Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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In Siria si gasano popolazioni inermi (forse), si scagliano missili, e dunque: come si sta in Italia senza Governo, mentre il mondo va avanti con semi-guerre e diplomazie ambigue?

Trump, Macron e Theresa May lanciano nella notte un attacco ai centri di ricerca e stoccaggio di armi chimiche in Siria (pare sia così, sperando non si tratti della fotocopia della gran bufala di Tony Blair vs. Saddam Hussein del 2003), mentre i Russi protestano e non si sa che cosa potrà accadere. In realtà la posta in gioco è l’egemonia politico-militare sul Vicino Oriente. Francia e Inghilterra non “possono” stare fuori dai tempi di Sykes-Picot, gli Americani per ragioni legate alla geo-politica globale (Trump o non-Trump), La Russia non molla gli spazi conquistati sulla costa orientale del Mediterraneo e desidera mantenere le basi militari di Tartus (l’antica Tortosa dei crociati) e Latakia (l’antica Laodicea di san Paolo e di sant’Ignazio, vescovo di Antiochia). In questo scenario Arabia Saudita, Israele, Iran e Turchia non stanno a guardare: l’intreccio è complicatissimo e contradditorio. E l’Italia, con Gentiloni in prorogatio e la politica nel grottesco, o quasi? In questa situazione, nessuno parla più di Brexit, del colonnello russo avvelenato, dei guai di Trump, etc. L’Occidente si ricompatta? No, è una fase tattica.

La domanda che si può fare il culto e l’inclito, il neutro o il filo-russo, il filo-americano e l’europeista: si sta meglio a interpretare il ruolo da protagonisti-aggressivi à la Macron, se pur oramai nel piccolo di quasi ex potenza, o il ruolo da deuteragonisti come l’Italia, che è guidata da un Governo attivo “per gli affari correnti”, ma non riesce, imitando altre grandi e meno grandi nazioni europee, a mettere insieme un Governo derivante dal risultato elettorale del 4 marzo scorso?

IN SIRIA (pezzo che ho inviato a Filosopolis, blog del mio amico filosofo Neri Pollastri stamattina)

La Siria fa parte, dopo essere stata culla dei linguaggi sillabici (Ebla, Ugarit, etc.) e parte di quella “Mezzaluna fertile” dove iniziò un pezzo di civiltà, in ogni senso si intenda questo termine, scrittura, appunto, sedentarizzazione di popolazioni significative, fondazione di città, origine di un’agricoltura intelligente con un uno “sfruttamento” altrettale delle non molte risorse idriche, e altrettanto si può dire per un artigianato e per arti figurative di livello eccellente (si contempli Palmira, per citare solo un luogo), etc., è stata con l’area palestinese che va dalle alture di Golan, dove pare sia stata collocata la cittadina di Cana (cf. Giovanni 2, 1-10), che non si troverebbe dove ora ti portano le guide se vai in visita ai luoghi di Gesù di Nazaret, al deserto del Negev, la culla del primissimo cristianesimo.
Anche san Paolo, che era di Tarso, un po’ a Nord, sotto i monti del Tauro e oltre il fiume Oronte che scorre ad Aleppo (!), città “romana” (oggi diremmo “turca” o jazida?) passò per la Siria più e più volte. Anzi, non era forse diretto a Damasco per perseguitare i seguaci del nazareno quando incontrò in qualche modo il Maestro? (vedi tela di pari tema, del Caravaggio, in Santa Maria del Popolo a Roma)
E potrei continuare, perché siro-palestinesi erano diversi personaggi di cui si parla in Giovanni e nei vangeli sinottici, etc. E, in seguito, altri “pezzi” della primitiva “grande Chiesa” erano di lì. Cito qui due o tre personaggi di tutto rilievo: Nemesio di Emesa (oggi Homs), vescovo e autore di un bel trattato di antropologia filosofica (Περὶ φύσεως ἀνθρώπου, cioè Della natura dell’uomo), Efrem il Siro, pensatore  e poeta di vaglia, Ignazio di Antiochia, vescovo e martire, che scrisse una lettera alle sette chiese della zona, tra le quali Laodicea (l’attuale Latakia, così cara ai Russi odierni per la base militare che vogliono mantenere sul Mediterraneo!), e così via.
La Siria è culla importantissima di parte della nostra cultura cristiana indefettibile, caro Neri, oltre ad essere la terra bellissima e struggente che tu ben descrivi.

Mane diu, o mane Deo, come preferisci, mio caro Neri e caro lettore della domenica.

“Fuga senza fine”, il caso e la necessità, o del destino di ciascuno di noi

Qualche giorno fa ho qui parlato di Joseph Roth proponendo alcuni cenni sul suo Le città bianche, romanzo breve o racconto lungo inserito in Opere (1916-1930), edito da Bompiani, oltre che edito separatamente, come le altre opere narrative del grande narratore austro-ebreo-galiziano.

Qui accanto, gentil lettore, trovi la prima di copertina dell’edizione Adelphi di un altro testo rothiano, citato nel titolo e in questo post.

E dunque oggi mi piace proporre un breve passo tratto da Fuga senza fine, la storia di un amico dello scrittore, il tenente Franz Tunda, militare austro-ungarico, prigioniero dei russi bolscevichi-sovietici durante la Prima Guerra Mondiale e poi militante comunista girovago, dalla Siberia a Parigi, passando per molte città e plaghe dell’Eurasia, al di qua e al di là degli Urali, fino a Irkutsk, quasi simbolo umano del disfacimento di un tempo, quello a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, quello della Finis Austriae.

Il militare, dopo aver conosciuto la guerra sanguinosa e assurda, la rivoluzione inattesa, la compagna Natascia Alexandrovna, con la quale condivise azione politica e amori, e le fatiche del ritorno, si ritrova a Parigi, dove vive la sua antica fidanzata, oramai sposata a un altro, la signorina Irene Hartmann, che non lo riconosce. Nella descrizione del suo percorso umano ed esistenziale, ho trovato un passo bellissimo che tratta della volontà umana, ma più ancora, del destino suo, di Franz Tunda, e del destino di ciascuno di noi, sempre irriducibilmente unico e senza alcuna possibilità di replica, nel quale si manifesta il fatum esplicitato in mille e mille vettori causali ed effetti, e via dicendo.

La tyke greca come buona o cattiva sorte, la fortuna dispensata dall’intreccio inestricabile di caso e necessità.

A pag. 788 dello splendido volume in carta leggera patinata e copertina cartonata, si legge “(…) Poi si trovò una sera seduto in un treno che andava verso l’Occidente e gli pareva di non viaggiare di sua spontanea volontà. Era andata come tutto andava nella sua vita, come va il più delle volte, e per le cose più importanti,, anche nella vita degli altri, i quali sono indotti da un’attività rumorosa e più consapevole a credere nella spontaneità delle proprie decisioni e azioni . Dimenticando soltanto i passi del destino al di sopra del loro intenso agitarsi. In una di quelle belle mattinate d’aprile in cui il centro di Vienna è tanto gaio quanto elegante, in una di quelle mattinate in cui sulla Ringstrasse le belle signore passeggiano con signori sfaccendati, sulle terrazze di fresco installate dei caffè brillano i sifoni blu e l’associazione volontaria di pronto soccorso organizza cortei di propaganda con la banda musicale, Franz Tunda apparve sul lato soleggiato e affollato del Graben nello stesso abbigliamento in cui era apparso al consolato di Mosca e fece senza dubbio scalpore: Era identico a come il droghiere all’angolo, davanti alla porta della sua bottega profumata, s’immaginava un “bolscevico”. Le lunghe gambe di Tunda sembravano ancora più lunghe perché portava calzoni alla cavallerizza e morbidi stivaloni alti fino al ginocchio, che emanavano un forte odore di cuoio. Il berretto di pelliccia era calcato sui suoi occhi malinconici (…). Tunda si trovava dunque a Vienna (…) Gli raccontarono che la sua fidanzata si era sposata e probabilmente viveva a Parigi (…)”.

Era a Vienna dopo essere stato in Russia, Ucraina, Siberia… e sarebbe andato a Colonia e infine a Parigi. Tunda viaggiava, ma oramai non sapeva più il perché viaggiasse, né provava un gran desiderio di re-incontrare Irene.

Il destino lo aveva sbattuto di qua e di là per l’Europa, quella vecchia e quella nuova, quella orientale e quella occidentale. Il destino è un concetto di cui abbiamo bisogno, così come abbiamo bisogno del concetto di caso. A volte la metafisica si intromette nella nostra vita con la potenza di un uragano, e destino e caso sono due termini metafisici, cioè appartenenti a un’area della conoscenza filosofica completamente estranea alla logica formale e ancora di più alla logica del concreto.

Non possiamo mostrarne l’esistenza come invece riusciamo a fare con la razionalità umana. Se dedurre che l’uomo è libero dalla sua razionalità viene naturale: cito per l’ennesima volta il classico sillogismo aristotelico composto da due premesse e da una conclusione necessaria: a) l’uomo è razionale, b) il razionale è libero, c) l’uomo è libero, inferendo l’incontrovertibilità di c) da a) e da b), altrettanto non posso operare con i concetti di caso e di destino.

Vediamo perché, ancora una volta, ché di caso e destino abbiamo già trattato più volte in questo mio pubblico luogo del web. Caso è il modo che abbiamo di chiamare la mancanza o la non conoscenza di vettori causali ai relativi effetti constatati; destino è il modo che abbiamo di chiamare l’ineluttabile della nostra vita, o ciò che ci sembra essere tale: un incidente, un ammalamento, una guarigione, un incontro inaspettato, un lavoro che ha successo o il suo contrario, e altro di cui non si intravedono percorsi causa/ effetto chiaramente individuabili. Parrebbe dunque che il caso caratterizzi in qualche modo il destino, e il destino sia frutto in qualche misura del caso.

Vi è un pensatore, Baruch Spinoza, che invece ritiene che tutto-si-tenga-, tutto sia necessario, vale a dire, non cessi mai di esistere perché facente parte di quel tutto-che-si-tiene. Paradossalmente, si potrebbe pensare che il caso corrisponda alla necessità e quindi al destino, nonostante appaiano quasi in contrapposizione. In altre parole si potrebbe dire anche karma, come lo chiamano gli orientali, induisti e buddisti, i quali ritengono che ogni anima si meriti il proprio destino in ragione del comportamento tenuto in vita, meritando premi o punizioni proporzionate, anche in vite successive, credendo nella reincarnazione, sia nella modalità della trasmigrazione delle anime da corpo umano a corpo umano, detta metempsicosi, sia nella modalità del passaggio delle anime a esseri sempre più degradati a causa di comportamenti immorali, detta in greco metemsomatosi: secondo queste dottrine orientali, l’anima umana peccatrice potrebbe ri-nascere in esseri orrendi e spregevoli, mostri, demòni, conseguenza della colpa morale, cioè dell’assunzione di responsabilità individuale in base al libero arbitrio di cui siamo provvisti.

Se così non fosse saremmo irresponsabili, e anche i peggiori esseri umani potrebbero non essere punibili, né sotto il profilo morale, né sotto quello penale.

Caso e destino, vita e morte, angeli e demòni, questo è lo scenario in cui si dipana la nostra esistenza, che viene indefettibilmente da una scelta di cui non abbiamo parte, quella dei nostri genitori insieme a quella dell’Incondizionato Iddio.

Il Presidente Sergio Mattarella, saggio Andragogo (insegnante degli adulti), anzi Pedagogo (insegnante dei bambini), vista la scarsa maturità dei suoi interlocutori dei partiti, specie di quelli “vincenti” il 4 marzo scorso, discepoli ignoranti, ovvero “Franza o Spagna pur che se magna”

Caro lettore,

il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è, non solo il Capo dello Stato e valoroso costituzionalista, ma anche un signore gentile e disponibile all’ascolto. Non conoscendolo personalmente, mi pare di poter dire senza dubbi eccessivi che il suo modo di fare attesta questo mio giudizio: si osservi il suo sorriso educato, le posture che assume, il linguaggio del corpo, in generale.

Di Maio e Salvini, invece, sono due politici a tempo piena, con storie diverse, ma anche minimi comun denominatori caratterizzati dalla loro anagrafe ed esperienze rispettive. Il primo ha poco più di trent’anni, il secondo non molti più di quaranta. I loro studi non pare siano stati (non lo sono stati) particolarmente brillanti o specifici in campo socio-politico e giuridico, ma piuttosto raffazzonati e condizionati da una militanza politica pervasiva e molto precoce. Il risultato visibile, evidente a chiunque abbia un po’ di esperienza sull’argomento, è sconcertante o addirittura desolante.

Né Salvini né il grillino padroneggiano un linguaggio tecnico-politico sufficiente ad esprimersi su questioni istituzionali, anche se il leghista si salva con una certa esperienza e la capacità di “orecchiare” imitando altri, magari i suoi maestri Bossi e Maroni. Il piccolo napoletano no, quello, pur essendo stato per cinque anni vicepresidente della Camera, non solo non ha imparato ad usare un lessico sufficiente ad esprimersi sui temi della politica istituzionale, ma si vede lontano un miglio che quando “parla di politica, quando fa proposte politiche” è imbeccato da qualcun altro, probabilmente qualcuno che opera nella società della piattaforma Rousseau. Faccio un esempio: in questi giorni, dopo essere stato dal Presidente, se ne è uscito con la proposta di un “contratto”, non di un accordo politico, da stipulare, più o meno indifferentemente,  con la Lega o con il Partito Democratico.

Anche un bambino, direbbe Lucio Dalla, potrebbe cogliere l’assurdità della proposta: come si fa a proporre -indifferentemente- un contratto con le due forze politiche di dimensioni sufficienti a raggiungere la maggioranza in Parlamento, ma strutturalmente polari, antitetiche, naturalmente opposte, per storia, linea politica e prospettive? Come si fa anche solo a poter pensare di governare o con la Lega o con il PD, e ottenere risultati soddisfacenti per gli elettori del Movimento 5 Stelle, in ogni caso? Siccome in logica naturale non si possono ottenere risultati, entrambi soddisfacenti, facendo scelte diverse, se non opposte, e basti pensare alle politiche sociali, pensionistiche, dell’immigrazione, della sicurezza, nelle quali si evidenziano le differenze di impostazione tra due visioni nitidamente distinguibili in una “di destra” e neppure tanto moderata, e l’altra “di sinistra”, certamente moderata?  Mi fermo solo sul tema securitario: come si può conciliare la posizione di Salvini che pare sia quasi per politiche da “giustiziere della notte” alla Charles Bronson, e la posizione di un Luigi Manconi, studioso e senatore PD, attento all’equilibrio tra sicurezza dei cittadini e garanzie per gli imputati?

Se vogliamo ulteriormente semplificare, potremmo richiamare un detto risalente a circa mezzo millennio fa, quello che andava di voga in Italia ai tempi delle guerre per la dominazione della nostra Penisola, tra Francia e Spagna o Franza o Spagna, purché se magna“. E cioè, è indifferente con chi si sta, purché si raggiunga l’obiettivo, nel caso dei nostri due, il potere. Ma allora vengono meno, non solo le idealità, le linee politiche, i programmi, che così gelosamente ambedue avevano sbandierato, come gli altri, in campagna elettorale. Tutto a posto? No, perché allora anche il più distratto cittadino può pensare che le idee, i programmi, le priorità non contano nulla, pur di raggiungere l’obiettivo dello scranno che dà potere, visibilità, prestigio, e quant’altro serve per superare l’avversario o, spesso, il nemico politico.

Né in questo contesto vale la cosiddetta eterogenesi dei fini, per cui, se si parte per ottenere un obiettivo, per strada se ne ottiene un altro, magari anche migliore del primo. In realtà, quando non conta più nulla del pensiero politico, economico, sociale, culturale etc., si ottiene nulla, anzi si fanno danni.

Tornando al detto di cui sopra, esso “deriva dalla lunga lotta che la corona di Francia e l’Impero, allora legato alla corona spagnola svolsero, principalmente in Italia, tra il 1500 ed il 1650, mentre in Italia la classe politica era municipalistica incapace, per motivi oggettivi – oltre che soggettivi che furono rimproverati dal Guicciardini, che era in realtà meno acuto di Macchiavelli – di guardare oltre i ristretti limiti del comune o della regione. Per il popolo l’appoggiarsi dei governi locali ora all’una ora all’altra potenza, pur di salvare un minimo di autonomia divenne il detto richiamato“. (dal web) ,

E venendo al titolo del pezzo, che pensare, se non che il Presidente della Repubblica si è messo lì, pazientemente ad istruire i due un po’ (forse non un po’) tecnicamente ignoranti, Di Maio più di Salvini, e dunque ha operato -grecamente- da pedagogo, anzi da andragogo, visto che non si tratta di due bambini, ma di due giovani maschi adulti, che vogliono a tutti costi interpretare il ruolo del capobranco, del maschio “alfa”?

La balla del multiculturalismo politico e la rinascita necessaria del socialismo democratico

Una come Boldrini Laura, nella posizione che ha avuto per cinque anni, non sa quanti danni è riuscita a fare con il suo multiculturalismo, condiviso con altri ingenui illusi della politica di sinistra. Lo ho scritto qui tante, troppe volte, soprattutto onorandola di troppe citazioni, visto il livello politico-culturale che le appartiene.

Altri come lei, Fratoianni, Civati, inesistenti politucoli con un capo come Grasso, hanno fatto solo piccoli danni, non capendo un bel nulla di ciò che sta accadendo nel mondo tra i popoli, le nazioni, gli stati e le economie. Sto citando dei nani, che son pari a uno, che pur essendo un nano è assurto da tempo agli onori delle cronache neanche fosse uno statista vero: naturalmente sto parlando di Di Maio, nano per eccellenza e altrettanto presuntuoso come chi ignora di sé ciò che veramente è.

In una Italia dove ci si può con giusto e legittimo orgoglio fregiare della conterraneità di Michelangelo, Leonardo, Galileo, Dante, giganti tra altri inumerevoli di pari valore, siamo ridotti a parlare ogni giorno di Di Maio, o della nullità di una politica di sinistra moderata e riformista, capace di affrontare i problemi veri del cambiamento epocale che viviamo, delle ingiustizie, dell’impoverimento di ingenti fasce sociali, una sinistra che si è attardata negli ultimi quindici anni a inseguire chimere politico-antropologiche errate e dannose, come il multiculturalismo, dai tempi dei girotondi morettiani, inconsistenti e malmostosi borghesissimi romaneschi salottier-protestatari. Disutilacci!

Torniamo piuttosto a dialogare con Ferdinand Lassalle, con Eduard Bernstein, con Filippo Turati, con Pietro Nenni e anche con Bettino Craxi, troppo vituperato perché cinicamente ammise un tasso di corruzione generalizzato della politica, ma comunque capace come premier di fare politiche rispettabili, in Italia e verso altre nazioni, anche verso gli alleati più potenti. Ci si ricordi dell’episodio della base di Sigonella, e tu, lettor mio giovane, documentati pure su wikipedia, in tema. Senza tema, o scrivimi.

Certamente occorre aggiornare le analisi socio-economiche, ma le misure politiche non debbono essere velleitarie e astratte, ma devono ispirarsi piuttosto alla tradizione classica del socialismo democratico rappresentato dai personaggi sopra citati, non dalle derive comuniste ed estremiste. Peraltro lo stesso Lenin criticava l’estremismo come malattia infantile di ogni progressismo.

Il multiculturalismo è un’ipotesi di dottrina antropologica, mal studiata dai politici idealisti, per usare un eufemismo, citati nelle prime righe del pezzo, ma è un’ipotesi fallimentare sotto il profilo politico e pratico. Con ciò non voglio dire che è meglio la ghettizzazione, l’isolamento, l’esclusione del diverso per salvaguardare antiscientifiche purezze razziali o etniche, ma non è neppure politicamente ed eticamente conveniente far finta che le differenze, culturali, religiose e sociali non esistano e che tutti, di qualsiasi provenienza, siano quasi automaticamente integrabili in un illusorio e disilludente multiculturalismo eclettico ed improvvisato. Non è così.

E meno male che le vicende elettorali, pur condizionate da una disgraziata riforma (ma il presuntuoso, anche lui!, cavalier servente Rosato, dorme di notte, dopo che ha dato il nome alla terrificante cazzata?) hanno tolto di messo i pericolosi nani di cui molto sopra, eligendo ed eleggendo altri nani di altera tendenza! Pensa tu, caro lettore, auspicare piuttosto che il bene maggiore il male minore. E questo dalla mia posizione di sinistra riformista.

Ripeto: mi auguro che i Salvini e i Di Maio non prendano in mano il Governo della Repubblica, ma spero che anche Renzi si tolga di mezzo e si metta a studiare finalmente, e si trovi una soluzione saggia senza tornare alle elezioni tra pochi mesi.

Tornare a parlarne e a praticare il socialismo democratico secondo me è la scelta giusta, senza immaginare rifondazioni di soggetti dai nomi fantasiosi e insignificanti, incomprensibili a chi oggi vota Grillo o Lega, e anche a chi non vota più a sinistra, perché non la trova più.

Non è vero che oggi il pantano ha inghiottito tutte le distinzioni classiche tra destra, centro e sinistra, anche se le idee forza di queste tradizioni politiche non si declinano più anche solo come vent’anni fa, ma ciò non significa che la politica e le sue opzioni siano un tutt’uno indistinto e indistinguibile.

Si deve piuttosto cercare il valore etico e politico dove si trova, cioè nello studio severo e faticoso, nella ricerca scientifica onesta e non assolutizzante, nel lavoro, nella capacità di declinare un’etica della persona che sintetizzi il migliore pensiero politico tra responsabilità e diritti, tra doveri e impegno, senza dimenticare nulla di questo concerto e sapendo che siamo individualmente tutti diversi, e che le persone svantaggiate devono essere aiutate, mentre quelle provviste di salute e talenti devono fare anche di più di quello che fanno.

Se è da fare cento e lo dobbiamo fare in due, e io posso fare settanta mentre l’altro può fare solo trenta, io devo fare settanta, senza aspettare che un fantomatico terzo faccia il venti che manca. Questo è welfare vero, questo è solidarietà sussidiaria, questo è essere di sinistra al di fuori della sloganistica sempre più annoiante e informe coniugata malamente da quelli che si collocano sempre più a sinistra di chi sta nella sinistra moderata e scomoda del riformismo paziente, che si può chiamare ancora, con grande dignità, socialismo democratico, in sé comunque  e sempre, storicamente, di ispirazione evangelica e cristiana.

Caro lettor mio, sono esterrefatto per la sapienza di Di Maio, novello insigne costituzionalista (scherzo), e dai sindacati che saggiamente, fo’ per dire, confondono uguaglianza con equità, anzi non sembra interessargli proprio, e scambiano l’etica per un sapere “frou frou”

Due cose ultimamente mi han colpito, mio gentile ospite lettore: la prima è l’insistenza con cui l’imberbe, o quasi, capo-politico del M5S, nato all’ombra dello sterminator Vesèvo, si proclama Primo ministro, Capo del Governo, Premier di diritto, perché l’hanno votato come tale un italiano su tre: non si accorge, l’inclito, di confondere la Costituzione della Repubblica Italiana, che non parla mai di “premier” né di “capo del Governo”, ma di “presidente del Consiglio dei Ministri”, né prevede l’elezione diretta popolare dello stesso, come in altri ordinamenti, con i manifesti elettorali del suo movimento. Caro Gigi da Napoli, studia. E suggerisci, se vuoi crescere e far crescere chi ti attornia, lo studio anche ai tuoi famelici colleghi, che parlano in tv come libricini stampati, penosamente, debbo dirti. E poi abbi pazienza, ché provare a bruciare le tappe ti può giocare brutti scherzi.

Tornando al discorso della guida del Governo, sappi che le nomine, dico “nomine” di Monti, Enrico Letta, Renzi e Gentiloni da parte dei Presidenti Napolitano e Mattarella, sono state perfettamente legittime secondo il nostro ordinamento costituzionale. Studia ed evita di dire c.te in pubblico.

Da ultimo, ricordo al mio gentil lettore che la dottrina sociologica, da Comte e Durkheim in poi, spiega benissimo il fenomeno dei Cinque Stelle, chiarendo come il carisma dei capi fondatori di ogni movimento o partito politico (Grillo), e la storia lo mostra in ogni sua declinazione temporale, una volta che questo movimento o partito ha raggiunto il successo, si trasforma, cambia, diventa altro da ciò che era agli inizi. Peraltro, il giovine Di Maio non ha il carisma del comico, anzi, e lo dico con tranquillità, è del tutto privo di carisma, ché la sua leadership è di mero potere derivante dal ruolo attribuitogli dall’interno della struttura politica che lo ha espresso, e confermato dal risultato elettorale del 4 marzo scorso. Si tratta di un giovane uomo sorridente, carino, pulito, sostanzialmente privo di cultura generale e di cultura politica, che però riflette bene il contesto socio-elettorale conferitogli da tanti suffragi. In altre parole Di Maio riflette molta parte dell’Italia attuale, generica, e un po’ sfigata. Gli altri partiti, di destra o sinistra che siano, a parte la Lega che ha un messaggio semplice, chiaro e perfin un poco “muscolare”, sono in deliquio, e dunque, per la teoria fisica dei vasi comunicanti, lasciano ampi spazi a chi arriva, come il movimento-partito di Grillo&Casaleggio.

Ancora una cosa: i movimenti “nuovi” tendono ad applicare a sé e agli altri una sorta di “doppia morale” per cui agli altri, già “peccatori” acclarati, non sarebbero consentite azioni e scelte che invece eticamente debbono essere consentite ai “nuovi”,  cioè loro, perché loro sono puri e senza-peccato, come i càtari di medieval memoria. Anche i Giacobini del Grande terrore (1793/4) e i Bolscevichi dell’Ottobre rosso lo applicarono.

La seconda cosa si riferisce ai sindacati. Mi trovavo l’altro ieri a trattare con un’importantissima azienda multinazionale che, trovandosi lavoratori in esubero, li cederebbe volentieri a un’azienda di rispettabile grandezza, in via di diventare anch’essa multinazionale e comunque apparentata con multinazionali di notevoli dimensioni, dotandoli pure di una cospicua buonuscita. Fatto sì è che i lor sindacati, còlti i buoni propositi dell’azienda cedente, hanno cominciato ad aggiungere addendi di ulteriore garantismo a favore delle persone disponibili a trasmigrare, con criteri di assoluta volontarietà da un’azienda all’altra, e in particolare la normativa di assunzione a tempo indeterminato antecedente al cosiddetto Jobs Act, che dà una garanzia di continuità reale solo dopo i primi trentasei mesi, come se la stabilità reale dei posti di lavoro si potesse stabilire una volta per tutte per legge, e non con il comportamento individuale e la capacità delle aziende di stare sui mercati.

A quel punto sono intervenuto, parlando con la controparte in maniera molto confidente, visti i miei trascorsi sindacali e le mie competenze teorico-pratiche in tema di etica  di diritto del lavoro, e ho detto, letteralmente:

Caro compagno M., facciamo un esempio: tu mi mandi a colloquio la tua iscritta Giovanna che viene su con la dotazione di …mila euro, farà uno o due mesi di prova e poi sarà assunta con un contratto a tempo indeterminato senza limiti; incontriamo Giovanna, ci piace, a lei piace l’azienda e la prendiamo; dopo di lei viene a colloquio Paola, ed è un colloquio spontaneo, come la maggior parte, provenendo dalla società, in assoluta libertà e senza coperture di alcun genere: Paola ci piace, a lei piace la fabbrica, e così la facciamo assumere da una agenzia di somministrazione. Ora Paola verrà al lavoro in somministrazione per almeno un anno e poi, se a lei piacerà e pure l’azienda sarà convinta, le si faranno dei contratti a termine per ancora un altro anno, e finalmente arriverà l’assunzione a tempo indeterminato in azienda, secondo le regole del Jobs act, l’ultima legge governativa che regolamenta i contratti a tempo indeterminato nei settori economici privati. E Paola sarà contenta. Ora, ti dico: che cosa abbiamo fatto se paragoniamo il nostro comportamento aziendale verso Giovanna e verso Paola? Siamo stati giusti, siamo stati equanimi caro compagno M.? Dimmelo tu, che ne pensi? Lascio a te il giudizio.”

A quel punto mi offrii di aiutare i sindacati a tenere le assemblee nell’azienda “cedente” per spiegare le cose come stanno “tecnicamente”. “Ma vuoi insegnarci il mestiere?” la replica loro, un poco indispettita. “Ma no, no, la mia replica, solo per darvi una mano, visto che parlerei delle cose che poi farei io stesso nell’azienda ricevente. Tutto lì.” Non se ne è fatto nulla, per il momento, e restiamo in attesa che qualcosa si muova per creare nuovi posti di lavoro, e non due o tre, ma quasi cento, e scusami, gentil lettore, se è poco.

Così è andata. Possiamo nutrir speranza che qualcosa accada e qualcosa possa aiutare a sviluppare il pensiero umano, in questi tempi critici, banali e di pensiero impigrito? Forse Colui che muore e risorge in queste ore ci può aiutare.

Arnaud Beltrame

Beltrame è un cognome friulanissimo, e si pronunzia qui da noi come si scrive, non Beltràm, à la francese. Vi sono anche le versioni correlate “Beltramini”, “Beltrami” “Beltramin”, etc.. La derivazione storico-etimologica ha a che fare con il grande patriarca Bertrando di San Genesio, francese, Bertrand de Saint-Geniès, ucciso novantaduenne dal conte Enrico di Spilimbergo nelle campagne di San Giorgio della Richinvelda nel 1350. Il Patriarca Bertrando era un grand’uomo, un comandante militare, un mistico, uno studioso di teologia e diritto, già professore a Tolosa. E’ sepolto nel Duomo di Udine.

Arnaud (Arnaldo) Beltrame è il tenente colonnello della Gendarmerie Française, ucciso dal pazzoide islamista a Trèbes, nei pressi di Carcassonne l’altr’ieri, nel corso di un attacco terroristico di matrice jihadista. Si era offerto ostaggio in luogo di un’altra persona, a lui sconosciuta, che si trovava lì, nel supermercato, luogo dell’attacco. La Gendarmerie francese è più o meno il corpo transalpino paragonabile ai nostri Carabinieri. Il colonnello Beltrame si è comportato come il brigadiere Salvo D’Acquisto, fucilato dai tedeschi il 23 settembre del 1943 a Torre di Palidoro. Questi si era accusato di un attentato per salvare ventidue ostaggi che stavano per essere fucilati per rappresaglia. Basti questo paragone per comprendere il gesto del colonnello Beltrame.

Arnaud entra, posa la pistola sapendo di trovarsi di fronte un fanatico armato pronto a tutto, sapendo di poter morire, a quarantacinque anni, moglie e due figli. Che cosa muove un uomo di quarantacinque anni o un ragazzo di ventitre come il brigadiere D’Acquisto, a dare la vita per altri? C’è molto che mi sfugge, perché non riesco a parlare solo di eroismo o di patriottismo. Che cosa c’era, e c’è, nell’anima di Salvo e di Arnaud? Come si può riuscire a compiere un gesto del genere? Quanto coraggio, altruismo vero, generosità umana sono sottesi?

Nel momento in cui hanno deciso di offrire la loro vita, Salvo certissimo della fucilazione, Arnaud comunque consapevole del rischio mortale che stava correndo di fronte a un fanatico armato, che cosa è passato loro per la testa? Quanta riflessione e/ o quanta passione per la giustizia, per ciò che può impedire un atto disumano? Ora il colonnello Beltrame è un eroe della Patria Francese, così come D’Acquisto è un eroe della Patria Italiana, entrambi immortali e giovani. “Muor giovane chi al cielo è caro“, cantava il poeta Menandro, citato da Leopardi in Amore e Morte, ma non solo. Anche il patriarca Bertrando era caro al cielo, credo, e, spero, anch’io, lasciamelo pensare  e scrivere, caro lettor mio della domenica. Io non sono vecchio, ma neppur giovane come Salvo e Arnaud, e mi chiedo: saprei fare altrettanto? Al di là di ogni riflessione su Patria e Affetti. Per degli “estranei”.

Non lo so. Non lo so. Razionalmente, l’ho sempre pensato, e anche scritto, che penso di poter scegliere di morire per la Patria/ Matria, cioè per la “mia” terra, dove stanno i miei cari, se qualcuno la attaccasse, per il mio cortile, per chi amo. Ma non so in situazione analoga a quelle sopra descritte che cosa farei. Proprio non lo so.

Vi è una componente emotiva, immediata, che non si può prevedere, che costituisce l’evento, l’ereignis, A o B solo se si creano situazioni atte a fare accadere gli eventi A o B. Solo in situazione si può sapere che cosa si farebbe. Penso che anche Arnaud non si sia detto prima di arrivare al supermercato “adesso va do lì e entro offrendomi come ostaggio al posto di qualcuno“, ma l’abbia fatto decidendo con quello che Tommaso d’Aquino chiamava “moto primo-primo”, cioè un atto di passione, immediato e irriflesso. Certo che era addestrato e allenato a situazioni estreme come allievo de la École de guerre e paracadutista, ma ci vuole anche altro, ché l’istinto di sopravvivenza è forse il primo istinto ancestrale che ci caratterizza come umani.

Andare oltre è incomprensibile alla mera ragione ragionante, ma, come insegnava Blaise Pascal, ciò che non comprende l’esprit de geometrie, raziocinante e logico-argomentativo, lo può comprendere l’esprit de finesse, che in un baleno in-tuisce, penetra, è intelligente, ed esprime tutto, e soprattutto la carità, che non ha limiti (cf. san Paolo, Prima lettera ai Corinzi, 13, 1-13 “…«Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità»).

Ecco, il colonnello Beltrame è stato un campione della più grande delle virtù umane, la carità.

Le città bianche e altri racconti

Non avevo mai letto seriamente Joseph Roth, solo qualche brano ancora da liceale. Vi ho rimediato in queste settimane e consiglio il bellissimo volume collettaneo di romanzi e racconti lunghi edito da Bompiani, di milleduecento pagine, una trentina di anni fa. Me lo regalò quando uscii dal sindacato il segretario regionale della Cisl di allora, un gentiluomo colto, merce rara in quegli ambienti allora, e ora più che mai, purtroppo.

Il Mediterraneo è circondato da “città bianche”. Dalla costa istriana e dalmata, da Parenzo a Zara, a Spalato e Traù, dal Sud Italia al Montenegro, alla Grecia, alla costa turca dove sta appollaiata Efeso, memoria di filosofi e di Maria di Nazaret, o più sotto Antalya, alla disgraziata Siria delle meraviglie, alla costa africana settentrionale che dall’immensa foce del Nilo eterno arriva a Gibilterra, passando per Bengasi, Tobruk, Tripoli, e poi Tunisi, Cartagine, Leptis Magna, Algeri, Orano… Di là c’è il Mare Ocèano di dantesca e ulisside memoria.

Città bianche tutt’intorno gli ottomila chilometri di coste italiane della penisola e di una miriade di isole grandi e piccole, dalla Sicilia sublime del barocco alla silenziosa Sardinia, dalle Riviere liguri, da Dolceacqua alle Cinque Terre. Chiamai anni fa in un breve poema Ostuni “l’alba città“, perché biancheggia alta sulla Murgia e si vede dal mare, così come bianche sono Cisternino, Martina Franca, Galatina e Gallipoli, la città-bella, la kalè pòlis dei Greci, e altre e altre.

Se, caro lettore, prendi in mano Roth, troverai le città bianche di Francia, che lui canta con sentimento eccelso: Lione e Vienne, Tournon e Avignone, la città dei papi sul Rodano, ognuna con la sua unicità di costruzione umana, di storia parlante attraverso le pietre e gli spazi definiti da intelligenze antiche, e insuperate, da Roma, superna maestra di sapere e civiltà, anche se talora sulla punta e il filo delle corte daghe. A Vienne si celebrò un concilio importante della cattolicità del Medioevo ed era sede degli imperatori tedeschi; Lion è capitale della seta, mentre Tournon se ne sta silente lungo l’acque verdi del gran fiume alpino. Più avanti il viaggio di Roth tocca Nimes e Arles piene di sole, con i loro anfiteatri romani, e infine Marsiglia, che lui chiama porta del mondo, perché lì arrivano e partano vascelli per ogni confine del mare, s’odono i rumori e i suoni più vari, si sentono gli odori e i profumi più forti.

Lo scrittore austro-ebreo, nato a Brody vicino a Leopoli in Galizia (Ukraina) all’estremo limite dell’Impero Austro-Ungarico, possiede la finezza analitica dei grandi russi e dei tedeschi, e del miglior Manzoni. Canta la Finis Austriae, con una capacità di introspezione e di racconto quasi insuperabile, elegiaco e tragico, nostalgico e scettico, perso nelle nebbie dell’est che nascondono le fredde nevi, oppure nelle abbacinanti estati delle bianche città meridionali.

Le città bianche sono un sogno vivente e hanno rumori lontani, mentre le città grigie sono sopraffatte dai silenzi. Ecco che Roth, scrittore e giornalista girovago, ebreo e cattolico, socialista e monarchico, impaurito dal nazismo incombente e dal declino delle sue diverse “patrie”, scrive e scrive migliaia di pagine, per lasciare a chi leggerà come una sorta di infinito distendersi di quadri esistenze e vite, di profumi e lezzi immondi della vita, proprio come accade.

La Casaleggio e C. Srl verso l’orrore

Caro lettor mio,

per iniziare questo pezzo ti propongo di andare sui vangeli come ti spiego dopo, là dove il Procuratore romano Ponzio Pilato, lavandosi le mani delle sorti di uno in cui non aveva visto colpe, e nell’occasione della Pasqua ebraica (Pesah) che prevedeva la consuetudine di liberare un prigioniero, propone al “popolo” la scelta tra Gesù e Barabba, ottenendo dalla folla (non dal popolo) l’urlo belluino che segue: “Bar-abba, Bar-abba“, con le conseguenze che conosciamo (cf. Marco 15, 7; Matteo 27, 16; Luca 23, 19; Giovanni 18, 40, dove Barabba viene variamente definito omicida, prigioniero famoso o semplicemente brigante).

Barabba (aramaico בר-אבא, Bar-abbâ, letteralmente “figlio del padre”) o Gesù Barabba (Yeshua Bar-abbâ, letteralmente “Yeshua, figlio del padre”, come riportato in alcuni manoscritti del Vangelo secondo Matteo) era, secondo i quattro vangeli canonici, un ebreo appartenente probabilmente al partito degli zeloti, detenuto.” (dal web)

Ora, caro lettore, vediamo la ragione per la quale ho esordito con citazioni evangeliche, la cui analogia certamente coglierai con quanto segue. E parliamo di politica.

Già il padre dell’attuale titolare della Casaleggio e C. Srl, Gianroberto, aveva teorizzato la fine di tutti i partiti, come mediatori di democrazia, e l’avvento in loro totale sostituzione, della democrazia del web, per cui il “popolo sovrano” avrebbe deciso votando le proposte del M5S e affini o successori tipologici. Il tutto echeggiando una lettura raccogliticcia e da divulgazione à la Giacobbo/ Lucarelli della filosofia di Jean Jacques Rousseau, che era già confuso di suo nelle idee e negli scritti, nonché sufficientemente fanatico.

Infatti il ginevrino scrisse di “volontà generale” intendendo, comunque, con questa espressione di filosofia politica una nozione vicina al concetto di “ricerca del bene comune”, non tanto un devastante dominio delle maggioranze sulle minoranze. Ma tant’è, la Casaleggio e C. governa questo processo info-politico a nome e per conto di questo nuovo potente partito, che vuol continuare a chiamarsi movimento  pretendendo di irridere secoli di storia, anzi forse millenni, e almeno dai tempi di Pericle.

Ogni tanto penso alle idee che Marx aveva maturato sui suoi seguaci “marxisti” e si sa da testimonianze attendibili, che li avrebbe presi a schiaffi, proprio per il loro dichiararsi tali. Altrettanto posso pensare di Rousseau rispetto a questi penosi orecchianti. Ricordo quando comparvero nel 2013 i Crimi e le Lombardi e mi chiesi da dove uscissero tali analfabeti. Poi sono addirittura peggiorati e i loro capo politico, in grisaglia con faccia da bambino, è il peggiore, forse.

Il fatto è che i partiti sono veramente al lumicino, e anche la Lega non pensi di essere la vittoriosa del futuro, ché la verità delle cose fa presto a venir fuori e le bugie o le false promesse hanno gambe corte e lunghe a seconda dei casi, corte per svelare l’inganno, lunghe per rifilare solenni calci in culo agli improvvidi.

Di Forza Italia sappiamo tutto, ché è legata a doppio filo con il destino del suo fondatore e immarcescibile prence, il dottor Silvio, migliorato col tempo. Del PD male, spiace dirlo, ed è il partito a me ora più affine, ma non finché lo governava l’arrogante di Rignano sull’Arno.

Non parlo degli altri frammenti più o meno nostalgici, sperando che molte persone di buona volontà la mostrino in questo frangente difficile e contorto, partecipando, dando una mano a chi non crede nelle semplificazioni mortuarie e nella subornazione degli ingenui, a chi odia i manipolatori di tutte le risme e vuol mettere in guardia gli schiavi del web dallo stesso web omnipresente e furbescamente fascinoso.

Non può essere la macchina apparentemente intelligente, il caso di Facebook di queste ore lo dimostra, a dominare l’uomo, lasciamo stare le previsioni di Nick Bostrom, di cui qui parlo più indietro, ma l’incontrario. E perciò, cari Casaleggio e C. vi auguro di camminare sempre più soli verso l’orrore, anche se spero per tutti, e dunque anche per voi, nella resipiscenza, nel ripensamento, nella conversione anche per i peggiori delinquenti, tra i quali ancora non vi annovero.

Ho sempre preferito eventualmente andarmene, o comunque “star leggero” in ogni ambiente prima di stancarmi e di stancare…

…e l’ho fatto sempre, nei vari studi (che comunque ho terminato sempre, riprendendone altri), e lavori, cosicché il sentimento lasciato a chi restava è stato sempre di nostalgia.

A ventisette anni, dopo aver fatto il liceo classico, unico periodo di studio a tempo pieno della mia vita, intervallato da estati a portare bibite, lavoravo già da otto anni in fabbrica e studiavo politica. Sono entrato nel sindacato e vi son rimasto finché non mi ha chiamato a dirigere il personale la più grande azienda del Friuli. Nel sindacato ero lì già pronto per Roma, per posizioni nazionali, ma ho preso il bivio della grande impresa.

Giocavo a basket non male, guardia tiratore con il mio 1,84 ben distribuito su 80 kili. La bicicletta sarebbe arrivata a trent’anni, mai più mollata fino alla malattia. Ma mi dicono che la riprenderò in mano presto.

Guardavo le stagioni trascorrere, prima lente nel mio paese, con estati infinite, in un ambiente bellissimo, pieno d’acque.

A Buttrio nell’enorme azienda a capo del personale son rimasto finché mi è parso possibile, e me ne sono andato quando ho raggiunto un punto che mi permetteva di salutare successivamente chiunque a testa alta, in obbedienza alla mia coscienza.

I successivi lavori, di consulenza in grandi aziende e men grandi, di studio fino ai massimi livelli accademici di teologia e filosofia e insegnamento accademico, non sono mai stati esclusivi, ma sempre vari, tali da farmi sempre in qualche modo desiderare e chiamare da altri soggetti, da nuovi committenti. Non ho mai avuto la sensazione dello stancamento mio e dei miei interlocutori. Nulla puzzava mai tra me e loro.

La montagna era (ed è) l’altra mia passione: son stato su tutte le più alte cime delle Giulie e delle Carniche, nei silenzi fondi del mio camminare in solitudine, del mio ascendere prudente verso azzurrità indicibili, come quella del Cridola, o dello Jof Fuart, del Montasio con partenza in notturna, e perfin della Civetta immensa, dell’eccelso monte Pelmo. Del Peralba qui ho più volte cantato,  e attendo di riaver le forze per tornarvi. Ho visto tracce d’unghioni d’orso sul Monte di Cabia e la lince alla Forcella Giaf. L’aquila mi ha salutato sopra il Coglians e il Matajur.

Negli affetti mi son capitate nel tempo molte cose che qui, poiché son le più delicate, non dico, anch’esse in qualche modo coerenti con la mia inquietudine. Ho una figlia bella, aggressiva (si sa difendere), e intelligente. Suona l’arpa e canta e studia lettere.

Non avrei mai sopportato di aspettare con ansia di andare in pensione, e ora quel momento non è molto lontano, anche se non significherà che fermerò il mio lavoro, per il quale ho già incarichi per i prossimi anni. E tantomeno lo studio, e di scrivere libri.

Caro lettore, mi rivolgo a te, come quasi ogni giorno faccio, perché mi fai compagnia, e ogni tanto ho bisogno di raccontarmi a te, anche se non mi rispondi, ma so che leggi e so anche, più o meno, chi sei, e ti saluto.

E forse, è proprio la distanza fra te e me che permette uno scambio che continua nel tempo, noi siamo alla giusta distanza, non ci pestiamo i piedi, non ci disturbiamo. E’ stata la mia scelta fin dall’inizio. E funziona.

Grazie a te che parli con me in silenzio.

Preferisco Putin a Theresa May, tra Erdogan e la confusione in Turchia meglio il “sultano”, idem in Egitto, e mal si dica di Sarkozy

Caro lettore,

ti propongo una riflessione politicamente scorrettissima. Si legge qua e là da qualche anno:

che lo csar (Putin), il sultano (Erdogan), il generale (Al Sisi), l’imperatore (Hi Jinping) sarebbero deprecabilmente “antidemocratici”, secondo la stampa occidentale perbene e secondo l’Alto Rappresentante Esteri dell’UE, Federica Mogherini, per l’amor di Dio.

E dunque: l’Italia è la seconda nazione esportatrice verso la Russia dopo la Corea del Sud, prima dell’Europa, con incrementi pazzeschi anno su anno, nonostante le ridicole e ingiuste sanzioni comminate dalla UE e dagli USA. Anche con Turchia, Egitto e Cina gli scambi economici sono molto importanti e in crescita. Anche la Persia degli ayatollah è un partner di molto rilievo per l’Italia, ed è una grande nazione di ottanta milioni di abitanti, giovanissima e culta, come la Turchia.

L’OSCE critica le elezioni russe dicendo che non c’è stata competizione, là dove Putin ha portato a casa il 76,6% dei voti, avendo votato il 67% degli elettori. In base a che cosa l’OSCE delegittima il risultato delle elezioni russe? Non gli piace Putin?

Pretendiamo di insegnare la democrazia con i cacciabombardieri di George W. Bush e Barack Obama? Mi sono rotto di questa presunzione democratica occidentale che guarda dall’alto in basso nazioni ancora semi-tribali, o ex imperi medievali o comunisti, ma grandi, grandissime, popoli enormi, straordinari, per storia e cultura, Cina, India, Russia, Persia, Egitto, Turchia… basta così? Gli facciamo far lezione di civiltà da quell’ubriacone di Juncker, nientepopodimeno che ex premier del poderoso Lussemburgo? E il prode gran coglione Sarkozy, ora fermato per finanziamenti ricevuti da Gheddafi nel 2007, che cosa ha fatto in Libia nel 2011,  con l’avallo dell’inettissimo -in politica estera- presidente Obama?

Certo è che questi signori non sono stati a scuola da Mario Pannunzio, Ernesto Rossi o Marco Pannella, e men che meno da Hans Kelsen, su ciò che sia lo “stato di diritto”, né hanno ben presente il diritto civile alla “conoscenza”, ma non sono tipi alla Idi Amin Dada o Bokassa, e nemmeno alla Mugabe o Saddam Hussein. Vero o no? E allora che cosa pretendiamo facciano, ereditando imperi o quantomeno grandi regioni del mondo, che devono comunque difendere come “patrie” loro.

Ci si può chiedere la ragione della grande partecipazione dei cittadini russi al voto di domenica scorsa e la ragione del risultato ottenuto dal principe Wladimir? Sa la Mogherini e gli altri ben-pensanti del nostro bel mondo pasciuto che cosa è la “sindrome da accerchiamento”? Hanno letto qualcosa delle guerre napoleoniche e dell’hitleriana Operazione Barbarossa che avrebbe dovuto schiacciare l’Unione Sovietica e insieme con essa il popolo russo e le altre decine di popoli di quel grande Stato, antidemocratico e imperfetto, ma erede di una storia e di una cultura immense? Quanto hanno sofferto i Russi negli ultimi duecento anni?

Forse che  i nostri benpensanti non hanno mai letto Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern o Centomila gavette di ghaiccio di Giulio Bedeschi, per sapere che migliaia di nostri alpini della Cuneense, della Tridentina, della Julia, sono stati salvati dai meno 40 nelle izbe ukraine dalle babuske con il fazzoletto portato come le nostre nonne? Ed erano andati in armi nella Patria d’altri? Se avessero letto questi libri e molti altri in tema saprebbero distinguere tra il disastro ivi descritto e la devastante e criminale scelta di Mussolini di allearsi con Hitler, per non “restare indietro” dopo la Guerra, come ben spiega lo storico Enrico Folisi sul Messaggero Veneto di ieri, e altri ricercatori, da tempo.

Lasciamo a perdigiorno come Salvini e Di Maio, cui per meriti e capacità oggettive troverei un posto di lavoro da commesso in un ente pubblico, con tutto il rispetto per i commessi degli enti pubblici, un buon rapporto con questi signori, intendo lo csar, il sultano, il generale e l’imperatore?

Oppure dialoghiamo con realismo cercando accordi e confronti, senza la pretesa di insegnar loro a vivere e a governare, ma misurandoci sulle cose, sui valori, sulla qualità etica, sulla filosofia di vita? Io penso che occorra percorrere insieme la strada accompagnando e correggendo le lunghe derive, le onde oceaniche del cambiamento, che non può non riguardare anche questo Occidente inflaccidito e stordito da troppa abbondanza.

Che l’uomo possa evolvere non è solo tema della politica, anche nella sua declinazione militare, e dell’economia, ma è tema di un’antropologia generale, capace di guardare dall’alto la storia, sia quella grande delle nazioni, delle guerre e delle paci, sia quella più minuta delle comunità locali, delle lingue, delle religioni, delle culture, di tutto ciò che il dottor Marx, sbagliando un po’, definiva come “infrastrutture” dipendenti essenzialmente dai meccanismi dei rapporti economici, poiché l’uomo, come insegnava Descartes, è anche e soprattutto res cogitans, oppure, come preferiva dire Blaise Pascal, una fragile “canna pensante”.

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