Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Referendum: il 70% degli Italiani ha votato SI’: ora forse meno mangiapane a tradimento e più politica. Una riflessione sull’identità e sull’alterità

Il titolo è greve ma il sentimento viene da lontano, e non è il manifesto dell’antipolitica. Chi mi conosce sa quanto io sia distante dai grillismi e dai salvinismi, e da tutto ciò che è generico, banalizzante, culturalmente rozzo e contemporaneamente arrogante. Ciò che è culturalmente scarso fa il paio con l’inconsapevolezza del non-sapere e la conseguente prepotenza verbale e a volte non solo. I fatti di cronaca criminale che spesso registriamo, purtroppo, trovano il loro humus di coltura nella “cultura del disprezzo dell’altro” e nel pregiudizio concettuale. Possiamo dire che indirettamente coloro che usano la violenza verbale sono gli ispiratori occulti e stupidamente inconsapevoli dei violenti, come i beoti “eroi” massacratori di Colleferro.

il Senatore Razzi

Chi meno sa più sbraita insultando; chi più sa, più ascolta, consapevole di avere sempre qualcosa da imparare. Meditate gente e lettori “casuali” curiosi di questo sito, meditate! E qui non mi rivolgo a coloro che chiamo solitamente “miei cari lettori e lettrici”.

I Veltroni (che delusione!), i Prodi, i Calenda, le Maraini e altri possono urlare finché vogliono “all’attentato alla Costituzione”, e blaterare di crollo della rappresentanza, e di schiavizzazione degli elettori da parte delle segreterie politiche, che non attacca.

Il nostro tempo è strano. Si sta vivendo un cambiamento sociale e identitario e alteritario profondo. Vediamo un po’.

Il concetto di identità, nelle scienze etno-antropologiche, psicologiche  e sociologiche concerne ciò che una persona ha maturato su sé, sia sotto il profilo individuale sia sotto il profilo sociale. E’ ciò che caratterizza l’irripetibile unicità di un individuo umano, di una persona. Non è del tutto immutabile, perché si fonda sui tratti caratterologici che si consolidano nella prima adolescenza e dipendono da genetica, educazione e ambiente di nascita e di crescita.

Ciononostante, nel tempo, con l’esperienza, certamente possono accadere delle modificazioni, anche in forza della crescita e maturazione dell’individuo e dei cambiamenti socio-culturali ed economici.

Anche se qui non mi soffermerò sulla tradizione classica, non vi è dubbio che la logica aristotelica costituisce la base di molte delle teorie attuali. A è sempre uguale ad A, anche per la logica identitaria contemporanea, quantomeno per quello che ci interessa dire qui. Sappiamo, di contro, che Hegel sta a capostipite delle logiche identitarie  evolutive, trasformative, su cui potremmo soffermarci di più in futuro.

Luigi Pirandello estremizza la fluidità dell’identità con l’opera Uno, nessuno, centomila  che non commento granché, perché a tutti nota. Il dramma pirandelliano affronta il tema dell’identità ponendo il tema della maschera, che ciascuno indossa nelle varie situazione della vita.[1]

Un altro aspetto dell’identità è quello connesso a tutto ciò che è esterno al proprio sé, cioè alla società in generale,  e più in particolare al proprio gruppo, al proprio livello culturale, professionale, etnico, linguistico, nazionale, etc. Tutto ciò può essere definito alterità.

Possiamo anche ricordare i momenti indicati dalle dottrine psicologiche come step del processo della formazione identitaria: l’identificazione, l’individuazione, l’imitazione e l’interiorizzazione. È chiaro che cosa significhino i quattro momenti che producono prima di tutto il senso di appartenenza a “qualcosa” di esterno a noi stessi, e successivamente ciò che ci caratterizza individualmente e irripetibilmente; infine si produce un processo imitativo di modalità esterne, sociali, che poi viene in qualche modo interiorizzato, anche grazie all’immagine che si riesce a dare di se stessi agli altri.

Addirittura, di questi tempi vi sono persone che cercano di modificare la propria identità percepibile all’esterno, per mostrare ciò che è o ritiene di essere nella società, magari la propria importanza o successo sociale, anche acquistando case e auto di livello, o abiti firmati, al fine di costruire una sorta di leadership sociale di status.[2]

Tornando a Pirandello, ognuno di noi, non solo riveste un’identità personale, autopercepita, ma anche un’identità sociale.

È intuitivo sapere che ogni identità è condizionata dal contesto e dalle relazioni, in modo che si può modificare a seconda delle situazioni e degli interlocutori del soggetto, il quale vive e sperimenta rapporti sia simmetrici, con persone di uguale livello sociale o lavorativo, ovvero asimmetrici, là dove l’interlocutore può essere un superiore o un coordinato. Tali riflessioni sono molto importanti, come si può capire, in ogni ambiente organizzato: azienda, scuola, reparto militare o ambiente ecclesiastico. Speculare al concetto di identità possiamo dunque indicare il concetto di alterità.

L’identità produce anche sentimenti di orgoglio, come segno distintivo dell’appartenenza a una comunità nella quale ci si può variamente identificare. In politica, particolarmente di questi tempi, talora si registra la tendenza a considerare negativamente chi non la pensa come noi, trasformando spesso gli avversari in nemici. Per esemplificare: i gruppi nazionalisti, razzisti, suprematisti e neo-fascisti possono essere considerati l’esemplificazione di questi atteggiamenti.

Bene, fatta questa riflessione, torniamo al nostro tema, che è quello della qualità politica. Sono convinto che la riduzione dei parlamentari in Italia ne favorirà la crescita, e non poco.

Riflettere sull’identità e sull’alterità ci può aiutare a comprendere ciò che sta succedendo nella politica e nella società, così come sono cambiate negli ultimi anni.

La qualità politica degli eletti non dipenderà dal loro numero, ma dalla capacità dei cittadini elettori di riflettere usando il pensiero critico, fino ad imporre ai gruppi dirigenti, segreterie e presidenze ad personam (nequizie politiche di questi tempi) un cambiamento dove la qualità personale dei candidati faccia finalmente premio sull’appartenenza ai gruppi di potere consolidati.

L’identità e l’alterità, quindi, potranno essere situazioni utili per collocarsi in modo positivamente critico nel nostro quotidiano vivente delle nostre relazioni inter-umane, anche politiche.


[1] Sappiamo che la maschera rinvia al concetto di “persona”, derivante dalla tradizione teatrale greco-latina, laddove gli attori, per farsi ascoltare bene dagli spettatori nelle cavee teatrali indossavano una maschera davanti al volto, che consentiva un’amplificazione della voce, da cui il sintagma per-sonare

[2] Cf. CORNARO A. Teorie classiche della formazione delle. Èlites politiche: Mosca, Pareto, Michels, Weber, Gramsci, Tesi di laurea, Bari A.A. 2002/ 2003.

Caro papà…

e questa volta non si tratta del mio, ma di quello del mio amico Cesidio, dal nome di uno sconosciuto santo appenninico. Suo padre è mancato e lui ha voluto scrivere qualcosa, come una lettera, un qualcosa per la memoria e per chi lo ha conosciuto.

“Sembrerà banale, ma risulterebbe alquanto difficile adesso ed in poco tempo descrivere il sognatore che era Nino Antidormi, così come l’utilizzo di frasi di circostanza mal si presterebbero a rendere onore e merito alla sua memoria soprattutto se descrivessero solo i suoi innumerevoli pregi di uomo, rendendo minima o assente ogni sorta di difetto. Di quello che è stato un eterno ragazzo piace invece partire proprio dai difetti e dal fatto che non ne ha mai fatto mistero.

Sua era la capacità innata di renderli “leggeri” citandoli spesso con un’auto ironia che strappava sempre fragorose risate. Questo spirito gli ha sempre fatto affrontare la vita e le situazioni peggiori, tra cui anche la malattia, con una forza d’animo che solo in pochi riescono ad avere. La parola d’ordine della sua vita è stata Amore: in primo luogo per la vita stessa, che ha cercato di rendere piena con qualsiasi cosa potesse condividere con gli altri e poi lottando fino alla fine per mantenerla. Non è un caso che la prova tangibile di quanto vissuto sia rappresentata dalla sua famiglia e dall’elevato numero di persone che nutrono, ancor oggi, nei suoi confronti stima ed amicizia. Per tutti sempre una parola, un consiglio, un aiuto senza mai risparmiarsi.

Come uomo lascia un vuoto incolmabile, un piacere ascoltarlo e non solo per la retorica utilizzata ma anche per l’arguzia e la facilità con le quali trovava sempre la parola giusta per tutti quelli che ne avevano bisogno. Come marito, spesso citava con ironia, di aver trovato in Pina tutto ciò che era il contrario dell’anima gemella, ma con lei aveva dato vita ad una famiglia numerosa e molto unita. Come figlio e fratello non ha mai perso il legame con la sua terra d’origine, la stessa che gli ha dato forse quel senso di protezione tipica dei pastori per il proprio gregge oltre che l’eleganza e la fierezza delle genti d’Abruzzo. Come amico, dai legami giovanili con lo sport, la scuola, l’intrattenimento, a quelli legati al mondo della scuola che come docente ha vissuto, sono innumerevoli le attestazioni di stima ed affetto che ancor oggi gli vengono attribuite. Come padre, nonno e zio rimane e rimarrà nella memoria quale esempio da seguire per la modalità con la quale ha affrontato la vita cercando sempre l’aspetto positivo delle cose, aiutando sempre la crescita nel rispetto dell’unicità di ciascuno e nel capire che la vera ricchezza sta nell’amore incondizionato verso la propria famiglia.

Che il Dio Consolatore possa dar sollievo a quanti ne sentiranno la temporanea mancanza, ciascuno per il lasso di tempo che gli è dato avere e che ancora li divide dal ritrovarlo nella dimensione eterna. Corre l’obbligo di chiudere con una citazione dell’immenso Sant’Agostino: “Coloro che ci hanno lasciato non sono degli assenti, non sono degli invisibili: tengono i loro occhi pieni di GLORIA puntati nei nostri pieni di LACRIME”.

Nulla vi è da aggiungere, se non un abbraccio, caro Caesidius.

Claudio racconta… un anno di scuola o quasi

Claudio è un professore di storia e filosofia del liceo Jacopo Stellini di Udine dove insieme, nella stessa classe e sezione, la F, studiammo mezzo secolo fa, più o meno, e dove decenni dopo si è diplomata anche mia figlia Beatrice. Da tempo sto cercando memorie scritte di quegli anni e da quei compagni di scuola, e le sto trovando, a partire da quelle di Nando (o Ferdinando) C., il più famoso studente/ gerundio di quel tempo e storico tutore dei lavoratori, e di Sergio Di G., valoroso generale dell’Arma. La cara Daniela Z., per ora, è un’attenta lettrice di codeste prodezze letterarie. Per ora, perché spero di ricevere qualcosa anche da lei. E, chissà. magari anche da altri. Francesco, Alberto, Massimo, Ornella, Enrico…?

il Prof Claudio Giachin

Claudio ha voluto generosamente offrirmi questo racconto.

“Claretta Moro insegnava lettere al ginnasio, aveva avuto un incarico annuale. La sua classe era la più sventurata e sballottata della scuola. Dapprima era stata sistemata in soffitta in uno stanzino, poi nell’atrio rivolto verso via Cairoli. Venne innalzato un separè alto non più di 2 metri per separarla dal corridoio ma non dal trapestio e dal vociare di studenti, insegnanti e bidelli. In quella V ginnasio c’era uno studente ancora un po’ timido che Claretta prese a ben volere e ad additarlo alla classe come esempio di impegno e profitto. Le premure della docente un po’ inorgoglivano il giovane un po’ lo infastidivano. La grande passione di Claretta erano I Promessi Sposi; un giorno uno studente sinceramente devoto portò in classe Famiglia Cristiana e lesse un articolo che rivelava che nel pranzo dal Conte Zio erano state mangiate delle polpette di carne di venerdì. Il caso era serio dal punto di vista teologico perché lo studente sosteneva che Manzoni era caduto in peccato e probabilmente nella confessione lo aveva scordato compromettendo la salvezza.

Naturalmente Claretta sosteneva che Manzoni non aveva mangiato le polpette bensì i suoi personaggi ed era perciò innocente, ma la classe provocatoriamente era di diverso parere. La discussione tenne banco per un paio di settimane. Un giorno, a insidiare il candore degli allievi, si presentarono degli studenti universitari con dei volantini con i quali, a sostegno della richiesta di una Università a Udine, veniva proclamato uno sciopero per il giorno successivo. Claretta mise in guardia la classe dal seguire gli inviti allo sciopero di quei pericolosi sobillatori. (Il professor Petracco ex partigiano e stimato docente di greco e latino faceva parte del comitato per l’Università anche se certamente non era tra i fautori della manifestazione).  Il giorno della manifestazione, fuori dal Liceo, nel luogo di raduno della classe, si svolse un autentico dramma: le ragazze scongiuravano alcuni sciagurati dall’intraprendere una azione così pericolosa. Claretta avrebbe sofferto molto.

La giornata di fine novembre era insolitamente soleggiata e non fredda e invogliava a trascorrerla in compagnia nelle vie cittadine Non ci furono dilemmi amletici da sciogliere, il cocco della professoressa con altri due scavezzacolli disertò la scuola. Il giorno dopo Claretta chiese ai reprobi la giustificazione che nessuno aveva. Ritirò i libretti e scrisse una lunga nota ammonitrice. Scagliò poi con rabbia il libretto contro il suo preferito con l’intenzione di colpirlo tanta era la delusione provata. Il libretto cadde in un angolo della classe e lì rimase per tutta la durata delle lezioni. Il clima si fece pesante: si fronteggiavano una pedagogista che lanciava occhiatacce cattive da una parte e dall’altra uno studente con un senso d’orgoglio smisurato che non voleva piegarsi all’umiliazione di raccattare il libretto. Alla fine delle lezioni fu un’allieva a raccogliere il libretto e a consegnarlo al compagno.

Hegel sosteneva che la lettura mattutina dei giornali era una forma di preghiera laica. Si parva licet, nella classe di Claretta la lettura quotidiana intensiva dei Promessi Sposi era un atto di fede recitato giorno dopo giorno. Nessuno stupore il tema in classe di quel mese riguardò proprio la “fede” del Manzoni e il significato di “Divina Provvidenza”. L’incauto studente non si lasciò sfuggire l’occasione per scrivere “Non credo quia absurdum est”. Non scrisse proprio così nell’elegante lingua latina, ma in un volgare più prosaico e rozzo. Scoppiarono lampi e fulmini, la madre dell’imprudente venne chiamata a un colloquio urgente. “Suo figlio è un ateo senza Dio, se continuerà così diventerà un delinquente” Le madri hanno un debole per i figli maschi e non vedono le loro pericolose inclinazioni e tendono a giustificarli. “Mio figlio ha tanti difetti ma non penso abbia una tendenza a delinquere”.

Per fortuna Claretta ignorava che il miscredente era cresciuto nella prima infanzia nell’osteria del nonno socialista, dove la domenica si giocava accanitamente a briscola e a tresette, in un crescendo di imprecazioni rivolte all’Altissimo e alla di lui Madre. Il bimbo conosceva benissimo tutte le bestemmie degli avventori ma i genitori e il nonno gli vietavano di profferirle. Se Claretta lo avesse saputo chissà cosa sarebbe successo. Per Claretta valeva il detto “Nulla salus extra Ecclesiam” e l’allievo non era propriamente un frequentatore dei riti cristiani. Nei giorni seguenti avvenne una strana e imprevista metamorfosi: l’ottimo allievo si era trasformato in un viscido e pericoloso eretico. Anche i voti mutarono: gli otto si trasformarono in due più,

Claretta riponeva ancora una debole speranza nel suo ravvedimento. Venne poi un giorno nel quale consigliò alla classe di acquistare un eserciziario di latino non previsto. Il giovane si fece dare dalla madre i soldi per l’acquisto ma entrato in libreria dimenticò subito il motivo per cui era lì. Gli scaffali pieni di libri erano una tentazione troppo forte e il giovane debole non seppe resisterle e se ne uscì con alcune tragedie di Shakespeare. Un giorno Claretta decise di interrogarlo in latino anche se il voto era già deciso. L’allievo consegnò il quaderno con le versioni fatte ma chiese il libro a un compagno. Errore fatale. “Come non hai il libro”? “Lo hai comprato”? L’ingenuo rispose: “L’ho cercato ma era esaurito”. “In quali librerie sei stato”? “Da Tarantola e alla Moderna”. Il volto di Claretta si fece paonazzo, scagliò la sedia dietro di sé e uscì con passo deciso e veloce dalla classe. Tutti erano sbigottiti. Rientrò dopo aver telefonato alle librerie e disse: ”Da Bruni il testo era disponibile; portami il libretto e ti metto due per l’interrogazione”.

La considerazione del bugiardo era scesa ancora dal due più al due netto. Ciò voleva certo dire che il caso era senza speranza. “Adesso porta la richiesta di sospensione di cinque giorni dal vicepreside per la firma. Longo il vicepreside ricevette l’allievo gettandogli occhiate severe e fulminanti e non ascoltò giustificazioni di sorta. Che fare? La pedagogia correttiva di Claretta era certamente fondata sulle migliori intenzioni. Ma la perseveranza dell’allievo nell’errore e nei cattivi comportamenti richiedeva solo punizioni severe. Lo sventurato era davvero dispiaciuto e non voleva recare un dolore così forte ai suoi genitori. Decise così di frequentare un bar di via Manin ritrovo della crema dei “marinatori” udinesi. Si sa l’ozio è il peggiore dei vizi ma in questa circostanza consentiva allo studente di passare le mattinate con spensieratezza, senza rischi scolastici e con marpioni che ne conoscevano una più del diavolo.

Passarono i giorni di sospensione e anche altri finché il giovane avvertì nel profondo della coscienza una voce che lo consigliava di affrontare con coraggio le tempeste scolastiche. Un giorno attese l’uscita di Claretta dalla scuola e le comunicò la buona intenzione di riprendere a frequentare il Liceo. Claretta si premurò di avvertire subito i genitori del pentito che venne redarguito severamente a casa. Il giorno dopo, accompagnato dalla madre, varcò i portoni della scuola ma Claretta si rifiutò di accettarlo in classe. Il certificato medico presentato era palesemente un falso in atto pubblico e la professoressa non voleva essere complice di un così grave reato. La madre andò allora dal preside Vigevani che ritenne prevalente il diritto allo studio e ordinò il rientro in classe. Non ci fu nessuna benevola accoglienza. Il piccolo delinquente doveva essere isolato dal resto dei suoi compagni.

Così gli fu ordinato di isolarsi in un banco singolo in fondo alla classe e contemporaneamente a tutti gli altri allievi fu comandato di avanzare con i banchi in modo da lasciare un discreto spazio vuoto tra il confinato e le “animulae vagulae blandulae”. Non contenta di ciò, a queste ultime vietò, pena provvedimenti, di rivolgere la parola a un così pericoloso eretico e corruttore. Pochissimi furono i coraggiosi che, quando non visti, violarono il divieto. Il rendimento scolastico reale finì con il coincidere con il giudizio a priori di Claretta. Passarono giorni di solitudine, di mestizia e di rassegnazione. Venne marzo e la madre venne di nuovo convocata e informata della decisione già presa da Claretta di bocciare l’incorreggibile e la consigliò di ritirare il figlio. Forse così si sarebbero preservati meglio gli allievi dalle cattive influenze.

Così avvenne e dopo un’estate passata tra i libri l’anno scolastico venne superato in tutte le materie positivamente con una media del sette meno. Claretta faceva parte della Commissione d’Esame ma non mostrò né accanimento né risentimento. Ci fu un momento durante l’esame di riparazione di vero imbarazzo. In un momento di scarsa presenza mentale Claretta fece una domanda sul passerotto di Lesbia “Passer, delicae meae puellae”… Subito però si riprese, confortata dalla commissaria di francese. Chissà come avrebbe tradotto “passer” quel malandrino! Accortasi della domanda sconveniente riformulò la richiesta: “Parlami di Sirmione “Paene insularum, insularumque ocelle”… e dell’importanza che riveste nella poetica di Catullo. In questo caso le commissarie non si avvidero dell’ambiguità dell’incipit del carme. L’allievo però tradusse correttamente quel paene e quel che seguiva. Superata la prova chiese di essere iscritto in una nuova sezione la I F del Liceo temendo un nuovo incontro ravvicinato con Claretta e invece non la rivide più essendo ella approdata su altri lidi scolastici.”

Non occorrono commenti. La vita del nobile Liceo Ginnasio, ancorchéun tempo imperial-regio, così scorreva in quegli anni, anche come la racconta argutamente l’amico Claudio, quando eravamo fanciulli spensierati, ma non troppo, ché alle porte stava arrivando la Rivoluzione.


Stare “sulla soglia” (della decisione)

…sulla casa, sulla vita, sulla scelta politica, sulla persona con cui condividere il più della propria vita, sul tempo da spendere per una cosa o l’altra. Si può stare sulla soglia in molti modi e luoghi. Senza varcarla, anche solo per guardare che cosa c’è oltre.

In altri articoli presenti in questo sito ho già presentato il flusso mentale che porta alle decisione, secondo l’antropologia e la psicologia filosofica, soprattutto interpellando Aristotele e Tommaso d’Aquino, che è il seguente: cogitatio consilium deliberatio actio, cioè riflessione, approfondimento critico, decisione e azione, termini che le psicologie cliniche contemporanee magari definiscono in modi diversi, ma sostanzialmente corrispondenti a quelli classici.

la decisione

E’ importante “stare sulla soglia”, perché significa avere pazienza e la capacità di valutare se “scendere” dalla soglia o meno e se, una volta scesi, andare diritti, oppure a destra o a sinistra.

Un esempio attualissimo: molti cittadini-elettori, anche se non masse strepitose (sarà andata bene se al referendum del 20 e 21 prossimi avrà votato il 50% degli aventi diritto, magari, soprattutto nelle sette regioni interessate dal voto locale, proprio trascinati da quel voto, che certamente interessa molto di più ai cittadini).

Ho già scritto che voterò SI’, anche se, come ho spiegato all’amico e collega Neri Pollastri sul suo blog Filosopolis, voterò “turandomi (un poco) il naso”, come diceva di fare Indro Montanelli, gran liberale, quarant’anni fa, mentre si accingeva a dare il suo voto alla Democrazia cristiana.

Voterò SI’ con questi sentimenti perché ritengo di avere delle buone ragioni, come peraltro altre ne hanno i sostenitori del “no”. Anzi, da un punto di vista del merito della legge, come mi ha spiegato con competenza la mia amica portogruarese dottoressa Lucia Boato, coloro che voteranno “no” hanno ragioni teoreticamente migliori delle mie a sostegno del “SI'”.

Riassumendo: la legge sottoposta a referendum confermativo è incompleta e sgangherata, perché si occupa quasi solamente del taglio lineare dei parlamentari, da 945 (Camera e Senato considerati insieme) a 600, ma nulla dice su altri temi importantissimi, come il processo di selezione dei candidati (anche se su questo tema non mi illudo, in Italia le cose andranno come sono sempre andate, provare per credere), il necessariamente nuovo rapporto tra Parlamento e regioni, l’elezione diretta o meno del Presidente del Consiglio o della Repubblica, etc. Temi in sospeso da decenni.

Se vogliamo, vi è anche un altro elemento probatorio per il “sì”. Coloro che oggi si sono svegliati a sostenere il principio di rappresentanza del popolo, si dimenticano di dire che grosso modo i nuovi “numeri” corrispondono più o meno a quanto in vigore nelle altre grandi democrazie liberali. Non solo: in Italia abbiamo venti regioni con venti consigli regionali, che mobilitano a tempo pieno e ben pagati, circa 850 consiglieri. Non solo, abbiamo anche qualche robusta decina di parlamentari europei che seggono, sempre profumatamente pagati, a Strasburgo. E 8000 consigli comunali e altrettanti sindaci, e, fino a qualche tempo fa un centinaio di consigli provinciali. Non basta per la rappresentanza del popolo? Andiamo!

Circa la selezione dei candidati riporto un episodio che mi ha riguardato: circa tre lustri or sono fui candidato a sindaco nel mio paese di origine, Rivignano, con il mio impegno a un solo mandato. Ero stato spinto a dare la mia disponibilità da persone di tutte le “religioni politiche”. Bene, allora qualcuno di “già arrivato” (consigliere regionale della zona) che temeva una mia elezione, per la mia mediaticità (e non solo) che forse avrebbe potuto oscurarlo mettendo in mora la sua leadership nell’area politica e geografica, ha fatto di tutto perché una importante forza della sinistra cattolica moderata di quel tempo non mi votasse. Come volete che funzioni la selezione? Guardate il personale politico del 5 Stelle, ma anche di altri partiti. Vi pare che vi sia stata una selezione basata sul livello e sulla qualità culturale (quantomeno) dei candidati?

A corollario ci metto anche l’esempio del referendum “renziano” del ’16, miseramente fallito a onta del suo proponente e superbioso protagonista. Il tema dell’abolizione del Senato era corretto, ma è stato posto in modo talmente personalizzato sul principale protagonista (Renzi), al punto da far scatenare tutta l’avversione che il fiorentino è riuscito a generare soprattutto con i suoi comportamenti eccessivamente autoreferenziali, e con la sua postura, il suo lessico, la sua sbrigatività e la supponenza di essere sempre dalla parte giusta. Modi che lo rendono anche ora quasi il contraltare, perfino una sorta di clone dell’altro Matteo, e viceversa. Probabilmente i due capi politici hanno molte cose in comune sotto il profilo personologico-psicologico. “Cose” non bellissime.

Tornando al tema della “soglia” che può portare alla “decisione”, mi piace ora riflettere sulla… riflessione critica. Pensare sul pensiero, considerare l’aristotelica nòesis noèseos, cioè il pensiero di pensiero, è fondamentale, perché è – tra l’altro – ciò che ci distingue dagli animali superiori.

Riflettere criticamente su ciò-che-si-pensa costituisce il centro della nostra attività raziocinante, il suo focus, la garanzia e che si sta procedendo correttamente nell’utilizzo della logica argomentativa, per la quale se si pone una premessa a, necessariamente si pone una sequela b, etc.

Questo può non piacere a chi ritiene che in questo modo sia penalizzata la capacità immaginativa, o la fantasia, nell’accezione corrente. Nulla di più falso. Si può mostrare l’inconsistenza di tale critica in molti modi: Ne scelgo uno di carattere linguistico-letterario. Proviamo a considerare Giacomo Leopardi e la sua formazione durissima e rigorosa, sia nelle discipline filosofico-letterarie, sia in quelle fisico-biologiche. Ebbene: si può affermare che il poeta marchigiano, pur capace di usare tutte le tipologie metrico-prosodiche a disposizione fin dalla classicità, utilizzando spesso il verso libero, trascurando i rimari e le regole più rigide sopra richiamate, ha mostrato una libertà espressiva straordinaria per i tempi suoi. Fantasia e scienza, nel suo caso, si sono innestate reciprocamente senza problemi, ottenendo i risultati che sono noti ai lettori più attenti, ora anche a livello internazionale, vista l’edizione critica in inglese delle sue opere a cura dell’università di Oxford. Tra gli intellettuali del suo tempo, invece, Leopardi era notissimo ed apprezzato come maestro, perfino da Nietzsche.

La mente umana mostra costantemente, non solo la plasticità fisica ben nota ai neuro-psichiatri, ma una capacità creativa sempre sorprendente. Vediamo un momento alcuni aspetti della dimensione hard della soglia.

La soglia percettiva psico-fisica e neurofisiologica è la principale “soglia” che ci può interessare come esseri umani, poiché al di sotto della stessa, anche se ci può essere uno stimolo dei sensi, non se ne avverte la presenza. Si definisce quindi “soglia di percezione”, tema ben studiato dagli psicologi, come è attestato anche dal bel libro del dottor Piero Vigutto La percezione del rischio, in tema di sicurezza del lavoro.

Vi è dunque uno stimolo minimo percepibile e discriminabile, come nel caso del suono, che è differente tra i i viventi animali e tra soggetti individuali. Pensiamo solo alla soglia percettiva uditiva del cane, che pare sia almeno quaranta volte superiore alla nostra di umani. In altre parole, la soglia percettiva è un parametro di sensibilità che si distingue tra un “sopra-la-soglia” (sovraliminali: limes in latino è il confine), e un “sotto la soglia” (o infraliminali).

Soglia di un qualcosa di diverso, che sia fisico o mentale. Stiamo attenti alle “soglie” e, se possibile, indugiamo un poco su di esse.

La “stufanza” della politica e della comunicazione mediatica mi annoia sempre più, e il 20 voterò SI’, anche se Prodi, Calenda e la Maraini (e chi se ne frega di loro tre) voteranno no

Stamane, mattutino di tarda estate, e fiacca, dopo una notte temporalesca di tuoni e fulmini, rivedendo in tv le solite facce bbanali (la doppia “b” non è un refuso), e ascoltando con pena i soliti discorsi triti della politica (quasi tutta e di quasi, ma quasi, tutti), mi son sentito stufo, e ho pensato che manca un termine per sostantivare tal sentimento.

A corroborare tale senso di noia di quasi-schifo si aggiungono molti tra i professionisti della comunicazione, che parlano e scrivono banalumi e stolterìe.

L’ultima: un pioppo di oltre quattro (dicesi 4!!!) metri travolge una tenda uccidendo due bambine. E’ noto che un pioppo che si spezzi alla base, avente un diametro di una trentacinquina di centimetri può essere altro anche venti (20!!!) metri. No, si trattava di un pioppo di ben oltre quattro (metri)!. Il lettor gentile potrebbe dire: cosa da poco. Sì, da poco a confronto della drammaticità dell’evento, ma comunque da tanto, al punto da mostrare che non c’è domanda a monte della cronaca.

Charles Hank Bukowski

Ed ecco l’ispirazione: siccome tra i volti apparsi stamattina vi è anche l’uomo del Billionaire, recente malatino, che so esser stato definito da un brillante commentatore l’uomo della “riccanza“, per dire ricchezza esibita, quasi sostantivo participiato al presente, ho pensato che la mia noia potrebbe chiamarsi “stufanza“, anche se echeggia cibi ben cotti e conditi con pomodoro e basilico (copyright recente dell’amico Fulvio, sempre molto proattivo).

E, more solito, sono andato alla mia riserva di etimologia. “Stufo” deriva dal verbo greco “tupho, ein“, che significa affumicare, bruciare lentamente…, mentre la forma latina diventa extufare. Bene, vedi, caro lettor mio, che c’entra anche lo stufato con pomodoro e basilico?

Questa mattina, gli intervistati di Canale 48 sono stati tre: il solito capo leghista (mediamente abbaiante), una pidina mai vista e un fratello d’Italia e quindi un mio fratello che non conosco personalmente. Bene: la frase del capo padano, riferita al tema della scuola che riaprirà dal 14 settembre, qualche attimo pria che la pronunziasse la ho – tra me e me – detta io; la frase della deputata pidina, rassicurante e pacata, la ho anticipata senza problemi, così come quella del fratellino italiota. E dunque: per quanto concerne il “parlato” dei più noti, siccome è ripetitivo nei modi, stilemi e contenuti, oramai siam in molti resi edotti di un tanto, prima che abbiamo il piacere annoiato di ascoltarli.

Il problema sorge, ma non è grave, quando il parlante è poco noto, e allora ho pensato questo: probabilmente 1) nell’agenda dei giornalisti vi sono decine o centinaia di numeri di cellulare dei politici, che sono sempre raggiungibili, e poi ci tengono a essere raggiunti; 2) le segreterie politiche probabilmente suggeriscono, a volte, chi contattare; 3) i politici si preparano frasette precise e brevi sui temi del giorno e, siccome difettano di fantasia e spessissimo di cultura, recitano a pappagallo proposizioni facilmente prevedibili. Questo accade, e per questo lo que dicen sembra risaputo (a me sembra risaputo) e quindi ripetitivo, noioso, stufante.

Una riga per i “contenuti”. Penso che, per la fregola di essere capiti da tutti, ma anche perché non hanno grandi mezzi propri, i contenuti sono generici e banali, sentiti e ri-sentiti prima e più volte, innumerevoli volte. E allora ti vien da dire bastaaa!

Solo due o tre decenni or sono, i discorsi, brevi o lunghi che fossero, dei politici, erano meno banali, meno stufanti, e anche più interessanti, talvolta.

E i sostenitori del “no” al referendum temono che riducendo la folla di rappresentanti si riduca la rappresentanza? Ma scherziamo? Il professor Onida e altri competenti lo stanno spiegando bene. Lasciamo a casa un buon terzo degli inutili da dodicimila euro netti al mese, che si trovino un lavoro vero, come tutti, invece di vivere a ufo di stufanza.

Tornando ai professional della comunicazione. Covid: oggi decessi in crescita, ben 4, rispetto all’unico di ieri, mentre i positivi sono in calo, ma comunque ancora oltre 1300. E mi chiedo: chi detta la linea di questa comunicazione farlocca e pericolosa?

L’importante è essere consapevoli che lo è per verificare se vi sia una strategia per farci tutti stupidi, e reagire.

Creta, Ano Viannos, la piazza delle esecuzioni

Questo luogo telematico non è solo vetrina per i miei scritti, aperta al mondo, ma anche un luogo di ospitalità. L’amico Fulvio Comin, in questa fase delle nostre vite è anche mio compagno di strada nella scrittura di un romanzo storico, che l’editore Albatros è stato disponibile a pubblicare: si tratta della storia di una famiglia ebrea che fugge da uno dei tanti pogrom antisemiti che accadevano in molte parti dell’Europa nel XVII secolo (e in molti altri tempi come manifestazione di una “malattia grande” dell’umano, il razzismo) e, nel caso, in Ucraina sulle rive del grande fiume Dniepr. La famiglia di Rizko Abrams va a Occidente… ma ne leggeremo le peripezie quando il romanzo sarà pubblicato.

Fulvio Comin

Intanto qui accolgo un racconto drammatico che Fulvio ha voluto scrivere da Creta. Un salto all’indietro in piena Seconda Guerra mondiale, nella tragedia dell’occupazione nazista.

“In questo sole sfolgorante, dentro a questo caldo che arriva come un abbraccio mortale direttamente dalla miscela di grani di sabbia del deserto africano, nati sotto l’Atlante e spinti, verso l’Europa, non una Europa, ma tante Europa, frantumate sotto i venti degli egoismi e degli interessi, piccole schegge di roccia che si incontrano con altri frammenti di roccia del deserto e non si accorgono di essere eguali ai precedenti e, nello stesso tempo, diversi quasi il confronto, quando non lo si vuol fare, fosse impossibile.

In questo sole sfolgorante dove mi ha portato Roberto, pilota comandante di grandi aerei, che guarda il mondo dall’alto, eppure sa riconoscere, i tragici segni sul terreno, quasi fossero pennellate di ferocia umana che né il vento né l’acqua riescono a cancellare e rimangono per decenni e, forse, secoli, sempre che non nasca qualcuno che vuole riscrivere la storia per camuffarla e raccontarla alla mamma, discretamente, perché non le provochi dolore, perché non ne turbi gli ultimi sogni prima di andarsene a fare i conti con l’Eternità. Se c’è!

Lei ci crede e allora cosa dobbiamo cancellare nella storia del mondo per farla contenta? Nulla, in verità, perché il Padreterno, nel momento del trapasso le confonde la memoria, le spegne la luce che illumina la verità e confonde nel grigio il bianco ed il nero e la lascia valicare il confine in uno stato di semi incoscienza. Trapasserà felice e noi ci chiederemo se questo sia giusto oppure no.

Ma noi chi siamo per porci questa domanda?

Ecco allora che, altro, ci toglie l’incomodo e neppure ce lo dice. Ci sarà pure un motivo che ci sfugge, in questa mancata comunicazione. Di sicuro, ma non ci va di cercarlo.

E allora, in questo sole sfolgorante ed immersi in questo caldo inconsueto, ecco che Roberto mi indica una tabella lungo la strada sulla quale c’è scritto, prima in greco e poi in inglese: “Lygia. Place of Nazi Executions”.

La tabella indica una strada sterrata che scende verso un falsopiano coperto da ulivi che non sappiamo se percorrere oppure no. L’assicurazione dell’auto presa in affitto ti copre eventuali danni, soltanto se percorri strade asfaltate, altrimenti il rischio è tuo.

Che ci sarà da vedere nello spiazzo dove i nazisti hanno fucilato centinaia di persone? Probabilmente nulla, se non fili d’erba tra le piante di ulivo, dimenticati dalle capre o magari una transennatura realizzata decenni dopo a delimitare ciò che ormai era evaporato come una negligenza, tra i fumi della storia.

Anche i crimini evaporano, spariscono nell’aria, come un gas mortale che nessuno vede, ma che ti entra dentro e ti devasta. E quando chiedi alla Storia, se i responsabili abbiano pagato, la risposta è sempre scoraggiante: non hanno mai pagato e neppure si sono mai pentiti o hanno lasciato uno scritto da leggere dopo la loro morte per affermare ciò che volevano, anche che avevano fatto bene a comportarsi  come si erano comportati.

Ma perché costoro non lasciano mai una traccia delle loro malefatte o “benefatte”, dopo la loro morte? Perché non scrivono in poche parole la verità? Cosa gli costa venire a patti con la propria coscienza?  E se è vero che ti confessi pensando che nell’aldilà qualcuno sia pronto a giudicarti, perché non scrivi: “sì sono stato io ad ordinare il massacro e ne sono orgoglioso… oppure… mi pento… non volevo farlo, ma gli ordini…”. Qualcosa sembra sempre salvarti.

Mi spieghi quale ideologia giustifica la strage di bambini che vanno ignari in mezzo a un prato, seguendo le madri, oppure in braccio a loro, pensando che c’è la mamma e, se c’è, sono sicuri e, invece, questi assassini, li strappano dall’abbraccio, li afferrano per i piedini, li fanno ruotare e ne fracassano le teste contro gli stipiti di una porta magari quella della casa dei bimbi, dove gli stessi si erano più volte affacciati entrando od uscendo da quell’uscio che rappresentava il confine tra la famiglia ed il mondo.

Poveri bambini che noi dimentichiamo facilmente, riducendoli a statistica: quanti erano il cinque per cento, l’otto? Non importa. Ciò che è davvero importante è che esistevano, c’erano e non hanno compreso il momento che stavano vivendo e che, un secondo dopo l’averlo forse pensato, non vivevano più.

Oltre cinquecento, tra bambini, donne, anziani, sono stati portati nel “ piazzale delle esecuzioni” e, a gruppo di sette, mitragliati.

Perché non si sono ribellati? Morte per morte, cosa cambiava?

Pensate: questa domanda la dovremmo porre a coloro che si sono lasciati fucilare senza far nulla, camminando fin sull’orlo della fossa dove poi si erano inginocchiati, aspettando il colpo alla nuca.

Perché non si sono ribellati? Domanda delle domande.

Roberto, che guarda le cose terrene dall’alto, mi accompagna al sacrario che ricorda questi morti: ci sono i nomi. Certo, ci sono i nomi e pure, stilizzate nella pietra, le figure di coloro che sono stati ammazzati, ma è come tentare di rappresentare il vento con un solido, fare di un soffio d’aria una bolla di pietra e sostenere che non pesa.

Tutto evapora.

Già, il tempo è un soffio e chi lo acchiappa finisce soltanto per contorcersi nel rimorso o in un’esaltazione che non sembra passare mai. Meglio allargare le mani e lasciarlo andare: via, un soffio di vento, polvere sparsa nell’aria. Non pesa nulla, soprattutto non ti pesa sullo stomaco.”

(Fulvio Comin)

Da immemorabili tempi le cronache estive hanno il loro “giallo”, dai tempi dello “scandalo Montesi/ Piccioni”, delle vicenda di Fenaroli/ Ghiani e Maria Martirano, dai tempi del delitto del bitter di Arma di Taggia… è come se il popolo dei lettori abbia bisogno di qualcosa di diverso, di piccante, e misterioso, di peccaminoso e delittuoso, di drammatico o addirittura di tragico, poiché il “male” permea la vita dell’uomo, inevitabilmente, facendo anche – a volte – risaltare il bene

Quest’anno il fatto è collocato in Sicilia, tra Messina e Caronia. Protagonisti: una gradevole signora poco più che quarantenne dal sorriso smagliante (almeno sul web), il suo figlioletto quattrenne, entrambi trovati morti dopo giorni di ricerche vane, il marito un po’ trendy, le comunità locali, gli inquirenti, i volontari che si offrono per ricercare i primi due scomparsi in modo finora inspiegabile, il carabiniere in pensione che trova un corpicino “dove nessuno lo stava cercando” (parole sue un po’ indispettite), e l’ambiente, meravigliosamente estivo, siculo fin nel profondo, con il mare a portata di sguardo, il Tirreno profondo, e una piramide in ferro brunito, definita “misteriosa” da giornalisti privi di ampiezza lessicale. Tutt’intorno la boscaglia, la macchia, i maiali neri dei Nebrodi mescolati geneticamente ai cinghiali, un territorio semi-collinoso definito “impervio” da qualcuno, aggettivo che a me, abituato alle impervietà vere delle rocce e di erti pendii alpini, sembra esagerato. Un territorio che percorrerei con le infradito, che non ho mai usato.

Lo strano comportamento di chi ha visto la donna e il bimbo incamminarsi verso la boscaglia. Zitti, muti come cospiratori. Nessuno telefona ai carabinieri, al 118, nulla.

E poi lo stuolo di “esperti” o reputati (e sé reputanti tali) tali in tv e sul web, la criminologa seriosa, lo psichiatra dal cachet sempre splendido, le domande falsamente insidiose dei conduttori, emblemi di una mediocrità comunicativa evidente. Farei anche dei nomi, ma li ho fatti altrove, precedentemente. E il lettore mio sa a chi mi riferisco. E la noia incombe.

Che è successo realmente? Il super esperto di psiche afferma con fare annoiato che una “mamma” con quei conclamati (da quando?) problemi psichici non la si lascia portare via in auto un bimbo come Gioele. La criminologa, come sempre assai compunta, si distingue per una pretesa maggiore profondità di ragionamento, a sentir lei. Pagati tutti e due per dire cose che poteva intuire anche mia nonna. E ogni giorno la vicenda è in prima pagina, sia sui media di carta, sia su quelli telematici, accanto ai nuovi contagi Covid, a Lukascenko e a Trump/ Biden, in base a una per me assai discutibile gerarchia di importanza.

Siamo seri: alla fine, che importanza nazionale può avere la vicenda di Caronia per meritare tutta questa attenzione mediatica? Rispondo in base a diverse prospettive: 1) da un punto di vista etico/ filosofico personalista e teologico, la vicenda ha importanza assoluta, perché ogni (dico “ogni”) vita umana ha un valore assoluto. Ma subito obietto: e le altre migliaia di bimbi che ogni santo giorno si ammalano, son sempre più denutriti e muoiono in molte zone del mondo? Di loro si parla per numeri, non per nomi. Delle donne poi che dire? quante sono maltrattate, picchiate, stuprate, vilipese in qualsiasi modo, mutilate e uccise, mentre parliamo della (bella?) disk jockey? 2) da un punto di vista politico, la vicenda ha ben poca rilevanza; 3) da quello socio-culturale, appartiene al novero dei fenomeni attinenti agli attuali modi di vivere, frenetici e disordinati, e perciò non indica particolarità significative; 4) dal punto di vista mediatico, tutto cambia, perché l’insistenza con la quale se ne parla, contribuisce ad enfiarne l’importanza, la centralità nella gerarchia delle notizie, perché incuriosisce interpellando morbosità insite in molti, forse in quasi tutti. Ecco, è la dimensione mediatico-commerciale e quindi economica che muove la vicenda. E questo fa un po’ di tristezza. Mi viene da dire una cosa che attesta la mia scarsa simpatia per gli esperti convocati dalle tv: che cosa farebbero questi signori&signore se, specialmente d’estate, non accadessero fatti così sfiziosi, ancorché tragici? Non lo so.

Nel novero dei protagonisti della vicenda una sola persona mi ha convinto, per la scarna frase pronunziata e per il comportamento, cioè il carabiniere in pensione che ha trovato lavorando solo due o tre ore, il corpicino: alla domanda circa “come avesse fatto a trovarlo così rapidamente“, ha risposto lapidario: “Ho cercato dove gli altri non hanno cercato. Punto“. per dire che non ammetteva né repliche né commenti.

Ecco, un altro punto. Dopo venti giorni nei quali forze dell’ordine e volontari cercavano senza trovare un corpo di bimbo in una zona che è fuorviante definire “impervia” (sopra ho spiegato che cosa ragionevolmente si possa onestamente intendere per “impervio”), una persona veramente esperta, competente e disinteressata, ha risolto un caso che decine di altre persone non riuscivano a concludere in intere giornate di ricerca.

Caro lettore, sai che proprio non mi capacito? Non capisco, non riesco a comprendere come la cosa si sia risolta in questo modo. Battendo il territorio con metodo, con gruppi che avanzano in riga orizzontale e visitano ogni anfratto del rettangolo di territorio destinato, per poi spostarsi su un altro rettangolo, metodicamente, fino a coprire una superficie che ragionevolmente avrebbe potuto contenere tutto il girovagare della donna… quanto? dieci o quindici km quadrati? Un rettangolo di due/ tremila metri per sei/ settemila?

Proprio come si vede fare nei thriller americani, che pare siano più documentati del nostro reality. Ecco, mi è parso che le tv abbiano trasmesso un reality senza pagare nessuna comparsa, perché tutti erano più o meno tali.

Del giuoco del calcio e di altro. Gianni Brera riteneva che lo 0 a 0, cioè il pareggio a reti inviolate, fosse il risultato perfetto in una partita

Il gioco del calcio è, pare, il gioco di squadra più popolare del mondo. Vi sono anche dei prodromi di questo gioco con la palla risalenti addirittura al Medioevo. Dall’Alto Medioevo, fin dal IX secolo: Nennio, un monaco benedettino, lo cita nella sua Historia Brittonum, narrando del gioco che si teneva in Galles, dove dei ragazzi si dilettavano a giocare con una palla (di stracci?), chiamandolo pilae ludus.

In Francia si riscontrano tracce del “gioco con la palla” nel 1147. In Inghilterra ne parla William Fritzstephen attorno al 1180, collegando questo gioco ad altri praticati dai giovani il Martedì grasso. E poi a Firenze, dai secoli XIV e XV…

Gianni Brera

Il calcio moderno ri-nasce in Inghilterra nella seconda metà del XIX secolo. Questa origine ha fornito agli Inglesi un’ulteriore ragione per il loro ampio superiority complex, che nel caso in qualche modo “proibì” loro di confrontarsi con le altre nazioni per manifesta superiorità. Poi si sa come è andata a finire. Ad esempio, considerando solo i campionati del mondo per nazioni, abbiamo: il Brasile con 5 vittorie, l’Italia e la Germania con 4, la Francia, l’Argentina e l’Uruguay con 2, e l’Inghilterra con… 1, in “casa”, a Wembley, oramai lontana più di mezzo secolo (1966) con il non-goal di Geoffrey Hurst nella finalissima londinese alla Germania di Helmut Haller e Uwe Seeler. Ben le sta.

In questi anni il football è diventato sempre più popolare e pervasivo, anche su web e sulle tv, esageratamente pervasivo. I media attuali consentono la partecipazione a tutti, anche a quelli che Umberto Eco definiva imbecilli, che spuntano in gran quantità, anche tra i protagonisti del gioco a tutti i livelli, che si sentono sproloquiare usando linguaggi, concetti ed espressioni assolutamente improbabili, inadeguate, spesso offensive, e sintomo di un’incultura pericolosa, che trabocca dappertutto.

Soprattutto per i più giovani, qui voglio parlare di un esempio di cultura e di lotta a ogni banalizzazione, che è possibile anche parlando di questo sport. E chi meglio del grande Brera può aiutarmi in questo?

Gianni Brera può essere considerato il più grande cantore del gioco del calcio del ‘900, scrittore non inferiore ai nostri grandi neorealisti alla Arpino, alla Vittorini o alla Pavese.

Peraltro, anche lui veniva da quella pianura padana, da quel pavese che aveva prodotto, oltre a un’agricoltura meravigliosa, valenti scrittori. Barba e baffi, occhiali, pipa, una voce chiara e un linguaggio immaginifico, a volte quasi dannunziano o gaddiano.

Neologismi a iosa, come “rombo di tuono” per designare Gigi Riva, virile guerriero delle aree di rigore, oppure “abatino”, ingeneroso nomignolo per il più grande di quei tempi, cioè Gianni Rivera da Alessandria, vincitore di tutto, e stimatissimo da compagni che guidava con carisma e avversari, italiani ed esteri, ma per Brera il Gianni era troppo poco “guerriero”, anche se il suo gioco era un pennellare azioni e goal fatti e fatti fare che solo Mancini, Baggio, Del Piero e Totti in Italia, dopo di lui, sono riusciti ad imitare. E anche Cassano aggiungerei a questo elenco, se non si fosse perduto nei ghirigori del suo carattere.

Gioânn Brera fu Carlo, se ne è andato (era il 19 dicembre 1992 e morì in un incidente stradale a Codogno, nel lodigiano, trovo sul web). Non scrisse solo di calcio, ma anche di ciclismo e di boxe, dove contendeva la leadership scrittoria a Bruno Raschi e a Rino Tommasi, le star giornalistiche di quegli sport.

I suoi scritti sportivi hanno inondato le pagine della “Gazzetta dello Sport”, del “Giorno”, del “Guerin Sportivo”, di “Repubblica” del “Giornale”. Altri neologismi suoi sono oggi patrimonio lessicale degli attuali cronisti: libero, centrocampista, contropiede, cursore, incornata, melina etc.. La sua analisi del gioco del calcio era metafora storico-sociologica di ciò che lui pensava della Patria Italia. Per Brera l’Italia era una “Nazione-Femmina”, cioè una Nazione capace di sottigliezze e astuzie, ma non di forza bruta. Rivera Giovanni, Mazzola Alessandro e Bulgarelli Giacomo, eleganti e non muscolari, più di Riva o Boninsegna (da Brera chiamato “bonimba”) erano il simbolo dell’Italia vera. E questo gli dispiaceva molto.

Secondo Brera, anche il calcio italiano era un calcio-femmina, che usava il catenaccio, il contropiede, la ripartenza (copyright successivo forse sacchiano), e quindi la velocità e il lecito inganno della classe sopraffina per battere i colossi del nord, soprattutto i Tedeschi. Ed è quasi sempre andata così: negli appuntamenti maggiori della storia del calcio, l’Italia ha quasi sempre battuto la Germania.

Il giornalista riteneva che i calciatori italiani fossero strutturalmente vocati alla corsa, alla fuga, al contropiede, dove lo scatto e l’abilità nel dribbling vincevano spesso sulla forza bruta. Se, però, Brera vedesse i calciatori italiani odierni, si accorgerebbe che la morfologia è cambiata. Ora non più il metro e settanta, ottanta per portieri e difensori centrali, perché è diventato un metro e ottanta e oltre per ottanta chili per gli attaccanti, un metro e novanta e oltre per i portieri e i difensori centrali per novanta chili, italiani grossi e forti, oramai, come tedeschi e svedesi, o come i negroni che possono mettere in mostra Francia e Inghilterra. Io stesso, a parte le ultime vicende che mi hanno fatto perdere sette cm di statura, rispetto a mio padre che era altro un metro e settantadue, ero un metro e ottantacinque fino a tre anni fa.

Abbiamo mangiato meglio dagli anni ’50 in poi, in molti.

Quando morì Rocco, Gianni Brera scrisse parole sincere sul “Giornale”, il 21 febbraio 1979. “Rivera sta a Nereo come la callida volpe al toro manso. Ma bello è poterlo sentire figlio, alzare la voce a proteggerlo, lui toro, manso tutto de fora, estroverso, goliardo invecchiato, e torvo solo per gioco, l’altro tutto introverso, compito, abatin. Xe Rivera la nostra Stalingrado, si lagna di me Nereo: e si capisce che non può seguirmi neppure quando ho ragione. Rivera è il solo dei suoi che pensi calcio in grande stile: al diavolo se al pensiero non s’accompagna sempre l’azione”.

Brera, ho scritto sopra, non apprezzava molto i giocatori tecnici come Rivera appunto, i piedi buoni, ma i faticatori alla Domenghini. Costoro gli ricordavano di più la sua gente di operai e di barcaioli del Po. Lui era un “padano di riva e golena, di boschi e sabbioni”, cresciuto, diceva, tra le papere e le oche, distingueva i fondali dall’increspatura dell’acqua. Brera era un appassionato enogastronomo, un fumatore di pipa e di sigari, ma anche di letteratura, autore di alcuni romanzi non banali come Il corpo della ragassa (proprio “ragassa”, sì).

Oggi che possiamo scrivere comodamente su un tablet, o su un telefono grande come un pc portatile, non possiamo immaginare Brera e i suoi colleghi che scrivevano sulle ginocchia sull’Olivetti Lettera 32, in condizioni precarie e avventurose. Non era un giornalista “dottore” perché i giornalisti vengono chiamati “dottori”, ma perché lo era veramente. Personalmente avevo un’opinione controversa su lui, ché lo trovavo presuntuoso, definitorio, assolutista nei suoi giudizi e perfino spietato, ma anche straordinariamente bravo, un abisso di bravura rispetto alla maggioranza dei cronisti attuali.

Ma quelli erano tempi nei quali scrivevano di sport Pasolini, Italo Calvino, Dino Buzzati, che seguì perfino un Giro d’Italia, ma anche Bruno Raschi di ciclismo, Antonio Ghirelli di calcio e di altro. Lo sport era cantato. Anche i suoi neologismi erano quasi poetici, da deltaplano-Zenga, a stradiVialli (caro lettor mio, Vialli è di Cremona, come Stradivari!), a Simba-Gullit, re leone delle savane calcistiche, fino al Divin-scorfano, cioè Diego Armando.

Era un sociologo e un etnografo, perché parlava delle terre dove si svolgevano gli eventi sportivi con conoscenza profonda di quei linguaggi, di quelle citazioni, di quei gerghi, nei quali il lombardo si mescolava ad altri idiomi, padani e meno. Era critico di Sacchi, che aveva facilmente “sgamato” con la stessa mia idea: non era l’omarino di Fusignano il portatore di un nuovo verbo calcistico, ma solo il coordinatore di alcuni fuoriclasse, altrove qui da me citati, van Basten, Gullit e Riijkard tra gli stranieri, e Baresi, Maldini, anch’essi fuoriclasse veri, e Donadoni e Costacurta, grandi giocatori. Grazie al c., che quel Milan era fatto di Invincibili/ immortali, con l’aggiunta successiva, dopo il ritiro del più grande, il centravanti olandese, arrivarono due geni slavi come Boban e Savicevic. Ma ormai sulla cadrega, avrebbe scritto Brera del Milan, era arrivato il ruvido e concreto uomo di Pieris provincia di Gorizia, furlàn solido e pratico. Fabio Capello, chiamato dal Brera “gran Bisiaco”, perché la “Bisiacarìa” era la terra di Gorizia e di Monfalcon sul mare.

Ora viviamo tempi diversi da quelli di Brera, per certi aspetti più squallidi, ora che invece di parlare di squadre e di passione, si parla spesso di Spa, di bilanci e di attivi/ passivi economici: le squadre hanno visto ridursi il carico bellissimo di passione all’aumentare progressivo dell’essere strutture economico/ finanziarie, al punto che anche il lessico, il linguaggio che racconta il gioco del calcio, si è modificato. Un esempio, ho sentito per radio il direttore sportivo dell’Inter Pietro Ausilio definire un giovane calciatore su cui si punta molto, mi sembra Alessandro Bastoni, già convocato da Roberto Mancini in Nazionale, non come “calciatore”, “atleta”,e perfino “risorsa”, ma “asset” e “prospetto”. Siamo a questo punto.

Che cosa, dunque, potrebbe rappresentare lo 0 a 0 nelle partite di calcio, così amato da Gianni Brera, in metafora? Forse che non occorre vincere sempre, ma può anche bastare… pareggiare, e andare avanti.

I vergognosi 600 euro

Ferma restando la responsabilità individuale dei babbei che li hanno richiesti, i 600 euro, la colpa di questo skàndalon (in greco antico significa “pietra d’inciampo”) è di chi ha legiferato, da Giuseppe Conte in giù, con i suoi arroganti DPCM, e adesso cerca di moraleggiare e moralizzare, cioè di Salvini, pur dall’opposizione, che ora minaccia di sospendere e di non ricandidare i reprobi presenti tra i suoi, e Di Maio, ma sono i soliti noti, cioè di un Crimi, dell’ineffabile Laura Castelli tra altri (numerosamente presenti nel mondo che Grillo ha suscitato all’essere-in-qualche-modo-nel-mondo), quest’ultima incapace di cogliere questa occasione per stare zitta e non farsi ulteriori danni, non tanto dei cinque o sei poveri in spirito (non in senso “matteano”, però, e lascio al gentil lettore l’esegesi del termine, eh eh), tra cui due friulani, tali Mattiussi e Tondo (che fa finta di non conoscermi quando mi incrocia per strada, pur avendo fatto un pezzo di strada politica in qualche modo assieme qualche decennio fa). Poveretti.

Umberto Eco, fu il primo ad accorgersi della platea enorme degli imbecilli del web (e non solo)

Il popolo è incazzato, e a giusta ragione, ma questa incazzatura non basta. Dovrebbe inquietarsi (il Popolo, cioè io, tu, gentile lettore) con gli inabili che legiferano, non sapendo o non volendo sapere il senso delle norme che emanano. Rifaccio un ragionamento, più volte qui proposto: se chi emana una norma non ne conosce gli effetti è gravissimo, anche più grave del caso nel quale conosca la valenza di ciò che decide, ma decide deliberatamente per ottenere suoi scopi. Mi spiego meglio: è più pericolosa la stupidità e l’ignoranza ignorante, in questo caso colpevole, che non la pura malvagità.

In tema: qualcuno pensa che – in questa vicenda – si sia proceduto ad operare per “sputtanare” ulteriormente i “politici”, onde favorire il “sì” al prossimo referendum confermativo concernente la riduzione dei parlamentari. Come se i mestieranti della politica avessero bisogno di essere ulteriormente denigrati. Ma io non credo all’esistenza di queste sottigliezze, perché presuporrebbero un’intelligenza e una cultura politica che gli attuali “rappresentanti del popolo” non possiedono.

Al referendum del 20 e 21 settembre prossimi io voterò sì, perché sono convinto che 600 (400 deputati e 200 senatori) bastino a rappresentare il Popolo italiano, e non siano necessari tutti gli attuali 950 circa. Non è una questione numerica, ma di qualità, che da qualche decennio latita sempre più nel personale politico italiano. Dopo “tangentopoli”, il livello medio dei politici italiani si configura, oso dire, sul modello dipietrista, randellatore e giustiziere dei “vecchi” politici, ma modello di qualità molto inferiore ai “perdenti” di quel tempo. Questi “nuovi” non conoscono neppure l’abc del Diritto costituzionale e parlano, i più, un italiano approssimativo.

Ridicoli diventano poi, quando nel dibattito parlamentare devono pronunziare qualche parola in inglese, oppure quando “ci rappresentano” all’estero. Per fare il Ministro degli esteri, caro lettore, non pensi (e scusa la dimanda rettorica), che sarebbe necessario parlare un buon inglese? Almeno, dico. Nell’Italia liberale prefascista i politici, tutti, conoscevano francese e inglese, e spesso il tedesco. Mi si dirà: erano quasi tutti benestanti o nobili… sì, ma avevano anche voglia di studiare.

Confesso il mio imbarazzo quando ascolto anche alti rappresentanti istituzionali, specie se provenienti dal Movimento roussoviano-perlamordidio. Ripeto qui, dopo averlo mostrato in un pezzo precedente: a mio parere J.-J. Rousseau è stato uno dei più mediocri e pericolosi filosofi de fra il ‘700 e l’800. Quando il ragionier Casaleggio lo ha proposto come riferimento ideologico- culturale per il suo movimento ha manifestato tutta la temeraria approssimazione di una non-conoscenza della filosofia.

Tornando al tema dei 600 euro alle partite Iva, consiglierei ai miei cari lettori, di andare a leggersi le motivazioni / ragioni della scelta di chiederli all’Inps. Uno, che qui non ri-cito, ha spiegato che sono serviti a pagare spese delle attività economiche personali e familiari, ma mi vien da ridere: 600 euro!!! Che cosa risolvo con 600 euro? Cosa paghi? Te lo dico subito mio gentil lettore: una  cifra del genere basta a malapena a pagare gli oneri indiretti di uno junior che percepisce meno di 1000 euro netti al mese. Si dà il caso che il signore di cui sopra abbia un paio di decine di dipendenti… Stiamo evidentemente scherzando, caro furbacchione, ma poco accorto, di Forza qualcosa. Capace di dire subito dopo che, se lo vogliono fuori, lui cambia ancora partito, come ha già fatto un’altra volta, quando uscì dalla Balena bianca, mi pare.

Il tema è dunque morale, o etico nella sua struttura ontologica di atto umano libero. Questi signori, consiglieri regionali e / parlamentari, con emolumenti che vanno da 10.000 a 13/ 14.000 euro netti al mesi, si sono disturbati a chiedere all’Inps 600 euro. Da non credersi. Costoro non si sono minimamente posti la domanda etica: è plausibile che io, in questa situazione, e nelle condizioni in cui mi trovo (obiettivamente molto buone e di gran lunga migliori di quelle in cui si trovano la maggior parte degli Italiani) abbia pensato di inviare all’Inps la domanda per ottenere quanto per milioni di altre persone potrebbe essere vitale?

No, non si sono posti questa domanda. Il loro cinismo e un egoismo senza aggettivi li colloca in un girone di peccatori che il Poeta ha drammaticamente tratteggiato: “Oh cieca cupidigia e ira folle/ che si ci sproni nella vita e ne l’etterna poi si mal c’immolle!”. Così Dante scrive nel XII Canto dell’Inferno (vv. 49-51).” Con tali versi Dante spiega come l’avidità di beni materiali e la rabbia (rivolta alle persone) guidino l’animo degli uomini anche ad azioni molto violente, non solo all’oppressione degli altri.

Cupidigia o avarizia, il terzo vizio per gravità, secondo la Teologia morale di Tommaso d’Aquino, subito dopo – nel male – l’inarrivabile superbia e la truce invidia.

Non che i beoti richiedenti i 600 euro appartengano al girone degli avari della terra, ma forse si sono già in cammino verso quelle plaghe. Possono ancora tornare indietro, se vogliono.

Quando Sigrid mi aggiustava il nodo della cravatta

Ragazzini vestiti da uomini eravamo. Al liceo, al nobile regio liceo-ginnasio, dove io ero – per alcuni – lì come per sbaglio. Unico, forse, figlio della classe operaia in quel luogo.

Il Liceo Ginnasio Jacopo Stellini di Udine

Gli altri compagni e compagne erano o figli e figlie di militari, o di professionisti, o di impiegati pubblici, o di commercianti. Ero, per le regole di classe di quegli anni, fuori posto. Anche la mia preparazione, dopo la terza media e nei primi mesi della quarta ginnasio, era inferiore a quella di molti compagni, ma ben presto pareggiò la loro: forse a febbraio non avevo più nessun handicap verso alcun compagno. Le ragazze mi sembravano grandi, molto grandi, e io mi sentivo piccolo, molto piccolo, ma non di statura. Loro guardavano quelli di seconda e terza liceo: da quattordicenni si interessavano ai diciottenni che, a loro volta erano spesso figli di papà benestanti che li portavano a scuola in auto. Ma erano dei rivoluzionari. Taluni avevano già la macchina personale, magari “solo” una Fiat 500 o una Mini Morris.

Ricordo ancora uno studente (ho in mente il suo cognome che qui non riporto, ma forse, se leggerà, si potrà anche riconoscere), militante della FGCI, cioè della Federazione Giovanile Comunista Italiana, che, quando pioveva, scendeva davanti alla nobile scalinata, da una grossa Mercedes grigia, pulitissima con suo padre al volante. La militanza politica era prevalentemente a sinistra, anche (anzi soprattutto) al liceo, ma a sinistra del Partito Comunista. Io che mi sentivo socialista, per via di mio papà e delle prime letture politiche, mi sentivo esterno, estraneo a un mondo che era profondamente borghese, eppure parlava di proletariato, di lotta di classe e di rivoluzione. C’era qualcosa che non mi quadrava.

I maschietti erano obbligati dal dress code dell’istituto e del tempo a giacca e cravatta, codice che il ’68 avrebbe smantellato. La ragazze indossavano il grembiule nero, che le rendeva carine come dei corvi giovinetti. E le professoresse idem, anche loro con il grembiule nero. I professori, invece, indossavano giacca e cravatta come noi ragazzini.

Non avevo capi di gran pregio, ma ero pulito e dignitoso. Non avevo ancora imparato a far bene il nodo della cravatta e , ricordo, una mattina, una mia compagna tedesca, Sigrid, mi sistemò con cura il nodo e mi diede un buffetto cameratesco. Non so se avesse simpatia per me, ma lo fece con naturalezza estrema. E io neanche mi vergognai. Lo dissi a mia madre e lei sorrise. Ma poi imparai a fare bene i nodi della cravatta, finché la cravatta fu un obbligo, perché poi venne il tempo dei maglioni, degli eskimo verde oliva, dei jeans e delle scarpe da ginnastica.

Il liceo era cambiato. La rivoluzione era alle porte, ma il racconto di quei tempi è cantata meglio dal mio amico Nando, che ne ha fatto una saga, una serie di fatti narrati che meriterebbe la pubblicazione di un volume. Il mio amico Sergio ha pubblicato un volume, Le case di via Feletto, dove racconta quegli anni dalla prospettiva di dove abitavano famiglie di militari come la sua. Non so se altri compagni del tempo abbiano scritto qualcosa. Sarebbe bello.

Ho cercato sul web quella Sigrid e mi pare di averla trovata, mi pare che faccia attività nel mondo della comunicazione, nella sua Germania, ma mezzo secolo fa mi aggiustava il nodo della cravatta.

Tanto tempo è passato e siamo ancora qua per qualche tempo a raccontarcela, più in età, con la memoria buona, dopo vicende tutte diverse, studi, lavori, amori, figli fatti e figli evitati, forse anche figli inconsapevoli di essere stati generati da quelli della sezione F. Un saluto e un abbraccio a chi di loro, della vecchia F, mi possa e mi voglia leggere.

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