Renato Pilutti

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L’uso imbecille della metafora

So da quando ho iniziato a scrivere che la metafora è il respiro dello spirito, o se non dello spirito, almeno della qualità letteraria.

metafora paradossale


Sappiamo che l’ars rethorica, dai tempi di Aristotele nel mondo greco e di Quintiliano in quello latino, la definisce come traslato, cioè un modo-di-dire che rinforza il concetto attraverso l’immaginazione. Bene.

E’ presente in tutte le letterature occidentali derivanti dal greco e dal latino. Se ne fa uso, sia nei testi raffinati dei romanzi, sia nel linguaggio quotidiano, a proposito del quale si pensi all’espressione “non rompermi i c.”, dove la “c” è l’iniziale di un termine notissimo a tutti. Metafora.

La metafora (dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto») in scienze linguistiche è un tropo, o, come abbiamo detto sopra una figura retorica di significato, implicante un trasferimento del significato stesso. Solitamente la metafora dovrebbe essere utilizzata per dare maggior forza ed espressività al discorso, verbale o scritto che sia. Non si deve confondere con la similitudine, che solitamente è introdotta dall’avverbio “come”, lasciando così al lettore e all’ascoltatore la possibilità totale di interpretazione.

Non importa che il termine metaforico appartenga all’area semantica del termine letterale richiamato, anzi, più lontani sono i due campi semantici e più efficace risulta la metafora.

Aristotele è stato forse il primo autore a trattare sistematicamente della metafora, nella sua Poetica, dove scrive che la metafora è un “trasferimento a una cosa di un nome proprio di un’altra o dal genere alla specie o dalla specie al genere o dalla specie alla specie o per analogia“. Alcuni esempi aristotelici, citando Omero: quando la metafora passa dal genere alla specie, “ecco che la mia nave si è fermata“, giacché “ormeggiarsi” è un certo “fermarsi“; dalla specie al genere, “e invero Odisseo ha compiuto mille e mille gloriose imprese“, giacché “mille” è “molto“; da specie a specie, “con il bronzo attingendo la vita” e “con l’acuminato bronzo tagliando“, giacché là Omero chiama “attingere” il “recidere“, mentre nel secondo caso chiama “recidere” l'”attingere”, perché ambedue i verbi rientrano nel toglier via qualcosa”… (Odissea 1457b).

Figure di significato diverso, anche se apparentate alla metafora sono la metonimia e la sineddoche. Queste figure mettono in collegamento due cose simili, come nel caso seguente “bevo una lattina di birra“, oppure “Amo Dante“, dove è chiaro che si beve il contenuto della lattina e che si apprezza la poesia dantesca.

Un’altra figura apparentata alla metafora si può considerare l’allegoria, la quale si dispiega nel paragone fra la cosa che si intende trattare con il racconto metaforico che se ne fa: un esempio può essere quello delle parabole evangeliche o dei miti classici.

Vi sono stati periodi nei quali la metafora è stata molto in auge, come durante la letteratura barocca, secentesca, oppure nel periodo di fine ottocento, quando l’immaginazione, fosse quella del padre gesuita Daniello Bartoli, che descriveva viaggi mai compiuti, o quella di Gabriele D’Annunzio.

Personalmente ritengo che, se si vuol comprendere meglio il valore di questa essenziale figura retorica, evitando di utilizzarla in modo sbagliato, e talvolta barbaro, perché frutto di probabile pigrizia o, peggio, di impreparazione, si studi il filosofo francese nostro contemporaneo Paul Ricoeur.

Mentre, per contro, soprattutto in questa fase strana che stiamo vivendo, la metafora è diventata un fatto di bulimia espressiva, specialmente sulla stampa e nei media in genere. I giornalisti la usano a palate, infastidendo moltissimo uno come me che solitamente è attento alle parole e alle espressioni che si usano.

Alcuni esempi: “Siamo in guerra“, “Le città sono spettrali“, “Il mostro” (riferito al Covid-19), “Lottare a mani nude“, “E’un’apocalisse” (con l’ennesimo uso improprio di un termine che non significa catastrofe o disastro o cataclisma, ma rivelazione, come ho scritto e detto settanta volte sette, ed ecco un esempio di metafora evangelica, tratta da un loghion con il quale Gesù risponde a una domanda di Simon Pietro circa il numero di volte che il credente è tenuto a perdonare a chi l’offende, espressione che sta in luogo di “sempre”, ovunque, ma niente, i giornalisti e soprattutto i titolisti continuano imperterriti) e molte altre. L’uso di queste espressioni serve solo a creare più ansia, più agitazione, e sono perfettamente inutili, perché non hanno alcun valore comunicativo, in quanto fuorvianti e distorcenti la realtà.

Suvvia, cari narratori improvvisati ed improbabili, emendatevi!

Il “limes” attorno a ogni cosa, il limite dei corpi, delle cose, del mondo

Forse, tra spazio e tempo il punto di riferimento più importante è il “limite”. Da Aristotele e a Kant i due concetti sono considerati categorie trascendentali, cioè valide sopra ogni altra determinazione conoscitiva della realtà.

limite di una funzione

Il concetto di limite era noto fin dall’antichità, da Archimede di Siracusa fino ai moderni Newton, Leibniz, Euler, D’Alembert. Nel XIX abbiamo la rigorosa definizione di Cauchy e con il tedesco Heine. Successivamente se ne occuparono Dedekind, Bolzano e Cantor.

Nel 1922 Eliakim Hastings Moore ed H.L. Smith proposero una nozione generale topologica di limite, che è quella attualmente utilizzata in matematica. Queste notizie solo per attestare come il concetto interessò intensivamente gli studiosi di matematica.

Riassumendo, il concetto di limite è dunque matematico, fisico e anche metafisico: è matematico, come abbiamo visto sopra, è fisico per immediata intuizione, è infine metafisico se si fa lo sforzo di trascendere la materialità concreta delle cose e si passa al livello concettuale, che è comunque reale.

Il limite è la nostra epidermide, che separa fisicamente il nostro corpo dal resto del mondo; è il confine di casa nostra, del comune dove abitiamo, della regione, dello stato, dell’Europa e perfino dell’intero pianeta. I limiti che vanno dal nostro comune di abitazione all’Europa (concetto da intendere oggi in termini più politici che geografici) sono stati determinati dalla storia e dalla politica, battaglie e guerre comprese, mentre il limite del nostro corpo e quello del pianeta sono stati determinati dalla natura e dalla cosmologia.

E’ come se tra ciascuno di noi e il mondo intero ci fosse, come dire, lo spazio della libertà. Possiamo passare dal congiuntivo all’indicativo, perché c’è lo spazio della libertà umana, anche se variamente declinata.

Il limite percepito nella situazione generata dal Covid-19 è generale e certamente fa pensare, fors’anche, anzi di sicuro, a tutte le cose della vita di ciascuno, ai valori, alle priorità, perfino alle scelte etiche. La socialità solidale è uno di questi valori, molto spesso proclamata con enorme vis retorica, ma altrettanto sovente non rispettata con azioni concrete.

Quando osservo la scena attuale delle strade e delle piazze quasi vuote, in Italia e nel mondo, penso alle vite di tutti (o quasi), che sempre più si assomigliano. Non va più in ferie, più o meno costose, neppure chi se lo può permettere; cambiano le abitudini realizzando una certa uguaglianza sociale. Oso dire una forma di “socialismo” doloroso, ma di socialismo.

Questo socialismo non è strettamente “politico”, ma culturale, esistenziale, fattuale. L’aspirazione all’uguaglianza declinata secondo equità è presente nel pensiero umano dai tempi dei pensatori classici greci, e dai valori espressi nella dottrina evangelica.

I quasi duemila anni che decorrono dalla redazione del capitolo sulle “beatitudini” nei vangeli secondo Matteo e Luca hanno visto varie modalità interpretative, spesso tra aspri conflitti. Il versetto 27 del capitolo primo di Genesi esprime il concetto dell’immagine divina nella figura umana; in Colossesi 3, 11 e in Galati 3, 28 san Paolo proclama l’uguaglianza sostanziale tra tutti gli uomini. Molti miti teologico-politologici hanno attraversato i secoli, da frate Gioacchino da Fiore, passando per Thomas More e Tomaso Campanella, fino agli utopisti francesi post Rivoluzione francese, del genere di Proudhon, e a Marx/ Engels/ Lenin/ Stalin/ Mao.

Tra il 1959 e il 1964 a Bad Godesberg i socialisti tedeschi rinunziarono al marxismo come teoresi politica; Lord Beveridge, un conservatore inglese, subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, avviò un potente piano di welfare che durò fino a Mrs. Thatcher, ma Blair lo riprese.

In Italia, la Democrazia cristiana di Fanfani e Moro, insieme con il Centrosinistra storico, Pietro Nenni principale supporter, e la benevola astensione comunista, realizzò un welfare importante, pressoché esemplare per il mondo, nientemeno.

Ora qualcosa di importante cambierà: la pandemia del Covid obbliga tutti a innanzitutto a pensare al limite, e poi a ripensare alla scala valoriale della propria vita. Cantare oggi l’Inno di Mameli non è più solo nota di colore, ma molto altro, ancora in parte – per i più – inconsapevole.

Chiamiamola socialità solidale, come si vuole, mio gentile lettore, ma si tratta di una forma di socialismo democratico, un esercizio morale prima ancora che politico. E’ l’occasione perché i governi mettano in discussione, tutti insieme, Trump compreso, lo strapotere della finanza internazionale, subordinandola alla difese del Bene comune. Un tema, quello del limite e quello della solidarietà sociale, che riprenderò.

Le due libertà: a) di fare, b) di dire

I Greci avevano a disposizione e utilizzavano con precisione due lemmi per dire la libertà, eleutherìa, che significa libertà-di-fare, e parresìa, cioè libertà di dire.

In questo pezzo, lasciando stare la eleutheria, di cui qui ho trattato più volte, voglio soffermarmi sulla parresìa, cioè sulla capacità/ volontà di dire le cose il più possibile nel modo più vero e attendibile.

La parresìa (dal grecoπαρρησία, composto di pan (tutto) e rhema, ciò che viene detto) nel significato letterale significa non solo la “libertà di dire tutto”, ma anche la franchezza nell’esprimersi. I filosofi cinici, in particolare, utilizzavano questa libertà, quasi a “imitazione dei cani” (da cui “cinici”, appunto”, i quali a volte abbaiano o latrano senza requie.

Riporto un aneddoto famoso concernente Diogene di Sinope:

«[Alessandro] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. “Io sono Alessandro, il gran re”, disse. E a sua volta Diogene: “Ed io sono Diogene, il cane“. Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: “Mi dico cane perché faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi.”»

La parresìa quindi significa non solo isegoria, vale a dire la possibilità di parlare a tutti in pubblico (da isos = uguale e ὰγορεύω parlare in pubblico), ma anche l’espressione della libertà di parola riconosciuta a tutti i cittadini nelle assemblee che si tenevano nelle pòleis, governate secondo i princìpi dell’antica democrazia greca.

Ciò detto, per la storia del termine e la sua comprensione, rimprovero da anni, nel mio piccolo, soprattutto la categoria dei giornalisti (lasciamo stare i politici, qui, che sono spesso “insigni” campioni della dissimulazione e della menzogna). Non raramente i professionisti della carta stampata, delle tv e del web, non curano il proprio linguaggio, al fine di renderlo al meglio chiaro e rispondente ai fatti raccontati.

Un esempio: qualche giorno fa ascolto il cronista di una importante emittente (mi pare fra le più affidabili), Canale 48, che racconta le percentuali delle persone che-si-muovono da casa in Lombardia. Letteralmente dice: “pare che almeno il 40% della popolazione esca di casa, nonostante tutte le raccomandazioni (…)”. Dove sta la falsificazione o quantomeno l’elemento semantico fuorviante della comunicazione? A mio parere, sta nella sottolineatura negativa di una percentuale assolutamente plausibile, tenendo conto della struttura demografica e produttiva della Lombardia, che è la più ampia d’Italia. In Lombardia vi sono più di quattro milioni di lavoratori dipendenti, su otto milioni di abitanti. Che si registri il movimento del 40% di otto milioni non è scandaloso, è semplicemente ovvio. Poniamo che il 25% stia ormai lavorando nella modalità smart (percentuale probabilmente eccessiva), siamo comunque a tre milioni di cittadini che si muovono per lavoro, cui si devono aggiungere le persone che stanno facendo la spesa o che vanno in farmacia (o in edicola, e in pochi altri luoghi). Il 40% è dunque plausibile, caro cronista e caro lettore! Se tu metti giù la notizia sottolineandone la scandalosità e il dato di imprudenza, fai un pessimo servizio alla verità delle cose, crei confusione e stress! Non te ne accorgi? O segui una linea guida impartitati dai superiori? Se sì, è un’idiozia e meritate un’invettiva tu e i tuoi superiori.

Un altro aspetto generale di questa comunicazione è relativo alla scelta delle parole e ai toni usati dai giornalisti, specialmente in questa fase. Osservandoli da decenni, leggendoli e ascoltandoli, mi son fatto l’idea che, sia i termini e le espressioni, sia i toni utilizzati, sono largamente inadeguati e mediocri. Infatti, noto uno scarso ricorso ai sinonimi, che pure in italiano sono abbondantissimi, e l’utilizzo di modi espressivi spesso esagerati e inutilmente, anzi pericolosamente, drammatizzanti, inutilmente patetici, non costruttivi. Sappiamo anche che quando queste modalità debordano, chi ascolta, piano piano smette di concentrarsi sul senso e sul significato di ciò che sente dire, perché in qualche modo la mente “si difende” da un eccesso di negatività. Inoltre, a differenza di qualche decennio fa, i giornalisti sono quasi tutti laureati e quindi dovrebbero possedere una certa cultura generale, una migliore capacità di selezione della gerarchia delle notizie, e una metodica sistematica nella ricerca e nella verifica delle fonti da cui traggono le informazioni. In realtà, la qualità dell’informazione non si suddivide tra quella che proviene da informatori laureati e quella fornita da non-laureati, ma dipende, come molte (forse tutte) attività umane dalla qualità delle singole persone. Ne ho la prova con la mia esperienza e le mie conoscenze personali.

Forse mi illudo, ma non smetto di pretendere che questi professionisti si impegnino di più a lavorare meglio, nell’interesse generale.

La “coincidentia oppositorum”, ovvero di come la diade bene/ male può aiutare l’uomo a comprendere il senso delle cose e della propria vita

Il cardinale Nicola di Kues (Nicola Cusano), insigne teologo e filosofo del secolo XV, sosteneva il concetto apparentemente contraddittorio e certamente ossimorico della coincidentia oppositorum. La coincidenza degli opposti. Secoli dopo l’onorevole Fanfani, insigne capo della Democrazia cristiana, avrebbe coniato il noto sintagma politologico di “opposti estremismi”, indicando con l’espressione i comunisti e i fascisti, proprio per nobilitare in assoluto la “centralità” democristiana, quella sì capace di interpretare tutte (o quasi) le istanze della popolazione italiana uscita da una guerra disastrosa e da un regime fallimentare.

Leggiamo un testo del Cusano, che si trova nella sua opera più importante, anch’essa un rinvio ossimorico… il De docta ignorantia. Docta-ignorantia, come a dire che, in qualche modo, anche se si sa il “massimo”, che non vuol dire “tutto”, si è limitati, mentre se si sa il “minimo”, si è comunque limitati. E’ una lezione per gli arroganti del sapere, che non mancano nemmeno ai nostri tempi, e una severa ammonizione per chi ritiene che la ricerca faticosa del sapere sia inutile; e anche di questo tipo umano non mancano esemplari, che spesso accompagnano la loro ignoranza colpevole con una notevole dose di arroganza.

Il massimo, del quale nulla può essere piú grande, essendo in modo semplice ed assoluto piú grande di quel che da noi si possa capire, poiché è verità infinita, noi non lo cogliamo altrimenti che in modo incomprensibile. Non essendo infatti esso della natura di quelle cose che ammettono un termine che supera ed uno che sia superato, esso è al di sopra di tutto ciò che da noi può essere concepito […].

È evidente che il minimo coincide con il massimo. E ciò ti sarà piú chiaro se ricondurrai il massimo ed il minimo nell’ambito della quantità. La massima quantità è infatti massimamente grande; la quantità minima è massimamente piccola. Libera dunque dalla quantità massimo e minimo, sottraendo intellettualmente l’esser grande e l’esser piccolo, e chiaramente vedrai che massimo e minimo coincidono. Cosí infatti è un superlativo il massimo come lo è il minimo. L’assoluta quantità pertanto non è piú massima che minima, poiché in essa coincidono massimo e minimo. Le opposizioni dunque convengono a quelle cose che ammettono termini che superano e termini superati, ed a queste cose convengono diverse opposizioni, ma in nessun modo ne convengono al massimo assoluto, poiché esso è al di sopra di ogni opposizione. Poiché quindi il massimo è assolutamente in atto tutte le cose che possono essere, e ciò al di fuori di qualunque opposizione, in modo che nel massimo cada identicamente il minimo, cosí esso è anche al di sopra di ogni affermazione come di ogni negazione. E tutto ciò che si concepisce come essere non è piú essere che non essere e non è piú non essere che essere. Ma esso è questa cosa in modo da essere tutte le cose, e cosí è tutte le cose da non esserne nessuna, e cosí massimamente ogni cosa determinata, che minimamente sia questa stessa cosa. Non è infatti diverso dire: “Dio che è la stessa massimità assoluta, è luce”, che dire: “Dio è massimamente luce, essendo minimamente luce”. […]

Ma ciò trascende ogni possibilità del nostro intelletto che non sa mettere insieme nel proprio principio i contraddittori in modo razionale, poiché noi ci muoviamo attraverso quelle realtà che ci vengono mostrate dalla stessa natura, e questa, cadendo lontano da quella infinita incapacità, non sa congiungere insieme gli stessi contraddittori, come quelli che sono separati da una distanza infinita. Al di sopra di ogni discorso razionale pertanto noi vediamo incomprensibilmente che la massimità assoluta è infinita, e che ad essa non si oppone nulla, e che con essa coincide il minimo.” (N. Cusano, De docta ignorantia, I, cap. IV)

La riflessione del cardinal Cusano pare contorta, poiché noi moderni non siamo abituati a questo periodare deduttivo-intuitivo e viceversa, ma, se si legge attentamente, si capisce ciò che il pensatore vuol dire.

Aggiungo: non dobbiamo pensare che lo 0 (zero) e l’infinito coincidano in modo letterale, così come, contraddicendo l’onorevole Amintore Fanfani, non possiamo ammettere che, sotto il profilo politologico, storico e morale comunismo e fascismo coincidano. Questi due modelli politici possono avere qualche cosa in comune come l’autoritarismo centralizzatore, presente in ambedue, e forse anche qualche criterio estetico: si consideri, ad esempio, la statuaria “fascista” del Foro Italico a Roma e in molti altri luoghi italiani, e quella “staliniana” presente in tutta la ex Unione Sovietica. Il tasso di pomposa retoricità dei tratti umani è più o meno pari, anche se i soggetti sono senz’altro molto differenti.

Ovvero, non si può dire che la diade bene/ male coincidano – siccome sono opposti e contrari – nel loro significato e nel loro valore. Si tratta invece di comprendere come esista una dialettica fra i due concetti morali che si rendono l’un l’altro necessari, proprio per una comprensione chiara del loro valore/ disvalore. Non si fa confusione giustapponendoli, perché si crea – invece – la possibilità, anzi la condizione indispensabile, per poterli valutare alla luce di un’etica dichiarata e declinata, dove il bene, cioè il fine, vale a dire il vero (direbbe Aristotele) sono chiari e visibili.

Tornando al sintagma cusaniano, si può dire che gli “opposti” si possono “toccare”, in quanto spiegano il paradosso del limite. L’uomo sa di avere dei limiti ma… non li conosce: è “condannato” ad esplorarli continuamente, se ne ha voglia, perché se è pigro questa ricerca non lo interessa. Cusano insegna dunque che l’esplorazione del limite è una sorta di dovere morale, di scelta etica, che qualifica gli esseri umani come intelligenze capaci di crescita, di deliberazioni e di scelte che mettono in questione la tentazione che può colpire chiunque, di attestarsi nelle comfort zone, dalle quali nulla esce e nelle quali nulla cresce, predisponendo un destino di declino: ecco che allora il tema della coincidentia oppositorum si pone come riflessione salubre, non solo sui limiti umani, ma anche sull’esigenza di ricercare – senza sosta e con perseveranza – di comprendere, evitando un atteggiamento superbamente “prometeico”, la complessità e il senso delle cose e della vita.

Il coraggio nascosto dell’Homo Italicus

Nel secondo libro dell’Etica a Nicomaco, Aristotele descrive il rapporto tra vizi e virtù contrapposte. Ad esempio, trattando del coraggio, lo giustappone alla paura, ma lo considera media virtus, perché all’estremo opposto c’è la temerarietà.

Goffredo Mameli sotto la cenere…

Il coraggio, dunque, è indispensabile per affrontare le avversità della vita, il dolore e la minaccia. Insieme con l’ira giusta è la virtù che conviene avere. Anche l’ira, pur essendo annoverata tra i vizi, diventa passione, quando è declinata a supporto del coraggio. I greci, con il termine aretè, cioè fortezza (coraggio) chiamavano addirittura la virtù in quanto tale, mentre l’altro nome di virtù era phronesis, cioè saggezza, prudenza: per Aristotele entrambe erano virtù etiche, ma la prudenza era anche virtù dianoetica, perché dialoga con la sapienza, cioè la sophia.

Questo impianto antropologico filosofico può funzionare anche oggi, quando questi termini sono stati tradotti in linguaggio corrente, più psicologico.

La premessa mi è utile per considerare il coraggio degli Italiani in questo frangente difficile. Nelle difficoltà gli Italiani è come se si svegliassero da un torpore generico e a volte un poco vile. Il dato etno-antropologico ci descrive come un popolo emotivo e poco combattivo, ma si tratta di una semplificazione madornale. Prima di tutto vi è da dire che gli Italiani sono un “popolo di popoli”, poiché – ad esempio – il carattere dei Friulani è molto diverso da quello dei Campani, mentre può essere in qualche modo giustapposto a quello degli Abruzzesi e dei Sardi, che è forte e di poche parole. I Lombardi e i Piemontesi sono determinati, per la loro storia e la loro attualità. I Romani non assomigliano per nulla ai loro antenati della Roma repubblicana, ricordando piuttosto il Tardo Impero Romano, diciamo da Decio in poi (250 ca d. C.).

In mezzo a tutti, poi, ci sono i leoni da tastiera, gli imbecilli che creano disordine e caos, divertendosi miseramente con le loro idiote bufale che spargono a pieni bit sul web e nei social. Come si dice, la mamma degli imbecilli è sempre incinta.

Sono una minoranza, ma molto dannosi, perché l’effetto moltiplicatore del web può essere devastante. La maggioranza delle persone, a partire da medici e paramedici sta mostrando una capacità di lavoro e di resistenza straordinari o… ordinari (meglio dire), perché è ” nelle corde” della nostra gente. I “buoni”, direbbero Platone e sant’Agostino (non quello pessimista della predestinazione), sono sempre in più dei “cattivi” e il padre Urs von Balthasar ci confermerebbe la sua idea, di stampo origeniano, di un inferno… vuoto e di un demonio sconfitto e implorante davanti all’Incondizionato.

Torna in mente il libro biblico dedicato a quel gran (nel senso di ricco) signore che era Giobbe, che Iahwe sapeva essere talmente forte da metterlo nelle mani del satana, affinché questi lo tormentasse in tutti i modi, con la malattia, con il ripudio da parte della moglie, con la morte dei figli, con la perdita di tutti i beni, in quanto sapeva che avrebbe resistito a tutte le tentazioni, che anche i suoi “migliori” amici gli facevano balenare.

I nostri medici, i nostri infermieri e infermiere, in queste settimane sono come Giobbe, sudati e stanchi, probabilmente sporchi e affamati, ma non mollano, stanno sul fronte, sulla trincea dove davanti a loro non hanno pericolosi cecchini con il Mauser, ma invisibili molecole che vagolano libere come l’aria, nell’aria, negli e dagli effluvi umani.

Giobbe, lo sappiamo dal grande scrittore biblico che ne narra le vicende, alla fine vive, vince, recupera tutto quello che aveva, ed era molto ricco, facciamo conto un Bill Gates dei nostri tempi. Recupera tutto, perché ha creduto, ha avuto fede.

Altri “Giobbe” sono gli insegnanti, che si sono ri-qualificati in utilizzatori del web, di tutte le età si sono messi in gioco con skype, superando l’esigenza dell’insegnamento in presenza, che sappiamo essere in assoluto il più efficace.

Gli investimenti governativi su questa vicenda sembrano essere cospicui, ma sono solo per l’emergenza: il Covid-19 spero ci insegni, anzi insegni ai governanti, che sanità e scuola sono i punti di forza assoluti: occorre mettere a disposizione più risorse in modo definitivo, anche per rendere le retribuzioni proporzionate a una misura di dignità che è ampiamente misconosciuta per i medici giovani e per tutti gli insegnanti, che sono pagati una miseria, in Italia. Faccio un esempio: un professore di liceo di quarant’anni oggi guadagna circa 1700 euro netti al mese: rispetto a un mercato del lavoro inteso in senso generale, la retribuzione corretta dovrebbe essere di almeno 2500 euro netti al mese, vale a dire come quella di un quadro delle aziende private. Un medico giovane, sotto i trent’anni, dovrebbe percepire almeno 2000 euro netti al mese, e così via.

Denari ben investiti in giustizia retributiva (cf. libro V dell’Etica a Nicomaco di Aristotele).

Il coraggio, dunque, è una virtù, un valore, un principio, per declinare il concetto nei tre modi quasi equivalenti, è oggi fondamentale, così come la prudenza, altra virtus virtutum, che equilibra il comportamento umano, che oggi dobbiamo coltivare con determinazione e perseveranza.

Il lascito di questa vicenda, che genererà ancora dolore e perdita, potrà essere una crescita di consapevolezza e perfino di cultura, se si continuerà a viverla come, mi pare, gli Italiani stanno mostrando di saperla vivere.

E, come suggerisce Raffaele Morelli, questo è il tempo del fare, dello scrivere, del leggere, non quello dei bilanci. Non pensiamo al futuro, a pro-getti, cioè non gettiamo-avanti i pensieri, ma pensiamo a ciò che facciamo, alla musica che ascoltiamo. Haendel e Miles Davis, Maria Kalogeropoulos, la Callas, Montale, Dante, il Leopardi della Ginestra, il racconto di Renzo e Lucia, Steinbeck, NCIS e Chicago PD, Fellini e Scorsese, Kubrick e Sergio Leone, siano nostri amici.

Un malato di SLA ci parla dalla tv dicendo una frase degna di Platone, del Buddha e di Gesù di Nazaret: “Ci stiamo accorgendo di essere tutti uguali“.

Eraclito e Parmenide, con Zenone di Elea, ci insegnano come l’essere e il tempo (il divenire) possano con-vivere, anche di questi tempi, e di come ci sia utile pensarli

Prima di Platone e Aristotele, il più grande dibattito filosofico dell’Occidente ha riguardato la diatriba, beninteso non direttamente accaduta come nelle polemiche contemporanee, ma per come è stata letta dai posteri, che ha “diviso” recisamente la visione del mondo e delle cose di Parmenide di Elea (era “italiano” dunque, il terribile vecchio), sostenitore dell’Essere come unica “struttura di verità”, e quella di Eraclito di Samo, il quale riteneva che non si potesse dare la fissità dell’essere-delle-cose, poiché tutto è mutevole e scorre come l’acqua del fiume sotto un ponte. Il suo detto in greco “pànta rèi“, cioè tutte le cose scorrono è noto, come concetto del divenire, anche fuori dall’ambito strettamente filosofico.

Eraclito di Samo ne “La Scuola di Atene” di Raffaello

Tornando a Parmenide, egli sosteneva (la sorte ci ha conservato dei suoi scritti solo alcuni frammenti, ma fondamentali) che si potesse dire e dare solo che l’essere è e il non-essere non è. Sembra quasi una banalità, se lo si dice così, senza pensare. Invece l’espressione possiede una profondità assoluta. Vediamo come e perché. Intanto ci si deve chiedere che cosa il filosofo antico (ma anche noi stessi) intendesse per “essere”. Parmenide riteneva che l’essere fosse la struttura veritativa immutabile di ogni ente (dottrina ripresa negli ultimi decenni nostri da Emanuele Severino), il sostrato di ogni cosa, l’essenza, la sostanza, la natura stessa di ogni cosa (in latino e greco essentia, substantia, ypokèimenon). Bene: che cosa si intende per ente? Si intende qualsiasi cosa-che-è, possedendo un suo proprio “essere”, ed essendo tale proprio per tale ragione. In altre parole, l’essere “parmenideo” è immutabile, perché ogni ente smetterebbe di essere ciò-che-è nel caso in cui il suo “essere” mutasse.

Zenone, allievo di Parmenide aggiunse alla dottrina del maestro delle spiegazioni di carattere paradossale, come quella della “tartaruga e del piè veloce Achille“, per mostrare come ogni cosa o istante del tempo sia immutabile. Infatti, egli sostenne che, pur essendo la tartaruga molto più lenta di Achille, se l’animale parte prima da un punto, e Achille dopo, pur percorrendo in minor tempo il tratto di strada medesimo, non la raggiungerebbe mai, perché nel frattempo che lui percorresse un tratto, la tartaruga potrebbe percorrere un tratto ulteriore, dividendo i tratti all’infinito, come si può fare in matematica, che ammette la possibilità che ogni infinito contenga un infinito di infiniti: ad esempio, il numero uno (1) può essere diviso all’infinito e, se è posto sulla linea dell’asintoto, per tanto che si tenti di raggiungerla, non ce la si fa mai, pur avvicinandoci sempre di più ad essa.

Altrettanto si può forse mostrare con un esempio moderno: come pensare alla possibilità di migliorare il record del mondo del 100 metri piani, attualmente di 9,59 secondi, detenuto da Usain Bolt, siccome non è possibile pensare a una riduzione del record a 2 secondi netti (impossibile, perché l’atleta dovrebbe essere alto almeno 20 metri!), se non immaginando un progresso che tenga conto dei decimali successivi dopo la virgola… all’infinito, misurati da cronometri sempre più raffinati, ad esempio quantici, per dire (da non-fisico quale son io). E dunque, l’essere delle cose risulta immutabile e non altrimenti definibile. Ma se ne può dare anche un’altra spiegazione, interpretando Parmenide: l’Essere e il non-essere, essendo concetti metafisici, possono rappresentare proprio l’essenza dell’ente, nel senso che di ogni ente bisogna dire-ciò-che-è, escludendo tutto ciò-che-non-è, pertanto definendo questo come “nulla”.

La lezione parmenidea è stata necessaria – in seguito – allo sviluppo della metafisica, che Aristotele chiamò – giustamente – teologia, perché essa è il “sapere” più adatto a tentare di definire il “divino”, che è tale solo se si può dire che è il “nulla” di qualsiasi altra cosa. Di queste riflessioni si servirono nei secoli successivi anche le teologie cristiana e islamica, specialmente nelle loro declinazioni mistiche.

Veniamo ad Eraclito, il filosofo del “tutto scorre, tutto passa”, che, in primis ha comunque trovato un “utilizzo” (faccio per dire) nella dialettica platonica, ma ha avuto un successo enorme, soprattutto a partire dalla filosofia moderna, da Descartes e Leibniz fino all’idealismo di Hegel e alla sua dialettica dinamica, per cui l’essere delle cose si dispiega nel movimento che è posto dalla triade tesi / antitesi /sintesi, e così all’infinito.

La domanda che ci si può porre ora, in questa situazione strana, nuova per noi contemporanei, quella di una epidemia globale. Si può dire che nell’interpretazione di questo accadimento, ci possono aiutare tutti e due i grandi “vecchi” greci, anzi l’italiano e il greco?

Si potrebbe rispondere affermativamente, in questo modo: se Parmenide, con la sua concezione dell’Essere come immutabile e perfetto ci rinvia alla struttura dell’umano, anzi del vivente, che è tale perché risponde a delle leggi naturali date, e da ciò trae verità e dignità, Eraclito, con la sua dizione del movimento, mette in evidenza l’evoluzione necessaria del vivente che, mentre muta, non perde, né verità, e neppure dignità. Altrimenti: l’uomo possiede una dignità immutabile pur nello scorre del tempo fisico, mentre la sua interiorità vive il tempo opportuno, quello kairologico, come lo intendeva sant’Agostino (cf. Libro XI delle Confessiones). Essere e tempo, poi è il titolo dell’opera principale di Martin Heidegger, nella quale il pensatore tedesco riscopre la metafisica classica dell’essere aggiungendoci un suo contributo importante, quello della presenza della persona umana nel tempo: per lui, dunque, non si può dare un Essere senza che qualcuno ex-sista (esista) in questo “essere”, che deve perciò necessariamente dirsi “esser-ci“, ovvero stare-nell’essere-pur-nel-mutamento-del-tempo.

I due grandi antichi, con il loro emuli, che diversamente nei secoli declinarono dottrine filosofiche e antropologiche atte a comprendere la dimensione dell’uomo nella natura e nel mondo, ci parlano ancora, nella lingua della filosofia fondamentale, e così ci aiutano a dare un senso anche a questi tempi difficili, ma tremendamente umani, come chiosava un altro grande, Federico Nietzsche.

Il vento (lo spirito) soffia dove vuole

Giovanni 3, 8: “Il vento soffia dove vuole” sono parole misteriose dette da Gesù al fariseo Nicodemo, durante un colloquio durato probabilmente tutta la notte.

E’ forse lo spirito un po’ come il virus, che colpisce a casaccio? No, certo, e non per timore di essere blasfemi. Pare che il Covid-19 colpisca soprattutto “vecchi” e di già “malati”. Cosa significa oggi essere vecchi? Non certo la stessa cosa di solo mezzo secolo fa, quando se vedevo un collega di mio padre, a sua volta cinquantenne, mi sembrava vecchio. E io che di anni ne ho qualcuno più di cinquanta, mi dicono che non sembro, né sono vecchio, perfino le amiche di mia figlia, che hanno poco più di vent’anni e poi donne di trentacinque/ quaranta/ cinquanta anni. E nonostante la bestia che mi è venuta a trovare due anni e mezzo fa e che io, per il momento, ho fatto accomodare fuori stanza.

Il vento soffia…” Grazie a Dio, E non cessa di soffiare, non si ferma, nonostante il comportamento degli umani sia spesso improvvido e scellerato.

Nella tradizione cristiana Dio è “Amore-creativo”, ovvero “Creatore”, e ciò potrebbe sembrare un termine sentimentaloide o sdolcinato, dove prevale la re-lazione. In altri loci e molte volte ho ricordato come “Dio” sia di difficile se non impossibile definizione. L’ineffabilità del dire-di-Dio è nota e studiata, e meditata, e pregata dal grande misticismo cristiano, islamico, buddista. A Meister Echkart pareva normale chiedersi come l’uomo potrebbe dire di comprendere Dio con le stesse facoltà che usa per comprendere se stesso e il mondo.

Come nella vicenda del profeta Elia, si può udire la voce di Dio (IRe 19), senza capire da dove provenga. Quello che si può comprendere è che Egli soffi, cioè sia dove vuole. A volte appare lontanissimo, e invece è lì vicino a te; a volte dubiti della Sua Essenza/ Presenza, e Lui si manifesta con forza, anche se silenziosamente. Basta che si rifletta un poco e si deve ammettere che non latita, poiché la sua attiva presenza appare nella tua vita con un atto di salvezza (quando scivolai per cinquecento metri sulla neve del Coglians e riuscii a frenare a trenta metri dal baratro, oppure nella vicenda sopra citata, oppure quando mi lasciarono aperta un’arteriola che sboccava sangue rosso, nella notte…). E ad Auschwitz, dov’era? E’ la parte inconoscibile dell’economia di Dio, perché il nostro sguardo è limitato, non abbiamo una visibilità sufficiente per dire qualcosa.

Ora, con questa perniciosa influenza, la domanda ritorna. Si potrebbe allora dire che il soffio dello Spirito sta nel sacrificio dei molti che si occupano a soccorrere chi si ammala, nei loro silenzi, nel loro sudore, nel loro anonimato. La voce, in greco si dice phoné, significa sia parola sia azione, è una idea/ azione, un agire razionale e responsabile che vince sugli egoismi e mette al centro la vita di ciascuno e di tutti, ponendo la sordina al resto, e istruendoci sul fatto che “il resto” contava abbastanza poco, e forse – in qualche caso – proprio nulla. Nulla.

Questo Dio-che-parla attraverso il silenzio e l’agire quotidiano… in silenzio, è più espressivo del dio-liturgico delle messe per abitudine e delle preghiere per attrizione: “Mi pento e mi dolgo, oh mio Dio, perché ho paura dell’inferno, non per averti offeso, offendendo il mio prossimo“. Ecco che la vicenda Covid si fa “teologia del silenzio” attivo e generoso.

Le religioni sono il contorno dell’amore divino/ umano che agisce nei momenti topici, come questo, dove nell’agire si comprende ciò che si deve fare, superando i contrasti e l’egoismo individuale. Siamo chiamati ad agire, nel nostro piccolo, come Abramo, che fu chiamato (gli fu ordinato) ad andare da Ur dei Caldei fino a… non lo seppe mai prima, perché morì durante il lungo, diuturno viaggio, durante il quale gli fu dato Isacco. Gli fu dato da una voce che proveniva da dove? Era forse la voce che avrebbe dato inizio alla storia del popolo ebreo?

Studiando i dati riferiti a quel tempo troviamo che vi è una corrispondenza filologica dei termini “Habiru” ed “Ebreo”, e l’esistenza di dati archeologici che confermano e attestano la presenza degli Habiru nella Mesopotamia meridionale nel II millennio a.C. Abramo (Genesi 11, 31), secondo diversi studi, era un Arameo  o un Amorrita, un Habiru insomma, capostipite di un clan dal quale si originò la nazione ebrea, che aveva vissuto a Ur, e da qui era partito verso nord, prima in Siria poi in Palestina, verso il 2000 a.C. L’anacronismo contenuto nella Bibbia è facilmente spiegabile, se si pensa che nel II millennio Ur era una città sumera soggetta al potere della Dinastia elamita di Larsa. Solo verso il 1100 a.C. i Caldei, le genti di Khaldu, fanno la loro comparsa in Mesopotamia e la battezzarono Chaldea. I cronisti ebrei attribuirono alla città il nome che essi conoscevano, a loro contemporaneo e l’anacronismo ha quindi  una valenza positiva: colloca definitivamente la Ur biblica, luogo natale di Abramo,  nel sud della Mesopotamia, che un millennio dopo fu il territorio chiamato storicamente Chaldea. Lo Spirito / Vento divino, ha spinto Abramo verso la Palestina, verso Canaan, così come oggi sta silente accanto a ognuno di noi, se lo vuol stare a “sentire”. Non basta “ascoltare”, mai, così come non basta “guardare”, ché occorre “vedere”.

Possiamo dire che anche le nostre vite sono come il vento, forti, inarrestabili e anche fragili. Passiamo attraverso rami robusti d’albero e fra tronchi centenari, ma scivoliamo via come le foglie (Si sta come d’autunno…, canta il poeta).

Lo Spirito pone la radicale questione del poter-esser questo o quello, qui o là, insieme o da soli. La solitudine suggerita dalle norme odierne non è “solitudine”, ma solitarietà consapevole, nella quale si possono trovare (si debbono, dove il verbo “dovere” è kantiano) le ragioni di un senso ispirato dallo Spirito, che soffia dove vuole e dove necessita.

Ne la profonda e chiara sussistenza/ …

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza
;

e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ’l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri
.

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ’l mio viso in lei tutto era messo
.

Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige
,

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa
,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Dante esprime, anzi canta la sua fede nell’Eterno Dio-Unitrino, immaginando di “vedere” con gli occhi dell’anima ciò che non è concesso vedere da nessun uomo vivente. La visio dell’Alighieri conclude una serie di visiones che prese avvio, oltre che da numerosi passi biblici, sia del Primo sia del Nuovo testamento, da scritti di molti autori medievali. Ne cito uno fra i tanti: il monaco benedettino Valafrido di Reichenau, che operò a cavallo fra il IX e il X secolo presso la corte carolingia (Carlo il Calvo, nipote di Carlo Magno).

Dante, però, a differenza dei predecessori, osò l’inosabile: immaginare di avere la visibilità della SS. Trinità, non di qualche episodio attribuito a questo o a quel abate, venerabile o beato o addirittura proclamato santo, che fosse.

La Trinità è il Dio cristiano, cattolico, ortodosso, riformato (secondo la storia del cristianesimo), di cui si sono occupati, prima di Dante, i grandi teologi, come Agostino d’Ippona nello specifico ampio trattato. Si pensi che, concludendolo, il grande Africano quasi si scusa con il Signore per avere osato tanto!

Forse la prima indiretta citazione si trova in Matteo 28, 19: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo“.

In Giovanni 14, 26 leggiamo: “Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.”

San Paolo scrisse ai Corinzi nella Seconda lettera 13, 14: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi“.

Senza citare altri passi neotestamentari che alludono alla Trinità, troviamo già a cavallo tra il I e il II secolo espressioni “trinitaristiche” in Clemente di Roma e in Ignazio di Antiochia.

Per riassumere non è corretto affermare che il Padre o il Figlio, in quanto alla divinità, siano due esseri. L’affermazione indefettibile e cruciale della fede cristiana (cattolica, ortodossa e riformata) è che esiste un solo salvatore, Dio, e la salvezza è manifestata in Gesù Cristo, attraverso lo Spirito Santo. Lo stesso concetto può essere espresso in quest’altra forma sillogistica di primo tipo (aristotelica):

  1. Soltanto Dio può salvare (premessa maggiore)
  2. Gesù Cristo salva (premessa minore)
  3. Gesù Cristo è Dio (conclusione necessaria)

…ovvero nell’entimema (sillogismo sintetico): “Dio salva mediante il Cristo in quanto Dio“.

Non è possibile né ragionevole semplificare il concetto più di un tanto. Sant’Agostino esplicita il concetto arricchendolo di paronimi e quasi-sinonimi capaci di dire la Trinità nell’Unità in questo modo: Dio unico si conosce (nel suo Figlio, Verbo, Pensiero, Sapienza) e si ama in esso (Spirito Santo, Amore). E inoltre: non si può avere conoscenza diretta del Padre, poiché egli è trascendente, ma si può “vederlo” solo mediante il corpo di uomo di Gesù.

In ambito teologico viene fatta una distinzione fra la Trinità da un punto di vista “ontologico” (ciò che Dio è) e da un punto di vista “economico” (ciò che Dio fa). Secondo il primo punto di vista le persone della Trinità sono uguali, mentre non lo sono dall’altro punto di vista, cioè hanno ruoli e funzioni differenti. L’affermazione “Figlio di”, “Padre di” e anche “Spirito di” implica una dipendenza, cioè una subordinazione delle persone. Il trinitarismo ortodosso rifiuta il “subordinazionismo ontologico”, affermando che il Padre, essendo la fonte di tutto, ha una relazione monarchica con il Figlio e lo Spirito. Ireneo di Lionee, il più importante teologo del II secolo, scrive: “Il Padre è Dio, e il Figlio è Dio, poiché tutto ciò che è nato da Dio è Dio.” Si tratta, dunque di un “subordinazionismo economico”, altro e altrimenti detto “monarchianismo“, “sabellianesimo“, “patripassianismo“, “docetismo“, a seconda che il concetto ricada sulla persona del “Padre” o su una dottrina teologica.

Affermazioni in tema sono presenti in altri scrittori pre-niceni, cioè prima dello scoppio della controversia ariana (il prete Ario fu il più conseguente e costante detrattore della divinità di Gesù, che per lui non era il Cristo).

San Giustino martire, ad esempio, scrive nell’Apologia dedicata all’imperatore Marco Aurelio o nel Dialogo con Trifone (non ricordo bene):

«vediamo ciò che avviene nel caso del fuoco, che non è diminuito se serve per accenderne un altro, ma rimane invariato; e ugualmente ciò che è stato acceso esiste per se stesso, senza inferiorità rispetto a ciò che è servito per comunicare il fuoco. La Parola di Sapienza è in sé lo stesso Dio generato dal Padre di tutto

Metafora straordinaria, vero, caro lettore? E Ilario di Poitiers, nel suo De Trinitate successivamente afferma:

«Noi non togliamo al Padre la sua Unicità divina, quando affermiamo che anche il Figlio è Dio. Poiché egli è Dio da Dio, uno da uno; perciò un Dio perché Dio è da Se stesso. D’altro lato il Figlio non è meno Dio perché il Padre è Dio uno. Poiché l’Unigenito Figlio non è senza nascita, così da privare il Padre della Sua unicità divina, né è diverso da Dio, ma poiché Egli è nato da Dio

I primi scrittori cristiani, dopo la controversia ariana conclusasi con il Concilio di Nicea (325) convocato dall’imperatore Costantino, così si esprimono al riguardo della S.S. Trinità, oltre a chi abbiamo citato sopra:

«Quando affermo che il Figlio è distinto dal Padre, non mi riferisco a due dèi, ma intendo, per così dire, luce da luce, la corrente dalla fonte, ed un raggio dal sole» (Ippolito di Roma)

«Il carattere distintivo della fede in Cristo è questo: il figlio di Dio, ch’è Logos Dio in principio infatti era il Logos, e il Logos era Dio (Giovanni 1, 1ss, ndr)– che è sapienza e potenza del Padre Cristo infatti è potenza di Dio e sapienza di Dio – alla fine dei tempi si è fatto uomo per la nostra salvezza. Infatti Giovanni, dopo aver detto: In principio era il Logos, poco dopo ha aggiunto e il logos si fece carne, che è come dire: diventò uomo. E il Signore dice di sé: perché cercate di uccidere me, un uomo che ha detto la verità? e Paolo, che aveva appreso da lui, scrive: Un solo Dio, un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo» (Atanasio di Alessandria, il “vincitore”, seppur sui generis, del Concilio di Nicea, nella sua Seconda lettera a Serapione).

L’interpretazione trinitaria è stata nei secoli uno degli elementi di distinzione fra Chiesa latina e Chiesa greca. Se ambedue riconoscono l’unità delle tre Persone divine nell’unica natura indivisa, per cui ciascuna di esse è pienamente Dio secondo gli attributi (eternità, onnipotenza, onniscienza etc.), ciascuna è a sua volta distinta e inconfondibile rispetto alle altre due, ma si pone il problema di come comprendere le relazioni che intercorrono fra di esse.

Il Simbolo niceno-constantinopolitano (detto comunemente il Credo) approvato nel Concilio del 381 tenutosi a Costantinopoli, nel quale si parlava e si scriveva in greco, e la prevalente presenza di vescovi e religiosi della Chiesa orientale aveva un suo peso, si affermò con chiarezza il seguente dogma: il Figlio è generato dal Padre, mentre lo Spirito Santo è spirato dal Padre. Il Padre è dunque l’unica origine della Trinità. Con il Concilio di Toledo, a prevalente partecipazione di vescovi occidentali , e utilizzando anche la lingua latina, si scrisse il dogma in modo differente e, come vedremo, radicalmente differente, se l’etimologia, la semantica e la teologia detta hanno il loro giusto peso. A Toledo, si stabilì unilateralmente che lo Spirito Santo procede anche dal Figlio (si tratta della millenaria questione del cosiddetto Filioque).

Per specificare: se per gli Orientali (che da allora e sempre di più assunsero il nome di “ortodossi”, cioè depositari della retta fede), “lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio” (per Filium), per gli occidentali “lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio“, dove la congiunzione “que” corrisponde a “et”, e pertanto…

Anche oggi gli Ortodossi rifiutano la dizione occidentale, e si tratta di una delle due principali diversità dogmatiche che separano la chiesa di Roma, da quella di Istanbul, di Sofia, di Bucarest, di Belgrado, di Kiev, di Mosca, etc. (non dimentichiamo che le chiese orientali sono autocefale, cioè non hanno un papa, cioè un vescovo principale). Peraltro la dizione orientale era stata promossa fin dai primi sette secoli da insigni teologi come Gregorio di Nissa, Massimo il Confessore e Giovanni Damasceno, tutti riconosciuti come “santi”.

I cristiani “riformati” da Lutero e Calvino in poi hanno accettato la dizione “cattolica”, quella del filioque, s’intende.

Pur avendone parlato altrove in questo sito, completo questa sintesi sul tema trinitario, non dimenticando le vicende legate ai conflitti teologici fra “Roma” e il grande e coltissimo patriarca Fozio da Costantinopoli, senza trascurare ciò che accadde nel 1054, quando si verificò lo scisma tra Costantinopoli e Roma, fra Michele Cerulario patriarca greco e il cardinale Uberto da Silvacandida, legato di papa Leone IX.

Coloro che invece ritengono, dal periodo illuminista in poi, che la figura di Gesù di Nazaret (sia egli il Cristo o meno) sia puramente mitica, devono accontentarsi, e non è poco, della poesia di Dante, che comunque, in quanto non solo “poetica”, ma anche “poietica” è di densissima entità.

Dopo, dunque, questo breve excursus storico-teologico, torno a Dante, e precisamente al finale del XXXIII Canto della Terza cantica, alla sua miracolosa immagine.
La Trinità sussiste, cioè esiste di-per-sé, senza bisogno di alcun altro “ente”: sussiste in modo chiaro ed evidente, come lo è la Verità, ed appare (phainetài) con tre “giri eguali ma di diverso colore. Ogni giro è connesso e si riflette nell’altro, quasi fosse (ed è) lo stesso, nonostante si colga una differenza.

Continua poi la narrazione dell’immagine che “appare”, finché il poeta non si senta quasi debilitato (mancò possa), e dunque incapace di proseguire nel racconto della visione, e zittisce sapendo per intuizione che null’altro un uomo può discernere e altrettanto dire, del “divino”, se non abbandonandosi al silenzio.

Dante con questa chiusa si inserisce a pieno titolo nella teologia apofatica, quella del silenzio, quella dei suoi contemporanei mistici, renani e italiani, quella del “nulla-di-Dio”, cioè di un Dio infinitamente sfuggente, che si deve guardare come fece Mosè sul Sinài, coprendosi il volto con il mantello, per non dovere aspettare la morte umana… per poter accedere alla vita divina.

L’amore è il motore del mondo

(il Simposio di Platone)


L’amore è il motore del mondo, come spiega Diotima nel Simposio di Platone, è attività desiderante e ricerca della bellezza. Qualche giorno fa ho criticato in questa sede Benigni per la sua squallida performance al festival di Sanremo, proponendo una riflessione diversa sul Cantico dei cantici, che lui aveva strapazzato vergognosamente, lautamente pagato.

Ero ospite relatore a un convegno di tutto rispetto in quel di Udine, e lì ho proposto una riflessione in tema, utilizzando i miei studi sul poema biblico, che si configura come epitalamio, cioè poesia nuziale. Il Cantico fa parte del canone biblico, sia per gli ebrei sia per i cristiani, ed è un’ulteriore dimostrazione dell’infinita ricchezza dei testi biblici, che son stati scritti da autori sconosciuti in circa un millennio, dai tempi di Salomone a quelli degli evangelisti e di Paolo.

Quando sento parlare della Bibbia come fa Benigni o tale Biglino, che traduce con il traduttore interlineare i libri biblici, spacciandosi per biblista (mi pare non abbia neppure uno straccio di laurea in lettere o simili), mi si informicolano le ginocchia, ma di sdegno.

La Bibbia contiene miti (ad es. Genesi), storie narrate al modo degli antichi (Cronache e libri dei Re), come Tucidide e Tito Livio, testi filosofici (Sapienza, Giobbe, Qoèlet, Siracide, Proverbi), inni di ringraziamento ed invocazioni (Salmi)…

Il Cantico è ritenuto un testo sapienziale, un giardino di metafore (cf. Alonso Schoekel), un’immensa allegoria sull’amore umano, specchio di quello di Dio per l’uomo, le storie di Gesù di Nazaret (i Vangeli) e degli apostoli (Atti), le lettere di alcuni apostoli come Pietro, Giovanni e Giacomo, le lettere di Paolo, la giovannea Apocalisse…

Ho approfittato dell’occasione per analizzare la qualità di ciò che spesso ci propina la Rai che paghiamo profumatamente, e assurdamente, ogni mese, con la bolletta energetica e, in questo caso, si è raggiunto un abisso di nequizia, caro lettor mio… e ho scritto qualcosa per spiegare con rispetto quello che il Cantico dei cantici effettivamente è.

Di seguito inserisco il Power Point da me commentato nell’occasione, per poi continuare la riflessione.

La filosofia come rischiaramento esistenziale, dalle “tonalità emotive” alla riflessione razionale

L’educazione è qualcosa che accade e che vive in una cultura e in una società, non solo tra maestro e allievo, perché il soggetto non è una tavoletta di cera, ma una struttura vivente e mobile. per procedere nello sviluppo della “cultura” è bene tradire la tradizione, anche se ciò sembra paradossale. Ad esempio: il concetto di Empatia, oggi sdoganato alla grande dalle psicologie, è da prendere con le pinze: infatti, non può mescolare le anime “ripetendo l’identico” (come spiega V. Costa, 2020), perché la relazione non è diadica, ma triadica: io-tu-mondo (fenomenologia in Husserl e Heidegger).

(il filosofo americano Stanley Cavell)

Nel nostro tempo debbono essere “riattivati i significati”, tornando all’origine di essi e ripercorrendo i processi di astrazione. Dobbiamo fare attenzione anche alla Tecnica, poiché quello è un mondo che riduce la “tonalità emotiva”, cioè le emozioni, e cambia la memoria individuale e collettiva, cioè il rapporto con il passato (vedi la perdita di nozione della Shoah).

Dobbiamo fare attenzione alla perdita di senso del prima e del poi, e de-costruire il senso e il significato dei concetti: la formazione necessariamente segue la de-formazione, soprattutto nei rapporti con le nuove generazioni.

Oggi muta la nozione di “mondo”, che può essere un orizzonte di possibilità di azione, mentre invece rischia di essere solo un flusso di messaggi, con un mutamento epocale, non solo sociologico, ma antropologico.

La salvezza dunque non è di carattere tecnico, mentre la pedagogia non può essere sostituita dalla didattica, perché viene perduto il rapporto, la qualità relazionale, la tradizione de-costruita e ri-costruita con la trasmissione del sapere.

Non basta “imparare qualcosa”, ma occorre essere disponibili alla “trasformazione di sé”. Che cosa significa ”trasformazione di sé”? Occorre innanzitutto tenere conto della sinossi fra struttura di persona e struttura di personalità. Ognuno di noi è quello-che-è e deve, come insegnava Heidegger “far vedere” ciò con sincerità, non “dimostrare”, se non nel senso di indicare.

In teologia, come in filosofia i concetti si sono formati dall’esperienza, e non si deve dimenticarlo. Occorre sempre tornare alle radici. La speculazione stessa si può contestualizzare, se mi metto d’accordo con i miei interlocutori sull’orizzonte culturale, che è da condividere. Un esempio: siamo d’accordo sulla sinossi fra struttura di persona, che mi dice ciò-che-è-comune tra gli uomini, e la struttura di personalità, che mi dice ciò che rende irriducibilmente unici gli esseri umani? Occorre una sorta di “aperità”, che è diversa dall’apertura, più profonda, così come la “solitarietà” è differente dalla solitudine, nel mondo e sul mondo. Wittgenstein sosteneva che il mondo “felice” non coincide con il mondo “infelice”, perché le due parole creano, il mondo. Bisogna sforzarsi un poco per “stargli dietro” quando usa questi concetti estremi: mi pare lui voglia dire che il dire “felice” o “infelice” modifica il mondo. Se psicologicamente ciò è difficile sostenere, filosoficamente può anche darsi, poiché il giudizio sul male e sul dolore, che causano infelicità non può essere solo psicologico, ma attiene alla profondità dell’anima. Ad esempio, la rivelazione cristiana pone una “tonalità emotiva”, nella quale tempo, memoria e tonalità emotiva coincidono.

Son d’accordo con Costa che si costruisce il significato del passato da ciò che mi aspetto dal futuro, e ciò dipende da dove sono “situato”, oggi.

E la mia vita intera che significa? Cosa significa “intero”, “tutto”? E’ l’intero? Comprende anche il “totalmente”? E’ già dato nell’origine e il tempo è solo il suo dispiegamento (di un pezzo teatrale già scritto), il percorso è ne-cessario? La nozione di intero può essere anche questa: bisogna pensare l’essere come tempo (Heidegger), dove ci sono infinite possibilità di direzione.

L’atto educativo deve far accadere l’origine, come quello che accaduto tra Gesù e gli apostoli, ma che deve ri-accadere per noi: medesimamente (cf. in Ricoeur la memetè) e nello stesso tempo nell’alterità.

Ciò che accade di “nuovo” significa imprevedibilità, novità ab-soluta. Il figlio, mia figlia Bea, è l’ultima possibilità di modificazione del padre. San Paolo, quando dice, che vi sarà la parusìa, di Gesù il Cristo, vuol dire il “riaccadere dell’origine”, cioè “Cristo ritorna”, sempre.

L’essere a partire dal tempo pone un rischio: il relativismo teoretico. Husserl mantiene la teleologicità , cioè il FINEdella vita, della storia, del mondo. Ogni struttura ha in sé l’idea di verità (cf. Derrida). La verità inquieta il presente.

Se il desiderio dovesse spegnersi in Dio, preferirei l’inferno” (P. Claudel). No, caro Costa, perché Dio comprende anche il movimento del desiderio, l’eros, inteso come attività desiderante. Se si entra in una tonalità emotiva, viene ristrutturata tutta la sua struttura pulsionale, comprese le strutture neuronali. Non esistono “emozioni basiche”.

L’intensificazione solidale e la dissonanza cognitiva. sono due figure essenziale della libertà, che a sua volta è una figura essenziale della ricerca.

Possiamo dire che l’insegnamento, ma soprattutto la pratica della filosofia ha un che di “sciamanico”, e i filosofi sono gli “accompagnatori” verso l’origine, poiché l’essere non è-costruito, ma si dà?

Philosophia ancilla theologiae (est)”, sed autem Philologia

È bene non avere più paura delle “parole”.

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