Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Padri o, a volte, “padroni”?

Tornando dalla Slovacchia ho sentito un racconto biblico, simile e dissimile a quello di Mosè e le figlie di Ietro, in ebraico  יִתְרוֹ, Yiṯrô,  che significa eccellenza. Di Ietro si parla inizialmente in Esodo 2,16, come colui che sarebbe diventato suocero di Mosè ed era sacerdote di Madian.

Ietro era il capo di una tribù di pastori nomadi che si spostavano lungo le rive del golfo di Akaba. Accolse Mosè fuggitivo dall’Egitto dove aveva ucciso un persecutore dei suoi fratelli ebrei, e gli diede in sposa sua figlia Sefora, perché aveva difeso le sue sette figlie dall’arroganza di certi pastori che le volevano scacciare dal pozzo dell’acqua (Esodo, 2,21).

Ecco, “gli diede in sposa“, il padre che dà in sposa la figlia come sua proprietà. Nel mondo semitico questo era un costume etico, cioè un qualcosa di ammesso anche dal punto di vista giuridico e sociale. Lo era e lo è ancora nel Sub-continente indiano, nonostante la legislazione liberale voluta da Nehru fin dagli anni ’60. In molte aree di cultura e religione islamica altrettanto, lasciando da parte le situazioni tribali ancora presenti in Africa e in Asia.

Vedremo dopo perché il racconto di Ietro è simile e dissimile di quello fattomi in viaggio. Ora un altro esempio di potere maschile.

Gavino Ledda, sardo, nacque in un famiglia di pastori. Il padre Abramo gli fece frequentare solo per poche settimane la prima elementare e poi lo ritirò dalla scuola. Doveva iniziarlo al lavoro di pastore.  E così Gavino crebbe analfabeta fino al servizio militare, quando incontrò Franco Marescalchi che lo convinse a riprendere gli studi. Prima ottenne la licenza elementare, poi quella media, la maturità, fino a laurearsi in glottologia a La Sapienza di Roma. Fu ammesso all’Accademia della Crusca e in seguito fu nominato assistente di filologia romanza all’Università di Cagliari. Nel 1975 narrò la propria vita nel romanzo Padre padrone, tradotto in molte lingue e vincitore del Primo Viareggio. I fratelli Taviani nel 1977 girarono un film dallo stesso titolo.

Altra storia. Nel 1965 Franca Viola fu rapita e violentata dall’ex fidanzato, che la tenne segregata per otto giorni, ma lei rifiutò il cosiddetto “matrimonio riparatore”, che era in uso specialmente nel Sud, dopo una violenza sessuale. Fu l’emblema dell’inizio della liberazione femminile in Italia.

Tante violenze sono state perpetrate e si perpetrano sulle donne, fisiche e psicologiche, da parte di un elemento maschile forse un poco debole e insicuro, che ritiene di ribadire il suo ruolo anche con la violenza, mentre invece dovrebbe riflettere sul valore straordinario della differenza di genere e sulla ricchezza umana e morale del rispetto reciproco. Perfino in Iran le donne si stanno liberando, in Tunisia, in Marocco, in Algeria e, sia pure lentamente, in Arabia Saudita.

E dunque veniamo al racconto del mio amico. Mi dice: “Ero proprio là dove siamo stati in questi giorni, in Slovacchia, per cercare qualche aggancio industriale, e alla fine un interlocutore mi ascolta e mi invita a casa sua. Mi viene a prendere in elicottero, avevo portato il mio figlio minore che allora aveva una ventina d’anni o poco più. Cena splendida e alla fine la sorpresa… fa venire le sue tre figlie in età a scalare dai venti ai sedici anni e si rivolge a mio figlio invitandolo a sceglierne una, ché gliela avrebbe data in sposa”.

La cosa finì lì, tra lo sconcerto del mio amico e di suo figlio, che abbozzarono un gentile diniego, e la sorpresa dell’anfitrione, che pensava di aver fatto una grande proposta per creare un’alleanza imprenditoriale, neanche si fosse a contrattare un matrimonio tra eredi al trono nel ‘700 dell’assolutismo monarchico.

Si era nel 2005 più o meno, nel Centro Europa in una famiglia di imprenditori.

Se il comportamento di Ietro è plausibile da un punto di vista socio-storico, il comportamento del padre di Gavino Ledda si può spiegare solo con la presenza di elementi di cultura patriarcale arcaica, oggi inaccettabile, sia dal punto di vista etico sia da quello giuridico e sociale. E il signore slovacco come si configura, se non come arcaico padre padrone?

Oggi non è ammissibile che nessuno si consideri padrone di alcun altro essere umano, sia pure il figlio. La legge sulla maggiore età non lo consente, ma vi è anche una legislazione che tutela i minori e può togliere la patria/matria potestà a qualsiasi genitore che non sia in grado di garantire di poterlo essere per la crescita e lo sviluppo umano, sociale e culturale dei figli. Ciò è altrettanto vero se si tratta di rapporti tra adulti, ché ciascuno è il vero, unico e legittimo padrone del proprio destino e delle proprie scelte di vita: una verità cristallina.

Io ho avuto un padre che non mi ha mai schiacciato e una madre libera, e così son cresciuto scegliendo di fare il mio meglio, dalla famiglia povera da cui provenivo, ho lavorato e studiato tutta la vita portando a casa soddisfazioni e crescita, che continua ancora. Che Dio li abbia nella sua gloria.

Oltre le grave del Tagliamento…

…stamane vagolando in bici per il Friuli occidentale, dopo esser stato ieri per quello orientale, mi imbatto in pensieri, quasi incontrandoli, invece che da me sorti, e mi vien bene riportare un passo della Breve Storia del Friuli di Tito Maniacco, pubblicata vent’anni fa da Newton Compton per la serie mille lire cento pagine. Eccoti caro lettore una pagina del carissimo Maestro, che conobbi poco, e di cui ricordo gli occhi azzurrissimi, il sorriso buono e la lingua tagliente, come la mia.

A pagina 5 “TRACCE. Sino a quando la terrificante potenza della geologia domina la storia della natura con i suoi cataclismi, il suo abbandonare inesplicabili conchiglie sulle cime dei monti, e far nascere vulcani nel profondo di stabili mari, solo un rumore di forze materiali, fisiche, con leggi sicuramente newtoniane, ma totalmente catastrofiche, domina lo spazio atmosferico. Anche i passaggi di ere che, post Darwin natum, gli studiosi hanno battezzato con nomi reperiti nella loro memoria di studenti di greco e latino, pur abbassando i rumori delle profonde trasformazioni che dal basso salgono in alto e dall’alto tendono a cadere in basso fra pantani bollenti e fiumi di ghiaccio in avanzata o in ritirata, restano paesaggi dominati in maniera incontrastata dalla storia della natura.

E’ quando compare una lieve traccia, un’ala di farfalla contro le ossa dell’epoca dei giganti che mettono a disagio il grande Cuvier, una pietra sagomata in un certo modo e non dai minacciosi canini dei ghiacci o dallo smeriglio degli uragani, è allora che, misera nella sua arrogante presenza, Giobbe nel mondo conteso da Colui-che-sono e Satana-il-vagabondo, come un sasso appena modellato con altre pietre e lanciato contro una preda o contro un predatore o contro un uomo, nella storia della natura si inserisce la storia dell’uomo. (…)”

E allora mi sovviene la prima scena di 2001 Odissea nello spazio di Kubrick, quando lo scimmione antropomorfo scopre la potenza dell’osso di dinosauro, che diventa una clava e con la clava può difendersi dagli invasori e uccidere.

Ecco, le grave del Tagliamento mi offrono questi pensieri mentre pedalo alacre a diciotto gradi nella mattina di un maggio che sta per cedere a giugno, ancora una volta leggermente teso al vento lieve della mattina. Rumore di pedivelle e auto rare. Vespe d’epoca anche con sidecar, motociclisti dal cervello di Interceptor sfrecciano sulla statale, finché devio verso la campagna di Fiume dei Veneti, lungo il Sile e altre rogge, luminose nell’irideo scorrer delle acque. Il mio omonimo capo della gran Brovedani mi trattiene a lungo, parlando delle varie cose d’azienda che condividiamo. Gli ricordo che dobbiamo tornare a Bari e lui mi ricorda la trasferta slovacca di giugno. Salutandolo lo informo di un giovin ragazzo che visiterà l’azienda per imparare la complessità dei rapporti, a giugno avanzato, con il reparto delle umane risorse, cioè della cura delle persone.

Il ritorno è di mezzo alla grande campagna meridiana, son solo con la mia rossa Bottecchia d’alluminio e pedalo in silenzio, vigorosa andatura, finché non traversa la via un nerissimo colubro. Una foto, ché l’estate dei nostri serpenti è iniziata.

Più tardi di nuovo al paese del fiume a parlare di Verga e Manzoni, di Equi, di Volsci e Sanniti, di Dickens e del nostro Pier Paolo da Cjasarsa, e poi  la sera verrà sui pensieri e sui volti presenti al mio cuore.

La donna terapeuta

(Qui accanto Keira Knightley e Michael Fassbender in A Dangerous method )

La donna si è sempre presa cura di tutti, dei bimbi, dei vecchi e degli uomini. E’ terapeuta per natura, se diamo all’antica parola greca il suo significato filosofico originario: il “prendersi cura” di qualcuno. Vediamo da dove “viene” questa straordinaria parola, prima di tornare al tema specifico.

Il termine terapia deriva dal greco θεραπεία (therapeía) e si può intendere bene nell’accezione di “procedura verso la guarigione”, soprattutto in ambito medico-clinico. Da un secolo e mezzo circa del termine filosofico si è impadronita anche la psicologia, nel trattamento dei disturbi mentali o di alterazioni psico-sociali.

Il significato di terapia oggi dipende dalle definizioni di salute e patologia e degli strumenti diagnostici utilizzati per analizzarle. Sappiamo anche che le terapie possono essere denominate in modi diversi: farmacologiche, chirurgiche, profilattiche, di sostegno, riabilitative, o palliative (ad esempio del dolore).Tra le terapie riabilitative e palliative troviamo: la fisioterapia, la pet therapy, la musico terapia, la clown terapia, l’arte terapia, la moto terapia, la prano-terapia, etc.

Ma la terapia è anche qualcosa d’altro, è attenzione, e pochi oggi hanno attenzione per l’altro. Io stesso sono cagionevole di attenzione.

Detta anche “cura” la terapia è un concetto applicabile a ogni attività volta ad alleviare, ridurre o estinguere uno stato di disagio. Da un punto di vista giuridico le terapie possono essere esercitate solo da professionisti riconosciuti, come il medico, lo psichiatra, lo psicologo, il fisioterapista, etc. E’ in discussione se possa definirsi terapia anche il counseling o la consulenza filosofica: nel senso corrente del termine penso di no, mentre se la intendiamo nel senso classico, socratico-platonico, direi di sì, soprattutto se si tiene conto di un’accezione più universale, più antropologicamente completa, come quella del “prendersi cura” dell’intera persona, non solo del sintomo o della malattia.

Ma la terapia è anche qualcosa d’altro, è considerazione dell’altro come altro-io, non come tu, e io, sempre cagionevole, ogni mattina mi esercito a considerare l’altro come un io, come fossi io.

Denominati Terapeuti erano i membri di un movimento religioso giudaico presenti dal I secolo soprattutto in Egitto e fino alla Grecia. La loro dottrina era piuttosto sincretistica (cf. Filone di Alessandria, De vita contemplativa, e Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiatica), mentre i costumi di vita erano caratterizzati da sobrietà, studio e riflessione sulle Scritture sacre, in qualche modo simili a quelli degli Esseni.

La preghiera per i Terapeuti era importante anche come ispirazione pratica per le prime chiese cristiane: uno dei testi più antichi di preghiera eucaristica è la paleoanafora alessandrina contenuta nel papiro Strasbourg Gr. 254, la quale mostra una chiara dipendenza dalla benedizione di Yotzer Or, uno dei testi che precedono lo Shema Israel (ascolta Israele) nella liturgia giudaica, così come la preghiera del mattino o della luce che viene fu ispirazione forte per il primo monachesimo cristiano dei Padri del deserto.

Filone di Alessandria riferisce che per i Terapeuti la preghiera era una medicina che curava non solo l’anima ma anche il corpo, tutta la persona credente.

Ma i terapeuti oggi sono le donne, ovunque nel mondo, liberanti prima ancora di essere liberate, nei mondi chiusi dell’islam radicale, ma anche di certi nostri ambienti e culture giudicanti, e ciononostante restano terapeute, curatrici attente e senza pretesa di gratitudine.

Io sono convinto che nell’evoluzione millenaria che ci ha condotto ai nostri tempi, sia rimasta la donna, come femmina del genere umano, a possedere ancora integre le qualità terapeutiche primordiali, perché tutto, madre, figlia, amante, sposa, amica, ascoltatrice paziente, perdonante, in attesa di attenzione, che spesso non arriva.

Ma lei è lì.

andare&restare&ripartire&fermarsi

Caro lettor meridiano,

come insegnava l’oscuro ma limpidissimo Eraclito di Samo, nella vita umana il movimento e la sosta sono tutto, come modi ordinari e  nel contempo “estremi” dell’esistenza. L’uno non può fare a meno dell’altra. O siamo in movimento o sostiamo, o vegliamo o dormiamo. Un sistema binario, polare, contrapposto, ci accompagna, certamente con tutte le sfumature intermedie del rallentamento, dell’essere assonnati ma non ancora addormentati, dell’essere stanchi senza esserci ancora fermati, dell’esitazione, e così via. Sempre, però nella nostra essenza di esseri umani, come altrettanto autorevolmente spiegava Parmenide di Elea.

Senza dimenticare che stiamo parlando dello 0,3 di tutti i viventi, noi animali, mentre il 99,7, costituito dai vegetali… è sempre stabile, o vive con movimenti lentissimi e comunque radicati nella Madre terra, dal più piccolo filo d’erba alle sequoie, che sono i più grandi organismi viventi mai apparsi e sviluppatisi sul nostro pianeta.

Anche gli organi del corpo umano si muovono come sopra, il cuore con sistole e diastole, i polmoni con l’inspirazione e l’espirazione, e via dicendo.

In teologia cristiana vi è il concetto duplice di exitus e reditus, cioè una dinamica che l’anima deve operare al di fuori di sé, anche rischiando, proprio per poter tornare in sé arricchita di sapienza: uscire da sé per rientrarvi più sapienti. Il pellegrinaggio nella vita per crescere secondo la luce della verità, che si comprende solo parzialmente, nel tempo e spesso nel dolore.

Quando si sale il crinale aspro di un monte il movimento è lento, controllato, guardingo, perché il pericolo ambientale è in agguato. La montagna è una manifestazione geologica meravigliosa e arcigna, attraente e anche repulsiva nello stesso tempo. Ricordo quando si giunge su un altissimo giogo, impervio e stretto ed ecco, di là scende una serpentina ripidissima nel ghiaione, che si deve fare. La bicicletta da strada è l’altra metafora: quando si esce vuol dire ore di fatica controllata a volte ai confini di una certa ascesi masochistica, che suggerisce di accorciare, di tornare evitando le raffiche del vento, che son come muri. Andare, fermarsi, tornare, restare, come nella vita.

Nello studio occorre la pazienza perseverante dell’andare e dello stare-fuori, del rischio, dell’esame, della difficoltà inattesa e a volte sconvolgente. Ma poi c’è il risultato, sempre da confermare, mai definitivo.

Nel lavoro si arriva e si può anche andare via, le dimissioni sono sempre possibili, mentre i licenziamenti, che fino a mezzo secolo fa erano facilissimi, sono stati regolamentati per garantire un maggiore equilibrio tra le parti.

Nelle azioni umane vi è la possibilità di commettere reati o “peccati”, ma poi è previsto il giudizio, l’ammissione della colpa e l’espiazione della pena: andare e restare per riprendere il cammino possibilmente emendati. Si tratta su questo di vedere bene le cose in base a quale etica e alla “verità” intrinseca dell’agire.

Negli affetti, nelle scelte, nelle esperienze, nella vita, dove si arriva inopinatamente e da cui ci si diparte necessariamente. Per le Terre di Valinor.

Le ragioni della scienza come sapere discorsivo-razionale e le ragioni della fede religiosa come sapere intuitivo

Bello allargare gli spazi di ogni discussione, bello che il Caffè Filosofico diventi sempre più inclusivo, dando spazio e voce a nuovi saperi e nuove persone. Ogni apertura, o aperità, come la chiamava Heidegger, porta nuove possibilità di comprensione sull’infinito “che tutto com-prende” (l’Umgreifende di Jaspers). L’amico professor Angelo Vianello, che mi saluta con un abbraccio, ne parla con acribia da biologo  e passione di credente. Il biologo è un “filosofo della natura” che esplora il mondo con lo stesso spirito di un Democrito o di un Lucrezio, con la stessa determinazione di Copernico e di Galileo; il credente è uno che si affida alla possibilità della trascendenza, di un oltre, di Dio, come ciò che non può essere capito fino in fondo con la ragione, ma com-preso, nel senso di preso-dentro, con la fede.

Il discorso antico su scienza e fede o meglio, tra scienzadimensione religiosa, ovvero tra ricerca razionale sul funzionamento della natura e ammissione di un “oltre” , si è specificata sempre meglio nei secoli a partire dalla grande stagione rinascimentale dei Marsilio Ficino e di Giovanni Pico della Mirandola, con l’acuirsi di conflitti e intolleranze, che hanno portato ai roghi del 1600 a Campo dei Fiori, quando l’inquisizione uccise a Roma il filosofo e frate nolano Giordano (Filippo) Bruno e a Pordenone il mugnaio di Montereale Valcellina Domenico Scandella (detto Menocchio), e molte centinaia di altri fino al 1800 inoltrato, e infine al processo degli anni ’30 del diciassettesimo secolo a Galileo Galilei.

Scienza e dimensione religiosa interpellano comunque la ragione, se pure in modo diverso, la prima in modo discorsivo e logico, utilizzando l’argomentazione razionale e il metodo sperimentale, la seconda ammettendo che vi sono dimensioni che sfuggono al rigore dimostrativo, emergendo dalla misteriosità dell’indicibile. In aggiunta non si può non tenere conto della triplice dimensione del mistero, quella del sacro, quella del sentimento religioso, e quello dell’atto di fede. Il sacro come senso della grandezza e potenza della natura che meraviglia e spaventa, il sentimento religioso  come manifestazione di una parte della interiorità umana esterna alla dimensione razionale della ricerca scientifica, l’atto di fede come de-cisione individuale e dono, come incontro tra umano e divino, come affidamento dell’umano e accoglimento dell’Oltre.

Non vi è contrasto radicale tra i due campi, poiché ciascuno di essi è diversamente collocato nella psiche, e connotato. Il distacco tra le due dimensioni, però, può essere in qualche modo e misura quasi “riconciliato”, se fossimo capaci di ricorrere alla vecchia nozione di scienza, quella antecedente la rivoluzione filosofica e scientifica post rinascimentale, la nozione di epistème, come scienza intrisa di sapienza, cioè di sapidità, di sguardo penetrante, di sophìa.

Il “luogo” deputato per realizzare questa conciliazione è la filosofia. La filosofia, come amore per la sapienza, è l’ambiente conoscitivo e dialogico, soprattutto nella sua insuperata versione magistrale socratico-platonica, più adatto a far dialogare sentimento religioso e ricerca scientifica, poiché essa non è subalterna ad alcun sapere, né “subalterna” alcun sapere. La filosofia è autonoma nella sua solo apparente autoreferenzialità, poiché mentre si chiede le ragioni del suo stesso argomentare, pone le basi per la riflessione radicale sul senso della vita e di tutte le cose. La filosofia si pone dei “perché”, non essendo molto interessata ai “come”, che lascia volentieri alle scienze naturali: si chiede il “perché” del nostro di umani stare-al-mondo, e se il mondo esista per noi o da noi pre-scindendo, e se saremmo arrivati fin qua senza la catastrofe d 65 milioni di anni fa che estinse i grandi rettili lasciando spazio ai mammiferi, e se su cento miliardi di galassie come la Via Lattea possano darsi intelligenze, anche diverse dalla nostra autoconsapevolezza soggettiva, e se di possa dare un “dio” in qualche modo supervisore. E se, infine, vi sia un destino, una teleologia, un luogo di compensazione del male del mondo.

Ecco allora che, se con la disciplina logica la filosofia lascia lo spazio alle matematiche  e alle scienze sperimentali, con la disciplina etica apre spazi immensi alle religioni, e dunque ai sistemi morali presenti in tutte le declinazioni del mondo, per certi versi in qualche modo sempre apparentate in quanto umane, come ben spiegava Kant.

Religione e scienza, fede e filosofia sono tutti campi di riflessione spirituale che rendono l’uomo meno ferino, meno belluino, sempre che sappia riconoscere i propri limiti, accettandoli e casomai esplorandoli fino in fondo senza atteggiarsi a simulacro arrogante e superbo di prometeiche divinità.

La “tardanza”, ut sensus sempiterni actique temporis

Il termine dantesco (muovi novella mia non far tardanza) è ormai un neologismo, e non mio, e mi incanta. E’ nella lettera di una persona che curo, in ristretti orizzonti, che ha scritto a Bea, in ritardo, ritardissimo, come risposta, ma ha scritto. Negli anni ho proposto alcuni neologismi che qui non ripeto, ma che hanno preso piede sul web, ma questo è bellissimo, anche se è aulico sembrando un neologismo. La tardanza. Suona come quasi dimenticanza, eppure è solo il nome in-ventato, cioè (latinamente) trovato di una risposta tardiva.

Ho scritto l’altro giorno del senso del tempo, e forse non ho colto questo, di senso. La tardanza mi ricorda anche la perdonanza, di medieval memoria, cioè il per-dono, o dono iterato. E anche la danza, come assonanza, come baldanza, come…

Ma è proprio vero che il tempo cronologico, che ci domina, deve vincere sempre? Non è ora di rallentare un poco? Lo dico a me, cretino!, e di fermarsi a contemplare il mondo, mundus semper Deo reconciliatus, infinita Dei Caritate?

A volte le cose della vita, i passi fatti, gli errori compiuti, le amnesie, le omissioni, sono più importanti dell’efficienza, della redditività e del business, che dominano quasi incontrastati il mondo. Oggi guardavo fiori di primavera, nella collina, mentre mi muovevo in auto. La primavera tornata e il sentimento dell’estate che torna.

E mi veniva in mente che la vita vince, vince sempre, sulla corruzione e sulla morte.

E allora vi è l’indugio, il rallentamento, il recupero, l’attesa, il silenzio, il vento turbinoso che si ferma e resta una brezza leggera come il passo di Dio nel Libro dei Re, quello sentito sommessamente da Elia.

La tardanza è una versione del tempo interiore, che si può gestire, ma affrancandosi dal tempo della produzione necessitata. Non rimpiango nulla, né mi pento della frenesia vitale della mia corsa, della fatica fatta, della forza profusa, ma forse è tempo, è giunto il tempo del raccolto, e del rallentamento, della comprensione, dunque, della mia verità totale. Infatti si è rotto un velo, fatto di silenzio e di rattenuta discrezione, e ora mi scorre la vita anche fuori dall’alveo, nella tardanza, che è una dimenticanza, che è una lontananza, che è una perdonanza, che è un’itineranza, che è una perduranza, che è una danza… che è un’assenza.

Ciò che la leadership non è

Siamo “circondati” dalla leadership.

Il termine inglese dall’ampio campo semantico, intraducibile con una sola parola in italiano, e meritevole di una perifrasi, negli ultimi decenni ha spopolato ovunque. Non vi è campo dove non sia considerato, dalla politica all’economia, dai fenomeni religiosi a quelli culturali, dal sistema dei media all’innovazione tecnologica, dalla ricerca scientifica allo sport, e via andando. Sempre da decenni circolano testi e manuali, a cura di psicologi, sociologi e antropologi, che spiegano come funziona, a partire da grandi esemplificazioni storiche e da citazioni di grandi personaggi stagliati nei secoli con le loro figure grandi e a volte terribili, come Alessandro Magno, Annibale, Giulio Cesare, Augusto, Gengis Khan, Napoleone, fino ai quasi contemporanei piuttosto chiaroscurali o “eroi” negativi come Hitler e, se pur diversamente, Stalin.

Nella contemporaneità, se si deve metter giù qualche nome, può venire in mente Putin, papa Francesco, ma forse anche di più personaggi come Bill Gates, Steve Jobs, Zuckerberg, e perfino Federer o Giorgio Armani. Leader riconosciuti nei loro campi, e anche oltre. Ma che la leadership sia solo la manifestazione di una grandezza solitaria (come quella del Nietzsche cantato da Saba) è falso. La leadership è qualcosa di molto più pervasivo e diffuso. Basti dire che se ciascuno dei personaggi sopra elencati non avesse avuto dei maestri (Aristotele per Alessandro il Grande), un contesto e collaboratori all’altezza, la loro stessa leadership non si sarebbe manifestata con altrettanta evidenza e potenza. E qui sta il punto: forse la leadership che si manifesta nei “grandi personaggi” è soprattutto la loro capacità di scegliere i collaboratori e di valorizzarli, non temendone l’eventuale carisma e potenziale. Farei solo un esempio, quello di Cesare che adotta Ottaviano, il futuro Augusto, primo princeps dell’Impero romano, la più straordinaria struttura politica e militare della storia, probabilmente.

Spesso, però, così non accade. Dal mio osservatorio economico e sociale posto nel mondo delle imprese e della formazione osservo piuttosto l’attuarsi di leadership “ristrette”, parafrasando per modo di dire Einstein, leadership asfittiche, micragnose, gelose, in definitiva deboli, per cui mi sento di elencare brevemente alcuni atteggiamenti che non sono da leader, ma tuttalpiù da manager piuttosto timorosi e preoccupati. Ecco.

Non è esercizio di leadership vera quella di coloro che, a fronte di un’analisi altrui, ribattono subito con avversative del tipo “ma, però”, e quindi sono immediatamente esclusivi, invece che inclusivi, non cogliendo quello che di buono e vero sta nel dire altrui.

Non è esercizio di leadership vera quando si esagera nell’uso del pronome “io” se ci si riferisce a lavori fatti “a più mani” e da più teste, invece di usare il “noi”.

Non è esercizio di leadership vera quando nelle riunioni, invece di suggerire come si potrebbe migliorare il lavoro tra colleghi, si tende a metterli in difficoltà con toni perentori e inquisitori, invece che accompagnare il discorso verso una progettazione condivisa del lavoro.

Non è esercizio di leadership vera quando nel riferire fatti e temi che riguardano colleghi terzi, magari assenti, si omettono passaggi e particolari che, se citati, potrebbero cambiare il senso del report o della relazione. In questo caso si tratta anche di disonestà intellettuale e di scarsa attenzione a un’etica elementare.

Potrei continuare.

Ebbene, nella quotidianità, ma specialmente quando si studia la leadership in seminari e corsi specifici, ci si dovrebbe chieder quanto sia coerente con gli asserti teorici studiati il comportamento quotidiano concomitante e successivo, evidenziati dai casi esposti sopra “in negativo”, che possono essere tranquillamente rovesciati in indicazioni proattive utili.

Ce lo si chiede? Ho l’impressione che spesso non sia così, e pertanto vale la pena di acquisire questa consapevolezza e non restare fermi, pena l’esercizio di una leadership solo ordinaria, e povera di valore e di potenziale di crescita.

Il senso del tempo

Il tempo fisico e il tempo interiore, il tempo occidentale e il tempo orientale, il tempo del lavoro e il tempo del riposo, il tempo dei carcerati e il tempo di fuori, il tempo lineare e  il tempo ciclico, cioè quello delle stagioni, il tempo del sacro e il tempo del profano, il tempo della camminata in salita e il tempo della maratona, il tempo della salute e il tempo della malattia, il tempo dei giovani e quello di chi ha qualche anno di più, il tempo dell’uomo e quello di Dio, l’eternità…

Il senso del tempo è complesso, incontenibile in una definizione semplice, esaustiva. E aggiungo: in senso assoluto il tempo non esiste, perché è relato allo spazio, come ci ha insegnato il genio di Ulm.

Se ne sono occupati Parmenide e Zenone di Elea (celebre il suo paradosso del piè veloce Achille e della tartaruga), Platone, Aristotele, sant’Agostino, Leibniz, Kant, Bergson, Einstein, Lorentz, Hawking, e ognuno di noi in ogni momento… di tempo.

Esploriamo insieme il primo capoverso.

Innanzitutto il tempo fisico e il tempo interiore: il primo è misurabile secondo lo schema dei secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni, lustri, secoli, millenni… eoni (direbbe uno gnostico), e quindi ha una sua oggettività, perché è quello cosmico (cioè dell’ordine conosciuto), della rotazione terrestre e della rivoluzione della Terra attorno al Sole; il secondo è immisurabile, perché non scorre, ma si sente dentro l’anima (cf. Agostino, libro XI Confessiones); può durare un attimo oppure ore e ore, e ciò dipende dagli stati interiori, dal malessere o benessere della mente e del corpo. E’ indefinito, misterioso, affettivo, profondo. I greci lo chiamavano kairòs, cioè “tempo opportuno”, distinguendolo dal krònos, il tempo lineare, misurabile.

Il tempo occidentale è diverso dal tempo orientale: qui da noi siamo più legati a orari precisi, scanditi, rigorosi, a volte rigidi, e ci arrabbiamo se non si rispettano gli orari, gli appuntamenti, gli impegni presi nel tempo condiviso; è titolo di vanto che i treni e gli aerei partano e arrivino in orario; in oriente è diverso: non vi è questa rigidità, ma una sorta di indulgenza per il ritardo, per la lentezza, per il rinvio, per l’attesa. Quale dei due sia più saggio lascio al lettore il giudizio.

Il tempo del lavoro e il tempo del riposo: eccoci a una struttura tutta compresa nel tempo misurabile, poiché di solito è dato un tempo per il lavoro, così come è stabilito dalle leggi e dai contratti, ma anche dagli impegni presi nelle libere professioni; il tempo del lavoro sta lentamente accorciandosi, grazie alla tecnologia e all’innovazione. Si dovrebbe renderlo sempre più creativo e meno noioso, sia per dividere le opportunità di lavoro tra più persone, sia per connetterlo sempre di più con la vita. Io mi sento un privilegiato, perché sono riuscito in questo, incastrando decenni di lavoro e di studio, in contemporanea, e oggi faccio attività che sono ricerca intellettuale e ricerche che sono utili agli altri sul piano pratico.

Il tempo dei carcerati e il tempo delle persone libere: frequento le carceri da decenni, per assistere e comprendere. Il tempo di chi vive in ristretti orizzonti è diverso dal mio, dal tuo, mio gentile lettore, perché è collocato dentro uno spazio. Il tempo in quello spazio si dilata infinitamente, per cui le giornate scorrono lente, lentissime, ma chi colà vive non se ne rende conto, perché non le considera, non le conta, non le valuta. Un giorno dopo l’altro, cantava Luigi Tenco, la vita se ne va. Come tutte le vite, ma quelle dei carcerati in modo più lento, anche se spesso loro se ne vanno prima di noi.

Il tempo lineare e il tempo ciclico, quello delle stagioni: in realtà osserviamo tutti e due questi modi del tempo: ci è noto quello lineare, delle ore e dei giorni e anche quello delle stagioni, che cambiano e che ritornano, perennemente, a nostra memoria, e a quella dei nostri avi (cf. Esiodo). Si va avanti negli anni, ma primavera torna sempre, e poi le altre stagioni, come le canta Antonio Vivaldi.

Il tempo del sacro e quello del profano, cioè di ciò-che-sta-di fronte-al-tempio (il fanum): in realtà il tempo del sacro è tutto il tempo che viviamo, non solo quello delle domeniche  e delle altre feste comandate dalla tradizione cattolica, ché tutto il tempo è sacro, nel senso che è il tempo della vita, mentre piuttosto possono essere esecrande alcune azioni dentro il tempo, come quelle degli assassini di Alatri, e di altri innumerevoli delitti dell’uomo che tenta di diventare tale (cf. Nietzsche), con grande fatica.

Il tempo della camminata in salita e quello della maratona: diversissimi, perché il primo deve sopportare la conquista di un dislivello e la progressiva rarefazione dell’aria, il secondo si sente nel ritmo ed è scandito dai chilometri fatti. Il tempo in salita sostituisce la distanza ed è condizionato dall’ambiente, dalla meteorologia, dalle condizioni fisiche di chi sale lungo il crinale del monte.

Il tempo della salute e quello della malattia: il primo è quasi come se non ex-istesse, è leggero, dato per scontato, come un diritto (eeeh i diritti!), il secondo a volte non passa mai, nella solitudine di un letto a guardare il soffitto o l’andirivieni di medici e infermieri, e si vive quasi fosse un’ingiustizia.

Il tempo dei giovani è frenetico, oggi scandito dalle connessioni continue via web pc cell tablet, mentre per chi ha qualche anno di più scorre in modo diverso, più similmente alle altre fattispecie sopra elencate, ché i giovani, specialmente i digital born, non hanno proprio il senso del tempo, vivono, e forse è un bene, chissà?

Il tempo dell’uomo è diverso dal “tempo di Dio”, dall’eternità, come viene chiamato in teologia, cioè il tempo senza tempo, il nunc aeternum, che non ha inizio né fine e attende ciascuno di noi perché ce ne rendiamo conto, essendo già immersi nella sua luce.

Il senso del tempo è sempre diverso, è il manifestarsi delle cose nel tragitto, il loro significato, il loro valore, la loro verità per ognuno di noi, che vive nel tempo, anche se il tempo fugge, pur non essendo. Infatti è solo il contenitore della vita, come lo spazio, di cui è gemello monozigote. Per ora nel luogo dove vivo, perché dell’oltre nulla so.

La sofferenza umana è plausibile o assurda?

Per un razionalista materialista il problema della sofferenza umana è presto risolto: siccome in natura tutto cambia, tutto si combina e si scombina e, quando tocca all’uomo che ha un bell’impianto nocicettivo, cioè capace di sentire il dolore, le cose non cambiano. Il dolore naturale ci sta, è presente, dal parto alla morte, passando per malattie e incidenti, per infortuni e aggressioni, per omicidi e guerre, per attentati e crudeltà di ogni genere.

Per un realista che crede a qualcosa di spirituale il problema è invece complicatissimo, perché interpella la presenza o l’assenza di Dio.

Hans Küng scrive a pag. 575 del suo Essere cristiani (ed. BUR, 2013) che Auschwitz costituisce lo scandalo massimo della storia umana anche come interpello a Dio, un Dio strano, che pare sordo e cieco di fronte a quell’azione. Pierre Bayle e Feuerbach prima, Nietzsche e Freud poi hanno smascherato un’immagine di Dio vendicativo, così come i dualisti manichei e Marcione, e tra noi oggigiorno anche Mancuso Vito, novello marcionita manicheo, novello Agostino junior, che vuole uccidere “Deus”-Jahwe, per tenersi il Dio padre buono di Gesù di Nazaret. Ma Dio, se è Dio, come può essere malvagio? Oppure parzialmente potente? O indolente?… se guarda e non interviene nel grande male? Questo si chiedevano i “maestri del sospetto” sopracitati.

Solo il grande Leibniz, sulle tracce di Agostino, ha provato a parlare di una teodicea, cioè una filosofia della storia dove Dio si manifesta nel tempo rispettando la libertà dell’uomo, e quindi la presenza del male si dà in vista di un bene futuro… Non facile da accettare.

In realtà, l’uomo ha bisogno di essere redento, per poter diventare sempre più tale, ominizzandosi. Credo fermamente che solo la redenzione giunge fin nei precordi profondi dell’umano, superando il fisico e lo psichico, e arrivando al vero strato profondo dell’umana filogenesi.

Forse può aiutare ancora, come da più di duemila anni, leggere Giobbe, che mostra come si può credere in modo incrollabile in Dio, nonostante il male stupido e inspiegabile. Il male non si spiega e neppure si interpreta, perché il male, come carenza di bene, appartiene al vero senza avere un’essenza. Il male è vero ma puramente esiste, senza essere.

E allora ha qualche senso anche l’assurdo, il sacrificio, cioè il rendere-sacro qualcosa, della Croce, il nazareno inchiodato e morente, abbandonato dagli uomini e anche da… Dio. Ma no, da Dio no.

L’insensatezza della morte di Gesù di Nazaret è l’unica spiegazione del male del mondo, che quella morte espia fino in fondo. Non c’è altro, se non l’assurdo. E perché non sia assurdo e anodino questo nostro stare al mondo, accompagnati dal dolore. All’uomo, a me a te gentile lettore, spetta di decidere: se la morte di Gesù sulla croce sia veramente l’offerta di senso che cerchiamo. Espiazione vicaria, spiegava a teologia il padre Cavalcoli, sbeffeggiato sul web da un branco di stronzi. Che altro può essere se non questo, il senso di ogni desolazione, dolore, sofferenza, mancanza, privazione?

La morte di Gesù il nazareno è segno della com-passione di Dio, che guarda alla nostra libertà, tentato di togliercela per il nostro bene, perché anche Dio è tentato dalla bontà, ma poi si pente e ci lascia liberi nell’errore, e perfino nel crimine.

Dio si pente, come è raccontato in tanti passi biblici, perché Dio è a nostra immagine, o al contrario, e a volte modello, o idea della grandezza e del limite.

Oh mio Dio, aiutami a essere qui a questo mondo cercando la verità su di me.

La coscienza morale è un lusso di questi tempi?

Qui, caro lettore, stiamo senz’altro trattando dell’accezione morale della coscienza, non di quella neuro-psicologica, che potremmo chiamare coscienza-consapevolezza d’essere esistentivo, o coscienza riflessa.

Nella storia umana piena di guerre sanguinose, di imbrogli e truffe, piena di superficialità, di ignoranza colpevole, di manipolazioni intellettuali e ottusa noia, non ultimo fomite di delitti e malefatte, anche se spesso sottovalutato, sembra veramente sia stato sempre e sia in qualche modo ancora un lusso avere una coscienza e ascoltarla.

Il dibattito su ciò che sia la coscienza morale è presente nella storia del pensiero occidentale da almeno due millenni e mezzo (in quello orientale da più tempo ancora), ma ha assunto una connotazione forte e distinta soprattutto con il pensiero di Platone e di Aristotele (cf. Etica a Nicomaco, etc.), ma anche delle “scuole” scettiche, stoiche e ciniche. Il pensiero cristiano, a partire dal riconoscimento della persona umana come valore in qualche modo assoluto (Vangeli canonici e Lettera di Paolo ai Galati 3, 28 come fonti principali) ha sviluppato il tema nelle sue varie declinazioni patristiche (Giovanni Cassiano, Giovanni Climaco, Agostino e Gregorio Magno tra diversi altri) e filosofiche (in primis con Tommaso d’Aquino), fino alla modernità (Kant, Marx, Nietzsche, etc.) e alla contemporaneità (Heidegger, Jaspers, Elisabeth Anscombe, Martha Nussbaum, Cornelio Fabro, etc.).

Secondo la dottrina classica la coscienza dovrebbe essere Lex aeterna in rationali creatura, cioè la capacità di “sentire” dentro che un’azione è buona o mala, che un detto è onesto o falso, che un apprezzamento è giusto o ingiusto, e così andando. La coscienza come voce interiore che, se non è zittita dalla crudeltà e dal cinismo, indirizza e giudica le azioni umane libere, per quanto possibile.

La coscienza va relata al tema della libertà, che a sua volta si declina in vari modi: da quello liberale classico del fare ciò che è consentito rispettando la libertà altrui (Stuart Mill, etc.), a quello edonista-emotivista del “fare ciò che si vuole”, a quello etico-personalista del “volere ciò che si fa”, con una sottolineatura forte del momento razionale e logico argomentativo della scelta morale.

 

Breve excursus storico-filosofico

Citiamo innanzitutto il Codice del re Caldeo Hammurapi del XIX secolo a. C., il Decalogo biblico (Esodo e Deuteronomio) e il Codice Levitico (VII/X sec): già in questi testi legislativi si riflettono un’etica umana rispettosa di certi limiti. La coscienza aveva cominciato a funzionare a livello giuridico-normativo e socio-politico.

E’ chiaro che la “misura della coscienza” va contestualizzata e storicizzata, perché la nozione del valore da attribuire alle cose, agli atti e alla vita umana è cambiato nel tempo, in modo diacronico rispetto ai vari luoghi abitati del pianeta. In ogni caso una carrellata non sistematica su fatti orribili accaduti nel tempo è utile.

Torno molto indietro solo con due esempi: la strage di Tessalonica voluta dall’imperatore Teodosio nel 390, convocatore cristianissimo del Primo Concilio di Costantinopoli e la strage di ebrei e musulmani perpetrata da Goffredo di Buglione e Raimondo di Tolosa il 15 luglio del 1099 a Gerusalemme. Si possono poi ricordare, tra le altre, le stragi degli Albigesi nel 1209 a Beziers (“Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”, la frase di un capo crociato, l’Amaury, a un soldato dubbioso), la notte di San Bartolomeo tra il 23 e il 24 agosto 1572 in cui vennero sterminati migliaia di Ugonotti (protestanti); i roghi di Bruno e Serveto; il genocidio degli Armeni perpetrato dai Turchi nel 1915; la morte per fame di milioni di contadini e i fucilati per paranoia del capo, sotto Stalin; la Shoah voluta da Hitler, Himmler e Heydrich; il bombardamento tedesco di Coventry; quello alleato di Dresda e del quartiere di San Lorenzo a Roma, fino ai due supremi atti di terrorismo di ogni tempo, il volo dell’Enola Gay autorizzato dal presidente Truman su Hiroshima e poi dell’altro B29 su Nagasaki.

Dov’è la coscienza di Gheddafi che ordina Lokerbie e quella di Sarkozy che vuole Gheddafi morto e scatena l’inferno; dov’è la coscienza di Saddam Hussein che gasa i Curdi e quella di Bush “il demente” e Blair “l’idiota” che scatena un altro inferno. E quella di Bin Laden?

Dov’è la coscienza di Parolisi che ammazza a coltellate la moglie per? non si sa… e quella dell’ometto bergamasco che uccide una bimba per eiacularle sopra; dov’è la coscienza di Stasi che ammazza la fidanzata (se è veramente colpevole, però!), e quella di Donato Bilancia che uccide diciassette donne; dov’è la coscienza di Leonarda Cianciulli che saponifica il prossimo; dov’è la coscienza di Chikatylo, e quella di Ted Bundy, o quella di Jeffrey Dahmer? E quella dei “soldati di Allah” che ammazzano a Londra, Madrid, Parigi, Bruxelles e Nizza. Soldati di chi? Quanta ignoranza, fanatismo, arretratezza… si tratta forse della diacronia nell’ominizzazione. Recuperiamo, via!, non solo il dato sociologico, ma anche un poco Lombroso o Adrian Raine (cf. Anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine, Mondadori Università, Milano 2015).

Abbiamo sentito dire che l’assassino “islamista” di Nizza era depresso perché la moglie lo stava mollando, ma dài, il depresso si suicida, non ammazza, beati giornalisti e buonisti del c.zo! Paranoico, forse (cf. Manuale Medico Diagnostico IV).

Come facciamo a chiamare “danni collaterali” i bambini, donne, vecchi uccisi dai bombardieri americani, francesi o russi, solo perché erano nei dintorni di un capo jihadista? E quella di Erdogan, democratico dittatore?

Dov’è la coscienza di Totò Riina e dov’era quella del giudice che condannava Enzo Tortora?

E l’elenco potrebbe continuare sine die, anche se il buon Steven Pinker ci spiega che la violenza è in declino (cf. Il declino della violenza, Feltrinelli, Milano 2012). Speriamo, ma il declino sarà lento e molto lungo.

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