Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Del giuoco del calcio e di altro. Gianni Brera riteneva che lo 0 a 0, cioè il pareggio a reti inviolate, fosse il risultato perfetto in una partita

Il gioco del calcio è, pare, il gioco di squadra più popolare del mondo. Vi sono anche dei prodromi di questo gioco con la palla risalenti addirittura al Medioevo. Dall’Alto Medioevo, fin dal IX secolo: Nennio, un monaco benedettino, lo cita nella sua Historia Brittonum, narrando del gioco che si teneva in Galles, dove dei ragazzi si dilettavano a giocare con una palla (di stracci?), chiamandolo pilae ludus.

In Francia si riscontrano tracce del “gioco con la palla” nel 1147. In Inghilterra ne parla William Fritzstephen attorno al 1180, collegando questo gioco ad altri praticati dai giovani il Martedì grasso. E poi a Firenze, dai secoli XIV e XV…

Gianni Brera

Il calcio moderno ri-nasce in Inghilterra nella seconda metà del XIX secolo. Questa origine ha fornito agli Inglesi un’ulteriore ragione per il loro ampio superiority complex, che nel caso in qualche modo “proibì” loro di confrontarsi con le altre nazioni per manifesta superiorità. Poi si sa come è andata a finire. Ad esempio, considerando solo i campionati del mondo per nazioni, abbiamo: il Brasile con 5 vittorie, l’Italia e la Germania con 4, la Francia, l’Argentina e l’Uruguay con 2, e l’Inghilterra con… 1, in “casa”, a Wembley, oramai lontana più di mezzo secolo (1966) con il non-goal di Geoffrey Hurst nella finalissima londinese alla Germania di Helmut Haller e Uwe Seeler. Ben le sta.

In questi anni il football è diventato sempre più popolare e pervasivo, anche su web e sulle tv, esageratamente pervasivo. I media attuali consentono la partecipazione a tutti, anche a quelli che Umberto Eco definiva imbecilli, che spuntano in gran quantità, anche tra i protagonisti del gioco a tutti i livelli, che si sentono sproloquiare usando linguaggi, concetti ed espressioni assolutamente improbabili, inadeguate, spesso offensive, e sintomo di un’incultura pericolosa, che trabocca dappertutto.

Soprattutto per i più giovani, qui voglio parlare di un esempio di cultura e di lotta a ogni banalizzazione, che è possibile anche parlando di questo sport. E chi meglio del grande Brera può aiutarmi in questo?

Gianni Brera può essere considerato il più grande cantore del gioco del calcio del ‘900, scrittore non inferiore ai nostri grandi neorealisti alla Arpino, alla Vittorini o alla Pavese.

Peraltro, anche lui veniva da quella pianura padana, da quel pavese che aveva prodotto, oltre a un’agricoltura meravigliosa, valenti scrittori. Barba e baffi, occhiali, pipa, una voce chiara e un linguaggio immaginifico, a volte quasi dannunziano o gaddiano.

Neologismi a iosa, come “rombo di tuono” per designare Gigi Riva, virile guerriero delle aree di rigore, oppure “abatino”, ingeneroso nomignolo per il più grande di quei tempi, cioè Gianni Rivera da Alessandria, vincitore di tutto, e stimatissimo da compagni che guidava con carisma e avversari, italiani ed esteri, ma per Brera il Gianni era troppo poco “guerriero”, anche se il suo gioco era un pennellare azioni e goal fatti e fatti fare che solo Mancini, Baggio, Del Piero e Totti in Italia, dopo di lui, sono riusciti ad imitare. E anche Cassano aggiungerei a questo elenco, se non si fosse perduto nei ghirigori del suo carattere.

Gioânn Brera fu Carlo, se ne è andato (era il 19 dicembre 1992 e morì in un incidente stradale a Codogno, nel lodigiano, trovo sul web). Non scrisse solo di calcio, ma anche di ciclismo e di boxe, dove contendeva la leadership scrittoria a Bruno Raschi e a Rino Tommasi, le star giornalistiche di quegli sport.

I suoi scritti sportivi hanno inondato le pagine della “Gazzetta dello Sport”, del “Giorno”, del “Guerin Sportivo”, di “Repubblica” del “Giornale”. Altri neologismi suoi sono oggi patrimonio lessicale degli attuali cronisti: libero, centrocampista, contropiede, cursore, incornata, melina etc.. La sua analisi del gioco del calcio era metafora storico-sociologica di ciò che lui pensava della Patria Italia. Per Brera l’Italia era una “Nazione-Femmina”, cioè una Nazione capace di sottigliezze e astuzie, ma non di forza bruta. Rivera Giovanni, Mazzola Alessandro e Bulgarelli Giacomo, eleganti e non muscolari, più di Riva o Boninsegna (da Brera chiamato “bonimba”) erano il simbolo dell’Italia vera. E questo gli dispiaceva molto.

Secondo Brera, anche il calcio italiano era un calcio-femmina, che usava il catenaccio, il contropiede, la ripartenza (copyright successivo forse sacchiano), e quindi la velocità e il lecito inganno della classe sopraffina per battere i colossi del nord, soprattutto i Tedeschi. Ed è quasi sempre andata così: negli appuntamenti maggiori della storia del calcio, l’Italia ha quasi sempre battuto la Germania.

Il giornalista riteneva che i calciatori italiani fossero strutturalmente vocati alla corsa, alla fuga, al contropiede, dove lo scatto e l’abilità nel dribbling vincevano spesso sulla forza bruta. Se, però, Brera vedesse i calciatori italiani odierni, si accorgerebbe che la morfologia è cambiata. Ora non più il metro e settanta, ottanta per portieri e difensori centrali, perché è diventato un metro e ottanta e oltre per ottanta chili per gli attaccanti, un metro e novanta e oltre per i portieri e i difensori centrali per novanta chili, italiani grossi e forti, oramai, come tedeschi e svedesi, o come i negroni che possono mettere in mostra Francia e Inghilterra. Io stesso, a parte le ultime vicende che mi hanno fatto perdere sette cm di statura, rispetto a mio padre che era altro un metro e settantadue, ero un metro e ottantacinque fino a tre anni fa.

Abbiamo mangiato meglio dagli anni ’50 in poi, in molti.

Quando morì Rocco, Gianni Brera scrisse parole sincere sul “Giornale”, il 21 febbraio 1979. “Rivera sta a Nereo come la callida volpe al toro manso. Ma bello è poterlo sentire figlio, alzare la voce a proteggerlo, lui toro, manso tutto de fora, estroverso, goliardo invecchiato, e torvo solo per gioco, l’altro tutto introverso, compito, abatin. Xe Rivera la nostra Stalingrado, si lagna di me Nereo: e si capisce che non può seguirmi neppure quando ho ragione. Rivera è il solo dei suoi che pensi calcio in grande stile: al diavolo se al pensiero non s’accompagna sempre l’azione”.

Brera, ho scritto sopra, non apprezzava molto i giocatori tecnici come Rivera appunto, i piedi buoni, ma i faticatori alla Domenghini. Costoro gli ricordavano di più la sua gente di operai e di barcaioli del Po. Lui era un “padano di riva e golena, di boschi e sabbioni”, cresciuto, diceva, tra le papere e le oche, distingueva i fondali dall’increspatura dell’acqua. Brera era un appassionato enogastronomo, un fumatore di pipa e di sigari, ma anche di letteratura, autore di alcuni romanzi non banali come Il corpo della ragassa (proprio “ragassa”, sì).

Oggi che possiamo scrivere comodamente su un tablet, o su un telefono grande come un pc portatile, non possiamo immaginare Brera e i suoi colleghi che scrivevano sulle ginocchia sull’Olivetti Lettera 32, in condizioni precarie e avventurose. Non era un giornalista “dottore” perché i giornalisti vengono chiamati “dottori”, ma perché lo era veramente. Personalmente avevo un’opinione controversa su lui, ché lo trovavo presuntuoso, definitorio, assolutista nei suoi giudizi e perfino spietato, ma anche straordinariamente bravo, un abisso di bravura rispetto alla maggioranza dei cronisti attuali.

Ma quelli erano tempi nei quali scrivevano di sport Pasolini, Italo Calvino, Dino Buzzati, che seguì perfino un Giro d’Italia, ma anche Bruno Raschi di ciclismo, Antonio Ghirelli di calcio e di altro. Lo sport era cantato. Anche i suoi neologismi erano quasi poetici, da deltaplano-Zenga, a stradiVialli (caro lettor mio, Vialli è di Cremona, come Stradivari!), a Simba-Gullit, re leone delle savane calcistiche, fino al Divin-scorfano, cioè Diego Armando.

Era un sociologo e un etnografo, perché parlava delle terre dove si svolgevano gli eventi sportivi con conoscenza profonda di quei linguaggi, di quelle citazioni, di quei gerghi, nei quali il lombardo si mescolava ad altri idiomi, padani e meno. Era critico di Sacchi, che aveva facilmente “sgamato” con la stessa mia idea: non era l’omarino di Fusignano il portatore di un nuovo verbo calcistico, ma solo il coordinatore di alcuni fuoriclasse, altrove qui da me citati, van Basten, Gullit e Riijkard tra gli stranieri, e Baresi, Maldini, anch’essi fuoriclasse veri, e Donadoni e Costacurta, grandi giocatori. Grazie al c., che quel Milan era fatto di Invincibili/ immortali, con l’aggiunta successiva, dopo il ritiro del più grande, il centravanti olandese, arrivarono due geni slavi come Boban e Savicevic. Ma ormai sulla cadrega, avrebbe scritto Brera del Milan, era arrivato il ruvido e concreto uomo di Pieris provincia di Gorizia, furlàn solido e pratico. Fabio Capello, chiamato dal Brera “gran Bisiaco”, perché la “Bisiacarìa” era la terra di Gorizia e di Monfalcon sul mare.

Ora viviamo tempi diversi da quelli di Brera, per certi aspetti più squallidi, ora che invece di parlare di squadre e di passione, si parla spesso di Spa, di bilanci e di attivi/ passivi economici: le squadre hanno visto ridursi il carico bellissimo di passione all’aumentare progressivo dell’essere strutture economico/ finanziarie, al punto che anche il lessico, il linguaggio che racconta il gioco del calcio, si è modificato. Un esempio, ho sentito per radio il direttore sportivo dell’Inter Pietro Ausilio definire un giovane calciatore su cui si punta molto, mi sembra Alessandro Bastoni, già convocato da Roberto Mancini in Nazionale, non come “calciatore”, “atleta”,e perfino “risorsa”, ma “asset” e “prospetto”. Siamo a questo punto.

Che cosa, dunque, potrebbe rappresentare lo 0 a 0 nelle partite di calcio, così amato da Gianni Brera, in metafora? Forse che non occorre vincere sempre, ma può anche bastare… pareggiare, e andare avanti.

Dear Mister Conte (Antonio)…

un paio di decenni fa ero Direttore Risorse umane di un’azienda con un fatturato forse 15 volte maggiore di quello dell’Inter F.C. Spa di Milano, squadra che mi è simpatica. L’azienda dove fungevo da Human Resources General manager contava circa 5000 dipendenti (ora 7000), quindi almeno cinquanta volte il numero dei dipendenti dell’Inter pazza e imprevedibile. Bene, se avessi qualche anno di meno, mi sentirei di propormi come Direttore del Personale di quella nobile compagine calcistica e, tra le cose più costruttive che proporrei in questi giorni alla Proprietà Suning-Zhang e alla Direzione, vi sarebbe una lettera all’allenatore attuale, il Signor Antonio Conte.

il testo potrebbe essere il seguente, caratteristico di una Raccomandazione formale scritta, e quindi nulla a che vedere con il Codice disciplinare aziendale, cioè con le modalità di una Contestazione disciplinare ex articolo 7, comma 2 della Legge 300/ 70 o Statuto dei diritti dei lavoratori.

Dear Mr. Conte,

lo spirito di dialogo e collaborazione che ha sempre contraddistinto il rapporto tra la nostra Società e Lei, deve necessariamente prevedere trasparenza e verità nelle relazioni tra noi.

Pertanto, in questo caso, ci duole segnalarle che alcune Sue recenti dichiarazioni pubbliche, in occasione dell’ultima partita di Campionato italiano (vinta sull’Atalanta), non sono state congrue e appropriate circa la Sua posizione di dipendente della Società, anche se, trattandosi di una Società attiva nel mondo del calcio, non v’è dubbio che tale rapporto di dipendenza sia di carattere molto particolare: basti solo pensare alla enorme popolarità e fama che tale ambiente comporta anche per Lei, e il trattamento economico con Lei concordato, che nulla ha a che fare con l’enorme maggioranza degli altri lavoratori. In ogni caso, Lei non deve dimenticare mai di essere un “dipendente”, oltre che un valido e stimabile professionista, da molti riconosciuto, nel Suo ruolo.

Prima di procedere con le considerazioni che intendiamo proporLe, non possiamo non farLe presente che, se la Società avesse scelto di procedere disciplinarmente, si sarebbero giuridicamente addirittura configurati gli estremi per un Suo licenziamento, invocando la figura giuridica (ex Lege 604/ 1966 et s.m.i.) della Giusta causa. Un tanto è confermato da non pochi pareri di autorevoli giuristi, che possiamo (o meno) avere interpellato.

Di contro, come questa nostra evidenzia, abbiamo deciso di percorrere la strada del dialogo, mettendo in chiaro alcune questioni che riteniamo essenziali per una prosecuzione positiva del rapporto di collaborazione.

Ci permettiamo pertanto di formularLe alcuni consigli, che se Lei riterrà utile considerare, potrebbero aiutarLa a migliorare il Suo modo di “stare nell’Inter” e, se Lei permette, anche il Suo personale modo di porsi con gli altri. Beninteso, non siamo qui a parlare dei Suoi tratti caratteriali che, come ci è ben noto, non sono modificabili, ma di alcuni suoi comportamenti che, come ben spiegano le più affidabili dottrine psico-relazionali, sono modificabili, se l’interessato è disponibile a prendere in considerazione l’opportunità di un cambiamento.

Nello specifico ci pare di poter affermare che alcune modalità comportamentali Sue sono caratterizzate da un Egocentrismo e da un’Autostima assai, troppo, espansi, espressione di un Ego poco capace di considerare le posizioni altrui. Questo sotto il profilo psicologico. Ma non si può trascurare neppure il profilo etico-morale: Lei a volte pare manifestare una importante carenza di Umiltà e. badi bene, non stiamo parlando di Modestia, ché non è richiesta, specie se fasulla nella sua declinazione falsa.

Le diciamo quindi, con serenità e fermezza, che ci aspettiamo da Lei un cambiamento nei comportamenti, anche perché riteniamo che questo sia possibile tenendo conto della Sua indubbia intelligenza e cultura.

Con i migliori saluti e auspici di collaborazione ulteriore

La Presidenza/ Direzione

(…questo farei firmare al Signor Presidente Steven Zhang)

La “non-dea” Atalanta, gasp, eph, sob, aiut, gulp, ops, cul de sac…

Onomatopee più o meno sono, molto disneyane, salvo la prima che, oltre a rappresentare uno stato d’animo di cui parlerò più avanti, così come delle altre onomatopee, è anche la contrazione giornalistica del cognome di un allenatore di calcio (Gasperini) molto, ma molto antipatico, anzi antipaticissimo e dalla voce un po’ stridula, squittente, quello dell’Atalanta, che giornalisti pigri e banali si ostinano a chiamare “dea”. Infatti, Atalanta, nella mitologia greca non era propriamente una “dea”, ma la figlia di un re, cioè di un capotribù del tempo classico. La squadra di calcio “Atalanta”, attualmente in auge calcisticamente parlando, fu fondata a Bergamo nel 1907, e nulla c’entra con l’Olimpo greco, se non nelle memorande fantasie liceali di qualche fondatore, ovvero di qualche stanco e poco creativo giornalista odierno. Non so chi abbia iniziato a chiamare la squadra di calcio di Bergamo con la metafora-metonimia “dea” (roba di questi ultimi anni, comunque), ma immagino come se ne sia gloriato di fronte ai complimenti degli incliti (cioè, ignoranti tecnici). Amen.

Bergamo

Propriamente, Atalanta (in greco antico: Ἀταλάντη, Atalántē) è una figura, si può dire, trans-umana della Mitologia greco-antica, figlia di Iaso, re della regione di Arcadia e di Climene, sua moglie.

Il mito narra del desiderio di un figlio maschio da parte del padre di Atalanta, cosicché, quando nacque la bimba indesiderata, secondo l’èthos dei tempi, la abbandonò sul monte Pelio. Un’orsa inviata da Artemide/ Diana se ne prese cura fino a che fu trovata da dei cacciatori i quali la tennero con loro e la fecero crescere.

Cacciatrice fin da subito, Atalanta uccise con arco e frecce i centauri Ileo e Reco, suoi aspiranti stupratori, ma falliti. Non fu accolta fra gli Argonauti, alla cui spedizione alla ricerca del Vello d’oro nella Colchide aveva chiesto di fare parte, poiché Giasone era, anche lui al modo del tempo, maschilista. Ferì in una battuta di caccia il tremendo cinghiale “calidonio”, di cui l’uccisore, Meleagro, le fece poi dono del vello.

Come può capitare, la sua fama di cacciatrice (mascolina, dunque!) fece sì che il suo stesso padre, che l’aveva ripudiata e cacciata, perché femmina, la riconobbe nella dignità di sua figlia. Al padre, che la voleva sposa di un uomo che la meritasse, promise di diventar moglie di chi fosse riuscito a batterla nella corsa, mentre chi avesse perso la tenzone avrebbe perduto anche la vita. Allora le scommesse avevano anche poste in palio del genere.

A un certo punto, dopo che ebbe battuto molti pretendenti, arrivo un tal Melanione, che chiese un aiuto ad Afrodite (Venere), probabilmente gelosa di Artemide-Diana. Gli dei dell’Olimpo avevano sentimenti, vizi e virtù molto… umane. Il trucco escogitato dal pericoloso nume dell’amore fu questo: Melanione ebbe da Afrodite tre mele d’oro raccolte nel Giardino delle Esperidi, che lasciò cadere a terra, per tentare Atalanta. Lei non resistette all’inaspettato dono, si fermò per tre volte e perdette così la corsa.

Ovidio canta di Atalanta ne Le Metamorfosi, così come altri autori classici. Potremmo dire con linguaggio attuale che Atalanta fu una sorta di wonder woman, o almeno un modello per questo “tipo”. Oppure ancora, per meglio dire, un modello di autonomia dal padre e dalle condizioni femminili del suo tempo.

Jean Shinoda Bolen, analista junghiana tratta di Atalanta nei suoi volumi Artemide. Lo spirito indomito dentro la donna, e Le dee dentro la donna. Una nuova psicologia femminile editi da Astrolabio, quasi come ipotesi di donna autonoma dai “poteri forti” del padre e degli eroi.

Quindi Atalanta è impropriamente definita “dea” da pennigrafi indolenti e poco documentati.

Tornando ai monosillabi del titolo, registriamo gasp, oltre che come abbreviazione dell’antipatico allenatore della non-dea Atalanta, in quanto manifestazione di difficoltà improvvise, eph come moto di meraviglia impaurita, sob come un piagnucolare semi-infantile (tipo quello dell’allenatore dell’Inter, Antonio Conte), aiut come semplice figura di troncamento di “aiuto!” richiesta di soccorso, gulp, come improvviso stupore, ops, come incidente inaspettato, tipo urca, ho fatto cadere il vaso…

Infine un accenno al detto francesizzante cul de sac, che significa angolo da cui non si può scappare, oppure metaforicamente, con riferimento al famoso allenatore di tre (dico 3!) anni di gloria al Milan, dove Berlusconi gli aveva comprato i tre migliori giocatori del mondo di quel tempo, a parte Maradona, cioè Van Basten, Gullit e Riijkard, oltre a Baresi, Donadoni, etc., e trenta (dico 30!) anni di scritti (chissà se qualche ghostwriter…): Arrigo Sacchi, laudator del gioco di squadra, che non avrebbe vinto nulla se non avesse avuto a disposizione da Berlusconi i fuoriclasse sopra citati. Quando leggo i suoi commenti sugli altri, squadre e allenatori, e noto il suo uso corrente, non poco presuntuosetto, di concetti e termini psico-socio-filosofici come “conoscenza”, “cultura del lavoro”, “autostima”, “filosofia” (ma dai, Sacchi, su!) “leadership“, lemma comunque usato ed abusato a proposito e a sproposito, mi chiedo quanto e che cosa sia farina del suo… sacco. Mi è venuto bene l’involontario bisticcio retorico, vero?
Supò, Sac, sei un guru da poco

E via dilettandomi.

“Poupou” e “Jacquot” lungo le strade di Borgogna e i tornanti dell’Izoard, scendendo dal Portet d’Aspet per affrontare il Ventoux di petrarchesca memoria, fino all’Arc de Triomphe

I due nomignoli del titolo, così, tutti soli, direbbero qualcosa solo a esperti di ciclismo, ma la citazione dei passi alpini e pirenaici dà qualche traccia anche ad altri.

Ora anche il “contadino” Raymond ha raggiunto nella visio beatifica l’elegante campione che lo batté sempre. Per otto volte Poulidor salì sul podio del Tour de France, cinque volte secondo e tre volte terzo. Una volta lo vinse anche il giovane Gimondi, nel 1965, quando terzo fu Motta.

Raymond Poulidor, nato a Masbaraud Mérignac nel ’36 è mancato a Saint-Leonard-de-Noblat qualche giorno fa. Professionista dal 1960 al 1977, vinse una Vuelta a España, sette tappe al Tour de France, una Milano-Sanremo e una Freccia Vallone, oltre ad altre decine di corse.

Ciclista professionista tra il 1960 e il 1977, ha avuto modo di correre con Louison Bobet, Federigo Martin Bahamontes, Rik Van Looy, Eddy Merckx, Felice Gimondi, Joop Zoetemelk e perfino con il più grande dei corridori francesi Bernard Hinault, il bretone di Yffiniac, oltre che con il Normanno.

Pensandolo mi vengono in mente le grandi estati quando ero bambino e del Tour mi parlava Pietro, mio papà. In televisione, in bianco e nero andavo a vedere le tappe del Giro d’Italia nell’osteria “da Lino”, di fronte a casa mia, ma il Tour non si vedeva, perché la Rai non lo seguiva come il Giro. Si sentivano i risultati verso sera al giornale radio. E io aspettavo di sapere chi avesse vinto la tappa e la nuova classifica. Ricordo di avere seguito, per la prima volta, il Tour del ’65 che avrebbe dovuto essere vinto da Adorni, ma poi andò diversamente. Immaginavo le assolate strade di Francia in pieno luglio e imparavo i nomi dei colli più ardui, il Puy de Dome sul Massiccio Centrale nei Vosgi, il Tourmalet, l’Aspin, l’Aubisque sui Pirenei, e poi il Croix de Fer e il Galibier, 2650 metri, dove sarei andato decenni dopo con Bea bambina, ai tempi di Armstrong e Ivan Basso, di Rasmussen e del kazako Alexandre Vinokourov, che vinse quella tappa a Briançon. Era il 2005, proprio il 14 luglio.

La sua rivalità con Anquetil fa pensare alla differenza radicale che vi era fra i due, quasi a rappresentare – sociologicamente – l’uno una Francia contadina, arcaica, dura, il Nostro, e l’altro di più la modernità, l’eleganza metropolitana e cosmopolita di Paris. Anche il loro “francese” li distingueva: il grande Normanno parlava in punta di labbra quasi geloso di non dir troppo, Poupou era di poche parole, più silente e a volte dolorosamente cosciente della fatica di pedalare e di vivere.

L’uno, Jacquot, era abituato ad arrivare primo, vinse otto grandi corse a tappe (cinque Tour, due Giri e una Vuelta), l’altro fu “abituato” alla sconfitta, ma senza che ciò lo debilitasse al punto da fargli rinunziare a combattere. Perse un Tour da Anquetil per 55 secondi, uno dei distacchi minimi di tutta la storia del Tour de France. Mi pare che solo Fignon perse per meno secondi da Lemond, forse 8 o 12, anni dopo.

Arrivare secondo non significa essere sconfitti, ma arrivare prima di tutti gli altri eccetto uno. E’ importante il secondo posto perché insegna a non esaltarsi per un primato, che è sempre friabile vicenda della vita umana, che passa.

Quando il suo grande rivale fu vicino alla morte, ancor giovane, per un tumore allo stomaco e Raymond lo andò a trovare, si sentì chiamare, mentre stava uscendo dalla stanza d’ospedale: “Raymond – disse Jacques sorridendo come poteva – anche stavolta ti batto, arrivo prima io“.

La legittima ira di Balotelli, la scorta alla senatrice Segre, e l’odierna “cultura civile” in Italia

L’ira di Balotelli dopo gli avvenimenti di Verona di questa domenica d’autunno, urla e buuh razzisti è, non solo legittima, ma pedagogica, andragogica e perfino civilizzatrice. Qualcuno ha scritto o detto che si trattava di sfottò, di semplici sfottò goliardici, mi pare siano stati il presidente del Verona Calcio e il sindaco della magnifica città veneta. No.

Da tempo sta peggiorando la situazione relazionale ovunque e in ogni senso. In ogni ambiente e considerando il linguaggio, le espressioni, il lessico minuto, le modalità specifiche dei gerghi tecnici: nulla sfugge a questo declino, di cui alcuni più avvertiti sono consapevoli, ma molti pare di no.

Negli ultimi giorni all’onore delle cronache è balzata la storia della scorta assegnata alla senatrice Liliana Segre, oggetto di insulti e minacce sul web e nella piazza, quasi subito dopo la sua nomina alla presidenza di una commissione senatoriale contro il razzismo e l’odio, come lei stessa specifica, non quindi solo contro l’antisemitismo di una cultura nazifascista rediviva.

La prima domanda è: perché? Da dove viene questo decadimento civile e morale? Quali le ragioni e le cause? Che fare? Provo a rispondere.

 

Perché?

Le cose che accadono, lo sappiamo per esperienza, accadono in ragione di uno o più vettori causali. In particolare, ciò che qui sto cercando di esplorare ha a che fare con la situazione socio-politica, economica e conseguentemente culturale dei tempi che stiamo vivendo: tempi difficili per i grandi cambiamenti in atto, che sono di carattere planetario. Gli esseri umani si stanno sempre più muovendo in cerca di una vita migliore, ed ecco la ragione – storica e anche “metastorica” – delle migrazioni, fenomeno conosciuto da millenni e narrato dagli studiosi. Le migrazioni sono irrefrenabili con mezzi artificiali, militari etc., e devono essere, prima conosciute nelle cause generanti e poi il più possibile “gestite”, con politiche di riequilibrio dei beni e delle risorse naturali. Questi fenomeni, se non studiati e compresi, sono il primo fomite dei reazioni, violente, irrazionali e distruttive. Anche il razzismo, il sovranismo, i nazionalismi estremi sono figli di questa “ignoranza tecnica”, di questa pigrizia mentale, che subito dopo, complice l’offuscamente del pensiero critico, diventa ignoranza morale e quindi, in un processo terribilmente “necessario”, colpa morale. Come spiego meglio più sotto.

Salvini ha successo perché titilla la mente di chi non vuole o non può ragionare, e vince avendo – dunque – l’ignoranza tecnica e successivamente morale, come migliori alleate. Vince, ovviamente, anche per l’insipienza e talora la superbia intellettuale di molti che si collocano “a sinistra” pensando di avere sempre ragione sostenendo posizioni, come si dice, politicamente corrette, apparentemente solidaristiche e generose, anche se non è sempre così: basti vedere le politiche indirizzate da potenti come Soros et similia, con i corollari di fenomeni come “greta” (in minuscolo perché “fenomeno”, cioè manifestazione di un qualcosa, non nome proprio di persona).

Il tema ambientale esiste, ma non va gestito né con le sottovalutazioni dei “trump”, né con lo scolasticismo dei fautori della cosiddetta “decrescita felice”.

 

Da dove viene questo decadimento civile e morale?

Innanzitutto dalla profonda crisi che si registra nel pensiero critico. L’accelerazione della comunicazione, le falsità diffuse attraverso i vecchi e i nuovi media, l’impreparazione culturale dei più dovuta a questi fattori e alla crisi della scuola e della famiglia, hanno messo in mora il pensiero critico quasi accantonandolo nei luoghi della ricerca, come se appartenesse solamente agli studiosi di qualsiasi genere e specie. Il pensiero critico, invece, appartiene, o meglio, deve appartenere a ciascun essere umano provvisto di ragione, al fine di valutare con il flusso razionale del pensiero logico ogni cosa, ogni scelta possibile, ogni fatto che accade. Il tempo contemporaneo suggerisce e sostiene l’accelerazione continua del pensiero, a scapito della sua strutturazione formale e della sua lucidità. Un esempio: oggi, la scelta concettuale – in moltissimi casi – è tendenzialmente polare e non dialogica o dialettica fra due o più posizioni; il sillogismo di primo tipo, quello che prevede due premesse logiche e una conclusione necessaria e inconfutabile non è conosciuto dai più neanche nella formulazione ristretta dell’entimema; es.: l’uomo è razionale e dunque è… libero.

Si preferisce, un po’ per pigrizia e molto per ignoranza tecnica (che diventa poi – insisto – morale) la semplificazione del giudizio su cose, fatti e detti fra “figata” e “cazzata”, cioè cosa, fatto e detto positivo, buono, da scegliere, e cosa, fatto detto negativo, cattivo, da evitare. Un po’ poco, vero, caro lettore?

 

Quali le ragioni e le cause?

Direi che la prima ragione e causa è il modello di vita per ora “vincente”, costituito, sia dall’accelerazione e semplificazione di cui sopra, ma soprattutto dalla perdita di alcuni principi base di un’etica del fine, teleologica, che prevede un equilibrio fra i beni esistenziali, spirituali e materiali tra i quali scegliere usando il discernimento intellettuale. Lo stile di vita è spesso dettato dai cosiddetti “vincenti” che appaiono sul web sotto forme malate di social-divismo da imitare, secondo modelli come i/le cosiddetti/e fashion blogger e influencer, capaci di affascinare chi non possiede spirito e pensiero (ancora una volta) critico, come le giovani generazioni e anche le precedenti, in qualche misura. La difficoltà di discernimento da parte di chi non la ha in dote, e non coltiva la fatica della riflessione autonoma, basata su dati certi e su fonti attendibili, fa il resto del danno.

 

Che fare?

Non ci sono alternative alla cultura. La dico in modo semplice, anzi semplificato al massimo: la cultura è la “coltivazione” di un qualcosa, è metafora contadina da millenni, è lingua, idioma, dialetto, comunicazione, qualità relazionale, informazione, formazione e, in definitiva, conoscenza, conoscenza, conoscenza. Lo ripeto tre volte quasi per invocare la non-resa davanti al disastro che si constata essere avvenuto. Faccio un esempio: continuare a parlare di migrazioni economiche e di migrazioni da guerre et similia è culturalmente fuorviante, perché sono migrazioni e basta. Mi spiego: i maschi adulti, anche se molto giovani dell’Africa sub-sahariana, se non riescono a mettere su famiglia nei tempi normali, si spostano, vengono a Nord, dove trovano quello che trovano e allora cercano di salire ancora più a Nord, e se trovano il mare, cercano di superarlo tentando di trovare una vita dove è possibile. Per la loro cultura la vita è farsi una famiglia. Si noti quante donne incinte attraversano il Mediterraneo! Le grandi migrazioni, quelle epocali, che siano meno registrate dalla grande Storia, sono avvenute e avvengono sempre per ragioni legate all’istinto di sopravvivenza. Questa è la ragione, caro Salvini e cari tutti quelli che si fanno condizionare dalla tua voce di macho quarantacinquenne credibile nella media dei votanti, che sono tanti. Sono la sociologia e l’antropologia culturale che ci spiegano questi movimenti, non l’ideologia politica, caro lettore.

Su questo anche lo Stato e i governi hanno le loro responsabilità. Di solito tendo a non incolpare lo “stato” di colpe sociologiche, collettive, ma stavolta non posso non osservare come anche la scelta dei ministri preposti alla cultura e alla pubblica istruzione sia stata di livello molto basso, e di più negli ultimi anni e governi. Solo un paio di nomi o tre: Fedeli (terza professionale), Bussetti  (insegnante di educazione fisica, mi pare) e l’attuale Fioramonti (docente universitario da qualche parte, forse Timbuctù, con tutto il rispetto per i Berberi e i Tuareg?), e i titoli di studio in assoluto non mi interessano, anche se contano, per quel mestiere. Le politiche governative, in nome degli equilibri e delle alleanze più o meno ballerine, sono state irresponsabili. Anche sotto questo profilo bisogna avere maggior cura nelle scelte. Potrei suggerire metodi di selezione per la ricerca e la individuazione di persone più adatte alla posizione di ministro della scuola e dell’università. Et gratia gratis gratiaque datis.

Felice Gimondi, il Tour più bello

Caro Felice,

ero ragazzino nel ’65 quando quel Tour, pronto per Vittorio Adorni o, finalmente, per Raymond Poulidor, veniva vinto da te, un ragazzo che non avrebbe neppure dovuto esserci. Adorni aveva appena vinto benissimo il Giro d’Italia, ed era il primo favorito, e Pou Pou voleva rompere l’incantesimo che fino ad allora l’aveva visto quasi sempre secondo, spesso dietro a Jacques Anquetil, purosangue normanno. E invece a Parigi in giallo arrivasti tu, il ragazzo di Sedrina, il figlio della postina del paese. Erano anni di grandi campioni, in attesa di Merckx. In Italia stava crescendo con grazia Gianni Motta, Aimar in Francia, Ocana in Spagna, Jan Janssen in Olanda, Rudy Altig in Germania, ma tu avresti fatto di più di costoro.

Devo dire che allora tu non mi scaldavi troppo, perché troppo dimesso nel linguaggio, nei modi. Io ero un ragazzo-criceto, allora come ora: il tuo parlare strascicato mi faceva pensare: “dai, dì, muoviti“, e tu ti muovevi, sì, ma in bici, benissimo.

Eri resistente, fortissimo su ogni terreno. A cronometro andavi liscio ed elegante, come Jacquot, l’Anquetil che era quasi imbattibile nella specialità; in salita andavi del tuo passo tremendo, senza scatti, come oggi riesce a fare forse solo Bernal: diversissimo da Pantani e Contador. Anche in volata te la cavavi, specialmente quando la corsa era stata dura e bisognava supplire con la capacità di sofferenza al calo delle forze. Ricordo il mondiale del ’73 a Barcellona, quando io ti davo per terzo o quarto, dietro Maertens, Merckx e anche Ocana. E invece vincesti con l’ultimo colpo di reni. Ti ricordo alla Roubaix del ’66, coperto di fango: te ne eri andato sul pavé dove tutto il corpo trema e le giunture scricchiolano mentre le ruote ballano tra le pietre. Lì bisogna spingere proprio quando penso venga la voglia di scendere di sella e sedersi su un paracarro. A me è capitato una volta sulla salita della vecchia strada per Barcis, prima dell’ultima galleria, di fermarmi per riposare, perché avevo il cuore in gola e dolori ovunque.

Ricordo il tuo modo di rispondere ai cronisti, che ti infilavano il microfono fino in bocca, come fosse un gelato e tu, con un piccolo moto di ritrosia, ti portavi alla giusta distanza dalla loro invadenza. Dezan più di tutti, curiosi, insistenti, insinuanti. “Eh, Felice – tutti del tu ti davano, perché eri un semplice ragazzo di provincia – forse dovevi attaccare su quel tornante o prima, per non essere raggiunto“. Bello fare i saputi con il culo (sempre dolorante al soprasella, io ne so qualcosa) e le gambe degli altri.

Poi ti ricordo quando hai accompagnato alla vittoria al Tour nel ’98 il tuo figlioccio Marco Pantani, ancora e per sempre presente nel mio, nei nostri cuori. Tutt’altra persona rispetto a te: inquieto, nervoso, sensibile in modo evidente. Quanto tu riuscivi anche nascondere le emozioni, tanto lui ce le mostrava, con il suo sorriso triste e un’ironia sommessa, ultimamente scivolata nel sarcasmo e in una infinita tristezza.

Un poco ti ricorda Vincenzo Nibali, anche lui sobrio, resistente, capace di sopportare il dolore e il fatto di non potere vincere sempre. Lui non ha avuto un Merckx contro, ma diversi, eppure è lì che resiste, ancora competitivo, un po’ come te, che vincesti a 34 anni il Giro d’Italia del ’76.

Semplice, del popolo bergamasco, filosofo naturale per come affrontavi le cose, le vicende della tua professione, le vittorie senza mai esaltarti e le sconfitte senza disperarti.

Mi è piaciuta la tua idea che Merckx nel ’76 abbia concluso il giro per onorare la tua vittoria. Ci sta, te lo sei meritato, tu, più sincero di altri anche qui citati, silenziosamente forte, fortemente silenzioso. Mandi Felìs, a riviodisi

La solitudine del portiere

Romeo ci ha preso gusto e mi ha inviato anche questo racconto, che mi piace inserire in questo sito percorso da fremiti, tumulti e sentimenti diversissimi, nel tempo.

 

Ho trascorso molte ore di molti anni con le spalle volte a un rettangolo: tre lati di legno e uno di terra. Questa, gli antichi, o almeno alcuni dei tanti antichi, l’avrebbero immaginata come uno spazio piatto e illimitato, un lenzuolo senza fine, una pianura incessante costellata di fiumi e di segreti pensieri, di fuochi spaventosi e di piccole luci tremolanti nelle notti. E di tante altre cose ancora, conosciute o desiderate soltanto. Oppure avrebbero immaginato la porta al centro esatto di un disco sospeso nel cielo, il grande piatto di un banchetto cosmico.

Ora invece lo sa, o pensa di saperlo, il portiere afflitto. Sa che la terra parte dai due pali e piano piano s’incurva, in un lento ritornare su se stessa. L’incessante pianura di calpestate solitudini è solo un punto, se vista da lontano, la palla di un gioco che nessuno capisce.

Il portiere cammina cammina con la testa bassa, con la miracolosa sofferenza che fa guadare i fiumi e oltrepassare i monti; cammina, inseguendo le tracce di un gol.

É un bisonte fragile, va dritto sulla sua strada cieca, aspettando il colpo fatale e la caduta sulle gambe spezzate. Ma il colpo non arriva, il tempo passa e il cerchio finalmente si chiude. Il portiere è di nuovo tra i pali, con la zavorra dei suoi pensieri irrisolti.

Ho trascorso molte ore di molti anni… avevo davanti il sole o la pioggia o la nebbia leggera di certi autunni infiniti.

Nella nebbia danzavano silenziose figurine, svuotate di forza, di ardore e di rabbia.

La nebbia è un limbo, un limbo di soffocante stupore. La vita si fiacca nella nebbia, perde i suoi margini.

Allora, in un attimo, dalla potenza incalcolabile di un tiro ultraterreno, dai piedi assassini di un centravanti fantasma, spunta la palla maledetta, implacabile; entra nel breve spazio dell’unica realtà conosciuta, dove attendevi la vigliaccata, l’attacco al fulmicotone, la cosa dall’altro mondo. L’abbraccio con la sfera, bellissima.

Sì, il portiere è un masochista, gode come un maiale quando abbraccia una cannonata, se la stringe al petto, rotola insieme con lei, sottosopra, in un travolgente Kamasutra, spettacolo per gli occhi increduli dei suoi compagni, impalati, come sottoaceti nella nebbia.

Ma credetemi, non è soltanto questione di sesso, c’è dell’amore: il portiere prende la palla tra le mani, l’accarezza, l’alza verso il cielo come un pater romano e come un padre sano le dà un bel calcio sul culo, per consegnarla al suo destino parabolico.

Tra il portiere e la palla c’è un rapporto incestuoso, di sesso, di amore filiale, di amore paterno.

Il portiere, meglio di chiunque altro, ne conosce l’infanzia poliedrica, l’intarsio meraviglioso di pentagoni bianchi e di esagoni neri; sa che la natura sferica è soltanto illusione, ma che il tempo darà ragione a questa illusione, levigando levigando. Allora il nero si sposerà col bianco e sarà un grigio uniforme, sporco di terra.

La bellezza perde il suo rigore, invecchiando; ma si abbandona alle cose del mondo, a volte con gioia, a volte con dignitosa rassegnazione: così si contamina, di altra bellezza.

Il pallone diventa erba, fango, sputi; diventa polvere e cielo.

Il portiere accarezza il pallone e non sente più il perimetro del pentagono: sente la curva appassita della sfera. Il tempo ha smussato gli spigoli; resta soltanto la curva, perchè la curva è dolcezza, e la dolcezza non ha paura del tempo. I polpastrelli del portiere sentono minuscoli frammenti pencolanti, brandelli di carne viva, pulviscoli di pelle che finalmente si staccano e vagano come pollini stanchi nell’aria, per poi posarsi sul prato. Passano i tacchetti impietosi e li calcano: e come tante altre cose, finiscono sottoterra.

Fermatevi un attimo, lasciate riposare la palla. Ascoltate queste parole. Io penso tanti pensieri, tra i pali, e vedo l’incomprensibile foga di questo mondo. Vi vedo andare avanti e indietro come scalmanati. Vedo gli schizzi di fango e le zolle di terra. Vedo le nuvole rabbiose dei temporali in arrivo, e sento lo scroscio festante della pioggia. Ora siete di nuovo lontani, palombari lontani, pesci boccheggianti di uno sconfinato acquario.

La sfera rotolando si bagna e si veste di natura oceanica; e voi siete pesci, che calciate l’oceano.

Le cose non sono così semplici come voi pensate: perchè in realtà non pensate, correte soltanto.

Voi credete di essere lì, ora; ma siete anche altrove, siete i vostri frammenti che avete lasciato: siete le lacrime, il sangue, le particelle perdute negli anni.

É un lento accomiatarsi da se stessi, un modo inconsapevole di carezzare la morte.

É così strano: si carezza la morte, spargendo i semi della propria vita.

Sono trascorsi molti anni d’allora. Non faccio più il portiere. Ho una barba cespugliosa, gli occhiali da miope e la calotta molle di un’aristocratica pancetta.

Ma ricordatevi che ogni curva è dolcezza e la dolcezza sa giocare a scacchi col tempo.

Dentro la pancia un brontolio, un altro mistero. Potrebbe essere qualunque cosa: un sintomo di fame, l’emozione di questo momento o forse un cancro.

Sono fermo, ai margini della strada, dove una volta c’era la porta.

Il campo non esiste piu: al suo posto c’è una casa. Non si sente nessun rumore. Le case, ora, hanno i muri spessi di cemento armato e i doppi vetri; le case sono fortezze, diceva un grande poeta. Anche le stanze, dico io.

La terra, sotto le fondamenta, è stata smossa dalle ruspe; sono state rimescolate le carte del gioco: il sangue di Roberto, dopo quella tremenda falciata; la pelle dei polpacci che mi grattavo nell’attesa; gli sputi fenomenali e incessanti di Fiorenzo: sotto, in fondo, prima del Tartaro, ci sarà una palude immonda della sua saliva. E tante altre cose, non solo nostre, anche dei nostri padri, dei nostri nonni; finanche la pisciata di un bambino che non poteva nemmeno immaginare i nostri padri e i nostri nonni.

E sopra, nella casa, chissà se qualcuno ride, chissà se qualcuno studia? Chissa quanti scompartimenti di solitudini…

Le cose non sono così semplici come voi pensate. Ma voi nemmeno pensate, voi correte soltanto. Il portiere sì che pensa, quando passa il suo tempo, tra i pali.

 

Dedicato a tutti i portieri che hanno subito almeno nove gol in una sola partita.

 

Romeo Pignat, 1991

 

Ho inserito la foto del grandissimo portiere russo Lev Jascin, dopo aver pensato anche a Banks, Zoff, Buffon e Donnarumma, tra altri ancora (n.d.r.)

 

Equador, Carapaz, Italia, Fagagna del Friuli

L’Equador è una repubblica, uno stato e una nazione sudamericana, di estensione un poco minore dell’Italia e una popolazione di quasi diciassette milioni di abitanti. Si trova tra la Colombia il Perù e il Mare Oceano Pacifico. L’equatore attraversa questa terra, dandole il nome. Quito è la capitale, mentre la città più popolosa è Guayaquil.

A circa mille chilometri nell’Oceano si trovano le isole Galapagos, nelle cui acque e territori Darwin studiò la natura e poi scrisse L’origine delle specie.

Dal 1832 l’Equador è indipendente dopo essere stato colonia spagnola, e parte dello stato (la Grande Colombia) fondato da Simon Bolìvar, il libertador dal dominio spagnolo, con Colombia, Venezuela e Panama.

Ivi si parla spagnolo, ma sono lingue ufficiali anche il quechua, lo shuar, lo tsafiki e altri idiomi parlati dagli autoctoni.

Da tanto lontano, è arrivato al Giro d’Italia di quest’anno, e lo ha vinto con forza e merito, Richard Carapaz, ventiseienne andino, dalla faccia scolpita con lontane reminiscenze fisiognomiche di un altro combattente della bici, Claudio Chiappucci, che poco meno di trent’anni fa duellava con onore perfino con Miguelon Indurain e Gianni Bugno, con Argentin e Greg Lemond. Un primo argumentum che desidero agganciare al secondo, poiché entrambi rappresentano modi dell’umano agire, nei suoi chiaroscuri contraddittori, a volte strani o imprevedibili.

Altro scenario: una domenica di primavera, in quel di Fagagna, ridente borgo collinare friulano, in un campo da golf molto prestigioso, io son stato nominato da un giovin signore. Un signore più in età, incarnazione dell’arcangelo Gabriele, con cui sono in contatto da qualche tempo, onorato del fatto, io indegnissimo, proprio come Maria di Nazaret e il Profeta Mohamed, mi ha riferito che il giovin signore ebbe a citarmi per dir -seppur indirettamente- che sono una persona perbene, uno che non cannibalizza le aziende che frequenta, favorendo spostamenti di personale dall’una all’altra.

Sono ben contento che tale chiara fama percorra ponti e sentieri, strade e convalli, e giunga fin nel verde smeraldino dei prati curatissimi di un nobile deporte, se dice en castellano.

Che cosa insegna l’episodio di non spregevol natura? Che bisogna stare accorti a come dove e con chi si parla e a chi può ascoltare i nostri discorsi, anche se ora il web può tradire chiunque.

Il mio cortese informatore, a sua volta protagonista involontario di un aneddoto frizzante, mi ha detto convintamente che son stato nominato con rispetto e fiducia. Ooooh, almeno qualche volta il gossip non è dannoso.

L’episodio di cui sopra. G.T., queste le iniziali del signore, amico e collega, e non è l’acronimo di un’Alfa Romeo degli anni ’60 mi racconta: “Ero lì e, dopo avere giocato la mattina, ho aiutato, berrettino da barman in testa, un collega dell’altra grande azienda del gruppo, a distribuire tranci di pizza a giocatori e ospiti, signori e signore della borghesia buona che frequentano il prato verde nella natura. Davo loro quel che mi chiedevano e taluno o, più spesso, taluna, mi apostrofava un po’ piluccando e commentando critica i tranci…. oooh troppo salamino, ragazzo quel pezzo là, sì signora, subito. E così dalle 14 alle 17 circa. Vado a casa a cambiarmi e torno, perché sul tardi vi era una cerimoniola per ringraziar gli sponsor, tra cui la fabbrica di pizze famosa della Pedemontana. Il chairman cita i presenti e chiama anche me al tavolo presidenziale (faccio per dire) dicendo “ringrazio sentitamente il dottor G.T, amministratore delegato della multinazionale b., che ci aiutati in questa bellissima giornata”. Bene: non so se in me hanno riconosciuto il “ragazzo” che due ore prima dava fuori i tranci di pizza ma, scenario capovolto, molti a tirarmi per la giacca, complimenti, perorazioni… e io ero sempre quello là, cui ci si rivolgeva con la degnazione di un superiore verso la servitù”.

Lezioncina morale: l’umanità e di una variabilità infinita, da Carapaz al giovin signore che mi citò senza peritarsi di controllare se qualcuno lo stesse ascoltando, l’amministratore vestito da barman, i suoi “servìti” e poco dopo clientes quasi imploranti, e perciò si conferma che l’abito e il ruolo fanno il monaco, ma i presuntuosi imbecilli possono vestirsi come vogliono, firmati o meno, cosicché imbecilli (certamente non nel senso descritto dalla neuropsichiatria positivistica neo-lombrosiana, e neppure con terminologia più attuale dal Manuale medico-diagnostico V) sono e tali restano, semper et ubique. Amen.

Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Castigliano, Rigamonti, Grezar, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola V., Ossola

Forse solo la formazione della grande Inter di Helenio Herrera è diventata altrettanto nota come cantilena ritmica per dire una squadra di calcio (Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola A., Peirò, Suarez, Corso), anche se forse non sono state le più forti squadre di ogni tempo che, a parere di molti, furono il Brasile ’70 di Pelè, Tostao, Gerson, Carlos Alberto, Rivelino, Jairzinho, etc, e il Milan di Van Basten, Gullit, Donadoni, Baresi, Rijkard, etc. Questi ultimi chiamati “invincibili” come il “grande Torino”. Comunque, ai sui tempi il Torino era la più forte squadra del mondo.

Il 4 maggio 1949, tardo pomeriggio, nebbia fitta, nuvole basse e pioggia battente su Torino. Il trimotore Fiat G212 cerca un varco per l’aeroporto di Caselle, e scende a meno di 600 metri di quota impattando sul colle di Superga. L’aereo era partito da Lisbona in mattinata e aveva fatto uno scalo tecnico a Barcellona. Me ne parlava quand’ero bambino, Pietro, mio padre, e il suo racconto era epico, come quando mi narrava di Bartali e Coppi, dell’Izoard e dello Stelvio e che, se non ci fosse stata la guerra, i nostri due grandi si sarebbero spartiti altri quattro o cinque Giri d’Italia e Tour de France, e non ci sarebbero stati Merckx e Hinault a contender loro la palma dei più grandi ciclisti di sempre.

Un pezzo di cronaca degli ultimi minuti del volo…

“A circa 15-20 minuti stimati dalla pista di Torino l’equipaggio del trimotore richiedeva nuovamente il rilevamento geometrico ai radiofari di Novi e Savona. Scosso dal vento di libeccio e sferzato dalla pioggia battente, I-ELCE entrato in volo strumentale ricontattava Torino alle 16:55 per avere nuovamente il bollettino meteo. Rispondeva la torre: “Torino: calma, visibilità 1.200 metri. Tempo presente pioggia continua, tempo passato pioggia. Nubi basse 8/8 strati e fractostrati limite 480 metri. In tutte le direzioni sopra le montagne, invisibile stazionario. Superga: cielo invisibile. Vento nord 10 nodi, visibilità 40 metri: tempo presente pioggia continua, tempo passato pioggia: in tutte le direzioni invisibile verso il basso.”

Quel 4 maggio, dopo lo schianto che frantumerà l’aereo, dice il cappellano della Basilica: “Ho sentito un rombo, paurosamente vicino, poi un colpo, un terremoto. Poi il silenzio.” E una voce di fuori “È caduto un apparecchio“…

Un crepuscolo durato tutto il giorno, una malinconia da morire. Il cielo si sfaldava in nebbia, e la nebbia cancellava Superga“, riportava il cinegiornale Settimana Incom.

Circa le cause dell’impatto:

“…l’ipotesi forse più accreditata sembra oggi risiedere nei limiti della strumentazione di bordo e di terra disponibili all’aviazione civile di 70 anni fa. A causa dell’approssimazione della navigazione strumentale e della mancanza di standardizzazione nelle comunicazioni tra la torre e il velivolo, si sarebbe creato un lieve errore di rotta e altitudine (in termini di pochi secondi o poche decine di metri) che avrebbe portato il G.212 in rotta di collisione con la basilica. Bisogna tenere conto che all’epoca del volo fatale il trimotore non era dotato né di radioaltimetro e neppure del radar orizzontale, che avrebbe potuto avvisare in tempo utile l’equipaggio della presenza dell’ostacolo in rapido avvicinamento. Da considerare, secondo gli esperti, anche l’azione del forte vento di libeccio che soffiava sulle alture di Torino e che avrebbe potuto spostare di qualche grado l’angolo di approccio di I-ELCE alla pista, distante appena 9 chilometri in linea d’aria dal punto dell’impatto.

Un errore umano dunque, molto probabilmente causato inconsapevolmente per la ridotta sicurezza nel volo strumentale di quegli anni oppure per una errata interpretazione delle carte nel momento in cui la vista del terreno scomparì agli occhi dell’equipaggio. E da quelli dei giocatori del Grande Torino, inconsapevoli del loro tragico destino per tutta la durata di quel volo che riporterà l’Italia nel lutto che sembrava svanito con la fine della guerra.”

Mi piace questo brano che trovo sul web e lo riporto.

Il sole che scintilla su Torino a momenti lascerà il passo alla pioggia, perché quando s’avvicina il 4 maggio c’è sempre un momento in cui il cielo diventa implacabilmente livido e d’improvviso cala il buio, come buio era quel pomeriggio di settant’anni fa quando l’aereo del Grande Torino – all’epoca, la squadra più importante del mondo – si schiantò contro la basilica di Superga. Nessuno sopravvisse. Non un giocatore, non uno tra allenatori medici e massaggiatori, non un membro dell’equipaggio, nessuno dei tre giornalisti al seguito. Fu la tragedia più tragica che abbia mai colpito il mondo dello sport, l’unica che abbia raso al suolo una generazione intera di calciatori, dei migliori calciatori che l’Italia avesse nel dopo guerra, e che abbia cambiato per sempre la storia del club e della gente che lo ama, che da allora si porta dentro i due sentimenti che quell’amore alimentano: la rabbia per la più ingiusta delle ingiustizie possibili e il rispetto della memoria, romantico e doloroso al tempo stesso. Chi nel ’49 c’era, ha un ricordo che gli gela la colonna vertebrale, più di ogni altro: seppe della notizia perché qualcuno gli disse, con disperata incredulità, “è morto il Toro”. Nessuno immaginava che una squadra potesse morire.”

Qualche anno fa mi ci ha portato una persona sensibile di lì. Non c’era molta gente davanti alla Basilica. Andammo sul retro dove è stata collocata una grande lapide a ricordo della tragedia.

Il resto è memoria indelebile.

La notte del lavoro narrato

Ottanta persone, una più una meno, di varia provenienza e età, un martedì sera primaverile, l’ultimo di aprile, senza premura di andar via. Quasi due ore di racconti, di lavoro e di vite. Vedo amici, colleghi e allievi, ma molti non conosco. C’è il carissimo Alberto, mio medico di generosa fama. Bene, dico a me stesso, è l’occasione di vedere volti nuovi, entrando in contatto, ascoltando e guardando, incrociando sguardi e movimenti del volto. Mi dispiace non poter dar retta a tutti, e le risposte che qualcuno si attende da me, quasi fossi taumaturgo. E un po’ lo sono, in questo tempo.

 

Il Racconto

C’è chi viene da una famiglia di organari da quasi trecent’anni, e narra il complicatissimo lavoro di fisica acustica, meccanica, falegnameria, pneumatica, elettronica, che sta dietro e dentro la costruzione d’un organo da chiesa o da concerto. Francesco Zanin racconta la sua storia con eleganza sobria, e quella di suo padre, dei suoi avi, della sua famiglia laboriosa e geniale. Scorrono immagini d’organi costruiti per quivi e per paesi lontani, per Lignano e Hiroshima, e il pensier mio si rivolge a Bach Johann Sebastian di Sassonia, ma anche all’operaio ottantenne, che ancora stava dietro al tornio, alle mani straordinarie e alla fantasia del gran Tedesco d’Eisenach, e alle non meno artistiche mani dell’uomo del tornio.

Ulderica ama dir di sé e della connessione tra la vita e le immagini da lei fissate per l’eternità, con la macchina fotografica, ritraendo il momento metafisico (eccome si dà la metafisica, in quanto sapere fondativo, amico che addirittura ne neghi l’esistenza, non solo l’importanza), ed ecco perciò l’eterno di vecchi e bambini, di malgare e pescatori di laguna e di “mar grando” (B. Marin). Il fluire delle sue parole sembra infinito. Facunditas, la chiamo quando Piero, il maestro di cerimonie, mi invita a interrogarla, per definire la virtù narrativa della donna di Carnia.

Magra e nervosa, fresca e verace, due coppie di aggettivi che non ridondano, la Micaela, tutta di corsa, dai tempi delle galline starnazzanti invano impegnate a sfuggire alla bimba razzente. Di mestiere ha fatto la corsa, finché il limitare di gioventù glielo ha permesso, un poco vergognandosene, da Furlana estrema. Bonessi è nel novero dei campioni, e anche di modestia (non falsa, come in molti) e cultura, senza enfasi alcuna, racconta il suo incedere, “è l’itinerario che conta, afferma, più della ricercata vittoria“.

Il capo azienda, che ha fatto della scelta iniziale un cammino ancora durevole, una maratona del/ nel lavoro suo e di molti altri, migliaia. Quasi con sommesso discorrere fa vedere la necessità del non compiacimento, dell’allerta primigenia, che si deve avere,  ancor quando sembra che le cose vadano bene, anzi proprio quando vanno ancora bene. Non è vero del tutto che “squadra che vince non si cambia“. Annusare il futuro è virtù di pochi, che può essere umilmente coltivata da metodiche. Anche le nostre vite, sostiene Gianluca, sono come le aziende: è bene pre-vedere, anticipare, esser sinceri con se stessi e con gli altri, per evitare di ballar perigliosamente sulla corda.

E io ricordo il diritto di conoscere, oggi negletto, danneggiato da mille e mille falsità che la rete somministra a tutti, panie dove i pigri e gli incliti rischian di cadere, e di finire come mosche attese dal ragno. “Prede e ragni” (cf. De Toni e Comello, Utet, 2005), altro non v’è nella contesa del vivere umano. Cerco di distinguere nell’accadere delle cose tra caso (che per me non si dà) e cause, tra necessità e contingenza, tra destino come rassegnazione e destino come creatività e partecipazione. Tornando alla distinzione tra prede e ragni, se sei preda chiediti se vuoi proprio esserlo: se non, agisci come suggerisce Gian, senza aspettare che qualcuno ti venga a salvare.

Vana potrebbe esser l’attesa e perfino, almeno in parte, la tua vita.

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