Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La beatitudine im-perfetta

…è anche quella del pedalare senza vento a diciotto gradi, con un po’ di ombra, i trenta all’ora li fa solo peso delle gambe e la meccanica della bici, campane che annunziano la festa, erba, odore d’erba tagliata, lontani latrati di cani nelle aie contadine, campanili tra i pioppeti nella lontananza, questa è la beatitudine del tempo sospeso, quando non pensi alle brutture del mondo e ai dolori della tua vita, o a chi ti vuole male, e stai in compagnia del paesaggio e dell’anima di chi ti vuol bene che ti raggiunge ovunque, anche da lontano, o da vicino, ché pochi chilometri oggi è vicino.

Caro lettor gentile, ti scrivo tutto d’un fiato, senza punteggiatura, o quasi, e regole grammaticali imitando Joyce, in questa prima domenica di giugno, già pienamente estivo, sapendo che il titolo è contradditorio perché la beatitudine è sempre perfettibile, non mai perfetta, se non quella di Dio, come insegna Tommaso d’Aquino, che inizia la Somma della sua Teologia con la beatitudine divina, lui parte da lì, dall’unica perfezione, che in quell’unico caso non è sinonimo di morte, perché solitamente la perfezione è il completato, il finito, il concluso, e allora anche la mia beatitudine nella corsa è im-perfetta, in-completa, in-esausta, im-passibile, im-possibile, in-adeguata, e tanti altri contrari.

La mia giornata inizia presto, all’alba, e sarà di pedalate e studio, pedalate la mattina verso un non so dove di mare, e di studio ausiliatorio verso sera, con un giovin ragazzo che ha da rimediare voti scolastici. Domenica di beatitudine più che im-perfetta, anche se la grazia della forza mi accompagna e il pensiero potente analizza e ipotizza. Attentati a Londra, attentati in Afganistan e in Irak, attentati nei cuori di molti, di bambini che non hanno di che sopravvivere, attentati nel mio cuore. Il libro di Conrad si confà a questa giornata estiva, bene meritevole dell’odio di Bruno Martino, lui cantava nei ’60 ed ero bambino e ragazzo.

Io sono povero in spirito e dignitoso in economia, non so se il regno sarà anche mio. Intanto qui sulla terra combatto la mia buona battaglia, conservando la fede in me stesso, ché non ho terminato la corsa.

Dove pedali ora Michele?

Caro compagno di strada,

la dura rampa di San Daniele l’ho dedicata a te, Michele, questo pomeriggio fresco e pieno di sole. Mentre salivo con il rapporto giusto e un po’ di dolore muscolare ho ricordato il tuo sorriso.

Te ne sei andato a trentasette anni, ancora fortissimo e speranzoso nel prossimo Giro d’Italia che avresti corso come capitano dell’Astana in assenza di Fabio Aru, tu che avevi vinto il Giro del 2011 al posto di Contador, perché chi guidava un furgone non ti ha visto. Un mese fa a me stava capitando la stessa cosa sulla rotonda di una nobile cittadina friulana, e il furgone io l’ho evitato. Non perché più agile di te, ma perché era più lento il mezzo. E son qui a parlarti con nostalgia. Mio papà mi raccontava di Serse Coppi, fratello del grande Fausto, anche lui investito per strada. Un giorno andrò al Portet d’Aspet sui Pirenei, dove la mala suerte attese Fabio Casartelli al Tour de France del 1995.

La nostra bici da strada, caro Michele, viaggia su due tubolari stretti e ci tiene su perché corriamo leggeri, nel vento, come antilopi. Noi che conosciamo la fatica e il dolore, tu molto più di me, caro Michele. Per te era la vita il ciclismo, per me un modo per manutenermi e per pensare, restando solo nel fruscio dell’aria che si fende.

Ciò che ci accade accade perché si incrociano destini, vite, camion, proiettili, fulmini, persone. La casualità è il modo di dire della nostra cecità, che ci impedisce di vedere le cause o di comprendere le ragioni di ciò che accade. La nostra visuale è ristretta, il nostro sguardo miope, la portata delle nostre forze limitata. E così siamo a questo mondo, foglie frali, oppure come d’autunno stan sugli alberi le foglie. Scusami le citazioni letterarie, caro Michele, ma vengono bene per dire la precarietà dell’essere a questo mondo, anzi l’inesplicabilità di questo esser-ci. Una volta che siamo al mondo può capitarci qualsiasi cosa, a partire dalla genetica, per continuare con l’ambiente in cui cresciamo e con l’educazione che riceviamo, e con le scelte che facciamo. E qui c’entra la nostra libertà relativa, caro Michele, quando decidiamo “a” invece di “b”, e non conosciamo mai prima ciò che comporta l’una o l’altra opzione.

Qualche logico scioperato potrebbe dire “e se stamane non fossi uscito ad allenarti alle 8, e se avessi ritardato o anticipato l’uscita, e se, e se, e se...”. Discorsi che non valgono nulla, sono perdite di tempo, sono ipotesi irritanti.

Siamo nel tempo con le nostre storie personali, che in parte sono incomunicabili, mentre è certo solo ciò che accade, ma dopo che è accaduto.

Considero tornando, un po’ di discesa e vento contrario, che a volte si trova disperatamente in salita. Il pomeriggio sta andando, come la mia bici al ritorno. Pausa nel paesino ai piedi delle colline e pensieri che vagano, grati per il respiro regolare, per la forza di tornare, preghiera silente rivolta a Chi non è condizionato come noi, caro Michele. Gli indiani d’America ti direbbero: pedala nelle celesti praterie del cielo, dove il grande Spirito ti ha accolto.

Marco Pantani, o degli eterni essenti

Sale ancora la bici sul declivio/ Tra i raggi scintillanti del meriggio,/ Pensieri persi nella valle oscura/ Per cercare più in alto la tua pace.

Sul volto la vittoria pregustata,/ La prepari con un sorriso breve,/ Ma la strada non cede e sale ancora/ Fino sull’Alpe che il tramonto indora.

Hai negli occhi una rapida emozione/ Come se più il traguardo non ci fosse,/ E la malinconia lì ti prendesse.

Ma il cuore batte giusto e il sangue gira,/ Il vento dei tornanti giù ti attende,/ L’anima tua inquieta il tempo fende.

Scrivevo così, in forma di sonetto regolare, di Marco Pantani, quando correva, prima della tragedia, prima dell’inganno di Madonna di Campiglio in quel giugno del ’99 quando, dopo aver vinto Giro e Tour de France del ’98, si accingeva a vincere ancora. E presto in qualche modo pubblicherò questi versi, per lui, in suo onore.

Ora la storia sembra tornar fuori, come ha sempre chiesto la sua madre dolorosa, convinta che gli avessero ammazzato il figlio, dentro, con la provetta falsificata e il dato di eritropoietina a 50, 5. Squalificato.  Giro vinto ufficialmente da quel bravo ragazzo di Ivan Gotti. Anch’io ho l’eritropoietina a 49, naturale, perché faccio sport aerobici da quando avevo quindici anni. E’ come se mi fossi allenato sempre sui vulcani di Tenerife, perché non ho mai mollato, e sono diventato un signore in età, ancora capace di fare cento chilometri a trenta all’ora. Marco era un campione, un uomo intelligente, fortissimo e fragile, come ogni grande persona. Gli voglio bene, anche a nome di Pietro, mio papà, che mi raccontava di Coppi, di Bartali, e anche di Bottecchia, il nome della mia bici.

Quando Marco si alzava sui pedali e buttava via la bandana si sapeva che sarebbe partito, sul prossimo strappo, sul tornante duro, e se ne sarebbe andato, per arrivare prima, come diceva, per accorciare la sofferenza. Nessuno, a parte Fausto, di cui ho memoria nei racconti di mio padre e nella registrazione famosa di Mario Ferretti “…un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome Fausto Coppi“, mi ha emozionato così, come il grande campione romagnolo, leggero come un ramo di salice e forte come un’antilope.

E allora, siano maledetti in eterno quelli che hanno rovinato Marco, siano dannati nel più profondo degli inferni, come silenzio assoluto di Dio.

Ma io penso che, siccome gli eventi sono eterni essenti, anche il sorriso di Marco, anche i suoi muscoli serici e vibranti, anche le sue parole mai banali, siano eterni. Nulla finisce perché tutto sopravvive, anzi vive, nella struttura dell’altro, come una genetica dell’essere, come un filo rosso che congiunge il prima e il poi e poi ancora ciò che viene e ciò che deve venire, che non sappiamo, ma sappiamo che verrà, con una lacrima e un sorriso, anch’essi eterni.

La bocca degli stupidi

IMG-20160602-WA0019…non sta mai chiusa , caro lettor mio!

Naturalmente nulla c’entrano (gli stupidi) con l’immagine a lato che, casomai, serve a sottolineare la distanza tra il nobilissimo rapace, cui sono affezionato, e loro.

Continuo la mia, oramai storica, raccolta con recenti esempi :

Zenga commenta Francia-Albania e usa la frusta e apparentemente metafisica espressione “attaccare gli spazi, attaccare la profondità” per dire il movimento senza palla degli attaccanti protesi alla rete avversaria. Oppure “fare a sportellate” per dire che un attaccante si oppone rudemente a un difensore che lo marca, e viceversa. O anche, se si vuol dire che la possibilità di colpire con un gol la squadra avversaria, l’espressione sdoganata è “far male”, metafora impropria e perfino ridicola. In che senso “far male”? perché un goal nella competizione calcistica è un “far male”? Ma perché parlare così? Scimmiottamento di di qualche giornalista che un dì ha iniziato a parlare in questo modo: il resto lo fa la povertà lessicale e la pigrizia. Addormentamento certo, da parte mia. Come mi piacerebbe rileggere ora le cronache sportive di Buzzati, o Brera, o Raschi sulla Gazzetta rosa, per ristorarmi lo spirito!”

Stamani, “bufera su D’Alema”, perché avrebbe dichiarato un’intenzione di voto per “Lucifero” piuttosto che per il candidato PD di Roma. Non mi interessa Lucifero, che magari ha il sorriso della  bellinuccia Raggi, ma il termine “bufera”, unico modo giornalistico per dire difficoltà, confusione, casino, problemi, conflitto, scontro, oppure addirittura disastro, catastrofe, cataclisma, ah no, perché per questi ultimi termini il giornalismo imperante usa “apocalisse”, facendomi infuriare di pietà, è ancora lì, ad annoiar mortalmente.

Brexit! Grexit! a dire “British Exit” o “Greek Exit”, cioè “uscita dall’Unione Europea”. Un acronimo abusato e stancante. Possibile che non sia possibile parlare diversamente?

Un altro sintagma consueto e tritamente ripetitivo, dopo ogni strage, è “mai più morti, mai più eccidi” etc, purtroppo anche di Francesco papa e di president Mattarella, che di suo ha anche timbri e toni vocali assopenti.

Manuel Valls, primo ministro di Francia, invece, rompe questo cliché con intelligente realismo: “Vi saranno ancora attentati e morti innocenti (l’unico aggettivo che si potrebbe risparmiare, perché se un attentatore uccide un delinquente è meno colpevole che se uccide un non-delinquente?”

Valls ha ragione: la violenza è intrinseca all’uomo in questa fase di antropo-ominizzazione, questo tipo di violenza, politico-religioso-economico-patologica. L’intelligence e le polizie possono ridurla, ma non eliminarla del tutto.

Caso Regeni: ferma restando l’ineluttabile esigenza di avere dall’Egitto informazioni complete ed esaustive sull’assassinio di Giulio, mi sembra una totale idiozia dichiarare quella grande Nazione “non amica”. Che  c’entrano gli ottanta milioni di egiziani con i servizi e gli ufficiali governativi collusi o autori del delitto orrendo?

Femminicidio: e qui la tontaggine si fa suprema, anzi superna, alta come l’Olimpo degli dei iracondi e umanissimi del mito antico. Ancora una volta: l’uccisione di una donna è un OMICIDIO. Punto.

E de quo satis, in hoc die, amice!

L’uomo di Louisville

Muhammad aliFarfalla e ape, lingua di Lousiville, e non so cos’altro… i giornalisti hanno inventato per parlare di Cassius Marcellus Clay/ Muhammad Alì, ah, dimenticavo, “il più grande”, che non è certo solo un atto di immodestia che caratterizzava questo meraviglioso uomo, ma anche l’occasione per ulteriori pigrizie cronachistiche.

Quando i media, cioè i giornalisti inventano una metafora, ribollendola poi per decenni, è il momento che dormo il sonno del giusto. Non li sopporto. Se la metafora è un po’ l’ossigeno del pensiero, quando è frusta e ripetuta, ne diventa il veleno.

Muhammad Alì è morto, ma è vivo per sempre. Non so se si possa definire il più grande atleta di ogni tempo, io propenderei per Owens o per Merckx, ma è certo che è stato una grande persona del nostro tempo, più grande di quanto i suoi cantori, spesso fastidiosi (come Minà) abbiano capito.

Dimenticavo, ai tempi in cui il campione era imbattibile, cioè prima della condanna per il rifiuto di combattere in Vietnam, i giornalisti, ogni qualvolta Alì doveva incontrare un peso massimo bianco, tipo l’argentino Oscar Bonavena o Don Quarry, scrivevano di questi come della “speranza bianca”, con non so se consapevole moto razzistico. “Speranza bianca”, cioè un pugile che avrebbe potuto ristabilire quasi, anche fra i pesi massimi della boxe, la supremazia bianca. Dire schifosi, è poco.

Per me Alì ha rappresentato un’immagine grande e vera di sportivo e di essere umano consapevole, mai banale, mai falsamente modesto, come certuni che conosco e che appartengono a militanze apparentemente più spirituali, e di cui parlerò nel post successivo.

Tedoforo parkinsoniano ad Atlanta, capace di dire “Non combatto i vietcong, non mi hanno mai chiamato negro“, vincitore di Foreman a Kingshasa nel ’74, bullo e mite di cuore, simbolo più grande anche suo malgrado. Così lo ricordo, senza squilli di tromba, nei commenti che allora si faceva con mio padre, nel tempo andato, sempre presente.

 

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