Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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“Poupou” e “Jacquot” lungo le strade di Borgogna e i tornanti dell’Izoard, scendendo dal Portet d’Aspet per affrontare il Ventoux di petrarchesca memoria, fino all’Arc de Triomphe

I due nomignoli del titolo, così, tutti soli, direbbero qualcosa solo a esperti di ciclismo, ma la citazione dei passi alpini e pirenaici dà qualche traccia anche ad altri.

Ora anche il “contadino” Raymond ha raggiunto nella visio beatifica l’elegante campione che lo batté sempre. Per otto volte Poulidor salì sul podio del Tour de France, cinque volte secondo e tre volte terzo. Una volta lo vinse anche il giovane Gimondi, nel 1965, quando terzo fu Motta.

Raymond Poulidor, nato a Masbaraud Mérignac nel ’36 è mancato a Saint-Leonard-de-Noblat qualche giorno fa. Professionista dal 1960 al 1977, vinse una Vuelta a España, sette tappe al Tour de France, una Milano-Sanremo e una Freccia Vallone, oltre ad altre decine di corse.

Ciclista professionista tra il 1960 e il 1977, ha avuto modo di correre con Louison Bobet, Federigo Martin Bahamontes, Rik Van Looy, Eddy Merckx, Felice Gimondi, Joop Zoetemelk e perfino con il più grande dei corridori francesi Bernard Hinault, il bretone di Yffiniac, oltre che con il Normanno.

Pensandolo mi vengono in mente le grandi estati quando ero bambino e del Tour mi parlava Pietro, mio papà. In televisione, in bianco e nero andavo a vedere le tappe del Giro d’Italia nell’osteria “da Lino”, di fronte a casa mia, ma il Tour non si vedeva, perché la Rai non lo seguiva come il Giro. Si sentivano i risultati verso sera al giornale radio. E io aspettavo di sapere chi avesse vinto la tappa e la nuova classifica. Ricordo di avere seguito, per la prima volta, il Tour del ’65 che avrebbe dovuto essere vinto da Adorni, ma poi andò diversamente. Immaginavo le assolate strade di Francia in pieno luglio e imparavo i nomi dei colli più ardui, il Puy de Dome sul Massiccio Centrale nei Vosgi, il Tourmalet, l’Aspin, l’Aubisque sui Pirenei, e poi il Croix de Fer e il Galibier, 2650 metri, dove sarei andato decenni dopo con Bea bambina, ai tempi di Armstrong e Ivan Basso, di Rasmussen e del kazako Alexandre Vinokourov, che vinse quella tappa a Briançon. Era il 2005, proprio il 14 luglio.

La sua rivalità con Anquetil fa pensare alla differenza radicale che vi era fra i due, quasi a rappresentare – sociologicamente – l’uno una Francia contadina, arcaica, dura, il Nostro, e l’altro di più la modernità, l’eleganza metropolitana e cosmopolita di Paris. Anche il loro “francese” li distingueva: il grande Normanno parlava in punta di labbra quasi geloso di non dir troppo, Poupou era di poche parole, più silente e a volte dolorosamente cosciente della fatica di pedalare e di vivere.

L’uno, Jacquot, era abituato ad arrivare primo, vinse otto grandi corse a tappe (cinque Tour, due Giri e una Vuelta), l’altro fu “abituato” alla sconfitta, ma senza che ciò lo debilitasse al punto da fargli rinunziare a combattere. Perse un Tour da Anquetil per 55 secondi, uno dei distacchi minimi di tutta la storia del Tour de France. Mi pare che solo Fignon perse per meno secondi da Lemond, forse 8 o 12, anni dopo.

Arrivare secondo non significa essere sconfitti, ma arrivare prima di tutti gli altri eccetto uno. E’ importante il secondo posto perché insegna a non esaltarsi per un primato, che è sempre friabile vicenda della vita umana, che passa.

Quando il suo grande rivale fu vicino alla morte, ancor giovane, per un tumore allo stomaco e Raymond lo andò a trovare, si sentì chiamare, mentre stava uscendo dalla stanza d’ospedale: “Raymond – disse Jacques sorridendo come poteva – anche stavolta ti batto, arrivo prima io“.

Quando sento definire Venezia “Patrimonio mondiale dell’umanità” dall’UNESCO, acronimo di “United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization”, mi viene l’orticaria

Il gentiluomo Enrico Dandolo passeggia per le calli della cittade sulle acque,  apparentemente senza meta, conversando con il suo segretario scrivano, e anche un po’ guardia del corpo. L’uomo è infatti ancora giovane, sulla trentina, bruno e robusto, delle terre furlane, che tanto piacciono ai Veneziani.  L’argomento principale è un’altra Crociata contro gli “infedeli”, per ribadire che il diritto dei Cristiani di potere accedere al Santo Sepolcro e alla Città Santa senza pericoli, ma anche… aggiunge nel mezzo del seriosissimo discorso, per ampliare il numero di fondachi per il commercio che la Serenissima già intrattiene con il Vicino Oriente, anche con i Maomettani.

Il segretario, messer Zuan da Porpetto annuisce, facendo osservare al suo signore che la sera sta scendendo per le calli e che l’umidità ottobrina potrebbe non fare bene a Sua eccellenza Serenissima. Enrico Dandolo, ha appena compiuto ottant’anni e il Gran Consiglio lo ha eletto alla carica dogale da poche settimane. Dandolo annuisce all’invito del suo fedele servitore e così si incamminano di buon passo verso palazzo. La sera offre una miriade di ombre che variano continuamente tra i canali e le pareti dei casamenti. Venezia sta diventando sempre più bella, considera fra sé e sé il vecchio gagliardo. E pensa a come dovrà muoversi se si farà la Crociata, gli sembra sia la quarta, dopo quella indetta da papa Urbano II e la altre due, spedizioni di alterna fortuna.

Prima di ritirarsi il doge chiede a Zuane (così lo chiama il gran signore venezian) di fare un giro più largo, per dare un ultimo sguardo alla Basilica, per una prece silenziosa al protettore, al gran Santo che conobbe Gesù. Dandolo era un buon cristiano, ma sapeva separare la religione dalla politica, e non mancava di criticare, a volte, con gli amici più fedeli del Consiglio dei Dieci certe iniziative del romano pontefice. San Marco appare nei chiaroscuri di mille torce che brillano come fuochi celesti dalla base alle cupole; gli pare che la cupola dell’Ascensione sia più illuminata di quella della Pentecoste, e dice a messer Zuane: “Dobbiamo provvedere”.

 

L’UNESCO è un’agenzia delle Nazioni Unite creata con il fine di promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione, per promuovere “il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti  umani e le libertà fondamentali” quali sono definite e affermate dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Fondata dai vincitori del Secondo conflitto mondiale nel 1945, è entrata in vigore il 4 novembre 1946 e ratificata da venti stati. Tra le sue attività si nota soprattutto l’attenzione per l’ambiente, l’arte e la storia delle nazioni, per cui, se pone attenzione su qualche “oggetto” da tutelare particolarmente, costituisce senza dubbio un viatico potente per la sua promozione, anche turistica ed economica. I paesi fanno a gara per farsi riconoscere “Patrimonio universale dell’Umanità” dall’Unesco. L’Italia è la nazione che ha più siti con questa denominazione, per ragioni obiettive anche per un francese invidioso o per un inglese supponente.

 

Venezia, nel 1571 sostenne a Lepanto metà dello sforzo militare della flotta cristiana contro gli Ottomani, e vinse. Venezia, anche se formalmente il comandante era don Juan de Austria, un Asburgo, figlio dell’imperatore Carlo V e fratellastro di Filippo II. L’ammiraglio inimico Muezzinzade Alì Pascià morì nello scontro. Il comandante veneziano era il capitano Agostino Barbarigo, omonimo di un doge, con l’ausilio del valoroso capitan Sebastiano Venier, settantacinquenne. I genovesi erano al comando di un Doria, Gianandrea. Queste le principali forze in campo e la vittoria arrise ai cristiani, come ognun sa.

In totale, la Lega cristiana schierò in battaglia una flotta di 6 galeazze e circa 204 galere. A bordo erano imbarcati non meno di 36.000 combattenti, tra soldati (fanteria al soldo del re di Spagna, tra cui 400 archibugieri del Tercio de Cerdeña, pontificia e veneziana), venturieri e marinai, verosimilmente tutti armati di archibugio. A questi si aggiungevano circa 30.000 galeotti sferrati, ovvero tutti i rematori, schiavi esclusi, cui venivano distribuite spade e corazze per prendere parte alla mischia sui ponti delle galere. Quanto all’artiglieria, la flotta cristiana schierava, approssimativamente, 350 pezzi di calibro medio-grande (da 14 a 120 libbre) e 2.750 di piccolo calibro (da 12 libbre in giù).

Gli Ottomani avevano una forza più o meno equivalente e persero.

Dai tempi del doge Dandolo alla Battaglia di Lepanto, Venezia aveva acquisito territori italiani nel suo entroterra da Verona a Trieste, ma si era soprattutto sviluppata lungo la costa orientale dell’Adriatico dall’Istria alle isole greche. Città come Parenzo, Rovigno, Pola, Sebenico, Zara, la dioclezianea Spalato, Traù e Ragusa erano veneziane. Lo erano anche le grandi isole del Quarnero, Veglia, Cherso, Lussino, e più giù Arbe, Pago, e le Coronate, Brazza, Lesina, Curzola e Meleda, e più giù Corfù, Zante, Cefalonia e Itaca. Il Pireo era di casa, il Peloponneso (Morea) e Candia (Creta), Eubea e Cipro, e perfino Costantinopoli, nel corso della Quarta crociata nel 1204 fu brutalmente veneziana.

Così Goffredo di Villehardouin descrisse Dandolo che guidava l’assalto veneziano a Costantinopoli:

«Stava ritto tutto armato a prua della sua galera, con davanti lo stendardo di san Marco, ordinando a gran voce ai marinai di portarlo prestamente a terra, o li avrebbe puniti a dovere; sicché quelli approdarono subito, e sbarcarono con lo stendardo. Tutti i veneziani seguirono il suo esempio: quelli che stavano nei trasporti dei cavalli uscirono all’aperto, e quelli delle navi grandi salirono sulle barche e presero terra come meglio poterono.»

Durante i primi burrascosi mesi dalla conquista della città, il doge Dandolo, pur ormai vecchissimo e debilitato dal lungo viaggio via mare, riuscì ad ottenere ampi vantaggi per Venezia, stando sempre attento a non farla coinvolgere troppo nella situazione politica interna dell’ormai decadente impero bizantino.

Combatté in Oriente per una quindicina d’anni e morì dopo la battaglia di Adrianopoli all’età di novantotto anni. Era il 1205. Fu sepolto in Santa Sofia.

 

Venezia, novembre 2019. L’acqua granda è tornata. E con lei i politici, che sfilano, senza cravatta, con gli stivali (più o meno usa e getta, tanto non li usano mai nella loro vita): Conte-capodelgoverno, la ministra delle infrastrutture, che parla come una maestrina elementare alle prime armi, il governator-doge Luca Zaia, successore del delinquente Galan. Il sindaco Brugnaro, che fa fatica a parlare. Arriva, tutta commossa, la presidenta del Senato della Repubblica italiana. E poi alcuni veneziani, come Brunetta e… non ricordo.

Mi viene in mente di compararli al doge Enrico Dandolo, e sorrido amaro.

Venezia è con Parigi, Londra, New Jork, Firenze, Istanbul, Berlino, Mosca, e Roma Caput mundi,  la più famosa città del mondo, con merito, e con o senza Unesco. E aggiungerei San Pietroburgo, Pechino, Vienna e Praga.

Ma mi faccia il piacere (L’Unesco)!

La collezione di vittorie riduce la gioia della vita e la lucidità del pensiero

Chi è abituato a vincere più o meno sempre, per capacità proprie e/ o per circostanze “fortunate”, si fa una mentalità e un convincimento di essere imbattibile, o addirittura “immortale”, perlomeno in metafora.

Costui corre dei rischi, poiché non appena e quando gli possa capitare un guaio, fatto plausibilissimo in tutte le esperienze umane, soprattutto di salute, ecco che si guarda attorno stupito e sembra dire: “Ma cosa mi sta succedendo, come, perché?” E soprattutto: “Perché proprio a me?”. Incredulo.

Infatti, abbiamo tutti il “vizio” di sentirci quasi osservatori esterni del mondo, non coinvolti nei suoi guai e rivolgimenti, in mezzo a un profluvio di vettori causali incontrollabili e soprattutto ignoti a ciascuno, cioè a noi stessi.

Nel successo il tale, chiunque sia, si è convinto di essere intoccabile, immarcescibile, invincibile, invulnerabile.

Il suo pensiero, che è sempre stato in qualche modo condizionato dal sentimento di onnipotenza, fa fatica a funzionare in senso “critico”. Egli dà per scontato che le cose debbano andare bene come sono andate sempre, per forza. Quasi fosse un diritto. E invece non è così: tutto può cambiare all’improvviso.

La salute, il lavoro, il successo, la vittoria… quest’ultima può trasformarsi in sconfitta, il successo in fallimento, il lavoro in disoccupazione, la salute in malattia. Questa è la vita. Con le sue sorprese e la sua ondivaghezza. Sicurezza di nulla, dunque.

La debolezza che sorprende, la malattia che a volte abbatte, l’incidente o l’infortunio  che sconvolge e altre disavventure o traversie, altri dolori, sono quasi “ambienti spirituali” sconosciuti e perciò preoccupanti. Il pensiero è turbato, la fiducia vacilla, la speranza fatica a farsi strada.

La debolezza, la malattia, il dolore sono educativi. Ecco il passaggio del pensiero critico, il dono che la nostra intelligenza delle cose della vita può farci.

Siccome sono inevitabili, più o meno per tutti, più o meno in tutte le vite, devono essere capiti nelle loro dinamiche fisiche e com-presi sotto il profilo psicologico e spirituale. Il sillogismo di primo livello di Aristotele (in Analitici Primi), es.:

  • (premessa maggiore) Tutti gli uomini sono mortali
  • (premessa minore) Tutti i greci sono uomini
  • (conclusione) Tutti i greci sono mortali

può aiutarci a comprendere logicamente quanto sopra affermato. Proviamo:

  • Tutti gli uomini possono ammalarsi
  • Io sono un uomo
  • Io posso ammalarmi

Chiaro, no? Perché dovrei sfuggire alla durezza ineluttabile della logica? In base a qual privilegio? Per quale merito? Domande retoriche, che hanno risposte scontate.

Pertanto, la boria, l’arroganza, la prepotenza, la protervia, e l’aggressività che ne deriva, prima ancora che caratteristiche di comportamenti insopportabili perché violano il valore del rispetto tra umani, e quindi la sfera morale, sono stupidi, insensati, incomprensibili, controproducenti, e vigliacchi, poiché spesso gli aggressivi sono tali con coloro che nella scala gerarchica o sociale stanno su un gradino inferiore, mentre abbassano le orecchie se incontrano persone collocate su un piano gerarchico e sociale superiore. Che tristezza.

A queste persone consiglierei la visione di un film di recente uscita Mio fratello rincorre i dinosauri, per imparare che anche essere down può significare una vita degna di esser vissuta.

Il rinnovamento dell’Umanesimo

Il padre Livio di Radio Maria, man mano che passa il tempo mi sembra esageri sempre più con le sue profezie di sventura, la sua “Madonna” spaventevole di Mediugorje, e le sue solite critiche e perfin denigrazioni verso tutti quelli che non la pensano come lui. Meno male che si può “fare teologia” in modo diverso dal suo, ad maiorem Dei gloriam.

L’Umanesimo è stato un movimento complesso d’arte e pensiero che ha rinnovato culturalmente e spiritualmente l’Italia – in primis – e l’intera Europa del XV secolo. I prodromi petrarcheschi di questa sensibilità, e in seguito figure come Giovan Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Agnolo Poliziano e altri, talora sotto l’egida di personaggi come il Magnifico Lorenzo de’ Medici, hanno rimesso al centro dell’interesse della ricerca culturale e filosofica l’uomo, ma senza rinnegare il tema del divino, filtrato non più tanto dalla linea aristotelico-tomista, ma piuttosto dalla linea platonico-agostiniana.

Dio e l’uomo, ma l’uomo non più solo orante e rassegnato al proprio destino, magari pre-destinato (cf. “secondo” Agostino e Lutero),  bensì attivo e consapevole delle proprie prerogative e possibilità.

L’Umanesimo classico, dunque, che nelle arti figurative ha visto l’opera di Masaccio e Piero della Francesca tra altri grandi, è stato il prodromo del Rinascimento artistico di Raffaello, di Michelangelo, di Leonardo e, in seguito, di Caravaggio e di altri immensi artisti, come il Bernini e il Borromini, sfociante movimento nel Barocco imaginifico. E nella musica di Giovanni da Palestrina e di Claudio Monteverdi.

Grandezza italiana riconosciuta dal mondo.

Nel tempo l’Umanesimo si è sviluppato nella scienza, da Copernico, Galileo, Newton, e in filosofia con Descartes, Leibniz, il barone de Montaigne, Pascal, fino a Kant e all’idealismo nelle sue varie declinazioni. E siamo a noi, gente del XX e del XXI secolo. Ora qualcuno ri-parla di umanesimo, come Edgar Morin, filosofo e sociologo francese, parafrasato dal presidente del consiglio italiano Conte. Dubito, infatti che, anche se l’uomo si dà delle arie da giurista, abbia conoscenza diretta dei testi, sia degli umanisti classici, sia di quelli contemporanei. Da cui l’aggancio critico di Radio Maria.

Non penso che dietro  la dizione, tutta da verificare sui testi, di “nuovo umanesimo”, citata da Conte e rinvenuta in Morin dal padre scolopio di Erba, significhi automaticamente resa alla nuova massoneria dei grandi poteri economico-finanziari alla Soros et similia. Penso al contrario che possa essere interpretata in modo positivo, proprio come rimessa al centro della nozione di “umanesimo”, cioè di interesse per l’uomo nella sua totalità e complessità.

Oggi questa parola può e deve assumere connotati anche differenti da quelli del ‘400, perché sono cambiate moltissime cose da quegli anni di sviluppo culturale e scientifico straordinari. Intanto la continua rivoluzione tecno-scientifica che ha portato al centro della vita umana e del lavoro, le “macchine”: macchine che da duecento anni circa stanno alleviando la fatica fisica dei lavoratori, dai telai a vapore della Manchester degli anni dieci dell’800 fino alla robotica, oggi sono in grado di sostituirsi all’uomo nelle attività ripetitive, faticose e noiose, mentre si realizza un progressivo cambiamento del ruolo umano nella trasformazione delle materie prime in prodotti finiti, ruolo che oggi si configura essenzialmente nella progettazione, nella programmazione, nel  controllo e nel collaudo dei beni prodotti… dalle macchine.

Questi cambiamenti pongono dunque questioni e temi di carattere, non solo organizzativo, economico e sociale, ma anche di valenza psicologica, etica e addirittura antropologica. Infatti, se l’uomo oggi riesce, grazie alle tecno-scienze a fare cose impensabili anche fino a un paio di decenni fa, e chissà che cosa riuscirà a fare nei prossimi, ciò non significa che si possa fare, almeno sotto il profilo etico, tutto ciò che la ricerca scientifica oggi rende possibile. Faccio un esempio: se la biologia e la medicina oggi permettono la surroga della gravidanza in modo da far sì che un essere umano si sviluppi e nasca da una donna diversa da quella da cui si è estratto l’ovulo poi fecondato in vitro con un gamete maschile, per cui il nascituro avrà il problema di decidere come amare due mamme, una delle quali magari è la nonna (non so se ridere o piangere, forse piangere), non è detto che ciò sia eticamente lecito. Almeno secondo un’etica del fine dove il fine è la tutela globale dell’integrità psicofisica dell’uomo stesso.

Certo, in alcune nazioni lo si fa già, perché è consentito, come è è consentita l’adozione di figli alle coppie gay.

In sostanza, non tutto quello che è possibile fare può essere considerato moralmente lecito, secondo un’etica della vita umana che tenga conto di tutti i fattori psico-relazionali e pedagogici ben noti da millenni.

Bene, se il “nuovo umanesimo” è fare tutto quello che è possibile fare non condivido (in questo caso avrebbe ragione il padre Livio), ma se è utilizzare la scienza per l’uomo e la natura, e il miglioramento della vita delle persone nella natura, allora ben venga: sarà “nuovo” perché aggiornato, più ricco di bene per il mondo e per la vita di ciascuno, in un’armonia dove la conoscenza si connette razionalmente con la ricerca di un più ricco, e più umano benessere.

Dati veri per combattere falsità e disinformazione

La propaganda politica si è sempre nutrita di falsità e disinformazione. Si pensi al pericolosissimo ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels, che inventò Theresienstadt per ingannare tutti sul destino degli Ebrei. Oppure: quando si seppe ciò che aveva fatto il “piccolo Padre” Stalin dei kulaki ucraini e degli ufficiali polacchi a Katyn?

La lealtà e la verità non sono di casa in quella dimensione: l’avversario deve sempre apparire, se non un nemico, quasi, per cui la denigrazione costituisce il nocciolo dell’informazione. Tutto ciò soprattutto nelle dittature o nei regimi autoritari; ma anche le democrazie si “difendono” (faccio per dire) molto bene in questo campo. Ad esempio vorrei sapere che cosa sa di vero il popolo turco sulla decisione del “sultano” che si è dato, e che spero duri non molto ancora, il signor Erdogan, di attaccare il nord della Siria e i Curdi in particolare. Come accade in questi casi, l’uomo forte al potere cerca di convincere la sua nazione che sta combattendo un pericolo e quindi agisce preventivamente.

Oppure le informazioni che attualmente l’opposizione parlamentare italiana diffonde, per screditare il governo in carica: numeri, percentuali, scelte, sono come la sabbia sulla spiaggia, volatili. Prima di tutto è bene non credere a quello che dice Salvini, e poi in parte anche gli altri, i suoi ex amici in primis. Ma nessuno è esente dalle fake, cioè dalle falsità. Infatti, quando sento parlare, a mero titolo di esempio, un Marcucci (del PD, lo specifico perché non penso buchi il video), mi viene prurito dietro le ginocchia. A Renzi poi non credo neanche quando dice il suo nome e cognome.

Parliamo anche dei dati sulla violenza. Ha ragione Steven Pinker che nel suo trattato Il declino della violenza (più volte qui da me citato) spiega con dati e diagrammi incontestabili come la violenza sia diminuita, perfino nell’ultimo secolo, quello delle due guerre mondiali e di centinaia di guerre asimmetriche. E son diminuiti anche gli omicidi (donne uccise comprese), i morti sul lavoro e per strada. Sempre troppi, ma in diminuzione.

Ora alcuni altri dati, che possiamo rinvenire, se vogliamo, in alcuni testi di autori affidabili come ne Le verità nascoste, ed. Rizzoli, di Paolo Mieli, e nei trattati sull’inquinamento da Co2 del prof  Stefano Casertano: negli ultimi 25 anni le percentuali di Co2 sono diminuite del 10% negli USA, nonostante il raddoppio dell’economia; l’Europa è ancora più virtuosa con – 20%; la Cina è il grande” untore” mondiale con emissioni 5 volte maggiori dell’Europa;  ancora la Cina è la prima inquinatrice dei mari, con lo sversamento di 3,5 milioni di tonnellate di reti dei pescatori, l’Indonesia seconda con 1,3 milioni e poi il Vietnam e le Filippine a ruota. Nel Mediterraneo il record è dell’Egitto con 0,4 milioni, meno della metà degli USA.

Mandiamo colà i genitori e i finanziatori della signorina Thumberg? Sì, vero?

Se parliamo della povertà assoluta ecco i dati: se nel 1990 colpiva il 40% dell’umanità, nel 2019 è scesa al 10%.

L’età media degli esseri umani era di 35 anni, ora è di 70, con punte di 80/85 in Italia. La nazione dove si sta meglio al mondo. E dunque non sputiamoci sopra, come fa la nulla Mogherini. E chi è costei?, certamente si chiederanno 9 su 10 dei miei lettori. Nulla come il bullo che la ha nominata nel ruolo europeo da 30.000 euro al mese. Appunto.

Che dobbiamo fare, allora? Studiare, studiare, studiare a me poco caro Dimaio, controllare le fonti, verificare e, prima di parlare, cercare di conoscere. Se poi ci sono ancora molti che non credono che le cose sentite in tv o presenti sul web siano molto spesso false, e dunque siano vere “perché lo dice la televisione”, peggio per loro. Su questo tema, credo che l’anagrafe farà il suo corso.
Son malvagio ciò dicendo? Penso di no, piuttosto razional-realista, pressoché hegeliano.

Approssimazione e compromesso

L’epistemologo, o filosofo della scienza, austriaco Karl Popper sostiene che, a volte, l’accezione e l’interpretazione di certe espressioni sono errate. Eccome! Confermo: decine o centinaia di volte, specialmente di questi tempi nei quali i linguaggi espressivi sono quasi abbandonati alla più sciatta trascuratezza nei “luoghi della comunicazione”: in tv, sul web e perfino a… scuola, e qui non parliamo del lessico quotidiano, dove e quando la vigilanza sulla qualità del “detto” è proprio di ordine infimo. Non intendo, ovviamente, semper et ubique, ma spesso, molto spesso.

La carenza più evidente è forse quella dell’uso sempre meno accurato del modo congiuntivo nelle frasi ipotetiche o concessive. Hanno cominciato in tv i vari Bonolis etc., e la “fureria” ha seguito l’esempio. Non aggiungo altro, ché la cosa è nota e in tema sono stati editi meritevoli saggi e libri.

Altri due sintagmi vanno segnalati, di questa trascuratezza, ma questi sono espressivi, legati cioè all’accezione comune:  il primo è “approssimazione, approssimativamente“, detto nell’uscita sostantivale e avverbiale: di questa parola è pressoché invalsa l’interpretazione negativa, per cui i due termini sono ritenuti fondamentalmente tali. Proviamo ad esplorarne l’etimologia: il termine italiano deriva evidentemente dal sintagma latino ad proximum, cioè verso-ciò-che-è-prossimo. Se la cosa indicata è, dunque, approssimativa, dovrebbe farsi valere come positiva, poiché è-prossima a qualcosa, non lontana. Invece “approssimazione” solitamente sta a significare presso a poco, imperfetto, pure sciatto. Constati, il mio gentile lettore, se le cose possono stare in modo diverso.

Il secondo è “compromesso”, di solito accompagnato dalla specificazione “al ribasso“. Bene: il termine deriva dal sintagma verbale latino cum promitto, cioè prometto-insieme (a qualcuno qualcosa), e dunque ha a che fare con un accordo, caspita! dico “caspita” per non interloquire in modo greve, come mi verrebbe meglio. I compromessi sono il sale della storia: molto spesso sono stati indispensabili per evitare equivoci gravi o addirittura guerre tra le nazioni. Un contratto (commerciale, di lavoro, etc.) è sempre e comunque un com-promesso, per stipulare il quale ciascuno dei contraenti rinunzia a qualcosa per fare un accordo, là dove senza un accordo ambedue sarebbero stati peggio. Altro che termine dal significato negativo!

Approssimazione e compromesso sono allora due termini che tendono al positivo, non al suo contrario, o no? Perché invece non funziona così? Lascio al lettore una ulteriore riflessione.

Termino questa mia intemerata, che mi sembra garbata, con una segnalazione:  noto che vi è in giro la tendenza ad usare sempre meno gli articoli determinativi e  le preposizioni articolate davanti ai sostantivi, anche qui un po’ all’inglese. Un esempio: invece di dire “la settimana prossima” comincio a sentir dire “settimana prossima“, come se la fatica di pronunziare un misero monosillabo come “la” fosse di una fatica insopportabile. Un altro esempio, preposizionale: invece di dire “il convegno della settimana prossima“, sento dire “il convegno di settimana prossima” (of next week). Anche qui c’è il risparmio di una sillaba.

Dire che sono costernato è troppo. Dire che sono annoiato e quasi schifato è invece realistico. Verso tutti i pigrerrimi che non hanno – o la conoscenza o la volontà – di parlare correttamente in italiano.

Lo ius culturae, i sedicenni, il ministro Fioramonti e l’ossessione del Crocefisso

Come si dice a Roma… “Arridatece Toninelli“, perché pare proprio che ogni governo, da qualche tornata politica, abbia il suo “toninelli” (nome comune metonimico). L’ultimo della serie pare sia nientemeno che il ministro dell’istruzione e dell’Università, il dottor Fioramonti, ora assiso sullo scranno che fu di Benedetto Croce e di Giovanni Gentile. Due tornate governative fa avevamo la ministra Fedeli, provvista di diploma di terza media e di un diploma triennale di servizi socio-assistenziali, mi pare. Non giudico le persone dall’accademia frequentata, perché ho conosciuto non pochi laureati minus habens (per esempio, il citato e facilmente dimenticabile ministro 5 Stelle e l’attuale ministro dell’istruzione che uno straccio di laurea ce l’hanno, e nel novero potrei infilarne a decine di tutti i partiti e anche persone di mia conoscenza), ma è abbastanza improbabile che una persona senza un’adeguata formazione possa adempiere a ruoli importanti come un ministero nazionale, e anche molto meno.

Questo Fioramonti, prima ancora di essere nominato ministro ha cominciato a fare la voce grossa, chiedendo due miliardi di dotazione di budget in più rispetto a… non so. Ora sta dicendo che bisogna togliere i Crocefissi da tutti gli uffici pubblici, scuole, tribunali. Qualche anno fa ho scritto già qualcosa su questo tema, e non mi ripeto qui. Dico solo che il Crocefisso non è solo il principale simbolo cristiano, scelto dai fedeli fin dai secoli IIl/ IV e capace di attraversare i millenni simboleggiando il limite e il sacrificio dell’uomo per l’uomo, fatto a immagine divina. Non è solo un simbolo religioso, ma ampiamente antropologico. E’ ridicolo metterlo in questione, ma Fioramonti, probabilmente per acquisire visibilità (infatti, chi lo conosceva prima di essere fatto ministro?), cavalca il tema.

Altro tema: il voto ai sedicenni. La proposta pare sia made by Enrico Letta, un uomo che non è mai stato sedicenne, almeno spiritualmente, ma molti altri ne avevano già parlato prima di lui: difficile che riesca a essere originale quell’uomo. Ora è una gara, quasi, a sposare la proposta. Personalmente potrei essere anche d’accordo, ma occorre, in contemporanea promuovere l’educazione civica obbligatoria nelle scuole almeno dalla quinta elementare. Altrimenti, che cosa volete che sappiano i ragazzi, se nessuno gli spiega prima come funziona lo Stato, come sono fatte le istituzioni, il rapporto tra cittadino e Stato, il senso della tassazione, come funzionano i servizi assicurativi e sociali, etc. Quindi, non facciamo demagogia, please!

Un terzo tema: lo ius culturae (soli). La destra è contraria e la sinistra, se pure timidamente, perché è un tema forte pro-salviniano se risolto, a favore. Che pena. La sinistra pare incapace di fare politiche, se ha il sospetto che favoriscano Salvini. La domanda giusta è: è moralmente corretto dare lo ius culturae o soli? Secondo me, sì. Ampiamente. In secundis, è indispensabile irrorare l’Europa di giovinezza. Di che abbiamo paura? Caro lettore, anzi, ooh cittadino favorevole o contrario, leggi cortesemente il discorso che attorno al 45 circa l’imperatore Claudio pronunziò in Senato, con il quale dichiarò con chiarezza che tribù come quelle dei Pitti e dei Britanni, ritenuti feroci selvaggi che abitavano a cavallo di quello che sarebbe stato il futuro Vallo di Adriano, avrebbero dovuto sedere nel Senato del Popolo Romano.

Questo fa capire bene la grandezza politica dell’Impero Romano e dei suoi uomini guida.

Riporto qui un passaggio di quel discorso memorabile, riportato da Tacito nei suoi Annales (XI, 24):

I miei antenati, il più antico dei quali, Clauso, di origine Sabina, fu contemporaneamente accolto nella cittadinanza romana e nel numero dei patrizi, mi esortano ad adottare i criteri da loro seguiti nel governo dello Stato, trasferendo qui quando si può avere di meglio, dovunque si trovi. Non ignoro infatti che i Giulii furono fatti venire da Alba, i Coruncani da Camerio, i Porci da Tuscolo, e per lasciare da parte gli esempi antichi, furono chiamati a far parte del senato uomini provenienti dall’Etruria, dalla Lucania e da tutta l’Italia e, da ultimo, i confini dell’Italia stessa furono estesi sino alle Alpi, perché non solo i singoli individui, ma interi territori di popoli si congiungessero in un solo corpo sotto il nostro nome. All’interno si consolidò la pace e all’esterno si affermò la nostra potenza, quando si accolsero nella cittadinanza i Transpadani e l’insediamento delle nostre legioni in tutte le parti del mondo ci offrì l’occasione per incorporare nelle loro file i più forti dei provinciali e dare così nuovo vigore all’impero esausto. Ci rammarichiamo forse che siano passati tra noi i Balbi dalla Spagna e uomini non meno insigni dalla Gallia Narbonese? I loro discendenti vivono tuttora e dimostrano di non amare certo meno di noi la nostra patria. Per quale altra ragione decaddero Sparta e Atene, pur così potenti sul piano militare, se non per aver bandito da sé i vinti quali stranieri? Ma l’accortezza del nostro fondatore Romolo fu tale che molti popoli ricevettero da lui la cittadinanza nello stesso giorno in cui ne erano stati vinti come nemici. Su di noi hanno regnato re stranieri e la concessione di magistrature a figli di liberti e non è una novità dei nostri giorni, come alcuni credono erroneamente, ma una pratica seguita dai nostri antichi (…), o senatori, tutto quello che oggi si crede antichissimo, un tempo fu nuovo: le magistrature prima riservate ai patrizi passarono ai plebei e dai plebei ai Latini e infine agli altri popoli d’Italia. Anche questo provvedimento diverrà un giorno antico e ciò che oggi noi sosteniamo con esempi precedenti sarà anch’esso annoverato tra i modelli.”

L’imperatore Claudio non è passato alla storia come uno dei capi romani più brillanti, tant’è che Augusto temeva per la debolezza e il futuro di Roma, come si evince dalle lettere che scambiava in famiglia. In ogni caso Roma era una realtà tale da far sì che comunque emergessero posizioni e considerazioni civilissime e aperte come quelle sopra riportate.

Possiamo pensare che oggi la nostra Bellapatria, così malgovernata, possa permettersi una nobiltà d’animo e una lungimiranza politica somigliante a quella dell’antico imperatore? Io penso che sia una domanda retorica, perché sì, se lo può permettere, nel nuovo contesto europeo, continente in via di spopolamento di autoctoni, intimidito e quasi pauroso del futuro, quasi vittima di un sortilegio malo.

Il futuro inizia… prima

Che cosa significhi il titolo vediamo insieme. La frase mi è venuta così, all’improvviso, e l’ho scritta. Secondo sant’Agostino il tempo futuro non ha consistenza ontologica, vale a dire non è (cf. Libro XI de  Le Confessioni), ma è solamente speranza, così come il passato è memoria, esistendo solo il presente, ma come presente-del-presente, continuamente cangiante, ché ogni istante si trasforma in passato e annichila l’istante che era futuro fino a… un istante prima. Insomma, si potrebbe anche dire che tutte e tre le dimensioni temporali non esistono in sé e per sé, ma solo in relazione tra loro e, secondo la dottrina fisica della relatività generale di Einstein, per rapporto allo spazio. Costituiscono così un’unica dimensione detta spazio-tempo. E il tempo esiste concettualmente – per come lo intendiamo correntemente – solo da un punto di vista logico, non fisico e neppur metafisico. Ma, che cosa può significare la frase nel titolo “Il futuro inizia prima“? Se le si può attribuire un significato condiviso, ha poi senso, oppure no?

Proviamo ad analizzare parola per parola. Del termine “futuro” abbiamo già detto sopra.  Vediamo ora i lemmi “inizia” e “prima”, un verbo e un avverbio temporale.

Parlare del verbo “iniziare” non è semplice. L’immagine che ho posto sopra rappresenta il dottor Spock (Leonard Nimoy), protagonista della saga cinematografica Star Trek, nel film Il futuro ha inizio. Un titolo di film dice e non dice, nel senso che è definito, non tanto per rappresentare la sua eventuale profondità concettuale, ma piuttosto la dimensione di marketing dell’opera cinematografica. Dell’inizio è un argomento sul quale si può parlare sempre: ecco che compare l’avverbio “sempre”, da me usato solitamente con cautela, così come utilizzo con attenzione l’avverbio “mai”, in quanto hanno una misura dis-umana o sovra-umana (mentre solitamente non ci si perita troppo di usarli nel linguaggio quotidiano con i tipi espressivi “ti amerò per sempre“, “non ti lascerò mai“, eh eh…, cf. anche Canto V Inferno).

Quando inizia qualcosa? La vita sulla terra quando ha avuto inizio? Quando è plausibile che l’anima umana sia presente nello zigote, o nella morula, o nella blastula, o nel feto, o nel nascituro? Quest’ultima era una domanda teologica che ha affaticato molti scrittori religiosi e pensatori per secoli. Affinché inizi qualcosa occorre un fondamento? Occorrono dei semi fecondi? Occorre quello che i filosofi classici chiamavano lògos spermaticòs (tradotto dal greco: l’intelligenza feconda; cf. Apologia di san Giustino martire, rivolta all’imperatore Marco Aurelio)? E prima del big bang hawkinghiano che cosa c’era? Ovvero, che cosa faceva Dio prima di creare il mondo? Forse che preparava l’inferno per chi si fa questa domanda? (sant’Agostino)? Fin dove arriva il confine, che è il reciproco/ opposto dell’inizio, dell’universo in espansione? Mentre scrivo e tu, gentil lettore mi leggi, l’universo si espande, e quindi ogni risposta è fasulla. Non lo sappiamo.

Qualche fisico sostiene che queste misure, dall’inizio, possono constare in oltre 250 miliardi di anni/ luce. Penso che occorra una linea lunga oltre la distanza di qui alla luna per scrivere questo numero in naturali arabi.

Vediamo il termine “prima”. Si tratta di un avverbio temporale che indica un qualcosa che antecede qualcos’altro. Antequam. Ma ogni cosa, come ogni numero algebrico viene, sia prima di un altro, sia dopo un altro; ogni numero è al centro della serie in-finita (cioè non-finita) dei numeri di ogni genere e specie, come insegnano gli arit-metici fin dai tempi classici (Eulero e C.). Aristotele spiegava che il tempo si misura secondo un “prima” e un “poi”. Bene: l’abbiamo già visto. Ogni evento precede e segue un altro evento.

E dunque… la frase “il futuro inizia prima” ha qualche significato? Da un punto di vista poetico-metaforico ci sta, suona bene, appare come un soffio concettuale misterioso, ma da un punto di vista logico che cosa può (se può) significare? Potrebbe avere un senso di preannunzio, di aspettativa, come quando si sa che dovrebbe accedere (accadrà) qualcosa e si viene presi da una certa ansia: un colloquio di lavoro prossimo, un intervento chirurgico importante, un figlio che arriva, una candidatura politica che si spera vada a buon fine, e molto altro. Ognuno di noi si accorge che il futuro arriva prima.

C’è un’altra ragione per cui pare che si possa dire quanto nel titolo? Forse una ragione neuro-biologica. Quel poco che ancora sappiamo del cervello ci spiega come sia plastico, come si modifichi arricchendosi continuamente e come interferisca con tutto quanto accade nel nostro corpo e nella nostra vita, essendo il terminale di tutte le attività nervose e luogo dove si forma nientemeno che il pensiero e dove trova sede fisica la coscienza-di-esserci, e forse anche quella morale. Mi vengono quasi i brividi nel pensare queste cose, l’importanza del cervello, che si è evoluto in milioni di anni, fino ad ora, prefigurando ogni momento il futuro. C’è anche la tesi di Benjamin Libet che sostiene l’anticipazione neurale della decisione di un’azione umana rispetto alla consapevolezza soggettiva che essa accadrà.

Per quanto riguarda l’inizio, non posso concludere se non ricordandone la citazione più alta, quella giovannea, quella con la quale l’evangelista teologo inizia il suo vangelo, con un prologo: Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, en archè en o lògos, cioè “in principio era Dio“. Il principio era Dio. Alfa e Omega, inizio e fine. San Giovanni sapeva.

Si sa che il pensiero è il “mezzo” più veloce esistente in natura, più della luce, forse più di qualsiasi altro modo del moto. Ebbene, c’è qualcuno che desidera controllarlo, a fin di bene s’intende, magari impedendo che si pensi male, che si sia mal disposti verso gli altri, che si sia magari razzista o cose del genere. Un esempio.

Leggo che lo storico della medicina Corbellini suggerisce di usare l’ossitocina per ridurre l’ostilità verso il diverso, la xenofobia tribale che denoterebbe il cervello umano, fin nel profondo dalla zona limbica, originaria. Far respirare ossitocina agli xenofobi, nazionalisti, sovranisti, salvinisti, etc., affinché diventino solidali e accoglienti.

Non riesco a trovare parole per commentare tale superbia, che pretende di operare in modo da sostituirsi alla natura evolventesi e anche alla cultura, che deve dare umanità alla stessa nostra natura. Usare l’ossitocina per migliorare le prestazioni cerebrali, prevenendo il manifestarsi dell’avversione verso l’altro, prima ancora che quest’altro appaia all’orizzonte, mi pare un’idiozia, prima ancora che una follia.

E’ indispensabile richiamare i fondamenti etico-politici dell’agire umano, analizzare la situazione e il fabbisogno sociale, verificare le compatibilità economico-finanziarie dello Stato, decidere scegliendo con chiarezza e precisione, pianificare, programmare le attività, legiferare: è il mestiere di chi governa… per il quale bisogna avere le competenze e la passione morale

“Learn, discuss and then decide”. In the most famous of his “Useless Sermons“, Luigi Einaudi, the great economist and second President of the Italian Republic, posed the question that is still crucial for all lawmakers: “Is deciding without knowing of any use?”. His answer was clear: no, it is not. “Hasty laws beget new laws meant to amend and perfect; but since the new ones stem from the urgent need to remedy the flaws of the badly designed ones, they are inapplicable, unless enforced through subterfuges, requiring further perfection, thus becoming one big entangled knot, which nobody can undo (…)”.

Evaluation is the tool that, while not replacing the political decision in the democratic circuit, allows lawmakers to decide wittingly, taking duly informed decisions. The goal of the assessment is not to bias the lawmakers, rather to educate them as to the consequences of their decisions, hence promoting knowledge and information transparency, which are crucial aspects of the decision-making process.

(Luigi EINAUDI)

 

Ora che, bene o male, si sta definendo il nuovo governo italiano, con l’alleanza fra PD e M5S, mi chiedo se e come i contraenti abbiamo presente, sia il flusso logico-operativo così come descritto nel titolo, poiché saltare anche uno solo dei passaggi proposti, porta tutti nella confusione e nell’impossibilità di fare alcunché, sia l’insegnamento di Luigi Einaudi sopra riportato in inglese.

Sotto il profilo logico-filosofico si potrebbero ulteriormente “spacchettare” i passaggi, ad esempio della fase riflessiva e deliberativa, prima della fase operativa. Faccio un esempio derivante dalla tradizione classica, greco-latina e medievale.

Al fine di operare una scelta razionale, Aristotele e Tommaso d’Aquino propongono alcuni precisi step, i seguenti cinque: riflessione, consiglio, consenso, deliberazione, azione. Come si vede si tratta di un processo logico, che necessita di un confronto duplice, con se stessi e con gli altri. L’uomo saggio non agisce trascurando di utilizzare queste fasi del pensare e dell’agire.

Ora mi chiedo come invece stiano impostando le scelte di governo coloro che questo prossimo governo vogliono fare. Stanno forse distinguendo la varie fasi, per valorizzarle, al fine di evitare errori, per quanto possibile? Non mi pare proprio. Questi stanno andando avanti in mezzo a contraddizioni e scatti in avanti, indietro, di lato, nella confusione lessicale e dialogica più strampalata, ognuno, chi più chi meno, impegnato a difendere il proprio scranno, il proprio privilegio, almeno da Conte in giù, ché Conte un lavoro ce l’ha, e Di Maio no, a meno che non si consideri un lavoro degno del suo prestigio quello di vendere bibite allo stadio San Paolo.

In assoluto sappiamo che vendere bibite allo stadio è attività degnissima, ma ora, dopo aver fatto a venticinque anni il vicepresidente della Camera e a poco più di trenta il vicecapodelgoverno e il ministro in dicasteri importanti, no. Lo capisco, anche se non condivido. Qualcuno dovrebbe spiegargli che la vita è fatta anche di alti e bassi, di salute e malattia, di successi e sconfitte, alternativamente, come il giorno si alterna alla notte, come ogni movimento naturale: generazione/ corruzione, nascita/ morte, sole/ pioggia, e via elencando.

La vita è una parabola di parabole (non nella accezione di racconto evangelico, ma nell’accezione di figura matematica).

Prima di tutto occorre richiamare sempre i fondamenti etico-politici cui ci si riferisce, analizzare la situazione e il fabbisogno, verificare le compatibilità economico-finanziarie, decidere scegliendo la via più razionale, pianificare i tempi e i modi dell’azione, programmare i vari passaggi individuando le risorse necessarie, legiferare, verificare che la legge sia rispettata: ché è il mestiere di chi governa. E poi, nel dettaglio, occorre operare di seguito in questo modo, ogniqualvolta s’ha da prendere una decisione, dando tempo e attenzione ai seguenti passaggi: a) riflessione, b) consiglio, c) consenso, d) deliberazione, e) azione.

Qualcuno talora mi dice che scrivo “troppo difficile”, e pretendo troppo dagli altri. Può essere che scriva difficile, ma io intanto pretendo moltissimo da me, perché ognuno deve dare il massimo di quello che ha, per se stesso e per il bene comune. Ho sempre bene presente come linea guida la Parabola matteana dei talenti (25, 14-30), che mi ispira e mi guida. Che uno sia dotato di uno, due o cinque talenti, li deve fare fruttare, proprio per diventare se stesso.

Mi chiedo se i politici e i governanti attuali abbiano mai letto o ascoltato un commento sulla parabola citata, e resto sconsolato.

Peraltro, se questo governo incipiente è definito da chi lo avversa di sinistra-sinistra, io che sono di sinistra democratica e moderata, socialista riformista, non condivido. Se il “contenitore PD” è un soggetto per me sufficientemente riformista, ma anche pieno di contraddizioni, il M5S non lo è, e pertanto non mi piace. Anche nel PD vi sono tendenze che non condivido, come quelle sui “diritti civili” tipo eutanasia, LGBT, etc., mentre non noto altrettanta attenzione per le questioni economiche, sociali, contrattuali, assicurative e assistenziali: il PD non è più un qualcosa, come i vecchi partiti di sinistra e buona parte della Democrazia cristiana profondamente vocata ai diritti sociali ispirati a basi etiche di eguaglianza delle opportunità ed equità tra le persone, ma un partito interclassista più attento alla tecnocrazia e all’innovazione, che stanno assurgendo alla dimensione del mito contemporaneo, specie in persone come Calenda, freddissimo saputo liberal-democratico. Non mi ci vedo far completamente squadra con tipi del genere, ma nemmeno con un altro animale a sangue freddo come Renzi… e Zingaretti mi par troppo fragile, non ben preparato e “competitivo” sotto il profilo della cultura politica e della leadership. C’è molto da fare lì.

Dei 5S e della loro intrinseca mediocrità ho scritto fin troppo in questi anni, sceverando limiti, difetti, incongruenze e contraddizioni miste a ignoranza arrogante e arroganza ignorante. Che si può dire quando loro tentano di spiegarci il significato e il “valore” della piattaforma Rousseau? Si tratta di un oggetto misterioso, per certi aspetti in-analizzabile, inqualificabile, di proprietà privata, presuntuosamente ispirato dai suoi fondatori e gestori. Non dovrebbe essere neppure un quesito proponibile se un voto negato di questo pomeriggio possa mettere in questione l’accordo di governo che PD e M5S stanno perfezionando, dopo essersi impegnati a farlo davanti al Presidente della repubblica, in ragione dell’art. 1 della Costituzione italiana. E invece, giornalisti e politici si stanno chiedendo gravemente se tale quesito si ponga, o meno.

Per analogia di proporzionalità (cf. Aristotele, Tommaso d’Aquino e Cornelio Fabro) la consultazione sulla piattaforma Rousseau è paragonabile alla mozione finale di una Direzione del PD o di Forza Italia, che impegna e sollecita i gruppi a fare, a costruire e bla e bla… Null’altro. E invece vi è chi sostiene che il governo potrebbe non nascere se prevalessero i “no”. Non riesco neanche a dire che si tratta di follia pura, di violazione della Carta costituzionale, di uno sgarbo istituzionale verso Mattarella, e altre cose ragionevoli. Proprio non ce la faccio, perché sono incredulo si possa arrivare a tanta nequizia intellettuale e perfino cognitiva.

Oltre a fargli un esame di Educazione civica, a questi qua, gli sottoporrei un paio di quesiti per misurarne l’attitudine cognitiva: un aforisma di Kurt Goedel e un detto risalente alla grecità filosofica classica. Il grande matematico tedesco, per dire come non tutto fosse matematizzabile sotto il profilo gnoseologico ebbe a dire, a titolo di esempio “Questa frase è falsa“. Ebbene, immediatamente si coglie l’aporeticità dell’affermazione, e non occorre dica di più a intelligenze normali. A tal Eubulide di Megara si attribuisce invece questa altra frase “Tutti i Megaresi sono menzogneri“. Occorre spiegare? Se sì, non ammetterei a fare politica amministrativa chi necessitasse di spiegazioni.

Non ho il morbìn (in lingua friulana significa più o meno “le palle”, metaforicamente parlando) di ri-citare qui i peggiori di quel Movimento, i cui fatti (pochi assai) e detti (troppi) sono eloquentissimi per attestare e dar conto del loro scarsissimo valore. Ben memore della qualità e del valore di ben altri “politici”, resto ogni giorno di più esterrefatto delle banalità che li sento pronunziare, delle incongruenze argomentative, delle auto-contraddizioni quotidiane, che bellamente ammanniscono a un pubblico che loro pensano, forse (poveretti loro!), non sia in grado di un discernimento sottile e spietato nei loro confronti. Faccio un nome solo, risparmiando qui la mia solita querimonia su Dimaio: Di Battista, detto il Dibba, confidenzialmente che, ciondolon ciondoloni, pensa di pensare. Ahinoi!, e che lo Spirito ci aiuti.

Edgar Morin, Giuseppe Conte, il “nuovo umanesimo” e la scimmia assassina

A Piacenza una donna, l’ennesima, Elisa, è scomparsa sulle colline. 28 anni, carina, un uomo di 45 è uscito di testa. Chissà.

Silvia è sparita in Kenia, forse ora è schiava dei folli Al Shabab, in Somalia, i Somali sono pericolosi, magri, veloci, spietati.

E questi, assieme ad altri feroci episodi, caratterizzano molto dell’attuale condizione umana, che si sta rivelando ancora essere in parte scimmia ferina, antropoide assassino.

Sul Sole24 Ore della Domenica di oggi, 1 settembre 2019, il genetista Guido Barbujani fa il punto sulla genetica e sull’ignoranza aggressiva (tra le varie ignoranze) in tema. Trascrivo alla lettera alcuni passaggi.

“(…) Nel febbraio 2018 mi chiamano a parlarne in un programma televisivo, e l’intervista finisce poi su Youtube. Qualche tempo dopo mi viene la curiosità di leggere i commenti. Sono parecchie pagine. A parte quelli che danno per scontato che l’umanità è stata manipolata geneticamente dagli Anmunaki, vengo definito ciarlatano, prezzolato, becero, merdoso moralista, ultimo genetista darwiniano scovato chissà dove, cartomante abbruttito dalla miseria, ebete. Copio qui il parere di un signore che si firma aramb10: Sicuramente Barbujani è ebreo, come Barbara Spectre. Ebreo del cazzo. Non è colpa mia neanche se sei un Ebreo lebbroso e in passato la tua stirpe è stata salvata (purtroppo) anche se piangete sempre per la shoah. (…) Lasciare l’ultima parola a un ebreo di mmmerda come te è un attributo positivo di chi rispetta l’umanità ma ne distingue le razze, specialmente con la tua, e poi dimmi di che etnia è il tuo cane ops o di che razza. Le razze esistono idiota, che poi la tua sia da eliminare questa è altra cosa, anzi la cosa.

Barbujani non reagisce a un commento di tale bassezza, ma io sì, e spero che aramb10 legga il mio blog. Il suo scritto è, non solo rappresentazione inequivocabile di un’ignoranza scientifica sesquipedale, ma anche di una rozzezza argomentativa quasi insuperabile, anzi di una privazione totale di logica e soprattutto, e per me è la cosa più grave (forse), di una cultura daterzamediaforsepresachissàcomealbardello sport di uno sperduto borgo di fantàsia. Il nulla. Bene.

Torno al paziente scienziato Barbujani, riprendendo alcune sue considerazioni iniziali.

“Parliamo di genetica. La pelle non lascia fossili, ma oggi esiste un metodo di machine learning, una forma di intelligenza artificiale, che permette di capire di che colore fosse la pelle di persone del passato, se nelle loro ossa è rimasto un po’ di DNA. Il margine di errore, al momento, è sotto il 4%. Genetisti inglesi sono riuscii a estrarre DNA dai resti, conservati al Museo di Storia Naturale di Londra, di un uomo di 9mila anni fa: il Cheddar man. Il risultato è stato sorprendente: Cheddar man e altri suoi contemporanei, in Spagna, Svizzera e Lussemburgo, avevano pelli molto scure (e, tre di loro, occhi azzurri). Insomma gli Europei hanno conservato molto a lungo, fino al mesolitico, la pelle scura dei loro antenati africani.”

E allora, ben poco caro aramb10 e altri che la pensate come lui, quanti siete? Per me finisce qui, sperando in una vera e propria redenzione intellettuale in molti. Alcuni ne conosco anch’io, ma non mi leggono, o non hanno le palle per commentare quello che scrivo in questo blog.

Per quanto riguarda Barbujani, non mi sono chiesto neanche per un attimo se sia credente o a-teo, se per lui il Dio-uomo (che è la visione top-down del credente), la dimensione teandrica, o l’Uomo-dio (che è la visione bottom-up del non-credente dai tempi di Democrito e, passando per Feuerbach, fino a noi) siano concetti da considerare, magari non nell’ambito della sua scienza, la biologia, ma in ambito teo-logico, cioè là dove ci si chiede qualcosa su Dio e sul rapporto che Egli, ove esista, abbia o non abbia con noi, con l’uomo. Non mi interessa, ovvero, potrebbe interessarmi se ci conoscessimo. Per ora mi basta sapere che è un ricercatore meritevole di grande rispetto, anche per il suo garbo e la sua capacità di sopportazione degli insulti da parte di chi non ha né arte né parte.

Altro tema: il discorso che il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha fatto in sede programmatica del nuovo governo. Egli ha citato il “nuovo Umanesimo” (sperando io che non l’abbia fatto su suggerimento dell’ing. Casalino, ma che sia farina del suo sacco), come indirizzo filosofico del suo prossimo agire. Intanto mi compiaccio che abbia ritenuto utile partire dal sapere filosofico per poi parlare di politica, ma mi piacerebbe capire meglio.

Intanto, noi occidentali neo-latini sappiamo che il concetto è rinascimentale, risalente a studiosi come il grande Giovanni Pico della Mirandola, filosofo neoplatonico fiorentino, del giro del Magnifico Lorenzo, e lo fa risalire alla Humanitas latina, presente nella grande letteratura imperiale, in Cicerone, in Virgilio, in Ovidio, in Orazio, in Seneca e in molti altri, e che è di Terenzio il detto (ripreso da sant’Agostino), qui da me riportato a memoria (forse con qualche errore) “nihil humanum mihi alienum est”, cioè nulla di umano mi è estraneo.

Il platonismo umanistico-rinascimentale del citato Pico e di un Marsilio Ficino è stato lo snodo di un passaggio di rivalutazione dell’umano come soggetto intelligente e autonomo, dopo la stagione straordinaria della teologia scolastica tommasiana e bonaventuriana, la stagione dell’intelletto e della volontà come doni di Dio all’uomo, doni tali da renderlo libero. L’Umanesimo e il Rinascimento italiani sono stati una stagione di luce per il mondo, così come lo è stata, anche se in modo diverso, quella medievale. Dante fu il supremo vate del Medioevo, e il suo quasi contemporaneo Petrarca, il prodromo del futuro prossimo, loro.

Da Descartes in poi, fino a Nietzsche, e passando per Spinoza, Kant e Hegel, l’uomo si è guardato dentro, scoprendo di avere la possibilità di crescere, comprendendo sempre di più il mysterium del suo essere-nel-mondo, senza esser-del-tutto-del-mondo (fra costoro chi più chi meno).

Ed eccoci a una nuova polemica. Edgar Morin è un filosofo e pedagogista ancora vivente, quasi centenario. Anch’egli parla di “nuovo umanesimo”, penso io, intendendolo al modo dei classici e dei rinascimentali, cioè: il valore dell’uomo che può anche pre-scindere da Dio, ma non lotta contro il concetto di Dio e la credenza in Dio, come fanno gli atei militanti à là Margherita Hack o il Piero Angela, divulgatore di ateismo televisivo. Massoni impliciti, non storici. E anche sulla massoneria si dovrebbe fare un discorso più ampio ed equanime, storicamente fondato.

Sul richiamo al nuovo umanesimo fatto da Conte, è intervenuto qualche dì or sono il padre Livio di Radio Maria, con una conferenza di ottimo livello, pacata e documentata. Il suo pensiero su questo nuovo umanesimo è negativo, perché ne vede gli aspetti più deteriori e superbi, connotati da un’illusione ottica: la convinzione che l’uomo possa bastarsi e che ogni sguardo nell’altrove sia inutile, se non deleterio.

Non sono in buona parte d’accordo con il religioso scolopio per un paio di ragioni, una teo-logica e l’altra filosofica: la fede non deve temere mai la cultura, la ricerca dell’uomo su di sé e sulla natura; inoltre, l’uomo è un essere capace di meraviglia (Platone, Aristotele, ma anche Agostino), per cui ogniqualvolta le sue conoscenze aumentano, può aumentare anche la glorificazione del Divino, declinato come Dio-Padre, Figlio e Spirito. Caro padre Livio, non temiamo chi non è da temere, come Barbujani, ma da aiutare e ammirare. Piuttosto, combattiamo con i fautori dell’ignoranza, come il gran partito che si è recentemente castrato da solo e quello rappresentato dai suoi ex alleati di nuovo al governo dell’Italia. Combattiamo contro i fanatici di tutte le risme, new age religiosi, terrapiattisti, vegani intolleranti, animalisti senza se e ma, etc.. Questa è la battaglia da fare, non contro il “nuovo Umanesimo”, che può invece rappresentare una vera rinascita, un nuovo Rinascimento, così come accadde mezzo millennio fa, e si irradiò in tutta Europa.

Anche il professore Michele Ciliberto la pensa più o meno come me, affermando in un suo volume recente (Il Nuovo Umanesimo, ed. Laterza) che oggi sia possibile un nuovo umanesimo. Oggi occorre ripensare alla condizione umana, che oggi vive un periodo drammatico. Egli scrive “È il punto che ha colto con grande acutezza Papa Francesco il quale si è reso conto che le fondamenta di un intero mondo sono ormai finite e che oggi sta nascendo in modo faticoso e talvolta tragico una nuova realtà, per molti aspetti sconosciuta. Basta pensare, per fare solamente un caso, a ciò che significano, per il destino dell’Europa, le ondate di immigrati che si rovesciano senza sosta sul nuovo continente. Da qui a pochi decenni il nostro sarà un mondo compiutamente multiculturale, multi-religioso, multi etnico. Questa è la realtà e non serve pensare che si possa contrastarla costruendo steccati o addirittura, come pure è avvenuto, reticolati. Sono destinati a saltare. (…)”.

La battaglia da fare è quella della conoscenza come diritto inalienabile, parte del diritto all’auto-determinazione individuale e alla libertà di pensiero e di scrittura, di azione e di scelta, sempre nel rispetto delle leggi giuste e come la nostra costituzione repubblicana, che va certamente aggiornata in alcune parti, ma sempre mantenendo i suoi straordinari principi e valori umanistici e rispettosi di ogni scelta filosofica e religiosa.

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