Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Le dimensioni antropologiche, morali e professionali del lavoro

La connessione esistente tra le categorie morali e quelle economiche.

Il lavoro è lavoro dell’uomo (genitivo soggettivo), vale a dire che il lavoro ha come soggetto l’uomo: è di lui che esso è espressione e piena realizzazione, è in lui che trova il suo significato e il suo scopo, ed è lui che gli dà senso e valore. L’uomo non dovrebbe mai essere considerato oggetto o semplice strumento di lavoro: non possiamo parlare di “lavoro dell’uomo” (genitivo oggettivo) come diciamo “lavoro del legno” o “lavoro della terra”, l’uomo non è una cosa, non è qualcosa su cui o per mezzo del quale possiamo lavorare, tutto al più è colui per il quale o con il quale possiamo qualificare il nostro lavoro. Non si tratta certo soltanto di una questione grammaticale o di un problema di parole: vi è un dato di fatto di notevole importanza e un principio etico di grande valore che vanno presi in seria considerazione  a questo proposito, e che possono farci scoprire una interessante convergenza tra ragioni economiche e principi etici.

Il dato di fatto è che oggi diventa sempre più rilevante il ruolo dell’uomo nel lavoro. Mentre in passato era la naturale fecondità della terra il principale fattore della ricchezza, mentre il lavoro era come l’aiuto e il sostegno di tale fecondità, nel nostro tempo diventa sempre più importante il ruolo del lavoro umano come fattore produttivo di ricchezze immateriali e materiali. Possedere la terra che produce  frutti o i minerali da cui si ricavano i prodotti o l’energia per i fabbisogni dell’uomo non è più sufficiente per ricavare da questi beni naturali la ricchezza che deriva dalla capacità di possedere gli strumenti per trasformare questi prodotti  e di elaborarli in modo che possano essere distribuiti e commercializzati nell’attuale mercato globalizzato. La distanza tra la terra e la commercializzazione dei suoi prodotti va sempre più aumentando, il rapporto tra la produzione e la vendita è diventato sempre più complesso, la filiera tra la produzione e la distribuzione di un bene di consumo va sempre più allungandosi cosicché nei suoi diversi passaggi si inseriscono fattori positivi, come il miglioramento della qualità nella elaborazione dei materiali, nella produzione  e nella presentazione dei prodotti, o negativi, come la speculazione finanziaria o l’aumento immotivato dei prezzi.

In questo contesto il fattore umano diventa sempre più determinante, come diventa sempre più importante l’insieme delle relazioni personali e sociali che comporta questo mutato tipo di lavoro. “Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: è un fare qualcosa per qualcuno. Il lavoro è tanto più fecondo e produttivo quanto più l’uomo è capace di conoscere le potenzialità produttive della terra e di leggere in profondità i bisogni dell’altro uomo, per il quale il lavoro è fatto (cf. Centesimus annus, n.31). Ne deriva che anche dal punto di vista economico il capitale che più di ogni altro determina il valore e la qualità del lavoro e della sua organizzazione è quello umano: è l’uomo con le sue conoscenze e competenze, con la sua creatività e intraprendenza, ma soprattutto con le sue capacità di relazionarsi e di collaborare con gli altri che costituisce  la ricchezza e la risorsa principale nel campo del lavoro.

A questo dato di fatto, che caratterizza la trasformazione nel rapporto tra l’uomo e il lavoro nella società attuale, dovrebbe corrispondere un principio morale di grande importanza: valorizzare il lavoro significa valorizzare chi lavora, la qualità del lavoro dipende dalla qualità del soggetto che opera in esso. Valorizzare le qualità lavorative umane significa rendere la persona che lavora sempre più consapevole dei suoi diritti e delle sue responsabilità, significa portarlo alla conoscenza delle leggi e delle regole che deve seguire, ma soprattutto si rende urgente una formazione sempre più completa del lavoratore che lo renda capace di adeguarsi ai diversi compiti che gli possono essere assegnati in un mondo del lavoro in continua trasformazione, e di collaborare alla organizzazione e alla distribuzione del lavoro in modo da non essere soltanto uno strumento passivo e un esecutore di ordini, ma un soggetto attivo, capace di far parte di una struttura lavorativa che assume sempre di più la forma di una “équipe”. Chi è stato preparato a compiere soltanto dei gesti meccanici non riesce facilmente a cambiare mansione in strutture lavorative che cambino continuamente. Chi non riesce a creare un clima di collaborazione e di partecipazione comune alle finalità di un lavoro difficilmente riesce a raggiungere i risultati voluti.

Il modello di realizzazione dell’uomo nel lavoro fin qui presentato, sia dal punto di vista economico sia da quello dell’etica, non si realizza senza un radicale cambiamento di mentalità. E la mentalità non cambia senza un’adeguata formazione a sviluppare le virtù e le capacità richieste per creare una dimensione lavorativa tale da far chiamare le aziende e le imprese vere “comunità di lavoro”. Speriamo che queste osservazioni di carattere economico e queste esigenze etiche non rimangano chiuse nei libri di sociologia e nei documenti della Chiesa, ma trovino ascolto e accoglienza in coloro che ne sono i diretti interessati: i responsabili delle imprese e tutti coloro che dovrebbero essere i loro collaboratori.

 

La professionalità al servizio della persona. La persona al servizio del bene comune

Se il lavoro è persona diventa qualità: “L’empio prende in prestito e non restituisce, ma il giusto ha compassione e dà in dono” (Sal. 36).

A questo punto possiamo intendere la professionalità nel lavoro come l’insieme delle qualità che il lavoratore in generale, e l’imprenditore in particolare, devono avere per il bene dell’azienda, o impresa o ente pubblico in cui lavora, e per le persone che vi lavorano. Ecco cosa ha affermato a proposito il Prof. Angelo Ferro: “Il lavoro acquista una connotazione motivazionale triangolare. E’ la necessità che spinge a lavorare. Ma non basta: occorre trovare diletto nel lavoro; Se il lavoro è svolto per diletto, esso è per gli adulti ciò che il gioco è per i bambini: qualcosa a cui possiamo dedicarci senza mai stancarci e attraverso cui stabiliamo rapporti profondi con le persone, senza tante parole. Il triangolo si chiude con l’approcciare il lavoro quale missione. Il risultato del proprio lavoro nel produrre un bene od un servizio è in definitiva soddisfare un bisogno di un’ altra persona, ossia, in generale, incrementare la felicità dell’altro, pensando all’altro in una virtualità di condivisione”.

Vi è un tipo di qualità indispensabile affinché le imprese non solo abbiano successo, ma siano imprese “buone”. E queste qualità sono quelle di tipo morale. Un “abile” imprenditore può raggiungere risultati eccellenti nel profitto e nell’incremento di una impresa anche senza “scrupoli morali”. Ma se non è onesto, se non tratta in modo giusto i collaboratori e i destinatari del suo lavoro, e se non tiene conto nei suoi scopi del bene comune, non può essere anche un “buon” imprenditore. Le virtù morali sono una cosa diversa dall’abilità, e non si acquisiscono solo con l’esperienza o l’intelligenza, ma attraverso l’uso dei propri talenti e delle proprie capacità a un fine di bene. Così pure la rettitudine morale non è sufficiente a garantire la riuscita di un’impresa; occorre saper esercitare i propri talenti naturali e le proprie capacità tecnico-professionali

 

I valori specificamente cristiani del lavoro

Nel suo incontro con il mondo della cultura al Collège des Bernardins Benedetto XVI ha messo in evidenza come  il valore del lavoro nella regola benedettina tragga le sue origini dalla cultura ebraico-cristiana e non da quella greco-romana, per la quale l’ideale di vita era l’“otium” e non il lavoro come “opus Dei” come continuazione dell’opera creativa e come valorizzazione del “negotium” che anche etimologicamente è negazione dell’otium.  “Nel mondo greco il lavoro fisico era considerato l’impegno dei servi. Il saggio, l’uomo veramente libero si dedicava unicamente alle cose spirituali; lasciava il lavoro fisico come qualcosa di inferiore a quegli uomini che non sono capaci di questa esistenza superiore nel mondo dello spirito. Assolutamente diversa era la tradizione giudaica: tutti i grandi rabbi esercitavano allo stesso tempo anche una professione artigianale… I cristiani, che con ciò continuavano nella tradizione da tempo praticata dal giudaismo, dovevano inoltre sentirsi chiamati in causa dalla parola di Gesù nel Vangelo di Giovanni, con la quale Egli difendeva il suo operare in giorno di Sabato: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (5, 17)… Dio lavora; continua a lavorare nella e sulla storia degli uomini. In Cristo Egli entra come Persona nel lavoro faticoso della storia. “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero”. Dio stesso è il Creatore del mondo, e la creazione non è ancora finita. Dio lavora, ergázetai. Così il lavorare degli uomini doveva apparire come un’espressione particolare della loro somiglianza con Dio e l’uomo, in questo modo, ha facoltà e può partecipare all’operare di Dio nella creazione del mondo. Del monachesimo fa parte, insieme con la cultura della parola, una cultura del lavoro, senza la quale lo sviluppo dell’Europa, il suo ethos e la sua formazione del mondo sono impensabili. Questo ethos dovrebbe però includere la volontà di far sì che il lavoro e la determinazione della storia da parte dell’uomo siano un collaborare con il Creatore, prendendo da Lui la misura. Dove questa misura viene a mancare e l’uomo eleva se stesso a creatore deiforme, la formazione del mondo può facilmente trasformarsi nella sua distruzione”.

Da questo testo si evince che l’impresa e il lavoro in generale possono diventare un luogo privilegiato  per realizzare la vocazione della persona umana chiamata a continuare l’opera della creazione e a realizzare in sé l’immagine divina impressa in lui dal creatore. Sotto questo aspetto l’impresa viene sentita non più soltanto come “una organizzazione di lavoro”, bensì come “una comunità di uomini che si muove unita coinvolgendosi in finalità condivise”[1], una comunità di persone che vivono il lavoro come un dono da valorizzare e condividere con gli altri.

Il senso cristiano del lavoro in generale, e dell’imprenditore in particolare, è quello di sentire lo spirito di iniziativa, la creatività, l’inventiva e la realizzazione dell’impresa come  una “opus Dei”, vale a dire come una partecipazione, nella dimensione umana, all’opera creatrice di Dio e una realizzazione della sua vocazione: “L’uomo deve soggiogare la terra, la deve dominare, perché come ‘immagine di Dio’ è una persona, cioè un essere soggettivo capace di agire in modo programmato e razionale, capace di decidere di sé e tendente a realizzare se stesso” (Laborem exercens, n. 6).

Cfr. CDSC, n.339: “I componenti dell’impresa devono essere consapevoli che la comunità nella quale operano rappresenta un bene per tutti e non una struttura che permette di soddisfare esclusivamente gli interessi personali di qualcuno”,

“Non sarà la tua assenza, ma il vuoto che hai lasciato nei nostri cuori”, un cartello di profondità metafisica, per ricordare Mario Cerciello Rega, carabiniere che è morto facendo il suo lavoro, ucciso. La randomizzata condizione dell’esistente. Il caso e la necessità

Non sarà la tua assenza, ma il vuoto che hai lasciato nei nostri cuori“, un cartello esposto a Somma Vesuviana.

Leggo che la giovane moglie “se la sentiva”, la possibile tragedia. Non fosse andato a quel servizio, non sarebbe morto. Ascolto per Radio 24 durante la diretta de La zanzara le farneticazioni vergognose di tale Gottardo, recente ospitato da Cruciani, atto allo scandalo che è il fine ultimo dello squallore di quella emittente. Confindustria complice, che tristezza.  Le parole sono indicibili, cioè infami (dal greco antico): per costui il vicebrigadiere è semplicemente un lavoratore deceduto sul lavoro, come un edile che cade dal tetto e un trasportatore che esce di strada. Se la morte è morte, sia che sia naturale sia che sia violenta; se la morte sul lavoro è morte sul lavoro, sia che sia un gruista, sia che sia un carabiniere, manca, nelle affermazioni del farneticante sopra citato, l’approfondimento del contesto, poiché altro è finire schiacciati da un crollo (mi perdoni il gentile lettore questa prosa violenta) e altro finire massacrati da un assassino che accoltella otto volte, mentre si cerca di tutelare la sicurezza dei cittadini.

Leggo le infamie che alcuni venditori di fumo dei media stanno diffondendo, Parenzo e Saviano in primis. Ancora si paragona l’assassinio del carabiniere a una qualsiasi morte sul lavoro, un edile che cade dal tetto o un trasportatore che esce di strada per stanchezza. Tragedie che accadono a centinaia ogni anno.

Destino? Non poteva non capitare? L’intelligente scugnizzo vicecapodegoverno afferma che “si poteva e si doveva evitare“, perché Roma è “fuori controllo” e invece dovrebbe essere sotto controllo: surrettizio attacco al suo verboso coequipier, più che alla sindaca sua compagna di partito.

Nel contesto si sono poi inseriti due imbecilli: un’insegnante che ha postato una frase di stupidità e malignità indicibile e un carabiniere che ha bendato uno dei due ragazzi americani, fotografandolo e così creando un caso che sta quasi ottenebrando i fatti del tremendo omicidio. Come si può dire: la stupidità al potere, non l’immaginazione.

Un’altra perfetta idiozia è la visita in carcere ai due giovani  delinquenti effettuata da tale Scalfarotto, deputato del PD, preoccupato di come sono trattati, mentre il segretario di questo (che è il mio partito, faticosamente) borbotta critiche debolissime al governo, incapace di proporre alcunché.

Una partita a calcio o a ping pong o a tennis e il pugilato sono atti di discipline sportive diverse, ma non solo in senso agonistico, atletico e regolamentare. Un esempio: sapere prima dove va la pallina di ping pong è arduo; più facile è prevedere uno swing (gancio) o un uppercut (colpo al mento dal basso) nella boxe. Si potrebbe dire che il caso lavora di più nel ping pong e di meno nel pugilato, ove ammettiamo filosoficamente, il caso per le vie più generali. Il pugilatore, come si diceva aulicamente, di solito pensa e sa dove portare il suo colpo, che parte al momento opportuno cercando di sorprendere l’avversario: basti ricordare come si muoveva sul ring Mohammed Alì o Cassius Clay, bell’uomo di un metro e novanta e novanta chili, quasi una farfalla che danzava e all’improvviso colpiva. Oppure il nostro grande Nino Benvenuti, elegante e potente. La decisione per sferrare il colpo era consapevole, Benjamin Libet permettendo.

Il mio gentile lettore sa che personalmente sostengo in modo non radicale, ma problematico, la tesi dell’inesistenza del caso nei casi della vita, utilizzando un diagramma logico di mio conio, quello dell’incrocio stradale tra due vie di diversa gerarchia, due auto che si scontrano all’uscita di uno stop sotto lo sguardo di due osservatori diversamente collocati nella scena, il primo (molto preoccupato) sul marciapiede della strada per la quale transita l’auto che non “farà lo stop” pur dovendolo fare, e il secondo (altrettanto, anzi più preoccupato ancora) sullo spigolo del terrazzino al primo piano della villa che si trova sull’incrocio tra le due strade.

Il primo non sa che l’auto procedente lungo la strada dove lui si trova, che non pare accennare ad alcun rallentamento nell’approssimarsi dello stop, si scontrerà con un’altra auto che procede verso l’incrocio beatamente certa del suo diritto di precedenza; il secondo, che riesce a guardare nei due sensi perpendicolari, è invece in grado di calcolare i tempi dell’impatto inesorabilmente necessario, grazie alla sua posizione dominate l’intera scena.

Ovviamente qui c’entrano, sia Spinoza e il suo determinismo per il quale nella realtà “tutto-si-tiene”, sia Erasmo da Rotterdam per cui l’essere umano è sostanzialmente “libero-di-decidere”.

Il caso è chiamato anche random, interessante per le scienze sperimentali, nelle quali si definisce quale allocazione rigorosamente casuale dare alle unità sperimentali dei gruppi trattati. L’avverbio “rigorosamente” indica che l’assegnazione casuale dei moti significa privo criterio programmabile e prevedibile, ma non solo.

L’uccisione di Cerciello è frutto di quale caso o destino cinico e baro (di saragattiana memoria), oppure del suo deliberato senso del dovere? E’ tutta lineare la vicenda di Cerciello, o vi è qualcosa di non conosciuto, di non riferito? Se erano in borghese, lui e Varriale, perché non hanno almeno tirato fuori la Beretta calibro 9 di cui sono dotati, e che fa paura al solo vederla? Hanno rinunziato all’arma perché i due erano “solo” ragazzi” e pensavano di poterli ridurre a miti consigli senza violenza? Hanno avuto paura di un processo nel quale sarebbero stati coinvolti se avessero usato l’arma e ucciso qualcuno? La decisione di usare solo le mani, venendo sopraffatti era consapevole? A mio parere sì, ancora una volta Libet permettendo.

Con grande tristezza mi tocca dire che Cerciello è morto necessariamente, sotto il profilo filosofico, anche se avrebbe potuto non-morire se avesse impugnato l’arma in dotazione e in suo possesso pur essendo in quel momento in borghese. Che sia stato condizionato dal clima che si respira in Italia è fuori di dubbio: magari essere processati per uso improprio dell’arma in dotazione… Quali pensieri passano per la testa in quei momenti a un carabiniere trentacinquenne, tirato su a senso del dovere e sprezzo del pericolo?

Altro aspetto di cronaca connessa: l’insegnante (la professoressa di storia dell’arte, professoressa!!! e che cosa può professare una infelice del genere?) che posta un frase irriferibile sulla morte di Mario: “…uno di meno, peraltro stupido” (parafrasi mia perfin pietosa dell’infinita imbecillità della donna).

Il fatto è che, se hanno spazio e importanza mediatica un Di Battista (ma nessuno lo ferma?, dico, nel suo stesso interesse), lo possono avere anche altri dello stesso livello cognitivo.

Il tema è sempre quello: a fronte di una drastica riduzione dei crimini, la percezione del rischio è cresciuta, in ragione della proporzionata decrescita del pensiero critico, per cui non importa chi parla o chi scrive, purché urli, solletichi e titilli coscienze a-critiche, suggerendo i pensieri più semplici, elementari, banali e perciò peggiori. Mi meraviglio che il Papa  non abbia avuto una parola per Mario, e neppure per le famiglie angariate di Bibbiano.

La solitudine del portiere

Romeo ci ha preso gusto e mi ha inviato anche questo racconto, che mi piace inserire in questo sito percorso da fremiti, tumulti e sentimenti diversissimi, nel tempo.

 

Ho trascorso molte ore di molti anni con le spalle volte a un rettangolo: tre lati di legno e uno di terra. Questa, gli antichi, o almeno alcuni dei tanti antichi, l’avrebbero immaginata come uno spazio piatto e illimitato, un lenzuolo senza fine, una pianura incessante costellata di fiumi e di segreti pensieri, di fuochi spaventosi e di piccole luci tremolanti nelle notti. E di tante altre cose ancora, conosciute o desiderate soltanto. Oppure avrebbero immaginato la porta al centro esatto di un disco sospeso nel cielo, il grande piatto di un banchetto cosmico.

Ora invece lo sa, o pensa di saperlo, il portiere afflitto. Sa che la terra parte dai due pali e piano piano s’incurva, in un lento ritornare su se stessa. L’incessante pianura di calpestate solitudini è solo un punto, se vista da lontano, la palla di un gioco che nessuno capisce.

Il portiere cammina cammina con la testa bassa, con la miracolosa sofferenza che fa guadare i fiumi e oltrepassare i monti; cammina, inseguendo le tracce di un gol.

É un bisonte fragile, va dritto sulla sua strada cieca, aspettando il colpo fatale e la caduta sulle gambe spezzate. Ma il colpo non arriva, il tempo passa e il cerchio finalmente si chiude. Il portiere è di nuovo tra i pali, con la zavorra dei suoi pensieri irrisolti.

Ho trascorso molte ore di molti anni… avevo davanti il sole o la pioggia o la nebbia leggera di certi autunni infiniti.

Nella nebbia danzavano silenziose figurine, svuotate di forza, di ardore e di rabbia.

La nebbia è un limbo, un limbo di soffocante stupore. La vita si fiacca nella nebbia, perde i suoi margini.

Allora, in un attimo, dalla potenza incalcolabile di un tiro ultraterreno, dai piedi assassini di un centravanti fantasma, spunta la palla maledetta, implacabile; entra nel breve spazio dell’unica realtà conosciuta, dove attendevi la vigliaccata, l’attacco al fulmicotone, la cosa dall’altro mondo. L’abbraccio con la sfera, bellissima.

Sì, il portiere è un masochista, gode come un maiale quando abbraccia una cannonata, se la stringe al petto, rotola insieme con lei, sottosopra, in un travolgente Kamasutra, spettacolo per gli occhi increduli dei suoi compagni, impalati, come sottoaceti nella nebbia.

Ma credetemi, non è soltanto questione di sesso, c’è dell’amore: il portiere prende la palla tra le mani, l’accarezza, l’alza verso il cielo come un pater romano e come un padre sano le dà un bel calcio sul culo, per consegnarla al suo destino parabolico.

Tra il portiere e la palla c’è un rapporto incestuoso, di sesso, di amore filiale, di amore paterno.

Il portiere, meglio di chiunque altro, ne conosce l’infanzia poliedrica, l’intarsio meraviglioso di pentagoni bianchi e di esagoni neri; sa che la natura sferica è soltanto illusione, ma che il tempo darà ragione a questa illusione, levigando levigando. Allora il nero si sposerà col bianco e sarà un grigio uniforme, sporco di terra.

La bellezza perde il suo rigore, invecchiando; ma si abbandona alle cose del mondo, a volte con gioia, a volte con dignitosa rassegnazione: così si contamina, di altra bellezza.

Il pallone diventa erba, fango, sputi; diventa polvere e cielo.

Il portiere accarezza il pallone e non sente più il perimetro del pentagono: sente la curva appassita della sfera. Il tempo ha smussato gli spigoli; resta soltanto la curva, perchè la curva è dolcezza, e la dolcezza non ha paura del tempo. I polpastrelli del portiere sentono minuscoli frammenti pencolanti, brandelli di carne viva, pulviscoli di pelle che finalmente si staccano e vagano come pollini stanchi nell’aria, per poi posarsi sul prato. Passano i tacchetti impietosi e li calcano: e come tante altre cose, finiscono sottoterra.

Fermatevi un attimo, lasciate riposare la palla. Ascoltate queste parole. Io penso tanti pensieri, tra i pali, e vedo l’incomprensibile foga di questo mondo. Vi vedo andare avanti e indietro come scalmanati. Vedo gli schizzi di fango e le zolle di terra. Vedo le nuvole rabbiose dei temporali in arrivo, e sento lo scroscio festante della pioggia. Ora siete di nuovo lontani, palombari lontani, pesci boccheggianti di uno sconfinato acquario.

La sfera rotolando si bagna e si veste di natura oceanica; e voi siete pesci, che calciate l’oceano.

Le cose non sono così semplici come voi pensate: perchè in realtà non pensate, correte soltanto.

Voi credete di essere lì, ora; ma siete anche altrove, siete i vostri frammenti che avete lasciato: siete le lacrime, il sangue, le particelle perdute negli anni.

É un lento accomiatarsi da se stessi, un modo inconsapevole di carezzare la morte.

É così strano: si carezza la morte, spargendo i semi della propria vita.

Sono trascorsi molti anni d’allora. Non faccio più il portiere. Ho una barba cespugliosa, gli occhiali da miope e la calotta molle di un’aristocratica pancetta.

Ma ricordatevi che ogni curva è dolcezza e la dolcezza sa giocare a scacchi col tempo.

Dentro la pancia un brontolio, un altro mistero. Potrebbe essere qualunque cosa: un sintomo di fame, l’emozione di questo momento o forse un cancro.

Sono fermo, ai margini della strada, dove una volta c’era la porta.

Il campo non esiste piu: al suo posto c’è una casa. Non si sente nessun rumore. Le case, ora, hanno i muri spessi di cemento armato e i doppi vetri; le case sono fortezze, diceva un grande poeta. Anche le stanze, dico io.

La terra, sotto le fondamenta, è stata smossa dalle ruspe; sono state rimescolate le carte del gioco: il sangue di Roberto, dopo quella tremenda falciata; la pelle dei polpacci che mi grattavo nell’attesa; gli sputi fenomenali e incessanti di Fiorenzo: sotto, in fondo, prima del Tartaro, ci sarà una palude immonda della sua saliva. E tante altre cose, non solo nostre, anche dei nostri padri, dei nostri nonni; finanche la pisciata di un bambino che non poteva nemmeno immaginare i nostri padri e i nostri nonni.

E sopra, nella casa, chissà se qualcuno ride, chissà se qualcuno studia? Chissa quanti scompartimenti di solitudini…

Le cose non sono così semplici come voi pensate. Ma voi nemmeno pensate, voi correte soltanto. Il portiere sì che pensa, quando passa il suo tempo, tra i pali.

 

Dedicato a tutti i portieri che hanno subito almeno nove gol in una sola partita.

 

Romeo Pignat, 1991

 

Ho inserito la foto del grandissimo portiere russo Lev Jascin, dopo aver pensato anche a Banks, Zoff, Buffon e Donnarumma, tra altri ancora (n.d.r.)

 

Il lavoro e la sua etica

Se etica significa scienza dell’agire umano libero, possibilmente verso il bene, e se occorre declinarla per uscire dalla genericità delle espressioni mediatiche, allora la possiamo chiamare etica del fine, dove il FINE è l’uomo stesso e la sua vita, individuale e collettiva. In questo caso al lavoro.

Mi sono trovato davanti quasi un centinaio di lavoratrici e lavoratori attentissimi a parlare di etica del lavoro, cioè di come ci si deve comportare al lavoro, titolari e dipendenti, avendo a cuore il “Bene comune” che è un’azienda, affinché possa produrre reddito nel rispetto delle norme del lavoro, della sua sicurezza e dell’ambiente, possa guadagnare e distribuire i proventi in modo equo, pagando i fornitori, gli istituti di legge e i lavoratori, correttamente e con puntualità. Come mettere vicino business e rispetto di tutti.

L’incontro, durato due ore volate via, ha visto la partecipazione di lavoratori appartenenti un’azienda friulana che quasi due anni fa ha vissuto il dramma di un gravissimo incendio, che non la ha fermata, anzi, ha continuato a lavorare ed è risorta più ampia di prima come  l’Araba fenice, e non per caso, ma per causas, per la buona volontà di proprietà e dipendenti, che erano preparati anche ad affrontare la drammatica emergenza, uscendone incolumi.

Di seguito il testo in Power Point commentato durante la lezione.

Corso formazione_lavoratori_17072019

Del silenzio

Prosasticamente, per parlare del silenzio si può dire che esso è assenza di vibrazioni acustiche. La persona cinica, superficiale, banalizzatrice potrebbe anche fermarsi qui. Quanti ne conosco di cinici, superficiali, banalizzatori! A tutti i livelli sociali e in tutti gli ambienti: per costoro il silenzio è solo assenza di rumori, siano essi sgradevoli come quello di un taglia-erba alle due del pomeriggio di un assolato giorno d’estate, siano i violini del Preludio all’Atto terzo del wagneriano Lohengrin, che paiono venire dal nulla divino-cosmico e tornare nel nulla medesimo.

Ricordo un mio passeggiare per il chiostro del convento di san Domenico a Bologna, sede da tempi immemorabili dello Studium Theologicum Philosophicum (dove mi accostai all’alta teologia, sulle orme di Tommaso d’Aquino e di Girolamo Savonarola): era tarda primavera e non c’era nessuno, o niuno – per dir meglio – e, a un certo punto comparve il padre Bernardo, insigne biblista, lo salutai e non mi rispose, ma mi disse “Renato, ti ho già salutato prima“. Economia sì, ma non energetica, bensì spirituale. Niente vada sprecato. Quanto si indulge oggi nei saluti fatti sempre, o quasi, di noiosissimi “come stai?” (l’how are you anglosassone, domanda apparentemente gentile, ma di sicuro disinteresse umano e completamente an-empatico). Lo ho scritto altrove, e non una volta sola, e qui lo scrivo di nuovo, senza tema di stancare alcuno dei miei cari lettori e neppure me stesso.

Leggo di un esperimento fatto con alcune persone in una camera anecoica (senza rumore): dopo circa tre quarti d’ora alcuni manifestavano inquietudine e l’esigenza di essere fatti uscire, per sentire di nuovo il rumore del mondo. Sembra che questo rumore sia oramai entrato nella struttura antropologica, fisica e psichica degli esseri umani. Proviamo a pensare a una notte paleolitica e ai suoi rumori, a qualche uccello notturno, al frusciare dell’erba o delle foglie, a qualche sussurro misterioso nella macchia, a un serpente o a una fiera in agguato, e alla famigliola dentro la caverna con il fuoco custodito dal maschio e la donna in fondo su un letto di foglie secche con i bimbi. Ogni rumore, ogni suono poteva rappresentare qualcosa, molto spesso di sconosciuto e pauroso, in quanto sconosciuto.

Oppure il silenzio dei monti, che molte volte ho sperimentato, gli echi lontani di cascate e di frane, rimbombi di tuono oltre le cime visibili, il rifugio ancora lontano: ecco, lì il suono o il rumore hanno un significato, e suggeriscono, ad esempio, di affrettarsi verso un riparo. O come quando in bicicletta si attraversano piccoli borghi rurali addormentai nella luce del meriggio, e s’odono solo indefinibili abbaiar di cani come un borborigmo sordo e non di latrato, o i rintocchi dell’ora dal vetusto campanile.

Ma il silenzio e o la sua assenza non riguardano solo l’apparato uditivo. Tutto l’uomo, tutto l’essere vi è coinvolto, perché le vibrazioni acustiche penetrano nell’anima, così come la loro assenza. Gli spot televisivi o quelli quasi obbligati del web, quando cerchiamo qualcosa che ci interessa, il sistema ci “impone” di vedere anche altro, al di sopra e prima di ciò che ci interessa, studiato e messo in rete da spietati algoritmi che ci studiano ogniqualvolta accendiamo lo smartphone.

Questa assuefazione al rumore diventa una sorta di “disabitudine” al silenzio, che diventa pauroso e insopportabile. Di contro, se vogliamo pensare al mondo o anche a noi stessi, abbiamo bisogno di silenzio. Il silenzio è indispensabile per auscultare la nostra interiorità, come insegnavano i grandi antichi maestri di spiritualità e, tra questi (da poco ho quivi scritto di lui) Meister Eckhart da Hockheim. Oppure leggiamo i poeti, il Leopardi de L’infinito (l’ermo colle è senza dubbio silente), e il D’Annunzio de La pioggia nel pineto, dove l’inizio è imperativo: Taci.

Nella camera anecoica si possono “sentire” solo i rumori interni del proprio corpo, il battito del cuore, le sistole e le diastole dei polmoni, il lavorio intenso degli intestini, che possono anche provocare l’esigenza di creare sgradevoli emissioni, rumorose, pardòn. Il mio lettore perdonerà la vicinanza di queste espressioni con la citazione della somma  poesia, ma questo e così è l’uomo.

E i pensieri, poi, “fanno rumore”? Non propriamente, ma interiormente sì, se è vero che nell’uomo interiore abita la verità (Agostino), perché la verità fa-rumore, eccome. La vita fa-rumore.

Direi che il silenzio e il rumore possano essere i segnali della vita, specialmente se non si riesce a sopportarli, specie se si ha bisogno del rumore per cacciar via il vuoto del silenzio spaventoso, o se si ha bisogno solo del silenzio perché ogni rumore, suono o parole ci mette in ansia. Molte nevrosi sono legate al rapporto fra silenzio e rumore, così come le culture che trattano diversamente le due situazioni.

Il silenzio e la pausa, poi, sono parte integrante della musica, di tutte le musiche, da quelle andine a Luigi Nono, da quelle delle isole Andamane a Mozart e a Rossini.

Al capitolo XVII della Santa Regola benedettina, il silenzio è trattato come virtù del monaco. Leggiamola insieme:

1. I monaci devono custodire sempre il silenzio con amore, ma soprattutto durante la notte. 2. Perciò in ogni periodo dell’anno, sia di digiuno oppure no, si procederà nel modo seguente: 3. se non si digiuna, appena alzati da cena, i monaci si riuniscano tutti insieme e uno di loro legga le Conferenze o le Vite dei Padri o qualche altra opera di edificazione, 4. ma non i primi sette libri della Bibbia e neppure quelli dei Re, perché ai temperamenti impressionabili non fa bene ascoltare a quell’ora i suddetti testi scritturistici, che però si dovranno leggere in altri momenti; 5. se invece fosse giorno di digiuno, dopo la celebrazione dei Vespri e un breve intervallo, vadano direttamente alla lettura di cui abbiamo parlato 6. e leggano quattro o cinque pagine o quanto è consentito dal tempo a disposizione, 7. perché durante questo intervallo della lettura possano radunarsi tutti, compresi quelli che fossero eventualmente stati occupati in qualche incombenza. 8. Quando saranno tutti riuniti, dicano insieme Compieta, all’uscita dalla quale non sia più permesso ad alcuno di pronunciare una parola. 9. Chiunque sia colto a trasgredire questa regola del silenzio venga severamente punito, 10. eccetto il caso in cui sopraggiungano degli ospiti o l’abate abbia dato un ordine a un monaco; 11. ma anche in questa eventualità bisogna procedere con la massima gravità e il debito riserbo.

 

Uno splendido film del 2005 tratta il tema descrivendo la vita monacale della grande Chartreuse di Grenoble. Una bella traccia dal web vale la pena riportare integralmente.

“In un tempo di cinema chiassosamente sonoro, che tutto riempie e trabocca, diventa necessario sperimentare il silenzio. Quello grande e silente “registrato” nel monastero certosino de La Grande Chartreuse, situato sulle montagne vicine a Grenoble. A salire sulle Alpi francesi con la macchina da presa è stato il regista tedesco Philip Gröning, che per diciannove anni ha cullato il desiderio di realizzare un documentario sulla vita dei monaci e sul tempo: quello della preghiera e quello del cinema. Perché quel tempo potesse scorrere sulla pellicola, il regista ha condiviso coi monaci quattro mesi della sua vita: partecipando alle meditazioni, alle messe, alle lodi, ai vespri, alla compieta (l’ultima delle ore canoniche), ritirandosi in una cella in attesa di ripetere nuovamente l’ufficio delle letture.
Il suo film, apparentemente immobile e privo di uno sviluppo narrativo, trova invece un suo modo straordinario di procedere inserendo un dialogo muto tra l’uomo e la natura, scandito fuori dal monastero dalle stagioni e dentro le mura, vecchie di quattro secoli, dalla rigorosa liturgia dei monaci. Separati materialmente dal mondo mantengono con esso una solidarietà espressa attraverso un’incessante preghiera. La vita eremitica e contemplativa viene filmata e riproposta allo spettatore nelle sue ricorrenze quotidiane, inalterabili e puntuali, interrotte soltanto da un imprevisto “drammaturgico”: l’arrivo di un novizio al convento. L’equilibrio della comunità monastica è ricomposto poco dopo con l’ammissione del giovane uomo nell’ordine, attraverso suggestive cerimonie di iniziazione in lingua latina. La partecipazione dello spettatore alla vita del monastero è affidata unicamente alle immagini, che non si aggrappano quasi mai a un suono, a una voce esplicativa fuori campo, a una musica applicata alla pellicola, a una parola, se non a quella di Dio. I salmi e le preghiere, sgranate come un rosario e costantemente ripetute, sono l’unico linguaggio concesso, lo strumento verbale alto per pensare il divino, per comunicare con Lui.
Il regista “officia” la sua funzione lasciando libero lo spettatore e la sua percezione di cogliere nel montaggio i commenti impliciti, nel silenzio i suoni compresi. Perché il suo documentario diventi un’autentica esperienza ascetica, Gröning lo costruisce come fosse un mantra, mettendo la grammatica del cinema al servizio del linguaggio dello spirito. Se la comprensione dell’Assoluto passa attraverso la reiterazione della preghiera, il cinema che la fissa dovrà a sua volta replicare il suo linguaggio, quello della ripresa. E allora si ribadisce quell’inquadratura, quel primissimo piano, quel campo medio o lunghissimo, si insiste sulle identiche didascalie di raccordo perché il pubblico stabilizzi la mente e lo sguardo su un’idea. La lunghezza della pellicola, che ha impaurito i più o peggio li ha spazientiti, è al contrario funzionale all’esperienza contemplativa che il regista ha voluto raccontare. La sua visione disciplina la mente inducendola, e non poteva essere altrimenti, a chiarire e a purificare il pensiero”.

 

Un film con Jean Louis Trintignant e Klaus Kinsky diretto da Bruno Corbucci: Il grande Silenzio, dove ha tale nome un pistolero girovago. E’ chiamato così poiché  “dopo che passa lui c’è solo il silenzio della morte“, e anche perché da bambino gli sono state recise le corde vocali affinché non raccontasse a nessuno di come i genitori furono crudelmente colpiti a tradimento da tre bounty killer. Il suo silenzio è obbligato e voluto nello stesso tempo.

 

il silenzio degli innocenti con Anthony Hopkins e Jodie Foster di Jonathan Demme. Il folle intelligentissimo sadico serial killer Hannibal Lecter parla con la detective Clarice Starling, perché questa lo tratta senza secondi fini, raccontadogli anche alcuni aspetti tormentati della sua biografia. Il pertugio dell’anima assassina è la sincerità, cosicché la aiuta a trovare un serial killer in libertà, evadendo poi lui e lasciando in silenzio lo spettatore. Nei sequel si vedrà che cosa quel silenzio avrà significato. E nel prequel. Il male attraverso il tempo, che si rigenera.

Dalla sua fuga Lecter chiama al telefono Clarice chiedendole se “gli agnelli hanno smesso di gridare“, facendo finalmente silenzio, ossia se i traumi e i fantasmi del passato hanno smesso di tormentarla.

 

E infine il Michelangelo Antonioni di Deserto rosso. Negli anni ’60 e ’70 Antonioni fu il cantore del silenzio e dell’incomunicabilità. Alcuni suoi film restano, a dire molto di quei tempi. Giuliana (una intensa Monica Vitti), è depressa e tormentata al punto da pensare al suicidio, ché un sentimento di inadeguatezza profonda e personale si scontra con una modernità inautentica. Corrado, amico di Ugo, il marito di lei, sembra l’unico in grado di aiutarla, ma non è così. Anche la storia che imbasticono non funziona, perché anche Corrado è incerto, inquieto, fuggitivo, verso un silenzio che non sa attingere.

Altri testi e altri film potrebbero aiutarmi a parlare del silenzio, ma qui mi fermo, sperando che i nostri ragazzi non temano, né cerchino silenzi sbagliati.

Dio, Patria e Famiglia

E’ un sintagma amato dal fascismo storico italiano, mussoliniano, post ’29, e oggi, più o meno, usato – anche se non sempre esplicitamente – nella comunicazione politica dalla robusta demokratura putiniana: Dio, Patria e Famiglia, in maiuscolo anche i lemmi secondo e terzo, oppure, se fossimo in filosofia allo stato puro, potrebbero stare – tutti e tre – anche in minuscolo, senza che ciò significhi mancanza di rispetto.

Proviamo ad approfondire, distinguendo parola per parola: dio-patria-famiglia.

Una prima considerazione sintetica: se presi separatamente, i concetti sottesi ai tre termini sono molto importanti, anzi centrali, fondamentali nella storia umana, per le società e per le vite umane singole. Dio è l’essere supremo, l’Incondizionato, il cui sguardo tutto vede e prevede; la Patria è la Terra dei padri, dove si è nati, dove si vive dalla nascita, oppure dove si vive tout court (io sono per lo ius soli, senza nutrire alcun dubbio); la Famiglia è il locus dove di dà origine alla vita e la si trasmette, dove agisce il processo educativo, ovvero – al contrario – dove spesso accadono anche terribili cose e nefande. Onorevole Cirinnà permettendo, per la quale pare che ogni modello di convivenza possa avere lo stesso nome, come se potessimo, indifferentemente, chiamare “tavolo” la “sedia” e viceversa. Mi chiedo, ogni tanto, che tipo di cultura abbiano certi politici.

In alcuni e alcune, come la sopra citata lo slogan suscita indignazione, nonostante un semplice sforzo di comprensione storiografica, ma nutrito di conoscenza, dovrebbe smitizzare il tema. Non si devono dimenticare i Patti Lateranensi del ’29, che mettevano il cattolicesimo al posto della religione di stato, come fu il cristianesimo ai tempi di Teodosio I; la Patria era posta come luogo morale dove fosse naturale credere nella frase “dulce et decorum est pro patria mori“, morire per la Patria come ipotesi plausibile; la famiglia fatta da una maschio, una femmina e i figli come unico modello di convivenza nucleare, dove, allora, la donna era posta in famiglia come soggetto e struttura subalterna al marito-maschio-padre.

Non si può non dire che anche nella Russia attuale il terzetto di sostantivi sia di fatto accostato e apprezzato, nella Russia di Putin. Proviamo a vedere: la Russia è da mille anni una nazione cristianissima, fatto salvo il settantennio staliniano, quando però la religiosità covava sotto la cenere, e fu addirittura riesumata da Stalin quando diventò “piccolo Padre” e invocò il Padreterno con il patriarca moscovita per salvare dai nazisti la Santa Madre Russia. Il Dio dei Russi è soprattutto l’immagine di Cristo, del Cristo Pantocrator, creatore e signore di tutto. La dottrina cristiana ortodossa, l’iconologia e il sentimento sono caratteristiche peculiari del popolo russo. E molti fra gli Italiani amano, riamati, il Popolo russo, per varie ragioni, anche se nel ’41 abbiamo mandato da quelle parti 220.000 uomini in armi, molti dei quali sono morti, ma non pochi sono stati salvati dalle babuscke con il velo nero, le mamme e le nonne ukraine. Amiamo la Russia perché non è l’America, che in qualche modo dà anche fastidio, nonostante sia stata decisiva per la nostra liberazione, ma se i Sovietici comunisti non avessero impegnato un esercito armatissimo di 4 milioni di effettivi, forse anche Albione avrebbe dovuto cedere e gli Stati Uniti… Chissà. E i Russi amano l’Italia perché è inarrivabile come storia, ambiente, arte, cultura, bellezza, e perché c’è Roma, c’è stato l’Impero romano, e Mosca ama chiamarsi la Terza Roma.

La Patria per i russi è sentimento sacro, che si unisce a Dio e alla Famiglia, anche se in qualche modo, anzi in molti modi. Potrebbe bastare questo confronto per spiegare che la triade di grandi concetti non esaurisce i suoi significati nel cartello esibito dalla Cirinnà, che stranamente appartiene al partito al quale sono iscritto e dalla quale mi divide pressoché tutto. Vuol dire che il PD assomiglia sempre di più alla democrazia Cristiana, con buona pace del segretario attuale. Basta. Preferisco tornare alla riflessione teorica sul tema, per cercare di spiegare a me stesso come su questo piano l’accostamento è molto azzardato.

Dio si colloca in una dimensione sostanzialmente inconoscibile, mentre la patria e la famiglia appartengono a ciò che i sensi e i sentimenti possono raggiungere, per cui, o si pensa che anche Dio sia accessibile come la patria e la famiglia, e ciò e immediatamente assurdo, oppure si ritiene che lo statuto epistemologico del divino sia completamente diverso, distinto e distante dagli altri due. Se così fosse, come io penso che sia, il sintagma triadico già si colloca in una possibilità di comprensione ardua, se non impossibile. Forse possono darci un ausilio la dottrina del cardinale Kerns, cioè Nicola di Kues, vescovo di Bressanone, con il concetto della coincidentia oppositorum, può darci un aiuto, o fors’anche il Bonaventura dell’Itinerarium mentis in Deum, o infine il Maestro Eccardo dei Sermoni latini. Non meno di Plotino, studioso dell’Uno, dei sufi e dei sapienti dell’induismo e del buddismo. Questi insigni, infatti, pensano che Dio stesso sia accessibile, ma solo nel fondo dell’anima, nel cuore dell’uomo quando si accende la voce flebile della coscienza, quando ci si mette umilmente in ascolto della verità che parla dentro di noi… e si creda che qualcuno lassù pensi a noi.
Allora, cari sostenitori e cari detrattori della triade concettuale, come la mettiamo? Abbiamo studiato un po’ per poterne parlare con cognizione e rispetto delle parole? Non mi pare.

Il nudo corpo del re

Inquadrare con pervicace perseveranza registica la cancelliera Merkel per mostrare crudamente il tremore delle braccia e del tronco, è perlomeno una scelta discutibile. Si dice da sempre che il politico, un tempo il re, possiede due corpi, quello suo privato e quello pubblico, e si capisce.

L’evento colloca la politica germanica in una dimensione nuova, più ampia, umana e sin-patica, se diamo questo termine tutta l’ampiezza semantica che merita come sintagma greco antico. La sin-patia è un sentire, ma anche un patire insieme.

Ebbene, Ernst Kantorowicz è noto per avere studiato come scienziato politico la questione della “dualità del corpo del Re”, così descritta: vi è a) un corpo naturale, soggetto alla morte e b) un corpo mistico, innaturale, che non può morire. Infatti, se il corpo del re muore, non finisce il suo potere in contemporanea, poiché viene dinasticamente trasmesso, o comunque passa a un’altra persona, se non è prevista la trasmissione dinastica. In molte culture e tradizioni il re successivo non è – necessariamente – il figlio o la figlia del re defunto, ma può essere anche un maggiorente eletto da altri maggiorenti. Su ciò basti solo citare la tradizione del Sacro Romano Impero, laddove l’imperatore, da un certo momento in avanti, dopo la dinastia carolingia, quella sassone degli Ottoni e quella sveva degli Hohenstaufen, era eletto dai cosiddetti Grandi elettori, vescovi o principi che fossero.

Kantorowicz studò a Berlino, Monaco e Heidelberg dove iniziò la sua carriera accademica. Fu colà che scrisse la biografia dell’imperatore Federico II di Svevia, suo modello di monarca. Ebreo in Germania, dopo il ’33 non fu perseguito dal regime hitleriano, ma emigrò comunque negli Stati Uniti, come molti altri intellettuali, e là insegnò a Berkeley. Al tempo della “caccia alle streghe” promossa dal senatore Mc Carthy negli anni ’50, non aderì alla campagna “anticomunista” e fu licenziato dalla Facoltà. Il suo connazionale e sodale Oppenheimer, proprio il fisico nucleare, anch’esso emigrato negli USA, lo aiutò a ottenere una cattedra a Princeton.

I suoi studi vanno accostati a quelli di Theodor Adorno, per gli approfondimenti sul tema dell’autorità e del suo esercizio. Risulta sempre interessante la sua ricerca sullo stato moderno, sul potere che cambia modi operativi e sulla coincidenza/ diversità del suo situarsi nella persona del governante.

Per questo, è interessante ricordarlo parlando dell’attuale situazione di Angela Merkel, e avremmo potuto farlo anche una quindicina d’anni fa, quando papa Wojtyla manifestò il suo declino fisico in tanta evidenza mediatica, per poi mancare qualche giorno prima della Pasqua 2005.

Uno dei temi posti dallo studioso circa l’identificazione o meno del potere con il “corpo” del governante è quello dell’iconocrazia, cioè del potere dell’immagine del sovrano, del principe, del presidente, del capo, insomma, particolarmente centrale nei nostri anni.

Iconocrazia, sempre dal greco antico, significa potere/ potestà-dell’immagine. Ecco, caro lettore, ci si potrebbe chiedere se l’immagine della Merkel tremante trasmetta una sensazione di potere più o meno di prima, e la risposta pare scontata: chi non è in grado di governare il proprio corpo pare neppure in grado di… governare un qualcosa di esterno, e tanto meno una grande nazione. Ma è proprio così? A me pare di no, perché, fino a che le sue facoltà intellettive e mentali saranno efficienti, non si vede la ragione per cui non dovrebbe poter governare. Ricordo in proposito il presidente degli Stati Uniti Roosevelt, che fu paraplegico negli ultimi anni del suo secondo mandato. E così anche l’austero ministro tedesco dell’economia, autorevole componente del governo Merkel, Schauble.

Il fatto è che le cose cambiano quando la società dell’immagine si sovrappone, ovvero domina tout court la società: allora, fra una Merkel tremante e un Salvini dirompente dai suoi autovideo twitter etc., spicca il secondo perché sprizza energia, seppur disordinata e aggressiva.

A volte, però, il “re”, di qualunque genere e specie sia, manifesta la sua debolezza, e non al modo della Merkel, ma perché i suoi modi, il suo tempo, i suoi errori lo scoprono e lo mostrano “nudo”, allora sì veramente indifeso. Per questo, ogni “re” dovrebbe coltivare la virtù (benedettina) di umiltà e non indulgere nel vizio peggiore, il più grave, quello che gli antichi sapienti, “pagani” e cristiani, chiamavano caput vitiorum, la superbia, cioè la convinzione che la propria posizione consenta ogni azione o detto, anche i più aspri e violenti, manifestando una primazia quasi antropologica su tutti gli altri. Non è così, lo sappiamo: il conto da pagare, prima o poi, arriva a tutti, nessuno escluso, e chi pensava di farla franca contro tutto e contro tutti, agendo di arroganza, prepotenza e protervia come un vento irresistibile, si ritrova a piedi, sconfitto, da altri uomini o da una improvvisa malattia.

E cade in ginocchio, a quel punto, probabilmente senza appoggi, senza amici, senza speranza. Dopo tanto comando, giunge anche improvvisa la verità della debolezza, della sconfitta. Il corpo del re, e non solo, si rivela in tutta la sua nudità, in tutto il suo limite umano.

Il detto antico “Chi si esalta sarà umiliato, chi si umilia sarà esaltato“, allora, assume tutta la sua pregnanza in un realismo morale irresistibile e, soprattutto, ineluttabile. Crolla la persona del re, tutta e del tutto, insieme, e tutt’intorno c’è chi lo guarda, che un tempo aveva timore di quell’essere indebolito, e ora piegato dalla sorte e del tempo, che è giudice inflessibile, ineludibile, giusto, in definitiva, come la morte, che il principe di Bisanzio Antonio de Curtis, più noto come Totò, chiamava “a livella“, la livella che dice «’A morte ‘o ssaje ched”è? …è una livella». Il tempo e la morte, avvinti in una fratellanza insuperabile.

Ricordiamo anche la nozione teologica del “corpo mistico” di Cristo, che è la Chiesa. In questa accezione il “corpo” è (all’apparenza paradossalmente) qualcosa di spirituale, di metafisico ed ha un significato profondissimo e di non facile comprensione, come tutto ciò che appartiene alle discipline teologico-metafisiche. Che cosa può voler significare che la Chiesa è il corpo mistico di Cristo? Si potrebbe dire questo: siccome Cristo è il legame, il tramite tra Dio e il “suo” “popolo”, e la sua Natura si esplicita nella dimensione teandrica delle due Persone umano-divine, la chiesa, che è il-popolo-di-Dio (cf. Lumen gentium 1), può essere chiamata “corpo mistico”, poiché essa  è “la chiamata di tutti gli uomini e donne” (dal verbo greco ek-kalèo, cioè chiamo, da cui ekklesìa, vale a dire adunanza) alla via della salvezza rappresentata da Cristo, via, verità e vita (cf. Giovanni 14, 6). Ricordiamo il testo evangelico: “Io sono la via e la verità e la vita”, risponde Gesù. Solo chi ripone fede in lui, accetta i suoi insegnamenti e imita il suo esempio può entrare nella dimora celeste di suo Padre. Infatti Gesù aggiunge: “Nessuno arriva al Padre se non tramite me”.

E dunque il “corpo del re” è qualcosa di grande profondità e fascino che, quando rimane nel limite umano, conosce ascesa, vita e declino, ma quando si pone sul piano della trascendenza, ecco che esso appartiene all’Eterno Incondizionato. Questo dovrebbe far diventare pensosi i superbi.

L’afona afasia della sinistra italiana attuale

Posto che parlare di sinistra, di centro e di destra politica abbia ancora un senso, e per me lo ha, anche se con alcuni aggiustamenti concettuali e semantici, mi pare che la sinistra italiana sia connotata attualmente da una afona-afasia, se ciò non fosse una sorta di ossimoro. Ma forse non lo è.

E dunque provo a superarlo, considerando la a-fasia, cioè un non-essere-in-grado-di-parlare, solo parziale, per cui si può percepire – se pur con difficoltà – la sua a-fonia. In altre parole, la sinistra parla poco e male, o meglio esprimendo concetti vaghi e confusi, con voce poco squillante e talvolta inascoltabile. Altrimenti non si capirebbe in qualche misura la vertiginosa crescita della Lega salviniana, primo dato.

Si pensi che Salvini, sui migranti non la racconta giusta, anche se sa di farlo: lui parla solo delle Ong, che certamente sono dispettose, ancorché politicamente correttissime, ma trasportano solo (e forse meno) il 10% dei migranti in cerca di terre migliori. Il 90% sfugge a Salvini, anzi se lo fa sfuggire, perché ciò non “butta” in termini elettoralistici: sono quelli che arrivano sulle coste dal Salento alla Sardegna, passando per la Calabria ionica e l’immensa costa sicula, sui barchini, oppure via terra per il Friuli Venezia Giulia dal confine sloveno, e lì veramente potrebbero nascondersi figuri sospetti. Pare che adesso si stia attrezzando per fermare le partenze con l’aiuto della marina e dell’aviazione. Intanto, dopo tanti proclami non si fa nulla per agire a monte, in Africa, dove sporchi dittatorelli, magari formati in linde università anglosassoni sfruttano vergognosamente territori e persone. Anzi, alla ex colonialista Francia, e novella tale, certe situazioni possono fare comodo, per ragioni energetiche et similia: basti ricordare la vicenda di Ustica (era un Mirage francese l’aero che abbatté il volo Itavia, mentre inseguiva un Mig 21 o 25 di Gheddafi? Un giorno o l’altro lo si saprà?), le critiche francesi quando Gheddafi entrò nel capitale sociale di Fiat, l’intervento economico dello stesso colonnello per sostenere la campagna eletterale di Sarkozy, che poi lo ringraziò con il suo omicidio nel 2011, trascinando lo sprovveduto Obama (uno dei peggiori presidenti USA per la politica estera), e ora sta ambiguamente vicino al generale Haftar, cercando sempre di danneggiare gli interessi di Eni, e quindi dell’Italia. Per non parlare della nuova grande potenza coloniale in Africa, la Cina.

Dicevo: sinistra che non riesce ad esprimere quasi nulla, impantanata tra clichés arcaici e l’imitazione dei più forti slogan della destra: non nomina quasi più i temi del lavoro e parla di “Italiani”, quasi a imitar il Salvini dello slogan “prima gli Italiani”, dimenticando quasi il consueto lemma “paese”, “del paese”, “questo paese”, per dire “Italia”. La sinistra ha dimenticato i temi sociali “radicalizzando” quasi esclusivamente i temi civili: faccio un esempio: si spende senza riserve per le Unioni civili, sacrosante, ma non si batte per una politica economica e dell’occupazione, vera. Quando ascolto un Cuperlo o un Orlando qualsiasi, che sono i più “de sinistra”, li sento proprio lontanissimi, da me e dai lavoratori. I loro discorsi restano degli auspici, delle critiche generiche senza un costrutto ideale e programmatico. Anche lo stesso D’Alema, che qualche tempo fa proponeva come docente ai pidini il coltissimo Landini, è cotto, scoppiato, rimbambino. Ho scritto “rimbambino”, sì. Bersani idem, ché “gli scappa il cazzotto”: caro Pierluigi son discorsi da “Duo di Piadena”, non da politico consumato, orsù! Sono nauseato. Sono un socialista nauseato. Quando ascolto Renzi, con la sua prosopopaica supponenza, mai domo nella sua incapacità dimostrata di ammettere gli errori fatti, gravissimi, di pentirsi, di chiedere scusa e cambiare rotta, o Zingaretti fiero del suo nulla cosmico, oppure il presuntuosetto Calenda, annoverato a sinistra non si sa come e per quale ragione, e poi i più “sinistri” à là Boldrina, Fratoianni, Lerner, e via elencando pieno di noia, mi sobbolle l’intestino e mi si inceppa lo stomaco. Non parliamo degli antagonisti come il redivivo Casarini, la Rackete tedesca, oddio, che pena! E infine, per ora, una Alessandra Sciurba di Mediterranea che ulula convinta e saccente, come fosse una socio-politologa: “si preoccupano di noi mentre l’Italia va a rotoli!”, ma vuoi due sberle giovanetta? Andrai tu a rotoli, non l’Italia.

Dove sono i compagni Di Vittorio e Lama, Togliatti, Nenni e Berlinguer, Turati e Matteotti, Morandi e Terracini, Ingrao e perfin Macaluso, e non dico Gramsci per evitare di annichilire del tutto gli odierni, Lombardi e Parri, e anche Saragat? Giuro che preferisco, a quelli di sopra, il compagno Marco Rizzo, comunista dichiarato, più puro e trasparente di loro. Con lui sì mangerei una pizza e farei una serata.

Un’altra stupidaggine della sinistra italiana del terzo millennio è stata la ricerca e l’ammirazione per modelli esteri: prima è venuto il vergognoso falsificatore Tony Blair (ti ricordi, mio caro lettore, della guerra irakena seconda?), poi Luis Rodríguez Zapatero, socialista per nulla indimenticabile, e infine l’idolo dei fratoianni e dei civati vari ed eventuali, il fallimento sorridente Alexis Tzsipras. Modelli, perlamordidio.

Mi viene in mente un’ennesima incongruità della sinistra, o forse non una incongruità, ma certamente un sintomo di grande timidezza concettuale e comunicativa e, in definitiva, politica: la sinistra da decenni non usa quasi mai il termine “patria” e raramente “nazione”, lasciando l’egemonia di queste due bellissime parole alla destra, temendo di essere associata al fascismo storico, al nazionalismo e ad altri ismi negativi. Sbagliato, clamorosamente, sbagliato, specie se si ha un po’ di senso storico e della semantica linguistica. Continui pure a dire sempre “paese” per dire Italia e vedrà che successo!

Ma ora desidero proporre una riflessione sotto vari aspetti: il profilo filosofico, quello socio-politico e quello partitico.

Filosoficamente la sinistra – classicamente – è per coniugare con equilibrio la giustizia derivante da pari dignità tra tutti gli umani, con la libertà, che sta anche a cuore alla destra liberale; da un punto di vista socio-politico la sinistra, secondo la tradizione, propone leggi e normative che creino equità sociale, sia sotto il profilo dei servizi (sanitario, scolastico, dei trasporti etc.), sia sotto il profilo socio-assistenziale e pensionistico, sia infine per quanto concerne il regime fiscale, che vuole crescente e proporzionato al reddito, salvaguardando le categorie più disagiate, che una volta si chiamavano poveri, e oggi si chiamano categorie deboli, ma sono ancora poveri; circa il profilo partitico la sinistra si è sempre mossa promuovendo una formazione “dal basso”, dai paesi, dai consigli comunali delle piccole comunità e dai quartieri delle città, dalle sezioni, che erano un luogo di incontro e di confronto, come peraltro è stato nella tradizione cattolica popolare (DC). Oggi li chiamano “circoli” e mi ricordano i salotti chic,  e a volte persino snob, della sinistra verde-giallo-viola dei diritti civili: il PD è diventato un grande partito radicale, senza gli empiti morali e culturali di un Pannella. Se li interrogo sul fondamentale “diritto alla conoscenza”, su Ustica e sui vaccini, trovo volti stupiti, e a volte… stupidi.

La destra, invece, sotto i tre profili e andando nello stesso ordine ha sempre: a) teso a sottolineare le differenze naturali tra gli uomini, non distinguendo onestamente fra differenze che appartengono alla personalità individuale (genetica, ambiente e formazione), per cui uno è o meno adatto a un certo ruolo, e le differenze che appartengono alla struttura di persona (fisicità, psichismo, spiritualità), per cui tutti gli esseri umani sono antropologicamente uguali, e quindi hanno lo stesso identico valore; alla destra solitamente questo non interessa; b) la destra tiene per gli uomini forti, non cura la formazione e la democrazia di base, preferendo la scorciatoia dell’autoritarismo, che tranquillizza e semplifica; c) non si organizza partiticamente prevedendo una partecipazione costruita dalla base, privilegiando slogan elementari che non esigono sforzi intellettuali particolari per aderirvi.

Una descrizione parziale e insufficiente, la mia, solo per dare un’idea di com’erano le cose fino a un un paio di decenni fa. Ma ora tutto è cambiato. La Democrazia cristiana che, come forma mentis, assomigliava di più alle sinistre, non c’è più da un quarto di secolo, non c’è quasi più una forza conservatrice liberale, perché la destra si è radicalizzata nel populismo sovranista del capo della Lega, e poi c’è lo strano e caotico M5 Stelle, governato da un flemmatico imprenditore dalla calvizie incipiente e da un giovane capo che sembra un commesso dell’ente regione da cui proviene.

Il paradigma autoritario, così ben studiato da Theodor Adorno negli anni ’60, è il paradigma che affascina molti, perché semplifica, risolve i problemi intellettuali e morali, pensa per tutti. Così è.

E la sinistra non si distingue: negli ultimi vent’anni ha messo in mostra un personale politico che più mediocre di così non si può. Non faccio neanche più dei nomi, oltre a quelli che ho fatto sopra, perché mi annoia.

Reggio Emilia e il male elegante: il crimine dei bimbi dati in affido per business

Affidi pilotati in cambio di denaro, bimbi separati dai veri genitori, perché indotti a parlare male dei genitori stessi tramite metodologie di condizionamento mentale. Genitori cattivi, genitori indegni, si cerca di dimostrare a tutti i costi (sembra) e affido a terzi. Si fa fatica a credere che persone perbene siano tanto malvagie.

A Reggio Emilia è stata scoperta una situazione incredibile, ma vera. Falsi in atto pubblico, manipolazioni di minori e altro di assai vergognoso nelle relazioni umane, effettuati da assistenti sociali, psicologi, psicoterapeuti e politici locali (il sindaco PD di Bibbiano) a danno di minori e delle loro famiglie.

Come funzionava? I bimbi sottratti ai genitori, venivano collocati in comunità, dove erano attivi i professionisti sopra elencati, finanziate anche tramite contributi pubblici erogati in funzione del numero dei piccoli affidati, o in famiglie esterne.

Sembra quasi incredibile che ciò sia potuto accadere, ma il sistema nostro è a maglie larghe, demandato in gran parte a competenze professionali, cui possono seguire immediatamente applicazioni pratiche come detto sopra.

Un esempio del flusso operativo: segnalazione degli insegnanti, dei medici oppure degli stessi Servizi Sociali; questi ultimi fanno delle relazioni al Giudice minorile che, nell’emergenza, senza possibilità di contraddittorio e di verifica effettiva di quanto affermato dagli operatori, colloca in via d’urgenza i bambini, presunti abusati, fuori dalla famiglia di origine, con cui ogni legame viene improvvisamente troncato (i genitori possono incontrare i figli una/due ore al mese e in alcuni casi mai). Si legge sul web:
Contemporaneamente, il Giudice incarica proprio i Servizi Sociali di approfondire la situazione; gli operatori possono gestire le indagini come vogliono senza seguire effettivamente alcuna regola; alle operazioni non possono partecipare né gli avvocati (che i Servizi vedono sovente come  un inutile fastidio) né eventuali consulenti esterni dei genitori, cui viene negato il basilare diritto di difendersi sancito dalla nostra Costituzione. Insomma, gli operatori pubblici hanno un potere discrezionale assoluto che, come la vicenda di Reggio Emilia ci insegna, può essere l’anticamera dell’abuso e del delitto. Le relazioni sono poi depositate al Giudice cui, peraltro, non sempre sono forniti gli strumenti necessari per capire la veridicità di quanto affermato; spesso, dunque, le sentenze non sono che la conferma delle opinioni (perché spesso di opinioni si tratta) dei Servizi Sociali. E anche quando ciò non accade, oppure quando gli operatori si accorgono di aver commesso un errore, i provvedimenti arrivano a distanza di anni; anni in cui i bambini hanno vissuto lontano da mamma e papà, in cui hanno sviluppato un sentimento d’abbandono che lascia un segno indelebile nei loro cuori e nelle loro vite, irrimediabilmente strappate.
La stessa dinamica peraltro si riscontra in casi diversi da quelli dell’abuso: pensiamo alle centinaia e centinaia di separazioni e divorzi, in cui i bambini sono affidati proprio ai Servizi Sociali, alle tante relazioni, dove dietro il paravento della conflittualità reciproca dei genitori si legittimano le peggiori prevaricazioni.”

Non si può dire ovviamente che operatori sociali, psicologi e psicoterapeuti siano una manica di delinquenti, ma fra di loro evidentemente alligna anche il crimine, cioè vi sono dei criminali, oppure degli incompetenti: è noto, peraltro che l’ignoranza è origine di molti danni e se è congiunta alla malvagità provoca dei peccati, secondo la teologia morale e, secondo la morale e il diritto umani, dei reati.

Quale l’origine di tale disposizione d’animo, oltre a una malvagità evidente? A mio parere due cose: a) la preparazione culturale e accademica di questi operatori: conosco il loro curriculum studiorum e, a parer mio, fa acqua da non poche parti: la letteratura di riferimento è prevalentemente contemporanea e americana; ben poco costoro studiano antropologia ed etica europee e classiche, quasi nulla. E perciò mancano loro i fondamenti: b) l’ordinamento italiano delega ai Servizi Sociali – senza alcuna forma effettiva di controllo preventivo e successivo, senza alcuna possibilità per i genitori di difendersi – ogni decisione, è un sistema che non protegge i bambini, esattamente come il caso, straordinario ma emblematico, ci insegna.

Nell’incompetenza e nella malvagità egoista sta l’origine di questi crimini gravissimi contro i bambini e le loro famiglie.

Si legge nei proclami di quel Comune: “mettere in campo tutte le azioni possibili per ridare speranza, futuro e dignità a questi minori“. Più o meno parole del sindaco Andrea Carletti, ora finito agli arresti domiciliari “per l’inchiesta sui minori dati in affido, descriveva il Servizio sociale integrato dell’Unione dei comuni della Val d’Enza, davanti alla Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza“.

Altre sue parole “accompagnare fuori dal tunnel” i minori affidati ai professionisti coinvolti. Un progetto presentato in giro come fiore all’occhiello del Comune, ma gli inquirenti hanno verificato una realtà ben diversa con l’operazione non a caso denominata “Angeli e Demoni”: un sistema illecito di gestione dei minori in affido. Si legge ancora sul web: “Ai bimbi, di età compresa tra i 6 e gli 11 anni, gli psicologi e gli assistenti sociali facevano il lavaggio del cervello, mettendo in atto attività volte al allontanare i piccoli dalle famiglie d’origine“.

Si legge, ancora, in diversi siti telematici sull’argomento:

Carletti aveva anche la carica di delegato dell’Unione dei Comuni di Val d’Enza ed era considerato in prima linea in tema di politiche sociali, dato il suo lungo curriculum, riportato da AdnKronos: consigliere amministrativo al Servizio Sanità e Servizi Sociali della Provincia di Reggio Emilia, componente del Gruppo tecnico del Coordinamento delle Politiche educative della Val d’Enza e responsabile del Servizio scuola, cultura, turismo, sport, sociale al Comune di San Polo d’Enza. Tre anni fa era stato ascoltato in Commissione parlamentare infanzia e adolescenza, alla quale aveva parlato di un sistema di servizi di welfare di comunità composto da operatori estremamente competenti, un sistema abituato a saper innovare, rimodulare le proprie azioni, i propri comportamenti, i propri progetti in base al mutamento dei bisogni. All’epoca, il primo cittadino vantava di aver messo in atto. Carletti aveva illustrato il sistema, citando anche il supporto della onlus del Torinese, finita oggi al centro dell’inchiesta, sostenendo che i minori avessero trovato il coraggio di denunciare, perché sapevano di poter contare su una rete di operatori in grado di raccogliere questo loro grido e accompagnarli fuori dal tunnel”.

Un dipinto che non rispecchia ciò che è emerso dall’indagine della procura, secondo cui il sindaco era pienamente consapevole della totale illiceità del sistema e della assenza di qualunque forma di procedura ad evidenza pubblica volta all’affidamento del servizio pubblico di psicoterapia a soggetti privati. La giunta di Carletti, al contrario, ha espresso piena solidarietà al primo cittadino, dichiarandosi convinta della sua estraneità a i fatti”.

Non mi pare occorrano ulteriori commenti. C’è da sperare piuttosto che il racconto di cui sopra non sia del tutto vero, vista la credibilità degli operatori dell’informazione. Scherzo, ovviamente (sulla credibilità).

“Il vento va e poi ritorna”, sia ai tempi di Iosif Vissarionovič Džugašvili, sia ai tempi nostri dei due furfantelli (o furfarelli) che ci governano e degli inetti che li circondano

Il titolo è tratto da un romanzo cronaca di una vita. L’autore è Vladimir Konstantinovič Bukovskij (in russo Влади́мир Константи́нович Буко́вский, nato nel ’42, dissidente del regime sovietico.

Prigioniero politico rinchiuso in una psikhushka, ospedale psichiatrico, perché sotto lo stalinismo – anche brezneviano –  dissentire significava essere matto. In totale ha trascorso dodici anni tra prigioni, campi di lavoro ed ospedali psichiatrici.

Nel novero delle opere dei dissidenti lessi a sedici anni Una giornata di Ivan Denisovic di Aleksandr Solgenytsin, suggeritami dal compagno di classe e “compagno” del Pdup Claudio, allora studente un poco svogliato e ora professore di filosofia e storia al regio Ginnasio Liceo, che posso dire “di famiglia”. Oramai ivi è passata anche mia figlia Beatriz.

Il vento va e poi ritorna è un documento politico-sociale, di guida alla sopravvivenza, possiamo definirla, per chi viveva il dissenso nella società sovietica.

Cella di punizione di rigore per non essersi adeguato al regime. Fu messo in carcere e alternativamente in ospedale psichiatrico. Si legge sul web:
“Tra le pagine più toccanti del libro, inevitabile scegliere quelle dove maggiormente traspare la grande responsabilità che Bukovskij intende assumersi nei confronti delle migliaia di sofferenti per la privazione, per motivi politici, della libertà. Lui, uno studioso universitario, uomo con conoscenze in ambienti intellettuali anti-KGB, in frequente collaborazione con mezzi di comunicazione “eversivi” e giocoforza clandestini, sentiva il dovere d’essere la cassa di risonanza di questo popolo martoriato, perché tutti sapessero, perché si potesse almeno provare a mutare questo stato di cose. E così svolge frenetica attività di propaganda tra un’incarcerazione e l’altra, come lui stesso spiega chiaramente nell‘opera: “Ogni volta che mi mettevano in libertà pensavo solo a una cosa: riuscire a fare il più possibile per poi non dovermi tormentare la notte, non gemere per la rabbia causatami dalla mia irresolutezza…” La sua battaglia è senza esclusione di colpi, vi consacra ogni momento della precaria libertà. Perché se non l’avesse fatto, lui che aveva il dono straordinario della parola e dell’intelligenza per portare avanti una denuncia, “…milioni di occhi di defunti ti bruceranno l’anima con i loro sguardi indagatori di rimprovero.”

Ammonimenti dolorosi per le coscienze. Tempi tremendi nei quali all’uomo non era consentito essere tale, cioè soggetto libero, nei limiti della libertà umana.

E veniamo ai giorni nostri, quando la libertà non è limitata o compromessa tanto da regimi chiaramente e giuridicamente illiberali, ché la democrazia permette addirittura l’elezione di persone – a dir poco mediocri – come Trump, Dimaio e Salvini, ancorché furbastre.

Oggi la libertà è messa in questione da sistema mediatico, dalla comunicazione, che sceglie appositamente temi fuorvianti per distogliere il pubblico, cioè gli elettori, dai temi veri che riguardano milioni o miliardi di persone su questa Terra. Faccio un esempio: l’enfasi giornalistica posta sulle temperature di questo inizio d’estate sono evidenziate in modo abnorme, anche se i report giornalistici non trovano un gran riscontro nelle interviste che gli inviati speciali propongono ai passanti… Infatti, accade che, mentre il cronista enfatizza il caldo-che-c’è. il passante dice, con qualche ironia “Ma a fine giugno c’è sempre stato un gran caldo, fin da quando ero bambino,  e quindi bevo più acqua, sto all’ombra, vesto chiaro e leggero…”

Altro tema: i migranti: fanno notizia i 42 cristiani (o musulmani che siano) davanti a Lampedusa portati fin colà dalla ben poco eroica Carola Rackete, ma non fanno notizia le bestialità che dice Dimaio sull’Ilva di Taranto, sulle aziende della famiglia Benetton, su Whirlpool, e così via, e le fesserie che proferisce Salvini sulla flat tax e sui mini bot. Rovinose battute che, se non sia sapesse fin da ora che le cose comunque andranno avanti, cioè che l’Ilva continuerà e lavorare e che i mini bot non si faranno, né la flat tax, quantomeno in questo momento, ci sarebbe da preoccuparsi in modo drammatico.

Ma è fuffa, tutta fuffa, di politici più o meno in auge, sull’altalena del successo, che spariranno alla vista non appena ci sarà un risveglio, che ci sarà, come è vero che abbiamo un po’ di consapevolezza. Se volgo lo sguardo a sinistra trovo “cose sinistre”, e qui mi dolgo: Boldrini L., che dopo aver plaudito alla piccola e strana Thumberg ora s’è innamorata della cosiddetta “capitana”, e Zingaretti, incerto a tutto, e Delrio, sempre più immalinconito, dietro. Vada per Fratoianni che l’età e il look per fare u bellu guaglione de sinistra. E Calenda che si illude di essere di destra e di sinistra insieme. Aaah dimenticavo, c’è il dibattito sulla scomparsa della destra e della sinistra, bolso e stantio. Se la denominazione delle cose umane appartiene alla storia dei linguaggi, anche destra e sinistra nacquero storicamente circa dugentovent’anni fa ai tempi di Robespierre e Saint-Just, e quindi i valori sottesi dai due schieramenti possono cambiare nome, ma non sono scomparsi.

Competizione contro solidarietà, guadagno a ogni costo verso equilibrio tra business e umanesimo, finalità utilitarista contro finalismo morale. Vorrei dire che oggi destra e sinistra si possono coniugare con queste coppie di sintagmi concettuali.
E quindi non è vero che le due posizioni, le due sensibilità sono scomparse, ma vivono in modo diverso e in espressioni differenti.

Il mondo è diventato più piccolo, grazie all’innovazione tecnologica, all’evoluzione telematica e dei trasporti, e quindi possono non valere le distinzioni anche di solo pochi decenni fa. E’ indubbio che secoli di dominio colonialistico dell’occidente su gran parte del resto del mondo non si cancellano con un tratto di penna, né un certo tipo di dominio è scomparso: oggi il dominio si è ridefinito con altri tratti, delineati soprattutto dalla finanza globale e dai rapporti di forza tra le grandi nazioni, dagli USA alla Cina, dall’India alla Russia, dall’Europa, pur così frantumata, al Brasile e al Sudafrica.

Il vento va e poi ritorna, con questo breve verso poeticamente elegante, intitolava il suo libro lo scrittore russo, quasi significando che vi è un eterno ritorno delle cose, quasi come nell’induismo classico, in Platone, in Origene e in Nietzsche: ciò non significa che le storie si ripeteranno uguali a se stesse, ma condizioni analoghe, non identiche, porteranno a fenomeni simili, che permettono di studiare la storia come esperienza, e così evitare gli errori più clamorosi. Voglio dire: gli abitanti della terra non possono permettersi di continuare a vivere, con-vivere e lavorare come stanno facendo di questi tempi, ma debbono alzare lo sguardo per constatare i limiti di una visione del mondo superata e oramai dannosa.

Il filone giusto è quello della tutela di ogni equilibrio, sia ambientale, sia relata a una più equa divisione delle risorse nel mondo tra le varie nazioni, territori, continenti.

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