dà il caos. Per controesempio, consideriamo il semplice sistema dinamico prodotto da raddoppiare ripetutamente un valore iniziale. Questo sistema ha la dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali ovunque, dal momento che qualsiasi coppia di punti vicini alla fine diventerà ampiamente separata. Tuttavia, questo esempio non ha la transitività topologica e quindi non è caotico. Infatti, ha un comportamento estremamente semplice: tutti i punti tranne 0 tenderanno a infinito positivo o negativo.

L’essere umano è la quintessenza della complessità, e il cervello la sua epitome-quintessenza, nel senso che ci hanno saputo spiegare in questi ultimi decenni i neuroscienziati. L’essere umano è l’esempio più formidabile della complessità vs. la complicazione.

Circa, infine, il caso, rinvio all’algoritmo più volte presentato in questo blog, laddove la differenza delle posizione dell’osservatore di un determinato fenomeno, rende il caso necessità. Mi riferisco alla topografia dell’incrocio stradale verso il quale si avviano due auto che viaggiano su strade perpendicolari, una delle quali ha la precedenza e l’altra no: chi può osservare dall’alto i due vettori CAUSALI incrociantisi, può affermare con sicurezza fattuale che, in determinate condizioni, esse (le due automobili) si scontreranno, al di fuori di ogni casualità, ma per perfetta causalità

Ripeto qui una facile espressione: la metatesi di una “u” cambia la “lettura logica” del mondo, e fa diventare “ordinato” il “disordine”.

(…) quod innocens, si accusatus sit, absolvi potest, nocens, nisi accusatus fuerit, condemnari non potest… (trad mia: …perché l’innocente, se viene accusato può essere assolto, mentre il colpevole, se non è stato accusato, non può nemmeno essere condannato) (“Pro Sexto Roscio Amerino, xx”, Marcus Tullius Cicero)

Brocardi e latinismi giuridici, come quest’altro seguente, ancora più interessante: Nulla lex innocentem punit. sed puta, se vis, hunc innocentem condemnari licuisse: certe non oportet (trad. mia: nessuna legge punisce l’innocente, ma prova a pensare, se vuoi, se fosse lecito condannare l’innocente, certamente non sarebbe giusto). Quid dicis, mi amice? Che cosa dici amico mio?

Marco Tullio Cicerone

Ricorro al Diritto Romano per dire che sono contento della nomina a Ministro delle Giustizia di un liberale, come il dottor Carlo Nordio, un uomo di legge garantista secondo quanto il Diritto Romano già proclama da oltre duemila anni, e che il migliore filosofare illuminista (Montesquieu) ha confermato con chiarezza… e che anche i nostri Padri costituenti hanno ripreso con l’articolo 27 della Costituzione della Repubblica Italiana con queste parole: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (omissis)”.

Perché mi va di parlarne in questa sede? La ragione è legata alla mia esperienza carceraria di tutore legale, ma ancora di più alla mia attenzione etica più generale per la giustizia, che deve essere rigorosamente equa e capace di punire con equilibrio gli autori di reati, garantendo che la pena stessa sia eseguita, ma senza trascendere oltre; d’altro canto, riconosca i diritti delle vittime, tutelandole con rispetto, attenzione e cura. Per vittime intendo anche i condannati senza colpa, specialmente quando per errori giudiziari hanno scontato magari molti (o anche pochi, che sono sempre troppi) anni di carcere, e hanno diritto a un risarcimento pecuniario, che di per sé non corrisponde mai al dolore subito.

Si pensi che lo Stato risarcisce ogni anno circa mille persone per ingiusta detenzione, con un costo di svariate decine di milioni di euro.

Non vi è cifra ragionevolmente in grado di compensare anche un giorno solo di privazione ingiusta della libertà, che è il bene maggiore della vita dei singoli e di tutto il consorzio umano, superiore – a mio avviso – anche alla stessa giustizia sociale. In altre parole è meglio essere poveri ma liberi, piuttosto che essere non-poveri come nei regimi comunisti storici (non nell’u-topia sansimoniana o marxiana mai realizzate, appunto!), ma privati della libertà di pensiero, di parola e di movimento.

Meglio pane e salame (invece di ostriche e champagne), seduti sulla riva di un fiume, piuttosto di dover ubbidire a un regime che ti garantisce la sicurezza dalla nascita alla morte.

Già 72 sono i suicidi in carcere nel corso del 2022. Dall’anno 2000 si sono tolti la vita dietro le sbarre circa milleduecento persone. Si tratta di una specie di subdola, surrettizia irrogazione della pena di morte in un paese dove tale pena è stata abolita da settantacinque anni, con la riforma dell’articolo 21 del Codice Rocco (1930), che aveva reintrodotto la pena di morte già abolita dal Gabinetto Zanardelli nel 1880.

Riprendo il discorso generale: a) vi deve essere la certezza della pena; b) non si deve procedere ad arresti arbitrari e a detenzioni pre processo ingiustificate, se non in casi ben chiari di pericolosità dell’indagato, di fuga o di inquinamento delle prove; c) le procure non devono essere quasi “trasparenti” per i media, che possono accedere spesso a fascicoli che sono riservati per legge, per costruire “mostri” mediatici sulla stampa e in tv.

Ascoltavo qualche giorno fa per Radio radicale (emittente benemerita per il suo impegno ultra decennale dedicato al diritto alla conoscenza e per una giustizia giusta) la storia di Nunzia De Girolamo, ex deputata, che fu indagata e processata per nove lunghi anni, in base a intercettazioni di un colloquio privato a casa sua, nel quale avrebbe fatto affermazioni dubbie sulla gestione del sistema sanitario di Benevento, salvo poi essere assolta perché il fatto non sussisteva …e lei spiegava che comunque sapeva bene di essere una privilegiata rispetto alla maggior parte degli indagati che poi risultano innocenti.

Gli antichi brocardi e latinismi giuridici dovrebbero ancora ispirare la Politica legislativa in tema di giustizie e la stessa giurisdizione della Magistratura.

Mi auguro che il nuovo ministro della Giustizia, che ha già detto di voler partire con la sua attività studiando la situazione delle carceri, per poi procedere con la riforma della giustizia, il cui caposaldo, egli condivide, è la separazione delle carriere tra procuratori e giudici, così imitando la parte migliore del modello anglosassone, sia messo nelle condizioni di procedere.

Sì, proprio quello che vediamo nei thriller polizieschi e avvocatizi, là dove il giudice tratta parimenti con il procuratore, che è il pubblico accusatore, e con l’avvocato della difesa, senza commistioni pelose come quelle che spesso si notano nel sistema italiano tra i due magistrati. Il giudice deve essere veramente parte terza, senza avere nel procuratore un punto di appoggio che sbilancia il procedere del giusto processo, anche dal punto di vista psicologico e relazionale.

Un altro intervento da fare è quello dell’edilizia carceraria: tre quarti delle attuali Case circondariali (è l’eufemistica definizione della galera) sarebbero da abbattere o da ristrutturare profondamente, perché sono in contrasto, sia con lo spirito sia con la lettera dell’articolo costituzionale numero 27, che parla di possibilità di resipiscenza del condannato e di recupero sociale. Lavoro, cultura, dialogo, potrebbero essere i tre strumenti per rendere questa nostra Italia sempre più civile, visto anche che ha tra le peggiori carceri dei paesi democratici.

Circa l’ergastolo ostativo, non posso non sostenerne la plausibilità nei confronti dei criminali più efferati e non collaborativi, ma trovo che sarebbe utile “guardare dentro” con maggiore approfondimento da parte della Magistratura sorvegliante nelle biografie e negli intendimenti di condannati all’ergastolo, che, pur non collaborando, con il loro comportamento mostrano di poter provare a vivere un’esperienza esterna di comunità per ciò che gli resta da vivere, trattandosi quasi sempre di persone oramai avanti con gli anni.

Aggiungo: circa la condizione della “collaboratività” con la giustizia da parte dei condannati a un ergastolo ostativo, per poterne riconsiderarne l’applicazione rigida, forse bisognerebbe prevedere anche fattispecie più di dettaglio. Un esempio: se un ergastolano colpevole di delitti di mafia, sussistendo tuttora la mafia nelle sue varie espressioni criminali, può essere sempre in grado di collaborare con la sua organizzazione in qualche modo dall’interno, come potrebbe farlo un terrorista ex Brigate Rosse o ex Prima Linea o ex NAR, dato che queste organizzazioni sono state sconfitte ed eliminate? In questo caso, a mio avviso, si dovrebbe tenere presente il comportamento e i “valori” umani che il detenuto esprime, stando in carcere, per cui l’ostatività potrebbe venir meno.

Peraltro, se una persona del genere fosse “messa fuori” dovrebbe comunque restare in una struttura comunitaria per alcuni anni, cosicché la magistrature penale potrebbe controllarne le mosse e il livello di resipiscenza di fatto (cf. ex art. 27 Costituzione della Repubblica Italiana).

Uno strumento essenziale per affrontare i problemi di vita dei carcerati è l’approccio filosofico. La filosofia è dentro le carceri, con i suoi strumenti dialogici, ma potrebbe essere ulteriormente considerata come disciplina etica e pratica per migliorare la situazione e realizzare il progetto di riforma.

In questa situazione, come si muove la sinistra politica? Ho ascoltato l’ex ministro della giustizia Orlando lodare le parole del suo successore Nordio. Ora vediamo se il suo partito sarà conseguente nel sostenere il ministro e anche quanto già aveva introdotto Cartabia, o se si farà trascinare nel campo dei manettari cinquestelluti e travaglieschi.

Spes contra spem, semper.

Caro lettore, ti ricordi di Grozny, ti ricordi degli stupri, delle esecuzioni sommarie, delle distruzioni, dei rapimenti, del traffico di organi… Caro lettore, ti ricordi di ciò che Vladimir Valdimirovic Putin ebbe a dire a Clinton nel 2000, o giù di lì: “…voi avete il Nordamerica, controllate il Sudamerica, avete il controllo di molta parte dell’Asia e dell’Africa, dell’Australia, lasciateci almeno… l’Europa!” (Putin ebbe a chiamare “province” le nazioni dell’ex Patto di Varsavia, in quell’occasione, sottinteso, della Russia!) Ti ricordi, lettore? Ebbene, quel Putin è lo stesso che ora sta martoriando l’Ucraina. I dittatori non si chiedono che cosa vogliano i popoli, ma solo ciò che interessa a loro, per la concezione malata e omicida che hanno del potere. Hitler e Stalin soprattutto, e Mussolini (se pure in sedicesimi e grottescamente, se non avesse anche lui colpevolmente contribuito a generare tragedie), sono gli esempi rosso-bruni cui si ispira Putin. Allora, che cosa vogliono dire i trattativisti a ogni costo come i Conte (cui raccomando di ascoltare Arnoldo Foà, per misurare la distanza tra la sua inascoltabile voce e quella del grande attore), i Salvini e i Berlusconi, per i quali non dovremmo aiutare l’Ucraina? Vogliono dire che l’Europa e il mondo devono arrendersi al dittatore più sanguinario e pericoloso di questi decenni. Ne sono consapevoli e dunque sono dei complici, o non ne sono consapevoli, e dunque sono semplicemente stupidi. Chi mi conosce sa che diffido e temo più gli stupidi che i malvagi, perché i primi sono imprevedibili non sapendo che il loro agire, non solo provoca danni a volte non rimediabili, ma che dal loro agire non traggono alcun vantaggio: si tratta della prima legge della stupidità umana. Mi auguro che costoro siano solo degli sprovveduti presuntuosi da cui ci si può difendere

Grozny come Kharkiv

Dei concetti di “merito” e di “bisogno”

Quando in terza media dovevamo decidere in famiglia in quale scuola superiore io dovessi (o potessi) andare, non ci fu quasi discussione, perché i miei tennero conto dell’opinione dei miei insegnanti delle medie, per la quale “Renato avrebbe potuto andare in qualsiasi scuola superiore, a partire dal liceo classico“.

Sarei andato (e andai) al Liceo classico a Udine, la scuola più prestigiosa della città e dell’intero Friuli, la scuola dei ricchi signori, dei figli degli avvocati, dei notai, dei dottori commercialisti, della classe dirigente attuale e futura, colà “necessariamente formanda”.

Il Liceo Ginnasio “Jacopo Stellini” di Udine

Infatti, se si va a vedere il librone che contiene i nomi di tutti i diplomati dal 1808, quando la scuola udinese, in quegli anni Napoleone imperante, fu istituita come Imperial Regio Liceo Ginnasio, dedicato al sacerdote filosofo Friulano Jacopo Stellini, docente all’Università di Padova, utilizzando biblioteca e tradizioni dei padri Barnabiti presenti in città da qualche secolo, si trovano decine o, meglio, centinaia di nominativi di persone di riguardo, del diritto, dei saperi umanistici, dell’economia e della scienza, che colà hanno acquisito la maturità classica.

Ebbene, sarei andato in quella scuola, pur essendo “solo” figlio di un operaio emigrante stagionale in Germania, cavatore di pietra tra i boschi dell’Assia, e di una donna delle pulizie, abile nel fare iniezioni a chi ne aveva bisogno. Le voci, i commenti dei paesani, e anche di qualche parente, erano del tipo “ma come, Renato va nella scuola dei signori... (?)”, non ricordo se con tono interrogativo, oppure se con tono affermativo-perplesso. Andai, studiai con profitto, proprio negli anni della Rivoluzione sessantottina di cui non mi occupai molto, perché dovevo studiare, studiare, studiare e poi vedere che cosa avrei potuto fare in seguito.

Non ebbi problemi particolari, nemmeno con le materie più difficili come il greco, il latino e la matematica, anzi davo proprio del tu a queste discipline. Oltre che a filosofia, storia e lettere italiane. Perché studiavo, ma forse avevo anche talento. Terminavo solitamente le versioni di greco e latino in metà del tempo previsto con risultati sempre molto buoni, e passavo “pizzini” a qualche compagno/ a.

Tutte le estati andavo a lavorare in una ditta che forniva bibite e birre a tutti gli ambienti pubblici che stavano dal mio paesone di campagna fino al mare, ma non a Lignano, bensì nei villaggi di campagna. Giocavo benino a basket come “guardia”, che è quello che tira a canestro o cerca di “entrare” da vicino a canestro, e cantavo in un gruppo musicale.

Chi mi conosce sa che dopo la matura andai a lavorare in fabbrica, dove stetti sette anni pieni, essendomi anche iscritto a una facoltà universitaria, presso la quale lentamente ottenni la laurea lavorando. In seguito fui tirato dentro nel sindacato, dove ebbi ruoli direttivi rilevanti (a Udine, a Trieste e infine a Roma), fino a che fui chiamato a dirigere il personale in una grande azienda, anzi grandissima. A quel punto ripresi studi severissimi di filosofia e teologia, fino al conseguimento delle lauree e di due dottorati di ricerca, cui fece seguito il diploma al corso di filosofia pratica che mi portò anche a presiedere l’Associazione nazionale, fino a qualche giorno fa.

Caro Lettore, leggi (se vuoi) Qoèlet III, quia transit omnia vel gloria mundi (!).

I miei studi e il mio lavoro mi portarono ad essere nominato docente universitario e a presiedere diversi organismi di vigilanza in aziende di tutte le dimensioni. E a scrivere decine di articoli scientifici, migliaia divulgativi e a pubblicare quasi una trentina di volumi. E siamo ad oggi.

Qui e ora voglio fare una domanda al Segretario generale della Cgil, al bravo e onesto Maurizio Landini che, constato, non condivide la nuova denominazione governativa del Ministero della Pubblica istruzione e del… Merito, soprattutto in ragione di quest’ultimo lemma. Di contro, un politico sveglio anche se non molto simpatico, lo contrasta sostenendo che il merito è il migliore antidoto contro la scuola classista.

Condivido quest’ultima tesi, che è attestata dalla mia biografia. Landini potrebbe obiettare che non tutti possono avere esiti come il mio. Obietterei a mia volta a Landini che dovrebbe studiare le basi di un’Antropologia filosofica sana, per poter distinguere rigorosamente tra ciò-che-è-“persona”, che dà senso al valore della pari dignità fra tutti gli umani, e ciò-che-è-“personalità”, che invece dà conto dell’irriducibile differenza di ognuno da ciascun altro. Sono diversi tra loro perfino gemelli monozigoti, e dunque, a maggior ragione, qualsiasi altro da un altro.

Diverso è il discorso della dispersione scolastica, che è serio, e deve essere affrontato con forza, metodo e mezzi adeguati dal nuovo Governo, per ridurne la diffusione in tutti i modi, con costanza e perseveranza.

Il merito, caro Landini (sul tema la invito a dare uno sguardo agli atti dei convegni che l’on. Claudio Martelli organizzò a metà degli anni ’80 su “Merito e Bisogno”), non c’entra nulla, nulla!

Donne Persiane

Charles Louis de Secondat, Barone de La Brède et de Montesquieu mi viene in mente per assonanza del titolo di questo pezzo con il suo

Lettere Persiane, Lettres persanes), pubblicata anonima nel 1721 ad Amsterdam. Lo scambio epistolare fra due persiani che viaggiano in Europa, Usbeck e Rica, offre a Montesquieu l’espediente per pubblicare, in forma di lettere, brillanti saggi nei quali la società e le istituzioni (francesi innanzi tutto), sono descritte secondo moduli relativisti, adottando il punto di vista di esponenti di una cultura diversa da quella europea. Con satira sferzante, vi si traccia un quadro disincantato dell’assolutismo francese, della crisi finanziaria conseguente alla politica economica attuata da Luigi XIV, della crisi dei parlamenti e della società civile nel suo complesso. La critica dei costumi si estende anche alla polemica religiosa in cui si vede un segno di instabilità e decadenza che alimenta dispute e divisioni più che la fede. Veicolo potente dei temi relativisti e della critica alle istituzioni politiche e religiose durante tutta l’età illuminista, le L. p. rappresentano un testo in cui secondo l’auspicio iniziale dell’autore «il carattere e l’intenzione sono così scoperti» da non ingannare «se non chi vorrà ingannarsi da sé» (dalla Prefazione sul web).


Charles Louis de Secondat, Barone de La Brède et de Montesquieu

La Persia evoca territori sconfinati, leggende e meravigliose città. Il nome “Persia” evoca uno dei più grandi imperi dell’antichità, ci ricorda il Re dei re Ciro il Grande, che liberò gli Ebrei dalla cattività babilonese nel 525 ca a. C., e i successori di Ciro, Dario, Serse, che combatterono le pòleis greche e furono sconfitti.

“Persia” evoca Alessandro il Macedone che la conquistò, con le battaglie di Isso e di Gaugamela, arrivando con i suoi soldati fino alle porte dell’India a contemplare le acque turbinose del fiume Indo, che scendono dall’Himalaia.

“Persia” evoca ancora altre dinastie come i Sasanidi che lottarono con i basilèi bizantini, prima di essere travolti da popolazioni turcomanne e mongoliche.

“Persia” evoca una delle due grandi dottrine dell’Islam, quella sciita, che si ritiene la più vicina alle origini, tramite una parentela diretta con Mohamed, l’uomo della Profezia.

“Persia” ora evoca la rivoluzione delle donne, dopo quaranta tre anni di teocrazia.

Nei decenni passati non sono mancati i tentativi di liberazione del popolo iraniano, caratterizzato però dal solo impegno delle donne. Ora pare che le cose siano cambiate. L’occasione è stata la morte di Masha Amini, accusata dalla “polizia morale” di indossare il velo islamico in modo scorretto. E uccisa.

Due parole sul velo che, nella versione più “moderata” ricorda le nostre donne dei secoli passati, ma anche fino al Concilio Vaticano II. E anche le meravigliose Madonne di Antonello da Messina e di Giovanni Bellini, che illustrano un fascino femmineo di grande spiritualità. Una meraviglia estetica e d’armonia coloristica.

Abbiamo l’hijab, un foulard normale che copre i capelli e il collo della donna, lasciando scoperto il viso. Nel Corano il termine è utilizzato in maniera generica, ma oggi è diffuso per indicare la copertura minima prevista dalla shari’a per la donna musulmana. Questa normativa prevede non solo che la donna veli il proprio capo (nascondendo fronte, orecchie, nuca e capelli), ma anche che indossi un vestito lungo e largo, in modo da celare le forme del corpo, che si chiama khimar, diversamente lungo e modellato.

Un altro nome di questa lunga veste è jibab, oppure abaya.

Nel Vicino Oriente e in Egitto sono diffusi i seguenti tipi di veli: abbiamo il niqab, che copre il volto della donna e che può (nella maggior parte dei casi) lasciare scoperti gli occhi. Il niqab può essere diffuso in due forme più specifiche: quella saudita e quello yemenita. Il primo è un copricapo composto da uno, due o tre veli, con una fascia che, passando dalla fronte, viene legata dietro la nuca. Il secondo è composto da due pezzi: un fazzoletto triangolare a coprire la fronte (come una bandana) e un altro rettangolare che copre il viso da sotto gli occhi a sotto il mento.

Se vogliamo specificare ulteriormente… l’abaya (sopracitato), diffuso nel Golfo Persico è un abito lungo dalla testa ai piedi, leggero ma coprente, lascia completamente scoperta la testa, ma normalmente viene indossato sotto ad un niqab.

Ed eccoci ai veli diffusi in Iran: abbiamo il chador, che è generalmente nero, ma può essere anche colorato (ricordo un chador che mi fece vedere la assai da me, e non solo, rimpianta, signora Cecilia Danieli, che andò spesso in Iran per ragioni commerciali dell’Azienda) e indica sia un velo sulla testa, sia un mantello su tutto il corpo.

Possiamo completare la carrellata con i veli diffusi in Afghanistan: quivi troviamo il burqa, che è perlopiù azzurro, con una griglia all’altezza degli occhi, e copre interamente il corpo della donna. Tecnicamente, assolve le funzioni del niqab e del khimar.

Tradizione, cultura, religione, politica: tradizione e cultura in senso storico-antropologico; religione in senso teologico normativo; socio-politico nel senso, inaccettabile, di costrizione.

Ho distinto i tre/ quattro sensi per individuare le ragioni della ribellione che sta prendendo sempre più piede nella grande Nazione persiana. Sembra proprio che l’occasione della morte di Masha sia per ora capace di suscitare proteste più vibranti e generali di quelle precedenti. Ho già scritto qualche giorno fa che non si tratta più solo di sporadiche manifestazioni di piazza limitate alla capitale Teheran e a qualche altra grande città come Isfahan, ma di manifestazioni diffuse in tutto il territorio nazionale, fino ai lontani monti Zagros che confinano con l’Afganistan e le repubbliche ex sovietiche d’Asia.

Si tratta di manifestazioni non-armate, perché le persone tengono in mano solo i veli che simboleggiano l’oppressione politico-normativa che è diventata insopportabile. Si coglie un sentimento diffuso di ricerca della libertà intesa come rispetto dei diritti delle persone, e si sente anche la fiducia che le varie polizie degli ayatollah non potranno uccidere o arrestare tutti e tutte.

Le carceri scoppiano di prigionieri politici e anche di donne, vi sono morti e feriti. Un accenno anche alla signorina Alessia Piperno, colà tenuta in prigione. A lei, come a qualsiasi altro giovane generoso, che pensa di potersi immergere nei luoghi più pericolosi del mondo senza riflettere più di tanto sui rischi, magari anche sostenuti dai genitori, porgo un invito a riflettere sulla congruità e sulla razionalità morale di scelte come la sua, che nulla apportano alla causa delle donne nel mondo, se non una testimonianza inutile e costosa per l’erario italiano.

Quella iraniana è una rivoluzione, non una jacquerie ribellistica à là Ciompi o Vespri siciliani. E’ una “cosa” pericolosa, che pare progressivamente assomigliare alla Francia del 1789. Spero di non sbagliare. Si tratta di seguirne le vicendi in modo non inerte, come cittadini e Paesi democratici.

“fèstina lente” ovvero “adelante, Pedro, pero con juicio…”, il latino e lo spagnolo in aiuto alla grande incertezza

…del maggiore partito della sinistra italiana dopo la sconfitta elettorale.

Mi ero ripromesso, dopo il titolo-articolo pubblicato lunedì 26 settembre post crash in ogni senso della politica italiana, di tornare sul tema.

Approfitto del fatto di avere ascoltato per due o tre ore in viaggio in auto gli interventi nella direzione nazionale del Partito Democratico, dove si è consumato un autò da fè impressionante del gruppo dirigente, un atto di auto accusa impregnato di un po’ di contrizione e di molta attrizione. Uso questi due termini teologico-morali, contrizione e attrizione per tenermi nel mood della riunione che, iniziata con la relazione del segretario Letta, capace di citare per due volte dei passaggi evangelici, è poi proseguita con altre citazioni di altri oratori, abbastanza a sproposito, sia delle Sacre scritture sia di espressioni in lingua greca e in lingua latina.

Per il PD tutto, una riflessione informativa: contrizione significa dolore e pentimento per il male compiuto come offesa a Dio stesso; attrizione è come dire dolore (anche se non tanto) e pentimento per il male compiuto, e non per avere offeso Dio, ma per paura della pena eterna dell’inferno. Una differenza radicale, tanto grande da far concepire teologicamente la contrizione come sufficiente per accedere al purgatorio, anche a fronte di peccati gravi e senza la confessione formale dei peccati, e l’attrizione come atteggiamento sufficiente per il perdono divino, ma solo dopo una confessione formale. Detto altrimenti, il peccatore contrito è atteso comunque dal purgatorio, il peccatoreattrito può rischiare l’inferno.

Questo vale per la casistica canonico-penalistica classica. Che cosa c’entra con la direzione del PD? Vedremo più avanti: qui mi limito a dire che tutti/ tutte erano almeno “attriti/ e” per il male commesso di avere sbagliato, non solo la campagna elettorale, ma le politiche degli ultimi dieci o dodici anni, troppo confusamente “governativistiche” e poco attente ai bisogni del popolo, cui sono stati più attenti i populisti di destra e di sinistra. “Di sinistra” per modo di dire, visto che si tratta dei grillini.

C’è chi ha tirato fuori di nuovo le “agorà (!!!) democratiche“, nonostante, se si vuole usare correttamente il greco, si debba scrivere “agorài“, perché l’espressione è plurale. Mi sono affaticato a scriverglielo due o tre volte a “contatti PD nazionale”, ma si vede che, o non leggono, oppure la cosa non gli sembra importante. Possibile che non vi sia nessuno in quei luoghi che abbia fatto uno straccio di liceo classico? Una volta da quelle parti c’era il professor Alessandro Natta, oggi ci sono invece le Serracchiani et similia.

Altra perla odierna, peraltro pronunziata da una delle migliori intervenute, la Ascani. A un certo punto ha esclamato una cosa del genere: “…dobbiamo essere saggi, come suggerisce il detto latino festìna lente (cioè affrettati lentamente, sottinteso, con saggezza), con l’accento sulla “i”, mentre si deve scrivere e dire fèstina lente, con l’accento sulla “e”.

Anche qui, è importante questa cosa? poco, molto?… dico, rispetto al quasi deserto propositivo della riunione, su cui arrivo subito. Se si vuole essere seri, e seeri non à la Calenda, ma à la Marco Aurelio, sarebbe bene rispettare anche le nostre madrilingua, e non usarle a sproposito.

Di più: Pollastrini, una “storica” dell’antico Pci, a un certo punto ha detto con enfasi che “ci vuole uno spirito santo” (al minuscolo perché noi laici… alla faccia dei cattolici del PD, che però probabilmente poco conoscono dello Spirito Santo come terza Persona della SS. Trinità, Dio Unitrino). Figurarsi la Pollastrini. Dimenticavo, lei intendeva lo “spirito santo” (rigorosamente minuscolo!) come “partecipazione popolare”.

Su questo potremmo anche disquisire e fors’anche (pur se solo in parte) convenire, perché, teologicamente, lo Spirito Santo “soffia dove vuole” e pertanto può senz’altro “soffiare” sulla partecipazione popolare, visto che la Chiesa è il Popolo di Dio (cf. Lumen Gentium I, Roma 1965).

Naturalmente provvederò a inviare alla direzione del PD una copia di questo pezzo e i riferimenti bibliografici per una, se non necessaria, opportuna acculturazione specifica, se si vuole persistere nelle citazioni filosofiche e scritturistiche.

Vengo al dunque. Innanzitutto l’analisi del voto. Solo Letta prova a farla con una sufficiente dovizia di supporti logici e di argomentazioni, oltre al cavalleresco tirarsi indietro come segretario, virtù presente in pochissimi altri di quel consesso. Certo, gli spettava, ma almeno mostra una onestà intellettuale di cui gli altri / le altre sono nella maggioranza (degli interventi che ascolto) privi/ e. Non uso lo schwa, IMBECILLI! (qui mi rivolgo ai tifosi/ e di questa idiozia)

Si sbaglia Letta, a parer mio, però, quando prova a ri-sostenere che la colpa del fallimento del “campo largo”, che doveva comprendere tutti, da Renzi & Calenda a Fratoianni, e forse a Ferrando e Marco Rizzo, e soprattutto i 5 Stelle, è da attribuire al furbo capo di questi ultimi. No, caro Letta: è sbagliato il concetto e il progetto. Non puoi far ragionevolmente convivere Renzi & Calenda con Fratoianni (e mi fermo qui), se quest’ultimo ha sempre votato contro il Governo Draghi. Ma come fai solo a pensarlo? Già Prodi sbagliò clamorosamente quando onorò di credibilità il Bertinotti che lo pugnalò “senza se e senza ma” (ridicolo sintagma che il perito chimico di Torino si attribuì orgogliosamente, così come con altrettale sentimento si gloriò talvolta di non avere mai firmato un accordo). Repetita quoque non juvant (se proprio si vuole ostinatamente usare il latino).

O il PD è capace (non lo è stato finora), sperando che lo sia in futuro, di proporre una politica riformistica complessiva dove possano armonizzarsi diritti & doveri sociali (dimenticati dal PD per un decennio) e civili (privilegiati dal PD per un decennio, peraltro senza successo, scimmiottando una sorta di partito radicale di massa), oppure non avrà futuro, perché sarà sostituito del tutto, “a destra” dal duo liberal-riformista R & C, e “a sinistra” da quel dandy-falsodemocristiano di Conte e codazzo cantante. Senza che con questa citazione di destra e sinistra sia un modo per con-fonderle. Ma oggi non bastano questi due poli: piuttosto si esige di distinguere tra culture politiche populiste che sono sempre più rossobrune e culture politiche dell’intelligenza, della competenza e della ragionevolezza.

Non ho ascoltato chiarezza sul piano programmatico, mentre già il Partito deve fare i conti con le fughe in avanti di chi si auto-candida alla segreteria come De Micheli o Schlein (pure!). All’improvviso, come la canzone di Mina. La “gente” (chissà se De Micheli si ritiene “gente” o benaltro dalla gente) non ha il senso delle proporzioni, a volte.

Quale il tema? Come si può sintetizzare un riformismo realistico e capace di leggere i “segni dei tempi”. Eppure non è difficilissimo. Equità sotto il profilo fiscale, NON aumentando tasse in alto, ma equilibrando le aliquote alle categorie produttive, diciamo fino a 150.000/ 200.000 di reddito annuo, che è lo stipendio di un dirigente industriale bravo e responsabile, che deve essere alleato del riformismo. Si tratta della borghesia intelligente e produttiva che anche Marx apprezzava moltissimo, ma sembra che i suoi mezzi nipotini non la capiscano. Mi spiego meglio: non sto parlando dei vacanzieri di Capalbio, che sono bene rappresentati anche nel PD, ma di chi opera nell’economia reale, non nel terzo settore privilegiato degli influencer e del giornalismo televisivo, che è uno dei settori più deleteri di questi ultimi anni.

Circa il Reddito di cittadinanza, invece di seguire a papera i 5S (cf. esperimento di etologia di Konrad Lorenz), recuperare il Reddito di inclusione selezionando le posizioni dei percettori e obbligandoli a considerare seriamente le offerte di lavoro. Politiche attive del lavoro fatte da chi le sa fare, cioè le società di somministrazione, non dai fantasiosi navigator, opera del Dimaio vincitore delle povertà e tritato dalla sua stessa ambizione, senza senso della misura. La sorte lo ha collocato finalmente dove meritava di stare da tempo, l’oblio.

Il PD dovrebbe saper parlare di diritti civili senza allinearsi al mainstream (dico e scrivo ancora una volta, ahi ahi Letta!) della scuola materna obbligatoria dai tre anni di età, del D.D. L. Zan, che, così come è congegnato, prevede il reato di opinione. Io, socialista autentico e antico, ho scritto cinquanta volte che la maternità surrogata (evitando l’espressione atroce di “utero in affitto”) è un abominio morale e socio-culturale, così come quasi lo è l’adozione da parte di coppie omosessuali, per ragioni educazionali e socio-culturali. Per queste affermazioni, in base allo “Zan” potrei essere denunziato da qualche anima bella, inquisito da qualche giudice ecumenico e condannato. Ma siamo impazziti?

Sono esempi di come il PD si è perso, non è stato più né socialista né cattolico democratico. Posso continuare.

Sulla pace e la guerra. Senza fumisterie incomprensibili, il PD dica tutto insieme che l’Ucraina, aggredita, deve essere sostenuta fino al raggiungimento di una situazione che la metta in sicurezza, evitando qui di parlare di Crimea e/o Donbass sì, Crimea e/o Donbass no, ma chiarendo che la pace la pace la pace su cui ululano Conte e altri non si ottiene se non da una onorevole posizione di autodifesa. Non vada in piazza il PD su una “piattaforma” grillina” o vagamente pacista. Potrebbero svegliarsi i partigiani della pace in sonno da cinquant’anni, perfettamente “sovietici”, a volte ingenuamente nascosti anche in mezzo ai cattolici.

Il PD smascheri chi si attribuisce ogni merito di qualsiasi cosa, come ancora si azzardano a fare i 5 STELLE CHE HANNO PERSO – RISPETTO AL 2018 – CINQUE MILIONI DI VOTI, e parlano come se il 25 settembre avessero vinto, su questo aiutati da giornalisti e giornaliste almeno superficiali (tipo la Manuela Moreno di Rai 2 Post).

Non si vergogni (c’è qualche d’uno che comincia a vergognarsi, come fa Salvini, quasi, nel PD) di avere sostenuto il governo Draghi, che ha mostrato il volto buono e forte dell’Italia. Agenda o non agenda Draghi, l’Italia, con quest’uomo è stata più credibile e creduta nel mondo. Sulla lotta alla pandemia, sul tema della guerra e su quello energetico, anche Meloni, intelligentemente, e fregandosene di Salvini e dei suoi seguaci un po’ vigliacchetti (pensavo che Giorgetti avesse più attributi, mi sbagliavo), si sta collegando alle politiche del governo Draghi, con cui non vuole creare una cesura pericolosa, ma vuole proseguirne le parti più efficaci, per l’Italia.

C’è una grossa e profonda riflessione da fare sulla democrazia, sui meccanismi della rappresentanza in una società ipermediatizzata, su ciò che sia reazione e su ciò che sia conservatorismo… perché anche io sono progressista socialmente e nel contempo conservatore del bello italiano e della cultura. Reazione e conservatorismo non sono la stessa cosa, cari del PD! Troppi di voi fanno confusione, o per ideologia o per carenze culturali, di grazia!

Per la verità non ho ascoltato solo le cose più ovvie dai politici più politicanti (maschi o femmine che fossero), perché diversi interventi si sono distinti per lucidità e passione, ma, guarda caso, non tanto quelli dei “potentati” (e anche qui vi sono delle distinzioni da fare, ad esempio un Misiani non dice mai banalità), ma piuttosto gli interventi delle persone più “di confine”, come la calabrese Bossio o la italo-iraniana, di cui non ricordo il nome, che ha spiegato come il cambiamento stia avvenendo nella sua grande Nazione, non solo per la presa di posizione delle donne, ma ancora di più perché assieme con le figlie stanno scendendo in piazza i padri, con le sorelle i fratelli, con le mogli i mariti.

Analogamente, un partito che non tenga le donne nel loro giusto merito, non può cambiare, soprattutto se le donne non imparano a solidarizzare tra loro e se i maschi non la smettono con le “quote rosa”, WWF della distinzione di genere.

Infine, invece di continuare a demonizzare “la peggiore destra d’Europa” (lo ho sentito affermare anche oggi), il PD vada a vedere perché Fratelli d’Italia, con un gruppo dirigente piuttosto mediocre, a parte la leader, Crosetto e qualche altro, ha preso il 26% dei voti dati? Un 26% di imbecilli? Mi pare di no.

Io non la ho votata, ma non ho neanche votato PD, io che dovrei trovarmi lì di casa… Qualcuno se lo vuol chiedere? Gli interessa?

La prudenza e l’imprudenza, o di come una virtù morale possa trasformarsi in un rischio per l’incolumità delle persone

Storicamente il concetto di prudenza, phrònesis in greco, prudentia in latino, è sempre stato un elemento di saggezza popolare e di riflessione filosofica.

Il “grande Ayatollah Ruollah Khomeini”

Dal popolo minuto ai più grandi pensatori ha avuto un’attenzione somma, sia per la gestione della vita quotidiana, sia per l’esercizio del pensiero sui comportamenti umani.

Molto semplificando, posso citare Aristotele, che la studiò nel suo grande testo Etica Nicomachea, per poi passare ai Padri della Chiesa, sia i meno conosciuti come Giavanni Climaco ed Evagrio Pontico, sia i maggiori come sant’Agostino e papa Gregorio Magno, per finire con Tommaso d’Aquino che sulla prudenza trattò diffusamente nella Summa Theologiae, parte Seconda, distinguendo tra le sue varie “parti” costitutive e modalità di utilizzo nella vita di tutti i giorni.

In seguito fu oggetto di studio da parte di altri sommi pensatori come Baruch Spinoza e Immanuel Kant, che ne parlarono, rispettivamente nell’Ethica more geometrico demonstrata e nella Critica della Ragione pratica. Non aggiungo altri autori, che pure non mancano in anni contemporanei.

Siccome in questo pezzo non devo sviluppare né le dimensioni né la profondità analitica di un trattato, passo al pratico, facendo tre esempi molto attuali.

Primo esempio. E’ nota a tutti la tragica vicenda del mio giovane conterraneo Giulio Regeni, che fu ucciso in Egitto oramai sei anni e mezzo fa al Cairo in circostanze non mai chiarite. Non sto qui a recriminare e a condannare le autorità egiziane, perché lo ho già fatto più volte. Vi è però stato un aspetto che di tutta la vicenda non mi ha mai convinto: quello del ruolo della Università di Cambridge dove il bravo Giulio stava conseguendo un bel Dottorato di Ricerca in scienze sociali, e soprattutto circa il ruolo della sua tutor. Più avanti aggiungerò il commento che desidero formulare in comune sui tre casi.

Il secondo caso: da una settimana circa la signorina Alessia Piperno di Roma, mentre si trovava a Teheran in Iran, dove stava viaggiando come era solita fare spesso (i suoi spiegano che viaggiava molto, abitudine che si apprende anche dalla sua cospicua attività sui social) è stata arrestata dalla polizia speciale dei bajiji (bagigi, curioso, no?), e ora si trova da qualche parte, ospite delle patrie galere islamiche sciite.

Il terzo caso: quattro ragazzi italiani, con età dai ventuno a i ventinove anni, sono stati arrestati nella città indiana di Ahmedabad, perché trovati a dipingere le pareti del metrò a mo’ di graffitari nostrani.

Domanda, mio caro lettore: c’è un pensiero, concetto, sentimento comune tra questi tre casi? Dimanda rettorica… ebben sì, una certe dose di diversificata imprudenza, cioè di non-prudenza. Mi spiego bene.

Se mia figlia, che è più o meno coetanea del povero Giulio, dovesse predisporre la parte sperimentale di un PhD, aggirandosi per i vicoli e i mercati di una metropoli tipo Il Cairo, intervistando ambulanti e precari, sapendo quali dinamiche si nascondono dietro questi ambienti, condite di mafiosità delatoria, anche se lei maggiorenne, mi opporrei con tutte le mie forze. Dico cose scandalose?

Sulla ragazza romana: se, sempre mia figlia volesse fare la giramondo indefessa, impegnata soprattutto nel registrare ciò che incontra e vede in giro per ogni genere e specie di nazioni e paesi, non mi compiacerei come ho sentito fare dai genitori della ragazza. Ma non lavora mai questa benedetta giovine donna o vive dei like di ciò che posta?

Come si fa ad andare alle manifestazioni, non solo legittime, ma di più, doverose, che donne e uomini persiani stanno facendo da settimane per cercare di smantellare l’insopportabile teocrazia islamica che impedisce l’esercizio delle libertà fondamentali dei cittadini? Stattene da parte, non metterti in evidenza. E’ chiaro che, se ti beccano, ti arrestano, anche a fini di ricatto verso l’Italia, notoriamente amica di USA e Israele, nazioni ritenute e definite demoniache dagli ayatollah iraniani.

Da ultimo, se un mio carissimo figliuolo si mettesse a imbrattare un bene pubblico della grande nazione indiana, oltre a farlo tornare al più presto, gli somministrerei due sonori ceffoni, uno per guancia.

Io la penso in questo modo, caro lettore, su prudenza e imprudenza.

Il Presente e il Potere, anche in vista delle elezioni politiche 2022 in Italia

Il praesens, il tempo presente, secondo Agostino è l’unico concetto di tempo che abbia senso, poiché il passato deve essere affidato alla memoria e il futuro non si può conoscere né prevedere. Lo scrive splendidamente nel celeberrimo testo che troviamo nel LIbro XI delle Confessiones.

il generale tedesco Erwin Rommel (che per me merita rispetto)

Fino alla scoperta einsteiniana della relatività generale, che è una dottrina della scienza fisica, e anche dopo, l’intuizione del grande filosofo e Padre della chiesa africano è rimasta la più sinteticamente icastica ed efficace della cultura occidentale.

Per quale ragione nel titolo ho collegato tempo e potere? Quale è la relazione plausibile e necessaria fra i due concetti? E’ intuitiva: perché il potere si esercita concretamente nel presente, anche se certamente trae origine nel passato e può durare nel futuro, e vive nello spirito-che-attraversa-la-Storia e, secondo Hegel, la dirige, la orienta, dottrina, cui aggiungo – cristianamente – l’itinerario salvifico dell’anima umana: l’Itinerarium mentis in Deum, come spiega il padre francescano san Bonaventura da Bagnoregio. Lo Spirito è l’Oriente della Storia e, potremmo aggiungere, è anche il luogo originario delle grandi dottrine religiose. Specifico, però, che in senso metastorico e filosofico lo Spirito nulla c’entra con la semantica della spiritualità religiosa.

Il tempo è correlato allo spazio, secondo Einstein, e ha a che fare con la vita dell’universo e di ciascuna delle nostre vite. Vi sono teorie, senza conferme esperienziali, di un diverso modo di dipanarsi del tempo e dello spazio che pongono l’ipotesi di universi paralleli, oppure di poter viaggiare nel tempo, come nel film di Zemeckis e in Terminator. Vi è di tutto sul tema del tempo, laddove il presente si smantella continuamente in un fluire senza ordine logico.

Sappiamo di vivere nel tempo perché nasciamo, viviamo e moriamo, e perché le prime due dimensioni le constatiamo insieme con gli altri, mentre la terza possiamo solo osservare dall’esterno, come insegnava Epicuro.

Il potere, il kràtos (in greco antico Κράτος), è un personaggio mitologico, e rappresenta il potere di dominio, il potere che soggioga e si impone sugli altri e/ sugli avversari, e infine il potere politico democratico ed economico-gestionale. E’ correlato all’autorità, che si colloca laddove il potere stesso viene esercitato e, peraltro, il potere viene esercitato da chi ha autorità su qualcuno o molti, e sulle cose. Si pensi al potere che eserciteranno i rappresentanti delle forze politiche che vinceranno le elezioni di domenica 25 settembre 2022 in Italia. Democraticamente, e quindi con una minoranza che potrà discutere, contestare, proporre altro rispetto alle decisioni di chi ha vinto ed avrà un ruolo di esercizio del potere, e l’autorità giuridico-formale per attuarlo.

Aristotele, Alessandro il Macedone, Seneca, Cicerone, Cesare, Annibale, Scipione, Agostino, Carlo Magno, Alessio Comneno, Tommaso d’Aquino, Federico II di Svevia, Gengis Khan, Timur Lenk, Salah el Din, Solimano il Magnifico, Carlo V d’Asburgo, Wallenstein, Luigi XIV, Pietro il Grande, Montesquieu, Rousseau, Napoleone Bonaparte, Kutuzov, Hegel, Pio IX, Vittoria d’Inghilterra, Caterina II di Russia, Giolitti, Kemal Atatürk, Mussolini, Stalin, Hitler, Zukhov, Patton, von Kleist, Rommel, Churchill, Eisenhower, Tojo, Ciang Kai Sheck, Mao Tze Dong, Deng Hsiao Ping, Gandhi, Nehru, De Gaulle, Kennedy, Nasser, Gheddafi, Breznev, Walesa, Komeini, Woytjla, Saddam, Kelsen, Craxi, Andreotti, Agnelli, Putin e molti altri che potrei ricordare, cui il lettore può aggiungere altre decine, nella politica, nel mondo militare, nel mondo religioso e in quello economico, se ne sono interessati, filosofando alcuni e praticandolo i più, negli ultimi duemila e quattrocento anni.

Esiste il potere dell’autorità legittima, diversamente sviluppatasi nel tempo, dalle monarchie alle dittature, fino alle democrazie, che hanno avuto prodromi fino dalla Grecia classica, ma vi è anche un potere di natura diversa, più psicologica e spirituale, il potere della ratio operandi e della moral suasion.

Giova qui ricordare anche il violentissimo potere patriarcale, così come ha confessato telefonicamente di avere esercitato il padre di Saman, diciottenne pakistana, uccisa nel 2021 in Italia dal padre, che si è sentito offeso nella dignità, perché lei “ha osato” contravvenire agli ordini paterni di accettare solamente nozze ordinate dal genitore. Giova anche ricordare che anche in Italia, fino quasi agli anni ’80 del secolo scorso, vigeva la legislazione e la prassi giuridica del delitto d’onore, cui era riconosciuta una specie di dignità morale che meritava una punizione penale molto blanda: se qualcuno, per motivi d’onore ammazzava una donna della propria casa (figlia, sorella, moglie, etc.) veniva punito, non con i 21 anni che sono previsti dall’ordinamento penale italiano per un omicidio non premeditato e senza aggravanti, ma con 5 o 7 anni al massimo, di carcere. Si pensi, il cosiddetto “omicidio d’onore” non veniva considerato premeditato, come invece era senza dubbio alcuno, per la sua stessa struttura ontologica di crimine radicale.

Mi limito qui a citare solo l’esempio della povera Saman, senza citare le legislazioni che, nel tempo, hanno collocato la donna, salvo rare eccezioni, al di fuori del potere e del suo esercizio. Possiamo citare in questo senso il Codice di Hammurapi, i libri biblici del Deuteronomio e del Levitico, la legislazione romana delle XII Tavole, il Corpus Iuris Civilis giustinianeo, le Leggi longobarde, quasi tutta la Legislazione islamica fino ai giorni nostri, e infine anche quella italiana che “concesse” il voto alle donne solamente nel 1946, superando lo Statuto Albertino che datava 1848.

Proviamo qui ora ad esaminare in breve le differenze tra potere reale, giuridicamente dato e poter derivante dalla moral suasion. Il potere esercitato dall’autorità riconosciuta per legge, che si colloca nella posizione prevista, come nel caso di ruoli e posizioni acquisite per elezione, come in generale nella politica e nell’associazionismo, oppure per nomina, modalità più diffusa nel privato economico: un deputato viene eletto dal popolo, mentre un Amministratore delegato o un Presidente viene nominato dal Consiglio di Amministrazione di un’azienda. Una differenza formale radicale, che si sostanzia anche nell’agire di un “eletto” rispetto a un “nominato”. Infatti, l’AD nominato deve rispondere solo al Consiglio di Amministrazione e alla Proprietà dei risultati del suo agire direttivo, per cui se è manchevole nei suoi compiti di direzione può venire anche immediatamente sostituito; il deputato eletto, invece, deve rispondere, prima di tutto ai suoi elettori, ma anche a tutto il corpo elettorale e alla propria parte politica. La durata dell’incarico del deputato è prefissata in cinque anni, salvo che, come in questo caso, non siano convocate le elezioni anticipate.

Ciò detto, torniamo alla ratio operandi e alla moral suasion, che è un altro tipo di “potere”. La ragione dell’operare viene compresa da chi dirige un ente, anche se viene da qualcuno che non fa parte del gruppo dirigente (CdA, Board, Presidente, Amministratore unico o delegato, Direzione generale…). Esperienza personale di cui di seguito parlo.

Presiedo una dozzina di organismi di vigilanza nei modelli dei Codici etici aziendali. Non devo, non voglio, non mi piace interferire nei flussi gerarchici aziendali, ma sto in una posizione tale che mi permette di dialogare con i vertici aziendali e le proprietà senza interposizioni e di fatto in qualche modo influisco sulle decisioni, mediante una ratio cogitandi et operandi riconosciuta dai miei interlocutori, e una certa moral suasion, che può essere efficace. E’ un modo non usuale di esercitare una forma di potere indiretta, ufficiosa, pacata, con l’equilibrio di chi non è direttamente coinvolto nei processi gerarchici, ma può osservarli dall’esterno con un interesse essenzialmente morale, nel quale sono assenti i tipici processi psicologici dell’autoaffermazione del proprio ego, di quella che chiamo libido potestatis (Lat.: piacere di esercitare il potere).

In altre parole, si può anche esercitare un potere utile ed eticamente fondato, influenzando positivamente chi lo detiene per ruolo, posizione e legittima autorità giuridicamente data.

Il caro amico Alberto Felice De Toni, con il collega Bastianon, ha scritto un volume fondamentale sul tema, Isomorfismo del potere, edito da Marsilio, nel quale analizza la dimensione del potere secondo la sua amata scienza della complessità, che afferisce non solo all’esercizio tradizionale del potere che attiene alla politica, all’economia e all’ambito militare, per tacere della chiesa, ma si declina all’interno di ogni ambiente in maniera sistemica. Cito un passo della prefazione: “Così come nella cristallografia, sistemi tra loro diversi, ma con proprietà analoghe, in quanto strutture sociali, presentano similitudini circa il fenomeno del potere. Queste similitudini sono i cosiddetti isomorfismi.

Infine un accenno alla politica di queste ore: pur avendo del potere solo una vaga nozione filosofico-psicologica, il solito ineffabile Conte mette in guardia il mondo dalla moral suasion sui nuovi governanti che Mario Draghi potrebbe operare, in ragione del suo prestigio e della sua credibilità nazionale e internazionale (che a Conte mancano, e lui lo sa anche se non lo ammette), con ciò riconoscendogli quel valore che il grillino ha disprezzato, con le sue spregevoli azioni atte a far cadere il Governo di unità nazionale, riuscendoci con la collaborazione di altri avventurieri come Salvini.

E dunque, il potere non è, di per sé, buono o malo, come ritengono le dottrine anti-autoritarie di ogni tempo, che confondono autoritarismo e autorevolezza, ma trae valore morale positivo solamente dal modo in cui viene esercitato per fini buoni, vale a dire fini che diano risposte di tutela, vita e sviluppo equilibrato per tutti i soggetti interessati dall’esercizio del potere stesso.

“Ove tende questo vagar mio breve (…)?” (Giacomo Leopardi) “Homo viator (sum)…” (Gabriel Marcel)

La citazione leopardiana che assume il meraviglioso verso del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, mi permette di riflettere sul senso. Senso in termini generali, senso in termini esistenziali.

Palazzo Leopardi a Recanati

(…) Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale
?

Il poeta si pone la domanda filosofica, tipica del conte Giacomo, circa l’indirizzo, o il senso della sua propria vita. Che è breve. Che è un “andare”.

E’ la domanda che ogni anima pensosa si fa, non pretendendo di trovare risposte facili. “(…) ove tende/ questo vagar mio breve (…)?”, e accettando la fatica della diuturna ricerca del senso.

E dunque la vita è un vagare breve verso… Leopardi l’agnostico, non parla di “vita eterna”, di aldilà, ma fa rimanere il suo poetar filosofico al di qua. Lui interpella, anche in questa poesia, la luna che occhieggia dal cielo notturno ed è testimone degli eventi che accadono, come quello del pastore errante nelle immense steppe dell’Asia, ma anche come quello del giovane figlio di Monaldo e Adelaide, fratello di Francesco e Paolina, inquietamente speranzoso di trovare una strada per il suo “vagare”. Milano, Firenze, Napoli. I premi, i riconoscimenti, lo studio “matto e disperatissimo”, l’attività letteraria, gli amori infelici. A un certo punto, il senso della sua vita è l’amore senza speranza per Fanny Targioni Tozzetti. Ecco, il tema dell’eros anche in Leopardi si pone. Un eros non solo carnale, ma completo, totale, capace di dare, appunto, un senso al “vagar (suo) breve”.

Noi lettori e successori di Leopardi sotto il profilo storico, sappiamo come è stato il suo “vagar”. Conosciamo e ammiriamo i suoi scritti e la sua capacità di preveggenza sotto il profilo filosofico morale e anche storico.

Leopardi ha scritto in altri idilli di un “affanno (suo) che dura” e di “magnifiche sorti e progressive (del mondo e dell’umanità)”, con amara ironia. Abbiamo constatato come le sorti del mondo, degli esseri umani e del loro “vagare”, è stato ondivago, contraddittorio, perfino “apocalittico”, dopo Leopardi, e fino a noi. Nevvero, Vladimir Vladimirovic Putin?

Nonostante il progresso scientifico e tecnologico, vi sono state le peggiori guerre della storia, e proprio – in qualche significativa misura – in ragione di quel progresso! Lo sappiamo, dobbiamo ammetterlo.

Noi tutti siamo chiamati a tentare una risposta alla domanda del poeta, per riuscire – almeno in parte – a comporre un’idea di percorso buono per le nostre vite.

Interpello un altro autore, diversissimo dal Nostro grande poeta, il filosofo e drammaturgo francese contemporaneo Gabriel Marcel, di solito sussunto dalla critica alle scuole esistenzialistiche, anche se disorganicamente, perché di quelle scuole fanno parte pensatori come Jean-Paul Sartre, ma anche, in un certo senso, come Martin Heidegger, come Emmanuel Mounier e Jacques Maritain.

Riporto alcuni passi del citato autore dal testo L’Io e l’Altro, che non tanto stranamente echeggia (perché non ricordarlo?) il mio L’Uomo e l’Altro.

«Se si astrae dalle teorie e dalle definizioni proposte dai filosofi, per rivolgere la propria attenzione all’esperienza diretta, si è portati a riconoscere che l’atto il quale pone l’io, o, più esattamente, mediante il quale l’io si pone, è sempre identico a se stesso. È quest’atto che dobbiamo cercare di cogliere senza lasciarci fuorviare dalle finzioni accumulate in questo campo dalla speculazione nel corso della storia. Dobbiamo studiare attentamente le espressioni correnti, popolari del linguaggio, espressioni che rimangono molto più aderenti all’esperienza di quelle ricercate e standardizzate del linguaggio filosofico.» […]

«L’esempio più elementare, il più terra terra, è anche il più istruttivo. Penso in questo momento al bambino che porta alla madre dei fiori che ha appena colto nei prati. L’intonazione trionfale del bambino, e soprattutto il gesto, anche solo abbozzato, che accompagna questo annuncio. Il bambino si auto designa all’ammirazione e alla gratitudine: io, io qui presente, ho colto questi splendidi fiori; non crederai certo che sia stata la bambina, o mia sorella; li ho colti io e nessun altro. Questa esclusione è fondamentale: sembra che il bambino voglia attirare su di sé, quasi materialmente, l’attenzione, la lode estasiata: sarebbe terribile se questa lode andasse a un’altra persona, in questo caso assolutamente priva di merito. In questo modo il bambino si designa, si offre all’altro per ricevere da lui un tributo.» […]

«Penso che si debba insistere sulla presenza dell’altro, o più esattamente degli altri, implicita in questa affermazione: sono io che… Ci sono, da una parte, gli esclusi al quale tu non devi pensare, e c’è, dall’altra, quel tu al quale il bambino si rivolge e che prende a testimonio. Nell’adulto questa stessa affermazione diverrà meno roboante; si ammanterà di un alone di falsa modestia nella quale è facile riconoscere il gioco complesso dell’ipocrisia sociale. Lasciando da parte le impostazioni diversa nella quale si riflettono le convenzioni sociali, scopriamo la profonda identità dell’atto.» […]

Gabriel Marcel ci dice in modo spietato, in questo testo e forse meglio in Homo viator, edito in italiano da Astrolabio nel 1980, come noi umani adulti ci comportiamo, proprio nel dare-senso alle nostre vite. Come i bambini, senza avere le “ragioni” dei bambini, e dunque la giustificazione dell’egoismo-bambino.

Certo, rimaniamo “bambini” anche da adulti, come ben spiega Eric Bernstein con la sua teoria della “transazione” tra le varie età della vita. Possiamo anche restare “bambini” quando riusciamo a divertirci, ma non possiamo giustificarci con la nostra “bambinaggine” quando siamo egoisti, autoreferenziali, egocentrici a volte fino all’egolatria, e alla violenza che pratichiamo per auto affermarci sugli altri.

Per provare almeno a comprendere dove stiamo “vagando” e perché stiamo “vagando” così come lo facciamo, dobbiamo uscire da noi stessi. Occorre un exitus, come insegnavano gli antichi Padri, sia latini, sia cristiani, sia Seneca, sia Agostino, per poter avere un reditus umano, razionale, in noi stessi.

Dobbiamo uscire-da-noi-stessi e osservare il mondo e gli altri esseri umani come noi, per constatare la nostra piccolezza, la nostra fragilità, il nostro “vagar (necessariamente) breve”, la nostra inevitabile fine.

Dobbiamo uscire-da-noi-stessi, e accettare il vagar (nostro) breve, per poter poi tornare in noi stessi, quia veritas habitat in corde hominis (lat.: perché la verità abita nel cuore dell’uomo…).Per cui, come insegnava ancora sant’Agostino “in teispsum redi, quia… (lat.: rientra in te stesso, perché, e ciò che segue)”.

Leopardi cerca il senso della propria vita, constatando (umilmente) che si tratta di un’intrapresa difficilissima, e spesso apprendiamo dalla sua biografia che infine constata di non riuscirci, di non esserci riuscito, cosicché egli si volge a quello che molti, un po’ semplicisticamente, hanno definito “pessimismo cosmico” leopardiano. Mi pare invece di poter dire che il “pessimismo leopardiano”, che pure è certamente “cosmico”, per la sua capacità di visione, è soprattutto “antropologico”, versato sul tema dell’uomo e dei suoi limiti, al di là della sua presupponenza e arroganza: ecco il “questo vagar mio breve”.

Oh, come dovrebbero molti dei potenti di questo mondo, anche i micro-potenti, talora in-potenti, della nostra politica, a partire da un Salvini e da un Conte, tra gli altri (più o meno tutti gli altri, ma loro due particolarmente!) sedersi in circolo e ascoltare le riflessioni di qualcuno che gli sappia “leggere” questo Leopardi e questo Marcel.

Forse la smetterebbero almeno con l’atteggiamento superbo e colmo di albagia vendicativa (non si sa contro chi), ferma restando l’esigenza radicale di smetterla con le falsità che ululano alla luna, prima di tutto, e di studiare studiare studiare, in secundis.

E, dopo Leopardi e Marcel, ascoltare una lettura e un commento (perché no, anche mio) del capitolo terzo di Qoèlet… “vanità delle vanità, tutto è vanità” (soprattutto la loro).

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