Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Equador, Carapaz, Italia, Fagagna del Friuli

L’Equador è una repubblica, uno stato e una nazione sudamericana, di estensione un poco minore dell’Italia e una popolazione di quasi diciassette milioni di abitanti. Si trova tra la Colombia il Perù e il Mare Oceano Pacifico. L’equatore attraversa questa terra, dandole il nome. Quito è la capitale, mentre la città più popolosa è Guayaquil.

A circa mille chilometri nell’Oceano si trovano le isole Galapagos, nelle cui acque e territori Darwin studiò la natura e poi scrisse L’origine delle specie.

Dal 1832 l’Equador è indipendente dopo essere stato colonia spagnola, e parte dello stato (la Grande Colombia) fondato da Simon Bolìvar, il libertador dal dominio spagnolo, con Colombia, Venezuela e Panama.

Ivi si parla spagnolo, ma sono lingue ufficiali anche il quechua, lo shuar, lo tsafiki e altri idiomi parlati dagli autoctoni.

Da tanto lontano, è arrivato al Giro d’Italia di quest’anno, e lo ha vinto con forza e merito, Richard Carapaz, ventiseienne andino, dalla faccia scolpita con lontane reminiscenze fisiognomiche di un altro combattente della bici, Claudio Chiappucci, che poco meno di trent’anni fa duellava con onore perfino con Miguelon Indurain e Gianni Bugno, con Argentin e Greg Lemond. Un primo argumentum che desidero agganciare al secondo, poiché entrambi rappresentano modi dell’umano agire, nei suoi chiaroscuri contraddittori, a volte strani o imprevedibili.

Altro scenario: una domenica di primavera, in quel di Fagagna, ridente borgo collinare friulano, in un campo da golf molto prestigioso, io son stato nominato da un giovin signore. Un signore più in età, incarnazione dell’arcangelo Gabriele, con cui sono in contatto da qualche tempo, onorato del fatto, io indegnissimo, proprio come Maria di Nazaret e il Profeta Mohamed, mi ha riferito che il giovin signore ebbe a citarmi per dir -seppur indirettamente- che sono una persona perbene, uno che non cannibalizza le aziende che frequenta, favorendo spostamenti di personale dall’una all’altra.

Sono ben contento che tale chiara fama percorra ponti e sentieri, strade e convalli, e giunga fin nel verde smeraldino dei prati curatissimi di un nobile deporte, se dice en castellano.

Che cosa insegna l’episodio di non spregevol natura? Che bisogna stare accorti a come dove e con chi si parla e a chi può ascoltare i nostri discorsi, anche se ora il web può tradire chiunque.

Il mio cortese informatore, a sua volta protagonista involontario di un aneddoto frizzante, mi ha detto convintamente che son stato nominato con rispetto e fiducia. Ooooh, almeno qualche volta il gossip non è dannoso.

L’episodio di cui sopra. G.T., queste le iniziali del signore, amico e collega, e non è l’acronimo di un’Alfa Romeo degli anni ’60 mi racconta: “Ero lì e, dopo avere giocato la mattina, ho aiutato, berrettino da barman in testa, un collega dell’altra grande azienda del gruppo, a distribuire tranci di pizza a giocatori e ospiti, signori e signore della borghesia buona che frequentano il prato verde nella natura. Davo loro quel che mi chiedevano e taluno o, più spesso, taluna, mi apostrofava un po’ piluccando e commentando critica i tranci…. oooh troppo salamino, ragazzo quel pezzo là, sì signora, subito. E così dalle 14 alle 17 circa. Vado a casa a cambiarmi e torno, perché sul tardi vi era una cerimoniola per ringraziar gli sponsor, tra cui la fabbrica di pizze famosa della Pedemontana. Il chairman cita i presenti e chiama anche me al tavolo presidenziale (faccio per dire) dicendo “ringrazio sentitamente il dottor G.T, amministratore delegato della multinazionale b., che ci aiutati in questa bellissima giornata”. Bene: non so se in me hanno riconosciuto il “ragazzo” che due ore prima dava fuori i tranci di pizza ma, scenario capovolto, molti a tirarmi per la giacca, complimenti, perorazioni… e io ero sempre quello là, cui ci si rivolgeva con la degnazione di un superiore verso la servitù”.

Lezioncina morale: l’umanità e di una variabilità infinita, da Carapaz al giovin signore che mi citò senza peritarsi di controllare se qualcuno lo stesse ascoltando, l’amministratore vestito da barman, i suoi “servìti” e poco dopo clientes quasi imploranti, e perciò si conferma che l’abito e il ruolo fanno il monaco, ma i presuntuosi imbecilli possono vestirsi come vogliono, firmati o meno, cosicché imbecilli (certamente non nel senso descritto dalla neuropsichiatria positivistica neo-lombrosiana, e neppure con terminologia più attuale dal Manuale medico-diagnostico V) sono e tali restano, semper et ubique. Amen.

Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Castigliano, Rigamonti, Grezar, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola V., Ossola

Forse solo la formazione della grande Inter di Helenio Herrera è diventata altrettanto nota come cantilena ritmica per dire una squadra di calcio (Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola A., Peirò, Suarez, Corso), anche se forse non sono state le più forti squadre di ogni tempo che, a parere di molti, furono il Brasile ’70 di Pelè, Tostao, Gerson, Carlos Alberto, Rivelino, Jairzinho, etc, e il Milan di Van Basten, Gullit, Donadoni, Baresi, Rijkard, etc. Questi ultimi chiamati “invincibili” come il “grande Torino”. Comunque, ai sui tempi il Torino era la più forte squadra del mondo.

Il 4 maggio 1949, tardo pomeriggio, nebbia fitta, nuvole basse e pioggia battente su Torino. Il trimotore Fiat G212 cerca un varco per l’aeroporto di Caselle, e scende a meno di 600 metri di quota impattando sul colle di Superga. L’aereo era partito da Lisbona in mattinata e aveva fatto uno scalo tecnico a Barcellona. Me ne parlava quand’ero bambino, Pietro, mio padre, e il suo racconto era epico, come quando mi narrava di Bartali e Coppi, dell’Izoard e dello Stelvio e che, se non ci fosse stata la guerra, i nostri due grandi si sarebbero spartiti altri quattro o cinque Giri d’Italia e Tour de France, e non ci sarebbero stati Merckx e Hinault a contender loro la palma dei più grandi ciclisti di sempre.

Un pezzo di cronaca degli ultimi minuti del volo…

“A circa 15-20 minuti stimati dalla pista di Torino l’equipaggio del trimotore richiedeva nuovamente il rilevamento geometrico ai radiofari di Novi e Savona. Scosso dal vento di libeccio e sferzato dalla pioggia battente, I-ELCE entrato in volo strumentale ricontattava Torino alle 16:55 per avere nuovamente il bollettino meteo. Rispondeva la torre: “Torino: calma, visibilità 1.200 metri. Tempo presente pioggia continua, tempo passato pioggia. Nubi basse 8/8 strati e fractostrati limite 480 metri. In tutte le direzioni sopra le montagne, invisibile stazionario. Superga: cielo invisibile. Vento nord 10 nodi, visibilità 40 metri: tempo presente pioggia continua, tempo passato pioggia: in tutte le direzioni invisibile verso il basso.”

Quel 4 maggio, dopo lo schianto che frantumerà l’aereo, dice il cappellano della Basilica: “Ho sentito un rombo, paurosamente vicino, poi un colpo, un terremoto. Poi il silenzio.” E una voce di fuori “È caduto un apparecchio“…

Un crepuscolo durato tutto il giorno, una malinconia da morire. Il cielo si sfaldava in nebbia, e la nebbia cancellava Superga“, riportava il cinegiornale Settimana Incom.

Circa le cause dell’impatto:

“…l’ipotesi forse più accreditata sembra oggi risiedere nei limiti della strumentazione di bordo e di terra disponibili all’aviazione civile di 70 anni fa. A causa dell’approssimazione della navigazione strumentale e della mancanza di standardizzazione nelle comunicazioni tra la torre e il velivolo, si sarebbe creato un lieve errore di rotta e altitudine (in termini di pochi secondi o poche decine di metri) che avrebbe portato il G.212 in rotta di collisione con la basilica. Bisogna tenere conto che all’epoca del volo fatale il trimotore non era dotato né di radioaltimetro e neppure del radar orizzontale, che avrebbe potuto avvisare in tempo utile l’equipaggio della presenza dell’ostacolo in rapido avvicinamento. Da considerare, secondo gli esperti, anche l’azione del forte vento di libeccio che soffiava sulle alture di Torino e che avrebbe potuto spostare di qualche grado l’angolo di approccio di I-ELCE alla pista, distante appena 9 chilometri in linea d’aria dal punto dell’impatto.

Un errore umano dunque, molto probabilmente causato inconsapevolmente per la ridotta sicurezza nel volo strumentale di quegli anni oppure per una errata interpretazione delle carte nel momento in cui la vista del terreno scomparì agli occhi dell’equipaggio. E da quelli dei giocatori del Grande Torino, inconsapevoli del loro tragico destino per tutta la durata di quel volo che riporterà l’Italia nel lutto che sembrava svanito con la fine della guerra.”

Mi piace questo brano che trovo sul web e lo riporto.

Il sole che scintilla su Torino a momenti lascerà il passo alla pioggia, perché quando s’avvicina il 4 maggio c’è sempre un momento in cui il cielo diventa implacabilmente livido e d’improvviso cala il buio, come buio era quel pomeriggio di settant’anni fa quando l’aereo del Grande Torino – all’epoca, la squadra più importante del mondo – si schiantò contro la basilica di Superga. Nessuno sopravvisse. Non un giocatore, non uno tra allenatori medici e massaggiatori, non un membro dell’equipaggio, nessuno dei tre giornalisti al seguito. Fu la tragedia più tragica che abbia mai colpito il mondo dello sport, l’unica che abbia raso al suolo una generazione intera di calciatori, dei migliori calciatori che l’Italia avesse nel dopo guerra, e che abbia cambiato per sempre la storia del club e della gente che lo ama, che da allora si porta dentro i due sentimenti che quell’amore alimentano: la rabbia per la più ingiusta delle ingiustizie possibili e il rispetto della memoria, romantico e doloroso al tempo stesso. Chi nel ’49 c’era, ha un ricordo che gli gela la colonna vertebrale, più di ogni altro: seppe della notizia perché qualcuno gli disse, con disperata incredulità, “è morto il Toro”. Nessuno immaginava che una squadra potesse morire.”

Qualche anno fa mi ci ha portato una persona sensibile di lì. Non c’era molta gente davanti alla Basilica. Andammo sul retro dove è stata collocata una grande lapide a ricordo della tragedia.

Il resto è memoria indelebile.

La notte del lavoro narrato

Ottanta persone, una più una meno, di varia provenienza e età, un martedì sera primaverile, l’ultimo di aprile, senza premura di andar via. Quasi due ore di racconti, di lavoro e di vite. Vedo amici, colleghi e allievi, ma molti non conosco. C’è il carissimo Alberto, mio medico di generosa fama. Bene, dico a me stesso, è l’occasione di vedere volti nuovi, entrando in contatto, ascoltando e guardando, incrociando sguardi e movimenti del volto. Mi dispiace non poter dar retta a tutti, e le risposte che qualcuno si attende da me, quasi fossi taumaturgo. E un po’ lo sono, in questo tempo.

 

Il Racconto

C’è chi viene da una famiglia di organari da quasi trecent’anni, e narra il complicatissimo lavoro di fisica acustica, meccanica, falegnameria, pneumatica, elettronica, che sta dietro e dentro la costruzione d’un organo da chiesa o da concerto. Francesco Zanin racconta la sua storia con eleganza sobria, e quella di suo padre, dei suoi avi, della sua famiglia laboriosa e geniale. Scorrono immagini d’organi costruiti per quivi e per paesi lontani, per Lignano e Hiroshima, e il pensier mio si rivolge a Bach Johann Sebastian di Sassonia, ma anche all’operaio ottantenne, che ancora stava dietro al tornio, alle mani straordinarie e alla fantasia del gran Tedesco d’Eisenach, e alle non meno artistiche mani dell’uomo del tornio.

Ulderica ama dir di sé e della connessione tra la vita e le immagini da lei fissate per l’eternità, con la macchina fotografica, ritraendo il momento metafisico (eccome si dà la metafisica, in quanto sapere fondativo, amico che addirittura ne neghi l’esistenza, non solo l’importanza), ed ecco perciò l’eterno di vecchi e bambini, di malgare e pescatori di laguna e di “mar grando” (B. Marin). Il fluire delle sue parole sembra infinito. Facunditas, la chiamo quando Piero, il maestro di cerimonie, mi invita a interrogarla, per definire la virtù narrativa della donna di Carnia.

Magra e nervosa, fresca e verace, due coppie di aggettivi che non ridondano, la Micaela, tutta di corsa, dai tempi delle galline starnazzanti invano impegnate a sfuggire alla bimba razzente. Di mestiere ha fatto la corsa, finché il limitare di gioventù glielo ha permesso, un poco vergognandosene, da Furlana estrema. Bonessi è nel novero dei campioni, e anche di modestia (non falsa, come in molti) e cultura, senza enfasi alcuna, racconta il suo incedere, “è l’itinerario che conta, afferma, più della ricercata vittoria“.

Il capo azienda, che ha fatto della scelta iniziale un cammino ancora durevole, una maratona del/ nel lavoro suo e di molti altri, migliaia. Quasi con sommesso discorrere fa vedere la necessità del non compiacimento, dell’allerta primigenia, che si deve avere,  ancor quando sembra che le cose vadano bene, anzi proprio quando vanno ancora bene. Non è vero del tutto che “squadra che vince non si cambia“. Annusare il futuro è virtù di pochi, che può essere umilmente coltivata da metodiche. Anche le nostre vite, sostiene Gianluca, sono come le aziende: è bene pre-vedere, anticipare, esser sinceri con se stessi e con gli altri, per evitare di ballar perigliosamente sulla corda.

E io ricordo il diritto di conoscere, oggi negletto, danneggiato da mille e mille falsità che la rete somministra a tutti, panie dove i pigri e gli incliti rischian di cadere, e di finire come mosche attese dal ragno. “Prede e ragni” (cf. De Toni e Comello, Utet, 2005), altro non v’è nella contesa del vivere umano. Cerco di distinguere nell’accadere delle cose tra caso (che per me non si dà) e cause, tra necessità e contingenza, tra destino come rassegnazione e destino come creatività e partecipazione. Tornando alla distinzione tra prede e ragni, se sei preda chiediti se vuoi proprio esserlo: se non, agisci come suggerisce Gian, senza aspettare che qualcuno ti venga a salvare.

Vana potrebbe esser l’attesa e perfino, almeno in parte, la tua vita.

“Un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome Fausto Coppi”

Cent’anni fa a Castellania nasceva un bambino magro, un esserino sottile. Diciotto anni dopo il cieco Cavanna gli massaggiava le lunghe gambe. Silenzioso, quel ragazzo pedalava, allenandosi con ferocia. Vinceva, il Giro d’Italia a vent’anni. Se non ci fosse stata la guerra chissà quanto avrebbe vinto quel ragazzo, insieme con l’uomo che pedalava vicino a lui. Non vi sarebbero stati dubbi sui più grandi di ogni tempo. Loro due, e la borraccia scambiata sul Col de Galibier.

Neppure il possente belga, né l’elegante normanno, e nemmeno il determinatissimo bretone avrebbero potuto competere. Men che meno il bianco anglo-keniota. A parer mio di più si avvicina a quell’uomo magro un hidalgo ispanico che ha appena finito di correre, con un cognome da… ragioniere, “contador”.

E un ragazzo elegante e altrettanto magro di Cesenatico può ricordare in qualche modo l’allievo del massaggiatore cieco, mancato a noi ancora più giovane, neppur trentacinquenne. Non si dimentica il suo scatto immediato dopo essersi liberato della bandana o il furibondo passo sotto la pioggia a distruggere il teutonico potente che lo precedeva e dopo non più.

Il grande campione moriva a quarant’anni, sessanta anni fa a causa della presunzione arrogante dei medici che l’avevano in cura. Geminiani, con lui a caccia in Alto Volta aveva ricevuto due pastiglie di chinino e si era salvato. Il nostro giovane uomo invece era stato curato per una polmonite, non per una malaria perniciosa.

E Giulia, l’elegante donna del suo medico, quale dolore, quale amore era stato? La nipote di Giovanni Papini e sorella di Ilaria. In carcere per bigamia, a lui ritirato il passaporto da quell’Italia bigotta e ipocrita.

Cinque giri d’Italia, due Tour de France, la Roubaix, diverse Sanremo e Lombardia, e più di cento altre corse, meno di altri, ma perché la sua immagine è più forte, più presente di altre, perché è immortale?

L’Aspin, il Tourmalet, l’Aubisque da una parte, l’Izoard, il Galibier, l’Iseran dall’altra, e poi lo Stelvio, il Bondone, il Gavia, di qua delle Alpi. Le pedivelle girano spinte da caviglie sottili, e il loro fruscio è musica. Respiro regolare, silenzio, gli altri corridori distanti, oltre i tornanti che si vedono, più in giù.

Le stagioni si susseguono alle stagioni, viene il campionato del mondo, il record dell’ora. Nulla gli era precluso. Quarant’anni di vita, nulla più. Quanto tempo, quanto poco tempo per l’immortale.

Anche la morte del fratello, che aveva vinto una Roubaix. In bicicletta si può morire, se si cade: a quei due centimetri di tubolare è affidata la vita, quando si scende per rettilinei e grandi curve che invitano nel vento, quando si pedala. Come è accaduto al giovane Fabio, nel 1995, sul Portet d’Aspet. La bici è leggera, la mia pesa sette chili cui affido i miei settantacinque, in fiducia.

Il suo nome mi era presente fin dall’infanzia, quando papà me ne parlava, ammirato, quando vedendo i primi Giri d’Italia in bianco e nero, lo sentivo nei racconti dei cronisti di ciclismo. E ancora pedala nella mia mente, nel ricordo di quegli anni favolosi come l’infanzia al paese, come l’osteria di Lino dove si andava a prendere pezzi di ghiaccio caduti al mercante, per succhiarli con devozione, dove si aspettava il tempo dell’anguria, che era lo stesso del Giro e del Tour.

E ancora il racconto di lui mi sorprende in sogno, quando mi pare che Pietro, mio padre, ancora si soffermi con me nel racconto, sotto il portone, quando era venuto inverno e lui era tornato a casa dalle grandi foreste del Nord… e mi parlava mi parlava di quell’uomo dal naso affilato, che correva con quello dal “naso triste come una salita“, lo avrebbe cantato così qualcuno decenni più avanti nel tempo.

Salite e discese, dolori e sogni e infiniti percorsi sulla sua come sulla mia strada, nel tempo che ci è assegnato.

Tra spazio e tempo, tra il milione di chilometri percorsi da quell’uomo e la strada percorsa da me, anni dopo, vi è solo il tempo dell’eternità.

Io, quasi come Baruch Spinoza, son condannato (ma me la rido) senza un processo serio, ove ciò sia plausibile, perché ritenuto un pericoloso pensatore e traviatore dei giovani, nel mio piccolo paese, nella mia remota regione, dal mondo prelatizio e dal popolo bue, ma el imbatido, don Alejandro Valverde, campione del mondo di ciclismo sulla durissima rampa di Innsbruck, mi sollecita a tornare in bici, e a fregarmene dei giudizi, come il Poeta insegna tramite Virgilio “Non ti curar di lor, ma guarda e passa”!

Quando ho visto don Alejandro Valverde Belmonte valicare il tremendo colle al 28% sopra la Città sull’Inn, sono stato felice, sapendo il mio gentil lettore quanto esiti ad usar il termine “felicità”, cui non credo come perennità, o anche solo di significante durata, di stato spirituale. Ero certo che avrebbe battuto in volata i pur valorosi Bardet, Woods e Dumoulin, e i nostri, bravi e perdenti, ancora una volta. Non importa, perché ha vinto chi aveva più garra, più forza e coraggio, antica endiadi olimpica.

Ho detto a me stesso, che bello, ha vinto  el imbatido a trentott’anni, che mi ha sempre entusiasmato per il suo scatto veloce in salita, per la sua volata nervosa tra pochi resistenti delle corse più dure, per il suo sorriso murciano. Per la sua resistenza, assai simile alla mia. Al dolore e alla fatica. Tornerò in bici, anche grazie a lui.

Caro don Alejandro, ti auguro di continuare ancora, fino a che ti sentirai di correre senza sentire  nausea della fatica, con il tuo entusiasmo pieno di forza. E ora fammi parlare di un’altra analogia, se pure di diverso argomento, oltre a quella ciclistica. Pensa che una parte dell’ambiente dove vivo teme il mio pensiero, cioè le cose che dico, che scrivo e che pubblico.

Alla fine dello scorso anno una degna associazione del luogo si è fatta viva per programmare la presentazione di un mio volume di pondus e sostanza notevoli, pare, non indifferente, in una prestigiosa sede. Ci accordiamo sul tipo di presentazione e di serata, come più sotto ti renderò noto, mio caro lettore e, passati alcuni mesi di quest’anno, chiedo ai maggiorenti del club se si è decisa una data. A quel punto l’imbarazzo la fa da padrona, ché il mio libro è troppo difficile e contiene argumenta ardui per il pubblico locale, che parrebbe non in grado di reggere tanta difficoltà. Vengo poi a sapere per vie discoste e nascoste che la veritas vera è un’altra: qualcuno pare li abbia convinti che il mio libro è scandaloso perché parla della dimensione erotico-agapica, cioè dell’amore umano, nella Bibbia, e specialmente nel Cantico dei cantici e, come se non bastasse, che l’autore è un comunista, pericoloso pensatore e traviatore di giovani.

Per cui nulla si fa. Analogamente a Udine, il corrispettivo ente chiede la presenza dell’ordinario diocesano alla presentazione dello stesso libro. Il mio gentile lettore vada a vedere da qualche parte che cosa si intenda per “ordinario”, e certamente non significa “banale”. E’ un ruolo di comando in una certa struttura molto importante. Anche per lui sarei inutile e pericoloso.

Di seguito la sintesi preparata per la presentazione in Villa (Manin),  a partire dal titolo.

L’Erotismo è il motore del mondo

Un titolo del genere forse non scandalizza più nessuno, grazie a Dio. In realtà il Caffè Letterario (…) intende presentare un libro di teologia filosofica scritto dallo studioso nostro compaesano Renato Pilutti, dottore di ricerca in Teologia e Filosofia e filosofo pratico. Il titolo del volume è quasi preoccupante, per modo di dire, quanto a complessità: “La Parola e i Simboli nella Bibbia per una Teologia dell’Eros”. Che significa? Che nella Bibbia il tema dell’amore umano, dell’erotismo è trattato, eccome. E’ trattato in maniera poeticamente sublime, forse insuperabile nella letteratura occidentale, nell’epitalamio (inno nuziale) Cantico dei cantici, e poi in molti altri “luoghi” del testo biblico, il libro dei libri, scritto in oltre mille anni da decine di scrittori dal nome in larga parte sconosciuto.

Pilutti si è affaticato per oltre dieci anni, in mezzo ai molteplici impegni di lavoro e alla redazione di altri testi, nella scrittura di questo libro, che si propone di introdurre il lettore al tema meraviglioso e difficile dell’interpretazione del testo sacro per Ebrei e Cristiani, la Bibbia, per quanto riguarda l’amore (eros), sotto il profilo della simbolica della parola e della parola come simbolo.

Il tentativo è quello di comparare tramite un accostamento che scavalca oltre un millennio e mezzo, il pensiero su questo tema di un grande scrittore cristiano del III secolo, Origene di Alessandria, con il pensiero del filosofo francese contemporaneo Paul Ricoeur, e di altri pensatori contemporanei.

Uno studio accurato del testo biblico, secondo l’autore, permette di comprendere come forse la trasmissione quasi bimillenaria di una certa sessuofobia cristiana sia quantomeno mal posta, se non infondata.

Infatti, a partire dal testo genesiaco (1, 27) là dove lo scrittore biblico afferma che “Dio fece l’uomo a sua immagine…”, si può comprendere come nulla dell’umano sia cattivo o malo in sé, e pertanto anche la dimensione erotica (e quindi legata all’esercizio del sesso) sia cosa buona, come accoglimento dell’altro/ altra nell’infinita possibilità dell’amore umano.

Il Cantico del cantici, così come è studiato da Pilutti con l’aiuto di pensatori antichi e moderni, è il testo-guida di una lettura rinnovata di un erotismo che può essere definito, non solo umanissimo, ma perfettamente cristiano, come bene in sé, unitività sublime voluta da Dio stesso, e perfino intensificazione solidale del sentimento. L’amore erotico è dunque, non solo del tutto umano, ma anche motore dell’attività stessa dell’uomo che desidera, attività desiderante (Platone) e concreta, poetica, creativa, costruttrice di qualità relazionale e di futuro.

Eccolo l’uomo scandaloso, pericoloso, da evitare. Cioè io.

Il cherubino di Amiens

Le strade del Tour si snodano accompagnando la grande corsa con il paesaggio e la storia. Gli eventi di questi giorni me lo regalano con dovizia di tempo e ne son lieto. La grande campagna francese stupisce con la sua calma bellezza.

Dopo Chartres, neanche gli organizzatori avessero deciso di omaggiarmi, Amiens, sicuramente sfiorando Beauvais. Non è qui il luogo per cantar la meraviglia delle tre cattedrali. A Chartres son stato quattro volte, tre in auto e una in treno da Paris, dalla Gare de Montparnasse. Non dimentico l’apparire del tetto di ardesia verde da decine di chilometri, mentre si viaggia nell’immensità vallonata della campagna. Ad Amiens due volte son stato.

Sempre sol chi mi conosce e mi vuol bene sa la ragione per cui quest’anno riesco a bearmi delle tappe del Tour in tv. Erano anni che non riuscivo a veder neppure le frazioni delle grandi montagne. La dizione “grandi montagne” mi ricorda mio padre, i cui racconti erano del mito dell’Aubisque e del Tourmalet, dell’Izoard e del Galibier. Su questo colle poi andai con una Bea decenne nel 2005, e lo raggiunsi a piedi, con lei che ballonzolava coraggiosa, dal Col de Lauteret, salendo da 1880 metri di quota ai 2640 del colle più alto che dà su Briançon.

La tappa per Amiens si snoda per il dipartimento della Somme, dove si svolse la più sanguinosa battaglia di ogni tempo, con oltre un milione di morti, nella Prima Guerra mondiale. E allora sento dire un commentatore che nella cattedrale Notre Dame di Amiens vi è un cherubino piangente di marmo grigio. Chi sono i cherubini?

Un’etimologia: cherubino è un sostantivo maschile [dal lat. eccles. cherubin, traslitterazione dell’ebraico. kĕrūbīm, pl. di kĕrūb, affine al verbo accado karābu «pregare»]. Nell’Antico Testamento, è il nome di esseri ritenuti intercessori presso Dio, di forma umana, alati, che coprono l’arca santa o stanno davanti al Santissimo o proteggono l’ingresso del paradiso. Nella scala gerarchica discendente degli ordini angelici, secondo la distinzione dello Pseudo-Dionigi, ciascuna delle nature angeliche che costituiscono il secondo coro della prima gerarchia angelica, quella dei serafini, gli angeli di fuoco. Oppure il cherubino è un angelo grazioso, di immagine infantile, appunto, come il cherubino di Amiens, che piange sul dolore e la morte di quegli eventi terribili.

E poi Roubaix dentro il Tour e la Arras di Maximilien Robespierre. Le pietre hanno atteso anche la grande boucle, dove si sono esercitati i più bravi a spingere faticosi equilibri, accettando anche il contatto doloroso della caduta, polvere e sudore e coraggio nei volti scavati di Philippe Gilbert, di John Degenkolb, di Peter Sagan, di Greg van Avermaet. E c’è anche Nibali che quasi vola leggero fino al traguardo, tra i primi. Il ciclismo nelle tratte di pavè torna alla sua verità metaforica, come insegnava Paul Ricoeur.

Il ciclismo è in sé orgoglioso tormento autoinflitto, e racconta nel dipanarsi della corsa, breve e interminabile come una tortura, rappresentando l’itinerario di una vita. La bicicletta è lì silenziosa finché non viene cavalcata dal coraggioso e portata nel mondo, per pianure infinite, colline vallonate e crudeli altissimi monti.

Ora le grandi montagne, come le chiamava Pietro dandomi il senso del favoloso. E allora, come ora attendo i noti volti dei pretendenti a Les Champs Elysées, aspettavo di vedere il volto smunto di Jacques Anquetil, quello robusto di contadino di Raymond Poulidor e il giovane Gimondi e l’elettrico Gianni Motta, il muscolato Rudy Altig, l’imperatore di Herentals Rik van Looy, il tostissimo olandese Janssen. Di pomeriggio si andava all’osteria “Da Lino” a vedere il Tour in bianco e nero, e io così piccolo sapevo i nomi dei ciclisti più grandi.

Le grandi montagne sono la strada che si inerpica excelsior, sempre più in alto, come insegnava il maestro Costantino a me decenne. La strada si eleva e il silenzio avvolge i boschi che si diradano verso i duemila metri.

Non so quel che succederà, chi sarà a precedere gli altri sui colli più alti dei Pirenei, del Massiccio Centrale e delle Alpi. Attendo quei volti piegati a guardare davanti alla ruota anteriore, sperando nel tornante prossimo, ché i tornanti concedono una pausa, tra ombre e zone assolate.

Nel frattempo la Francia meticcia ha già alzato braccia per presti-pedatori vincitori, bravissimi Griezmann e Mbappè. superando i croati orgogliosi. Unico neo la soddisfazione di Macron-falso sorriso.

Il cherubino di Amiens asciugherà le lacrime degli eroi, vedendo la gioia dei vincitori in bicicletta, le loro braccia alzate, vittorie sul proprio limite, sulla paura e la fatica, vittorie sulla perenne tentazione dell’accontentarsi pavido.

 

NESSUNO HA VINTO LE ELEZIONI POLITICHE DEL 4 MARZO 2018, ovvero “Rigore è quando fischia arbitro” (Vujadin Boškov, allenatore della Sampdoria Campione d’Italia ’90/ ’91)

Mio caro lettore,

cito un allenatore di calcio che, se messo a confronto con i politici attualmente in auge in Italia, farebbe la figura di un intellettuale di prim’ordine. I politici sottintesi sono dunque, ovviamente, Di Maio e Salvini in primis, e in secundis alcuni della legislatura che non riesce a finire, tipo Boldrini, Grasso e altri di tutti e tre o quattro schieramenti, lasciando perdere i Meloni e affini.

Voglio ricordare ai lettori miei che non seguono il calcio, che Boskov allenava la Sampdoria di Mancini, Vialli, Briegel e Cerezo tra altri giocatori di vaglia, quella che vinse l’unico scudetto della sua storia e arrivò in finale di Coppa Campioni perdendola dal Barcellona. Boskov è stato dunque, sul suo, molto autorevole ma, da questi assunti, lo è stato anche più in generale, e certamente più dei troppo volte citati soliti perfin troppo noti. Ma scompariranno alla vista tra non molto, mi par di poter dedurre dai fatti.

Potrei anche parafrasare il detto boskoviano in questo modo, e forse i poveretti sopra citati mi capirebbero “Elezioni vince chi ha maggioranza“.

Qualche fine esegeta della politica, ma anche solo chi abbia una qualche conoscenza del mondo ex comunista potrebbe dire che Boškov aveva in qualche modo introiettato il modello centralista-autoritario tipico dei regimi di quell’area e di quel tempo, per cui si ubbidiva (si doveva, anche obtorto collo) al Partito, al Primo Segretario, al Presidente, cosicché, magari a livello inconscio, nell’ambito di una partita di calcio quel ruolo era dell’arbitro. In ragione di ciò… “E’ rigore quando arbitro fischia”. Tranquillo, oggettivo, reale, vero.

E, secondo l’entimema (l’entimema è un sillogismo abbreviato che esprime una logica inferenziale -cioè deduttiva- immediata) derivante dal primo sillogismo di Aristotele, siccome nessuno dei partiti o coalizioni ha ottenuto la maggioranza (se non relativa) il 4 marzo scorso, checché ne farfuglino i due principali su notati, NESSUNO HA VINTO LE ELEZIONI POLITICHE DEL 4 MARZO 2018. Secondo Boskov e secondo la logica del grande Stagirita e nostra, tuttora corrente. Ma non per Di Maio e Salvini. Ma cz, caro lettor mio, se sei un elettore di quei due, ti sei accorto che non ci arrivano proprio, o no? E, comunque, non ti sei accorto che la loro ignoranza è continuamente stimolata da altrettanta presunzione, in un oramai inarrestabile circolo vizioso? Se del caso e se ci tieni alla loro fama (usurpata) potresti consigliargli un testo sacrosanto che qui ti indico ben volentieri: Pragmatica della comunicazione umana, di Watzlawick, Beavin e Jackson, edito da Astrolabio. Si tratta di un testo non facilissimo, per cui potrebbe essere utile un aiutino interpretativo-esegetico, del quale ti farei dono a-gratis, per interposta persona. A fin di bene, s’intende, per il loro bene, e anche per il tuo.

Parliamo  per due righe o poco più di Renzi, anche lui campione di semplificazioni sesquipedali. Il giovine di Rignan sull’Arno non brilla di molta coltura della mente. Iersera, anche lui, da quell’ironico falsetto conduttor di Fazio: Il M5S e la Lega hanno vinto (e dàie!), e dunque governino, il PD ha perso e quindi stia all’opposizione. Prima di tutto, dear Renzi, il M5S e la Lega NON HANNO VINTO, e comunque il PD è arrivato secondo dietro Casaleggio&Grillo (devo cominciare a non nominare più Di Maio, come se fosse un chierichetto o un dèmone, a proposito, lui veste come insegnava a fare Togliatti: gli oppositori devono essere -o sembrare- esteticamente come i funzionari dello Stato, per non destare inquietudine nel popolo), secondariamente, perché da segretario dimissionario va a dare la linea in tv quando è convocata la Direzione tra un paio di giorni? Certo, non è colpa sua se esistono in “renziani”, i quali, in quanto tali, sono dei sacrosanti poveri beoti che amano l’etero-direzione.

Ci sono al mondo i maschi “Alfa” e i gregari: ecco, uno come Renzi, ma ne conosco altri, e non pochi, che amano circondarsi da gregari, perché, non avendo un’autostima equilibrata, teme che il proprio potere venga messo a repentaglio da altri maschi “Alfa”. Ad esempio, è anche per questo che io preferisco da sempre, salvo un caso eccezionale riferito alla maggiore azienda della regione, una multinazionale dove son stato Direttore delle Risorse umane del gruppo, la Consulenza direzionale e la Moral Suasion, alla Dirigenza aziendale: da maschio “Alfa” preferisco preservare le mie energie alla creatività e ai fatti, piuttosto che alle lotte di potere. A proposito, nella mia esperienza ho incontrato anche delle donne “maschi Alfa” e, attenzione, erano ben più caz.ute della povera Boschi.

Ooooh, il-facilmente-licenziabile-per-statuto dalla Casaleggio&C (da ora in avanti chiamerò così Di Maio, anche se sarà più faticoso), dopo avere ascoltato l’intelligentissima intervista fazio-renziana, ha sbottato, o sbroccato, essendogli partito l’embolo (e ciò non è una excusatio, beninteso) in questo modo: “La pagherete“, suona camorristico o no signor Di Maio? Non le pare? No? E allora cosa suona? Bambinesco? Capricciesco? Beh, furfantesco senz’altro. Oppure echeggia il sessantottin-settantasettesco “Pagherete caro, pagherete tutto“?

Che cosa deve pagare il PD, caro facilmente-licenziabile-per-statuto ? Che fai, minacci? Ricatti? Come mai vuoi tanto metterti insieme in qualche modo con chi hai denigrato e insultato fino a qualche giorno fa? Hai cambiato idea o giudizio? Ti sei sbagliato prima o sbagli adesso? Non ne esci, my dear facilmente-licenziabile-per-statuto .

Un consiglio: riprendi umilmente a studiare, ma nell’ombra e parti dalla biografia di Vujadin Boskov.

La foresta di Arenberg

La Parigi-Roubaix è il mito del ciclismo da centosedici anni, caro lettore. E’ stata vinta da alcuni tra i più grandi ciclisti di ogni tempo, soprattutto quelli polivalenti, cioè capaci di vincere sia corse a tappe sia corse di un giorno: citare qui nomi come quelli di Henry Pelissier, Fausto Coppi, Rik Van Steenbergen, Rik Van Looy, Eddy Merckx, Walter Godefroot, Roger De Vlaemick, Felice Gimondi, Bernard Hinault, Sean Kelly, Francesco Moser, Johan Museeuw, Tom Boonen, Fabian Cancellara, fa venire i brividi, almeno a me. Su quasi duecentosessanta chilometri di gara da Compiegne, a nord di Parigi, fino al velodrome di Roubaix, almeno sessanta sono di pavé classificati in base al numero di stelle, da una a cinque. La foresta di Arenberg è uno dei settori più impegnativi, un “cinque stelle” come i tratti denominati Mons en Pévèle e Carrefour de l’Arbre.

Da cinquanta anni il tratto che taglia la foresta di Arenberg è stato introdotto nel percorso della Parigi-Roubaix. Il selciato è tremendo, in parte a schiena d’asino e in parte con delle salitelle taglia gambe, fangoso e viscido. Se non lo si affronta in testa o comunque mettendo una certa distanza dagli altri, si rischiano rovinose cadute, come quella che costò un ginocchio a Museeuw, vincitore della grande corsa per tre volte, come Francesco Moser. Insieme ad altre quattro grandi classiche, la Sanremo, al Liegi-Bastogne-Liegi, il Giro delle Fiandre e il Giro di Lombardia, la Parigi-Roubaix è favola nell’immaginario collettivo, e per me è leggenda.

Verso Roubaix mi troverò il prossimo anno sul ciglio verde di un tratto in pavé, mi troverò. Sono anni che penso di andarci, l’avevo promesso anche a mio padre, ma non fui in grado di mantenere l’impegno epico, troppo arduo per me, troppo giovane ero quando glielo promisi. Troppi soldi per una gita del genere, soldi che ora ho a disposizione, grazie a Dio e al mio lavoro.

Son già stato in Francia a vedere il grande ciclismo, nel 2005, quando portai Bea alla tappa del Galibier (2648 m.) che terminava a Briançon, erano i tempi dell’imbroglione Armstrong, di Rasmussen e di Ivan Basso. Anche sui Pirenei andrò, scegliendo penso la tappa del Portet d’Aspet per ricordare Fabio Casartelli. E alla Roubaix, senza dubbio, se Dio vuole, next year, mio caro lettore.

La foresta di Arenberg echeggia racconti lontani, brividi medievali, cavalieri bardati che intraprendono coraggiose avventure. Il percorso si snoda tra betulle e arbusti intricati, e pietre squadrate, come incistate in quadrangoli irregolari, capaci di scheggiare o sbrecciare una ruota e sgranare un tubolare con uno sfioramento. Si vedono le biciclette saltellare qua e là guidate da acrobati in tensione, di cui Sagan è principe e mentore, finché Van Avermaet e Terpstra riescono a domarlo, ma poi lui se ne va, in un tratto in asfalto, quasi non credendoci. Infatti si gira, non pedala a tutta, con sé ha uno svizzero valoroso, che cederà solo allo spunto dello slovacco al velodrome de Roubaix.

Quando il pavé finisce è tempo di pensare alla volata, se ci sarà volata, oppure no, di respirare quell’aria del Nord non ancora di primavera. E certamente al ragazzo Michael Goolaerts, mancato a ventitré anni, di cuore infartuato. La Roubaix è crudele come sa essere una gara al limite della fatica e del dolore.

Il Nord della Francia è un po’ triste, profili di torri di miniere e anche il clima si ingrigia man mano che ti allontani da Compiegne e Fontainebleau e vai verso Lille. Una tristezza di vento piovoso e di lavoro operaio antico. Meno male che il secolo breve è passato e molte miniere son diventate musei. Un anno arrivai fino a Dieppe, che ha le bianche scogliere antistanti quelle di Dover, ma quella era Normandia, quando con Mario facemmo il tour delle cattedrali, la più a nord quella di Amiens.

Odiosamata Francia, amabile a Parigi e nei dintorni del gotico, a Bourges, a Chartres, a Tours, a Rouen, a Reims, a Beauvais, ad Amiens, a Troyes e via percorrendo le grandi strade vallonate piene di profumo di lavanda. Borgogna cialtrona e Piccardia più gentile, a Roubaix ci andrò, ripeto, ma per vedere il fango e la fatica, per riposare un poco tra le betulle della foresta di Arenberg.

Trisillabico, sdrucciolo o tronco, Nìbalì

…Nìbali o Nibalì, à la francese.

Un uomo solo al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome Fausto Coppi“, la voce di Mario Ferretti canta l’airone che ha spiccato il volo staccando tutti nella tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d’Italia del ’49. Bartali ha 35 anni e ha forato quattro volte, arriva a Pinerolo con quasi dodici minuti di ritardo, secondo, o primo di un’altra corsa. Mio padre Pietro ascolta la radiocronaca e me la racconta vent’anni dopo.

Cambia l’anno, il giorno, la corsa, il colore della maglia e lo sponsor. Non il sentimento: Coppi o Nibali, Bartali o Pantani, è l’eterna poesia del ciclismo. L’eterno fruscio delle ruote nel vento, l’andare curva dopo curva, tornante dopo tornante, fino alla visione del mare oltre il Passo del Turchino, oppure inerpicandosi verso montagne piene di neve, anche in pieno giugno.

Ieri Nibali ha vinto a Sanremo, dopo dodici anni di dominio altrui, di campioni di fuori, francesi, tedeschi, australiani, polacchi, inglesi.

Un’altra impresa risalente a settanta anni fa. Da La Gazzetta dello Sport del 15 luglio 1948. In quella data “si corre la Cannes-Briançon, tredicesima tappa (274 km) del Tour de France che culmina con la scalata del temuto colle dell’Izoard (2.361 metri). In quella edizione la squadra italiana diretta da Alfredo Binda (e priva di Fausto Coppi) è capitanata da Gino Bartali. A trentaquattro anni, il campione fiorentino di Ponte a Ema è stato protagonista delle prime giornate ma poi ha perso terreno. Gino è settimo, attardato di oltre ventuno minuti e a guidare la classifica c’è il francese Louison Bobet. I giochi sembrano fatti.

Invece Bartali parte subito all’attacco e, dopo un testa a testa col bretone Jean Robic, va in fuga. Nessuno gli resiste e quando transita sull’Izoard è ormai solo. Gli altri dietro, staccati di minuti. Al traguardo Bobet conserva la maglia gialla ma il suo distacco in classifica generale si è ridotto a poco più di un minuto. Bartali non si ferma. Dopo quella tappa si aggiudica quella del 16 luglio e quella successiva. Bobet è raggiunto e quindi staccato. La vittoria finale al Tour è ipotecata.

Fin qui parrebbe solo una straordinaria impresa ciclistica. Se non fosse che la cronaca sportiva si incrocia, come talvolta accade, con eventi di tutt’altra natura: in questo caso quelli legati al ferimento di Palmiro Togliatti e alle drammatiche giornate che ne seguirono.”

Alla Milano-Sanremo del 1970, Michele Dancelli partì prima del Capo Berta, a settanta chilometri dall’arrivo, e vinse, rompendo un tabù che durava dall’ultima vittoria italiana di Loretto Petrucci risalente al 1953. Nel frattempo, avevano vinto scendendo dal Poggio fino a sfrecciare su via Roma Van Looy, Van Steenbergen, Eddy Merckx e altri grandi, ma più nessun italiano, fino all’impresa del bresciano coraggioso.

Finisco con Marco Pantani. Era il 4 giugno 1999, tappa del Giro d’Italia che finiva al Santuario di Oropa. Il grande corridore era in maglia rosa.

Racconta la “rosa”, che è il maggior quotidiano italiano: “Pantani dovette fermarsi e mettere i piedi a terra. Perse circa 40 secondi dal gruppo di testa, ma grazie all’aiuto di un tecnico della Shimano, che si trovava in macchina accanto a lui, riuscì a ripartire rapidamente. I suoi compagni di squadra della Mercatone Uno – fra cui Stefano Garzelli, vincitore del Giro l’anno dopo — si fermarono appena si accorsero di aver perso il loro capitano per strada, che arrivò pochi secondi dopo. Da lì, a meno di una decina di chilometri dall’arrivo al Santuario, con l’aiuto del resto della squadra, Pantani iniziò una delle più entusiasmanti rimonte nella storia delle grandi corse a tappe. Dopo aver superato una ventina di corridori nei primi chilometri, l’ultimo compagno di squadra rimasto con lui, il bresciano Marco Velo, si staccò e Pantani iniziò l’ultima parte della sua rimonta.

Recuperò circa 40 secondi di ritardo, superò complessivamente 49 corridori, fra cui Ivan Gotti, Gilberto Simoni e Paolo Savoldelli. Andò talmente forte che riuscì a riprendere anche Jalabert, che si era portato da solo in testa con uno scatto lungo la salita. A tre chilometri dall’arrivo iniziò a staccarlo, fino ad avere un vantaggio di venti secondi, guadagnati per la maggior parte nella parte più dura della salita. Tagliò il traguardo di Oropa per primo, ma senza saperlo: quando arrivò infatti non alzò le braccia e continuò a mantenere l’andatura. Se ne accorse solo qualche secondo dopo, festeggiato dai membri della sua squadra. Con quella vittoria, Pantani portò a 1 minuto e 54 secondi il suo vantaggio sul secondo in classifica, Paolo Savoldelli, e a 2 minuti e 10 secondi da Jalabert.”

Dopo che la mafia e la burocrazia fecero fuori questo grandissimo atleta, il ciclismo mi ha suscitato più malinconia che gioia, e più che guardarlo in tv l’ho vissuto finché ho potuto sulla mia rossa Bottecchia di alluminio, che mi aspetta fiduciosa per riprendere, spes contra spem, il suo fruscio nel vento.

La beatitudine im-perfetta

…è anche quella del pedalare senza vento a diciotto gradi, con un po’ di ombra, i trenta all’ora li fa solo peso delle gambe e la meccanica della bici, campane che annunziano la festa, erba, odore d’erba tagliata, lontani latrati di cani nelle aie contadine, campanili tra i pioppeti nella lontananza, questa è la beatitudine del tempo sospeso, quando non pensi alle brutture del mondo e ai dolori della tua vita, o a chi ti vuole male, e stai in compagnia del paesaggio e dell’anima di chi ti vuol bene che ti raggiunge ovunque, anche da lontano, o da vicino, ché pochi chilometri oggi è vicino.

Caro lettor gentile, ti scrivo tutto d’un fiato, senza punteggiatura, o quasi, e regole grammaticali imitando Joyce, in questa prima domenica di giugno, già pienamente estivo, sapendo che il titolo è contradditorio perché la beatitudine è sempre perfettibile, non mai perfetta, se non quella di Dio, come insegna Tommaso d’Aquino, che inizia la Somma della sua Teologia con la beatitudine divina, lui parte da lì, dall’unica perfezione, che in quell’unico caso non è sinonimo di morte, perché solitamente la perfezione è il completato, il finito, il concluso, e allora anche la mia beatitudine nella corsa è im-perfetta, in-completa, in-esausta, im-passibile, im-possibile, in-adeguata, e tanti altri contrari.

La mia giornata inizia presto, all’alba, e sarà di pedalate e studio, pedalate la mattina verso un non so dove di mare, e di studio ausiliatorio verso sera, con un giovin ragazzo che ha da rimediare voti scolastici. Domenica di beatitudine più che im-perfetta, anche se la grazia della forza mi accompagna e il pensiero potente analizza e ipotizza. Attentati a Londra, attentati in Afganistan e in Irak, attentati nei cuori di molti, di bambini che non hanno di che sopravvivere, attentati nel mio cuore. Il libro di Conrad si confà a questa giornata estiva, bene meritevole dell’odio di Bruno Martino, lui cantava nei ’60 ed ero bambino e ragazzo.

Io sono povero in spirito e dignitoso in economia, non so se il regno sarà anche mio. Intanto qui sulla terra combatto la mia buona battaglia, conservando la fede in me stesso, ché non ho terminato la corsa.

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