Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Conoscevo Pierre Carniti

Non solo lo conoscevo e lo stimavo, ma voglio scriverlo qui, a beneficio dei miei lettori, e anche dei sindacalisti oggi operativi, a volte immemori che ho avuto diverse vite, tra cui una atta a consentirmi di lavorare con persone che hanno “fatto la storia” del sindacato, come Pierre Carniti.

Verso il 1980 entravo in quel mondo “socio-politico” da ragazzo studente lavoratore, mentre Pierre veniva eletto segretario generale della Cisl. Nei primi anni lo vedevo da distante, ma quando entrai da segretario friulano negli organismi nazionali un lustro dopo, lo vidi spesso. Uscito dal sindacato ebbi modo di incontrarlo ancora, come racconto più sotto.

Carniti era nipote di Alda Merini, buon sangue creativo. Inizia nel sindacato Cisl a vent’anni, come operatore nella zona industriale  Sempione di Milano. Nei primi anni Sessanta spinge per una contrattazione articolata e diventa segretario dei metalmeccanici, la Fim. Il suo spirito è immediatamente unitario verso Cgil e Uil. Nel 1965 è segretario nazionale della Fim e nel ’70 ne viene eletto segretario generale. Nel 1977 è segretario generale aggiunto della Cisl, per assumerne la guida nel ’79 e fino al 1985.

Il suo tormento, ma anche la dimostrazione di coerenza e ottimismo della volontà è l’accordo di San Valentino nel 1984, che taglia quattro punti di contingenza, fortemente voluto da Bettino Craxi per calmierare l’inflazione. Io c’ero e, come lui in altri modi , mi beccai il titolo di “servo dei padroni” davanti a più di mille operai della Zanussi di Porcia, da parte di un imbecille che allora seguiva i metalmeccanici della Cgil. Questi poi ebbe modo di dar prova evidente del suo opportunismo egoistico in aziende cooperative.

Il referendum abrogativo promosso dal PCI e dalla componente comunista della Cgil, con un segretario, Lama, lacerato dalla divisione nel sindacato, registra la vittoria della linea Carniti e… mia. Faccio per dire. Una vittoria della ragione, forse.

Erano i tempi in cui le Brigate Rosse facevano politica con le pistole, e uccidevano persone come il professor Ezio Tarantelli, consigliere di Carniti, cattolico progressista e giurista rigoroso. Uscito dal sindacato, Pierre, vicino ai socialisti, non si piega mai a convenienze di partito. Troppo idealista? No, realista progressista come me, che rifiutai verso la metà degli anni ’90 offerte di lavoro convenientissime, quando -senza paracadute politici e cooperativistici- come molti miei colleghi, se queste offerte offendevano la mia coscienza. Eroismo? No, ancora una volta un sano realismo dell’onestà. Lo ho sempre per certi versi a me ritenuto affine, anche se lui era una terza media, ma valeva più di molti laureati. Io lo ero, avevo studiato lavorando, uno dei pochi dirigenti “studiati” nel sindacato. Carniti era naturalmente colto, non come i pretenziosi odierni politicanti , che pretendono quasi si creda possiedono una sorta di scienza infusa, come quelle pentecostale dei dodici apostoli gesuani, a loro certamente ignota.

Con Ermanno Gorrieri, Carniti e altri, fondano nei primi anni ’90 gruppi di lavoro ispirati a “princìpi etico-politici di difesa della vita umana, della prole, della dignità umana, del lavoro, della democrazia, della famiglia, della libertà, della fraternità, della equità, della solidarietà, del rispetto delle culture delle altre persone da considerare come opportunità per un dialogo ed un confronto, vissuti come fonti di possibilità di incontro e di arricchimenti umani reciproci, del non impedimento nell’affermazione della propria identità e nel relazionarsi, della rivendicazione delle differenze (ognuno è differente dall’altro ma con eguali doveri e diritti) e del conflitto, non violento, nei confronti della società del capitalismo materialista-consumista causa, fra l’altro, di inaccettabili ed enormi disparità fra le persone e le popolazioni” (dal web) con cui ho dialogato anch’io, a lungo. I suoi Cristiano Sociali sono stati infatti tra i fondatori dei Democratici di Sinistra e del Partito Democratico, cui forse ora manca proprio quell’ispirazione autentica.

Con Pierre partecipai come relatore a due meravigliosi seminari, e c’era in uno anche l’amico Alex Langer, a Spello e a Bolzano: allora si parlava di ambiente e industria, di questo difficile rapporto, che non può mai diventare uno sposalizio, perché attraversato da intrinseche tensioni e torsioni tra interessi, convenienze e obblighi. Ma con il sindacalista asceta, ebbene sì, asceta, cioè capace di esercitarsi laicamente senza farsi condizionare neppure dalla sua cultura cattolico-democratica e socialista libertaria, si ragionava senza restare mai prigionieri di schemi e di pregiudizi. In piena libertà.

Grazie e ciao Pierre, mio buon amico.

Voglio bene a Mario Balotelli e a Tiziano Ferro, bravi ragazzi normali, mentre Salvini inanella una gaffe dietro l’altra, e altri ministri come quello dell’ambiente riconoscono che i predecessori di dicastero non erano poi così male, ma anche il capo leghista, obtorto collo, deve ammettere che Marco Minniti aveva fatto un buon lavoro

Intanto il nostro centravanti nero, di origine ghanese (proveniente dalla famiglia Barwuah) coniuga bene i congiuntivi e poi, con voce profonda da omone giovane e robusto, parla di diritti umani con semplicità senza essere mai banale. Dice che sarebbe onorato di essere il capitano della Nazionale di calcio.

Lo sarà, ma intanto è importante constatare che questo ragazzone è cresciuto, è diverso da qualche anno fa, rappresentando meglio la generazione di quasi trentenni, e anche di ragazzi più giovani.

Il bravissimo cantante romano spera di non essere pressoché “trasparente” come uomo di orientamento omosessuale, anzi quasi invisibile. Convivono in questa beata Italia tante posizioni, tante opinioni, spesso fondate su mancanza di informazione e su pregiudizi. Molti parlano senza darsi la pena di conoscere le cose di cui parlano, e spesso senza una formazione adeguata, ignorando anche i fondamenti di un argomento, fregandosene bellamente di fondare il proprio pensiero su basi conoscitive solide e affidabili. A volte è una pena ascoltare chi parla in televisione o leggere chi scrive sul web, libero come l’aria e deficiente come un minus habens.

Se perfino Balotelli mi soddisfa significa che lo chef generale dell’informazione offre un modesto menù, senza offesa per il campione.

Giù nel Sud, nei pressi di Vibo Valentia, hanno fucilato un nero (chiamato da molti “negro”, con dizione spregiativa, non etno-antropologica), del Mali, Sacko Soumajli, che si occupava di se stesso e dei suoi conterranei migranti e lavoratori a tre euro l’ora, dentro il sindacato bracciantile USB, emulo di Di Vittorio, a quasi ottanta anni dalle lotte guidata da quel grande di Cerignola. Civilissimo rappresentante dei lavoratori, dignitosissimo e sapiente, di una sapienza antica.

Salvini invece parla di “galeotti” provenienti dalla Tunisia, e deve anche scusarsi con il governo di quella piccola nazione araba, a noi molto vicina. Bettino Craxi, che amava quella nazione e a Hammamet è morto, certamente l’avrebbe bacchettato invitandolo a informarsi meglio e a parlare da ministro con più cognizione delle cose. Nel frattempo, sempre il ragazzotto lombardo invoca Orban l’ungherese, il quale comunque ci è poco amico, con i suoi amici di Visegrád.

Il Gruppo di Visegrád si è costituito tra Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia il 15 febbraio 1991, al fine di rafforzare  la cooperazione tra questi tre stati e in seguito quattro (con la divisione tra Repubblica Ceca e Slovacchia dal 1993) sotto vari aspetti della vita civile, sociale, culturale, scientifica ed economica.

L’ispirazione del Gruppo di Visegrád è stata dovuta agli incontri avvenuti nel 1335 e nel 1339 tra i re Carlo I d’Ungheria, Casimiro III di Polonia e Giovanni I di Boemia, per migliorare i rapporti commerciali ed economici tra le tre nazioni. Un evento storico per affermare l’unità d’intenti di tre saggi sovrani e di tre popoli contermini. L’Europa si costituiva anche così, magari “a pezzi”, fin dai tempi di Carlo Magno, quando il Sacro Romano Impero in qualche modo proseguiva lungo la strada dell’Impero Romano ispirato dalla Res Publica Christiana.

Salvini forse non sa queste cose, ma qualcuno gliele spiegherà. Non vi era nulla di razzista nel primigenio Gruppo di Visegrád, bensì lungimiranza e dialogo, al contrario di quello che sta sostenendo il neo-ministro degli Interni, il quale comunque riconosce il buon lavoro fatto da Marco Minniti.

L’altro “dioscuro” della nuova maggioranza, il Di Maio, invece, si occupa dei ciclisti porta-pizze a casa, i rider, lavoratori senza diritti minimi. Gli economisti dei due partiti si dividono sulla plausibilità della flat tax e del reddito di cittadinanza, cominciando a spiegare che misura senza capienza finanziaria sono irrealistiche e illusorie, cioè un inganno per gli stessi cittadini elettori che hanno creduto nel “nuovo”, nell’enfasi del cosiddetto “cambiamento”.

Non si fanno miracoli: neppure san Giovanni evangelista nel vangelo da lui ispirato, parla di “miracoli” riferendosi alle opere del Maestro di Nazaret, ma di segni, di semèia, come si dice in greco antico. E i segni sono tracce importanti  dell’agire umano. I segni significano sempre qualcosa.

Quello che speriamo le persone imparino è che non esiste la perfezione, e tantomeno in politica, ma un continuo ricercare di migliorare, anche usufruendo umilmente di esperienze altrui, anche di avversari, perfino di nemici o ritenuti tali.

L’uomo forse evolve, ma lentamente, e a volte involve, per cui occorre pazienza, umiltà, lungimiranza, capacità di sopportazione, forza morale, come insegnano i padri insigni del pensiero greco-latino e cristiano.

Complimenti! Il primo lavoro della sua vita è quello di ministro del lavoro. Bravo Di Maio!

Niente stage, niente tirocinio, niente apprendistato, niente periodo di prova, niente periodo di somministrazione o, come si diceva, interinale, ma subito assunto, anzi subito ministro del lavoro! Sembra una gag di Petrolini o una folgorante battuta di Ennio Flaiano, quello che definiva molte cose italiane gravi ma non serie (!). Luigi Di Maio è il fortunato campione di tale record galattico, che neanche il grande entusiasmante Real Madrid di Zidane e Cristiano… Neanche fosse un Alessandro Magno redivivo con Aristotele precettore.

In azienda un ingegnere di ventisei anni entra a milletrecento euro al mese, se gli va bene, o anche meno, dopo aver studiato seriamente e duramente matematica, fisica tecnica, chimica e altre discipline non banali e non facili. Lui no, lui è subito capo di tutti. La prima o la seconda  battuta concerne il Jobs act che definisce come fosse una persona, non un atto legislativo. Boh, approssimazioni espressive dovute all’insicurezza, all’imbarazzo, all’impreparazione. Circa il reddito di cittadinanza si capisce da come ne parla che non sa nulla di mercato del lavoro, né padroneggia (come potrebbe essere, peraltro, se non ha studiato, né ha vissuto esperienze sufficienti in tema?) i più importanti principi della sociologia generale e di un’antropologia culturale seria, che è disciplina indispensabile per comprendere almeno un po’ l’immensa e variegata ricchezza morale e spirituale, e anche i difetti, delle popolazioni italiche che compongono la nostra grande Nazione?

Molto più di lui sapevano gli antichi Romani, Cicerone, Seneca, gli imperatori Adriano e Marco Aurelio, tra altri, e Claudio, che ammise i Pitti e i Britanni nelle assemblee politiche dell’Impero. Ma non mi meraviglio: citando Cicerone, Marco Aurelio e Seneca cito intellettuali, filosofi, avvocati e politici di gran lunga superiori agli attuali, figurarsi se non superiori al ragazzetto campano.

Mi chiedo che sentimenti potesse avere quando ha dovuto stringere la mano al presidente Mattarella nel giorno della nomina a ministro e vice premier, dopo che solo tre giorni prima ne aveva chiesto la messa in stato d’accusa (l’impeachment, ex art. 90 della Costituzione imparato lì per lì). Un po’ di vergogna? Chissà.

L’ultima battuta del nostro la volete sentire? “Basta fischiare ora, lo Stato siamo noi, ora“. Beh, calma Gigino, calma Gigetto.

Salvini invece va subito in Sicilia e vedere come fare a ridurre gli sbarchi. Forse resterà lì di guardia, personalmente. L’atteggiamento, le posture, il linguaggio sono quelli di sempre, tra l’aggressivo e lo sbruffone, ma ora si accorgerà a sue spese che il gioco si fa serio. Dire che i clandestini si rassegnino a fare le valigie per tornare a casa è bello per la piazza plaudente, epperò non facilissimo da realizzare in tempi brevi, come lo ammonisce il suo autorevole compagno di partito Maroni, che ha già fatto, e bene, il ministro dell’interno. Un suo adepto, il neo-ministro della famiglia afferma che le famiglie gay non esistono: come negare la realtà. Forse ha bisogno di un refresh di logica espressiva. Anch’io non condivido le adozioni da parte di famiglia omosessuali, per ragioni antropologico-morali ed educazionali che ho qui trattato più volte, ma negare la realtà delle unioni civili, peraltro regolamentate da una legge dello Stato, è proprio stupido. Anche sull’aborto non dico di più di quanto scritto qualche giorno fa, sempre qui: penso che nessuno “sia per l’aborto”, ma è saggio, umano e ragionevole essere per una sua regolamentazione, nell’ambito di politiche di sostegno alle nascite di nuovi esseri umani. Homo insapiens, definisce brillantemente il ministro Fontana il quotidiano Il Manifesto.

La piccola fascistella Meloni si offre ma non la vuole nessuno, mi diverto un po’. Berlusconi è incazzato, per me simpaticamente, ma non so come gli andrà. Quelli che Bersani pensava potessero fare un po’ di sinistra sono a un patetico silenzio, salvo Boldrini che seriosamente tenta ancora di pontificare, proprio non ce la fa a capire che è venuto il tempo del silenzio dopo tanta idiozia.

Gli esponenti del PD, di nuovo mio partito, fanno pena, non so perché non impediscono a quell’impedito di Rosato di parlare, e anche Martina e Del Rio sembrano imbalsamati. Per ora sono solo capaci di fare muso duro e cipiglio afasico, niente proposte, nulla di nulla. Renzi scomparso, meglio così. Non so che cosa potrebbe fare di utile in questa fase.

Tanto è mentre pedalo verso la grande campagna di questa tarda calda primavera in attesa di prendere l’aereo per andare giù al Sud, a mille chilometri dal Friuli, per parlare con lavoratori e sindacati di lavoro vero, di impegno, di premialità giusta, di ripresa di entusiasmo, di crescita.

La giornata è infinita al Riva del Sole. Ora andiamo a Bitonto per uno sguardo alla Cattedrale meraviglia del romanico pugliese, poi cena sobria e un sonno giusto per la giornata di lavoro, uno splendido lunedì di vita vera.

…e ora vediamo se Salvini sarà capace di fare meglio di Minniti (a cui, afferma, chiederà come si fa a fermare i migranti, ma come, allora anche il governo cessante era abbastanza bravo!) se Di Maio meglio di Calenda, ché meglio di Poletti non avrà problemi a fare, anche se, afferma, che il suo obiettivo personale è “migliorare la qualità della vita degli Italiani” (ingenuità o dabbenaggine?): in nome della cara Patria Italia, auguri!

Caro lettore,

finalmente, dopo quasi novanta giorni di polemiche talora stupide se non penose, abbiamo il Governo della Repubblica Italiana. Non conosco la maggior parte dei ministri, ma auguro buon lavoro a tutti, anche a Toninelli, che ha detto spesso cazzate sesquipedali, e ai due vice premier che sono la rappresentazione -differenziata- del non-sense politico serio, e non aggiungo altro, perché non smentisco un et di quello che ho scritto di loro nei tre mesi scorsi.

Vediamo se ora il pensiero dei due e dei loro militanti politici e seguaci si sposta sulle tematiche vere del popolo italiano, sull’economia, sulla società, sulla giustizia, sul diritto alla conoscenza, sul futuro concreto della nostra bella Nazione, dal pensiero volto prevalentemente a un eventuale voto e all’incremento di suffragi da realizzare. Bravo presidente Mattarella che anch’io, qui nel mio piccolo, ho sostenuto. Ho visto anche che dopo la mia lettera inviatagli, ha iniziato a utilizzar meno il termine “paese” per dire Italia, ma di più riferimenti all’Italia, agli Italiani, alla Repubblica, se non alla Patria o alla Nazione, etc. Ah (sorrido), Di Battista può tranquillamente rimanere in America, non credo manchi alla Patria, a me no certamente.

Ora invierò la lettera anche al prof Conte per vedere se condivide la mia proposta. Caro lettore, trovi la lettera in questione se vai indietro di un mese e mezzo circa.

I temi sul tavolo del nuovo governo sono molti e difficili, per cui preoccupa l’approssimazione e la banalità dei contenuti del famoso “contratto” tra i due partiti che ora hanno la responsabilità di guidare l’Italia. Una considerazione: come si fa a prevedere un surplus di spesa per circa 108 miliardi per il primo anno, con una copertura specifica di meno di un duecentesimo scarso della cifra (cioè con 500 milioni di euro)? Dove si andrà a prelevare il restante denaro? dalle solite tasche degli Italiani, da nuove tasse o accise, dall’evasione fiscale di cui si strombazza a ogni appuntamento elettorale, dalla riduzione dei costi della politica? Mi pare ci sia, come si dice, molta fuffa in tutto ciò, ovvero approssimazione e dilettantismo.

Accadrà certamente che quasi tutti i sogni di gloria dell’alleanza M5S e Lega saranno accantonati silenziosamente, a partire dalla improponibile Flat Tax e dal Reddito di cittadinanza, due esempi di misure ontologicamente e reciprocamente contraddittorie, perché l’una richiede maggiori uscite e l’altra prevede minori entrate: come a dire di poter fare di più con meno, che neanche un bambino…

Anche per questo Salvini voleva lucrare al più presto la sua furbissima credibilità con nuove elezioni da tenersi al più presto e Di Maio, consapevole -finalmente- di essere stato messo nel sacco dall’Asterix padano, no. Si pensi: il pensiero sommo di tutti e due, anche se a geometria variabile, altro non è stato che il potere per il potere, come nelle precedenti “repubbliche”, che poi non è mai del tutto vero, ma un po’ vero lo è, sempre. Il potere non negativo in sé, ma lo può diventare per come lo si esercita e per i fini per i quali lo si esercita. La differenza la fa la qualità delle azioni umane, lo spirito, il cuore di chi agisce. La moralità delle azioni è data dall’interiorità, dalle intenzioni, come insegnava il Maestro nazareno (cf. cap. 5 Vangelo secondo Matteo).

I danni che hanno fatto i due dilettanti solo nell’ultima settimana solo il Padreterno quantificarli, o il suo CFO, che probabilmente sarà Paolo di Tarso o San Benedetto, forse meglio.

Questi due hanno scambiato il governo per un gioco di monopoli, il bimbo napoletano di più, ma anche il ragazzo un po’ in carne della Lombardia. E” drammatico che la democrazia rappresentativa, quando opera con leggi elettorali così idiote, pensate e scritte da minus habens come i suoi autori omonimi. Bisognerà provvedere affinché non accadano più cose del genere.

Altra cosa: anche la stampa deve smettere di raccontare cazzate, di riferire amenità e falsità, di commentare con un rancore, così come i potentati politici alla Juncker, prima di parlare dovrebbero controllare il tasso alcolico: nel suo caso si vede dalla pelle vizza di un uomo non vecchio del ’53 che è un forte bevitore, che però non “tiene” come Churchill, e così va nel pallone del suo minuscolo Lussemburgo. Così dal pomposo e panzone e vino tinto capelli di Barroso si è passati a questo giocatore di briscola prestato alla politica che parla come se battesse il fante all’osteria.

Passando in rassegna i nuovi ministri, forse qualcosa di buono c’é, ora lavorino sodo confrontandosi senza ideologismi e rabbia in Parlamento anche con chi non li voterà. Alla guida dei due rami ci sono due persone che personalmente gradisco di gran lunga rispetto ai predecessori. Un Fico al posto di Boldrini mi sta non bene, benissimo, così come la signora Casellati al posto di un Grasso… ma chi ha pensato che poteva essere un leader politico quest’uomo spento? Bersani? ma sei fuori? D’Alema? Non posso crederci. Forse quei quattro gatti di ex vendoliani o possibilisti civatisti. Lo ripeto, a questo sinistrume ridicolo capitanato dalla fervida Boldrina preferisco il vecchio compagno Marco Rizzo, comunista all’antica.

Buona fortuna prof Conte. Faccio il tifo per lei.

La “sacra” dei tromboni: El Pais, Le Figaro, The Economist, The Guardian, Die Welt, Le Monde, New York Times, Der Spiegel, Il Fatto Quotidiano, il Corriere della Sera,…

Al mattino, viaggiando verso i primi impegni di lavoro ottimizzo (che brutto verbo) il tempo ascoltando pezzi di due rassegne stampa su Radio Radicale, dove l’ottimo Massimo Bordin si fa apprezzare per la sua non comune cultura storico-politica, e talora su Radio Maria, egemonizzata da quel marpione di padre Livio. Di sabato su Radio Radicale i commenti sono di Marco Taradash, vecchio “lottatore continuo”, diversamente ironico da Bordin e altrettanto ascoltabile. Ci sono tanti “lottatori continui” in giro come ex “avanguardisti operai”, alcuni agganciati al mondo liberal-radicale, altri addirittura alla destra, più o meno di centro, come il giornalista Liguori, o l’attuale sindaco di Udine che è stato presidente e sindaco di tutto, e trent’anni fa mi intervistava quando ero segretario della Uil.

Io son rimasto fermo -nei decenni- attorno al mio socialismo democratico, e mi son visto superare a destra da una miriade di coetanei, più  meno, che un tempo mi davano del “destro”, quasi reazionario. Eh eh. A sinistra, poi, si è invidiosi, e io stesso ne sono stato vittima, quando avrei potuto entrare in consiglio regionale o diventare sindaco del mio paese natale, ma mi sabotò per due volte un potentato della sinistra, per il quale e del quale non sarei stato subalterno. Ci mancherebbe, subalterno, e di chi? Io, di niuno! Ho riso in tutti e due i casi, non avendo bisogno di nulla, poiché vivo del mio.

Devo dire che mi diverto ai diversi accenti delle narrazioni, talora esilaranti. Qualche volta mi incazzo pure ascoltando i commenti degli articoli stampa. Soprattutto i titoli sono oggetto di interesse mio e del commentatore, e la loro strutturale incoerenza con i testi sottostanti. Non so se il titolista è ontologicamente un disonesto intellettuale o se il giornalista non si mette d’accordo con il titolista e/o viceversa. Fatto sta che ciò che leggiamo, o ci viene letto da questi meritevoli commentatori: in pratica mi digerisco in quaranta minuti i principali argomenti di cinque o sei quotidiani ogni giorno, un buon viatico per iniziare la giornata.

Ciò che colpisce, almeno me, è una certa vis retorica dei pezzi, una retorica non classica, ma zoppicante, a volte bolsa, non sempre nutrita alla fonte di un lessico sufficientemente ricco e polisemantico, o di una verbologia adeguata per scelta di tempi e modi. Non è raro che a volte zoppichi anche la consecutio temporum. La parte più povera, comunque, mi sembra sia il lessico, talora misero, trito, stanco. Un esempio: se il cronista deve riferire di difficoltà in cui sta incorrendo un politico o un partito, non c’è verso che non usi la metafora della “bufera”: bufera su, e su, e su… Basterebbe cercare uno degli anta sinonimi che il vocabolario italiano offre. Si pensi che per il concetto di “stupido” abbiamo a disposizione almeno una trentina di lemmi, che diventano un centinaio se allarghiamo l’attenzione alle inflessioni dialettali o idiomatiche presenti in Italia.

Questo dal punto di vista linguistico-formale. Se volgiamo la nostra attenzione ai contenuti, ne troviamo di tutti i colori. Sintetizzerei così: in generale la stampa anglosassone e, sia pure in modo diverso, anche quella francese, sembra godere nel prendere per il sedere l’Italia; quella tedesca pare abbia una vecchia ruggine contro l’Italia, cercando sempre esempi per mostrare una certa quale inaffidabilità antropologica degli Italiani. Anche se i tedeschi hanno superato e metabolizzato il nazismo rifiutandolo, sembra quasi che, sotto sotto, quell”8 settembre del ’43 non sia mai passato del tutto. A questi giornalisti io ricorderei magari Cefalonia e il generale Gandin, Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, se loro implicitamente hanno in testa il reuccio vigliacchetto e il generale fasullo, Pietro Badoglio.

Ora che il presidente Mattarella ha stoppato Salvini e Di Maio (quest’ultimo è oramai in naftalina con il suo bel vestitino blu), chissà che uscirà dall’intelligentissima penna dei malevolenti cronisti esteri. Prepariamoci all’ira.

Ai tedeschi, che ci hanno messo sei mesi a fare l’ultimo governo e hanno salvato le loro banche con i soldi amministrati da Mario Draghi, e agli spagnoli che torneranno presto a votare dopo aver votato per due volte consecutive circa venti mesi or sono, e ai polacchi, agli austriaci, agli ungheresi, mi verrebbe da ricordargli Cesare e Marco Aurelio, Traiano e Adriano, se non Michelangelo, Galileo e Leonardo, tra altri cento geni, se proprio ci tengono a prenderci per il sedere.

Auguri, professore Giuseppe Conte (anche se ha rinunziato) e quanto sotto vale per il dottore Cottarelli, ora

Caro Presidente,

certo che Lei conosca bene gli articoli 92 e 95 della Costituzione della Repubblica Italiana, in ogni caso li richiamo integralmente qui, casomai necessitino di leggerlo i suoi due esimi principali mentori e i loro sodali, che talora con guittesca iniziativa (Di Battista) esagerano nelle esternazioni, quasi a voler insegnare il mestiere a uno che è di quel mestiere, per studi e pratica fatti in lunghi decenni di carriera politica e professionale (il Presidente Mattarella), da ben prima che il guitto citato nascesse, come maleducato da osteria.

Certamente poi Lei conosce bene le prerogative e i poteri del Presidente della Repubblica circa il suo ruolo nelle nomine dei ministri, checché ne dicano i sapientini sopra adombrati.

Eccoli, i due articoli.

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Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.

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Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri.

I Ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei Ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri [cfr. art. 89].

La legge provvede all’ordinamento della Presidenza del Consiglio e determina il numero, le attribuzioni e l’organizzazione dei Ministeri [cfr. art. 97 c. 1].

Ciò detto, desidero esternarle i miei auguri di cittadino italiano, non nostalgico, né della ghigliottina (Marat, Danton, Saint-Just, Robespierre), né tifoso di un giustizialismo cieco, sordo e crudele, incapace di qualsiasi confronto e dialogo con posizioni diverse dalla sua, talmente presuntuoso da ritenersi – implicitamente- quasi uno spirito santo incarnato (alla Travaglio, per dire).

Ora c’è da lavorare, e anche se io non ho votato nessuno dei due partiti che la hanno proposta, mi auguro che il Suo tentativo riesca, trovando un equilibrio assennato nel decidere sui vari temi e problemi gravosi che La attendono. Non mi interessa neppure disquisire sul famoso e un po’ fumoso “Contratto di governo” come è stato chiamato dai due novelli sposi della politica italiana, poiché mi interessano le questioni vere, vitali della vita individuale e sociale della nostra Nazione.

Non so come, posto che ho fiducia che Lei riuscirà a proporre una compagine governativa che sarà votata dal Parlamento, si muoveranno le due forze politiche proponenti, né se il cosiddetto Comitato di conciliazione si metterà a “conciliare” qualcosa. Mi permetto solo di dirle alcune cose, frutto d’una conoscenza ed esperienza non banali di “cose socio-politiche”:

a) circa la legge Fornero operi delle modifiche prudenti senza stravolgerla, in modo tale da non impegnare pro futuro eccessivamente le finanze pubbliche;

b) non tocchi il Jobs act, ché va bene così: infatti, solo sindacalisti e politici ignoranti o in malafede possono affermare che in questi quasi tre anni di vigenza abbia creato sfacelo, perché è vero il contrario, in quanto non c’è stata alcuna valanga d licenziamenti entro i primi trentasei mesi di contratto. I lavoratori bene intenzionati il lavoro se lo tengono e le aziende si tengono i lavoratori bene intenzionati;

c) circa il “reddito di cittadinanza” faccia in modo che non sia una sinecura per i pelandroni, collegandolo rigorosamente alla formazione di riqualificazione e alle opportunità di lavoro;

d) riveda le improvvide intrusioni del ministro Fedeli sulla scuola superiore, impedendone lo smantellamento iniziato dalla signora in rosso, e sto, ad esempio, pensando alla riduzione del quinquennio a un quadriennio;

e) irrobustisca l’aiuto alle famiglie giovani per favorire le nascite e l’accudimento dei figli;

f) mantenga nella sanità almeno gli standard odierni;

g) circa le percentuali della flat tax ne misuri bene gli aspetti finanziari attuariali e, se non sufficientemente sicuro dell’efficacia dello strumento, punti su un’equità fiscale più sobria e controllabile;

h) tenga duro nei confronti dei nazionalizzatori statalisti che albergano dalle sue parti;

i) riveda alcune grandi opere, come la TAV, su cui credo abbiano più ragione chi la avversa;

l) faccia sentire forte la voce dell’Italia nelle crisi internazionali, lavorando per mantenere aperti i canali di dialogo nelle zone di crisi e con nazioni e crisi strategiche come l’Iran e la Russia, operando per togliere sanzioni e altri balzelli;

m) preveda degli investimenti strategici per la riqualificazione e il risanamento idro-geologico del territorio;

n) continui l’opera intelligente del ministro Minniti sull’immigrazione e sull’intelligence… e potrei continuare, ma qui mi fermo.

In altre parole, dia significato alla parola “cambiamento” di cui si sono riempiti la bocca nelle scorse settimane i due soliti noti, dandogli un significato di sano realismo riformista, quello che era riuscito, ma solo un poco, a Craxi una trentina di anni fa.

Senza retorica, ma con il passo dell’alpino abruzzese, piemontese o friulano disboschi con decisione le zone di parassitismo presenti nelle grandi burocrazie centrali e negli enti locali, di cui si deve completare la semplificazione.

Se Lei si muovesse in questa direzione e io fossi deputato o senatore la voterei, anche in difformità alle direttive del partito al quale sono iscritto, ancora impantanato in lotte neppure fratricide, ma solo meschine, partito in mano, nonostante quel bravo ragazzo di Martina, a mediocri intrallazzatori presuntuosi come lo sbruffoncello toscano e i suoi accoliti, anche della mia regione.

Io sto lì perché la mia storia è da quelle parti, la storia di un socialismo democratico di matrice cristiana, che non ha altri contenitori plausibili, almeno mi pare. La osservo con attenzione e rispetto. Auguri.

La legge 194 ha quarant’anni e la vita miliardi, e speriamo continuino, la legge e la vita

Leggo qua e là che nel 40° della “Legge 22 maggio 1978, n.194, si scatenano insulti sanguinosi del tipo “assassina” verso donne che hanno abortito.

Vorrei ricordare a questi fanatici e fanatiche che il trend degli aborti praticati in Italia dal ’78 è vistosamente calato, nonostante l’aumento della percentuale dei medici obiettori.

Vorrei ricordare a quei militanti “per la vita” che le mammane prima del ’78 facevano abortire con intrugli di prezzemolo bollito che causavano insufficienze renali gravissime, o agivano con sonde-ferri da calza, provocando emorragie e infezioni mortali a quelle povere donne.

Vorrei ricordare agli stessi urlanti accusatori che una legge imperfetta è sempre meglio di un’assenza normativa che dà la stura, come si sa, ad ogni nefandezza. ed ora due parole sulla 194.

Il titolo della legge è il seguente: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza“, legge che ha depenalizzato e disciplinato le modalità di accesso all’aborto, che fino a prima era considerato una sorta di attentato alla stirpe (codice penale Alfredo Rocco del 1930, nel quale l’interruzione volontaria di gravidanza, IVG, in qualsiasi sua forma, era considerata un reato, art. 545 e ss., abrogati nel 1978). In particolare: a) causare l’aborto di una donna non consenziente (o consenziente, ma minore di quattordici anni) era punito con la reclusione da sette a dodici anni (art. 545), b) causare l’aborto di una donna consenziente era punito con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all’esecutore dell’aborto, sia alla donna stessa (art. 546), c) procurarsi l’aborto era invece punito con la reclusione da uno a quattro anni (art. 547), d) istigare all’aborto, o fornire i mezzi per procedere ad esso era punito con la reclusione da sei mesi a due anni (art. 548).

In caso di lesioni o morte della donna le pene erano ovviamente inasprite (art. 549 e 550), ma, nel caso “… alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 545, 546, 547, 548 549 e 550 è stato commesso per salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto, le pene ivi stabilite sono diminuite dalla metà ai due terzi.” (art. 551).

Nel 1975 tornava all’attenzione generale il tema della regolamentazione dell’aborto, soprattutto dopo l’arresto del segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, della segretaria del centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (CISA) Adele Faccio e della militante radicale Emma Bonino, per aver praticato aborti, dopo essersi autodenunciati alle autorità di polizia.

Sul web leggiamo che “Sull’onda delle manifestazioni e delle proteste, della rivoluzione culturale e sessuale che stava coinvolgendo la società italiana, venne portata avanti la campagna abortista, che fu condotta dalla sinistra (PCI, PSI, PSDI), dai partiti liberal-capitalisti (PRI, PLI), e dal Partito Radicale.”

Ancora, cito dal web: “Il CISA era una associazione fondata da Adele Faccio che con molte altre donne si proponeva di combattere la piaga dell’aborto clandestino, creando i primi consultori in Italia e organizzando dei «viaggi della speranza» verso le cliniche inglesi e olandesi, dove grazie a voli charter e a convenzioni contrattate dal CISA, era possibile per le donne avere interventi medici a prezzi contenuti e con i mezzi tecnologicamente più evoluti. Nel 1975 dopo un incontro prima con Marco Pannella e poi con Gianfranco Spadaccia il CISA si federava con il Partito radicale, e in poche settimane entrava in funzione l’ambulatorio di Firenze presso la sede del partito. Il 5 febbraio una delegazione comprendente Marco Pannella e Livio Zanetti, direttore de L’espresso, presentava alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo degli articoli nn. 546, 547, 548, 549 2º Comma, 550, 551, 552, 553, 554, 555 del codice penale, riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Cominciava in questo modo la raccolta firme. Il referendum era patrocinato dalla Lega XIII maggio e da L’Espresso, che lo promossero unitamente al Partito Radicale e al Movimento di liberazione della donna. Tra le forze aderenti figuravano Lotta continua, Avanguardia operaia e PdUP-Manifesto. Dopo aver raccolto oltre 700.000 firme, il 15 aprile del 1976 con un Decreto del Presidente della Repubblica veniva fissato il giorno per la consultazione referendaria, ma lo stesso Presidente Leone il primo maggio fu costretto a ricorrere per la seconda volta allo scioglimento delle Camere. Erano forti i timori dei partiti per le divisioni che poteva provocare una nuova consultazione popolare dopo l’esperienza del referendum sul divorzio dell’anno precedente. Il bisogno di adeguare la normativa si è presentato al legislatore anche in seguito alla sentenza n.27 del 18 febbraio 1975 della Corte Costituzionale. Con questa sentenza la Suprema Corte, pur ritenendo che la tutela del concepito ha fondamento costituzionale, consentiva il ricorso alla IVG per motivi molto gravi.”

Ragione per cui con la  “194” sono venuti a cadere i reati previsti dal titolo X del libro II del codice penale con l’abrogazione degli articoli dal 545 al 555, oltre alle norme di cui alle lettere b) ed f) dell’articolo 103 del T.U. delle leggi sanitarie. La 194 consente alla donna, nei casi previsti dalla legge, di ricorrere alla IVG in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza), nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica.

E’ interessante leggere qualche brano della normativa. Il prologo della legge (art. 1), recita: Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

L’art. 2 tratta dei consultori e della loro funzione in relazione alla materia della legge, indicando il dovere che hanno nei confronti della donna in stato di gravidanza: a) informarla sui diritti a lei garantiti dalla legge e sui servizi di cui può usufruire; b) informarla sui diritti delle gestanti in materia; c) suggerire agli enti locali soluzioni a maternità che creino problemi; d) contribuire a far superare le cause che possono portare all’interruzione della gravidanza.

Nei primi novanta giorni di gravidanza il ricorso alla IVG è permesso alla donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito (art. 4). L’art. 5 prevede che il padre del concepito non possa in alcun modo intromettersi nella IVG e non sia titolare di alcun diritto sul feto. La figura del padre è citata solamente quattro volte nel suddetto articolo e solamente chiamata in causa come presenza presso un consultorio, struttura sanitaria o medico di fiducia ai quali si rivolge la madre solo nel caso in cui questa vi acconsenta (comma 1 e 2).

La IVG è permessa dalla legge anche dopo i primi novanta giorni di gravidanza (art. 6): a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Le minori e le donne interdette devono ricevere l’autorizzazione del tutore o del giudice tutelare per poter effettuare la IVG. Ma, al fine di tutelare situazioni particolarmente delicate, la legge 194 prevede che (art.12): …nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.

La legge stabilisce che le generalità della donna rimangano anonime. La legge prevede inoltre che “il medico che esegue l’interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite” (art. 14). inoltre, il ginecologo può esercitare l’obiezione di coscienza. Tuttavia il personale sanitario non può sollevare obiezione di coscienza allorquando l’intervento sia “indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo” (art. 9, comma 5). La donna ha anche il diritto di lasciare il bambino in affido all’ospedale per una successiva adozione e restare anonima.

A quarant’anni dalla sua adozione, il dibattito su questa normativa continua con vigore e con non sempre ragionevoli modalità di toni e contenuti. Vi sono però ancora almeno un paio di questioni, su cui si dovrebbe riflettere seriamente: il tema dell’obiezione di coscienza dei medici, che per dimensioni e motivazioni non convince, poiché si tratta di garantire comunque il funzionamento di una legge dello Stato che regolamenta un tema di delicatissima rilevanza etica e sociale e la questione del ruolo dl padre, il quale nella stesura del 1978 non ha nessuna rilevanza. Invece, proprio perché, e a maggior ragione di questi tempi in cui la violenza sembra essere uno dei tristissimi crismi del rapporto uomo-donna, dovrebbe essere preso in considerazione. Non è ragionevole, infatti, che il “secondo” genitore non possa esprimersi in alcun modo su un fatto che comunque lo riguarda, in ogni senso, morale, esistenziale ed affettivo, sia nei confronti della compagna, sia nei confronti della vita che potrebbe (o meno, e questo mi rattrista, comunque) venire al mondo.

E infine, da socialista cristiano e da teologo filosofo qual sono, desidero ricordare con gratitudine il lavoro quasi eroico svolto in quegli anni dai dirigenti del Partito radicale Marco Pannella, Adele Faccio e  Adelaide Aglietta, che non ci sono più e li rimpiango, e Emma Bonino che ci può ancora dare una mano in intelligenza e agire politico. Lo dico anche se, subito dopo, aggiungo che molti accenti delle proposte radicali non condivido, come quelle sull’eutanasia nuda e cruda (alla “svizzera”, intendo) mentre propongo piuttosto la linea etico-filosofica del mio Maestro Tommaso d’Aquino, il quale, se interpellato sulla legge 194 (perdonami, mio gentil lettore l’obbligatorio anacronismo), e dopo avere meditato come era solito umilmente fare, avrebbe detto che in casi così ardui, bisogna sempre scegliere il bene maggiore, che necessariamente deve corrispondere al male minore, e pertanto, valutati i pro e i contro avrebbe concluso circa l’opportunità di mantenere in vigore la Legge 194, in questo non d’accordo con la linea editoriale degli organi di stampa cattolici di questi giorni. Io la penso così, disponibile a confrontarmi con i colleghi teologi, con gli esperti di comunicazione, i politici e chiunque desideri discutere dell’argomento con logica documentata, realismo e onestà intellettuale.

Florentia, oh Florentia di primavera

Caro lettor mio,

tornare a Firenze è quasi confidenza con la vita, con la vita mia e quella degli altri. Non occorrono più descrizioni della capitale dell’arte del mondo, basta il racconto, il sentimento dello stare-lì, girovagando nella sera che viene con il naso all’aria, quasi novello Marie-Henri Beyle (Stendhal, fo per dire). E ieri c’è stata l’assemblea e il consiglio dei filosofi, che rivedo dopo un tempo. Son tornato fra loro, contento. Abbiamo eletto la nuova presidente, è giovane, è Alexia Lombardi, umile e culta, come va bene che sia. Mi piace ora fare il king maker di trentenni e quarantenni, che mi chiamano magister.

Ciò accade mentre nasce il più strano governo della storia della Repubblica. Salvini trova ancora il tempo per dire l’ennesima c.ta: “…ora, fatto il programma, andiamo da Mattarella per un gesto di cortesia“. Ma sei impazzito segretario? Tu e l’altro socio andrete dal Presidente per obbligo costituzionale, non per cortesia! Studia, studia, studia!!!

Ma la battuta più tremendamente improbabile è di Di Maio: “Stiamo scrivendo la storia” (lui la intende con la “S” maiuscola, il tapino), la quale battuta, se non fosse delirante, sarebbe solo ridicola. Ognun sa che chi fa la storia di solito non sa di farla e soprattutto non lo dice. Invece Gegè Dimmaio lo dice, e lo dice serio. Non so se merita un’invettiva o solo una risata di seppellimento.

Un’ultimissima battuta, altrettanto retorica epperò meno roboante e più grottesca di altre, sempre del giovin campano: “Il nuovo premier sarà un amico del popolo“. Beh, non so se Giggino lo sapeva di suo o se glielo ha suggerito il flemmatico AD della Casaleggio&C, ma l’espressione “amico del popolo” pare sia stata di Jean-Paul Marat, quello che minacciava ghigliottina a tutti e la evitò, come invece non riuscì ai suoi sodali Danton e Robespierre, poiché venne pugnalato nella vasca da bagno di casa da Charlotte Corday.

Passo per un gazebo grillino e mi si fa incontro una stagionata attivista, che gentilmente tenta di porgermi una sintesi del “contratto” tra la Lega e il M5S; altrettanto gentilmente rifiuto di prendere il foglio e mi permetto di darle un consiglio di questo tenore: “Invece di scrivere contratti, iscrivete Di Maio a qualche scuola, che forse è un po’  tecnicamente ignorantello“. La reazione, immediata, è furibonda, cui si unisce il capo-gazebo. Offesissimi mi apostrofano con la seguente esilarante battuta, penso suggerita come piano di comunicazione da Casaleggio Jr. “E lei cosa dice della ministra Fedeli che ha solo la terza media?” Rispondo garbatamente ridendo che la ministra ha un triennio di professionali, ma su lei la penso come loro avendone già scritto con dovizia di particolari sul mio blog, gli preciso “molto letto“. Me ne vado con i due che cercano di inseguirmi per convincermi sulle qualità di Di Maio, ma ora sono già distratto dalle absidi di Santa Maria Novella.

Due parole dolenti anche sul mio partito, il PD, che ancora non trova di meglio che litigare in pubblico celebrando l’Assemblea nazionale, con un Renzi che non si cuce mai la bocca, mettendo in difficoltà il segretario (reggente)  Maurizio Martina, un brav’uomo, preparato e onesto (forse non carismatico, secondo il pensiero nascosto del suo predecessore? ma ciò è tutto da vedere). Pare abbia detto che il Presidente del Consiglio designato (ex art. 95 della Costituzione della Repubblica Italiana) è amico della… onorevole Maria Elena Boschi, tanto per gradire ed essere costruttivo.

In ogni caso le recenti traversie tra i “vincitori” delle elezioni politiche del 4 marzo scorso Di Maio e Salvini e Quirinale, hanno consentito al Presidente Mattarella di erogare una da loro non richiesta (poveretti) lezione di Diritto costituzionale, di cui il Capo dello Stato è professore ordinario, sull’art. 95 della Costituzione, il quale delinea e definisce con precisione le prerogative del Presidente del Consiglio dei Ministri, tutt’altro che notarili, poiché “Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri.” Altro che notaio impegnato a registrare ed eseguire gli “ordini” dei due capi partito, magari ispirati da una privata Srl come quella di Casaleggio ir. Peraltro, in base alla normativa costituzionale italiana, non solo è andata così nei casi di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, ma anche in tutte le circa sessanta designazioni fatte dai presidenti della Repubblica succedutisi dal 1946 in poi, passando -tra molti altri- per De Gasperi, Pella, Segni, Andreotti, Spadolini, Craxi, De Mita, Berlusconi, etc.. e quindi anche per il professor Giuseppe Conte, prossimo designato nel ruolo. Piuttosto, se si farò finalmente una riforma elettorale ragionevole e intelligente oltre l’indecente “rosatellum” (come mi piacerebbe dire all’interessato di persona che cosa penso di lui), si potrà prevedere l’elezione diretta del premier da parte del corpo elettorale, e allora finirà la tiritera ignorante di cui non andiamo fieri. Et de quo hic satis.

In via Faenza, a due passi da San Lorenzo e dalle Tombe Medicee c’è il mio alberghetto ottocentesco. Di qui si può passeggiare un po’ a caso incontrando alcuni dei monumenti più belli del mondo, la sera, quando l’aria rinfresca. Nei pressi c’è anche la Biblioteca Laurenziana agognata dalla mia Bea per suoi studi. Vedremo.

La cattedrale è come un pastore che guida le sue pecore, in mezzo alla città insuperabile, palazzo Medici-Riccardi lo si lascia a sinistra, per procedere verso il Bargello e poi Piazza della Signoria e Palazzo Vecchio. Ricordi della congiura de’ Pazzi, di Giuliano, Lorenzo e Piero. La passeggiata verso l’Arno sotto gli Uffizi mostra i grandi di Firenze, che sono grandi del mondo. La Loggia del Bigallo mi ha già incantato con il Perseo bronzeo del delinquente Benvenuto Cellini, e il Ratto delle Sabine del Giambologna.

Ponte Vecchio accoglie il tramonto e un brusio continuo lungo il fiume lentissimo. Sulla collina i mill’anni di San Miniato al Monte.

Domenica di pensiero e progetti filosofici. Ci possono essere progetti filosofici? Se ne parla animatamente, accogliendo proposte e concordando sul fatto che la consulenza filosofica ha bisogno di decenni per ri-proporsi alla storia come un metodo adatto a questi tempi difficili, accanto ad altre arti, senza sovrapporsi alle psicoterapie, alle direzioni spirituali e alla psicanalisi. La filosofia è mamma, nonna e zia di tutte queste arti moderne, poiché viene da lontano nel tempo, e ne costituisce l’ossatura. Basti pensare alle antropologie platonico-aristoteliche, alle intuizioni di sant’Agostino sull’importanza della volontà e del sentimento, quasi a prefigurare il modernissimo concetto di intelligenza emotiva; si leggano i Soliloquia di questo grande antico: chi ne sa cogliere il non-detto-oltre-al-detto potrebbe scorgere l’antesignana intuizione freudiana dell’inconscio.

Vi è di più: lo studio delle passioni di questi grandi antichi mi pare quasi annunziare le scoperte clinico-biologiche più recenti di un Antonio Damasio, insigne neuro-scienziato. Egli sostiene infatti che ogni essere vivente, a partire dai batteri, cerca un’omeostasi, cioè un equilibrio di forze tale da garantirne la sopravvivenza e uno sviluppo evolutivo, dai monocellulari, i batteri appunto che sono presenti da oltre sessanta milioni di anni al Sapiens che ci annunzia come esseri umani da non più di cento e cinquantamila anni. L’omeostasi potrebbe essere dunque quasi sinonimo intelligente di quel discutibile lemma che è “felicità”.

Nelle more della trasferta, tra bellezze e incongruenze sento che Travaglio scrive sul suo quotidiano del generale Mori questo titolo “Il condannato si auto-assolve“, solo perché il vecchio e coraggioso militare avrebbe “osato” affermare di essere innocente e di non “aver tradito” (Mori usa un desueto ma efficace linguaggio patriottico), e che confida nei successivi gradi di giudizio per ristabilire la verità. A me poco caro Travaglio: ti ricordi di Tortora e di Gianni Melluso, e avresti fatto allora lo stesso titolo dedicato a Mori, salvo poi riportare  l’assoluzione giudiziaria per l’assoluta estraneità di Tortora in dodicesima pagina del tuo pericoloso foglio in una pallida manchette? Sai Travaglio che il 30% dei detenuti in attesa di giudizio viene poi assolto in giudizio? Sai che lo Stato italiano ha pagato a chi è stato detenuto ingiustamente circa trenta milioni di euro negli ultimi dieci anni? Sai che un avviso di garanzia non è una condanna, anche se tu sul tuo giornale lo fai diventar tale ad usum dell’ignoranza popolar-populista che sostieni da furbetto? Lo sai o fai finta di non sapere? In tutti due i casi hai un comportamento spregevole, sia sotto il profilo cognitivo, sia sotto il profilo morale.

Questa e altre cose nella trasferta filosofica alla ricerca di Phronesis, della prudente-sapienza che ci deve ispirare ogni ora del giorno, ogni giorno, settimana, mese, anno, ogni momento della vita. Il nome dell’associazione dei filosofi mi dà una forza tranquilla, quella che sant’Agostino chiamava tranquillitas animi, per dire pacificazione, serenità, mentre torno a casa veloce, nella sera che viene.

U-topie, eu-topie, dis-topie

L’utopia, come ci raccontano -ognuno a modo suo- Platone, Thomas More, ma anche Tommaso Campanella, Etienne-Gabriel Morelly, Rousseau, Fourier, Saint-Simon, Proudhon, Francesco Guccini e qualche altro, faccio per dire sorridendo, come quelli del Movimento 5s di questi anni, è l’isola che non c’è, in greco il non-luogo.

In questi giorni i seguaci di Grillo non riescono neanche a contribuire a fare un Governo della Repubblica, farfugliando proposte ignoranti in mezzo a parlari (chiedere a Di Maio se sa che cosa significa “parlari”) incompetenti e dannosi, e pretendono di avere u-topie socio-politiche. Ora che poi è tornato in campo anche il ciondolante e irridente Dibba, stiamo freschi, lui, meno male che almeno è laureato al DAMS, e non come Fico, laureato nella più improbabile ed elementare disciplina accademica degli ultimi trent’anni, Scienze della comunicazione, in ogni caso due leggerezze. Se uno vuol fare politica o giornalismo e comunicazione, si iscriva a lettere, o a filosofia o a psicologia, o anche a scienze politiche, ché almeno lì il curriculum studiorum è decente, ancora, ora che la ignorantissima ministro (non “ministra”, aoh Boldrina!) Fedeli è scomparsa alla vista nostra.

Il grande filosofo ateniese, che meriterebbe in tema qui un trattatello, ma non mi ci metto, scrisse di utopie quando parlò della terra di Atlantide nel Timeo e nel Crizia, come luogo in cui l’uomo aveva trovato il modo di vivere in pace ed equilibrio. In ogni caso Platone merita sempre la massima attenzione, perché, con il suo allievo Aristotele, ci ha insegnato nientemeno che a pensare, qui in Occidente. Di tempi in cui i pensatori pare siano ragazzotti presuntuosi che tentano di fare politica, è una consolazione tornare al pensiero dei sommi greci, da cui io non mi sono mai staccato.

A proposito, sono disponibile con caritas intellectualis (espressione di Joseph Ratzinger, che Salvini cita lodandolo, perché lo ritiene di destra, ma di cui non ha certo letto neppure un rigo) per Salvini e Di Maio, a spiegargli qualcosa, se vogliono e se si accorgono della loro miseria mentale e culturale. Potrei fare da tramite tra Atene e Milano e Napoli.

Il politico inglese More, amico di Erasmo da Rotterdam, non aveva accettato in qualità di Lord Cancelliere l’Atto di Supremazia con il quale re Enrico VIII aveva voluto staccarsi dalla giurisdizione papale in fatti di religione, per cui infine il re era riuscito a farlo condannare e decapitare, anche perché, non condivideva la scelta del re stesso di cambiare moglie divorziando da Caterina d’Aragona per scegliere Anna Boleyn, con cui aveva fatto un figlio. Il More ci presenta un’utopia politica e sociale straordinaria. che, caro lettore, ti prego di cercare sul web. Utopia, come scrive lui nel trattato omonimo, sarebbe stato un luogo nel quale tutti gli uomini avrebbero potuto vivere insieme nella giustizia e in pace e, siccome non c’è pace senza giustizia…

Tommaso Campanella, al secolo Giovan Domenico Campanella, noto anche con lo pseudonimo di Settimontano Squilla (Stilo, 5 settembre 1568 – Parigi, 21 maggio 1639), è stato un filosofo e teologo. Frate Tommaso Campanella, fu un uomo geniale che dedicava i suoi scritti a qualche autorevole cardinale, come fece con il suo capolavoro La Città del Sole, ipotesi di stato ideale per pratica della giustizia nella pace, invece di opporsi frontalmente come fece il suo confratello Giordano (Filippo) Bruno da Nola, che fini sul rogo nel febbraio del 1600 a Roma, in Campo de’ Fiori. Torturato più volte nel corso di ben cinque processi civili ed ecclesiatici, fra’ Tommaso è riuscito a morire nel suo letto a Parigi, protetto dal cardinale Richelieu.

Prima di Marx e Engels e del loro pensiero denominato materialismo dialettico e socialismo scientifico, in realtà portato filosofico del maggiore idealismo tedesco, dobbiamo ricordare i numerosi socialisti utopisti che dalla Rivoluzione Francese in poi caratterizzarono il pensiero politico e l’azione anche rivoluzionaria francese, e tra altri ricordo Gracchus Babeuf, Filippo Buonarroti, il conte di Saint-Simon, Fourier, Pierre-Joseph Proudhon.

Ad esempio, François Marie Charles Fourier (Besançon, 7 aprile 1772 – Parigi, 10 ottobre 1837) ispirò la fondazione della comunità socialista utopista chiamata La Reunion sorta presso l’attuale Dallas in Texas, oltre a diverse altre comunità negli Stati Uniti d’America (tra le quali ricordiamo Brook Farm, fondata nel 1841 vicino Boston e sciolta a seguito d’un incendio, nel 1849).

Oppure, Claude-Henri de Rouvroy conte di Saint-Simon (Parigi, 17 ottobre 1760, 19 maggio 1825), filosofo. Considerato il fondatore del socialismo francese, partecipò alla Guerra d’indipendenza americana, combattendo agli ordini di La Fayette.

E infine, Pierre-Joseph Proudhon (Besançon, 15 gennaio 1809 – Passy, 19 gennaio 1865) è stato un filosofo, economista, sociologo, saggista ed anarchico francese.  Proudhon è stato il primo ad attribuire un significato positivo ai termini “anarchia” ed “anarchico”, sino ad allora considerati soltanto in negativo, di caos e disordine. Secondo il rivoluzionario francese lo stesso simbolo della A cerchiata significava “l’Anarchia è Ordine”, mentre proponeva la massima, ripresa e resa poi celebre da Karl Marx, “La proprietà privata è un furto”. Attivo durante il breve periodo della Seconda Repubblica francese, sorta a seguito dei moti del 1848, Proudhon teorizzò il sistema economico libertario-socialista noto come mutualismo.

U-topie generose, anche se molto intellettualistiche e a volte un poco cervellotiche, ma interessanti per generosità di intenti e gravità etica. In qualche modo da ammirare.

Di Francesco Guccini non occorrono presentazioni, perché è forse più famoso dei precedenti tra noi contemporanei. Le sue utopie sono canzoni come La Locomotiva o L’isola non trovata, per dire che anche la canzone può evocare l’utopia, anche meglio della propaganda politica.

La democrazia diretta dei grillini, invece, è un’utopia pericolosa e, se attuata anche in minima parte, perniciosa, cioè velenosa, in quanto stupida e irrealistica. Come si fa a pensare di sostituire la democrazia parlamentare con poche migliaia di clic su una piattaforma informatica gestita da una Società a responsabilità limitata privata, denominata “Rousseau”, fondata da quel gran intellettuale noto per imprecisati studi socio-politici che era Gianroberto Casaleggio e dal suo figliuolo, e prescelta dal garante e padrone del movimento e dei capi politici di volta in volta da lui stesso indicati, il comico genovese dal nome entomologico?

La terza repubblica sarebbe questo? L’utopia? Oppure si tratta di una dis-topia, cioè di un disastro? E dunque, lasciamo perdere questi non-luoghi, anche quelli di buone intenzioni come i sogni di More, di Campanella e dei socialisti ottocenteschi, e stiamo pazientemente nella verità faticosa di ogni giorno che viene, caro amico lettore.

Titoli e articoli tra il “falso” e il “vero” nell’attività mediatica, per una dimensione della comunicazione eticamente fondata

Quante volte, gentil lettore, capita di leggere un titolo stampa non intonato all’articolo sotteso, o addirittura in contraddizione evidente (anche solo dopo poche righe) con il testo dell’articolo. Chi non sa che il mestiere del titolista è diverso da quello dell’estensore dl pezzo, il giornalista, si meraviglia molto e non capisce. In realtà chi fa in titoli risponde a una logica diversa da quella veritativa, cioè all’intento che dovrebbe essere normale di riportare la verità dei fatti, perché ha il compito di stimolare l’interesse e la lettura, e forse l’acquisto del giornale stesso.

A questo obiettivo preminente del marketing commerciale si sacrifica dunque la verità stessa delle cose. Che poi l’articolo sottostante rimedi sistematicamente alle falsificazioni dei titoli è cosa fortemente dubbia, anche se le dimensioni di un pezzo narrativo consentono di indulgere maggiormente nei dettagli e quindi di raccontare, se capaci o se possibile, le cose come stanno.

Questo fenomeno è ancora più macroscopico ed evidente nella stampa di tendenza ideologica e/ o di partito. La medesima cosa o fatto o dichiarazione viene raccontata da questo tipo di organi in modo quasi mai obiettivo, ma sempre in qualche modo “militante” o comunque a giustificazione aprioristica della presa di posizione della parte che l’organo di stampa o web tutela e sostiene, e conseguentemente di contrasto con la parte avversa o “nemica” (virgoletto il termine perché si tratta di una inimicizia di vari generi e specie, e a volte anche finta). Infatti, quante volte capita che le prese di posizione ufficiali e quindi mediatizzate di una parte politica, non rappresentino veramente il sentiment e la posizione vera della stessa parte, ma solo uno specchietto per le allodole a fini di spiazzamento e di inganno di qualcuno. Nella comunicazione politica ciò avviene quotidianamente.

Sono da tenere in conto anche gli altri pezzi o parti che compongono l’articolo o l’intervista: oltre al titolo e al testo, spesso si trova un sommario, che costituisce una specie di raccolta dei titoli delle tesi contenute nell’articolo, il quale può avere il pregio di sintetizzare i contenuti ma, essendo di necessità brevissimo, è senz’altro a rischio di approssimazioni o di superficialità volute o in ogni caso “giustificabili” con l’esigenza della brevità.

Inoltre, nell’enorme profluvio di notizie che invadono ogni terminale telematico in nostro possesso, pc, tablet, smartphone che siano, non vi è solo un’accozzaglia informe di vero e di falso, di cui comunque non si riesce quasi mai ad avere le fonti, ma vi è anche il verosimile, che ha sempre interessato la letteratura come racconto, ma che oggi rischia di ingarbugliare ulteriormente le carte della comunicazione e dell’informazione.

Per tutto questo Fake news e fondazione etica della comunicazione sono collegate da un nesso ineludibile. Approfondiamo ancora.

I media ne fanno di tutti i colori: ritoccano, tagliano, modificano, cancellano dentro i testi delle notizie, anche fino a sconvolgerne o a tradirne totalmente il senso e il significato. Consiglio di dare uno sguardo sul web a quanto scrive il Centro Documentazione Solidea di Milano.

Una stanza del quartier generale della BBC a Londra contiene, allineati contro i muri, i box corrispondenti a tutti i giorni dei tre anni prossimi venturi. E in ogni box i nastri o i progetti di ciò che quel giorno verrà trasmesso per riempire le ventiquattro ore di programmazione televisiva. A prescindere da quello che sarà successo. A prescindere da quello che i mesi e gli anni avranno portato […] A prescindere dallo stato delle cose del giorno.”

Il brano è tratto da un articolo di Irene Bignardi [La Repubblica – 7/7/1994], e sintetizza efficacemente le riflessioni di George Steiner, tra i massimi storici della letteratura viventi, sullo stato dell’informazione oggi.

Ogni giorno un numero incalcolabile di notizie invade le agenzie, le redazioni, i network etc., senza una gerarchia. Senza un criterio analitico, in modo del tutto confuso e generico. I lettori/ spettatori restano immobili e inerti, senza possibilità di interlocuzione, se non nelle chatline, che a loro volta contengono di tutto, e soprattutto immondizia.

Di ogni notizia manca il contesto, le coordinate di riferimento, anche un minimo inquadramento socio-storico e politico, oppure economico, culturale, e così via.

Ci par di sapere tutto ma in realtà non conosciamo niente, poiché i confini tra ciò che è vero, verosimile e falso sono labilissimi. Esempi: il servizio girato dalla troupe della BBC con siringhe e profilattici sparsi ad arte per testimoniare il degrado di Reggio Calabria; o il caso Joey Skaggs, inventore e distributore di notizie false molto apprezzate dai media statunitensi, ne sono la testimonianza.

Si può dire che -paradossalmente- non si è mai saputo meno del mondo in questo tempo nel quale tutto viene comunicato in tempo reale, perché non c’è tempo per la verifica, per il confronto tra fonti diverse sulla stessa notizia, per un vaglio critico. Il sociologo Franco Ferrarotti rileva una contraddizione che mette quasi in ridicolo il profluvio di news da parte dei media: “I media, che dovrebbero, come dal nome stesso, mediare, non mediano nulla, perché vomitano in diretta tutto quanto gli capita di recepire dal mercato delle notizie”.

La sequenza dei fatti raccontati così, infatti, non dice nulla, perché non hanno la benché minima logica narrativa, ma capaci di suscitare emozioni sconvolte e reazioni immediatamente attive. In molti casi si è verificato che si trattava di autentici falsi, come quando si vide “il finto attacco missilistico su Israele durante il quale l’inviato della CNN parlava concitatamente indossando una maschera antigas mentre sullo sfondo alcuni tecnici, in tutta tranquillità e a viso scoperto, svolgevano il loro lavoro ignari di essere ripresi; si pensi al cormorano incatramato da un petrolio sbagliato; si pensi alla cattura dei prigionieri iracheni ricostruita, come in uno studio televisivo, con l’aiuto di false comparse kuwaitiane.” [dal web]

Basta che riprendiamo in mano il libro del geniale George Orwell “1984”, dove si riporta il seguente passo: “C’erano le immense stamperie con i redattori e gli esperti di tipografia, e gli studi muniti delle sofisticate attrezzature per la falsificazione delle fotografie […]. C’erano i vasti depositi dei documenti corretti, e le fornaci, ben nascoste, dove si distruggevano i documenti originali [...] “.

Orwell ha mostrato come sia possibile distorcere efficacemente la realtà, senza che il pubblico o il lettore si accorga che la realtà è ritoccata, ridefinita, tagliata, falsata, cancellata a favore della falsificazione più abietta e disonesta. Dunque, ciò che ci viene quotidianamente ammannito dai media ha spesso un’attendibilità vicina allo zero. Un altro esempio: si consideri […] una famosa fotografia del campione USA O.J. Simpson [ieri eroe sportivo, oggi imputato di omicidio] manipolata dal prestigioso Time per rendere più sinistro e minaccioso il volto del protagonista attraverso una tecnica computerizzata di annerimento dell’immagine, il loro valore di documento storico è annullato dalla superficialità e inattendibilità di chi le usa.” [dal web]

Fa specie che proprio la cosiddetta civiltà dell’ immagine sia così si dimostri oggi incapace di dare di sé documenti attendibili.

Un altro aspetto della disinformazione illustrata: “Le foto che vengono pubblicate quotidianamente sui giornali non hanno quasi mai alcun riferimento ai fatti che dovrebbero illustrare, ma sono solo sfondi occasionali che accompagnano gli articoli, quasi sempre “arricchite” con didascalie sommarie quando non arbitrarie o palesemente false.” [dal web]

Importa poco o nulla chi siano o che cosa stiano facendo i soggetti riportati nelle fotografie, poiché destinata solo e solamente portata a un a specie di “voyeurismo” emotivo, come verso gli stereotipi tragici della fame, della guerra, della malattia, che possono allora essere usate indifferentemente per la Somalia, per il Ruanda, per il Sudan: lo shock emotivo deve essere comunque garantito, e buono per tutti gli episodi e per tutte le stagioni.

Se a tutto ciò aggiungiamo l’esigenza di approcciare il tema anche da un punto di vista etico (su questo aspetto qualche anno fa ho scritto un pezzo ispirato dalle ricerche del sociologo tedesco Karl Otto Apel, ancora disponibile), allora stiamo freschi… ma per ora lascio perdere, così come lascio perdere altri esempi che possono essere tratti ogni giorno dalle cronache politiche che hanno per protagonisti soggetti che sono -di per sé- dei falsi. Non occorre neanche falsificare un Di Maio, ché ha già provveduto da solo a mettersi nel novero di cui si tratta, quello dei taroccati impliciti, intrinseci, inconsci, epperò realissimi. Oppure quanto sostengono i vergognosi forcaioli del Fatto Quotidiano, Travaglio in testa, che -mentore il dottore Di Matteo- danno per criminali galantuomini come il generale Mori e altri inquirenti coraggiosi che hanno smantellato la mafia, dopo la stagione eroica di falcone e Borsellino. NON C’E’ STATA NESSUNA TRATTATIVA STATO-MAFIA, MA SOLO ATTIVITA’ DI POLIZIA BEN CONDOTTA E CON OBIETTIVI RAGGIUNTI!

E io penso all’Italia, bella Patria nostra.

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