Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La solitudine cosmologica e il paradosso esistenziale

Val la pena vivere? Una domanda che certamente si fanno in tanti a questo mondo, esseri pensanti, e parlo di noi, homo sapiens. E se la sono fatta senza dubbio moltissimi anche in passato. Se la sono fatta certamente, mi permetto di pensare, anche suicidi come Socrate e Seneca, i quali di sicuro avrebbero preferito vivere ancora, evitando di suicidarsi per ordine dello stato, la democrazia ateniese e la tirannide imperiale neroniana, rispettivamente. Caro lettore, ti ripeto la domanda: val la pena vivere?

Che domanda!, potresti dirmi. Eppure penso che molti umani si facciano questa domanda, specialmente quando incontrano avversità importanti, malattie gravi, impoverimento disperante, mancanza di qualcosa di molto importante per la vita. E allora vi sono anche decisioni radicali. Oramai vanno in Svizzera a concludere la vita non pochi italiani con malattie gravi o terminali e anche persone che non desiderano semplicemente più vedere le albe e i tramonti. Senza far nomi, ricordo la scelta di un raffinato politico di sinistra che qualche anno fa prese la decisione. Mi rattristai non poco, perché avevo nel tempo letto ciò che scriveva e anche rapidamente conosciuto durante un convegno.

Non riesco quindi a dire se valga la pena vivere o no, Dovessi applicarmi a una risposta di carattere teologico cristiano, risponderei che sì, eccome vale la pena vivere, non solo perché la vita mia è unica, ma anche poiché non la possiedo, essendo proprietà divina.

Se scelgo la visione filosofica, dipende da quale scelgo: se la mia filosofia è un personalismo esistenziale risponderei ancora di sì, ché vale comunque la pena vivere; se invece la mia filosofia è di stampo scettico-stoico-nihilista, anche no, ma non è detto.

Sapendo che la vita umana ha un suo percorso e decorso e che, se non si muor giovani, si invecchia con tutte le notazioni del caso, si può anche avere paura dell’invecchiamento, del dolore, dell’indebolimento. Oppure si può accettare questi cambiamenti se si riesce ad avere una visione alta della vita e della sua complessità. La vita in generale ha un che di inesprimibile e quella umana in modo particolare, con la sua complessità e misteriosità.

La vita viene, la vita vince, non ti chiede il permesso se ti fa diventar zigote. Quando ci sei ci sei, e basta. E poi come essere umano entri nella storia del mondo, entri nell’ambito del diritto, dei diritti, ne sei soggetto. Quando hai l’uso di ragione divieni consapevole anche di avere dei doveri.

Poi il tempo fisico-cronologico passa, intervallato da momenti di kairòs, momenti del tempo interiore, opportuno. Cambi, ti fermi, riparti, ti ammali, guarisci. Provi paura e la superi, con il coraggio; a volte ti viene da fare il temerario, altre volte la tentazione è la vigliaccheria.

Incontri persone che ti sono inferiori, ma hanno più potere di te e ti viene da mandare tutto alla malora, ma poi resisti. Questa è la vita: mediazione tra l’essere e il poter essere, tra l’essere e il dover essere. Resisti perché non vale la pena rompersi la testa contro un muro, duro anche se sbrecciato, oppure di gomma, dove rimbalzi, o dove ti impantani. E’ meglio stare liberi, all’aria, respirando profondamente.

A quanto sappiamo fino ad ora, siamo soli nel cosmo, cioè nell’ordine delle cose, e il silenzio delle galassie ci circonda. Chissà se vi sono altre “intelligenze” là in giro, e perché dovremmo esser-ci solo noi, direbbe Heidegger? Infatti non c’è ragion sufficiente per pensarlo: più plausibile è che qualcuno vi sia là in giro. Non sono mancati indizi finora, di queste presenze, ma nessuno è stato finora confermato al di là di ogni ragionevole dubbio, per cui questo dubbio rimane.

Non so se mi piacerebbe ci fossero altre intelligenze al mondo, capaci di onomaturgia, cioè di inventare parole, concetti, idee. Parole d’autore, neologismi che nutrono una lessicologia rinnovantesi, estro e inventiva, che spesso mi intrigano: ho inventato anch’io qualche parola, e chissà se qualche abitante altro del kòsmos è in grado di fare altrettanto, magari con altri strumenti, come ipotizzano Nick Bostrom o Lovecraft nella sua mitologia dei Grandi Antichi.

Far filosofia nell’educandato delle fanciulle povere in Firenze, esempio di gravissima discriminazione di genere e ancor più culturale, storicamente data i cui residui fenomenologici sono ancora presenti nella testa di molti maschi

Florentia è anche la capitale dei sovrani senza regno, coloro che filosofano, anzi che con-filosofano, come scrivo nel post precedente.

Il fine settimana di questa prima decade di settembre  è occupato intensivamente nei colloqui sabatini e nel laboratorio collettivo domenicale, mentre campane tutt’intorno chiamano alla Messa. Si fatica, ma si va avanti, incontrando le persone nella sala capitolare di un convento femminile del ‘500, oppure nel chiostro. Gli archi essenziali inquadrano pezzi di cielo oppure i camminamenti ampi che portano ai vari ambienti.

A Firenze, tra le infinitamente numerose opere d’arte e reperti storici, seguendo l’entusiasmante elenco di lavori supremi di bellezza, c’è il rischio di trascurare meravigliosi siti, considerati -perciò- minori.

Questo sito di via Faenza, si chiama il Fuligno, perché è stato fondato da una nobildonna proveniente dalla cittadina umbra, la Beata Angiolina contessa di Corbara. Nel tempo, dal ‘500 in poi, è stato convento di monache benedettine e agostiniane, fino all’arrivo delle Figlie della carità di Saint Vincent de-Paul a metà ‘800, educandato per le bambine e le ragazze povere, destinate a una vita in subordine del maschio di turno, padre o marito che fosse. Come molte donne musulmane, e anche nostrane, di oggi. Duole dirlo.

Nel convento vi sono opere d’arte di alto livello: su tutte, forse, Alessandro Allori e la sua Crocefissione e il crocifisso ligneo di Benedetto da Maiano. In un’altra sala troviamo una dolcissima Annunciazione di Bicci di Lorenzo.

Per noi è interessante sfogliare i regolamenti che nel tempo si sono succeduti, per gestire questo luogo di raccolta di bimbe, ragazze e giovani donne. Chi le scriveva erano monaci e chi le applicava madri superiore e badesse.

Queste ragazze, prevalentemente dei ceti più poveri, non erano più interessate a tener casa, e stavano in serbanza per diventare monache, ecco un passaggio di uno di quei testi regolamentari. Le mendicanti erano addirittura pencole e pericolanti in senso morale, secondo la morale oppressiva e maschilista del tempo, in base alla quale le donne dovevano solo obbedire e basta. Un’altra categoria di donne che venivano accolte nell’Educandato era quello delle fanciulle fiorentine povere prive di genitori, orfane, o senza chi in qualche modo le sostenesse.

Nel capitolo 8 del regolamento dell’Educatorio, o Educandato, si legge “(…) le educande devono avere un contegno di buone figlie, professando sinceramente alle (suore) medesime pronta obbedienza e sottomissione, (…) e professeranno sempre il rispetto e la totale dipendenza al Sovrintendente, al Direttore spirituale e alla Superiora (…)”.

Nello Statuto dell’Educandato emanato nel 1888, sotto Crispi e re Umberto I, si legge all’articolo 1 “(…) tale Educatorio è istituito per la educazione cristiana e civile di fanciulle povere della città e preferibilmente orfane“. Al cap. 4 si legge “Al direttore spirituale è affidata la condotta morale di tutte le commoranti (…).” E al comma 7 è scritto “(…) il Direttore spirituale esaminerà tutti i libri che vorranno leggere le educande approvando quelli che riterrà adatti e rigettando gli altri“.

Al cap. 8, comma 7: “Parimenti senza una ascoltatrice si proibisce di parlare in qualunque parte dell’Educatorio con qualsivoglia persona (…)”.

Straordinario l’art. 3. “(…) Lo scopo è quello di istruire le alunne nella religione cattolica, nell’intero corso elementare, nella lingua francese e specialmente in ogni specie di lavori femminili per farne buone madri di famiglia, e renderle atte a sostenere uffici di Governanti, Guardarobe, Cameriere, Bambinaie, o distinte Operaie“. E basta: non si prevedeva che una donna potesse fare carriera. L’accesso all’università era quasi vietato anche alle figlie dei benestanti, conti o gran borghesi che fossero. La prima laureata italiana è di metà ‘600. Ancora nell’800 se una ragazza manifestava l’intenzione di studiare Teologia veniva dirottata a Filosofia, perché la Teologia era “roba da maschi”, troppo difficile ed elevata per le femmine.

Il Sacerdote direttore spirituale, ogni domenica “ha da tenere omelie edificanti alle signorine educande per ammaestrarle nei doveri morali e religiosi ed a risvegliare in esse gli affetti verso la famiglia e la patria.”

Il testo della dottoressa Francesca Maria Casini, autrice del volume Il Fuligno ieri e oggi è addirittura esaltante (si fa per dire), nella sua cultura discriminatoria. Leggiamo: “tutto il lavoro (…) si eseguisce dalle educande per assuefarle a compiere i doveri propri del loro sesso e della loro condizione.

E oggi? Che possiamo dire di oggi? Senza fare del vieto femminismo al maschile, si può dire che vi è molta strada da fare ancora, a partire dall’educazione familiare. A proposito in quei regolamenti si parlava sempre di educazione, ma non nel senso etimologico del termine (torre fuori, oggi diremmo, i talenti), e mai di acculturazione e formazione. Finché le mamme continueranno a educare in modo differenziato da un punto di vista della dignità della persona, maschi e femmine, non ne potremo uscire.

Ma oggi anche il padre è in crisi, e lo è da quasi mezzo secolo. Il discorso è complesso, terribile, affascinante. Non evitiamolo.

I filosofi sono dei sovrani senza regno

Che i filosofi siano dei sovrani va almeno spiegato, perché il fatto che un sovrano abbia o meno un regno è meno importante. L’amico allievo filosofo pratico di Phronesis Tommaso Nutarelli d’Etruria, nomen omen, mi allieta a Firenze con questo bell’aforisma, in questo luminoso settembre, che par quieto. Gli chiederò se il copyright è suo o meno, perché in Phronesis e facendo filosofia non si bara.

Il pensiero non possiede nulla se non se stesso, e per interposto soggetto, il pensante, il quale a sua volta non si possiede poiché della sua vita non è padrone. E dunque non c’è un regno. Il filosofo non regna, ma neppure vuole regnare. Filosofare non è mai possedere, ma aprire, spalancare porte interiori.

Vi sono persone che regnano non concependo altro valore che il loro regno, il loro possedimento, che desiderano sopra e prima di qualsiasi altro bene. Il filosofo è povero, ma povero in spirito, come insegna il Maestro di Nazaret tramite il suo discepolo Matteo [5, 1ss]. Spesso è povero anche materialmente, ma non è mai misero.

Le persone dai molti beni spesso non sono serene, perché temono di essere derubate. A volte addirittura non credono ai sentimenti di amicizia che li circondano, perché gli paiono avvolti di piaggeria opportunista. A me è capitato un paio di volte nella vita di avere molto o abbastanza potere, una volta quando ero direttore del personale della più grande azienda della mia regione, una multinazionale dell’acciaio, e ancora prima quando dirigevo una struttura socio-politica, in anni in cui questo contava. In quei due frangenti molti si avvicinavano a me ossequiosi e desiderosi di condividere anche solo un aperitivo. Io capivo abbastanza bene quando c’era strumentalità in quegli atteggiamenti e mi comportavo di conseguenza. Il mio potere li attraeva e io mi ritraevo, risultando così scontroso e spigoloso.

Oggi ho meno potere di allora, ma non ne sono privo, anche se ora è fatto essenzialmente di moral suasion verso decisori che spesso condividono le mie proposte.

E’ diminuita la canea dei clientes, pur non essendo svanita. Di buono c’è che la mia posizione nel mondo non è sostenuta da denari o beni in quantità, tant’è che vivo in affitto, per cui non devo temere che mi si avvicini per interesse materiale. Tutt’al più a me si potrebbero rubare libri e dischi musicali, di difficile redditività anche per un ricettatore specializzato.

Anche la mia possibilità di aiutare le persone a trovare lavoro si configura al di fuori di ogni elemento di pressione o raccomandazione, di privilegio o di ingiustizia, rimanendo nel novero degli atti conoscitivi e di esperienza. Conosco aziende e titolari, e con questi collaboro nella mia autonomia per cui posso proporre candidature all’assunzione, che spesso vanno a buon fine.

Il mio è una sorta di potere immateriale, intellettuale, e perfino spirituale, si può dire.

Il potere dei filosofi è che, se hanno di che vivere, non devono temere nulla, perché il loro regno non ha valore di scambio, ma solo d’uso come l’ossigeno dell’aria, direbbe forse il dottor Marx.

Il pensiero non si può vendere, anche se il mio pensiero può produrre attività vendibili, come la formazione, la consulenza, l’ascolto attivo, lo scrivere specialistico.

E dunque ha ragione Tommaso con il suo aforisma “I filosofi sono dei sovrani senza regno”, ma possiamo dire di più.

Ad esempio, che il regno è grande come il mondo, perché si può pensare il mondo, la natura e la bellezza, senza possederli in esclusiva.

Scrivo queste righe nella sera che scende su Firenze, a due passi dal centro, in via Faenza, nei pressi di un antico convento dove lavoriamo in questi due giorni. Ho sentito poco fa la campana grande della cattedrale, la terza o quarta chiesa del mondo per dimensioni, opera di Arnolfo di Cambio e di Giotto. Michelangelo e Raffaello son numi tutelari di questa capitale del mondo tra un paio d’altre, tutte in Italia. In questa Italia bistrattata da pennivendoli e politicanti da strapazzo, che quando prendon la parola urtano i visceri fin nei più profondi precordi, si può venire per scegliere candidati alla filosofia come scelta esistenziale e professionale. Sono contento: persone varie dai venticinque di una laurea appena conseguita ai sessantanove di una seniorità spiritosa e preziosa.

Caro lettor mio, mi puoi dire: “vai fin lì per questo?” Ebbene sì, che c’è di meglio di un sabato e una domenica ad ossigenare l’anima condividendo la comune natura umana, nel rispetto dell’altro come altro te stesso, cioè del tu come io e viceversa. Ti par poco?

E poi verrà la notte con gli ultimi rumori della città incomparabile, prima del sonno.

I discepoli

La parola discepolo deriva dal latino discipulus, allievo, che a sua volta deriva da discere, apprendere; si riferisce a chi studia o si rifà agli insegnamenti di un maestro. Ad esempio Paolo o Saulo di Tarso è stato discepolo di uno studioso del suo tempo, di nome Gam’liel; solo in un secondo tempo si è convertito al Cristianesimo.

Nella religione cristiana e in quella islamica per discepolo s’intende -rispettivamente- ciascuno degli apostoli e dei seguaci di Cristo, che predicarono i suoi insegnamenti, ovvero gli allievi di un maestro, un imam, un ayatollah, un muftì, un mullah, un ulema, etc.

Gesù scelse una settantina di discepoli per predicare i suoi insegnamenti secondo quanto si legge in Luca 10-1-20.

Nelle altre religioni non si parla espressamente di discepolo o di apprendista ma semplicemente di seguace del “santo”.

Diamo uno sguardo all’ambiente di Siddharta Gautama, il Buddha e ai suoi discepoli.

I Dieci discepoli principali (o Dieci grandi discepoli: in lingua cinese 十大弟子 shí dà dìzǐ; in lingua tibetana nyan-thos nye-‘khor bcu) sono l’elenco dei dieci principali discepoli del Buddha Śākyamuni, così come presentato in numerosi sūtra del Buddhismo Mahāyāna raccolti all’interno dei Canoni buddhisti cinese e tibetano.

L’elenco comprende i seguenti discepoli del Buddha:

Ānanda (in cinese 阿 Ānán, anche 阿難陀 Ānántuó; in tibetano Kun-dga’-bo)// Aniruddha (in cinese 阿那律 Ānàlǜ; in tibetano Ma-‘gags pa)// Kāšyapa (in cinese 迦葉 _Jiāyè; in tibetano ‘Od-srung)// Kātyāyana (in cinese 迦旃延 Jiāzhānyán; in tibetano Ka-tya’i bu-chen-po)// Maugdalyāyana (in cinese 目犍連 Mujianlian; in tibetano Mo’u-dga-la gyi bu)// Pūrṇa (in cinese 富樓那 Fùlóunà; in tibetano Gang-po)// Rāhula (in cinese 羅睺羅 Luóhuóluó; in tibetano sGra-can ‘dzin)// Šāriputra (in cinese 舍利弗 Shèlìfú; in tibetano Shā-ri’i bu)// Subhūti (in cinese 須菩提 Xūpútí; in tibetano Rab-‘byor)// Upāli (in cinese 優婆離 Yōupólí; in tibetano Nye-bar-‘khor).

Uno sguardo ai dodici apostoli di Gesù di Nazaret. I nomi sono questi: il primo, Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo d’Alfeo e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, quello stesso che poi lo tradì.

L’elenco dei discepoli, che comprende in parte anche gli apostoli, concerne i primi seguaci di Gesù Cristo come racconta il Vangelo secondo Luca 10.1-24, unico testo biblico a riportare che Gesù li aveva nominati e inviati in coppie in missione.

Nella cristianità occidentale si tende a riferirsi a essi come discepoli, nella cristianità orientale come apostoli. Secondo l’originale greco, un apostolo è mandato in missione, un inviato, dal verbo greco apostèllein, cioè inviare, e un discepolo è uno studente; in ogni caso, le due tradizioni divergono sull’accezione della parola apostolo.

Nella Chiesa ortodossa, il 4 gennaio ricorre la festività dedicata ai settanta discepoli, chiamata Sinassi dei settanta apostoli. A ognuno dei settanta, inoltre, è riservata una commemorazione individuale nell’arco dell’anno liturgico.

Ippolito di Roma era un discepolo di Ireneo di Lione, a sua volta discepolo di Policarpo di Smirne, a sua volta di Giovanni evangelista: ecco una modalità di discepolato.

 

L’elenco dei settanta

Giacomo il Giusto, vescovo di Gerusalemme// Cleofa, vescovo di Gerusalemme// Mattia, apostolo// Taddeo di Edessa// Anania, vescovo di Damasco// Stefano protomartire// Filippo l’Evangelista// Procoro, vescovo di Nicomedia// Nicanore// Timne, vescovo di Bostra// Parmena, vescovo di Soli// Nicola, vescovo di Samaria// Barnaba, apostolo e vescovo di Milano// Marco, evangelista e vescovo di Alessandria// Luca, evangelista// Sila, vescovo di Corinto// Silvano, vescovo di Tessalonica// Crescente// Epeneto, vescovo di Cartagine// Andronico, vescovo di Pannonia// Ampliato, vescovo di Varna// Urbano, vescovo di Macedonia// Stachis, vescovo di Bisanzio// Barnaba, vescovo di Eraclea// Figello, vescovo di Efeso// Ermogene, vescovo di Efeso// Dema di Tessalonica// Apelle, vescovo di Smirne// Aristobulo, vescovo di Britannia// Narcisso, vescovo di Atene// Erodione, vescovo di Patrasso// Agabo il profeta// Rufo, vescovo di Tebe// Asincrito, vescovo di Ircania// Flegonte, vescovo di Maratona// Ermes, vescovo di Dalmatia// Patrobulo, vescovo di Pozzuoli// Herma, vescovo di Filippi// Lino, vescovo di Roma// Caio, vescovo di Efeso// Filologo, vescovo di Sinope// Olympas, martire a Roma// Rhodion, martire a Roma (forse lo stesso di Erodione di Patrasso)// Lucio, vescovo di Laodicea// Giasone, vescovo di Tarso// Sosipatro, vescovo di Iconio// Terzio, vescovo di Iconio// Erasto, vescovo di Panea// Quarto, vescovo di Berito// Apollo, vescovo di Corinto// Cefa// Sostene, vescovo di Colofone// Tichico, vescovo di Colofone// Epafrodito, vescovo di Andriace// Cesare, vescovo di Durazzo// Marco, cugino di Barnaba, vescovo di Apollonia// Giuseppe Barsabba, detto Giusto, vescovo di Eleuteropoli// Artema, vescovo di Listra// Clemente, vescovo di Sardica// Onesiforo, vescovo di Corone// Tichico, vescovo di Calcedonia// Carpo, vescovo di Berito// Evodio, vescovo di Antiochia// Aristarco, vescovo di Apamea// Marco, detto anche Giovanni, vescovo di Bibliopoli// Zena, vescovo di Diospoli// Filemone, vescovo di Gaza// Aristarco// Pudes// Trofimo.

La tradizione ortodossa si basa sull’esistenza di un resoconto di Doroteo, vescovo di Tiro, del III secolo; la versione pervenuta ai giorni nostri è dell’VIII secolo. Secondo i redattori della Catholic Encyclopedia, «queste liste sono sfortunatamente prive di valore». Secondo Eusebio di Cesarea, all’epoca della nascita del Cristianesimo non esisteva alcun elenco, e nella sua Storia Ecclesiastica riporta tra i settanta solo Barnaba, Sostene, Cefa, Mattia, Taddeo e Giacomo, fratello del Signore.

Nel mondo greco troviamo Socrate, che passeggiava con diversi allievi, tra i quali nientemeno che Platone. Platone fondò l’Accademia, una scuola filosofica cui si accedeva solo a patto di frequentare previamente, sulle tracce dell’insegnamento di Pitagora, perlomeno per un biennio una scuola di matematica, algebra e geometria, che lui riteneva scienze propedeutiche a ogni filosofeggiare. Alla guida della Scuola lasciò Speusippo, e non Aristotele, che era stato con lui quasi un ventennio. Dal Liceo aristotelico, dedicato ad Apollo, luogo deputato per i seguaci/ discepoli del grande di Stagira, partivano i passeggiatori pensanti, i peripatetici, il cui nome derivava da un luogo di Atene detto Peripato. Tra questi vi era  Teofrasto, successore di Aristotele alla guida della Scuola, e Andronico di Rodi, colui che raccolse gli scritti del Maestro, i quali ebbero poi alterne e pericolose vicende, fino al Medioevo.

Altri pensatori greci che amavano condividere con i giovani le loro ricerche sono: Epicuro, con il suo Giardino di allievi. Bella metafora, vero? E poi Zenone di Cizico, il maestro cinico, e Pirrone di Elide, lo scettico.

Nel mondo cristiano il monachesimo ha favorito il discepolato, soprattutto a partire dalla proposta regolamentare di san Basilio di Cesarea, di sant’Agostino, che aveva diversi amici/ discepoli, come Possidio, il suo biografo. In seguito troviamo san Benedetto, che elaborò e applicò una Regola molto adatta a favorire la crescita spirituale e intellettuale dei giovani monaci. Cito anche gli ordini mendicanti del XIII secolo, di san Francesco e di san Domenico e infine santa Teresa d’Avila e san Giovanni della Croce, fondatori del movimento carmelitano. Non dimentichiamo sant’Ignazio di Loyola, con il suo esercito “gesuita”, fedele al papa e alla chiesa “perinde ac cadaver“.

E io nel mio piccolo, senza far nomi, ché sarebbe scelta indelicata, posso dire di aver avuto nei decenni in cui ho studiato e lavorato insieme alcune decine di allievi o discepoli, tra cui ne ricordo nove in particolare, che attualmente hanno dai ventidue ai quarantasette anni, passando per i ventisei, i ventisette, i ventotto, i trenta, i trentuno, i quarantadue e i quarantaquattro, perché mi sono i più cari. Ognuno di loro, se mi leggerà, probabilmente si riconoscerà in questi cenni. E spero che sia lieto/ a nel riconoscersi.

Allievi/ discepoli con ciascuno dei quali, di volta in volta, son stato e sono discepolo anch’io.

Hoc unum scio, nihil me scire

Già informai qualche tempo fa il mio gentil lettore che in questa fase della mia vita, tra altre attività di studio e ricerca, approfondisco con gusto il pensiero del filosofo-poeta nostro massimo, il conte Leopardi da Recanati. La riflessione espressamente “socratica” che qui riporto, tratta dallo Zibaldone di pensieri, scritto negli anni 1920/ 21 da lui giovanissimo, è particolarmente valida di questi tempi saccenti e superficiali, o meglio, popolati da molte persone saccenti e spesso superficiali. Il conte Leopardi è spietato, e ne godo, con queste categorie di persone. Leggiamo insieme una parte della sezione 449.

“(…) Ora è cosa dimostrata dalla continua esperienza, che l’uomo si determina al credere tanto più facilmente, prontamente, e certamente, quanto più è vicino allo stato naturale, come appunto accade negli animali, che non hanno né difficoltà né lentezza né dubbio intorno alle loro idee o credenze innate nel senso detto di sopra. E così il fanciullo, l’ignorante, ec. E per lo contrario, quanto più si è lontani dallo stato naturale, cioè quanto più si sa, tanto maggior difficoltà e lentezza si prova alla determinazione dell’intelletto e tanto minor forza, ossia certezza, ha questa determinazione o credenza. Così che la certezza degli uomini nel credere (e quindi la determinazione e forza nell’operare, ch’è in ragion diretta colla certezza del credere) è in ragione inversa del loro sapere. Hoc unum scio, me nihil scire: famoso detto di quell’antico sapiente. E questa è la conclusione, la sostanza, il ristretto, la sommità, la mèta, la perfezione della sapienza. Laddove il fanciullo e l’ignorante si può dire che crede di non ignorar nulla: e se non altro, crede di saper di certo tutto quello che crede. E questa è la sommità dell’ignoranza (onde credendo quello ch’é conforme alla natura, e credendolo in questo modo, ne viene a esser felice perfetto). In maniera che, dove alla determinazione dell’uomo, non è necessario, anzi non può servir altro che la credenza; la cognizione, la quale si vuol che sola sia capace a determinarlo, viene a esser nemica della credenza e però della determinazione. E invece che l’ignoranza tal qual è in natura, (non l’assoluta, cioè la negazione di ogni credenza o determinazione dell’intelletto, che in natura non si dà) conduca l’uomo o l’animale all’indifferenza, come pretendono; ve lo conduce anzi il sapere (e l’eterna esperienza lo prova). E l’uomo tanto meno, tanto più difficilmente, lentamente, e dubbiamente si determina, quanto più sa. Tanto minore è la determinazione, quanto maggiore è il sapere. E tanto è lungi che la credenza sia incompatibile coll’ignoranza, che per lo contrario è molto più compatibile coll’ignoranza che col sapere.” (G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, 449)

Son consapevole del dolore e della sofferenza che genera il sapere (pur conscio, e soprattutto in quanto così conformato), rispetto all’ignoranza saccente che da tutt’intorno contempla il nulla pensando di contemplare il cosmo, ovverossia l’ordine delle cose. Quando guardo in volto l’ignorante saccente, specie se ricco e potente, mi vien come un’ombra di pietà, che non è neppur parente della pietas latino-cristiana, ma è proprio il sentimento della desolazione. E voglio specificare che questo sentimento è in essenza costituito di rabbia e di delusione, essendo la mia speranza mai doma di poter pensare a cose migliori, a menti e riflessioni più acute, curiose e capaci di relazioni buone e di alleanze intelligenti.

Ho a che fare spesso con soggetti umani di tal fatta, che dunque vanno evitati con cura -se possibile- (e talora possibile non è, perché s’ha pur da vivere), oppur vanno blanditi per impedir loro, a loro insaputa, di danneggiare il kòsmos, cioè l’ordine delle cose. In questi casi è proprio il caso di profittar di tali mancanze, utilizzando a fin di bene il presuntuoso ignaro, mentre’egli pensa di usare te, non accorgendosi il tapino che sei tu a usar lui, ma a fin di bene, un bene che lui / lei non capisce e neppure comprende, ma i maschi son più numerosi delle femmine in questa categoria di persone. Non serve schiantarsi contro un carro armato, è meglio agire come gli “assaltatori con le bombe a mano” della pazienza e di un’accortezza perfin sorridente.  Non è facile sorridere davanti alla stupidità presumida, se dice en castellano, poiché il primo moto sarebbe quello di mandare in malora tutto e ritirarsi a vita privata. Ma non va bene, poiché sarebbe ingeneroso nei confronti di chi ancora pensa, riflette, lavora, spera, come insegnava il solitario di Kðnigsberg, il professore Immanuel.

E poi vi sono i permaleuses che temono ogni tua azione, paventando che sia diretta contro e dunque nutrono illegittime suspiciones y sentimientos infirmados.

Son persone che, se gli proponi un neologismo oppure un lemma desueto si scervellano per capire il fin secundo, come fosse necessitato per la tua malevolenza presunta. Se tu dici queste cose insolite “chissà che cosa ti passa per la capa“, a suo danno, su di te ei pensa e sospetta. Ecco un esempio.

Alba, prima luce del mattino, o dilucolo; all’alba voce dotta recuperata dal latino diluculum, da dilucère ‘essere luminoso, essere chiaro’, e significa i crepuscoli di alba e tramonto, luoghi in cui il dilucère. I pensieri non sono mai così chiari come quando si esce di casa al dilucolo, pare.

Ma certe persone si arrabbiano perché gli dà fastidio che tu conosca il dilucolo. Gelose, anche, sono. E a volte invidiose del bene altrui, ignorando di essere affette da un vizio, certamente il peggiore, dopo la superbia, il vizio dell’invidia, come insegnano papa san Gregorio Magno e frate san Tommaso d’Aquino.

L’invidia è un guardare-male l’altro, dal latino invidère, guardare di storto, di mal occhio.

Ecco, dunque, se così è, il tempo in cui viviamo pretende un rallentamento intelligente, un metodo, che significa trovare una via, un sistema, cioè un qualcosa che abbia struttura, capace di argomentare logicamente le scelte e i discorsi che si fanno.

Contro le deformazioni del vizio, occorre ancora, come sempre, filosofia.

Sicut Horatius Flaccus scribebat, multi dicunt et dici posse aurea mediocritas vel, adfirmare possumus, in medio stat virtus, sicut Aristoteles cogitabat, così come s’ha da valutar bene i cattivi giudizi sull’Italia, che non considerano tutto ciò che va bene, né quanto di male c’è in molte nazioni che se la tirano o di cui comunque non si parla

Caro lettore,

la vulgata dell’orazian sintagma “aurea mediocritas” posto nel titolo a volte si confonde con un altro motto di origine aristotelica e scolastico-medievale “In medio stat virtus“, cioè la virtù sta nel mezzo di due estremi: in sostanza è meglio non essere troppo virtuosi, caritatevoli, altruisti, disponibili con gli altri, o con il prossimo, come dice il Vangelo, ma è meglio esserlo… moderatamente. O a volte per nulla, se si vuole estendere il senso del non-detto oltre l’esplicito invito alla moderazione.

Di seguito, per documentarci, riporto l’Ode oraziana citata nel titolo, con la traduzione italiana.

Orazio, libro II, ode 10 – Aurea mediocritas – Voces

Rectius vives, Licini, neque altum/ semper urgendo neque, dum procellas/ cautus horrescis, nimium premendo/ litus iniquum.// auream quisquis mediocritatem/ diligit, tutus caret obsoleti/ sordibus tecti, caret invidenda/ sobrius aula.// Saepius ventis agitatur ingens/ pinus et celsae graviore casu/ decidunt turres feriuntque summos/ fulgura montis.// Sperat infestis, metuit secundis/ alteram sortem bene praeparatum/ pectus: informis hiemes reducit/ Iuppiter, idem// submovet; non, si male nunc, et olim/ sic erit: quondam cithara tacentem/ suscitat Musam neque semper arcum/ tendit Apollo.// Rebus angustis animosus atque/  fortis adpare, sapienter idem/ contrahes vento nimium secundo/ turgida vela.

In italiano

Vivrai meglio, o Licinio, senza spingerti sempre in alto mare né, mentre cautamente temi le tempeste, non seguirai troppo da vicino la costa pericolosa./ Chiunque prediliga la preziosa via di mezzo, al sicuro, resta lontano dallo squallore di una casa fatiscente; moderato, e sta lontano da un palazzo che crea invidia./ Molto spesso il pino troppo alto è agitato dai venti, e le torri più elevate sono quelle che crollano al suolo in modo più rovinoso, ed i fulmini colpiscono le cime dei monti./ Un animo ben preparato nella situazione avversa si augura una sorte favorevole, nella buona teme la sorte contraria. Squallidi inverni scatena su di noi Giove ed è lui stesso che li allontana./ E se le cose ora vanno male, non è detto che sarà così anche la prossima volta: talvolta, Apollo con la cetra risveglia la poesia [fino ad allora] silenziosa, e non sempre tende l’arco./ Nelle avversità mostra un animo forte e coraggioso, ed allo stesso modo, saggiamente, raccogli le vele gonfiate da un vento troppo favorevole.

«Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ‘l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.
Tutti lo miran, tutti onor li fanno »

Dante, Inferno, IV, 130-133

 

Ho voluto mettere in premessa questa parte filosofico-letteraria per riflettere con te, mio caro lettore, sui giudizi che spesso si sentono tranciare sull’Italia, che non sono mai moderati, riflessivi, credibilmente realistici, come se l’Italia fosse il centottantesimo paese del mondo, in ogni classifica. Stupidaggini. Tanto per fare un raffronto, di seguito ti elenco un po’ di stati che qualche problemuccio hanno, e mi sembra di non poco conto. Cari giornalisti, titolisti e politici dell’opposizione attuale, di qualsiasi opposizione, ché i vizi restano gli stessi, imparate la moderazione riflessiva o la riflessione moderata e un uso ponderato del lessico italiano, che è ricchissimo. ma lo sapete o lo ignorate?

La ginestra, fiore del deserto, canto del filosofo-poeta, o del ponte Morandi a Genova che non le sopravvive

La ginestra o Il fiore del deserto è la penultima lirica di Giacomo Leopardi, scritta nella primavera del 1836 a Torre del Greco nella villa Ferrigni e pubblicata postuma nell’edizione de I Canti nel 1845.

Qui su l’arida schiena/ Del formidabil monte/ Sterminator Vesevo,/ La qual null’altro allegra arbor nè fiore,/ Tuoi cespi solitari intorno spargi,/ Odorata ginestra,/ Contenta dei deserti. Anco ti vidi/ De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade/ Che cingon la cittade/ La qual fu donna de’ mortali un tempo,/ E del perduto impero/ Par che col grave e taciturno aspetto/ Faccian fede e ricordo al passeggero./ Or ti riveggo in questo suol, di tristi/ Lochi e dal mondo abbandonati amante,/ E d’afflitte fortune ognor compagna./ Questi campi cosparsi/ Di ceneri infeconde, e ricoperti/ Dell’impietrata lava,/ Che sotto i passi al peregrin risona;/ Dove s’annida e si contorce al sole/ La serpe, e dove al noto/ Cavernoso covil torna il coniglio;/ Fur liete ville e colti,/ E biondeggiàr di spiche, e risonaro/ Di muggito d’armenti;/ Fur giardini e palagi,/ Agli ozi de’ potenti/ Gradito ospizio; e fur città famose/ Che coi torrenti suoi l’altero monte/ Dall’ignea bocca fulminando oppresse/ Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno/ Una ruina involve,/ Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi/ I danni altrui commiserando, al cielo/ Di dolcissimo odor mandi un profumo,/ Che il deserto consola. A queste piagge/ Venga colui che d’esaltar con lode/ Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto/ E’ il gener nostro in cura/ All’amante natura. E la possanza/ Qui con giusta misura/ Anco estimar potrà dell’uman seme,/ Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,/ Con lieve moto in un momento annulla/ In parte, e può con moti/ Poco men lievi ancor subitamente/ Annichilare in tutto./ Dipinte in queste rive/ Son dell’umana gente/ Le magnifiche sorti e progressive.

Fiore del deserto che il Vesuvio accoglie, la ginestra nasce e vive dove ogni traccia di uomo e di animale può attestare un passaggio. Serpi, armenti, e altri animali, così come esseri umani e piante, in questo colorato mondo cresce la ginestra, qui dove la natura potente, con un respiro può tutto annichilare. Il poeta pensa e il filosofo canta, nell’intro del grande idillio, consapevole della bellezza possente e della severità imponderabile di ciò che muove la Terra al proprio interno, capace di rendere nulla ogni traccia. Il deserto è il luogo della prova. Cita senza nominarla la gran città di Pompei e altre, dove l’uomo si è gloriato di vivere e in un istante la vita benedetta è stata risucchiata dal gran fuoco, respiro irresistibile della Terra. L’uomo, sembra sottendere il poeta-filosofo, non deve gloriarsi di nulla, poiché in un attimo può perdere tutto, non avendo alcun merito di ciò che ha o possiede, o comunque meno di quello che generalmente pensi di avere.

Tutta la superbia umana e financo la speranza, spes contra spem, possono essere sciolte nel turbine degli eventi, e le magnifiche sorti e progressive del mondo umano, dirute.

Qui mira e qui ti specchia,/ Secol superbo e sciocco,/ Che il calle insino allora/ Dal risorto pensier segnato innanti/ Abbandonasti, e volti addietro i passi,/ Del ritornar ti vanti,/ E proceder il chiami./ Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,/ Di cui lor sorte rea padre ti fece,/ Vanno adulando, ancora/ Ch’a ludibrio talora/ T’abbian fra se./ Non io/ Con tal vergogna scenderò sotterra;/ Ma il disprezzo piuttosto che si serra/ Di te nel petto mio,/ Mostrato avrò quanto si possa aperto:/ Ben ch’io sappia che obblio/ Preme chi troppo all’età propria increbbe./ Di questo mal, che teco/ Mi fia comune, assai finor mi rido./ Libertà vai sognando, e servo a un tempo/ Vuoi di novo il pensiero,/ Sol per cui risorgemmo/ Della barbarie in parte, e per cui solo/ Si cresce in civiltà, che sola in meglio/ Guida i pubblici fati./ Così ti spiacque il vero/ Dell’aspra sorte e del depresso loco/ Che natura ci diè. Per questo il tergo/ Vigliaccamente rivolgesti al lume/ Che il fe palese: e, fuggitivo, appelli/ Vil chi lui segue, e solo/ Magnanimo colui/ Che se schernendo o gli altri, astuto o folle,/  Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Il poeta volge il suo sguardo al tempo, al suo tempo che vive, pieno della superbia di una scienza che pensa e si pensa assoluta, inconfutabile, capace di discernere ogni cosa, di capire e quindi di dominare la natura stessa. “Secol superbo e sciocco“. Leopardi ha una visione limpidissima della situazione sua, nella quale vive, del mondo “moderno” così come si è evoluto e come promette di evolvere.  E l’uomo, in questo contesto si sente pronto a sfidare non solo la sorte, ma anche la natura e la sua manifestazione più possente, com’è quella degli astri, ma senza speranza, ché la iattanza indebolisce, prima ancora che il pensiero, il sentimento.

La contemporanea sua progenie appare come un’accolita d’ingenui bimbi (il “pargoleggiar”, neo-verbo assai adatto a presentare il secol superbo e sciocco), e anche la libertà alla fine appare quale è, solo presunta, perché l’uomo, preferendo l’illusione, disdegna il vero, in quanto talora paurosamente… vero.

Uom di povero stato e membra inferme/ Che sia dell’alma generoso ed alto,/ Non chiama se nè stima/ Ricco d’or nè gagliardo,/ E di splendida vita o di valente/ Persona infra la gente/ Non fa risibil mostra;/ Ma se di forza e di tesor mendico/ Lascia parer senza vergogna, e noma/ Parlando, apertamente, e di sue cose/ Fa stima al vero uguale./ Magnanimo animale/ Non credo io già, ma stolto,/ Quel che nato a perir, nutrito in pene,/ Dice, a goder son fatto,/ E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove/ Felicità, quali il ciel tutto ignora,/ Non pur quest’orbe, promettendo in terra/ A popoli che un’onda/ Di mar commosso, un fiato/  D’aura maligna, un sotterraneo crollo/ Distrugge sì, che avanza/ A gran pena di lor la rimembranza./ Nobil natura è quella/ Che a sollevar s’ardisce/ Gli occhi mortali incontra/ Al comun fato, e che con franca lingua,/ Nulla al ver detraendo,/ Confessa il mal che ci fu dato in sorte,/ E il basso stato e frale;/ Quella che grande e forte/ Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l’ire/ Fraterne, ancor più gravi/ D’ogni altro danno, accresce/ Alle miserie sue, l’uomo incolpando/ Del suo dolor, ma dà la colpa a quella/ Che veramente è rea, che de’ mortali/ Madre è di parto e di voler matrigna./ Costei chiama inimica; e incontro a questa/ Congiunta esser pensando,/ 
Siccome è il vero, ed ordinata in pria/ L’umana compagnia,/ Tutti fra se confederati estima/ Gli uomini, e tutti abbraccia/ Con vero amor, porgendo/ Valida e pronta ed aspettando aita/ Negli alterni perigli e nelle angosce/ Della guerra comune. Ed alle offese/ Dell’uomo armar la destra, e laccio porre/ Al vicino ed inciampo,/  Stolto crede così, qual fora in campo/ Cinto d’oste contraria, in sul più vivo/ Incalzar degli assalti,/ Gl’inimici obbliando, acerbe gare/ Imprender con gli amici,/ E sparger fuga e fulminar col brando/ Infra i propri guerrieri./ Così fatti pensieri/ Quando fien, come fur, palesi al volgo,/ E quell’orror che primo/ Contra l’empia natura/ Strinse i mortali in social catena,/ Fia ricondotto in parte/ Da verace saper, l’onesto e il retto/ Conversar cittadino,/ E giustizia e pietade, altra radice/ Avranno allor che non superbe fole,/ Ove fondata probità del volgo/ Così star suole in piede/ Quale star può quel ch’ha in error la sede.

L’uomo veramente forte, anche se fisicamente indebolito, non disdegna di mostrarsi com’è, agli altri e al mondo, senza tema di esser svilito e umiliato. Egli sa che colpa del suo stato è la natura, più che madrematrigna, la quale agisce senza occuparsi di sentimenti o ragione umani, erogando dolore a suo piacimento senza timor di far male, ché e priva di ragione e sentimento, la natura crudele. La natura è addirittura empia, secondo il poeta, cioè non-pia, blasfema, ma anche questo giudizio va considerato moderando la tentazione dell’antropomorfismo, che alla fine non spiega nulla. Altro l’uomo non può, nello stato in cui si trova. Vita è combattimento senza rassegnazione, ma forse con ri-segnazione , vale a dir la forza di ripartire ogni volta che il fato o la natura si scatenano.

Sovente in queste rive,/ Che, desolate, a bruno/ Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,/ Seggo la notte; e sulla mesta landa/ In purissimo azzurro/ Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,/ Cui di lontan fa specchio/ Il mare, e tutto di scintille in giro/ Per lo vòto/  Seren brillar il mondo./ E poi che gli occhi a quelle luci appunto,/ Ch’a lor sembrano un punto,/ E sono immense, in guisa/ Che un punto a petto a lor son terra e mare/ Veracemente; a cui/ L’uomo non pur, ma questo/  Globo ove l’uomo è nulla,/ Sconosciuto è del tutto; e quando miro/ Quegli ancor più senz’alcun fin remoti/ Nodi quasi di stelle,/ Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo/ E non la terra sol, ma tutte in uno,/ Del numero infinite e della mole,/ Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle/ O sono ignote, o così paion come/ Essi alla terra, un punto/ Di luce nebulosa; al pensier mio/ Che sembri allora, o prole/ Dell’uomo? E rimembrando/ Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno/ Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,/ Che te signora e fine/ Credi tu data al Tutto, e quante volte/ Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro/ Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,/ 
Per tua cagion, dell’universe cose/ Scender gli autori, e conversar sovente/ Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi/ Sogni rinnovellando, ai saggi insulta/ Fin la presente età, che in conoscenza/ Ed in civil costume/ Sembra tutte avanzar; qual moto allora,/ Mortal prole infelice, o qual pensiero/ Verso te finalmente il cor m’assale?/ Non so se il riso o la pietà prevale.

Mentre la coscienza e la consapevolezza umana si rendono costantemente conto della potenza irresistibile della natura, questa continua a manifestare con il suo silenzio la sua bellezza infinita. E allora si può contemplare il mare, di nuovo, e il cielo, la terra e le stelle di numero infinito. Si deve dunque vivere quasi percossi dalla potenza degli eventi, mentre ci prende la meraviglia per la bellezza della natura, per altri versi pericolosa fino alla morte, come l’esperienza storica e la memoria dei popoli insegnano. E, ciononostante, il poeta e filosofo è consapevole che la possanza della natura risiede su quel granello di sabbia che è il pianeta Terra, rispetto agli astri che popolano l’universo. E l’uomo che cosa è, dunque, se le proporzioni son queste? Come fa e perché matura superbia e smisurati orgogli? A che fine? Con qual coraggio e sentimento? Pietà o un riso ilare possono o debbono segnare questi aspri pensieri?

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,/ Cui là nel tardo autunno/ Maturità senz’altra forza atterra,/ D’un popol di formiche i dolci alberghi,/ Cavati in molle gleba
Con gran lavoro, e l’opre/ E le ricchezze che adunate a prova/ Con lungo affaticar l’assidua gente/ avea provvidamente al tempo estivo,/ Schiaccia, diserta e copre
In un punto; così d’alto piombando,/ Dall’utero tonante/ Scagliata al ciel, profondo/ Di ceneri e di pomici e di sassi/ Notte e ruina, infusa/ Di bollenti ruscelli,/ O pel montano fianco/ Furiosa tra l’erba/ Di liquefatti massi/ E di metalli e d’infocata arena/ Scendendo immensa piena,/ Le cittadi che il mar là su l’estremo/ Lido aspergea, confuse/ E infranse e ricoperse/ In pochi istanti: onde su quelle or pasce/ La capra, e città nove/ Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello/ Son le sepolte, e le prostrate mura/ L’arduo monte al suo piè quasi calpesta./ Non ha natura al seme/ Dell’uom più stima o cura/ Che alla formica: e se più rara in quello/ Che nell’altra è la strage,/ Non avvien ciò d’altronde/ Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

Il racconto dell’eruzione esplode come lava incandescente, là dove gli uomini si erano affaticati -come formiche- a procurarsi e riparare il cibo preparandosi a tempi più grami. E vien qui da pensare alle catastrofi tutte accadute nel tempo e nella storia. Se il Vesèvo sterminator ha forze superiori e incontrollabili, altre vicende, come quella del ponte Morandi a Genova dipendono dall’agire umano, non solo dal degrado naturale dei materiali. I morti, i feriti e gli sfollati a centinaia, non hanno più casa per il ponte crollato e il rischio di nuovi crolli. Case costruite sotto il ponte o il ponte costruito sopra le case? Ma come si fa? Come ci si può abituare? Se non si può spostare il Vesuvio, anzi ci si avvicina ad esso abitando alle sue falde, ci si può abituare a vivere tra i piloni giganteschi di un ponte in cemento armato?

Il ponte non è il vulcano, e il vulcano non è il ponte. Quasi da preferire il vulcano. Se Leopardi avesse visto il ponte chissà che idillio…

Ben mille ed ottocento/ Anni varcàr poi che spariro, oppressi/ Dall’ignea forza, i popolati seggi,/ E il villanello intento/ Ai vigneti, che a stento in questi campi/  Nutre la morta zolla e incenerita,/ Ancor leva lo sguardo/ Sospettoso alla vetta/ Fatal, che nulla mai fatta più mite/ Ancor siede tremenda, ancor minaccia/ A lui strage ed ai figli ed agli averi/ Lor poverelli. E spesso/ Il meschino in sul tetto/ Dell’ostel villereccio, alla vagante/ Aura giacendo tutta notte insonne,/ E balzando più volte, esplora il corso/ Del temuto bollor, che si riversa/ Dall’inesausto grembo/ Sull’arenoso dorso, a cui riluce/ Di Capri la marina/ E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo/ Del domestico pozzo ode mai l’acqua/ Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,/ Desta la moglie in fretta, e via, con quanto/ Di lor cose rapir posson, fuggendo,/ Vede lontano l’usato/ Suo nido, e il picciol campo,/ Che gli fu dalla fame unico schermo,/ Preda al flutto rovente/ Che crepitando giunge, e inesorato/ Durabilmente sovra quei si spiega./ Torna al celeste raggio/ Dopo l’antica obblivion l’estinta/ Pompei, come sepolto/ Scheletro, cui di terra/
Avarizia o pietà rende all’aperto;/ E dal deserto foro/ Diritto infra le file/ Dei mozzi colonnati il peregrino/ Lunge contempla il bipartito giogo/ E la cresta fumante,/
Ch’alla sparsa ruina ancor minaccia./ E nell’orror della secreta notte/ Per li vacui teatri, per li templi/ Deformi e per le rotte/ Case, ove i parti il pipistrello asconde,/
Come sinistra face/ Che per voti palagi atra s’aggiri,/ Corre il baglior della funerea lava,/ Che di lontan per l’ombre/ Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge./ Così, dell’uomo ignara e dell’etadi/ Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno/ Dopo gli avi i nepoti,/ Sta natura ognor verde, anzi procede/ Per sì lungo cammino,/ Che sembra star. Caggiono i regni intanto,/ Passan genti e linguaggi: ella nol vede:/ E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

Mentre la terra trema ancora, in quest’Italia fragile e bellissima, ché la bellezza è sempre fragile, ho nostalgia di consoli e imperatori. Se al posto di Di Maio sedesse Marco Aurelio, sentiremmo lo Stato vivo e non questo barcollo preoccupante. Perfino il “villanel”, dopo la tregenda continuerebbe il suo lavoro nel campo, sapendo che vi è chi veglia sul destin suo e della sua famiglia. Qui invece imberbi al comando inveiscono contro il capro dell’espiazione, non sapendo, cioè non avendo sapor sapido in bocca, niente sale, solo odio, manca la “s” di sodio. E poi il cloruro per il composto chimico del sale. Se al posto dell’Amministratore di Atlantia Castellucci fosse venuto a parlare con chi ha avuto la disgrazia un prefetto alle opere pubbliche dell’imperatore Antonino Pio non avrebbe fatto schifo come il dirigente citato.

In lontananza il mare, isole di favola, Capri Ischia e l’onde della risacca potente sulle spiagge. Gli eredi di quel villanel son qui a guardare le opere crollate nutriti ancora di speranza lieve.

E tu, lenta ginestra,/ Che di selve odorate/ Queste campagne dispogliate adorni,/ Anche tu presto alla crudel possanza/ Soccomberai del sotterraneo foco,/ Che ritornando al loco/ Già noto, stenderà l’avaro lembo/ Su tue molli foreste. E piegherai/ Sotto il fascio mortal non renitente/ Il tuo capo innocente:/ Ma non piegato insino allora indarno/ Codardamente supplicando innanzi/ Al futuro oppressor; ma non eretto/ Con forsennato orgoglio inver le stelle,/ Nè sul deserto, dove/ E la sede e i natali/ Non per voler ma per fortuna avesti;/ Ma più saggia, ma tanto/ Meno inferma dell’uom, quanto le frali/ Tue stirpi non credesti/ O dal fato o da te fatte immortali.

Anche la ginestra, che pur vive su ogni costa, ogni crinale, può soccombere al fuoco e al terremoto, come gli umani di Genova e di ogni dove terracqueo. Il tempo si dispiega, anzi gli eventi piegano il tempo. Le vite son piegate nel tempo ma riemergono sempre, come se Dio ci fosse, può pensare il poeta agnostico e filosofo interrogante. Oppure, siccome Dio c’è perché noi ci siamo, come pensava lo stesso poeta insieme con Feuerbach, rivolgiamoci a lui, come ieri ha fatto l’episcopo genovese e l’imam musulmano, che ha parlato del Dio Unico e del Signore che tutto sa e tutti ascolta. No, caro direttore di LIbero, Bagnasco non ha sdoganato il capo religioso islamico, che ha parlato nella laicissima “chiesa” genovese, ma ha con lui solo convissuto, condiviso il dolore umano, uguale per tutti. E mi fermo qui, ché non siamo in sedi catechetiche, bensì filosofiche e poetiche, cioè fabbrili, creative, umanissime. Per la verità.

Questa volta Salvini l’ha fatta giusta

I miei cari e pazientissimi lettori sanno che non ne perdòno una a Salvini, ma neppure a qualsiasi altro politico che manifesti ignorante superficialità intellettuale e faccia proposte insensate, a parer mio e, pur essendo da sempre e per sempre uomo di sinistra, socialista, non lascio passar nulla nemmeno se l’insipienza tocca la “mia” gente, più o meno. Specifico a chi pensa che esista una sola sinistra che non è vero, poiché io non c’entro nulla con le sinistre viola, arancione, giorotondin-morettiane, arcobaleno, radical chic etc, à la SavianBoldrinFratoianCivatiane, e neppure con l’arroganza renziana e dei suoi emuli pietosi come Lotti, Boschi e con chi ha le fisime sui “diritti civili” magari da applicarsi in Svizzera. Con costoro non c’entro nulla, e nemmeno con la ex presidenta della mia region di confine, ma con chi si occupa di diritti sociali, di welfare, di equità fiscale, di epichèia socio-politica, ebbene sì, c’entro, eccome, ovviamente da prima e infinitamente di più di quanto non c’entrino i parvenu grillini “di” e “di”, nati ieri e spariti tra oggi e domani.

Salvini è stato nel tempo oggetto di mie critiche serrate per il linguaggio greve, l’atteggiamento spesso irridente verso chi non la pensa come isso, per le scorciatoie dialettiche, per l’ambiguità… ma ora una giusta la ha fatta.

Saputo che nei moduli ministeriali per la concessione della carta di identità telematica, nei campi dove si deve apporre i nomi dei genitori, risultava scritto genitore 1 e genitore 2, per dare risposte pidine alle CirinnàBoldrinaltrodistupefacentestupidino, o al penoso Speranza, il Ministro degli affari interni ha fatto riscrivere “padre” e “madre”, suscitando immediatamente l’ira funesta delle famiglie arcobaleno. Ma, ziopaperino, che cosa hanno da protestare? Per accontentarli/ rispettarli basta predisporre anche il campo che preveda quanto di politicamente corretto c’era prima e loro compileranno dove preferiranno. Ecché, per accontentare trentamila neo-famiglie si disconosce la condizione di trentacinque/ quaranta e passa milioni di famiglie fatte di un maschio e una femmina adulti e spesso di uno o alcuni pargoli?

In questo pezzo evito di aprire una pur sempre necessaria riflessione antropologico-filosofica ed etica, poiché appesantirebbe troppo uno scritto impostato su una chiave stilistica leggiera, epperò ricordo al mio lettore che tale riflessione non può essere bypassata o evitata. Infatti bisogna approfondire seriamente, sempre, il tema di ciò che sia la coppia umana così come l’evoluzione naturale e culturale la ha configurata, e le conseguenze necessarie di questa condizione oggettiva. In questo quadro si inserisce come argumento centrale il tema dei figli, della relazione psico-affettiva, presente sia nelle relazioni inter-parentali biologiche, sia adozionali, nella quale mi sento di escludere ogni surroga della maternità e anche la possibilità di adottare da parte di coppie omosessuali. “Avere” un figlio, ed ecco che già il verbo “avere” è improprio  sbagliato, NON E’ UN DIRITTO, MA UN DONO, cari vendola di tutti i generi e specie!

In ogni caso sono per includere, non per escludere. Sempre. E’ molto semplice: l’importante è essere convinti di non avere ragione per partito preso, sempre, comunque e dovunque, e che quindi si può, anzi si devono considerare le ragioni altrui, ma chiedendo altrettanto agli altri. Se io lascio lo spazio per scrivere “genitore 1 e genitore 2”, esigo di potere trovare i campi informatici dove trovo la dizione “padre/ madre”. Perché comunque, innanzitutto, per ora, biologicamente e naturalmente si danno un padre e una madre, anche se giuridicamente questi possono trovarsi in un altrove.

Salvini ha dunque fatto bene in questo caso, anche per poterne discuterne, magari con i modi suggeriti in questo mio post, dove si privilegia la riflessione razionale e l’argomentazione logica.

Sarebbe così bello e produttivo se non si fosse così militanti fino alla tontaggine, sempre che coloro che lo sono ne siano coscienti, perché a volte la loro militanza è inconsapevole, perché sono talmente in basso in quanto al livello cognitivo e intellettuale e culturale che la militanza è l’unica dimensione psico-intellettuale a loro accessibile.

Speriamo che ogni tanto qualcuno di costoro, parlo degli homines novi della politica, abbia qualche bella pensata, che non è né di destra né di sinistra in quanto bella e intelligente, oppure può essere sia di sinistra sia di destra, come quella di Salvini che dà il la a questo pezzo.

Azioni “disumane” “dell’uomo”

Caro lettore,

sedici morti ammazzati ammassati su vetusti furgoni appesi a qualche cordame per strada di ritorno dal bestiale lavoro a tre euro l’ora. Sedici ragazzi giovani dell’Africa, facili prede di orrendi profittatori. Non ci son scuse o ragioni, se non la bestialitas dei caporali e dei loro accoliti.

Da decenni si parla di questa tratta di forze umane nel meridione italiano e ora non solo: non so che cosa abbiano fatto i sindacati eredi del grande compagno Di Vittorio, che cosa gli ispettori del lavoro, che cosa i politici eletti in loco, che cosa le associazioni d’impresa, che cosa qualsiasi altro soggetto umano a conoscenza dello sfruttamento sette/ ottocentesco di decine di migliaia di giovani di pelle scura, alloggiati alla canina via, bastonati e sfruttati con ritmi di lavoro e paghe indonesiane. Che cosa? Dove erano, dove sono? Che cosa fano dalla mattina alla sera? Congressi? Riunioni di lavoro? Piani di intervento a tavolino? Multe? Non so.

Nel titolo ho scritto “azioni disumane dell’uomo”: forse che, mio gentile lettore, trovi una qualche contraddizione nel titolo stesso? Vediamo: azioni (sostantivo-soggetto), disumane (attributo del sostantivo-soggetto), dell’uomo (genitivo, complemento di specificazione del sostantivo-soggetto). A prima vista vi è una ripetizione, perché l’attributo di “azioni”, cioè disumane, in qualche modo si giustappone al complemento di specificazione “dell’uomo”. E dunque, le azioni sono disumane, epperò sono-dell’uomo, cioè l’uomo è capace di azioni disumane, là dove l’attributo ha valenza morale e rilevanza etica. L’uomo fa il male, perché è intriso di male nella sua propria anima.

Svelo l’arcano linguistico-filosofico, per dire: Tommaso d’Aquino distingueva tra le azioni “umane”, e quindi anche tra quelle “disumane”, e le azioni dell’uomo, per chiarire bene che l’uomo, animal rationale, secondo il Philosophus Aristoteles (così Tommaso lo chiama nella Summa Theologiae) è capace di azioni buone, cioè umane: ed eccoci, vale a dire degne del suo essere animale razionale e quindi capace di conveniente bontà, e anche -di contro- di azioni malvage, vale a dire di azioni intrise di malevolenza, mancanza di rispetto, di solidarietà, di fratellanza, fino alla violenza e all’omicidio dell’altro, se tale atto  potrà essere di convenienza propria.

I neuro-scienziati tendenzialmente materialisti odierni, un po’ alla Damasio, considerano l’evoluzione un tutt’uno dai batteri di cento milioni di anni fa al sapiens di ottantamila anni fa, quello della rivoluzione cognitiva. Può darsi abbiano ragione sotto un certo profilo, ma non bastano le loro ragioni razionalistiche: occorre un pensiero più capace di accedere, almeno a tentare di accedere, alla stupefacente complessità psico-fisica dell’essere umano, cioè alle sue manifestazioni spirituali. cioè psico-morali .

E dunque, lasciando perdere qui le dimensioni giuridico-contrattuali e politico-amministrative dei casi sopra citati, appunto, e mantenendoci a un livello più generalmente antropologico, che cosa dobbiamo fare di e con quei “caporali”, dopo averli individuati e debitamente puniti secondo il nostro civile ordinamento penale? Dobbiamo credere che sono degli umani capaci di resipiscenza, di pentimento e di redenzione? Non ho rispose facili. Totò Riina fino all’ultimo ha minacciato forze dell’ordine e magistratura, ritenendosi al di sopra di ogni morale e di ogni ordinamento, e questi signori, questi uo-mi-ni di che pasta sono fatti?

Innanzitutto mi metto in ascolto della politica che comanda ora, i due partitoni che a sentir loro non sbagliano mai, che in realtà ereditano e debbono rimediare a errori altrui, dei predecessori, delle opposizioni (e mi chiedo, quali opposizioni?). Non sono letteralmente in grado di profferir verbo che abbia un qualche senso analitico e programmatico-operativo. Meno male che c’è la Polizia, i Carabinieri, la Guardia di finanza, qualche prete e la Caritas. Per il resto sguardi attoniti e parole vuote in libertà, come quelle, le solite, arroganti e distruttive, del Ministro dell’Interno o del prezzemolino-saviano.

Personalmente son convinto che le energie e le forze ci sono, ci sarebbero, solo che chi le guida, a partire dalla politica, sapesse lavorare. Il fatto è che questa classe politica cui gli Italiani hanno demandato la responsabilità di governo, NON SA LAVORARE.

Quando io incontro un giovane laureato, anche in ingegneria, in un colloquio di selezione, spesso lo spiazzo con la domanda: “scusi, lei sa lavorare?” la domanda è insidiosissima, perché se si si tratta di un giovane può suonare come una presa per il sedere, ma se si tratta di un senior di più di quaranta anni può suonare addirittura umiliante. Eppure io continuo a fare questa strana domanda, i cui esiti psico-dialogici recupero immediatamente dopo spiegando che è un modo per entrare in medias res e condividere che ogni azienda, ogni luogo di lavoro, richiede una ri-partenza mentale, un nuovo approccio, umiltà, capacità di ascolto e di mettersi in discussione, anche se la persona,  il candidato possiede ottimi titoli e una buona esperienza pregressa. Le persone più vispe mi rispondono quasi subito, dopo un legittimo attimo di smarrimento: “beh, non conosco questa azienda e pertanto all’inizio devo imparare“, e queste sono le persone che accettano anche di ripartire da un inquadramento più modesto e da una RAL (Retribuzione Annua Lorda) calmierata rispetto alla precedente. Allora si prosegue e si arriva spesso all’inserimento del perito meccanico trentacinquenne, dell’ingegnere quarantacinquenne, e si va avanti.

Questi signori e signore entrano e imparano (re-imparano) a lavorare e crescono e, dopo un periodo nel quale sono state un puro costo per l’impresa, diventano parte di una struttura che fa guadagnare e quindi creare le condizioni ineludibili per crescere insieme, reinvestire e assumere ancora persone.

I politici di cui sopra NON CONOSCONO LE COSE DI CUI SI OCCUPANO, NON SANNO LAVORARE E PRETENDONO DI INSEGNARE. Questa è la ragion principale dei fatti di cui a questo post.

Non so più farlo, né lo voglio fare, di perorare ancora umiltà e buona volontà, se non per riflettere ancora una volta con i miei gentili lettori, che non si può non partire che dalla conoscenza, dallo studio, dalla ricerca, dalla costruzione di una capacità progettuale della politica e della pubblica amministrazione, a partire dalla scuola, che deve dare gli strumenti per un’inculturazione generale all’umano. Inculturazione non acculturazione, cioè crescita della consapevolezza di essere-umani. Anche i caporali, a questo punto, potranno svestire la maschera ambigua della violenza e del ricatto e si potranno mettere creaturalmente in gioco con tutti gli altri, anche con i neri vilipesi e offesi.

Il silenzio delle pietre

Lo stimabilissimo dottore Andreoli, medico psichiatra, è anche un eccellente scrittore, anzi narratore. E pensator-filosofo, come dovrebbero essere sempre i medici. Conosco da anni il suo lavoro di divulgatore scientifico e apprezzo la sua visione ampiamente umanistica della psiche umana. Andreoli non è un positivista, né è uno spiritualista, poiché la sua visione del mondo si colloca in una dimensione equilibrata tra i due estremi idealistici, evitando le esagerazioni tipiche di coloro che la pensano in un modo solo ed evitano l’utile dialettica tra diversi e la sua connessione metafisica necessaria.

Il titolo del mio pezzo coincide con il titolo del suo romanzo-saggio edito da Rizzoli, ed è metafora splendida, solo apparentemente scontata.

Che le pietre non parlino con voce umana è noto, ma a Inverkinkaig, meravigliosa baia delle Highlands nella Scozia settentrionale le pietre sembra ti guardino. L’uomo è andato colà in cerca di silenzio e di pace, cosicché ha evitato il concerto della presenza umana, preferendo quello delle pecore racchiuse nei Croft, sorta di “maso chiuso” delle terre alte, cercando anche di comprendere la cultura clanica delle poche migliaia di persone lì abitanti dai tempi dell’imperatore Claudio, che li ammetteva perfino al Senato di Roma imperiale. Pitti e Britanni si chiamavano allora, che Adriano preferì in qualche modo separare dagli altri territori dell’Impero, facendo costruire il famoso Vallo.

Nella baia di Inverkinkaig sostano innumerevoli specie di uccelli marini, dalle berte ai gabbiani ai puffin agli aironi alle anatre selvatiche con i loro piccini nuotanti e zampettanti nell’acqua ribollente della baia. Rare case segnano il profilo delle colline, a scandire i confini dell’appezzamento familiare. McLeod e McDalglish si alternano come cognomi, ché sono i cognomi dei due clan presenti e dominanti.

L’uomo si basta vivendo di quello che compra nel villaggio più vicino, poiché non riesce a fruire dei beni del luogo: egli non sa tosare le pecore, non le sa mungere, né uccidere, non coltiva l’orto; ama soprattutto sognare al tramonto disteso nell’erica.

Verona è la città di Andreoli: al ponte San Francesco presenta la vita di una media città ricca di storie e d’arte. Lì all’incrocio semaforico lavorano giovanissimi lavavetri, che sopravvivono delle monete concesse per il servizio, da parte di chi è gentile e ancora provvisto d’umana pazienza.

Il pensiero dell’uomo che ha cercato il rifugio dal frastuono del mondo trova la frescura delle terre del Nord silente e quasi disabitato. E prova a paragonare quattro personaggi della baia di Inverkinkaig, il macellaio, il droghiere, il giornalaio e il… non so più, a quattro personaggi del mondo per ora lasciato, il mondo rumoroso e sconcertante del 21° secolo: l’intellettuale, il medico, il commerciante e il… non ricordo.

Constata che l’animale umano, sia che sia nella bella città culta occidentale sia che sia nella baia selvaggia del Mare del Nord, in compagnia degli uccelli marini, sempre quello stesso animale, è.

E dunque lui, o chi per lui, in cerca della solitudine e in continuo dialogo sulle “cose ultime” (si dice in teologia fondamentale), soprattutto sulla prima delle stesse, la morte, non trova soluzioni razionalmente soddisfacenti, poiché ovunque viva l’uomo l’interrogativo sul destino ineluttabile non prevede risposte, ma solo un cul de sac, oppure un tuffo nell”atto di fede, a scoprire gli altri tre novissimi (così chiamava le “cose ultime” papa Sarto, San Pio X), che sono: giudizio, inferno e paradiso.

Andreoli non indulge in ulteriori ricerche, ma fa fare al suo alter ego, al suo personaggio, una scelta. Nella baia di Inverkinkaig.

 

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