Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Un “socialismo” riemerge cautamente dal Covid-19

Nessuno si scandalizzi, ma penso proprio che si tratti di questo: la solidarietà sociale oramai in queste settimane (mesi?) si sta orientando verso una condivisione obbligata certo, ma reale, di condizioni e di abitudini. Già negli ultimi tre quarti di secolo, cioè dal secondo dopoguerra, forme di welfare socialdemocratico hanno preso piede in molte nazioni, mentre il comunismo falliva.

Willy Brandt

Non si deve temere di usare la parola “socialismo”, pur se molti lo confondono ancora con il comunismo, anche se, da un punto di vista storico-declaratorio, a giusta ragione. Infatti la dizione completa dell’acronimo U.R.S.S., significa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Il socialismo sovietico era un comunismo di stato, così come quello cinese di Mao-Tze-Dong, che ancora vive nell’autocrazia liberal-comunista di Hi Hsin Ping.

Bisogna comunque distinguere in modo rigoroso tra i due concetti. Il socialismo è una dottrina proponente riforme sociali gradualiste (soprattutto dall’uscita della proposta marxiana, molto più radicale, perché rivoluzionaria), che nasce dalla Rivoluzione francese, tramite personaggi come Babeuf, Filippo Buonarroti, e poi il conte di Saint-Simon, Fourier e Proudhon, che proponeva venature già anarchiste. Poi è arrivato Karl Marx, il quale insieme con il suo sodale Friedrich Engels ha scritto i principali testi del socialismo scientifico (per distinguerlo rigorosamente da quello chiamato con una certa sufficienza ironica “utopistico”), altrimenti detto materialismo dialettico, base per tutte le rivoluzioni sociali successive dell’800 e del ‘900, che sappiamo come sono andate.

A metà’ 800 fu fondata l’Internazionale socialista, cui aderivano socialisti umanisti della tradizione francese, seguaci di Marx-Engels e anarchici à la Bakunin. Ma vi partecipavano anche “democratici” repubblicani come Mazzini, che viveva a Londra ed era distantissimo, sotto il profilo politico-sociale, dall’uomo di Treviri.

Nell’ottobre (o novembre, secondo il calendario giuliano vigente nel mondo cristiano ortodosso) del 1917 scoppiò la Rivoluzione bolscevica, che dette inizio alla più grande esperienza socialista, anzi comunista, della storia. Nel frattempo, si sviluppava un’altra linea socialista, quella “riformista” (termine impreciso per quei decenni, ma attuale dalla seconda metà del ‘900), il cui maggior teorico fu Eduard Bernstein, che trovò soprattutto nell’Europa del Nord i maggiori adepti.

Nel 1921 a Livorno il Congresso del Partito Socialista Italiano “partorì” – nel corso di una feroce diatriba – nientemeno che il Partito Comunista d’Italia, promosso da personaggi come Gramsci, Togliatti, Terracini, Bordiga, che ne fu il primo segretario. Il Partito Socialista era spaccato fra gradualisti à la Bissolati e Turati e massimalisti come Serrati. Dalle file del PSI era uscito anche Benito Mussolini, a suo tempo fautore di un socialismo sindacal-rivoluzionario ispirato, più che dalla tradizione teorica del socialismo, da una sorta di vitalismo filosofico i cui ispiratori erano piuttosto il francese Georges Sorel e perfino Nietzsche.

Altrove ho scritto (e qui lo confermo) che il cavalier Benito aveva tratti fascistoidi nel suo modo di essere, di pensare e di fare anche quando era socialista, e rimase in qualche modo socialista anche da fascista. Su questo protagonista della politica e della storia italiana (e non solo) il mio lettore non può esimersi da una buona lettura del fondamentale testo del professor De Felice “Mussolini il duce“, per capirci qualcosa di importante al di fuori della polemica politica.

La nascita del Partito Comunista (ricordo che questo partito fu fedelissimo all’Unione Sovietica almeno fino al 1973, e che fu Berlinguer a distaccarlo da essa) in Italia provocò la paradossale situazione che il socialismo riformista fu quasi sempre minoritario e debole, per decenni chiamato addirittura social-fascismo da parte del comunisti, a differenza di ciò che riuscì a fare nel Nord Europa. Certamente va riconosciuto ai comunisti italiani di essere stati fondamentali nella lotta anti nazista/ fascista, anche se non con qualche contraddizione, se si pensa al discorso dei confini orientali dell’Italia, dove traccheggiò, tentato dalle sirene del maresciallo Tito.

Il Partito Socialista poi, nel 1949, dopo essere stato per l’ultima volta maggioritario rispetto al PCI nelle elezioni del 1948, vinte alla grande dalla Democrazia Cristiana, si spaccò tra un Partito che restava con Pietro Nenni e un pezzo più piccolo che se ne andava con Giuseppe Saragat, fondandosi come Partito Socialdemocratico italiano. Poco più di un decennio dopo il Partito Socialista si spaccava di nuovo, ma questa volta “a sinistra” con la fondazione dello PSIUP il Partito Socialista di Unità Proletaria, prodromo e contenitore di parte della successiva “Nuova Sinistra” post-sessantottina, soprattutto di Avanguardia Operaia, poi Democrazia Proletaria, mentre Lotta Continua e Potere Operaio ebbero origini differenti, provenienti anche da contesti socio-culturali cattolici.

In quegli anni, sull’onda del Concilio Vaticano Secondo, e della Dottrina sociale della Chiesa rinnovata sotto Giovanni XXII e Paolo VI, si era mossa la cultura cristiano-cattolica verso sponde di sensibilità sociale molto forti, anche con religiosi e prelati di alto profilo: si pensi al padre scolopio Ernesto Balducci, al padre Servo di Maria David Maria Turoldo, al parroco dell’Isolotto di Firenze don Enzo Mazzi, all’abate benedettino di San Paolo fuori le Mura Dom Giovanni Franzoni, e senza dimenticare don Lorenzo Milani, forse il più noto fra questi. Il cattolicesimo “di sinistra”, però, si rivolgeva, più che alla tradizione socialista riformista, direttamente al Partito Comunista e anche alla Nuova Sinistra, di cui costituiva, in parte, bacino di crescita.

Non dimentichiamo che anche alcuni tra i fondatori delle Brigate Rosse, cioè fautori della scelta armata, come lo stesso Renato Curcio e sua moglie Margherita Cagol erano di matrice cattolica.

Poi è arrivato Craxi, che riuscì anche più di Nenni ad essere “governativo”, in mezzo a non poche traversie. Circa la sua morte mi vergogno dell’Italia, che lo lasciò morire in esilio.

Negli ultimi vent’anni il mondo è cambiato, con la telematica, la nuova comunicazione in tempo reale, la finanza al comando, i nuovi linguaggi, generando una confusione difficilmente decrittabile. Il mio gentile lettore mi potrà dare atto che il mio continuo, diuturno impegno, è di cercare con questo strumento (il blog Sul Filo di Sofia), con i libri che pubblico, con le conferenze e le lezioni accademiche e aziendali che svolgo, con le relazioni che curo all’interno del mio network, con la mia attività di coordinamento di parte dell’Associazione filosofica cui appartengo, di contribuire – nel mio piccolissimo – a dipanare questa confusione, riflettendo, dialogando, proponendo idee per riprendere a dare sostanza al pensiero riflettente, che è in profonda crisi.

Ripeto spesso, forse fino ad annoiare i miei interlocutori, che la più vera e profonda crisi di questi anni, anzi di questi decenni, è la “crisi del pensiero umano”, che pare talvolta aver rinunziato alle sue potentissime e insostituibili prerogative di strumento di comprensione delle cose, della vita e del mondo, come insegna la storia del pensiero stesso di tutti i tempi. “Tornare” ad Aristotele, a sant’Agostino, a Tommaso d’Aquino, a Kant, al Buddha, a Lao-Tzu, a Wittgenstein e anche al vero Nietzsche, è indispensabile. Così come è indispensabile rileggere i libri biblici Giobbe e Qoèlet, il Discorso della montagna (quello delle Beatitudini), attribuito al Maestro di Nazaret, così come lo riporta l’evangelista Matteo al capitolo quinto.

Perché, dunque, in questo contesto parlo di nuovo di “socialismo”? Perché, se diamo a questo termine storico-politico il suo più profondo significato etico possiamo capirci bene. Non si tratta di un “socialismo” legato a tecnicalità organizzative della politica e dell’amministrazione pubblica, del governo dell’economia e della finanza, che metta in questione la libertà di iniziativa dei singoli, dei gruppi e delle nazioni, ma si tratta di pensarlo in funzione e a vantaggio della vita dell’uomo e alla tutela del mondo.

Socialismo“, allora, può significare un occhio nuovo che ciascuno deve avere verso il suo simile e verso il mondo, una capacità di declinazione della distribuzione dei beni e della giustizia, improntati all’equità, insieme alla necessità di riconoscere a tutti il diritto alla vita e a risorse sufficienti per renderla dignitosa. Mi spiego con un esempio. Per il mio lavoro, soprattutto, ho da sempre contatti con persone potenti e provviste di grandi mezzi economici (imprenditori e le loro famiglie, e io di solito son sempre riuscito ad allargare i rapporti dai temi aziendali ai temi personali e familiari degli imprenditori, sempre su loro richiesta); bene: due o tre di loro (capo azienda in due casi e familiare stretto in un altro caso) mi hanno detto: “Renato, dobbiamo cambiare mentalità e anche abitudini, almeno in parte“, e io ho risposto: “Sì, caro/ a …, certamente la mentalità, su cui, come sai, ragiono da quando ci conosciamo, ma per quanto riguarda le abitudini, per me non cambia nulla o quasi, poiché la mia vita era sobria e resta sobria“. Silenzio, da parte dell’interlocutore/ interlocutrice per qualche secondo, e poi “E’ vero, tu queste cose le sai, perché le vivi“.

Ecco. Se anche la sobrietà, l’umiltà, il senso del limite (caro lettore, dai uno sguardo a un articolo pubblicato qui qualche giorno fa, in tema), la pazienza che è sinonimo di coraggio, diventano virtù comuni, allora si potrà praticare un “socialismo umanistico” pienamente plausibile ed eticamente razionale, ferme restando le conquiste delle migliori dottrine sociali che l’uomo ha pensato e praticato nei secoli, come un liberalismo responsabile e anche forme di welfare sociale che si può chiamare, senza tema di scandalizzare nessuno, socialismo. Ecco perché mi pare di poter dire, come nel titolo di questo pezzo, che si percepisce l’emergere di “un socialismo”, già nel pieno della crisi generata dal Covid-19.

Garibaldi, Proudhon (fors’anche il dottor Marx e perfino Lenin), Bernstein, Turati, Nenni, Saragat e Craxi, Palme e Rabin, Brandt e Mitterrand, ma anche Gramsci e Berlinguer, da un lato,e pure i cristiani delle varie chiese, i fedeli islamici, i buddhisti e i taoisti, si potranno in qualche modo ri-conoscere (conoscere-di-nuovo) in questo “socialismo”.

Il “limes” attorno a ogni cosa, il limite dei corpi, delle cose, del mondo

Forse, tra spazio e tempo il punto di riferimento più importante è il “limite”. Da Aristotele e a Kant i due concetti sono considerati categorie trascendentali, cioè valide sopra ogni altra determinazione conoscitiva della realtà.

limite di una funzione

Il concetto di limite era noto fin dall’antichità, da Archimede di Siracusa fino ai moderni Newton, Leibniz, Euler, D’Alembert. Nel XIX abbiamo la rigorosa definizione di Cauchy e con il tedesco Heine. Successivamente se ne occuparono Dedekind, Bolzano e Cantor.

Nel 1922 Eliakim Hastings Moore ed H.L. Smith proposero una nozione generale topologica di limite, che è quella attualmente utilizzata in matematica. Queste notizie solo per attestare come il concetto interessò intensivamente gli studiosi di matematica.

Riassumendo, il concetto di limite è dunque matematico, fisico e anche metafisico: è matematico, come abbiamo visto sopra, è fisico per immediata intuizione, è infine metafisico se si fa lo sforzo di trascendere la materialità concreta delle cose e si passa al livello concettuale, che è comunque reale.

Il limite è la nostra epidermide, che separa fisicamente il nostro corpo dal resto del mondo; è il confine di casa nostra, del comune dove abitiamo, della regione, dello stato, dell’Europa e perfino dell’intero pianeta. I limiti che vanno dal nostro comune di abitazione all’Europa (concetto da intendere oggi in termini più politici che geografici) sono stati determinati dalla storia e dalla politica, battaglie e guerre comprese, mentre il limite del nostro corpo e quello del pianeta sono stati determinati dalla natura e dalla cosmologia.

E’ come se tra ciascuno di noi e il mondo intero ci fosse, come dire, lo spazio della libertà. Possiamo passare dal congiuntivo all’indicativo, perché c’è lo spazio della libertà umana, anche se variamente declinata.

Il limite percepito nella situazione generata dal Covid-19 è generale e certamente fa pensare, fors’anche, anzi di sicuro, a tutte le cose della vita di ciascuno, ai valori, alle priorità, perfino alle scelte etiche. La socialità solidale è uno di questi valori, molto spesso proclamata con enorme vis retorica, ma altrettanto sovente non rispettata con azioni concrete.

Quando osservo la scena attuale delle strade e delle piazze quasi vuote, in Italia e nel mondo, penso alle vite di tutti (o quasi), che sempre più si assomigliano. Non va più in ferie, più o meno costose, neppure chi se lo può permettere; cambiano le abitudini realizzando una certa uguaglianza sociale. Oso dire una forma di “socialismo” doloroso, ma di socialismo.

Questo socialismo non è strettamente “politico”, ma culturale, esistenziale, fattuale. L’aspirazione all’uguaglianza declinata secondo equità è presente nel pensiero umano dai tempi dei pensatori classici greci, e dai valori espressi nella dottrina evangelica.

I quasi duemila anni che decorrono dalla redazione del capitolo sulle “beatitudini” nei vangeli secondo Matteo e Luca hanno visto varie modalità interpretative, spesso tra aspri conflitti. Il versetto 27 del capitolo primo di Genesi esprime il concetto dell’immagine divina nella figura umana; in Colossesi 3, 11 e in Galati 3, 28 san Paolo proclama l’uguaglianza sostanziale tra tutti gli uomini. Molti miti teologico-politologici hanno attraversato i secoli, da frate Gioacchino da Fiore, passando per Thomas More e Tomaso Campanella, fino agli utopisti francesi post Rivoluzione francese, del genere di Proudhon, e a Marx/ Engels/ Lenin/ Stalin/ Mao.

Tra il 1959 e il 1964 a Bad Godesberg i socialisti tedeschi rinunziarono al marxismo come teoresi politica; Lord Beveridge, un conservatore inglese, subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, avviò un potente piano di welfare che durò fino a Mrs. Thatcher, ma Blair lo riprese.

In Italia, la Democrazia cristiana di Fanfani e Moro, insieme con il Centrosinistra storico, Pietro Nenni principale supporter, e la benevola astensione comunista, realizzò un welfare importante, pressoché esemplare per il mondo, nientemeno.

Ora qualcosa di importante cambierà: la pandemia del Covid obbliga tutti a innanzitutto a pensare al limite, e poi a ripensare alla scala valoriale della propria vita. Cantare oggi l’Inno di Mameli non è più solo nota di colore, ma molto altro, ancora in parte – per i più – inconsapevole.

Chiamiamola socialità solidale, come si vuole, mio gentile lettore, ma si tratta di una forma di socialismo democratico, un esercizio morale prima ancora che politico. E’ l’occasione perché i governi mettano in discussione, tutti insieme, Trump compreso, lo strapotere della finanza internazionale, subordinandola alla difese del Bene comune. Un tema, quello del limite e quello della solidarietà sociale, che riprenderò.

Le due libertà: a) di fare, b) di dire

I Greci avevano a disposizione e utilizzavano con precisione due lemmi per dire la libertà, eleutherìa, che significa libertà-di-fare, e parresìa, cioè libertà di dire.

In questo pezzo, lasciando stare la eleutheria, di cui qui ho trattato più volte, voglio soffermarmi sulla parresìa, cioè sulla capacità/ volontà di dire le cose il più possibile nel modo più vero e attendibile.

La parresìa (dal grecoπαρρησία, composto di pan (tutto) e rhema, ciò che viene detto) nel significato letterale significa non solo la “libertà di dire tutto”, ma anche la franchezza nell’esprimersi. I filosofi cinici, in particolare, utilizzavano questa libertà, quasi a “imitazione dei cani” (da cui “cinici”, appunto”, i quali a volte abbaiano o latrano senza requie.

Riporto un aneddoto famoso concernente Diogene di Sinope:

«[Alessandro] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. “Io sono Alessandro, il gran re”, disse. E a sua volta Diogene: “Ed io sono Diogene, il cane“. Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: “Mi dico cane perché faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi.”»

La parresìa quindi significa non solo isegoria, vale a dire la possibilità di parlare a tutti in pubblico (da isos = uguale e ὰγορεύω parlare in pubblico), ma anche l’espressione della libertà di parola riconosciuta a tutti i cittadini nelle assemblee che si tenevano nelle pòleis, governate secondo i princìpi dell’antica democrazia greca.

Ciò detto, per la storia del termine e la sua comprensione, rimprovero da anni, nel mio piccolo, soprattutto la categoria dei giornalisti (lasciamo stare i politici, qui, che sono spesso “insigni” campioni della dissimulazione e della menzogna). Non raramente i professionisti della carta stampata, delle tv e del web, non curano il proprio linguaggio, al fine di renderlo al meglio chiaro e rispondente ai fatti raccontati.

Un esempio: qualche giorno fa ascolto il cronista di una importante emittente (mi pare fra le più affidabili), Canale 48, che racconta le percentuali delle persone che-si-muovono da casa in Lombardia. Letteralmente dice: “pare che almeno il 40% della popolazione esca di casa, nonostante tutte le raccomandazioni (…)”. Dove sta la falsificazione o quantomeno l’elemento semantico fuorviante della comunicazione? A mio parere, sta nella sottolineatura negativa di una percentuale assolutamente plausibile, tenendo conto della struttura demografica e produttiva della Lombardia, che è la più ampia d’Italia. In Lombardia vi sono più di quattro milioni di lavoratori dipendenti, su otto milioni di abitanti. Che si registri il movimento del 40% di otto milioni non è scandaloso, è semplicemente ovvio. Poniamo che il 25% stia ormai lavorando nella modalità smart (percentuale probabilmente eccessiva), siamo comunque a tre milioni di cittadini che si muovono per lavoro, cui si devono aggiungere le persone che stanno facendo la spesa o che vanno in farmacia (o in edicola, e in pochi altri luoghi). Il 40% è dunque plausibile, caro cronista e caro lettore! Se tu metti giù la notizia sottolineandone la scandalosità e il dato di imprudenza, fai un pessimo servizio alla verità delle cose, crei confusione e stress! Non te ne accorgi? O segui una linea guida impartitati dai superiori? Se sì, è un’idiozia e meritate un’invettiva tu e i tuoi superiori.

Un altro aspetto generale di questa comunicazione è relativo alla scelta delle parole e ai toni usati dai giornalisti, specialmente in questa fase. Osservandoli da decenni, leggendoli e ascoltandoli, mi son fatto l’idea che, sia i termini e le espressioni, sia i toni utilizzati, sono largamente inadeguati e mediocri. Infatti, noto uno scarso ricorso ai sinonimi, che pure in italiano sono abbondantissimi, e l’utilizzo di modi espressivi spesso esagerati e inutilmente, anzi pericolosamente, drammatizzanti, inutilmente patetici, non costruttivi. Sappiamo anche che quando queste modalità debordano, chi ascolta, piano piano smette di concentrarsi sul senso e sul significato di ciò che sente dire, perché in qualche modo la mente “si difende” da un eccesso di negatività. Inoltre, a differenza di qualche decennio fa, i giornalisti sono quasi tutti laureati e quindi dovrebbero possedere una certa cultura generale, una migliore capacità di selezione della gerarchia delle notizie, e una metodica sistematica nella ricerca e nella verifica delle fonti da cui traggono le informazioni. In realtà, la qualità dell’informazione non si suddivide tra quella che proviene da informatori laureati e quella fornita da non-laureati, ma dipende, come molte (forse tutte) attività umane dalla qualità delle singole persone. Ne ho la prova con la mia esperienza e le mie conoscenze personali.

Forse mi illudo, ma non smetto di pretendere che questi professionisti si impegnino di più a lavorare meglio, nell’interesse generale.

Dalla successione dinastica all’adozione: una lezione sulla leadership per i nostri giorni, proveniente dalla storia dell’Impero Romano

Alle Idi Marzo del 44 a. C. Caio Giulio Cesare cadeva sotto i pugnali dei congiurati Bruto, Cassio, Casca e c. sulla scalinata del Senato. Era appena stato nominato dictator per dieci anni,e molti lo temevano e pensavano che il suo potere, già immenso, dopo la sconfitta di Pompeo Magno a Farsalo nel 48, sarebbe diventato assoluto. A Roma, però, era in vigore ancora, sotto il profilo formale, la Repubblica. Cesare era stato magistrato della Repubblica in tutti i suoi gradi: censore, pretore, edìle, pontefice massimo e console. In ogni caso, la lotta per il potere fra populares e optimates e fra singoli potentati, continuava. Come sempre in ogni tempo e luogo: l’uomo “funziona” sempre allo stesso modo, caro lettore.

l’imperatore Antonino Pio

La morte di Cesare mise in moto un’altra guerra civile, dopo quelle tra Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla di mezzo secolo prima, e quella fra Cesare stesso e Pompeo, dalla quale emerse vittorioso su Marco Antonio, Ottaviano Augusto, nel 30/ 27 a. C., figlioccio di Cesare. Infatti, spesso questi capi erano parenti, o di sangue o di diritto, come nel caso dei due ultimi contendenti, dato che Marco Antonio era genero di Ottaviano.

Tiberio, figlio della moglie di Augusto, Livia, che lo aveva avuto da un precedente marito, non avrebbe dovuto raggiungere il vertice, cui era invece destinato Germanico, il grande generale che aveva tenuto lontane dal limes le tribù del Nord.

Molto spesso persone di vertice non morivano nel loro letto, ma avvelenati o trafitti da pugnali e daghe di congiurati, donne comprese, che a volte venivano fatte uccidere, come Messalina da Claudio imperatore, e a volte uccidevano loro stesse, come fece Agrippina nei confronti del marito imperatore Claudio, di cui era diventata moglie dopo Messalina.

Su 115 “imperatores”, diciamo da Augusto a Romolo Augustolo (476 d. C.) solo 34 di costoro morirono di morte naturale, solo un terzo!

Ti propongo, mio gentile lettore, un altro concetto: di solito si parla approssimativamente di “impero” più o meno dalla dittatura di Cesare, e certamente dall’inizio del principatus solitario di Augusto, ma vanno specificati alcuni aspetti non poco importanti. Questi capi di stato, e pure i loro successori, quantomeno fino a Vespasiano, non si definivano imperatores, ma principes, cioè primi inter pares. In realtà il termine “imperator” era una ulteriore sostantivazione da imperium, che era il comando di una legione o di un gruppo di legioni: era dunque un titolo di comando militare, come dire generale-in-capo. Attualmente, il presidente degli Stati Uniti d’America, forse la figura più simile a queste figure antiche di capi di stato, viene definito, soprattutto sotto il profilo militare, commander in chief, comandante in capo.

Tiberio fu un “imperator” controverso: buon generale, col tempo divenne paranoico e si ritirò da Roma nella sua villa di Capri, dalla quale governava tramite il Prefetto del pretorio Seiano. Suo figlio Druso fu sostituito nella candidatura a succedere al padre perché ucciso (da Seiano?… che fece la solita brutta fine) e così salì al potere il figlio di Germanico, Caligola. Ma abbiamo un “Caligola uno” e un “Caligola due”. Una malattia grave, dopo un inizio promettente della sua carriera di leader, lo colpì e lo cambiò profondamente: divenne schizofrenico e ne fece di tutti i colori. Fu ucciso dalla “solita” congiura, e salì al potere suo zio Claudio.

Claudio non era giovane, ma era un buon politico. Lo dobbiamo ricordare per l’ulteriore sviluppo delle politiche inclusive verso i provinciales e perfino verso tribù di confine che lui aveva ben conosciuto come comandante militare: è da leggere il suo famoso discorso in Senato con il quale riconosceva quasi il diritto delle diverse popolazioni di far parte anche delle maggiori magistrature dell’Urbe. Un leader meno clamoroso di altri, ma costruttivo. Abbiano detto che si liberò di Messalina, ma Agrippina, la seconda moglie, si liberò di lui, per favorire l’ascesa di Domizio Enobarbo Nero (Nerone), figlio natole da un precedente matrimonio.

La storiografia cristiana e quella degli optimates, dettero di Nerone un’immagine in gran parte ingiusta. I primi per la sua avversione a questa nuova religione tramite persecuzioni (Pietro e Paolo morirono sotto di lui), che non era solo tale, ma era anche una visione del mondo e uno stile di vita che un romano di potere, imbevuto di ellenismo, non poteva capire; i secondi, i benestanti, per le sue politiche fiscali che li colpì duramente. Nerone voleva soddisfare le sue manie di grandezza, facendo Roma sempre più imponente e bella. Anche dell’incendio famoso del 64 non può essere accusato: la Roma dei quartieri popolari era tutta di legno, e quindi facile preda di incendi dovuti anche alla vita quotidiana.

Con la morte di Nerone nel 68, che si fece uccidere da un liberto a nemmeno trenta anni, quando capì che non aveva più spazi, si ha la fine della dinastia Giulio-Claudia, e l’inizio di turbolenza notevoli.

Il ’69 fu l’anno dei quattro imperatori: Galba, Otone, Vitellio e… Flavio Vespasiano, che diede inizio a una breve dinastia con i figli Tito e Domiziano. Vespasiano è stato un grande generale, un uomo maturo e capace. Consolidò militarmente l’Impero e operò politiche sociali favorevoli al popolo, che lo sostenne. Tito proseguì le politiche del padre, poi tradite da Domiziano. Con Vespasiano si chiarisce la denominazione dell’imperator, che tale diventa anche formalmente, passando il regime da principato a dominato. Anche Domiziano entrò nel novero degli imperatori morti violentemente.

L’interregno di Cocceio Nerva durò solo quindici mesi, ché il vecchio senatore aveva, al momento della nomina alla massima magistratura, ben settantuno anni, per il tempo un’età da vegliardi. Ma nel passaggio fra Nerva e il suo successore accadde qualcosa di importantissimo nella scelta del leader dell’Impero, qualcosa che mi ha ispirato la redazione di questo pezzo. L’anziano imperator adottò un forte e generoso generale di origine cavalleresca ispanica, Marco Ulpio Traiano, sulla cui vicenda non mi intratterrò, salvo il necessario. Si interruppe, dunque, la tradizione del passaggio di potere ereditaria, ed iniziò, almeno per un secolo, la tradizione adozionica dei meliores, cioè dei migliori. Se si osservano i quattro imperatori consecutivamente “adottati” dal predecessore, Traiano (da Nerva), Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio, si nota una qualità elevata di leadership, molto superiore ad alcuni predecessori, specie della dinastia Giulio-Claudia. Ciò fa capire come la linea rigidamente ereditaria, quando si tratta di affidare l’esercizio di poteri significativi, o smisurati, come nel caso storico che sto trattando a modo di esempio, molto spesso è inadeguata e rischia di creare danni generali molto grandi.

Si può dunque dire che questo periodo, che afferisce essenzialmente al II secolo dopo Cristo, caratterizzato dal metodo delle “adozioni dei migliori”, è quello che ha “funzionato” meglio in tutta la storia dell’Impero romano, offrendo ai tempi e alla storia stessa, alcuni dei migliori imperatores, come quelli da Traiano agli Antonini. Qualcosa del genere, anche se in modo diverso e con meno coerenza e positività, sarebbe riuscito a fare duecent’anni più tardi Diocleziano, con l’istituzione della “tetrarchia” degli “Augusti” e dei “Cesari”. Anche allora, però, dopo due o tre decenni, Costantino prevalse su tutti, liquidando gli ultimi colleghi-competitores Massenzio e Licinio. Si pensi che questo grande generale, diventato imperator-basileus, non si fece scrupoli di uccidere la moglie Fausta e un figlio, mentre convocava il fondamentale Concilio di Nicea, per definire la dottrina trinitaria cristiana. In oriente, nella Seconda e nella Terza Roma, cioè a Istanbul e a Mosca, Costantino è venerato come Santo della Chiesa ortodossa.

Che lezione possiamo trarre per riflettere sulle leadership odierne? Siccome le monarchie sono oramai un puro “ornamento storico”, dovremmo parlare delle democrazie parlamentari e dei “presidenti” degli organi di governo di questi stati moderni, nati dopo la lezione di Montesquieu e delle Rivoluzioni inglese e francese, che spesso accompagnano, specie in Europa, le monarchie storiche, come in Scandinavia, in Gran Bretagna e in Spagna. Ebbene, vengono eletti… quelli che prendono più voti, chiunque essi siano. Abbiamo appena sperimentato in Italia come il suffragio universale (una testa un voto) abbia promosso personaggi di dubbio valore e di dubbio gusto. Lascio stare il tema politologico e mi rivolgo a a un’altra famiglia di gerarchie, forse psicologicamente e politologicamente più “sana”, quella aziendale.

Ebbene: sono testimone di diversi casi nei quali, mancando la qualità in famiglia, il titolare o l’azionista di riferimento ha trovato all’esterno della propria famiglia i successori più adatti a governare l’azienda, “adottando”, quasi, il successore. Che altro si può dire, se non che certi CEO (amministratori) sono figli adottivi di certi “padroni” che non hanno avuto la ventura (tyche, sorte, fortuna) di avere figli propri in grado di mandare avanti l’impresa fondata dai “padroni” storici?

Quando osservo certe situazioni, noto che il titolare-fondatore-maggiore azionista, non avendo individuato tra i figli un degno successore, di fatto “adotta” all’esterno quello che ritiene il “melior” della covata dirigenziale,e lo tratta come il figlio che non ha mai avuto. Potrei fare nomi e cognomi, ma non occorre, perché chi mi conosce sa a chi mi riferisco.

La leadership è dunque una capacità, un’abilità che non si trasmette geneticamente, ma si conquista con l’impegno individuale e l’impegno, diventando soprattutto capacità di reggere responsabilità e di cercare di continuare nel progetto lungimirante dei fondatori.

La “coincidentia oppositorum”, ovvero di come la diade bene/ male può aiutare l’uomo a comprendere il senso delle cose e della propria vita

Il cardinale Nicola di Kues (Nicola Cusano), insigne teologo e filosofo del secolo XV, sosteneva il concetto apparentemente contraddittorio e certamente ossimorico della coincidentia oppositorum. La coincidenza degli opposti. Secoli dopo l’onorevole Fanfani, insigne capo della Democrazia cristiana, avrebbe coniato il noto sintagma politologico di “opposti estremismi”, indicando con l’espressione i comunisti e i fascisti, proprio per nobilitare in assoluto la “centralità” democristiana, quella sì capace di interpretare tutte (o quasi) le istanze della popolazione italiana uscita da una guerra disastrosa e da un regime fallimentare.

Leggiamo un testo del Cusano, che si trova nella sua opera più importante, anch’essa un rinvio ossimorico… il De docta ignorantia. Docta-ignorantia, come a dire che, in qualche modo, anche se si sa il “massimo”, che non vuol dire “tutto”, si è limitati, mentre se si sa il “minimo”, si è comunque limitati. E’ una lezione per gli arroganti del sapere, che non mancano nemmeno ai nostri tempi, e una severa ammonizione per chi ritiene che la ricerca faticosa del sapere sia inutile; e anche di questo tipo umano non mancano esemplari, che spesso accompagnano la loro ignoranza colpevole con una notevole dose di arroganza.

Il massimo, del quale nulla può essere piú grande, essendo in modo semplice ed assoluto piú grande di quel che da noi si possa capire, poiché è verità infinita, noi non lo cogliamo altrimenti che in modo incomprensibile. Non essendo infatti esso della natura di quelle cose che ammettono un termine che supera ed uno che sia superato, esso è al di sopra di tutto ciò che da noi può essere concepito […].

È evidente che il minimo coincide con il massimo. E ciò ti sarà piú chiaro se ricondurrai il massimo ed il minimo nell’ambito della quantità. La massima quantità è infatti massimamente grande; la quantità minima è massimamente piccola. Libera dunque dalla quantità massimo e minimo, sottraendo intellettualmente l’esser grande e l’esser piccolo, e chiaramente vedrai che massimo e minimo coincidono. Cosí infatti è un superlativo il massimo come lo è il minimo. L’assoluta quantità pertanto non è piú massima che minima, poiché in essa coincidono massimo e minimo. Le opposizioni dunque convengono a quelle cose che ammettono termini che superano e termini superati, ed a queste cose convengono diverse opposizioni, ma in nessun modo ne convengono al massimo assoluto, poiché esso è al di sopra di ogni opposizione. Poiché quindi il massimo è assolutamente in atto tutte le cose che possono essere, e ciò al di fuori di qualunque opposizione, in modo che nel massimo cada identicamente il minimo, cosí esso è anche al di sopra di ogni affermazione come di ogni negazione. E tutto ciò che si concepisce come essere non è piú essere che non essere e non è piú non essere che essere. Ma esso è questa cosa in modo da essere tutte le cose, e cosí è tutte le cose da non esserne nessuna, e cosí massimamente ogni cosa determinata, che minimamente sia questa stessa cosa. Non è infatti diverso dire: “Dio che è la stessa massimità assoluta, è luce”, che dire: “Dio è massimamente luce, essendo minimamente luce”. […]

Ma ciò trascende ogni possibilità del nostro intelletto che non sa mettere insieme nel proprio principio i contraddittori in modo razionale, poiché noi ci muoviamo attraverso quelle realtà che ci vengono mostrate dalla stessa natura, e questa, cadendo lontano da quella infinita incapacità, non sa congiungere insieme gli stessi contraddittori, come quelli che sono separati da una distanza infinita. Al di sopra di ogni discorso razionale pertanto noi vediamo incomprensibilmente che la massimità assoluta è infinita, e che ad essa non si oppone nulla, e che con essa coincide il minimo.” (N. Cusano, De docta ignorantia, I, cap. IV)

La riflessione del cardinal Cusano pare contorta, poiché noi moderni non siamo abituati a questo periodare deduttivo-intuitivo e viceversa, ma, se si legge attentamente, si capisce ciò che il pensatore vuol dire.

Aggiungo: non dobbiamo pensare che lo 0 (zero) e l’infinito coincidano in modo letterale, così come, contraddicendo l’onorevole Amintore Fanfani, non possiamo ammettere che, sotto il profilo politologico, storico e morale comunismo e fascismo coincidano. Questi due modelli politici possono avere qualche cosa in comune come l’autoritarismo centralizzatore, presente in ambedue, e forse anche qualche criterio estetico: si consideri, ad esempio, la statuaria “fascista” del Foro Italico a Roma e in molti altri luoghi italiani, e quella “staliniana” presente in tutta la ex Unione Sovietica. Il tasso di pomposa retoricità dei tratti umani è più o meno pari, anche se i soggetti sono senz’altro molto differenti.

Ovvero, non si può dire che la diade bene/ male coincidano – siccome sono opposti e contrari – nel loro significato e nel loro valore. Si tratta invece di comprendere come esista una dialettica fra i due concetti morali che si rendono l’un l’altro necessari, proprio per una comprensione chiara del loro valore/ disvalore. Non si fa confusione giustapponendoli, perché si crea – invece – la possibilità, anzi la condizione indispensabile, per poterli valutare alla luce di un’etica dichiarata e declinata, dove il bene, cioè il fine, vale a dire il vero (direbbe Aristotele) sono chiari e visibili.

Tornando al sintagma cusaniano, si può dire che gli “opposti” si possono “toccare”, in quanto spiegano il paradosso del limite. L’uomo sa di avere dei limiti ma… non li conosce: è “condannato” ad esplorarli continuamente, se ne ha voglia, perché se è pigro questa ricerca non lo interessa. Cusano insegna dunque che l’esplorazione del limite è una sorta di dovere morale, di scelta etica, che qualifica gli esseri umani come intelligenze capaci di crescita, di deliberazioni e di scelte che mettono in questione la tentazione che può colpire chiunque, di attestarsi nelle comfort zone, dalle quali nulla esce e nelle quali nulla cresce, predisponendo un destino di declino: ecco che allora il tema della coincidentia oppositorum si pone come riflessione salubre, non solo sui limiti umani, ma anche sull’esigenza di ricercare – senza sosta e con perseveranza – di comprendere, evitando un atteggiamento superbamente “prometeico”, la complessità e il senso delle cose e della vita.

Il coraggio nascosto dell’Homo Italicus

Nel secondo libro dell’Etica a Nicomaco, Aristotele descrive il rapporto tra vizi e virtù contrapposte. Ad esempio, trattando del coraggio, lo giustappone alla paura, ma lo considera media virtus, perché all’estremo opposto c’è la temerarietà.

Goffredo Mameli sotto la cenere…

Il coraggio, dunque, è indispensabile per affrontare le avversità della vita, il dolore e la minaccia. Insieme con l’ira giusta è la virtù che conviene avere. Anche l’ira, pur essendo annoverata tra i vizi, diventa passione, quando è declinata a supporto del coraggio. I greci, con il termine aretè, cioè fortezza (coraggio) chiamavano addirittura la virtù in quanto tale, mentre l’altro nome di virtù era phronesis, cioè saggezza, prudenza: per Aristotele entrambe erano virtù etiche, ma la prudenza era anche virtù dianoetica, perché dialoga con la sapienza, cioè la sophia.

Questo impianto antropologico filosofico può funzionare anche oggi, quando questi termini sono stati tradotti in linguaggio corrente, più psicologico.

La premessa mi è utile per considerare il coraggio degli Italiani in questo frangente difficile. Nelle difficoltà gli Italiani è come se si svegliassero da un torpore generico e a volte un poco vile. Il dato etno-antropologico ci descrive come un popolo emotivo e poco combattivo, ma si tratta di una semplificazione madornale. Prima di tutto vi è da dire che gli Italiani sono un “popolo di popoli”, poiché – ad esempio – il carattere dei Friulani è molto diverso da quello dei Campani, mentre può essere in qualche modo giustapposto a quello degli Abruzzesi e dei Sardi, che è forte e di poche parole. I Lombardi e i Piemontesi sono determinati, per la loro storia e la loro attualità. I Romani non assomigliano per nulla ai loro antenati della Roma repubblicana, ricordando piuttosto il Tardo Impero Romano, diciamo da Decio in poi (250 ca d. C.).

In mezzo a tutti, poi, ci sono i leoni da tastiera, gli imbecilli che creano disordine e caos, divertendosi miseramente con le loro idiote bufale che spargono a pieni bit sul web e nei social. Come si dice, la mamma degli imbecilli è sempre incinta.

Sono una minoranza, ma molto dannosi, perché l’effetto moltiplicatore del web può essere devastante. La maggioranza delle persone, a partire da medici e paramedici sta mostrando una capacità di lavoro e di resistenza straordinari o… ordinari (meglio dire), perché è ” nelle corde” della nostra gente. I “buoni”, direbbero Platone e sant’Agostino (non quello pessimista della predestinazione), sono sempre in più dei “cattivi” e il padre Urs von Balthasar ci confermerebbe la sua idea, di stampo origeniano, di un inferno… vuoto e di un demonio sconfitto e implorante davanti all’Incondizionato.

Torna in mente il libro biblico dedicato a quel gran (nel senso di ricco) signore che era Giobbe, che Iahwe sapeva essere talmente forte da metterlo nelle mani del satana, affinché questi lo tormentasse in tutti i modi, con la malattia, con il ripudio da parte della moglie, con la morte dei figli, con la perdita di tutti i beni, in quanto sapeva che avrebbe resistito a tutte le tentazioni, che anche i suoi “migliori” amici gli facevano balenare.

I nostri medici, i nostri infermieri e infermiere, in queste settimane sono come Giobbe, sudati e stanchi, probabilmente sporchi e affamati, ma non mollano, stanno sul fronte, sulla trincea dove davanti a loro non hanno pericolosi cecchini con il Mauser, ma invisibili molecole che vagolano libere come l’aria, nell’aria, negli e dagli effluvi umani.

Giobbe, lo sappiamo dal grande scrittore biblico che ne narra le vicende, alla fine vive, vince, recupera tutto quello che aveva, ed era molto ricco, facciamo conto un Bill Gates dei nostri tempi. Recupera tutto, perché ha creduto, ha avuto fede.

Altri “Giobbe” sono gli insegnanti, che si sono ri-qualificati in utilizzatori del web, di tutte le età si sono messi in gioco con skype, superando l’esigenza dell’insegnamento in presenza, che sappiamo essere in assoluto il più efficace.

Gli investimenti governativi su questa vicenda sembrano essere cospicui, ma sono solo per l’emergenza: il Covid-19 spero ci insegni, anzi insegni ai governanti, che sanità e scuola sono i punti di forza assoluti: occorre mettere a disposizione più risorse in modo definitivo, anche per rendere le retribuzioni proporzionate a una misura di dignità che è ampiamente misconosciuta per i medici giovani e per tutti gli insegnanti, che sono pagati una miseria, in Italia. Faccio un esempio: un professore di liceo di quarant’anni oggi guadagna circa 1700 euro netti al mese: rispetto a un mercato del lavoro inteso in senso generale, la retribuzione corretta dovrebbe essere di almeno 2500 euro netti al mese, vale a dire come quella di un quadro delle aziende private. Un medico giovane, sotto i trent’anni, dovrebbe percepire almeno 2000 euro netti al mese, e così via.

Denari ben investiti in giustizia retributiva (cf. libro V dell’Etica a Nicomaco di Aristotele).

Il coraggio, dunque, è una virtù, un valore, un principio, per declinare il concetto nei tre modi quasi equivalenti, è oggi fondamentale, così come la prudenza, altra virtus virtutum, che equilibra il comportamento umano, che oggi dobbiamo coltivare con determinazione e perseveranza.

Il lascito di questa vicenda, che genererà ancora dolore e perdita, potrà essere una crescita di consapevolezza e perfino di cultura, se si continuerà a viverla come, mi pare, gli Italiani stanno mostrando di saperla vivere.

E, come suggerisce Raffaele Morelli, questo è il tempo del fare, dello scrivere, del leggere, non quello dei bilanci. Non pensiamo al futuro, a pro-getti, cioè non gettiamo-avanti i pensieri, ma pensiamo a ciò che facciamo, alla musica che ascoltiamo. Haendel e Miles Davis, Maria Kalogeropoulos, la Callas, Montale, Dante, il Leopardi della Ginestra, il racconto di Renzo e Lucia, Steinbeck, NCIS e Chicago PD, Fellini e Scorsese, Kubrick e Sergio Leone, siano nostri amici.

Un malato di SLA ci parla dalla tv dicendo una frase degna di Platone, del Buddha e di Gesù di Nazaret: “Ci stiamo accorgendo di essere tutti uguali“.

Eraclito e Parmenide, con Zenone di Elea, ci insegnano come l’essere e il tempo (il divenire) possano con-vivere, anche di questi tempi, e di come ci sia utile pensarli

Prima di Platone e Aristotele, il più grande dibattito filosofico dell’Occidente ha riguardato la diatriba, beninteso non direttamente accaduta come nelle polemiche contemporanee, ma per come è stata letta dai posteri, che ha “diviso” recisamente la visione del mondo e delle cose di Parmenide di Elea (era “italiano” dunque, il terribile vecchio), sostenitore dell’Essere come unica “struttura di verità”, e quella di Eraclito di Samo, il quale riteneva che non si potesse dare la fissità dell’essere-delle-cose, poiché tutto è mutevole e scorre come l’acqua del fiume sotto un ponte. Il suo detto in greco “pànta rèi“, cioè tutte le cose scorrono è noto, come concetto del divenire, anche fuori dall’ambito strettamente filosofico.

Eraclito di Samo ne “La Scuola di Atene” di Raffaello

Tornando a Parmenide, egli sosteneva (la sorte ci ha conservato dei suoi scritti solo alcuni frammenti, ma fondamentali) che si potesse dire e dare solo che l’essere è e il non-essere non è. Sembra quasi una banalità, se lo si dice così, senza pensare. Invece l’espressione possiede una profondità assoluta. Vediamo come e perché. Intanto ci si deve chiedere che cosa il filosofo antico (ma anche noi stessi) intendesse per “essere”. Parmenide riteneva che l’essere fosse la struttura veritativa immutabile di ogni ente (dottrina ripresa negli ultimi decenni nostri da Emanuele Severino), il sostrato di ogni cosa, l’essenza, la sostanza, la natura stessa di ogni cosa (in latino e greco essentia, substantia, ypokèimenon). Bene: che cosa si intende per ente? Si intende qualsiasi cosa-che-è, possedendo un suo proprio “essere”, ed essendo tale proprio per tale ragione. In altre parole, l’essere “parmenideo” è immutabile, perché ogni ente smetterebbe di essere ciò-che-è nel caso in cui il suo “essere” mutasse.

Zenone, allievo di Parmenide aggiunse alla dottrina del maestro delle spiegazioni di carattere paradossale, come quella della “tartaruga e del piè veloce Achille“, per mostrare come ogni cosa o istante del tempo sia immutabile. Infatti, egli sostenne che, pur essendo la tartaruga molto più lenta di Achille, se l’animale parte prima da un punto, e Achille dopo, pur percorrendo in minor tempo il tratto di strada medesimo, non la raggiungerebbe mai, perché nel frattempo che lui percorresse un tratto, la tartaruga potrebbe percorrere un tratto ulteriore, dividendo i tratti all’infinito, come si può fare in matematica, che ammette la possibilità che ogni infinito contenga un infinito di infiniti: ad esempio, il numero uno (1) può essere diviso all’infinito e, se è posto sulla linea dell’asintoto, per tanto che si tenti di raggiungerla, non ce la si fa mai, pur avvicinandoci sempre di più ad essa.

Altrettanto si può forse mostrare con un esempio moderno: come pensare alla possibilità di migliorare il record del mondo del 100 metri piani, attualmente di 9,59 secondi, detenuto da Usain Bolt, siccome non è possibile pensare a una riduzione del record a 2 secondi netti (impossibile, perché l’atleta dovrebbe essere alto almeno 20 metri!), se non immaginando un progresso che tenga conto dei decimali successivi dopo la virgola… all’infinito, misurati da cronometri sempre più raffinati, ad esempio quantici, per dire (da non-fisico quale son io). E dunque, l’essere delle cose risulta immutabile e non altrimenti definibile. Ma se ne può dare anche un’altra spiegazione, interpretando Parmenide: l’Essere e il non-essere, essendo concetti metafisici, possono rappresentare proprio l’essenza dell’ente, nel senso che di ogni ente bisogna dire-ciò-che-è, escludendo tutto ciò-che-non-è, pertanto definendo questo come “nulla”.

La lezione parmenidea è stata necessaria – in seguito – allo sviluppo della metafisica, che Aristotele chiamò – giustamente – teologia, perché essa è il “sapere” più adatto a tentare di definire il “divino”, che è tale solo se si può dire che è il “nulla” di qualsiasi altra cosa. Di queste riflessioni si servirono nei secoli successivi anche le teologie cristiana e islamica, specialmente nelle loro declinazioni mistiche.

Veniamo ad Eraclito, il filosofo del “tutto scorre, tutto passa”, che, in primis ha comunque trovato un “utilizzo” (faccio per dire) nella dialettica platonica, ma ha avuto un successo enorme, soprattutto a partire dalla filosofia moderna, da Descartes e Leibniz fino all’idealismo di Hegel e alla sua dialettica dinamica, per cui l’essere delle cose si dispiega nel movimento che è posto dalla triade tesi / antitesi /sintesi, e così all’infinito.

La domanda che ci si può porre ora, in questa situazione strana, nuova per noi contemporanei, quella di una epidemia globale. Si può dire che nell’interpretazione di questo accadimento, ci possono aiutare tutti e due i grandi “vecchi” greci, anzi l’italiano e il greco?

Si potrebbe rispondere affermativamente, in questo modo: se Parmenide, con la sua concezione dell’Essere come immutabile e perfetto ci rinvia alla struttura dell’umano, anzi del vivente, che è tale perché risponde a delle leggi naturali date, e da ciò trae verità e dignità, Eraclito, con la sua dizione del movimento, mette in evidenza l’evoluzione necessaria del vivente che, mentre muta, non perde, né verità, e neppure dignità. Altrimenti: l’uomo possiede una dignità immutabile pur nello scorre del tempo fisico, mentre la sua interiorità vive il tempo opportuno, quello kairologico, come lo intendeva sant’Agostino (cf. Libro XI delle Confessiones). Essere e tempo, poi è il titolo dell’opera principale di Martin Heidegger, nella quale il pensatore tedesco riscopre la metafisica classica dell’essere aggiungendoci un suo contributo importante, quello della presenza della persona umana nel tempo: per lui, dunque, non si può dare un Essere senza che qualcuno ex-sista (esista) in questo “essere”, che deve perciò necessariamente dirsi “esser-ci“, ovvero stare-nell’essere-pur-nel-mutamento-del-tempo.

I due grandi antichi, con il loro emuli, che diversamente nei secoli declinarono dottrine filosofiche e antropologiche atte a comprendere la dimensione dell’uomo nella natura e nel mondo, ci parlano ancora, nella lingua della filosofia fondamentale, e così ci aiutano a dare un senso anche a questi tempi difficili, ma tremendamente umani, come chiosava un altro grande, Federico Nietzsche.

La Patria

Amo la mia Patria, l’Italia, e la nomino volentieri chiamandola così, a differenza della maggior parte dei politici e dei giornalisti. Il termine è andato in crisi dopo la Seconda guerra mondiale anche perché il fascismo aveva fatto strame di questa parola, del suo valore intrinseco, dei suoi “echi” morali, della sua storia. Così come del lemma “nazione”, sostituito pressoché sempre da “paese”.






La Nazione è ciò che unisce un popolo, mentre il paese è il modo generico per dire di un luogo, di un territorio, come in tedesco, più o meno, si dice Land, e in inglese, Country. La Nazione comprende la Patria, la Lingua, (le Lingue), la Storia, la Tradizione, la Memoria e i Miti: la Nazione è mitopoietica, cioè è una costruttrice di “miti”. Pensiamo agli imperi, da quello cinese antico, a quello di Ciro il grande, a quello Romano, a quello Ottomano, a quello Sovietico, a Napoleone, o a quello marittimo degli Inglesi.

Ora abbiamo di nuovo la Cina, la Russia e soprattutto gli Stati Uniti d’America. Pensa, mio gentile lettore, che fin dalla scuola dell’obbligo, gli studenti americani, leggono il mito di fondazione della loro Patria, vista come “città sulla collina”, erta in alto, capace di difendersi da tutto e da tutti. La Patria dei padri pellegrini e dell’inizio. Il nome di Roma è richiamato in decine di città americane, caput mundi riconosciuta da loro e quasi dimenticata da noi. Dove si trova il Parlamento americano? Sulla Capitol Hill, sulla Collina del… Campidoglio, a Washington.

Noi Italiani, invece, che siamo insediati sul territorio del centro dell’Impero più importante della Storia, quello Romano, non manifestiamo amor patrio, oramai da settantacinque anni, come se con il maggio ’45, ucciso Mussolini e finito il fascismo, l’Italia intera (o quasi) si vergognasse di essere tale. Certo è che i fascismi novecenteschi e soprattutto il nazismo sono stati responsabili di abomini inenarrabili, ma lo è stato anche lo stalinismo. Eppure Stalin, dopo aver stretto la sua Patria in una morsa d’acciaio, è riuscito a trasformare la dolorosa esperienza del ‘900 in “Vittoria nella grande Guerra patriottica”. E la Francia, sconfitta dalla Wehrmacht in poche settimane, capace di dar vita alla Repubblica di Vichy, poi siede al tavolo dei vincitori e al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Da sconfitta, praticamente vincitrice. Ma anche gli Italiani hanno fatto la resistenza. Se non guidati da un De Gaulle, migliaia si sono sacrificati contro gli oppressori tedeschi e i fascisti corrivi. Niente, per tre quarti di secolo, la Patria è scomparsa, anche dal linguaggio dei Presidenti della Repubblica, a eccezione di Ciampi, e forse di Einaudi e De Nicola.

E ora voglio parlare delle carceri. La nostra grande Nazione, la nostra Patria, stato democratico e di diritto le gestisce malissimo, ed è una vergogna. Un dato: il 34% dei carcerati, uno su tre, è detenuto in attesa di giudizio, e quindi si tratta di persone innocenti fino a sentenza passata in giudicato: in Gran Bretagna il 10%. Queste persone stanno male, peggio di tutti noi, e stanno pagando una pena aggiuntiva a quella comminata “in nome del Popolo italiano”. Sono preoccupati e isolati, stanno protestando. Ma occorre una protesta espressa in modo drammatico per capire, politicamente e moralmente che qualcosa di radicale s’ha da fare? Tra l’altro le proteste sono più forti dove meno è osservato l’art. 27 della Costituzione che prevede il recupero morale e sociale dei detenuti. Che significa ciò?

Ad esempio si potrebbero assumere misure come queste: a) mandare a casa con il bracciale elettronico almeno diecimila detenuti per reati non gravi, che hanno ancora pochi mesi da scontare; b) altri diecimila, scelti fra le persone più disponibili a stare-nella-società, cui applicare forme di indulto o di amnistia; c) non trattenere in carcere autori di piccoli reati legati allo spaccio… Fanno circa venticinquemila persone che sgraverebbero il sistema carcerario riportando gli spazi interni a una condizione semplicemente umana. E poi, non appena passata questa buriana, avviare una riforma complessiva della giustizia che comprenda anche il sistema penale, che è uno dei peggiori del mondo.

Si tratta in questo modo di mostrare a noi stessi, a noi Italiani, che la Patria Italia è uno Stato forte, democratico, capace di assumere, sia in situazioni “normali”, sia in situazioni straordinarie come l’attuale, decisioni coraggiose e socialmente civili, moralmente umane.

Beninteso, una Patria capace di aprirsi al mondo, all’Europa e a ogni altra Nazione, ché ogni chiusura è non capire ciò che il mondo intero è, così piccolo e così prezioso. Non serve la Patria propria se non si comprende la Patria di ciascuno e di tutti gli altri.

Isteria, panico e ragion riflessiva

In questi giorni d’ansia ho spesso “messo vicino” due o tre modi di stare-al-mondo-con-la-testa (e i visceri?), ad esempio giustapponendo isteria, panico e ragione riflessiva. E se ne potrebbero aggiungere altri.

Dagli studi di Freud abbiamo appreso che cosa si intendeva per isteria tra ‘800 e ‘900: una sindrome nevrotica (gli pareva) tipicamente femminile legata, sia ai modelli di vita borghesi di quel tempo, sotto il profilo psico-sociologico, sia, soprattutto per la denominazione lessicale alla fisiologia. Isteria, infatti, deriva dal greco ysteron, cioè utero. Da qui la dizione vulgata circa il presunto, presumibile o falso cosiddetto “carattere uterino” delle donne.

Nei decenni più recenti gli studiosi hanno piuttosto riportato questa sindrome nel campo psicologico (talora psicanalitico), di sindromi depressive et similia. Anche la Sindrome di Ganser, particolarmente presente nell’universo carcerario pare appartenere a quest’area sintomatica.

Quando ero bambino io, mezzo secolo fa, si parlava prevalentemente di esaurimento nervoso, per dire che uno “non era giusto” (sottinteso, con la testa), oggi diremmo: psichicamente.

L’antropologia culturale (cf. Ernesto De Martino) ha annesso a queste sindromi anche elementi di autosuggestione, presenti sovente nell’universo femminile e legati anche a una territorialità culturale meridionale, per quanto riguarda l’Italia. Autosuggestione, teatralità, tarantismo, e cose simili. A me sovviene, conoscendo la terra di Puglia, assolata e antichissima, la musica e i balli della Taranta.

I clinici, i neurologi e gli psichiatri, distinguono nell’isteria “classica” fra sintomi somatici, come un’alterazione del sistema nervoso, ma anche disturbi all’apparato gastrico e intestinale, e sintomi psichici, quali amnesie, eccitazione psicomotoria, acinesie, forme depressive, per curare i quali si ritengono adatte le psicoterapie ma, aggiungo, potrebbero essere sperimentate anche le forme dialogiche della filosofia pratica, che un po’ conosco e attuo, con grande cura e rispetto. Come miei valorosi colleghi.

Con il DSM-III (1980) e i successivi IV e V, il concetto d’isteria o nevrosi isterica è stato sostituito da tre modalità differenti: a) un disturbo somatoforme; b) un disturbo dissociativo dell’identità; c) un disturbo della personalità di tipo istrionico.

Il panico, per contro, è una sensazione di paura spesso nella misura del terrore improvviso, anche collettivo, che supera ogni possibilità riflessiva immediata, il quale compare a fronte di un pericolo reale o presunto, portando irresistibilmente l’individuo e a volte il gruppo ad atti avventati o inconsulti. In quei momenti ragione riflessiva e logica argomentativa è come se dormissero, soggiogate dall’emozione (o passione, come dicevano i classici) della paura. Ne consegue uno stato d’ansia e perfino di angoscia (che è generata da una paura della… paura), spesso in modalità collettiva.

Questo si può dire che sta succedendo, o che è successo nei giorni scorsi, con l’accaparramento di generi alimentari oltre ogni fabbisogno individuale e familiare, in queste settimane di Covid-19. Il fenomeno può essere ancora definito, specie giornalisticamente, come un’isteria di massa.

Etimologicamente il lemma ha origine greca, e si tratta del πανικός, vale a dire riferentesi al dio Pan, in quanto facente parte integrale dei fenomeni naturali, specialmente quelli meno conosciuti e sacrali, perfino.

La riflessività è da tempi immemorabili la dimensione che caratterizza l’uomo, con le sue dimensioni logiche e di argomentazione. Se fino a mezzo millennio fa essa era quasi confinata agli intellettuali del tempo, filosofi, religiosi, medici, studiosi della natura e letterati, mentre l’uomo “comune” doveva sostanzialmente sottostare a quelle categorie, che erano pressoché le sole abilitate a “pensare” e comunque a dominare, dalla rivoluzione filosofica e scientifica, anche l’uomo comune, quelle che Marx avrebbe definito “le masse”, ha avuto sempre più titolo per pensare.

Ma oggi che cosa sta succedendo? Se da un lato la conoscenza scientifica e quella legata alle professioni favorisce il pensiero autonomo e creativo, dall’altro il web e la diffusione di una quantità smisurata di informazioni contribuisce a confondere, a fuorviare, ad ingannare falsificando l’opinione comune, assai spesso. Nonostante si sia passati dal concetto di “predestinazione” di tipo religioso, teologico-salvifico, a quello di “progetto” autonomo e individuale per la vita spirituale e materiale, accade che prendano piede opinioni assurde e ingannatrici.

Proprio nei tempi in cui è più accessibile l’informazione e l’acculturazione scientifica, si propalano in vari ambienti follie come il “terrapiattismo” o il “no-vax”, vantandole come vere scoperte, alla faccia dei ricercatori seri, che vengono da taluni chiamati sprezzantemente “professoroni”.

Se mia nonna, con la terza elementare, ammetteva tranquillamente l’eliocentrismo (ne parlai pure con lei), comprendendolo senza difficoltà, ora incontro persone fornite almeno di diploma, che sposano le assurdità più strane, sostenendole spesso con arrogante sicumera e, se contraddette, capaci di insulti e disprezzo. Se troverò anche laureati di quel tipo ne scriverò qui.

Mentre accade tutto questo, dunque, torna in auge l’autosuggestione, il panico, l’isteria collettiva, mentre magari in azienda, le stesse persone sperimentano modalità conoscitive e organizzative come la learning organization, il sensemaking, il knoweledge management, il reflective management.

Una parte della mente è oggi – in molte persone – disponibile, con tutta evidenza, alla regressione emotiva. L’importante è esserne consapevoli.

Un umanesimo per oggi, ai tempi del Covid-19

San Paolo nella Lettera ai Colossesi al capitolo terzo, versetto 11 scrive: ”
Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti“,, e nel capitolo terzo, al versetto 28 della Lettera ai Galati: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù“.


Ecco le basi antropologiche ed etiche dell’uguaglianza umana.

Si tratta della prima affermazione chiara e inequivocabile dell’uguaglianza fra tutti gli uomini nella cultura occidentale. In quei brani Paolo si richiama implicitamente a Genesi capitolo 1 versetto 27, dove lo scrittore torachico afferma che “Dio creò l’uomo a sua immagine (e somiglianza).

Paolo, cioè Saulo di Tarso in Cilicia, sotto i monti del Tauro, non molto distante da Antiochia, una delle metropoli del tempo, era un fariseo ebreo sensibile alla cultura ellenistica. Aveva studiato la Sacra scrittura a Gerusalemme con il grande rabbino Gam’liel, ed era abituato a frequentare i “gentili”, cioè le genti, diverse dal popolo del Libro. Nel 49 aveva “vinto”, faccio per dire, il primo “concilio”, quello convocato a Gerusalemme per definire alcuni princìpi fondamentali dell’evangelizzazione. Contro il fermo parere di Giacomo il Maggiore (il “fratello” del Signore), e pure di Pietro, Paolo aveva fatto togliere l’obbligo della circoncisione per coloro che si convertivano all’Evangelo di Cristo.

Il suo sguardo era rivolto al mondo, a tutto l’Impero e oltre. Ecco che allora si possono comprendere i versetti sopra citati, che lui scrisse nelle Lettere agli abitanti di Colossi in Grecia e ai Galati, abitanti della regione prossima al Bosforo, tra Oriente e Occidente.

Più o meno in quegli stessi anni, a Roma, l’imperatore Claudio pronunziava il famoso discorso in Senato, con il quale ammetteva con chiarezza che di quella altissima assise avrebbero potuto far parte anche i Pitti e i Britanni, popolazioni considerate finora barbariche, se si fossero riconosciute parte dell’Impero, e rispettosi delle sue leggi.

Con san Paolo inizia un pensiero nuovo sull’uomo, e viene per la prima volta ammessa con chiarezza l’uguaglianza di ogni uomo con chiunque altro, fosse pure l’uno l’imperatore e l’altro uno schiavo o un liberto. Ciò non generò come conseguenza immediata il pensiero dell’ingiustizia della schiavitù, e conseguenti modifiche alle norme legislative, ma fece iniziare una riflessione che portò al cambiamento, lentissimo sotto il profilo storico, ma definitivo.

Il pensiero successivo, sia quello dei Padri antichi, greci e latini, da Origene a Gregorio Magno, sia della Scolastica, sia infine della filosofia moderna e contemporanea, a partire da Descartes, parte sine ullo dubio dalle affermazioni paoline, Illuminismo compreso. Altrimenti come si potrebbe comprendere la triade concettuale dei rivoluzionari giacobini Fraternité, Egalité e Liberté. Se la fraternità è un “tipico” cristiano, e l’uguaglianza idem, la libertà è comunque un “portato” del cristianesimo, soprattutto nell’esemplarità dell’esperienza di Gesù di Nazaret. Quale uomo è stato più libero di lui di dire e di fare, per dirla alla greca? Tanto libero da sacrificare la propria vita. Se Gesù fosse stato più “politico”, il governatore romano Ponzio Pilato non avrebbe “dovuto” condannarlo a morte, e a quella morte ignominiosa. Il processo a Gesù è stato un processo politico e il decisore, pur riottoso (Pilato non voleva condannare a morte Gesù, anche se aveva una dimestichezza crudele con le condanne a morte), ha dovuto cedere alla piazza e allo scandalo religioso che il Sinedrio sadduceo aveva suscitato. Chi era in piazza a gridare “Bar-abbà”? Il popolo, ma quale popolo? Il popolo vicino al sinedrio, uguale a tutti i “popoli” che gridano in piazza per sostenere l’uomo forte, chiunque esso sia. In quella vicenda l’uomo più forte era il gran sacerdote Caiafas.

Funziona sempre così, come spiegano i costumi dell’armatore Achille Lauro (non è il ragazzotto del trap) e ogni altro “uomo da piazza”, compreso il capo delle attuali sardine, non diverso da chi primariamente combatte. E come spiega bene lo psicologo sociale Gustave Le Bon nel suo per nulla datato “La psicologia della folla“, testo che risale agli ultimi anni dell’800.

Ora si parla di un “nuovo Umanesimo”, come se occorresse riscrivere i testi di Giovan Pico della Mirandola e del Machiavelli, che mi permetto di annettere comunque all’Umanesimo anche contro la sua dichiarata posizione di pensatore materialista, atomista, lucreziano, democriteo, e quindi ben lontano da ogni speculazione di origine platonica. Machiavelli non era l’uomo del cinismo politico, secondo la comune errata accezione tuttora invalsa tra le persone superficiali, ma l’uomo con il “senso dello Stato” forse più serio e conseguente della nostra storia italiana. In proposito consiglio il bel volume di Michele Ciliberto Nicolò Machiavelli. Ragione e follia edito da Laterza. Non occorre alcun “nuovo umanesimo” da inventare, come vorrebbe fare e non capisco il perché, l’attuale capo del governo italiano, poiché i principi, i fondamenti dell’Umanesimo sono già scritti limpidamente nell’Evangelo di Gesù, nelle Lettere di Paolo (cf. supra), e nelle Dichiarazioni universali dei Diritti dell’uomo, sia quella americana di fine ‘700, sia quella europea del secondo dopoguerra.

E ora, con l’occasione di questo Covid-19 vien messo alla prova proprio l’Umanesimo, la sua caratura, la sua sostanza, la sua condivisione, soprattutto nel settore della comunicazione sociale. E allora ricompare in evidenza l’uomo con le sue mediocrità, i suoi vizi, le sue dissimulazioni furbesche, le sue insincerità, le sue menzogne. L’Italia sta soffrendo (per ora) più di altre nazioni, eppur si polemizza, e le altre nazioni pare guardino all’Italia come a un popolo di “untori” manzoniani. In Italia, anche in questa situazione, c’è chi è più “bravo” degli altri ad affrontare il problema, a allora critica, a volte senza proporre nulla. La stampa in primis. Titoli urlati e falsi, ripetitività quasi compiaciuta nel dare le notizie peggiori, il sottile nefando piacere di “essere arrivati prima” della concorrenza a dire la novità.

Mi pare che si possano dire alcune cose. Non bisogna dare ascolto più di tanto alle cronache giornalistiche, spesso ripetitive e, siccome sono in gara tra loro, a testate televisive, siti web, carta stampata quotidiana, etc.; è bene ascoltare con spirito critico i politici, non solo quelli che approfittano di questa situazione per fare campagna elettorale, ma anche chi in questo momento si trova tra i decisori, cioè il Governo e i Presidenti di regione / provincia (ove esistono ancora), Sindaci e così via. Meglio dare attenzione alla Protezione civile, e soprattutto ai medici e ai ricercatori specializzati, cioè virologi, immunologi, infettivologi e biologi, i quali in generale sono intellettualmente onesti, anche se – in qualche caso – si nota una qualche ricerca di visibilità. Si capisce che magari uno / una che per decenni ha lavorato nel silenzio e nell’ignoranza dei più, con retribuzioni inadeguate ed inique, trovi in questo modo una sorta di soddisfazione… vicaria. E’ umano, quasi troppo umano, direbbe il grande di Roecken.

L’ultima dei politici riguarda una gaffe clamorosa, ma non più di tanto, visto che riguarda Di Maio. Siccome facendo politica ha imparato, non so se dai suoi o dai giornali, oppure in un corso accelerato di lingua inglese, che media si pronunzia midia e plus si pronunzia plas, non sapendo che si tratta di latino e non di inglese, e deducendo che lo fosse, si è fatto beccare a dire “coronavairus“, pronunziando all’inglese la “i” di virus. Commenti?

Ebbene, son tempi – questi – certamente bisognosi di un nuovo umanesimo, ma molto più di un serio recupero di alfabetizzazione primaria. Pazienza, dai.

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