Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il cherubino di Amiens

Le strade del Tour si snodano accompagnando la grande corsa con il paesaggio e la storia. Gli eventi di questi giorni me lo regalano con dovizia di tempo e ne son lieto. La grande campagna francese stupisce con la sua calma bellezza.

Dopo Chartres, neanche gli organizzatori avessero deciso di omaggiarmi, Amiens, sicuramente sfiorando Beauvais. Non è qui il luogo per cantar la meraviglia delle tre cattedrali. A Chartres son stato quattro volte, tre in auto e una in treno da Paris, dalla Gare de Montparnasse. Non dimentico l’apparire del tetto di ardesia verde da decine di chilometri, mentre si viaggia nell’immensità vallonata della campagna. Ad Amiens due volte son stato.

Sempre sol chi mi conosce e mi vuol bene sa la ragione per cui quest’anno riesco a bearmi delle tappe del Tour in tv. Erano anni che non riuscivo a veder neppure le frazioni delle grandi montagne. La dizione “grandi montagne” mi ricorda mio padre, i cui racconti erano del mito dell’Aubisque e del Tourmalet, dell’Izoard e del Galibier. Su questo colle poi andai con una Bea decenne nel 2005, e lo raggiunsi a piedi, con lei che ballonzolava coraggiosa, dal Col de Lauteret, salendo da 1880 metri di quota ai 2640 del colle più alto che dà su Briançon.

La tappa per Amiens si snoda per il dipartimento della Somme, dove si svolse la più sanguinosa battaglia di ogni tempo, con oltre un milione di morti, nella Prima Guerra mondiale. E allora sento dire un commentatore che nella cattedrale Notre Dame di Amiens vi è un cherubino piangente di marmo grigio. Chi sono i cherubini?

Un’etimologia: cherubino è un sostantivo maschile [dal lat. eccles. cherubin, traslitterazione dell’ebraico. kĕrūbīm, pl. di kĕrūb, affine al verbo accado karābu «pregare»]. Nell’Antico Testamento, è il nome di esseri ritenuti intercessori presso Dio, di forma umana, alati, che coprono l’arca santa o stanno davanti al Santissimo o proteggono l’ingresso del paradiso. Nella scala gerarchica discendente degli ordini angelici, secondo la distinzione dello Pseudo-Dionigi, ciascuna delle nature angeliche che costituiscono il secondo coro della prima gerarchia angelica, quella dei serafini, gli angeli di fuoco. Oppure il cherubino è un angelo grazioso, di immagine infantile, appunto, come il cherubino di Amiens, che piange sul dolore e la morte di quegli eventi terribili.

E poi Roubaix dentro il Tour e la Arras di Maximilien Robespierre. Le pietre hanno atteso anche la grande boucle, dove si sono esercitati i più bravi a spingere faticosi equilibri, accettando anche il contatto doloroso della caduta, polvere e sudore e coraggio nei volti scavati di Philippe Gilbert, di John Degenkolb, di Peter Sagan, di Greg van Avermaet. E c’è anche Nibali che quasi vola leggero fino al traguardo, tra i primi. Il ciclismo nelle tratte di pavè torna alla sua verità metaforica, come insegnava Paul Ricoeur.

Il ciclismo è in sé orgoglioso tormento autoinflitto, e racconta nel dipanarsi della corsa, breve e interminabile come una tortura, rappresentando l’itinerario di una vita. La bicicletta è lì silenziosa finché non viene cavalcata dal coraggioso e portata nel mondo, per pianure infinite, colline vallonate e crudeli altissimi monti.

Ora le grandi montagne, come le chiamava Pietro dandomi il senso del favoloso. E allora, come ora attendo i noti volti dei pretendenti a Les Champs Elysées, aspettavo di vedere il volto smunto di Jacques Anquetil, quello robusto di contadino di Raymond Poulidor e il giovane Gimondi e l’elettrico Gianni Motta, il muscolato Rudy Altig, l’imperatore di Herentals Rik van Looy, il tostissimo olandese Janssen. Di pomeriggio si andava all’osteria “Da Lino” a vedere il Tour in bianco e nero, e io così piccolo sapevo i nomi dei ciclisti più grandi.

Le grandi montagne sono la strada che si inerpica excelsior, sempre più in alto, come insegnava il maestro Costantino a me decenne. La strada si eleva e il silenzio avvolge i boschi che si diradano verso i duemila metri.

Non so quel che succederà, chi sarà a precedere gli altri sui colli più alti dei Pirenei, del Massiccio Centrale e delle Alpi. Attendo quei volti piegati a guardare davanti alla ruota anteriore, sperando nel tornante prossimo, ché i tornanti concedono una pausa, tra ombre e zone assolate.

Nel frattempo la Francia meticcia ha già alzato braccia per presti-pedatori vincitori, bravissimi Griezmann e Mbappè. superando i croati orgogliosi. Unico neo la soddisfazione di Macron-falso sorriso.

Il cherubino di Amiens asciugherà le lacrime degli eroi, vedendo la gioia dei vincitori in bicicletta, le loro braccia alzate, vittorie sul proprio limite, sulla paura e la fatica, vittorie sulla perenne tentazione dell’accontentarsi pavido.

 

NESSUNO HA VINTO LE ELEZIONI POLITICHE DEL 4 MARZO 2018, ovvero “Rigore è quando fischia arbitro” (Vujadin Boškov, allenatore della Sampdoria Campione d’Italia ’90/ ’91)

Mio caro lettore,

cito un allenatore di calcio che, se messo a confronto con i politici attualmente in auge in Italia, farebbe la figura di un intellettuale di prim’ordine. I politici sottintesi sono dunque, ovviamente, Di Maio e Salvini in primis, e in secundis alcuni della legislatura che non riesce a finire, tipo Boldrini, Grasso e altri di tutti e tre o quattro schieramenti, lasciando perdere i Meloni e affini.

Voglio ricordare ai lettori miei che non seguono il calcio, che Boskov allenava la Sampdoria di Mancini, Vialli, Briegel e Cerezo tra altri giocatori di vaglia, quella che vinse l’unico scudetto della sua storia e arrivò in finale di Coppa Campioni perdendola dal Barcellona. Boskov è stato dunque, sul suo, molto autorevole ma, da questi assunti, lo è stato anche più in generale, e certamente più dei troppo volte citati soliti perfin troppo noti. Ma scompariranno alla vista tra non molto, mi par di poter dedurre dai fatti.

Potrei anche parafrasare il detto boskoviano in questo modo, e forse i poveretti sopra citati mi capirebbero “Elezioni vince chi ha maggioranza“.

Qualche fine esegeta della politica, ma anche solo chi abbia una qualche conoscenza del mondo ex comunista potrebbe dire che Boškov aveva in qualche modo introiettato il modello centralista-autoritario tipico dei regimi di quell’area e di quel tempo, per cui si ubbidiva (si doveva, anche obtorto collo) al Partito, al Primo Segretario, al Presidente, cosicché, magari a livello inconscio, nell’ambito di una partita di calcio quel ruolo era dell’arbitro. In ragione di ciò… “E’ rigore quando arbitro fischia”. Tranquillo, oggettivo, reale, vero.

E, secondo l’entimema (l’entimema è un sillogismo abbreviato che esprime una logica inferenziale -cioè deduttiva- immediata) derivante dal primo sillogismo di Aristotele, siccome nessuno dei partiti o coalizioni ha ottenuto la maggioranza (se non relativa) il 4 marzo scorso, checché ne farfuglino i due principali su notati, NESSUNO HA VINTO LE ELEZIONI POLITICHE DEL 4 MARZO 2018. Secondo Boskov e secondo la logica del grande Stagirita e nostra, tuttora corrente. Ma non per Di Maio e Salvini. Ma cz, caro lettor mio, se sei un elettore di quei due, ti sei accorto che non ci arrivano proprio, o no? E, comunque, non ti sei accorto che la loro ignoranza è continuamente stimolata da altrettanta presunzione, in un oramai inarrestabile circolo vizioso? Se del caso e se ci tieni alla loro fama (usurpata) potresti consigliargli un testo sacrosanto che qui ti indico ben volentieri: Pragmatica della comunicazione umana, di Watzlawick, Beavin e Jackson, edito da Astrolabio. Si tratta di un testo non facilissimo, per cui potrebbe essere utile un aiutino interpretativo-esegetico, del quale ti farei dono a-gratis, per interposta persona. A fin di bene, s’intende, per il loro bene, e anche per il tuo.

Parliamo  per due righe o poco più di Renzi, anche lui campione di semplificazioni sesquipedali. Il giovine di Rignan sull’Arno non brilla di molta coltura della mente. Iersera, anche lui, da quell’ironico falsetto conduttor di Fazio: Il M5S e la Lega hanno vinto (e dàie!), e dunque governino, il PD ha perso e quindi stia all’opposizione. Prima di tutto, dear Renzi, il M5S e la Lega NON HANNO VINTO, e comunque il PD è arrivato secondo dietro Casaleggio&Grillo (devo cominciare a non nominare più Di Maio, come se fosse un chierichetto o un dèmone, a proposito, lui veste come insegnava a fare Togliatti: gli oppositori devono essere -o sembrare- esteticamente come i funzionari dello Stato, per non destare inquietudine nel popolo), secondariamente, perché da segretario dimissionario va a dare la linea in tv quando è convocata la Direzione tra un paio di giorni? Certo, non è colpa sua se esistono in “renziani”, i quali, in quanto tali, sono dei sacrosanti poveri beoti che amano l’etero-direzione.

Ci sono al mondo i maschi “Alfa” e i gregari: ecco, uno come Renzi, ma ne conosco altri, e non pochi, che amano circondarsi da gregari, perché, non avendo un’autostima equilibrata, teme che il proprio potere venga messo a repentaglio da altri maschi “Alfa”. Ad esempio, è anche per questo che io preferisco da sempre, salvo un caso eccezionale riferito alla maggiore azienda della regione, una multinazionale dove son stato Direttore delle Risorse umane del gruppo, la Consulenza direzionale e la Moral Suasion, alla Dirigenza aziendale: da maschio “Alfa” preferisco preservare le mie energie alla creatività e ai fatti, piuttosto che alle lotte di potere. A proposito, nella mia esperienza ho incontrato anche delle donne “maschi Alfa” e, attenzione, erano ben più caz.ute della povera Boschi.

Ooooh, il-facilmente-licenziabile-per-statuto dalla Casaleggio&C (da ora in avanti chiamerò così Di Maio, anche se sarà più faticoso), dopo avere ascoltato l’intelligentissima intervista fazio-renziana, ha sbottato, o sbroccato, essendogli partito l’embolo (e ciò non è una excusatio, beninteso) in questo modo: “La pagherete“, suona camorristico o no signor Di Maio? Non le pare? No? E allora cosa suona? Bambinesco? Capricciesco? Beh, furfantesco senz’altro. Oppure echeggia il sessantottin-settantasettesco “Pagherete caro, pagherete tutto“?

Che cosa deve pagare il PD, caro facilmente-licenziabile-per-statuto ? Che fai, minacci? Ricatti? Come mai vuoi tanto metterti insieme in qualche modo con chi hai denigrato e insultato fino a qualche giorno fa? Hai cambiato idea o giudizio? Ti sei sbagliato prima o sbagli adesso? Non ne esci, my dear facilmente-licenziabile-per-statuto .

Un consiglio: riprendi umilmente a studiare, ma nell’ombra e parti dalla biografia di Vujadin Boskov.

La foresta di Arenberg

La Parigi-Roubaix è il mito del ciclismo da centosedici anni, caro lettore. E’ stata vinta da alcuni tra i più grandi ciclisti di ogni tempo, soprattutto quelli polivalenti, cioè capaci di vincere sia corse a tappe sia corse di un giorno: citare qui nomi come quelli di Henry Pelissier, Fausto Coppi, Rik Van Steenbergen, Rik Van Looy, Eddy Merckx, Walter Godefroot, Roger De Vlaemick, Felice Gimondi, Bernard Hinault, Sean Kelly, Francesco Moser, Johan Museeuw, Tom Boonen, Fabian Cancellara, fa venire i brividi, almeno a me. Su quasi duecentosessanta chilometri di gara da Compiegne, a nord di Parigi, fino al velodrome di Roubaix, almeno sessanta sono di pavé classificati in base al numero di stelle, da una a cinque. La foresta di Arenberg è uno dei settori più impegnativi, un “cinque stelle” come i tratti denominati Mons en Pévèle e Carrefour de l’Arbre.

Da cinquanta anni il tratto che taglia la foresta di Arenberg è stato introdotto nel percorso della Parigi-Roubaix. Il selciato è tremendo, in parte a schiena d’asino e in parte con delle salitelle taglia gambe, fangoso e viscido. Se non lo si affronta in testa o comunque mettendo una certa distanza dagli altri, si rischiano rovinose cadute, come quella che costò un ginocchio a Museeuw, vincitore della grande corsa per tre volte, come Francesco Moser. Insieme ad altre quattro grandi classiche, la Sanremo, al Liegi-Bastogne-Liegi, il Giro delle Fiandre e il Giro di Lombardia, la Parigi-Roubaix è favola nell’immaginario collettivo, e per me è leggenda.

Verso Roubaix mi troverò il prossimo anno sul ciglio verde di un tratto in pavé, mi troverò. Sono anni che penso di andarci, l’avevo promesso anche a mio padre, ma non fui in grado di mantenere l’impegno epico, troppo arduo per me, troppo giovane ero quando glielo promisi. Troppi soldi per una gita del genere, soldi che ora ho a disposizione, grazie a Dio e al mio lavoro.

Son già stato in Francia a vedere il grande ciclismo, nel 2005, quando portai Bea alla tappa del Galibier (2648 m.) che terminava a Briançon, erano i tempi dell’imbroglione Armstrong, di Rasmussen e di Ivan Basso. Anche sui Pirenei andrò, scegliendo penso la tappa del Portet d’Aspet per ricordare Fabio Casartelli. E alla Roubaix, senza dubbio, se Dio vuole, next year, mio caro lettore.

La foresta di Arenberg echeggia racconti lontani, brividi medievali, cavalieri bardati che intraprendono coraggiose avventure. Il percorso si snoda tra betulle e arbusti intricati, e pietre squadrate, come incistate in quadrangoli irregolari, capaci di scheggiare o sbrecciare una ruota e sgranare un tubolare con uno sfioramento. Si vedono le biciclette saltellare qua e là guidate da acrobati in tensione, di cui Sagan è principe e mentore, finché Van Avermaet e Terpstra riescono a domarlo, ma poi lui se ne va, in un tratto in asfalto, quasi non credendoci. Infatti si gira, non pedala a tutta, con sé ha uno svizzero valoroso, che cederà solo allo spunto dello slovacco al velodrome de Roubaix.

Quando il pavé finisce è tempo di pensare alla volata, se ci sarà volata, oppure no, di respirare quell’aria del Nord non ancora di primavera. E certamente al ragazzo Michael Goolaerts, mancato a ventitré anni, di cuore infartuato. La Roubaix è crudele come sa essere una gara al limite della fatica e del dolore.

Il Nord della Francia è un po’ triste, profili di torri di miniere e anche il clima si ingrigia man mano che ti allontani da Compiegne e Fontainebleau e vai verso Lille. Una tristezza di vento piovoso e di lavoro operaio antico. Meno male che il secolo breve è passato e molte miniere son diventate musei. Un anno arrivai fino a Dieppe, che ha le bianche scogliere antistanti quelle di Dover, ma quella era Normandia, quando con Mario facemmo il tour delle cattedrali, la più a nord quella di Amiens.

Odiosamata Francia, amabile a Parigi e nei dintorni del gotico, a Bourges, a Chartres, a Tours, a Rouen, a Reims, a Beauvais, ad Amiens, a Troyes e via percorrendo le grandi strade vallonate piene di profumo di lavanda. Borgogna cialtrona e Piccardia più gentile, a Roubaix ci andrò, ripeto, ma per vedere il fango e la fatica, per riposare un poco tra le betulle della foresta di Arenberg.

Trisillabico, sdrucciolo o tronco, Nìbalì

…Nìbali o Nibalì, à la francese.

Un uomo solo al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome Fausto Coppi“, la voce di Mario Ferretti canta l’airone che ha spiccato il volo staccando tutti nella tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d’Italia del ’49. Bartali ha 35 anni e ha forato quattro volte, arriva a Pinerolo con quasi dodici minuti di ritardo, secondo, o primo di un’altra corsa. Mio padre Pietro ascolta la radiocronaca e me la racconta vent’anni dopo.

Cambia l’anno, il giorno, la corsa, il colore della maglia e lo sponsor. Non il sentimento: Coppi o Nibali, Bartali o Pantani, è l’eterna poesia del ciclismo. L’eterno fruscio delle ruote nel vento, l’andare curva dopo curva, tornante dopo tornante, fino alla visione del mare oltre il Passo del Turchino, oppure inerpicandosi verso montagne piene di neve, anche in pieno giugno.

Ieri Nibali ha vinto a Sanremo, dopo dodici anni di dominio altrui, di campioni di fuori, francesi, tedeschi, australiani, polacchi, inglesi.

Un’altra impresa risalente a settanta anni fa. Da La Gazzetta dello Sport del 15 luglio 1948. In quella data “si corre la Cannes-Briançon, tredicesima tappa (274 km) del Tour de France che culmina con la scalata del temuto colle dell’Izoard (2.361 metri). In quella edizione la squadra italiana diretta da Alfredo Binda (e priva di Fausto Coppi) è capitanata da Gino Bartali. A trentaquattro anni, il campione fiorentino di Ponte a Ema è stato protagonista delle prime giornate ma poi ha perso terreno. Gino è settimo, attardato di oltre ventuno minuti e a guidare la classifica c’è il francese Louison Bobet. I giochi sembrano fatti.

Invece Bartali parte subito all’attacco e, dopo un testa a testa col bretone Jean Robic, va in fuga. Nessuno gli resiste e quando transita sull’Izoard è ormai solo. Gli altri dietro, staccati di minuti. Al traguardo Bobet conserva la maglia gialla ma il suo distacco in classifica generale si è ridotto a poco più di un minuto. Bartali non si ferma. Dopo quella tappa si aggiudica quella del 16 luglio e quella successiva. Bobet è raggiunto e quindi staccato. La vittoria finale al Tour è ipotecata.

Fin qui parrebbe solo una straordinaria impresa ciclistica. Se non fosse che la cronaca sportiva si incrocia, come talvolta accade, con eventi di tutt’altra natura: in questo caso quelli legati al ferimento di Palmiro Togliatti e alle drammatiche giornate che ne seguirono.”

Alla Milano-Sanremo del 1970, Michele Dancelli partì prima del Capo Berta, a settanta chilometri dall’arrivo, e vinse, rompendo un tabù che durava dall’ultima vittoria italiana di Loretto Petrucci risalente al 1953. Nel frattempo, avevano vinto scendendo dal Poggio fino a sfrecciare su via Roma Van Looy, Van Steenbergen, Eddy Merckx e altri grandi, ma più nessun italiano, fino all’impresa del bresciano coraggioso.

Finisco con Marco Pantani. Era il 4 giugno 1999, tappa del Giro d’Italia che finiva al Santuario di Oropa. Il grande corridore era in maglia rosa.

Racconta la “rosa”, che è il maggior quotidiano italiano: “Pantani dovette fermarsi e mettere i piedi a terra. Perse circa 40 secondi dal gruppo di testa, ma grazie all’aiuto di un tecnico della Shimano, che si trovava in macchina accanto a lui, riuscì a ripartire rapidamente. I suoi compagni di squadra della Mercatone Uno – fra cui Stefano Garzelli, vincitore del Giro l’anno dopo — si fermarono appena si accorsero di aver perso il loro capitano per strada, che arrivò pochi secondi dopo. Da lì, a meno di una decina di chilometri dall’arrivo al Santuario, con l’aiuto del resto della squadra, Pantani iniziò una delle più entusiasmanti rimonte nella storia delle grandi corse a tappe. Dopo aver superato una ventina di corridori nei primi chilometri, l’ultimo compagno di squadra rimasto con lui, il bresciano Marco Velo, si staccò e Pantani iniziò l’ultima parte della sua rimonta.

Recuperò circa 40 secondi di ritardo, superò complessivamente 49 corridori, fra cui Ivan Gotti, Gilberto Simoni e Paolo Savoldelli. Andò talmente forte che riuscì a riprendere anche Jalabert, che si era portato da solo in testa con uno scatto lungo la salita. A tre chilometri dall’arrivo iniziò a staccarlo, fino ad avere un vantaggio di venti secondi, guadagnati per la maggior parte nella parte più dura della salita. Tagliò il traguardo di Oropa per primo, ma senza saperlo: quando arrivò infatti non alzò le braccia e continuò a mantenere l’andatura. Se ne accorse solo qualche secondo dopo, festeggiato dai membri della sua squadra. Con quella vittoria, Pantani portò a 1 minuto e 54 secondi il suo vantaggio sul secondo in classifica, Paolo Savoldelli, e a 2 minuti e 10 secondi da Jalabert.”

Dopo che la mafia e la burocrazia fecero fuori questo grandissimo atleta, il ciclismo mi ha suscitato più malinconia che gioia, e più che guardarlo in tv l’ho vissuto finché ho potuto sulla mia rossa Bottecchia di alluminio, che mi aspetta fiduciosa per riprendere, spes contra spem, il suo fruscio nel vento.

La beatitudine im-perfetta

…è anche quella del pedalare senza vento a diciotto gradi, con un po’ di ombra, i trenta all’ora li fa solo peso delle gambe e la meccanica della bici, campane che annunziano la festa, erba, odore d’erba tagliata, lontani latrati di cani nelle aie contadine, campanili tra i pioppeti nella lontananza, questa è la beatitudine del tempo sospeso, quando non pensi alle brutture del mondo e ai dolori della tua vita, o a chi ti vuole male, e stai in compagnia del paesaggio e dell’anima di chi ti vuol bene che ti raggiunge ovunque, anche da lontano, o da vicino, ché pochi chilometri oggi è vicino.

Caro lettor gentile, ti scrivo tutto d’un fiato, senza punteggiatura, o quasi, e regole grammaticali imitando Joyce, in questa prima domenica di giugno, già pienamente estivo, sapendo che il titolo è contradditorio perché la beatitudine è sempre perfettibile, non mai perfetta, se non quella di Dio, come insegna Tommaso d’Aquino, che inizia la Somma della sua Teologia con la beatitudine divina, lui parte da lì, dall’unica perfezione, che in quell’unico caso non è sinonimo di morte, perché solitamente la perfezione è il completato, il finito, il concluso, e allora anche la mia beatitudine nella corsa è im-perfetta, in-completa, in-esausta, im-passibile, im-possibile, in-adeguata, e tanti altri contrari.

La mia giornata inizia presto, all’alba, e sarà di pedalate e studio, pedalate la mattina verso un non so dove di mare, e di studio ausiliatorio verso sera, con un giovin ragazzo che ha da rimediare voti scolastici. Domenica di beatitudine più che im-perfetta, anche se la grazia della forza mi accompagna e il pensiero potente analizza e ipotizza. Attentati a Londra, attentati in Afganistan e in Irak, attentati nei cuori di molti, di bambini che non hanno di che sopravvivere, attentati nel mio cuore. Il libro di Conrad si confà a questa giornata estiva, bene meritevole dell’odio di Bruno Martino, lui cantava nei ’60 ed ero bambino e ragazzo.

Io sono povero in spirito e dignitoso in economia, non so se il regno sarà anche mio. Intanto qui sulla terra combatto la mia buona battaglia, conservando la fede in me stesso, ché non ho terminato la corsa.

Dove pedali ora Michele?

Caro compagno di strada,

la dura rampa di San Daniele l’ho dedicata a te, Michele, questo pomeriggio fresco e pieno di sole. Mentre salivo con il rapporto giusto e un po’ di dolore muscolare ho ricordato il tuo sorriso.

Te ne sei andato a trentasette anni, ancora fortissimo e speranzoso nel prossimo Giro d’Italia che avresti corso come capitano dell’Astana in assenza di Fabio Aru, tu che avevi vinto il Giro del 2011 al posto di Contador, perché chi guidava un furgone non ti ha visto. Un mese fa a me stava capitando la stessa cosa sulla rotonda di una nobile cittadina friulana, e il furgone io l’ho evitato. Non perché più agile di te, ma perché era più lento il mezzo. E son qui a parlarti con nostalgia. Mio papà mi raccontava di Serse Coppi, fratello del grande Fausto, anche lui investito per strada. Un giorno andrò al Portet d’Aspet sui Pirenei, dove la mala suerte attese Fabio Casartelli al Tour de France del 1995.

La nostra bici da strada, caro Michele, viaggia su due tubolari stretti e ci tiene su perché corriamo leggeri, nel vento, come antilopi. Noi che conosciamo la fatica e il dolore, tu molto più di me, caro Michele. Per te era la vita il ciclismo, per me un modo per manutenermi e per pensare, restando solo nel fruscio dell’aria che si fende.

Ciò che ci accade accade perché si incrociano destini, vite, camion, proiettili, fulmini, persone. La casualità è il modo di dire della nostra cecità, che ci impedisce di vedere le cause o di comprendere le ragioni di ciò che accade. La nostra visuale è ristretta, il nostro sguardo miope, la portata delle nostre forze limitata. E così siamo a questo mondo, foglie frali, oppure come d’autunno stan sugli alberi le foglie. Scusami le citazioni letterarie, caro Michele, ma vengono bene per dire la precarietà dell’essere a questo mondo, anzi l’inesplicabilità di questo esser-ci. Una volta che siamo al mondo può capitarci qualsiasi cosa, a partire dalla genetica, per continuare con l’ambiente in cui cresciamo e con l’educazione che riceviamo, e con le scelte che facciamo. E qui c’entra la nostra libertà relativa, caro Michele, quando decidiamo “a” invece di “b”, e non conosciamo mai prima ciò che comporta l’una o l’altra opzione.

Qualche logico scioperato potrebbe dire “e se stamane non fossi uscito ad allenarti alle 8, e se avessi ritardato o anticipato l’uscita, e se, e se, e se...”. Discorsi che non valgono nulla, sono perdite di tempo, sono ipotesi irritanti.

Siamo nel tempo con le nostre storie personali, che in parte sono incomunicabili, mentre è certo solo ciò che accade, ma dopo che è accaduto.

Considero tornando, un po’ di discesa e vento contrario, che a volte si trova disperatamente in salita. Il pomeriggio sta andando, come la mia bici al ritorno. Pausa nel paesino ai piedi delle colline e pensieri che vagano, grati per il respiro regolare, per la forza di tornare, preghiera silente rivolta a Chi non è condizionato come noi, caro Michele. Gli indiani d’America ti direbbero: pedala nelle celesti praterie del cielo, dove il grande Spirito ti ha accolto.

Marco Pantani, o degli eterni essenti

Sale ancora la bici sul declivio/ Tra i raggi scintillanti del meriggio,/ Pensieri persi nella valle oscura/ Per cercare più in alto la tua pace.

Sul volto la vittoria pregustata,/ La prepari con un sorriso breve,/ Ma la strada non cede e sale ancora/ Fino sull’Alpe che il tramonto indora.

Hai negli occhi una rapida emozione/ Come se più il traguardo non ci fosse,/ E la malinconia lì ti prendesse.

Ma il cuore batte giusto e il sangue gira,/ Il vento dei tornanti giù ti attende,/ L’anima tua inquieta il tempo fende.

Scrivevo così, in forma di sonetto regolare, di Marco Pantani, quando correva, prima della tragedia, prima dell’inganno di Madonna di Campiglio in quel giugno del ’99 quando, dopo aver vinto Giro e Tour de France del ’98, si accingeva a vincere ancora. E presto in qualche modo pubblicherò questi versi, per lui, in suo onore.

Ora la storia sembra tornar fuori, come ha sempre chiesto la sua madre dolorosa, convinta che gli avessero ammazzato il figlio, dentro, con la provetta falsificata e il dato di eritropoietina a 50, 5. Squalificato.  Giro vinto ufficialmente da quel bravo ragazzo di Ivan Gotti. Anch’io ho l’eritropoietina a 49, naturale, perché faccio sport aerobici da quando avevo quindici anni. E’ come se mi fossi allenato sempre sui vulcani di Tenerife, perché non ho mai mollato, e sono diventato un signore in età, ancora capace di fare cento chilometri a trenta all’ora. Marco era un campione, un uomo intelligente, fortissimo e fragile, come ogni grande persona. Gli voglio bene, anche a nome di Pietro, mio papà, che mi raccontava di Coppi, di Bartali, e anche di Bottecchia, il nome della mia bici.

Quando Marco si alzava sui pedali e buttava via la bandana si sapeva che sarebbe partito, sul prossimo strappo, sul tornante duro, e se ne sarebbe andato, per arrivare prima, come diceva, per accorciare la sofferenza. Nessuno, a parte Fausto, di cui ho memoria nei racconti di mio padre e nella registrazione famosa di Mario Ferretti “…un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome Fausto Coppi“, mi ha emozionato così, come il grande campione romagnolo, leggero come un ramo di salice e forte come un’antilope.

E allora, siano maledetti in eterno quelli che hanno rovinato Marco, siano dannati nel più profondo degli inferni, come silenzio assoluto di Dio.

Ma io penso che, siccome gli eventi sono eterni essenti, anche il sorriso di Marco, anche i suoi muscoli serici e vibranti, anche le sue parole mai banali, siano eterni. Nulla finisce perché tutto sopravvive, anzi vive, nella struttura dell’altro, come una genetica dell’essere, come un filo rosso che congiunge il prima e il poi e poi ancora ciò che viene e ciò che deve venire, che non sappiamo, ma sappiamo che verrà, con una lacrima e un sorriso, anch’essi eterni.

La bocca degli stupidi

IMG-20160602-WA0019…non sta mai chiusa , caro lettor mio!

Naturalmente nulla c’entrano (gli stupidi) con l’immagine a lato che, casomai, serve a sottolineare la distanza tra il nobilissimo rapace, cui sono affezionato, e loro.

Continuo la mia, oramai storica, raccolta con recenti esempi :

Zenga commenta Francia-Albania e usa la frusta e apparentemente metafisica espressione “attaccare gli spazi, attaccare la profondità” per dire il movimento senza palla degli attaccanti protesi alla rete avversaria. Oppure “fare a sportellate” per dire che un attaccante si oppone rudemente a un difensore che lo marca, e viceversa. O anche, se si vuol dire che la possibilità di colpire con un gol la squadra avversaria, l’espressione sdoganata è “far male”, metafora impropria e perfino ridicola. In che senso “far male”? perché un goal nella competizione calcistica è un “far male”? Ma perché parlare così? Scimmiottamento di di qualche giornalista che un dì ha iniziato a parlare in questo modo: il resto lo fa la povertà lessicale e la pigrizia. Addormentamento certo, da parte mia. Come mi piacerebbe rileggere ora le cronache sportive di Buzzati, o Brera, o Raschi sulla Gazzetta rosa, per ristorarmi lo spirito!”

Stamani, “bufera su D’Alema”, perché avrebbe dichiarato un’intenzione di voto per “Lucifero” piuttosto che per il candidato PD di Roma. Non mi interessa Lucifero, che magari ha il sorriso della  bellinuccia Raggi, ma il termine “bufera”, unico modo giornalistico per dire difficoltà, confusione, casino, problemi, conflitto, scontro, oppure addirittura disastro, catastrofe, cataclisma, ah no, perché per questi ultimi termini il giornalismo imperante usa “apocalisse”, facendomi infuriare di pietà, è ancora lì, ad annoiar mortalmente.

Brexit! Grexit! a dire “British Exit” o “Greek Exit”, cioè “uscita dall’Unione Europea”. Un acronimo abusato e stancante. Possibile che non sia possibile parlare diversamente?

Un altro sintagma consueto e tritamente ripetitivo, dopo ogni strage, è “mai più morti, mai più eccidi” etc, purtroppo anche di Francesco papa e di president Mattarella, che di suo ha anche timbri e toni vocali assopenti.

Manuel Valls, primo ministro di Francia, invece, rompe questo cliché con intelligente realismo: “Vi saranno ancora attentati e morti innocenti (l’unico aggettivo che si potrebbe risparmiare, perché se un attentatore uccide un delinquente è meno colpevole che se uccide un non-delinquente?”

Valls ha ragione: la violenza è intrinseca all’uomo in questa fase di antropo-ominizzazione, questo tipo di violenza, politico-religioso-economico-patologica. L’intelligence e le polizie possono ridurla, ma non eliminarla del tutto.

Caso Regeni: ferma restando l’ineluttabile esigenza di avere dall’Egitto informazioni complete ed esaustive sull’assassinio di Giulio, mi sembra una totale idiozia dichiarare quella grande Nazione “non amica”. Che  c’entrano gli ottanta milioni di egiziani con i servizi e gli ufficiali governativi collusi o autori del delitto orrendo?

Femminicidio: e qui la tontaggine si fa suprema, anzi superna, alta come l’Olimpo degli dei iracondi e umanissimi del mito antico. Ancora una volta: l’uccisione di una donna è un OMICIDIO. Punto.

E de quo satis, in hoc die, amice!

L’uomo di Louisville

Muhammad aliFarfalla e ape, lingua di Lousiville, e non so cos’altro… i giornalisti hanno inventato per parlare di Cassius Marcellus Clay/ Muhammad Alì, ah, dimenticavo, “il più grande”, che non è certo solo un atto di immodestia che caratterizzava questo meraviglioso uomo, ma anche l’occasione per ulteriori pigrizie cronachistiche.

Quando i media, cioè i giornalisti inventano una metafora, ribollendola poi per decenni, è il momento che dormo il sonno del giusto. Non li sopporto. Se la metafora è un po’ l’ossigeno del pensiero, quando è frusta e ripetuta, ne diventa il veleno.

Muhammad Alì è morto, ma è vivo per sempre. Non so se si possa definire il più grande atleta di ogni tempo, io propenderei per Owens o per Merckx, ma è certo che è stato una grande persona del nostro tempo, più grande di quanto i suoi cantori, spesso fastidiosi (come Minà) abbiano capito.

Dimenticavo, ai tempi in cui il campione era imbattibile, cioè prima della condanna per il rifiuto di combattere in Vietnam, i giornalisti, ogni qualvolta Alì doveva incontrare un peso massimo bianco, tipo l’argentino Oscar Bonavena o Don Quarry, scrivevano di questi come della “speranza bianca”, con non so se consapevole moto razzistico. “Speranza bianca”, cioè un pugile che avrebbe potuto ristabilire quasi, anche fra i pesi massimi della boxe, la supremazia bianca. Dire schifosi, è poco.

Per me Alì ha rappresentato un’immagine grande e vera di sportivo e di essere umano consapevole, mai banale, mai falsamente modesto, come certuni che conosco e che appartengono a militanze apparentemente più spirituali, e di cui parlerò nel post successivo.

Tedoforo parkinsoniano ad Atlanta, capace di dire “Non combatto i vietcong, non mi hanno mai chiamato negro“, vincitore di Foreman a Kingshasa nel ’74, bullo e mite di cuore, simbolo più grande anche suo malgrado. Così lo ricordo, senza squilli di tromba, nei commenti che allora si faceva con mio padre, nel tempo andato, sempre presente.

 

© 2018 Renato Pilutti

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